mercoledì, settembre 30, 2026

Settembre 2026. Il meglio

Senza quasi accorgercene ci stiamo avviando alla fine del 2026, con tanti ottimi dischi: .
Paul McCartney, Rolling Stones, Kneecapp, Aja Monet, Black Crowes, Jack White, Fantastic Negrito, Little Barrie, Brian Jackson, Womack Sisters, Anthony Joseph, Erikah Badu, My New Band Believe, The Delines, Tiwayo, Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs, Courtney Barnett, Paul Weller, The Darts, Thee Marloes, The Strokes, Cramps, Robyn Hitchcock, Neil Jones / Nick Corbin, The Specials.

In Italia:
Neoprimitivi, Sick Tamburo, Peawees, Bologna Violenta, Bloody Riot, Chicco Allotta, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce, Osaka Flu, Africa Unite, Polemica, Marlon Bianco and the Clones, Paolo Fioretti & the Hot Combo, Radio Days, Temponauts,Yuppie Flu, Flame Parade.


ERYKAH BADU - Before the World Blows
Sedici anni dopo l'ultimo album torna la grande Erykah Badu, affiancata dal produttore The Alchemist, in un lavoro costantemente ipnotico, quasi psichedelico, tra neo soul, funk, hip hop, tribalismi, neo gospel e, nella conclusiva "Black Box" con Kamasi Washington, nello spiritaul jazz. Ci sono anche Thundercat, Steve Lacy, Westside Gunn, Earl Sweatshirt, DRAM, DJ Creole Princess.

DEXYS MIDNIGHT RUNNERS - Love
Kevin Rowland ci ha abituati a mille cambiamenti e giravolte stilistiche. Il nome originale della band torna per la prima volta dal 1985. Il mix di soul, northern soul, pop, Van Morrison, è ancora tutto lì, in questo nuovo album che prende spunto dalle storie raccontate nella sua recente autobiografia.
Ci sono alcuni episodi di alto livello, altri lasciano un po' a desiderare e cadono nell'anonimato, si impone troppo spesso la voglia dei gorgheggi da crooner, enfatici ed eccessivi.
Un passo falso.

THE SPECIALS - Live At the Cathedral
La band di Coventry si congeda dalla discografia con un live registrato nel 2019, in cui ripassano a dovere i primi due album e il formidabile "Encore".
Il groove è più orientato verso il reggae e il dub, con ritmiche più rallentate anche sui classicissimi "Gangsters" e "Too Much Too Young".
La band suona alla grande, Terry Hall in formissima, un grande live.

DAVID BOWIE - Shel Talmy Recordings
Le mitiche session con Shel Talmy (produttore di Kinks, Who e tanto altro) del primo Bowie, ancora Davie Jones, sia in chiave solista che con Manish Boys e Lower Third - parliamo del 1965 - vedono alla fine la luce. 21 brani, di cui dieci "inediti", presi dai master originali di Talmy, molti dei quali già apparsi in bootleg o compilation precedenti. E' il Bowie "mod", tra rhythm and blues e tentazioni alla Who del tempo. Gli hardcore fan saranno più che interessati, per gli altri un approfondimento eccessivo.

BIG BOSS MAN - Join the Jetset
Con sei album e otto singoli alle spalle in 25 anni di attività, la band inglese ha consolidato una robusta fama nel giro Sixties Oriented con album sempre ben calibrati tra Hammond sound, beat, boogaloo, soul, latin, rhythm and blues.
E' la formula che troviamo anche nel nuovo album con tanto del contagioso groove di "Lambretta Boogaloo", un'oscura versione di "Light My Fire" dei Doors, il funk alla James Taylor Quartet di "Serveta Soul", il northern soul di "One last kiss".
Come sempre, roba di classe.

JAMES TAYLOR TRIO - The Truth
James Taylor è particolarmente attivo negli ultimi tempi.
Con un album di musica classica pianistica, un rifacimento del "Te Deum" in chiave funk jazz, i dischi con il Guy Hamper Trio con Billy Childish.
Nella veste del JAMES TAYLOR TRIO (tastiere, contrabbasso, batteria) esce ora per la serie "The Jazz Sessions", per la Acid Jazz, "The Truth", una mezzoretta di ottima musica che combina atmosfere lounge, jazz, boogaloo, latine, con due eccellenti brani esaltati dalla voce gospel della cantante indo nigeriana Liz Jai.
Ci sono "Thus Sprach Zarathustra", "Linus & Lucy" di Vince Guaraldi, "Get Carter".
Niente di eccezionale ma alta qualità, classe, eleganza esecutiva.

LAURIE WRIGHT - Cheers Drive!
Si è sempre parlato poco di Laurie Wright, attivo da parecchi anni nella scena inglese, 4 album all'attivo, riconoscimenti da parte di Libertines e Rod Stewart, un amore evidente per l'estetica e il mondo mod.
Il nuovo "Cheers Drive!" spazia in 12 brani, da mod sound a Kinks, da Oasis e Britpop a rhythm and blues e tanto altro.
Il tutto composto benissimo, eseguito con grandissima energia, i giusti suoni e la perfetta attitudine.
Sarà anche nella parte di Steve Marriott nel film "All Or Nothing" di prossima uscita.

FAMILY BUSINESS LTD - s/t
Supergruppo composto da Jordan Cardy dei Rat Boys, Preston degli Ordinary Boys, Tim Armstrong dei Rancid, Antonee First Class degli English Beat, Jesse Michaels degli Operation Ivy.
Dieci brani brevissimi (23 minuti la durata dell'album) a base di 2Tone Ska in pieno stile primi Specials.
Divertente e godibile.

ECHO AND THE BUNNYMEN - Apples For Isaac
Niente male il ritorno discografico degli ECHO AND THE BUNNYMEN, dopo 12 anni di silenzio.
Pur non essendo indimenticabile è ottimo, fresco, con tre o quattro brani ("Take Me by the Han" , "Hijacked", "Asimov" in particolare) di grande classe ed efficacia.
Guidati da Ian McCulloch e Will Sergeant si avvalgono della batteria di Clem Burke dei Blondie, prima della tragica scomparsa.
Un ottimo lavoro.

JAH WOBBLE & TYAN QIYI - Mystic Liverpool
L'ex formidabile basso dei PIL e di mille altre esperienze, sempre interessanti e originali, torna con un'operazione molto intrigante, nel trattare in chiave dub psych dieci brani dei Beatles più psichedelici, dalle prevedibili "Tomorrow Never Knows" e "I Am the Walrus" alle più particolari "Love You To", "Blue Jay Way", "Flying", "Norwegian Wood". Il tutto con un taglio molto personale e caratterizzante.
I fan dei Fab Four apprezzeranno.

STEVE CROPPER - Watching the Tide
A 10 mesi dalla sua scomparsa, esce l'album che Steve Cropper aveva approntato poco tempo prima.
Il chitarrista di Booker T and the MG,s, Blues Brothers Band e mille altri progetti, autore di "(Sittin' on the) Dock of the Bay", "Knock On Wood", "Green Onions", si circonda di alcuni grandi nomi del rock (Eric Clapton, Ron Wood, Brian May, Billy Gibson) e ci offre uno spaccato dei suoi gusti, molto più inclini al rock blues e classic rock che al soul marchiato Stax.
"Watching the Tide" è un buon lavoro, utile a onorare la memoria di uno dei più grandi chitarristi nella storia del pop rock.

THE SINSEERS - Love Stories
Un gradevole album per la band californiana, all'insegna di un rhythm and blues morbido e rilassato, fortemente influenzato dal doo wop anni Cinquanta. Molta raffinatezza, miele in abbondanza, arrangiato alla perfezione, suono 100% vintage.

LEON BRIDGES - Happiness Anytime
Bridges ci delizia sempre con un sound souleggiante (questa volta debitore a suoni e influenze brasiliane e afrobeat), molto leggero e suadente.
Anche il nuovo album, non sfugge alla regola e si propone come perfetto sottofondo soul lounge, di altissima qualità, per un evento a caso.
Sempre adatto.

PAOLO FIORETTI & The HOT COMBO – Blossoms
Il chitarrista marchigiano ci porta, con un meraviglioso salto temporale, in uno dei periodi più eccitanti della musica rock, quello a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, tra rhythm and blues, jive, boogie, rock ‘n’ roll, swing, non lontano dalle movenza recenti di PM Warson. A volte arrivano echi del primo Georgie Fame con i suoi Blue Flames, altre sembra ci si possa immergere nel magico mondo jazzy di Mose Allison, per poi volare in scatenati jazz blues alla Fats Domino o del Ray Charles tardo 50’s. Un album travolgente, fighissimo, divertente, fresco, irresistibile.

RADIO DAYS - Off The Record
Continua imperterrita la strada dei favolosi Radio Days, alle prese con un nuovo scintillante album, in cui ribadiscono la qualità compositiva che li ha sempre contraddistinti e la personalità del loro sound, pur se consapevole debitore al miglior power pop (ambito in cui non è facile distinguersi con così tanto carattere).
I riferimenti spaziano nel consueto universo dai confini labili del "non genere" in oggetto, dai Sixties a Knack, Big Star, Flamin Groovies fino a Buzzcocks, Undertones, Squeeze, primo Elvis Costello.
Tanta energia, padronanza della materia, freschezza, un vero gioiello.

THE TEMPONAUTS - The Summer Rain Archive
Terzo album, in più di vent'anni di attività, per la band piacentina, che meriterebbe cento volte più di quello che ha raccolto in carriera, in virtù di un sound abbracciato con sincera passione quando in pochi ancora lo consideravano.
Il loro jingle jangle rock, che parte da Byrds e Love, ha sempre avuto un taglio personale, con ritmiche incisive e un'attitudine mutuata dal garage punk.
E' la ricetta che ritroviamo in questi dodici magnifici brani autografi che splendono di vitalità, dinamismo, spontaneità, genuinità.
Eccellente.

PIP CARTER AND THE DEADS - Sacred Light
Claudio Luppi prosegue la sua incessante ricerca sonora nei meandri più profondi della psichedelia degli anni Sessanta, iniziata anni fa con una precedente incarnazione artistica come Pip Carter Lighter Maker. Anche il nuovo progetto poggia le fondamenta su quei suoni e riferimenti, pur spostandosi dalla West Coast americana verso dimensioni più inglesi, in particolare i primi Pink Floyd, il Barrett solista, freakbeat, baroque pop, o l'incrocio tra Colosseum e Doors di A Song for Dean. Il tutto declinato in chiave moderna e attuale, composto con creatività, freschezza ed evidente grande conoscenza della materia.

YUPPIE FLU – Kings Without a Crown
La storica band anconetana torna con l’ultimo disco della carriera, cercando di superare la tragica scomparsa del compagno artistico Matteo Agostinelli, che prima di andarsene aveva lavorato a una serie di nuovi brani. Il resto della band li ha completati e, a diciotto anni dal precedente, ha dato alla luce un più che degno addio. Un album inevitabilmente commovente e struggente ma che ci consegna una band ad altissimi livelli, tra retaggi Beatlesiani, umori cari alla scena Brit con quel pop sognante alla Prefab Sprout, la pigra cadenza ritmica di Hold On che guarda a Damon Albarn con un insert hip hop, la bellezza delle atmosfere dream di Be Free Now (anche in questo caso attraversate da sguardi al rap). Un lavoro prezioso, incantevole, definitivo.

FLAME PARADE - Hollywood Stray
La band toscana ha scelto di registrare il quarto album a Bristol, con il produttore Ali Chant (Yard Act, King Hannah, The Murder Capital, Dry Cleaning), trovando un sound chiaro, pulito e atmosfere più solari, pur mantenendo un tratto malinconico/romantico di grande fascino. Nove eccellenti brani, di raffinata vena autoriale, che abbracciano un ampio scibile di influenze, da Arcade Fire a Yo La Tengo e Pavement, uno sguardo ai Velvet Underground e alle modalità compositivo/chitarristiche di Garaham Coxon solista e nei Blur. Amalgamando il tutto con una sapiente dose di dream pop e shoegaze evoluto. Disco di pregevole fattura, destinato a svettare nelle classifiche di fine anno.

WASTED PITO - Same Shit Everywhere
Ristampa in vinile, altrettanto gracchiante, dell'esordio su cassetta del one man band veneto. Sound abrasivo, punk rock, lo fi garage, blues crudo e cattivo, attitudine perfetta, per un album devastante, che guarda a Gun Club, John Lee Hooker, Junior Kimbrough, perfino ai primi Black Keys (The Model), psychobilly Crampsiano (Wolanka), al Tom Waits più alcolico (Eggs of Colombo) e una devatsnate cover di Smokestack Lightning di Howlin Wolf. Grandissimo.

NUHARA - Rama
I Nuhara operano una rigenerazione dei repertori della tradizione orale siciliana, basandosi su documenti raccolti sul campo a partire dagli anni Cinquanta.
Un'operazione tanto ardita e innovativa quanto riuscita. Sono canti di carrettieri, mietitori, pescatori di tonni, alcuni dei quali documentati da Alan Lomax (che oltre a raccogliere i semi della tradizione blues americana, trascorse molto tempo anche in Italia a documentare le nostre musiche arcaiche e tradizionali).
Michele Piccione (etnomusicologo polistrumentista), Federico Pipia (musicista elettronico e producer, anche noto con l’alias Pipya) e Gabriele Bazza (chitarrista e cantante specializzato in tecniche vocali tradizionali) mettono insieme le loro competenze ed esperienza, aggiungendo elementi elettronici ad antiche espressioni musicali, in un connubio tra tradizione e modernità che ci restituisce un mondo che necessita conservazione e divulgazione.
Un suono tribale, primitivo, potente, forte, travolgente. Un disco importante.

THE QUADRATICS - Geometry & Theology
Si muove al perfezione, il quartetto trentino, in una magmatica pozione di punk, garage rock, rock 'n'roll sporco e distorto, noise (Early Grave), power pop, lungo dodici brani che si spostano di volta in volta dai Radio Birdman all'hardcore (Panopticon), Husker Du (Trouble with Being Born) al post punk, tra le tante sponde toccate. Lo fanno bene, duri e convinti, con la giusta attitudine e carica. Disco di grande impatto.

PETE ROTH TRIO - Group Chat
Bill Bruford è un vero e proprio mito della batteria tra King Crimson, Yes, National Health.
Aveva smesso di suonare 13 anni fa e da 19 non incideva più nulla.
Torna ora con il PETE ROTH TRIO con un album live a base di jazz fusion, solo per appassionati del genere e del suo stile batteristico, che non ha perso smalto e vigore.

LIBRI

Philip Norman - George Harrison. Il Beatle riluttante
Da ormai mezzo secolo leggo e rileggo libri, articoli, approfondimenti e quant'altro sui BEATLES in ogni loro forma, epoca, vicenda.
Ma, inevitabilmente, a ogni nuova pubblicazione non mi sottraggo mai, rileggendo, ovviamente, la stessa storia, con qualche particolare più o meno inedito, con qualche opinione discordante rispetto ad altri scritti.
Anche questo nuovo lavoro di Philip Norman (tradotto da Eelena Montemaggi) non si è sottratto al rituale.
Ovviamente non ci sono chissà quali nuove rivelazioni, se non una visione un po' troppo "partigiana" nei confronti di Beatle George che, francamente, mia opinione, ha sempre avuto lo spazio che meritava nella band (su queste pagine si contesta essere stato troppo limitato da John e Paul), come ha ampiamente e indiscutibilmente dimostrato nella carriera solista.
Ovvero ottimo/eccellente compositore di un paio di brani ad album, poi riempiti di altri episodi mai indimenticabili, spesso del tutto trascurabili.
Non vengono risparmiati i suoi eccessi, così in contrasto con l'aura "mistica", la brutalità psicologica nei confronti delle compagne (Pattie Boyd in particolare), l'amore per super alcolici e cocaina e tanto altro.
Purtroppo l'autore incappa in errori piuttosto imperdonabili per i Beatlesiani, come attribuire la casa d'infanzia di Lennon a Melton Avenue (in realtà, Menlove Avenue, fu anche il titolo di un album postumo) - pagina 35 - e altri particolari sparsi, esagerati ed enfatici.
Ogni Beatlesiano che si rispetti lo troverà comunque interessante e godibile, per il resto del mondo, se non ha mai approfondito la figura di George, una lettura sicuramente più che interessante.

Roger Daltrey - La mia storia con e senza gli Who
Ho riletto con piacere l'autobiografia di ROGER DALTREY che già avevo affrontato in inglese alla sua uscita e che da qualche anno è stata tradotta (molto bene, da Elena Montemaggi) in italiano.
Roger non è uomo con i peli sulla lingua, va diretto e sincero a esprimere il suo parere (allo stesso modo con cui risolveva le diatribe negli Who, in quel caso con le mani da ex metalmeccanico).
C'è la storia dagli inizi, fino al 2018, anno dell'uscita del libro, incluse tutte le difficoltà, anno per anno, vicenda per vicenda.
One minute, I’m on the factory floor in Shepherd’s Bush, the next, I’m headlining Woodstock.
La vicenda degli Who ha seguito un filo spesso sfociato in tragedia (le morti di Keith e John, gli spettatori schiacciati al concerto di Cincinnati, Pete alle prese con dipendenze varie e il conivolgimento in un sito pedofilo - abbondantemente assolto dalla vicenda).
In mezzo crisi, debiti, scontri, una saga incredibile, nonostante il successo planetario.
It's expensive living the life of a rockstar when you're not earning rock star money.
Indispensabile per ogni fan degli Who, interessante per chi ama la musica rock.

Franco Forte - Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l'imperatore filosofo
Non è facile rendere fruibile e agile la storia di un imperatore romano, pur nella sua anomalia di filosofo "pacifista", attento e sensibile ai diritti umani, in epoca di gladiatori, schiavi, sacrifici nelle arene, stragi dei nemici.
Franco Forte riesce alla perfezione ad appassionareil lettore alla tribolata vita di Marco Aurelio (121-180 d.c.), tra le classiche congiure di palazzo, guerre per mantenere il potere di Roma sull'impero, minato da continue rivolte ai "limes", gestione complessissima di un mondo dalle mille regole, omaggi agli dei, lutti personali etc.
Alla fine si prova profonda empatia per un personaggio che provò a concepire il comando in modo filosofico/progressista, morì tra notevoli sofferenze fisiche, lasciando il posto al figlio Commodo, giudicato successivamente spietato e depravato.
Esercitò il potere anelando sempre la possibilità di applicare le sue teorie ideologiche alla realtà, scontrandosi con un mondo ancora impreparato, dovendosi alla fine adattare alla superstizione, alla repressione sanguinosa di rivolte e insurrezioni.
Un ottimo libro, avvincente e istruttivo, soprattutto nella certosina descrizione (quasi cinematografica) dell'Antica Roma e le sue usanze.

Gianni Maroccolo - Il Sonatore di Basso. Collezione Spartiti Indipendenti
Una edizione speciale limitata e numerata de Il Sonatore di Basso, realizzata in occasione del tour CSI interamente dedicata al repertorio del Consorzio Suonatori Indipendenti, recentemente tornati insieme per sette acclamatissime date, nel tour "In Viaggio".
28 brani con le linee complete di basso di Gianni Maroccolo, illustrate e annotate a mano, trascritte in spartito e tablatura da Mur Rouge, selezionate tra le 104 contenute nel libro Il Sonatore di Basso e arricchite da alcune disponibili in precedenza solo nel cofanetto limitato Flight Case.
Il basso di Maroccolo, ancora più che nelle altre esperienze, è stato ed è uno strumento preponderante e portante nell'economia del suono dei CSI, mai un semplice accompagnamento.
Questo libro è uno strumento di studio e insieme un documento musicale: un modo per entrare nel cuore di brani che hanno segnato un’epoca, seguendo da vicino il battito inconfondibile di Gianni Maroccolo.
Dedicato a chi suona, a chi ascolta e a chi desidera proseguire questo viaggio.

I 500 migliori dischi della musica italiana
Piaccia o meno la Musica Italiana gravita storicamente intorno a un lotto di nomi inscalfibili: Lucio Battisti, Fabrizio De André, Lucio Dalla, Franco Battiato, Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Pino Daniele, Paolo Conte, Vasco Rossi, la voce di Mina, il mito degli Area. Ovviamente li ritroviamo anche in questa lista di 500 dischi italiani stilata da 18 giornalisti e collaboratori di "Vinile" / "Classic Rock" (tra cui il sottoscritto), con titoli scelti dopo democratica votazione. E' palese che cambiando i votanti, muterebbero scelte e classifica, posizioni e nomi. Il cammino è stato molto tortuoso e complesso, il risultato finale discutibile a seconda di chi lo legge. E', come sempre, un "gioco", utile per riassumere la storia della canzone e della musica italiana attraverso un elenco davvero corposo in cui troviamo Afterhours e Balletto di Bronzo insieme a Gianni Togni e Quartetto Cetra. Ah, ha vinto "Rimmel" di De Gregori, davanti a "La voce del padrone" di Battiato e "Nero a metà" di Pino Daniele. Come riportato nell'introduzione la mia dichiarazione riassume la mia opinione: "Lo dico con leggerezza e, in confidenza, senza polemiche: a vedere certi nomi di vengono i brividi". Ma se vuoi giocare, accetti le regole del gioco.

Max D'Amico - Se fossi Viola
Romanzo crudo ed estremo, eccessivo e smisurato.
Il protagonista si ritrova nel corpo di Viola, colei che ama. Ne scaturisce una vicenda giocata ai mille all'ora, tra esagerazioni e abusi.
Anche la scrittura è diretta, immediata, minimale, veloce, hardcore.
Un racconto selvaggio, distopico, rock 'n' roll.

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".

APPUNTAMENTI

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour

Mercoledì 28 ottobre: Milano "Swamp Fest" con Kim Salmon e Three Blind Mice.
Sabato 7 novembre: Jesi (Ancona) “Spazio Comune Autogestito TNT”
Sabato 5 dicembre: Colle di Val d’Elsa (Siena) "Bottega Roots"
Sabato 12 dicembre: Como “Joshua”
Sabato 19 dicembre: Chiari (Brescia) “Circolo ADMR”

lunedì, settembre 28, 2026

Budgie

Riprendo oggi qui l'articolo che ho pubblicato lo scorso sabato nelle pagine de "Il Manifesto", dedicato al batterista di Siouxsie and the Banshees, Budgie.

Il ruolo di un musicista “comprimario” in un gruppo musicale non è sempre di facile gestione.
C’è chi lo ha sempre accettato di buon grado (da Ringo Starr a Charlie Watts, che, anzi, ha sempre fatto di tutto per restarsene in disparte), chi lo ha rifiutato a tal punto da fare sciogliere la band più famosa di sempre (tra le tante motivazioni, lo scioglimento dei Beatles ebbe nel George Harrison stanco di essere “ombra” di Paul e John, una delle micce dell’esplosione finale), chi, come Keith Moon, non esitava qualunque mossa pur di prendersi la scena. Figuriamoci quando il marchio di fabbrica non lascia adito a dubbi.

E’ il caso di Siouxsie and the Banshees, una favolosa carriera che ha sempre ruotato intorno a una delle figure più iconiche e influenti della musica inglese degli anni Ottanta e non solo.
Il loro batterista Budgie è stata, paradossalmente, una figura tanto “comprimaria”, quanto di primissimo piano nella vicenda.
Nella sua recente e drammatica autobiografia (tra la traumatica perdita della madre in giovane età, problemi di identità irrisolti e tanto altro), “The Absence”, (solo in inglese per l’editore White Rabbit) descrive la sua storia (molto amara) nella band.

A cui si unisce nel 1979 dopo aver militato nelle Slits, seminale band con cui incise la pietra miliare della new wave “Cut” e i Big In Japan, nome minore e spesso dimenticato, in cui troviamo alcune figure diventate poi celebri con successive esperienze, da Bill Drummond nei KLF, a Holly Johnson, voce dei Frankie Goes To Hollywood, Ian Broudie, nei Lightning Seeds e produttore di Echo & The Bunnymen, Wall of Voodoo, Alison Moyet tra gli altri.

Siouxsie non è mai stato un personaggio particolarmente malleabile e disponibile.
Dal libro ne esce malissimo, dispotica, imprevedibile, glaciale, indisponente, alcolizzata. Anche per questo nei Banshees si sono avvicendati più di una dozzina di musicisti (perfino Sid Vicious, futuro Sex Pistols, improvvisatosi batterista nel loro primo concerto al 100 Club Punk Festival il 20 settembre 1976, con il bassista Steve Severin, al fedele fianco di Siouxsie per tutta la durata della band e il chitarrista Marco Pirroni, prime mover della scena punk poi con Adam and the Ants nel fortunato periodo del look (e sonorità) “piratesco” e, successivamente, Robert Smith dei Cure.

La band, contrariamente alla smania di incidere immediatamente per sfruttare l’esplosione del punk, attende due anni per pubblicare il primo album.

“The Scream” esce alla fine del 1978 e diventa un immediato punto di riferimento sonoro. Musica aspra e dissonante che va già oltre il concetto di punk rock e definisce una sorta di nuovo genere (si chiami post punk o gothic rock).
La voce di Siouxsie sa essere tanto rabbiosa quanto ammaliante e misteriosa, sinuosa o minacciosa. Il suo look, dark e decadente ma allo stesso tempo aggressivo, con i capelli neri corvino sparati in alto, diventa un riferimento imprescindibile per migliaia di ragazze punk (come era facile vedere ai suoi concerti, pieni di sue cloni).
Dal vivo la band è potentissima, dura ma allo stesso tempo fresca e innovativa.
L’arrivo di Budgie in occasione del terzo album “Kaleidoscope”, pubblicato nell’agosto del 1980, crea un’ulteriore evoluzione del sound della band.
Il batterista introduce elementi percussivi quasi tribali, uno stile personalissimo che contribuisce a fare decollare definitivamente la band a livello di originalità e popolarità, grazie anche a due riusciti singoli come “Happy House” e “Christine”. Siouxsie and the Banshees approdano spesso anche in Italia e dimostrano la classe che li contraddistingue. Personalmente ho il piacere di vederli anche alla Royal Albert Hall nel 1985, di fronte a una folla in adorazione, con Siouxsie costretta a cantare seduta a causa di una gamba rotta, con una band che sfiora la perfezione per energia e creatività mentre il fascino della cantante supera ogni immaginazione.

Il “comprimario” Budgie diventa protagonista, il suo apporto è decisivo per la crescita della band.

Lo scopriamo un anno dopo con la sorprendente avventura dei The Creatures.
Solo lui e Siouxsie, batteria, percussioni e voce, in un ep dalle caratteristiche uniche “Wild Thing”.
La copertina li vede avvinghiati sotto un getto d’acqua, semi nudi, ma la loro relazione, iniziata da qualche tempo, rimane segreta, pur se palese. Quando sono in tour con i Banshees, per vedersi trovano espedienti da adolescenti (forse per non ferire la precedente relazione della cantante con Steve Severin).
Inizia un rapporto strano e bizzarro che diventerà sempre più malato ed estremo, con la complicità dell’alcol e l’arrivo dell’uso massiccio di cocaina. Gli effetti artistici sono comunque di alta qualità.
I Creatures aprono nuovi orizzonti creativi, in cui tribalismo, spontaneità e urgenza (figli del punk), capacità di scrivere musica con il minimo e l’essenziale, porteranno inaspettatamente la band nelle classifiche, rivaleggiando quasi inconsapevolmente con la carriera della band madre.
Il duo proseguirà una carriera sempre ad alti livelli fino al 2003, con quattro album, collaborando anche con l’ex Velvet Underground John Cale.
Budgie diventa progressivamente il “leader”, occupandosi dell’organizzazione, della composizione, della gestione della band, introducendola nel mondo di internet agli albori, creando un’etichetta digitale.
Abbandona tra mille difficoltà la dipendenza da droghe e alcol.
Nel 1991 sposa Siouxsie, iniziando un rapporto dalle tinte spesso ingestibili, soprattutto quando la sua totale sobrietà confligge con le consuete abitudini mantenute dalla cantante. Il rapporto, già difficoltoso, si rompe progressivamente e si conclude con un doloroso e “sanguinoso” divorzio nel 2007.
La prosecuzione dell’attività musicale, che forzatamente li unisce ancora, tra amore spezzato e successo rende la loro vita un inferno.
Eravamo sufficientemente famosi per trasformare le nostre esistenze in un monotono succedersi di tour, registrazioni, di nuovo tour. E quando diventi famoso tu vedi solamente te stesso, chiunque altro scompare. Se il matrimonio è l’unione di due anime, allora io e Siouxsie eravamo due anime intrappolate nei Banshees e nei Creatures, senza nessun senso di indipendenza dalle nostre vite professionali.

Il libro (ricordiamoci che è la sola voce di uno dei due, a cui la cantante non ha replicato) è progressivamente sempre più acre, sottolinea un aspetto comune a molte band di successo ovvero la mancanza di percezione che il mondo (musicale e non) intorno a loro cambia e a un certo punto i Banshees si trovano senza contratto e interesse discografico mentre intorno a loro esplodono la scena di Madchester e il Britpop a cui guardano increduli.

La fine è disastrosa, i due si lasciano violentemente, Budgie continua una carriera di importanti, per quanto saltuarie, collaborazioni.

Siouxsie nel 2007 incide un buon album solista, “Mantaray”, (nel 2008 ebbi l’opportunità di aprire, con Lilith and the Sinnersaints, un suo concerto al Festival Metarock di Pisa e trovai un’artista ancora in gran forma, riservata ma sorridente e affabile nei camerini), poi scompare per lungo tempo, con qualche fugace apparizione concertistica e discografica.

Torna in tour nel 2023, passa anche al Teatro Arcimboldi di Milano e conferma che se non hai i “comprimari” giusti, quanto sia difficile, se non impossibile, riprodurre il sound e la magia originali.
Non c’è ovviamente nessuno dei vecchi Banshees, i musicisti sono turnisti, la voce non è più la stessa, l’atmosfera un po’ triste, l’impressione, con tutto il rispetto e l’amore per i suoi classici, è che sia stata un’avventura finalizzata alla raccolta di un po’ di fondi per il conto bancario.
Da allora è tornata nel silenzio assoluto.

venerdì, settembre 25, 2026

Max D'Amico - Se fossi Viola

Romanzo crudo ed estremo, eccessivo e smisurato.
Il protagonista si ritrova nel corpo di Viola, colei che ama. Ne scaturisce una vicenda giocata ai mille all'ora, tra esagerazioni e abusi.

Anche la scrittura è diretta, immediata, minimale, veloce, hardcore.

Un racconto selvaggio, distopico, rock 'n' roll.

Max D'Amico
Se fossi Viola
Alter Erebus
260 pagine
17.90 euro

giovedì, settembre 24, 2026

VV.AA. - Scene 26

Corredata da un'invitante copertina esce per la Heavy Soul Records (https://www.heavysoul45s.co.uk/) il manifesto della nuova giovane scena MOD inglese.
Avevo recentemente parlato delle nuove band qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/06/nuove-mod-band-e-affini-2026.html

Dieci brani di altrettanti nomi che hanno portato un'inaspettata nuova energica linfa nell'ambito, da tempo sofferente di nuove realtà.
Il sound è accomunato da chiari riferimenti a Jam e al Sound of '79 ma c'è un costante tentativo, talvolta acerbo (più che giustificato in considerazione della giovane età dei componenti), di trovare una strada personale.

In arrivo anche un secondo volume.
Le premesse sono buone, non tutti ce la faranno a uscire dall'underground (ma già Sharp Class e Cian Downing hanno dimostrato di avere tutte le carte in regola per spiccare il volo, come già fatto dai Molotovs - assenti - si presume per motivi contrattuali) ma questa compilation valga come buona testimonianza di quello che sta accadendo ORA in Gran Bretagna.

SIDE A
THE XLNTS – The New Generation
SHARP CLASS – Alive
THE KOPPERS – In The Country
SOUTH STREET – Forget The Lot
SCARLETT FEVER – Many Faces

SIDE B
THE HORNETS – Behind Closed Doors
THE VELVET TUXEDO – Third Eye
CIAN DOWNING – Flag Flying High
MODERN SYNDICATE – Death Of A Supermodel
THE LAST ORDERS – There She Goes Again

mercoledì, settembre 23, 2026

Chubby Checker - Chequered!

E’ sempre molto affascinante addentrarsi in quegli album anomali nella carriera di un musicista, che a un certo punto decide di uscire dai consueti binari artistici, per abbracciare ambiti sonori che l’ascoltatore non si sarebbe mai immaginato potesse frequentare.
Il più delle volte disorientano i fan, soprattutto li allontanano. Per fare uno degli esempi più classici, quando nel 1980 i Clash incisero il monumentale triplo album Sandinista!, infarcendolo di funk, disco, rap, folk, dub, swing, rockabilly e tanto altro, lo sconcerto fu unanime (pur se London Calling aveva già dato chiare avvisaglie).
Ancora oggi se ne discute.

Alla fine degli anni Sessanta il nuovo trend psichedelico contaminò pesantemente anche la soul music.
La strada fu aperta da Jimi Hendrix e, soprattutto, Sly and the Family Stone, a cui si accodarono, per citare i più noti, Temptations, Chamber Brothers, i meno noti The Equals, i War con Eric Burdon, Undisputed Truth, 5Th Dimension, perfino le Supremes di Diana Ross in Love Child e Stoned Love. Un discorso proseguito poi in ambito funk dalle due creature gemelle di George Clinton, Funkadelic e Parliament, da Betty Davis e perfino dagli esordienti Earth Wind and Fire nell’omonimo esordio e nel secondo album The Need of Love del 1971 (d’altronde la loro precedente incarnazione, The Salty Peppers, aveva lasciato nel 1969 due ottimi 45 giri in pieno trip psychedelic soul).

Più difficile pensare a un Chubby Checker psichedelico.
Diventato famoso nei primissimi anni Sessanta come uno dei più autorevoli esponenti del twist, grazie all’irresistibile ritmo di The Twist, Let’s Do the Twist Again e brani di altrettanto successo, anche se meno conosciuti in Europa, come Pony Time e Limbo Rock, che andavano dritti nelle classifiche ai primi posti.
Il sound era sempre impostato sui classici ritmi del twist, lui appariva in televisione ballandolo alla perfezione, voce potente, estetica elegante e pulita. Se da una parte gli diede grande popolarità, dall’altra diventò una gabbia.
"The Twist" mi ha davvero rovinato la vita. Stavo per diventare un famoso artista da night club ma"The Twist" ha spazzato via tutto. La situazione è degenerata. Nessuno ha più creduto che io avessi talento.

L’arrivo di Beatles e relativa British Invasion, il mondo musicale che cambiò radicalmente, lo cancellò dalle classifiche. Lui continuò a portare in giro in America ed Europa il vecchio cliché twist anche se provò una nuova strada nel 1965 con Folk Album, tra country, gospel e un po’ di Elvis e nel 1969 con una buona cover rhythm and blues/soul di Back in the USSR dei Beatles ma senza riuscire a tornare ai vertici.

Inaspettatamente, agli inizi del 1970, entra in studio a New York con la sua band The Ship, con cui suonò per qualche mese in città, Canada e Florida, aprendo alcune date addirittura per gli incendiari Stooges di Iggy Pop.
Larry Marshak della rivista “Rock” andò a un suo concerto nel leggendario “Ungano” a New York e cercò di avvicinarlo:
Ha rinnegato il suo passato a tal punto che quasi mi ha preso a pugni nel backstage quando gli ho suggerito di fare "The Twist" durante il suo set. Lo trovo un tipo assolutamente insopportabile fuori dal palco.

E’ una fase nuova.

Checker abbraccia le nuove atmosfere in circolazione (ai tempi non ha ancora compiuto trent’anni, nonostante sia considerato alla stregua di un vecchio esponente di una musica di una manciata di anni prima ma che sembra risalire al secolo precedente).
Il batterista Dave Donen lo vede in concerto a New York e rimane stupefatto:
All'epoca suonavo con gente come Slim Harpo e Chuck Berry e conoscevo il proprietario dell'Ungano, quindi entravo gratis ogni fine settimana per vedere nuove band come i Free e i Fleetwood Mac. Quando ho saputo che Chubby sarebbe stato lì ci sono andato, pensando che mi sarei divertito. Ho trovato un Chubby molto diverso da quanto mi aspettassi.
Indossava una camicia e pantaloni psichedelici, sciarpe colorate e una fascia nei capelli, suonava musica heavy fragorosamente pesante, un po' di psichedelia stereotipata e, sì, non ha suonato 'The Twist', nonostante il pubblico continuasse a chiederla. Ironia della sorte, quattro anni dopo ho fatto un'audizione e sono andato in tour con la sua band per sei mesi. La scaletta era tutta composta da vecchi successi rock 'n' roll, senza traccia di psichedelia o fasce nei capelli.


Chubby Checker incide un nuovo album che diventa presto un oggetto mitico, di culto e misterioso.
Chequered! viene realizzato nel 1971 ma non trova nessuna etichetta disposta a pubblicarlo in America.
Il suo manager è Ed Chalpin, un mezzo squalo che ebbe un lungo contenzioso con Jimi Hendrix, in virtù di un contratto firmato quando il chitarrista era ancora con Curtis Knight, con cui registrò alcuni nastri. Materiale più volte stampato da Chalpin che pubblicò anche un album di Hendrix (utilizzando solo la sua chitarra ritmica su cui fece sovra incidere assoli nello stile di Jimi, con una band di accompagnamento).
L’album esce solo in Inghilterra, Spagna e Germania (pubblicato come The Other Side Of), vende pochissimo e sarà più volte ristampato, sia come bootleg o in versione ufficiale con titoli diversi, da New Revelation a Chubby Checker Goes to Psychedelic! a Slow Twistin’.

L’autore rinnega da subito il suo lavoro, si rifiuterà per sempre di parlarne nelle interviste (minacciando chi osa fare domande al proposito), non ne suonerà mai più un brano dal vivo. Il disco scompare senza lasciare tracce.
Perfino un appassionato come Lenny Kaye (chitarrista del Patti Smith Group ma anche profondo cultore di band garage rock psichedeliche degli anni Sessanta che raccolse nel mitico doppio album Nuggets), se lo lasciò sfuggire:
Non sapevo nemmeno che esistesse, pur lavorando in un negozio di dischi e scrivendo di musica, all'epoca della sua uscita. È un album strano, quasi come se Chubby fosse entrato in un universo alternativo e si fosse trasformato in un credibile cantante soul con sfumature alla Curtis Mayfield e Baby Huey, sfuggendo alla caricatura di coreografo di danza. Ricrea il paesaggio sonoro quasi psichedelico della fine degli anni Sessanta ma è stato trascurato al punto da diventare invisibile.

Paradossalmente non è corretto parlare di psichedelia, che entra solo occasionalmente nelle undici canzoni, ma più specificatamente di un rock blues, spesso molto potente, che può ricordare i primi album di Joe Cocker, Richie Havens, addirittura i Cream o i War di Eric Burdon. Basti ascoltare l’infuocata Love Tunnel o l’Hendrixiana Stoned in the Bathroom, con un organo Hammond in primo piano e un distorto solo di chitarra blues. Ci sono anche No Need To Get So Heavy, che potremmo trovare nel primo album dei Traffic e la funerea He Died, che parla della crocifissione di Cristo.
La band suona benissimo, con precisione, grande tecnica ed elevata espressività, la voce di Checker è adattissima al genere, intensa, “nera”.
L’album non è un capolavoro ma si allinea con molta della produzione dei tempi e lascia il rimpianto che il musicista non abbia voluto proseguire e insistere su questa linea, che avrebbe potuto regalarci ulteriori soddisfazioni.
E' stato ristampato dalla Sunbeam Records nel 2012 ed è ora più facilmente reperibile. Chubby Checker ha proseguito la sua carriera provando sempre ad accostarsi al nuovo che avanzava, prima con qualche brano in chiave discomusic, poi nel 1988 in una versione di The Twist in chiave rap con i Fat Boys (che ebbe un buon riscontro in Gran Bretagna) e ancora con Knock Down The Walls nel 2008, arrivato in alto nelle chart dance in UK.
Nel 2013 fece causa alla HP per un’applicazione che utilizzava il nome Checker per stimare le dimensioni del pene a partire dalla misura delle scarpe (…).
Nel 2025 è entrato nella Rock n Roll Hall Of Fame.

martedì, settembre 22, 2026

The Cramps

Riprendo l'articolo sui CRAMPS che ho scritto per Il Manifesto, sabato scorso.

Ogni band che si rispetti ha il suo “lost album”, per il quale ogni fan farebbe carte false. Uno scrigno di brani mai pubblicati, sfuggiti anche ai bootleg o al web, che, non importa la qualità o l'importanza artistica, vadano ad aggiungere ulteriore materiale a quello già collezionato.
Ancora più se si tratta di una band di culto come i Cramps che ha sempre potuto godere di una nicchia di seguaci fedelissima e agguerrita.
La band della coppia immarcescibile, Lux Interior (alla voce) e Poison Ivy (chitarra), si è circondata nella lunga carriera, durata dal 1975 al 2009 (all'indomani della tragica scomparsa del cantante), di decine di altri componenti che hanno affiancato l'inossidabile duo.
Eravamo studenti d'arte... credo che lo siamo ancora. Stavo facendo l'autostop e Lux mi ha dato un passaggio. E da allora continua a darmi passaggi (Poison Ivy).

Entrambi fan del rock 'n' roll più oscuro e primitivo degli anni Cinquanta (di cui diventarono accaniti collezionisti) ma anche di blues e rhythm and blues, seppero accostare quelle influenze, guardate sempre con devoto rispetto a un'attitudine e travolgente spontaneità punk (soprattutto nelle spettacolari esibizioni live), diventando un punto di riferimento per centinaia di band e una gruppo pressoché inimitabile.
Le nostre influenze arrivano principalmente dai film horror. Frasi tratte da vecchi film, fumetti che collezioniamo, gli unici sono horror oscuri, quelli veramente malati degli anni Cinquanta. Un po' di materiale viene da lì, ma soprattutto dischi, vecchi dischi rockabilly e roba del genere, soprattutto singoli, 45 giri.(Lux Interior).

Quando incominciarono a calcare il palco del CBGB'S a New York trovarono subito un estimatore d'eccellenza, Alex Chilton, già assurto a grande popolarità con i Box Tops e i Big Star (progenitori del power pop). Molto attratto dal nuova scena punk, Chilton li convinse a registrare un singolo negli Ardent Studios di Memphis. Alla fine incisero dodici brani. Buona parte è stata ripresa in altre versioni negli album successivi, altri sono rimasti inediti.
Quelle registrazioni vengono riportate alla luce da due icone dell’hardcore punk, Henry Rollins (Black Flag) e Ian McKaye (Fugazi), grandi fan della band, nell'album Gravest Gravy, in cui troviamo l'essenza della “prima volta” con interpretazioni crude, urgenti, deraglianti, che rivelano quanto la band fosse già matura, sia a livello strumentale/esecutivo che da un punto di vista artistico.

Se nel 1977 l'ipotesi di un album non va in porto, rimediano l'anno successivo con due 45 giri in cui palesano già le loro influenze, dalla cover del gruppo surf Trashmen del piccolo classico Surfin Bird (già nel repertorio dei Ramones), al country di Lonesome Town a Domino di Roy Orbison.
Il tutto trattato attraverso un sound particolarissimo, con solo due chitarre acide e dalla media distorsione, poco disponibili ad assoli da virtuosi, l'assenza del basso e una batteria ipnotica e minimale (in pieno stile Maureen Tucker dei Velvet Underground). Su tutto la voce scatenata, sguaiata, urlata, di Lux Interior, novello Iggy Pop, che supera facilmente le prodezze del “maestro” quando si tratta di salire su un palco. Il cantante diventa un vero demone, si spoglia, si infila il microfono fino in gola, non si risparmia mai.
Al suo fianco, ineffabile e imperturbabile, la fascinosa Poison Ivy macina riff rockabilly con la sua chitarra, giocando con un look spesso più che succinto.

Nel 1978 suonano in un ospedale psichiatrico per i pazienti, a Napa, in California (ripreso anche in video, probabilmente uno dei più deliranti e surreali nella storia del rock 'n' roll, in cui si evince a chi si è palesemente ispirato Nick Cave), con Lux Interior che si rivolge al pubblico con uno stupendo: Qualcuno mi ha detto che voi siete pazzi, ma io non ne sono così sicuro... a me sembrate persone a posto. Il cantante ricorda:
Quando suonammo lì sedici detenuti evasero, fu un evento clamoroso. La notizia si diffuse in altri istituti psichiatrici e da allora abbiamo provato a suonarci ancora ma non ci siamo più riusciti.

Alex Chilton non demorde e li riporta in studio a Memphis per il primo album che vede finalmente la luce nel 1980.
The Songs The Lord Taught Us ha un sound assolutamente originale, definito per la prima volta “psychobilly”, nel suo guardare al profondo passato, in un momento in cui il primo punk lascia il posto alla new wave più sintetica e gente come Clash e Talking Heads prende il volo verso la contaminazione con le musiche del mondo.

Dal classicissimo Fever alla oscura Strychnine dei Sonics, Sunglasses After Dark di Link Wray e una serie di splendidi brani autografi, è un minaccioso manifesto che gioca con un'altra grande passione della band, l'horror dal taglio fumettistico, esagerato, pacchiano tipico della trasmissione video del conduttore Ghoulardi, in onda nei primi anni Sessanta, in Usa, che con il suo slogan “Stay Sick!” (resta “malato/malsano/macabro”), ispirò il titolo di un album del 1990 della band.

L'album arriverà al primo posto delle classifiche indipendenti inglesi, grazie anche al contemporaneo tour europeo di supporto nientemeno che ai Police, già all'apice del successo.
Approdano anche a Milano il 2 aprile del 1980.
Il pubblico accorso per Sting non apprezza lo sferragliare chitarristico e le urla di Lux, sotto il palco siamo in uno sparuto drappello a incitare la band, incomincia a volare di tutto (un'epoca in cui non c'erano controlli all'ingresso), a un certo punto il batterista Nick Knox sfascia la batteria e se ne va con il resto del gruppo. Tanto breve quanto devastante.

Esce un anno dopo Psychedelic Jungle, con metà dei 14 brani composto da cover, meno incisivo ma ugualmente distintivo, in cui troviamo Goo Goo Muck, resa poi famosa recentemente dal balletto nel film sulla Famiglia Addams.
Ci vorranno cinque anni per l'ottimo A Date With Elvis.
La band prosegue un'intensa attività live, soprattutto in Inghilterra, dove nutre un fortissimo seguito, a scapito di quella discografica (alla fine si conteranno solo otto album in più di trent'anni di carriera).

Le tematiche dei testi si spostano progressivamente verso l'ambito “sessuale”, con riferimenti espliciti, provocatori e volutamente volgari, lasciandosi parzialmente alle spalle il gusto per il macabro, da Can Your Pussy Do the Dog? a Kizmiaz fino a Bikini Girls with Machine Guns (brano citato da Ringo Starr per dichiararsi loro grande fan!).

Nel 2006 suonano il loro ultimo concerto in Arizona, nel febbraio del 2009 Lux Interior muore per problemi cardiaci, i Cramps finiscono e Poison Ivy si ritira a vita privata, scomparendo pressoché completamente dalla scena musicale.

Non hanno mai venduto cifre importanti, non hanno avuto grandi soddisfazioni con il mainstream ma sono stati amati tantissimo dai fan, che continuano a tributare loro deferente omaggio.
I Cramps rimangono nell’Olimpo dei gruppi seminali del punk e del rock ‘n’ roll.
Non è poco.

FUORI I DISCHI
L'ep del 1979 Gravest Hits raccoglie i primi due singoli e un inedito, cogliendo l'urgenza degli esordi.
Ovviamente è l'esordio The Songs the Lord Taught Us (1980) ad avere un posto necessario in ogni discografia rock 'n' roll che si rispetti, per la sua portata, paradossalmente, innovativa, pur facendo base sulle fondamenta più antiche del rock.
Anche il successivo Psychedelic Jungle (1981) è tra i momenti più riusciti della carriera mentre il live Smell Of Female del 1983 riesce a restituire abbastanza fedelmente la selvaggia carica dal vivo.
Per completare una totale visione del mondo Cramps anche A Date with Elvis (1986) e Stay Sick! (1990) meritano ascolto e attenzione.

domenica, settembre 20, 2026

Rifrazione - Candy Says

Rifrazione ci regala una magica cover del brano del 1969 dei Velvet Underground "Candy Says".

L’omaggio è anche ad una leggendaria rock band italiana i Not Moving e alla loro carriera , ospiti di eccezione infatti Antonio Bacciocchi alla batteria e Dome La Muerte alla chitarra.
La scelta del brano nasce dalla “ venerazione” che ci accomuna per la musica della band newyorkese.

“ Candy …dice” dedicata da Lou Reed alla transgender Candy Darling , parla del disagio e delle sue insicurezze nell’accettare il suo corpo ma ha tra le sue righe un significato ancora più profondo , quello di riconoscere ogni forma di diversità e le difficoltà che un essere umano può provare per farsi accettare.

Il brano registrato e mixato al Duna Studio vede anche la partecipazione di Morena Vasile alla voce e all'organo Hammond e di Ugo. Cappadonia al basso e alla produzione.

Puoi ascoltarlo qui 👇
https://open.spotify.com/int.../track/42UMcWfp770dWToPyeJeWW

sabato, settembre 19, 2026

Appuntamenti

Domenica 20 Settembre alla Cooperativa Popolare Infrangibile 1946 Piacenza.
🕒 18:00 📖 Presentazione del libro: "Ballare nella catastrofe. La poetica della dancehall" di Enrico Lazzeri.
Antonio Bacciocchi: moderatore
🕒 21:00 🎧 DJ Set della Domenica: Gianni Fuso + Henry

venerdì, settembre 18, 2026

Philip Norman - George Harrison. Il Beatle riluttante

Da ormai mezzo secolo leggo e rileggo libri, articoli, approfondimenti e quant'altro sui BEATLES in ogni loro forma, epoca, vicenda.
Ma, inevitabilmente, a ogni nuova pubblicazione non mi sottraggo mai, rileggendo, ovviamente, la stessa storia, con qualche particolare più o meno inedito, con qualche opinione discordante rispetto ad altri scritti.

Anche questo nuovo lavoro di Philip Norman (tradotto da Eelena Montemaggi) non si è sottratto al rituale.

Ovviamente non ci sono chissà quali nuove rivelazioni, se non una visione un po' troppo "partigiana" nei confronti di Beatle George che, francamente, mia opinione, ha sempre avuto lo spazio che meritava nella band (su queste pagine si contesta essere stato troppo limitato da John e Paul), come ha ampiamente e indiscutibilmente dimostrato nella carriera solista.
Ovvero ottimo/eccellente compositore di un paio di brani ad album, poi riempiti di altri episodi mai indimenticabili, spesso del tutto trascurabili.

Non vengono risparmiati i suoi eccessi, così in contrasto con l'aura "mistica", la brutalità psicologica nei confronti delle compagne (Pattie Boyd in particolare), l'amore per super alcolici e cocaina e tanto altro.

Purtroppo l'autore incappa in errori piuttosto imperdonabili per i Beatlesiani, come attribuire la casa d'infanzia di Lennon a Melton Avenue (in realtà, Menlove Avenue, fu anche il titolo di un album postumo) - pagina 35 - e altri particolari sparsi, esagerati ed enfatici.

Ogni Beatlesiano che si rispetti lo troverà comunque interessante e godibile, per il resto del mondo, se non ha mai approfondito la figura di George, una lettura sicuramente più che interessante.

Philip Norman
George Harrison. Il Beatle riluttante.
Caissa Italia EDitore
366 pagine
25 euro

giovedì, settembre 17, 2026

Gianni Maroccolo - Il Sonatore di Basso. Collezione Spartiti Indipendenti.

Una edizione speciale limitata e numerata de Il Sonatore di Basso, realizzata in occasione del tour CSI interamente dedicata al repertorio del Consorzio Suonatori Indipendenti, recentemente tornati insieme per sette acclamatissime date, nel tour "In Viaggio".

28 brani con le linee complete di basso di Gianni Maroccolo, illustrate e annotate a mano, trascritte in spartito e tablatura da Mur Rouge, selezionate tra le 104 contenute nel libro Il Sonatore di Basso e arricchite da alcune disponibili in precedenza solo nel cofanetto limitato Flight Case: https://tonyface.blogspot.com/2026/08/gianni-maroccolo-flight-case-il.html

Il basso di Maroccolo, ancora più che nelle altre esperienze, è stato ed è uno strumento preponderante e portante nell'economia del suono dei CSI, mai un semplice accompagnamento.

Questo libro è uno strumento di studio e insieme un documento musicale: un modo per entrare nel cuore di brani che hanno segnato un’epoca, seguendo da vicino il battito inconfondibile di Gianni Maroccolo.
Dedicato a chi suona, a chi ascolta e a chi desidera proseguire questo viaggio.


Gianni Maroccolo
Il Sonatore di Basso. Collezione Spartiti Indipendenti
60 pagine
Edizioni Libri Aparte
25 euro
Related Posts with Thumbnails