sabato, marzo 19, 2022

Not Moving LTD - Love Beat Tour 2022


Presto nuove date e info qui:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

Sabato 26 marzo: Milano “C.I.Q.”
https://www.facebook.com/events/510490263976397
Venerdì 1 aprile: Pisa “Caracol”
https://www.facebook.com/events/507189164136088
Sabato 2 aprile: La Spezia “Skaletta”
https://www.facebook.com/events/3109248252722182
Venerdì 8 aprile: Torino “Blah Blah”
https://www.facebook.com/events/700892657575054
Sabato 9 aprile: Lonate Ceppino (Varese) “Black Inside”
https://www.facebook.com/events/250642747285185
Venerdì 15 aprile: Roma “Trenta Formiche”
Sabato 16 aprile: Pomigliano d'Arco (Napoli) "First Floor"
Sabato 30 aprile: Fontanafredda (Pordenone) “Astro Club”
Sabato 4 giugno: Bologna “Frida”
Venerdì 1 luglio: Sesto Fiorentino (Firenze) “Limonaia”

venerdì, marzo 18, 2022

Paul McCartney in Iran


Alla fine di marzo del 1968, di ritorno dall'India, Paul McCartney e la sua allora fidanzata, l'attrice Jane Asher, soggiornarono a Teheran per due giorni.

Finendo ovviamente sulla prima pagina di diversi giornali (vedi la foto dal settimanale "Ferdosi").

Durante quella breve visita privata hanno anche incontrato, su richiesta di Paul, il cantante pop iraniano-armeno Vigen Terterian.

Vigen Terterian è stato il primo cantante/artista/musicista a introdurre e rivoluzionare la musica pop in Iran. Fu soprannominato dai suoi contemporanei "sultano del pop" o "Sultano del jazz persiano".

Il suo stile musicale innovativo ha avuto una grande influenza nell' aprire la strada a un nuovo genere di musica iraniana, influenzato dagli stili dell'Europa occidentale e dell'America Latina.

giovedì, marzo 17, 2022

Federico Guglielmi - Be my guru


Come sempre la penna di Guglielmi ci consegna un libro esaustivo, completo, competente (un pregio necessario quando si tratta un genere o la storia di un gruppo), sull'ambito relativo agli anni 80 e 90 del Rock Australiano, quelli in cui la scena diede il meglio di sé.

Mettendo insieme le numerose recensioni che dedicò, in tempo reale, ai dischi e alle band, uno sguardo alla vicina Nuova Zelanda, discografie dettagliate, interviste ai protagonisti e tante altre notizie e curiosità.
Da Birthday Party a Hoodoo Gurus, Celibate Rifles, Lime Spiders, Chills, Hard-Ons etc etc, l'essenziale c'è tutto!

Il libro è un omaggio a quella magnifica epopea rock, rimasta per lo più di culto più o (soprattutto) meno ampio.
Di cosa si tratta? Del recupero di una larghissima parte di quanto da me scritto tra il 1984 e l’inizio dei ’90 (recensioni, brevi report, interviste, monografie), il tutto integrato con pubblicazioni successive e un buona quantità di aggiunte realizzate appositamente; il mio obiettivo non era certo confezionare un’enciclopedia, né puntavo all’utopia della completezza, ma c’erano alcuni buchi che non si potevano non colmare e quindi ho provveduto a farlo.


A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, l’emersione di tendenze più o meno nuove come grunge, noise, shoegaze, crossover e Madchester ebbe tra i suoi tanti effetti un deciso calo di interesse verso le proposte australiane da parte del pubblico più addentro all’underground.
Anche laggiù, come del resto in tutto il mondo, le cose stavano cambiando: psichedelia, recupero dei Sixties e punk’n’roll avevano stancato molti, un buon numero di band “storiche” si scioglievano o si convertivano a stili più “vendibili” e quelle che rimanevano fedeli alla linea originaria accusavano spesso involuzioni qualitative.


Federico Guglielmi
Be my guru
Crac Edizioni
350 pagine
20 euro

mercoledì, marzo 16, 2022

Little Italy


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.


Le precedenti puntate sono qui:

Negozi di dischi:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/negozi-di-dischi-new-york-rebel-rouser.html

Marijuana a New York:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/marijuana-new-york.html

I locali di New York:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/i-locali-di-new-york.html

New York for Free
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/new-york-for-free.html

Sid Vicious a new York
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/sid-vicious-new-york.html

Topi a New York
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/topi-new-york.html

Fentanyl
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/fentanyl.html

Strumenti musicali
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/negozi-di-strumenti-musicali-new-york.html

Electric Lady Studios
https://tonyface.blogspot.com/2022/03/electric-lady-studios.html

Fuck you Little Italy!!!

Uno dei posti peggiori di New York City anzi direi il peggiore anche se situato in una bellissima zona della grande mela è Little Italy.
Del vecchio quartiere rimane praticamente una sola via Mulberry Street di cui solo un paio di isolati la formano, praticamente attaccata a Chinatown e a due passi da Bowery Street.
In Little Italy dove quasi nessun residente è italiano e praticamente è la zona piu' finta della citta', gli unici italiani sono i padroni dei ristoranti (tra i peggiori dell'isola).

Questi ristoratori sfruttano i dipendenti con stipendi arretrati da mesi, oppure addirittura non pagati, con turni anche di 12 ore al giorno nel cucine che poi sono delle fogne e la cucina è pessima.
Fanno questi trucchetti con tutti quelli che arrivano senza documenti e uno dei primi posti dove si va a cercare un lavoro rapido è quello.

Ho lavorato in due ristoranti per un paio di giorni appena arrivato, giusto per esperienza e per un po' di curriculum newyorkese e questo è quello che ho visto e sentito parlando con vari dipendenti.
Uno dei due giorni non me l'hanno mai pagato, prima volta in vita mia che mi succcede da un italiano (bastardo) come me.

Le due vere Little Italy si trovano a Brooklyn e nel Bronx, sono grosse comunita' dove per strada senti parlare italiano.

Al di fuori del brutto esempio di Little Italy spostandosi fuori da Manhattan esistono un'infinita' di pizzerie e panetterie italiane gestite da nuove generazioni di ragazzi italiani giovanissimi che cercano di offrire una qualita' veramente alta mettendoci veramente passione oltre al business.

martedì, marzo 15, 2022

Racconti dall'ex Urss - Ucraina - Maggio 2014


Foto: Kiev, Piazza Maidan 2014
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Le precedenti puntate qui:
https://tonyface.blogspot.com/2022/03/racconti-dallex-urss-ucraina-febbraio.html

e qui:
https://tonyface.blogspot.com/2022/03/racconti-dallex-urss-parte-1.html

MAGGIO 2014 Lunedì 26 maggio, ora di pranzo.
Atterro a Borispoli, l’aeroporto principale di Kiev.
Domani inizia KIFF, la più grande fiera del mobile in Ucraina.
La manifestazione del design e dell'arredamento è normalmente fissata per i primi di marzo.
Quest'anno è stata posticipata all'ultimo momento per motivi di sicurezza, causa l'escalation di violenza culminata a febbraio nel corso delle manifestazioni di protesta di Piazza Indipendenza.
In ucraino Maidan Nezalezhnosti, semplificato in Maidan.
Uscito dall' aeroporto, un signore corpulento mi chiede con fare gentile se ho bisogno di un taxi.
Normalmente devi sgomitare per levarti i tassisti di torno, oggi è tutto tranquillo.

Gli chiedo quanto vuole, mi risponde 270 grivnie (circa 16 euro), lo stesso prezzo dello scorso anno.
La cosa mi sorprende visto che la moneta locale si è deprezzata di oltre il 30% rispetto ad euro e dollaro negli ultimi 5 mesi.
Questo è il primo viaggio in Ucraina dalla fine del 2013.
Saliamo in macchina e inizio a fare un po’ di domande.
Voglio capire cos’è successo a febbraio.
Sono rimasto sconcertato dalla violenza e dai morti, dalla caduta del governo e dalla fuga del presidente filo-russo Janukovich.
Chiedo se sta lavorando molto in questo periodo.
Mi dice che adesso va meglio rispetto a febbraio/marzo, anche se è tutto più caro.
Il prezzo della benzina è salito del 50% ma le tariffe dei taxi sono rimaste invariate altrimenti non li userebbe nessuno.

Parliamo delle elezioni presidenziali che si sono tenute nel week-end.
Aspettano ancora i dati ufficiali ma pare proprio che sia confermata l’elezione del miliardario Petro Poroshenko.
Re dei cioccolatini e delle telecomunicazioni, è una figura che dà fiducia in virtù del fatto che, essendo ricco di suo, non entra in politica per rubare.
E’ il 2014, in Italia la favola dell’imprenditore che scende in politica per amore del suo paese è durata quasi vent’anni e ormai non incanta più nessuno.
Il presidente del consiglio adesso è il rottamatore che ha sostituito a febbraio il suo collega di partito col tweet #stai sereno.

Il tassista si chiama Andrij.
È un omone buono, occhi di colore azzurro limpido.
Parla russo ma è di etnia ucraina.
A casa conversano in ucraino ma al lavoro e con i clienti si esprime in russo.
Disprezza i russi, li ritiene cafoni e arroganti.
Mi racconta che a febbraio ha preso parte alle proteste di Maidan.
Ha voglia di chiacchierare, mi confida che il figlio dodicenne in quei giorni piangeva e gli si avvinghiava alle gambe per non farlo uscire di casa.
Lui gli aveva spiegato le sue motivazioni, la voglia di contribuire a creare un futuro migliore in un paese più moderno e meno corrotto, aveva aiutato i manifestanti ad organizzare le barricate in piazza.

Continuo con l’interrogatorio
“Cosa pensi degli americani?”
“Sono brave persone”

“Cosa pensi di Pravyj Sektor?” “Pravyj Sektor è poca cosa.
Han fatto un po’ di casino ma quando hanno sparato sulla folla, loro in piazza non c’erano.
Sono stati pagati da Putin per screditare le proteste”.
Pravyj Sektor (Settore Destro) è l'organizzazione nazionalista ucraina di estrema destra che ha avuto il ruolo di avanguardia armata durante le manifestazioni.
Al suo interno hooligans, ragazzotti addestrati in campi paramilitari e mercenari.
In Italia hanno legami stretti con Casa Pound e in Russia è una delle organizzazioni politiche più nominate dai media nella prima metà del 2014.

In tutta onestà, non si può ridurre l’Euro Maidan ad un gruppetto di violenti neo-fascisti.
Le proteste sono cominciate a fine novembre 2013 quando il governo a maggioranza filo-russa, presieduto dal premier Mykola Azarov, ha deciso di sospendere le trattative per la creazione di una zona di libero scambio tra Ucraina e Unione Europea.
I negoziati vengono avviati nel marzo 2012.
Il trattato permetterebbe all’Ucraina di commercializzare materie prime e manufatti con l’Europa e consentirebbe ai suoi cittadini di muoversi con minori restrizioni all’interno dell’UE e senza obbligo di visto.
I paesi occidentali potrebbero contare su manodopera e materie prime a costo ridotto e godrebbero di un ulteriore mercato in cui distribuire prodotti e servizi.
Una delle condizioni imposte dall’Europa all’Ucraina è di darsi una sistemata in termini di democrazia e stato di diritto ché va bene tutto ma liberarsi degli oppositori politici sbattendoli in carcere fa un po’ soviet.
Il riferimento neanche troppo velato riguarda Julija Timoschenko, che nel corso degli anni ha siglato contratti miliardari per la fornitura del gas al suo paese e per il transito dalla Russia all' UE.
Nel 2011 viene incarcerata per malversazione di fondi pubblici.
Yanukovich, presidente filo-russo eletto nel 2010, è fortemente attratto dalle lusinghe del mercato unico europeo ma è già vincolato da accordi commerciali pre-esistenti.

Ucraina, Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia, Azerbaijan, Tajikistan, Kirgizistan e Moldavia fanno già parte di un’unione doganale denominata C.S.I. al cui interno merci e persone godono di libero movimento.

Yanukovich è un po’ come il marito farfallone con la moglie opprimente e possessiva che pensa di farsi una storia con un’altra donna più fresca e invitante.
E che gli promette un sacco di soldi.
Soltanto che la moglie non è d’accordo.

La Russia non apprezza il flirt di Yanukovich e per fargli capire cosa significa far parte di una famiglia, ad agosto 2013 decide di modificare le regole doganali per le merci provenienti da Kiev bloccando alla frontiera le importazioni dirette verso Mosca.
In quel momento circa la metà della popolazione ucraina è favorevole all’accordo commerciale con l’UE.
Il vento cambia verso fine anno quando al ministero per le politiche industriali di Kiev fanno due conti e si rendono conto che il flirt con l’Europa è costato il 10% delle esportazioni verso la C.S.I su base annua e il 5% della produzione industriale nazionale nello stesso periodo.
Come non bastasse, il FMI pone condizioni severe per sganciare la prima tranche di un prestito da 17 miliardi di dollari esigendo corposi tagli nel bilancio e l’innalzamento delle tariffe delle bollette del gas.
Il fidanzamento con l’Europa comporta anche qualche sacrificio e Yanukovich, che vorrebbe ricandidarsi alle presidenziali del 2015, non è propenso al suicidio politico.
Il consenso verso l’accordo di libero scambio con l’UE si raffredda.
Il governo ucraino non è più tanto convinto di andare avanti e il 21 Novembre 2013 decide di sospendere le trattative fino a quando il calo nei commerci coi paesi del C.S.I. non verrà compensato dagli scambi con l’Unione Europea.
Sono un po’ confuso, prendiamoci una pausa.
Ti chiamo io.
Nel frattempo Putin cerca di indorare la pillola e offre un forte sconto sul prezzo del gas se Yanukovich mette la testa a posto e torna a casa.
Quando il governo ucraino sospende le trattative con l’UE, scoppia la protesta a Kiev in Piazza Indipendenza.

I giovani e gli abitanti delle regioni centro-occidentali sono i principali sostenitori dell’Euro Maidan mentre gli over 50 e gli abitanti delle regioni orientali – ricche di materie prime, industrializzate e a maggioranza russofona - sono contrari e preferiscono mantenere l’unione doganale col C.S.I.

Viktor Federovich Yanukovich è un politico di lungo corso.
Nasce nel 1950 a Donetsk, perde i genitori molto presto e dopo una giovinezza travagliata, che lo vede in carcere per reati comuni, decide di cambiare strada e trova lavoro come elettricista.
Viktor è ambizioso, consegue una laurea in ingegneria meccanica e inizia a lavorare a livello manageriale nei trasporti.
Alla fine degli anni ‘90 viene nominato governatore della regione di Donetsk, posizione che costituisce il suo trampolino di lancio per il ruolo di primo ministro sotto la presidenza di Leonid Kuchma dal 2002 al 2004.
Prova a candidarsi alle presidenziali del 2005 ma viene accusato di brogli elettorali e perde contro il filo-europeista Viktor Juschenko che rimane presidente in carica fino al 2010, anno in cui Yanukovich la spunta alle elezioni sull’avversaria Julija Timoschenko.

Per quanto abbia beneficiato di un restyling di immagine da parte di consulenti americani nel corso della campagna presidenziale, Yanukovich rimane pur sempre un politico di stampo sovietico che governa e decide con pugno di ferro.
Il 30 novembre 2013 cerca di reprimere la rivolta con un intervento violento delle forze dell’ordine.
Violenza che non placa gli animi ma ottiene l’effetto opposto visto che a dicembre scendono in piazza anche gli studenti, che si uniscono a centinaia di migliaia di dimostranti. Altre manifestazioni filo-europee prendono piede nelle regioni occidentali.

Gli ucraini non sono abbandonati al loro destino.
Il senatore repubblicano John McCain, veterano di guerra finanziato dalla lobby delle armi NRA, arriva a Kiev il 15 dicembre e parla dal palco della piazza:
“Siamo qua per supportare la vostra giusta causa, il diritto sovrano dell’Ucraina di determinare il proprio destino in modo libero e indipendente. E il destino che voi cercate è in Europa”
Qualche giorno prima Victoria Nuland, vice-segretario di stato americano per i rapporti con Europa ed Eurasia, è in piazza a sostenere i manifestanti e a condannare le violenze della polizia.
Le contestazioni calano di intensità durante le festività di fine anno ma non accennano a spegnersi, Yanukovich prova a chiudere la questione a modo suo e il 16 gennaio fa approvare dal governo una serie di leggi anti-protesta che hanno come conseguenza il riaccendersi delle rivolte.
Il presidente ucraino si vede così costretto a trattare con la piazza che ormai da fine novembre ne chiede le dimissioni e che non accetta soluzioni alternative.
A Sochi, in Russia, si stanno concludendo le olimpiadi invernali quando tra il 18 e il 20 febbraio la situazione a Kiev precipita.
Più di cento persone muoiono a seguito di colpi di arma da fuoco nel corso di scontri tra manifestanti e polizia, la maggior parte nella giornata del 20 febbraio in Piazza Indipendenza e nelle vie adiacenti.
Le vittime sono quasi esclusivamente uomini, di età media sulla trentina, suddivisi tra manifestanti pacifici, membri delle forze dell’ordine e manifestanti poco pacifici provenienti dalla galassia delle organizzazioni più o meno radicali del nazionalismo ucraino, in buona parte originari dalle regioni centro-occidentali del paese (1)

Per quanto riguarda la sparatoria di Maidan esistono due versioni contrapposte.
Quella ufficiale vuole che ad aprire il fuoco, martedì 18 e giovedì 20 febbraio, siano state le forze speciali BERKUT vicine all'ex presidente Yanukovich.
La versione alternativa parla di cecchini provenienti da Polonia, Scandinavia, paesi baltici e Georgia che avrebbero sparato sia sulla folla che sulle forze dell’ordine.
Un atto deliberatamente organizzato per far crescere la tensione, addossare le responsabilità della strage al presidente e costringerlo alle dimissioni come effettivamente avviene pochi giorni dopo.
Ci sono testimonianze e prove a sostegno di entrambe le versioni.
Decine di ricostruzioni fatte sulla base di singoli filmati in cui un’inquadratura, un’angolazione, un elemento secondario come un casco, un indumento o un’arma, vengono utilizzati per sostenere tesi particolarmente articolate e diametralmente opposte tra di loro.
Mille tinte e mille sfumature che contrastano l’una con l’altra per poi confondersi impercettibilmente.

Intanto, la diplomazia USA non rimane a guardare.
Nel dicembre del 2013, quasi tre mesi prima della caduta di Yanukovich, tre settimane dopo le prime proteste di piazza, viene intercettata una telefonata tra il portavoce del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland e l’ambasciatore americano a Kiev Geoffrey Pyatt.
Tutti i giornali riportano quel “Fuck the EU!” esploso da Nuland ma ne trascurano il contesto.
Nel corso della conversazione, confermata come autentica anche dalle parti in causa (2), Nuland sostanzialmente impone Arsenij Yatsenjuk - chiamato affettuosamente “Yats” - come primo ministro del governo ucraino che succederà a quello in carica.
Pyatt vorrebbe riservare un ruolo di rilievo all’interno del governo all’ex pugile Vitalij Klitshko ma cede ai desideri dell’ex collaboratrice di Cheney.
Al momento del mio atterraggio a Kiev il 26 maggio 2014, Yats ricopre la carica di primo ministro ormai da qualche mese, Klitsch è stato appena eletto sindaco della capitale.

Mentre Andrij mi porta all’hotel Bol’shevik, nell’est del paese sta partendo quella che le autorità chiamano “operazione anti-terrorista" contro i separatisti di Donetsk e Lugansk per mano dell'esercito ucraino.
A fine gennaio manifestanti pro-Maidan hanno occupato edifici pubblici in alcune regioni occidentali richiedendo le dimissioni dei governatori locali, accusati di essere collusi con la politica filo-russa del presidente.
Ad aprile ribelli filo-russi hanno preso il controllo del palazzo governativo di Donetsk e dichiarato la nascita della Repubblica Popolare di Donetsk.
Il governo ucraino non ci sta.
Dopo aver subito la sottrazione della penisola di Crimea a marzo, risponde all’iniziativa dei separatisti con un vero e proprio intervento militare.
Piovono bombe sull'aeroporto nuovo di zecca inaugurato appena due anni prima in occasione degli europei e dagli elicotteri volano razzi su alcune zone della città.
Donetsk conta circa un milione di abitanti ed è la quarta città del paese per popolazione residente.

Il 27 maggio vado in fiera.
L’esposizione è strutturata su 3 padiglioni, un salone intero è dedicato al mobile italiano, una hall più piccola presenta i produttori locali e dell’est europa mentre noi esponiamo nella sala dedicata agli accessori che è sempre molto visitata.
C’è un’atmosfera più informale rispetto alla fiera di Milano o di Colonia.
La gente gira per i corridoi in pantaloncini o in sandali, l’unico che gocciola in giacca e cravatta sono io.

Incontro un cliente.
Si chiama Kirill e lavora con la moglie Viktoria per un'azienda che ha la sede centrale a Kharkov, vicino al confine russo.
Gestiscono la filiale di Kiev che cura le regioni centrali.
Kirill ha circa 35 anni, capelli castani e lisci, barbetta rada, carnagione olivastra e addome prominente.
Viktoria è la classica bellezza slava.
Bionda con gli occhi azzurri striati di verde, ha la pelle chiara e le guance spruzzate di lentiggini.
Indossa un completo bianco, la giacca aperta su una scollatura vistosa.
E’ la classica coppia per cui, da uomo, ti chiedi come faccia una tipa così a stare con un tipo così…
Amano l’Italia, visitano il nostro paese appena possibile per mangiare bene e fare shopping.
Mi dicono che Poroshenko è stato sì eletto ma che a causa dei disordini nelle regioni orientali, in alcuni casi veri e propri scenari di guerriglia, cinque milioni di persone non hanno potuto votare, circa il 18% degli aventi diritto.
Kirill non è filo-russo.
Non parla ucraino ma si sente tale e vorrebbe vivere in un paese libero da ingerenze straniere.
“Russi, americani, europei… lasciateci in pace”

Parliamo di lavoro, data la grande incertezza, il mercato non sta andando molto bene.
Poco dopo passa Niko, il titolare di un’azienda di Donetsk.
Niko è di origine armena, è alto e secco ed ha la carnagione scura, parla in russo con un forte accento.
Senza tradire particolari emozioni, mi racconta che il venerdì precedente stava uscendo in macchina dalla città per venire in fiera ed è stato fermato dalla polizia ad un posto di blocco.
Non facevano passare nessuno perché nei paraggi si sparava e si bombardava.
Non ha minimamente pensato a tornare indietro, ha imboccato strade secondarie in mezzo ai campi finché non ha aggirato la zona di guerra per poi imboccare la strada.
“Ma in città com’è la situazione?”
Risponde come se stesse parlando dei nuovi modelli di cucine
“Mah, c’è un po’ di tutto… qua si lavora, là si spara e due strade più in là le mamme passeggiano con i bambini”.

L'indomani arriva il titolare dell'azienda di Kharkov, Leonid, accompagnato dalla moglie Lina.
Leonid ha circa 55 anni, è grande e grosso, ha il cranio rasato e scintillante.
Ha il senso degli affari tipico di molti ebrei, ha iniziato a commercializzare scarpe dopo il crollo dell’Urss, poi alla fine degli anni ’90 si è messo a vendere ferramenta per mobili.
Ama la musica, a casa ha un impianto stereo da 100.000 euro.
Mentre a Kiev la gente manifestava per strada, a novembre ho passato una serata in estasi sul suo divano circondato da due casse Burmeister.
Ha grande simpatia per me e mi parla sempre di Eric Clapton.
La moglie, Lina, è una bella donna sulla cinquantina, con la pelle lucida e levigata.
Forse si scambiano le creme idratanti.
Veste in giallo e verde pastello, fa un po’ di fatica a muoversi sul tacco 16 con plateau.
Alla sera andiamo a cena in cinque.
Kirill e Viktoria, Leonid e Lina più il sottoscritto.
Arriviamo al ristorante Bol’shevik e ci accomodiamo.
La sala è molto ampia e arredata con cura, in fondo alla stanza, separate da una parete di vetro, ci sono delle cisterne metalliche per la fermentazione della birra, un impianto Made in Germany inaugurato da poco.
Parliamo in russo tra di noi.
Si discute di lavoro, la fiera sta andando inaspettatamente bene. La gente ha una disperata voglia di normalità, preferisce concentrarsi sul lavoro che pensare alla guerra.
Che si fa sentire.
Hanno già alzato l'età dei riservisti da 45 a 55 anni.
Il padre pensionato di Viktoria - la moglie di Kirill - è stato richiamato nell’esercito e sta facendo le visite mediche.
E’ possibile che finisca a combattere nel Donbass contro i separatisti filo-russi.
Leonid è ottimista.
Dice che Poroshenko, da bravo businessman, si metterà sicuramente d’accordo con Putin.

Lina non trattiene il suo odio per il presidente russo: ha rovinato l’Ucraina e si è pure fregato la Crimea.
Uno sconosciuto seduto dietro di noi assieme alla sua famiglia si presenta e le stringe la mano.
Condivide in pieno quello che dice.
L’astio di Lina non è soltanto legato a questioni patriottiche o territoriali.

Crimea, Donetsk e Lugansk sono zone ricche, il fatto che siano sparite improvvisamente dal network di vendita si fa sentire sui bilanci.

Le chiedo se 6 mesi fa odiasse così profondamente la Russia e Putin.
Sorride e risponde che no, non ci pensava nemmeno.
Domando se secondo loro la lingua più parlata in Ucraina sia il russo o l'ucraino.
Solo Lina sostiene che sia l'ucraino, benché lei parli in un russo molto pulito, senza ghe aspirata, che è un tratto distintivo dell’ucraino, un po’ come la c aspirata dei fiorentini.
Aggiunge che la lingua ucraina è sempre stata considerata meno prestigiosa rispetto al russo, indice di appartenenza ai ceti più bassi e quindi utilizzata con una certa vergogna al di fuori dei contesti familiari.
Ci salutiamo e andiamo a dormire.
La serata è tiepida, il cielo limpido e ancora chiaro.

Il 29 maggio passa nello stand un cliente di Odessa, Sasha, un personaggio particolare.
55 anni ben portati, non beve e non fuma, crede a tutte le teorie complottiste.
Per lui è sempre colpa degli americani.
Abita in una casa di 400 metri quadri, nel salotto è appeso un ritratto di Stalin un po' abbellito, la mano destra non denota menomazioni.
Ha un regalo per me: un libro in cui si teorizza che il russo è la madre di tutte le lingue.

Secondo lui io mi chiamo Jurij...

Sasha vuole raccontarmi un po' di cose e la sera mi invita a cena.
In macchina gli chiedo se possiamo passare per Maidan.
Cede dopo qualche insistenza.
Parcheggiamo poco fuori dalla piazza.
E’ più piccola rispetto a come me la immaginavo.

Maidan è circondata ancora dalle barricate.
Copertoni d'auto, cumuli di sanpietrini, barriere metalliche.
Ci sono carcasse di blindati ed auto bruciate.
Tende ed accampamenti.
Accanto ad uno degli ingressi sono affisse le fotografie dei morti di febbraio.
Molti i giovani sotto i trent'anni.
L’atmosfera è un mix tra una sagra e una veglia.

Circolano tanti personaggi strani, un po' loschi, vestiti con abbigliamento militare, alcuni sono lì accampati a fare niente.
Altri passeggiano, si godono la bella serata e si guardano intorno con curiosità, come facciamo noi.
La gente parla in russo e in ucraino.
Nelle bancarelle vendono souvenir, tazze con Putin col baffo da Hitler, spille e toppe con slogan contro la Russia.
Sulle griglie cuociono panini e spiedini.
La Casa dei Sindacati, adiacente alla piazza, è un immenso rudere macabro, una facciata completamente annerita dal fuoco di quei giorni, il lato esterno coperto da un'enorme bandiera giallo-blu su cui campeggia lo slogan "un'unica patria" in russo ed in ucraino.

C'è ancora il palco che si veniva ripreso durante i collegamenti televisivi, è più piccolo visto dal vivo.
Una ragazza sta suonando al piano una melodia struggente.
Maidan sembra un mausoleo.

Andiamo a cena e poi Sasha mi riporta in albergo.
Per la prima volta in questi giorni decido di accendere la tv.
La prima schermata è su X-Sport.
Un sottotitolo in russo annuncia che tutte le stelle dello sport Ucraino sostengono l'esercito nazionale.
Carrellata di personaggi che rilasciano dichiarazioni da sportivi.
Calciatori africani che giocano nel campionato locale portano al collo la bandiera ucraina, sorridono felici.
Faccio un po' di zapping.
Quasi tutti i canali hanno la bandiera ucraina con la scritta "un 'unica patria", principalmente in ucraino, un paio anche in russo. Altri hanno solo la bandiera. Un servizio su un telegiornale mostra le lunghe file di civili che vanno a donare il sangue per i militari dell'esercito di Kiev impegnato nel Donbass.

Non riesco a dormire.
Inizio a scrivere.
Alle 4 della mattina viene a prendermi un taxi per andare in aeroporto.
L'autista si chiama Aleksandr.
Gli faccio le stesse domande che avevo rivolto ad Andrij 5 giorni prima. Stesse identiche risposte. Neanche si fossero telefonati per mettersi d'accordo.
Ha fiducia in Poroshenko perché è ricco, quindi non ha bisogno di rubare.
Mi parla del costo della vita che è quasi raddoppiato.
Alimentari più cari almeno del 20%. Tariffe delle bollette aumentate del 40% dal primo maggio. Cifra destinata a salire, poiché direttamente legata al prezzo della benzina.
Gli chiedo degli americani.
Brava gente, come gli europei.
Dice che guadagna di meno perché ci sono meno stranieri. Zero russi, pochi europei.
Di solito in primavera ed in estate gli alberghi della capitale ucraina sono pieni di turisti della classe media russa.
Ottimo servizio, bellissima città e prezzi irrisori rispetto a Mosca.  Anche lui ce l'ha a morte con Putin. Il nuovo Hitler.
Pravyj Sektor poca roba, qualche bravo ragazzo e qualche mela marcia.

È comunque fiducioso, il popolo ucraino ce la farà.
Passiamo accanto ad un pilastro su cui è adagiato un gigantesco pallone da calcio. Stiamo uscendo dalla città e questo residuo dei campionati europei del 2012 ce lo segnala.
Condivido queste mie riflessioni con Aleksandr che commenta ad alta voce che allora c'era tutt'altra atmosfera mentre adesso è in corso una guerra. Stiamo per arrivare in aeroporto e non ho più domande da fare.
Aleksandr mi chiede cosa ne penso.
Di cosa?
Di noi, dell’Ucraina.
Per me la situazione in Ucraina è un tasto dolente.
Se mi ci sono voluti 15 anni di viaggi e soggiorni per apprezzare la Russia, in Ucraina mi sono subito trovato a mio agio.
Ospitalità slava, standard architettonici e qualità dei servizi in linea con quelli europei.
Mi dispiace moltissimo, anche per le persone che conosco e che vivono nell'est del paese.
Questa situazione fa comodo anche a Putin ed ai gruppi di potere che lo supportano.
Mai come adesso ha goduto di un consenso interno così vasto.
L'orgoglio nazionale sta risorgendo prepotentemente.

Il rating di popolarità per il presidente russo è salito vertiginosamente dopo l'annessione della Crimea che è stata accolta con entusiasmo dall'opinione pubblica.
Vladimir Vladimirovic ha mostrato tenacia e fermezza nella difesa degli interessi russi nei confronti del mondo intero.

Dopo oltre vent'anni di orgoglio ferito, finalmente la Russia torna ad essere una potenza non più disposta ad abbassare lo sguardo di fronte alle ingerenze da parte del mondo occidentale, Usa in primis, in quelli che storicamente sono ritenuti territori russi.

La principale libreria moscovita, Dom Knigi, ospita un'area centrale dedicata all'Ucraina ed un'intera parete alla sola Crimea, territorio che Khruschev "regalò" all'RSS Ucraina nel 1954.

Per anni ho assistito a talk-show russi particolarmente seri ed approfonditi in cui si discuteva del perché la Russia non potesse aspirare agli standard qualitativi europei.
Punti interrogativi di un paese alla ricerca di una via di sviluppo, il problema endemico dibattuto sin dal 1800, la questione del famoso "impianto senza motore".
Ora la prospettiva sembra essere ribaltata, Europa e Stati Uniti sono paesi che non hanno nulla da insegnare e di cui bisogna diffidare.

Faccio presente al taxista che soltanto 7-8 mesi prima nessuno andava in giro in macchina con la bandiera ucraina.
In Tv non compariva la bandiera gialloblu.
Non si leggevano slogan di alcun tipo.
Adesso siamo tutti contrapposti.
Ucraini e russi.
Russi ed europei.
Russi ed americani.
Il taxista annuisce.
Gli faccio presente che per tutta l'Ucraina ho sempre parlato tranquillamente in russo e che fino a 6 mesi prima russi e ucraini mi parlavano di rapporti fraterni, non c'era alcuna distinzione, tranne che nelle regioni occidentali, al confine con la Polonia.
Tutti mi ripetevano serenamente che russi e ucraini sono [erano] la stessa cosa.
L’autista guarda la strada, annuisce meccanicamente.
Ormai siamo arrivati, Alexandr mi porta le valigie all'ingresso del terminal e ci salutiamo. In aeroporto c'è poca gente. Pochissimi stranieri, una dozzina di americani. Tutti uguali. Sulla cinquantina, scarpe e pantaloni larghi, fisici asciutti e ben torniti, capelli rasati ai lati.

Ho bisogno di dormire.
Decollo da un paese in guerra per fare scalo presso la locomotiva d'Europa a Monaco di Baviera.
Riparto quasi due ore dopo.
Salito a bordo, l'hostess mi porge con il consueto sorriso di cortesia il Corriere Della Sera di sabato 31 maggio.
Lo sfoglio con attenzione, nemmeno una riga su quello che sta succedendo a 2000 chilometri da casa nostra.

1) https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_people_killed_during_the_Revolution_of_Dignity 2) https://www.bbc.com/news/world-europe-26079957 https://www.youtube.com/watch?v=kGq_Xvzn_3I https://www.theguardian.com/world/video/2014/feb/07/eu-us-diplomat-victoria-nuland-phonecall-leaked-video

lunedì, marzo 14, 2022

Canzoni per l'8 marzo


Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione dell'8 marzo.

Una triste garanzia che con malefica costanza si ripete ogni anno, senza significativi cambiamenti.
Una donna uccisa ogni tre giorni in Italia, incalcolabili i casi di violenze domestiche, soprattutto in due anni di pandemia che hanno acuito il problema, impedendone però l'effettiva emersione a causa degli ovvi problemi logistici.
Difficile da dire, ma cerchiamo di farlo esplicitamente, come è uso in questa rubrica, senza finti buonismi: non dimentichiamo quanto il problema sia altrettanto o ancora più drammaticamente diffuso all'interno di alcune comunità straniere, culturalmente ancorate a concezioni ataviche che non contemplano la parità tra uomo e donna e che mantengono una chiusura ermetica e impermeabile rispetto alla possibilità di evoluzione socio culturale.

Un dramma cui si cerca di fare fronte con la legge, le regole, la punizione ma che finisce per scontrarsi con un retaggio culturale che nonostante lenti progressi non riesce a mutare lo stato delle cose.

Alla base c'è il solito concetto: educazione, cultura del rispetto, condivisione, egualitarismo.

Che si impara in famiglia, a scuola, leggendo, ascoltando il prossimo, gli amici, le amiche, confrontando opinioni (non polarizzando le posizioni, sport preferito nei social, passati da mezzo di incontro a campo di battaglia in cui sfogare i peggiori istinti). Ma anche la musica può aiutare. Se non altro a capire.

In questa sede propongo una serie di canzoni adatte all'Otto Marzo ma che non tutti conoscono e che spesso arrivano da un lontanissimo passato in cui alle donne era perfino vietato votare o vivevano in luoghi in cui il colore della pelle era ulteriore motivo di discrimine o ancora in cui la violenza subita era prassi quotidiana e “normale”.
Non solo quella fisica ma quella psicologica, a casa, sul posto di lavoro, nel tessuto sociale.

Nel 1924 la blues woman Gertrude Ma Rainey in “Cell Bound Blues” ribalta la consueta narrazione in cui un uomo uccide la sua donna e sostanzialmente racconta che quando il suo compagno le comunica che l'avrebbe abbandonata e incomincia a picchiarla, lei, stanca dei soprusi, impugna una pistola, gli spara e lo uccide. Conseguenza, estrema e drammatica, ovviamente inaccettabile nelle modalità ma che cento anni fa, cantato da una donna nera, ancora più scandalosa da un punto di vista antropologico.

Più sottile Billie Holiday nel 1935 nel brano “You let me down” in cui in modo algido lamenta la fine di una relazione, imputando al compagno di averla semplicemente delusa, “quanto mi hai delusa”, dopo averle fatto credere di essere “un angelo”, che l'avrebbe sposata e l'avrebbe ricoperta di diamanti e portata in paradiso.
L'attivista politica e studiosa Angela Davis ne ha fatto un'analisi molto approfondita, rilevando come le parole siano in realtà una critica al maschilismo e ai suoi cliché, demistificando il ruolo della donna concepita come “angelo”, da ricoprire di ricchezza e da mettere su un piedistallo, come un oggetto, deprivato di anima e contenuti.

Un'altra grande voce del blues è stata quella di Bessie Smith che nel 1923 liquidava il marito in modo perentorio nel brano “Sam Jones Blues” dichiarando palesemente la propria indipendenza:
"Sono libera e vivo sola ora.
Non ho bisogno dei tuoi vestiti, non ho bisogno del tuo affitto, anche se non sono ricca. Mi sono guadagnata le mie scarpe scintillanti.
Dammi la chiave della mia porta.
Perché quel campanello non dice più Sam Jones, no.
Non stai parlando con la signora Jones.
Stai parlando con la signorina Wilson, ora”.


Già negli anni Trenta le donne avevano problemi a conciliare maternità e lavoro.
Lo rileva Marilyn Major nella canzone “Ballad of a working woman” con parole esplicite, durissime e tristementi attuali:
“I miei figli erano solo bambini, quando il loro papà è andato via. Così ho appeso il mio grembiule e sono andata a lavorare. Mi hanno messo nel turno di notte, a lavorare su una grande macchina.
Sono una madre lavoratrice, che lavora sodo per guadagnare a modo mio. Dormo quasi metà della giornata. Dicono che dovrei essere felice, che la mia paga non è troppo male.
Dimenticano che sono l'unico genitore, che i miei figli abbiano mai avuto.
Con il passare degli anni ho imparato il mio lavoro e anche metà del lavoro maschile.
A loro piaceva farmi usare i loro strumenti, solo per vedere cosa sapevo fare.
Mi avrebbero dato una pacca sulla figa e mi dicevano che ero bella.
Sono andata dal caposquadra e gli ho detto delle mie capacità, se potevo ottenere quel lavoro, mi avrebbe aiutato a pagare i miei conti. Il caposquadra, ha detto, tesoro, non possiamo farlo.
Vedi, quel lavoro è per un lavoratore che ha una famiglia
”.

Ma se andiamo ancora più indietro arriviamo addirittura nel 1.880.
Sulle note di una canzone country tradizionale, “Auld lang Syne”, D.Estabrook scrisse “Keep the woman in her sphere”. Anche in questo caso, 150 anni dopo, le parole sono tremendamente attuali:
“Ho un vicino, uno di quelli non molto difficili da trovare, che sa già tutto senza bisogno di un dibattito e senza cambiare mai idea. Gli ho chiesto "E i diritti delle donne?" Ha risposto severamente "La mia mente ha già deciso, mantieni la donna nella sua sfera.
Gli ho chiesto "Non dovrebbe votare la donna?"
Ha risposto con un ghigno: "Ho insegnato a mia moglie a conoscere il suo posto, mantieni la donna nella sua sfera".
Ho incontrato invece un uomo serio e premuroso, alcuni giorni fa, che ha meditato in profondità su tutta la legge umana e la verità onesta da sapere.
Gli ho chiesto "Che ne è della causa della donna?" "
I suoi diritti sono gli stessi dei miei, lascia che la donna SCELGA la sua sfera."

Nel 1963 Lesley Gore ottenne un grande successo negli Stati Uniti ancora parecchio bigotti e refrattari a particolari aperture. “You don't owe me” è una canzone dal taglio risolutamente femminista:
“Tu non mi possiedi.
Non sono solo uno dei tuoi tanti giocattoli.
Non dire che non posso andare con altri ragazzi.
E non dirmi cosa fare.
Non dirmi cosa dire.
Non cercare di cambiarmi in alcun modo.
Tu non mi possiedi.
Sono giovane e amo essere giovane.
Sono libera e amo essere libera.
Per vivere la mia vita come voglio.
Per dire e fare quello che mi pare.
Quindi lasciami essere me stessa”
.

In Italia la tradizione dei canti in cui i diritti delle donne sono in primo piano, spesso attraverso metafore, altre volte in modo più diretto, è forte e lunga.
“Mamma vi l’haiu persu lu rispettu” è tra i grandi successi di Rosa Balistreri, cantautrice siciliana, ribelle, una vita disastrata e violenta, spesso vittima di soprusi dei compagni, del padre, dei parenti.
E' un canto tradizionale, storia di una ragazza disperata, per avere mancato di rispetto alla madre, avendo fatto salire il suo innamorato dalla finestra di nascosto.
“Ma si sappia che me lo terrò stretto, perché nubile e vecchia non voglio restare. Vorrà dire che faremo la “fujtina” (la fuga d’amore). Poi, se Dio vorrà, ci sposeremo”.

Voglio concedere un breve spazio anche a un uomo.
Il grande poeta e musicista Gil Scott Heron nell'album “I'm new here” del 2010 interpretò il brano del bluesman Robert Johnson “Me and the devil”, in cui il protagonista descrive il demonio che si impossessa di lui quando è ubriaco e che lo porta a picchiare la sua compagna.
Ma Gil sostituì il verso “picchierò la mia donna finché non sarò soddisfatto”, con “vedrò la mia donna...” perché, disse, “sono stato allevato da mia nonna e da mia mamma e ho sempre avuto un profondo rispetto per le mie compagne e per tutte le donne. Anche se metaforica, non avrei mai potuto cantare una cosa così orribile”.

Lasciamo la conclusione a quella che, nella sua semplicità, è la canzone simbolo del rispetto per le donne.
La cantò Aretha Franklin nel 1967, si chiama “Respect”.
Ma nacque due anni prima dalla penna di un altro grande esponente della black music, Otis Redding, che la intendeva come metafora del rispetto nei confronti degli afro americani.
L'interpretazione di Aretha, declinata al femminile, divenne un inno femminista:
“Tutto quello che chiedo è un po' di rispetto quando torni a casa.
Non ho intenzione di farti dei torti mentre sei via.
Non ti sbagli perché non voglio.
Rispetto, scopri cosa significa per me.
Inizia quando torni a casa o potresti entrare e scoprire che me ne sono andata”
.

Sarebbero sufficienti queste poche parole per risolvere buona parte del problema. Un concetto molto semplice e non particolarmente difficile da applicare nella quotidianità.
Rispetto.
Reciprocità, unità di intenti, obiettivi comuni, diversi corpi ma la stessa mente.


E molto probabilmente le tristi statistiche con cui abbiamo iniziato sarebbero solo un lontano ricordo di un passato primitivo e dimenticato.

domenica, marzo 13, 2022

Not Moving LTD - Love Beat Tour 2022


Presto nuove date e info qui:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

Sabato 26 marzo: Milano “C.I.Q.”
https://www.facebook.com/events/510490263976397
Venerdì 1 aprile: Pisa “Caracol”
https://www.facebook.com/events/507189164136088
Sabato 2 aprile: La Spezia “Skaletta”
https://www.facebook.com/events/3109248252722182 Venerdì 8 aprile: Torino “Blah Blah”
https://www.facebook.com/events/700892657575054
Sabato 9 aprile: Lonate Ceppino (Varese) “Black Inside”
https://www.facebook.com/events/250642747285185
Venerdì 15 aprile: Roma “Trenta Formiche”
Sabato 16 aprile: Pomigliano d'Arco (Napoli) "First Floor"
Sabato 30 aprile: Fontanafredda (Pordenone) “Astro Club”
Sabato 4 giugno: Bologna “Frida”
Venerdì 1 luglio: Sesto Fiorentino (Firenze) “Limonaia”

sabato, marzo 12, 2022

Soul a Germi - Milano
Soul a Radio Onda D'Urto - Brescia



Domani alle 21 a RADIO ONDA D'URTO Brescia.
Intervista di Mickey E. Vil per SOUL.

Brescia 99.6Mhz
Milano 98.0Mhz
Live: http://www.radiondadurto.org/ascoltaci
Mobile: TuneIn (Radio Onda D'Urto)
Sito: http://mysterytour.radiondadurto.org

https://www.facebook.com/events/369227848366642


GIOVEDI' 17 marzo alle 19
MILANO
GERMI
Via Cicco Simonetta 14/A

Antonio Bacciocchi presenta: “Soul”
Modera l’incontro Stefano Girardino

https://www.germildc.it/evento/17-marzo-soul-di-antonio-bacciocchi/

venerdì, marzo 11, 2022

Mattia Dossi - Educazione Skinhead


Esilarante, talvolta in maniera travolgente (vedi l'episodio "Jimmy"), serie di tavole dedicate alle disavventure alcoliche, concertistiche, sentimentali, rissaiole di uno skinhead (che, pare, assomigli molto all'autore, attivo da tempo nella scena).
Artisticamente vicino al tratto di Zerocalcare ma molto personale.
Libretto preziosissimo e pressochè unico.

"L'arte prodotta dagli skinhead non ha ancora ricevuto gli approfondimenti che merita, come invece è avvenutoper quella nata negli ambienti contigui, a partire dalla scena punk".
(Flavio Frezza - Crombie Media)

Mattia Dossi
Educazione Skinhead
HellNation / RedStar press
16 euro

giovedì, marzo 10, 2022

Nick Hornby - Tutta un'altra musica


Romanzo minore ma ugualmente azzeccato per l'autore di gioielli (irripetuti) come "Alta fedeltà" e "Febbre a 90".

L'ossessione per un musicista scomparso dalla circolazione è il pretesto per distruggere una relazione che durava da quindici anni.
Ma un colpo di scena gustoso e inaspettato (e geniale) spariglia le carte e indirizza il racconto in una direzione imprevedibile.

Taglio divertente e divertito ma molto amaro (quasi disperato, a tratti) e malinconico.
In mezzo le idiosincrasie di "noi" malati di musica e una dotta citazione al mondo Northern Soul.
Molto gradevole e leggero.

Nick Hornby
Tutta un'altra musica
Guanda 2009
315 pagine
13 euro

mercoledì, marzo 09, 2022

Intervista a Peter Zaremba


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.


Le precedenti puntate sono qui:

Negozi di dischi:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/negozi-di-dischi-new-york-rebel-rouser.html

Marijuana a New York:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/marijuana-new-york.html

I locali di New York:
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/i-locali-di-new-york.html

New York for Free
https://tonyface.blogspot.com/2022/01/new-york-for-free.html

Sid Vicious a new York
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/sid-vicious-new-york.html

Topi a New York
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/topi-new-york.html

Fentanyl
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/fentanyl.html

Strumenti musicali
https://tonyface.blogspot.com/2022/02/negozi-di-strumenti-musicali-new-york.html

Electric Lady Studios
https://tonyface.blogspot.com/2022/03/electric-lady-studios.html

Due chiacchere veloci con un amico nonché mio testimone di nozze Peter Zaremba.
Newyorkese DOC classe 1955, nato nel Queens e dal 1976 frontman della party band per eccellenza i Fleshtones.

W) Ricordi il primo concerto che hai visto a NYC? e il primo live con i Fleshtones?
P) Certo ricordo che il primo concerto sono stati i Young Rascals.
Mi ha portato mia sorella maggiore, non ero un loro fan!
Invece il primo spettacolo pubblico dei Fleshtones (non un party casalingo) fu al CBGB, credo il 17 maggio 1976.
Era la notte delle audizioni.
Ci è stato chiesto di tornare a fare di nuovo l'audizione! (nessuna retribuzione).

W) Quale è la zona di New York City che preferisci?
P) Amo Greenpoint, la zona di Brooklyn dove viviamo, e il centro di Manhattan come il Greenwich Village e la vecchia area finanziaria intorno a Wall Street.

W) Cosa ascolta oggi Peter Zaremba? E al momento quale gruppo newyorkese consiglieresti?
P) Per lo più ascolto la musica nella mia mente, e la mia band preferita di New York City sono i Daddy Long Legs, ovviamente.

W) Ricordi il vostro primo tour in Italia? Hai una band italiana preferita?
P) Non dimenticherò mai il nostro primo viaggio in Italia, specialmente a Milano quando i fan mi hanno strappato la maglietta dalla schiena durante lo spettacolo - veri fan!
Gruppi italiani preferiti?
Forse due: The Vindicators di Bassano (con loro abbiamo registrato una canzone l'anno scorso, la nostra prima in italiano) e LuverObeat (ho fatto un po' di canto e armonica anche nel loro ultimo album!).

W) E' Vero che condividevate la sala prove con i Cramps in Bowery?
P) Sì, siamo stati abbastanza amichevoli con i Cramps, almeno quanto potresti esserlo tu con loro.
Abbiamo condiviso una cripta di pietra (davvero) come saletta prove sotto un vecchio edificio in Bowery.
Era stato affittato dalla fotografa rock Stephanie Chernokowski.
Una notte io, Marek Pakulkski il nostro bassista e Jon Quinn (il mio amico della scuola d'arte che mi ha aiutato a inventare il nome Fleshtones) stavamo facendo delle registrazioni "sperimentali" sul vecchio registratore a bobina Voice Of Music della mia famiglia.
Non ci siamo fermati fino a dopo l'alba e il giorno successivo Stephanie ha cacciato i Fleshtones dalla saletta.
Ci siamo trasferiti attraverso Bowery fino al seminterrato di Billy Piano.
Epilogo: la settimana dopo che abbiamo lasciato la cripta di Stephanie c'è stato un temporale spaventoso.
La cripta di Stephanie si è allagata completamente. Non riesco a ricordare perché sono tornato, ma ricordo che Lux ci mostrava tutti i suoi amplificatori e le sue apparecchiature che fluttuavano in giro.

W) Parlaci del tuo programma radiofonico?
P) Sono molto orgoglioso di far parte del talentuoso programma radio Little Steven's Underground Garage.
Ogni sabato sera a mezzanotte sono MC per Count Zaremba's Crypt annuncio musica garage, indie, vecchio rock and roll, soul e gruppi vocali.
Una volta al mese presento il mio speciale di un'ora "Fright Night With The Count" dove scelgo e suono tutti i tipi di rock and roll inquietante: vampiri, zombi, lupi mannari, streghe, mostri e alieni dello spazio esterno sono i benvenuti!

13 domande veloci su New York City e non solo:
-Migliore ristorante? Il Forno, Maspeth ma amo molto anche Roberta's, Bushwick
-Migliore negozio di dischi? la Ciruela Electrica, Tijuana, (BCMX)
-Migliore parco? McGorlick Park, Greenpoint
-Migliore band? The Fleshtones
-Migliore locale? The Hanger, Troy (NY) ma AMO i club di tutto il mondo.
-Migliore radio? Little Steven's Underground Garage, WCOZ New Orleans
-Migliore panino? Il fantastico panino caldo "LOMO", a una fermata dell'autostrada sulla strada per i Paesi Baschi da Madrid, non ricordo il nome (Area e qualcosa tipo un numero) all'uscita Boceguillas, è un MUST. Chiedi una tazzina di "CALDO" da abbinare al panino.
-Migliore museo? El Prado
-Migliore cimitero? Mount Olivet Cemetery, Maspeth NY
-Migliore spiaggia? Goldeneye, Jamaica
-Migliore bottega? Ca'deVin, Ravenna
-Migliore negozio di alcolici? Il duty-free al Wade International Airport nelle Bermuda ottimo prezzo per il Gosling's Black Label Rum!
-Migliore cosa su New York City? Walking around.

martedì, marzo 08, 2022

8 marzo
Ballad of a working mother
Sisters O Sisters


Marilyn Major nella canzone “Ballad of a working mother” parla con parole esplicite, durissime e tristementi attuali della condizione della donna, madre e lavoratrice:

“I miei figli erano solo bambini, quando il loro papà è andato via.
Così ho appeso il mio grembiule e sono andata a lavorare.
Mi hanno messo nel turno di notte, a lavorare su una grande macchina.
Sono una madre lavoratrice, che lavora sodo per guadagnare a modo mio.
Dormo quasi metà della giornata.
Dicono che dovrei essere felice, che la mia paga non è troppo male.
Dimenticano che sono l'unico genitore, che i miei figli abbiano mai avuto.
Con il passare degli anni ho imparato il mio lavoro e anche metà del lavoro maschile.
A loro piaceva farmi usare i loro strumenti, solo per vedere cosa sapevo fare.
Mi avrebbero dato una pacca sulla figa e mi dicevano che ero bella.
Sono andata dal caposquadra e gli ho detto delle mie capacità, se potevo ottenere quel lavoro, mi avrebbe aiutato a pagare i miei conti.
Il caposquadra, ha detto, tesoro, non possiamo farlo.
Vedi, quel lavoro è per un lavoratore che ha una famiglia”
.

https://www.youtube.com/watch?v=uKmhwHmXVMw


Sisters, O Sisters è un brano di Yōko Ono, "la lettera aperta di Ono alle sue sorelle oppresse" (John) pubblicato su singolo nel 1972 come B-side del 45 giri Woman Is the Nigger of the World di John Lennon, incluso nell'album Some Time in New York City della coppia.

https://www.youtube.com/watch?v=xxeyDmR6jbs

Abbiamo perso la nostra terra verde
Abbiamo perso la nostra aria pulita
Abbiamo perso la nostra vera saggezza
E viviamo nella disperazione

Sorelle, o sorelle
Alziamoci subito
Non è mai troppo tardi
Per iniziare dall'inizio
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo

E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a chiedere
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo
Questo è ciò che viviamo per ora
Saggezza, o saggezza
Questo è ciò che chiediamo
Questo è ciò che viviamo per ora

Sorelle, o sorelle
Svegliamoci subito
Non è mai troppo tardi
Per gridare dal nostro cuore
Libertà, o libertà
Questo è ciò per cui combattiamo
E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a combattere
Libertà, o libertà
Questo è ciò che chiediamo Questo è ciò che viviamo per ora

Sorelle, o sorelle
Non molliamoci più
Non è mai troppo tardi
Per costruire un nuovo mondo
Nuovo mondo, o Nuovo mondo
Questo è ciò per cui viviamo
E sì, mie care sorelle
Dobbiamo imparare a vivere
Nuovo mondo, o Nuovo mondo
Questo è ciò per cui viviamo
Questo è ciò che ora dobbiamo imparare a costruire

lunedì, marzo 07, 2022

Racconti dall'ex Urss: Ucraina - Febbraio 2022


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Febbraio 2022

Da un paio di mesi sto preparando una trasferta a Kiev.
Il primo marzo inizia la fiera del mobile KIFF, appuntamento del settore molto sentito e partecipato che mi permette oltretutto di incontrare clienti provenienti dal resto del paese, in particolare da Kharkov, L’vov, Odessa e Dnipropetrovsk.

Oltre ad una serie di incontri, sto pianificando una giornata di training con il cliente di Kiev.
Il mio referente è Maksim, un ragazzo originario di Lugansk, città nell’est del paese da otto anni congelata in una guerra quotidiana di cui non parla nessuno e di cui importa solo a chi ci vive o ci combatte.
Lugansk si trova a circa 40 km dal confine con la Russia, è stata fondata da un imprenditore britannico che nel 1795 ha iniziato la costruzione di una fabbrica metallurgica in prossimità di un insediamento di cosacchi e prende il nome dal vicino corso d’acqua Lugan.
Il campione olimpico di salto con l’asta Sergej Bubka è originario di Lugansk, che dal 2014 è diventata la Repubblica Popolare di Lugansk.
Oggi è sotto la giurisdizione dei separatisti filorussi e ogni giorno è teatro di scontri armati, sparatorie e bombardamenti da parte delle forze filogovernative di Kiev che cercano di riprendere il controllo dell’area a cui rispondono le milizie locali. Conta circa 400.000 abitanti.

Maksim vive a Kiev da una decina di anni, alcuni parenti sono rimasti a Lugansk e li sente regolarmente.
Si sono ormai abituati alla colonna sonora a base di esplosioni, scoppi e detonazioni, sirene e allarmi.
Passano giorni in cui pare sia tutto sospeso, fino al prossimo boato.
Maksim parla in russo, non credo sappia l’ucraino. E’ corpulento e bonaccione, ci sentiamo quasi ogni giorno quando sono in ufficio.
Ci siamo conosciuti a dicembre dello scorso anno, durante il mio ultimo soggiorno in città. Guida una Golf, usa un Iphone e si veste in maniera abbastanza curata, piumino leggero, jeans Calvin Klein, camicia e maglioncino.
Look casual da ufficio. Ha una moglie e due figli che sono coetanei dei miei bambini, conosce bene l’Italia e la Russia perché ha frequentato entrambi i paesi per lavoro e credo che si consideri a tutti gli effetti ucraino. Sua madre si è risposata con un italiano ed abita a Parma da diversi anni.

Il 10 febbraio ci sentiamo:
”Maks, com’è lì da voi? La fiera è confermata?”.
Mi risponde con una certa veemenza, quasi con sdegno:
“Non credere a quello che senti in tv, non ci sarà nessuna invasione! Qua è tutto tranquillo. La gente va fuori, ai concerti, nei ristoranti, al cinema. Tutto a posto”.
Convengo con lui, un’invasione militare del paese è inconcepibile. Compro un biglietto aereo, volo di andata il 28 febbraio e ritorno il 3 marzo.
Prenoto una stanza nello stesso albergo del mio primo soggiorno.

Ormai da qualche anno l’hotel Bol’shevik, così come il complesso commerciale annesso, ha cambiato nome.
Dopo le rivolte dell’euro maidan del 2014, culminate con le dimissioni del presidente filo-russo Janukovich, nel paese è stato avviato ufficialmente un accurato e metodico processo di de-comunistizzazione (“dekommunizatsja”) che ha portato alla rimozione ed alla sostituzione di buona parte dei simboli, della toponomastica e dell’iconografia che richiamano al socialismo sovietico.
Le strade sono state rinominate, i monumenti di Lenin e dei generali sovietici abbattuti e, ove possibile, i bassorilievi ripuliti da falce e martello.
Bol’shevik si è così internazionalizzato in Kosmopolìt prima per poi essere risucchiato nell’orbita del gruppo francese Mercure che fa tanto capitalismo globale: fluido e impalpabile ma pur sempre a base di metallo pregiato.
Per il resto, l’hotel è rimasto invariato con gli arredi eleganti e sobri Made In Italy delle stanze ed un uso tutto sommato attenuato del velluto nella reception e nel ristorante dove servono piatti gourmet della cucina europea e locale.

Il 13 febbraio parto per Mosca.
Mentre attendo di imbarcarmi su un volo Aeroflot, controllo il sito della Farnesina relativamente agli spostamenti in Ucraina. Dal giorno precedente sono sconsigliati viaggi nel paese a qualsiasi titolo.
Non mi preoccupo più di tanto, mancano due settimane alla partenza e le cose si sistemeranno.
Il volo per Mosca è mezzo vuoto.
I collegamenti aerei diretti tra Italia e Russia sono stati interrotti per la pandemia da marzo 2020 a giugno 2021, i viaggi sono consentiti per motivi personali o di lavoro, al momento non vengono concessi visti turistici per cui la rotta è poco trafficata.
Sono l’unico passeggero della mia fila.

Atterro in orario a Sheremetevo, il principale aeroporto della capitale, a nord di Mosca.
Da qualche anno è stato intitolato al più famoso poeta russo, Aleksandr Pushkin.
E’ curioso che uno dei massimi esponenti della cultura russa, tipo top 3 nella classifica assoluta, fosse un mulatto pronipote di un nobile di origine sub-sahariana, Abrahm Petrovich Gannibàl, rapito nella sua terra dagli ottomani e consegnato in dono allo zar Pietro Il Grande che lo fece battezzare secondo rito ortodosso nel 1705 conferendogli così il patronimico di Petrovich, figlio di Pietro.
Del resto, cosa puoi regalare ad uno zar che ha già tutto?

Prendo i bagagli e raggiungo a piedi il mio albergo, il Novotel adiacente al Terminal D.
In tv deridono “l’isteria” dei media occidentali che annunciano l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ma non è questo l’argomento principale.
Il focus è sulle olimpiadi invernali e sulla performance del team femminile di pattinaggio su ghiaccio. Tutti gli occhi sono puntati sulla giovanissima Kamila Valjeva, star nascente classe 2006, grande favorita per la medaglia d’oro della finale del 17 febbraio.
La Valjeva ha già contribuito alla vittoria dell’oro nella competizione a squadre il 7 febbraio ma è risultata positiva qualche giorno dopo a controlli antidoping effettuati a dicembre.
L’entourage della ragazza si oppone e fa ricorso. La giuria deve decidere nelle prossime ore se squalificarla o farla gareggiare in finale accogliendo il ricorso del team della ragazza che chiede contro-analisi.
L’accusa è che la Valjeva abbia usato dei farmaci per aumentare il flusso di sangue al cuore in modo da favorire la performance agonistica che le consente di effettuare un salto con quadruplo avvitamento.
E’ tra le pochissime donne al mondo in grado di compiere questa prodezza, complice la corporatura minuta da adolescente.
La difesa sostiene che la Valjeva abbia inavvertitamente bevuto dal bicchiere del nonno...

Non si sta male a Mosca.
L’atmosfera è rilassata.
I contagi e le ospedalizzazioni per covid sono molto elevati ma la gente per buona parte fa finta di niente.
Pochissimi mettono la mascherina, ancora meno quelli che la indossano correttamente.
In albergo e al ristorante gli stranieri li riconosci perché sono gli unici coperti sopra il naso.
Fa parte della indole russa, una sorta di fatalismo cazzone per cui è inutile sbattersi troppo, tanto non cambia nulla.
Aggiungi un pizzico di sano machismo per cui “non abbiamo paura di nulla” con due cucchiaini di scazzo in salsa “ormai siamo stanchi della pandemia” e il mix è servito.
L’unica vera fonte di stress per me sono i tamponi.
Siccome i vaccini occidentali e lo Sputnik non sono reciprocamente riconosciuti, sono tenuto a fare un tampone molecolare prima dell’arrivo e della partenza, con il rischio di dover restare in Russia a fare la quarantena in caso di positività conclamata…

A parte questo, avere a che fare coi russi in questo momento storico mi rilassa.
Il giorno seguente, lunedì 14 febbraio, trascorro la festa degli innamorati con il mio referente di lavoro.
Pranzo con Vasilij, un ex pugile di origine bielorussa che abita a Mosca da quasi 20 anni.
Ci troviamo in una “stolovaja”, una tavola calda/bistro senza pretese vicino all’ufficio.
Prendiamo un vassoio ciascuno, ci posiamo sopra una tazza di schi, una zuppa di verdure lesse tagliate a listelle, poi Vasilij si fa posare sul piatto una bistecca innondata da una salsa densa e marrone.
Io prendo il ploff, un piatto di origine uzbeka a base di riso, verdure e montone cucinato al forno. Il tutto innaffiato da un bicchiere di mors, una bevanda a base di mirtilli bolliti che fa parte della tradizione culinaria russa da almeno 600 anni.

Parliamo del mercato del lavoro, a Mosca è difficile trovare figure specializzate e professionali, il settore che va per la maggiore, come dappertutto, è l’IT dove lo stipendio è più alto della media offerta nella capitale che si aggira attorno ai 90.000 rubli (poco più di mille euro).

Ovviamente si discute delle minacce di guerra; cerco sempre di soppesare tutte le informazioni e di confrontare varie fonti locali e occidentali in due o tre lingue ma voglio sentire cosa ne pensa il mio interlocutore che ha una laurea in economia, collabora con aziende europee e cinesi e sta studiando per ottenere un MBA.
“Credi che ci sia davvero la possibilità di un’invasione russa dell’ucraina?” domando.
Vasja (diminutivo di Vasilij) arrossisce, si anima, prende fiato, la camicia già stretta sulle spalle larghe mette ancora più in crisi i bottoni e con tono appassionato mi spiega:
“Ma quale guerra?!? Quale invasione?!?
Nessuno in Russia vuole una guerra contro un popolo slavo.
Almeno un terzo dei russi ha legami di parentela col popolo ucraino.
Mia moglie è ucraina!”

Vasilij è sposato con Katja, una giovane che proviene da Donetsk.
E’ sostanzialmente una profuga di guerra, arrivata in Russia allo scoppio delle ostilità nel Donbass nel 2014.

Ho visitato Donetsk in un paio di occasioni nel 2013. Era una bella città, moderna e vibrante, che contava una popolazione di un milione di persone nel nucleo urbano, quasi il doppio considerata l’area circostante.
Donetsk si trova a meno di 100 km dal confine russo, viene fondata nel 1869, anno in cui l’imprenditore gallese John Hughes apre un’acciaieria e diverse miniere di carbone nella zona.
La città viene nominata Juzovka, come riconoscimento al ruolo di Hughes, di cui Juz è l’armonizzazione in russo.
Sempre in termini di armonizzazione, nel 1929 prende il nome di Stalin per poi diventare Donetsk nel 1961 durante il processo di de-stalinizzazione avviato da Khruschev.
Donetsk era la capitale della regione del Donbass che sta per Donetsk Ugolnyj Bassejn, ossia giacimento di carbone di Donetsk. Era una città ricca e in fase di sviluppo animata economicamente dall’oligarca Rinat Akhmetov, il presidente della squadra di calcio Shaktar.
Lo stadio, completamente rivestito da un’enorme schermatura LED, era immediatamente visibile appena si entrava in città, simbolo di modernità al pari dell’aeroporto nuovo di zecca costruito da Thissen per gli europei di calcio del 2012.

Oggi lo stadio e l’aeroporto sono dei ruderi, cumuli di macerie teatro di scontri a fuoco e bombardamenti.

Dal 2014 la città fa parte di un’area più ampia denominata Repubblica Popolare di Donetsk che il governo ucraino, al pari di Lugansk e della Crimea, definisce “territori temporaneamente occupati”.
La capitale del Donbass ucraino è stata inizialmente spostata a Mariupol e successivamente a Kramatorsk.

Prima della guerra scoppiata ad aprile 2014, il padre di Katja era benestante.
Gestiva due negozi di elettrodomestici, guidava una BMW e un’Audi e aveva due case. Per non restare intrappolato nei bombardamenti, è scappato in Russia con la figlia mentre la nonna è rimasta là.
Adesso si arrangia facendo l’elettricista a Mosca e guida una Lada del 2008.
Dopo pranzo ho un incontro con il capo di Vasilij, Konstantin, uno dei titolari del nostro distributore in Russia.
L’azienda conta circa 30 filiali sparse tra San Pietroburgo e Vladivostok. Nel corso degli ultimi 17 anni le ho visitate quasi tutte. Parliamo di previsioni di vendita, andamento del mercato e pagamenti.
Konstantin ha 50 anni passati ma ne dimostra di meno. Ha un faccione con le guance gonfie che gli spingono le labbra all’infuori come se fosse sempre pronto a gonfiare un palloncino
Assomiglia al papà dei Griffin con la barba incolta e i capelli più corti. Indossa un maglioncino girocollo blu scuro sotto il quale traborda un addome sorretto da due gambette magre.

E’ originario di L’vov, in Ucraina occidentale, al confine con la Polonia. Alla fine degli anni 80 è stato spedito a fare il servizio di leva a Krasnodar, nel sud della Russia, per poi trasferirsi stabilmente a Mosca all’inizio degli anni 90.
E’ un esempio di self-made man, un imprenditore di medio livello decisamente benestante rispetto allo standard della classe media ma ancora lontano dai lussi e agi da oligarca.

Parliamo della sua famiglia, che per buona parte è a L’vov.
Il padre ha 90 anni e vive con la sorella di Konstantin, sono molto preoccupati dalle notizie che trasmettono i media locali, si aspettano il peggio e la gente sta facendo razzia di prodotti alimentari, nei supermercati ci sono scaffali vuoti.
Sorridiamo entrambi di questa isteria, il pensiero rivolto alla razzia di carta igienica, lievito e farina a marzo 2020.
Dopo l’incontro prendo un taxi per tornare in albergo.
Lungo il tragitto vedo un banner enorme con la Valjeva cristallizzata in una posa con le braccia aperte, la bandiera russa sullo sfondo e la scritta “Kamila my s toboj”, “Kamila siamo con te” in primo piano.

Il 15 febbraio arriva a Mosca il cancelliere tedesco Scholz, segue di qualche giorno la visita di Macron e, in buona parte, le rassicurazioni offerte durante l’incontro con Putin sono le stesse: “L’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è un argomento attualmente sul tavolo”.
Il Cremlino annuncia ufficialmente il ritiro delle truppe dal confine, tiro un sospiro di sollievo.
Probabilmente riuscirò ad andare a Kiev.
I telegiornali, con una certa ironia, trasmettono le immagini della fuga di massa di oligarchi dall’Ucraina, spaventati dall’allarme invasione.
Non solo miliardari e deputati abbandonano il paese, c’è anche una forte emorragia di capitali che porta al deprezzamento della moneta locale, la grivnia, che perde circa il 10% in pochi giorni.
Il comitato olimpionico decide di ammettere la Valjeva alla finale in attesa del risultato del ricorso da parte della squadra russa.

Il 16 febbraio ho un incontro presso uno dei maggiori produttori di mobili all’interno della federazione russa.
E’ un’azienda enorme, fondata nel 1961. Le prospettive per il 2022 sono di un trend in crescita fino all’estate, poi dovrebbe esserci una fase di assestamento.
La pandemia ha dato un impulso formidabile al settore del mobile in tutto il mondo. La gente che si è ritrovata a casa con introiti garantiti e senza possibilità di viaggiare ha investito nella casa.
A dispetto dall’impostazione rigida e neanche tanto post sovietica, il direttore generale dell’azienda è un italiano che vive in Russia da oltre 10 anni.
E’ originario di Rimini, parla male il russo ma si è ben adattato alla realtà che lo circonda. Indossa un maglione blu assolutamente anonimo e jeans grigi, unico sprazzo di mondanità la montatura squadrata in tartaruga degli occhiali da vista.
L’ufficio buio e disordinato, arredato con mobili scuri dal design pesante. E’ il secondo italiano residente a Mosca con cui parlo in poche ore.
Il giorno prima mi ha contattato un designer di Pesaro che cura progetti di architettura di interni per clienti molto ricchi. Arreda ville nella zona di Rubljovka, il quartiere del lusso fuori Mosca con strade private, concessionari Ferrari e ville protette da vigilantes armati.

Nonostante tutte le difficoltà, l’instabilità del rublo, le sanzioni e le contro-sanzioni introdotte a seguito della contestata annessione della Crimea nel 2014, il mobile ed il design italiano sono tutt’ora uno dei settori maggiormente in crescita in questo paese, i Russi amano incondizionatamente il nostro gusto, il nostro stile e design.

Il 17 febbraio rientro in Italia con un volo diretto Aeroflot.
Lo stesso giorno si disputa la finale di pattinaggio femminile. Kamila Valjeva fallisce clamorosamente. Probabilmente non ha guardato l’ultimo film di Sorrentino o il messaggio principale è andato perso nella traduzione.
Si disunisce.
Dopo il primo axel triplo molla il colpo, non riesce a completare nessuno dei salti quadrupli che aveva eseguito nella finale a squadre.
Il peso della squalifica per doping, le aspettative di una nazione intera e forse i dubbi sorti dopo la caduta occorsa al termina della gara precedente si frantumano sul corpo e sulla mente di una quindicenne minuta che si scioglie in un pianto inconsolabile.
La Russia vince comunque la medaglia d’oro e d’argento ma non basta.
Non bastano all’allenatrice Eteri Tutberidze che puntava al trionfo sul podio.
La rimprovera appena esce in lacrime dalla pista.
“Chto ty voobsche perestala borot’sja?”
“Perché hai smesso di lottare?”

La Tutberidze è un’allenatrice molto discussa.
La critica principale che le viene rivolta è di sfruttare atlete molto giovani che, in virtù della corporatura non ancora sviluppata, riescono a fornire performance agonistiche non replicabili da atlete più mature.
Eteri, nata a Mosca, per metà georgiana, un quarto russa e un quarto armena, è una bella donna dai capelli ricci e biondi.
Sarebbe perfetta nel ruolo di matrigna in un film d’animazione.
E’ spietata, dal viso teso e levigato non traspare la benché minima traccia di empatia nei confronti della ragazzina che piange disperata per il fallimento appena consumatosi davanti al suo paese e al mondo intero.

Il 19 febbraio alla Conferenza della Sicurezza di Monaco interviene il presidente ucraino Zelenski, parla nella lingua ufficiale del suo paese.
Lamenta l’ammassamento di truppe russe ai confini. Accusa l’Europa di non dare seguito concretamente alle promesse di aiuto fatte nel corso degli anni.
“L’architettura della sicurezza mondiale ed europea è fragile e deve essere adeguata”. Chiede all’UE di accettare l’ingresso del suo paese in Europa, sollecita nuovamente la Nato ad accettare l’Ucraina come membro dell’alleanza a fronte di modalità e tempistiche certe. Rivendica la territorialità di Donbass e Crimea che devono essere ritornati all’Ucraina attraverso un processo di pace.
Pone un ultimatum per la revisione del Memorandum di Budapest del 1994 in base al quale Ucraina, Bielorussia e Kazakistan rinunciavano alla proliferazione nucleare in cambio della garanzia di integrità territoriale.

E’ il quarto e ultimo tentativo, promette Zelenski:
“Se le richieste di revisione del Memorandum non verranno accettate o se il loro risultato non garantirà la sicurezza al nostro paese, l’Ucraina avrà tutto il diritto di ritenere che il Memorandum di Budapest non funziona e tutto il pacchetto di decisioni prese nel 1994 è in discussione” (1)

https://kyivindependent.com/national/zelenskys-full-speech-at-munich-security-conference/

venerdì, marzo 04, 2022

John Lurie - The history of the bones. A memoir


Un'autobiografia che rivela un personaggio incredibile, passato in mezzo ad avventure di ogni genere, sia artistiche (dai Lounge Lizards all'attività di attore con Benigni, Scorsese, Tom Waits etc) che umane e personali (dipendenze varie, la vita nella New York devastata e violentissima dei 70).
Poi la malattia e il forzato stop musicale, la pittura e tanto altro.

John ha un auto ironia incredibile, con la quale ci fa uscire ridendo da situazioni drammatiche e disperate, da tour e concerti non pagati, da storie di "roba", nottate estreme all'ennesima potenza, disastri sentimentali, violenza e tanto altro.

Si toglie un po' di sassolini dalle scarpe rimettendo in riga mostri sacri come David Byrne, Jim Jarmusch o Tom Waits che non ne escono troppo bene e scrive un libro da consegnare al top dele autobiografie musicali.

John Lurie
The history of the bones
Random House Books
435 pagine
28 dollari

Riprendo qui l'articolo che ho dedicato a JOHN LURIE ne Il Manifesto di sabato scorso.

Inevitabile identificare John Lurie, con le sue inconfondibili silhouette e mimica facciale, nel film “Down by law” del 1986 di Jim Jarmusch, in prigione con i due compari fuggiaschi (nientemeno che Roberto Benigni e Tom Waits), mentre intona il mantra “I scream, you scream, we all scream for ice cream”, innestando una specie di goliardica mini rivolta (peraltro inconsapevole o forse molto consapevole metafora di come è particolarmente semplice fare la rivoluzione).

Espressione ieratica, ironica e sardonica, indimenticabile, portamento tra il regale e il teppistico.
Al suo attivo anche un'altra grande interpretazione, sempre sotto la guida di Jim Jarmusch, nello stupendo “Stranger than paradise” del 1984 e una serie di apparizioni ne “Il piccolo diavolo” di Roberto Benigni, “Mistery train”, “L'ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese. Ma John Lurie è stato ed è, soprattutto, un grande musicista.
Che, ad esempio, di molti film ha curato, composto e suonato la colonna sonora.
E' anche un apprezzato pittore che lo ha portato a condurre una seguita trasmissione di successo, “Painting with John”, dove intrattiene il pubblico con riflessioni varie mentre dipinge.

Ora è la volta di un irresistibile libro di memorie (non ancora pubblicato in Italia ma facilmente intelleggibile nel suo inglese semplice e diretto), “The history of bones. A memoir”, pubblicato da Random House.

John riesce a raccontare con un'incredibile ironia, doppi sensi e un ritmo della narrazione travolgente, un'infanzia e un'adolescenza vissute in un disagio e alienazione difficilmente immaginabili e una carriera con pochi eguali.
Il suo racconto ne fa una sorta di Forrest Gump in acido.

“Alle 4 del pomeriggio in Main Street a Wocester, Massachussetts, l'universo mi diede il mio primo saxofono. Non successe niente di speciale, solo che un uomo, che girava con una carriola, mi regalò un saxofono...diventai come un monaco, dormivo sul pavimento, non avevo la Tv, non fumavo, non bevevo, non mangiavo carne, zucchero, non facevo sesso. Suonavo il sax fino a farmi sanguinare le labbra. Divoravo musica tradizionale di Bali e del Tibet, Stravinsky, Varèse, Charlie Mingus, John Coltrane, Messiaen, Dolphy, Theolonious Monk, Charlie Parker, Ornette Coleman, Jimi Hendrix”.

La sua carriera di musicista nasce alla fine degli anni Settanta quando fonda i Lounge Lizards, un gruppo di jazz o meglio, come veniva (auto)definito, spesso in modo dispregiativo, di “fake jazz”.
La band proponeva infatti una forma di jazz contaminato, niente meno che dalle asperità punk e new wave della scena new yorkese, quella che fu definita “no wave” e che attirò l'attenzione di un luminare come Brian Eno (che produsse la raccolta “No New York”, dedicata ad alcuni dei principali esponenti della corrente). Gruppi come i DNA di Arto Linsday o Teenage Jesus and the Jerks di Lydia Lunch e i Contortions di James Chance presero sperimentazione, funk, assalto punk, new wave, noise e frullarono tutto in una pozione venefica che lasciò dischi abrasivi, ancora oggi attuali, che influenzarono generazioni di musicisti a seguire.
“A 17 anni qualcuno mi fece ascoltare John Coltrane e fu come se mi stesse parlando in cinese. Ma come? C'è una musica che non riesco a capire? E così incominciai ad ascoltarla in continuazione”.

E' un periodo rivoluzionario nella Big Apple ma non solo.
Come ha scritto il giornalista Edmund White sul New York Times:
“Questo è stato l'ultimo periodo nella cultura americana in cui la distinzione tra intellettuale e grossolano era ancora pertinente, quando scrittori, pittori e persone di teatro volevano ancora essere (o erano disposti a essere) martiri dell'arte”.

Il punk ha da poco aperto strade insospettabili fino a poco tempo prima, convogliando nella sua scia un grande numero di giovani artisti che trovano finalmente una modalità di espressione, all'insegna del Do It Yourself e della possibilità di proporre la propria arte liberamente, senza legami con il mainstream.
Il cosiddetto “punk” new yorkese è in realtà un crogiuolo di influenze e di entità unite dalla stessa attitudine ma non di rado lontanissime da un punto di vista musicale e sonoro.
Pensiamo all'assalto duro e veloce di Ramones e Dead Boys, confrontato con le istanze funk contaminate di Talking Heads e Bush Tetras, il rock aspro e intellettuale di Patti Smith con le devianze latine dei Mink Deville di Willy Deville, il minimalismo psichedelico dei Television, l'apocalisse elettronica dei Suicide e il pop di derivazione Sessanta dei Blondie.
Ma è un periodo in cui New York assorbe (e restituisce) le vibrazioni creative non solo dell'underground ma anche del mainstream che qui si contamina e arricchisce.
L'elenco è lungo ma è nelle discoteche della Big Apple che Mick Jagger trova l'ispirazione per spingere gli Stones verso sonorità più discomusic (“Miss You” e “Emotional rescue”, tra le cause della frattura quasi insanabile, ai tempi, con Keith Richards).

Ma da queste parti, reduci dai capolavori berlinesi con David Bowie, approdano anche Brian Eno, per produrre, nel 1978, i Talking Heads ma anche il re dei King Crimson, Robert Fripp, pure lui a fianco della band di David Byrne e in “Parallel lines” dei Blondie.
Sono anni in cui pulsano i primi germi del rap che sfonderanno nel nuovo, rivoluzionario, album dei Clash, “Sandinista!” che incominceranno a registrare proprio in città. Nel frattempo il “signore di New York” per eccellenza, Lou Reed, incide capolavori tossici che potevano nascere solo qui, come “Street hassle”, il ruvidissimo “Live Take No Prisoners”, “The Bells” che fanno seguito a “Coney island baby”.
Robert Mapplethorpe amoreggia con Patti Smith e intanto immortala la fauna dell'epoca con il suo occhio fotografico totalmente new yorkese. Il Colab (Collective Projetcs Inc) organizza mostre (in particolare il Times Square Show) con giovani artisti, destinati a diventare famosi, come Jenny Holzer, Nan Goldin, Keith Haring, Kenny Scharf, Jean-Michel Basquiat e Kiki Smith.

"Stavamo tutti cercando di portare fuori l'arte dalle gallerie e proporla sulla strada. L'importanza del luogo è stato poter camminare per 42nd Street e vedere la cultura pop declinata attraverso film da tre dollari, blaxploitation, negozi di pornografia, prostitute, gang e droghe...ci ha permesso di parlare del ventre della cultura." (Tom Otterness).
Sottolinea ancora White:
“Il mondo culturale – almeno quello che contava - era molto più piccolo allora. I pittori conoscevano i musicisti che conoscevano gli scrittori ed erano tutti facilmente accessibili”.
Secondo la scrittrice Fran Lebowitz ”tutti coloro che leggevano “Interview”, il periodico curato da Andy Warhol e Gerald Malanga, si conoscevano, eppure questo piccolo mondo ha avuto un'influenza duratura sul gusto e sulla musica americana, sulla pittura, sulla poesia e sui divertimenti.
In questi anni sono nate le origini del Downtown Scene, movimento multidisciplinare e simultaneo che aveva sede nell'East Village e caratterizzato dalla nascita della musica punk, del giornalismo gonzo e della pittura usa e getta; dalla body art e dalle disordinate buffonate teatrali di La MaMa”.


John Lurie, diretto protagonista riesce a rappresentare l'epoca in poche parole:
“Eravamo così sicuri di noi stessi, non abbiamo mai dubitato di nulla. Eravamo potenti, intelligenti, energici, fiduciosi, egocentrici e incredibilmente ingenui. Niente al di fuori del nostro raggio di quattordici isolati aveva importanza. Da Houston alla Quattordicesima Strada, dalla Bowery all'Avenue A, quello era l'unico universo.
A quel tempo nell'East Village nessuno faceva quello che sapeva fare. Ad esempio tutti i pittori avevano delle band anche se riuscivano a malapena ad accordare le loro chitarre.
Studiare il sassofono quattro ore al giorno era pesantemente deriso. Ho dovuto nascondere il fatto che sapevo suonare e che ci lavoravo ogni giorno”.

Gli artisti della scena collaborano, si incontrano, fondono esperienze, vite, creatività:
“Jean-Michel Basquiat ha vissuto a casa mia sulla East 3rd St, per un paio d'anni, a fasi alterne. Gli ho dato da mangiare e gli ho dato un posto dove stare.
Non mi è mai venuto in mente di prendermene il merito. Io e Jean-Michel dipingevamo spesso insieme e poi, magari, io mi esercitavo al sax e lui tornava a dipingere. C’era una meravigliosa, quasi bambinesca libertà nel modo in cui lavoravamo”
.

Erano anni in cui gli affitti erano bassi, in cui aspiranti scrittori, cantanti, ballerini potevano permettersi di vivere nel villaggio di Manhattan, prima che tutti i marginali venissero ulteriormente emarginati e sostanzialmente espulsi verso altre zone mentre incominciava la selvaggia gentrificazione.
Negli anni Settanta, creativi di ogni tipo potevano incontrarsi senza dovere per forza avere progetti comuni, scambiarsi consigli o discutere di teorie, mercati o movimenti che stavano esplodendo e crescendo.
Paradossalmente Lurie coglie uno degli aspetti salienti:
“New York ha certamente perso qualcosa. Per esempio: non è più pericolosa come una volta. Male. Prima dovevi essere un duro: ci voleva carattere per viverci. Adesso sembra un grande shopping mall per gente che si fa pagare l’affitto da papà e mamma”.
Ma ci sono altri aspetti che caratterizzano l'epoca, non solo a New York. Arrivano AIDS ed eroina
. “Le cose iniziarono a diventare cupe. La gente incominciò a morire. Molti per quello che veniva chiamato il “cancro dei gay”. L'urgenza e l'impunità scomparvero. Le cose incominciarono improvvisamente a essere pericolose”.

Lurie abbraccia volentieri l'etica e l'estetica della cocaina prima, dell'eroina poi e ci finisce dentro nel modo più disastroso.
Come d'altronde in molti facevano ai tempi nel “giro”.
John se ne rende conto il giorno in cui muore Thelonious Monk, uno dei suoi riferimenti. Ma quando viene invitato al funerale non riesce a partecipare perché la priorità è trovare una dose per calmare la dipendenza.
“Quando non puoi andare al funerale di Monk a causa dei tuoi problemi con l'eroina sei solo un patetico perdente”.

Ne uscirà a fatica ma anche in questo caso il libro ci restituisce pagine divertenti e ironiche.
I Lounge Lizards di John Lurie sono una delle schegge impazzite di questa esplosione di vitalità creativa.
Meno radicali della scena No Wave, più vicini ad una forma di jazz tradizionale, mischiato al free jazz ma che non disdegnava la sperimentazione e l'approccio della new wave. Il gruppo, in cui, nel corso di una ventina di anni di carriera, passano artisti come Marc Ribot (poi alla corte di Tom Waits) e Arto Lindsay, mentre unici membri fissi rimangono John e il fratello Evan, incide una decina di album (buona parte dal vivo) e si fa ricordare come uno dei nomi più interessanti di quell'epoca.
“Ascoltare James Chance and the Contortions mi ha liberato un po'.

Il ruggito sottomesso di selvaggia dissonanza da parte della band mi ha aiutato a sfuggire dal peso di ciò che il jazz era diventato. Il mio cuore e le mie radici erano principalmente jazz e musica classica, ma dopo Coltrane sentivo che non c'era stato niente, nessuna voce grossa a spingerlo avanti. Il jazz ora si suonava per gente che cenava. La parola jazz era diventata sinonimo di noioso. Guidare una band è come essere un allenatore di basket: è un gioco, ma devi avere una certa disciplina e forma in modo che il divertimento possa venire fuori.
Abbiamo fatto una prova, e io e Arto Lindsay eravamo dei punk, stavamo solo scherzando e poi Anton (il batterista) nelle prime prove, ci ha davvero preso a calci in culo come un sergente istruttore.
Ci ha fatto provare, cosa che ai tempi del punk avresti storto il naso, ma era la cosa giusta da fare. Ma quando abbiamo iniziato a diventare bravi, abbiamo perso il nostro pubblico.
Agli inizi il pubblico impazziva, eravamo la cosa che bisognava vedere. Poi, quando la musica è diventata più seria e migliore il nostro pubblico se ne è andato. Voglio dire, completamente.
Quando abbiamo suonato al Tramp's una sera, c'erano nove persone lì e ci è voluto molto tempo per riaverlo perché quando la musica è diventata più elegante è stata odiata. Non abbiamo mai preso piede negli Stati Uniti. Sono stati l'Europa e il Giappone a chiamarci ai festival jazz.
Non siamo riusciti a ottenere un contratto discografico duraturo e non siamo stati prenotati a nessun festival jazz in America. Mi chiedo se accadrà quando avrò novanta anni o qualcosa del genere.
Nell'ultimo periodo della nostra carriera abbiamo composto le cose migliori, che ancora adesso suonano innovative ma non avevamo uno straccio di contratto discografico e nemmeno i soldi per inciderle. E' un peccato che quel materiale sia rimasto inedito”
.

John prosegue poi la sua attività come solista, compositore di colonne sonore, a capo della John Lurie National Orchestra.
Si dedica a numerose parti come attore ma è anche protagonista, come conduttore, di un'ironica trasmissione televisiva, “Fishing with John” (“Pescare con John”) in cui accompagna alcuni personaggi famosi (ma piuttosto particolari) a pesca, tra cui Tom Waits, Jim Jarmusch, gli attori Matt Dillon e Dennis Hopper.
Ma non è sufficiente.
Si dedica anche alla pittura e con eccellenti risultati, riuscendo ad allestire mostre in parecchie città del globo (arrivò anche a Milano qualche anno fa), apprezzato e omaggiato dalla critica e dal pubblico.
Anche se la predilezione per questa espressione artistica nasce da un dramma. Nel 2000 ha contratto una terribile malattia, la sindrome di Lyme, che ha incominciato a manifestarsi negli anni 90, sotto forma di un affaticamento cronico che i medici non riuscivano a spiegarsi.
Alla fine, incapace di reggere i ritmi dei concerti, fu costretto a sospendere l'attività del gruppo ma senza avere particolari benefici.

Solo nel 2006 furono trovate la causa e relative cure.
Che anche se non lo hanno ristabilito, gli permettono comunque di lavorare alla pittura.
Sorprendentemente è tornato però alla discografia qualche anno fa con un colpo di scena che ha sorpreso molti.
Ormai impossibilitato a suonare il sax ha però ritrovato la capacità di impugnare la chitarra e di poter cantare e dopo 17 anni di silenzio ha dato seguito a un disco passato inosservato ai tempi, con il falso nome di Marvin Pontiac.
“The Asylum tapes” è un immaginario album che raccoglie presunte registrazioni perdute di questo personaggio inventato. Il tutto a base di un blues primitivo, “africano”, che sembra arrivare da certe scricchiolanti registrazioni di qualche oscuro bluesman degli anni Quaranta.
“Io non so cantare, così come non sono un attore. Posso farlo ma mi può venire davvero male.
Un giorno quando ho finito di incidere tutte le voci mentre me ne stavo andando dallo studio ho visto che il tecnico del suono aveva scritto “tentativi di canto”.

Un personaggio per il quale la parola “unico” non è sicuramente sprecata, in grado di riservare sorprese artistiche di indiscutibile livello qualitativo e che attraverso il libro, da poco uscito, svela scenari inediti che rendono giustizia alla caratura di un nome solo apparentemente secondario ma protagonista di un'epoca irripetibile e, per certi versi, ancora in parte da esplorare.
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