martedì, novembre 29, 2022

Get Back. Dischi da (ri)scoprire



Speciale The TROGGS.
Band proto punk con alcune pietre miliari all'attivo ("Wild thing", "A girl like you", "I can't control myself", "Love is all around") e buoni album, pur se spesso trascurati e poco considerati.

From nowhere (1966)
Esordio duro, scarno e minimale, puro garage punk con la hit "Wild thing" a fare da traino ma con canzoni come "I just sing" o una violentissima e distorta "Louie Louie" ad abbattere ogni afflato pop beat. Reg Presley canta con tono monocorde, spesso rabbioso e aggressivo, la band suona grezza e abrasiva. Non mancano momenti più pacati e quasi in odore psichedelico ("Jingle Jangle") ma il tono cambia raramente. Potentissimo.

Trogglodynamite (1967)
Secondo lavoro meno definito che si divide tra brani ancora duri e selvaggi (da "I can only give you everything" dei Them a "I want you to come into my life" e "It's over", al Chuck Berry di "Little Queenie" e l'aspro Bo Diddely di "Mona") e momenti più pop e psichedelici (l'orchestrale "Cousin Jane", lo psycho pop di "Last summer" e "Oh no"). Comunque un ottimo lavoro contestualizzato all'epoca.

Cellophane (1967)
Un coraggioso e ambizioso doppio album che regge, seppure a fatica, il peso di 24 brani, procedendo a fasi alterne con brani di successo (la ballata "Love is all around"), un poderoso garage beat ("That's what you get girl"), lo ska d'apertura ("Little red donkey"), qualche ballata zuccherosa, un po' di orchestrazioni, sapori di Kinks e Small Faces, il proto hard di "Lover" e "Come now", vaudeville e tanto altro. Lavoro sottovalutato e dimenticato ma di valore e spessore, da riscoprire.

Athens Andover (1992)
A seguito di una cover di "Love is all around" che i REM suonavano dal vivo, si giunse a questa insolita collaborazione discografica tra tre membri della band americana (Michael Stipe non partecipò) e tre dei Troggs (che prima di allora non avevano mai sentito parlare dei REM...). L'album è attribuito ai Troggs (Reg Presley compone buona parte delle canzoni) e suona come una perfetta sintesi del tipico jingle jangle sound dei REM e dell'approccio rude dei Troggs. Un buon lavoro, a tratti un po' anonimo ma molto gradevole.

lunedì, novembre 28, 2022

Giornata internazionale per la eliminazione della violenza sulle donne


Ho scritto per "Libertà" un articolo in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, parlando, come è pertinenza della rubrica, di musica ma inserendo una serie di considerazioni più ampie.
Consapevole della scarsa efficacia di annunci da social (utili a lavarsi la coscienza) o minaccia di "pene esemplari".
Sono necessari educazione, cultura, conoscenza.
Un processo lento ma progressivo che sconfigga il primitivo concetto di possesso e faccia breccia anche in quelle culture (spesso permeate da pregiudizi a sfondo religioso) tuttora palesemente reazionare e oscurantiste.
La musica ha detto tanto a questo proposito. Ha provato, tra i compiti dell'artista, a svegliare le coscienze, a dare una linea.


Human Rights Watch dice che in Qatar “Il sistema di tutela maschile incoraggia violenza e soprusi e lascia alle donne pochissime occasioni per sfuggire ad una famiglia o ad un marito oppressivi” .
Nel paese che sta accogliendo una manifestazione sportiva molto popolare e seguita (in Italia, in particolare) una donna, per studiare all’estero, sposarsi, lavorare in posizioni pubbliche, viaggiare, necessita dell’approvazione di un uomo. Una donna sposata può essere accusata di “disobbedienza” qualora non ottenga il permesso del marito per attività come viaggi, lavoro o se si rifiuta di avere rapporti sessuali senza una ragione “legittima”.
La lista di proibizioni è lunga e umiliante, inaccettabile, ma, ovviamente, nessuno ci ha pensato quando una certa importante manifestazione sportiva, di grane importanza, è stata assegnata a un paese di questo tipo.
Forse, a pensar male, è solo una questione di soldi, tanti, tantissimi, che passano di tasca in tasca e, ancora una volta, eludono problematiche, diritti sacrosanti, inviolabili, in nome del profitto.

Si chiama Capitalismo, baby.

Curioso e spietato che centinaia di uomini si diano battaglia (sportiva) proprio nella “Giornata internazionale per la eliminazione della violenza sulle donne”, il 25 novembre. Evitiamo le facili ipocrisie.

Gli annunci mediatici non serviranno a ridurre minimamente il problema.
I violenti continueranno nella loro opera di sterminio e sopraffazione e buona parte di chi lancerà questi appelli avrà semplicemente la coscienza a posto, dopo l'ennesimo post sui social.
Le pene esemplari possono ridurre il problema ma non estirparlo (le decine di paesi che applicano pene di morte e comminano ergastoli non hanno mai risolto granché in questo modo.
E' un dato meramente statistico.

Sono necessari educazione, cultura, conoscenza. Un processo lento ma progressivo che sconfigga il primitivo concetto di possesso e faccia breccia anche in quelle culture (spesso permeate da pregiudizi a sfondo religioso) tuttora palesemente reazionare e oscurantiste.

La musica ha detto tanto a questo proposito.
Ha provato, tra i compiti dell'artista, a svegliare le coscienze, a dare una linea.
Nel nostro modesto e infinitamente piccolo, in queste righe, proviamo, attraverso alcuni esempi canzonettari a “educare”, fare pensare, riflettere.
Difficile, improbabile che una canzone possa cambiare il fluire delle cose, soprattutto quando di tratta di violenza, ma se anche un solo atto di sopraffazione fosse risparmiato con una nota musicale, sarebbe un miracolo.

John Lennon ha sempre avuto un rapporto molto intimo con la figura femminile, dopo la prematura e drammatica scomparsa della madre Julia. La relazione con Yoko radicalizzò il suo approccio ideologico dopo aver confessato di aver spesso maltrattato le sue compagne prima di incontrare lei e trovare finalmente un giusto equilibrio. “Woman” uscì nel suo ultimo album, “Double fantasy” del 1980.
"Ho scritto 'Woman' ispirandomi ad un pomeriggio soleggiato trascorso alle Bermuda, improvvisamente mi colpì quello che le donne fanno per noi. Non solo quello che la mia Yoko fa per me, anche se stavo pensando in termini personali... ma ogni verità è universale. Ciò che mi è venuto in mente è stato tutto ciò che stavo dando per scontato. Le donne sono davvero l'altra metà del cielo, come sussurro all'inizio della canzone. Deve essere un "noi", altrimenti non è niente".
Un presupposto che chiuderebbe ogni discussione.
Ma così purtroppo non è.

Come conferma il brano “Polly”, scritto da Kurt Cobain per il capolavoro dei Nirvana, “Nevermind”, che racconta la storia del rapimento di una ragazza di 14 anni avvenuto nel 1987.
Polly venne rapita da un uomo che la portò nel suo camper e la violentò ripetutamente. La ragazza, il cui vero nome non venne mai reso noto, venne anche selvaggiamente torturata.
Riuscì a scappare, l'aguzzino arrestato e chiuso a vita in prigione.

Le Dixie Chicks sono un gruppo femminile piuttosto particolare nel contesto musicale americano.
Sono il gruppo country che ha venduto più dischi, oltre trenta milioni di copie, agendo però in un contesto culturale tradizionalmente conservatore e di destra ma con idee esattamente all'opposto (si sono sempre schierate per la comunità LGBT, diritti umani, movimenti femministi) che ha causato loro non pochi problemi di relazione con il proprio pubblico di riferimento.
Nel 2000 incidono il brano “Goodbye Earl” in cui narrano la storia di Wanda che, una volta sposato Earl, subisce violenze e soprusi dal marito.
In suo soccorso giunge la vecchia amica Mary Ann con la quale confeziona il piatto preferito del marito, riempiendolo di veleno e salutandolo con un saporito “goodbye Earl”, facendolo poi sparire per sempre e vivendo una nuova vita senza subire più alcuna violenza.

Può sembrare anomalo che David Bowie abbia affrontato simili tematiche ma ne ritroviamo invece traccia in “Repetition” in uno dei capolavori della sua “trilogia Berlinese”, “Lodger”, del 1979.
"Non sai nemmeno cucinare? A cosa mi serve lavorare quando tu non sai cucinare?" Johnny è un uomo, ed è più grande di lei. Immagino che i lividi non si vedano. Se indossa maniche lunghe”.

Anche Lady Gaga non ha lesinato impegno in questo contesto, schierandosi sempre per i diritti di donne e comunità LGBT ma, più nello specifico, scrivendo un brano molto intimo e realistico, come “Til it happens to you” che segue la confessione di essere stata vittima di abusi sessuali da giovane. “Finché non accade a te, tu non sai come ci si sente / come ci si sente / finché non accade a te, non lo saprai / non sarà reale / no, non sarà reale / non saprai come ci si sente”. Il brano è corredato da un video molto esplicito e crudo.

Nel 1962 Sergio Endrigo incide “Via Broletto 34”, una canzone apparentemente “innocua” ma dal cui testo traspare la tragica fine di un “amore” non corrisposto. “E' tutta la mia vita. Per me è tutto il mondo. È tutto quel che ho. Se passate da via Broletto al numero 34 potete anche gridare, fare quello che vi pare, l’amore mio non si sveglierà”.

Nel 2014 Max Gazzè vinse il Premio Amnesty International con la canzone “Atto di forza”. 'Un brano - dichiarò il presidente di Amnesty, Antonio Marchesi – che è un contributo importante alla conoscenza e alla sensibilizzazione su un problema gravissimo di violazione dei diritti umani in Italia: la violenza contro le donne. Una follia resa ancora oggi possibile dall'idea, purtroppo molto diffusa, che la propria moglie o compagna sia semplicemente una cosa di cui l'uomo è proprietario, da punire quando si ribella e a maggior ragione quando si allontana”.

Nel suo omonimo album del 1978 Francesco De Gregori scrive una breve ballata, "Babbo in progione", di solo pianoforte e voce, languida e struggente, in cui in sottofondo esplode con discrezione il dramma della violenza domestica. Poche parole, intrise di poesia, dolcezza e malinconia ma che riescono a fare il cuore a brandelli: “Stella è contenta che babbo se n'è andato che babbo è via lontano e mamma lava i piatti e canta piano”.

Non tutti conoscono la genesi de “La canzone di Marinella”, una delle più celebri della tradizione musicale italiana, apparentemente romantica ma, in realtà, descrizione di uno spietato femminicidio, ispirato da un fatto di cronaca. Pare relativo al ritrovamento di un corpo di donna, crivellato di colpi di pistola, presumibilmente una prostituta di nome Maria, nel fiume Olona, alle porte di Milano nel 1953. Emigrata dal sud, dapprima ballerina d'avanspettacolo, finì nel vortice della prostituzione per sopravvivere.
Finirà uccisa e gettata in un fiume.

“Una storia senza tempo che parlava di persone senza storia. Marinella era una prostituta, il cui coprpo era stato trovato massacrato sul greto di un torrente. Sembra storia di oggi ma è purtroppo storia di sempre. Una tragedia anonima, capace di rubare dieci righe a un giornale di provincia, letta alla luce della cronaca. Vista in controluce, invece, diventa un dramma intenso, oltre la storia, a tracciare il percorso della radicata vicinanza tra amore e morte. Di un amore che non conosce scale gerarchiche, di una morte che sublima in dignità estrema del povero”. (Don Ciotti)

La triste e drammatica contabilità dell'anno in corso segnala, in Italia, 104 vittime femminili di cui 88 uccise in ambito familiare o affettivo.
Di loro, 52 sono state uccise dal partner o dall'ex (nel 77% dei casi l’assassino è italiano).
Numeri raggellanti dietro cui si celano tragedie, sofferenze, disastri esistenziali che distruggono vite, anime, cuori.

E purtroppo non basta una canzone.

domenica, novembre 27, 2022

Garageland #2


E' disponibile il secondo numero della rivista "Garageland" (reperibile presso https://www.facebook.com/libriredstar) dedicato al mondo delle sottoculture: suoni & visioni che raccontano dall’interno e con un ricchissimo apparato iconografico il magmatico mondo degli stili nati sulle strade di tutto il mondo.

Sommario:
Educazione Skinhead /// Fotografia & sottoculture: intervista a Evelyn Kutschera /// Mods band e dintorni /// Boot boy glam e cori da stadio: alle origini della musica Oi! /// Un diamante seminascosto: gli Attak di New Mills /// Dal punk al Rac: la brutta storia della Rock-O-Rama /// Morte di una cheerleader /// Greaser o Social? /// La bellezza di raccontare ASkeggia /// A sangue caldo: la folle storia di Don Drummond /// Dai Bloody Riot ai Wendy?!: un’intervista con Lorenzo Canevacci.

Io contribuisco con cinque pagine dedicate ai gruppi che incarnarono lo spirito MOD dal 1967 al "revival" del 79 (dalle varie band di Jesse Hector, ai Jolt, Nine Below Zero e una serie di nomi minori. E ovviamente gli absolute beginners: The Jam).

Doriana Tozzi – B-side. L’altro lato delle canzoni. Primavera


La giornalista e scrittrice Doriana Tozzi firma il terzo volume (dopo B-Side, Autunno del 2019 e Inverno del 2020) della tetralogia B-Side, approdando alla primavera e, per la prima volta, solo a brani stranieri.

Si parla di nomi come Jefferson Airplane, Kansas, Kinks, Tyrannosaurus Rex, Mamas & Papas, Guess Who, Beach Boys, Lovin’ Spoonful, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival per sviluppare storie e racconti molto particolari e dalle matrici (e sviluppi) più disparate, con un legame sempre solido all'attualità. Piacevole e interessante.

Doriana Tozzi
B-side. L’altro lato delle canzoni. Primavera
Arcana
168 pagine
16 euro

sabato, novembre 26, 2022

Matteo Sedazzari - Le volpi di Foxham


Matteo Sedazzari ha già all'attivo due libri con espliciti riferimenti al contesto sottoculturale (mod, skin e affini), "The magnificent six in tales of Aggro" e "A crafty cigarette. Tales of a teenager mod".

Nel nuovo lavoro (tradotto in italiano da Flavio Frezza e Letiza Lucangeli del sito Crombie Media) i richiami sono meno evidenti, soprattutto trattandosi di una contestualizzazione dedicata ai libri per bambini, ambientata alla fine degli anni 50, ma il racconto fantasy scorre gradevolissimo e divertente.

Mattero Sedazzari
Le volpi di Foxham
(illustrazioni di Andy Catling)
ZANI Editore
212 pagine
euro 8.30

venerdì, novembre 25, 2022

Sonny Rollins e il Williamsburg Bridge


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Nel 1962 il sassofonista Sonny Rollins dedica l'album "The Bridge" al Williamsburg Bridge (che collega il Lower East Side di Manhattan con il quartiere di Williamsburg a Brooklyn).

Sonny Rollins nel 1959 si prese una pausa di tre anni per concentrarsi sul perfezionamento del sassofono.
Residente nel Lower East Side di Manhattan senza uno spazio privato per esercitarsi, si spostava tutti ì giorni sul passaggio pedonale del Williamsburg Bridge, passando anche 16 ore al giorno per esercitarsi.

"I would be up there 15 or 16 hours at a time spring, summer, fall and winter".

giovedì, novembre 24, 2022

Russia. Giugno e Luglio 2022 #1


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

A fine giugno ritorno in Russia.

I prezzi dei biglietti sono raddoppiati negli ultimi due mesi; adesso, in piena stagione estiva, costano cinque o sei volte in più rispetto a febbraio. Il volo Venezia – Istanbul è in ritardo, arrivo all’imbarco per Mosca qualche minuto prima che chiuda.
A bordo ci sono principalmente turisti russi di rientro dalle ferie. Guance e nasi arrossati, sguardi fissi sugli Iphone, Apple watch al polso, polpacci e bicipiti tatuati con inchiostro scuro.
Fisici sportivi, sneakers Balenciaga, Rolex acciaio e oro e qualche IWC, borsoni Louis Vuitton. La fascia alta della classe media che mantiene rapporti con l’occidente, almeno in termini di shopping.

Ci sono anche quelli rasati, il cranio fasciato da una banda elastica nera, di spugna.
Li guardi e pensi ai fan di Charles Barkley e invece si sono appena fatti il trapianto di capelli. Atterro all’aeroporto di Vnukovo che ormai è sera, aspetto una buona mezz’ora alla consegna bagagli.
La mia valigia non si vede, anticipo un gruppetto di pensionati che continuano a fissare a bocca aperta il nastro nero mentre gira a vuoto e mi affretto verso il Lost & Found, un corridoio grigio, pieno di valigie con i cartellini legati al manico. L’impiegato al banco mi conferma che il mio trolley è rimasto a Istanbul e arriverà col volo di mezzanotte.
Non può aprire una pratica perché ha bisogno della denuncia di mancata consegna da parte della dogana. Attraverso nuovamente lo stanzone illuminato dal bagliore sintetico dei neon, entro in un ufficio con le porte a vetri. Dietro a una scrivania, schiacciata contro il muro, sono infilate due ragazze in divisa verde scuro.
Quella alla mia destra mi invita a chiedere il modulo alla collega che sta al banchetto fuori dall’ingresso. L’impiegata se ne è appena andata, quasi avesse annusato l’aria, davanti alla sua postazione si sta formando una fila di anziani in stato confusionale.
Rientro nell’ufficio e inizio a supplicare con voce piagnucolosa. È una cosa che ho imparato nel corso degli anni, spesso funziona anche con gli sbirri. Per ottenere qualcosa dall’autorità in carica bisogna riconoscerne il ruolo, meglio implorare che fare il gradasso. “Dovete aiutarmi, vi prego. Devo prendere un volo domani. Ho bisogno della valigia. È importante, davvero. Aiutatemi.”

L’impiegata alla mia destra si lascia intenerire, si alza un po’ scazzata e tira fuori dei fogli A4 da un armadio ad ante battenti.
Si muove meccanicamente sui tacchi, le spalline della giacca sollevate verso le orecchie e le unghie smaltate che escono dalle maniche troppo lunghe.
Sbuffa, mi aiuta a compilare un modulo a mano, si segna qualcosa sul computer, poi ricopia gli stessi dati su altri due fogli uguali.
Firma e timbro sulle tre copie.
Una se la tiene lei, le altre due le devo portare all’ufficio smarrimento bagagli per poi ritornare col documento che mi daranno. In qualsiasi aeroporto europeo una situazione del genere viene gestita da un unico ufficio, consegni il talloncino adesivo del bagaglio all’impiegata che dopo qualche istante ti rilascia un foglio con i tuoi dati e il numero di pratica.

In Russia la burocrazia raggiunge livelli di psicosi e non c’è molto da fare.

Una volta entrato nel labirinto, tocca mettersi pazientemente alla ricerca dell’uscita.
La gente pensa sia un’eredità del sistema sovietico, in realtà risale all’organizzazione della società introdotta da Pietro Il Grande secondo leggi e parametri che hanno formalmente regolato la società russa per duecento anni.
Nel XVIII secolo la vita sociale e professionale era definita dal čin, dal grado che un individuo rivestiva in ambito civile o militare e in base al quale doveva comportarsi, anche nelle piccole cose.
Un funzionario o un ufficiale che incrociava per la strada una persona di grado superiore, era tenuto a cedere il passo.
Stesso discorso nei trasporti o nei locali pubblici dove non si poteva occupare un posto riservato a un rango più alto, pena multe salate.
Nella corrispondenza epistolare, nome, cognome e patronimico erano indicati nel foglio in alto a destra o a sinistra, a seconda del čin.
Poi è arrivato il comunismo che ha cambiato nomi e sigle all’organizzazione piramidale che regolava i rapporti sociali, senza per altro sciacquare via il pantano melmoso di cavilli, pedanterie e formalità amministrative.
Prendi una denuncia per furto in Italia.
Vai in questura o dai carabinieri e aspetti che ti facciano accomodare in una stanzetta. Quando arriva il tuo turno, ti fanno sedere davanti a una scrivania e un impiegato in divisa ascolta la tua storia. La riporta per iscritto in una lingua inventata apposta per compilare un verbale che poi leggi e firmi per conferma.

In Russia è diverso.

Una decina di anni fa ero a Mosca con Michele, il mio titolare, in occasione di una fiera.
Tutti gli hotel erano strapieni e ci eravamo sistemati in due alberghi separati. Una sera, mentre cazzeggio su Facebook davanti a un petto di pollo ai ferri, mi arriva una chiamata di Michele.
Tono a metà tra il panico e l’imbarazzo.
“Mi hanno rubato il portafogli, vieni qua in questura.

Finisco la bistecchina con il purè di patate, come quella che mi faceva mia mamma da bambino.
Salgo in camera a prendere il giaccone, monto su un taxi e lo raggiungo all’indirizzo che mi ha mandato.
La stazione della polizia è all’interno di un palazzone scuro a cinque o sei piani, probabilmente degli anni trenta del novecento. Michele mi aspetta all’ingresso, un androne poco illuminato, davanti a un finestrone incassato nella parete che ci separa da un ufficetto.
Dall’altra parte del muro, un poliziotto in divisa grigia fa scivolare un paio di moduli identici attraverso una feritoia, come quelle nelle biglietterie delle stazioni.

Nella parete alle mie spalle, un antro scavato nel cemento.
All’interno due tizi magri, volti scarni e lineamenti asiatici un po’ annacquati, forse tajiki. Stanno in piedi, la testa infossata tra le spalle, uno tiene le mani appoggiate alle sbarre che li separano dal corridoio.
È la prima volta che vedo due galeotti dal vivo. Sembra una di quelle celle dei film western di Sergio Leone, solo che questi non hanno il ghigno nevrotico di Tuco, han l’aria tranquilla, rassegnata, quasi fossero vittime di un errore, in attesa che venga risolto. Con una penna blu, legata con lo spago a una mensola di legno, inizio a ricostruire sul foglio le disavventure di Michele, un signore elegante, sul metro e novanta. Bersaglio ideale per il borseggiatore che gli ha sfilato il portafoglio dalla tasca del cappotto, appeso accanto al suo tavolo al ristorante, mentre cenava. Lavoro con Michi da quasi venti anni, non abbiamo mai avuto una discussione e buona parte della mia professionalità la devo a lui.
Ho un grande rispetto nei suoi confronti ma provo ammirazione per il ladro che gli ha ciulato il borsello, per la capacità di individuare una preda, seguirla, agire in pochi istanti e poi sparire senza lasciare traccia.
Per inciso, il mio titolare è un tipo abbastanza sgamato che viaggia in tutto il mondo, certo non il pollo più tenero da spennare, il che conferma la maestria del professionista in campo.
Scrivo le ultime parole sulla carta con orgoglio, una laurea in russo, quattro anni di studi e di viaggi pagati dai miei e sintetizzati in quattro righe di denuncia per furto.
A Mosca.
Il poliziotto mi fa cenno di ricopiare i dati sull’altro prestampato.
Glieli passo attraverso la feritoia.

“E adesso mi date la denuncia con timbro e firma?”
“Adesso con questa vai al quarto piano dall’ispettore.” e mi ritorna uno dei due fogli con un timbro sbavato.
Saliamo varie rampe di scale passando per corridoi e cunicoli coi pavimenti in legno, scricchiolanti.
Camminiamo per centinaia di metri, ci perdiamo un paio di volte e alla fine arriviamo all’ufficio dell’ispettore Mancov (pronunciato Mantsòv), un bisteccone sui quarantacinque anni, i capelli corti e le occhiaie di chi non si fa una dormita come si deve da almeno vent’anni. Il suo ufficio è grande, disordinato e mal illuminato.
Odora di cicche spente e sudore. In mezzo alla stanza due scrivanie: una piena di libri e riviste, sull’altra c’è un personal computer e una tazza vuota con la bustina del te rinsecchita, la linguetta di carta attaccata al filo ricoperta di polvere. Accanto alla porta, un divano in pelle, sfondato. Dai radiatori verniciati di blu scuro esce un caldo opprimente.
Ci fa accomodare davanti alla sua postazione con l’invito a raccontare nuovamente tutta la storia nel dettaglio. Mentre io parlo, un collega di Mancov, un sottoposto, riporta tutto sul computer. Fanno un sacco di domande.
“Perché non eravate assieme? In che albergo stai tu? Quando siete arrivati? Quando ripartite? Perché non ha cenato in camera? Qual è il suo livello di istruzione?”

Che poi ormai il portafoglio e i contanti chi li rivede più, la denuncia serve per i documenti e le carte di credito.
Rispondo puntualmente a ogni interrogativo, Michele zitto in parte a me che al quarto piano con l’inglese al massimo ci pulisci le tazze sporche.
Mancov mi fa ripetere il racconto tre volte. Viene stilato un secondo rapporto. Potrebbe finire qua e invece è appena cominciata.
Indossiamo i giacconi, facciamo il percorso a ritroso e ci troviamo fuori in strada, sul marciapiede. L’ispettore mette in moto un suv nero, Mercedes. Saliamo in quattro.
Io, Michele, una ragazza carina di nome Alesia e un tizio con una valigetta metallica lucida, successivamente ribattezzato “i Ris di Mosca”. Arriviamo di fronte al ristorante dove è avvenuto il furto, ripeto tutta la storia dal marciapiede mentre, attraverso una vetrina, osserviamo la colonna su cui era appeso il cappotto di Michele. Quando mostro con l’indice dove era seduto, Mancov mi abbassa la mano stizzito.
“Non indicare!” dice quello che guarda il dito e non la luna.
Entriamo infine nel locale dove ci confermano di non avere telecamere di sorveglianza.
In tutto questo tempo, “i Ris di Mosca” porta la valigetta a spasso senza mai aprirla. Risaliamo sul Suv di Mancov e ritorniamo in questura, al quarto piano, dove Alesia stila un pre-rapporto in inglese.
Sistemo alcune cose qua e là ma nel complesso è corretto.
Per la versione definitiva abbiamo appuntamento con la biondina il giorno seguente.
Anche in questo caso, piagnucolo per far sì che ci liberi entro le nove del mattino perché poi alle undici abbiamo un appuntamento e girare per Mosca è sempre un casino.
E così l’indomani, alle otto o forse prima, io e Michele siamo di nuovo alla stazione di polizia, davanti alla scrivania di Alesia, il volto stanco che sicuro è andata a dormire tardi e si è alzata prima di noi. Fa sempre caldissimo, ha le guance rosse e i seni che spingono contro il maglione bianco di lana e fibra sintetica, chissà se fa le scintille quando se lo sfila.
Le dita ticchettano sulla tastiera per un tempo interminabile finché ci porge il verbale con firma e timbro. Tempo di esecuzione: dodici ore.

Moduli compilati e stampati: una ventina circa.

Di sicuro ho tralasciato qualcosa.
Forte di questa esperienza, me la cavo meglio degli anziani con la pratica per lo smarrimento bagagli a Domodedovo.
Visto che il corriere non mi garantisce una data di consegna, scelgo di ritirare il bagaglio di persona dal deposito l’indomani, di mattina presto, prima del volo per San Pietroburgo.
Non sono neanche le sei quando mi presento di nuovo al Lost & Found, una funzionaria che indossa un tailleur color verde bottiglia in panno pesante mi accoglie in uno stanzone pieno di valigie, zaini e borse.
Mi congeda dopo avermi fatto firmare la ricevuta su un quadernone a quadretti, le sezioni sulla pagina suddivise a mano in righe verticali e orizzontali.

CONTINUA LA PROSSIMA SETTIMANA a San Pietroburgo.

mercoledì, novembre 23, 2022

Cabra


L'amico MICHELE SAVINI, che vive da tempo a DUBLINO ci introduce a una serie di particolarità interessanti made in Irlanda, nella nuova rubrica The Auld Triangle: narrazioni dalla Repubblica d'Irlanda.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Tringle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda

Proseguono i nostri racconti alla scoperta di storie e aneddoti interessanti su l’ Irlanda e oggi viaggiamo nel quartiere di Cabra, sempre nel distretto di Dublin7 e sul lato Nord del fiume Liffey , che oltre a nascondere piccoli segreti che andremo a scoprire ora è , tra le altre cose, il quartiere dove vive il sottoscritto.

Cabra (dal Gaelico An Chabrach, che significa “la terra povera”) è un sobborgo residenziale adiacente al quartiere di Phibsborough, di cui abbiamo già dato un breve introduzione in una delle precedenti puntate (http://tonyface.blogspot.com/2022/08/bohemians-fc.html), situato al Nord-ovest rispetto al centro citta da cui dista circa 2 chilometri e ubicato in gran parte tra il Royal Canal e il Phoenix Park.
Proprio come Phibsborough è un quartiere popolare e fino agli anni '20, quando ebbero luogo i primi insediamenti abitativi su larga scala, l'area comprendeva principalmente campi e aperta campagna e molte delle persone che si trasferirono nel nuovo sobborgo provenivano principalmente dai bassifondi del centro città.
La struttura architettonica del quartiere è principalmente composta da case a schiera, unità abitative dal fronte stretto che si sviluppano in profondità e presentano spesso un giardino o un cortile retrostante. Una delle linee di demarcazione tra i quartieri di Phibsborough e Cabra è un piccolo ponte, situato nel pressi della fermata della Luas ( nome della rete tranviaria di Dublino) che prende il nome di Liam Whelan Bridge.

Liam Whelan, era un calciatore Irlandese nato nel distretto di Cabra e noto a molti per essere stato uno dei “Busby Babes” ( “I ragazzi di Busby”) una delle più forti formazioni del Manchester United, guidata dal l’allenatore Matt Busby, che nel 1958 fu coinvolta in un tragico disastro aereo, di ritorno da una partita di Coppa dei Campioni a Belgrado.
In quel tragico 6 Febbraio del 1958, a bordo dell’ aereo che dopo una sosta per rifornimento carburante a Monaco di Baviera, si dirigeva verso Manchester, oltre a squadra e dirigenti, c’erano anche alcuni sostenitori e giornalisti: morirono 23 dei 44 passeggeri, tra cui anche Liam Whelans all’ età di soli 22 anni. Nel 2006 il ponte, originariamente chiamato Connaught Bridge e adiacente a St Attracta Road, la strada che aveva dato i primi natali al giovane Liam, è stato intitolato al calciatore in presenza di vecchi compagni e superstiti di quella tragedia, tra cui anche Sir Bobby Charlton e Harry Gregg.
Gregg era il portiere nordirlandese di quella formazione dello United ed è ricordato da molti come “l’ eroe di Monaco” perché prestò una fondamentale opera di soccorso ai compagni feriti, trascinando letteralmente Bobby Charlton e altri giocatori fuori dall'aereo in fiamme.
Ci vorranno 10 anni prima che un altro Nordirlandese, di nome George Best, diventi il nuovo eroe dello United trascinando la squadra alla conquista della tanto agognata Coppa dei campioni nel ricordo dei Busby Babes. Ma questa è un'altra storia….

Liam non è stato l’unico delle notabili personalità nate qui, infatti Il quartiere di Cabra ha dato i natali anche agli attori Michael Gambon (noto tra le altre cose per aver impersonato Albus Dumbledore, il preside della scuola di magia di Hogwarts nella saga cinematografica di Harry Potter) e Angeline Ball, che ricordiamo tutti piacevolmente nei panni di Imelda Quirke, una delle coriste nel film di Alan Parker del 1991, The Commitments.
(Murales dedicato a Michael Gambon)
(Angeline Ball in una delle scene di The Commitments, 1991)

Superando il ponte e continuando ad addentrarci dentro il quartiere di Cabra, arriviamo a Quarry Road, una piccola via residenziale dove sorge il Cabra Grand Cinema , una vecchia sala cinematografica chiusa ormai dal 1970 e ora adibita a sala Bingo. Per alcuni anni dopo la chiusura è stata utilizzata come sala concerti dove, tra gli altri, hanno suonato anche i Ramones e Siouxsie and the Banshees.

Per i Ramones, quella dell’ 8 Ottobre del 1980 è addirittura la seconda esibizione a Dublino, visto che poco più di due anni prima avevano già tenuto il loro primo concerto nella capitale, curiosamente, solo a poche centinaia di metri di distanza, al The State Theatre di Phibsborough il 24 Settembre 1978.

I giornali dell’ epoca narrano la famigerata notte al Cabra Grand Cinema con parole tutt’ altro che dolci. Referti della Garda (la polizia Irlandese, ndr), narrano come “ bande di giovani erano in agguato per sorprendere gli avventori dei concerti rock al cinema” e una fonte racconta come “ ulteriori violenze siano scaturite dagli scontri tra Mods e Skinheads di Cabra in costante guerra fra di loro (???), che hanno portato a quattro accoltellamenti .” .

Joe Breen, giornalista dell'Irish Times, si è precipitato in difesa del cinema notando che i guai non erano avvenuti solo dopo il concerto e oltretutto lontano dal luogo.
"Ci sono già abbastanza problemi ai concerti senza bisogno che ce ne inventiamo altri …. ", ha osservato.

Riporta inoltre che circa 1000 persone assistettero allo show (tutte sottoposte a perquisizione e a cui furono confiscate addirittura le cinture) e che in generale la performance sia risultata deludente, anche a causa della grande eccitazione generata dall’ aspettativa, e di come essa abbia in qualche modo superato l’esperienza stessa.
(Biglietto della serata)

(Band pass per i concerti di Dublino e Belfast la sera seguente)

(una stupenda foto della folla ballando al concerto dei Ramones al Cabra Grand Cinema)

Nell’ intento di recuperare la scaletta della serata ( impresa che si è rivelata più difficile del previsto) mi sono imbattuto in James Aquafredda, un membro dello staff della band che lavorava allo stand del merchandising per quel tour in Europa e, per quanto lui stesso non ricordi esattamente la setlist, mi ha assicurato che l’ordine dei pezzi era stato più o meno lo stesso nell’ arco di quella settimana di spettacoli , con concerti a Dublino, Belfast, Manchester, Birmingham e Londra.
Perciò la seguente, con al massimo uno o due pezzi differenti, dovrebbe corrispondere all’ ossatura dello show al Grand Cabra Cinema:

Setlist :
Blitzkrieg Bop
Teenage Lobotomy
Rockaway Beach
I Can't Make it on Time
Go Mental
Gimme Gimme Shock Treatment
Rock 'N' Roll High School
I Wanna Be Sedated
Do You Remember Rock 'N' Roll Radio?
Now I Wanna Sniff some Glue
I Just Wanna have Something to do
Sheena is a punk rocker
Let's go
Commando
Here today, gone tomorrow
I'm affected
Surfin' Bird
Cretin hop
All the way
Judy is a punk
California sun
I don't wanna walk around with you
Today your love, tomorrow the world
Pinhead
Do You Wanna Dance?
Suzy is a headbanger
Let's dance
Chinese Rock
Beat on the brat
We're a happy family

Siouxsie and the Banshees suonarono nello stesso locale poche settimane dopo.
Parliamo della formazione dei Banshees con John McGeoch già alla chitarra e “Budgie” alla batteria, in tour per promuovere l’album "Kaleidoscope", uscito lo stesso anno.
Testimonianze raccontano di una band che lascia il palco dopo “Switch” (senza nessun bis) notevolmente infastidita con i buttafuori, rei di non essere stati in grado di impedire che la folla salisse sul palco durante l’esibizione.

Nel novembre dello stesso anno, il tribunale distrettuale di Dublino vieto ulteriori concerti rock al Cabra Grand Cinema e l’edificio fu abbandonato fino a diventare quello che è oggi, una triste sala bingo ubicata tra un Pub e un Fish and Chip.
A ricordare l’esibizione di Joey e compagni, rimane solamente una centralina metallica, di quelle utilizzate come quadro elettrico per l’intero quartiere, che l’artista locale Tom O Brien, ha decorato con la speranza che il ricordo della storica esibizione non vada mai perduto.


Tom non è nuovo a questo tipo di lavori per la comunità di Cabra.
Recentemente infatti ha dipinto diversi murales tra cui quello dedicato al già sopra citato Michael Gambon (nei panni di Albus Dumbledore) e uno rivolto a ricordare forse la più nota celebrità locale, il cantante “Dickie Rock”.

Richard "Dickie" Rock ( si, la parola ROCK è effettivamente il suo cognome e non solamente un “pacchianissimo” nome artistico) è un “Crooner” Irlandese degli Anni 60 e front-man della Miami Showband, gruppo con il quale tra il ‘63 e il ‘72 ha attirato quel tipo di isteria di massa paragonabile solamente a quella riservata ai Beatles e uno dei cantanti irlandesi di maggior successo di sempre, con ben 25 “Hits” tra il 1963 e il 1983, che lo collocano dietro solamente a nomi come Elvis Presley, Cliff Richard, David Bowie, i Rolling Stones e appunto i quattro di Liverpool. “Every Step Of The Way” , una della canzoni più famosi di Dickie Rock & The Miami Showband è stato il primo singolo ad entrare nella classifica irlandese direttamente al primo posto.

https://www.youtube.com/watch?v=WBujlL6J6Bk

Il Murales a lui dedicato non ha bisogno di traduzioni e rappresenta al meglio l’ amore della popolazione del quartiere di Cabra per una delle istituzioni musicali nazionali più apprezzate.

martedì, novembre 22, 2022

Antonio Scurati - M. Gli ultimi giorni dell'Europa


Il nuovo capitolo della saga mussoliniana di Scurati ci porta all'entrata in guerra dell'Italia, preceduta dai mille tentennamenti, furbizie, piedi in due scarpe, dei due anni precedenti, finiti genuflettendosi al barbaro alleato nazista che nel frattempo invadeva mezza Europa, faceva patti immondi con i bolscevichi per spartirsi la Polonia, conquistava a destra e a manca, lasciando i nostri pavidi e incapaci ducetti alla finestra.

In mezzo le beghe di palazzo, le vite dissennate di Ciano e Edda, l'infamia delle leggi razziali, rappresentati da personaggi "minori" della storia ma densi di una disperata umanità che li fanno luccicare in mezzo a tanta brutale dissennatezza, sete di potere, mancanza di prospettiva.

L'Italia entra in guerra consapevole di non averne i mezzi e le forze, che sarà un immane disastro, con la vile speranza di accodarsi al vincitore alleato e raccogliere un po' di briciole di gloria, nonostante la sequenza di fatti, scrupolosamente documentata, avessero già derubricato il nostro paese alla vergogna del mondo.

"L'Italia pullula di replicanti che serrano le mascelle, fissano lo sguardo truce sulla linea dell'orizzonte e si esercitano allo specchio in "pose granitiche"...
Gli italiani, lo si sa, si scoprono quasi sempre impreparati di fronte alla tragedia ma hanno l'orecchio assoluto per la commedia...questa è la loro condanna".


Avevo parlato dei precedenti capitoli qui:

Antonio Scurati - M L'uomo della provvidenza
https://tonyface.blogspot.com/2020/12/antonio-scurati-m-luomo-della.html

Antonio Scurati - M. Il figlio del secolo
https://tonyface.blogspot.com/2019/08/antonio-scurati-m-il-figlio-del-secolo.html

Antonio Scurati
M. Gli ultimi giorni dell'Europa
425 pagine
24 euro

lunedì, novembre 21, 2022

I folli del rock


Riprendo l'articolo che ho scritto per "Libertà" e pubblicato ieri.

“Non esiste genio senza una vena di follia” sentenziava Seneca. E anche la musica rock ne sa qualcosa, potendo “vantare” una lista lunga e infinita di “folli” e follie ma anche una triste e inquietante serie di nomi e personaggi che hanno dovuto gettare la spugna a causa di problemi psichici, non di rado indotti da un uso spregiudicato di sostanze stupefacenti e alcol.

Hanno spesso lasciato piccoli capolavori e sono scomparsi dalla circolazione tra rimpianti, ricerche infruttuose da parte dei fan e un'infinita malinconia.

Il caso più noto e celebre è quello del primo chitarrista dei Pink Floyd, di cui fu anche fondatore, Syd Barrett.
Con loro realizzò i primi due album, perdendo poi in modo molto veloce e progressivo il controllo di se stesso, risultando sempre più instabile mentalmente, ingestibile sul palco e in studio, tanto da costringere la band a sostituirlo con il nuovo chitarrista David Gilmour. Fu una separazione pressochè consensuale, tanto che i membri del gruppo collaborarono ai suoi due unici album solisti usciti poco tempo dopo e non mancarono mai di fargli avere un supporto economico per tutta la vita.
Da metà degli anni Settanta scompare dalla scena musicale, si ritira a casa con la famiglia, dipinge, rifiuta ogni contatto con il pubblico.
Ricompare improvvisamente in studio mentre il gruppo sta registrando “Wish you were here” (Vorrei che tu fossi qua), brano e album dedicati proprio a lui. Poi se ne perdono le tracce.
Respinge fan e giornalisti che vanno bussare alla sua porta, viene fotografato di nascosto, rivelando impietosamente una figura distrutta dalla malattia e dall'incuria, fino alla sua morte, nel 2006. Le ipotesi sul suo stato mentale sono state sempre molto vaghe.
La più accreditata e credibile è che l'abuso che ha fatto di LSD e droghe varie abbia compromesso uno stato psichico già instabile in partenza. La musica ha perso un genio, la vita ha perso un uomo.


Un percorso simile ha caratterizzato la vita di Brian Wilson, mente creativa dei Beach Boys negli anni Sessanta.
Anche nel suo caso a un'instabilità psichica si aggiunse l'abuso di droghe che lo portarono a una sorta di costante esaurimento nervoso che si acuì anche artisticamente quando, lavorando a quello che avrebbe dovuto essere il capolavoro della band, “Smile”, che considerava "una sinfonia adolescenziale diretta a Dio” ma che divenne invece un'ossessione che lo portò a continuare a volere migliorare e rifinire l'album (soprattutto dopo essere stato travolto dall'ascolto di “Sgt. Peppers” dei Beatles che lo convinse dell'impossibilità di poterlo superare in perfezione).
Continuò a collaborare con la band ma il suo ruolo divenne sempre più marginale, anche perché sono anni in cui cade in una forte depressione, si abbandona ad ogni eccesso, infarcendo la sua biografia di aneddoti in costante bilico tra il grottesco e il drammatico.
La band nel frattempo, senza il suo apporto, entra in una fase artistica sempre più decadente e grottesca, infilando album insignificanti e deludenti. Brian Wilson tornerà lentamente sulla scena, dopo anni di oblìo.
La ripresa non fu facile, con alti e bassi, reunion dei Beach Boys, litigi, collaborazioni (anche con il nostro Zucchero) ma alla fine, da qualche anno, ha continuato l'attività con nuovi lavori, concerti, la ripresa e conclusione dell'adorato e incompiuto “Smile”, pur in condizioni non sempre ottimali, ma niente male per chi ha appena compiuto ottanta anni.

Sly Stone è stato tra i più geniali autori e protagonisti della scena rock, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, tra i primi a mischiare black music e rock 'n' roll.
Attivo già da anni come autore e produttore formò nel 1966 Sly and the Family Stone, uno dei primi gruppi multi razziali americani (in epoche in cui la cosa non era vista tanto di buon grado), infiammarono il palco del Festival di Woodstcok, incisero stupendi album in cui psichedelia, blues, rock, soul, funk si mischiavano alla perfezione. Fu il primo in “There's a riot gon on” del 1971 a utilizzare una batteria elettronica in un album rock.
Ma le cattive abitudini gli sconvolgono mente e sistema nervoso e finisce malamente.
Gli anni Settanta lo colgono ancora attivo con altri album sempre di buona fattura, improntati ad un ottimo funk soul che cerca di aggiornarsi, mantenendo le radici salde nel fulgido passato, consegnandoci spunti e momenti di grande classe e sprazzi di genialità.
Ma la china che ha preso lo portano sempre più verso la rovina, nonostante i grandi della musica (da Miles Davis a Brian Eno, tra i tanti) ne riconoscano sempre più l'importanza e l'influenza avuta sulle nuove tendenze. Scompare dalla circolazione con sporadici ritorni. Conduce a lungo una vita da homeless in una roulotte, dimenticato da tutti fino a quando non gli vengono riconosciuti diritti d'autore a lungo bloccati da una vertenza legale. Ma artisticamente non ha più fatto sentire la sua voce.
Una delle più importanti icone degli anni Sessanta e Settanta, delle più significative, delle più originali in assoluto.
Lascia una serie di brani e album epocali che lo consacrano nella storia del rock, del soul, della black music, del pop.
Non è poco.
A breve compirà ottanta anni, di lui si sa sempre poco o niente ma pare accertato che finalmente abbia trovato pace e confort in una casa a Los Angeles dove vive in tranquillità la sua vecchiaia, nonostante problemi non indifferenti di salute.

I Fleetwood Mac sono tra i gruppi più famosi e di successo di sempre. Il loro album del 1977, “Rumours”, ha raggiunto circa i quaranta milioni di copie, diventando uno dei dischi più importanti e venduti in assoluto.
Curiosamente, nel corso della loro attività, agli esordi, è scesa una sorta di “maledizione” su alcuni componenti.
Il loro primo chitarrista Peter Green, diventato spesso una sorta di spartiacque tra gli estimatori e i detrattori della band, considerata valida prima della sua dipartita e pessima dopo, lasciò il gruppo nel 1970, incise qualche ottimo album solista, tra cui l'apprezzatissimo “The end of the game”, ma visse un proseguio di carriera sempre problematico, sia per problemi di schizofrenia che di abuso di stupefacenti.

Peter non andava troppo d'accordo con l'altro chitarrista Danny Kirwan, un personaggio talentuoso che, ancora una volta, non esitava ad assumere ogni tipo di sostanza gli capitasse a tiro.
E così, rituale ormai scontato, si distrugge di acido lisergico e alcol, perde il controllo, distrugge i camerini, terrorizzato dall'impatto con il pubblico e dalla respondabilità di dover sostituire Peter Green che nel frattempo se ne è andato.
Lascia il gruppo nel 1972, finisce nel baratro della malattia mentale, suona sempre meno e le poche volte evidenzia la fine di quel talento cristallino che lo aveva caratterizzato.
Vivrà a lungo in mezzo a una strada, ormai abbandonato a sé stesso. Il batterista Mick Fleetwood lo cercherà più volte per assisterlo e dargli una mano ma sarà sempre inutile.
Danny se ne va nel 2018 dopo avere trascorso decenni in condizioni miserrime, senza una casa, lavoro, futuro. L'ultima sua dichiarazione risale al 1993: “Vado avanti e suppongo di essere un senzatetto, ma poi non ho mai avuto una casa da quando ero in tour, non potevo gestire tutto mentalmente.
E’ andata così, è la mia vita”.

Daniel Johnston è stato un cantautore particolarissimo, scomparso nel 2019, con problemi piuttosto marcati, che ne connotavano la scrittura naif, spontanea, semplicemente pura, nel suo minimalismo, tra pop e rumorismo.
Apprezzato da Kurt Cobain e David Bowie combattè per anni tra crisi, aggravate dai consueti abusi di droghe e alcol, terapie riabilitative, tentativi di suicidio.

E infine la storia di Joe English, che fu batterista nel primo gruppo post Beatles di Paul McCartney, gli Wings con i quali incise una serie di album e affrontò trionfali tour mondiali.
Finito nella spirale della tossicodipendenza, dopo aver lasciato Paul, suonò ancora in qualche band per poi unirsi a gruppi cristiani di dubbio spessore religioso e scomparire dalla circolazione.
Vive ora in una comunità di estremisti religiosi in North Carolina, rifiutando ogni contatto con i giornalisti e anche con lo stesso ex Beatle.

La musica, rock o meno, è notoriamente salvifica ma può essere anche infernale.
Non sempre la mente e la volontà di chi ne diviene parte integrante regge a certe pressioni, alle lusinghe del successo e della notorietà, soprattuto chi è più debole e fragile. A cui va un abbraccio incondizionato e un ringraziamento per quanto saputo ugualmente donarci.

sabato, novembre 19, 2022

Soul Food


Domani, domenica 20 novembre, alle 14 sarò qui:
https://www.facebook.com/events/1069085500454578


Venerdì prossimo invece all'Hard Rock Café di Milano in via Dante 5 nella MILANO MUSIC WEEK, alle 19.


“Storia di una Pantera” è il glorioso seguito di Funk Investigators.
Ritroverete alcuni personaggi del primo libro mentre tentano di riannodare i fili di una storia che si svolge in due parti, Il 1969 e il 2021, tra sbirri corrotti, attivisti per i diritti civili, banditi di strada e servizi segreti di nazioni lontane sulle note del soul e del funk che hanno scatenato quella passione e quell’unico amore che ci portiamo dietro da sempre. E’ anche un buon libro da ragalare a natale e verrà spedito immediatamente, in modo da finire sotto l’albero per tempo.
Ce ne sono 150 copie per ciascuna edizione, di cui la metà già prenotate e in spedizione nei prossimi giorni. Lo trovate qui:
Ed. Italiana 👉🏻 https://bit.ly/Storia_di_Una_Pantera_IT
Ed. Inglese 👉🏻 https://bit.ly/A_Panthers_Story_UK

Ne ho parlato qui:
https://tonyface.blogspot.com/2022/09/alberto-zanini-storia-di-una-pantera.html
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