Il nostro collaboratore MICHELE SAVINI ha intervistato in quel di Dublino, FRANCESCO BIANCONI dei BAUSTELLE.
Una chiacchierata informale su tematiche lontane dalle consuete affrontate dal musicista.
Da Montepulciano a Milano, passando per Siena, e ora Dublino… non proprio il posto dove ci si aspetterebbe di incontrare Francesco Bianconi. Che cosa ci fai qui in Irlanda?
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”… Mia moglie si è trasferita a Dublino per lavoro, e io, non potendo trasferirmi con lei completamente, faccio la spola da Milano all’Irlanda.
C’è qualcosa nell’atmosfera irlandese che ti ha colpito o affascinato?
Non ero mai stato prima d’ora né a Dublino né in nessun altro luogo d’Irlanda.
Sono rimasto affascinato da molte cose; mi limito a Dublino, perché per adesso non mi sono mosso dalla città, e cercherò di evitare i luoghi comuni da turista.
Uno stereotipo però mi tocca (nel bene) confermarlo: incontro di continuo gente che mi appare semplice, sincera, senza sovrastrutture o impostazione da performance.
Tutti hanno voglia di parlare, ed è vero che hanno voglia, non mi sembra che lo facciano per cortesia o formalità. Quando ero più giovane questa “ostentata fratellanza” mi avrebbe fatto paura, perché io son sempre stato un timido, un riservato, ma con la vecchiaia comincio invece ad apprezzare; con la vecchiaia, e aggiungo con il sempre maggiore indirizzarsi dei comportamenti degli esseri umani d’Occidente o verso forme di isolazionismo o verso simulacri di socialità.
Un’altra cosa che adoro di Dublino è la luce: le cose sembrano avere una maggiore profondità, e tutto sembra più dipinto e più colorato che in Italia, anche durante le giornate senza sole. C’è un maggiore dinamismo cromatico, almeno ai miei occhi.
La musica nei locali può raccontare molto di un paese.
La scena musicale qui a Dublino ha una vitalità e un radicamento che molti descrivono come unici. Ti è capitato di esplorarla?
E che impressione ti ha fatto?
Sto cominciando ad esplorarla, sono ancora un novellino in questo senso. Sono stato al Cobblestone (NDR: storico pub di Dublino celebre per le session di musica tradizionale irlandese). Ma in generale mi sembra che tutti qua crescano con l’idea che la musica non soltanto sia una cosa importante ma necessaria. Necessaria proprio per la vita biologica sul pianeta. Questa è la mia impressione.
Il primo giorno che ho camminato per Grafton Street, per fare un esempio banale, c’era un busker per strada. Avrà avuto quindici anni, chitarra e voce.
Aveva il viso di un attore degli anni ’50 e una voce che sembrava già mixata e masterizzata. Scura, baritonale, vissuta. Cantava “Rainy Night in Soho” dei Pogues e mi sono dovuto fermare a tirar fuori i fazzoletti di carta perché mi ha fatto scoppiare in lacrime dall’emozione.
Negli ultimi anni la scena musicale irlandese ha avuto una forte visibilità anche fuori dal paese, con nomi come Fontaines D.C. e Kneecap che sono arrivati a farsi conoscere anche a livello internazionale: ti è capitato di ascoltarli?
C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente?
Credo che sia in generale un buon momento per l’Irlanda, dal punto di vista economico, e di conseguenza per le arti in generale.
Hanno gli scrittori e le band più in voga nel mondo, in questo momento.
Poi, dal mio personale punto di vista, ti confesso che non sono un fan esagerato né di Sally Rooney né dei Fointaines DC. Mi piacciono invece i Lankum, e parecchio.
Anche John Francis Flynn, fighissimo. E un giovane cantautore poco conosciuto ancora ma secondo me pazzesco che si chiama Dylan Harcourt.
C’è in giro una scena folk, e “dark folk”, molto estrema e senza compromessi commerciali. Mi intriga molto.
Nella tua formazione personale e musicale, hai mai avuto un contatto diretto o un’identificazione con sottoculture specifiche, come mod, punk, skinhead o altre, oppure ti sei sempre sentito più osservatore che parte integrante?
Avrei voluto essere mod, e avrei voluto essere punk.
Ma a Montepulciano non era facile, quando ero ragazzo. Li sognavo, i punk, i mods, e la loro musica e il loro immaginario, che trovavo eccitante e ribelle. Ma chi era “contro” ai miei tempi e in quel pezzettino di provincia, era al limite un metallaro. E sinceramente, quel tipo di sottocultura non mi ha mai interessato.
Mi è sempre parso caricaturale.
Io cercavo bellezza, stile, e tutto ciò che rimandasse agli anni Sessanta.
Per dire, ero selettivo in questo anche negli ascolti punk: adoravo - e tutt’ora adoro - i Ramones, scartavo i Sex Pistols.
Tutto ciò che nel presente o nel passato che non avevo fatto in tempo a vivere spaccava l’estetica degli anni Ottanta in cui mi trovavo ad agire in quanto ragazzino (musica dance orribile, paninari, Duran Duran, canzonette da tagadà), era per me salvezza.
Tutto ciò che avesse chitarre e non tastieracce digitali, chiunque avesse frangia-cinismo e rabbia, per me era ok.
Secondo te oggi esiste ancora lo spirito delle sottoculture, quell’idea di appartenere davvero a qualcosa di preciso, o si è perso?
Purtroppo si è perso.
Oggi per i ragazzi il valore fondamentale è essere uguali al mondo e non contro. Magari cambierà, non so dirlo, posso solo sperarlo. Quello che vedo in Italia, ad esempio, è uno scenario da film dell’orrore: ragazzi (di sesso maschile, in particolare modo) il cui canone estetico è improntato alla mimesi, se non addirittura alla sparizione, rispetto alla superficie del mondo.
Il loro look è così apologetico dell’essere in adesione al mondo da renderli invisibili.
Ciò che nella loro idea di bello è originalità, come ad esempio il portare addosso certi marchi di case di moda ma “tarocchi”, per sembrare poveri, o finti poveri, è la prova schiacciante del loro desiderio di essere come tutti. Anzi, forse non è neppure un desiderio, è, ahimè, un movimento naturale. Un automatico tendere alla disintegrazione. Vuoto che va per osmosi a fluire nel vuoto.
Dopo 25 anni di carriera, cosa ti spinge ancora a scrivere? E come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi, quando tutto era nuovo e sperimentale?
Dal mio punto di vista, non è cambiato niente.
Ho lo stesso approccio sperimentale alla scrittura di quando ho cominciato. Se non fosse ancora sperimentale so già che mi annoierei a morte e cambierei mestiere. La differenza rispetto agli inizi è che adesso ho maggiore controllo e coscienza dei miei mezzi espressivi. Delle mie qualità e dei miei limiti.
Nel tempo, le canzoni dei Baustelle hanno costruito un mondo riconoscibile: quando scrivi ci pensi mai a questo “mondo” o succede e basta?
Diciamo che quando scrivo non penso mai di dover ubbidire a un canone di scrittura “baustelliano” o “bianconiano”. Fortunatamente, il mio metodo di lavoro e la mia sensibilità mi portano poi a scrivere cose che hanno caratteristiche riconoscibili e associabili soltanto a me. È una cosa meravigliosa.
Anzi, la più bella, se lavori dentro i mestieri cosiddetti creativi: avere uno stile.
Nelle ultime settimane è scoppiata una piccola controversia musicale: Moby ha definito il testo di Lola, il classico del 1970 dei The Kinks, «transfobico» e «arretrato», suscitando dure reazioni da parte dei fan e dello stesso Dave Davies che difendono il brano e il suo valore storico.
Tu cosa ne pensi di questa polemica?
La lettura di Moby di Lola riflette secondo te un’attenzione legittima ai temi di oggi, o rischia di essere un eccesso di sensibilità moderna?
Mah, mi sembra la classica esternazione da mondo “social” di oggi.
Io sono di parte, adoro i Kinks, adoro la canzone, che considero un esempio di come si possa lavorare sulla forma canzone in maniera intelligente, mantenendo come in questo caso la potenza pop e facendo contemporaneamente ricerca sulla parte testuale, proponendo modi alternativi di raccontare una storia, accogliendo tematiche spesso scomode o inusuali. Io ho sempre preso il testo di Lola come il racconto di un episodio di iniziazione sessuale capitato a un protagonista alle prime armi.
Non l’ho mai trovata transfobica. Un quadretto tenero e ironico. Quando il valore artistico di qualcosa è alto, e quando - insieme a componenti potenzialmente “immorali”- agiscono su altri registri elementi di rottura dei codici come in questo caso, allora ogni presunta “percentuale di immoralità" passa in secondo piano.
Ti potrei fare milioni di esempi. L’autore innanzitutto non coincide mai con il narratore. Il narratore è il primo personaggio di ogni racconto, anche quando non si mette in scena. In una canzone dei Baustelle canto in prima persona di uno che ha sgozzato la compagna. Questo non fa di me un assassino e non incita necessariamente alla violenza. C’è un pezzo dei Timber Timbre che recita testualmente in prima persona “I am coming to Paris to kill you / I am coming to take your life”. E allora? Il povero Taylor Kirk, morto di recente, non era certo un assassino.
Cantava semplicemente in prima persona una storia, una storia possibile.
E “American Psycho”? Non è ancora stato provato che Brett Easton Ellis sia un pluriomicida; lo è, sulla carta, Patrick Bateman. Il fatto è che viviamo in un mondo di ignoranti.
Non siamo più capaci di decodificare i linguaggi artistici, che sono codici complessi. Quindi, sguazzando nell’ignoranza, siccome ci si annoia, si ricorre a giochini masturbatori, tipo i dissing, le polemiche, le esternazioni “acchiappaclick”.
Per mantenere il nostro presunto successo, o per cercare di riacciuffare quello perduto. Più cosmicamente, per illuderci di essere ancora qualcuno e non voler vedere di essere coincidenti col nulla.
C’è una canzone, tua o di altri, che secondo te oggi suona più attuale o significativa di quando è uscita?
Oh, sì, ce ne sono tante. Il potere delle belle canzoni è anche questo. Le canzoni vere resistono all’usura, si conquistano l’eternità, proprio perché assumono anche significati nuovi mentre la Storia cambia.
C’è una canzone che ho scritto qualche anno fa, si chiama “Il Mondo Nuovo”, che credo sia più descrittiva dell’oggi piuttosto che del 2021 in cui è stata scritta.
Guardando a discussioni come quella su Moby e “Lola”, pensi che una canzone appartenga più a chi la scrive o a chi la ascolta?
Per un po’, appartiene solo a chi la scrive. Poi, inevitabilmente, quando la pubblichi, lo dice la parola stessa, esce da te e diventa di tutti.
Diventa per l’appunto di dominio pubblico, ed è giusto così.
Deve servire alla gente. Io non ne voglio più saper nulla, di quella canzone. La riprendo semmai per eseguirla, di nuovo, in un contesto di interazione con qualcuno al di fuori da me. Ma è sua, è di qual qualcuno, ormai. Io ce l’ho a noleggio per la durata di un concerto, poi torna se ne torna in garage a casa degli ascoltatori.
lunedì, maggio 25, 2026
Intervista a Francesco Bianconi
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Interviste
sabato, maggio 23, 2026
Not Moving live in Genova
Mercoledì 27 maggio
Area Archelogica Giardini Luzzati - GENOVA
21.30h NOT MOVING live!
Open: Tom Newton Band
Special midpoint:
ore 18h LORENZO CALZA dialoga con i NOT MOVING.
https://www.facebook.com/events/2223044178506610
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
https://www.instagram.com/not_moving_ltd/
https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0
Area Archelogica Giardini Luzzati - GENOVA
21.30h NOT MOVING live!
Open: Tom Newton Band
Special midpoint:
ore 18h LORENZO CALZA dialoga con i NOT MOVING.
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Not Moving
venerdì, maggio 22, 2026
Gimme Danger #8
In questo numero:
Luca Frazzi si fa raccontare da MARKY RAMONE i suoi inizi con i Dust e poi con Richard Hell e tutto quello che successe con i RAMONES…
Claudio Sorge parla dei dieci album rock più ignorati degli anni ’90 - gli anni del grunge - lanciati da majors americane, ma underground come spirito e suono.
Ci sono dentro anche gli HYPNOTICS e il loro misconosciuto album ‘americano’ prodotto da Rich Robinson…
Massimo Del Pozzo ha parlato con Mark Landon, l’originale chitarrista dei MUSIC MACHINE, e ne viene fuori una bella storia dei mitologici garage punkers di “Talk Talk
Stefano Cerati ricostruisce l’era RAGA ROCK inglese della fine degli anni ’60, da GEORGE HARRISON a SAM GOPAL, ai QUINTESSEN
Fabio Avaro draga i territori underground del KRAUTROCK dei primi 70’s: ‘German Freak Out
Mr. Mod Antonio Bacciocchi ci racconta le band e le storie che precedettero gli WHO: DETOURS e HIGH NUMBER
Rinaldo Censi analizza in profondità l’innovazione dei PUSSY GALORE
Fabio Pasquarelli rivaluta i MANICURED NOISE…
Io recensisco: Molotovs, Sharp Class, Peawees, Buzzcocks, Chelsea, Downliners Sect, le compilation Halcyon Days e Shake That Thing, Long Ryders, la compilation "Rane n Roll", The Cast, The Cleopatras.
E poi: interviste a Wayne Barrett degli SLAUGHTER AND THE DOGS (di Gabriele Savioli), e ai RADIATORS FROM SPACE, il primo gruppo punk irlandese (di Michele Savin
Luca ritorna sui VIPERS, la più talentuosa band dell’era neo garage di NY anni ’80 e ne parla con Paul Martin…Pierluigi Bella, che era San Francisco negli anni ’90, ci racconta quelle band cosiddette LOW-FI PUNK, dai Supercharger ai Bobbyteens, ai Mummies…Dulcis in fundo, il filosofo rock’n’roll Riccardo Frabetti analizza l’importanza e l’evoluzione e la persistenza negli anni di una canzone simbolo come “Train Kept a-Rollin’”…
E ancora: HIGHER STATE (Lenny Helsing), MOD LANG (Roberto Calabrò), CHARLES MOOTHART (Sorge), JUKE BOX 74 (Frazzi), MAJOR STARS (Frazzi), C+C=MAXIGROSS (Pasquarelli), GARY LEE CONNER (Pansolin), FALL (Sorge), RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS (Frazzi)….From the vaults: intervista DEE DEE RAMONE di Roberto Calabro’ Tonnellate di RECENSIONI che non troverete da nessun’altra parte…
IL SINGOLO ALLEGATO (4 brani) vede il ritorno del mitologico TWINK con una nuova band di puro r’n’r (pensate a “Cock In My Pocket” degli Stooges, versione Metallic K.O.). Insieme a: THEE SYDES (cover degli Stoics), BACKDOOR SOCIETY (selvaggio dutch beat), I FENOMENI (cover di un brano dei Ragazzi dai Capelli Verdi).
Trovate GIMME DANGER da:
HELLNATION (BO)
PSYCHO (MI)
HATE/SOUL FOOD (Roma)
BACKDOOR (TO)
BLACK WIDOW (GE)
AREA PIRATA (PI)
Gimmedanger2022@gmail.com
Hellnation64@gmail.com
Luca Frazzi si fa raccontare da MARKY RAMONE i suoi inizi con i Dust e poi con Richard Hell e tutto quello che successe con i RAMONES…
Claudio Sorge parla dei dieci album rock più ignorati degli anni ’90 - gli anni del grunge - lanciati da majors americane, ma underground come spirito e suono.
Ci sono dentro anche gli HYPNOTICS e il loro misconosciuto album ‘americano’ prodotto da Rich Robinson…
Massimo Del Pozzo ha parlato con Mark Landon, l’originale chitarrista dei MUSIC MACHINE, e ne viene fuori una bella storia dei mitologici garage punkers di “Talk Talk
Stefano Cerati ricostruisce l’era RAGA ROCK inglese della fine degli anni ’60, da GEORGE HARRISON a SAM GOPAL, ai QUINTESSEN
Fabio Avaro draga i territori underground del KRAUTROCK dei primi 70’s: ‘German Freak Out
Mr. Mod Antonio Bacciocchi ci racconta le band e le storie che precedettero gli WHO: DETOURS e HIGH NUMBER
Rinaldo Censi analizza in profondità l’innovazione dei PUSSY GALORE
Fabio Pasquarelli rivaluta i MANICURED NOISE…
Io recensisco: Molotovs, Sharp Class, Peawees, Buzzcocks, Chelsea, Downliners Sect, le compilation Halcyon Days e Shake That Thing, Long Ryders, la compilation "Rane n Roll", The Cast, The Cleopatras.
E poi: interviste a Wayne Barrett degli SLAUGHTER AND THE DOGS (di Gabriele Savioli), e ai RADIATORS FROM SPACE, il primo gruppo punk irlandese (di Michele Savin
Luca ritorna sui VIPERS, la più talentuosa band dell’era neo garage di NY anni ’80 e ne parla con Paul Martin…Pierluigi Bella, che era San Francisco negli anni ’90, ci racconta quelle band cosiddette LOW-FI PUNK, dai Supercharger ai Bobbyteens, ai Mummies…Dulcis in fundo, il filosofo rock’n’roll Riccardo Frabetti analizza l’importanza e l’evoluzione e la persistenza negli anni di una canzone simbolo come “Train Kept a-Rollin’”…
E ancora: HIGHER STATE (Lenny Helsing), MOD LANG (Roberto Calabrò), CHARLES MOOTHART (Sorge), JUKE BOX 74 (Frazzi), MAJOR STARS (Frazzi), C+C=MAXIGROSS (Pasquarelli), GARY LEE CONNER (Pansolin), FALL (Sorge), RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS (Frazzi)….From the vaults: intervista DEE DEE RAMONE di Roberto Calabro’ Tonnellate di RECENSIONI che non troverete da nessun’altra parte…
IL SINGOLO ALLEGATO (4 brani) vede il ritorno del mitologico TWINK con una nuova band di puro r’n’r (pensate a “Cock In My Pocket” degli Stooges, versione Metallic K.O.). Insieme a: THEE SYDES (cover degli Stoics), BACKDOOR SOCIETY (selvaggio dutch beat), I FENOMENI (cover di un brano dei Ragazzi dai Capelli Verdi).
Trovate GIMME DANGER da:
HELLNATION (BO)
PSYCHO (MI)
HATE/SOUL FOOD (Roma)
BACKDOOR (TO)
BLACK WIDOW (GE)
AREA PIRATA (PI)
Gimmedanger2022@gmail.com
Hellnation64@gmail.com
giovedì, maggio 21, 2026
Daniele Marzeddu - This is Britannia
Daniele Marzeddu è un fotografo italiano che da dieci anni vive in Gran Bretagna (che nel prefazione di Jim Donaghey si dimostra che "non esiste").
Attraverso le sue immagini viaggiamo da nord a sud, da immagini di immigrati (il 9% della popolazione si riconosce come britannic asiatici, ad esempio) ai problemi dell'alcolismo, dal crescente isolazionismo xenofobo alla multiculturalità e interreligiosità del "regno".
A corredo delle foto, commenti, talvolta poetici altre volte statistici.
Una nazione in bilico, attraversata dalle mille contraddizioni post Brexit, in trasformazione, a cavallo tra patriottismo e sguardo al futuro.
Molto interessante e coinvolgente.
"We Are British" si sente dire, senza non poco orgoglio, girando per le varie loocalità dell'isola: britannici, un aggettivo che accomuna sotto un'unica grande nazione le etnie che si sono stanziate nelle varie lande e contee in cui è amministrativamente suddiviso il territorio della grande isola che fu, in un tempo geologico relativamente recente, parte del continente.
https://www.edizionilow.it/this-is-britannia/
Daniele Marzeddu
This is Britannia
Low Edizioni
160 pagine
24 euro
Attraverso le sue immagini viaggiamo da nord a sud, da immagini di immigrati (il 9% della popolazione si riconosce come britannic asiatici, ad esempio) ai problemi dell'alcolismo, dal crescente isolazionismo xenofobo alla multiculturalità e interreligiosità del "regno".
A corredo delle foto, commenti, talvolta poetici altre volte statistici.
Una nazione in bilico, attraversata dalle mille contraddizioni post Brexit, in trasformazione, a cavallo tra patriottismo e sguardo al futuro.
Molto interessante e coinvolgente.
"We Are British" si sente dire, senza non poco orgoglio, girando per le varie loocalità dell'isola: britannici, un aggettivo che accomuna sotto un'unica grande nazione le etnie che si sono stanziate nelle varie lande e contee in cui è amministrativamente suddiviso il territorio della grande isola che fu, in un tempo geologico relativamente recente, parte del continente.
https://www.edizionilow.it/this-is-britannia/
Daniele Marzeddu
This is Britannia
Low Edizioni
160 pagine
24 euro
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Libri
lunedì, maggio 18, 2026
Antonio Bacciocchi - Keith Moon, batterista
𝐊𝐞𝐢𝐭𝐡 𝐌𝐨𝐨𝐧 è stato uno dei batteristi 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢, 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐨𝐜𝐤.
Nel 2016 avrebbe compiuto 80 anni.
Il suo era uno stile unico che attingeva da tutto e da niente, o forse solo dalla sua mente che viaggiava a mille all’ora in chissà in quale direzione.
Anche la sua breve vita è stata come un proiettile vagante che ha disseminato danni ovunque. Purtroppo è spesso ricordato soltanto come una macchietta folle che devastava alberghi e batterie, che si distruggeva con alcol e mille droghe; in altre parole, un incontenibile pericolo pubblico.
In realtà è stato 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐢𝐚.
Questo libro, parla della vita e della personalità di Keith Moon, ma soprattutto del modo in cui suonava e interpretava le canzoni di 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐗𝐗 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐏𝐞𝐭𝐞 𝐓𝐨𝐰𝐧𝐬𝐡𝐞𝐧𝐝, 𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐜𝐤’𝐧’𝐫𝐨𝐥𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐝 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞: 𝐠𝐥𝐢 𝐖𝐡𝐨.
Con la partecipazione di Giovanni Naska Deidda con il capitolo "Le batterie di Keith Moon".
“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale. Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)
Quando seppi della morte di Keith Moon, il giorno successivo andai a scuola con una fascia nera al braccio in segno di lutto, suscitando la preoccupazione e la solidarietà di compagni e professori.
Si trasformò in ilarità e dileggio quando spiegai che era morto Keith Moon degli Who e che per me ciò significava molto.
E' da sempre stato il mio batterista preferito, allo stesso livello di Ringo Starr.
Tanto compassato, poco visibile e sommessamente geniale Ringo, quanto folle nella sua pirotecnica modalità esecutiva Keith.
Due opposti che si compensavano nella mia visione dello strumento.
Poco tempo dopo il settimanale "Ciao 2001" pubblicò la notizia che gli Who sarebbero andati avanti e che stavano per iniziare le audizioni per un nuovo batterista, riportando anche un indirizzo (quella della Eel Pie, casa editrice e di produzione musicale di Pete Townshend) a cui eventualmente proporre la propria candidatura.
Io non avevo ancora compiuto 17 anni e suonavo la batteria da molto poco ma scrissi immediatamente una lettera con la mia Olivetti, lasciatami da mio padre, su un foglio di ricercata qualità.
Lasciai indirizzo e numero di telefono, avvertendo mia mamma che poteva arrivare una telefonata dall'Inghilterra nei prossimi giorni e di farsi dare il numero che avrei richiamato io.
Ero consapevole che non sarei mai stato scelto ma l'obiettivo era di andare a Londra e di suonare un brano con gli Who, farmi dire "ti faremo sapere", farmi autografare i loro dischi (avevo tutti quelli usciti fino ad allora e anche quelli solisti), una foto insieme e me ne sarei tornato a casa.
Poco tempo dopo uscì la notizia che avevano scelto il loro vecchio amico Kenney Jones, ex Small Faces e Faces.
Capii che era per quello che non mi avevano risposto.
Per chiunque fosse interessato/a l'invito è di rivolgersi a una libreria (oppure Hellnation64@gmail.com) o direttamente a Low Edizioni, cercando, se possibile di evitare Amazon e affini.
Grazie.
https://www.edizionilow.it/
Antonio Bacciocchi
Keith Moon, batterista
Low Edizioni
160 pagine
16 euro
Nel 2016 avrebbe compiuto 80 anni.
Il suo era uno stile unico che attingeva da tutto e da niente, o forse solo dalla sua mente che viaggiava a mille all’ora in chissà in quale direzione.
Anche la sua breve vita è stata come un proiettile vagante che ha disseminato danni ovunque. Purtroppo è spesso ricordato soltanto come una macchietta folle che devastava alberghi e batterie, che si distruggeva con alcol e mille droghe; in altre parole, un incontenibile pericolo pubblico.
In realtà è stato 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐢𝐚.
Questo libro, parla della vita e della personalità di Keith Moon, ma soprattutto del modo in cui suonava e interpretava le canzoni di 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐗𝐗 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐏𝐞𝐭𝐞 𝐓𝐨𝐰𝐧𝐬𝐡𝐞𝐧𝐝, 𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐜𝐤’𝐧’𝐫𝐨𝐥𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐝 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞: 𝐠𝐥𝐢 𝐖𝐡𝐨.
Con la partecipazione di Giovanni Naska Deidda con il capitolo "Le batterie di Keith Moon".
“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale. Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)
Quando seppi della morte di Keith Moon, il giorno successivo andai a scuola con una fascia nera al braccio in segno di lutto, suscitando la preoccupazione e la solidarietà di compagni e professori.
Si trasformò in ilarità e dileggio quando spiegai che era morto Keith Moon degli Who e che per me ciò significava molto.
E' da sempre stato il mio batterista preferito, allo stesso livello di Ringo Starr.
Tanto compassato, poco visibile e sommessamente geniale Ringo, quanto folle nella sua pirotecnica modalità esecutiva Keith.
Due opposti che si compensavano nella mia visione dello strumento.
Poco tempo dopo il settimanale "Ciao 2001" pubblicò la notizia che gli Who sarebbero andati avanti e che stavano per iniziare le audizioni per un nuovo batterista, riportando anche un indirizzo (quella della Eel Pie, casa editrice e di produzione musicale di Pete Townshend) a cui eventualmente proporre la propria candidatura.
Io non avevo ancora compiuto 17 anni e suonavo la batteria da molto poco ma scrissi immediatamente una lettera con la mia Olivetti, lasciatami da mio padre, su un foglio di ricercata qualità.
Lasciai indirizzo e numero di telefono, avvertendo mia mamma che poteva arrivare una telefonata dall'Inghilterra nei prossimi giorni e di farsi dare il numero che avrei richiamato io.
Ero consapevole che non sarei mai stato scelto ma l'obiettivo era di andare a Londra e di suonare un brano con gli Who, farmi dire "ti faremo sapere", farmi autografare i loro dischi (avevo tutti quelli usciti fino ad allora e anche quelli solisti), una foto insieme e me ne sarei tornato a casa.
Poco tempo dopo uscì la notizia che avevano scelto il loro vecchio amico Kenney Jones, ex Small Faces e Faces.
Capii che era per quello che non mi avevano risposto.
Per chiunque fosse interessato/a l'invito è di rivolgersi a una libreria (oppure Hellnation64@gmail.com) o direttamente a Low Edizioni, cercando, se possibile di evitare Amazon e affini.
Grazie.
https://www.edizionilow.it/
Antonio Bacciocchi
Keith Moon, batterista
Low Edizioni
160 pagine
16 euro
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sabato, maggio 16, 2026
Digitalizzazione repertorio Lilith / Lilith and the Sinnersaints: "Guerra"
Prosegue la digitalizzazione del catalogo di Lilith e Lilith and the Sinnersaints a cura di LaPOP Music.
Tocca questa volta al mini LP "Guerra" di Lilith pubblicato dalla belga Boom Records nel 1995.
Il buon riscontro ricevuto dall’album “Lady sings love songs” dell’anno prima induce la band a provare a capitalizzare in qualche modo i risultati faticosamente conquistati anche a suon di kilometri da una parte all’altra della Penisola.
Si suona a Vicenza, Trento, Genova, Lodi, Faenza, Bologna, Roma (dove siamo ospitati anche a Radio RAI Uno), Genova, Piacenza, Milano, al “Bloom” di Mezzago, Bergamo, Voghera, Genova, Massa. Ma anche a Imola alla Festa della rivista “Cuore” dove ad aprire per noi c’è un interessante neonato gruppo folk alla Pogues di Modena, tali Modena City Ramblers e a “FestAmbiente” a Grosseto.
In Belgio la Boom Records stampa il 45 “Everything”/“Bluesin me” e distribuisce capillarmente l’album.
In Grecia la Wipe Out Records invece pubblica un altro 45, “Little Louise”/“Bourballad”.
In settembre torniamo in Belgio in tour, suonando alla Radio Nazionale Belga, a Mechelen e a Bruxelles nel Festival Trans Europe, dove rappresentiamo l’Italia in mezzo ad un sacco di altre band da ogni parte d’Europa, ottenendo un inaspettato successo.
Nel 1994 entriamo in studio per un mini CD (per la prima volta non pubblichiamo in vinile) che realizzerà la belga Boom Records; “Guerra” con le cover di “Hommage a Violette Noizieres” degli Area e “You can’t put your arms around a memory” di Johnny Thunders.
“Non avevo ancora 30 anni, la metà della mia vita l’avevo passata in giro su ogni tipo di palco possibile e immaginabile. Mi sentivo come quando cammini e cammini e non arrivi da nessuna parte e hai solo i piedi gonfi. In ogni posto mi vestivano di complimenti ma mi ritrovavo sempre a caricare e scaricare strumenti... mi sentivo come quella storia buddista del vaso di lacca prezioso graffiato da una zampa di granchio.....”
(Lilith)
Ascolta Guerra, da oggi sulle piattaforme digitali: https://lnk.to/lilith_guerra
Tocca questa volta al mini LP "Guerra" di Lilith pubblicato dalla belga Boom Records nel 1995.
Il buon riscontro ricevuto dall’album “Lady sings love songs” dell’anno prima induce la band a provare a capitalizzare in qualche modo i risultati faticosamente conquistati anche a suon di kilometri da una parte all’altra della Penisola.
Si suona a Vicenza, Trento, Genova, Lodi, Faenza, Bologna, Roma (dove siamo ospitati anche a Radio RAI Uno), Genova, Piacenza, Milano, al “Bloom” di Mezzago, Bergamo, Voghera, Genova, Massa. Ma anche a Imola alla Festa della rivista “Cuore” dove ad aprire per noi c’è un interessante neonato gruppo folk alla Pogues di Modena, tali Modena City Ramblers e a “FestAmbiente” a Grosseto.
In Belgio la Boom Records stampa il 45 “Everything”/“Bluesin me” e distribuisce capillarmente l’album.
In Grecia la Wipe Out Records invece pubblica un altro 45, “Little Louise”/“Bourballad”.
In settembre torniamo in Belgio in tour, suonando alla Radio Nazionale Belga, a Mechelen e a Bruxelles nel Festival Trans Europe, dove rappresentiamo l’Italia in mezzo ad un sacco di altre band da ogni parte d’Europa, ottenendo un inaspettato successo.
Nel 1994 entriamo in studio per un mini CD (per la prima volta non pubblichiamo in vinile) che realizzerà la belga Boom Records; “Guerra” con le cover di “Hommage a Violette Noizieres” degli Area e “You can’t put your arms around a memory” di Johnny Thunders.
“Non avevo ancora 30 anni, la metà della mia vita l’avevo passata in giro su ogni tipo di palco possibile e immaginabile. Mi sentivo come quando cammini e cammini e non arrivi da nessuna parte e hai solo i piedi gonfi. In ogni posto mi vestivano di complimenti ma mi ritrovavo sempre a caricare e scaricare strumenti... mi sentivo come quella storia buddista del vaso di lacca prezioso graffiato da una zampa di granchio.....”
(Lilith)
Ascolta Guerra, da oggi sulle piattaforme digitali: https://lnk.to/lilith_guerra
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Lilith and the Sinnersaints
venerdì, maggio 15, 2026
The Masked Marauders
Nel 1969 la rivista Rolling Stone si inventò un bootleg intestato ai THE MASKED MARAUDERS, in cui, sotto falso nome, incidevano insieme Paul McCartney, John Lennon, George Harrison Bob Dylan e Mick Jagger.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.
Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.
Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.
Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.
I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.
Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.
Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.
Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.
I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.
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giovedì, maggio 14, 2026
New Mod bands (Molotovs, Sharp Class, Spitifires)
Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto", dedicato alle nuove mod band (e affini) inglesi: Molotovs, Sharp Class e Spitifres, con stralci di interviste esclusive .
“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".
E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.
Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.
Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.
Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.
Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.
Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.
Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.
Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.
Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.
Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.
“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".
E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.
Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.
Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.
Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.
Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.
Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.
Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.
Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.
Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.
Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.
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Mod
mercoledì, maggio 13, 2026
Dark Companion
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane più oscure per quanto super attive e interessantissime.
Tocca oggi alla DARK COMPANION, qui rappresentata da Max Marchini.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Dark Companion
https://darkcompanion.com/
La Dark Companion opera da anni, in chiave indipendente, a fianco di grandi nomi della storia del rock, affiliata a un’altra etichetta storica.
L’origine del nome Dark Companion ha una storia molto suggestiva.
La Dark Companion opera da dieci anni, tra le difficoltà che la musica indipendente incontra in questo tempo di omologazione e disinteresse.
L’idea venne al mio amico Greg Lake durante un viaggio in auto assieme, mentre lo portavo a Firenze.
Decise in un attimo (in Inghilterra la burocrazia è a zero) di riattivare la sua storica etichetta, la Manticore, che ebbe, tra gli altri, l’onore di lanciare due artisti italiani, la PFM e il Banco. L’idea era di non essere nostalgici, ma piuttosto di ritrovare lo spirito pionieristico che fu alla basi di quello che poi, post mortem, venne etichettato “progressive”.
Essendo di fatto poco addentro alle nostre faccende, Greg vagheggiava un’Italia patria dell’arte e del gusto, cosa senz’altro vera, ignorando però il totale disinteresse - specie in sede istituzionale - verso le suddette.
Detto fatto e cominciammo a lavorare su alcuni progetti.
Poiché il neo nominato direttore artistico, ovvero io, aveva interessi assai poco mainstream, Lake tuonò che bisognava create un’altra etichetta dedita alle semantiche della musica nuova, avant-garde e alternative.
In quel momento dalla mia compilation iniziò a suonare un vecchio singolo dei Tuxedomoon che si chiama “Dark Companion”.
“Ecco: questo è il nome della nostra etichetta. Il compagno oscuro della Manticore”.
Purtroppo la malattia che portò Lake a vita migliore impedì alla Manticore di andare oltre alla terza uscita poiché, dopo la dipartita del mio amico, nonostante i suoi desideri fossero scritti, la vedova decise di tenere il brand esclusivamente per la ristampa del materiale del marito.
La prima fu il live registrato da Greg Lake al Teatro Municipale di Piacenza, la seconda e ultima prodotta assieme, è Moonchild ove Greg promosse il talento interpretativo e la voce multiottava di Annie Barbazza a rivisitare, assieme a Max Repetti che ne curò gli arrangiamenti, alcuni dei brani più poetici e intesi dei King Crimson e di ELP. e, infine, un album di John Greaves che Lake non potè sentire, Life Size.
Intanto nel 2015 parte Dark Companion con 5 album in uscita il 18 novembre 2015: qui ho sfruttato i miei oltre 40 anni di giornalismo musicale e quando gli amici musicisti hanno saputo dei miei insani propositi, hanno generosamente voluto affidarmi i loro lavori: gli artisti con cui iniziammo furono Keith Tippett, Paolo Tofani, John Greaves, Lino Capra Vaccina (che oggi è uno degli artisti più amati della nostra famiglia) e, per la sussidiaria psichedelica Unifaun Productions, il ritorno dei Flyte Reaction che registrarono alcune delle gemme neo-psichedeliche più pregnanti degli anno ’80.
Da li abbiamo ampliato molto il nostro catalogo ricevendo lodi universali dalla critica e moderate vendite.
Tra gli artisti più iconici, Annie Barbazza, ormai affermata musa dell’avanguardia internazionale, Markus Stockhausen, Michael Mantler, Ron Geesin, Paul Roland, il nuovo progetto degli ex The Cure, Vamberator, e anche autori meno conosciuti che abbiamo introdotto come Sofia DeVille e Jeanette Sollén.
Oggi Dark Companion è una squadra che oltre a me vede Camillo Mozzoni di Associazione Novecento (ex primo oboe della Filarmonica della Scala), Alberto Callegari dello Studio Elfo e Massimo Orlandini di Maracash che è l’executive.
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Nella nostra nicchia delle nicchie si: non è mai mancato l’amore per il disco fisico.
Per fortuna. In effetti piattaforme come Spotify (shitty-fi come ama definirla Rick Wakeman) uccidono letteralmente la possibilità da parte dei giovani artisti di registrare professionalmente poiché, per esempio, per essere remunerati con 1000 dollari (lordi) occorrono oltre 375.000 ascolti. Una follia. Come si fa a pagare le spese di uno studio?
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Francamente più diversamente giovani, come credo per tutto il mercato del fisico, con le dovute eccezioni.
Stiamo notando una ripresa notevole del CD e del Cdr a scapito del vinile che, dopo un ritorno a seguito di sdrucciola moda, sta vivendo, anche grazie ai costi asinini, un rallentamento significativo.
Chiunque abbia un buon impianto resta inorridito dalla pessima qualità delle ristampe in vinile spesso compresse e prese dal CD. Per i dischi nuovi, la quasi totalità delle registrazioni avviene in digitale e a causa di ciò, per l’ineludibile principio fisico dell’entropia, i CD suonano meglio dei vinili. Inoltre, purtroppo, oggi i dischi si vendono praticamente solo ai concerti.
C’è un minimo di ritorno economico per un’etichetta così specializzata e che pubblica sempre confezioni molto curate e di conseguenza più costose?
Quando va di lusso si riescono a coprire le spese. Ci sono eccezioni. Per esempio alcune nostre produzioni sono state ristampate: Vive di Annie Barbazza, Henry Now, la North Sea Radio Orchestra di Folly Bololey e in generale i dischi di Markus Stockhausen abbracciano un’audience più vasta e sono quelli che ci permettono di pagare le spese e di sostenere anche le uscite di alto valore artistico ma meno fortunate o di osare nell’introdurre nel nostro catalogo artisti giovani il che, naturalmente, ci gratifica molto.
Nessuno di noi è coinvolto in Dark Companion per ragioni economiche.
Le nostre policies danno una percentuale molto alta dei profitti, quando ci sono, all’artista.
Siamo una Non Profit Company.
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Dispoticamente arbitrale mio. Non c’è un criterio.
Per esempio ho conosciuto recentemente una band di Roma, i Malesh, che sono venuti a Piacenza per sottopormi un loro lavoro neofolk, cupo, ancestrale che mi è piaciuto.
Abbiamo approntato, come ti dicevo, una sussidiaria, la Unifaun Productions, per tutto ciò che non è strettamente avantgarde, dalla musica classica indiana, alla psichedelica al folk.
Da critico senior sono abituato a non usare mai “mi piace” o “non mi piace”.
Ma da produttore lascio che sia la mia prima impressione a indicare la via. In generale, comunque, siamo focalizzati su linguaggi nuovi, visioni personali, eccentriche e fuori dai percorsi già battuti.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta? Avete un’attività parallela di organizzazione di eventi e concerti molto intensa.
Musiche nuove a Piacenza e Dark Companion sono due entità indissolubili.
Una supporta l’altra ma, come ha osservato argutamente un caro amico, io sono il propulsore di Dark Companion ma anche il suo limite.
Se grazie a Massimo Orlandini e Maracash/Self abbiamo una distribuzione soddisfacente, se grazie ad Alberto Callegari e allo studio Elfo, i nostri dischi sono premiati anche per la qualità del suono, ciò che manca è una tecnologia promozionale di ampio respiro che etichette inglesi, tedesche e americane hanno per il maggiore interesse che questo tipo di prodotto ha nel loro mercato, e alle agevolazioni statali in Italia inesitenti.
Ma soprattutto - dato che i dischi si vendono principalmente ai concerti - siamo disperatamente alla ricerca di una o più agenzie di booking per i nostri artisti.
Cosa c’è in programma per il futuro?
Siamo pieni di progetti e attualmente nella pipeline abbiamo un album di solo piano di Lino Capra Vaccina la cui genesi è decisamente curiosa. Lino è un musicista immenso: un vero poeta del silenzio.
Come produttore niente mi realizza più che mettermi al servizio della sua arte. Una mattina mi sveglio col ricordo di Lino che suona il pianoforte. Lo chiamo e glielo dico: “Lino ho sognato un tuo album di solo pianoforte”. Siccome il caso non esiste, Lino stava pensando di scrivere per piano.
L’album si chiamerà Rosa Mystica e uscirà tra poco. Poi abbiamo il nuovo album in studio di Paul Roland, l’album del John Greaves Ensemble che vede - tra gli altri - membri della Penguin Café Orchestra, dei Soft Machine e dei King Crimson. Il nuovo album di Sofia DeVille, poi la nostra seconda ristampa espansa (in genere non ristampiamo album del passato.
L’unica eccezione fu Songs di John Greaves con Robert Wyatt, Elton Dean ecc) Big Fish Popcorn dei Kings Of Oblivion: uno spassoso album uscito originariamente nel 1987 per la Bam Caruso e che è un pastiche assai zappiano, di Jakko Jakszyk e Gavin Harrison, mai ristampato.
Poi abbiamo due album in duo: i notturni di Gareth Davis e Lino Capra Vaccina e Fred Frith con Annie Barbazza. L’idea di aprire una “Dark Companion Classical” per pubblicare musica classica (abbiamo già un album pronto realizzato con Eugenio Finardi). E tanto altro ancora in ordine, anzi, in sacro disordine sparso.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Dark Companion
https://darkcompanion.com/
La Dark Companion opera da anni, in chiave indipendente, a fianco di grandi nomi della storia del rock, affiliata a un’altra etichetta storica.
L’origine del nome Dark Companion ha una storia molto suggestiva.
La Dark Companion opera da dieci anni, tra le difficoltà che la musica indipendente incontra in questo tempo di omologazione e disinteresse.
L’idea venne al mio amico Greg Lake durante un viaggio in auto assieme, mentre lo portavo a Firenze.
Decise in un attimo (in Inghilterra la burocrazia è a zero) di riattivare la sua storica etichetta, la Manticore, che ebbe, tra gli altri, l’onore di lanciare due artisti italiani, la PFM e il Banco. L’idea era di non essere nostalgici, ma piuttosto di ritrovare lo spirito pionieristico che fu alla basi di quello che poi, post mortem, venne etichettato “progressive”.
Essendo di fatto poco addentro alle nostre faccende, Greg vagheggiava un’Italia patria dell’arte e del gusto, cosa senz’altro vera, ignorando però il totale disinteresse - specie in sede istituzionale - verso le suddette.
Detto fatto e cominciammo a lavorare su alcuni progetti.
Poiché il neo nominato direttore artistico, ovvero io, aveva interessi assai poco mainstream, Lake tuonò che bisognava create un’altra etichetta dedita alle semantiche della musica nuova, avant-garde e alternative.
In quel momento dalla mia compilation iniziò a suonare un vecchio singolo dei Tuxedomoon che si chiama “Dark Companion”.
“Ecco: questo è il nome della nostra etichetta. Il compagno oscuro della Manticore”.
Purtroppo la malattia che portò Lake a vita migliore impedì alla Manticore di andare oltre alla terza uscita poiché, dopo la dipartita del mio amico, nonostante i suoi desideri fossero scritti, la vedova decise di tenere il brand esclusivamente per la ristampa del materiale del marito.
La prima fu il live registrato da Greg Lake al Teatro Municipale di Piacenza, la seconda e ultima prodotta assieme, è Moonchild ove Greg promosse il talento interpretativo e la voce multiottava di Annie Barbazza a rivisitare, assieme a Max Repetti che ne curò gli arrangiamenti, alcuni dei brani più poetici e intesi dei King Crimson e di ELP. e, infine, un album di John Greaves che Lake non potè sentire, Life Size.
Intanto nel 2015 parte Dark Companion con 5 album in uscita il 18 novembre 2015: qui ho sfruttato i miei oltre 40 anni di giornalismo musicale e quando gli amici musicisti hanno saputo dei miei insani propositi, hanno generosamente voluto affidarmi i loro lavori: gli artisti con cui iniziammo furono Keith Tippett, Paolo Tofani, John Greaves, Lino Capra Vaccina (che oggi è uno degli artisti più amati della nostra famiglia) e, per la sussidiaria psichedelica Unifaun Productions, il ritorno dei Flyte Reaction che registrarono alcune delle gemme neo-psichedeliche più pregnanti degli anno ’80.
Da li abbiamo ampliato molto il nostro catalogo ricevendo lodi universali dalla critica e moderate vendite.
Tra gli artisti più iconici, Annie Barbazza, ormai affermata musa dell’avanguardia internazionale, Markus Stockhausen, Michael Mantler, Ron Geesin, Paul Roland, il nuovo progetto degli ex The Cure, Vamberator, e anche autori meno conosciuti che abbiamo introdotto come Sofia DeVille e Jeanette Sollén.
Oggi Dark Companion è una squadra che oltre a me vede Camillo Mozzoni di Associazione Novecento (ex primo oboe della Filarmonica della Scala), Alberto Callegari dello Studio Elfo e Massimo Orlandini di Maracash che è l’executive.
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Nella nostra nicchia delle nicchie si: non è mai mancato l’amore per il disco fisico.
Per fortuna. In effetti piattaforme come Spotify (shitty-fi come ama definirla Rick Wakeman) uccidono letteralmente la possibilità da parte dei giovani artisti di registrare professionalmente poiché, per esempio, per essere remunerati con 1000 dollari (lordi) occorrono oltre 375.000 ascolti. Una follia. Come si fa a pagare le spese di uno studio?
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Francamente più diversamente giovani, come credo per tutto il mercato del fisico, con le dovute eccezioni.
Stiamo notando una ripresa notevole del CD e del Cdr a scapito del vinile che, dopo un ritorno a seguito di sdrucciola moda, sta vivendo, anche grazie ai costi asinini, un rallentamento significativo.
Chiunque abbia un buon impianto resta inorridito dalla pessima qualità delle ristampe in vinile spesso compresse e prese dal CD. Per i dischi nuovi, la quasi totalità delle registrazioni avviene in digitale e a causa di ciò, per l’ineludibile principio fisico dell’entropia, i CD suonano meglio dei vinili. Inoltre, purtroppo, oggi i dischi si vendono praticamente solo ai concerti.
C’è un minimo di ritorno economico per un’etichetta così specializzata e che pubblica sempre confezioni molto curate e di conseguenza più costose?
Quando va di lusso si riescono a coprire le spese. Ci sono eccezioni. Per esempio alcune nostre produzioni sono state ristampate: Vive di Annie Barbazza, Henry Now, la North Sea Radio Orchestra di Folly Bololey e in generale i dischi di Markus Stockhausen abbracciano un’audience più vasta e sono quelli che ci permettono di pagare le spese e di sostenere anche le uscite di alto valore artistico ma meno fortunate o di osare nell’introdurre nel nostro catalogo artisti giovani il che, naturalmente, ci gratifica molto.
Nessuno di noi è coinvolto in Dark Companion per ragioni economiche.
Le nostre policies danno una percentuale molto alta dei profitti, quando ci sono, all’artista.
Siamo una Non Profit Company.
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Dispoticamente arbitrale mio. Non c’è un criterio.
Per esempio ho conosciuto recentemente una band di Roma, i Malesh, che sono venuti a Piacenza per sottopormi un loro lavoro neofolk, cupo, ancestrale che mi è piaciuto.
Abbiamo approntato, come ti dicevo, una sussidiaria, la Unifaun Productions, per tutto ciò che non è strettamente avantgarde, dalla musica classica indiana, alla psichedelica al folk.
Da critico senior sono abituato a non usare mai “mi piace” o “non mi piace”.
Ma da produttore lascio che sia la mia prima impressione a indicare la via. In generale, comunque, siamo focalizzati su linguaggi nuovi, visioni personali, eccentriche e fuori dai percorsi già battuti.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta? Avete un’attività parallela di organizzazione di eventi e concerti molto intensa.
Musiche nuove a Piacenza e Dark Companion sono due entità indissolubili.
Una supporta l’altra ma, come ha osservato argutamente un caro amico, io sono il propulsore di Dark Companion ma anche il suo limite.
Se grazie a Massimo Orlandini e Maracash/Self abbiamo una distribuzione soddisfacente, se grazie ad Alberto Callegari e allo studio Elfo, i nostri dischi sono premiati anche per la qualità del suono, ciò che manca è una tecnologia promozionale di ampio respiro che etichette inglesi, tedesche e americane hanno per il maggiore interesse che questo tipo di prodotto ha nel loro mercato, e alle agevolazioni statali in Italia inesitenti.
Ma soprattutto - dato che i dischi si vendono principalmente ai concerti - siamo disperatamente alla ricerca di una o più agenzie di booking per i nostri artisti.
Cosa c’è in programma per il futuro?
Siamo pieni di progetti e attualmente nella pipeline abbiamo un album di solo piano di Lino Capra Vaccina la cui genesi è decisamente curiosa. Lino è un musicista immenso: un vero poeta del silenzio.
Come produttore niente mi realizza più che mettermi al servizio della sua arte. Una mattina mi sveglio col ricordo di Lino che suona il pianoforte. Lo chiamo e glielo dico: “Lino ho sognato un tuo album di solo pianoforte”. Siccome il caso non esiste, Lino stava pensando di scrivere per piano.
L’album si chiamerà Rosa Mystica e uscirà tra poco. Poi abbiamo il nuovo album in studio di Paul Roland, l’album del John Greaves Ensemble che vede - tra gli altri - membri della Penguin Café Orchestra, dei Soft Machine e dei King Crimson. Il nuovo album di Sofia DeVille, poi la nostra seconda ristampa espansa (in genere non ristampiamo album del passato.
L’unica eccezione fu Songs di John Greaves con Robert Wyatt, Elton Dean ecc) Big Fish Popcorn dei Kings Of Oblivion: uno spassoso album uscito originariamente nel 1987 per la Bam Caruso e che è un pastiche assai zappiano, di Jakko Jakszyk e Gavin Harrison, mai ristampato.
Poi abbiamo due album in duo: i notturni di Gareth Davis e Lino Capra Vaccina e Fred Frith con Annie Barbazza. L’idea di aprire una “Dark Companion Classical” per pubblicare musica classica (abbiamo già un album pronto realizzato con Eugenio Finardi). E tanto altro ancora in ordine, anzi, in sacro disordine sparso.
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martedì, maggio 12, 2026
Cesare Basile - Gigghiana
Un recente rapporto Onu, parla di "bancarotta globale" in merito alla crisi dell'acqua ovvero il pianeta sta utilizzando il proprio capitale idrico come se fosse una risorsa infinita, consumando oggi quantità che non riusciranno più a essere recuperate nel lungo periodo.
Il consumo delle risorse idriche sta crescendo soprattutto nelle economie avanzate e aree tradizionalmente considerate sicure dal punto di vista idrologico.
L'acqua c'è ma non riesce a rigenerarsi abbastanza velocemente da sostenere quello che l’umanità consuma.
Nel 2022 Google, Microsoft e Meta hanno prelevato due miliardi di metri cubi di acqua dolce.
E' il tema del libro di Cesare Basile, storico cantautore siciliano che conosce bene quanto la povertà idrica abbia e continui ad essere un problema di primaria importanza nella sua terra, da sempre "fonte di ricchezza e di miseria, di potenza e di schiavitù".
Ogni scritto è accompagnato da QR code che aprono paesaggi visivi e sonori originali e collage che raffigurano Santi e Madonne tra devozione popolare e rielaborazione simbolica.
Un libro che è opera d'arte, dura, importante e penetrante come la musica di Basile, che non lascia scampo e ci mostra come la tradizione popolare, vissuta non come mero orpello folkloristico ma come identità, sia quanto di più punk e rivoltoso si possa immaginare.
E se tragedia deve essere, appoggiamoci a un anelito di speranza finale:
La fame che scorre per letti di fiumi deviati
ridotti a carretta blindata da guerra
La carne del mondo si crepa
La creta riarsa nasconde nei solchi le ciglia dei poveri e aspetta
L'arsura che insegni di nuovo a sbocciare rivolte.
Cesare Basile
Gigghiana
Phaos Edizioni
40 pagine
15 euro
Il consumo delle risorse idriche sta crescendo soprattutto nelle economie avanzate e aree tradizionalmente considerate sicure dal punto di vista idrologico.
L'acqua c'è ma non riesce a rigenerarsi abbastanza velocemente da sostenere quello che l’umanità consuma.
Nel 2022 Google, Microsoft e Meta hanno prelevato due miliardi di metri cubi di acqua dolce.
E' il tema del libro di Cesare Basile, storico cantautore siciliano che conosce bene quanto la povertà idrica abbia e continui ad essere un problema di primaria importanza nella sua terra, da sempre "fonte di ricchezza e di miseria, di potenza e di schiavitù".
Ogni scritto è accompagnato da QR code che aprono paesaggi visivi e sonori originali e collage che raffigurano Santi e Madonne tra devozione popolare e rielaborazione simbolica.
Un libro che è opera d'arte, dura, importante e penetrante come la musica di Basile, che non lascia scampo e ci mostra come la tradizione popolare, vissuta non come mero orpello folkloristico ma come identità, sia quanto di più punk e rivoltoso si possa immaginare.
E se tragedia deve essere, appoggiamoci a un anelito di speranza finale:
La fame che scorre per letti di fiumi deviati
ridotti a carretta blindata da guerra
La carne del mondo si crepa
La creta riarsa nasconde nei solchi le ciglia dei poveri e aspetta
L'arsura che insegni di nuovo a sbocciare rivolte.
Cesare Basile
Gigghiana
Phaos Edizioni
40 pagine
15 euro
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