sabato, febbraio 28, 2026

Something About Maggie. Sabato 18 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando

Sabato 28 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando
SOMETHING ABOUT MAGGIE.

ORE 18.

A cento anni dalla sua nascita una controcelebrazione: canzoni, parole e immagini da una stagione di lotte disperate.
Suonano i Ratoblanco, racconta Antonio Bacciocchi.

venerdì, febbraio 27, 2026

Febbraio 2026. Il meglio.

Nella foto: Monaco di Baviera 1966

Partito da poco il nuovo anno e già un po' di cose di livello: Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs.
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Provincials, Warm Morning Brothers.


ANGELS OF LIBRA - Road To Mandalay
Quanta bellezza, quanta eleganza, quantro groove nel quinto album del collettivo di Amburgo. La formula è consolidata e risaputa: soul, northern soul, funk, gospel. Ma per farlo in maniera convincente e non scontata ci vogliono classe, talento e totale padronanza della materia. Una caratteristica rara che gli Angels of Libra possiedono in abbondanza. La conclusione con una cover mellow soul di "This Boy" dei Beatles è da applausi scroscianti.

NEOPRIMITIVI - Il sangue è pronto (suite)
Torna a sorpresa il collettivo romano, abituato a sviluppare le idee compositive dal vivo, improvvisando e raccogliendo gli spunti per creare nuove canzoni direttamente su un palco. In questo secondo album, che esce, non annunciato, a 10 mesi dall'esordio "Orgia mistero", si dedicano a una suite in quattro movimenti, di una quarantina di minuti in cui confluiscono le consuete mille variabili e influenze. Se la psichedelia (declinata in ogni sua forma) è il tratto prevalente non mancano reggae e dub, momenti esoterico/onirici con cori gregoriani, folk, Talking Heads, funk, jazz e tanto altro. Poco da dire, uno dei gruppi più geniali, originali e spettacolari in circolazione in Italia ma non solo. Già sicuro nella top ten italiana del 2026.

JILL SCOTT - To Whom This May Concern
Torna dopo dieci anni di silenzio JILL SCOTT con "To Whom This May Concern", un album tanto complesso quanto strepitoso per completezza e esposizione/diffusione di un moderno concetto (pop) di BLACK MUSIC. Soul, funk, hip hop, jazz, fusion, afro, un manifesto programmatico con suoni superlativi, arrangiamenti mozzafiato, creatività a iosa. Grande!

THE CAST - Yeah Yeah Yeah
La band di Liverpool è sempre rimasta in secondo piano nel boom del Britpop degli anni 90 ma si è comunque sempre ben destreggiata con buoni album. Dopo una lunga sosta sono tornati nel 2011, incidendo due discreti lavori. Il nuovo disco li porta in ambiti più soul rock (vedi lo stupendo singolo con PP Arnold "Poison Vine") tra Stones, i Primal Scream di "Rocks Off", gli Stones Roses di "Second Coming". Si ascolta con molto piacere.

THE RIFLES - Unplugged Album Vol. 2
La band inglese che negl ianni 2000 piazzò un paio di ottimi album, "Great Escape" in particolare, spesso vicino ai Jam e dalle influenze vicine al miglior Britpop. Tornati insieme doipo una pausa discografica si sono dedicati a due album (registrati ad Abbey Road), in cui riprendono in chiave acustica alcuni brani del loro repertorio. Il secondo volume è gradevole pur se non particolarmente esaltante e alla lunga monotono.

LUCINDA WILLIAMS - World's Gone Wrong
Una certezza. Pathos, rock ruvido, intriso di note soul e fumi gospel, eccellenti canzoni che riecheggiano Stones, Patti Smith, blues. Le canzoi scorrono crude e compatte, piene di anima, cuore e sangue. Da ascoltare con passione e incanto.

BRIAN JAMES - Kicks And Diabolik Licks
L'ultimo album di Brain James, chitarrista dei Damned, registrato poco prima della sua scomparsa il 6 marzo 2025.
Ispirato dalla sua passione per il fumetto "Diabolik", propone sette brani (tra cui una cover di "Dance With Me" dei Lords and the New Church cantata da Ramona Wilkins Carlier, ex Mo-Dettes), lenti, minimali, caracollanti, registrati presumibilmente in sala prove. Per completisti.

KEELEY - Girl On The Edge Of The World
Dal Nord Irlanda un ottimo album dedicato a un caso irrisolto di femminicidio. Sound che spazia dal dream pop allo shoegaze, con un portamento psichedelico. Interessante e dagli spunti originali.

JAKE MASON TRIO - The Modern Ark
Secondo album per l'Hammondista australiano, all'insegna del consueto soul jazz alla Jimmy Smith tra strumentali e momenti allietati da parti vocali. Inutile sottolineare che si tratta di materiale molto piacevole, raffinato ed elegante pur se si sente la mancanza di un certo nerbo e di una maggiore "spinta".

AA.VV. - Naive Melodies
Spettacolare omaggio ai TALKING HEADS con 20 rifacimenti (per la BBE Music) in chiave afrobeat, jazz, soul, funk, gospel, dub, elettronica, a quelle matrici che tanto spesso hanno caratterizzato il loro sound.
I nomi non sono molto conosciuti ai più: Bilal, Rogê - bellissima la sua "Road to Nowhere" in chiave latin funk soul - Miguel Atwood-Ferguson, Aja Monet, Georgia Anne Muldrow, Theo Croker, Kenny Dope, Rosie Lowe, Pachyman, W.I.T.C.H (spaventosa per potenza e groove "Once in a Lifetime").
Bello, bello, bello.

ALTIN GUN - Garip
La band turca con base ad Amsterdam prosegue il suo percorso dalle movenze orientali intinte in sostanze lisergico psichedelico. Come sempre interessante anche se ormai prevedibile e risaputo.

AA.VV. - Milano Underground Live to Tape
C'erano una volta le compilation "formative", quelle che cercavano di rappresentare una scena musicale raccogliendone i principali esponenti. Erano fotografie in tempo reale di quello che stava accadendo in quel momento in un luogo. Talvolta emergevano talenti destinati a diventare artisti di grande spessore e qualità, altre volte molti nomi rimanevano relegati all'oblìo, pur meritando ben altra sorte. DJ Henry, Roberto Gramegna di Rocketman Records, Ettore “ette” Gilardoni del Real Sound Studio ripropongono una formula simile, focalizzandosi sulla scena underground di Milano. Dodici brani registrati in presa diretta al Real Sound Studio di via Casoretto, al fine di preservare l'urgenza e la spontaneità delle proposte, altrettante band, album in vinile, generi diversi, tanta energia. Spazio a Hiroshima Dandies, Swanseas, Take Death, Plateaux, Right Profile, Brightest Room, Gasco, Stella Diana, Red Moon Heroes, Golden Eggs, Lato, The Mads e rock, power pop, post punk, mod/beat, psichedelia, garage, ska. Qualità altissima, album consigliatissimo.

THE WARM MORNING BROTHERS – Somewhere Beyond the Abyss
Il duo piacentino, al quinto album (più uno split condiviso), si circonda di preziosi collaboratori (su tutti Paul Roland, Gregory Jones e Blanka Beder dei Music from Neptune) per regalarci un’ennesima prova della loro grande capacità compositiva, arricchita da eleganti e raffinati arrangiamenti. Il mondo sonoro si muove tra atmosfere semiacustiche nella classica tradizione di Simon & Garfunkel e del folk inglese alla Fairport Convention, con un tocco di Kings of Convenience. Sono riferimenti generici perché l’aspetto principale è la personalità che trasudano i 14 brani. Soprattutto la padronanza di una materia artistica non facile da maneggiare.

CUT – Bare Bones
La band bolognese rimette in circolazione un album originariamente inciso nel 2003 ma ben presto scomparso dalla circolazione per problematiche discografiche e distributive. Per fortuna ci pensa la sempre benemerita Area Pirata a ridare luce a un disco che contiene tutte le caratteristiche del tipico Cut Sound (ai tempi in fase transitoria con l’addio della voce femminile). Troviamo la rabbia, la ruvidezza scarna, tra punk e rock ‘n’roll aggressivo e arrembante ma anche un aspetto mai troppo evidenziato ovvero un’anima funk soul che emerge non di rado nei riff o nelle ritmiche (“Head Upside Down” o “Sixty Notes”). Un disco indispensabile per comprendere l’evoluzione del trio bolognese, ancora fresco, potente e attualissimo.

WEEKEND MARTYR - Cruel House
Il terzo album della band livornese scandaglia la profondità delle anime tormentate, con un'adeguata colonna sonora a base di scarno blues, folk sgangherato, pennellate psichedeliche e un'attitudine indiscutibilmente punk.Tom Waits va a braccetto con il Nick Cave dei Grinderman e dei Birthday Party. Ci sono anche ampie dosi di Violent Femmes e un pizzico di Captain Beefheart. Tutta roba buona.

THE FIVE FACES - Eccesso di Zen
Torna la band genovese con un nuovo album che ne esalta l’eclettismo artistico. Se rimangono evidenti e marcate molte delle principali caratteristiche del recente passato (dal soul pop di “L’amore ti fa bella” all’amato beat rock), sono tante le novità sonore che caratterizzano il nuovo album, tra pop anni 90 (non distante dagli 883 come in “Se immensamente”) e remix di gusto disco elettronico.
Una gamma di suoni e influenze molto ampia, a tratti sorprendente, che apre a una nuova dimensione creativa che può dar loro piacevoli sorprese.

THE FIVE FACES - Yesterdays
Il quartetto genovese è in circolazione dal 1980 e, nonostante lunghe pause, ha messo in fila quattro album, un EP, vari singoli e un paio di tour inglesi, Questi ultimi hanno fruttato loro un prezioso contatto con la storica etichetta Detour Records che pubblica ora un'antologia con 32 brani, tra registrazioni in studio, live, demo, cover. Il sound è perfettamente riconoscibile, contestualizzato a quello genericamente definito "mod rock", un energico mix tra punk rock e melodie anni Sessanta. La band suona benissimo, con i giusti suoni e attitudine. In attesa di nuovi sviluppi, che si preannunciano sorprendenti, un ottimo sguardo al passato.

LOVVBÖMBING! – PISS! PEAS! PEACE!
Esordio con il botto per la band romagnola, con dieci brani autografi travolgenti, abrasivi, scorticanti che abbracciano garage, punk rock, art rock, post punk, psichedelia, la new wave più aspra (vedi Gang Of four) e la lezione di band dimenticate come i That Petrol Emotion. I brani sono rabbiosi, carichi di irriverenza e ferocia sonora. Una partenza di grande efficacia.

SAVANA FUNK - Behind the Eyes
La band bolognese festeggia i dieci anni di attività con il sesto album, come sempre affascinante, dalle ritmiche sinuose che accolgono numerose influenze afro (dal Maghreb al SubSahara), mischiandole a funk, jazz e blues, Khruangbin e gli ultimi Songhoy Blues. Mixa e produce Tommaso Colliva, aggiungendo ancora più qualità, profondità e incisività al tutto.

LETTO

DJ Henry - Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall
Enrico Lazzeri, alias DJ Henry (nome mutuato da Henry Rollins dei Black Flag), è uno dei più apprezzati e stimati DJ della "Scena Underground" (continuo a preferire questa definizione a mille altre).
Un profilo costruito in anni di gavetta, cresciuto attraverso la passione pura e semplice per un certo suono, per un'attitudine ben precisa e definita. Si racconta ora in un libro, autobiografico ma non solo.
Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del GROOVE:
Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti.
Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa.
Puntualizza l'approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno:
Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.
Precisa particolari spesso dibattuti:
Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione “mettere i dischi” per- ché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance.
Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.
In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati:
L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura.
Queste categorie sono figlie del pregiudizio.
Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta.
Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta.
Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.
Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.

Antonio Pellegrini - Miles Davis in Italy
Confrontarsi con la figura immensa di Miles Davis è opera ardita e complessa.
Antonio Pellegrini ha dimestichezza con le biografie e i saggi musicali (Who, Queen, Blues) e riesce anche in questo caso a confezionare un libro agile e intrigante che parte dalla biografia del Maestro per addentrarsi poi con dovizia di particolari nella lunga serie di apparizioni italiane, da quella del 22 novebre 1956 al "Teatro Manzoni" a Milano a quella del 24 luglio 1991 a Castelfranco Veneto.
Il tutto arricchito da testimonianze, recensioni, aneddoti (spesso incentrati sul "brutto carattere" di Miles, concerti abbandonati a metà, lasciando la band a sbrigarsela, capricci, spezzoni di interviste, spesso tranchant e scocciate ma anche impreviste aperture a una dimensione meno ostica.
Il libro si legge velocemente e con molto piacere, anche per chi non è troppo addentro all'arte di Miles.

Joyello Triolo - Rockumentary
La cura con cui Joyello Triolo scrive i suoi (ormai numerosi e sempre di prima qualità) libri è uno dei motivi per cui la loro lettura è più che soddisfacente ed essenziale.
In questo caso si cimenta con un ambito poco conosciuto e trattato, il rockumentary ovvero i film incentrati su artisti o concerti.
Ne ha scelti venti (più altre brevi 50 citazioni, rendendo il libro assolutamente esaustivo) per coprire a dovere l'ambito, con una narrazione cronologica, dovizia di particolari, date, dati, aneddoti (spesso rari e sconosciuti) e un'appendice dedicata ai Beatles.
Libro prezioso per districarsi in un contesto sempre meno praticato in tempi di internet, Youtube etc.

Cristina Giuntini - Musica sulle costole
Un saggio dettagliato e molto interessante sul fenomeno dei Rëbra ovvero quei dischi clandestinamente stampati sulle lastre usate per radiografie (che lasciavano trasparire le immagini delle ossa) in Unione Sovietica, per riuscire ad ascoltare la musica "proibita" occidentale (dal jazz al rock 'n' roll).
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.
Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.
Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.

VISTO

Le città di pianura di Francesco Sossai
Un road movie nelle strade venete, tra luoghi abbandonati e villette da "bonus edilizio", fabbriche che chiudono, nuovo proletariato, decadenza il "progresso" che si mangia tutto.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".
A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".
E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.

Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa
Salito alla ribalta per la presenza (affascinante e conturbante) di Elodie, è un ottimo film, pur con tante caratterizzazioni esagerate e banali del Sud "brutto e cattivo". Bianco e nero, crudo, ben fatto e la cantante più che credibile nel suo ruolo e abile attrice. Da vedere (senza particolari aspettative).

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".

APPUNTAMENTI

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour


Sabato 7 marzo: La Spezia "Skaletta"
Venerdì 20 marzo: Pesaro "Urbica"
Sabato 21 marzo: Como "Arci Joshua"
Venerdì 27 marzo: Milano "Biko"
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
A seguire le date estive

Sabato 28 febbraio: Spettacolo "Something about Maggie" condotto da me con i Ratoblanco in concerto a Monteriggioni (Siena). Ore 21.

mercoledì, febbraio 25, 2026

Beatles - Images Of A Woman

Confinati nella suite presidenziale dell'Hilton Hotel di Tokyo per 100 ore tra il 29 giugno e il 3 luglio 1966 (dopo minacce di morte e isterismi vari ricorrenti in quel periodo), in occasione dei cinque concerti al Budokan Hall, i Beatles si dedicarono alla pittura, dipingendo un quadro contemporaneamente, a quattro mani, intitolato "Images of a Woman", sfruttando alcuni regali dei fan, tra cui pennelli e colori.

Tutti e quattro avevano precedenti esperienze artistiche.
John, in particolare ha frequentato la scuola d'arte per tre anni e ha realizzato successivamente una serie di disegni piuttosto noti.

Robert Whitaker, il fotografo incaricato a documentare il tour ha dichiarato: "Assolutamente il miglior periodo a cui abbia mai assistito tra i Beatles. Non li ho mai visti più calmi, più contenti che in questo momento.
Si fermavano, andavano a fare un concerto, e poi era 'Torniamo al quadro!'. Non hanno mai discusso di ciò che stavano dipingendo e l’immagine si è evoluta in modo naturale”.


L'opera fu donata al presidente del Fan Club ufficiale dei Beatles in Giappone, Tetsusaburo Shimoyama, per una vendita di beneficenza.
Il proprietario di un negozio di dischi, Takao Nishino, lo acquistò nel 1989.
Nishino lo consegnò per la vendita a Philip Weiss Auctions nel 2012, e l'Atlantic riferì di aver conservato il pezzo, per alcuni anni, sotto un letto.
L'opera è stata venduta per 1,7 milioni di dollari, commissioni incluse, poco tempo fa, dalla casa d'aste Christie's, triplicando la sua stima di 600.000 dollari.

Ciascuno dei Beatles ha dipinto un angolo della tela che, in realtà, non presenta alcuna rappresentazione figurativa di una donna ma è costituita solo da disegni astratti ad olio e acquerello su uno sfondo dai colori vivaci.
Una lampada lasciata al centro della tela ha lasciato un cerchio vuoto che il gruppo ha utilizzato per le proprie firme.

martedì, febbraio 24, 2026

Style Council - Café Bleu

Riprendo l'articolo che ho dedicato a "Café Bleu" degli Style Council lo scorso sabato nell'inserto "Alias".

Sembrava uno scherzo, nessuno riusciva a crederci, né i compagni di avventura, Rick Buckler e Bruce Foxton, e nemmeno il padre e manager John Weller.
I Jam erano finiti.

Proprio all'apice del successo, quando ogni brano nuovo filava veloce in testa alle classifiche inglesi e la band riempiva gli stadi.
Ma Paul Weller aveva deciso così.
Era ora di cambiare strada.
L'ossessione per i Beatles lo portava a ripercorrerne le stesse modalità: chiudere al top e non tornare più indietro, non fare mai un disco uguale all'altro, guardare sempre avanti, sperimentare.

Lo racconta il voluminoso libro “Dancing Through The Fire” (in primavera anche in edizione italiana) in cui Dan Jennings ha raccolto 800 pagine di dichiarazioni di Weller e decine di collaboratori, giornalisti, amici, tracciandone un ritratto esaustivo e completo.
"Non mi piace quando le cose diventano troppo grandi e di massa.
Non mi è mai interessato diventare la più grande band del mondo.
Ho sempre e solo cercato di essere riconoscibile e che la nostra musica fosse riconosciuta. Non era una questione di dominare il mondo. Mai stato interessato a quello”
.

D'altra parte alla fine del 1982 aveva 24 anni e tanto tempo a disposizione davanti a sé.
Aveva soprattutto una nuova idea, antitetica a quella di un gruppo rock di soli tre elementi, fisso, stessi componenti da sempre.
Weller pensava a un collettivo aperto, senza limiti musicali, senza chitarre e ritmiche possenti.
Voleva tornare alle sue radici soul e jazz, ai 45 giri, a una dimensione meno stressante, dove nessuno ti insigniva del ruolo di “portavoce generazionale”, come era ormai diventato con i Jam.

Contatta, ancora prima di sciogliere la band, un giovane mod, Mick Talbot, già tastierista con Merton Parkas, Dexy's Midnight Runners e Bureau, anche lui appassionato dei suoi stessi suoni.
Mi fu chiesta la massima segretezza e dovetti rispettarla anche se avrei voluto raccontarlo al mondo intero che stavo lavorando a un nuovo progetto con Paul Weller. Ma gli unici a cui lo dissi furono i miei genitori (Mick Talbot).

Gli Style Council nascono così, da un'idea di massima, pile di dischi da ascoltare a ripetizione, dalla Blue Note alla Motown, alla Stax Records a oscure canzoni Northern Soul e bozzetti di canzoni, una sostanziale improvvisazione su cosa fare, di volta in volta. Paul pensa a una carriera a base di 45 giri, quel formato magico che lo appassiona da sempre.

Weller: Volevo fare 45 giri per un po’. E’ sempre stato il mio formato preferito. Non volevo la pressione di comporre un album. E volevo che ognuno fosse diverso dagli altri, con stili sempre differenti.

Un progetto che non piaceva né all’etichetta né ai vecchi fan.
Era un momento molto emozionante per me, lasciavo tutto quello che avevo fatto e ricominciavo da capo, facendo ogni cosa che mi veniva in mente. Non avrei mai potuto farlo con i Jam.

E in effetti partono in quel modo, disorientando un po’ tutti, con brani di stampo new soul (“Speak Like a Child”), coinvolgenti e melodiche ballate (“Party Chambers), un travolgente hip hop/funk semi elettronico (“Money Go Round) dal testo pesantemente politico, un soul elettronico come “Long Hot Summer” (dalle sonorità e groove molto vicine a “Between The Sheets” degli Isley Brothers, uscito pochi mesi prima), delicati episodi jazz/blues come “Le Depart” e “Paris Match”.

Alcuni vengono raccolti nell’EP “A’ Paris”, primo potenziale episodio di una serie di brevi dischi dedicati a vari luoghi europei tra cui l’amata Italia e un “Dutch EP” olandese, poi derubricato dai programmi, come, fortunatamente, un disco “svizzero” con l’inserimento di corni e cori alpini…

Dichiara Weller nell’agosto 1983:
Non mi vedo più come un Britannico. Ci consideriamo Europei. Vorrei avere un passaporto per il mondo, non voglio essere considerato parte di una sola nazione o circoscritto a un unico luogo. Questo è il mio mondo e voglio appartenergli totalmente.
Buona parte di questo materiale viene raccolto in un album destinato al mercato americano ed europeo, Introducing The Style Council, nel giugno 1983 ma Weller rifiuta la pubblicazione in Gran Bretagna.
Sperimentavamo molto, suonavamo in stile jazz ma non volevamo essere una jazz band, inserivamo ritmi bossa nova e tanto altro. Ho sempre ammirato chi cambiava direzione e usciva da quello che faceva abitualmente, come David Bowie.

Finalmente la band, allargatasi anche con l’inserimento fisso del batterista Steve White, decide che è ora di un album.
“Café Bleu” esce nel marzo 1984.
Confessa Weller:
Non avevo tanto materiale da parte, molte canzoni sono uscite di getto, all’ultimo momento, era tutto fresco e spontaneo, urgente e immediato. Lavoravamo per ore in studio dal lunedì al venerdì, suonando, componendo, improvvisando.

Si pensa addirittura a un doppio ma alla fine si ripiega su tredici brani.
Un lavoro sorprendente, forse incompleto nella sua estrema varietà, tra modern e latin jazz, funk, blues, swing, rap, funk, soul, bossa nova, pop, il mondo della Blue Note e tanto altro.
A riprova della dichiarata volontà di essere un collettivo, Paul Weller è assente in alcuni brani, usa poco la chitarra, a volte suona solo il flauto (nello strumentale “Council Meetin’”), ospita Tracey Thorn e Ben Watt degli Everything But The Girl e altri musicisti, tra cui una giovane cantante, DC Lee che nulla conosce del passato artistico di Paul (e che diventerà poi membro della band e sua moglie).
Canto solo in tre o quattro pezzi, per il resto cantano altri o sono strumentali. Significa volere provare tutto, provare quello che hai in testa, provalo e vedi quello che succede. Qualcosa avrà successo, qualcosaltro invece no. Ho avuto l’opportunità di poterlo fare e attraverso queste cose ritrovi te stesso e finisci per pensare che sei davvero fortunato.

Il disco contiene la canzone più famosa degli Style Council, la struggente “You’re The Best Thing” e due altri episodi rimasti sempre nel live set solista di Paul, “Headstart For Happiness” e “My Ever Changing Moods”.

“Café Bleu” è accolto molto bene dalla critica, arriva al secondo posto in Inghilterra e diventa disco d’oro, rimanendo in classifica per otto mesi, più di ogni album dei Jam.
Se contestualizzato all’epoca, è un album innovativo, che pur attingendo da radici “classiche”, le rinnova, contamina, svecchia, riproponendole con una personalità immediatamente riconoscibile.
Weller, sempre più politicamente radicalizzato (basti scorrere le parole del rap “A Gospel” cantato da Dizzi Heights contro lo “Zio Sam” americano “Non vedo l’ora in cui penzoleranno da un cappio/E non dovremo mostrare nessuna pietà/ Loro non sentono il male con le mani strette per zittire le vittime della guerra dello Zio Sam"), lo voleva intitolare come uno strumentale presente nell’album “Dropping Bombs on the Whitehouse” (sganciando bombe sulla casa Bianca), un termine jazzistico per introdurre un solo di batteria ma venne dissuaso.

“Café Bleu” ritorna ora in una “Special Edition” di 91 brani divisi in sei CD con le consuete versioni differenti, demo, live, inediti, prove e jam in studio che dimostrano quanto fosse prolifico e creativo il momento e quanto gli Style Council siano stati coraggiosi e autenticamente sperimentali nel cercare di esplorare, senza limiti preconcetti, ogni limite artistico a loro disposizione, con una visione collettiva della musica. Il tutto corroborato dall’innata coolness estetica, all’insegna di eleganza, raffinatezza, distinzione, prerogativa essenziale di ogni Mod.
In retrospettiva, uno degli album più importanti degli anni Ottanta inglesi.

Clamoroso e inspiegabile l'errore che ha costretto l'etichetta a rinviare la vendita dei supporti fisici a maggio (rimane disponibile invece in digitale.
CD e vinili sono stati ritirati all'ultimo momento), in quanto due brani erano usciti in realtà un anno dopo rispetto a “Cafè Bleu” e quindi incompatibili artisticamente e cronologicamente con il cofanetto.
Strano che il super preciso Weller non abbia ascoltato il tutto prima della stampa.

Del pasticcio "Café Bleu" ho parlato poco tempo fa qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/02/il-pasticcio-di-cafe-bleu-special.html

domenica, febbraio 22, 2026

Something About Maggie. Sabato 18 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando

Sabato 28 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando
SOMETHING ABOUT MAGGIE.

ORE 18.

A cento anni dalla sua nascita una controcelebrazione: canzoni, parole e immagini da una stagione di lotte disperate.
Suonano i Ratoblanco, racconta Antonio Bacciocchi.

sabato, febbraio 21, 2026

Beatles Fest a Gragnano Trebbiense (Piacenza) 21/22 febbraio 2026

Sabato 21 febbraio alle 10, al Centro Culturale di Gragnano Trebbiense (Piacenza) verrà inaugurata la mostra di dischi e libri dei Fab Four.

Aperta dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

Domenica 22 alle 16 la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.

Alle 18, approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.

INGRESSO GRATUITO

Digitalizzazione repertorio Not Moving

Dopo l’uscita di That’s All Folks! — il nuovo e ultimo album dei Not Moving — La Tempesta e LaPOP Music hanno avviato un lavoro organico di recupero e valorizzazione della discografia DIGITALE della band di Piacenza, finora presente online in modo parziale e impreciso.
Con cadenza quindicinale tornano progressivamente disponibili album e singoli in versioni corrette e complete, talvolta arricchite da materiali inediti. Il percorso riporta oggi al 1986, all’anno di Sinnermen.

Dopo quattro anni di concerti, 45 giri ed EP, e grazie alla visibilità conquistata con Black ’n’ Wild, i Not Moving arrivano alla prima vera prova sulla lunga distanza.
L’obiettivo è ambizioso: realizzare un disco-manifesto, capace di far convergere tutte le anime del loro suono in un’unica dichiarazione d’intenti.
Registrato a Roma nel febbraio 1986 con la produzione di Federico Guglielmi e pubblicato da Spittle Records, Sinnermen è un lavoro stratificato e compatto al tempo stesso. Punk, blues, garage, rock’n’roll, beat, country, soul, psichedelia, dark e surf convivono in quindici brani che definiscono con forza l’identità del gruppo. Si passa dal blues viscerale al punk tirato, dal garage al rockabilly surf, fino alle atmosfere più oscure e allo spiritual morriconiano della title track, ispirata alla “Sinnerman” di Nina Simone.
La permanenza romana segna anche un momento di esposizione nazionale tra radio, Rai e concerti in diretta, mentre il tour consolida la reputazione live della band in tutta Italia. Le tensioni con l’etichetta non mancano, ma l’energia resta intatta.
Il grande successo commerciale non arriva, ma cresce la popolarità e i Not Moving rafforzano la propria posizione nella scena italiana.

Sinnermen rimane il loro manifesto sonoro: il punto in cui tutte le influenze si fondono in un’identità precisa, feroce e libera.
Oggi torna disponibile IN DIGITALE nella sua forma restaurata, restituendo al 1986 il suono che gli appartiene.
Dopo l’uscita di "That’s All Folks!" La Tempesta e LaPOP Music hanno avviato un lavoro di recupero e valorizzazione della discografia digitale dei NOT MOVING, finora presente online in modo parziale e impreciso. Con cadenza quindicinale torneranno disponibili album e singoli pubblicati nel corso degli anni, con l’eventuale aggiunta di inediti.

Dopo i problemi legati al precedente Land of Nothing (mai pubblicato), i Not Moving firmano per la Spittle Records di Simone Fringuelli e Massimo Currò, che dall’11 al 14 luglio 1985 portano la band in studio insieme a Federico Guglielmi, in veste di produttore.
In Black ’n’ Wild trovano spazio quattro brani, più un frammento finale dello spiritual Sinnerman di Nina Simone, poi ripreso nell’omonimo album d’esordio. Un concentrato del mondo sonoro dei Not Moving: il punk’n’roll tra X e Gun Club di Goin’ Down, il garage punk di The Crawling, il voodoo’n’roll crampsiano della cover di Willie Dixon I Just Wanna Make Love to You e la dark ballad Eternal Door.
La copertina è un disegno iconico del bassista Dany. Il 12” esce il 1° ottobre e riceve ottimi riscontri.
A dicembre, con il nuovo manager Fabio Ragionieri e il fonico Ale Ovi Sportelli (futura anima del West Link Studio), la band affronta un vero e proprio “viaggio della speranza” a Londra: Rough Trade accetta di distribuire in Inghilterra un centinaio di copie di Black ’n’ Wild.

venerdì, febbraio 20, 2026

The John's Boys

Annuncio e foto dal concerto.

Il 2 novembre 1979 i JAM, per provare il nuovo live act in vista dell'uscita del nuovo album "Setting Sons", previsto per il 17 novembre, si presentarono al "Marquee" di Londra (e il giorno al "Nashville") sotto il falso nome di JOHN'S BOYS (John era il padre di Paul Weller e loro manager fin dagli esordi).

Il "secret gig" (aperto dai Nips di Shane McGowan, prodotti da Weller) venne ben presto scoperto e alla fine una grande folla si presentò di fronte ai locali.

Per l'occasione suonarono per la prima volta dal vivo "Girl on the phone" (da "All Mod Cons") e dall'imminente album "Little Boy Soldiers" , "Thick As Thieves", "Private Hell", "Saturday's Kids", "Smithers Jones" per un totale di 15 pezzi.

Qui la setlist: https://www.setlist.fm/setlist/the-jam/1979/marquee-club-london-england-4b8603e6.html

Un resoconto della serata riassume bene la vicenda:

Il concerto dei Jam stasera al Marquee era annunciato come "John's Boys".
Deve essere trapelata la voce che i "John's Boys" fossero in realtà i Jam, visto che il locale era pieno.
I Jam non suonavano in un locale delle dimensioni del Marquee di Londra dall'inizio dell'anno scorso. I biglietti sono stati venduti a tempo di record per questo concerto, che si è rivelato uno dei segreti peggio custoditi dell'anno. La band di Shane MacGowan, The Nips, ha aperto lo spettacolo.
Poi è arrivato John Weller, il padre del cantante dei Jam, Paul Weller, per presentare i "John's Boys". Fuori si era radunata una folla considerevole e i disordini con alcuni skinhead e buttafuori si sono trasformati in una vera e propria scontro con gente che lanciava mattoni e rompeva vetri.
Hanno preso d'assalto e distrutto le porte d'ingresso del Marquee con mattoni, assi e boots. I rivoltosi erano skinhead a cui è stato negato l'ingresso al concerto perché la direzione li riteneva dei piantagrane.
Il nuovo singolo dei Jam "Eton Rifles" sta scalando le classifiche raggiungendo il terzo posto nel Regno Unito. Sul retro il brano non incluso nell'LP "See-Saw".
Il gruppo suonerà un altro "concerto segreto" al Nashville domani sera con il nome di ETON RIFLES.


Qui sotto la recensione del New Musical Express di Gary Crowley.

giovedì, febbraio 19, 2026

Pierre Moerlen's Gong - Downwind

Ho sempre amato gli album solisti dei batteristi virtuosi, spesso autoindulgenti, per esaltare le proprie capacità ma occasionalmente molto interessanti perché lontani dal tratto abituale della band madre.

Avevo recentemente parlato di "Feels Good To Me" di Bill Bruford: https://tonyface.blogspot.com/2025/01/bill-bruford-feels-good-to-me.html

E' stato ristampato in CD "Downwind" di Pierre Moerlen's Gong, album del 1979 del batterista dei Gong, la mitica band di Daevid Allen, lasciata dal leader dopo "You" del 1974. Il batterista ne prese le redini e incise i discreti "Gazeuse", "Shamal" e "Expresso II" più fusion e meno visionari delle precedenti opere, nonostante conservassero il nome della band.

"Downwind" è il primo a nome di Pierre Moerlen's Gong e si addentra in una jazz fusion dal tratto rock, a cui collaborano anche l'ex Stones Mick Taylor, Mike Oldfield, il favoloso Steve Winwood, Didier Lockwood dei Magma.

Oltre al virtuosismo tecnico (mai troppo ostentato) c'è un frequente uso del vibrafono e della marimba a rendere il sound particolarmente originale.
Spettacolare la versione di "Jin-Go-Lo-Ba" di Babatunde Olatunji, già ripresa da Santana nel suo album d'esordio in modo più tribale ma meno efficace.

https://www.youtube.com/watch?v=zUiZsAj3Ack

mercoledì, febbraio 18, 2026

Reverendo Jesse Jackson

E' morto a 84 anni il Reverendo Jesse Jackson, icona dei diritti civili, figura di spicco per la comunità nera, stretto collaboratore del reverendo Martin Luther King Jr.
Dopo l'assassinio di King nel 1968, Jackson divenne uno dei leader per i diritti civili più influenti d'America.
La sua Rainbow Coalition, alleanza di neri, bianchi, latini, asiatico-americani, nativi americani e persone Lgbtq, ha contribuito ad aprire molte strade nel percorso per un'America più libera e progressista.

"La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nostra nazione è un arcobaleno: rosso, giallo, marrone, nero e bianco e siamo tutti preziosi agli occhi di Dio".

Le parole di Jesse Jackson sono state frequentemente oggetto e ispirazione di canzoni.

Potentissimo il groove di "Push On Jesse Jackson" dei Pace-Setters, del 1971 (reperibile nella favolosa compilation "Stand Up and Be Counted" per la Hermless del 1999).

https://www.youtube.com/watch?v=ukEnIOIo2o4

I Primal Scream hanno inserito campionamenti del suo discorso al festival Wattstax in "Come Together" da "Screamadelica" del 1991.
"This is a beautiful day, it is a new day. We are together. We are unified, and all for the cause. Because together, we got power".

https://www.youtube.com/watch?v=ZUjW82je_38

"I Am - Somebody" è una sua poesia che si può ascoltare all'inizio di "Damn Right I Am Somebody" di Fred Wesley and the J.B.'s.

https://www.youtube.com/watch?v=BHWEPf-qPD4

La sua voce è anche all'inizio di "Night Of The Living Baseheads" dei Public Enemy.

https://www.youtube.com/watch?v=fyR09SP9qdA

Reverend Jesse Jackson speaks about dignity, strength, and self-worth, explicitly urging listeners to "walk tall".
Cannonball Adderley "Walk Tall".

https://www.youtube.com/watch?v=d8HHYMx1wcY

La band hip hop Jurassic 5 campiona alcuni versi in "I Am Somebody" dall'album "Power In numbers" del 2002.

https://www.youtube.com/watch?v=MaUqUFkkgzI

Carlos Santana si è ispirato per il titolo dell'album del 2005 "All That I Am".

martedì, febbraio 17, 2026

Italia mod anni Sessanta

La ricerca di band connesse al mondo mod negli anni Sessanta italiani è sempre stata infruttuosa, anche perché è improbabile che ci sia stato un reale riferimento.
In Italia arrivava tutto molto in ritardo, il più delle volte in maniera parecchio approssimativa e il termine mod veniva poco usato, in quanto tutto veniva inglobato nel beat, senza troppi distinguo.

Ma qualche seme è divertente segnalarlo.
Il riferimento più noto è quello di Ricky Shaine, che nel 1966 incise due singoli, Uno dei mods e Vi saluto amici mods e girò pure un film sul tema.
Peccato che il ragazzo si vestisse come Elvis Presley e che nel film ci fosse parecchia confusione sull’estetica mod e rocker (si vedono scontri tra le due fazioni con “mod” con i capelli lunghi e dai vestiti abbastanza improbabili).

Esordì nel 1965 con il film La battaglia dei mods e arrivò nello stesso anno in un’altra pellicola, con Dino (Eugenio Zambelli), chiamata Altissima pressione: qui lo stile dei protagonisti era mod, in effetti, ma il termine vero e proprio non si usava, anche perché associato a fenomeni di violenza e risse tra bande, che la censura cercava di rendere impopolari (benché ci fossero alcuni episodi simili anche da noi).
Lo stile che prevaleva, però, era quello beatlesiano, con i capelli più lunghi e gli stivaletti a punta.

Il primo nome dei Camaleonti fu Mods, mentre un altro gruppo, I Mods di Roby Castiglione, incise nel 1965 il singolo Fuori dal mondo (cover di Keep searching di Del Shannon, registrata anche da I Giganti).

Brani italiani dei Sessanta che coverizzano Who, Small Faces, Creation e Kinks.

GLI ANGELI, Dove vuoi (I’m a boy, The Who)
I BARABBA, Sono stufo di te (I need you, Kinks)
I BLUE DANDIES, Sha la la lee (Small Faces)
I 4 CALIFFI, Ti giuro è così (You really got me, Kinks)
I CORVI, Che strano effetto (This strange effect, Kinks)
I CUCCIOLI, Tu non sai (The kids are alright, The Who)
ELSA & i BEATS, Sha la la la lee (Small Faces)
EQUIPE 84, Sei felice (Tired of waiting for you, Kinks)
I JAGUARS, Il tempo passerà (Hey girl, Small Faces)
MAURIZIO, Guardami, aiutami, toccami, guariscimi (See me feel me, The Who)
NADA - Ritornerà vicino a me- (Afterglow of your love, Small Faces)
I NOMADI, 4 lire e noi (My mind’s eye, Small Faces); Insieme io e lei (Days, Kinks); Un figlio dei fiori non pensa al domani (Death of a clown, Kinks)
NUOVI ANGELI, L’orizzonte è azzurro anche per te (Sunny afternoon, Kinks)
I POOH, Nessuno potrà ridere di lei (Till the end of the day, Kinks); Ora che cosa farai (La la la lies, The Who)
I POPS, Un uomo rispettabile (A well respected man, Kinks)
RAGAZZI DAI CAPELLI VERDI, Ma saprei (It’s too late, Kinks)
RANGERS, Non scocciare (Understanding, Small Faces)
RENEGADES, Lola (Kinks)
SILVIO ROSSI, Se rimango qui (If I stay too long, Creation)
SCOTCH, Sha la la lee (Small Faces)
STORMY SIX, Oggi piango (All or nothing, Small Faces)
I TEMPLARI, Splende il sole negli occhi tuoi (Hitchycoo park, Small Faces)
URAGANI, Con quella voce (I can’t explain, The Who); Giusto o no (Anyway, anyhow, anywhere, The Who)

lunedì, febbraio 16, 2026

Riflessioni sul "rock nostrano" di Roberto Antoni

Riprendo, ARBITRARIAMENTE (se ci fossero contestazioni da un punto di vista di diritti in tal senso, mi si faccia sapere e sarò più che disponibile a cancellare il post) un intervento di ROBERTO (Freak) ANTONI ( di cui ricorreva l'anniversario della scomparsa, pochi giorni fa) nel numero 9 del novembre 1980 di "Musica 80", emerita rivista dalla vita breve.
Si parla di "rock nostrano" nel pezzo "Non esageriamo, son ragazzi..."

Quando si parla di "rock nostrano" le facce diventano rosse di vergogna; uno tossisce, l'altro guarda l'orologio, un altro corre al cesso e si chiude dentro e alla maggioranza dei presenti con dovere di parola non resta che adottare un atteggiamento: l'atteggiamento del furbo che parla con ironia e distacco dell'argomento...
Questo perché l'argomento non sembra serio, non ha carte in regola, non è degno di troppa attenzione.

"E' un po' come la scopiazzatura goffa, ingenua e indercorosa di un originale dignitoso e potente. Il rock vero nasce lontano, nel ciore dell'Impero. alle procince non restano che i tentativi risibili di imitazione dell'originale."

Tutto questo sembra pensare l'italiota (cioé anch'io) con grave senso di colpa e malcelato imbarazzo.
E poi quell'aggettivo!
Scusate ma quell'aggettivo "Nostrano" non aiuta per niente a smuovere le cose.
Il senso di inferiorità nazionale ne risente all'istante. Infatti, per evidenza di significato, tutto ciò che è nostrano non è esotico, bensì casereccio come il pane, il vino, il formaggio, la mercanzia di casa nostra che trovi nella prima drogheria.
E dopo il droghiere, passati il tabaccaio e il fruttivendolo, ecco il giornalaio.
Dal giornalaio ci trovai esposte le faccione irresistibili (ah che nostalgia!) di Bobby Solo, reo confesso di emulazione sudorata del Re Elvis; di Little Tony - piccolo Antonio - rocker borgataro di ispirazione Little Richard, buon interprete del pezzo "Cuore matto"; e quel geniale Celentano (Adriano) con un colpo alla Chuck Berry e la parodia facile del clan gangster alla Frank Sinatra, che non è mai stato un rocker però.

Ecco come stanno le cose.
Dobbiamo dirci la verità.
Siamo così provinciali che non ci resta una possibilità di riscatto:
l'annessione all'Impero (e forse oggi siamo maturi per questo passo) in qualità di 53° stato dell'Unione.
Oppure, al contrario, l'autodistruzione volontaria e determinata al consumo prolungato di prodotti nostrani (scusate se anch'io insisto sull'aggettivo cazzoso).
Dobbiamo fare una scelta, altrimenti non avremo una dignità di veri rockers!

sabato, febbraio 14, 2026

Beatles Fest a Gragnano Trebbiense (Piacenza) 21/22 febbraio 2026

Sabato 21 febbraio alle 10, al Centro Culturale di Gragnano Trebbiense (Piacenza) verrà inaugurata la mostra di dischi e libri dei Fab Four.

Domenica 22 alle 16 approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.

Alle 17, la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.

INGRESSO GRATUITO

venerdì, febbraio 13, 2026

DJ Henry - Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall

Enrico Lazzeri, alias DJ Henry (nome mutuato da Henry Rollins dei Black Flag), è uno dei più apprezzati e stimati DJ della "Scena Underground" (continuo a preferire questa definizione a mille altre).
Un profilo costruito in anni di gavetta, cresciuto attraverso la passione pura e semplice per un certo suono, per un'attitudine ben precisa e definita.
Si racconta ora in un libro, autobiografico ma non solo.

Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del GROOVE:
Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti.
Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa.


Puntualizza l'approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno:
Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.


Precisa particolari spesso dibattuti:
Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione “mettere i dischi” per- ché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance.
Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.


In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati:
L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura.
Queste categorie sono figlie del pregiudizio.


Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta.
Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta.
Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.

Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.

DJ Henry
Ballare nella catastrofe, La poetica delle dancehall
Agenzia X
150 pagine
16 euro

giovedì, febbraio 12, 2026

Il punk in Italia nel 1977



Sfogliando vecchie riviste ho trovato alcune divertenti dichiarazioni di personaggi più o meno illustri a proposito del PUNK di cui, ai tempi, stava arrivando anche qualche eco qua in Italia.

Per il punk ho un vero e proprio rigetto, non riesco proprio ad assimilarlo, pur avendo vissuto l’era degli Stones.
Ma allora aveva un senso, ora no
.
(Renato Zero 12 ottobre 1977)

La prima regola del punk è non saper suonare.
E’ la degenerazione totale della musica inglese, non una cosa importante come dicono certi critici che ci mangiano su.
In Italia si vergognerebbero a fare cose di questo tipo.

(Franz Di Cioccio 28 marzo 1977)

Abbiamo impiegato 20 anni per ottenere rispetto per la nostra musica.
E questo punk è una cosa anti musicale, solo pieno di rabbia.
Quasi mi vergogno di ammettere che sono inglese.

(Kim Brown di Kim & the Cadillacs 16 febbraio 1978)

Forse il sistema sta riproponendo un’alternativa alle idee di sinistra.
Andy Warhol e la sua cultura decisamente di destra, sono stati la maggiore contrapposizione ai figli dei fiori.
Così Lou Reed che da Warhol è stato plagiato
.
(Franco Falsini dei Sensation’s Fix 9 gennaio 1976)

Non ricordo molti nome del beat, non comperavo dischi: mi piacevano gli Stones, forse più dei Beatles.
Il punk invece: mi sta bene un pezzettino di rock in mezzo a cinque ore di disco music.
Ma sono cose da copertina, ragazzi mascherati, che danno l’impressione del fenomeno da baraccone.
Chi ha visto da vicino i rockers e i mods dice che non ci sono grosse novità.
Non è per uno spillone in più…
.
(Augusto Daolio 5 febbraio 1978)

Alberto Radius (29 gennaio 1978) ascoltando “Rock n Roll” live dei Led Zeppelin !
Arrivano i punk!
Anche tu sei cascato nel tranello del punk ? Non mi dire di indovinare il nome, sono tutti uguali.
Il chitarrista mi piace, ehi ma qui si è perso !
Chi sono ? I Sex Pistols ?
Il difetto è acustico, si sente solo la chitarra, la voce non si capisce neppure.
Il punk è solo una riedizione del vecchio rockaccio
.

mercoledì, febbraio 11, 2026

Antonio Pellegrini - Miles Davis in Italy

Confrontarsi con la figura immensa di Miles Davis è opera ardita e complessa.
Antonio Pellegrini ha dimestichezza con le biografie e i saggi musicali (Who, Queen, Blues) e riesce anche in questo caso a confezionare un libro agile e intrigante che parte dalla biografia del Maestro per addentrarsi poi con dovizia di particolari nella lunga serie di apparizioni italiane, da quella del 22 novebre 1956 al "Teatro Manzoni" a Milano a quella del 24 luglio 1991 a Castelfranco Veneto.

Il tutto arricchito da testimonianze, recensioni, aneddoti (spesso incentrati sul "brutto carattere" di Miles, concerti abbandonati a metà, lasciando la band a sbrigarsela, capricci, spezzoni di interviste, spesso tranchant e scocciate ma anche impreviste aperture a una dimensione meno ostica.

Il libro si legge velocemente e con molto piacere, anche per chi non è troppo addentro all'arte di Miles.

Antonio Pellegrini
Miles Davis in Italy
Ortica Editrice
272 pagine
18 euro

martedì, febbraio 10, 2026

Cristina Giuntini - Musica sulle costole

Un saggio dettagliato e molto interessante sul fenomeno dei Rëbra ovvero quei dischi clandestinamente stampati sulle lastre usate per radiografie (che lasciavano trasparire le immagini delle ossa) in Unione Sovietica, per riuscire ad ascoltare la musica "proibita" occidentale (dal jazz al rock 'n' roll).
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.

Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.

Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.

Cristina Giuntini
Musica sulle costole
VoloLibero Edizioni
122 pagine
19 euro

lunedì, febbraio 09, 2026

Le città di pianura di Francesco Sossai

Un road movie nelle strade venete, tra luoghi abbandonati e villette da "bonus edilizio", fabbriche che chiudono, nuovo proletariato, decadenza il "progresso" che si mangia tutto.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".

A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".

E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.

sabato, febbraio 07, 2026

Not Moving a Lonate Ceppino (Varese) e Torino

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour


Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi

https://www.facebook.com/events/750847398095522/
Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18

https://www.facebook.com/events/631022356760349

venerdì, febbraio 06, 2026

Sly Dunbar

L'amico PIER TOSI ricorda il talento del grandissimo SLY DUNBAR recentemente scomparso.

Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00

La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.

Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.

Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.

I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.

Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.

Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.

Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.

Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.

Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.

La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.

La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.

Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.

Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.

Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.
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