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venerdì, agosto 21, 2026

L'uomo Keith Moon

Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "Alias" de "Il Manifesto" sabato 8 agosto ( https://ilmanifesto.it/linconsapevole-follia-di-keith-moon), dedicato all'uomo KEITH MOON.

A fine agosto Keith Moon avrebbe compiuto ottanta anni.
Un traguardo molto improbabile, considerato che ci ha lasciati nel 1978 a soli trentadue, distrutto, in brevissimo tempo, da una vita dissipata tra quantità inenarrabili di alcol e sostanze.
Gli stessi colleghi e compagni negli Who e il suo entourage era già consapevole, all'epoca, che la sua carriera era destinata a finire velocemente.
Le registrazioni dell'ultimo album della band, che lo vide protagonista, Who Are You, erano state quanto mai problematiche. Keith riusciva a suonare per tempi molto limitati, prima di crollare fisicamente e psicologicamente
. L'ultima esibizione, organizzata agli Shepperton Studios il 25 maggio del 1978, per le riprese del film autobiografico The Kids Are Alright, lo mostrano affaticato, appesantito, impreciso, prematuramente invecchiato, l'ombra del folletto che era stato il cardine del sound degli Who, fino a poco tempo prima.

Keith Moon era un ragazzo malato, probabilmente bipolare con qualche ulteriore patologia neurologica (ADHD), mai curata, caratterizzata da una eccessiva attività motoria, irrequietezza, difficoltà a rimanere seduti, parlando in continuazione, volendo essere sempre al centro dell'attenzione. A cui la smisurata passione per alcol e sostanze ha dato il colpo di grazia.

Poteva essere salvato?
Abbastanza improbabile.

I tentativi sono stati numerosi, anche da parte sua, ma alla fine non aveva nessuna intenzione di smettere la sua folle corsa autodistruttiva, soprattutto non si rendeva conto della portata delle sue azioni: ingerire manciate di pillole eccitanti o calmanti, condite da bottiglie di superalcolici avrebbe ucciso chiunque.
Rimanere sveglio per giorni e giorni, mangiando quando capitava, ingerendo ogni tipo di sostanza, era sinonimo di una totale mancanza di auto controllo.
Difficilmente avrebbe potuto continuare a suonare, come era ampiamente chiaro negli ultimi anni
. Come disse la moglie Kim, non era schizofrenico ovvero con due personalità ma era e diventava "molte e molte persone differenti", che lo portava in pochissimo tempo da modi gentili e affabili a un'incontrollabile aggressività e a violenti attacchi depressivi fino a ingestibili psicosi.

Ho provato di tutto. Ho provato a dargli dei soldi, ho provato a farlo morire di fame. Ho provato a mandarlo in riabilitazione. Ho provato a mandarlo da un guru eccentrico, da dottori voodoo. Ero ossessionato dal tentativo di mantenere in vita Keith.
Era abbastanza chiaro che stava scivolando verso il basso e c'era ben poco che potevo fare. Aveva una personalità molto complicata.
(Pete Townshend).

Il suo amico più stretto, il bassista John Entwistle, gli dedicò anche un brano, piuttosto esplicito, Dr. Jeckill and Mr.Hide, inciso dalla band nel 1968 su 45 giri, in cui canta Il ragazzo adorabile che ti offrirà da bere / Poi, quando avrà bevuto il suo, si trasformerà in un batter d'occhio in Mister Hide. Lo stesso John spiegò, riferendosi a Moon e al brano: Ora potrete capire quale sia stata la mia fonte di ispirazione. E' la prima volta che lo vedete, noi lo vediamo tutti i giorni.

La sua fama, perfetta epitome del concetto di rockstar anni Settanta “sesso, droga e rock 'n' roll” (che ha lasciato una lunga scia di morti premature), di distruttore di camere d'albergo, strumentazione, bar, auto ha, paradossalmente, offuscato il talento unico e inimitabile del musicista. Il “Moon The Loon” (gioco di parole sulla sua follia) ha preso il sopravvento sul batterista Keith Moon.

La sua vita è affollata di folli vicende, spesso gonfiate ad arte, sia da giornalisti alla ricerca della storia ad effetto, sia da narrazioni esagerate, soprattutto, paradossalmente, dallo stesso Moon che si è spesso autodefinito un inguaribile bugiardo che ha ricamato volentieri sulle sue stesse “imprese”, pur di mantenere alta la sua fama di matto.
Ne hanno fatto le spese la prima moglie, la figlia Mandy, la band, tutta la cerchia di amici (talvolta semplici approfittatori della sua fama e dei suoi soldi), soprattutto lui stesso, incapace di gestirsi, di curarsi, di rientrare nella realtà, in un quotidiano che non fosse il backstage, il palco, l'hotel da distruggere, diventando, negli ultimi tempi, la triste macchietta che sghignazza dei disastri combinati davanti a una platea compiacente. Ha devastato un ingente patrimonio (pare che i danni lasciati in giro per il mondo assommassero a mezzo milione di euro!).

Musicista eccellente, innovativo, personale e distintivo.

Una tecnica e un'espressività originalissime, quasi inconsapevoli, nella spontaneità con cui suonava. Uno stile che si è sviluppato e ha trovato spazio esclusivamente perché ebbe al suo fianco tre musicisti altrettanto personalissimi che gli concessero di potersi esprimere nel modo più creativo e originale possibile.
Non a caso lo troviamo molto raramente a fianco di altri musicisti che non fossero Roger Daltrey, Pete Townshend e John Entwistle.
Moon sedeva dietro alla batteria quasi esclusivamente quando gli Who erano in studio di registrazione o su un palco.

Non si esercitava mai, era indifferente alle collaborazioni con altri.

Le poche registrazioni al di fuori degli Who ci mostrano un batterista quasi anonimo, rispetto al funambolo con la band madre. Pete Townshend ne diede la definizione migliore: Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.

Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico. Lo possiamo notare già agli esordi, pur in un contesto ancora beat e rhythm and blues, per poi sublimarsi nell'epoca d'oro degli Who, da Tommy a Who's Next a Quadrophenia. E' proprio con l'opera rock per antonomasia, Tommy, del 1969, che Moon assurge a un ruolo non ancora presente nelle rock band.
Porta, inconsapevolmente, a termine un percorso di progressiva crescita tecnica ed espressiva già evidente nei brani più recenti.

Diventa un protagonista di primo piano del sound degli Who (arrivati a questo punto a un livello tecnico spaventoso da parte di ogni singolo elemento) e inventa una modalità, che si rivelerà inimitabile, di suonare la batteria nella musica rock. E' proprio la sua ingenua spontaneità tecnica a rendere questo aspetto “inconsapevole”.

Suona in libertà ciò che “sente” intorno a sé e lo esprime nella sua inconscia modalità.
Saprà mantenersi a questi livelli fino a Who By Numbers del 1975, per poi declinare velocemente e, tre anni dopo, soccombere alla vita dissipata.
Incominciò a perdere colpi, svenendo sul palco o arrivando ai concerti reduce da varie serie di nottate insonni, dovendosi “ricaricare” velocemente per poter reggere il peso di un set complicato e faticoso come quello degli Who.

Un altro aspetto inspiegabile è come spesso salisse sul palco con quantità industriali di alcol e sostanze varie in corpo ma durante l'esibizione rimanesse lucido e perfettamente in sintonia con la band, senza errori o sbandamenti. La fine è vicina e sarà drammatica e paradossale, a causa di un'overdose di pastiglie utilizzate per non bere più.

Come ha scritto Tony Fletcher nella sua biografia “Dear Boy: the life of Keith Moon”: Keith Moon ha trascorso la sua vita spingendosi oltre i limiti alla ricerca di qualcosa di più di ciò che semplicemente non c'era. Keith era troppo giovane, troppo immaturo, troppo stordito dalle luci brillanti della fama e della fortuna e per vedere qualcosa di tutto ciò in quel momento.

lunedì, luglio 13, 2026

XTC

Riprendo l'articolo che ho scritto per "Il Manifesto", nell'inserto "Alias" di sabato scorso sugli XTC, band troppo spesso dimenticata.

Più o meno cinquanta anni fa, verso la fine del 1976, gli XTC trovarono una stabilità, sia nella line up che nella direzione musicale da prendere, diventando uno dei gruppi più geniali, originali e, paradossalmente, sottovalutati del secolo scorso.
Per quattro lunghi anni, dal 1972, quando i giovanissimi Andy Partridge e Colin Moulding incominciarono a collaborare, si avvicendarono, senza particolari risultati di rilievo, cambiamenti di stile, componenti, soprattutto di nomi della band.

Giusto per fare un breve riepilogo, sicuramente non esaustivo, passarono da Stiff Beach a Star Park, poi Star Park (Mark II), Helium Kidz, perfino Dukes Of Stratosphear (che tornerà successivamente nella loro brillante carriera), per fissarsi sul più immediato e a suo modo folgorante, XTC (contrazione di Ecstasy, non ancora abbinato al noto stupefacente lisergico).

Fino a quel momento le influenze assorbite da Partridge e Moulding (il duo di compositori) spaziavano da Beatles e Monkees al minimalismo rock 'n'roll dei New York Dolls.
Ma fu, come per centinaia di altri, il punk a cambiare le carte in tavola.
I Sex Pistols e affini li indussero a tagliarsi i capelli corti, inasprire il sound, seguire quella fantastica nuova onda che stava spazzando l'Inghilterra.
Ci si mise anche John Peel, alla costante ricerca di nuovi nomi di quella scena che stava sbocciando che, dopo averli ascoltati dal vivo a Londra, li trasmise alla sua trasmissione alla BBC, suscitando l'immediato interesse di una serie di etichette (disperatamente alla ricerca di nomi del nuovo trend da far firmare).
La spuntò la Virgin e da lì incominciò una nuova storia.

A partire dall'album d'esordio White Music del gennaio 1978 che assume già i connotati del post punk, tra atmosfere amfetaminiche, corroborate da melodie irresistibili, una cover stralunata (ma rispettosa) di All Along The Watchover di Bob Dylan/Jimi Hendrix.
Ci sono l'urgenza e la spontaneità del punk e del pub rock ma l'amore per i Sessanta più spensierati è evidente.
Soprattutto è più che ben definito quello che conosceremo come il classico suono degli XTC, un po' sghembo, psichedelico, armonicamente dissonante, dai ritmi spezzati (vedi This Is Pop o I'm Bugged), un approccio surreale/dadaista.

Andy Partridge: Punk? New Wave? Per me era solo pop music.

Come era consuetudine ai tempi, non passano più di dieci mesi ed ecco il secondo album Go2, più sperimentale e meno a fuoco del fulminante esordio.

Frustrati dalla scarsa considerazione della critica e dalle vendite non esaltanti, con il terzo Drums and Wires, abbracciano sonorità meno aspre e arrivano finalmente alla meritata notorietà, soprattutto con l'azzeccato singolo Making Plans For Nigel, più melodicamente abbordabile pur se fedele al quello che è ormai un consolidato marchio XTC.

E' con Black Sea del 1980 che la band arriva al massimo della sua potenzialità compositiva.
Non c'è un momento di flessione, il sound è immediatamente riconoscibile, perfetta fusione di modernità e riferimenti nobili al passato (dai Beatles ai Kinks) e che una dozzina di anni dopo saranno tra i principali ingredienti del Britpop (dai Blur ai Pulp, fino alle future derivazioni come i Franz Ferdinand, tra i tanti).
Canzoni come Respectable Street, Generals and Majors e Towers of London avrebbero meritato di entrare nel meglio del pop rock inglese, anche in virtù di testi profondi, critici verso la società inglese e il militarismo.
E' in questo periodo che Andy Partridge incomincia a maturare la decisione di interrompere l'attività live, soprattutto a causa di frequenti attacchi di panico e perdita di memoria che lo affliggono sul palco.
Inizia una serie di concerti interrotti o saltati a causa dei suoi problemi.
L'incertezza si protrarrà fino alla primavera del 1982 quando verrà cancellato un tour americano dalle pronosticate date sold out, lasciando la band carica di debiti, diritti delle vendite non corrisposti, soldi da concerti pregressi mai saldati.
E se Partridge e Moulding potevano rifarsi con i proventi dei diritti d'autore, la stessa cosa non riguardava il chitarrista Dave Gregory e il batterista Terry Chambers.
Quest'ultimo lascerà a breve la band.
Non prima di partecipare a un altro dei gioielli degli XTC
Il complesso e doppio English Settlement pubblicato nel 1982.
Un album variegato, in cui la band si spinge compositivamente ancora più in là, sperimentando nuove ritmiche, suoni, atmosfere, strumenti.
I brani sono sempre più barocchi, arrangiati (basti ascoltare il 5/4 ritmico della originalissima English Roundabout) ma lasciano spazio a una stupenda ballata tra Beatles e Kinks come Ball And Chain per scrivere un nuovo capolavoro di irresistibile melodia e creatività.
L'album arriverà al quinto posto delle classifiche inglesi ma ancora una volta mancherà il grande successo.

Il successivo Mummer del 1983 vede la band alle prese con un lavoro molto composito, spazia in atmosfere diverse, spesso molto lontane e slegate da un filo conduttore creativo.

Anche Big Express dell'anno successivo risente di una certa confusione tra la conservazione del suono caratteristico della band e la volontà di cercare nuove strade. Siamo sempre ad alti livelli ma mancano i guizzi a cui ci avevano sempre abituati.

La passione per i suoni psichedelici anni Sessanta vengono sublimati nel progetto parlallelo dei Dukes of Stratosphear che confezionano due album deliziosi come 25 'O Clock (1985) e Psonic Psunspot (1987) in cui rifanno, sapientemente, il verso agli anni tra il 1965 e il 1968, ricalcandone alla perfezione gli stessi suoni e atmosfere.
Due gioielli di estrema abilità compositiva tra primi Pink Floyd, Beatles, 13th Floor Elevators.

Non contenti infilano tra i due, nel 1986, un altro dei loro capolavori, il brillante Skylarking.
Prodotto da Todd Rundgren è un altro salto nella psichedelia, non certo in chiave revivalista ma con una costante rielaborazione creativa di quei suoni.
Nonostante una realizzazione piuttosto travagliata è il perfetto manifesto della maturità artistica e contiene Dear God, tra gli episodi più significativi della loro carriera (e della musica pop inglese).
If there's one thing I don't believe in, It's you Dear God.

Oranges & Lemons (1989) è un doppio dalle influenze molto variegate, interessante e stimolante ma altrettanto confuso nelle intenzioni.
E' l'ultimo sussulto creativo della band.

I successivi Nonsuch (1992), Apples & Venus Vol.1 (1992) e Wasp Star (Apples & Venus vol.2) (2000), pur mantenendosi a livelli più che dignitosi fanno rimpiangere i fasti del passato.

Dave Gregory abbandona nel frattempo la band e Partridge e Moulding litigano aspramente, riconciliandosi solo dopo anni.
Il secondo abbandona del tutto la musica, Partridge decide di chiudere con la sigla XTC, continuando a registrare vari demo, collaborando con vari artisti ma senza riuscire a fare riemergere la classe e il genio precedentemente conosciuti.

Una band che nell'arco di quindici anni si è presa la responsabilità di approfondire ogni piega recondita della musica pop rock, partendo dai Beatles e dai Beach Boys di Pet Sounds, passando attraverso mille altre influenze, alla costante ricerca di un suo miglioramento, abbellimento formale e sostanziale, filtrando il tutto attraverso la caustica e disincantata ironia britannica, sferzandone nei testi tanto la società quanto i dogmi, le regole, i pregiudizi.
Creando uno dei suoni più riconoscibili e personali nella storia del rock che, nel momento in cui ha perso la magia compositiva del duo Partridge/Moulding e il tocco speciale di Gregory, si è spenta.

venerdì, maggio 08, 2026

Jesse Hector

Un ricordo del grande JESSE HECTOR, recentemente scomparso.

Nato nel 1947, Jesse Hector dopo gli esordi in ambito rock 'n' roll, con il Rock 'n' Roll Trio (che riformerà brevemente nel 1966) abbraccia l'etica e la filosfia MOD, forma nei primi 60's i Cravats, vicini al rhythm and blues e nel 1963 "entrerebbe" nella mod band dei Clique ma in realtà non è mai stato ufficialmente accreditato, per poi unirsi ai Way of Life e in seguito ai Mod Section.
Grande fan degli Small Faces, dal 1969 si perde in una lunga serie di nuove band: i Crushed Butler, attivi dal 1969 al 1971, poi trasformatisi in Tiger, sono spessi indicati tra le principali proto punk inglesi anche se si configurano più come una band tra rock blues e vigoroso hard rock non distante dai Blue Cheer.
Successivamente si dedica agli Helter Skelter, suonando un glam rock intriso di hard rock e reminiscenze Sixties fino agli Hammersmith Gorillas (con cui incidono nel 1974 una deragliante versione di "You Really Got Me" dei Kinks), poi GORILLAS che realizzano dal 1976 al 1981 sei 45 giri finendo anche nel calderone punk, suonando con Damned e Eddie and the Hot Rods al Mont-de-Marsan Punk Festival nell'agosto 1976, il "primo european punk festival".
Dopo altri due singoli nel ma riscuotendo scarsa fortuna (ma influenzando a fondo un giovane Paul Weller, loro fan).
In particolare vanno ricordati "Gatecrasher" del 1976 e la tiratissima, su un ritmo alla Bo Diddley, "It's My Life" del 1978.
Nel 1978 pubblicano l'album "Message To The World" dal taglio (anche estetico, in copertina) decisamente glam con una discreta versione di "Foxy Lady" e una serie di canzoni autografe non esaltanti.
Jesse continua a suonare in seguito negli anni Novanta con il Jesse Hector Sound e i Gatecrashers, incidendo vari brani, raccolti, nel 2023, nella compilation "Running Wild", con un sound debitore ai tardi Small Faces più hard, Humble Pie, ruvido rock 'n' roll, garage, Stooges.
La regista Caroline Catz gli ha dedicato il film biografico "A Message to the World" nel 2008.

Crushed Butler
https://www.youtube.com/watch?v=gl8KmrQ4dUc

Helter Skelter
https://www.youtube.com/watch?v=wxQvcYNMWNw

Gorillas "Message To The World" full album
https://www.youtube.com/watch?v=T80Xof7hoHI&list=PLd7RNylrQjkLscfpGnzg9snKT69gFKcIP
Jesse Hector "Running Wild"
https://anotherplanetmusic.bandcamp.com/album/running-wild

La pagina Facebook a lui dedicata da cui sono state estratte alcune foto:
https://www.facebook.com/groups/58432755944/media

lunedì, maggio 04, 2026

Incontro con Brian Eno. Parma. Evento SEED e My Light Years

(Foto di Andrea Amadasi)

Trovarsi al cospetto di BRIAN ENO è emozionante.
Ancora di più le cose che dice sono lucidissime, ricche, colte, illuminanti.
Persona solare, ironica, divertente, disponibile e sorridente.

Dal 1 maggio al 2 agosto 2026 a Parma, nel Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years con la curatela di Alessandro Albertini.
Tutto molto interessante, avvolgente, ipnotico, avanti. Opera unica, da vedere.

Brian Eno si è trattenuto con la stampa per una serie di brevi domande e risposte.
Elogia e si dice ammirato dallo stile di vita degli italiani:
Me lo aveva sottolineato già il mio amico Robert Wyatt. Voi avete il gusto di una vita più riflessiva, vi piace stare a tavola a lungo, andare a visitare mostre e città d'arte, prendete la vita con meno frenesia e ve la godete di più. Io vivo a Londra, la capitale mondiale della finanza, dove non c'è nulla di questo ma solo la ricerca del guadagno e del profitto".

Sul suo giaccone campeggia una grande bandiera della Palestina (per la cui causa si è speso spesso con inziative di ogni tipo) e parte da qui una riflessione su questi tempi grami:
"Alle persone piace la pace, c'è troppa propaganda per la guerra. In poche parole la pace può essere questo progetto artistico, non sarebbe bello vivere così? (fa riferimento al Giardino in cui avviene l'incontro con la stampa).
Invece di vivere in un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25mila miliardi di dollari per le armi. Sarebbe bello che la pace potesse essere presentata in questo modo, fare in modo che arrivi alle persone, perché alle persone in realtà la pace piace, è questo che vogliono ma invece ci sono tanta propaganda e pubblicità per la guerra.
Molto spesso le persone non sono consapevoli del fatto che viviamo sommersi da un fiume di messaggi: ti dicono cosa pensare, come devi pensarlo, quanto pensarlo oppure che cosa non devi proprio pensare. Credo che l'arte possa essere utile nel senso che ti debba dire: pensa quello che vuoi e pensa come vuoi. Io voglio dare uno spazio in cui si possa pensare e ascoltare."


Gli fa eco la scrittrice e attivista Ece Temelkuran che lo accompagna (e ha collaborato alla realizzazione di SEED): “La Palestina è forse l’esempio più evidente di quanto le persone possano essere crudeli. Non solo lo sterminio in atto ma l'idea di farlo rapidamente per potere creare un resort.”

Una riflessione sull'uso dell'Intelligenza Artificiale nella musica:
"L'Intelligenza Artificiale c'è già da molti anni.
Non è importante lo strumento in sé ma come viene usato. Nel nostro caso, in questo momento, lo si usa per far diventare i ricchi ancora più ricchi, gli stessi che hanno creato e sono proprietari dei social media.
Importante è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, per trovare un modo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”


E infine un ulteriore pensiero relativo a un argomento molto caro a noi più attempati:
“Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici su cui le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone.
Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì che...’.
Non è vero, c’era un sacco di merda anche allora. Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate, 17 erano cose che non avremmo mai voluto sentire e che non abbiamo mai più ripreso in mano.
Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita. Penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.

lunedì, aprile 13, 2026

Maureen Tucker

Moe Tucker ha letteralmente inventato uno stile batteristico, basato su un minimalismo essenziale, all'estremo limite dell'imperizia tecnica. Quest'ultima diventata una caratteristica sostanziale, distintiva, più volte imitata. Ha all'attivo una discreta produzione solista e alcune collaborazioni prestigiose (Lou Reed, John Cale, Half Japanese). Ormai ritiratasi dall'attività artistica, è un fervida sostenitrice dell'estrema destra americana.
Playin' Possum (1981)
Un esordio solista sconcertante in cui suona tutti gli strumenti, coverizzando "Heroin" brani di Chuck Berry, Little Richard, Bob Dylan, Vivaldi (!), "Louie Louie". Registrazione sotto i limiti del demo tape, esecuzione quanto meno "incerta". Puro trash.

Life in Exile After Abdication (1989)
Dopo l'esordio di dubbia qualità, trascorsi 8 anni (e un ep non esaltante), torna finalmente con album di ottima qualità avvalendosi dell'apporto di Lou Reed in due brani (uno dei quali è una versione di "Pale Blue Eyes" con Kim Gordon al basso), dei quattro Sonic Youth sparsi in varie canzoni, Daniel Johnstone e Jad Fair degli half Japanese. Il mood è sempre all'insegna dell'improvvisazione ("Chase" con i Sonic Youth e altri), della dissonanza, della precarietà esecutiva.
Ma "Talk So Mean" è un piccolo gioiello e il resto si lascia ascoltare nella sua specificità e ci mostra una batterista non sempre così minimale.
Moe restituisce il favore a Lou Reed suonando due brani (contributo quasi impercettibile) nel suo capolavoro "New York" nello stesso anno.

I Spent a Week There the Other Night (1991)
Ancora tanti amici a dare una mano (tra cui Lou Reed, John Cale e Sterling Morrison che suonano insieme, per la prima volta dal 1969) in "I'm Not", i Violent Femmes, Sonny Vincent, un'ammaliante (e riuscitissima) versione di "I'm Waiting For My Man", chitarra e voce, altre belle cose, più crude e punkeggianti del solito. Il suo drumming è più elaborato, seppure non si discosti troppo daallo stile conosciuto. Un lavoro discreto.

Dogs Under Stress (1994)
Un lavoro più "pop", meglio realizzato da un punto di vista della produzione e della ricerca dei suoni. Al suo fianco ci sono l'ex batterista dei Cramps Miriam Linna, Sterling Morrison, Sonny Vincent e Victor De Lorenzo dei Violent Femmes. Proprio la maggior cura dedicata al disco lo normalizza e rende meno distintivo.

lunedì, aprile 06, 2026

The Wings

Riprendo l'articolo che ho scritto per "Alias" de "Il Manifesto" sabato scorso, dedicato alla carriera dei WINGS, in occasione dell'uscita del documentario Man On The Run di Morgan Neville dedicato al primo post Beatles di Paul McCartney (ne ho parlato qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/03/paul-mccartney-man-on-run.html)

Lo scioglimento dei Beatles era stato sussurrato, dichiarato, minacciato (Ringo se ne andò durante le session del “White Album”, George durante le riprese di “Let It Be” ma tornarono subito, il 20 settembre 1969 John disse agli altri che per lui era finita) ma probabilmente nessuno dei Fab Four ci credeva veramente fino in fondo. Ma quando il 10 parile 1970 Paul lo ufficializzò alla stampa il sogno era davvero finito.

“Finalmente” soli e indipendenti i quattro reagirono in maniera scomposta e disordinata: George pubblicò il suo capolavoro “All Things Must Pass” e inventò il primo evento benefico nella storia del rock, il concerto per il Bangladesh, John si tuffò nelle sue avventure politico/ideologiche/pacifiste tra alti e bassi artistici, Ringo riunì metaforicamente la band nel suo album “Ringo” facendo partecipare, pur separatamente, Paul, John e George.

Curiosamente, ma non troppo, sia Paul che John, inconsapevolmente, si “nascosero” per un po' dietro sigle e band.

Il primo album del bassista si intitola ed è attribuito solo a McCartney, senza Paul, il secondo, Ram, a Paul and Linda McCartney, il terzo, Wild Life è già dei Wings.
John Lennon si “copre” con la Plastic Ono Band.

Questo stato d'animo viene ben descritto nel recente documentario sul Paul McCartney post Beatles, Man On The Run di Morgan Neville, in cui il musicista si trova improvvisamente spaesato, incapace di reagire a quanto è appena accaduto. Si rifugia nella sua fattoria in Scozia, con la famiglia e uno stuolo di animali, facendo una vita rurale e selvaggia, lontano da tutto e tutti, dandosi anche una mano con abbondanti dosi di alcol, chiedendosi sostanzialmente se mai riuscirà a ripetere artisticamente quello che si è appena bruscamente concluso.
Ci vorranno anni ma, come ben sappiamo, ce la farà, nonostante la stampa inglese (ma non solo) farà a gara per denigrarlo sempre di più. Il documentario analizza la sua carriera fino alla fine dei Wings.

Gli inizi sono traballanti.
McCartney è un disco registrato in casa, scarno, in uno studio minimale.
Paul suona tutti gli strumenti, si autoproduce, inventa sostanzialmente il concetto di Lo-Fi.
Ci sono momenti sperimentali, brevi strumentali, canzoncine non irresistibili ma anche un capolavoro assoluto come Maybe I'm Amazed, tra le sue migliori composizioni in assoluto, brani che solo i Beatles si potevano permettere di scartare, splendide ballate come Junk, Every Night e Teddy Boy.
Viene accolto tiepidamente e con diffidenza.
Verrà rivalutato solo tempo dopo, allo stesso modo del successivo Ram, pubblicato nel 1971.
In questo caso la critica sarà impietosa nel stroncarlo unanimemente.
Effettivamente vive di alti e bassi, anche se la classe compositiva rimane intatta soprattutto in canzoni come Dear Boy o nel medley Uncle Albert/Admiral Halsey.
Il brano che attrasse maggiormente l'attenzione fu l'iniziale Too Many People che contiene riferimenti più o meno velati (e offensivi) a John e all'ancora bollente questione dello scioglimento dei Beatles.
Lennon intese che il tutto fosse un attacco alla sua persona e a Yoko e rispose qualche mese dopo in Imagine con la velenosa How Do You Sleep? in cui il bersaglio è evidentemente Paul.
L'album arrivò comunque al primo posto in Inghilterra, al secondo in Usa rimanendo cinque mesi nella Top Ten.
Non male per un disco “deludente”.

Sei mesi dopo si ripresenta con la nuova creatura musicale i Wings, di cui lui, la moglie e il chitarrista ex Moody Blues, Denny Laine saranno la spina dorsale, con una serie di musicisti che si alterneranno negli anni.
Wild Life è un lavoro di bassa qualità, volutamente registrato in fretta per catturare la spontaneità del gruppo ma che ha davvero pochi spunti di interesse, tra improvvisazioni in studio e idee poco sviluppate.
Paul torna in concerto con la band, ritrova confidenza con il palco, dapprima a sorpresa in una serie di università, poi in varie parti d'Europa, pubblica tre discreti singoli e nel maggio 1973 esce Red Rose Speedway, concepito come doppio album, poi fortunatamente ridotto a singolo.
Proprio perché il contenuto è ancora di incerto valore, tra ballate, un medley di 11 minuti poco sensato e solo pochi momenti positivi. Sarà di nuovo travolto dalle critiche.

Quando sembrava, nonostante le vendite dei dischi fossero ancora più che dignitose, destinato a una carriera declinante Paul cala l'asso.
Dapprima con il singolo Live And Let Die, uscito nel giugno 1973 sigla dell'omonimo film della serie di James Bond, diventato un classico e poi con l'album Band On The Run del novembre, accreditato a Paul McCartney & the Wings, registrato avventurosamente a Lagos in Nigeria tra mille problemi, non ultimo la defezione, il giorno prima della partenza, di due membri della band. Il disco è esclusiva pertinenza di Paul, Linda e Denny Laine.
E' un capolavoro di stile, ispirazione, brillantezza compositiva, un semi concept, senza alcuna caduta di tono, probabilmente la migliore espressione artistica di un ex Beatle.
Sarà il disco più venduto in Inghilterra del 1974 e scalerà le classifiche di mezza Europa e States.
La band trova il successo mondiale, i tour si susseguono, sempre affollatissimi e trionfali (lo conferma il triplo live Wings Over America del 1976, dove, per la prima volta ritorna a suonare qualche brano dei Beatles).
Qualitativamente gli album successivi abbasseranno l'asticella.

Venus And Mars (1975) è un buon disco con ottimi spunti (il rock quasi hard di Letting Go e Medicine Jar) ma rimane nella mediocrità.
La volontà di apparire come una band e non come un progetto solista di Paul sfocia in Wings At The Speed Of Sound del 1976, dove viene lasciato spazio compositivo e canoro ai membri della band, con risultati non esaltanti.

Nel 1977 piazza il mellifluo singolo Mull Of Kyntire in testa alle classifiche inglesi per settimane vendendo 2 milioni di copie.

Poco importa quindi che il successivo album London Town del 1978 sia piuttosto debole e sciapo, soprattutto in tempi di esplosione di punk e new wave.

Nel giugno 1979 esce l'ultimo album dei Wings.
Back To Egg suona più grezzo e immediato (la produzione è affidata a Chris Thomas, già con Sex Pistols e Pretenders), c'è perfino una specie di omaggio al punk con Spit It On e un banale Rockestra Theme con la partecipazione di grandi star del rock (Who, Led Zeppelin, Pink Floyd).

Nel gennaio del 1980 Paul viene arrestato in Giappone per possesso di marijuana alla vigilia di un tour di 11 date.
Tornato in Inghilterra, dopo alcuni giorni in prigione, registra il suo secondo album solista, McCartney II, fortemente influenzato da elettronica ed elementi new wave con il funk del singolo Coming Up approdato al successo. Nel frattempo vari dissapori con Denny Laine sanciscono la fine dei Wings.

Una band, paradossalmente sottovalutata, spesso pregiudizialmente, che ha esplorato il mondo del pop, evolvendosi all'interno di esso, facendo crescere la personalità di un Paul McCartney senza più “vincoli Beatlesiani”. Un esperimento continuo, incurante di subire gli strali di pubblico e critica, che ha lasciato un capolavoro, Band On The Run, una serie di buoni album e una manciata di eccellenti brani, spesso di grande successo.

Contrariamente agli ex compagni di viaggio Paul ha creato una carriera solida e duratura, dove John si è a lungo fermato, prima della tragica morte, per tornare con Double Fantasy non proprio entusiasmante, Ringo ha lasciato una lunga serie di dischi trascurabili e George, All Thing Must Pass a parte, ha confermato l'impressione di non essere in grado di scrivere più di due o tre brani di buon livello per ogni album.

Paul è ancora in attività concertistica, non disdegna riproporre brani dei Wings, rimane il più grande compositore di pop rock di sempre.

martedì, febbraio 24, 2026

Style Council - Café Bleu

Riprendo l'articolo che ho dedicato a "Café Bleu" degli Style Council lo scorso sabato nell'inserto "Alias".

Sembrava uno scherzo, nessuno riusciva a crederci, né i compagni di avventura, Rick Buckler e Bruce Foxton, e nemmeno il padre e manager John Weller.
I Jam erano finiti.

Proprio all'apice del successo, quando ogni brano nuovo filava veloce in testa alle classifiche inglesi e la band riempiva gli stadi.
Ma Paul Weller aveva deciso così.
Era ora di cambiare strada.
L'ossessione per i Beatles lo portava a ripercorrerne le stesse modalità: chiudere al top e non tornare più indietro, non fare mai un disco uguale all'altro, guardare sempre avanti, sperimentare.

Lo racconta il voluminoso libro “Dancing Through The Fire” (in primavera anche in edizione italiana) in cui Dan Jennings ha raccolto 800 pagine di dichiarazioni di Weller e decine di collaboratori, giornalisti, amici, tracciandone un ritratto esaustivo e completo.
"Non mi piace quando le cose diventano troppo grandi e di massa.
Non mi è mai interessato diventare la più grande band del mondo.
Ho sempre e solo cercato di essere riconoscibile e che la nostra musica fosse riconosciuta. Non era una questione di dominare il mondo. Mai stato interessato a quello”
.

D'altra parte alla fine del 1982 aveva 24 anni e tanto tempo a disposizione davanti a sé.
Aveva soprattutto una nuova idea, antitetica a quella di un gruppo rock di soli tre elementi, fisso, stessi componenti da sempre.
Weller pensava a un collettivo aperto, senza limiti musicali, senza chitarre e ritmiche possenti.
Voleva tornare alle sue radici soul e jazz, ai 45 giri, a una dimensione meno stressante, dove nessuno ti insigniva del ruolo di “portavoce generazionale”, come era ormai diventato con i Jam.

Contatta, ancora prima di sciogliere la band, un giovane mod, Mick Talbot, già tastierista con Merton Parkas, Dexy's Midnight Runners e Bureau, anche lui appassionato dei suoi stessi suoni.
Mi fu chiesta la massima segretezza e dovetti rispettarla anche se avrei voluto raccontarlo al mondo intero che stavo lavorando a un nuovo progetto con Paul Weller. Ma gli unici a cui lo dissi furono i miei genitori (Mick Talbot).

Gli Style Council nascono così, da un'idea di massima, pile di dischi da ascoltare a ripetizione, dalla Blue Note alla Motown, alla Stax Records a oscure canzoni Northern Soul e bozzetti di canzoni, una sostanziale improvvisazione su cosa fare, di volta in volta. Paul pensa a una carriera a base di 45 giri, quel formato magico che lo appassiona da sempre.

Weller: Volevo fare 45 giri per un po’. E’ sempre stato il mio formato preferito. Non volevo la pressione di comporre un album. E volevo che ognuno fosse diverso dagli altri, con stili sempre differenti.

Un progetto che non piaceva né all’etichetta né ai vecchi fan.
Era un momento molto emozionante per me, lasciavo tutto quello che avevo fatto e ricominciavo da capo, facendo ogni cosa che mi veniva in mente. Non avrei mai potuto farlo con i Jam.

E in effetti partono in quel modo, disorientando un po’ tutti, con brani di stampo new soul (“Speak Like a Child”), coinvolgenti e melodiche ballate (“Party Chambers), un travolgente hip hop/funk semi elettronico (“Money Go Round) dal testo pesantemente politico, un soul elettronico come “Long Hot Summer” (dalle sonorità e groove molto vicine a “Between The Sheets” degli Isley Brothers, uscito pochi mesi prima), delicati episodi jazz/blues come “Le Depart” e “Paris Match”.

Alcuni vengono raccolti nell’EP “A’ Paris”, primo potenziale episodio di una serie di brevi dischi dedicati a vari luoghi europei tra cui l’amata Italia e un “Dutch EP” olandese, poi derubricato dai programmi, come, fortunatamente, un disco “svizzero” con l’inserimento di corni e cori alpini…

Dichiara Weller nell’agosto 1983:
Non mi vedo più come un Britannico. Ci consideriamo Europei. Vorrei avere un passaporto per il mondo, non voglio essere considerato parte di una sola nazione o circoscritto a un unico luogo. Questo è il mio mondo e voglio appartenergli totalmente.
Buona parte di questo materiale viene raccolto in un album destinato al mercato americano ed europeo, Introducing The Style Council, nel giugno 1983 ma Weller rifiuta la pubblicazione in Gran Bretagna.
Sperimentavamo molto, suonavamo in stile jazz ma non volevamo essere una jazz band, inserivamo ritmi bossa nova e tanto altro. Ho sempre ammirato chi cambiava direzione e usciva da quello che faceva abitualmente, come David Bowie.

Finalmente la band, allargatasi anche con l’inserimento fisso del batterista Steve White, decide che è ora di un album.
“Café Bleu” esce nel marzo 1984.
Confessa Weller:
Non avevo tanto materiale da parte, molte canzoni sono uscite di getto, all’ultimo momento, era tutto fresco e spontaneo, urgente e immediato. Lavoravamo per ore in studio dal lunedì al venerdì, suonando, componendo, improvvisando.

Si pensa addirittura a un doppio ma alla fine si ripiega su tredici brani.
Un lavoro sorprendente, forse incompleto nella sua estrema varietà, tra modern e latin jazz, funk, blues, swing, rap, funk, soul, bossa nova, pop, il mondo della Blue Note e tanto altro.
A riprova della dichiarata volontà di essere un collettivo, Paul Weller è assente in alcuni brani, usa poco la chitarra, a volte suona solo il flauto (nello strumentale “Council Meetin’”), ospita Tracey Thorn e Ben Watt degli Everything But The Girl e altri musicisti, tra cui una giovane cantante, DC Lee che nulla conosce del passato artistico di Paul (e che diventerà poi membro della band e sua moglie).
Canto solo in tre o quattro pezzi, per il resto cantano altri o sono strumentali. Significa volere provare tutto, provare quello che hai in testa, provalo e vedi quello che succede. Qualcosa avrà successo, qualcosaltro invece no. Ho avuto l’opportunità di poterlo fare e attraverso queste cose ritrovi te stesso e finisci per pensare che sei davvero fortunato.

Il disco contiene la canzone più famosa degli Style Council, la struggente “You’re The Best Thing” e due altri episodi rimasti sempre nel live set solista di Paul, “Headstart For Happiness” e “My Ever Changing Moods”.

“Café Bleu” è accolto molto bene dalla critica, arriva al secondo posto in Inghilterra e diventa disco d’oro, rimanendo in classifica per otto mesi, più di ogni album dei Jam.
Se contestualizzato all’epoca, è un album innovativo, che pur attingendo da radici “classiche”, le rinnova, contamina, svecchia, riproponendole con una personalità immediatamente riconoscibile.
Weller, sempre più politicamente radicalizzato (basti scorrere le parole del rap “A Gospel” cantato da Dizzi Heights contro lo “Zio Sam” americano “Non vedo l’ora in cui penzoleranno da un cappio/E non dovremo mostrare nessuna pietà/ Loro non sentono il male con le mani strette per zittire le vittime della guerra dello Zio Sam"), lo voleva intitolare come uno strumentale presente nell’album “Dropping Bombs on the Whitehouse” (sganciando bombe sulla casa Bianca), un termine jazzistico per introdurre un solo di batteria ma venne dissuaso.

“Café Bleu” ritorna ora in una “Special Edition” di 91 brani divisi in sei CD con le consuete versioni differenti, demo, live, inediti, prove e jam in studio che dimostrano quanto fosse prolifico e creativo il momento e quanto gli Style Council siano stati coraggiosi e autenticamente sperimentali nel cercare di esplorare, senza limiti preconcetti, ogni limite artistico a loro disposizione, con una visione collettiva della musica. Il tutto corroborato dall’innata coolness estetica, all’insegna di eleganza, raffinatezza, distinzione, prerogativa essenziale di ogni Mod.
In retrospettiva, uno degli album più importanti degli anni Ottanta inglesi.

Clamoroso e inspiegabile l'errore che ha costretto l'etichetta a rinviare la vendita dei supporti fisici a maggio (rimane disponibile invece in digitale.
CD e vinili sono stati ritirati all'ultimo momento), in quanto due brani erano usciti in realtà un anno dopo rispetto a “Cafè Bleu” e quindi incompatibili artisticamente e cronologicamente con il cofanetto.
Strano che il super preciso Weller non abbia ascoltato il tutto prima della stampa.

Del pasticcio "Café Bleu" ho parlato poco tempo fa qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/02/il-pasticcio-di-cafe-bleu-special.html

venerdì, febbraio 06, 2026

Sly Dunbar

L'amico PIER TOSI ricorda il talento del grandissimo SLY DUNBAR recentemente scomparso.

Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00

La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.

Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.

Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.

I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.

Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.

Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.

Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.

Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.

Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.

La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.

La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.

Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.

Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.

Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.

martedì, gennaio 20, 2026

Jackie Wilson

Riprendo l'articolo che ho scritto lo scorso sabato per "Alias" de "Il Manifesto".

In pochi riconosceranno nel protagonista di questa storia un personaggio che ha influenzato in maniera diretta e sostanziale le famose movenze che hanno reso famosi alcuni Re della musica moderna, da Elvis Presley a James Brown a Michael Jackson.
Neppure immagineranno che dietro alle sue foto patinate c’era una persona dissoluta, alcolista, più volte incarcerato e accusato di abusi sessuali.
Ancora più se ne ascoltiamo la voce vellutata, elegante e raffinata che accompagna certe ballate zuccherose come “Lonely Teardrops” o i suoi più grandi successi, il rock ‘n’ roll swing del 1958, “Reet Petite”, l’avvolgente soul “(I Get the) Sweetest Feeling” del 1968 (ripreso anche da Erma Franklin e Edwin Starr) e il proto funk “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher” del 1967, questi ultimi due diventati vere hit nei dancefloor della scena Northern Soul dagli anni Settanta in poi.

Parliamo di Jackie Wilson, nato nel 1934, una vita martoriata da ogni tipo di guaio, personale e giudiziario, lutti, arresti, dipendenze, scomparso nel 1984, dopo un lungo calvario, seguito a un infarto sul palco, nel 1975.
Cresciuto nei sobborghi di Detroit, fin da giovanissimo si aggrega a una gang, si appassiona all’alcol, tanto quanto alla musica, nel consueto coro gospel, nonostante non fosse affatto religioso e volesse solo raccattare qualche soldo da spendere in modo molto meno spirituale.
Nel frattempo fa in tempo a lasciare la scuola, finire in riformatorio, abbracciare una discreta carriera di pugile, mettere incinta la fidanzata.
E siamo solo ai suoi diciassette anni.

Per fortuna la musica gli lancia una mezza àncora di salvezza.
Le sue capacità vocali attirano l’attenzione, incomincia una breve carriera solista per poi passare al gruppo vocale dei Falcons, insieme al cugino Levi Stubbs, poi protagonista di una fulgida carriera con i Four Tops. Viene scoperto da Johnny Otis (che compose il classico “Hound Dog” e lanciò Etta James, tra le tante cose).
Canta per un po’ con i Dominoes per approdare di nuovo alla carriera solista e partire con “Reet Petite” (composto da Berry Gordy Jr, in procinto di fondare una delle etichette più influenti di sempre, la Motown Records). Sarà un successo minore per poi trovare un’inaspettata popolarità trent’anni dopo, nel 1986, quando sarà corredato da un video animato che spopolerà in Inghilterra ed Europa, vendendo quasi un milione di copie.
Farà meglio con “Lonely Teardrops”, sempre nel 1958 che vola nelle charts americane ai primi posti.

Jackie Wilson diventa popolarissimo soprattutto per le sue esibizioni dal vivo, fatte di piroette, spaccate, mosse sessualmente allusive (per i tempi), ancheggiamenti, ammiccamenti.
Si inginocchia, si toglie la giacca, la lancia al pubblico, suda abbondantemente (la leggenda vuole che bevesse litri di acqua con il sale per favorire la sudorazione e apparire più attraente e credibile), si agita, muove i piedi velocemente con piccoli e veloci passetti, chiama ragazze del pubblico a salire sul palco per un bacio.
Caratteristiche a cui si rifaranno esplicitamente, per loro stessa ammissione, James Brown, Michael Jackson e soprattutto Elvis Presley con cui stringe un’affettuosa e duratura amicizia.

Lo chiamano “Mr.Excitement” e successivamente il “Black Elvis”.
Elvis sottolineò che se lui era l’Elvis nero, significava che “io sono il Jackie Wilson bianco”. Entra ben presto nel circuito televisivo, la sua musica è gradevole e mai oltraggiosa (come la poteva essere quella dei bluesmen o di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, lo stesso Elvis) e ogni apparizione garantisce uno spettacolo unico.
La sua carriera prosegue a suon di successi, tra i quali “Baby Workout” e “Night” che arrivano al milione di copie. Collabora con Count Basie, LaVern Baker e si trova i mitici Funk Brothers a suonare in molti dei suoi dischi.
I già citati “(I Get the) Sweetest Feeling” e “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher”, mantengono alta la sua popolarità, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Fuori dal palco però non cambia stile di vita.
Viene arrestato per percosse a un poliziotto ma anche per molestie sessuali che sembrano essere una prerogativa piuttosto frequente (anche Patti Labelle parlerà in una sua autobiografia delle “attenzioni” ricevute da Wilson nei camerini prima di un concerto) oltre all’arrivo di sostanze stupefacenti ad affiancare la predilezione per l’alcol.

Fu anche vittima di un colpo di pistola da parte di una delle tante fidanzate che gli costò l’asportazione di un rene e l’impossibilità di estrarre la pallottola, troppo vicina alla spina dorsale.
Il management fornì una versione diversa per nascondere le sue discutibili abitudini.
Anche da un punto di vista finanziario la sua vita è un disastro.
In epoche in cui la gestione dei diritti era un contesto selvaggio e senza regole, finisce tra le mani di manager senza scrupoli che, nonostante i grandi successi e i milioni di dischi venduti, lo lasciano sostanzialmente al verde.
L’agenzia delle entrate americana gli sequestra la casa per tasse mai pagate.
Riuscì faticosamente a rientrarne in possesso mentre un tribunale stabilì che il manager e l’etichetta gli dovevano almeno un milione di dollari (cifra immensa per l’epoca). Il processo si protrasse fino a dopo la sua morte e Jackie Wilson non poté mai usufruire della somma, lasciando, anzi, un’ingente somma di debiti.

Un altro aspetto altrettanto traballante è quello della vita privata.
Divorziò dalla prima moglie, da cui ebbe quattro figli, sposò la sua amante (da cui ne aveva parallelamente avuto un altro).
Nel 1970 un suo figlio fu ucciso durante una lite con un colpo di pistola. Wilson cadde in depressione e si tuffò nell’alcol, rimanendo recluso per alcuni anni.
Anche altre due figlie morirono, una delle quali uccisa per una questione di droga. Wilson ebbe anche numerosi altri figli, mai riconosciuti, fuori dai matrimoni, incluso Bobby Brooks Wilson che ha intrapreso la carriera artistica riproponendo le canzoni del padre. Anche la sua morte è stata esagerata, spettacolare, unica, nella sua tragicità.

Il 29 settembre 1975, mentre partecipava al “Good Ol' Rock and Roll Revue” di Dick Clark, a Cherry Hill, nel New Jersey, mentre cantava la sua hit "Lonely Teardrops" alle parole "My heart is crying" si accasciò teatralmente sul palco.
Il pubblico applaudì, i musicisti rimasero immobili, pensando tutti a una delle sue trovate. Ma dopo poco fu palese che si trattava di un malore.
Jackie aveva avuto un infarto.
Fu trasportato in ospedale dove cadde in uno stato comatoso da cui non si riprese più, se non a tratti, quando aveva rari momenti di coscienza ma incapace di parlare e muoversi.

Mori il 21 gennaio del 1984.
Durante la degenza il vecchio amico Elvis Presley pagò la maggior parte delle spese medico/ospedaliere.

A Jackie Wilson sono arrivati prestigiosi e affettuosi tributi da parte di alcuni grandi della musica, da Michael Jackson che gli dedicò il suo Grammy Award ricevuto per l’album “Thriller” nel 1984, l’amico/collaboratore Berry Gordy Jr, lo ricordò nella sua autobiografia del 1994:
“Il più grande cantante che abbia mai sentito. L'epitome della grandezza naturale. Sfortunatamente per alcuni, ha fissato lo standard che cercherei per sempre nei cantanti".
Smokey Robinson: "Jackie Wilson è stato il cantante e l'artista più dinamico che abbia mai visto". Bobby Womack ha aggiunto: "Per quanto mi riguarda, era il vero Elvis Presley”.
E infine Van Morrison che nel 1972 scrisse “Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile)”, poi ripresa dai Dexy’s Midnight Runners di Kevin Rowland, che dall’impostazione vocale di Wilson ha decisamente imparato tanto.

martedì, dicembre 02, 2025

Bo Diddley

Riprendo l'articolo che ho pubbliato sabato per "Alias" de "Il Manifesto", dedicato a BO DIDDLEY.

Non sono in tanti che possono vantare l’ “invenzione” di uno stile, una specie di “genere musicale” nella storia del rock.

Bo Diddley è uno dei pochi in assoluto che creò una modalità ritmica che è diventata nel tempo un marchio di fabbrica, immediatamente e inevitabilmente riconducibile a lui. Una miscela di ritmi africani, la cui origine pare arrivi dalla zona sub sahariana, blues, gospel e la tradizione folk “Hambone” utilizzata da musicisti di strada che cantavano accompagnandosi con battiti di mani e colpi su gambe e petto.
Divenne una sorta di anello di congiunzione tra blues e il nascente rock ‘n’ roll a metà anni Cinquanta.
Una base di batteria, con l’uso prevalente dei timpani e tom, sulla quale la chitarra ripeteva lo stesso groove, diventando un ulteriore elemento percussivo. Una modalità che nasce probabilmente dall’abortita volontà di suonare la batteria.
Volevo diventare un batterista, ma non funzionò. Le mie mani non riuscivano a fare una cosa, mentre l'altra faceva l'altra. Cercavano di fare la stessa cosa.”

L’ossessivo e ipnotico rullare dei tamburi, con le maracas a dare un tocco latino, sono l’aspetto saliente del Bo Diddley Beat (detto talvolta anche Jungle Beat). La sua influenza fu immediata su molti artisti, da Buddy Holly a Elvis Presley fino (soprattutto) alla nuova scena beat inglese degli anni Sessanta che da Rolling Stones a Pretty Things, Who, Kinks, Yardbirds, fino agli Animals, che incisero un brano intitolato “The story of Bo Diddley”.
Pare che Bo non fosse del tutto soddisfatto che qualcuno utilizzasse/rubasse la su “invenzione” ma alla fine si rese conto che era in realtà un omaggio affettuoso. Io sono quello che Elvis ha copiato. Ha copiato me e ci ha messo insieme Jackie Wilson.

Anche se negli ultimi anni di vita è sempre stato piuttosto categorico nel definire il suo ruolo all’interno del rock:
La musica odierna non ha niente a che vedere con il rhythm and blues o il rock'n'roll, come lo chiamavamo noi. Oggi i ragazzi sostengono di essere rock'n'roll con tutti quelle chitarre urlanti e roba del genere. Beh, questo non è rock'n'roll! Non sembra Elvis Presley, non sembra i Beatles... beh, i Beatles non erano proprio rock'n'roll. Non so come lo chiameresti, ma non accetto la parola rock'n'roll con i Beatles. Non appartengono alla lista dei rock'n'roller. Erano più o meno folk country o qualcosa del genere. Non so cosa fossero.

Personaggio strano e particolare, dalla vita altrettanto anomala.
Nato nello stato del Mississippi, lasciato dal giovanissimo padre in adozione al cugino, che gli diede il cognome McDaniel, si trasferì a Chicago, dove divenne membro attivo di una chiesa Battista e suonò trombone e violino per almeno una dozzina d’anni, in maniera impeccabile, tanto da far parte dell’orchestra della Chiesa.
“Nessuno mi spinse a suonare il violino ma quando ne vidi uno per la prima volta me ne innamorai e imparai subito a usarlo. Così bene che fecero una colletta per comprarmene uno da 29 dollari. A quei tempi (anni Quaranta) erano un sacco di soldi, un sacco di patate costava 50 cents!” (Le dichiarazioni sono tratte da un’intervista del 2006 di Bob Gerstzyn).

Nonostante abbia provato sulla sua pelle il rigore del razzismo è sempre stato molto lontano da rivendicazioni particolari in merito, fortemente influenzato dalla sua fede religiosa e da un innato patriottismo:
"Non sono stato coinvolto nel movimento per i diritti degli afroamericani, ma ho tratto beneficio dalle persone che lo facevano. Perché questa merda non sarebbe mai dovuta andare così, fin dall'inizio.
L’America è un paese meraviglioso e penso che abbiamo uno dei sistemi migliori al mondo, ma ha dei difetti, molti difetti gravi. Abbiamo delle cose in corso in questo paese che non dovrebbero succedere.
Sto parlando di libertà. Non credo che si debba andare in giro a fare del male e poi nascondersi dietro la bandiera, ma molte persone lo stanno facendo. Essendo un uomo di colore, non direi nemmeno cazzate del genere, perché penso che un giorno tutti saranno una cosa sola.
Indipendentemente da chi siamo, se la Bibbia è giusta, siamo tutti fratelli e sorelle, indipendentemente dal colore della nostra pelle.
Dalla nostra nazionalità o da qualsiasi altro modo. Non ho mai pensato che le persone fossero bianche e nere, gialle e verdi e tutte quelle stronzate. Siamo tutti uno.”


Uno dei problemi che lo ha accomunato a tantissimi artisti di colore dell’epoca è stato la mancata corresponsione dei diritti delle sue canzoni.
Fino agli anni Sessanta inoltrati il sistema dei diritti d’autore è stato “regolato” da modalità selvagge, senza particolari tutele, soprattutto per gli artisti di colore, spesso senza contratti, con i brani che non venivano effettivamente depositati a loro nome o che, nel caso di plagio o “furto”, non avevano possibilità di sobbarcarsi in cause legali.
“La gente non si rende conto che era comune per gli artisti non essere pagati per le loro canzoni perché non c'era nulla che si potesse fare. Assumere un avvocato e intentare cause legali costa, quindi quando vivi di concerto in concerto, non hai i fondi. Poi ci sono i termini di prescrizione, quindi se passa troppo tempo, non c'è nulla che tu possa fare.
Forse prima di lasciare questa dannata Terra, uscirò e guarderò nella mia cassetta della posta e li troverò tutti lì dentro. In altre parole, non succederà, questa è l'America. Questo è quello che si chiama una buona vecchia fre
gatura americana. Sono stato fregato per milioni, tesoro! Milioni! Non lo dico solo come una parola. Sono stato fregato. Non ho mai visto un assegno di royalty che mi arrivasse.

La sua carriera è stata comunque ricca di grandi soddisfazioni e successi, soprattutto con “I’m A Man”, “Bo Diddley”, “You Can’t Judge a Book By The Cover”, “Pretty Thing”, “Who Do You Love?”, “Roadrunner”, “Say Man” che ritroviamo nei repertori di decine di gruppi (oltre ai già citati protagonisti del Beat inglese nell’elenco troviamo anche Doors, Captain Beefheart, Creedence Clearwater Revival, New York Dolls).
Ha introdotto l’uso del tremolo nella chitarra, utilizzando spesso anche la distorsione.
Famose le sue chitarre dalle forme rettangolari e anche la sua apparizione in “Una poltrona per due”, con un cappello da sceriffo, interpretando il gestore di un banco dei pegni.
In effetti, nel periodo in cui visse in New Mexico, negli anni Settanta, fu per tre anni il vice sceriffo della sua cittadina, Las Lunas.

Nel 1979 i Clash, in tour in America, lo vollero come act di apertura dei loro concerti, essendo un idolo di Joe Strummer.
Famoso il suo litigio con Ed Sullivan che lo volle al suo show in cui però Bo Diddley decise di cambiare il brano previsto, allungando il tempo a sua disposizione.
Nel corso degli anni è stato spesso presente a varie celebrazioni dei grandi del rock ‘n’ roll a fianco di Chuck Berry o BB King, ha collaborato con Eric Clapton e con i Rolling Stones, sia dal vivo che in studio (nel suo ultimo album, del 1996, “A Man Amongst Men”, ci sono Keith Richards e Ron Wood).
L’ultima sua apparizione in studio è inusuale, in un album del 2006 dei riuniti New York Dolls.

Muore alle soglie degli ottanta anni nel 2008. Resta uno dei personaggi più influenti nella storia del rock ‘n’roll, qualcuno che inconsapevolmente e senza alcun tipo di preparazione preventiva “a tavolino”, ha unito suoni, ritmi, attitudine che sentiva dentro l’ anima, il cuore, la carne e ne ha fatto un mirabile sunto che ancora oggi suona tribale, minaccioso, demoniaco, travolgente.
Per un primo approccio a Bo Diddley consigliato il suo esordio omonimo del 1958 e la compilation His Best del 1998.
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