martedì, aprile 14, 2026
I Beatles e Sean Connery
Un rapporto particolare e "conflittuale" quello tra SEAN CONNERY e BEATLES.
In "Agente 007 missione Goldfinger" 007/Sean Connery pronuncia, dopo l'incontro intimo con con Jill Masterson (Shirley Heaton) che poco dopo verrà trovata morta da Bond, nuda e dipinta d'oro, una frase destinata a rimanere negli annali:
"Figliola, ci sono delle cose che assolutamente non si fanno. Per esempio bere Dom Perignon del ’53 a una temperatura superiore ai 4 gradi centigradi: sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie".
Qui, al minuto 3.55: https://www.youtube.com/watch?v=Zb-WbJluW_I
Il film di Guy Hamilton, è del 1964, gli sceneggiatori sono Paul Dehn e Richard Mailbaum.
I Beatles "replicarono" (si presume inconsapevolmente o solo per sfruttare un nuovo gancio pubblcitario) attraverso il cartoon che li vedeva protagonisti in una serie alla BBC.
Nell'episodio "Penny Lane" giocano con il protagonista James Blond dalla capigliatura bionda, ridicolizzandolo.
Ringo Starr sposò nel 1981 Barbara Bach, una delle bond-girl in "Agente 007 – La spia che mi amava".
Nel 1973 Paul McCartney incise il tema di "Vivi e lascia morire" diretto dallo stesso Guy Hamilton e con Bond interpretato per la prima volta da Roger Moore.
"Live and let die" è diventato uno dei brani più conosciuti e famosi del Paul post Beatles.
Altre analogie tra Connery e Beatles sono riscontrabili nella coincidenza che Paul McCartney e George Harrison erano proprietari di una Aston Martin, il marchio preferito di James Bond.
John Lennon invece sposò Yoko Ono nel 1969 in Gibilterra, dove sette anni prima Sean Connery aveva sposato Diane Cilento.
In "Quantum of solace" del 2012 un personaggio del film si chiama "Strawberry Field".
Non dimentichiamo che l'esordio discografico dei Beatles data il 5 ottobre 1962, lo stesso giorno in cui in Inghilterra uscì il primo film con James Bond "Dr.No" (intitolato da noi "Licenza di uccidere").
Per chiudere il cerchio, nell'album di George Martin del 1998 "In my life" (cover orchestrali di brani dei Beatles) il finale è affidato a "In my life" con la voce recitante di...SEAN CONNERY :
https://www.youtube.com/watch?v=1-j3n4OWmno
FONTE:
www.bookciakmagazine.it/ e protocollobond.wordpress.com
lunedì, aprile 13, 2026
Maureen Tucker
Moe Tucker ha letteralmente inventato uno stile batteristico, basato su un minimalismo essenziale, all'estremo limite dell'imperizia tecnica. Quest'ultima diventata una caratteristica sostanziale, distintiva, più volte imitata. Ha all'attivo una discreta produzione solista e alcune collaborazioni prestigiose (Lou Reed, John Cale, Half Japanese). Ormai ritiratasi dall'attività artistica, è un fervida sostenitrice dell'estrema destra americana.
Playin' Possum (1981)
Un esordio solista sconcertante in cui suona tutti gli strumenti, coverizzando "Heroin" brani di Chuck Berry, Little Richard, Bob Dylan, Vivaldi (!), "Louie Louie". Registrazione sotto i limiti del demo tape, esecuzione quanto meno "incerta". Puro trash.
Life in Exile After Abdication (1989)
Dopo l'esordio di dubbia qualità, trascorsi 8 anni (e un ep non esaltante), torna finalmente con album di ottima qualità avvalendosi dell'apporto di Lou Reed in due brani (uno dei quali è una versione di "Pale Blue Eyes" con Kim Gordon al basso), dei quattro Sonic Youth sparsi in varie canzoni, Daniel Johnstone e Jad Fair degli half Japanese. Il mood è sempre all'insegna dell'improvvisazione ("Chase" con i Sonic Youth e altri), della dissonanza, della precarietà esecutiva.
Ma "Talk So Mean" è un piccolo gioiello e il resto si lascia ascoltare nella sua specificità e ci mostra una batterista non sempre così minimale.
Moe restituisce il favore a Lou Reed suonando due brani (contributo quasi impercettibile) nel suo capolavoro "New York" nello stesso anno.
I Spent a Week There the Other Night (1991)
Ancora tanti amici a dare una mano (tra cui Lou Reed, John Cale e Sterling Morrison che suonano insieme, per la prima volta dal 1969) in "I'm Not", i Violent Femmes, Sonny Vincent, un'ammaliante (e riuscitissima) versione di "I'm Waiting For My Man", chitarra e voce, altre belle cose, più crude e punkeggianti del solito. Il suo drumming è più elaborato, seppure non si discosti troppo daallo stile conosciuto. Un lavoro discreto.
Dogs Under Stress (1994)
Un lavoro più "pop", meglio realizzato da un punto di vista della produzione e della ricerca dei suoni. Al suo fianco ci sono l'ex batterista dei Cramps Miriam Linna, Sterling Morrison, Sonny Vincent e Victor De Lorenzo dei Violent Femmes. Proprio la maggior cura dedicata al disco lo normalizza e rende meno distintivo.
Un esordio solista sconcertante in cui suona tutti gli strumenti, coverizzando "Heroin" brani di Chuck Berry, Little Richard, Bob Dylan, Vivaldi (!), "Louie Louie". Registrazione sotto i limiti del demo tape, esecuzione quanto meno "incerta". Puro trash.
Life in Exile After Abdication (1989)
Dopo l'esordio di dubbia qualità, trascorsi 8 anni (e un ep non esaltante), torna finalmente con album di ottima qualità avvalendosi dell'apporto di Lou Reed in due brani (uno dei quali è una versione di "Pale Blue Eyes" con Kim Gordon al basso), dei quattro Sonic Youth sparsi in varie canzoni, Daniel Johnstone e Jad Fair degli half Japanese. Il mood è sempre all'insegna dell'improvvisazione ("Chase" con i Sonic Youth e altri), della dissonanza, della precarietà esecutiva.
Ma "Talk So Mean" è un piccolo gioiello e il resto si lascia ascoltare nella sua specificità e ci mostra una batterista non sempre così minimale.
Moe restituisce il favore a Lou Reed suonando due brani (contributo quasi impercettibile) nel suo capolavoro "New York" nello stesso anno.
I Spent a Week There the Other Night (1991)
Ancora tanti amici a dare una mano (tra cui Lou Reed, John Cale e Sterling Morrison che suonano insieme, per la prima volta dal 1969) in "I'm Not", i Violent Femmes, Sonny Vincent, un'ammaliante (e riuscitissima) versione di "I'm Waiting For My Man", chitarra e voce, altre belle cose, più crude e punkeggianti del solito. Il suo drumming è più elaborato, seppure non si discosti troppo daallo stile conosciuto. Un lavoro discreto.
Dogs Under Stress (1994)
Un lavoro più "pop", meglio realizzato da un punto di vista della produzione e della ricerca dei suoni. Al suo fianco ci sono l'ex batterista dei Cramps Miriam Linna, Sterling Morrison, Sonny Vincent e Victor De Lorenzo dei Violent Femmes. Proprio la maggior cura dedicata al disco lo normalizza e rende meno distintivo.
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venerdì, aprile 10, 2026
Luca Ragagnin - I dieci passi di Nick Drake
Molto originale la scelta dell'autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all'attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un'immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall'unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia.
Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell'artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Luca Ragagnin
I dieci passi di Nick Drake
Miraggi Edizioni
240 pagine
22 euro
Un libro che si muove dall'unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia.
Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell'artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Luca Ragagnin
I dieci passi di Nick Drake
Miraggi Edizioni
240 pagine
22 euro
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Libri
giovedì, aprile 09, 2026
The Rise of the Red Hot Chili Peppers di Ben Feldman
"Non ci abbiamo avuto nulla a che fare a livello creativo. Dobbiamo ancora realizzare un documentario sui Red Hot Chili Peppers" hanno dichiarato i membri della band.
Poco male, il lavoro, pur non irresistibile, è ottimo, per quanto "adagiato" sulla consueta e prevedibile trama di immagini d'epoca, inframmezzate da commenti di Flea, Anthony Kiedis e John Frusciante e altri personaggi del primo periodo artistico della band, quello formativo che si circoscrive fino alla morte del chitarrista Hilell Slovak nel 1988.
Il tutto è ben documentato e ci sprofonda nella follìa di abusi a cui erano soliti abbandonarsi e che hanno minato a fondo la stabilità del gruppo.
Ce la faranno, la formidabile e irresistibile miscela di funk e punk di "Mother's Milk" diventerà negli anni 90 più levigata e li porterà a un successo globale.
Album come quello citato e "Blood Sugar Sex Magik" rimangono capolavori indiscussi.
Poco male, il lavoro, pur non irresistibile, è ottimo, per quanto "adagiato" sulla consueta e prevedibile trama di immagini d'epoca, inframmezzate da commenti di Flea, Anthony Kiedis e John Frusciante e altri personaggi del primo periodo artistico della band, quello formativo che si circoscrive fino alla morte del chitarrista Hilell Slovak nel 1988.
Il tutto è ben documentato e ci sprofonda nella follìa di abusi a cui erano soliti abbandonarsi e che hanno minato a fondo la stabilità del gruppo.
Ce la faranno, la formidabile e irresistibile miscela di funk e punk di "Mother's Milk" diventerà negli anni 90 più levigata e li porterà a un successo globale.
Album come quello citato e "Blood Sugar Sex Magik" rimangono capolavori indiscussi.
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Film
martedì, aprile 07, 2026
Detail Magazine #20
Paul Weller è il protagonista, in qualità di guest editor e consigliere speciale nelle scelte dei contenuti, del nuovo numero di DETAIL.
Ci sono le sue preferenze nei negozi di abbigliamento londinesi, una serie di consigli su nuovi artisti che predilige, un articolo sulla "sua" Lambretta SX 200, un ricordo, a cura di Eddie Piller, di Mani Mounfield degli Stones Roses recentemente scomparso, un approfondimento del passaggio "from Bootboys to Soul Boys" e un sacco di altri eccellenti spunti e articoli.
Numero davvero speciale.
Clothes and music. that's it for me. They make me happy. Niether one is ephemeral but both are pieces of art.
(Paul Weller)
https://www.detailmaguk.com/
https://www.facebook.com/DetailmagazineUK
Ci sono le sue preferenze nei negozi di abbigliamento londinesi, una serie di consigli su nuovi artisti che predilige, un articolo sulla "sua" Lambretta SX 200, un ricordo, a cura di Eddie Piller, di Mani Mounfield degli Stones Roses recentemente scomparso, un approfondimento del passaggio "from Bootboys to Soul Boys" e un sacco di altri eccellenti spunti e articoli.
Numero davvero speciale.
Clothes and music. that's it for me. They make me happy. Niether one is ephemeral but both are pieces of art.
(Paul Weller)
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Riviste
lunedì, aprile 06, 2026
The Wings
Riprendo l'articolo che ho scritto per "Alias" de "Il Manifesto" sabato scorso, dedicato alla carriera dei WINGS, in occasione dell'uscita del documentario Man On The Run di Morgan Neville dedicato al primo post Beatles di Paul McCartney (ne ho parlato qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/03/paul-mccartney-man-on-run.html)
Lo scioglimento dei Beatles era stato sussurrato, dichiarato, minacciato (Ringo se ne andò durante le session del “White Album”, George durante le riprese di “Let It Be” ma tornarono subito, il 20 settembre 1969 John disse agli altri che per lui era finita) ma probabilmente nessuno dei Fab Four ci credeva veramente fino in fondo. Ma quando il 10 parile 1970 Paul lo ufficializzò alla stampa il sogno era davvero finito.
“Finalmente” soli e indipendenti i quattro reagirono in maniera scomposta e disordinata: George pubblicò il suo capolavoro “All Things Must Pass” e inventò il primo evento benefico nella storia del rock, il concerto per il Bangladesh, John si tuffò nelle sue avventure politico/ideologiche/pacifiste tra alti e bassi artistici, Ringo riunì metaforicamente la band nel suo album “Ringo” facendo partecipare, pur separatamente, Paul, John e George.
Curiosamente, ma non troppo, sia Paul che John, inconsapevolmente, si “nascosero” per un po' dietro sigle e band.
Il primo album del bassista si intitola ed è attribuito solo a McCartney, senza Paul, il secondo, Ram, a Paul and Linda McCartney, il terzo, Wild Life è già dei Wings.
John Lennon si “copre” con la Plastic Ono Band.
Questo stato d'animo viene ben descritto nel recente documentario sul Paul McCartney post Beatles, Man On The Run di Morgan Neville, in cui il musicista si trova improvvisamente spaesato, incapace di reagire a quanto è appena accaduto. Si rifugia nella sua fattoria in Scozia, con la famiglia e uno stuolo di animali, facendo una vita rurale e selvaggia, lontano da tutto e tutti, dandosi anche una mano con abbondanti dosi di alcol, chiedendosi sostanzialmente se mai riuscirà a ripetere artisticamente quello che si è appena bruscamente concluso.
Ci vorranno anni ma, come ben sappiamo, ce la farà, nonostante la stampa inglese (ma non solo) farà a gara per denigrarlo sempre di più. Il documentario analizza la sua carriera fino alla fine dei Wings.
Gli inizi sono traballanti.
McCartney è un disco registrato in casa, scarno, in uno studio minimale.
Paul suona tutti gli strumenti, si autoproduce, inventa sostanzialmente il concetto di Lo-Fi.
Ci sono momenti sperimentali, brevi strumentali, canzoncine non irresistibili ma anche un capolavoro assoluto come Maybe I'm Amazed, tra le sue migliori composizioni in assoluto, brani che solo i Beatles si potevano permettere di scartare, splendide ballate come Junk, Every Night e Teddy Boy.
Viene accolto tiepidamente e con diffidenza.
Verrà rivalutato solo tempo dopo, allo stesso modo del successivo Ram, pubblicato nel 1971.
In questo caso la critica sarà impietosa nel stroncarlo unanimemente.
Effettivamente vive di alti e bassi, anche se la classe compositiva rimane intatta soprattutto in canzoni come Dear Boy o nel medley Uncle Albert/Admiral Halsey.
Il brano che attrasse maggiormente l'attenzione fu l'iniziale Too Many People che contiene riferimenti più o meno velati (e offensivi) a John e all'ancora bollente questione dello scioglimento dei Beatles.
Lennon intese che il tutto fosse un attacco alla sua persona e a Yoko e rispose qualche mese dopo in Imagine con la velenosa How Do You Sleep? in cui il bersaglio è evidentemente Paul.
L'album arrivò comunque al primo posto in Inghilterra, al secondo in Usa rimanendo cinque mesi nella Top Ten.
Non male per un disco “deludente”.
Sei mesi dopo si ripresenta con la nuova creatura musicale i Wings, di cui lui, la moglie e il chitarrista ex Moody Blues, Denny Laine saranno la spina dorsale, con una serie di musicisti che si alterneranno negli anni.
Wild Life è un lavoro di bassa qualità, volutamente registrato in fretta per catturare la spontaneità del gruppo ma che ha davvero pochi spunti di interesse, tra improvvisazioni in studio e idee poco sviluppate.
Paul torna in concerto con la band, ritrova confidenza con il palco, dapprima a sorpresa in una serie di università, poi in varie parti d'Europa, pubblica tre discreti singoli e nel maggio 1973 esce Red Rose Speedway, concepito come doppio album, poi fortunatamente ridotto a singolo.
Proprio perché il contenuto è ancora di incerto valore, tra ballate, un medley di 11 minuti poco sensato e solo pochi momenti positivi. Sarà di nuovo travolto dalle critiche.
Quando sembrava, nonostante le vendite dei dischi fossero ancora più che dignitose, destinato a una carriera declinante Paul cala l'asso.
Dapprima con il singolo Live And Let Die, uscito nel giugno 1973 sigla dell'omonimo film della serie di James Bond, diventato un classico e poi con l'album Band On The Run del novembre, accreditato a Paul McCartney & the Wings, registrato avventurosamente a Lagos in Nigeria tra mille problemi, non ultimo la defezione, il giorno prima della partenza, di due membri della band. Il disco è esclusiva pertinenza di Paul, Linda e Denny Laine.
E' un capolavoro di stile, ispirazione, brillantezza compositiva, un semi concept, senza alcuna caduta di tono, probabilmente la migliore espressione artistica di un ex Beatle.
Sarà il disco più venduto in Inghilterra del 1974 e scalerà le classifiche di mezza Europa e States.
La band trova il successo mondiale, i tour si susseguono, sempre affollatissimi e trionfali (lo conferma il triplo live Wings Over America del 1976, dove, per la prima volta ritorna a suonare qualche brano dei Beatles).
Qualitativamente gli album successivi abbasseranno l'asticella.
Venus And Mars (1975) è un buon disco con ottimi spunti (il rock quasi hard di Letting Go e Medicine Jar) ma rimane nella mediocrità.
La volontà di apparire come una band e non come un progetto solista di Paul sfocia in Wings At The Speed Of Sound del 1976, dove viene lasciato spazio compositivo e canoro ai membri della band, con risultati non esaltanti.
Nel 1977 piazza il mellifluo singolo Mull Of Kyntire in testa alle classifiche inglesi per settimane vendendo 2 milioni di copie.
Poco importa quindi che il successivo album London Town del 1978 sia piuttosto debole e sciapo, soprattutto in tempi di esplosione di punk e new wave.
Nel giugno 1979 esce l'ultimo album dei Wings.
Back To Egg suona più grezzo e immediato (la produzione è affidata a Chris Thomas, già con Sex Pistols e Pretenders), c'è perfino una specie di omaggio al punk con Spit It On e un banale Rockestra Theme con la partecipazione di grandi star del rock (Who, Led Zeppelin, Pink Floyd).
Nel gennaio del 1980 Paul viene arrestato in Giappone per possesso di marijuana alla vigilia di un tour di 11 date.
Tornato in Inghilterra, dopo alcuni giorni in prigione, registra il suo secondo album solista, McCartney II, fortemente influenzato da elettronica ed elementi new wave con il funk del singolo Coming Up approdato al successo. Nel frattempo vari dissapori con Denny Laine sanciscono la fine dei Wings.
Una band, paradossalmente sottovalutata, spesso pregiudizialmente, che ha esplorato il mondo del pop, evolvendosi all'interno di esso, facendo crescere la personalità di un Paul McCartney senza più “vincoli Beatlesiani”. Un esperimento continuo, incurante di subire gli strali di pubblico e critica, che ha lasciato un capolavoro, Band On The Run, una serie di buoni album e una manciata di eccellenti brani, spesso di grande successo.
Contrariamente agli ex compagni di viaggio Paul ha creato una carriera solida e duratura, dove John si è a lungo fermato, prima della tragica morte, per tornare con Double Fantasy non proprio entusiasmante, Ringo ha lasciato una lunga serie di dischi trascurabili e George, All Thing Must Pass a parte, ha confermato l'impressione di non essere in grado di scrivere più di due o tre brani di buon livello per ogni album.
Paul è ancora in attività concertistica, non disdegna riproporre brani dei Wings, rimane il più grande compositore di pop rock di sempre.
Lo scioglimento dei Beatles era stato sussurrato, dichiarato, minacciato (Ringo se ne andò durante le session del “White Album”, George durante le riprese di “Let It Be” ma tornarono subito, il 20 settembre 1969 John disse agli altri che per lui era finita) ma probabilmente nessuno dei Fab Four ci credeva veramente fino in fondo. Ma quando il 10 parile 1970 Paul lo ufficializzò alla stampa il sogno era davvero finito.
“Finalmente” soli e indipendenti i quattro reagirono in maniera scomposta e disordinata: George pubblicò il suo capolavoro “All Things Must Pass” e inventò il primo evento benefico nella storia del rock, il concerto per il Bangladesh, John si tuffò nelle sue avventure politico/ideologiche/pacifiste tra alti e bassi artistici, Ringo riunì metaforicamente la band nel suo album “Ringo” facendo partecipare, pur separatamente, Paul, John e George.
Curiosamente, ma non troppo, sia Paul che John, inconsapevolmente, si “nascosero” per un po' dietro sigle e band.
Il primo album del bassista si intitola ed è attribuito solo a McCartney, senza Paul, il secondo, Ram, a Paul and Linda McCartney, il terzo, Wild Life è già dei Wings.
John Lennon si “copre” con la Plastic Ono Band.
Questo stato d'animo viene ben descritto nel recente documentario sul Paul McCartney post Beatles, Man On The Run di Morgan Neville, in cui il musicista si trova improvvisamente spaesato, incapace di reagire a quanto è appena accaduto. Si rifugia nella sua fattoria in Scozia, con la famiglia e uno stuolo di animali, facendo una vita rurale e selvaggia, lontano da tutto e tutti, dandosi anche una mano con abbondanti dosi di alcol, chiedendosi sostanzialmente se mai riuscirà a ripetere artisticamente quello che si è appena bruscamente concluso.
Ci vorranno anni ma, come ben sappiamo, ce la farà, nonostante la stampa inglese (ma non solo) farà a gara per denigrarlo sempre di più. Il documentario analizza la sua carriera fino alla fine dei Wings.
Gli inizi sono traballanti.
McCartney è un disco registrato in casa, scarno, in uno studio minimale.
Paul suona tutti gli strumenti, si autoproduce, inventa sostanzialmente il concetto di Lo-Fi.
Ci sono momenti sperimentali, brevi strumentali, canzoncine non irresistibili ma anche un capolavoro assoluto come Maybe I'm Amazed, tra le sue migliori composizioni in assoluto, brani che solo i Beatles si potevano permettere di scartare, splendide ballate come Junk, Every Night e Teddy Boy.
Viene accolto tiepidamente e con diffidenza.
Verrà rivalutato solo tempo dopo, allo stesso modo del successivo Ram, pubblicato nel 1971.
In questo caso la critica sarà impietosa nel stroncarlo unanimemente.
Effettivamente vive di alti e bassi, anche se la classe compositiva rimane intatta soprattutto in canzoni come Dear Boy o nel medley Uncle Albert/Admiral Halsey.
Il brano che attrasse maggiormente l'attenzione fu l'iniziale Too Many People che contiene riferimenti più o meno velati (e offensivi) a John e all'ancora bollente questione dello scioglimento dei Beatles.
Lennon intese che il tutto fosse un attacco alla sua persona e a Yoko e rispose qualche mese dopo in Imagine con la velenosa How Do You Sleep? in cui il bersaglio è evidentemente Paul.
L'album arrivò comunque al primo posto in Inghilterra, al secondo in Usa rimanendo cinque mesi nella Top Ten.
Non male per un disco “deludente”.
Sei mesi dopo si ripresenta con la nuova creatura musicale i Wings, di cui lui, la moglie e il chitarrista ex Moody Blues, Denny Laine saranno la spina dorsale, con una serie di musicisti che si alterneranno negli anni.
Wild Life è un lavoro di bassa qualità, volutamente registrato in fretta per catturare la spontaneità del gruppo ma che ha davvero pochi spunti di interesse, tra improvvisazioni in studio e idee poco sviluppate.
Paul torna in concerto con la band, ritrova confidenza con il palco, dapprima a sorpresa in una serie di università, poi in varie parti d'Europa, pubblica tre discreti singoli e nel maggio 1973 esce Red Rose Speedway, concepito come doppio album, poi fortunatamente ridotto a singolo.
Proprio perché il contenuto è ancora di incerto valore, tra ballate, un medley di 11 minuti poco sensato e solo pochi momenti positivi. Sarà di nuovo travolto dalle critiche.
Quando sembrava, nonostante le vendite dei dischi fossero ancora più che dignitose, destinato a una carriera declinante Paul cala l'asso.
Dapprima con il singolo Live And Let Die, uscito nel giugno 1973 sigla dell'omonimo film della serie di James Bond, diventato un classico e poi con l'album Band On The Run del novembre, accreditato a Paul McCartney & the Wings, registrato avventurosamente a Lagos in Nigeria tra mille problemi, non ultimo la defezione, il giorno prima della partenza, di due membri della band. Il disco è esclusiva pertinenza di Paul, Linda e Denny Laine.
E' un capolavoro di stile, ispirazione, brillantezza compositiva, un semi concept, senza alcuna caduta di tono, probabilmente la migliore espressione artistica di un ex Beatle.
Sarà il disco più venduto in Inghilterra del 1974 e scalerà le classifiche di mezza Europa e States.
La band trova il successo mondiale, i tour si susseguono, sempre affollatissimi e trionfali (lo conferma il triplo live Wings Over America del 1976, dove, per la prima volta ritorna a suonare qualche brano dei Beatles).
Qualitativamente gli album successivi abbasseranno l'asticella.
Venus And Mars (1975) è un buon disco con ottimi spunti (il rock quasi hard di Letting Go e Medicine Jar) ma rimane nella mediocrità.
La volontà di apparire come una band e non come un progetto solista di Paul sfocia in Wings At The Speed Of Sound del 1976, dove viene lasciato spazio compositivo e canoro ai membri della band, con risultati non esaltanti.
Nel 1977 piazza il mellifluo singolo Mull Of Kyntire in testa alle classifiche inglesi per settimane vendendo 2 milioni di copie.
Poco importa quindi che il successivo album London Town del 1978 sia piuttosto debole e sciapo, soprattutto in tempi di esplosione di punk e new wave.
Nel giugno 1979 esce l'ultimo album dei Wings.
Back To Egg suona più grezzo e immediato (la produzione è affidata a Chris Thomas, già con Sex Pistols e Pretenders), c'è perfino una specie di omaggio al punk con Spit It On e un banale Rockestra Theme con la partecipazione di grandi star del rock (Who, Led Zeppelin, Pink Floyd).
Nel gennaio del 1980 Paul viene arrestato in Giappone per possesso di marijuana alla vigilia di un tour di 11 date.
Tornato in Inghilterra, dopo alcuni giorni in prigione, registra il suo secondo album solista, McCartney II, fortemente influenzato da elettronica ed elementi new wave con il funk del singolo Coming Up approdato al successo. Nel frattempo vari dissapori con Denny Laine sanciscono la fine dei Wings.
Una band, paradossalmente sottovalutata, spesso pregiudizialmente, che ha esplorato il mondo del pop, evolvendosi all'interno di esso, facendo crescere la personalità di un Paul McCartney senza più “vincoli Beatlesiani”. Un esperimento continuo, incurante di subire gli strali di pubblico e critica, che ha lasciato un capolavoro, Band On The Run, una serie di buoni album e una manciata di eccellenti brani, spesso di grande successo.
Contrariamente agli ex compagni di viaggio Paul ha creato una carriera solida e duratura, dove John si è a lungo fermato, prima della tragica morte, per tornare con Double Fantasy non proprio entusiasmante, Ringo ha lasciato una lunga serie di dischi trascurabili e George, All Thing Must Pass a parte, ha confermato l'impressione di non essere in grado di scrivere più di due o tre brani di buon livello per ogni album.
Paul è ancora in attività concertistica, non disdegna riproporre brani dei Wings, rimane il più grande compositore di pop rock di sempre.
sabato, aprile 04, 2026
Appuntamenti
Lunedì 6 aprile: NOT MOVING a ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival" ORE 20.30 PUNTUALI, headliners del palco esterno.
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
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I me mine
venerdì, aprile 03, 2026
Help (2)
“The Help Album”, uscì nel 1995 a cura di War Child per raccogliere fondi destinati ai bambini che vivevano nelle aree devastate dalla guerra, in particolare nei Balcani. Partecipò il fior fiore della scena britannica: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, Massive Attack, Portishead, Charlatans e Chemical Brothers insieme, gli Smokin Mojo Filters ovvero Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller, alle prese con “Come Together” .
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
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Dischi
giovedì, aprile 02, 2026
Venti3 Records. Intervista a Stefano Gilardino
Stefano Gilardino, giornalista e scrittore, ha dato da poco tempo vita a una nuova etichetta, la Venti3 di cui abbiamo, da queste parti, recensito un po' tutto il pubblicato. Qualche domanda per approfondire alcuni temi sulla discografia indipendente oggi.
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
venti3.bandcamp.com
IG: venti3records
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
venti3.bandcamp.com
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Interviste
mercoledì, aprile 01, 2026
The Jetset
La Heavy Soul Records ha da poco stampato un live dei JETSET "Live At The 100 Club 1986", riportando alla memoria una delle band più, paradossalmente, originali della scena Mod and Related degli anni 80, con il loro stile sfacciatamente Monkees/Beatles, sia nell'estetica, che nelle modalità promozionali, che ricalcavano quei profilo con tanto di annuncio di una serie Tv, conferenze stampa "alla Beatles", una striscia a fumetti su una fanzine e un merchandising ad hoc.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
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