venerdì, luglio 24, 2026
Paul Weller - Total Look
Nel 1980 il New Musical Express pubblicò un articolo di PAUL WELLER, diventato particolarmente famoso (ripreso anche nel libro "Cool cats, 25 years of rock n roll styles") dal titolo "TOTAL LOOK" in cui precisa la sua visione del MODERNISMO.
L'articolo venne tradotto e pubblicato sulla mia fanzine "Faces" poco tempo dopo.
Credo sia interessante rileggerlo (pur se lungo e talvolta opinabile) e coglierne lo spirito giovanilista, provocatorio e cogliervi l'urgenza di quegli anni.
Generalmente è difficile assegnare una scala di valori a una cosa così personale come lo stile.
Forse il motivo sta tutto nel suo appeal.
E’ come quando un milione di persone dice che Picasso era un genio; bene, io penso che fosse spazzatura e che la copertina di un Ep francese degli Small Faces possa pisciare tranquillamente su tutti i suoi quadri.
Insomma, per capire quanto sia profondo il mio coinvolgimento con gli anni Sessanta, tutto va riferito al concetto di “stile”, e che non può essere giudicato confrontandolo con niente altro.
Un’influenza totale su di me, ma non cieca.
Il mio interesse riguarda gli anni del cosiddetto TOTAL LOOK, dal 1963 al 1967.
E’ un periodo che copre un'ampia gamma di fasi, dai primi modernisti ai giovani dandy della Swinging London fino agli edonisti hippy.
E' puramente estetico e abbastanza superficiale; raramente riguarda gli abiti, la musica, i film e i libri del passato.
La politica resti ai politici, per quel che mi riguarda loro sono sempre la stessa immondizia.
Non sono interessato alla politica o all’economia degli anni Sessanta, eccetto forse le rivolte studentesche del 1968, quando sembrava che l’intero mondo (giovane) avesse preso fuoco.
Le intenzioni e gli estremismi erano lodevoli, ma non posso fare a meno di pensare che anche quella fosse un’altra fonte di ricchezza nelle mani della middle class.
Molti di quei giovani radicali oggi hanno chiuso le porte ai giovani della working class.
Credo di parlare soprattutto del mondo della musica, della televisione e dei media in generale; il collo di bottiglia ai danni delle nuove generazioni lo hanno creato proprio questi vecchi bastardi che non vogliono cedere il passo.
In tutti i casi, non ce l’ho così tanto con loro: dubito solo di nutrire dei sentimenti pacifisti nei loro confronti. La prima volta che mi sono interessato ai Mod dei primi anni Sessanta fu nel 1974.
Non ricordo bene come e perché.
Probabilmente fu dopo aver visto la foto di un gruppo, o dopo aver letto un paio di lettere inviate da alcuni original mods al “New Musical Express”, in cui veniva descritto il loro stile di vita a quei tempi.
Il mio interesse era comunque profondo e cercai subito di conoscere meglio il fenomeno.
L’aspetto più importante era la musica degli anni Settanta: la odiavo in blocco, fino a quando non arrivarono nel 1974 i gloriosi e liberatori Sex Pistols.
Prima di loro c’erano le inconcludenti coglionate dei glam, il nonsense della musica soft, come il “Philly soul” e la terribile Mor radiofonica. Bowie e Bolan erano ok, ma avevo perso interesse anche in loro dopo in terzo o quarto LP.
Al contrario, tornai indietro ad ascoltare i primi dischi di rock ‘n’ roll, rhythm & blues e soul, oltre a quelli dei Beatles, dei quali sono sempre stato un fan.
Penso che la mancanza di stile e la blanda assenza di volti negli anni Settanta abbiano indotto la mia ossessione per i Sixties.
Non c’era nulla di cui far parte, nulla su cui basarsi (almeno nel periodo pre-punk).
In quei giorni noi Jam suonavamo ancora le canzoni di Chuck Berry e gli obbligatori standard rock ‘n’ roll che ormai ci annoiavano.
Iniziai a capire che essere un mod voleva dire partire da una buona base, avere nuove prospettive e ispirazioni per scrivere, pur restando, come gruppo, un’identità unica.
E così accadde.
Andammo a comprarci dei completi neri e iniziammo a suonare le cover delle label Motown, Stax e Atlantic.
Mi comprai una chitarra Rickenbacker, una Lambretta Gp 150 e provai un’acconciatura simile a quella di Steve Mariott nel ’66.
Mi faceva sentire così individualista e arrogante.
Era come se avessi costruito un mondo personale, la gente mi fissava e pensava che ero un tipo strano.
Lo stesso effetto lo ebbero su di me e i miei amici i Sex Pistols, quando li andammo a vedere nel 1976.
Che arroganza il giorno dopo al pub: “Non li avete mai visti? Non avete mai visto i Sex Pistols o Johnny Rotten?”.
Loro erano nostri, il nostro piccolo gruppo privato che tutta la gente uncool non aveva mai ascoltato!
Bene, in un certo senso io provai le stesse sensazioni di fronte ai mods.
Molti kids della mia età non avevano mai sentito parlare dei mods o, al massimo, li ricordavano solo come se fossero delle “bestie mitologiche” provenienti da “età oscure”.
Era diventata la mia crociata personale!
Se cercate fatti o cambiamenti cronologici nel campo della moda, allora basta un’occhiata alle foto, che dicono tutto sugli anni sessanta: un’immagine d Steve Mariott o un Pete Townshend diciannovenne dicono proprio tutto!
Tali immagini mi parlavano (e lo fanno ancora), mentre io cercavo di adeguare il mio look a quello dei mods.
Li vedevo puliti, eleganti, working class, arroganti e antiautoritari, senza alcun rispetto fondato sull’età.
L’intera immagine è C-O-O-L: fare le ore piccole ballando, schioccare le dita al suono di James Brown And The Famous Flames, o ancora fumare al ritmo del blue beat.
Fare shopping il sabato mattina a Carnaby Street o guardare Pete Townshend mentre distrugge tutto quell’equipaggiamento di valore
. E’ questo tipo di immagini che mi attrae, lo stesso tipo che, contemporaneamente, ha reso anacronistico il mod revival nel 1979.
Idioti del calibro di Ian Page (Secret Affair), un’ex-stella del punk decaduta che in seguito ha cercato fortuna come mod, hanno raccontato ai ragazzi che il punk era morto o che comunque non era andato oltre le proprie aspettative, mentre cercavano di convincerli a stringere un patto con i bastardi al potere. Cosa? Era la completa antitesi dello spirito originale del movimento mod degli anni Sessanta.
Loro, i mods, non volevano alcun patto fottuto, hanno sempre seguito le regole che loro stessi hanno inventato; se non ti piacevano queste idee, potevi sempre sparire (“f-f-f-fade away”).
Il revival del ’79 era anche un po’ triste e meschino per i kids coinvolti, o almeno disperato, con tutti questi ragazzi della working class che cercavano di mantenere pulito il loro stile estetico, mentre il mondo gli crollava addosso.
In questo però erano fedeli alle origini: dopo tutto, non era stato proprio il primo cantore mod e primo manager degli Who, Pete Meaden, a descrivere il modernismo come il “vivere puliti in circostanze difficili”?
Mi indicano sempre le differnze tra mod e “punk” ma è qualcosa che non ho mai notato. I modernisti hanno creato la loro scena personale proprio come hanno fatto i punk (anche senza aver beneficiato, nel campo dei media, dell’intraprendenza di un personaggio come Malcolm McLaren).
Entrambi sono movimenti di kids e non si appoggiano a nessun altro (in particolare il modernismo). Hanno creato un proprio stile di vita, con la loro musica, i loro club e i loro negozi di abiti.
A tale proposito, la prima volta che entrai al 100 Club di Oxford Street a Londra, mi sembrava di camminare sul set di un film degli anni Sessanta.
Attaccati al muro delle scale c’erano i dischi dei Troggs e degli Small Faces, mentre i Clash suonavano dei riff imparentati con quelli dei Kinks. Capelli corti! Kids con un look individuale! Il giro garage dei Pistols e la giovane arroganza indotta dalle anfetamine di Rotten. Io amavo tutte queste cose. Era qualcosa di giovane, eccitante e, certamente, non c’erano pantaloni a zampa d’elefante, una delle creazioni della moda più negative.
E’ fantastico quando i kids creano la loro scena, anche se tutto finisce con la popolarità o quando, più significativamente, se ne occuperanno i media.
E’ il momento dell’addio.
La massificazione rivoltante dei media ha ucciso lo spirito giovanile.
La stessa cosa è avvenuta al movimento mod delle origini, con tutti i supplementi domenicali sulla scena dei club che attraevano la gioventù “bene” di Chelsea (d’altronde, chi altro leggeva i supplementi della Domenica?).
E la stessa cosa è accaduta anche al movimento punk, soprattutto al Roxy Club di Covent Garden.
Tutti questi non più giovani segaioli della middle class, con i loro pantaloni in pelle da 30 sterline. Ma come sono oltraggiosi, mostrando una parte del capezzolo appena lavato…Ma guarda un po’, due ragazze che si baciano!
L’altra parte dei media, quella cosiddetta proletaria, attraeva a sua volta l’area modernista più attaccabrighe, nel tentativo di eliminare qualsiasi scena giovanile promettente. Proprio quest’area diede luogo alle noiose riots tra mod e rockers sulle spiagge inglesi negli anni Sessanta. Niente a che vedere con i veri modernisti o stylist, che voltavano le spalle alle volgarità di chi credeva di “aver conquistato l’intera nazione”.
Ma in fondo era l’establishment che illudeva i giovani, facendogli credere di essere a un passo da qualche conquista sociale, per poi modificare la situazione all’ultimo momento. O forse eravamo noi ad esserci annoiati definitivamente?
Forse l’ultima reale testimonianza della sopravvivenza dei mod originali rimane nella magnifica scena northern soul.
Ricordo ancora quando un paio di amici patiti di northern mi portarono ad un allnighter.
Questi ragazzi non erano lì per mettersi in mostra o per fare a pugni: i loro unici scopi erano ballare e divertirsi.
Anche se edonisti, i seguaci del northern soul ricordano da vicino lo spirito modernista originale. Ancora ascoltano e suonano sia il soul degli inizi che quello più oscuro degli anni Settanta. I vestiti sono diversi, ma da qualche parte si vedono ancora degli scooter ben accessoriati. Girate, saltate e fate pure a lungo le vostre acrobazie al suono di Dean Parrish!
Nel 1965 il movimento mod stava scomparendo un po’ ovunque, a parte alcune città di provincia nel nord del Paese. A Londra, la città dov’era nato, il modernismo era scomparso ai danni della nuova gioventù del jet-set. L’Inghilterra entrava adesso nei cosiddetti Swinging Sixties.
Gli ultimi veri mod marciavano ancora coraggiosamente come degli zombie silenziosi verso la Mecca (così si chiamava anche una celebre ballroom northern soul di Blackpool), che nei bank holidays aveva le sembianze di Brighton o Margate.mi torna in mente una triste canzone che non ho mai finito di scrivere, dal titolo The Last Of The Scooter Boys.
Mentre la scena mod si assottigliava e il fenomeno si commercializzava nelle mani di alcuni astuti approfittatori, il periodo compreso tra il ’65 e il ’66 rimane comunque quello della migliore produzione musicale e del più valido stile estetico.
Il modernismo aveva già avuto un forte impatto sulle band di allora, che copiavano il look dei kids (e non viceversa).
Dove sarebbero gli Who adesso se non avessero avuto contatto con i mods ?
Townshend ha sempre parlato a lungo delle sue influenze mod, mentre gli Small Faces, Rod Stewart, David Bowie e Marc Bolan provengono tutti dalla scena modernista.
Già nel 1965 però il business della moda controllava di nuovo i kids, mentre le bands diventavano a poco a poco più oltraggiose, usando lo stile estetico come un modo per attirare l’attenzione.
Gli Who adottavano lo stile pop-art, mentre i Creation, che li copiavano, portavano i loro quadri di canvas sul palco. Nel 1966 i Move di Birmingham adottavano un look stile gangster e la New Vaudeville Band sceglieva lo stile estetico e musicale degli anni Venti. E oggi (1981) a cosa assistiamo ancora?
Ogni band che si presenta allo show televisivo settimanale della Bbc “Top of the Pops” adotta la cosiddetta “immagine totale”. Stray Cats, Spandau Ballet, Adam And The Ants: nulla di tutto ciò è nuovo, ma è stato fatto infinite volte in precedenza.
Dopotutto, cos’è il revivalismo?
Per me non è altro che l’ennesimo tentativo di trovare un filone comune da seguire, una via, anche stretta, da intraprendere in massa. La stessa cosa in fondo si può dire del periodo tra il ’65 e il ’66, con la sua moda, i suoi vestiti…
Laddove i mods erano originali, l’era degli Swinging Sixties racchiudeva alla rinfusa un’accozzaglia di stili, ricordando il vecchio detto inglese “Se getti abbastanza merda sul muro… qualche pezzo alla fin e vi si attacca”.
In tutti i casi, questo periodo particolare fece dell’Inghilterra il centro della cultura giovanile, accessoriata con tanto di orologi, calzini, vassoi e magliette in stile Union Jack. “I’m backing Britain”, c’era scritto sulle spillette, ma senza un vero spirito patriottico o nazionalista.
Tutto era riferito a una grande sensazione di frivolezza, in cui personaggi come Harold Wilson incoraggiavano l’azione dei giovani e i Fab Four diventavano baronetti.
Ma non sono poi così sicuro che questa sia l’immagine corretta degli anni Sessanta e non quella suggerita da uno dei miei film preferiti, Blow Up, girato nel 1966.
Comunque le spillette e i titoli nobiliari esistevano davvero. La cosa positiva di quel periodo era il fatto che i giovani avevano un controllo maggiore in campi specifici, come il teatro, il cinema, la musica e la letteratura.
E inoltre, anche se ciò può sembrare eccessivo, per la prima volta i giovani Dj avevano una forte influenza sulla radiofonia inglese. Quando nel 1967 le radio private vennero abolite, il governo dovette creare la prima emittente ufficiale rivolta ai giovani, Radio One, arruolando doversi Dj tra quelli delle radio private. George Melly ha descritto con dovizia di dettagli la situazione della fine degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta nella sua retrospettiva Revolt Into Style. E’ un libro utile per osservare più da vicino la scena dei club della Swinging London, anche se, come nel caso di un altro volume sulla cultura giovanile degli anni Sessanta, Generation X, si rivela troppo cinico e distante. Resta comunque il fatto che per la prima volta si cercava di analizzare in maniera seria l’universo giovanile.
Nel 1966, dopo un paio d’anni necessari ad assimilare l’invasione musicale inglese – lanciata dai Beatles e seguita con facilità da molti altri grazie allo scoppio della beatlemania -, l’America iniziò a esportare i suoi gruppi e la sua scena in Gran Bretagna.
Insieme ai Byrds, ai Greatful Dead, ai Mother Of Invention, ai Jefferson Airplane e alle altre bands, arrivarono anche gli acidi, il misticismo, il free-thinking e il bohemianism. Amore e pace erano (e lo sono ancora) de sentimenti da ammirare… ma per essere indotti a farlo , che bisogno fottuto c’era delle droghe? A paragone ai gruppi del fenomeno underground inglese, le bands americane facevano schifo. Non era altro che blues velocizzato e allungato con noiosi assoli di chitarra. Ad ogni modo, il centro della nuova cultura giovanile si spostò dallla londinese Carnaby Street alla Haight-Ashbury Area di San Francisco, in California, che, ancora oggi, è piena di freak degenerati che ti dicono “Peace and Love” e poi ti chiedono un paio di dollari per le loro ormai innocue abitudini allucinogene.
L’avvento della scena hippy, cresciuta nell’underground sin dal 1965, tendeva a polarizzare la moda e gli stili musicali; sembrava che esistessero soltanto il pop e la musica “seria”.
Nei giorni migliori i mods avevano già mostrato aspirazioni simili all’etilismo e il loro odio verso la commercializzazione, ma non in maniera così dogmatica come è accaduto alla scena underground, che ha addirittura voltato le spalle alla musica soul.
Un altro paragone può essere fatto a proposito delle campagne sensazionaliste della stampa che, come era già accaduto per i mods, descriveva come “luride” le abitudini sessuali degli hippy, scagliandosi contro il loro stile di vita. Il 1967 dopotutto segnava la prima Summer Of Love e tutto ciò che la circondava.
Il nucleo del movimento underground inglese, organizzato principalmente intorno agli studenti degli art college e ai semiattivisti della middle class, comprendeva bands come i primi Pink Floyd, i Soft Machine, la Jimi Hendrix Experience e i Cream. Hendrix ispirò e diede credibilità alle acconciature in stile “afro” (meriterà mai il perdono?). Gli eccessi e le stranezze del nuovo stile trovavano un mentore nel brillante Syd Barrett, chitarrista originale dei Pink Floyd e uomo dal look e dalla personalità bizzarra.
Un altro gruppo che testimoniava la superficialità ed insieme l’instabilità del periodo hippy era quello dei John’s Children, allora con Marc Bolan. I loro dischi parlavano di fiori, ragazze giovani e sesso: tutto molto decadente.
Io ho sempre visto lo stile del 1967 in parallelo con quello degli anni Venti: la nuova società edonista si muoveva in fretta. In effetti, sembra che tutti gli anni Sessanta fossero vissuti all’insegna di una velocità furiosa, con gli stili e i gusti musicali soggetti a cambiamenti rapidissimi.
Insomma, il mio interesse finisce qui.
Come mi dissero una volta, ti serve solo osservare le foto dei Beatles dal ’63 al ’69 per prender nota di tutti i cambiamenti. Nel ’63 i volti erano freschi, da giovani ottimisti. Nel ’67 le mentisi espandevano, da giovani uomini in cerca di conoscenza. Alla fine del decennio le espressioni erano più dure, da vecchi uomini disillusi. Io non provo pietà e neanche rispetto: ognuno fa la sua scelta.
Solo che oggi la condizione dei giovani sembra essere tornata al periodo precedente a quello del ’56, quando i kids erano “spazzati sotto lo zerbino”.
In realtà lo zerbino non c’era negli anni Sessanta, l’avevano solo mandato in lavanderia per un po’.
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Wellerism
giovedì, luglio 23, 2026
Nada in concerto. Val Tidone Festival Castel San Giovanni (Piacenza) 21 luglio 2026
Serata fresca, piazza strapiena a CastelSanGiovanni (Piacenza) per una nuova tappa del "Nitrito" Tour di NADA.
Artista che è riuscita a rinnovarsi costantemente, passando dal pop più spensierato a dischi, sonorità e contenuti molto più impegnati e aspri.
Mantenendo comunque un legame con il mainstream.
Nada negli intermezzi non risparmia frecciate socio/politiche (a Trump e di appoggio al femminismo).
Il live si sviluppa in un'ora e mezza attraverso una ventina di brani, con una sola concessione ai momenti più pop, con l'esecuzione finale di "Amore disperato" in versione power pop/Blondie, decisamente riuscita.
La band ha suoni duri, spesso distorti, arrivando a toccare atmosfere tra grunge e Nick Cave (le produzioni di John Parish hanno lasciato il segno), le parti vocali si sviluppano, non di rado, su tempi "spezzati", in voluto anticipo, poco allineate al groove del brano (non vengono disdegnate soluzioni anomale e inconsuete), rendendo il tutto particolarmente originale e personale.
La voce (sempre in primissimo piano rispetto alla band) è riconoscibilissima, pulita, intonata, al massimo dell'espressività, a cui si aggiunge una teatralità interpretativa, essenziale nell'economia minimalista del live act.
Concerto di alta qualità, un nome sempre prezioso e tra i più originali nel panorama nostrano.
Artista che è riuscita a rinnovarsi costantemente, passando dal pop più spensierato a dischi, sonorità e contenuti molto più impegnati e aspri.
Mantenendo comunque un legame con il mainstream.
Nada negli intermezzi non risparmia frecciate socio/politiche (a Trump e di appoggio al femminismo).
Il live si sviluppa in un'ora e mezza attraverso una ventina di brani, con una sola concessione ai momenti più pop, con l'esecuzione finale di "Amore disperato" in versione power pop/Blondie, decisamente riuscita.
La band ha suoni duri, spesso distorti, arrivando a toccare atmosfere tra grunge e Nick Cave (le produzioni di John Parish hanno lasciato il segno), le parti vocali si sviluppano, non di rado, su tempi "spezzati", in voluto anticipo, poco allineate al groove del brano (non vengono disdegnate soluzioni anomale e inconsuete), rendendo il tutto particolarmente originale e personale.
La voce (sempre in primissimo piano rispetto alla band) è riconoscibilissima, pulita, intonata, al massimo dell'espressività, a cui si aggiunge una teatralità interpretativa, essenziale nell'economia minimalista del live act.
Concerto di alta qualità, un nome sempre prezioso e tra i più originali nel panorama nostrano.
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Concerti
mercoledì, luglio 22, 2026
Caribb Roots Records
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane, sempre super attive e interessantissime.
Spazio oggi a Caribb Roots, nella persona di Ferdinando Masi.
https://www.caribbroots.it/
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta indipendente, underground, impostata su sonorità molto specifiche e particolari?
La voglia di tenere insieme le cose che facciamo da ormai 40 anni, dare valore ai nostri progetti.
E per “nostri” intendo un gruppo di persone, di musicisti che hanno vissuto insieme le varie fasi di una vita gratificante ma difficile.
Casino Royale, The Bluebeaters, The Uppertones, The Originals…
La diversità delle personalità che messe insieme creano quell’alchimia per cui nascono i progetti è una delle dinamiche che mi interessano di più.
Creare un grande cappello sotto il quale vivano le sfumature della musica Giamaicana, lo Ska, il Rocksteady, il Reggae con tutte le tante declinazioni è quello che mi anima, ad esempio, per Caribb Roots Records.
La qualità so che c’è, la riconosco. Le vendite a volte di più, a volte di meno.
Penso che nel tempo etichette come la mia possano servire a tracciare una piccola mappa di quello che stiamo attraversando, pur non raggiungendo grandi numeri.
Il nome Caribb Roots era il titolo di una cassetta compilata da Gaz Mayall, collezionista ossessivo nonché cantante dei Trojans e punto di riferimento londinese per le musica giamaicana, che è stata la miccia che ha fatto accendere Casino Royale prima e Giuliano Palma & The Bluebeaters poi.
La mia strada da musicista, dallo Ska 2tone di Casino Royale (1987) a ritroso fino allo Ska ’60 di The BB (1994) fino alle origini di Calypso & Boogie anni ’50 con The Uppertones (2016) è l’area di azione della label.
Tutto però parte dal punk e dal DIY.
La prima etichetta indipendente la creammo con gli Shockin’TV nell’86, la STV Production con cui producemmo il secondo 7 pollici della band.
Nel ’99 abbiamo creato la KingSize Rec per stampare “The Album” e “Wonderful Live” di Giuliano Palma & The Bluebeaters; il primo disco vendette 12.000 copie con ordini on line e pagamenti in vaglia postale, una gestione casalinga.
Con The Uppertones, 2018, abbiamo creato la OWAN (Oh What A Night) per la release del terzo disco di una band che vendeva dischi e magliette solo ai concerti e non aveva nessun tipo di struttura promozionale, per poi arrivare a CARIBB ROOTS Records che è nata per stampare i dischi di The Bluebeaters con Pat Cosmo alla voce.
E con quest’ultima vorrei ampliare lo spettro, fermarmi e magari ristampare anche cose vecchie sparse. Strutturarmi. Ci lavoro quotidianamente e chiedo consigli in giro.
Si è aggiunta da poco una nuova filiazione dell'etichetta, dalle caratteristiche diverse.
Avendo io attraversato differenti fasi musicali, si è sganciata una costola da Caribb Roots ed è nata una sub-label che si chiama Mule Train Rec. che si riferisce a un mondo country-punk & roll più “bianco” perché è stata la prima parte della mia vita musicale, quello che ho ascoltato e suonato. Mule Train è un brano anni ’50 che parla di delivery e vendita nel west americano attraverso “il treno di muli”.
E' un brano che ascoltavo da piccolo sul giradischi di mio padre. Tra l'altro la versione in vinile che avevo sembrava americana invece pochi giorni fa ho scoperto che era una produzione italianissima con solo il cantante americano.
Primo progetto, The Rads (gruppo garage -punk di Matteo Gioli di Firenze), accordo in 5 minuti al telefono, subito trovata un’intesa e stampato il disco.
Il secondo, anche qui una chiaccherata e ci siamo trovati immediatamente anche con Diego Geraci di Don Diego Trio di cui uscirà un nuovo LP ad Agosto.
L’idea è lavorare con persone vicine o amici di amici che facciano parte di un mondo di riferimento di quello che ho sempre ascoltato. A condizione che il suono incontri i miei gusti. Prossimamente penso anche a un nuovo disco di Shockin’TV (la mia prima band punk) che riunirà brani mai incisi del 1987 quando ci siamo sciolti.
L'etichetta è di recente nascita e pubblica solo in vinile. C'è dunque ancora un mercato per questo formato?
Il ritorno del vinile già da un po' di anni ha riportato alla luce un’attitudine ad un suono più caldo e “old”, oltre al fatto che per fare il selezionatore sono tornato a comprare 7 pollici ma poi anche LP che mi ero perso negli anni dello strapotere del CD.
Se serve stampo anche i CD, come nel caso di Don Diego perché so che lui li vende nei lunghi tour che fa di solito, sennò mi concentro sui 7 pollici che sono un formato assolutamente più interessante.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta?
Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
I dischi tendenzialmente li compra chi ne ha o li ha posseduti, generazioni più adulte anche perché a volte ti rendi conto che i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos’è un giradischi e ti guardano mettere i dischi come fossi un alieno.
Poi ovviamente ci sono alcuni che avendone avuto un’esperienza familiare s’intrippano e iniziano almeno a collezionarli, magari non ascoltandoli e lasciandoli intonsi.
Il vinile diventa spesso solo un gadget anche per gli artisti più giovani per lasciare qualcosa di fisico ai fans.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Guarda, non te lo so dire ancora.
Ho aperto nel 2023. Se faccio i conti mi dico sempre che l’importante è rientrare dei costi e soprattutto delle tasse che devi pagare anche se non generi un traffico di vendite che possa giustificarle.
Avendo aperto un e-commerce sul sito, ormai da qualche anno devo dire che sembra che in Italia non ci sia lo stesso interesse che può esserci in Europa o negli US per questo sistema di vendita.
In Italia abbiamo una cultura molto diversa dai paesi dove la musica che suoniamo o ascoltiamo è nata, che sia lo Ska, il Rock’n’roll o il punk, ancora relegata ad ambiti underground.
Bisogna sempre investire tanto e fare dischi in continuazione per poter dare un senso a questa operazione.
Con che criterio scegli le band da produrre?
Le uscite e i progetti li decido io, facendomi tutti i miei viaggi mentali.
Fondamentali sono il suono e la qualità dei brani che mi propongono oppure che scelgo io di produrre, devono essere tutti pezzi di un puzzle che ho in testa, di un Frankenstein di musica, anche molto diversa ma con radici che posso riconoscere.
Per esempio con Mule Train Rec da quando è uscito The Rads mi sono arrivate richieste di collaborazione, i progetti mi piacevano, erano in linea e li sto portando avanti.
Sono partiti tutti da rapporti di amicizia. Non ho possibilità di fare più di 2 progetti ex-novo all’anno anche perché in realtà mi piacerebbe rimettere su vinile alcuni album di bands, in cui spesso ho suonato anch’io, che sono uscite negli ultimi 20 anni solo in cd e che per me vale la pena ripubblicare in vinile.
La label la gestisco da solo, tranne per la parte grafica che mi consulto col mio socio Danilo Scuccimarra, pianista di The Bluebeaters che è grafico professionista. Io faccio disegni e butto lì idee, lui sistema tutto per andare in stampa.
Io ho sempre disegnato, fatto copertine, giocato col DIY, lui è dell’85 ed è architetto, siamo diversi e proprio per questo abbiamo spesso interessanti confronti generazionali sul gusto nel fare le copertine.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Pur essendo figlio di un pubblicitario, nella promozione faccio più fatica.
Tendenzialmente avendo ormai tutto in distribuzione mondiale con Kudos di Londra, cerco di lavorare un po' sui social e un po' con i negozi in Italia e coi concerti. Certo è che di tutto questo mestiere per la promozione bisognerebbe fare degli investimenti più grossi e spesso non ci riesco.
In questi casi mi baso sui vari contatti personali, spesso DJ italiani e stranieri per il mondo di Caribb Roots e su un ufficio stampa esterno che mi dà una mano, Sollevante Press. Una volta si facevano le pubblicità sulle riviste di musica, spesso funzionavano tanto che sto pensando di riprovarci anche se la carta stampata ha decisamente numeri ormai bassissimi ma forse per il mio compratore medio funzionerebbe.
Certo è che il veicolo maggiore sono i concerti, almeno per i generi che produco. Poi mi confronto con le piccole etichette che conosco, Record Kicks, Killer Groove, Aloe Vera e leggo tutte le storie delle label del passato per prenderne spunti e idee anche se è l’ambiente che spinge tutto a galla.
La storia della 2Tone è esemplare.
Spazio oggi a Caribb Roots, nella persona di Ferdinando Masi.
https://www.caribbroots.it/
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta indipendente, underground, impostata su sonorità molto specifiche e particolari?
La voglia di tenere insieme le cose che facciamo da ormai 40 anni, dare valore ai nostri progetti.
E per “nostri” intendo un gruppo di persone, di musicisti che hanno vissuto insieme le varie fasi di una vita gratificante ma difficile.
Casino Royale, The Bluebeaters, The Uppertones, The Originals…
La diversità delle personalità che messe insieme creano quell’alchimia per cui nascono i progetti è una delle dinamiche che mi interessano di più.
Creare un grande cappello sotto il quale vivano le sfumature della musica Giamaicana, lo Ska, il Rocksteady, il Reggae con tutte le tante declinazioni è quello che mi anima, ad esempio, per Caribb Roots Records.
La qualità so che c’è, la riconosco. Le vendite a volte di più, a volte di meno.
Penso che nel tempo etichette come la mia possano servire a tracciare una piccola mappa di quello che stiamo attraversando, pur non raggiungendo grandi numeri.
Il nome Caribb Roots era il titolo di una cassetta compilata da Gaz Mayall, collezionista ossessivo nonché cantante dei Trojans e punto di riferimento londinese per le musica giamaicana, che è stata la miccia che ha fatto accendere Casino Royale prima e Giuliano Palma & The Bluebeaters poi.
La mia strada da musicista, dallo Ska 2tone di Casino Royale (1987) a ritroso fino allo Ska ’60 di The BB (1994) fino alle origini di Calypso & Boogie anni ’50 con The Uppertones (2016) è l’area di azione della label.
Tutto però parte dal punk e dal DIY.
La prima etichetta indipendente la creammo con gli Shockin’TV nell’86, la STV Production con cui producemmo il secondo 7 pollici della band.
Nel ’99 abbiamo creato la KingSize Rec per stampare “The Album” e “Wonderful Live” di Giuliano Palma & The Bluebeaters; il primo disco vendette 12.000 copie con ordini on line e pagamenti in vaglia postale, una gestione casalinga.
Con The Uppertones, 2018, abbiamo creato la OWAN (Oh What A Night) per la release del terzo disco di una band che vendeva dischi e magliette solo ai concerti e non aveva nessun tipo di struttura promozionale, per poi arrivare a CARIBB ROOTS Records che è nata per stampare i dischi di The Bluebeaters con Pat Cosmo alla voce.
E con quest’ultima vorrei ampliare lo spettro, fermarmi e magari ristampare anche cose vecchie sparse. Strutturarmi. Ci lavoro quotidianamente e chiedo consigli in giro.
Si è aggiunta da poco una nuova filiazione dell'etichetta, dalle caratteristiche diverse.
Avendo io attraversato differenti fasi musicali, si è sganciata una costola da Caribb Roots ed è nata una sub-label che si chiama Mule Train Rec. che si riferisce a un mondo country-punk & roll più “bianco” perché è stata la prima parte della mia vita musicale, quello che ho ascoltato e suonato. Mule Train è un brano anni ’50 che parla di delivery e vendita nel west americano attraverso “il treno di muli”.
E' un brano che ascoltavo da piccolo sul giradischi di mio padre. Tra l'altro la versione in vinile che avevo sembrava americana invece pochi giorni fa ho scoperto che era una produzione italianissima con solo il cantante americano.
Primo progetto, The Rads (gruppo garage -punk di Matteo Gioli di Firenze), accordo in 5 minuti al telefono, subito trovata un’intesa e stampato il disco.
Il secondo, anche qui una chiaccherata e ci siamo trovati immediatamente anche con Diego Geraci di Don Diego Trio di cui uscirà un nuovo LP ad Agosto.
L’idea è lavorare con persone vicine o amici di amici che facciano parte di un mondo di riferimento di quello che ho sempre ascoltato. A condizione che il suono incontri i miei gusti. Prossimamente penso anche a un nuovo disco di Shockin’TV (la mia prima band punk) che riunirà brani mai incisi del 1987 quando ci siamo sciolti.
L'etichetta è di recente nascita e pubblica solo in vinile. C'è dunque ancora un mercato per questo formato?
Il ritorno del vinile già da un po' di anni ha riportato alla luce un’attitudine ad un suono più caldo e “old”, oltre al fatto che per fare il selezionatore sono tornato a comprare 7 pollici ma poi anche LP che mi ero perso negli anni dello strapotere del CD.
Se serve stampo anche i CD, come nel caso di Don Diego perché so che lui li vende nei lunghi tour che fa di solito, sennò mi concentro sui 7 pollici che sono un formato assolutamente più interessante.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta?
Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
I dischi tendenzialmente li compra chi ne ha o li ha posseduti, generazioni più adulte anche perché a volte ti rendi conto che i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos’è un giradischi e ti guardano mettere i dischi come fossi un alieno.
Poi ovviamente ci sono alcuni che avendone avuto un’esperienza familiare s’intrippano e iniziano almeno a collezionarli, magari non ascoltandoli e lasciandoli intonsi.
Il vinile diventa spesso solo un gadget anche per gli artisti più giovani per lasciare qualcosa di fisico ai fans.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Guarda, non te lo so dire ancora.
Ho aperto nel 2023. Se faccio i conti mi dico sempre che l’importante è rientrare dei costi e soprattutto delle tasse che devi pagare anche se non generi un traffico di vendite che possa giustificarle.
Avendo aperto un e-commerce sul sito, ormai da qualche anno devo dire che sembra che in Italia non ci sia lo stesso interesse che può esserci in Europa o negli US per questo sistema di vendita.
In Italia abbiamo una cultura molto diversa dai paesi dove la musica che suoniamo o ascoltiamo è nata, che sia lo Ska, il Rock’n’roll o il punk, ancora relegata ad ambiti underground.
Bisogna sempre investire tanto e fare dischi in continuazione per poter dare un senso a questa operazione.
Con che criterio scegli le band da produrre?
Le uscite e i progetti li decido io, facendomi tutti i miei viaggi mentali.
Fondamentali sono il suono e la qualità dei brani che mi propongono oppure che scelgo io di produrre, devono essere tutti pezzi di un puzzle che ho in testa, di un Frankenstein di musica, anche molto diversa ma con radici che posso riconoscere.
Per esempio con Mule Train Rec da quando è uscito The Rads mi sono arrivate richieste di collaborazione, i progetti mi piacevano, erano in linea e li sto portando avanti.
Sono partiti tutti da rapporti di amicizia. Non ho possibilità di fare più di 2 progetti ex-novo all’anno anche perché in realtà mi piacerebbe rimettere su vinile alcuni album di bands, in cui spesso ho suonato anch’io, che sono uscite negli ultimi 20 anni solo in cd e che per me vale la pena ripubblicare in vinile.
La label la gestisco da solo, tranne per la parte grafica che mi consulto col mio socio Danilo Scuccimarra, pianista di The Bluebeaters che è grafico professionista. Io faccio disegni e butto lì idee, lui sistema tutto per andare in stampa.
Io ho sempre disegnato, fatto copertine, giocato col DIY, lui è dell’85 ed è architetto, siamo diversi e proprio per questo abbiamo spesso interessanti confronti generazionali sul gusto nel fare le copertine.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Pur essendo figlio di un pubblicitario, nella promozione faccio più fatica.
Tendenzialmente avendo ormai tutto in distribuzione mondiale con Kudos di Londra, cerco di lavorare un po' sui social e un po' con i negozi in Italia e coi concerti. Certo è che di tutto questo mestiere per la promozione bisognerebbe fare degli investimenti più grossi e spesso non ci riesco.
In questi casi mi baso sui vari contatti personali, spesso DJ italiani e stranieri per il mondo di Caribb Roots e su un ufficio stampa esterno che mi dà una mano, Sollevante Press. Una volta si facevano le pubblicità sulle riviste di musica, spesso funzionavano tanto che sto pensando di riprovarci anche se la carta stampata ha decisamente numeri ormai bassissimi ma forse per il mio compratore medio funzionerebbe.
Certo è che il veicolo maggiore sono i concerti, almeno per i generi che produco. Poi mi confronto con le piccole etichette che conosco, Record Kicks, Killer Groove, Aloe Vera e leggo tutte le storie delle label del passato per prenderne spunti e idee anche se è l’ambiente che spinge tutto a galla.
La storia della 2Tone è esemplare.
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martedì, luglio 21, 2026
Of New Trolls live a Ferriere (Piacenza) 18 luglio 2026
La storia dei New Trolls è tra le più complesse e intricate della musica italiana.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
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Concerti
lunedì, luglio 20, 2026
Mondiali di calcio 2026
Tralasciando l'ambito "socio/politico" (ma abbiamo visto ben di peggio in passato), il caso della squalifica tolta a Balogun, il trattamento all'Iran, l'espulsione di un arbitro solo perché somalo, l'imbarazzante e assurdo spettacolo nell'intervallo della finale, tanto quanto Trump e Infantino, un paio di riflessioni in libertà sul Mondiale di calcio.
La formula a 48 squadre ci può anche stare ma non apporta granché in più, se non una marea di partite a cui è impossibile stare dietro.
Poco male, vedere giocare squadre come Capo Verde, Curacao o Giordania, al di là dei singoli risultati, è interessante.
PS: a parte alcune eccezioni, la maggior parte dei calciatori delle nazionali "minori" non gioca in patria ma tra Europa, SudAmerica e Usa in campionati professionistici.
Sono arrivate alla fine (quarti e semifinali) le più meritevoli e in forma.
Hanno deluso Turchia, Germania e Brasile ma, nel caso delle ultime due, le gerarchie sono cambiate e il nobile passato non garantisce un posto al sole.
Ho visto belle partite, talvolta spettacolari, con giocatori molto tonici e motivati.
Stadi bellissimi, sempre pieni (nonostante i prezzi esorbitanti e la speculazione costante), pubblico colorato e festante, organizzazione impeccabile.
La Spagna ha vinto con merito, avrei voluto vedere andare avanti Norvegia e Marocco ma va bene così.
Il Mondiale è sempre una bella festa.
Speriamo di tornarci anche noi, prima o poi.
Già: e se ci fossimo andati? Si sa che un mondiale o un europeo sono manifestazioni a sé stanti, dove talvolta si creano condizioni particolari ma, oggettivamente, presumo che l'Italia avrebbe potuto superare il girone con Svizzera, Canada e Qatar e magari farcela contro Algeria o Sudafrica (improbabile con gli Usa) ma difficilemente sarebbe andata oltre gli ottavi.
Speriamo di verificarlo meglio tra quattro anni.
Ultima considerazione: dal 1930 a oggi 65 semifinaliste sono state europee, 24 sudamericane, una africana, una asiatica e una Nordamerica, gli Stati Uniti 100 anni fa.
Forse la distribuzione di posti alle squadre andrebbe rivista.
Alcuni dati dal Il Sole 24 ore
La fase a gironi ha registrato 4.644.549 spettatori, con un tasso di riempimento del 99,7% dei posti disponibili e una media di 64.508 persone per partita.
Record precedente USA 1994, quando gli spettatori complessivi furono circa 3,5 milioni.
Tifosi provenienti da 210 paesi e territori hanno assistito almeno a una gara del torneo.
I dieci paesi con il maggior numero di biglietti acquistati sono stati: Stati Uniti, Canada, Messico, Inghilterra, Germania, Colombia, Brasile, Argentina, Australia e Francia.
Battuti tutti i record di spettatori che hanno seguito la manifestazione in Tv.
Sul fronte commerciale, la maglia che ha riscosso il maggiore successo è stata quella del Messico.
Adidas ha dichiarato vendite legate al torneo superiori a 1,13 miliardi di dollari.
La formula a 48 squadre ci può anche stare ma non apporta granché in più, se non una marea di partite a cui è impossibile stare dietro.
Poco male, vedere giocare squadre come Capo Verde, Curacao o Giordania, al di là dei singoli risultati, è interessante.
PS: a parte alcune eccezioni, la maggior parte dei calciatori delle nazionali "minori" non gioca in patria ma tra Europa, SudAmerica e Usa in campionati professionistici.
Sono arrivate alla fine (quarti e semifinali) le più meritevoli e in forma.
Hanno deluso Turchia, Germania e Brasile ma, nel caso delle ultime due, le gerarchie sono cambiate e il nobile passato non garantisce un posto al sole.
Ho visto belle partite, talvolta spettacolari, con giocatori molto tonici e motivati.
Stadi bellissimi, sempre pieni (nonostante i prezzi esorbitanti e la speculazione costante), pubblico colorato e festante, organizzazione impeccabile.
La Spagna ha vinto con merito, avrei voluto vedere andare avanti Norvegia e Marocco ma va bene così.
Il Mondiale è sempre una bella festa.
Speriamo di tornarci anche noi, prima o poi.
Già: e se ci fossimo andati? Si sa che un mondiale o un europeo sono manifestazioni a sé stanti, dove talvolta si creano condizioni particolari ma, oggettivamente, presumo che l'Italia avrebbe potuto superare il girone con Svizzera, Canada e Qatar e magari farcela contro Algeria o Sudafrica (improbabile con gli Usa) ma difficilemente sarebbe andata oltre gli ottavi.
Speriamo di verificarlo meglio tra quattro anni.
Ultima considerazione: dal 1930 a oggi 65 semifinaliste sono state europee, 24 sudamericane, una africana, una asiatica e una Nordamerica, gli Stati Uniti 100 anni fa.
Forse la distribuzione di posti alle squadre andrebbe rivista.
Alcuni dati dal Il Sole 24 ore
La fase a gironi ha registrato 4.644.549 spettatori, con un tasso di riempimento del 99,7% dei posti disponibili e una media di 64.508 persone per partita.
Record precedente USA 1994, quando gli spettatori complessivi furono circa 3,5 milioni.
Tifosi provenienti da 210 paesi e territori hanno assistito almeno a una gara del torneo.
I dieci paesi con il maggior numero di biglietti acquistati sono stati: Stati Uniti, Canada, Messico, Inghilterra, Germania, Colombia, Brasile, Argentina, Australia e Francia.
Battuti tutti i record di spettatori che hanno seguito la manifestazione in Tv.
Sul fronte commerciale, la maglia che ha riscosso il maggiore successo è stata quella del Messico.
Adidas ha dichiarato vendite legate al torneo superiori a 1,13 miliardi di dollari.
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Mondiali 2026
sabato, luglio 18, 2026
Not Moving live
Foto di Andrea Amadasi.
Prosegue il tour di "That's All Folks! dei NOT MOVING.
Prossime date: Venerdì 31 luglio: Pinarella di Cervia "Planet Rock" - GoDwon Festival con The Devils, Ananda Mida, Last Killers
https://www.facebook.com/events/988811010520451
Sabato 5 settembre: Prato: Santa Valvola Festival Domenica 6 settembre: Piacenza "Festival Tendenze"
Prosegue il tour di "That's All Folks! dei NOT MOVING.
Prossime date: Venerdì 31 luglio: Pinarella di Cervia "Planet Rock" - GoDwon Festival con The Devils, Ananda Mida, Last Killers
https://www.facebook.com/events/988811010520451
Sabato 5 settembre: Prato: Santa Valvola Festival Domenica 6 settembre: Piacenza "Festival Tendenze"
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Not Moving
venerdì, luglio 17, 2026
The Free Spirits - Out of Sight and Sound
Spesso indicato come album precursore del jazz rock, "Out of Sight and Sound" fu registrato dalla band americana dei FREE SPIRITS nel 1966 e pubblicato nel 1967.
Effettivamente il chitarrista Larry Coryell farà poco dopo fortuna a fianco di mostri sacri come Miles Davis, John McLaughlin, Chick Corea, Charles Mingus, Wayne Shorter, Miroslav Vitouš, Billy Cobham, Al Di Meola, Paco de Lucía, il saxofonista Jim Pepper suonerà con Don Cherry, Naná Vasconcelos, John Scofield mentre il batterista Bob Moses si dividerà in decine di altri progetti affini al jazz.
L'album è un ibrido tra garage, proto psichedelia, post beat, blues e vari elementi jazz, non lontano dal sound già proposto l'anno precedente dalla Graham Bond Organization e poco dopo dai Colosseum.
La band fu profondamente delusa dalla resa della registrazione che "non aveva nulla a che fare con ciò che era veramente il gruppo...tutti odiavamo il disco".
In effetti dall'album live stampato dalla Sunbeam "Live at the Scene - February 22nd 1967" si intuisce come il gruppo fosse meno pop e più indirizzato verso un mood sperimentale.
Rimane comunque un ottimo lavoro, particolarmente originale e distintivo per il periodo.
Per l'ascolto:
https://www.youtube.com/watch?v=atKTl8K0jWU&list=PLwGTKZ6uNxXnbPn-qlKLFLrbNZ8AElogN
Thanx Paul Musu
Effettivamente il chitarrista Larry Coryell farà poco dopo fortuna a fianco di mostri sacri come Miles Davis, John McLaughlin, Chick Corea, Charles Mingus, Wayne Shorter, Miroslav Vitouš, Billy Cobham, Al Di Meola, Paco de Lucía, il saxofonista Jim Pepper suonerà con Don Cherry, Naná Vasconcelos, John Scofield mentre il batterista Bob Moses si dividerà in decine di altri progetti affini al jazz.
L'album è un ibrido tra garage, proto psichedelia, post beat, blues e vari elementi jazz, non lontano dal sound già proposto l'anno precedente dalla Graham Bond Organization e poco dopo dai Colosseum.
La band fu profondamente delusa dalla resa della registrazione che "non aveva nulla a che fare con ciò che era veramente il gruppo...tutti odiavamo il disco".
In effetti dall'album live stampato dalla Sunbeam "Live at the Scene - February 22nd 1967" si intuisce come il gruppo fosse meno pop e più indirizzato verso un mood sperimentale.
Rimane comunque un ottimo lavoro, particolarmente originale e distintivo per il periodo.
Per l'ascolto:
https://www.youtube.com/watch?v=atKTl8K0jWU&list=PLwGTKZ6uNxXnbPn-qlKLFLrbNZ8AElogN
Thanx Paul Musu
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Dischi
giovedì, luglio 16, 2026
Crowfunding "Emilia Parallela"
Il Progetto
Dalla performance teatrale alla musica live, Emilia Parallela racconta le subculture degli anni 80, storie di resistenza all’ideologia dominante, tra collettivi queer, punk, skinhead e mod. Là dove la provincia diventa il centro del cambiamento.
Un film documentario scritto e diretto da Michele Putortì e Andrea Palazzino.
Negli anni Ottanta, al termine della “Stagione dei Movimenti”, con la fine delle grandi utopie di massa le giovani generazioni si ritrovano abbandonate, scevre di ideali.
Le tradizionali formule politiche e culturali entrano in crisi, la riorganizzazione economica e finanziaria in chiave consumistica ridefinisce il sistema di valori e comportamenti contemporanei, la televisione commerciale ne è lo strumento e il riflesso più evidente.
É all’interno di questo quadro storico sociale che il documentario Emilia Parallela cerca di inquadrare gli “Anni del Riflusso” vissuti dalle giovani generazioni nelle città della provincia emiliana.
La storia orienta la propria indagine a partire dalla nascita e dalle frequentazioni di due locali della controcultura e subcultura di Parma: Picasso e il Delta di Venere, poi denominato Onirica.
Quindi espande il proprio sguardo alle avanguardie musicali di Reggio Emilia, alla controcultura underground piacentina, tra Osteria di Sacc e il Pluto e alle radici del punk modenese tra Pakko, Masquotte e Radio Antenna 1.
Dopo l’abbandono delle battaglie ideologiche della stagione precedente, esistono ancora avamposti di cultura resistente e alternativa, laboratori di sperimentazione non solo musicale, dove la carica ribellistica giovanile si sposa, se non con un pensiero critico formalizzato, con una pulsione a creare forme di autoproduzione artistica e di solidarietà umana e sociale.
Realtà periferiche e ancora poco raccontate, rispetto ai grandi centri di aggregazione e produzione culturale, come Milano e Bologna, ma che risulteranno col tempo assolutamente innovativi e di avanguardia rispetto alle tendenze future.
Il circolo Picasso nasce dalla spinta propulsiva di un collettivo fortemente radicato nei movimenti di liberazione sessuale, facendo della sua programmazione teatrale una sferzante satira diretta alla nuova televisione commerciale.
La diffusione delle emittenti private segna la fine del modello paternalistico-pedagogico della “Paleotelevisione”: la concezione della TV come servizio sociale e culturale lascia il passo alla funzione ludica del mezzo, strumento in grado di condizionare i gusti, i consumi e gli orientamenti del suo pubblico.
L’Onirica accoglie spinte musicali alternative alla disco music, soprattutto quella punk e new wave, e rappresenta la più valida alternativa locale per quei gruppi di ragazzi affascinati dalla subcultura musicale di derivazione londinese e berlinese.
L'Osteria di Sacc a Piacenza smette di servire ai tavoli e inizia a organizzare concerti, raduni mod, distribuire fanzine.
Molto vivace è la scena musicale reggiana, di cui i CCCP, Vinicio Capossela e i Clan Destino con la voce di Luciano Ligabue ne diventano l’emblema e il frutto più maturo e cosciente.
In questo stesso tessuto si inserisce con forza Modena e il suo territorio, uno dei nodi vitali della rete alternativa che attraversa la via Emilia: qui locali come il Pakko e soprattutto il Mascotte diventano punti di riferimento imprescindibili, catalizzatori di energie sotterranee e luoghi di convergenza per giovani provenienti da tutto il centro-nord, dal Veneto fino a Firenze.
Il Mascotte, in particolare, si impone come spazio di aggregazione trasversale, capace di attrarre e mescolare sottoculture diverse — punk, mods, skinheads — trasformando la provincia modenese in un crocevia vivo e dinamico della controcultura giovanile.
Negli stessi anni nei quartieri delle periferie esplode dirompente il fenomeno delle bande giovanili, che costruiscono la loro identità intorno alle amicizie coetanee del quartiere, del vicinato e del bar.
Frustrati dalle promesse di un benessere irraggiungibile, trasformano la loro crisi di valori e di punti di riferimento in atti delinquenziali e microcriminalità.
Mentre la città è divisa in bande (ogni quartiere della città ha infatti la sua banda), il centro storico di Parma, Piacenza e Modena diventano luogo di ritrovo di una giovane scena alternativa. Non si tratta della solita comitiva del muretto, ma della manifestazione di una subcultura giovanile più cosciente.
Tra di essi ci sono skin, mods, teddy boy e punk.
Reggio Emilia si caratterizza per esperienze creative uniche, qui l'amministrazione lavora in sinergia con i circoli giovanili. Dalla performance teatrale alla musica indipendente dal vivo, Emilia Parallela racconta uno spaccato di società underground propulsivo di nuove energie creative, storie di resistenza alla cultura dominante che diventano ingredienti della dieta del Riflusso.
Questo progetto nasce da un presupposto semplice: Emilia Parallela può crescere solo attraverso il coinvolgimento diretto di chi sente che questa storia deve essere raccontata.
Il contributo raccolto finanzierà concretamente le fasi di produzione e postproduzione — dalle riprese sul territorio al montaggio, fino alla costruzione finale del film — permettendoci di lavorare con il tempo, la cura e la qualità che un progetto come questo richiede.
Crediamo che sia possibile realizzare un’opera cinematografica solida e ambiziosa senza rinunciare a una logica indipendente, fondata sulla giusta valorizzazione del lavoro creativo e sulla costruzione di una comunità attiva intorno al film. Non come semplice sostegno, ma come parte integrante del processo.
La co-produzione dal basso, per noi, non è solo un modello economico: è una presa di posizione. Significa scegliere di partecipare alla creazione di immaginari, contribuire a far emergere storie che altrimenti rischierebbero di rimanere invisibili.
La sfida è aperta: costruire un film capace di mantenere insieme qualità, radicalità e appartenenza.
Se questo progetto ti riguarda, entra ora nel processo.
Fai crescere il film.
Kinoki Media è un team multidisciplinare che lavora nell’ambito della produzione audiovisiva e interactive media: progettazione, produzione, videomaking, videoediting, compositing, animazione 2D e 3D, stop motion, graphic design, realtà virtuale, realtà aumentata, set design e sound design.
Scegli la tua ricompensa ed entra nel progetto.
Qui ogni cifra ha un effetto concreto sulla produzione.
Per rimanere aggiornato sulla campagna e sullo stato di avanzamento della distribuzione del film, segui i canali social di Kinoki Media, OpenDDB e Emilia Parallela.
CROWDFUNDING PRODUZIONI DAL BASSO
https://sostieni.link/40367
VIMEO
https://vimeo.com/1011370361?fl=pl&fe=sh
FACEBOOK
https://www.facebook.com/EmiliaParallelaDoc
INSTAGRAM
https://www.instagram.com/emilia.parallela.doc/
Dalla performance teatrale alla musica live, Emilia Parallela racconta le subculture degli anni 80, storie di resistenza all’ideologia dominante, tra collettivi queer, punk, skinhead e mod. Là dove la provincia diventa il centro del cambiamento.
Un film documentario scritto e diretto da Michele Putortì e Andrea Palazzino.
Negli anni Ottanta, al termine della “Stagione dei Movimenti”, con la fine delle grandi utopie di massa le giovani generazioni si ritrovano abbandonate, scevre di ideali.
Le tradizionali formule politiche e culturali entrano in crisi, la riorganizzazione economica e finanziaria in chiave consumistica ridefinisce il sistema di valori e comportamenti contemporanei, la televisione commerciale ne è lo strumento e il riflesso più evidente.
É all’interno di questo quadro storico sociale che il documentario Emilia Parallela cerca di inquadrare gli “Anni del Riflusso” vissuti dalle giovani generazioni nelle città della provincia emiliana.
La storia orienta la propria indagine a partire dalla nascita e dalle frequentazioni di due locali della controcultura e subcultura di Parma: Picasso e il Delta di Venere, poi denominato Onirica.
Quindi espande il proprio sguardo alle avanguardie musicali di Reggio Emilia, alla controcultura underground piacentina, tra Osteria di Sacc e il Pluto e alle radici del punk modenese tra Pakko, Masquotte e Radio Antenna 1.
Dopo l’abbandono delle battaglie ideologiche della stagione precedente, esistono ancora avamposti di cultura resistente e alternativa, laboratori di sperimentazione non solo musicale, dove la carica ribellistica giovanile si sposa, se non con un pensiero critico formalizzato, con una pulsione a creare forme di autoproduzione artistica e di solidarietà umana e sociale.
Realtà periferiche e ancora poco raccontate, rispetto ai grandi centri di aggregazione e produzione culturale, come Milano e Bologna, ma che risulteranno col tempo assolutamente innovativi e di avanguardia rispetto alle tendenze future.
Il circolo Picasso nasce dalla spinta propulsiva di un collettivo fortemente radicato nei movimenti di liberazione sessuale, facendo della sua programmazione teatrale una sferzante satira diretta alla nuova televisione commerciale.
La diffusione delle emittenti private segna la fine del modello paternalistico-pedagogico della “Paleotelevisione”: la concezione della TV come servizio sociale e culturale lascia il passo alla funzione ludica del mezzo, strumento in grado di condizionare i gusti, i consumi e gli orientamenti del suo pubblico.
L’Onirica accoglie spinte musicali alternative alla disco music, soprattutto quella punk e new wave, e rappresenta la più valida alternativa locale per quei gruppi di ragazzi affascinati dalla subcultura musicale di derivazione londinese e berlinese.
L'Osteria di Sacc a Piacenza smette di servire ai tavoli e inizia a organizzare concerti, raduni mod, distribuire fanzine.
Molto vivace è la scena musicale reggiana, di cui i CCCP, Vinicio Capossela e i Clan Destino con la voce di Luciano Ligabue ne diventano l’emblema e il frutto più maturo e cosciente.
In questo stesso tessuto si inserisce con forza Modena e il suo territorio, uno dei nodi vitali della rete alternativa che attraversa la via Emilia: qui locali come il Pakko e soprattutto il Mascotte diventano punti di riferimento imprescindibili, catalizzatori di energie sotterranee e luoghi di convergenza per giovani provenienti da tutto il centro-nord, dal Veneto fino a Firenze.
Il Mascotte, in particolare, si impone come spazio di aggregazione trasversale, capace di attrarre e mescolare sottoculture diverse — punk, mods, skinheads — trasformando la provincia modenese in un crocevia vivo e dinamico della controcultura giovanile.
Negli stessi anni nei quartieri delle periferie esplode dirompente il fenomeno delle bande giovanili, che costruiscono la loro identità intorno alle amicizie coetanee del quartiere, del vicinato e del bar.
Frustrati dalle promesse di un benessere irraggiungibile, trasformano la loro crisi di valori e di punti di riferimento in atti delinquenziali e microcriminalità.
Mentre la città è divisa in bande (ogni quartiere della città ha infatti la sua banda), il centro storico di Parma, Piacenza e Modena diventano luogo di ritrovo di una giovane scena alternativa. Non si tratta della solita comitiva del muretto, ma della manifestazione di una subcultura giovanile più cosciente.
Tra di essi ci sono skin, mods, teddy boy e punk.
Reggio Emilia si caratterizza per esperienze creative uniche, qui l'amministrazione lavora in sinergia con i circoli giovanili. Dalla performance teatrale alla musica indipendente dal vivo, Emilia Parallela racconta uno spaccato di società underground propulsivo di nuove energie creative, storie di resistenza alla cultura dominante che diventano ingredienti della dieta del Riflusso.
Questo progetto nasce da un presupposto semplice: Emilia Parallela può crescere solo attraverso il coinvolgimento diretto di chi sente che questa storia deve essere raccontata.
Il contributo raccolto finanzierà concretamente le fasi di produzione e postproduzione — dalle riprese sul territorio al montaggio, fino alla costruzione finale del film — permettendoci di lavorare con il tempo, la cura e la qualità che un progetto come questo richiede.
Crediamo che sia possibile realizzare un’opera cinematografica solida e ambiziosa senza rinunciare a una logica indipendente, fondata sulla giusta valorizzazione del lavoro creativo e sulla costruzione di una comunità attiva intorno al film. Non come semplice sostegno, ma come parte integrante del processo.
La co-produzione dal basso, per noi, non è solo un modello economico: è una presa di posizione. Significa scegliere di partecipare alla creazione di immaginari, contribuire a far emergere storie che altrimenti rischierebbero di rimanere invisibili.
La sfida è aperta: costruire un film capace di mantenere insieme qualità, radicalità e appartenenza.
Se questo progetto ti riguarda, entra ora nel processo.
Fai crescere il film.
Kinoki Media è un team multidisciplinare che lavora nell’ambito della produzione audiovisiva e interactive media: progettazione, produzione, videomaking, videoediting, compositing, animazione 2D e 3D, stop motion, graphic design, realtà virtuale, realtà aumentata, set design e sound design.
Scegli la tua ricompensa ed entra nel progetto.
Qui ogni cifra ha un effetto concreto sulla produzione.
Per rimanere aggiornato sulla campagna e sullo stato di avanzamento della distribuzione del film, segui i canali social di Kinoki Media, OpenDDB e Emilia Parallela.
CROWDFUNDING PRODUZIONI DAL BASSO
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VIMEO
https://vimeo.com/1011370361?fl=pl&fe=sh
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mercoledì, luglio 15, 2026
Stefano Alghisi - Ormond Bar. Le sirene di Joyce
Il disegnatore/fumettista Stefano Alghisi rivisita (parzialmente e personalmente, con opportune modifiche e ammodernamenti) l'episodio "Le sirene " da "L'Ulisse" di Joyce.
Lo fa con un taglio "punk", fa suonare e cantare Tom Waits e il suo storico collaboratore Chuck E. Weiss (quello immortalato da Rickie Lee Jones in "Chuck E.'s In Love"), ci porta nel vizioso Ormond Bar nell'America del dopoguerra, trasposizione dell'Ormond Hotel della Dublino del 1904 di Joyce.
Un albo in bianco e nero dalle costanti tinte blu(es).
Sinuoso e affascinante.
Stefano Alghisi
Ormond Bar. Le sirene di Joyce
MelEdizioni
42 pagine
16 euro
Lo fa con un taglio "punk", fa suonare e cantare Tom Waits e il suo storico collaboratore Chuck E. Weiss (quello immortalato da Rickie Lee Jones in "Chuck E.'s In Love"), ci porta nel vizioso Ormond Bar nell'America del dopoguerra, trasposizione dell'Ormond Hotel della Dublino del 1904 di Joyce.
Un albo in bianco e nero dalle costanti tinte blu(es).
Sinuoso e affascinante.
Stefano Alghisi
Ormond Bar. Le sirene di Joyce
MelEdizioni
42 pagine
16 euro
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Libri
martedì, luglio 14, 2026
Giuseppe Defelici - Anno 1975. Un'estate a Londra
Defelici racconta, brevemente, di un'estate del 1975 al cospetto dei Pink Floyd a Knebworth (con anche Steve Miller Band e Captain Beefheart), il tutto intriso delle tipiche avventure di giovanissimi ragazzi piombati nelle magiche, quanto aspre, per certi aspetti, atmosfere londinesi.
Il tutto corredato da una lunga serie di immagini elaborate con l'IA da Michela Piazza.
l libro è in vendita a Piacenza, nelle librerie Romagnosi e Postumia, nell’edicola di Viale Dante, di fianco alla nuova Biblioteca comunale, nel Petit Cafè di via Mischi, nel negozio Alphaville, nella libreria “Forme” nel Castello di Rivalta.
Oppure scrivendo a giuseppe.defelici@yahoo.it
Il tutto corredato da una lunga serie di immagini elaborate con l'IA da Michela Piazza.
l libro è in vendita a Piacenza, nelle librerie Romagnosi e Postumia, nell’edicola di Viale Dante, di fianco alla nuova Biblioteca comunale, nel Petit Cafè di via Mischi, nel negozio Alphaville, nella libreria “Forme” nel Castello di Rivalta.
Oppure scrivendo a giuseppe.defelici@yahoo.it
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