venerdì, maggio 29, 2026

Maggio 2026. Il meglio del mese.

Si vola verso la metà del 2026. Sono uscite tante ottime novità: Kneecapp, Aja Monet, Black Crowes, Little Barrie, My New Band Believe, The Delines, Tiwayo, Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs, Courtney Barnett, Paul Weller, The Darts.
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Peawees, Bologna Violenta, Chicco Allotta, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce.


KNEECAPP - Fenian
Uno dei nomi più importanti in circolazione, che coniuga attivismo politico, parlando del presente, dalla Palestina (in "Palestine" con il rapper Gazawi, Fawzi) all'attualità britannica. La musica è un duro mix di rap, hip hop, elettronica, drum n bass, un approccio punk e rivoltoso, senza filtri e senza paura. Il disco è potentissimo, colonna sonora di un momento difficile e tragico per l'umanità intera. Indispensabile.
Qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/05/kneecapp-fenian.html la recensione dettagliata di Michele Savini.

AJA MONET - The Color of Rain
La "Freedom fighter" e "Brooklyn griot" torna con un lavoro più complesso, coraggioso e profondo che ben condensa il concetto di AfroFuturismo. Hip Hop, sperimentazione, elettronica, new funk, soul, new gospel, blues, spoken word, spiritual jazz, impegno socio politico, nell'America devastata e annientata.
"Voglio un dio… che nessun americano possa adorare/Voglio un dio… che non voglia essere adorato”.
"The color of rain" è un album intenso, che si muove su ritmi e suoni caldi e ammalianti ma minacciosi e graffianti.
Collaborano Meshell Ndegeocello, Justin Brown, Nico Segal, Georgie Anne Muldrow.
Spettacolare.

LITTLE BARRIE - Gravity Freeze
Tornano i Little Barrie dopo un lungo silenzio (a parte due eccellenti album con Malcolm Catto.
D'altronde il chitarrista e mente della band (che ha perso tragicamente il batterista originale) Barrie Cadogan ha sempre parecchio da fare come session man con Paul Weller, Liam Gallagher e John Squire, The The e Black Keys.
"Gravity Freeze" è, come sempre, un gustosissimo, ipnotico, lisergico e soffuso mix di funk, blues, psichedelia, freakbeat, Jimi Hendrix, Stone Roses di "Second Coming" e tanto altro.
Molto cool!

THE CORAL - 388
Che strano e sorprendente album hanno tirato fuori i Coral, dopo anni di "folk psichedelico Britpop guitar sound". In "338" si va di rocksteady, un po' di rhythm and blues tra 50 e 60 (alla Arthur Alexander), primo Sixties soul e delizie affini. Il tutto con una particolare cura dei suoni, fedeli al mood originale del genere. Molto intrigante e gustoso, in virtù di canzoni sempre riuscite.

THE DARTS - Halloween Love Songs
La band americana, ammirata a un recente Festival Beat per la sua travolgente energia, torna con un album che, senza alcuna puntualità, si propone di rinnovare il classico repertorio delle canzoni per Halloween. Non so se qualcuna di queste tredici entrerà nella tradizione musicale del 31 ottobre ma l'album è sicuramente divertente, potente, fatto benissimo, attingendo dal classico momndo garage, Fuzztones in particolare, ma con un'anima più psycho/surf, atmosfere sospese, spesso lente e midtempo, molto avvolgenti, perverse e intriganti.

FAY HALLAM - Zodiac
Fay Hallam ha da tempo superato il passato di Makin Time, Prime Movers etc.
Ha ricostruito un'ottima carriera solista, fa parte del "nostro" Il Senato, si muove tra vari progetti e collaborazioni.
"Zodiac" è il nuovo album e la sua opera più matura e autorevole.
Molteplici le influenze e gli ambiti sonori, tra il classico soul pop, strumentali intriganti, una stupenda "Sun Shines On" tra "Move On Up" di Curtis Mayfield, acid jazz, disco funk, l'emozionante e riuscitissima cover di "I Talk To the Wind" dei King Crimson, il groove soul beat di "Never Be Silenced". Album più che riuscito, completo, personale, ricco di classe ed eleganza.

LEMON TWIGS - Look For Your Mind!
Al sesto album, pervacicemente aggrappati ai Sessanta di Beach Boys (in particolare), Beatles, Byrds, Hollies, Big Star (ma anche Three O' Clock e dintorni, ), in grado di scrivere nuove canzoni strettamente legate a quel suono, senza paura di apparire troppo retrò. L'ascolto è, come sempre, più che gradevole, la classe compositiva inalterata, una fortuna avere in circolazione una band del genere.

MOD LANG - Borrowed Times
Da Detroit, tra i probabili primi "figli" dei Lemon Twigs. Prendono il nome da una caznone dei Big Star e vuol già dire tanto. I riferimenti sono i consueti, dalle infinite variabili Sixties c(Beatles, Byrds, jingle jangle vario, perfino Simon & Garfunkel) agli epigoni successivi. Sono più ruvidi e "garage" dei più sofisticati fratelli New Yorkesi, suonano e compongono bene, sono giovani, bella band.

UNI BOYS - Uni Boys
Con il prezioso aiuto dei fratelli D'Addario dei Lemon Twigs (di cui fa parte Reza Matin, chitarra e voce) la band californiana firma un secondo album a base di energico power pop, atmosfere Beatlesiane, un pizzico di garage e tutto i lconsueto corollario Sixties. Molto divertenti e piacevoli.

THE LOFT - Badges
Dopo l'ottimo album del ritorno sulle scene dopo 40 anni di silenzio dello scorso anno, i Loft ci hanno preso gusto e bissano con un altro lavoro pregevole, ricco di canzoni dal taglio malinconico che guardano a un mix originale e ben costruito di Dream Syndicate, Television, Lloyd Cole, atmosfere psichedeliche e un andamento Britpop. Un buon disco.

THE BLACK KEYS - Peaches!
Tornano al rock blues più torrido i BLACK KEYS, ultimamente scivolati in lande sonore più easy pop.
“Non stavamo registrando un disco. Stavamo solo improvvisando, come se fosse solo per noi” (Dan Auerbach).
"Peaches" è un buon disco di oscuri brani e rhythm and blues, da Junior Kimbrough ai Dr.Feelgood, rifatti con approccio grezzo e diretto.
Non male ma nemmeno indispensabile.

DRAKULAS - Midnight City
Il trio di Austin torna con il terzo album, mischiando punk rock 77 con Buzzcocks, ritmi frenetici e un approccio alla Devo. Molto stimolante, immediato e diretto. Da ascoltare!

BROOKLYN FUNK ESSENTIALS - Black Butterfly
Ottimo album di funk, disco, Philly Sound, insert hip hop, mellow soul alla Sade dai veterani della scena New Yorkese.
Eleganza, tonnellate di groove, una varietà di stili che si condensano in grande personalità e capacità tecnica, una stupenda versione di "Life During Wartime" dei Talking Heads. Bello.

DIRTY TRAINLOAD - Rise Up And Stomp
Quinto album per la band pugliese, come sempre deragliante, scarno, minimale, nel ripercorrere gli antichi sentieri del rock 'n' roll primitivo, del blues più oscuro (vedi le cover di Lead Belly Out on the Western Plains e Little Walter Jacobs It Ain't Right), contaminati da un approccio garage e punk. La band suona con convinzione e passione, la produzione esalta al meglio la potenza sonora del disco, davvero ben fatto e destinato a finire in parecchie classifiche di album "rudi" di fine anno.

GOPHER & THE DEADLOCKS - Nasty Deadlocks
Lo splendido esordio con Tropical Riot del 2024 trova ora un seguito, altrettanto valido e composito. D'altra parte è la creatura di Dario Troso, che ha diviso la sua carriera tra gruppi punk ed hardcore, pioniere della scena rap e reggae, con Isola Posse All Stars, Sud Sound System e Neo-Ex. Influenze che tornano costantemente in Nasty Deadlocks, 14 brani tra hardcore, dub, rocksteady, punk, con cover di Joe Jackson, The Beat, Max Romeo, The Skatalites e Jam (una sorprendente versione reggae punk alla Clash di Art School). Ancora una volta più che riuscito, efficace e originale.

WEIRD BLOOM - Wrong Time, Wrong Place
La band romana vive di generose sorsate di rock anni Settanta, glam, proto punk, rock’n’roll, tra Marc Bolan, Slade, Gorillas e la miriade di band dell’epoca, ripescate da pochi anni e riportate in auge da una lunga serie di nuove band (i nostri Giuda in primis). I Weird Bloom divertono e si divertono, con dieci canzoni irresistibili, dai ritmi e ritornelli contagiosi, frizzanti e travolgenti. Cosa altro desiderare?

WELFARE STATE UNDERGROUND - Flowers in the Sunshine
Una strana e bella storia quella della band sarda. Nata nel 1981, arrivata ai vertici della scena neo psichedelica isolana e poi sciolta alla fine del decennio. Dopo tanti anni l'opportunità di ritrovarsi, grazie alla pervicacia di Roberto Corte, che rimette insieme i vecchi componenti del gruppo con cui incide per l'antico repertorio, mai registrato prima. I brani sono suonati con l'urgenza e la spontaneità dei tempi passati, hanno ancora la freschezza giovanile di quel suono immortale che guardava tanto agli anni Sessanta, quanto al contemporaneità della scena neo psichedelica di metà anni Ottanta. Il livello compositivo è alto, tanto quanto l'esecuzione e l'interpretazione. Ottimo.

ASCOLTATO ANCHE:
FOO FIGHTERS (l'ormai consunto pomp (punk) rock), SOCIAL DISTORTION (un discreto ritorno, molto enfatico).

LETTO

Riccardo Bertoncelli - Abitavo a Penny Lane
Piaccia o meno, il giornalismo musicale italiano per eccellenza vede indubbiamente Riccardo Bertoncelli sul podio (più alto? ai posteri...).
Ora è il momento di raccontarsi, in quello che è probabilmente il primo capitolo della sua lunga storia (visto che si ferma a "quel" fatidico 8 dicembre 1980).
Lo fa con leggerezza, ironia, forzata limitatezza (ci vorrebbero probabilmente dieci altri libri per essere esaustivo), un pizzico di malinconia, mista a una giusta e perdonabile "arroganza" di chi è comunque arrivato prima di tanti (tutti?) altri.
Ci sono le dovute "scuse" per anni estremi e incredibili agli occhi odierni:
"Era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa".
I famosi screzi e feroci litigi con Francesco Guccini e gli Area seppure così tanto ammirati:
"Mi piacevano perché erano proprio quelli che dicevano di essere, vogliosi, polemici, aggressivi, voraci, perché si prendevano tutto dei tempi, velleità, slanci, opportunità con la rabbia repressa di "chi ha suonato per anni la musica dei padroni"... con una disinvoltura, una libertà, una naturalezza che oggi lasciano basiti e testi libertari tra anarchia e situazionismo...".
E poi la sua storia, tra le fanzine "Blues Anytime" e "Freak", le riviste storiche come "Gong", "Muzak" e "Musica 80" (sempre al centro di scissioni, discussioni e altro), libri altrettanto importanti (su tutti "Pop Story").
Vicende che, anagraficamente, ho vissuto in tempo (quasi) reale, collezionando avidamente buona parte dei suddetti titoli, in una sorta di amore/odio per il personaggio (incontrato, disponibile ed estremamente "easy", poco tempo fa a un concerto di Fred Frith).
Un bel libro che lascia, immancabilmente, l'immediato desiderio di un veloce seguito.

Cesare Basile - Gigghiana
Un recente rapporto Onu, parla di "bancarotta globale" in merito alla crisi dell'acqua ovvero il pianeta sta utilizzando il proprio capitale idrico come se fosse una risorsa infinita, consumando oggi quantità che non riusciranno più a essere recuperate nel lungo periodo.
Il consumo delle risorse idriche sta crescendo soprattutto nelle economie avanzate e aree tradizionalmente considerate sicure dal punto di vista idrologico.
L'acqua c'è ma non riesce a rigenerarsi abbastanza velocemente da sostenere quello che l’umanità consuma.
Nel 2022 Google, Microsoft e Meta hanno prelevato due miliardi di metri cubi di acqua dolce.
E' il tema del libro di Cesare Basile, storico cantautore siciliano che conosce bene quanto la povertà idrica abbia e continui ad essere un problema di primaria importanza nella sua terra, da sempre "fonte di ricchezza e di miseria, di potenza e di schiavitù".
Ogni scritto è accompagnato da QR code che aprono paesaggi visivi e sonori originali e collage che raffigurano Santi e Madonne tra devozione popolare e rielaborazione simbolica.
Un libro che è opera d'arte, dura, importante e penetrante come la musica di Basile, che non lascia scampo e ci mostra come la tradizione popolare, vissuta non come mero orpello folkloristico ma come identità, sia quanto di più punk e rivoltoso si possa immaginare.

E se tragedia deve essere, appoggiamoci a un anelito di speranza finale:
La fame che scorre per letti di fiumi deviati
ridotti a carretta blindata da guerra
La carne del mondo si crepa
La creta riarsa nasconde nei solchi le ciglia dei poveri e aspetta
L'arsura che insegni di nuovo a sbocciare rivolte.


Cesare Camardo - No Easy Action
Un documento visivo (dal 1986 al 2025) di una lunga serie di concerti, attraverso centoventi foto, rigorosamente in bianco e nero, di concerti, dal punk, all'hardcore, al jazz, all'avanguardia.
Un viaggio tra centri sociali, piccoli club, festival e altro, che colgono l'atto "supremo" dell'esibizione live, l'attimo fuggente, talvolta sgranato e non a fuoco ma perfettamente comunicativo.
Rimango e mi considero un dilettante nel contesto della fotografia, ma in un certo senso con questa raccolta tento di spostare l'attenzione verso una narrazione fotografica a totale servizio della scena, della performance, dell'azione che si svolge ogni volta in luoghi, condizioni, dinamiche sonore e antropologiche sempre nuove - anche quando gli spazi degli scatti sono sempre gli stessi. Quasi come cercare, nella fotografia, uno strumento musicale che renda verbo e canzone l'immagine. BUON ASCOLTO.
Tra i soggetti fotografati:
Bad Religion, Meat Puppets, Swans, Jello Biafra, Afterhours, Bad Brains, Motorpsycho, Vinicio Capossela, The Gang, Social Distortion, Fleshtones, Eugenio Finardi, Jesus Lizard.

Daniele Marzeddu - This is Britannia
Daniele Marzeddu è un fotografo italiano che da dieci anni vive in Gran Bretagna (che nel prefazione di Jim Donaghey si dimostra che "non esiste"). Attraverso le sue immagini viaggiamo da nord a sud, da immagini di immigrati (il 9% della popolazione si riconosce come britannic asiatici, ad esempio) ai problemi dell'alcolismo, dal crescente isolazionismo xenofobo alla multiculturalità e interreligiosità del "regno".
A corredo delle foto, commenti, talvolta poetici altre volte statistici.
Una nazione in bilico, attraversata dalle mille contraddizioni post Brexit, in trasformazione, a cavallo tra patriottismo e sguardo al futuro.
Molto interessante e coinvolgente.
"We Are British" si sente dire, senza non poco orgoglio, girando per le varie loocalità dell'isola: britannici, un aggettivo che accomuna sotto un'unica grande nazione le etnie che si sono stanziate nelle varie lande e contee in cui è amministrativamente suddiviso il territorio della grande isola che fu, in un tempo geologico relativamente recente, parte del continente.

Antonio Bacciocchi - Keith Moon, batterista
𝐊𝐞𝐢𝐭𝐡 𝐌𝐨𝐨𝐧 è stato uno dei batteristi 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢, 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐨𝐜𝐤.

Nel 2016 avrebbe compiuto 80 anni.
Il suo era uno stile unico che attingeva da tutto e da niente, o forse solo dalla sua mente che viaggiava a mille all’ora in chissà in quale direzione.
Anche la sua breve vita è stata come un proiettile vagante che ha disseminato danni ovunque. Purtroppo è spesso ricordato soltanto come una macchietta folle che devastava alberghi e batterie, che si distruggeva con alcol e mille droghe; in altre parole, un incontenibile pericolo pubblico.
In realtà è stato 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐢𝐚.
Questo libro, parla della vita e della personalità di Keith Moon, ma soprattutto del modo in cui suonava e interpretava le canzoni di 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐗𝐗 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐏𝐞𝐭𝐞 𝐓𝐨𝐰𝐧𝐬𝐡𝐞𝐧𝐝, 𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐜𝐤’𝐧’𝐫𝐨𝐥𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐝 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞: 𝐠𝐥𝐢 𝐖𝐡𝐨.
Con la partecipazione di Giovanni Naska Deidda con il capitolo "Le batterie di Keith Moon".
“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale. Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)
Per chiunque fosse interessato/a l'invito è di rivolgersi a una libreria (oppure Hellnation64@gmail.com) o direttamente a Low Edizioni, cercando, se possibile di evitare Amazon e affini.
Grazie.


VISTO

Brian Eno a Parma. Evento SEED e My Light Years
Trovarsi al cospetto di BRIAN ENO è emozionante.
Ancora di più le cose che dice sono lucidissime, ricche, colte, illuminanti.
Persona solare, ironica, divertente, disponibile e sorridente.
Dal 1 maggio al 2 agosto 2026 a Parma, nel Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years con la curatela di Alessandro Albertini.
Tutto molto interessante, avvolgente, ipnotico, avanti.
Opera unica, da vedere.

"My Querida Senorita" di Fernando González Molina
Un film, su Netflix, sul poco noto e trattato ambito dell'’intersessualità.
Tanto lieve quanto diretto e senza filtri, drammatico ma pieno di speranza e positività.
Nessun approccio morboso, nessuna concessione a banalità, violenza, inutili scene di "sesso".
Film unico, coraggioso, aperto, sorprendente.

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".

APPUNTAMENTI

Domenica 21 giugno, Parma: parlo di Brian Eno accompagnato dai dischi di Carlo Maffini.
Presentazione libro "Keith Moon, batterista".

Sabato 27 giugno: presentazione libro "Keith Moon, batterista" al Festival Beat di Cremona.



NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour

Sabato 20 giugno: Livorno “Surfer Joe”
Venerdì 10 luglio: Bologna “Frida”
Sabato 11 luglio: Festival Increa Masnada (Milano)
Venerdì 31 luglio: Cervia “Planet Rock”

mercoledì, maggio 27, 2026

Campionati di calcio 2025/2026

Uno sguardo a cosa è successo nei vari campionati di calcio in giro per l'Europa e non solo.

In Italia domina l'Inter, più per carenza delle rivali che per buon gioco.
Forse anche grazie al buon Bodo Glimt che le ha tolto l'incombenza della Champions.
Il resto è davvero poca cosa, soprattutto da un punto di vista qualitativo (la terza esclusione dai Mondiali, per mano della Bosnia, è lì a dimostrarlo. Con la quotidiana "notizia" su un eventuale ripescaggio...non c'è limite al patetico).
Stupisce il tracollo di Milan e Juve, società da rifondare.
Si salva ancora all'ultimo il mio Cagliari.
Speriamo nel prossimo anno con meno sofferenza.

Come ogni anno è sempre più evidente che 20 squadre sono troppe in serie A e che la riduzione andrebbe estesa anche a B e Lega Pro.

Altrettanto evidente (non so come sia all'estero), quanto il VAR vada gestito in tutt'altra maniera.

Vincono nomi importanti in Germania (il solito Bayern, che noia, 13 titoli negli ultimi 14 campionati), Francia (prevedibilmente il PSG) e Spagna (Barcellona con lo psicodramma del Real).
Tocca questa volta al Porto in Portogallo (lo scudetto se lo sono sempre divisi Porto, Benfica e Sporting con due eccezioni, il Belenenses nel 1946, il Boavista nel 2001).
Interessante il ritorno al titolo dell'Arsenal in Inghilterra, nomi noti in Turchia (Galatasaray, sesto titolo nelle ultime nove edizioni, quarto consecutivo), Belgio (Bruges), Olanda (PSV Eindhoven), Grecia (AEK Atene), Scozia (il solito Celtic, all'ultima giornata sul sorprendente Hearts of Midlothian), Serbia (Stella Rossa), Ucraina (Shaktar).

A sorpresa il Thun in Svizzera, neo promossa e al primo scudetto e l'ETO Gyori in Ungheria.

Lech Poznan in Polonia, LASK in Austria, Slavia Praga in Repubblica Ceca, Dinamo Zagabria in Croazia, Slovan Bratislava in Slovacchia, in Celje in Slovenia, Borac Banja Luka in Bosnia, Universitatea Craiova in Romania, Levski Sofia in Bulgaria.
In Albania se lo stanno contendendo Egnatia, Vllaznia Scutari, Elbasani e Dinamo City.
L'Omonia Nicosia vince a Cipro.

L'Al Nassr di Ronaldo nell'imperdibile campionato arabo.
Il Tre Fiori vince a San Marino, il Lincoln Red Imps a Gibilterra, il Vaduz la Coppa del Lichtenstein, il Petrocub Hincesti in Moldavia, lo Svay Rieng in Cambogia, il Floriana a Malta, il Vardar Skopjie in Macedonia, lo Zenit San Pietroburgo in Russia.

lunedì, maggio 25, 2026

Intervista a Francesco Bianconi

Il nostro collaboratore MICHELE SAVINI ha intervistato in quel di Dublino, FRANCESCO BIANCONI dei BAUSTELLE.
Una chiacchierata informale su tematiche lontane dalle consuete affrontate dal musicista.


Da Montepulciano a Milano, passando per Siena, e ora Dublino… non proprio il posto dove ci si aspetterebbe di incontrare Francesco Bianconi. Che cosa ci fai qui in Irlanda? 
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”… Mia moglie si è trasferita a Dublino per lavoro, e io, non potendo trasferirmi con lei completamente, faccio la spola da Milano all’Irlanda.

C’è qualcosa nell’atmosfera irlandese che ti ha colpito o affascinato?
Non ero mai stato prima d’ora né a Dublino né in nessun altro luogo d’Irlanda.
Sono rimasto affascinato da molte cose; mi limito a Dublino, perché per adesso non mi sono mosso dalla città, e cercherò di evitare i luoghi comuni da turista.
Uno stereotipo però mi tocca (nel bene) confermarlo: incontro di continuo gente che mi appare semplice, sincera, senza sovrastrutture o impostazione da performance.
Tutti hanno voglia di parlare, ed è vero che hanno voglia, non mi sembra che lo facciano per cortesia o formalità. Quando ero più giovane questa “ostentata fratellanza” mi avrebbe fatto paura, perché io son sempre stato un timido, un riservato, ma con la vecchiaia comincio invece ad apprezzare; con la vecchiaia, e aggiungo con il sempre maggiore indirizzarsi dei comportamenti degli esseri umani d’Occidente o verso forme di isolazionismo o verso simulacri di socialità.
Un’altra cosa che adoro di Dublino è la luce: le cose sembrano avere una maggiore profondità, e tutto sembra più dipinto e più colorato che in Italia, anche durante le giornate senza sole. C’è un maggiore dinamismo cromatico, almeno ai miei occhi.

La musica nei locali può raccontare molto di un paese.
La scena musicale qui a Dublino ha una vitalità e un radicamento che molti descrivono come unici. Ti è capitato di esplorarla? 
E che impressione ti ha fatto?

Sto cominciando ad esplorarla, sono ancora un novellino in questo senso. Sono stato al Cobblestone (NDR: storico pub di Dublino celebre per le session di musica tradizionale irlandese). Ma in generale mi sembra che tutti qua crescano con l’idea che la musica non soltanto sia una cosa importante ma necessaria. Necessaria proprio per la vita biologica sul pianeta. Questa è la mia impressione.
Il primo giorno che ho camminato per Grafton Street, per fare un esempio banale, c’era un busker per strada. Avrà avuto quindici anni, chitarra e voce.
Aveva il viso di un attore degli anni ’50 e una voce che sembrava già mixata e masterizzata. Scura, baritonale, vissuta. Cantava “Rainy Night in Soho” dei Pogues e mi sono dovuto fermare a tirar fuori i fazzoletti di carta perché mi ha fatto scoppiare in lacrime dall’emozione.

Negli ultimi anni la scena musicale irlandese ha avuto una forte visibilità anche fuori dal paese, con nomi come Fontaines D.C. e Kneecap che sono arrivati a farsi conoscere anche a livello internazionale: ti è capitato di ascoltarli?
C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente?

Credo che sia in generale un buon momento per l’Irlanda, dal punto di vista economico, e di conseguenza per le arti in generale.
Hanno gli scrittori e le band più in voga nel mondo, in questo momento.
Poi, dal mio personale punto di vista, ti confesso che non sono un fan esagerato né di Sally Rooney né dei Fointaines DC. Mi piacciono invece i Lankum, e parecchio.
Anche John Francis Flynn, fighissimo. E un giovane cantautore poco conosciuto ancora ma secondo me pazzesco che si chiama Dylan Harcourt.
C’è in giro una scena folk, e “dark folk”, molto estrema e senza compromessi commerciali. Mi intriga molto.

Nella tua formazione personale e musicale, hai mai avuto un contatto diretto o un’identificazione con sottoculture specifiche, come mod, punk, skinhead o altre, oppure ti sei sempre sentito più osservatore che parte integrante?
Avrei voluto essere mod, e avrei voluto essere punk.
Ma a Montepulciano non era facile, quando ero ragazzo. Li sognavo, i punk, i mods, e la loro musica e il loro immaginario, che trovavo eccitante e ribelle. Ma chi era “contro” ai miei tempi e in quel pezzettino di provincia, era al limite un metallaro. E sinceramente, quel tipo di sottocultura non mi ha mai interessato.
Mi è sempre parso caricaturale.
Io cercavo bellezza, stile, e tutto ciò che rimandasse agli anni Sessanta.
Per dire, ero selettivo in questo anche negli ascolti punk: adoravo - e tutt’ora adoro - i Ramones, scartavo i Sex Pistols.
Tutto ciò che nel presente o nel passato che non avevo fatto in tempo a vivere spaccava l’estetica degli anni Ottanta in cui mi trovavo ad agire in quanto ragazzino (musica dance orribile, paninari, Duran Duran, canzonette da tagadà), era per me salvezza.
Tutto ciò che avesse chitarre e non tastieracce digitali, chiunque avesse frangia-cinismo e rabbia, per me era ok.

Secondo te oggi esiste ancora lo spirito delle sottoculture, quell’idea di appartenere davvero a qualcosa di preciso, o si è perso? Purtroppo si è perso.
Oggi per i ragazzi il valore fondamentale è essere uguali al mondo e non contro. Magari cambierà, non so dirlo, posso solo sperarlo. Quello che vedo in Italia, ad esempio, è uno scenario da film dell’orrore: ragazzi (di sesso maschile, in particolare modo) il cui canone estetico è improntato alla mimesi, se non addirittura alla sparizione, rispetto alla superficie del mondo.
Il loro look è così apologetico dell’essere in adesione al mondo da renderli invisibili.
Ciò che nella loro idea di bello è originalità, come ad esempio il portare addosso certi marchi di case di moda ma “tarocchi”, per sembrare poveri, o finti poveri, è la prova schiacciante del loro desiderio di essere come tutti. Anzi, forse non è neppure un desiderio, è, ahimè, un movimento naturale. Un automatico tendere alla disintegrazione. Vuoto che va per osmosi a fluire nel vuoto.

Dopo 25 anni di carriera, cosa ti spinge ancora a scrivere? E come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi, quando tutto era nuovo e sperimentale?
Dal mio punto di vista, non è cambiato niente.
Ho lo stesso approccio sperimentale alla scrittura di quando ho cominciato. Se non fosse ancora sperimentale so già che mi annoierei a morte e cambierei mestiere. La differenza rispetto agli inizi è che adesso ho maggiore controllo e coscienza dei miei mezzi espressivi. Delle mie qualità e dei miei limiti.

Nel tempo, le canzoni dei Baustelle hanno costruito un mondo riconoscibile: quando scrivi ci pensi mai a questo “mondo” o succede e basta?
Diciamo che quando scrivo non penso mai di dover ubbidire a un canone di scrittura “baustelliano” o “bianconiano”. Fortunatamente, il mio metodo di lavoro e la mia sensibilità mi portano poi a scrivere cose che hanno caratteristiche riconoscibili e associabili soltanto a me. È una cosa meravigliosa.
Anzi, la più bella, se lavori dentro i mestieri cosiddetti creativi: avere uno stile.

Nelle ultime settimane è scoppiata una piccola controversia musicale: Moby ha definito il testo di Lola, il classico del 1970 dei The Kinks, «transfobico» e «arretrato», suscitando dure reazioni da parte dei fan e dello stesso Dave Davies che difendono il brano e il suo valore storico.
Tu cosa ne pensi di questa polemica? 
La lettura di Moby di Lola riflette secondo te un’attenzione legittima ai temi di oggi, o rischia di essere un eccesso di sensibilità moderna?

Mah, mi sembra la classica esternazione da mondo “social” di oggi.
Io sono di parte, adoro i Kinks, adoro la canzone, che considero un esempio di come si possa lavorare sulla forma canzone in maniera intelligente, mantenendo come in questo caso la potenza pop e facendo contemporaneamente ricerca sulla parte testuale, proponendo modi alternativi di raccontare una storia, accogliendo tematiche spesso scomode o inusuali. Io ho sempre preso il testo di Lola come il racconto di un episodio di iniziazione sessuale capitato a un protagonista alle prime armi.
Non l’ho mai trovata transfobica. Un quadretto tenero e ironico. Quando il valore artistico di qualcosa è alto, e quando - insieme a componenti potenzialmente “immorali”- agiscono su altri registri elementi di rottura dei codici come in questo caso, allora ogni presunta “percentuale di immoralità" passa in secondo piano.
Ti potrei fare milioni di esempi. L’autore innanzitutto non coincide mai con il narratore. Il narratore è il primo personaggio di ogni racconto, anche quando non si mette in scena. In una canzone dei Baustelle canto in prima persona di uno che ha sgozzato la compagna. Questo non fa di me un assassino e non incita necessariamente alla violenza. C’è un pezzo dei Timber Timbre che recita testualmente in prima persona “I am coming to Paris to kill you / I am coming to take your life”. E allora? Il povero Taylor Kirk, morto di recente, non era certo un assassino.
Cantava semplicemente in prima persona una storia, una storia possibile.
E “American Psycho”? Non è ancora stato provato che Brett Easton Ellis sia un pluriomicida; lo è, sulla carta, Patrick Bateman. Il fatto è che viviamo in un mondo di ignoranti.
Non siamo più capaci di decodificare i linguaggi artistici, che sono codici complessi. Quindi, sguazzando nell’ignoranza, siccome ci si annoia, si ricorre a giochini masturbatori, tipo i dissing, le polemiche, le esternazioni “acchiappaclick”.
Per mantenere il nostro presunto successo, o per cercare di riacciuffare quello perduto. Più cosmicamente, per illuderci di essere ancora qualcuno e non voler vedere di essere coincidenti col nulla.

C’è una canzone, tua o di altri, che secondo te oggi suona più attuale o significativa di quando è uscita?
Oh, sì, ce ne sono tante. Il potere delle belle canzoni è anche questo. Le canzoni vere resistono all’usura, si conquistano l’eternità, proprio perché assumono anche significati nuovi mentre la Storia cambia.
C’è una canzone che ho scritto qualche anno fa, si chiama “Il Mondo Nuovo”, che credo sia più descrittiva dell’oggi piuttosto che del 2021 in cui è stata scritta.

Guardando a discussioni come quella su Moby e “Lola”, pensi che una canzone appartenga più a chi la scrive o a chi la ascolta?
Per un po’, appartiene solo a chi la scrive. Poi, inevitabilmente, quando la pubblichi, lo dice la parola stessa, esce da te e diventa di tutti.
Diventa per l’appunto di dominio pubblico, ed è giusto così.
Deve servire alla gente. Io non ne voglio più saper nulla, di quella canzone. La riprendo semmai per eseguirla, di nuovo, in un contesto di interazione con qualcuno al di fuori da me. Ma è sua, è di qual qualcuno, ormai. Io ce l’ho a noleggio per la durata di un concerto, poi torna se ne torna in garage a casa degli ascoltatori.

sabato, maggio 23, 2026

Not Moving live in Genova

Mercoledì 27 maggio
Area Archelogica Giardini Luzzati - GENOVA

21.30h NOT MOVING live!

Open: Tom Newton Band

Special midpoint:
ore 18h LORENZO CALZA dialoga con i NOT MOVING.

https://www.facebook.com/events/2223044178506610
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

https://www.instagram.com/not_moving_ltd/

https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0

venerdì, maggio 22, 2026

Gimme Danger #8

In questo numero:

Luca Frazzi si fa raccontare da MARKY RAMONE i suoi inizi con i Dust e poi con Richard Hell e tutto quello che successe con i RAMONES
Claudio Sorge parla dei dieci album rock più ignorati degli anni ’90 - gli anni del grunge - lanciati da majors americane, ma underground come spirito e suono.
Ci sono dentro anche gli HYPNOTICS e il loro misconosciuto album ‘americano’ prodotto da Rich Robinson…

Massimo Del Pozzo ha parlato con Mark Landon, l’originale chitarrista dei MUSIC MACHINE, e ne viene fuori una bella storia dei mitologici garage punkers di “Talk Talk

Stefano Cerati ricostruisce l’era RAGA ROCK inglese della fine degli anni ’60, da GEORGE HARRISON a SAM GOPAL, ai QUINTESSEN

Fabio Avaro draga i territori underground del KRAUTROCK dei primi 70’s: ‘German Freak Out

Mr. Mod Antonio Bacciocchi ci racconta le band e le storie che precedettero gli WHO: DETOURS e HIGH NUMBER

Rinaldo Censi analizza in profondità l’innovazione dei PUSSY GALORE
Fabio Pasquarelli rivaluta i MANICURED NOISE…

Io recensisco: Molotovs, Sharp Class, Peawees, Buzzcocks, Chelsea, Downliners Sect, le compilation Halcyon Days e Shake That Thing, Long Ryders, la compilation "Rane n Roll", The Cast, The Cleopatras.

E poi: interviste a Wayne Barrett degli SLAUGHTER AND THE DOGS (di Gabriele Savioli), e ai RADIATORS FROM SPACE, il primo gruppo punk irlandese (di Michele Savin
Luca ritorna sui VIPERS, la più talentuosa band dell’era neo garage di NY anni ’80 e ne parla con Paul Martin…Pierluigi Bella, che era San Francisco negli anni ’90, ci racconta quelle band cosiddette LOW-FI PUNK, dai Supercharger ai Bobbyteens, ai Mummies…Dulcis in fundo, il filosofo rock’n’roll Riccardo Frabetti analizza l’importanza e l’evoluzione e la persistenza negli anni di una canzone simbolo come “Train Kept a-Rollin’”…

E ancora: HIGHER STATE (Lenny Helsing), MOD LANG (Roberto Calabrò), CHARLES MOOTHART (Sorge), JUKE BOX 74 (Frazzi), MAJOR STARS (Frazzi), C+C=MAXIGROSS (Pasquarelli), GARY LEE CONNER (Pansolin), FALL (Sorge), RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS (Frazzi)….From the vaults: intervista DEE DEE RAMONE di Roberto Calabro’ Tonnellate di RECENSIONI che non troverete da nessun’altra parte…

IL SINGOLO ALLEGATO (4 brani) vede il ritorno del mitologico TWINK con una nuova band di puro r’n’r (pensate a “Cock In My Pocket” degli Stooges, versione Metallic K.O.). Insieme a: THEE SYDES (cover degli Stoics), BACKDOOR SOCIETY (selvaggio dutch beat), I FENOMENI (cover di un brano dei Ragazzi dai Capelli Verdi).

Trovate GIMME DANGER da:
HELLNATION (BO)
PSYCHO (MI)
HATE/SOUL FOOD (Roma)
BACKDOOR (TO)
BLACK WIDOW (GE)
AREA PIRATA (PI)

Gimmedanger2022@gmail.com
Hellnation64@gmail.com

giovedì, maggio 21, 2026

Daniele Marzeddu - This is Britannia

Daniele Marzeddu è un fotografo italiano che da dieci anni vive in Gran Bretagna (che nel prefazione di Jim Donaghey si dimostra che "non esiste").
Attraverso le sue immagini viaggiamo da nord a sud, da immagini di immigrati (il 9% della popolazione si riconosce come britannic asiatici, ad esempio) ai problemi dell'alcolismo, dal crescente isolazionismo xenofobo alla multiculturalità e interreligiosità del "regno".

A corredo delle foto, commenti, talvolta poetici altre volte statistici.
Una nazione in bilico, attraversata dalle mille contraddizioni post Brexit, in trasformazione, a cavallo tra patriottismo e sguardo al futuro.

Molto interessante e coinvolgente.

"We Are British" si sente dire, senza non poco orgoglio, girando per le varie loocalità dell'isola: britannici, un aggettivo che accomuna sotto un'unica grande nazione le etnie che si sono stanziate nelle varie lande e contee in cui è amministrativamente suddiviso il territorio della grande isola che fu, in un tempo geologico relativamente recente, parte del continente.

https://www.edizionilow.it/this-is-britannia/

Daniele Marzeddu
This is Britannia
Low Edizioni
160 pagine
24 euro

lunedì, maggio 18, 2026

Antonio Bacciocchi - Keith Moon, batterista

𝐊𝐞𝐢𝐭𝐡 𝐌𝐨𝐨𝐧 è stato uno dei batteristi 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢, 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐨𝐜𝐤.

Nel 2016 avrebbe compiuto 80 anni.
Il suo era uno stile unico che attingeva da tutto e da niente, o forse solo dalla sua mente che viaggiava a mille all’ora in chissà in quale direzione.

Anche la sua breve vita è stata come un proiettile vagante che ha disseminato danni ovunque. Purtroppo è spesso ricordato soltanto come una macchietta folle che devastava alberghi e batterie, che si distruggeva con alcol e mille droghe; in altre parole, un incontenibile pericolo pubblico.
In realtà è stato 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐢𝐚.

Questo libro, parla della vita e della personalità di Keith Moon, ma soprattutto del modo in cui suonava e interpretava le canzoni di 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐗𝐗 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐏𝐞𝐭𝐞 𝐓𝐨𝐰𝐧𝐬𝐡𝐞𝐧𝐝, 𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐜𝐤’𝐧’𝐫𝐨𝐥𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐝 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞: 𝐠𝐥𝐢 𝐖𝐡𝐨.

Con la partecipazione di Giovanni Naska Deidda con il capitolo "Le batterie di Keith Moon".

“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale. Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)

Quando seppi della morte di Keith Moon, il giorno successivo andai a scuola con una fascia nera al braccio in segno di lutto, suscitando la preoccupazione e la solidarietà di compagni e professori.
Si trasformò in ilarità e dileggio quando spiegai che era morto Keith Moon degli Who e che per me ciò significava molto.
E' da sempre stato il mio batterista preferito, allo stesso livello di Ringo Starr.
Tanto compassato, poco visibile e sommessamente geniale Ringo, quanto folle nella sua pirotecnica modalità esecutiva Keith.
Due opposti che si compensavano nella mia visione dello strumento.
Poco tempo dopo il settimanale "Ciao 2001" pubblicò la notizia che gli Who sarebbero andati avanti e che stavano per iniziare le audizioni per un nuovo batterista, riportando anche un indirizzo (quella della Eel Pie, casa editrice e di produzione musicale di Pete Townshend) a cui eventualmente proporre la propria candidatura.
Io non avevo ancora compiuto 17 anni e suonavo la batteria da molto poco ma scrissi immediatamente una lettera con la mia Olivetti, lasciatami da mio padre, su un foglio di ricercata qualità.
Lasciai indirizzo e numero di telefono, avvertendo mia mamma che poteva arrivare una telefonata dall'Inghilterra nei prossimi giorni e di farsi dare il numero che avrei richiamato io.
Ero consapevole che non sarei mai stato scelto ma l'obiettivo era di andare a Londra e di suonare un brano con gli Who, farmi dire "ti faremo sapere", farmi autografare i loro dischi (avevo tutti quelli usciti fino ad allora e anche quelli solisti), una foto insieme e me ne sarei tornato a casa.
Poco tempo dopo uscì la notizia che avevano scelto il loro vecchio amico Kenney Jones, ex Small Faces e Faces.
Capii che era per quello che non mi avevano risposto.


Per chiunque fosse interessato/a l'invito è di rivolgersi a una libreria (oppure Hellnation64@gmail.com) o direttamente a Low Edizioni, cercando, se possibile di evitare Amazon e affini.
Grazie.


https://www.edizionilow.it/

Antonio Bacciocchi
Keith Moon, batterista
Low Edizioni
160 pagine
16 euro

sabato, maggio 16, 2026

Digitalizzazione repertorio Lilith / Lilith and the Sinnersaints: "Guerra"

Prosegue la digitalizzazione del catalogo di Lilith e Lilith and the Sinnersaints a cura di LaPOP Music.
Tocca questa volta al mini LP "Guerra" di Lilith pubblicato dalla belga Boom Records nel 1995.


Il buon riscontro ricevuto dall’album “Lady sings love songs” dell’anno prima induce la band a provare a capitalizzare in qualche modo i risultati faticosamente conquistati anche a suon di kilometri da una parte all’altra della Penisola.
Si suona a Vicenza, Trento, Genova, Lodi, Faenza, Bologna, Roma (dove siamo ospitati anche a Radio RAI Uno), Genova, Piacenza, Milano, al “Bloom” di Mezzago, Bergamo, Voghera, Genova, Massa. Ma anche a Imola alla Festa della rivista “Cuore” dove ad aprire per noi c’è un interessante neonato gruppo folk alla Pogues di Modena, tali Modena City Ramblers e a “FestAmbiente” a Grosseto.
In Belgio la Boom Records stampa il 45 “Everything”/“Bluesin me” e distribuisce capillarmente l’album.
In Grecia la Wipe Out Records invece pubblica un altro 45, “Little Louise”/“Bourballad”.
In settembre torniamo in Belgio in tour, suonando alla Radio Nazionale Belga, a Mechelen e a Bruxelles nel Festival Trans Europe, dove rappresentiamo l’Italia in mezzo ad un sacco di altre band da ogni parte d’Europa, ottenendo un inaspettato successo.

Nel 1994 entriamo in studio per un mini CD (per la prima volta non pubblichiamo in vinile) che realizzerà la belga Boom Records; “Guerra” con le cover di “Hommage a Violette Noizieres” degli Area e “You can’t put your arms around a memory” di Johnny Thunders.

“Non avevo ancora 30 anni, la metà della mia vita l’avevo passata in giro su ogni tipo di palco possibile e immaginabile. Mi sentivo come quando cammini e cammini e non arrivi da nessuna parte e hai solo i piedi gonfi. In ogni posto mi vestivano di complimenti ma mi ritrovavo sempre a caricare e scaricare strumenti... mi sentivo come quella storia buddista del vaso di lacca prezioso graffiato da una zampa di granchio.....”
(Lilith)

Ascolta Guerra, da oggi sulle piattaforme digitali: https://lnk.to/lilith_guerra

venerdì, maggio 15, 2026

The Masked Marauders

Nel 1969 la rivista Rolling Stone si inventò un bootleg intestato ai THE MASKED MARAUDERS, in cui, sotto falso nome, incidevano insieme Paul McCartney, John Lennon, George Harrison Bob Dylan e Mick Jagger.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.

Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.

Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.

Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.

I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.

giovedì, maggio 14, 2026

New Mod bands (Molotovs, Sharp Class, Spitifires)

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto", dedicato alle nuove mod band (e affini) inglesi: Molotovs, Sharp Class e Spitifres, con stralci di interviste esclusive .

“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".

E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.

Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.

Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.

Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.

Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.

Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.

Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.

Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.

Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.

Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.
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