venerdì, gennaio 24, 2020

Saracens FC Rugby - Modello inglese



MODELLO INGLESE: RUGBY, SARACENS FC

A cura di ALBERTO GALLETTI


Le retrocessioni fanno parte dei campionati, più o meno da sempre, è toccato più o meno a tutti primo o dopo, se non stiamo parlando di sport professionistico americano.
Un concetto ‘europeo’ vecchio quasi come i campionati.

Alla base delle retrocessioni, e delle promozioni, il vecchio assioma sportivo che le recita(va) che le ultime classificate (in numero da stabilirsi) scendono alla categoria inferiore per la stagione sportiva seguente rimpiazzate da chi in quella categoria ha chiuso ai primi posti, in egual numero.
A volte è capitato sian state decretate a tavolino, non molte ma quasi sempre hanno fatto rumore.
Tutto normale, come il fatto che di solito esse vengano decretate al termine di ciascuna stagione.

Questa però è diversa.
Sto parlando dei Saracens, una delle istituzioni del rugby inglese, un club fondato nel 1876 , arrivato dopo un cammino lungo e irto di patimenti e delusioni ai massimi livelli del panorama inglese, dove ancora si trovava nel 1995 quando il rugby legalizzò il professionismo.

Hanno vinto gli ultimi quattro titoli nazionali inglesi e tre delle ultime quattro Heineken Cup (la CL del rugby), una potenza.
In squadra il capitano inglese Farrell, il miglior giocatore inglese Itoje ma anche gente come i fratelli Vunipola, Alex Goode, il gallese Liam Williams, lo scozzese Maitland tutti nazionali: uno squadrone.

Il dominio sul mondo ovale a livello di club nelle ultime quattro stagioni è stato infatti pressoché totale e tale si apprestava a rimanere anche quest’anno, ma è tutto finito.
Con una decisione senza precedenti per campionati di questo tipo infatti, la federazione inglese ha deciso di retrocedere i Saracens al secondo livello del rugby inglese per la prossima stagione 2020/21.
La decisione è della scorsa settimana.

Il club è risultato colpevole di aver sforato il tetto salariale cumulativo di 7 milioni di sterline a stagione per le stagioni 2016/17, 2017/18 e 2018/19, tre stagioni che hanno portato nella bacheca rossonera tre titoli nazionali e due Heineken Cup.
L’accusa, provata, è tremenda ed infamante e ancor più infamante è stata la decisione del club che posto dinnanzi alla scelta di essere privati dei titoli vinti o retrocedere a tavolino ha optato per quest’ultima.
Un gran bell’esempio per chi si proclamava alfiere dei migliori valori del rugby.

A riprova del fatto che non si è trattato di una violazione accidentale e/o casuale delle regole finanziarie della lega ma deliberata e pianificata segretamente per esser sicuri che non saltasse fuori e che se poi, infine, fosse saltata fuori, sarebbe stata anche difendibile.

Ignobili, bari, e disonesti.

Il protagonista principale è il presidente del club, Nigel Vray che mettendo in piedi una serie di società schermo insieme ad alcuni dei migliori giocatori, tra i quali i fratelli Vunipola, Itoje, Wigglesworth ha fatto confluire in queste società soldi che i giocatori si sono poi spartiti come dividendi.
L’indagine sul club, dopo l’indiscrezione del Daily Mail a marzo, ha provato che questi soldi sono stati percepiti in più sugli stipendi già pagati e che già ammontavano al fatidico totale di 7 milioni.
Il rifiuto del club, poi, di esibire i documenti relativi ai pagamenti dei giocatori per le tre stagioni sotto esame, ha da un lato confermato la colpevolezza del presidente e dall’altro dato il via all’indagine vera e propria con conseguente mannaia della lega.

I Saracens continuano il loro cammino in Heineken Cup dove ieri si sono qualificati per i quarti di finale.
In campionato continuano a giocare, ma qualsiasi sia il totale di punti a fine campionato sono già retrocessi.

Ovviamente hanno rifiutato la revoca dei trofei perché avrebbe portato loro una retrocessione a posteriori almeno per 2018/19 che li avrebbe privati del diritto a partecipare a questa Heineken Cup con relativa perdita di introiti milionari.

Si tratta senz’altro del peggiore e più grande scandalo che abbia mai investito il rugby inglese.

Questo è il triste stato delle cose nel paese additato quasi ovunque come modello da seguire per la soluzione di tutti i mali dello sport professionistico nostrano , nello sport additato qui da noi come esempio da seguire ai reprobi che seguono il calcio. Mi chiedo cosa dovrebbero pensare quelli che seguono entrambi.
Vero anche che a livello tecnico gli allenatori e i giocatori abbiano fatto, in ambito sportivo grandi cose e raggiunto grandi risultati, i loro sacrifici e i loro traguardi non sono in discussione, ma senza queste gravissime violazioni parecchi, se non quasi tutti i giocatori e gli allenatori non sarebbero andati ai Saracens.
Vero che violazioni, minime, al salary cap si erano già verificate, ma i Saracens lo hanno portato decisamente ad un altro livello.
Ora le conseguenze le pagheranno altri, i dipendenti del club non appartenenti al settore tecnico che si vedranno licenziati o decurtati degli stipendi causa l’inevitabile ridimensionamento del club e relativi obiettivi.

E’ questa una delle conseguenze dell’apertura al professionismo che ha portato con se l’inevitabile ingresso nello sport della cosiddetta grande finanza e dei suoi ingenti capitali.
Per uno sport alla disperata ricerca di una dimensione pari a quella della Premier League del calcio ma che non riesce ad aumentare nè gli spettatori nè l’audience televisiva, il risultato è che finisce talvolta in balia di investitori non meglio definiti che tentano il colpo.
Tanto per sfatare il mito dello ‘sport puro e dai valori che solo noi li abbiamo’, CVC, un fondo di investimenti sta per acquisire il 27% del Guinness Pro14, campionato ai quali partecipano formazioni gallesi, irlandesi, scozzesi, sudafricane e le nostre Benetton e Parma.
Ha già comprato il 27% del campionato inglese l’anno scorso e si appresta a comprare una quota pari a 300 milioni di sterline nel Sei Nazioni (non conosco la corrispondente quota percentuale).
Come vedete siamo ben lontani dallo sport propagandato da queste parti dove i neofiti che vi si avvicinano solo per disprezzo verso il calcio sbandierano una purezza di valori irraggiungibile.

Questi fondi di investimento non sono enti benefici il cui interesse è nella protezione delle strutture tradizionali delle attività che assumono, in questo caso la salvaguardia dei valori sportivi. Si tratta di profitto, ovunque, sempre.
Come ha affermato un vice amministratore al termine del periodo di 11 anni in cui CVC ha avuto il possesso della Formula 1:
"Tutte le loro azioni sono state intraprese per estrarre più denaro possibile dallo sport e metterne il meno possibile".

Siamo sicuri che il rugby professionistico sia meglio del calcio?
O bisognerebbe cambiare la domanda?

giovedì, gennaio 23, 2020

Calibro 35 - Momentum



Uno dei migliori gruppi italiani in circolazione, tra i pochi di respiro internazionale, riconosciuto e certificato perfino nella difficile e sospettosa terra d'Albione, approda al settimo album.

L'aspetto più interessante è la costante parabola evolutiva, partita da un omaggio alle colonne sonore poliziesche della cinematografia italiana dei 70 e arrivata a contaminazioni di vario tipo, in una miscela sempre più originale e distintiva.

Troviamo le consuete caratteristiche dei Calibro 35, funk cinematico, strumentali tipicamente da colonna sonora ma anche una serie di spostamenti verso le forme più evolute del new jazz, rap, hip hop, con quel afflato psichedelico che permea da sempre il tutto e l'aggiunta in tre brani di voci ospiti.

I Calibro 35 sono già un passo avanti, non verso il futuro ma nel futuro.
Indicano la strada, creano la tendenza, mescolano.
Suonano benissimo, sono immediatamente riconoscibili e a gennaio candidano già "Momentum" come miglior album italiano del 2020.

In tour

07.02 Brescia – Latteria Molloy
08.02 Parma – Campus Industry
14.02 Bologna – Locomotiv
15.02 Padova – Pedro
19.02 Milano – Fabrique
20.02 Torino – Hiroshima Mon Amour
28.02 Roma – Monk
29.02 Firenze – Auditorium Flog
27.03 Cagliari – Fabrik
28.03 Livorno – Cage
09.04 Foligno (PG) – Spazio Astra
10.04 S. M. a Vico (CE) – Smav

mercoledì, gennaio 22, 2020

Kareem Abdul-Jabbar



Uno dei più grandi giocatori di basket di sempre (il migliore), attualmente con il record di punti realizzati in NBA (con 38.387 punti, dove ha vinto sei titoli (5 con i LA Lakers).
Una carriera di successi, una vita sempre impegnata a livello socio politico, grazie anche a una formazione culturale particolare.
Il padre suonava il trombone e faceva spesso delle jam al "Minton’s Playhouse" sulla 118ª strada a Manhattan anche con personaggi come Thelonius Monk, Dizzy Gillespie e Charlie Parker.

Crebbe nel mito dei grandi jazzisti:
"Miles Davis era il simbolo di tutto ciò che speravo di diventare: elegante, fisicamente in forma e il migliore nella professione che si era scelto.
Lo presi a esempio. Lo faccio ancora oggi.
Quando strinsi la mano a Coltrane, quella sera, nella sua stretta sentii un calore che sembrava provenire da una qualche sorgente di luce dentro di lui.
Se Miles Davis mi ha insegnato molto su dedizione, passione e stile, John Coltrane mi ha insegnato ad avere uno scopo.
Per lui non era sufficiente suonare per intrattenere il pubblico: voleva che le sue note trasformassero il mondo..."


Divide, da giovane, il campo da basket con gli amici Gil Scott Heron e Jim Carrol (che lo ricorda nel suo "Basketball Diaries").

"Sono terribilmente rattristato dalla notizia della morte di Gil Scott-Heron. Lui ed io eravamo amici da quando ero alle elementari e ha cercato di darmi il meglio sul campo vicino a casa mia a Inwood.
Gil ha seguito la mia carriera nelle scuole superiori e al college e ci siamo ritrovati negli anni '70.
Sono stato il suo testimone al suo matrimonio con Brenda Sykes e ho trascorso un po' di tempo con loro nella loro casa a Washington prima che si separassero.
Non ho più avuto sue notizie dopo i primi anni '80 ed è stato difficile per me affrontare i tragici eventi della sua vita, ad esempio l'abuso di sostanze, l'incarcerazione, l'infezione da HIV e l'abbandono della sua famiglia. Ma era un brillante poeta e performer.
Tutti i rapper hanno imparato dalla sua arte e la sua eredità durerà."


Kareem ha avuto anche alcune parti in film (incluso uno con Bruce Lee, mai completato a causa della sua morte) e in serie TV.
Colpito nel 2009 da una rara forma di leucemia ha continuato a lottare contro la malattia.
Nel 2019 ha deciso di mettere all'asta tutti i cimeli della sua carriera, allo scopo di finanziare la sua fondazione benefica, Sky Hook.

«Il jazz ci esorta a non dimenticare quanto precario possa essere il posto di qualunque comunità all’interno della società.
Se ricordiamo le sofferenze del passato, soprattutto se ricordiamo le cause, è meno probabile che dovremo sopportarle di nuovo».

martedì, gennaio 21, 2020

Radio Mogadiscio e Abshir Hashi Ali



Dilaniata da decenni di guerra civile, considerata una delle città più pericolose del domande, Mogadisico (e la Somalia tutta) conserva un tesoro di inestimabile valore culturale.

RADIO MOGADISCIO ha un archivio di oltre 100.000 canzoni (divise in 35.000 nastri), distribuite su nastri, cassette, dischi (ora digitalizzati), sopravvissuti a devastazioni, saccheggi, bombardamenti degli americani.

Grazie anche e soprattutto ad Abshir Hashi Ali, custode del luogo che si è spesso dovuto opporre a "nemici" di varia natura (sanguinari jihadisti di Al Shabab inclusi) per preservare il patrimonio.

"Ho dedicato la mia vita a questo posto.
Continuo a farlo in modo che possa arrivare alla prossima generazione, in modo che la cultura, l'eredità e le canzoni della Somalia non scompaiano ".


E' il personaggio che ha consentito a Samy Ben Redjeb della Analog Records di recuperare il materiale che ha poi pubblicato sulla stupenda compilation "Mogadisco - Dancing Mogadishu (Somalia 1972–1991)" in cui sono raccolti incredibili brani tra reggae, funk, disco, soul, ethio jazz.

In ascolto qui:
https://analogafrica.bandcamp.com/album/mogadisco-dancing-mogadishu-somalia-1972-1991

A questo link un breve documentario sul protagonista di questa storia:
https://www.youtube.com/watch?v=SBX3VtPXsSU

lunedì, gennaio 20, 2020

Equipe 84 Bazar



Sempre attenti a quanto succedeva in Inghilterra, in particolare agli amati BEATLES, l'EQUIPE 84 ne seguì spesso le orme.
Ma per una una volta ne anticiparono le mosse.

Già nel 1967 infatti aprirono una boutique di abbigliamento per giovani "beat" a Milano, in via Solferino, l 'Equipe 84 Bazar

Lasciando però l'insegna liberty in oro con scritto "Drogheria Solferino - liquori e profumi" con un probabile voluto e provocatorio doppio senso.
Gli interni furono addobbati da disegni di Guido Crepax, il bancone era posto su tre vagoni da miniera che scorrevano su un binario.
Pare che il materiale in vendita (di chiara ispirazione "Carnaby Street" avesse prezzi molto alti per l'epoca.
L'idea funzionò e vennero aperti altri 19 punti in tutta Italia in franchising.

Sempre a Milano l'Equipe aprì una comune in stile hippie in via Bodoni in una villetta liberty , dove transitarono Jimi Hendrix, Keith Richards, Anita Pallenberg, Andy Warhol, Georgie Fame.

domenica, gennaio 19, 2020

Piacenza - Danila Corgnati



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Oggi il viaggio non si muove dalla mia PIACENZA, città ormai sfregiata da malcostume, degrado, mancanza di cure.

DANILA CORGNATI, già ballerina di danza classica e che ora insegna danza da più di 20 anni, da 5 si dedica soprattutto alla fotografia Street e in bianco e nero.

Le sue immagini restituiscono una Piacenza misteriosa, fascinosa, elegante, immobile e piena di anima.
Così mi piace guardarla (e ricordarla).

sabato, gennaio 18, 2020

Alessandro Gandino - Non ci vorrà molto



Il "Gando" è stato (è) un attivissimo protagonista della scena musicale di Reggio Emilia e dintorni, dagli anni 80 in poi, periodo in cui da quelle parti approdavano fior di gruppi e festival, in cui si lavorava assiduamente come ufficio stampa, si trasmetteva in radio.
Ma c'erano anche il basket e il calcio a fare da faro per la città.

Nel libro si raccontano episodi, avventure, storie, con un gusto auto ironico e un tratto giornalistico serrato, divertente e intenso.
Il tuto con colonna sonora consigliata e una capacità evocativa gustosissima.

venerdì, gennaio 17, 2020

Stefano Gilardino / Roberto Caselli - La storia del Rock in Italia



Armati di una buona dose di incoscienza e coraggio gli autori si cimentano in un'impresa difficile, ampia e insidiosa come la storia del rock in Italia.

Un'avventura che evidenzia come spesso si sia trattato di una realtà prevalentemente derivativa ma che dalla fine degli anni 50 ad oggi non siano poche le eccellenze che hanno saputo distinguersi con una proposta personale e originale.
Allo stesso modo sono rari i casi in cui le nostre espressioni sonore in ambito rock sono riuscite ad emergere all'estero dove il verbo italiano rimane relegato al pop più deteriore.

Il libro è totalmente esaustivo, ogni epoca ha una contestualizzazione socio/politica/storica e di costume, c'è una ricca discografia, eccellente cura grafica, foto rare e particolari, curiosità, approfondimenti, interviste.

Senza avere mai i caratteri di un'enciclopedia ma quelli di una storia fluente e affascinante.
Dal rock 'n' roll di Peppino di Capri, passando per beat, prog, punk, elettronica, riviste, festival, siti, portandoci fino ai nostri giorni, trovate l'intero scibile del rock italiano.

A seguire una breve intervista a uno degli autori, Stefano Gilardino.

Due parole sulla metodologia della scelta dei nomi e sullo spazio dedicato ai singoli gruppi o artisti. È stato un lavoro difficile?
Rispetto al mio precedente libro è stato più difficile, un po’ per la vastità dell’argomento, ma anche perché in questo caso non è solamente un libro musicale ma pure una storia culturale, sociale, politica e di costume del nostro paese.
La scelta dei nomi è stata meno impegnativa del previsto, anche perché abbiamo seguito un procedimento inverso: chi o cosa vogliamo lasciare fuori? I cantautori, per esempio, sono stati i primi esclusi, così come molto del pop nazionale. Poi è subentrato anche il gusto personale, perché è giusto che un libro rifletta le opinioni di chi scrive. Quindi ci sono grandi esclusi e sorprendenti inclusioni, ma spero che il tutto sia giustificato in qualche modo.
Nella mia testa, lo è di sicuro.

Ha sollevato dubbi e incertezze durante la stesura?
Purtroppo sì, molti più di quanti mi sarei aspettato, la gestazione non è stata scorrevole e semplice. Abbiamo effettuato cambiamenti in corso d’opera, sostituzioni, aggiustamenti, persino dopo la fine della prima stesura.
Non credo però che si potesse fare altrimenti, troppo vasto il periodo in esame, troppo vaga la definizione di rock e troppo personale il suo concetto. Alla fine però siamo giunti a una chiusura soddisfacente.

Hai trovato qualche riluttanza da parte dei soggetti coinvolti?
In linea di massima ho ricevuto massima collaborazione da parte di tutti, qualcuno non aveva troppo tempo da dedicarmi e lo capisco pure, ma va bene così, fa parte del gioco.
In ogni caso ho usato anche molto materiale di repertorio, aver scritto per oltre 25 anni su riviste musicali è servito a qualcosa.

Come mai nonostante le tante eccellenze praticamente nessuno è riuscito a imporsi massicciamente all'estero?
Credo che l’unica musica italiana che abbia avuto successo massiccio all’estero sia quella melodica e piuttosto orrenda.
Il che la dice lunga sulla considerazione musicale di cui spesso godiamo. Forse solo Morricone, che non fa certamente rock, gode di una fama mondiale.
Credo sia semplicemente una questione di DNA, che nel nostro caso non contempla o quasi il rock. Quindi, niente Beatles o Nirvana da noi, ma possiamo consolarci con una nutrita serie di band che ha avuto riconoscimenti pregiati nel corso degli anni: Lacuna Coil, Uzeda, Negazione, Raw Power, Afterhours, Not Moving, Calibro 35, Linea 77, Litfiba. Molti di loro sono conosciuti all’estro più che Ligabue e Vasco Rossi, che sono fenomeni tipicamente nazionali, e questo lo trovo in qualche modo consolatorio.

Pensi che il rock italiano abbia ancora molto da esprimere o si è chiuso su se stesso?
Più che il rock italiano, credo che il rock in generale sia chiuso in se stesso, avvitato su posizioni retrò e poco stimolanti.
È musica per vecchi, c’è poco da dire, ma per fortuna esistono ancora sacche di resistenza, soprattutto nelle nicchie. Nonostante sia un genere museizzato, mi piace pensare che abbia ancora qualche freccia al proprio arco, ecco…

La mia solita domanda conclusiva: consiglia cinque o dieci dischi all'ignaro ascoltatore della Tasmania che vuole avere un primo impatto con il rock italiano.
Cinque sono molto pochi, ma vedo di farcela, compatibilmente coi miei gusti: CCCP-Fedeli Alla Linea (Affinità e divergenze….), Afterhours (Hai paura del buio?), Area (Crac), Franco Battiato (Fetus), Eugenio Finardi (Diesel)

giovedì, gennaio 16, 2020

Elton John - Saturday Night's Alright for Fighting



Pubblicato come singolo nel luglio del 1073 e tratto dal suo capolavoro "Goodbye Yellow Brick Road" è uno dei brani più potenti e rock del repertorio di ELTON JOHN.
La particolarità è che il testo (di Bernie Taupin) descrive alla perfezione il tipico sabato di un Boot Boy dell'epoca, ispirato dall'adolescenza dell'autore, all'insegna del vagabondaggio e della vita da pub.

Si sta facendo tardi, hai visto i miei amici?
Ma dimmi quando i ragazzi arrivano qui
Sono le sette e voglio spaccare
voglio riempirmi la pancia di birra
Mio padre è più sbronzo
di una botte piena
e mia madre, a lei non importa
mia sorella ha un aspetto carino
con le bretelle e i boots

e un po' di brillantina sui capelli

Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione

Ci muoviamo oliati come un treno a diesel
accenderemo questa festa danzante
perché sabato sera è la serata che mi piace
Sabato sera è OK, OK, OK

Un paio di suoni che mi piacciono davvero
sono i suoni di un coltello a serramanico
e di una moto
Sono un giovane prodotto
della classe lavoratrice
il cui migliore amico sta in fondo ad un bicchiere


Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione

Fu l'unico brano dell'album registrato in Giamaica dove avevano pianificato di realizzarlo per poi constatare la pochezza tecnica dello studio e tornare frettolosamente in Europa.

E stato ripreso anche da Who, Queen e numerose altre band oltre ad aver ispirato (al limite del plagio) "Gloria" di Umberto Tozzi.

https://www.youtube.com/watch?v=NagnbRHdh-0

mercoledì, gennaio 15, 2020

MTK - Honved 1955



GRANDI PARTITE DIMENTICATE: La più grande mai giocata?

A cura di ALBERTO GALLETTI.

Fa freddo il 9 gennaio 1955 a Budapest, una coltre di mezzo metro di neve ammanta la capitale ungherese.
Freddo anche nei cuori della gente, il violento colpo di mano del governo filosovietico ha irrigidito le regole di vita, la coltre dispotica che ammanta la vita ungherese è, se possibile, più pesante di quella nevosa.

Il calcio non è stato risparmiato dal vento normalizzatore del regime.
A farne le spese anche i maggiori club della capitale, dominatori della scena fin dal principio, letteralmente ribaltati negli assetti societari e nelle denominazioni in un tentativo senza mezze misure di cancellarne i legami col passato e sradicare il forte senso identitario che da sempre le squadre di Budapest esercitano sull’ethos della vita cittadina.

Nello spazio quasi di una notte, Ferencváros, MTK, Kispest e Újpest, solo per citare le maggiori si ritrovano sradicate e rinominate secondo i dettami del potere.

L’MTK, espressione sportiva del ceto medio cittadino a forte componente ebraica, che già aveva dovuto subire l’onta dell’abolizione totale ai tempi del regime di Miklós Horhty e delle sue leggi razziali, si ritrovò in quel buio fine anno del 1949 dapprima sotto il controllo delle industrie tessili nazionalizzate con il nome di Budapest Textiles SE e quindi, l’anno dopo, sotto quello diretto dell’ AVH, la spietata polizia politica segreta staliniana, con il nome di Budapest Bástya SE ed infine con quello definitivo (per i controllori di regime) di Budapest Vörös Lobogö, Bandiera Rossa Budapest in italiano.
I colori trasformati dal molto poco opportuno bianco-azzurro di origine ebraica al più comunistamente consono rosso.

A nord della capitale, medesima sorte per l’Újpest, espressione della città omonima, sorta nel 1832 per volere di Isaac Lowy, proprietario di una fabbrica di scarpe, al quale fu negato il permesso di trasferirla a Pest in quanto ebreo.
La chiamò Újpest, città nuova, vi confluirono in molti, attratti dalla possibilità di potervi impiantare attività e vita stabilmente.
La nuova città crebbe rapidamente, sostenuta da un forte orgoglio identitario.

La sua squadra di calcio fu, fin dalla fondazione, acerrima rivale e di successo delle compagini della capitale e portabandiera della comunità.
Újpest fu inglobata nella grande Budapest, insieme a Kispest e altre città limitrofe proprio in quell’inverno 1949/50 per volere dei normalizzatori sovietici.
Vincitori di otto titoli nazionali, probabilmente troppi per una realtà al di fuori della capitale nonchè l’unica tra queste ad aver vinto almeno un campionato fino a quel momento.
L’autorità scioglie il consiglio direttivo e pone il club sotto il controllo diretto del Ministero dell’Interno, di fatto diventa la squadra della polizia, piegandone orgoglio e identità, con il nome di Budapesti Dózsa.

La scelta del nome non fu casuale: György Dózsa condottiero della rivolta dei contadini assoldati per la crociata contro i turchi del XV secolo, poi tradito dai nobili locali e condannato a morte , torturato e scuoiato.
Forse anche un’ammonimento: eroe popolare, si ma la ribellione si paga.

Il caso più problematico per le autorità fu comunque il Ferencváros.
La squadra più vittoriosa del paese insieme al MTK, ma a differenza di questi ultimi non espressione di un particolare gruppo sociale ma di un distretto operaio e nazionalista.
Fu quest’ultimo aspetto a preoccupare non poco le nuove autorità.
Un baluardo di identità ungherese, antirusso, anticomunista, antitutto.
Non andarono troppo per il sottile, i boiardi del regime.
Lo scopo era farlo cadere nel dimenticatoio il più possibile, lontano dalle ribalte, dai successi, dall’attenzione del pubblico, nell’anonimato.
Il trattamento riservato al club fu uguale a quello di Ujpest e MTK, posti prima sotto il controllo delle industrie alimentari nazionali con il veramente poco ispirato nome di EDOSZ (Élelmezésipari Dolgozók Szakszervezetének Sport Egyesülete, in italiano Associazione Sportiva dell'Unione dei lavoratori del settore alimentare), un nome umiliante al quale si aggiunse l’ulteriore umiliazione del cambio dei colori sociali dal bianco-verde simbolo del distretto, delle vittorie e dell’orgoglio nazionale al rosso di regime.

Non finisce qui, parallelamente alla acquisizione del Kispest AC da parte del Minstero della difesa, con relativo cambio di nome imposto in Honvéd SE (il nome dell’esercito ungherese durante l’Impero asburgico), avvenuta in contemporanea, viene ordinato al grande Fradi di cedere i migliori giocatori a quest’ultima squadra che sarà al centro del rivoluzionario progetto di Gustav Sebes per la realizzazione di una nazionale il più forte possibile.
I fatti provarono poi le regioni di Sebes dal punto di vista sportivo, e anche quelle del regime che riuscì a mettere in ginocchio il club.
Ma non il suo seguito che continuò ad essere di gran lunga il più numeroso d’Ungheria.
Così in quel freddo inverno 1950, Sándor Kocsis, testina d’oro, prese la via di Kispest, insieme a Zoltán Czibor, il re del centrocampo, Laszlo Budái, suo collega di linea.
Ferenc Deak, che con Kocsis aveva composto una coppia di attacco atomico fin dal ‘46, convinto patriota e antagonista del regime, fu prima arrestato e poi mandato a giocare in terza serie in mezzo alla puszta.
Decapitato, il grande Fradi non è più in grado di reggere il passo di Honved e MTK e si ritrova relegato a stagioni nelle posizioni di rincalzo sotto il nome di Budapest Kinzisi, dal nome di Pal Kinizsi, il vincitore (e sterminatore) dei turchi a Breadfield nel 1479, anche qui emblematico.

Questo il quadro della rivoluzione in ambito sportivo, che procedeva di pari passo con tutto il resto, voluta dal partito comunista, e tolse il comitato olimpico nazionale, da cui dipendeva la federazione calcio, dal controllo del ministero della cultura per porlo direttamente alle dipendenza del governo, di modo che il controllo potesse essere diretto e, in caso di necessità, immediato.
Ultimo passo: la rivoluzione del calendario, forse in omaggio agli usi sovietici in cui la stagione andava da marzo a novembre, sicuramente meno influenti le considerazioni sugli inverni ungheresi.
A partire quindi dal 1950 i campionati si svolgono nell’anno solare, dai primi di marzo ai primi di dicembre.

Il campionato 1954 è partito con due grandi favorite: Vörös Lobogö campione in carica e Honvéd, con in squadra più di mezza nazionale e vincitore nel 1950 (due volte) e nel 1952.
Perché dunque ci occupiamo del 9 gennaio 1955 se stiamo parlando del campionato 1954.
I motivi sono vari, la ragione una sola, c’era una partita da recuperare.
Lo svolgimento del campionato sull’anno solare, andò a sbattere contro le consuetudini delle stagioni sportive e il 1954 era anno di mondiali.
L’Ungheria era attesa alla rassegna quale favorita assoluta, dopo la doppia demolizione degli inglesi avvenuta tra l’autunno del ’53 e la primavera seguente e una favolosa striscia di risultati che datava dal giungo 1950 e recitava 25 vittorie, tre pareggi in 28 incontri e un oro olimpico colto nel mentre a Helsinki nel 52.

La preparazione e la partecipazione al mondiale caddero precisi in mezzo alla stagione.
Due furono le squadre che contribuirono alla rosa ungherese , la Honved con otto giocatori e il Vörös Lobogö con cinque, tra questi tredici vi erano comunque dieci degli undici titolari.
Le autorità sostenevano Sebes e il suo progetto per la nazionale invincibile, cui mancava ora solo l’alloro mondiale per confermarsi la più grande squadra di ogni tempo.
Questo successo avrebbe stato poi sfruttato del regime in termini di propaganda per ribadire la superiorità del sistema e della gioventù socialista in termini di moralità e capacità fisiche, tecniche e mentali rispetto ai decadenti occidentali.
Vennero quindi imposti al campionato rinvii a catena delle partite delle squadre con nazionali in rosa.

Il mondiale andò come sappiamo e i propositi propagandistici del regime sulla superiorità della gioventù comunista sui rammolliti e decadenti coetanei occidentali dovettero essere riposti negli armadi degli uffici governativi (con grande smacco).
Quando il campionato riprese ci fu dunque un grandissimo ingorgo di calendario tra giornate da svolgere, giornate da recuperare e partite da recuperare.
A metà novembre, a due giornate dal termine, la Honvéd doveva ancora giocare dieci partite delle ventisei in programma, il Vörös Lobogö sei.

Ulteriore complicazione per l’ XI dell’esercito, l’amichevole di metà dicembre a Wolverhampton passata poi alla storia per la sconfitta e l’autodichiarazione degli inglesi a campioni del mondo (sulla base dell’aver battuto i migliori al mondo che gli avevano dato 13 gol a 2! in due partite e dimenticando, come spesso fanno, che i campioni del mondo veri erano altri, la Germania Ovest nella fattispecie) con conseguenti reazioni di parecchi altri, tra i quali il celebre Gabriel Hanot che rinfacciò loro di essersi dimenticati di battere almeno un altro paio di squadre, Real Madrid e Milan; questi ultimi avevano anche loro battuto la Honved 3-2 a Milano in luglio.
Insomma una serata epica e scaraventata nel mito del calcio mondiale perché gettò i semi per la nascita della futura Coppa dei Campioni che vedrà la luce all’inizio della stagione seguente.

Tornando a Budapest la spaventosa congestione del calendario fece si che la Honved, al rientro dall’Inghilterra scendesse in campo, per concludere quel caotico campionato 1954, il 19 il 26 e 31 dicembre e poi ancora il 5 gennaio.
Per contro il Vörös Lobogö giocò il 19, il 22 e il 26 dicembre e il 5 dicembre.
Il 9 gennaio era in programma lo scontro diretto.

La stanchezza presentò il conto agli uomini di Jenő Kálmar che persero tre dei cinque recuperi in programma, incluso un catastrofico e sfavillante 4-5 in casa contro il Budapest Dózsa (Újpest) ma, per i risultati degli avversari diretti, gli sarebbe bastato un pari nella trasferta contro il Vasas Izzó per vincere il campionato prima del recupero dello scontro diretto.
Ci riuscirono, strappando un 2-2, forse non all’altezza della loro fama ma efficace e aritmetico.
Kálmar si dichiarò soddisfatto e riconobbe che non fu forse la miglior prestazione - magari i festeggiamenti del capodanno influirono, ma dopotutto bastava un pareggio – affermò nel dopopartita.

Prossima fermata il derby, privo di valore per l’assegnazione del titolo ma pur sempre la partita tra le due squadre migliori del Paese, e tra le migliori al mondo.
Numerose le defezioni dovute alla maratona natalizia, da far invidia a quelle inglesi.
Grocsis, Budai e Czibor fuori per i neocampioni e Gellér, István Kovács, Palotás e Zakariás assenti per la Bandiera Rossa.
Tutti titolari nella finale mondiale persa il 4 luglio e pilastri dell aranycsapat.
Presenti però altri dieci titolari tra cui i due bomber principe di quella nazionale, Ferenc Puskás e Nandor Hidegkuti.

Venne il 9 gennaio e con esso un mucchio di neve.
Ingenti cavallate di neve spalata erano accumulate ai bordi del rettangolo verde del venerando Üllői út, casa espropriata del recalcitrante ma ormai piegato Ferencváros, ora Kinzisi.

L’orario della partita, le undici del mattino fa già presagire ad un contesto che possa definirsi ‘normale’, non influì comunque sull’afflusso di pubblico e in circa venticinquemila accorsero sugli spalti per assistere ad una contesa che prometteva scintille.
I due allenatori dichiararono che le squadre avrebbero dato il meglio per dar vita ad un incontro di grande livello, l’attesa creata dunque era notevole.
Nessuno dei presenti avrebbe mai immaginato però cosa li aspettava.
Fedele al clichè che li contraddistingueva da un quinquennio, la Honved, come l’Ungheria, partì a razzo, triangoli rapidi, verticali, a velocità vertiginosa e, già al 3,’ va in vantaggio con Tichy lesto a insaccare con un tiro potente una corta respinta dei difensori del Vörös Lobogö. Che non stà a guardare e reagisce: Hidgkuti pareggia su punizione e poi Sándor realizza una doppietta in rapida successione.
Al 19’ il Vörös Lobogö è in vantaggio 3-1!
Al 24’ Kocsis riduce le distanze, ma la difesa dei campioni è letteralmente fatta a pezzi dalle continue incursioni di Sándor che imperversa all’ala in lungo e in largo.
Fino a quando Gyula Lóránt decide che ne ha abbastanza e lo scalcia con violenza mentre è lanciato in velocità, facendolo volare dolorante in mezzo alla neve.
Il corrispondente di Nemzeti Sport parlò di brutale intervento da espulsione, ma l’arbitro sorvolò.
Una brutta tegola per il Vörös Lobogö che deve rinunciare al suo miglior giocatore, il migliore in campo fino a quel momento, che viene sostituito.
Poco dopo viene sostituito anche Lóránt, opportunamente, il pubblico, inferocito, minacciava seriamente di farsi giustizia da solo!

Il Vörös Lobogö però accusa il colpo e senza Sándor i palloni faticano a salire e a stare alti.
L’idea di Lóránt ha funzionato e la Honved si scatena, tra il 32’ e la fine del primo tempo va a segno cinque volte, tripletta di Puskás in quattro minuti, capovolgendo il risultato da 2-3 a 7-3!

Alla ripresa ancora Honved, al 3’ Puskás porta i suoi sull’ 8-3 con una gran fucilata all’incrocio da oltre venti metri.
E’ una questione di orgoglio adesso.
Il Vörös Lobogö non ci sta, è una grande squadra, piena di campioni e non accetta l’umiliazione.
Hidegkuti accorcia per l’ 8-4 prima che il grande Kocsis infili un’altra palla in rete fissando il 9-4 allo scoccare dell’ora di gioco.
Per i parametri attuali sembrerebbe che stessero giocando da un paio di giorni!
Finita?
Per niente.

Nandor Hidegkuti è un giocatore di immenso talento e grandissima personalità, Marton Bukovi, seduto in panchina un maestro del calcio, non solo ungherese e un convinto sostenitore della forma fisica, che adesso viene fuori.
Il Vörös Lobogö, caparbiamente spinge a tutta dando fondo alle energie residue, superiori a quelle avversarie, e schiaccia la Honved in trenta metri, uno spettacolo.
A guidare l’assalto Hidegkuti che nel giro di dieci minuti serve prima a Kárász la palla del 5-9 e poi realizza una doppietta che fissa il risultato sul 7-9.
Che non cambierà più e rimane nella storia come la partita più pazza nella storia del campionato ungherese.

Pari invece il conto per i grandi frombolieri: Puskás 4-4 Hidegkuti.

Fu una disfatta per le difese o una splendida dimostrazione di forza del gioco d’attacco?
Probabilmente entrambe le cose.
Tatticamente le squadre erano disposte in modo speculare secondo il WM inglese, 3-2-2-3 direbbero i saputelli oggi, schema rigido e necessitante di notevole dispendio energetico, specialmente per i due centrocampisti a protezione della difesa.
In una disposizione simile, la linea a tre difensiva, composta da elementi fisicamente prestanti ma statici, se poco coperta dai due di cui sopra, corre sempre il rischio di vedersi infilata, a maggior ragione quando le linee d’attacco avversarie sono composte da autentici draghi, come quel giorno.
Si potrebbe argomentare se, visto il livello del calcio in Ungheria negli anni 50 e i protagonisti in campo, non si sia trattato della più grande partita di ogni tempo, almeno a livello di club.
Senz’altro si in Ungheria.

Budapest, Üllői út , 9 Gennaio 1955
Nemzeti Bajnokság I, 1954
Recupero della 6a giornata
BP. VÖRÖS LOBOGÓ (MTK) 7 (3) – 9 (7) BP. HONVÉD
Vörös Lobogó: Fecske – Kovács Jó., Börzsei, Lantos – Kovács I., Kovács F. – Sándor (Gál), Kárász, Hidegkuti, Arató, Molnár J. Allenatore: Bukovi
Honvéd: Sántha – Rákóczi, Lóránt (Palicskó), Kovács Já. – Bozsik, Bányai – Machos, Kocsis, Tichy, Puskás, Babolcsay Allenatore Kalmár.
Arbitro: Pósa
Goals: Tichy (0:1, 3.), Hidegkuti (1:1, 5.), Sándor (2:1, 7.), Sándor (3:1, 19.), Kocsis (3:2, 24.), Kocsis (3:3, 32.), Puskás (3:4, 34.), Puskás (3:5, 36.), Puskás (3:6, 38.), Tichy (3:7, 44.), Puskás (3:8, 48.), Hidegkuti (4:8, 55.), Kocsis (4:9, 59.), Kárász (5:9, 71.), Hidegkuti (6:9, 75.), Hidegkuti (7:9, 81.) Spettatori: 25 000
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