martedì, febbraio 24, 2026

Style Council - Café Bleu

Riprendo l'articolo che ho dedicato a "Café Bleu" degli Style Council lo scorso sabato nell'inserto "Alias".

Sembrava uno scherzo, nessuno riusciva a crederci, né i compagni di avventura, Rick Buckler e Bruce Foxton, e nemmeno il padre e manager John Weller.
I Jam erano finiti.

Proprio all'apice del successo, quando ogni brano nuovo filava veloce in testa alle classifiche inglesi e la band riempiva gli stadi.
Ma Paul Weller aveva deciso così.
Era ora di cambiare strada.
L'ossessione per i Beatles lo portava a ripercorrerne le stesse modalità: chiudere al top e non tornare più indietro, non fare mai un disco uguale all'altro, guardare sempre avanti, sperimentare.

Lo racconta il voluminoso libro “Dancing Through The Fire” (in primavera anche in edizione italiana) in cui Dan Jennings ha raccolto 800 pagine di dichiarazioni di Weller e decine di collaboratori, giornalisti, amici, tracciandone un ritratto esaustivo e completo.
"Non mi piace quando le cose diventano troppo grandi e di massa.
Non mi è mai interessato diventare la più grande band del mondo.
Ho sempre e solo cercato di essere riconoscibile e che la nostra musica fosse riconosciuta. Non era una questione di dominare il mondo. Mai stato interessato a quello”
.

D'altra parte alla fine del 1982 aveva 24 anni e tanto tempo a disposizione davanti a sé.
Aveva soprattutto una nuova idea, antitetica a quella di un gruppo rock di soli tre elementi, fisso, stessi componenti da sempre.
Weller pensava a un collettivo aperto, senza limiti musicali, senza chitarre e ritmiche possenti.
Voleva tornare alle sue radici soul e jazz, ai 45 giri, a una dimensione meno stressante, dove nessuno ti insigniva del ruolo di “portavoce generazionale”, come era ormai diventato con i Jam.

Contatta, ancora prima di sciogliere la band, un giovane mod, Mick Talbot, già tastierista con Merton Parkas, Dexy's Midnight Runners e Bureau, anche lui appassionato dei suoi stessi suoni.
Mi fu chiesta la massima segretezza e dovetti rispettarla anche se avrei voluto raccontarlo al mondo intero che stavo lavorando a un nuovo progetto con Paul Weller. Ma gli unici a cui lo dissi furono i miei genitori (Mick Talbot).

Gli Style Council nascono così, da un'idea di massima, pile di dischi da ascoltare a ripetizione, dalla Blue Note alla Motown, alla Stax Records a oscure canzoni Northern Soul e bozzetti di canzoni, una sostanziale improvvisazione su cosa fare, di volta in volta. Paul pensa a una carriera a base di 45 giri, quel formato magico che lo appassiona da sempre.

Weller: Volevo fare 45 giri per un po’. E’ sempre stato il mio formato preferito. Non volevo la pressione di comporre un album. E volevo che ognuno fosse diverso dagli altri, con stili sempre differenti.

Un progetto che non piaceva né all’etichetta né ai vecchi fan.
Era un momento molto emozionante per me, lasciavo tutto quello che avevo fatto e ricominciavo da capo, facendo ogni cosa che mi veniva in mente. Non avrei mai potuto farlo con i Jam.

E in effetti partono in quel modo, disorientando un po’ tutti, con brani di stampo new soul (“Speak Like a Child”), coinvolgenti e melodiche ballate (“Party Chambers), un travolgente hip hop/funk semi elettronico (“Money Go Round) dal testo pesantemente politico, un soul elettronico come “Long Hot Summer” (dalle sonorità e groove molto vicine a “Between The Sheets” degli Isley Brothers, uscito pochi mesi prima), delicati episodi jazz/blues come “Le Depart” e “Paris Match”.

Alcuni vengono raccolti nell’EP “A’ Paris”, primo potenziale episodio di una serie di brevi dischi dedicati a vari luoghi europei tra cui l’amata Italia e un “Dutch EP” olandese, poi derubricato dai programmi, come, fortunatamente, un disco “svizzero” con l’inserimento di corni e cori alpini…

Dichiara Weller nell’agosto 1983:
Non mi vedo più come un Britannico. Ci consideriamo Europei. Vorrei avere un passaporto per il mondo, non voglio essere considerato parte di una sola nazione o circoscritto a un unico luogo. Questo è il mio mondo e voglio appartenergli totalmente.
Buona parte di questo materiale viene raccolto in un album destinato al mercato americano ed europeo, Introducing The Style Council, nel giugno 1983 ma Weller rifiuta la pubblicazione in Gran Bretagna.
Sperimentavamo molto, suonavamo in stile jazz ma non volevamo essere una jazz band, inserivamo ritmi bossa nova e tanto altro. Ho sempre ammirato chi cambiava direzione e usciva da quello che faceva abitualmente, come David Bowie.

Finalmente la band, allargatasi anche con l’inserimento fisso del batterista Steve White, decide che è ora di un album.
“Café Bleu” esce nel marzo 1984.
Confessa Weller:
Non avevo tanto materiale da parte, molte canzoni sono uscite di getto, all’ultimo momento, era tutto fresco e spontaneo, urgente e immediato. Lavoravamo per ore in studio dal lunedì al venerdì, suonando, componendo, improvvisando.

Si pensa addirittura a un doppio ma alla fine si ripiega su tredici brani.
Un lavoro sorprendente, forse incompleto nella sua estrema varietà, tra modern e latin jazz, funk, blues, swing, rap, funk, soul, bossa nova, pop, il mondo della Blue Note e tanto altro.
A riprova della dichiarata volontà di essere un collettivo, Paul Weller è assente in alcuni brani, usa poco la chitarra, a volte suona solo il flauto (nello strumentale “Council Meetin’”), ospita Tracey Thorn e Ben Watt degli Everything But The Girl e altri musicisti, tra cui una giovane cantante, DC Lee che nulla conosce del passato artistico di Paul (e che diventerà poi membro della band e sua moglie).
Canto solo in tre o quattro pezzi, per il resto cantano altri o sono strumentali. Significa volere provare tutto, provare quello che hai in testa, provalo e vedi quello che succede. Qualcosa avrà successo, qualcosaltro invece no. Ho avuto l’opportunità di poterlo fare e attraverso queste cose ritrovi te stesso e finisci per pensare che sei davvero fortunato.

Il disco contiene la canzone più famosa degli Style Council, la struggente “You’re The Best Thing” e due altri episodi rimasti sempre nel live set solista di Paul, “Headstart For Happiness” e “My Ever Changing Moods”.

“Café Bleu” è accolto molto bene dalla critica, arriva al secondo posto in Inghilterra e diventa disco d’oro, rimanendo in classifica per otto mesi, più di ogni album dei Jam.
Se contestualizzato all’epoca, è un album innovativo, che pur attingendo da radici “classiche”, le rinnova, contamina, svecchia, riproponendole con una personalità immediatamente riconoscibile.
Weller, sempre più politicamente radicalizzato (basti scorrere le parole del rap “A Gospel” cantato da Dizzi Heights contro lo “Zio Sam” americano “Non vedo l’ora in cui penzoleranno da un cappio/E non dovremo mostrare nessuna pietà/ Loro non sentono il male con le mani strette per zittire le vittime della guerra dello Zio Sam"), lo voleva intitolare come uno strumentale presente nell’album “Dropping Bombs on the Whitehouse” (sganciando bombe sulla casa Bianca), un termine jazzistico per introdurre un solo di batteria ma venne dissuaso.

“Café Bleu” ritorna ora in una “Special Edition” di 91 brani divisi in sei CD con le consuete versioni differenti, demo, live, inediti, prove e jam in studio che dimostrano quanto fosse prolifico e creativo il momento e quanto gli Style Council siano stati coraggiosi e autenticamente sperimentali nel cercare di esplorare, senza limiti preconcetti, ogni limite artistico a loro disposizione, con una visione collettiva della musica. Il tutto corroborato dall’innata coolness estetica, all’insegna di eleganza, raffinatezza, distinzione, prerogativa essenziale di ogni Mod.
In retrospettiva, uno degli album più importanti degli anni Ottanta inglesi.

Clamoroso e inspiegabile l'errore che ha costretto l'etichetta a rinviare la vendita dei supporti fisici a maggio (rimane disponibile invece in digitale.
CD e vinili sono stati ritirati all'ultimo momento), in quanto due brani erano usciti in realtà un anno dopo rispetto a “Cafè Bleu” e quindi incompatibili artisticamente e cronologicamente con il cofanetto.
Strano che il super preciso Weller non abbia ascoltato il tutto prima della stampa.

Del pasticcio "Café Bleu" ho parlato poco tempo fa qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/02/il-pasticcio-di-cafe-bleu-special.html

domenica, febbraio 22, 2026

Something About Maggie. Sabato 18 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando

Sabato 28 febbraio a Abbadia Isola di Monteriggioni (Siena) alla Sala Ildebrando
SOMETHING ABOUT MAGGIE.

ORE 18.

A cento anni dalla sua nascita una controcelebrazione: canzoni, parole e immagini da una stagione di lotte disperate.
Suonano i Ratoblanco, racconta Antonio Bacciocchi.

sabato, febbraio 21, 2026

Beatles Fest a Gragnano Trebbiense (Piacenza) 21/22 febbraio 2026

Sabato 21 febbraio alle 10, al Centro Culturale di Gragnano Trebbiense (Piacenza) verrà inaugurata la mostra di dischi e libri dei Fab Four.

Aperta dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

Domenica 22 alle 16 la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.

Alle 18, approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.

INGRESSO GRATUITO

Digitalizzazione repertorio Not Moving

Dopo l’uscita di That’s All Folks! — il nuovo e ultimo album dei Not Moving — La Tempesta e LaPOP Music hanno avviato un lavoro organico di recupero e valorizzazione della discografia DIGITALE della band di Piacenza, finora presente online in modo parziale e impreciso.
Con cadenza quindicinale tornano progressivamente disponibili album e singoli in versioni corrette e complete, talvolta arricchite da materiali inediti. Il percorso riporta oggi al 1986, all’anno di Sinnermen.

Dopo quattro anni di concerti, 45 giri ed EP, e grazie alla visibilità conquistata con Black ’n’ Wild, i Not Moving arrivano alla prima vera prova sulla lunga distanza.
L’obiettivo è ambizioso: realizzare un disco-manifesto, capace di far convergere tutte le anime del loro suono in un’unica dichiarazione d’intenti.
Registrato a Roma nel febbraio 1986 con la produzione di Federico Guglielmi e pubblicato da Spittle Records, Sinnermen è un lavoro stratificato e compatto al tempo stesso. Punk, blues, garage, rock’n’roll, beat, country, soul, psichedelia, dark e surf convivono in quindici brani che definiscono con forza l’identità del gruppo. Si passa dal blues viscerale al punk tirato, dal garage al rockabilly surf, fino alle atmosfere più oscure e allo spiritual morriconiano della title track, ispirata alla “Sinnerman” di Nina Simone.
La permanenza romana segna anche un momento di esposizione nazionale tra radio, Rai e concerti in diretta, mentre il tour consolida la reputazione live della band in tutta Italia. Le tensioni con l’etichetta non mancano, ma l’energia resta intatta.
Il grande successo commerciale non arriva, ma cresce la popolarità e i Not Moving rafforzano la propria posizione nella scena italiana.

Sinnermen rimane il loro manifesto sonoro: il punto in cui tutte le influenze si fondono in un’identità precisa, feroce e libera.
Oggi torna disponibile IN DIGITALE nella sua forma restaurata, restituendo al 1986 il suono che gli appartiene.
Dopo l’uscita di "That’s All Folks!" La Tempesta e LaPOP Music hanno avviato un lavoro di recupero e valorizzazione della discografia digitale dei NOT MOVING, finora presente online in modo parziale e impreciso. Con cadenza quindicinale torneranno disponibili album e singoli pubblicati nel corso degli anni, con l’eventuale aggiunta di inediti.

Dopo i problemi legati al precedente Land of Nothing (mai pubblicato), i Not Moving firmano per la Spittle Records di Simone Fringuelli e Massimo Currò, che dall’11 al 14 luglio 1985 portano la band in studio insieme a Federico Guglielmi, in veste di produttore.
In Black ’n’ Wild trovano spazio quattro brani, più un frammento finale dello spiritual Sinnerman di Nina Simone, poi ripreso nell’omonimo album d’esordio. Un concentrato del mondo sonoro dei Not Moving: il punk’n’roll tra X e Gun Club di Goin’ Down, il garage punk di The Crawling, il voodoo’n’roll crampsiano della cover di Willie Dixon I Just Wanna Make Love to You e la dark ballad Eternal Door.
La copertina è un disegno iconico del bassista Dany. Il 12” esce il 1° ottobre e riceve ottimi riscontri.
A dicembre, con il nuovo manager Fabio Ragionieri e il fonico Ale Ovi Sportelli (futura anima del West Link Studio), la band affronta un vero e proprio “viaggio della speranza” a Londra: Rough Trade accetta di distribuire in Inghilterra un centinaio di copie di Black ’n’ Wild.

venerdì, febbraio 20, 2026

The John's Boys

Annuncio e foto dal concerto.

Il 2 novembre 1979 i JAM, per provare il nuovo live act in vista dell'uscita del nuovo album "Setting Sons", previsto per il 17 novembre, si presentarono al "Marquee" di Londra (e il giorno al "Nashville") sotto il falso nome di JOHN'S BOYS (John era il padre di Paul Weller e loro manager fin dagli esordi).

Il "secret gig" (aperto dai Nips di Shane McGowan, prodotti da Weller) venne ben presto scoperto e alla fine una grande folla si presentò di fronte ai locali.

Per l'occasione suonarono per la prima volta dal vivo "Girl on the phone" (da "All Mod Cons") e dall'imminente album "Little Boy Soldiers" , "Thick As Thieves", "Private Hell", "Saturday's Kids", "Smithers Jones" per un totale di 15 pezzi.

Qui la setlist: https://www.setlist.fm/setlist/the-jam/1979/marquee-club-london-england-4b8603e6.html

Un resoconto della serata riassume bene la vicenda:

Il concerto dei Jam stasera al Marquee era annunciato come "John's Boys".
Deve essere trapelata la voce che i "John's Boys" fossero in realtà i Jam, visto che il locale era pieno.
I Jam non suonavano in un locale delle dimensioni del Marquee di Londra dall'inizio dell'anno scorso. I biglietti sono stati venduti a tempo di record per questo concerto, che si è rivelato uno dei segreti peggio custoditi dell'anno. La band di Shane MacGowan, The Nips, ha aperto lo spettacolo.
Poi è arrivato John Weller, il padre del cantante dei Jam, Paul Weller, per presentare i "John's Boys". Fuori si era radunata una folla considerevole e i disordini con alcuni skinhead e buttafuori si sono trasformati in una vera e propria scontro con gente che lanciava mattoni e rompeva vetri.
Hanno preso d'assalto e distrutto le porte d'ingresso del Marquee con mattoni, assi e boots. I rivoltosi erano skinhead a cui è stato negato l'ingresso al concerto perché la direzione li riteneva dei piantagrane.
Il nuovo singolo dei Jam "Eton Rifles" sta scalando le classifiche raggiungendo il terzo posto nel Regno Unito. Sul retro il brano non incluso nell'LP "See-Saw".
Il gruppo suonerà un altro "concerto segreto" al Nashville domani sera con il nome di ETON RIFLES.


Qui sotto la recensione del New Musical Express di Gary Crowley.

giovedì, febbraio 19, 2026

Pierre Moerlen's Gong - Downwind

Ho sempre amato gli album solisti dei batteristi virtuosi, spesso autoindulgenti, per esaltare le proprie capacità ma occasionalmente molto interessanti perché lontani dal tratto abituale della band madre.

Avevo recentemente parlato di "Feels Good To Me" di Bill Bruford: https://tonyface.blogspot.com/2025/01/bill-bruford-feels-good-to-me.html

E' stato ristampato in CD "Downwind" di Pierre Moerlen's Gong, album del 1979 del batterista dei Gong, la mitica band di Daevid Allen, lasciata dal leader dopo "You" del 1974. Il batterista ne prese le redini e incise i discreti "Gazeuse", "Shamal" e "Expresso II" più fusion e meno visionari delle precedenti opere, nonostante conservassero il nome della band.

"Downwind" è il primo a nome di Pierre Moerlen's Gong e si addentra in una jazz fusion dal tratto rock, a cui collaborano anche l'ex Stones Mick Taylor, Mike Oldfield, il favoloso Steve Winwood, Didier Lockwood dei Magma.

Oltre al virtuosismo tecnico (mai troppo ostentato) c'è un frequente uso del vibrafono e della marimba a rendere il sound particolarmente originale.
Spettacolare la versione di "Jin-Go-Lo-Ba" di Babatunde Olatunji, già ripresa da Santana nel suo album d'esordio in modo più tribale ma meno efficace.

https://www.youtube.com/watch?v=zUiZsAj3Ack

mercoledì, febbraio 18, 2026

Reverendo Jesse Jackson

E' morto a 84 anni il Reverendo Jesse Jackson, icona dei diritti civili, figura di spicco per la comunità nera, stretto collaboratore del reverendo Martin Luther King Jr.
Dopo l'assassinio di King nel 1968, Jackson divenne uno dei leader per i diritti civili più influenti d'America.
La sua Rainbow Coalition, alleanza di neri, bianchi, latini, asiatico-americani, nativi americani e persone Lgbtq, ha contribuito ad aprire molte strade nel percorso per un'America più libera e progressista.

"La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nostra nazione è un arcobaleno: rosso, giallo, marrone, nero e bianco e siamo tutti preziosi agli occhi di Dio".

Le parole di Jesse Jackson sono state frequentemente oggetto e ispirazione di canzoni.

Potentissimo il groove di "Push On Jesse Jackson" dei Pace-Setters, del 1971 (reperibile nella favolosa compilation "Stand Up and Be Counted" per la Hermless del 1999).

https://www.youtube.com/watch?v=ukEnIOIo2o4

I Primal Scream hanno inserito campionamenti del suo discorso al festival Wattstax in "Come Together" da "Screamadelica" del 1991.
"This is a beautiful day, it is a new day. We are together. We are unified, and all for the cause. Because together, we got power".

https://www.youtube.com/watch?v=ZUjW82je_38

"I Am - Somebody" è una sua poesia che si può ascoltare all'inizio di "Damn Right I Am Somebody" di Fred Wesley and the J.B.'s.

https://www.youtube.com/watch?v=BHWEPf-qPD4

La sua voce è anche all'inizio di "Night Of The Living Baseheads" dei Public Enemy.

https://www.youtube.com/watch?v=fyR09SP9qdA

Reverend Jesse Jackson speaks about dignity, strength, and self-worth, explicitly urging listeners to "walk tall".
Cannonball Adderley "Walk Tall".

https://www.youtube.com/watch?v=d8HHYMx1wcY

La band hip hop Jurassic 5 campiona alcuni versi in "I Am Somebody" dall'album "Power In numbers" del 2002.

https://www.youtube.com/watch?v=MaUqUFkkgzI

Carlos Santana si è ispirato per il titolo dell'album del 2005 "All That I Am".

martedì, febbraio 17, 2026

Italia mod anni Sessanta

La ricerca di band connesse al mondo mod negli anni Sessanta italiani è sempre stata infruttuosa, anche perché è improbabile che ci sia stato un reale riferimento.
In Italia arrivava tutto molto in ritardo, il più delle volte in maniera parecchio approssimativa e il termine mod veniva poco usato, in quanto tutto veniva inglobato nel beat, senza troppi distinguo.

Ma qualche seme è divertente segnalarlo.
Il riferimento più noto è quello di Ricky Shaine, che nel 1966 incise due singoli, Uno dei mods e Vi saluto amici mods e girò pure un film sul tema.
Peccato che il ragazzo si vestisse come Elvis Presley e che nel film ci fosse parecchia confusione sull’estetica mod e rocker (si vedono scontri tra le due fazioni con “mod” con i capelli lunghi e dai vestiti abbastanza improbabili).

Esordì nel 1965 con il film La battaglia dei mods e arrivò nello stesso anno in un’altra pellicola, con Dino (Eugenio Zambelli), chiamata Altissima pressione: qui lo stile dei protagonisti era mod, in effetti, ma il termine vero e proprio non si usava, anche perché associato a fenomeni di violenza e risse tra bande, che la censura cercava di rendere impopolari (benché ci fossero alcuni episodi simili anche da noi).
Lo stile che prevaleva, però, era quello beatlesiano, con i capelli più lunghi e gli stivaletti a punta.

Il primo nome dei Camaleonti fu Mods, mentre un altro gruppo, I Mods di Roby Castiglione, incise nel 1965 il singolo Fuori dal mondo (cover di Keep searching di Del Shannon, registrata anche da I Giganti).

Brani italiani dei Sessanta che coverizzano Who, Small Faces, Creation e Kinks.

GLI ANGELI, Dove vuoi (I’m a boy, The Who)
I BARABBA, Sono stufo di te (I need you, Kinks)
I BLUE DANDIES, Sha la la lee (Small Faces)
I 4 CALIFFI, Ti giuro è così (You really got me, Kinks)
I CORVI, Che strano effetto (This strange effect, Kinks)
I CUCCIOLI, Tu non sai (The kids are alright, The Who)
ELSA & i BEATS, Sha la la la lee (Small Faces)
EQUIPE 84, Sei felice (Tired of waiting for you, Kinks)
I JAGUARS, Il tempo passerà (Hey girl, Small Faces)
MAURIZIO, Guardami, aiutami, toccami, guariscimi (See me feel me, The Who)
NADA - Ritornerà vicino a me- (Afterglow of your love, Small Faces)
I NOMADI, 4 lire e noi (My mind’s eye, Small Faces); Insieme io e lei (Days, Kinks); Un figlio dei fiori non pensa al domani (Death of a clown, Kinks)
NUOVI ANGELI, L’orizzonte è azzurro anche per te (Sunny afternoon, Kinks)
I POOH, Nessuno potrà ridere di lei (Till the end of the day, Kinks); Ora che cosa farai (La la la lies, The Who)
I POPS, Un uomo rispettabile (A well respected man, Kinks)
RAGAZZI DAI CAPELLI VERDI, Ma saprei (It’s too late, Kinks)
RANGERS, Non scocciare (Understanding, Small Faces)
RENEGADES, Lola (Kinks)
SILVIO ROSSI, Se rimango qui (If I stay too long, Creation)
SCOTCH, Sha la la lee (Small Faces)
STORMY SIX, Oggi piango (All or nothing, Small Faces)
I TEMPLARI, Splende il sole negli occhi tuoi (Hitchycoo park, Small Faces)
URAGANI, Con quella voce (I can’t explain, The Who); Giusto o no (Anyway, anyhow, anywhere, The Who)

lunedì, febbraio 16, 2026

Riflessioni sul "rock nostrano" di Roberto Antoni

Riprendo, ARBITRARIAMENTE (se ci fossero contestazioni da un punto di vista di diritti in tal senso, mi si faccia sapere e sarò più che disponibile a cancellare il post) un intervento di ROBERTO (Freak) ANTONI ( di cui ricorreva l'anniversario della scomparsa, pochi giorni fa) nel numero 9 del novembre 1980 di "Musica 80", emerita rivista dalla vita breve.
Si parla di "rock nostrano" nel pezzo "Non esageriamo, son ragazzi..."

Quando si parla di "rock nostrano" le facce diventano rosse di vergogna; uno tossisce, l'altro guarda l'orologio, un altro corre al cesso e si chiude dentro e alla maggioranza dei presenti con dovere di parola non resta che adottare un atteggiamento: l'atteggiamento del furbo che parla con ironia e distacco dell'argomento...
Questo perché l'argomento non sembra serio, non ha carte in regola, non è degno di troppa attenzione.

"E' un po' come la scopiazzatura goffa, ingenua e indercorosa di un originale dignitoso e potente. Il rock vero nasce lontano, nel ciore dell'Impero. alle procince non restano che i tentativi risibili di imitazione dell'originale."

Tutto questo sembra pensare l'italiota (cioé anch'io) con grave senso di colpa e malcelato imbarazzo.
E poi quell'aggettivo!
Scusate ma quell'aggettivo "Nostrano" non aiuta per niente a smuovere le cose.
Il senso di inferiorità nazionale ne risente all'istante. Infatti, per evidenza di significato, tutto ciò che è nostrano non è esotico, bensì casereccio come il pane, il vino, il formaggio, la mercanzia di casa nostra che trovi nella prima drogheria.
E dopo il droghiere, passati il tabaccaio e il fruttivendolo, ecco il giornalaio.
Dal giornalaio ci trovai esposte le faccione irresistibili (ah che nostalgia!) di Bobby Solo, reo confesso di emulazione sudorata del Re Elvis; di Little Tony - piccolo Antonio - rocker borgataro di ispirazione Little Richard, buon interprete del pezzo "Cuore matto"; e quel geniale Celentano (Adriano) con un colpo alla Chuck Berry e la parodia facile del clan gangster alla Frank Sinatra, che non è mai stato un rocker però.

Ecco come stanno le cose.
Dobbiamo dirci la verità.
Siamo così provinciali che non ci resta una possibilità di riscatto:
l'annessione all'Impero (e forse oggi siamo maturi per questo passo) in qualità di 53° stato dell'Unione.
Oppure, al contrario, l'autodistruzione volontaria e determinata al consumo prolungato di prodotti nostrani (scusate se anch'io insisto sull'aggettivo cazzoso).
Dobbiamo fare una scelta, altrimenti non avremo una dignità di veri rockers!

sabato, febbraio 14, 2026

Beatles Fest a Gragnano Trebbiense (Piacenza) 21/22 febbraio 2026

Sabato 21 febbraio alle 10, al Centro Culturale di Gragnano Trebbiense (Piacenza) verrà inaugurata la mostra di dischi e libri dei Fab Four.

Domenica 22 alle 16 approfondiremo la storia della band di Liverpool con i libri di Antonio Bacciocchi, Giovanni Menzani e Federico Martelli.

Alle 17, la musica di Roberto Garioni e i racconti di Antonio Bacciocchi ci trasporteranno nel mondo dei Beatles.

INGRESSO GRATUITO

venerdì, febbraio 13, 2026

DJ Henry - Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall

Enrico Lazzeri, alias DJ Henry (nome mutuato da Henry Rollins dei Black Flag), è uno dei più apprezzati e stimati DJ della "Scena Underground" (continuo a preferire questa definizione a mille altre).
Un profilo costruito in anni di gavetta, cresciuto attraverso la passione pura e semplice per un certo suono, per un'attitudine ben precisa e definita.
Si racconta ora in un libro, autobiografico ma non solo.

Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del GROOVE:
Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti.
Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa.


Puntualizza l'approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno:
Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.


Precisa particolari spesso dibattuti:
Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione “mettere i dischi” per- ché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance.
Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.


In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati:
L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura.
Queste categorie sono figlie del pregiudizio.


Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta.
Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta.
Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.

Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.

DJ Henry
Ballare nella catastrofe, La poetica delle dancehall
Agenzia X
150 pagine
16 euro
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