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giovedì, maggio 13, 2021
FA Cup 1970 Final Replay Chelsea 2-1 Leeds United
ALBERTO GALLETTI ci porta a un'epica Final Replay di FA CUP di 50 anni fa.
Un titolo mondiale da difendere è sempre un titolo mondiale da difendere, tanto più se si è inglesi, tanto più se si pensa di sempre di essere i maestri e di avere una squadra migliore di quella che lo vinse, che probabilmente era vero.
Solo, dall’altro lato dell’Atlantico un giornalista-sindacalista-guerrigliero aveva creato la squadra migliore che si fosse mai vista ma ancora non si sapeva.
Il giornalista-sindacalista-guerrigliero dovette cedere poi il piacere di andarlo a dimostrare sugli altipiani del Mexico, causa appunto il suo triplice ruolo professionale-civile che in stridente contrasto (eufemismo) con la dittatura fascistoide del generale Medici (mi pare che fosse), fu sollevato dall’incarico di CT della Seleçao ad aprile proprio mentre gli inglesi, campioni in carica, si apprestavano a disputare il rush finale di una stagione più compressa del solito.
Motivo, appunto, l’appuntamento mundial di Mexico 70, e il programmato periodo di acclimatazione in altura che prevedeva un mese di ritiro sul posto.
I parrucconi di Lancaster Gate decisero quindi che il giorno principe della stagione 1969/70, la finale di FA Cup, venisse anticipato all’ 11 aprile oltre un mese prima del solito.
La decisione creò un maxi-ingorgo di partite da giocare nelle ultime tre settimane tra partite di calendario, recuperi, replay di coppa ma non influì sui soliti favori ai loro amici dell’ estabilishment politico militare e il campo di Wembley fu concesso loro per il tradizionale Horse of The Year Show, scempio ippico del sacro prato consacrato al calcio.
Il terreno di gioco offerto ai contendenti e al pubblico inglese per l’appuntamento dell’anno fu perciò, di nuovo, come l’anno prima per la finale di Coppa di Lega, indegno.
Da una parte vi giungeva il Chelsea che in semifinale si era sbarazzato agevolmente, 5-1, dei semiprofessionisti del Watford, che già avevano compiuto un miracolo eliminando il Liverpool ai quarti.
Dall’ altra i superprofessionisti del Leeds United, dopo un’ epica semifinale durata tre incontri, decisa nel pienone inverosimile di Burnden Park da un gol di Bremner dopo due tiratissimi 0-0.
Il Leeds era sulla breccia ormai da un lustro.
Nel 1964/65, neopromosso, perse lo scudetto per un’incredibile 0,656 in meno nella media gol a partita dopo essere finito a pari punti con il Manchester Utd.
L’anno dopo furono ancora secondi, poi due volte quarti quindi, finalmente, poi nel 1968/69 finalmente campioni.
La FA Cup restava un sogno, battuti in finale dal Liverpool nel ’65, si videro poi sbarrata la strada due volte dal Chelsea, una volta in semifinale.
Si trattava senz’altro della squadra del momento.
Nonostante il Manchester United raccogliesse titoli e abbia inondato immaginario collettivo e letteratura, la squadra di Revie si contrapponeva loro diversamente per gli standard dell’epoca.
Una squadra dalle spiccate caratteristiche offensive, si, ma per la prima volta anche un collettivo in grado di creare una continuità di gioco sconosciuta fino ad allora, un collettivo in grado di sviluppare manovre articolate e non solo le tradizionali puntate offensive basate sull’individualità singola o al massimo su qualche combinazione tra alcune di queste.
A voler guardar bene poi, anche a livello individuale avevano poco da invidiare ai diavoli rossi.
Ma di là c’era George Best, difficile competere a livello di appeal.
Revie ci provò comunque, buttando nella spazzatura le vecchie divise gialloblu a favore di un completo immacolato bianco.
Per sembrare di più come il Real Madrid.
E soprattutto comprando Peter Lorimer.
Esteticamente funzionava, il completo bianco mediamente ti fa sembrare molto migliore di quello che sei.
Calcisticamente un po' meno, ma dopo una sfilza di secondi posti un po' in tutte le competizioni, finalmente nel 1969/70 la squadra di Revie centrò il successo in campionato laureandosi per la prima volta Campione d’Inghilterra.
Nonostante tutti gli sforzi di Revie però, la sua squadra, ma anche il seguito che si tirava dietro, rimaneva legata allo stereotipo del nord operaio, delle miniere; dei social workmen’s club fumosi, disadorni con le moquette impregnate e coperte di bruciature di mozziconi e le ales sgasate, simili al pub della mitica scena di ‘Get Carter’ in cui Michael Caine entra e chiede ‘A pint of bitter…in a thin glass’, contrapposto al sud ricco, brillante, alla moda.
Swinging London baby, calciatori che frequentano celebrità, le boutiques di Kings Road e bevono champagne.
Direi ben raffigurata dalla spedizione guidata sempre da Michael Caine, fermata sulle Alpi da Raf Vallone e i suoi in The Italian Job: Aston Martins, Jaguars, occhiali e vestiti alla moda, ragazze, glamour a go-go.
Ma infatti sulla portiera del pulmino degli inglesi che gira per Torino campeggiava la scritta ‘Osgood is good’, non è un caso.
Come non lo era la dichiarazione di George Best ‘In una sola altra squadra giocherei oltre allo United, il Chelsea’.
Ci andò poi vicino, geograficamente, quando passò al Fulham. Ma è un’altra storia.
Calcisticamente non c’era storia, il Leeds era meglio per distacco, ma nell’ultimo lustro Sexton aveva dato ai blues un’ identità più spettacolare ben rappresentata dal centrattacco, Osgood appunto, e dal compagno di reparto, l’altalenante Hutchinson. Rimanevano comunque una squadra cui piaceva usare il randello, grazie a gente come Harris, McCreadie, Hollins e Webb, non proprio da Kings Road calcistica.
E pazienza se il campo è proprio lì.
In campionato il Leeds aveva dimostrato chiaramente di essere superiore vincendo entrambi gli incontri, addirittura 5-2 quello in trasferta di Stamford Bridge.
Il Chelsea li aveva comunque eliminati in Coppa di Lega a settembre.
Due squadre molto più simili di quanto potesse sembrare, senz’altro nell’approccio fisico, il Leeds ribatteva con Charlton, Hunter, Bremner i tre fedelissimi di Revie. Così, sabato 11 aprile 1970 va in scena la FA Cup Final 1970, nessuna delle due finaliste è mai riuscita a vincere.
Il Leeds era stato battuto dal Liverpool nella sua unica apparizione a Wembley cinque anni prima.
Il Chelsea aveva perso la famosa kakhi final del 1915 ed era stato poi battuto dal Tottenham nel ‘67.
Proprio quell’anno cominciò a svilupparsi parecchia acrimonia tra Chelsea e Leeds frutto della vittoria dei blues in semifinale, con recriminazioni del Leeds cui venne inspiegabilmente annullato un gol su punizione; il tutto condito da una buona dose di legnate.
La partita è caratterizzata dalla solenne ubriacatura che Eddy Gray rifila a Webb e dalla superiorità dell’ XI di Revie.
Ma due traverse, occasioni sprecate in serie e un brutto erroraccio di Spreake inchiodano i bianchi sul 2-2 e li costringono ad un’ennesimo replay.
La finale di FA Cup non andava alla ripetizione dal 1912.
Gli scoreggioni della FA, resisi conto delle condizioni del prato, a fine gara decidono che non ci si può giocare sopra dopo quattro giorni, come sarebbe di prammatica, e spostano il replay ad Old Trafford, prima data libera 29 aprile e vanificazione del loro piano di chiusura anticipata della stagione visti i numerosi nazionali presenti nelle due squadre.
Geni del football.
Nel frattempo il campionato è finito, anche’esso anticipatamente.
Ha vinto l’Everton, il Leeds ha chiuso con un altro secondo posto, staccato.
Terzo proprio il Chelsea un punto dietro.
La sera del 29 aprile Old Trafford è strapieno, gente ammassata ovunque.
Le squadre entrano in campo indossando i fichissimi giubbotti della tuta dell’epoca; un must mod style.
Il Chelsea sfoggia le tradizionali divise, ma confezionate apposta per l’occasione in cui tutto ciò che di solito è bianco, calzettoni, numeri e striscia sui pantaloncini, stasera è giallo.
Il Leeds è in completo bianco, compresi i calzettoni che a Wembley erano rossi.
Dazio da pagare alla stragrande maggioranza di televisori in bianco e nero presenti nelle case britanniche.
Il pubblico televisivo è pure da record, circa 28 milioni e mezzo di britannici si sintonizzano sulla partita; la seconda audience più alta di sempre per un evento sportivo nel Regno Unito dopo la finale mondiale del ’66.
Lo è ancora.
Revie ha sostituito Spreake tra i pali, che ha sulla coscienza uno dei due gol della finale, con David Harvey.
Nel Chelsea, Sexton ha spostato Webb da terzino a stopper per toglierlo dalla marcatura di Gray che lo aveva tormentato tre settimane prima, a lui penserà Harris.
Per il Leeds si tratta della 63ma uscita stagionale, per il Chelsea la 54ma.
Fa freddo, i giocatori sono in maniche lunghe, Bonetti va in porta a mani nude, Harvey con un paio di guanti da giardiniere. Mr Jennings invece ha la giacca sbottonata con il collettone aperto, è di buon umore e ride con i giocatori.
Il Leeds batte il calcio d’inizio ed è controvento.
Parte con il piede sull’acceleratore, dopo 40 secondi Lorimer va sul fondo e spara un cross rasoterra in mezzo che finisce sulle gambe di Dempsey e rimbalza tra le braccia di Bonetti. Al 3’ Bremner lancia profondo per Gray che controlla, arriva Webb, memore della figuraccia di Wembley, che chiarisce le cose per la serata, stendendolo con un’entrata a piedi uniti.
Ci siamo, il tono della partita è messo in chiaro, quello che segue sarà ricordata come la partita più violenta nella storia del calcio inglese.
Opinabile, ma ci diedero dentro senza risparmio.
Il Chelsea non vede palla, al 6’ Lorimer ubriaca McCreadie, lo lascia sul posto e centra, nessun compagno arriva sul suo invito.
Poi, dall’altra parte un tiro-cross di Hutchinson si perde largo, quindi un minuto dopo bella azione del Chelsea, Osgood non controlla al limite. Inizio a tutta velocità.
Rimessa laterale di Hutchinson, lunghissima, una di quelle rimesse che definivano così univocamente il calcio inglese, la difesa del Leeds libera con affanno, soffrono questa fase di gioco.
Vedremo, vedremo…
10’ Cooper fugge sulla sinistra e tira.
McCreadie non riesce a liberare, la palla finisce a Lorimer che spara un tiro cross sul quale Clarke non arriva e la palla si perde sul fondo.
12’ Giles manda Osgood a gambe in aria, i due rotolano a terra, rialzandosi si fissano con sguardi roventi e sicuri propositi di vendetta.
Il Leeds domina, ha quasi sempre la palla e costruisce azioni. Webb, frustrato , colpisce Clarke da dietro vicino alla bandierina del corner, l’arbitro lascia correre.
Giles crossa, Clarke rimane a terra.
Al 16’ Dempsey anticipa Jones davanti al portiere.
Lo stesso Jones entra diretto sulla caviglia di Harris, che essendo abituato a darle manco se ne accorge, sembra scivolare e torna in piedi. Ritmi alti, frenetici, il pallone nei piedi resta pochissimo, la possibilità di essere colpiti è alta. Gray fermandosi rifila un colpo ad Hutchinson che sopraggiungeva da dietro.
18’ punizione spiovente di Giles dalla tre-quarti esce Bonetti in presa alta. Webb fa blocco su Charlton che finisce a terra, dubbio.
Non per Mr Jennings.
Si vede Gray al 25’ tiro alzato sopra la traversa da Bonetti.
Sul corner la difesa dei londinesi pasticcia , Lorimer scarta il portiere ma non riesce a centrare la porta. Il Leeds aumenta la pressione, Lorimer sfugge di nuovo a McCreadie e mette di nuovo in mezzo, Bonetti in presa alta.
Due minuti dopo Bremner imbecca Clarke al limite dell’area.
Clarke controlla ed entra in area, sposta la palla indietro ed evita Webb che gli entra in scivolata nei piedi, quindi tira di poco a lato.
Quasi un monologo.
31’, un campanile di Madeley da lontano spiove un metro fuori la porta, Jones stacca splendidamente per girare di testa, salta anche Bonetti che esce dalla linea di porta e respinge con i pugni ma è leggermente indietro, riesce ad allontanare la palla ma finisce contro Jones e cadendo il ginocchio si gira.
The ‘cat’ resta giù, ci vuole un po. Si rialza, non riesce a metter giù la gamba, ha male ma continua.
La partita è dura, veloce; questo è forse l’unico intervento fin qui non intenzionalmente diretto all’avversario.
36’ Allan Clarke riceve , si gira e parte in progressione, subisce tre tackle scivolati nessuno dei quali riesce ad abbatterlo.
Controlla anzi con gran classe e serve Mick Jones che accelera senza indugi verso la porta.
Hollins esita troppo a chiuderlo e Jones allarga leggermente. Rinviene McCreadie che gli entra nei piedi in scivolata ma non lo prende, Jones fa partire un diagonale dal limite e segna uno dei migliori gol mai visti in una finale, Bonetti non ha scampo o forse il ginocchio fa ancora male. Vantaggio meritatissimo.
Il Chelsea non punge, un lancio lungo di Hollins è preda della difesa avversaria.
Al 42’ Harris stende Gray che dopo averlo fintato lo stava lasciando sul posto. Gray resta a terra dolorante, Chopper si allontana gli si fa incontro Clarke che protesta con lui.
Arriva anche l’arbitro che pure protesta con Harris quasi fosse un compagno di Gray e non il direttore di gara e gli fa:
“Cristo Chopper questa era in ritardo!” “Spiacente ref ho cercato di essere il più veloce possibile” fu l’ineffabile risposta di Chopper.
L’arbitro rise e gli chiese di calmarsi ma non lo ammonì.
Allan Clarke non parve divertito, Gray rimarrà claudicante fino a fine partita.
La prima frazione termina con continui attacchi e contrattacchi, palloni persi, gran velocità, gran fretta e anche tanti errori nei passaggi.
Su ogni intervento, su ogni contrasto, ad ogni modo, i giocatori ci danno di brutto entrando il più delle volte senza curarsi troppo di cosa avrebbero colpito.
Al 45’ Harris riesce a calciare in avanti evitando l’accorrente Clarke che cerca di staccargli una caviglia, non ci riesce e la palla finisce sull’out destro, quindi colpo di Hutchinson a Cooper, poi McCreadie salta di testa e travolge Jones che frana a terra.
Pressing ossessivo ovunque, specie del Leeds che sembra più abituato a farlo.
Il Chelsea sta a galla tirando qualche calcione in più. Fine del primo tempo.
Nessun cambio all’intervallo e dopo un quarto d’ora si riparte, Bonetti rientra con una vistosa fasciatura al ginocchio e una scarpa, che si è sbragata e aperta davanti, tenuta insieme, visibilmente, con lo scotch (!)
Calci reciproci tra Gray e Hollins su una palla contesa a centrocampo, poi una pedata di Gray sulla caviglia di Dempsey.
Osgood riceve appena dentro la metà campo avversaria, lo affronta Bremner da dietro che gli rifila due calci, l’attaccante resiste e serve Harris.
Poi, truce, si gira verso Bremner, se fossero in un parco qualsiasi lo penderebbe a pugni.
Bel lancio di Madeley a Clarke liberissimo appena fuori l’area di rigore del Chelsea, ma Clarke è off-side.
Si vede un po il Chelsea, Osgood controlla bene, porta a spasso due avversari e serve Cooke a sinistra, questi dialoga con Houseman in velocità, il cui cross è facile preda di Harvey.
Bell’azione.
Riprende il Leeds: Lorimer lungolinea per Giles sul quale arriva duro McCreadie, punizione.
McCreadie restituisce palla con disgusto.
La battuta di Charlton è inguardabile.
Cooper anticipa Baldwin a gamba tesa, la palla gli si allunga e Harris cerca di anticiparlo, lui pure a gamba tesa, mancando sia la palla che la tibia.
Sul rimpallo Osgood se ne va in dribbling ma viene chiuso da Charlton in fallo laterale.
Osgood tenta di recuperare palla in scivolata, colpisce Charlton che va giù, si rialza prontamente e gli rifila una testata e una ginocchiata.
Non aspettava altro.
Il segnalinee accorre e blocca il difensore che inviperito continua a rimostrare contro Osgood.
Come se lui non avesse ancora tirato un calcio in tutta la partita, typical Leeds.
Arriva anche Mr Jennings che fa un breve predicozzo ai due, che non si guardano, non ammonisce nessuno e accorda una punizione al Leeds.
I tifosi del Chelsea, piuttosto quieti fin qui, ululano di rabbia.
Poi Charlton vuol far vedere che sa anche un po giocare e scende palla al piede, Allan Clarke se ne va con lui poi si allarga dettandogli il passaggio e aprendosi la via della porta. Charlton pensa di essere Beckenbauer, ma non lo è, avanza ancora e perde l’attimo, Dempsey rinviene su di lui lo ferma commettendo fallo.
La giraffa perde le staffe di nuovo e se la prende con tutti, avversario, arbitro e pure con Clarke che secondo lui non si era smarcato, ma è lui ad aver tardato il passaggio; ma va, va…. Clarke lo ignora ma è chiaro cosa pensa.
Ancora calci da dietro per Osgood, omaggio di Hunter stavolta. Nessun lamento, nessuna sceneggiata, si continua a giocare.
Partita maschia nessuno vuole mostrare debolezze.
Al 55’ una rimessa laterale lunghissima di Hutchinson crea panico tra la difesa del Leeds che libera a fatica.
Avvisaglie…
Un minuto dopo Bremner stende Hutchinson con una violenta entrata da dietro che non genera calci di punizione, sceneggiate o proteste; Hutchinson è subito in piedi e il gioco prosegue tanto che Clarke fila via in contropiede e mentre si appresta a tirare viene fermato da un gran tackle di Webb.
Ma la palla resta ancora ai bianchi.
Cooper fila via sulla sinistra di gran carriera aggira splendidamente Harris e riesce a crossare quando la palla sembrava destinata ad uscire.
Il cross è respinto al limite dell’area, ci si fionda Giles che calcia al volo, fuori di poco.
Il ritmo, che si era un po' abbassato, sembra riprendersi. Il pubblico ruggisce.
La pressione del Leeds torna a farsi sentire, ogni volta che si distende in attacco crea pericoli ma non riesce a concretizzare.
Un secondo gol risolverebbe senz’altro le questioni. Ancora, McCreadie regala la sfera a Jones che fila via e viene steso senza troppi complimenti da Dempsey.
La punizione è un cross in area di Giles per Jones che di testa smista ma non trova compagni pronti. Il Leeds ha ricominciato a bussare alla porta.
Il Chelsea resiste, ha carattere e grande fisicità ma non riesce a creare pericoli.
Subisce la pressione avversaria, per togliersela ci vorrebbe il pallone, ma non riescono a tenerlo a lungo, la squadra è impostata su contrattacchi immediati e rapidi che prevedono la conclusione; la capacità dei centrocampisti centrali.
Bello spunto di Jones che entra in area, lo affronta Dempsey, il tiro dell’attaccante, bello, è bloccato in presa da Bonetti.
Un’ora di gioco.
Hunter salta di testa commettendo almeno due falli su Hut
chinson che gli stà davanti, si prosegue.
Si vede il Chelsea, finalmente.
Cooke avanza palla al piede, evita Bremner, che cerca di colpirlo, e serve Osgood sulla tre quarti. Osgood controlla e si allarga verso l’out destro, lo chiude Charlton che da indietro al portiere. Sul rinvio azione insistita di Lorimer, che entra in area non riesce a girarsi, serve Gray all’indietro che fa un bel cross teso di poco alto sulla traversa.
Fraseggio insistito del Chelsea che libera Osgood il quale viene fermato al limite dell’area, la palla finisce a Bremner sul quale da dietro interviene Cooke che gliela soffia e lo mette a terra. Il simpaticissimo scozzese va giù ma è lestissimo a balzare su per restituire il colpo a Cooke.
Degno compare di Charlton.
Il Chelsea sembra più vivo adesso, del resto mancano venticinque minuti e sono sotto di un gol. Azione di Hollins che crossa dal fondo, libera Cooper che in bello stile evita due avversari; il secondo, Hutchinson, lo stende.
Play on fa segno merry Mr Jenkins.
Non si fanno pregare i blu, Cooke, Osgood, Hutchinson, triangolo, entrano in area e bella uscita di Harvey sui piedi di quest’ultimo. 64’, collisione tra Webb e Lorimer ai 200 orari, entrambi mancano la sfera, Lorimer comunque riesce a colpire la gamba di Webb. Entrambi vanno giù, la palla carambola a Hollins che manda in mezzo un cross da sinistra, stacca Osgood che serve di testa Baldwin il suo tiro è ben parato da Harvey.
65’, Osgood si libera di Giles con un pallonetto, poi mette giù, avanza e evita di nuovo Giles.
Lo affronta Bremner che lo ferma, cade e tenta di scalciarlo da terra, il merdina.
Osgood si gira e restituisce la cortesia Bremner fa per reagire, arriva Hutchinson che con una violenta spinta lo butta a terra.
Mr Jennings accorre e rifila ad Hutchinson l’unica ammonizione della partita.
C’è poi una grande azione personale di Cooper sull’ interno sinistro, un treno.
Giunto al limite dell’area avversaria lascia partire un missile parato in tuffo da Bonetti.
Osgood sempre più nel vivo dell’azione smista per Houseman in profondità, Bremner chiude e da ad Harvey.
Ancora Chelsea, dopo una serie di passaggi Webb manda un cross in mezzo, facile preda di Harvey.
Harris si arrampica sulla schiena di Jones, che gli fa un po ‘ponte’, palla in out.
Interventi sempre al limite ma nessun accenno di animosità.
Charlton sbaglia il disimpegno di testa e regala palla a Osgood che se ne va in dribbling e apre per Houseman largo a sinistra, il cross ha poca convinzione, è più alto che teso e finisce tra le braccia di Harvey. Venti alla fine, il Chelsea stà rientrando in partita, il tempo comincia a stringere. Harvey subisce due falli in un minuto mentre cerca di rinviare con la palla in mano. Gray scatta a sinistra si accentra e tira malissimo, la palla invece di andare verso la porta finisce dall’altra parte del campo, raccoglie Lorimer sul quale commette fallo Dempsey, punizione. Batte lo stesso Lorimer lungo, sul secondo palo.
Stacca Jones altissimo che rimette all’indietro e nello scendere finisce sui fotografi appostati dietro la linea. Un bobby lo aiuta a rialzarsi.
Sul rinvio scatta Cooke , oltrepassa la linea mediana e viene affrontato frontalmente da Hunter, che riesce a fermarlo. Cooke tenta di recuperare la sfera e stende Hunter.
Numero di McCreadie che in dribbling fa sedere Clarke e serve Houseman.
Baldwin sbaglia lo stop su rinvio di Bonetti, da dietro arriva il sempre prontissimo Cooper che gli soffia la palla e si fionda a tutta verso l’area avversaria e appena dentro esplode un sinistro rasoterra deviato in angolo da Bonetti.
77’, bella combinazione tra Osgood e Hutchinson che libera Hollins al tiro che, sballato, finisce lontanissimo dalla porta.
Sul rinvio la palla è preda di Hollins che serve Osgood, da questi ad Hutchinson che lascia a Cooke il quale va via dritto e giunto sulla tre quarti scodella un preciso cross appena dietro al dischetto sul quale si tuffa Osgood che di testa insacca.
L’esultanza, secca, contenuta ma convinta e decisa è una delle migliori che abbia mai visto.
Dietro la porta si scatena il pandemonio, alcuni tifosi riescono ad entrare in campo e abbracciare Osgood.
Mi chiedo cosa debba aver pensato Revie, che si era acceso un sigaro due minuti prima, probabilmente preoccupato perché ‘non si può essere solo 1-0 all’ 80mo di una partita così’.
Aggiungo, non si può fare 1-1 in una partita così.
Con questo gol Osgood ha segnato in ogni round, è il nono a riuscirci in 99 anni di FA Cup.
Si riparte, piede a martello di Hutchinson su Madeley che lo evita per un pelo e trenta secondi dopo lo stende.
Crampi per Hutchinson.
Baldwin falcia Hunter che rialzandosi reagisce come per dire ‘dov’è che l’ammazzo?’
Insiste il Leeds che ottiene un angolo sul quale Jones colpisce di testa a botta sicura, sulla linea c’è Harris che respinge ma Bremner, il solito, ha colpito qualcuno nella mischia. Punizione per il Chelsea.
Gioco confuso ora, squadre stanche che cercano ancora di attaccare, errori da ambo le parti.
All’ 84’ il clou: ennesima discesa di Cooper sull’out sinistro e cross, palla che spiove al limite dell’area dove salta Bremner, sopraggiunge McCreadie in spaccata volante altissima rifilandogli una gran pedata in testa.
Il nanerottolo rimane giù e si contorce.
Direi rigore netto e forse anche espulsione.
L’arbitro fa cenno di continuare, la sfera finisce ad Hollins che da a Osgood il quale si fa mezzo campo di gran carriera, resiste a un tackle criminale di Charlton poi allarga ad Hutchinson che a sinistra lo aveva seguito.
Hutchinson fa due passi e poi esplode una bordata che si infrange sull’esterno della rete.
Nell’altra area Bremner è ancora a terra che si contorce con le mani sulla testa.
Un minuto dopo McCreadie entra duro da dietro su Lorimer che resiste e da a Cooper il quale tenta una nuova sortita ma deve essere stanchissimo, ha corso come una bestia e perde palla dopo qualche metro.
La recupera Bremner che viene caricato da dietro da Hutchinson e finisce giù. Hutchinson gli pesta un piede, Bremner si rialza gli da una testata sulla schiena.
Hutchinson si gira e lo spinge via poi gli fa ripetutamente segno con la mano; ‘parli, parli, sai solo parlare, vieni un po vicino..’.
Spettacolo.
Lorimer fugge in contropiede sull’out destro deserto e centra sul secondo palo dove Jones sovrasta Hollins, ma il suo colpo di testa è di poco alto. Doveva segnare. La partita finisce qui, si va ai supplementari.
Per il Leeds è la terza volta in cinque partite.
Supplementari:
Al 3’ su un cross di Baldwin svetta Osgood, Harvey para, i due cadono e si scambiano cortesie a terra.
Il copione continua ma gli errori aumentano: tiri sballati di Giles, cross sballato di Hunter, squadre stanche ma mentalmente irriducibili.
Le difese hanno la meglio sugli attacchi che sembrano aver un po rinculato, gioco spezzettato.
Al 10’ l’inesauribile Cooper viene seccato da Baldwin, punizione.
Giles batte sul secondo palo, doppio colpo di testa a liberare di Dempsey e Harris che in realtà non libera un bel niente.
La palla finisce sui piedi di Lorimer che di controbalzo dal limite impegna Bonetti.
Rinvio.
Hunter a terra per crampi, anche i duri cedono.
Osgood seduto sul prato mentre Hunter viene soccorso, duri aspettano altri duri.
I tifosi del Chelsea, fino ad allora poco rumorosi si fanno sentire ricreando un po di atmosfera in uno stadio dove ormai a quasi tutti è rimasto ben poco da dare.
Entrataccia di Houseman su Hunter (succede anche questo) e rimessa laterale per il Chelsea: Hutchinson per Houseman anticipato da Charlton che mette di nuovo in out. Nuova rimessa, ancora Hutchinson, stavolta un po più avanti, la posizione è buona per mandare una delle sue catapulte in centro area e seminare confusione. Arriva Cooke che chiede lo scambio, Hutchinson gli fa segno di allontanarsi e indietreggia due passi contro i cartelloni della Shell.
Quindi lascia partire un’autentica catapulta, una delle migliori rimesse laterali mai tirate, una delle migliori rimesse laterali mai viste e, sicuramente, una delle più importanti nella storia del calcio, non solo inglese.
Il movimento delle braccia è perfetto, perfetto è lo stile: uno, due; al terzo passo i due piedi allineati sulla riga movimento unico roteato delle braccia, follow-through perfetto e palla scagliata con parabola alta ad almeno trenta metri di distanza che spiove sul primo palo. Osgood salta e la prende, dietro di lui Charlton che non riesce ad anticiparlo e Reaney che sbaglia l’uscita. La palla si impenna e spiove dietro, sul secondo palo, dove saltano a grappolo Baldwin e Webb che travolgono Lorimer e Jones che finisce in porta insieme alla palla colpita di spalla, o forse di petto, da Webb.
Un gol vecchio stile, quasi rugbistico, un gol inglese, un gol per gli amanti del calcio, quello giocato per la gente che stava in piedi su gradini bassi, consumati, scomodi e pericolosi.
Un gol che oggi verrebbe annullato, un gol che probabilmente in Italia sarebbe stato annullato anche quel giorno.
E Chelsea in vantaggio per la prima volta dopo tre ore e quasi quarantacinque minuti di finale, un boato di giubilo si leva in lontananza dalla curva opposta.
Si riprende, Il Leeds riparte a testa bassa, il Chelsea, respinge.
Bremner riconquista palla piantando un piede a martello sulla caviglia di Osgood, se ne va palla al piede cerca di evitare Cooke che lo mette giù. Il nanetto si rialza furibondo per attaccarsi con Cooke che soprassiede; sopraggiunge Osgood che gli spiega come l’intervento su di lui tre secondi prima fosse peggio.
Il simpaticone se ne va. La punizione di Giles causa un po di apprensione tra i tifosi assiepati dietro la porta, tre-quattro colpi di testa, tiri, ribattute.
Alla fine allontana Harris con un calcione dei suoi.
Fine del primo tempo supplementare.
Si riprende, Harris entra a piedi uniti su Gray, lo manca. L’azione continua, Cooper mette in mezzo, mischia, Bremner spinge qualcuno per cercare di prender palla e cade lui commettendo anche fallo.
Azione di Lorimer che entra in area avversaria e finisce giù per una spinta di Hutchinson anch’egli a terra, si continua.
Chelsea tutto all’indietro, il solo Osgood rimane davanti.
L’inesauribile Cooper manda un cross che attraversa l’area ma nessuno lo prende, stanchezza.
Leeds che tenta una via ma non ci sono più forze, ne idee.
Charlton e Hunter per poco non si fanno soffiare la palla da Osgood. Lo stesso Osgood si fa mezzo campo palla al piede, si allarga a sinistra, avanza ancora e poi mette un rasoterra in mezzo che Hutchinson infila a porta vuota. Fuorigioco, il segnalinee prontamente segnala: annullato. Gli uomini di Revie si arrendono, il Chelsea crea ancora due pericoli su altrettanti alleggerimenti ma Hutchinson viene fermato un’altra volta in off-side e poi su cross di Hollins, sempre Hutchinson colpisce male di testa.
Cross di Lorimer, esce Bonetti che cicca la respinta, McCreadie anticipa Gray in corner.
Webb entra a tutta birra a piedi uniti su Cooper che si rialza senza fiatare. Numero di Lorimer, corner, pericolo ma non succede più niente.
L’ultimo tiro, di Gray, finisce altissimo sulla traversa. Sul rinvio di Bonetti merry Mr. Jennings fischia tre volte e chiude l’incontro.
Una maratona.
Il Chelsea vince la sua prima FA Cup, il Leeds ancora una volta è secondo e deve rimandare ancora l’appuntamento, allungando la striscia di occasioni mancate di un soffio.
E’ stata una grande partita.
Passata alla storia come la più violenta partita nella storia del calcio inglese, è stata, a mio parere, una delle più grandi partite inglesi mai giocate.
La squadra migliore ha giocato meglio, molto meglio degli avversari e ha perso. Cose che succedono, è (era ancora) in gioco.
I migliori: Cooper per il Leeds e Osgood per il Chelsea, Cooper per me migliore in campo in assoluto.
Nel 1997 David Elleray, allora arbitro inglese di punta, stimò per gli standard di allora che la partita sarebbe finita con 6 espulsioni e 20 ammonizioni.
Nel 2020 Michael Oliver, arbitro di punta inglese del momento nonché uno dei peggiori arbitri al mondo, aggiustò la stima di Elleray in 11 espulsioni inclusa quella di McCreadie due volte.
Si trattava di una rivalità fiera, dura che giustamente poteva esprimersi in campo grazie all’atteggiamento dei calciatori che erano pronti allo scontro tanto come al non oltrepassare un limite che non era e non necessitava di essere scritto.
Bonetti ebbe a dire ‘Avevano la fama di essere ‘sporchi’, cattivi. Io preferivo definirli fisici, perché anche noi lo eravamo e potevamo affrontarli senza problemi sul loro stesso piano.
A loro non piaceva essere sfidati sul loro stesso piano e diventavano aggressivi’.
Hutchinson la fece molto più corta ‘Ci odiavano, e noi odiavamo loro’.
Ci fu un infortunato serio solo, Gray, colpito dietro al ginocchio da Harris.
Rettifico la stima di Oliver: con i giocatori di oggi una squadra che si trovasse ad affrontare una di quelle due contendenti non arriverebbe alla mezz’ora prima di avere più della metà dei giocatori fuori per presunti infortuni.
Avevo, dietro suggerimento, iniziato a scrivere di questa partita per la consueta serie partitacce, e un po lo è stata.
Ma pur offrendo una carrellata di tutto rispetto di interventi al limite, gli stessi si perdono, diluiti nell’intensità e nel tono maschio e vigoroso di una contesa epica.
Quello si lo rimane.
Quindi chiudo e riclassifico l’incontro quale vero e proprio partitone.
Manchester, Old Trafford 29 Aprile 1970
FA Cup Final Replay
Chelsea 2-1 Leeds United d.t.s.
Chelsea:
Bonetti, Harris, McCreadie, Hollins, Dempsey, Webb, Baldwin, Cooke, Osgood (112’ Hinton), Hutchinson, Houseman. All. D. Sexton
Leeds United:
Harvey, Madeley, Cooper, Bremner, Charlton, Hunter, Lorimer, Clarke, Jones, Giles, Gray. All: D. Revie
Arbitro: E. Jennings (Stourbridge)
Reti: 36’ Jones (L), 78’ Osgood (C), 104’ Webb (C)
Spettatori: 62.078
PLAYLIST
Carter takes a train – Roy Budd
Looking for someone – Roy Budd
The harder they come – Jimmy Cliff
Rock and a hard place – The Rolling Stones
Un paio di filmati: https://www.youtube.com/watch?v=v4zntE8oXR8
https://www.youtube.com/watch?v=nfUH6I5m--M
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giovedì, settembre 17, 2020
Sheffield United – West Bromwich Albion
ALBERTO GALLETTI ci riporta nel mondo delle PARTITACCE, dove volano botte e calcioni.
Marzo 2002, Sheffield United – West Bromwich Albion
Regolamento del Gioco del Calcio: Regola n.3; Art.1:
Una partita di calcio non può iniziare, o proseguire, se una delle due squadre si presenta o rimane con meno di sette giocatori.
Anche l’arbitro più incapace dovrebbe riuscire a contare fino a sette, dovrebbe.
Magari aiutato dal VAR che potrebbe fornirgli il pallottoliere e contare i giocatori dalla sua postazione, si sa mai.
Regola pressochè irrilevante durante lo svolgimento di una gara in uno sport dove si gioca 11 contro undici, semmai potrebbe entrare in ballo prima del fischio di inizio.
Non in quel 16 marzo 2002 quando, all’entrata in campo a Bramall Lane per l’incontro di First Divison (nome della II divisione inglese del tempo) tra il locale Sheffield United e il West Bromwich Albion, che 100 anni prima avrebbe avuto probabilmente molto da dire al massimo livello.
La classifica in se non dava particolari motivi per aspettarsi esagerato agonismo.
Gli ospiti arrivarono a Bramall Lane terzi in classifica, in corsa promozione ma senza vere chances di raggiungere il Wolverhampton secondo e undici punti più avanti.
I padroni di casa erano quindicesimi e virtualmente già salvi.
Ma a dire il vero c’era parecchia acrimonia tra le due squadre.
Negli ultimi cinque incontri c’erano state quattro espulsioni, svariati cartellini gialli e George Santos dello United aveva rimediato una frattura occipitale e quella di uno zigomo per una gomitata volontaria rifilatagli da Andy Johnson nel corso dell’ultimo incontro l’anno prima.
Potenzialmente qualche ingrediente per una polveriera c’era.
Dopo solo nove minuti, Simon Tracey, portiere dello United, nel tentativo di fermare Dobie, che lo aveva scavalcato con un pallonetto, ferma la palla con le mani poco fuori l’area di rigore e viene espulso.
La partita continuò poi per un ora senza troppi sussulti.
Il WBA sfruttò la superiorità numerica andando in vantaggio con Dobie che al 18’ metteva dentro con un bel colpo di testa su bel cross dall’out destro.
Allo scoccare dell’ora di gioco su corner per il WBA da sinistra, bello schema con Baliş che dalla bandierina batte rasoterra, indietro, verso il vertice dell’area di rigore.
Sul perfetto assist si avventa lanciatissimo McInness che in corsa esplode un diagonale fortissimo che si infila all’incrocio dei pali opposto.
Splendido, e 2-0
. Sotto di due gol, con un uomo in meno, e meno di mezz’ora a disposizione, Warnock fa un doppio cambio non trovando tra l’altro di meglio da fare che mandare in campo Santos al posto di Tonge e dando un saggio del suo proverbiale acume.
Alla chiara ricerca di vendetta, pochi secondi dopo essere entrato, Santos entra in tackle assassino a piedi uniti su Johnson, che vola per aria in maniera spettacolarmente preoccupante, si vendica della frattura dell’anno prima e viene immediatamente espulso.
Scoppia una violenta rissa nella quale Patrick Suffo, anch’egli appena entrato, picchia una violenta testata a McInness e viene pure espulso.
A questo punto lo Sheffield United è in otto uomini.
Contro undici, e non ha più sostituzioni disponibili; si continua.
E un applauso a Neil Warnock.
La partita è incattivita a livelli da rissa, Curle prende a pugni McInness, bel provocatore tra l’altro, l’arbitro fa finta di niente, o forse preferisce non usare il cartellino rosso per paura di dover interrompere la partita.
Al 77’ Dobie fa doppietta e porta i suoi sul 3-0 e conti chiusi, ma già lo erano.
I timori dell’arbitro però ricominciano a farsi vivi quando Brown si infortuna al 79’ e deve uscire:
Sheffield United in sette.
Si prosegue.
Fino all’ 82’ quando si fa male anche Ullathorne che è costretto ad abbandonare.
A questo punto con la squadra di casa ridotta in sei, il Sig. Wolstenholme è costretto davvero ad abbandonare la contesa e fischia tre volte: Regola 3 Art. n.1.
La Football League assegnò poi la vittoria a tavolino 3-0 al WBA, multando lo Sheffield United di £ 10.000, Suffo di £3.000, Curle di £ 500 e Warnock di £ 300.
Squalifiche: Santos e Suffo 6 giornate, Curle 2.
Passata alla storia, piuttosto pateticamente secondo lo stile inglese, come la Battaglia di Bramall Lane, la partita finì invece negli annali inglesi del calcio come la prima abbandonata, nella seconda serie professionistica inglese, per insufficienza numerica sopraggiunta di una delle due contendenti.
Santos e Suffo non indossarono più la maglia dello Sheffield United.
Il WBA invece, riuscì a raggiungere e a superare i Wolves, finendo secondo e ad essere promosso in Premier League.
F.L. First Division 2001/02
Sheffield, Bramall Lane 16 marzo 2002
Sheffield United 0-3 West Bromwich Albion (abbandonata all’ 82’)
Sheffield United: Tracey; Uhlenbeek, Page, Curle, Ullathorne; Jagielka, Tonge, Brown; D’Jaffo, Ndlovu, Peschisolido. All. N. Warnock
West Bromwich Albion: Hoult; Baliş, Sigurdsson, Chambers, Clement, Gilchrist, Moore; Johnson, McInness; Dobie, Dichio. All. G. Megson
Arbitro: Eddie Wolstenholme (Lancashire)
Marcatori: 18’ e 77’ Dobie (WBA), 62’ McInness (WBA)
Espulsi: 9’ Tracey, 65’ Santos e Suffo, tutti dello Sheffield United
Spettatori: 17.653
Marzo 2002, Sheffield United – West Bromwich Albion
https://www.youtube.com/watch?v=9ZDsjY3uFdE
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martedì, giugno 02, 2020
Athletic Bilbao - Barcellona 1-0 1984










Riparte un campionato che non interessa a nessuno.
Consoliamoci cone le PARTITACCE di ALBERTO GALLETTI, storie uniche e preziose.
Il 5 maggio 1984 doveva essere una giornata importante per la storia dell’Athletic Bilbao che si era laureato campione di Spagna una settimana prima battendo al fotofinish il Real Madrid per differenza reti (stessi punti: 49) e Barcellona (48).
In programma quel giorno era la finale di Copa del Rey, importantissima in Spagna, importantissima per il club che al tempo deteneva il record di vittorie, 22. Tra loro e la possibilità di aumentare il record e ottenere uno storico double, che non arrivava dal 1957, il Barcellona di Maradona guidato in panchina da Cesar Menotti.
Fu il culmine di una stagione intensa, la rivalità tra le tre pretendenti fortissima, gli incidenti numerosi e il duello in campionato serratissimo.
Cominciò subito mailssimo il 24 settembre, durante l’incontro di campionato al Camp Nou, quando Goikoetxea con un intervento da dietro mandò in frantumi il malleolo di Maradona rompendogli pure caviglia in tre punti e legamenti.
Rimediò solo un cartellino giallo per quello che fu definito poi uno dei falli più volenti mai visti su un campo da calcio.
Menotti, scandalizzato, ne chiese la squalifica a vita definendolo l’anti-calcio e il giudice sportivo, davanti al quale Goikoetxea scoppiò in lacrime, gli comminò una squalifica di 18 mesi.
Scontò poi solo dieci giornate.
Maradona invece dovette affrontare un complicato intervento chirurgico, che riuscì, e una difficile rieducazione.
A differenza però degli intoccabili assi d’oggidì, era, in fondo, uguale al suo killer, duro, determinato, cattivo all’occorrenza; esser cresciuto nei campi dei sobborghi di Buenos Aires era pur servito a qualcosa. E sapeva giocare, parecchio bene anche.
Cominciò quel giorno a serpeggiare un astio violento tra i due club, sottotraccia, trattenuto a stento e anche di malavoglia, che riaffiorava di tanto in tanto con dichiarazioni o interviste a distanza, nelle quali il mutuo disprezzo era tangibile.
Andò avanti tutta la stagione e prese fuoco , abbastanza prevedibilmente, la sera della finale di Coppa.
Era una storia lunga, il Barcellona allora come oggi si vantava del bel gioco offerto e degli assi stranieri ingaggiati e disprezzava apertamente l’Athletic, squadra fatta in casa, squadra di duri non certo di fuoriclasse raffinati, che però a differenza loro vinceva.
E questo bruciava.
Inoltre aveva un conto aperto con Goicoetxea ,che già nel 1981 aveva rotto il ginocchio a Schuster, l’asso tedesco in forza ai blaugrana; ci aveva messo un anno a recuperare e mai del tutto.
Inoltre, come ebbe a dire proprio Goikoetxea parecchio dopo:
“Erano anni in cui ci si era appena liberati dal franchismo e il nazionalismo soffocato per decenni, sempre presente nell’orgoglio identitario dei club calcistici delle minoranze, come noi, ma anche loro, riaffiorava.
Ci si picchiava in campo anche per quello”.
Ora per Maradona si prospettava una lunga ed incerta convalescenza, l’infortunio è gravissimo, i medici ipotizzano anche un prematuro stop all’attività agonistica.
Invece Diego, animato da quello spirito indomito che sempre lo ha contraddistinto recupera.
Recupera e recupera e miracolosamente si rimette in piedi a metà aprile.
Scenderà in campo per le ultime di campionato senza fare in tempo a recuperare il punto di distacco che lo separava dagli acerrimi rivali.
La vigilia del match è incandescente.
Dirigenti e giocatori non le mandano a dire, l’astio riaffiora.
Da Barcellona si accusa il macellaio di Bilbao, si parla di vendetta, siamo pronti eccetera eccetera….
.Anche Maradona, ormai ristabilito, butta benzina sul fuoco “Avrei preferito se il campionato lo avesse vinto il Real” dichiara.
Il massimo dirigente basco risponde che se Maradona continuerà a fare dichiarazioni di questo genere non garantirà cosa gli potrà succedere sabato in campo.
Ad ogni modo l’attesa della partita tra gli sportivi è tanta, i tifosi baschi sono accorsi in massa, oltre 60.000; i catalani, vista la sede e l’avversario han preferito rimanere a casa e guardare la tv; lo stadio è pieno imballato: 100.000 spettatori.
Dopo i primi minuti di studio c’è un malinteso tra i difensori blaugrana, Urruti si trova fuori posto al limite dell’area ma il pallonetto di Endika è debole e MIgueli sventa a un metro dalla porta.
Quindi al 13’ su angolo per l’Athletic da sinistra Schuster respinge corto, la palla finisce tra i piedi di Dani che crossa di nuovo, al limite è appostato Endika che stavolta non sbaglia: controlla bene di petto, e poi mette un bel tiro angolato alla sinistra di Urrurti. 1-0 per l’Athletic.
Il primo tempo vede il Barcellona compassato cercare di manovrare, Maradona tocca parecchi palloni.
In difesa si avvalgono della trappola del fuori gioco; in due 7tre occasioni l’Athletic la buca presentandosi a tu per tu con Urruti.
Maradona ha avuto un po troppo la tendenza a voler fare tutto da solo, ma ha preso colpi ogni volta che ha toccato palla.
Ad ogni tocco un calcio, ad ogni stop una spinta, sempre.
Liceranzu rimedia un cartellino giallo per un entrata da dietro piuttosto robusta e si arrabbia.
Schuster ha trottato per il campo, ha fatto da cane da guardia a Maradona, cercando di colpire quanti più avversari potesse; avversari che non si son tirati indietro, ne sono scaturite un po di scintille.
Il pubblico, quasi tutto di parte biancorossa lo ha spesso beccato.
Lui si è anche innervosito.
Menotti ha osservato tutto con la consueta pacatezza e una sigaretta via l’altra.
Non sono sicuro cosa possa aver detto ai suoi giocatori all’intervallo, il secondo tempo è stato quasi uguale al primo, la scossa non c’è stata, evidentemente confidava in qualche invenzione del Pibe.
C’è infatti subito un errore nella trappola del fuorigioco e Urruti deve sventare di piede fuori area.
Poi un corner per l’Athletic, che non si riesce a battere, c’è un fitto lancio di oggetti in campo proveniente dalla curva dei tifosi blaugrana; è dall’inizio comunque che la tensione è palpabile, i giocatori non hanno risparmiato interventi duri da ambo le parti. Partita interrotta, il ‘Flaco’ Menotti in panchina fuma e osserva. La partita riprende.
Il Barcellona ora è più manovriero, ma l’Athletic contrattacca ad ogni occasione: Sarabia, subentrato al marcatore, Endika, parte dalla sua metacampo, si beve la difesa azulgrana in linea e fila verso la porta: Urruti esce, ma Alesanco lo recupera e lo stende limite; e si prende il giallo. La punizione di Dani è larga.
Schuster , bersagliato da lancio di oggetti, risponde rispedendone uno al mittente, selva paurosa di fischi e buuu da parte dei tifosi baschi li assepiati che stanno anche tirando giù la recinzione.
I giocatori dell’Athletic protestano, vogliono l’espulsione del tedesco, circondano l’arbitro che non ne vuol sapere e fa ampi cenni di finirla; in campo piove di tutto, Schuster se ne sta , da solo, a distanza. Quando il gioco riprende ennesimo contropiede dell’Athletic che ancora una volta elude la trappola del fuori gioco; Urruti deve uscire ancora dall’area per sventare su Salinas.
Occasione per il Barça: un bel colpo di testa di Schuster, Zubizzarreta si distende e blocca.
Poi un violento destro di Sánchez colpisce in testa un difensore dell’ Athletic che crolla, ma sventa il pericolo.
Siamo a metà tempo, all’interno dello stadio ogni tifoso dell’Athletic ha sicuramente una bandiera in mano che da questo momento comincia a far sventolare, lo spettacolo è imponente.
Il Barcellona continua a buttare palloni in area, Julio Alberto ne fa spiovere uno pericolosissimo sul secondo palo, ci si fionda Alesanco, Zubizzareta esce e la prende, il difensore blaugrana finisce in scivolata contro al portiere, ci arriva anche Urtubi che cerca di proteggere il proprio portiere.
La partita stà per finire, la tensione sale.
L’ultimo tentativo è di Maradona che fa secchi tre difensori in area avversaria ma Nunez con un tackle scivolato millimetrico allontana. Maradona vola a terra , reclama il rigore.
Nunez gli si fa sotto e i due si affrontano faccia a faccia, lancio di oggetti in campo, interviene l’arbitro che li separa; manca un minuto.
Ultimo assalto sul corner conseguente:
Carrasco mette in mezzo, Zubizzareta esce male su MIgueli che colpisce di testa, qualcuno salva sulla linea con un calcione che rimanda la palla a quaranta metri; altre proteste.
Incomprensibilmente l‘arbitro da una punizione all’Athletic probabilmente per carica al portiere : mi chiedo se avrebbe convalidato il gol se il colpo di testa fosse entrato.
Parte della recinzione dietro la porta è divelta, i tifosi si preparano all’invasione di campo per festeggiare la vittoria.
Sul rilancio e tentativo di contropiede l’arbitro fischia la fine.
E’ stata una partita durissima, nervosa, cattiva: ha vinto la squadra più dotata di questi attributi.
Poi , succede il finimondo, devono aver avuto da dire, poi qualcuno comincia a picchiare.
Volano calci tremendi, quello di Maradona al massaggiatore del Bilbao è terrificante.
Quello di Migueli alla schiena di un avversario altrettanto, ce n’è anche uno di Schuster niente male.
Dura poco, un minuto credo, ma la furia è devastante, odio e cattiveria puri.
Erano mesi che andavano avanti a distanza e alla fine han sistemato i conti.
https://www.youtube.com/watch?v=cnbEr-X8j9Y
Alcuni tifosi dell’ Athletic, quasi non curandosi della rissa, invadono il campo e festeggiano cercando di abbracciare i propri beniamini.
Negli spogliatoi Menotti dichiarò di non aver mai visto niente di simile in vita sua.
E dire che nel corso della sua carriera di campi in giro per il Sudamerica ne aveva girati parecchi.
In tribuna, Sua Maestà il Re, presente con consorte e figli ha visto tutto; non ha gradito per niente. Dopo aver premiato Dani, pretende le scusa da Federazione, club e giocatori.
Dani riceve la Coppa del Rey dalle mani del sovrano e la alza con un orgoglio stampato in faccia che raramente ho visto in situazioni simili e che contiene tutto il modo di intendere il calcio per i baschi.
Poi scende dal palco reale, torna in campo e viene attorniato e acclamato dai suoi compagni di squadra che tendono le braccia per toccare il trofeo. Poi si issano il capitano sulle spalle portandolo in trionfo, è proprio il caso di dirlo, uno dei trionfi più trionfi che abbia mai visto, per il campo.
I tifosi acclamano i loro idoli.
Hanno vinto, sono i migliori di Spagna, hanno vinto tutto, non c’è Maradona che tenga. Rimane questo l’ultimo trofeo conquistato dall’ Athletic Bilbao.
Maradona, considerato il responsabile della furibonda rissa venne convocato a palazzo per scusarsi di persona col sovrano (nel video sopra, scena comica)
Quindi verrà squalificato, insieme a Clos e Migueli , Goikoetxea, Sarabia e De Andrés, per tre mesi; che non sconterà in quanto Nunez, che non lo aveva mai amato, lo cede al primo offerente: l’Ing. Corrado Ferlaino presidente del Napoli.
Madrid 5 maggio 1984, Estadio Santiago Bernabéu
Copa del Rey - Finale
Athletic Club 1-0 Barcelona
Athletic Club: Zubizzarreta; Urquiaga, Liceranzu, Goikoetxea, Núñez; Patxi Salinas, De Andres, Urtubi, Dani ; Endika (61’ Sarabia), Argote (87’ Gallego) . All. J. Clemente
Barcelona:
Urruti ; Sánchez, Julio Alberto, Migueli, Alexanko; Víctor, Carrasco, Schuster, Rojo (63’ Clos); Maradona, Marcos Alonso . All. C.L. Menotti
Arbitro: Franco Martinez
Marcatori: 13’ Endika (AB)
Spettatori: 100.000
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martedì, maggio 19, 2020
Olanda-Brasile 2-0 Germania 1974

ALBERTO GALLETTI ci riporta nel magico mondo delle PARTITACCE
OLANDA - BRASILE - Dortmund ‘74
Un tentativo di successione al trono violento.
Uno scontro che trascese la sfida calcistica e finì per andare all’osso della questione: uno scontro tra due culture, due stili di vita diversi e due modi di intendere il calcio opposti.
La partita tra Brasile e Olanda al mondiale del ‘74, oltre a decidere la finalista finì per essere la partita più violenta mai vista ad un mondiale.
Un regolamento di conti in piena regola.
La formula della X Coppa del Mondo prevedeva, dopo una prima fase a gironi in cui le prime due di ciascuno dei quattro gironi da quattro squadre andavano avanti, una seconda fase con due gruppi da quattro:
le due vincenti si sarebbero disputate la finale, le due seconde classificate quella per il 3° e 4° posto.
In virtù dei risultati fin lì registrati, la partita dell’ultimo turno del gruppo A tra Brasile e Olanda avrebbe designato la finalista, come in una semifinale secca.
O quasi, il Brasile aveva come risultato utile solo la vittoria, all’Olanda sarebbe bastato il pari.
Gli ingredienti per una partita memorabile c’erano tutti: da una parte i brasiliani campioni uscenti, non più la squadra che aveva incantato il mondo quattro anni prima.
Erano rimasti solo Rivelino, forse al suo apice, e Jairzinho forse un po spento: due fenomeni ad ogni modo; ma i nuovi Dirceu, Francisco Marinho, Luis Pereira e il capitano Mario Marinho eran tutta gente di alto, livello; gli mancava un grande attaccante, questo credo di si.
Di fronte a loro i pretendenti numero uno al loro scettro: l’ Olanda totale di Michels e Cruyff, rappresentante il calcio nuovo, in ascesa rapidissima.
Dominatori in Europa a livello di club negli ultimi quattro anni, nonché celebrati da mezzo mondo come il nuovo verbo calcistico definitivo, la bellezza calcistica in terra: il Vangelo secondo Neeskens.
Fu una partita memorabile, ma non unicamente per contenuti puramente legati al gioco.
Luglio ’74, l’estate tedesca non è foriera di clima soleggiato, la giornata è grigia e minaccia pioggia.
Gli spalti sono gremiti da una folla strabocchevole: il contingente arancione al seguito dell’Olanda è numerosissimo, la distanza da casa non è poi molta.
Il Brasile comincia meglio.
Sono, si può obiettare finchè si vuole ma è così, tecnicamente migliori degli avversari (a parte un paio) e creano le prime occasioni della partita; Dirceu manda fuori di un soffio a tu per tu col portiere dopo un quarto d’ora. L’Olanda fa pressing sui portatori di palla brasiliani già nella loro metàcampo ma non gli riesce molto bene, in aggiunta, quando riescono a rubar palla, la buttano via con lanci lunghi nella metacampo brasiliana vuota, facile preda dei difensori brasiliano che ripartono a giocar da dietro.
Calcio totale zero.
Poi cominciano i falli: Ze Maria a piedi uniti sulle caviglie di Neeskens; Suurbier su Luis Pereira; Neeskens spinge con violenza da dietro Valdomiro che rotola a terra; Van Hanegem in scivolata piede a martello sulla caviglia di Rivelino che lo salta (grandissimo), fa un tunnel a Jansen (immenso: sempre Rivelino) il quale lo atterra con una gamba tesa; Peres da una violenta spallata a Neeskens lanciato in corsa facendolo stramazzare a terra; tackle a forbice sulle caviglie di Van Hanegem su Paulo Cesar, mezzo placcaggio di Krol su Paulo Cesar, ancora Krol che entra in volo con due piedi sulle caviglie di Luis Pereira; ostruzione di Peres su Suurbier lanciato in area; Rivelino scalcia da dietro Van Hanegem che tenta di restituire la pedata e si prende una spallata che lo manda a terra; calcio da dietro di Valdomiro a Cruyff.
Poi quasi alla fine del primo tempo il primo dei due capolavori del crimine: lancio per Cruyff inseguito da Luis Pereira, l’olandese controlla in corsa splendidamente e si avvicina al limite allargandosi verso la bandierina, Luis Pereira lo rincorre ma è in ritardo netto e lo placca magistralmente con gesto tecnico che a Twickenham sarebbe valso solo applausi e magari la nomina a man of the match; qui, giustamente, cartellino giallo.
Si chiude il primo tempo: calci totali!
Secondo tempo, si è messo a piovere:
Rivelino ubriaca Neeskens che lo stende con una gamba tesa; Peres e Neeskens entrano insieme a gambe tese, fortunatamente tutti e quattro i piedi finiscono sulla palla che carambola verso la linea laterale dovè c’è Valdomiro che controlla, ma sopraggiunge Krol che lo falcia da dietro.
Di nuovo Krol (quanto picchia!) da dietro su Valdomiro; Jensen ha qualcosa da dire a Rivelino che, quando questi gli arriva appresso lo spinge per terra con disprezzo e poi lo manda a fare in culo.
Rijsbergen (forse) a piedi uniti su Jairzinho: violento; Peres stende Rensenbrink con una spallata in uno contro uno da rosso diretto, niente; Rivelino falciato da dietro da Van Hanegem a centrocampo; Francisco Marinho salta due avversari in dribbling e avanza sull’out destro, giunge nei presi dell’area e Suurbier lo falcia, rotolando a terra il brasiliano gli molla una pedata, l’olandese gli molla un pugno; pugno in testa di Rivelino a Jensen; Rivelino evita un entrataccia di Jensen, saltando, sopraggiunge Rensenbrink che non c’entrava niente e gli balza di culo sul fianco, Rivelino resta in piedi e da una culata a un altro olandese che gli si era avventato contro per abbatterlo, infine un terzo olandese cerca di sferrargli un calcio volante, lo manca, vola a terra e si finge morto perché nel frattempo è arrivato l’arbitro che ha visto tutto.
Poi grande azione Rivelino-Valdomiro con doppio triangolo, Rivelino stà per scartare Suurbier che lo atterra con una gomitata.
Quindi secondo capolavoro del crimine: Neeskens, palla al piede, evita Rivelino e fugge verso l’out sinistro, sopraggiunge Luis Pereira che lo falcia da dietro senza pietà e stavolta gli fa male. Qui l’arbitro estrae il cartellino rosso (diretto, mi pare); quindi show del terzino brasiliano che uscendo si becca una sequela di insulti dai tifosi olandesi piazzati li sopra.
Scortato da un paio di compagni si prende la maglietta in mano e la agita verso chi gliene sta dicendo di tutti i colori e poi alza freneticamente le mani, quasi fosse una macumba, facendo con entrambe il segno ‘tre’: tre mondiali ha vinto questa maglia, tre; voi zero (e zero resteranno).
Poi lascia perdere e entra nel tunnel degli spogliatoi, gli inservienti dello stadio fanno cenno verso gli spalti di non lanciare oggetti in campo. In mezzo a tutte ‘ste botte si giocò anche una partita.
L’Olanda srotolò il suo canovaccio: pressing alto che costringeva spesso i portatori di palla a buttarla via o a retrocedere chiudendo ogni sbocco e sistematico ricorso al fuori gioco che esasperò i brasiliani molto di più dei calci, ai quali erano sicuramente abituati e li mandò in corto circuito mentale facendogli perdere la pazienza.
Calci che comunque menarono per tutto l’incontro, cominciando per primi ed usandoli come arma tattica, ad ogni entrata, ad ogni intervento.
Il Brasile, quando in possesso palla cercò di giocare come sempre, sfruttando il campo per costruirvi manovre, palla terra, geometrie, fasce laterali; gli olandesi, forti di risorse fisiche e mentali che i brasiliani non avevano, questo gli va riconosciuto, giocarono novanta minuti di anticalcio. Certo non si limitarono a quello, ma la provocazione sistematica, al limite del regolamento e degli usi e costumi dell’epoca, vinse la partita ben prima che Neeskens ficcasse in rete il primo pallone.
Riconosco loro comunque il ruolo a tutto campo di Cruyff e il portiere che usciva dall’area a spazzare in tribuna trent’anni prima degli altri.
Due occasioni gol fallite clamorosamente dal Brasile da distanza ravvicinata nel primo tempo su giocate di Rivelino.
Due i gol, entrambi nella ripresa.
Al 50’ Neeskens riceve sulla tre quarti e allarga per Cruyff che gli chiude un gran triangolo, la palla torna verso Neeskens che si fionda in area, in anticipa in scivolata Luis Pereira e con un pallonetto scavalca Leao.
Gli olandesi che fin li avevano combinato poco prendono coraggio e possesso del campo in zona più avanzata, e si mettono anche a giocare un po. Il Brasile reagisce, costruisce trame regolarmente frustrate dal fuorigioco e dalle scarpate degli olandesi, il nervosismo aumenta.
Al 65’ Rensenbrink, in sospetto fuori gioco, controlla appena al di la della metà campo e serve lungo linea Krol che fila verso il fondo e crossa al centro per Cruyff che chiude i conti con una meravigliosa spaccata volante spiazzando Leao.
Per il Brasile si spegna luce.
Ci provano ancora, ma la convinzione viene meno mentre il nervosismo aumenta ancora; comunque a momenti segnano.
L’Olanda ha buon gioco nel controllare e nel distendersi in contropiede.
Le botte continuano fino al triplice fischio del Sig. Tschenscher al quale vanno i miei complimenti per averli fatti giocare fino al novantesimo; non perse mai la testa: ‘solo’ tre cartellini gialli ed uno rosso, e non rovinò la partita.
Di gran lunga il migliore in campo.
Gli isterici di oggi avrebbero fatto finire la partita entro 45’ a furia di cartellini rossi.
E grandi tutti i ventidue in campo che si diedero legnate tremende, ma senza mai trascendere; segno di grande educazione e rispetto calcistici, e non solo, e giocarono fino alla fine una partita da uomini, una delle più grandi mai giocate.
Una delle migliori che abbia mai visto.
La successione non fu completa e sul trono ci andarono, con merito, i tedeschi.
Dortmund, Westfalenstadion; 3 luglio 1974,
X Coppa del Mondo FIFA, Secondo Turno, Terza Giornata.
Olanda 2-0 Brasile
Olanda: Jongbloed ; Suurbier, Haan, Rijsbergen, Krol; Jansen, Van Hanegem ,Neeskens (85′ Israel); Rep, Cruijff, Rensenbrink (67′ de Jong)
Brasile: Leao ; Zè Maria, Mario Marinho, Luis Pereira, Francisco Marinho ; Carpegiani, Rivelino, Paulo Cesar (61’ Mirandinha); Valdomiro, Jairzinho, Dirceu
Arbitro: K. Tschenscher (BRD)
Marcatori: 50’ Neeskens (O), 65’ Cruyff (O)
Espulsi: 84’ Luis Pereira (B)
Spettatori: 53.700
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giovedì, dicembre 12, 2019
Boca Juniors - Sporting Real 1971


ALBERTO GALLETTI ci riporta nel magico e cruento mondo delle PARTITACCE, con quella forse più violenta e cruenta di sempre..
BOCA JUNIORS – SPORTING CRISTAL 1971
Nel marzo ’71, il grande Boca Juniors era ancora alla ricerca del suo primo successo in campo internazionale.
Vincenti in patria, metà del duopolio Boca – River che insieme ad altre tre consorelle dalla capitale aveva monopolizzato fin lì (quasi) per intero le vittorie del campionato argentino nell’era professionistica, aveva dovuto assistere ai trionfi in Libertadores dei periferici Independiente e Racing, per non parlare del clamoroso tris dell’Estudiantes dalla remota La Plata costruito sull’unico successo in campionato, il primo all’infuori della cerchia delle cinque di cui sopra.
Vincitore del Campeonato Nacional del 1970, il Boca si era garantito la partecipazione alla Libertadores del 1971.
Da sempre suddiviso in gironi, il primo turno aveva visto i Xeneixes sorteggiati insieme ai connazionali del Rosario Central e a due compagini peruviane: Sporting Cristal e Universitario de Lima.
La classifica, dopo tre turni, vede l’ Universitario davanti con 4 punti, a seguire Boca e Sporting Cristal con 3, quindi il Rosario con 2.
Nel quarto turno è in programma, alla Bombonera, Boca – Sporting Cristal.
Due settimane prima a Lima i peruviani avevano vinto 2-0 e il pareggio dell’ Universitario la sera prima a Rosario aveva riaperto i giochi.
Il Boca cercava punti, qualificazione e vendetta.
I peruviani presentano la stessa formazione vittoriosa all’andata e la ferma intenzione di portare a casa almeno un punto.
La partita va sparata nella hall of fame della violenza calcistica.
Un pubblico strabocchevole gremisce la Bombonera, l’incitamento è formidabile: classica atmosfera da partita di coppa.
I beniamini di casa si lanciano all’assalto a testa bassa ma sono gli ospiti ad andare in vantaggio con Orbegozo che al 17’ infila dal limite dell’area piccola.
Scosso, il Boca riprende gli assalti sospinto dall’incitamento del suo calorosissimo pubblico che adesso declina al minaccioso, i giocatori sembrano invasati.
Al 22’ Coch raccoglie una respinta corta del portiere e infila il pareggio, lo stadio esplode.
L’incitamento sale ancora, la squadra risponde e continua ad attaccare, al 25’ Rojas controlla di petto un traversone e scaglia in porta un destro al volo violentissimo portando il Boca in vantaggio.
Delirio alla Bombonera.
Sul 2-1 si chiude il primo tempo.
Si riprende con occasioni da ambo le parti, fino al patatrac: è il 69’, il portiere argentino Ruben Sanchez, indeciso su un cross dall’out destro, non trattiene la palla che finisce sui piedi di Pajuelo che insacca il 2-2.
Gelo.
La partita prosegue, è una contesa appassionante, le squadre si allungano nel tentativo di cercare il gol vittoria, fioccano occasioni da ambo le parti ad un ritmo incalzante e con una frequenza da partita di pallacanestro. Il Boca reclama un gol, il tiro di Coch è respinto sulla linea, i giocatori reclamano il gol, l’arbitro non convalida, proteste veementi in campo e sugli spalti.
Quindi un gol annullato a Rojas scatena il pubblico che comincia ad ululare, lancio di oggetti in campo e tentativi di invasione, nervosismo che comincia a farsi evidente tra i giocatori di casa.
Gli ultimi 5/6 minuti sono un assalto a Fort Apache con gli argentini attestati al limite dell’area che tentano in tutti i modi di entrare e i peruviani asserragliati dentro nel tentativo di respingerli e non farli passare.
Piovono cross, controcross, respinte di testa, tentativi di tiri, respinte di ogni genere, spintoni, colpi di testa, mischie.
Su una di queste, è l’ 88’, Rogel cade in area, gli argentini reclamano il rigore a gran voce ma l’arbitro uruguayano Otero non ne vuol sapere.
L’ira monta nelle cabeze surriscaldate dei padroni di casa: sul proseguimento dell’azione il capitano del Boca Sunè, falcia ferocemente Quesada che finisce a terra.
Sunè continua a colpirlo anche a terra mentre sopraggiunge Gallardo che cerca di riportarlo alla ragione.
Per tutta risposta Sunè attacca Gallardo, scoppia il finimondo.
Gallardo reagisce colpendo un giocatore del Boca.
Sunè attacca Gallardo con una bandierina del corner, Gallardo lo colpisce con un calcio volante in faccia aprendogli uno sbrago sanguinante su cui ci vorranno sette punti di sutura.
Dopo, perché prima Sunè , fuori di se, rincorre l’avversario per colpirlo.
Nel mezzo scaraventa a terra un paio di persone tra cui il commissario di polizia.
Non la passerà liscia, ma ci vuole comunque l’intervento di parecchi poliziotti per fermarlo, una furia.
“Lo imploravo di non colpirmi, ma lui era furioso e il pubblico incitava a picchiare: l’11, l’11, el negro, el negro gridavano. A un certo punto ho temuto sul serio che mi avrebbe ammazzato, continuava a colpirmi.
Poi sono riuscito a scappare, mi son tolto la maglia, ho raggiunto la panchina e poi gli spogliatoi.
Un inferno” – ricorderà Gallardo tempo dopo.
Dal canto suo Sunè dira poi che l’impossibilità di ottenere il risultati mandò lui e tutti i suoi compagni completamente fuori di testa.
Tutt’intorno è una gigantesca rissa, volano colpi tremendi ovunque.
Coch, autore del pari del Boca prende a calci Campos e Mellàn a terra; frattura il cranio al primo e sfascia il naso al secondo, i due verranno ricoverati al vicino ospedale Argerich.
De la Torre, aggredito da altri due giocatori del Boca si difende con colpi da vero pugilatore mentre a Lima sua madre, seduta davanti alla tv, è colta da grave malore e ci rimane.
Guardalinee commissari di campo si precipitano negli spogliato, mentre l’arbitro Otero, per niente impaurito rimane in mezzo al campo e alla baraonda che lo ha investito, guarda e vede tutto.
Pochi sfuggiranno alla sua ira: i due portieri e il difensore peruviano del Boca Melèndez.
La rissa era talmente estesa e fuori controllo che il peruviano Miffilin fu espulso nonostante fosse rimasto ai margini della rissa mentre il portiere del Boca Sanchez non lo fu nonostante fu tra i più attivi a menar le mani.
Ma a parte questa svista gli sfuggì ben poco e alla fine espulse ben 19 giocatori!
Quindi sospese la partita, credo per sopraggiunta inferiorità numerica da ambo le parti.
La polizia si precipita negli spogliatoi delle due squadre e trae in arresto tutti i presenti, l’accusa più o meno è rissa aggravata, alcuni prelevati da sotto le docce, altri in mutande, un caos mondiale.
Vengono accompagnati al commissariato di Calle Pinzèn.
L’ufficiale più alto in grado in servizio alla Bombonera entra nello spogliatoio dell’arbitro.
Lo accusa di essere il responsabile unico del pandemonio, forse per via del rigore non dato.
Stupefatto, Otero risponde che non ha niente di cui rimproverarsi e che i colpevoli sono chiaramente i giocatori.
L’ufficiale la pensa diversamente e gli chiede di seguirlo in Calle Pinzèn, una volta li anche lui viene arrestato.
Dopo l’interrogatorio però viene subito rilasciato e può rientrare in hotel e da li a Montevideo.
I feriti vengono prelevati in ospedale e portati al commissariato.
Una volta riuniti, tutti i protagonisti della rissa vengono fatti sedere nella stessa stanza e accusati di rissa e alterazione dell’ordine pubblico.
Sono condannati a trenta giorni di detenzione e via via rilasciati.
Gli eventi di quella sera provocarono forte risentimento in Perù, dove la partita era stata trasmessa in diretta per la prima volta nella storia della tv di stato peruviana.
Una folla minacciosa si radunò davanti all’ambasciata argentina di Lima ben intenzionata ad assalirla per vendicare l’aggressione ai giocatori peruviani a Buenos Aires.
La stampa dei rispettivi paesi montò una campagna denigratoria contro l’altra parte a suon di insulti irriferibili.
La mattina seguente un telegramma di congratulazioni arrivò all’albergo dove alloggiavano i peruviani “Congratulazioni. Continuate a tenere alto l’onore della patria con onore e nobiltà” , recitava.
Firmato General Alvarado Velasco. El Presidente.
Il Boca Juniors fu squalificato immediatamente dalla competizioni e le ultime tre partite, inclusa questa, furono date perse a tavolino.
Il suo presidente Alberto J. Armando avvilito e infuriato si dichiarò imbarazzato di essere sia argentino che di avere a che fare col calcio e chiese punizioni esemplari alla Comnebol, la federazione sudamericana.
Lui dal canto suo dispensò sospensioni e sanzioni durissime a giocatori, dirigenti, accompagnatori, medici e massaggiatori dalle attività del club.
I giocatori dello Sporting Cristal furono accolti da eroi al loro rientro all’aeroporto di Lima.
Questo era il selvaggio Sudamerica di quegli anni, dove andare in giro a giocare a pallone era una roba per gente con i coglioni, forse troppi, e tornare a casa interi era già un’impresa.
Il video della rissa:
https://www.youtube.com/watch?v=5gUMEW9neVM .
Buenos Aires 17 marzo 1971, Estadio Bombonera
Copa Libertadores, Prima Fase, Quarta Giornata
Boca Juniors 2-2 Sporting Cristal sospesa all’ 88mo per incidenti.
Boca Juniors: Sanchez; Ovide, Melèndez, Suñè, Madurga (46’ Novello), Rogel, Cabrera, Tarabini (61’ Pianetti), Palacios, Rojas, Coch. All. Riera
Sporting Cristal: Rubinos; Mellán, Elías, De la Torre, Campos; Quesada, Mifflin, Risco (46’ Torres), Orbegozo (61’ Pajuelo), Gallardo, Del Castillo All. Bartoli
Arbitro: A. Otero (Uruguay)
Marcatori: 17’ Orbegozo (SC), 22’ Coch (BJ), 25’ Rojas (BJ), 69’ Pajuelo (SC).
Espulsi: Rogel, Ovide, Suñé, Palacio, Cabrera, Rojas, Coch, Novello e Pianetti, tutti del Boca al’ 88’ per condotta violenta.
Mellán, Elías, De la Torre, Campos, Quesada, Torres, Pajuelo, Gallardo e Del Castillo, tutti dello Sporting Cristal all’88 per condotta violenta.
Spettatori: oltre 60.000
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venerdì, novembre 22, 2019
Coppa Intercontinentale 1969



ALBERTO GALLETTI ci porta nella terza puntata della TRILOGIA DEL TERRORE
Le precedenti puntate qui: http://tonyface.blogspot.com/2018/12/la-battaglia-di-montevideo-racing.html e qui:http://tonyface.blogspot.com/2018/12/16-ottobre-1968-manchester-united.html .
Nell’immaginario collettivo italiano senz’altro la partita più violenta di sempre.
Un’ ignobile caccia all’uomo come mai s’era vista prima di allora, certo la Battaglia di Montevideo del ‘67 fu durissima, ma qui nessuno la vide e poi gli scozzesi, a differenza degli italiani, ribatterono colpo su colpo.
Chiudiamo la trilogia, cronologicamente con la finale di ritorno della Coppa Intercontinentale 1969.
Toccò al Milan il dubbio piacere di trovarsi a disputare la Coppa Intercontinentale contro il diabolico Estudiantes La Plata, eversori del Manchester United l’anno prima, e vincitore per la seconda volta consecutiva della Copa Libertadores.
Al timone dei rossoneri Nereo Rocco, di rientro dall’esilio volontario di Torino e reduce da un biennio di successi: Coppa delle Coppe e scudetto nel 1968, Coppa dei Campioni nel 1969.
Una squadra forte e, nonostante Rocco sia famoso per qualcos’altro, anche discretamente spettacolare: Sormani, Combin, Rivera, Prati giusto per citare quelli dall’8 all’11 che demolì il neonato Ajax di Cruyff in finale di Coppa Campioni courtesy di una tripletta di Pierino Prati su suggerimenti del Golden Boy Rivera (non tutti).
E’ previsto il doppio confronto, che in virtù dell’alternanza con le precedenti edizioni vede il Milan impegnato prima in casa e poi in trasferta.
Sarà un bene in quanto l’affermazione di Milano permetterà infine l’aggiudicazione del trofeo, sarà un male, molto male, viste la reazione argentina dopo il gol di Rivera nel ritorno alla Bombonera.
A differenza delle edizioni fin lì disputate però, da questa edizione, sarà dichiarata vincitrice la squadra che nel conteggio totale delle due partite avrà segnato più gol, nessuna differenza se saranno segnati in trasferta o meno. Quindi non serve più una vittoria ed un pari per aggiudicarsi il trofeo.
L’andata a Milano in una serata di fine settembre è uno show del Milan, 3-0 con reti bellissime di Sormani, Combin e ancora Sormani in capo ad una prestazione incalzante, volitiva, di classe.
Segni di squilibrio tra gli argentini vengono notati da subito, l’inqualificabile Poletti entra in campo sventolando una bandiera dell’Inter e viene sommerso da una selva di fischi e insulti meritatissima.
Dopo il gol del vantaggio rossonero Poletti si precipita sul gruppetto dei milanisti esultanti cercando di aggredire qualcuno, ma questo qualcuno si avvede del suo arrivo e gli pianta una tacchettata sul ginocchio, l’ignobile rotola a terra come colpito da una scheggia di granata.
Non gli è da meno Bilardo, per niente intimorito dal fattore campo, che compie due o tre interventi killer, oltre a dare un saggio del suo repertorio di proteste inutili, plateali e reiterate e provocazioni varie.
Ma c’è dell’altro, c’è Nestor Cobin, che insacca il secondo gol del Milan scartando il portiere in uscita.
Un affronto inaudito per gli argentini che: primo non avevano mai preso tre gol fuori dall’Argentina da nessuno e , secondo: “Come ha osato il traditore della patria perpetrare un simile affronto?”
Perché?
Vediamo subito:
Combin era nato in Argentina ed emigrato, con la famiglia, in Francia quando aveva 10 anni.
Cominciò presto a giocare al calcio, molto bene, si da attirare su di lui l’attenzione dell’ Olympique Lyonnais, squadra con la quale esordisce nella massima serie francese.
Attaccante, si afferma a suon di gol realizzati con splendido mix di tecnica, eleganza e potenza tali da richiamare gli osservatori della Juventus che lo prende nel 1964.
In bianconero non convince più di tanto e viene ceduto al Varese e quindi al Torino dove trova Rocco.
Quando il Paròn ritorna a Milano pensa a lui per sostituire Hamrin, ritiratosi a fine stagione 68/69.
Gli argentini lo considerano un traditore, in primo luogo perché gioca nel Milan che è l’avversario dell’Estudiantes e, in secondo luogo, perché gli ha messo il 2-0 a Milano ed infine perché non ha fatto il militare in Argentina, accusa strumentale per aizzare stampa, pubblico e chi più ne ha più ne metta, al fine di preparare come si deve l’ambiente per la partita di ritorno.
In campo alcuni gliel’avevano giurata a Milano, non presentarti a Buenos Aires perché ti massacriamo.
Il gentile invito fu raccolto anche dai media che montarono una campagna denigratoria contro Combin, urlando al mondo che se avesse messo piede in Argentina per giocare il ritorno lo avrebbero arrestato e incarcerato per renitenza alla leva.
MASSACRO ALLA BOMBONERA
Con questi invitanti presupposti la spedizione rossonera sbarca a Buenos Aires per l’incontro di ritorno fissato per il 22 ottobre, Combin è tra loro.
Come per l’anno precedente viene scelto il campo del Boca Juniors, più capiente rispetto allo stadietto di La Plata e più raccolto rispetto al Monumental, quindi in grado di creare un’atmosfera più intimidatoria per gli avversari con il pubblico minacciosamente assiepato a ridosso del campo: preparazione del fattore campo.
I gentilissimi tifosi biancorossi danno il benvenuto ai giocatori del Milan, che si apprestavano a scendere in campo con un’enorme bandiera argentina da portarsi a centrocampo, con litri di caffè nero bollente, non da sorbirsi prima della partita, ma versato loro addosso da alcuni appostati sopra di loro.
Fortunatamente nessuno si scotta e l’ XI rossonero fa il suo ingresso in campo dove si schiera per la foto di rito.
Ma ecco spuntare dal tunnel quelli dell’Estudiantes, accolti dal boato selvaggio della folla, tutti ‘armati’ di pallone, per riscaldarsi penserebbe più d’uno.
No, si dispongono più o meno intorno al Milan in posa e cominciano a bombardare i giocatori italiani a suon di pallonate.
Un’inizio incoraggiante.
Inizia la partita e Prati è subito oggetto delle attenzioni dei difensori argentini.
Dopo una decina di minuti, mentre l’Estudiantes si appresta a battere un corner, Pierino crolla a terra colpito da un pugno del marcatore diretto, alcuni compagni se ne accorgono, richiamano l’attenzione dell’arbitro, accorrono um po tutti, Poletti gli rifila una ginocchiata nei reni.
Alla mezz’ora un disimpegno sbagliato di Aguirre-Suarez è intercettato da Rivera che da l’uno-due a Combin, questi controlla, fa appena in tempo a chiudere il triangolo che su di lui piomba Manera e lo abbatte con un intervento killer di rara violenza.
L’arbitro non fischia, la palla prosegue la sua traiettoria, Rivera controlla in corsa, entra in area e trafigge Poletti , che tenta di placcarlo, dribblandolo.
1-0 per il Milan.
Poletti, isterico scaglia il pallone addosso a Combin mancandolo di poco, poi si precipita sul drappello rossonero esultante a rompere i coglioni.
Lodetti, come a Milano gli stampa i tacchetti sulla gamba, un po troppo piano però, peccato
. I fotografi entrano in campo per immortalare il parapiglia, scene da far-west.
L’Estudiantes adesso deve segnare quattro gol per pareggiare.
Consci di non potercela fare i giocatori argentini cominciano a vendicarsi menando botte da orbi.
Ce n’è per tutti.
Prati colpito duramente alla testa esce tre minuti più tardi (trauma cranico per lui), poi Fogli si prende una gomitata in faccia da Bilardo.
Quindi su azione confusa una palla si alza in area milanista, Conigliaro è lesto a svettare e ad insaccare di testa, 1-1.
Un minuto dopo corner per l’Estudiantes e palla spiovente in area, ribatte Rosato di testa, la respinta arriva al limite dove sopraggiunge in corsa Aguirre-Suarez che fa centro con un destro scalcinato che si infila tra mille gambe , 2-1.
La Bombonera esulta, i giocatori pure.
Sul calcio d’inizio Combin si avventa su un’avversario e lo scaraventa a terra nel tentativo di rubar palla, un argentino lo prende di peso, arriva Lodetti che colpisce l’argentino.
Poi arrivano tutti: spintoni, minacce, almeno una quarantina di persone in campo.
Nel caos si chiude il primo tempo.
Si riprende, niente calcio, solo calci.
Ad andar bene!
E infatti dopo un quarto d’ora Aguirre-Suarez molla una tremenda gomitata in faccia a Combin che resta a terra semisvenuto, naso e zigomi fracassati; la maglia, bianca, completamente coperta di sangue.
Son foto da far paura, esce in barella.
Questa volta Massaro agisce ed espelle il killer argentino che uscendo dal campo alza il pugno destro al cielo in direzione dei suoi sostenitori che lo acclamano.
Dietro di lui due agenti della polizia argentina seguono a debita distanza per assicurarsi che esca dal campo, si riprende.
Rivera ruba palla sulla linea di centrocampo e si invola verso la porta, lo affronta Poletti, minaccioso, mentre sopraggiunge anche Manera, che lo colpisce con violenza mandandolo al tappeto.
L’abatino, coraggiosissimo nella serata più spaventosa passata dal Milan, resta giù, l’arbitro consulta il guardalinee, gli argentini protestano, sceneggiano e melodrameggiano, fotografi ancora in campo; Massaro espelle anche Manera.
Si autorizza l’entrata del medico, pure lui colpito, mentre a terra soccorre Rivera, da un giocatore argentino accorso a protestare.
C’è tempo per un’ultima occasione per il Milan, Fogli entra in area lanciatissimo e viene abbattuto da Poletti in uscita omicida, l’arbitro non assegna un rigore clamoroso e non espelle il criminale.
I rossoneri non protestano, probabilmente non ne possono più.
Poi la partita finisce, non tutti i giocatori del Milan esultano, tanti tifosi presenti corrono sul campo esultando e raggiungono i giocatori.
Alcuni argentini non ci stanno e si avventano sul gruppo degli italiani festanti, Lodetti si prende un cazzotto in testa.
La premiazione non so come avvenga, ma la serata non è finita.
PRENDETE IL TRADITORE!
Due macchine della tremenda polizia argentina hanno fatto irruzione nello stadio.
Cercano Aguirre-Suarez, Manera e Poletti.
Il presidente argentino ha visto in tv, non ha gradito anzi, è furibondo con l’Estudiantes per aver svergognato l’Argentina davanti agli occhi del mondo.
Vuole quei tre e fa emettere un mandato d’arresto.
Gli agenti non trovano i tre gentiluomini in biancorosso, che nel frattempo sono scappati da una porta secondaria, così si fiondano nello stanzone rossonero dove Combin, in stato di semi incoscienza, coi tamponi al naso e ricoperto di sangue e sputi si è appena riavuto da una crisi di nervi-pianto.
Lo ammanettano: gliel’avevano giurata a Milano.
Lo caricano, così, in uno stato pietoso, su una delle due macchine e lo portano in questura.
Un tifoso rossonero rimasto leggendario, il Sig. Barbaini, si butta a corpo morto sul cofano della volante che parte e lo sbatte sull’asfalto, i poliziotti presenti lo malmenano tanto per non far differenze con gli altri.
In questura alle 2:30 del mattino lo arrestano per renitenza alla leva, come promesso, e lo portano al Distretto Militare.
Qui deve provare di aver svolto il servizio militare in Argentina, lui reclama di averlo fatto in Francia, ma nessuno gli crede.
Fortunatamente Combin aveva portato con se il suo libretto militare dell’esercito francese, il foglio di congedo, la cartolina di richiamo e un documento del console generale francese a Milano che attestava che aveva svolto il servizio di leva in Francia.
Dopo oltre due ore alle quattro e mezza del mattino, viene trovato il tutto e una delegazione di dirigenti e giornalisti italiani si reca al distretto per il suo rilascio.
Ma non bon basta, sei anni prima, il giudice di Rosario aveva sporto denuncia contro di lui.
Bisogna aspettare che firmi i documenti per metterlo in libertà, rimane in arresto.
A mezzogiorno del giorno dopo, dopo una notte d’inferno, viene liberato.
Rocco si è rifiutato di partire senza Combin.
E’ all’aeroporto insieme alla squadra a mangiare panini raffermi, nessuno vuole rischiare di tornare in città e trovarsi altre sgradite sorprese.
Combin arriva, insieme agli altri e si imbarca.
Quando ormai tutta la comitiva rossonera è in aereo un ultimo colpo di scena: alcuni agenti della polizia argentina salgono a bordo: panico.
In realtà chiedono ai milanisti di denunciare i tre responsabili dell’aggressione, Poletti, Aguirre-Suarez e Manera.
Sarà proprio Combin, massacrato prima e arrestato poi, a rispondere per tutti “Ciò che accade in campo è affare di sport, non di polizia.”
Non serviranno comunque.
I tre si recheranno volontariamente in questura e verranno condannati a trenta giorni di carcere che dovranno scontare.
Il giudice sportivo completa poi l‘opera squalificando Aguirre-Suarez per trenta giornate e cinque anni dalle competizioni internazionali e Manera per ventinove giornate e tre anni in campo internazionale.
Poletti viene squalificato a vita, squalifica in seguito revocata.
Buenos Aires – Estadio Bombonera – 22 ottobre 1969
Finale di Coppa Intercontinentale – Ritorno
Estudiantes La Plata 2-1 Milan
Estudiantes: Poletti, Togneri, Manera, Malbernat, Aguirre-Suarez; Madero, Taverna, Bilardo, Conigliaro, Romeo, Veron. All: Zubeldia
Milan: Cudicini, Malatrasi, Anquiletti, Lodetti, Schnellinger, Rosato, Fogli, Sormani, Combin, Rivera, Prati. All: Rocco
Arbitro: Massaro (Cile)
Reti: 30’ Rivera (M), 43’ Conigliaro (E), 45’ Aguirre-Suarez (E)
Espulsi: 67’ Aguirre-Suarez (E), 82’ Manera (E)
Spettatori: 45.000
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