La ricerca di band connesse al mondo mod negli anni Sessanta italiani è sempre stata infruttuosa, anche perché è improbabile che ci sia stato un reale riferimento.
In Italia arrivava tutto molto in ritardo, il più delle volte in maniera parecchio approssimativa e il termine mod veniva poco usato, in quanto tutto veniva inglobato nel beat, senza troppi distinguo.
Ma qualche seme è divertente segnalarlo.
Il riferimento più noto è quello di Ricky Shaine, che nel 1966 incise due singoli, Uno dei mods e Vi saluto amici mods e girò pure un film sul tema.
Peccato che il ragazzo si vestisse come Elvis Presley e che nel film ci fosse parecchia confusione sull’estetica mod e rocker (si vedono scontri tra le due fazioni con “mod” con i capelli lunghi e dai vestiti abbastanza improbabili).
Esordì nel 1965 con il film La battaglia dei mods e arrivò nello stesso anno in un’altra pellicola, con Dino (Eugenio Zambelli), chiamata Altissima pressione: qui lo stile dei protagonisti era mod, in effetti, ma il termine vero e proprio non si usava, anche perché associato a fenomeni di violenza e risse tra bande, che la censura cercava di rendere impopolari (benché ci fossero alcuni episodi simili anche da noi).
Lo stile che prevaleva, però, era quello beatlesiano, con i capelli più lunghi e gli stivaletti a punta.
Il primo nome dei Camaleonti fu Mods, mentre un altro gruppo, I Mods di Roby Castiglione, incise nel 1965 il singolo Fuori dal mondo (cover di Keep searching di Del Shannon, registrata anche da I Giganti).
Brani italiani dei Sessanta che coverizzano Who, Small Faces, Creation e Kinks.
GLI ANGELI, Dove vuoi (I’m a boy, The Who)
I BARABBA, Sono stufo di te (I need you, Kinks)
I BLUE DANDIES, Sha la la lee (Small Faces)
I 4 CALIFFI, Ti giuro è così (You really got me, Kinks)
I CORVI, Che strano effetto (This strange effect, Kinks)
I CUCCIOLI, Tu non sai (The kids are alright, The Who)
ELSA & i BEATS, Sha la la la lee (Small Faces)
EQUIPE 84, Sei felice (Tired of waiting for you, Kinks)
I JAGUARS, Il tempo passerà (Hey girl, Small Faces)
MAURIZIO, Guardami, aiutami, toccami, guariscimi (See me feel me, The Who)
NADA - Ritornerà vicino a me- (Afterglow of your love, Small Faces)
I NOMADI, 4 lire e noi (My mind’s eye, Small Faces); Insieme io e lei (Days, Kinks); Un figlio dei fiori non pensa al domani (Death of a clown, Kinks)
NUOVI ANGELI, L’orizzonte è azzurro anche per te (Sunny afternoon, Kinks)
I POOH, Nessuno potrà ridere di lei (Till the end of the day, Kinks); Ora che cosa farai (La la la lies, The Who)
I POPS, Un uomo rispettabile (A well respected man, Kinks)
RAGAZZI DAI CAPELLI VERDI, Ma saprei (It’s too late, Kinks)
RANGERS, Non scocciare (Understanding, Small Faces)
RENEGADES, Lola (Kinks)
SILVIO ROSSI, Se rimango qui (If I stay too long, Creation)
SCOTCH, Sha la la lee (Small Faces)
STORMY SIX, Oggi piango (All or nothing, Small Faces)
I TEMPLARI, Splende il sole negli occhi tuoi (Hitchycoo park, Small Faces)
URAGANI, Con quella voce (I can’t explain, The Who); Giusto o no (Anyway, anyhow, anywhere, The Who)
martedì, febbraio 17, 2026
lunedì, febbraio 16, 2026
Riflessioni sul "rock nostrano" di Roberto Antoni
Riprendo, ARBITRARIAMENTE (se ci fossero contestazioni da un punto di vista di diritti in tal senso, mi si faccia sapere e sarò più che disponibile a cancellare il post) un intervento di ROBERTO (Freak) ANTONI ( di cui ricorreva l'anniversario della scomparsa, pochi giorni fa) nel numero 9 del novembre 1980 di "Musica 80", emerita rivista dalla vita breve.
Si parla di "rock nostrano" nel pezzo "Non esageriamo, son ragazzi..."
Quando si parla di "rock nostrano" le facce diventano rosse di vergogna; uno tossisce, l'altro guarda l'orologio, un altro corre al cesso e si chiude dentro e alla maggioranza dei presenti con dovere di parola non resta che adottare un atteggiamento: l'atteggiamento del furbo che parla con ironia e distacco dell'argomento...
Questo perché l'argomento non sembra serio, non ha carte in regola, non è degno di troppa attenzione.
"E' un po' come la scopiazzatura goffa, ingenua e indercorosa di un originale dignitoso e potente. Il rock vero nasce lontano, nel ciore dell'Impero. alle procince non restano che i tentativi risibili di imitazione dell'originale."
Tutto questo sembra pensare l'italiota (cioé anch'io) con grave senso di colpa e malcelato imbarazzo.
E poi quell'aggettivo!
Scusate ma quell'aggettivo "Nostrano" non aiuta per niente a smuovere le cose.
Il senso di inferiorità nazionale ne risente all'istante. Infatti, per evidenza di significato, tutto ciò che è nostrano non è esotico, bensì casereccio come il pane, il vino, il formaggio, la mercanzia di casa nostra che trovi nella prima drogheria.
E dopo il droghiere, passati il tabaccaio e il fruttivendolo, ecco il giornalaio.
Dal giornalaio ci trovai esposte le faccione irresistibili (ah che nostalgia!) di Bobby Solo, reo confesso di emulazione sudorata del Re Elvis; di Little Tony - piccolo Antonio - rocker borgataro di ispirazione Little Richard, buon interprete del pezzo "Cuore matto"; e quel geniale Celentano (Adriano) con un colpo alla Chuck Berry e la parodia facile del clan gangster alla Frank Sinatra, che non è mai stato un rocker però.
Ecco come stanno le cose.
Dobbiamo dirci la verità.
Siamo così provinciali che non ci resta una possibilità di riscatto:
l'annessione all'Impero (e forse oggi siamo maturi per questo passo) in qualità di 53° stato dell'Unione.
Oppure, al contrario, l'autodistruzione volontaria e determinata al consumo prolungato di prodotti nostrani (scusate se anch'io insisto sull'aggettivo cazzoso).
Dobbiamo fare una scelta, altrimenti non avremo una dignità di veri rockers!
Si parla di "rock nostrano" nel pezzo "Non esageriamo, son ragazzi..."
Quando si parla di "rock nostrano" le facce diventano rosse di vergogna; uno tossisce, l'altro guarda l'orologio, un altro corre al cesso e si chiude dentro e alla maggioranza dei presenti con dovere di parola non resta che adottare un atteggiamento: l'atteggiamento del furbo che parla con ironia e distacco dell'argomento...
Questo perché l'argomento non sembra serio, non ha carte in regola, non è degno di troppa attenzione.
"E' un po' come la scopiazzatura goffa, ingenua e indercorosa di un originale dignitoso e potente. Il rock vero nasce lontano, nel ciore dell'Impero. alle procince non restano che i tentativi risibili di imitazione dell'originale."
Tutto questo sembra pensare l'italiota (cioé anch'io) con grave senso di colpa e malcelato imbarazzo.
E poi quell'aggettivo!
Scusate ma quell'aggettivo "Nostrano" non aiuta per niente a smuovere le cose.
Il senso di inferiorità nazionale ne risente all'istante. Infatti, per evidenza di significato, tutto ciò che è nostrano non è esotico, bensì casereccio come il pane, il vino, il formaggio, la mercanzia di casa nostra che trovi nella prima drogheria.
E dopo il droghiere, passati il tabaccaio e il fruttivendolo, ecco il giornalaio.
Dal giornalaio ci trovai esposte le faccione irresistibili (ah che nostalgia!) di Bobby Solo, reo confesso di emulazione sudorata del Re Elvis; di Little Tony - piccolo Antonio - rocker borgataro di ispirazione Little Richard, buon interprete del pezzo "Cuore matto"; e quel geniale Celentano (Adriano) con un colpo alla Chuck Berry e la parodia facile del clan gangster alla Frank Sinatra, che non è mai stato un rocker però.
Ecco come stanno le cose.
Dobbiamo dirci la verità.
Siamo così provinciali che non ci resta una possibilità di riscatto:
l'annessione all'Impero (e forse oggi siamo maturi per questo passo) in qualità di 53° stato dell'Unione.
Oppure, al contrario, l'autodistruzione volontaria e determinata al consumo prolungato di prodotti nostrani (scusate se anch'io insisto sull'aggettivo cazzoso).
Dobbiamo fare una scelta, altrimenti non avremo una dignità di veri rockers!
Etichette:
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
sabato, febbraio 14, 2026
Beatles Fest a Gragnano Trebbiense (Piacenza) 21/22 febbraio 2026
Sabato 21 febbraio alle 10, al Centro Culturale di Gragnano Trebbiense (Piacenza) verrà inaugurata la mostra di dischi e libri dei Fab Four.
Domenica 22 alle 16 approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.
Alle 17, la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.
INGRESSO GRATUITO
Domenica 22 alle 16 approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.
Alle 17, la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.
INGRESSO GRATUITO
Etichette:
Beatles
venerdì, febbraio 13, 2026
DJ Henry - Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall
Enrico Lazzeri, alias DJ Henry (nome mutuato da Henry Rollins dei Black Flag), è uno dei più apprezzati e stimati DJ della "Scena Underground" (continuo a preferire questa definizione a mille altre).
Un profilo costruito in anni di gavetta, cresciuto attraverso la passione pura e semplice per un certo suono, per un'attitudine ben precisa e definita.
Si racconta ora in un libro, autobiografico ma non solo.
Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del GROOVE:
Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti.
Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa.
Puntualizza l'approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno:
Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.
Precisa particolari spesso dibattuti:
Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione “mettere i dischi” per- ché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance.
Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.
In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati:
L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura.
Queste categorie sono figlie del pregiudizio.
Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta.
Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta.
Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.
Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.
DJ Henry
Ballare nella catastrofe, La poetica delle dancehall
Agenzia X
150 pagine
16 euro
Un profilo costruito in anni di gavetta, cresciuto attraverso la passione pura e semplice per un certo suono, per un'attitudine ben precisa e definita.
Si racconta ora in un libro, autobiografico ma non solo.
Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del GROOVE:
Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti.
Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa.
Puntualizza l'approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno:
Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.
Precisa particolari spesso dibattuti:
Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione “mettere i dischi” per- ché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance.
Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.
In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati:
L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura.
Queste categorie sono figlie del pregiudizio.
Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta.
Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta.
Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.
Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.
DJ Henry
Ballare nella catastrofe, La poetica delle dancehall
Agenzia X
150 pagine
16 euro
Etichette:
Libri
giovedì, febbraio 12, 2026
Il punk in Italia nel 1977

Sfogliando vecchie riviste ho trovato alcune divertenti dichiarazioni di personaggi più o meno illustri a proposito del PUNK di cui, ai tempi, stava arrivando anche qualche eco qua in Italia.
Per il punk ho un vero e proprio rigetto, non riesco proprio ad assimilarlo, pur avendo vissuto l’era degli Stones.
Ma allora aveva un senso, ora no.
(Renato Zero 12 ottobre 1977)
La prima regola del punk è non saper suonare.
E’ la degenerazione totale della musica inglese, non una cosa importante come dicono certi critici che ci mangiano su.
In Italia si vergognerebbero a fare cose di questo tipo.
(Franz Di Cioccio 28 marzo 1977)
Abbiamo impiegato 20 anni per ottenere rispetto per la nostra musica.
E questo punk è una cosa anti musicale, solo pieno di rabbia.
Quasi mi vergogno di ammettere che sono inglese.
(Kim Brown di Kim & the Cadillacs 16 febbraio 1978)
Forse il sistema sta riproponendo un’alternativa alle idee di sinistra.
Andy Warhol e la sua cultura decisamente di destra, sono stati la maggiore contrapposizione ai figli dei fiori.
Così Lou Reed che da Warhol è stato plagiato.
(Franco Falsini dei Sensation’s Fix 9 gennaio 1976)
Non ricordo molti nome del beat, non comperavo dischi: mi piacevano gli Stones, forse più dei Beatles.
Il punk invece: mi sta bene un pezzettino di rock in mezzo a cinque ore di disco music.
Ma sono cose da copertina, ragazzi mascherati, che danno l’impressione del fenomeno da baraccone.
Chi ha visto da vicino i rockers e i mods dice che non ci sono grosse novità.
Non è per uno spillone in più….
(Augusto Daolio 5 febbraio 1978)
Alberto Radius (29 gennaio 1978) ascoltando “Rock n Roll” live dei Led Zeppelin !
Arrivano i punk!
Anche tu sei cascato nel tranello del punk ? Non mi dire di indovinare il nome, sono tutti uguali.
Il chitarrista mi piace, ehi ma qui si è perso !
Chi sono ? I Sex Pistols ?
Il difetto è acustico, si sente solo la chitarra, la voce non si capisce neppure.
Il punk è solo una riedizione del vecchio rockaccio.
Etichette:
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
mercoledì, febbraio 11, 2026
Antonio Pellegrini - Miles Davis in Italy
Confrontarsi con la figura immensa di Miles Davis è opera ardita e complessa.
Antonio Pellegrini ha dimestichezza con le biografie e i saggi musicali (Who, Queen, Blues) e riesce anche in questo caso a confezionare un libro agile e intrigante che parte dalla biografia del Maestro per addentrarsi poi con dovizia di particolari nella lunga serie di apparizioni italiane, da quella del 22 novebre 1956 al "Teatro Manzoni" a Milano a quella del 24 luglio 1991 a Castelfranco Veneto.
Il tutto arricchito da testimonianze, recensioni, aneddoti (spesso incentrati sul "brutto carattere" di Miles, concerti abbandonati a metà, lasciando la band a sbrigarsela, capricci, spezzoni di interviste, spesso tranchant e scocciate ma anche impreviste aperture a una dimensione meno ostica.
Il libro si legge velocemente e con molto piacere, anche per chi non è troppo addentro all'arte di Miles.
Antonio Pellegrini
Miles Davis in Italy
Ortica Editrice
272 pagine
18 euro
Antonio Pellegrini ha dimestichezza con le biografie e i saggi musicali (Who, Queen, Blues) e riesce anche in questo caso a confezionare un libro agile e intrigante che parte dalla biografia del Maestro per addentrarsi poi con dovizia di particolari nella lunga serie di apparizioni italiane, da quella del 22 novebre 1956 al "Teatro Manzoni" a Milano a quella del 24 luglio 1991 a Castelfranco Veneto.
Il tutto arricchito da testimonianze, recensioni, aneddoti (spesso incentrati sul "brutto carattere" di Miles, concerti abbandonati a metà, lasciando la band a sbrigarsela, capricci, spezzoni di interviste, spesso tranchant e scocciate ma anche impreviste aperture a una dimensione meno ostica.
Il libro si legge velocemente e con molto piacere, anche per chi non è troppo addentro all'arte di Miles.
Antonio Pellegrini
Miles Davis in Italy
Ortica Editrice
272 pagine
18 euro
Etichette:
Libri
martedì, febbraio 10, 2026
Cristina Giuntini - Musica sulle costole
Un saggio dettagliato e molto interessante sul fenomeno dei Rëbra ovvero quei dischi clandestinamente stampati sulle lastre usate per radiografie (che lasciavano trasparire le immagini delle ossa) in Unione Sovietica, per riuscire ad ascoltare la musica "proibita" occidentale (dal jazz al rock 'n' roll).
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.
Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.
Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.
Cristina Giuntini
Musica sulle costole
VoloLibero Edizioni
122 pagine
19 euro
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.
Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.
Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.
Cristina Giuntini
Musica sulle costole
VoloLibero Edizioni
122 pagine
19 euro
Etichette:
Libri
lunedì, febbraio 09, 2026
Le città di pianura di Francesco Sossai
Un road movie nelle strade venete, tra luoghi abbandonati e villette da "bonus edilizio", fabbriche che chiudono, nuovo proletariato, decadenza il "progresso" che si mangia tutto.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".
A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".
E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".
A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".
E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.
Etichette:
Film
sabato, febbraio 07, 2026
Not Moving a Lonate Ceppino (Varese) e Torino
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
https://www.facebook.com/events/750847398095522/ Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
https://www.facebook.com/events/631022356760349
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
https://www.facebook.com/events/750847398095522/ Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
https://www.facebook.com/events/631022356760349
Etichette:
Not Moving
venerdì, febbraio 06, 2026
Sly Dunbar
L'amico PIER TOSI ricorda il talento del grandissimo SLY DUNBAR recentemente scomparso.
Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00
La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.
Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.
Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.
I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.
Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.
Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.
Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.
Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.
Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.
La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.
La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.
Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.
Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.
Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.
Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00
La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.
Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.
Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.
I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.
Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.
Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.
Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.
Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.
Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.
La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.
La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.
Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.
Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.
Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)

















