venerdì, marzo 13, 2026

Fabio Massera - La Libellula al Guinzaglio

Torna Fabio Massera con un nuovo romanzo (del precedente ho parlato qui: https://tonyface.blogspot.com/2025/03/fabio-massera-xes.html), sorta di fiaba "laica" molto attuale che intreccia una storia d'amore, il mondo dei social, dolore, sentimento.

Il tutto con una colonna sonora ad hoc che intreccia Nirvana, Sex Pistols, Damned, Kina, Assalti Frontali, X, Not Moving, Doors, Dead Kennedys, Negazione e decine di altri.
Massera scrive bene, con fantasia visionaria e poetica e un costante aggancio alla realtà.

Per contatti: https://www.facebook.com/fabio.massera.18

giovedì, marzo 12, 2026

Coppa del Mondo di Cricket T20

ALBERTO GALLETTI torna su queste pagine con un resoconto della Coppa del Mondo di Cricket appena conclusa.

Nel 2011 Alberto ci spiegò in dettaglio come si gioca e funziona il CRICKET qui: https://tonyface.blogspot.com/2011/04/cricket.html

Va bene, cominciamo da oggi col torneo iniziato da due settimane, poi torno indietro.
Non avevo preventivato di scriverne.

Dunque mentre mi avvio verso l'aeroporto leggo che è in corso Italia v West Indies.
Provo un collegamento, funziona.
Quando comincio a guardare le West Indies, mandate in battuta dal capitano azzurro, che ha vinto il toss, sono a 102/3 nel 13mo over, però! ...continuo guardare.
Quando il punteggio passa a 115/5 nel 15mo over dico - cazzo, che succede??
Mentre cerco di capacitarmi del parziale, aiutato da un paio di birre per poter meglio sopportare la permanenza in quello schifo di posto che è un aeroporto, fantasticando ipotetici run-rates e totali al ribasso (cioè negli ultimi 4 overs e mezzo), i caraibici segnano 50 runs con i lanci italiani che si fanno scadenti e il fielding non proprio impeccabile che si va via via crepando.
Chiudono a 165/6 che comunque ritengo assai più che onorevole, nonchè, a occhio, pure basso per una squadra del genere.
Poi però, come sospettavo, i lanciatori delle West Indies non fanno sconti, i nostri non riescono a far punti, abboccano ad ogni esca e finiamo tutti eliminati per 123 con conseguente sconfitta per 42 runs.
Si trattava dell'ultima partita del girone che si chiude con West Indies (8 punti) e Inghilterra (6) qualificate, Scozia, Italia e Nepal (tutte a 2 punti) eliminate.

Rewind

Si gioca, in India e Sri Lanka, il mondiale T20 di cricket.
Credo di averlo già scritto ma lo ripeto: non è il mondiale di cricket, quello si gioca su 50 overs.
Questo è un formato cortissimo, tagliato corto per l'audience televisiva, spinto inizialmente dagli inglesi e poi dell'India che ormai con gli esorbitanti proventi della IPL (il suo campionato T20) domina il cricket mondiale.
Ogni squadra lancia 20 overs (6 lanci ciascuno), i giocatori sono sempre 11, chi segna di più vince.
Un formato dove anche quelli più scarsi possono avere qualche chance, più si accorcia la partita più le differenze tecniche tendono ad essere ininfluenti, e ogni tanto capita.

La novità, e che novità! è che c'è anche l'Italia.
Dopo la qualificazione sfiorata nel 2023, si è ripartiti dal girone di quarta serie, vinto, con accesso al girone di qualificazione vero e proprio dove la vittoria, direi poco preventivabile, contro la Scozia garantisce la quasi qualificazione, che viene poi ufficializzata dalla sconfitta di misura contro l'Olanda e dall'inopinata sconfitta scozzese contro Jersey.
Meritata ovviamente, ma finiamo secondi a parimerito proprio con Jersey che batte a sorpresa la Scozia per un run all'ultima palla.
La spuntiamo per un Net Run Rate migliore di 0,306, un niente.
Ammetto di esser stato contento, ma certi trionfalismi che ho visto mi son parsi un po eccessivi, e per il tipo di squadra che siamo, e per il margine-qualificazione.
La Scozia infatti verrà poi ripescata al posto del Bangladesh che ha boicottato l'India e, inserita nel nostro gruppo, ci batterà sonoramente.

La squadra italiana è formata da 6 australiani (i due fratelli Mosca, i due fratelli Manenti, Stewart e Draca, nati e cresciuti in Australia, che hanno imparato a giocare, son diventati e hanno fatto, o fanno tutt'ora, i professionisti al loro paese e che non avevano mai preso in mano una mazza da cricket su un campo italiano prima di aver indossato la maglia azzurra; ma hanno un certificato di nascita di un nonno, un bisnonno o della mamma. Stessa cosa dicasi per i tre sudafricani (Madsen, Smuts e Meade) e i due inglesi (Campopiano e Gay che non ho ben capito se c'è o no), e da emigrati dal subcontinente indiano, giunti in Italia da bambini, o nati qui da genitori emigrati e che hanno giocato qui dall'inizio (Jaspreet Singh, Crishan Kalugamage, Syed Naqvi, Hasan Ali), loro si rappresentanti di chi gioca a cricket in Italia; Kulagamage ad esempio fa il pizzaiolo a Lucca, gioca a Roma, fa i salti mortali per giocare e ci ha già smenato un bel po' di posti di lavoro per il cricket: il mio giocatore ideale!
Aggiungo Joe Burns, australiano, 12 test mach come apertura per l'Australia (mica niente), professionista per un quindicennio con il Queensland ma anche in Inghilterra con Leicestershire, Middlesex, Glamorgan e Lancashire, capitano per tutte le qualificazioni, ma poi fatto fuori dalla neo eletta presidentessa in autunno perchè legato al precedente presidente e neanche convocato.

Ci comportiamo dignitosamente, dopo la pesante sconfitta nella prima partita contro la Scozia (73 runs) arriva addirittura una vittoria eclatante contro il Nepal, che nella partita precedente aveva perso per soli 4 runs all'ultima palla contro l'Inghilterra.
Li mettiamo fuori tutti per 123 in 19.3 overs,, eccellente prestazione al lancio, poi in battuta fanno tutto i fratelli Mosca, battitori d'apertura, che prendono a mazzate i lanciatori himalahyani oltre ogni previsione segnando 60 not-out e 62 not-out per un totale di 124-0 in soli 12.5 overs, che ci regala una vittoria per 10 wickets e una bella pagina scritta di storia dello sport italiano.
Segue un' onorevole sconfitta contro gli inglesi, giocando una buona partita.
Concediamo si 202 runs (un po troppi), ma prendendo 7 wickets e segnando poi 178 runs, impreziositi dal 60 di B. Manenti. Della sconfitta contro le West Indies ho detto prima.

Il torneo è articolato in tre fasi: la prima con quattro gironi da cinque squadre ciascuno, le prime due accedono al secondo turno formato da due gironi da quattro squadre le cui prime due classificate si sfideranno, incrociandosi, in semifinale, le vincenti vanno in finale.

Lo Zimbabwe è la sorpresa assoluta della prima fase, vince il girone battendo Australia e Sri Lanka, che comunque si qualifica come secondo.
La delusione è senz'altro l'Australia, che forse snobba un po la manifestazione (hanno appena disintegrato gli inglesi negli Ashes e sono campioni del mondo, quelli veri) portando qualche debuttante e va fuori clamorosamente e con merito al primo turno.
La squadra migliore per me è il Sud Africa.

Per il resto tutto normale, chi doveva andare avanti è andato avanti e chi doveva andare a casa è andato a casa. Unica partita bella, fin qui, Sud Africa (187/6) - Afghanistan (187 all-out) finita pari.
Il regolamento prevede un over supplementare a testa (1 lanciatore e 3 battitori a squadra) al termine del quale chi segna di più ha vinto.
Il primo finisce ancora pari (17/1 Sud Africa e 17/0 Afghanistan), ce ne vuole un secondo al termine del quale prevalgono i sudafricani 23/0 contro 19 all-out.

Stadi enormi e vuoti a parte le partite delle due squadre di casa.
Musica a tutto volume non solo tra un over e l'altro, ma anche tra un lancio e l'altro, assolutamente fuori luogo, insopportabile, sportivamente deprimente; un circo.
Il solito circo tipo americano che ormai ha ammorbato qualsiasi sport che faccia uno straccio di audience televisiva; figuriamoci il cricket che fa miliardi di telespettatori e inventa un formato (questo), anzi due (the hundred) appositamente per la tv.

Da domani inizia la seconda fase con le migliori otto divise in due gironi: India, Sud Africa, West Indies, Zimbabwe in un gruppo; Nuova Zelanda, Pakistan, Inghilterra e Sri Lanka nell' altro.
Le cose dovrebbero migliorare.

Restart

La prima partita della seconda fase, Nuova Zelanda - Pakistan è annullata per pioggia, un punto a testa.
Segue una vittoria inglese, una bastonata, sullo Sri Lanka che, dopo averli tutto sommato contenuti al lancio (146), crolla in battuta (95) prima del limite; probabilmente una vittoria decisiva per andare avanti.
Nel secondo incontro il Sud Africa si conferma e ridicolizza i padroni di casa, superstar gasate che giocano come deficienti e rimediano una sconfitta pesantissima (76 runs) davanti ai centomila di Ahmedabad, con ancora 1.1 overs da giocare.
Un bel funerale, mi è piaciuto.

Ero curioso di vedere cosa avrebbe combinato lo Zimbabwe dopo la vittoria a sorpresa del girone.
Opposti alle potenti West Indies hanno confermato, come temevo, che avessero un po' fatto l' oev foera 'd la cavagna.
Mazzolati di brutto al lancio (255 con una quantità di 6 mai vista), e bombardati in battuta, non reggono.
Totale: disfatta per 107 runs con ancora 2.2 over da giocare.
Gli australiani si mangeranno le mani.
Domani vediamo gli inglesi, se battono il Pakistan vanno in semifinale.

Gli inglesi battono il Pakistan al termine di una bella partita.
Lanciano prima, niente di trascendentale, un po di svarioni al fielding (segno della loro sempre ondivaga concentrazione e di una certa coglionaggine di fondo) e Pakistan che chiude a 164/9. In battuta perdono due wickets nei primi due overs (vedi seconda parte della parentesi precedente), ma il capitano Brook, entrato al n.3 invece del solito n.4, fa la partita dell'anno e picchia un 100 tondo tondo in 50 palle radrizzando la partita da solo; Shaheen Afridi lo sbatte fuori quando mancano 10 runs per vincere e due eliminazioni in poco più di un over rimettono tutto in discussione rendendo il finale un po più palpitante. Alla fine Archer realizza il 4 che li porta alla vittoria (166/8) per due wicket quando mancavano solo più 5 lanci.
Inghilterra già in semifinale e chances di semifinale per i pakistani ora complicate.

La Nuova Zelanda (168/7), non particolarmente brillante al primo turno, batte agevolmente, eliminandolo, un modesto Sri Lanka (107/8).

Lo Zimbabwe arriva alla partita contro l'India nel giorno sbagliato.
I padroni di casa hanno voglia di riscatto dopo la figuraccia contro il Sud Africa e si avventano contro i malcapitati avversari totalizzando il secondo punteggio più alto nella storia di un mondiale T20 (256/4), contenendoli poi al lancio (184/6).
Nell'altro incontro del Gruppo 1, il Sud Africa si conferma e vince ancora, demolendo le pur forti e potenti West Indies.
Dovendo rincorrere 176/8, i proteas, guidati dal capitano Markram, che ne fa 82!, ottengono una schiacciante vittoria per 9 wickets raggiungendo 177/1 con ancora 3.5 overs da lanciare.
A questo punto l'ultima partita West Indies - India sarà decisiva.
Chiamati ad inseguire 159 contro i neozelandesi, gli inglesi (161/6) sfoderano una prova convincente e vincono per 4 wickets.
Al lancio bene Rashid e Ahmed che finiscono entrambi con 2/28 e soprattutto Will Jacks che prende 2 wickets lasciando 23 runs e poi segna 32 not-out in battuta trascinando i suoi oltre il traguardo. Il Pakistan (212-8) batte lo Sri Lanka (207-6) per 5 runs dopo un finale thrilling ma in semifinale va la Nuova Zelanda in virtù del miglior NetRR.

Lo Zimbabwe, già eliminato, fa passare un brutto quarto d'ora al Sud Africa, già qualificato, nel derby.
Protagonista il capitano Raza che dopo aver segnato un eccellente 73 in battuta, aiutando i suoi a raggiungere 153/7, prende 3/29 al lancio durante il powerplay lasciando i sudafricani storditi a chiedersi cosa cappero stesse succedendo; con molta fatica, grazie ad un rapido 42 di Bravis, tagliano il traguardo con più di due over ancora a disposizione e un po di mal di pancia.
In semifinale sfideranno la Nuova Zelanda.

Il piatto forte odierno è però il dentro-o-fuori tra India e West Indies di scena al Eden Gardens di Calcutta, tempio spirituale del cricket indiano, gremito fuori modo e ribollente entusiasmo e attesa; ci saranno almeno 60mila persone accorse per celebrare il trionfo (si fa per dire, solo la qualificazione alla semifinale),e un bailamme infernale, ogni qualvolta il punteggio va dalla loro parte.
Yadav vince il toss e manda gli avversari in battuta. Una buona decisione, meglio un run chase; se si arriva all'ultimo over con il punteggio ancora in bilico le probabilità di errore sono quasi tutte dalla parte dei lanciatori.
Il fielding dei padroni di casa è molto chiuso, d'attacco, i giocatori si avventano su ogni palla ma risultano anche imprecisi nella foga. Lasciano giù almeno tre catches mentre gli ospiti segnano con regolarità e arrivano a 102/1 nel corso del dodicesimo over. A questo punto però Jasprit Bumrah decide che ne ha abbastanza e mette fuori Hetmayer, il migliore dei suoi, con una palla più lenta del solito che si alza e finisce tra le mani di Samson.
Holder (37 not-out) e Powell (34 not-out) fanno ripartire le West Indies fino ad arrivare a 195/4 e mettendo l'India davanti ad un run-chase record (il più alto riuscito loro prima di oggi è stato 176). Due wickets entro i primi 4 overs riducono l'India a 43/2 e ammutoliscono lo stadio.
Samson continua però il suo innings nonostante l'andamento altalenante dell'incontro, controlla le palle insidiose e spedisce oltre il boundary le pallacce con la massima calma e disinvoltura mentre intorno a lui i wicket dei compagni continuano a cadere.
Quando anche Hardik Pandya viene eliminato sembra mettersi male, servono 18 punti in 10 lanci, ma Samson continua imperterrito e la decisione al toss di Yadav si rivela corretta, Joseph e Chase mettono tre palle troppo sul leg-side che costano un 6 di Samson e un 4 Dube, sulla terza, ancora Samson spedisce oltre la fune il 4 decisivo decretando la vittoria dell'India (199/5) per 5 wickets con uno stellare 97 not-out e mandando in delirio i presenti.
In semifinale troveranno l'Inghilterra.

Poi, come spesso accade, succede ciò che nessuno ha preventivato, io neanche lontanamente.
La Nuova Zelanda demolisce lo strafavorito Sud Africa e va in finale.
Merito di una prestazione stellare in battuta di Finn Allen che segna un fenomenale 100 in sole 33 palle (50 in 19!), il più veloce cento nella storia del torneo in cui si contano dieci 4 e otto 6, numeri stratosferici; con il totale (170) raggiunto in soli 12.5 overs, poco più di metà innings per una vittoria per 9 wickets che definire schiacciante è riduttivo. Ma non c'è stata solo battuta.
Bisogna anche lanciare ed è qui, insisto nella mia visione, che si vincono davvero le partite; ed è lo spin che in partite così corte risulta spesso determinante.
Come già successo domenica, passato quasi inosservato però vista la vittoria, gli spinners avversari mandano in crisi il top-order sudafricano, qui è McConchie che mette fuori DeCock e Rickleton con due lanci consecutivi nel secondo over riducendoli a 12/2.
Le cose peggiorano di brutto quando Millar e Brevis escono lasciando il Sud Africa in un mare di guai sul 77/5.
Jansen rimedia alla situazione con un' ottimo 55 not-out e una partnership vitale con Stubbs che consente di raggiungere un totale di 169/8.

Ma non c'è niente da fare contro i devastanti openers neozelandesi che cominciano a picchiare dall'inizio e raggiungono 83-0 alla fine del powerplay, chiudendo di fatto la contesa dopo 5 overs (!).
Seifert cade nel corso del decimo over sul punteggio di 117-1, ma non c'è niente di cui preoccupars, la partita è segnata.
Allen continua il suo show personale segnando altri 44 runs in meno di quattro overs! Totale 173/1 in 12.5 overs e vittoria per 9 wickets!

Beh, che dire, una grande partita davvero, corta finchè si vuole ma una grande partita.
La seconda semifinale resta in bilico fin quasi alla fine e gli sconfitti restan lì con più di un qualcosa su cui recriminare. Harry Brook vince il toss e manda i padroni di casa in battuta, come da copione, si gioca al Wankhede Stadium di Bombay, pieno zeppo (ma non è molto grande), in un frastuono assordante.

L'India parte sparata in battuta per sfruttare il powerplay al meglio e Samson comincia come aveva finito, picchiando boundary su boundary e, dopo che Abhishek viene eliminato nel terzo over, viene incredibilmente cagato al catch dal capitano inglese Brook quando il suo punteggio è di 15 (prima recriminazione, probabilmente determinante per il risultato).
Due palle dopo segna un 6 monumentale spedendo il lancio di Archer sul terzo anello, l'inizio di una discretamente lunga via crucis.
Alla fine del powerplay l' India è sul 73/1, nell'over succesivo Dawson lascia 19 runs: 92/1 in 7 overs, per me la partita è finita qui.
Non sarà proprio così ma quasi.

Samson continua e verrà eliminato nel 14mo over per 89, un altro grande innings, un innings decisivo qualsiasi sia il risultato che uscirà da questa partita, con l' India a 160/3 e sette overs da lanciare. Kishan (39) e Dube (43) fanno al loro parte i punti sul tabellone continuano ad andare su, anche Hardik Pandya (27) contribuisce e alla fine dei 20 overs l' India ha totalizzato 253/7.

L' innings inglese si apre con Buttler (25 dopo un torneo disastroso) e Salt (5) che cade subito. Alla fine del powerplay sono ridotti a 63/3 con il capitano Brook fuori per 7, deludente, doppia calamità dopo il catch caduto.
Entra Bethell, gli indiani lanciano molto bene, punti non ne lasciano molti e i wickets inglesi continuano a cadere. Nonostante ciò il ventiduenne mancino astro nascente inglese si batte con coraggio, intelligenza, tecnica e un po di culo e riesce a trascinare i suoi che gli restano aggrappati addosso, segnando un grande 105 prima di essere run-out nel tentativo di correre una seconda corsa per tenere lo strike.
A questo punto sul 225/7 con ancora 5 palle a disposizione tutto è perduto ma Archer entrato dopo di lui spara tre 6 consecutivi che uniti ai 2 di Overton portano l'Inghilterra a soli 8 runs dalla vittoria.
L'ultimo punto di svolta era stato il sensazionale catch preso da Axar Paltel con la collaborazione di Dube sul boundary che elimina Curran e salva un 6 e di fatto vince la partita quando i lanci a disposizione erano 15 e ci sarebbe stata ancora la possibiltà concreta di fare risultato. Nel over successivo però, il penultimo, il grande Jasprit Burmah tiene a bada le ultime velleità inglesi lanciando un grandissimo over che concede solo 6 runs e lascia gli inglesi con un impossibile 29 runs da fare nell'ultimo over.

Gran finale ad Ahmedabad, stadio pieno imballato, circa 120-130mila spettatori, toss alla Nuova Zelanda, India in battuta e.... quasi non ci si crede: dot, dot, dot, dot, stai attento che fanno un over senza segnare....ah ecco mi sembrava strano...4, Samson, sempre lui; segue un altro dot.
Inizio a rilento che inganna, nel secondo over segnano solo 5. Quindi Abhishek e Samson finiscono di scherzare e picchiano prima Duffy e poi Ferguson per 15 e 244 rispettivamente nei due over successivi.
Insieme segnano 12 dei 18 sei dell' innings Indiano.

I lanciatori neozelandesi vengono picchiati senza pietà, come già quelli inglesi in semifinale e il powerplay si chiude sul 92-0.
Abhishek fa 50 in 18 palle.
Ma si, è un gioco del cazzo picchiano qualsiasi palla, vero che la prendono quasi sempre, ma con 10 wickets a disposizione per soli 20 overs a chi importa uscire in maniera sconsiderata quando picchiando colpi senza senso arrivano comunque boundaries?
E poi tutto intorno musica di merda ad alto volume, frastuono, nessun rispetto per il gioco, ma non interessa a nessuno; i telecronisti son pagati per glorificare la merda, i giocatori son pagati per giocare come dei pirla e il pubblico, al quale non interessa niente a parte i boundaries e l'India che vince, gradisce.
La vera domanda è: "perchè lo guardo?"

Toh, un wicket, Abhishek fuori per 52, ottavo over.
Sarà completamente ininfluente, i battitori son forti fino almeno al n.7 e non usciranno in più di 4 o 5. Gli overs si susseguono, i lanciatori cambiano, i lanci cambiano, ma i colpi no, solo slogs: o la ciccano o fuori-campo. A metà innings 127/1 gioco zero, interesse nessuno.
Sarà interessante eventualmente il run chase, ma mi sono rotto i coglioni, mentre telecronisti e commentatori continuano a magnificare i sei, compresi quelli ottenuti sbagliando completamente il colpo, gli speaker dello stadio aizzano il pubblico a tutto volume, clima da corrida, ora pure fuochi d'artificio per i 6, becerume spiccio, che pena.
E' sport questo?
L'unica cosa buona del T20 è che finisce in fretta, ma mai abbastanza in fretta.

Sussulto nel 15mo over, Neesham mette fuori prima Samson (89), poi Kishan (54) e quindi Yadav (0) in quattro palle ma il punteggio è già a 203/5 in 15,1 overs e la partita è segnata.
Il gioco ad ogni modo non cambia: bum, bum bum, bum colpi picchiati senza pensare e ora anche i lanciatori, demoralizzati, sbagliano, che brutto giocare.
Disastroso ultimo over di Neesham che lascia 24 runs, ma neppure io nelle mie giornate peggiori....
L' innings si chiude a 255/5, la Nuova Zelanda adesso dovrà segnare 256 runs per vincere al ritmo di 12,8 a over, non credo riusciranno.

Aprono Seifert e Allen, quest'ultimo reduce dal fantasmagorico 100 in 33 della semifinale, ma non è sempre festa. Dube lo caga su un catch su Allen altissimo nel primo over, potrebbe costare caro poi; invece no, Axar Patel con le sue arm-balls lo mette fuori per 9, e poi anche il nuovo entrato Ravindra per 1.
Powerplay andato, 62/3 (l'India aveva fatto 92/0), poi nell'ottavo over fuori un altro dopo un colpo idiota; ma è così, gioco senza senso a volte va bene altre va male: 70/4. Entra Mitchell, l'ultimo che può combinare qualcosa. Tre palle dopo fuori Seifert (52), goodnight New Zealand at 72/5 dopo 8 over. 10 overs metà innings 98/5 , lontanissimi, ora devono schiacciare a tavoletta e tentare il tutto per tutto, oppure scivoleranno inesorabilmente verso la sconfitta, ma non hanno più picchiatori.
Il rate necessario adesso, con ancora 8 over a disposizione è superiore ai 17 a over.

Quindi di fatto non c'è più niente da vedere a parte per i tifosi che aspettano la vittoria della loro squadra, dimostrazione che anche riducendo il formato per aumentare (dicono) la spettacolarità, in realtà le audience televisive (e si capisce, i T20 in India fanno centinaia di milioni di telespettatori a partita), capitano situazioni dove l'ultimo quinto di partita è inutile prima che venga giocato.
Così la partita scivola senza storia verso la vittoria dell'India con Bumrah che spazza via il low-order neozelandese prendendo 3 wickets per soli 9 runs in un over, tutti allo stesso modo tutti con il battitore che picchia il colpo senza aspettare spostandosi su leg e lui che lancia uno yorker lento che ogni volta colpisce i legni. Un giocar da idioti.

India 225/5 (20.0 overs) batte Nuova Zelanda 159 all-out (19 overs) per 96 runs, una vittoria schiacciante.

Ha vinto la squadra migliore capitalizzando sul proprio powerplay e poi limitando quelli avversari grazie alla bravura dei propri lanciatori sapientemente utilizzati dal capitano, questo va detto.

Agli ultimi tre mondiali a formato ridotto hanno perso solamente due delle trentaquattro partite giocate, vincendo tutti e tre i tornei.
Però hanno perso le ultime due serie casalinghe di test match contro Sud Africa e Nuova Zelanda.
Ognuno guardi un po quel che gli pare.

mercoledì, marzo 11, 2026

Donato Zoppo - Lucio Corsi. Volevo essere strano

Donato Zoppo ha a lungo esplorato il mondo del prog, con numerosi e interessantissimi libri su PFM, Area, King Crimson, Genesis ma anche quello di Lucio Battisti (a cui ha dedicato vari testi) e Beatles.
Recentemente ha spostato l'attenzione verso il cosiddetto (una volta) "rock italiano" con approfondimenti su Litfiba e CSI.

Azzeccata la scelta di entrare nel mondo di LUCIO CORSI che con quattro album, centinaia di concerti in Italia ed Europa e la partecipazione Sanremese, che lo ha lanciato anche nel mainstream, si è affermato come uno degli artisti più personali e particolari della scena musicale italiana.
Il suo mix è noto: David Bowie, Marc Bolan, Ivan Graziani, Renato Zero ma anche Paolo Conte e la migliore canzone d'autore.
Il tutto proposto con ampie dosi di personalità.

Il libro è un racconto, semi romanzato e ricco di riferimenti metaforici, della sua carriera, non alla "Wikipedia" ma con una poetica che lo rende interessante, agevole e spedito da leggere.

"Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia verso le cose" dice Francesco Bianconi dei Baustelle nella prefazione.
Esattamente.

Donato Zoppo Lucio Corsi. Volevo essere strano
Compagnia Editoriale Aliberti
144 pagine
15 euro

martedì, marzo 10, 2026

Punk Rock. The Manges photo archive

La band spezzina dei Manges, monumento del punk rock italiano, sceglie di raccontarsi non con una classica (auto)biografia ma con un percosrso fotografico, raccolto in decenni di concerti in mezzo mondo (Italia, Europa, Giappone, America).
Imnmagini volutamente non perfette o patinate ma semplicemente reali, dirette e urgenti come la loro musica.
Una scelta coraggiosa ma altrettanto efficace: il punk rock è semplicemente questo e quello che raccontano nella breve prefazione.

Le foto non sono presentate in ordine cronologico. Questo non è un percorso lineare. Il punk rock non è mai stato sinonimo di ordine. Ciò che conta è l'energia, i volti, il sudore, il movimento.

Questo libro è un omaggio a cosa significa crescere dentro una scena DIY, lasciarsi ispirare dai Ramones, mettere in piedi una band con gli amici e andare avanti per 30 anni e oltre.
Dormire per terra, guidare tutta la notte, perdere strumenti, perdere tempo, ma non perdere mai di vista il motivo per cui hai incominciato.
E' una dedica alle sottoculture che vivono fuori dai riflettori.
Alle band che si guadagnano rispetto senza contratti con grandi etichette.
Alla musica che non va in Tv.
Alle persone che creano qualcosa di autentico senza bisogno di essere validate da talent show o algoritmi.


Punk Rock. The Manges photo archive
Tsunami Edizioni
348 pagine
29 euro

lunedì, marzo 09, 2026

I DJ Mod londinesi negli anni Sessanta

Foto: dall'alto in basso, Guy Stevens, Roger Eagle, Sandra Blackstone, due immagini del "Flamingo", il Tiles, Jeff Dexter, l'esterno del Tiles, l'articolo del Manifesto.

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per l'inserto de "Il Manifesto", "Alias".
Frutto di un lavoro di ricerca sui DJ MOD dei primi anni Sessanta in Inghilterra.


A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta uno sparuto gruppo di ragazzi (pochissime le rappresentanti femminili), inglesi o meglio londinesi, abbracciò un’estetica particolare, mutuata dalla passione sfrenata per quella italiana e francese dei tempi e dalle copertine dei gruppi e artisti jazz e blues americani.
Abiti eleganti, capelli corti, aspetto raffinato e distintivo.
Nel 1959 lo scrittore Colin Mc Innes nel romanzo “Absolute Beginners” rappresenta al meglio la situazione in poche righe, vivendola in diretta: I ragazzi avevano scoperto che, per la prima volta da che mondo è mondo, disponevano di quattrini, cosa sempre negata loro proprio nell'età migliore per spenderli, vale a dire quando si è giovani e forti.
Come sottolineò lo stilista Lloyd Johnson (tra i suoi clienti Bob Dylan, Rod Stewart, Keith Richards, David Bowie, Move, Jam, Specials, Madness, Oasis, George Michael, Joe Strummer): Era il 1959. Avevo 14 anni e vidi tre ragazzi, con giacche a tre bottoni, camicie senza colletto, cravatte sottili, pantaloni a tubo. Mi avvicinai e gli chiesi: Perché siete vestiti così? Siamo Modernisti. Non capii cosa significasse ma diventai un modernista.

I Modernisti (in breve tempo più sinteticamente definiti Mods) guardano avanti, ricercano il nuovo, in un’Inghilterra ancora piena di macerie della seconda guerra mondiale e ancorata a valori tradizionali e Vittoriani.
Cambiano le regole sociali, si rompono le convenzioni.
Graham Hughes, uno dei primi mod londinesi puntualizza: Noi apparivamo diversi perché il Modern Jazz che ascoltavamo aveva più stile e noi ci adattavamo esteticamente a questo. Andavamo agli all nighter vestiti di tutto punto per distinguerci dal resto degli appassionati jazz, in jeans, maglioni, abiti trasandati e con la barba.

Il sottobosco del jazz è già da tempo attivo e pulsante, aprono nuovi locali dedicati a questi suoni innovativi: nel 1952 il “Flamingo” a Wardour Street, successivamente (nel 1958) arriveranno il “Marquee” in Oxford Street, nel 1958 e il “Ronnie's Scott” a Gerrard Street nel 1959. Trovare i dischi di riferimento non è facile.

Il jazzista Ronnie Scott si imbarca sulla “Queen Mary” come mozzo per approdare a New York e spendere i soldi a disposizione per vedere i suoi idoli in concerto, fare incetta di dischi rari e portarli a Londra per farli ascoltare nei locali.
E’ una scena che ribolle di passione e vitalità.
Il jazzista Brian Harvey:
Eravamo anti establishment e contro le convenzioni anche se, a conti fatti, la scena jazz degli anni Venti era ben più promiscua della nostra. John Minnion: “Il jazz aveva una credibilità di strada. Era sovversivo per la musica tradizionale, era anti commerciale.”

Il jazzista George Melly: “Per noi il jazz era black music, era la musica dei poveri. La scena Modern Jazz attraeva molti neri, al Ronnie's Scott c'erano sempre neri ai concerti, la stessa cosa non avveniva nel giro del jazz tradizionale. Il Modern Jazz era contemporaneo, più cool ed è per questo che attraeva più giovani.

I locali londinesi avevano una struttura piuttosto simile al bar, tavoli e sedie (dove spesso si poteva anche mangiare) e il palco, su cui gli artisti si esibivano, ascoltati in silenzio, tanto quanto i dischi che venivano suonati su rudimentali giradischi.
Il trombonista Eddie Harvey ricorda: Erano luoghi in cui la gente si sedeva per terra in religioso silenzio per ascoltare le ultime novità jazz, nello stesso modo in cui si assisteva a un concerto di musica classica.

Quando si parla delle famose serate in cui i mod e affini ballavano nei locali iconici della scena londinese, nei primi anni Sessanta, scatenandosi al ritmo di oscuri brani blues e rhythm and blues, si è molto lontani dall’immagine a cui siamo abituati, con un DJ alla consolle, munito di mixer, due piatti e musica che viene mixata al giusto tempo e ritmo.
Siamo, al contrario, in un contesto molto pionieristico e primitivo (le prime serie modalità in tal senso vennero introdotte, presumibilmente, da Francis Grasso e David Mancuso nei primi Settanta a New York).
Per quanto le testimonianze siano scarse, i primi DJ londinesi proponevano un brano alla volta, presentando il successivo, con particolare calma, mentre passavano da un disco all'altro.

Jeff Dexter: Non si pensava nemmeno al mixaggio, i dischi venivano semplicemente messi sul giradischi e suonati. In molti locali c'erano due giradischi Gerrard affiancati e l'impianto voci era quasi sempre di bassa qualità.

I club che proponevano l’ambito musicale preferito dai mod erano pochi ma molto frequentati.
Ricorda Mike Tenner, uno dei primi protagonisti della scena: Ho iniziato a esplorare il West End dopo il lavoro, è stato allora che ho scoperto “La Discotheque” e il “Flamingo”. Credo siano stati i primi due club in cui sono andato, poi ho iniziato a frequentare il “Marquee”. È stato in questi posti che ho visto per la prima volta i soldati americani che si presentavano davvero bene, con quel look Ivy League, camicie abbottonate e cappelli Blue Beat. Hanno portato anche la musica con loro e ho iniziato ad appassionarmi al R&B e al Jazz. Questi posti erano pieni di ragazzi neri, afroamericani e ragazzi delle West Indies.

Ha parlato spesso di quel periodo anche David Bowie, che abbracciò convinto e partecipe la prima scena mod:
Ho vissuto a Brixton e questo mi è bastato per rimanerne molto colpito. Tutti i club ska e bluebeat erano a Brixton. Inoltre era uno dei pochi posti in cui suonavano dischi di James Brown, a parte due club francesi in città, “La Poubelle” e “Le Kilt”. Nel centro di Londra invece c’erano il “Marquee”, “The Scene”, l'”Eel Pie Island” a Twickenham, era una specie di circuito.

Andrew Loog Oldham (manager dei Rolling Stones): Peter Meaden (manager degli Who) mi fece scoprire un’altra forma di vita: Soho. Il primo scalo fu lo “Scene”, vicino a Piccadilly. Lo gestiva Ronan O’Rahilly che poi fondò Radio Caroline. Era rumoroso e fumoso, indirizzato ai proletari emancipati, con il soul bianco cantato su melodie nere, che era la colonna sonora fino alle luci dell’alba. Ci spostavamo di quattro isolati fino a Wardour Street al “Flamingo”, dove la gente amava il blues e il jazz. Di sabato serviva da bere e suonava musica tutta la notte dedicandosi al rhythm and blues nero, all’Atlantic Records e alla Stax Records. Aveva un’atmosfera perfetta con il suo assortimento di malavitosi, sessi vari e tipi underground: decadenza senza possibilità di violenza.

John Paul Jones (bassista dei Led Zeppelin):
Era fantastico lo “Scene”, fumoso, molto punk. Io suonavo al “Flamingo”, che era funky e jazz mentre allo “Scene” mettevano pop bianco, che anticipava quello che sarebbe diventato il punk un po’ di anni dopo. Ai quei tempi era tutto una pasticca, nel giro jazz le chiamavano “blues”, in quello rock le “purple hearts”.
C’erano un sacco di locali ska, come il “Roaring Twenties” ma suonavano gruppi ska anche al “Flamingo” e al “Whiskey A Go Go”.
Il “Flamingo” era scalcagnato, caldo e puzzolente ma la musica era bellissima, rhythm and blues nero e un po’ di jazz, musica dell’Atlantic Records e Stax ma aveva successo anche l’etichetta Blue Note con John Coltrane e Miles Davis. Nessuno considerava i gruppi bianchi tipo Yardbirds o Stones, solo musica nera.


A Wardour Scene a due passi dallo “Scene” c’era “La Discotheque”, il primo club a proporre solo musica da ballare, senza band (Era gestito da francesi snob. Era un posto fantastico. C'erano materassi dappertutto. Così potevi andare a sudare in pista e poi scendere e sprofondare su un materasso puzzolente, ricorda Jeff Dexter) suonando musica fino a quasi l’alba, contrariamente a tutti gli altri locali in cui nomi come Animals, Stones, Georgie Fame, Geno Washington, Spencer Davis Group, i primi Who, riprendevano classici del rhythm and blues e blues da proporre a un pubblico che in buona parte preferiva però ascoltare le versioni originali, dai rari 45 giri che arrivavano dall’America.
I nomi dei protagonisti che lavoravano dietro ai piatti rimasti nella memoria non sono molti ma particolarmente significativi.

Oscuro personaggio, a suo modo particolarmente influente nella prima scena mod londinese, Sandra Blackstone fu assunta, nel 1962, al “The Scene” dal proprietario Lionel Blake, per la sua bellezza, un'attraente bionda che aveva già lavorato in vari club di Soho.
Ben presto si scoprì il suo particolare gusto per blues, rhythm and blues e soul.
Dal libro "King Mod" di Steve Turner:
Suonava dischi prima dei concerti delle band e faceva serate da sola con il nome di "Off the record with Sandra" con la regola di non passare nessun singolo che fosse nella Top 20.
Lionel Blake: Dopo pochi mesi che era con noi mi resi conto che trovava i dischi grazie al fatto che frequentava (anche intimamente) i GI's americani di stanza a Londra, da cui si faceva dare le ultime novità di black music e materiale introvabile, cose tipo “Ain’t Love Good, Ain’t Love Proud” di Tony Clarke. Sapeva perfettamente cosa e quando passare un brano piuttosto che un altro. All'inizio della serata suonava cose divertenti per passare poi verso la fine ai brani più heavy. Aveva dischi che nessun altro in Inghilterra possedeva.

Donna affascinante, elegante e misteriosa di cui nessuno sapeva granché.
Infanzia difficile, genitori divorziati, appena arrivata a Londra, nel 1960, si sposò, ebbe una figlia che abbandonò quando, quasi subito, si separò dal marito.
L'ultima volta che vide sua moglie fu quando, alla chiusura del locale nel 1966, lo andò a trovare nel suo ufficio accompagnata da uno spacciatore caraibico, chiedendogli soldi per ricominciare una vita in America.
Poi scomparve nel nulla.

Jeff Dexter (The coolest mod of all time, dice il DJ Eddie Piller), fu uno dei primi ad abbracciare la scena Mod nei primissimi Sessanta, a fianco di quel tale Mark Feld, diventato poi il ben più noto Marc Bolan.
Frequentatore assiduo dei principali club londinesi incominciò nel 1966 a fare il DJ al “Tiles” in Oxford Street (proprio di fronte al “100 Club”) dove suonava dance records, bluebeat, ska, un po’ della prima psichedelia ma poca perché non era gradita a quell’ultima ondata di mod impasticcati, duri e puri.
Lavorerà al mitico “Ufo Club” per diventare poi manager di America e Hawkwind e a lavorare, in ambito discomusic, anche in Italia.
Si esibiva anche come ballerino, spesso a fianco di Ian Samwell, chitarrista e autore per Cliff Richard, Isley Brothers e di quella “Watcha Gonna Do About It” che fu il singolo d'esordio per la mod band per eccellenza, gli Small Faces, nel 1965.
Fu anche produttore per Georgie Fame e John Mayall (lavorò successivamente con Frank Zappa e Joni Mitchell) e un valente e apprezzato DJ nei primi Sessanta, grazie alla sua profonda conoscenza della black music.
Si esibiva inizialmente al “Lyceum” per poi passare al “Flamingo”, “Marquee” e “Tiles”.
Precedentemente al “Lyceum” aveva lavorato anche Jimmy Savile, diventato poi famoso conduttore televisivo e radiofonico (noto anche per le sue abitudini di molestatore seriale) per poi passare all'”Ilford Palais” come DJ per spettacoli pomeridiani per i più giovani.
E' considerato tra i primissimi ad avere cercato di mixare i brani.

Roger Eagle incominciò invece a lavorare casualmente al neonato “Twisted Wheel” a Manchester nel 1965.
Specializzato nel rhythm and blues originale, per rimanere fedele al suo culto per il sound Stax rifiutò di adattarsi successivamente alle continue richieste di brani con un tempo più veloce che diede origine alla scena Northern Soul.
Organizzò anche concerti di alcuni sconosciuti (in Inghilterra ai tempi) nomi di punta della black music.
Si sposterà verso la scena prog per aprirsi poi alla fine del 1976 alla neo nata ondata new wave/punk che ospiterà nel suo nuovo club, l’”Eric’s”.
Nei primi Ottanta nel suo “International club” sarà invece la volta di altri nuovi nomi emergenti, dai REM agli ancora sconosciuti Stone Roses.
Scompare per cancro nel 1999.

Guy Stevens è abitualmente ricordato per aver prodotto uno dei migliori album della storia del rock, “London calling” dei Clash, nel 1979, poco prima della sua prematura scomparsa nel 1981.
Ma oltre ad aver lavorato anche con Procol Harum, Free, Moot the Hoople fu, nei primi Sessanta, tra i più influenti DJ, in particolare allo “Scene” dove suonava rarità rhythm and blues, ska, blues e surf.
Poco dopo fu incaricato di gestire la sezione inglese della prestigiosa label Sue Records, realizzando numerose compilation e 45.
Fu tra i primi ad introdurre in Inghilterra nomi come Chuck Berry (era il presidente della Chuck Berry Appreciation Society), Bo Diddley, Howlin' Wolf.
Fu arrestato per droga nel 1966 e cadde in depressione quando, al ritorno in libertà, scoprì che la sua preziosa collezione di rarità discografiche era stata rubata.
La sua profonda conoscenza della black music più rara (si riforniva per posta di dischi da piccole e oscure etichette del sud degli States) fu spesso preziosa per band come Who, Stones o Small Faces che si rivolgevano a lui per avere i brani meno conosciuti, più recenti e interessanti del genere.
Il successo dei primi club diede vita a una serie di altre simili esperienze a Londra (il “Sybilla’s” a Swallow Street, il “Bag O’ Nails”, lo “Spekeasy”, l’”Uppercut Club”, il “Roundhouse”) e in altre città, come il “Twisted Wheel” a Manchester, “The Mojo” a Sheffield, “The Gaff” a Banbury.
Locali in cui si manteneva viva la passione per la black music americana, rimanendo il più possibile impermeabili alle nuove tendenze.
Una modalità che si riverserà poco tempo dopo nella scena Northern Soul.
Il momento di passaggio è ben documentato in "The Noonday Underground" un breve racconto del saggista e scrittore Tom Wolfe, pubblicato originariamente come articolo e raccolto poi con altri nel 1968 nel libro "The Pump House Gang".
Racconta delle pause pranzo al "Tiles", locale di Oxford Street (numero 79), in cui a metà Sessanta numerosi gruppi di mod si riunivano per ballare un'oretta con ragazzi di 15 anni, vestiti meglio di chiunque altro nel loro ufficio.
Giovani ragazzi e ragazze che avevano scelto la modalità di vita detta "Total Life": Questi giovani hanno optato a favore di un modo per uscire totalmente dal convenzionale sistema lavorativo classista, scegliendo un mondo sotto il loro diretto controllo. Quasi tutti hanno lasciato la scuola a 15 anni, migliaia di questi giovani mod se ne sono andati da casa, perfino le ragazze, per vivere nei flat a Londra (che dividono in tre o quattro) tra Leicester Square, Charing Cross, Charlotte Street. Spendono i soldi che guadagnano, lavorando più o meno precariamente, in vestiti, dischi, serate in discoteca, affitto e (scarso) cibo. Tutti possono partecipare alla Total Life, il momento in cui possono davvero vivere completamente, tutto il giorno, in un mondo in stile Mod, intriso di musica, capovolto, scorticato, infuocato, vivendo un ruolo piuttosto che un lavoro. L'intera idea di classe operaia o di qualsiasi altra classe di appartenenza é irrilevante.

Un'epoca lontanissima, un momento di esplosione creativa, in cui pochi giovanissimi, con la spontaneità e l'urgenza dell'età, seppero costruire (più o meno inconsapevolmente) una cultura, uno stile di vita, una modalità di appartenenza e identità che, con i dovuti e ovvi cambiamenti, si è protratta fino ai nostri giorni e continua a influenzare e affascinare tantissimi ragazzi e ragazze.

Dichiarazioni tratte da Andrew Loog Oldham “Stoned”, Richard Barnes “Mods”, Steve Turner Kink Mod. The story of Peter Meaden”.

sabato, marzo 07, 2026

Not Moving a La Spezia "La Skaletta" - Sabato 7 marzo / Digitalizzazione catalogo

Torniamo con i Not Moving sul palco della Skaletta Rock Club a La Spezia.
Sabato 7 marzo

Ad aprire la serata saranno i NIGHT TERROR, per la prima volta con questa formazione.
Un grande progetto di Riccardo Motosi (Manges) Massimiliano Bertagna (King Mastino)
Stefano Giannotti (Satanic Youth)

Dj set Diego Ballani
Ingresso riservato ai soci ARCI!
Open club 21.00
Inizio concerti 22.30

https://www.facebook.com/events/924168270151092

Prossime date:

Venerdì 20 marzo: Pesaro "Urbica"
Sabato 21 marzo: Como "Arci Joshua"
Venerdì 27 marzo: Milano "Biko"
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
A seguire le date estive

But It's Not
https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0

Not Moving FB
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

Not Moving IG
https://www.instagram.com/not_moving_ltd/
Dopo l’uscita di That’s All Folks! La Tempesta e LaPOP Music hanno iniziato a rimettere ordine nella storia e nel catalogo digitale dei Not Moving, riportando alla luce i capitoli fondamentali della band.

Uno di questi è “Jesus Loves His Children”, registrato tra il 13 e il 17 aprile 1987 dopo un devastante tour in Germania: dodici concerti in dodici giorni nel gelo dell’inverno.

Il disco esce il 5 giugno per Spittle Records e segna un’apertura ancora più marcata verso il rock australiano (Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Celibate Rifles), mentre la copertina richiama la rivolta dei Nativi Americani di Wounded Knee (1973).

Accolto molto bene da pubblico e critica, il disco porta articoli e recensioni da mezzo mondo: Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Spagna, Finlandia e perfino Perù.
Nel frattempo la band continua a suonare senza sosta: a luglio alla Festa dell’Unità di Scandiano (ad aprire una giovane band chiamata Ora Zero, guidata da un allora sconosciuto Luciano Ligabue), a settembre al Festival Movimenti ’87 di Cuneo con Rats e CCCP, e a dicembre a Pescara per il centesimo concerto della formazione originale.
Senza saperlo, sarà anche l’ultimo con Dany al basso.

venerdì, marzo 06, 2026

La morte di Spotify di Joel Gouveia

Riprendo stralci di un post pubblicato da JOEL GOUVEIA (manager e supervisore musicale, organizzatore e tanto altro) qui: https://joelgouveia.substack.com/p/the-death-of-spotify-why-streaming sulla imminente "morte" di SPOTIFY.

Praticamente tutti nel mondo della musica odiano Spotify, tranne chi ci lavora.
È una piattaforma che priva gli artisti di tutto ciò che hanno, impedisce attivamente la creazione di una community e, nonostante tutto ciò, la piattaforma fatica ancora a mantenere un margine di profitto sano.

Il modello di business dello streaming è fondamentalmente fallito.
E alla fine, il suo declino diventerà sempre più evidente.
Spiegherò nel dettaglio perché l'era DSP Digital Signal Processor) indica processori specializzati nell'elaborazione di segnali digitali in tempo reale, ottimizzati per operazioni matematiche veloci. Sono fondamentali per ottimizzare l'audio (equalizzazione, crossover) e in ambiti come telecomunicazioni) si sta arrestando bruscamente, perché le major sono silenziosamente terrorizzate e perché gli artisti che non cambiano rotta ora affonderanno con la nave.

Qualche mese fa stavo discutendo dello stato dell'industria con un vicepresidente della Warner Music Canada, e lui ha detto una cosa che mi è rimasta impressa da allora. Ha detto: "Per la prima volta nella storia, noi (le major) non controlliamo l'intero sistema di consumo".

Una breve lezione di storia su chi controllava effettivamente le condutture:
Per tutto il XX secolo, le major non possedevano solo i diritti d'autore, ma anche l'hardware. Erano fondamentalmente monopoli integrati di tecnologia e produzione che si mascheravano da aziende artistiche.
La RCA (Radio Corporation of America) possedeva la RCA Records (Elvis Presley, David Bowie, John Denver, per citarne alcuni...) Ma ha anche inventato il formato vinile a 45 giri e prodotto i giradischi fisici che bisognava acquistare per ascoltarlo.
La Philips possedeva la PolyGram Records. Ha anche letteralmente inventato la Compact Cassette negli anni '60.
La Sony possedeva la CBS Records (Michael Jackson, Bruce Springsteen e altri). Ma hanno anche co-inventato il Compact Disc nel 1982 (con Philips) e prodotto il Sony Walkman e i Discman che li riproducevano.

In parole povere, possedevano l'artista, possedevano la plastica su cui era stampata l'opera e costruivano il dispositivo su cui veniva riprodotta. Controllavano l'intero sistema di consumo.

Ma oggi, le etichette discografiche hanno perso le loro fonti. Per la prima volta nella storia, l'industria musicale dipende interamente da giganti tecnologici terzi per la distribuzione dei propri prodotti.
Apple, Google, Amazon e Spotify possiedono la distribuzione, gli algoritmi, l'hardware (iPhone, altoparlanti Echo) e, soprattutto, i dati dei clienti.

Certo, le "Big Three" (Universal, Sony, Warner) si sono assicurate quote azionarie di Spotify fin dall'inizio, tramite accordi di licenza.
Ma possedere una piccola parte del capitale azionario non significa controllare l'ecosistema.
Il loro raggio d'azione si è ridotto a coloro che creano e forniscono contenuti affittando spazio sui server di Daniel Ek.
Da quando le etichette hanno perso il controllo sui formati, le aziende tecnologiche hanno iniziato a mercificare il prodotto.

Guardate le guerre dello streaming video. Netflix, HBO Max, Disney Plus sono in un bagno di sangue.
Ma hanno un'arma in più: la differenziazione.
Se volete guardare Stranger Things, avete bisogno di Netflix. Se volete The Last of Us, avete bisogno di HBO.

Eppure, se guardate la musica: Spotify, Apple Music, Amazon Music e Tidal offrono tutti esattamente lo stesso prodotto:
una libreria di 100 milioni di brani. Come sottolinea Jimmy nel podcast, questa mancanza di differenziazione trasforma la musica in un servizio di pubblica utilità.
La musica è ormai indistinguibile dall'acqua del rubinetto o dall'elettricità. "Al momento, lo streaming musicale è un servizio di pubblica utilità", afferma. "Tutti i servizi sono esattamente uguali, fanno lo stesso trucco. Se uno di loro abbassa il prezzo, gli altri sono spacciati, perché non c'è un'offerta unica".

Quando la musica viene trattata come un servizio di pubblica utilità, viene inconsciamente svalutata dal consumatore. È un rumore di fondo. Se avete letto il mio articolo di qualche settimana fa sull'argomento, vi renderete conto di quanto questa situazione sia pericolosa per molteplici ragioni.

Ecco la realtà finanziaria che Wall Street ha storicamente odiato riguardo alle piattaforme DSP indipendenti come Spotify.

In un normale business tecnologico (come SaaS o Netflix), man mano che si acquisiscono abbonati, i margini di profitto aumentano esponenzialmente perché i costi fissi rimangono relativamente stabili. Una volta che Netflix paga 20 milioni di dollari per produrre un film originale, quel costo è fisso.
Che lo guardino 1 milione o 100 milioni di persone, il costo non cambia. Il margine aumenta.

Lo streaming musicale funziona al contrario.
Poiché le piattaforme DSP restituiscono circa il 70% di ogni dollaro guadagnato ai titolari dei diritti (etichette ed editori), i loro costi aumentano linearmente con la loro base di utenti. Ogni volta che una canzone viene trasmessa in streaming, una frazione di centesimo esce dall'edificio.

Jimmy Iovine lo ha detto senza mezzi termini: "I servizi di streaming sono in una situazione difficile, non ci sono margini, non guadagnano nulla".

Questo modello funziona solo per Apple, Amazon e Google, perché non hanno bisogno che le loro piattaforme musicali siano estremamente redditizie. Amazon usa la musica come un prodotto civetta per farti continuare a pagare Prime. Apple la usa per vendere iPhone da 1.000 dollari.

Per quanto riguarda Spotify, o qualsiasi altra azienda di streaming musicale indipendente, sono piuttosto nei guai. E indovinate un po': quando i margini della piattaforma sono strutturalmente ridotti, indovinate chi viene colpito per primo? Gli artisti.

Iovine sostiene che le piattaforme di streaming hanno fallito completamente nel diventare "hangar culturali" dove artisti e fan possano effettivamente interagire.
"È unidimensionale. È un bancomat. Ci metti i soldi, ottieni la tua musica", ha affermato Iovine. "Non fanno nulla per l'artista. L'artista vuole comunicare con i suoi fan, punto... e i servizi di streaming continuano a dire: 'Ti metteremo nella nostra lista se sarai gentile con noi'. Sono stronzate."

In parole più semplici, la verità è: Spotify non vuole che tu abbia un rapporto con i tuoi fan. Spotify vuole che i tuoi fan abbiano un rapporto con Spotify.

Proteggono i dati degli ascoltatori con la loro vita perché quei dati sono l'unico fossato che hanno lasciato. Se costruisci l'intera carriera su una piattaforma che ti impedisce attivamente di ottenere un indirizzo email o un numero di telefono, stai costruendo una casa su un terreno in affitto. Sei un dipendente non retribuito di un'azienda tecnologica svedese che considera il lavoro della tua vita come "contenuto" per riempire i propri tubi.
Per aggiungere danno alla beffa, i meccanismi finanziari dei DSP puniscono attivamente la classe media dei musicisti.
Con l'attuale sistema di pagamento "pro-rata", tutti i soldi degli abbonamenti confluiscono in un unico grande fondo e vengono distribuiti in base alla quota di mercato totale. Supponiamo che tu sia un trentacinquenne che ascolta esclusivamente gruppi indie rock.
Paghi i tuoi 11,99 dollari al mese. Ma tuo figlio di 14 anni ha un piano famiglia e ascolta Drake e Taylor Swift in streaming a ripetizione per 8 ore al giorno.
A causa del modello pro-rata, i tuoi 11,99 dollari non vanno alle band indie che ami.
La stragrande maggioranza dei tuoi soldi viene convogliata direttamente all'1% delle pop star più influenti, semplicemente perché detengono il volume di streaming più alto a livello globale.
Il sistema è truccato per sovvenzionare le megastar e affamare la classe media.

E se Jimmy avesse ragione? Se i DSP sono "a pochi minuti dall'obsolescenza", cosa li sostituirà?
Beh, non sono sicuro che i DSP scompariranno da un giorno all'altro, ma se sei un artista o un manager che cerca di sopravvivere in questa economia musicale in evoluzione, la risposta è la proprietà diretta.

Gli artisti che sopravviveranno nei prossimi cinque anni sono quelli che stanno silenziosamente spostando la loro attenzione lontano dal "bancomat". Stanno costruendo i loro hangar culturali.

Stanno acquisendo numeri di telefono su Laylo.
Stanno indirizzando i fan verso server Discord privati.
Si stanno concentrando sul fatturato medio per fan (ARPF) attraverso merchandising ad alto margine, vinili e biglietti cartacei, piuttosto che elemosinare frazioni di centesimo da un posizionamento in playlist.

Stiamo assistendo alla morte del "pubblico di massa" e alla nascita della "micro-comunità".

L'industria musicale ha trascorso un decennio ossessionata da come convincere un milione di persone ad ascoltare una canzone una volta.
Il prossimo decennio sarà caratterizzato da artisti che cercheranno di capire come far sì che 1.000 persone si interessino per sempre.

giovedì, marzo 05, 2026

Bulimia discografica italiana

Probabilmente molti di coloro che mi leggono sanno che lavoro a RadioCoop (da ormai 23 anni), la struttura che diffonde musica, comunicati, redazionali etc all'interno degli omonimi supermercati in Italia.
Tra le altre cose gestisco il sito www.radiocoop.it e la posta in entrata relativa alle proposte musicali.

In questi giorni ho fatto ordine nelle mail, constatando che nei primi due mesi del 2026 sono arrivati tra digitale e fisico circa 200 album (con una discreta quantità di vinili e perfino qualche musicassetta), un numero incalcolabile di "singoli" (tutti in digitale) e quasi 300 video.

Sto parlando di produzioni cosiddette "INDIPENDENTI" e ITALIANE, che arrivano da piccole etichette e autoproduzioni.
Non sono contemplate nella lista quelle "ufficiali" o per le major.
I generi musicali coprono una gamma pressoché completa dello scibile musicale, dal rock al punk, all'hardcore, funk, soul, jazz, sperimentazione, cantautorato, folk tradizionale, canzone d'autore, pop "commerciale", grunge, metal.
Veramente di tutto.

Nella maggior parte dei casi sono prodotti ben presentati e realizzati, curati e di buona qualità, sia a livello di registrazione che di proposta artistica e compositiva.
Significa che dietro c'è un lavoro affidato a studi di registrazione, video producers, registi/e, etichette, piccole produzioni, uffici stampa un sottobosco a quanto pare vitale, da cui emergono realtà giovani ed energiche.
Rimane la questione a monte: chi fruisce di questa bulimìa discografica?
Chi compra e ascolta questa mole di produzioni?
Come la ascolta?
Quando?

martedì, marzo 03, 2026

Michelle David & True Tones - Soul Woman e intervista

La RecordKicks si conferma una delle etichette top in fatto di soul e affini.
Il nuovo album di Michelle David and the True Tones si intitola "Soul Woman" ed è un gioiello sia a livello compositivo che di stile.
Una soul musica raffinata quanto grintosa e "cruda", aperta alle mille sfaccettature della cosiddetta "Black Music".

Basti ascoltare il purissimo Northern Soul dell'introduttiva "Running" (diventata, con un altro brano dell'album "Speak To Me", pubblicato su singolo in vinile, un classico tra i DJ e gli appassionati dell'ambito inglesi, in costante e continua ristampa), che lascia subito spazio alla sensuale title track in pieno stile afro funk con echi alla Fela Kuti.
"Golden Sun" è un funk soul dal riff Morriconiano mentre è più tradizionale il soul di "You'll Never Know".
Fluisce il funk groove rilassatissimo di "Flow".
Dopo la già citata "Speak To Me" arrivano le più lente e bluesy "Pick Up The Pieces", "When All Is Said and Done" e "Seasons" per chiudere con l'infuocato country soul di "I Thank You".

La band suona benissimo, compatta, urgente, immediata, Michelle sfoggia tutto il suo background gospel, l'album è una vera e propria delizia.

Michelle spiega in una breve intervista esclusiva un po' di cose sull'album e non solo.

Come è iniziata la collaborazione con Record Kicks?
Il nostro rapporto con RK risale a molto tempo fa.
Suonavamo in una band chiamata 'Lefties Soul Connection'.
Record Kicks ci ha incluso in una delle loro compilation "Let's Boogaloo" (Vol. 3 - uscita nel 2006).
Quando abbiamo iniziato questo progetto siamo rimasti in contatto.
Dopo aver terminato 'Brothers & Sisters', era il momento giusto per una vera e propria collaborazione.

"Soul Woman" è il principale punto di riferimento per il soul, ma ci sono altre influenze come il funk o l'afro funk della title track.
Uno dei pregi di MDTT è che non ci siamo mai limitati.
Ci siamo presi delle libertà con tutti i generi.
È la nostra libertà di esplorare che ha plasmato e plasmato il nostro sound.
Ci sono un tono e un'atmosfera decisamente riconoscibili, ma il sapore con cui vengono espressi non sarà mai scontato.

Come sono nate le canzoni dell'album dal punto di vista compositivo?
La nostra routine di scrittura è piuttosto consolidata: Paul, Michelle e Onno si riuniscono per accendere la scintilla.
Paul e Onno intonano riff, temi o progressioni di accordi per Michelle; se piacciono, ci tuffiamo per costruire la struttura e i testi.
Una volta che abbiamo una manciata di canzoni, le arricchiamo con Bas (il batterista).
Dopodiché, premiamo semplicemente "Record" e "Bob's your uncle"! ("Bob's your uncle" è un modo di dire idiomatico britannico che significa "et voilà""ed ecco fatto" o "è un gioco da ragazzi").

Spesso sembra che le canzoni vengano eseguite dal vivo in studio.
È sempre dal vivo.
Ci sono momenti in cui l'impostazione è quella di una normale/formale sessione di registrazione.
Poi ci sono momenti (come questo per "Soul Woman") in cui siamo nel pittoresco studio di Paul. Gli strumenti dei ragazzi non erano particolarmente amplificati.
Michelle non era separata da una cabina di registrazione o da un'enorme parete divisoria. Abbiamo semplicemente fatto segno di essere pronti a suonare e abbiamo premuto il tasto di registrazione.
Sembrava quasi una jam session, ma ben organizzata.

Cosa avete in programma per la promozione di "Soul Woman"?
Stiamo promuovendo la nostra musica nel modo che conosciamo meglio: SUONANDO!!!
Abbiamo diversi concerti dal vivo, oltre ad alcune apparizioni in TV e radio. Ovviamente ci sono anche alcune campagne sui social media. Ma è dal vivo che prosperiamo...
È il legame con il nostro pubblico che ci spinge a tornare per sempre. Non è solo un concerto, è un'esperienza che è un rapporto interattivo da 10 anni.

lunedì, marzo 02, 2026

Paul McCartney: Man On The Run

In esclusiva su Amazon Prime il docufilm sul post Beatles di Paul McCartney, dai primi passi con l'omonimo album e il successivo "Ram", all'avventura dei WINGS.

La costante (OVVIA) ombra dei Beatles, il disperato (inutile) tentativo di trovare considerazione in una nuova dimensione artistica, tra alti e bassi fino alla definitiva consacrazione con il successo artistico di "Band On The Run" e i tour di successo.

Discograficamente la qualità calò progressivamente, Paul ricominciò la carriera solista con "Paul McCartney II" nel 1980 e con l'abbandono del "terzo" Wings, Denny Laine, nel 1981, sancì la fine della band.

Il film è bello, spesso emozionante (per ogni Beatlesiano che si deve), con immagini inedite (non troppe), talvolta un po' frettoloso ma tutto sommato soddisfacente.
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