mercoledì, maggio 22, 2019

George Marshall - Spirit of 69



Lo skinhead scozzese George Marshall nel 1991 pubblicò il libro "Spirit of ’69: A Skinhead Bible", da sempre considerato un testo basilare e attendibile sulla cultura skinhead.

Grazie alla traduzione di Flavio Frezza e alla stampa di HellNation arriva finalmente la traduzione in italiano.
Essenziale per capire fino in fondo i particolari talvolta nascosti di una cultura molto spesso valutata solo in base alle consuete superficialità e contraddizioni.

«Esistono tre generi di bugie: le bugie, le dannate bugie e le bugie sugli skinhead» (George Marshall).

Marshall non si tira indietro di fronte alla deriva fascista e affronta tematiche (come ad esempio la violenza spesso presente a concerti e raduni) senza remore e peli sulla lingua.

Si approfondisce a dovere la scena musicale e nonostante alcune imprecisioni (che rendono il racconto ancora più attendibile, essendo frutto della vita reale vissuta da Marshall e non notizie da Wikipedia), "Spirit 69" risulta essere un testo fondamentale per chi vuole conoscere al meglio gli aspetti salienti di una cultura inziata a metà degli anni 60 e tutt'ora viva e vegeta.

Il curatore dell'edizione italiana, Flavio Frezza ci spiega alcuni ulteriori particolari.
L'intervista è INTERESSANTISSIMA
Flavio gestisce il portale: http://blog.crombiemedia.com/ dedicato ai fenomeni (sotto)culturali skin, mod, punk nelle forme meno risapute e più approfondite.

1) Possiamo dunque definirla la Bibbia Skinhead?

Sì, indubbiamente, visto che è così che ha deciso il suo autore: il titolo completo è infatti Spirit of ’69 - A Skinhead Bible!
A parte gli scherzi, molti skinhead, quando fanno riferimento al libro, lo chiamano semplicemente “la Bibbia”, visto che si tratta dell’unica pubblicazione che prende in esame l’intera storia della sottocultura, che è inoltre vista dall’interno, ovvero da un suo appartenente, e non da un osservatore esterno, che potrebbe fraintendere o ignorare certe sfumature.
Comunque sia, la “Bibbia skinhead” – così come la vera Bibbia – va contestualizzata nel periodo in cui fu scritta, sia per quanto riguarda i suoi contenuti, sia per quanto attiene ai suoi limiti.
Tanto per dirne una, il volume contiene alcune sviste, talvolta inevitabili, visto che agli inizi degli anni ’90 la raccolta e la verifica delle notizie era sicuramente più complessa rispetto ad oggi.
Ritengo tuttavia di aver rimediato a certe lacune e imprecisioni tramite l’inserimento di un impianto di note, che confrontano le notizie fornite da Marshall con quelle che sono oggi a nostra disposizione.
Inoltre, nella mia introduzione, vi sono alcuni approfondimenti sul periodo storico in cui fu redatto il libro, che possono aiutare a comprendere perché vengano trattati con particolare enfasi determinati aspetti della sottocultura, come ad esempio le connessioni con la cultura nera.
Devo specificare, a questo punto, che ho lavorato sulla seconda edizione di Spirit of ‘69, quella del ’94, e che la prima edizione è del ’91.
In questo arco di tempo (e oltre!) i termini “skinhead” e “nazi skin” venivano considerati sinonimi un po’ da tutti, a causa dell’ondata di estrema destra che, partendo dalla Germania riunificata, investiva buona parte dell’Europa. I mass media diedero grande risalto alle azioni compiute dai bonehead razzisti, finendo per favorirne la crescita.
Spirit of ’69 non è – come forse sperano alcuni – un libro “antifascista” o “antirazzista”: si tratta piuttosto di un’opera che tenta di ricostruire la storia degli skinhead, e che – pur riconoscendo l’esistenza di skin politicizzati, sia di destra che di sinistra – tenta di mettere le cose al loro posto, evidenziando le radici mod degli skinhead e il legame tra questi ultimi e la musica nera. L’autore, dopo aver parlato delle origini degli skin, prende in esame la loro evoluzione in altri culti (boot boy, suedehead, smoothie, ecc.), e quindi il loro “ritorno” e la loro politicizzazione in epoca punk, per poi passare alla 2 Tone, al real punk e all’Oi!, nonché ai raduni scooter degli anni ‘80, fino ad arrivare all’inizio dei ’90.

2) Molto spazio è dedicato alla questione politica, cercando di circoscrivere il più possibile il problema delle derive verso la destra estrema.

Sì, Marshall parla molto dell’impatto della politica sul mondo skinhead.
Lui si definisce “apolitico”, ma sappiamo che questa definizione può avere molti significati.
Nel suo caso, si tratta di un atteggiamento molto critico verso la politicizzazione degli skin a destra prima, e a sinistra poi.
Tuttavia, a ben vedere, la sua antipatia è rivolta soprattutto alle formazioni di sinistra che fanno riferimento alle classi agiate, nonché ai rivoluzionari alla moda.
Con questo non voglio dire che Marshall è di sinistra senza saperlo, però mi è sembrato interessante il fatto che non prenda posizione contro la sinistra a prescindere, ma la critichi soprattutto nel momento in cui questa si pone al di fuori – o meglio, “al di sopra” – della classe lavoratrice, di cui invece dovrebbe far parte.
In effetti, Marshall esprime una sorta di ammirazione per raggruppamenti come Red Action, Anti-Fascist Action e Cable Street Beat: “Infatti, queste organizzazioni – invece di commettere gli errori di Rock Against Racism, che scherniva la classe operaia bianca, osservandola dal piedistallo delle student unions – non hanno problemi ad andare nelle zone popolari per sostenere la propria causa”.
Si tratta di una critica che dovrebbe tenere a mente buona parte della sinistra odierna.
Tornando alla tua domanda, c’è un intero capitolo dedicato alla politicizzazione, intitolato “Né Washington né Mosca” (vi ricorda qualcosa?), ma il tema ricorre in gran parte del volume, e si parla inoltre delle forme di razzismo presenti anche in epoca original.
L’avversione di molti skin nei confronti degli immigrati – soprattutto di origine pachistana e indiana – viene contestualizzata nel clima di allora, allo scopo di comprenderne le cause, e non certo di sminuire l’esistenza del fenomeno, né tantomeno di giustificarlo.
La politicizzazione vera e propria degli skinhead, così come l’affermazione degli ideali di supremazia bianca, sono in effetti arrivate soltanto nel corso del revival skinhead della seconda metà degli anni ’70, grazie all’ascesa di formazioni di estrema destra come il National Front e il British Movement.
I partiti nazionalisti traghettarono i bonehead white power negli anni ’80, e questi diedero poi vita ai loro raggruppamenti, come Blood & Honour, che fu fondato da alcuni fuoriusciti del National Front, capeggiati da Ian Stuart e dai suoi Skrewdriver.
L’emergere di raggruppamenti politicizzati all’interno di una scena che fino ad allora era rimasta estranea a certe dinamiche, non poteva che far uscire allo scoperto quei suoi appartenenti che avevano idee politiche di segno opposto.
Alcuni di questi, nel tempo, diedero vita alla tendenza redskin. Un altro tipo di reazione fu quello della fanzine Hard As Nails, che cercava di arginare le derive di estrema destra tramite il richiamo alla sottocultura original, e inoltre sosteneva – sia pure in maniera critica – gruppi come i Redskins.
Questo tipo di orientamento fu seguito da molti altri skinhead, tra cui i Glasgow Spy Kids, la crew di Marshall. Pare che il motto “spirit of ‘69” sia stato coniato proprio da un membro degli Spy Kids, ovvero Ewan Kelly.
Negli anni ’90 l’espansione dei bonehead fu contenuta soprattutto grazie ad organizzazioni come la SHARP (“SkinHeads Against Racial Prejudice”), tuttavia – nel periodo in cui scriveva Marshall – quest’ultima era ancora una novità, almeno in Europa, e non era certo facile prevedere quale sarebbe stato il suo impatto, che in effetti possiamo esaminare con un certo distacco soltanto oggi.

3) Come vedi la situazione ai nostri giorni sia a livello politico che nella scena (musica, numero di skin giovani e “vecchi”), Sia in Italia che all'estero

Dell’estero non posso parlare, ma posso parlare dell’Italia, anche se in maniera limitata, visto che pur frequentando ancora la scena la vivo in maniera differente rispetto a quando ero ragazzo.
Per quanto riguarda la politicizzazione, oggi è molto più radicata rispetto agli anni ’80 e ai primissimi ’90, e sotto certi punti di vista questo cambiamento può essere visto con favore, soprattutto tenendo conto dei tempi in cui viviamo.
D’altro canto, esistono dei lati negativi, ad esempio il fatto che alcuni vedono l’appartenenza alla sinistra radicale come una sorta di “requisito minimo” per essere skinhead, il che è chiaramente in contraddizione con la nostra storia, che è molto più complessa.
Inoltre, l’esperienza dovrebbe insegnarci che l’interesse per la politica non può essere imposto a tutti, visto che, quando si agisce in questa maniera, il risultato è quello di allontanare le persone con cui invece bisognerebbe confrontarsi.
Per quanto riguarda la questione anagrafica, mi sembra che l’età media si sia alzata, ma si tratta di un fenomeno che riguarda pure le altre sottoculture.
Vedo comunque che ci sono ancora molti giovani, e inoltre la presenza femminile è molto più alta rispetto al passato.
La musica skinhead è molto variegata, e va dai ritmi soul e giamaicani fino all’Oi!, allo street punk e all’hardcore, passando per il glam e il punk rock degli anni ’70.
Mi pare che in questo momento la maggior parte delle attenzioni vadano a Oi!, street punk e hardcore, ma c’è ancora un certo interesse per il reggae e per lo ska, come dimostra il proliferare di serate dedicate a questi generi.

4) Un aspetto interessante del libro è che dimostra come la cultura skinhead, allo stesso modo di buona parte delle altre non abbia un inizio rigido (si è sempre parlato del 1969) ma sia un'evoluzione lenta e progressiva. Si parla di hard mods già nel 1964, delle immagini del film “Poor cow” di Ken Loach in cui compaiono ragazzi molto vicini allo stile skinhead già nel 1967 (vedi foto e video in fondo all'intervista).

Quella di Poor Cow è una mia piccola scoperta, anche se casuale!
Avevo estrapolato dal film alcuni fotogrammi per diffonderli sui canali social di Crombie Media, ed esaminandoli mi sono accorto di questo gruppetto di comparse con capelli molto corti, giacche cardigan, scarponi e pantaloni portati sopra le caviglie.
Credo anch’io che non vi siano stati passaggi improvvisi da mod a skinhead: penso, piuttosto, che il modernismo si sia evoluto gradualmente fino a diventare altro, adattandosi a un contesto economico e sociale in mutamento.
Spesso si parla di un passaggio da mod ad hard mod, e quindi a skinhead, suedehead e crombie boy, con queste ultime due fasi che rappresentano – almeno esteticamente – un parziale ritorno alle radici mod.
Grossomodo le cose sono andate in questa maniera, tuttavia lo stile suedehead esisteva già prima che gli venisse dato un nome e fosse riconosciuto come un culto a se stante: basta dare uno sguardo a Bronco Bullfrog (1969) di Barney Platts-Mills per rendersene conto, così come al documentario girato dallo stesso regista l’anno precedente, ovvero Everybody’s an Actor, Shakespeare Said.
Recentemente ho letto la testimonianza di un giovanissimo mod (e poi skinhead) di fine anni ’60, dell’area di Manchester, che inizialmente non comprendeva le ragioni degli scontri tra mod e “peanut” (ovvero “skinhead”), visto che ai suoi occhi tutti quei ragazzi appartenevano al culto modernista.
Nella zona in cui viveva, i primi skin indossavano ancora il parka, e sia loro che i mod ascoltavano soprattutto musica soul.
Agli inizi del ’69, prima che il nome “skinhead” s’imponesse, anche in città come Londra c’erano ancora skin che si ritenevano semplicemente mod.
Nel complesso, la situazione era molto fluida e variava in base alla zona presa in esame, per cui certe semplificazioni possono aiutare i neofiti a comprendere come siano andate le cose, ma non andrebbero prese troppo alla lettera.

5) Ci sono altri testi che sarebbe interessante tradurre in italiano?

Spirit of ’69 è senz’altro il libro più importante, ma ce ne sono altri, a partire dal suo seguito meno noto, ovvero Skinhead Nation (1997).
In quel volume, Marshall approfondì alcuni argomenti già trattati nel libro precedente, e ne prese in esame di nuovi, parlando pure delle scene di altri paesi, a partire dagli Stati Uniti.
Skinhead Nation è un lavoro più maturo rispetto a Spirit of ’69, anche perché quest’ultimo fu scritto – va ricordato – quando Marshall aveva solo 25 anni.

6) Quali dischi e quali testi consiglieresti a un neofita che si vuole avvicinare allo stile skin?

È difficile rispondere in poche righe a una domanda del genere!
Ascolto un po’ tutta la musica skinhead, ma i miei generi preferiti sono indubbiamente il reggae e il primo Oi!
Per quanto riguarda l’Oi!, direi di iniziare dalle compilation curate da Garry Bushell, ovvero Oi! The Album (1980), Strength Thru Oi! (1981), Carry On Oi! (1981) e Oi! Oi! That’s Yer Lot! (1982).
A parte gli album classici di Cockney Rejects, The 4-Skins, The Last Resort e via dicendo, consiglio a tutti i giovani di ascoltare False Gestures for a Devious Public dei Blood, che sotto certi aspetti rappresenta ciò che l’Oi! avrebbe potuto essere, se la maggior parte delle band non si fossero ripiegate sulle solite tematiche e non avessero rifiutato le influenze musicali esterne.
Se vogliamo parlare dell’Italia, i miei preferiti restano Nabat e Klasse Kriminale.
La maggior parte delle loro produzioni rappresentano il meglio dell’Oi! italiano.
Entrambe le band hanno tenuto a mente la lezione britannica, ma l’hanno adeguata al contesto in cui viviamo.
Passando al reggae, evito di elencare i grandi classici, e faccio un solo nome, quello di Judge Dread: anche lui ha adattato la sua musica preferita all’ambiente e alla cultura in cui era cresciuto.
Il “giudice” mescolò infatti l’early reggae con la musica tradizionale inglese, e aggiunse al mix una bella dose d’ironia e un forte accento regionale; queste ultime caratteristiche le ritroveremo qualche anno più tardi nell’Oi! Il suo disco migliore è probabilmente Last of the Skinheads (1976): sia l’album che il suo pezzo più noto – “Bring Back the Skins” – furono concepiti ancora prima che il revival skinhead avesse inizio.
Judge Dread era uno di quegli skinhead original che, negli anni ’70, si fecero crescere i capelli, pur mantenendo un forte legame con il culto di origine: “But that won’t change the way I feel, I’m still a skin”.



Dopo 25 secondi appaiono i ragazzi della foto sopra:
https://www.youtube.com/watch?v=zmw8DPW0L4Y

martedì, maggio 21, 2019

Requiem for a football club: Notts County



ALBERTO GALLETTI ci porta al cospetto di una (triste) storia di calcio inglese.

E’ finita sabato la stagione della English Football League, EFL, che comprende Championship (2a Divisione), League One (3° Divisione) e League Two (4a Divisione), le tre serie professionistiche inglesi rimaste orfane della prima divisione, staccatasi col colpo di mano unilaterale del 1993 che diede vita alla Premier League.
Ultima appendice gli spareggi promozione che nel giro delle prossime due settimane designeranno una squadra promossa per ciascuna delle tre serie, le retrocessioni sono già assegnate.

E proprio tra le retrocessioni troviamo uno degli eventi più rilevanti di questa stagione di EFL, ma direi di portata ben più ampia, sebbene per la piega presa ultimamente dall’attenzione del pubblico alle cose del calcio a pochi oggi pare importare qualcosa del genere.

Il Notts County, il club professionistico più vecchio al mondo, fondato nel 1862, 131 stagioni consecutive tra i professionisti di cui 30 in prima divisione, 37 in seconda, una FA Cup vinta nel 1894, una delle sette vittorie ottenute da squadre di seconda divisione, è retrocesso sabato pomeriggio uscendo, per la prima volta nella storia dai campionati professionistici inglesi.
Per gli appassionati un duro colpo, per i tifosi credo anche peggio.

Una stagione disgraziatissima. Nove sole vittorie in campionato hanno lasciato i bianconeri di Nottingham penultimi all’ultima giornata, costretti a vincere a Swindon e sperare nella contemporanea sconfitta del Macclesfield.
E’ andata male, malissimo, sconfitti 3-1 e retrocessi in National League, la vecchia Football Conference, primo livello al di sotto dei campionati professionistici.
Catastrofico se si pensa che erano partiti tra i favoriti per la promozione e brutto da vedere, in completo blu anziché bianco-nero, nel momento dell’addio.
Per colmo della beffa, inoltre, lo scettro di squadra professionistica più vecchia al mondo passa adesso sull’altra sponda del fiume Trent ai rivali cittadini del Nottingham Forest.
Crudele per un club più vecchio della Football Association stessa.

Certo il Notts County non è mai stato una superpotenza calcistica, nemmeno in epoca pioneristica, ma è pur sempre stato tra i fondatori del campionato inglese, nel 1888, e una della sole dieci squadre ad aver giocato tutti i campionati professionistici disputati, nonché quello che vi ha giocato più partite (4.940) e ovviamente il più vecchio.
Rileggere la sua storia è un po come andare sulle montagne russe, 31 passaggi di divisione tra retrocessioni e promozioni che su 131 stagioni fanno più o meno uno ogni quattro anni di media. Credo sia la squadra che ne ha fatti di più.

Questo non ne ha mai intaccato il seguito, mai troppo numeroso a dire il vero, ma che anche nelle stagioni difficili si è sempre compattato intorno alla squadra, 6.084 di media a partita quest’anno e 7.911 l’anno scorso, 8.519 nell’ultima partita in casa di questa stagione l’altro sabato, o un tutto esaurito da 17.615 nel ritorno della semifinale playoff dell’anno scorso, tanto per dire.

A rendere ancora più dolorosa questa retrocessione c’è poi l’ udienza all’ Alta Corte di Londra prevista per il prossimo 5 giugno in cui dovranno vedersela con HRMC che gli ha presentato un’ ordinanza di messa in liquidazione per tasse non pagate. Il club dovrà affrontare una drastica ristrutturazione, con l’immancabile perdita di giocatori e posti di lavoro tra il personale.
Gli introiti tra i non professionisti caleranno drasticamente e il rischio di una lunga permanenza fuori dalla EFL è purtroppo una possibilità concreta. Il futuro da bianco-nero tende al nero. Unica speranza, come sempre, i tifosi, che di sicuro, faranno la loro parte.

Non che non l’abbiano già fatto. Nel 1967, sull’orlo della catastrofe finanziaria, il club venne salvato da Jack Dunnett, deputato laburista per Nottingham Central e tifoso dei Megpies, che ne ripianò i debiti per anni conducendoli fino al ritorno in First Division nel 1981, dopo 55 anni di assenza.
Riuscirono a rimanerci per tre anni nonostante il pubblico non propriamente numeroso.
Nei primi anni del nuovo millennio, la proprietà, al 60%, passò in mano ai tifosi con l’intento di preservarne la salute economica e possibilmente le prestazioni in campo.
Ma le cose possono andare storte anche quando ci si mettono i tifosi e, in conseguenza di un’altra crisi, il Notts County fu comprato da un consorzio medio orientale controllato da una società con sede alle Isole Vergini, Quadbak Investments.
Fu l’ultimo e più grave errore compiuto dall’Associazione dei Tifosi alla guida del club, un abbaglio clamoroso.
Vennero annunciati investimenti per decine di milioni di sterline e Sven Goran Eriksson fu nominato Director of Football, convinto da Russel King, la vera mente dell’operazione che si spacciava come emissario della famiglia reale del Bahrain.
In realtà un truffatore della peggior specie che aveva cominciato la sua carriera cercando di raggirare l’assicurazione della sua Aston Martin che denunciò esser stata rubata mentre in realtà era nascosta nel garage di casa, chiedendo danni per seicentomila sterline.
Qui a Nottingham riuscì a raggirare parecchie migliaia di persone, l’Associazione tifosi del Notts County, facendosi vendere il club per una sterlina promettendo il risanamento dei debiti e grandi investimenti, essendo lui l’amministratore di miliardi di dollari della famiglia reale del Bahrain. Millanterie al cubo.

La Football League cominciò ad nutrire grossi dubbi sulle coperture finanziarie di Quadbak, una volta scoperto che King c’entrava qualcosa e vista anche la renitenza del consorzio a fornire garanzie adeguate nonché informazioni sulla propria attività e riuscì a costringere King a vendere il club, di nuovo per una sterlina.
Il nuovo proprietario si ritrovò con due richieste di messa in liquidazione emesse da HMRC per tasse non pagate per un totale di un milione di sterline. Riuscì a scamparla e a vincere il campionato di quarta divisione.
Poi il familiare trantran a Meadow Lane fatto di gestioni traballanti e altalena tra la terza e la quarta serie, fino a sabato, giorno dell’ultimo salto in basso, stavolta verso livelli sconosciuti e poco consoni. O forse consoni, visto l’andazzo.

Nel mezzo pure l’incredibile invito della Juventus, visto il lontano e sorprendentemente riesumato (da Torino) legame a proposito delle maglie, ad inaugurare il proprio nuovo stadio e l’ancora più incredibile 1-1 firmato da quel vecchio teppistone di Lee Hughes.
Forse il punto più alto del club negli ultimi 25 anni, un invito appunto.
Ma ci può stare dati quarti di nobiltà in ballo nonché il lignaggio di vecchio club di gentlemen ci può stare.

Stranamente il Notts County gode di largo sostegno all’estero, in particolare Ungheria e Italia, abbiamo visto come mai, credo, ma ci deve essere dell’altro in quanto risulta essere sempre tra il 6° e l’8° club inglese più seguito all’estero.
Il mito dell’epopea antica?
Senz’altro si.

Li vidi giocare un quarto di finale di FA Cup a White Hart Lane tantissimi anni fa.
Andarono in vantaggio con un bolide strepitoso di esterno sinistro all’incrocio, chi fosse non ricordo.
Furono piegati in rimonta (2-1)solamente da un caparbio Gazza ma vendettero cara la pelle.
Uno dei miei ‘scalpi’ migliori in termini di squadre viste dal vivo.
Per tutto l’anno al sabato è stato uno dei risultati che, con grande preoccupazione, sono andato subito a guardare. .

lunedì, maggio 20, 2019

Giuda live a Parma "Splinter" 18 maggio 2019



I Ramones del GLAM ROCK spazzano via il pubblico parmense con 45 minuti giusti giusti, senza pause, senza un attimo di respiro, sorta di suite rock 'n' roll anfetaminica made in 1973.
Breve bis e tutto è finito.
La PERFEZIONE ROCK 'n' ROLL ASSOLUTA.

Il sound è più aspro e punk rispetto ai vinili, l'impatto tremendo, un tiro raro, i brani eseguiti con impeccabile perizia.

I GIUDA sono una macchina da guerra perfettamente oliata, alla conquista del mondo (gli Usa li attendono con decine di date, dopo aver sbancato Parigi e con un sold out al "100 Club" di Londra), cresciuti lentamente e faticosamente dal basso, esclusivamente con le proprie forze.
E questo ce li fa amare e rispettare ancora di più.

Ad aprire il frizzante garage voodoo beat delle BombO'Nyrics.

domenica, maggio 19, 2019

Duga 3



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Uno dei luoghi più inquietanti, pericolosi e ostili della Terra è senz'altro quello che circonda la centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina.

Non lontano sorgono i resti, in progressiva obsolescenza del sistema “Duga” (“arco” in russo), un complesso di enormi antenne in grado di rilevare il lancio di missili a grande distanza sul territorio sovietico.
Duga 3 è stato attivo per un decina di anni tra il 1976 e il 1989.

Le antenne, alte 150 metri, 90 metri di ampiezza e 900 metri di lunghezza, emettevano un segnale fisso ripetitivo denominato "picchio", The Russian Woodpecker.

Quando Duga 3 era operativa era abitata da 1.500 persone anche se il luogo era segnato sulle mappe era segnata come “campeggio estivo”: vi abitavano militari e scienziati in appartamenti, con anche scuole, ospedali, centri sportivi e campi giochi per i bambini delle famiglie al seguito.

Esiste una teoria complottista (ma forse non troppo) che sostiene che l'incidente di Chernobyl sia stato provocato dalle autorità sovietiche o indotto dall'attività di Duga 3.

La struttura è ora fatiscente e abbandonata (pur se ancora presidiata), raggiungibile solo con concessioni complicatissime da ottenere.
Un crollo potrebbe generare vibrazioni pericolose per la vicina centrale di Chernobyl, con il rischio concreto che si possano sollevare nell’aria tonnellate di polvere radioattiva.

sabato, maggio 18, 2019

Libertà



Domani su LIBERTA' nella rubrica PORTFOLIO diretta da Maurizio Pilotti parlo della storia (triste) di TOPPER HEADON dei Clash.
Nella foto i numeri precedenti.

venerdì, maggio 17, 2019

2Tone e ska



Articolo che ho scritto per IL MANIFESTO nell'inserto "Alias" del 4 maggio 2019.
Per gentile concessione.
Grazie a Francesco Adinolfi.


Quanta strada ha fatto lo ska, dalle oscure origini caraibiche alla testa delle classifiche “bianche” in Europa, Usa e non solo, fino a diventare uno stile, un'attitudine, condivisa da migliaia di giovani (e soprattutto “meno” giovani).

E dire che nel documentario “One Man's Madness” (http://tonyface.blogspot.com/2019/04/one-mans-madness-di-jeff-baynes.html) del regista Jeff Baynes, sulla vita del saxofonista dei Madness, Lee Thompson, membri della band di “One step beyond” ricordano come alla fine degli anni 70 fosse aperto il dibattito tra i musicisti inglesi se i bianchi potessero suonare o meno reggae e ska. Band come Clash, Police, Ruts, Slits e vari esponenti del punk e new wave lo avevano già dimostrato ma rimaneva una sorta di dubbio etico/artistico.

Ci pensarono gli Specials a dissiparlo, portando sui palchi, fin dal 1977, una miscela di ska e soul con l'energia e l'attitudine del punk, vestiti come perfetti mod, soprattutto affiancando musicisti bianchi e neri. Particolarità ormai scontata ai nostri giorni, molto meno ai tempi.
Se in Usa, dove le differenze razziali erano ben più marcate, gruppi come Booker T and the Mg's, Sly and the Family Stone, la band di Santana o l'orchestra di Ray Charles avevano membri di diverse razze, paradossalmente in Gran Bretagna era molto più raro.
Solo gli Equals e gli Hot Chocolate avevano sfidato certe regole non scritte mentre lo stesso punk era un fenomeno in larga prevalenza “bianco”.

L'immigrazione dalle West Indies dopo la seconda guerra mondiale, aveva portato parecchi ragazzi di colore in Inghilterra, affiancandosi alla comunità indiana e pakistana.
Ma dove questi ultimi erano rimasti impermeabili all'integrazione, spesso auto ghettizzandosi, sia culturalmente che socialmente, i centro americani, giamaicani in particolare (nazione indipendente dal Regno unito solo nel 1962), erano progressivamente entrati nel cuore della società britannica, grazie soprattutto alle nuove sottoculture giovanili.

I mod in particolare non avevano preclusioni razziali e anzi ammiravano (assimilandone spesso alcuni aspetti) l'estetica dei rude boy giamaicani, impeccabile e allo stesso tempo stradaiola.
E nemmeno disdegnavano, anzi, la loro musica, lo ska, che incominciò ad entrare nelle serate dei club frequentati dai giovani in parka, Vespa e Lambretta.
Basti ricordare che Georgie Fame and the Bue Flames, l'artista più seguito dai primi mod, in quanto interprete eccelso di rhythm and blues, inseriva brani ska nel suo repertorio (vedi “Humpty Dumpty” di Eric Monty Morris, cantante degli Skatalites, che appare nel suo mitico esordio del 1964 “Rhythm and blues at the Flamingo” insieme a “Madness” di Prince Buster), assumendo nella band anche musicisti giamaicani come Rico Rodriguez e Ernie Ranglin. Lo stesso Prince Buster ricordava che durante il suo primo tour in Inghilterra venne letteralmente scortato, città dopo città, da gruppi di mod in scooter, onde evitargli problemi di carattere razziale.

Il progressivo interesse per i ritmi in levare portò vari musicisti giamaicani in tour e indusse, nel 1968, la fondazione della mitica Trojan Records, etichetta fondamentale per la diffusione e produzione di musica reggae e ska in Inghilterra, colonna sonora alla fine dei 60 per il neo nato movimento skinhead.

La presenza di giovani di colore nelle sottoculture manteneva tra l'altro un certo equilibrio sociale nella working class inglese che non sempre vedeva di buon occhio la diversità della pelle e la presenza in loco di chi fino a qualche anno prima era stato membro di una colonia.
E che rivaleggiava con gli autoctoni in ambito lavorativo.
Una storia vecchia che ha continuato a ripetersi.

L’origine della musica ska viene fatta risalire agli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando in Giamaica i giovani incominciarono a sintonizzarsi sulle radio che trasmettevano da New Orleans, da dove le truppe americane di stanza nell’isola ascoltavano blues, il jive di Louis Jordan e Louis Prima, jazz e swing.
Personaggi come Prince Buster o Duke Reid formarono i primi sound system per fare ascoltare e ballare i rari dischi che arrivavano comunque in Giamaica. Successivamente i primi musicisti incominciarono a proporre delle cover di brani rhythm and blues filtrati attraverso ritmiche caraibiche, sostituendo così il Mento, la musica tradizionale più popolare allora nell’isola, molto simile al calypso.
I DJ’s (tra i più noti vengono ricordati nomi come Tom the Great Sebastian, V Rocket o Sir Coxsone Downbeat) viaggiavano da una città all’altra con le loro “Jamaican Mobile Disco”, suonando dischi di Ray Charles, Fats Domino, Duke Ellington, in feste che duravano spesso tutto il weekend.

Un suono e un genere che precedono l’evoluzione nei ritmi più lenti del rocksteady, che tra il 67 e il 68, a sua volta, diventa quello che conosciamo oggi come reggae.
Musicisti come Don Drummond, Ronald Alphonso, Bunny and Skitter, Rico Rodriguez, Skatalites, Derrick Morgan, Laurel Aitken, Desmond Dekker sono i primi protagonisti della musica ska all’inizio dei 60 (nel 1959 il singolo “Little Sheila” di Laurel Aitken aveva dato ufficialmente il via al nuovo sound), registrando nel mitico Studio One di Kingston, mentre nel 1964 “My boy lollipop” di Millie Small è il primo hit ska che arriva nelle classifiche di mezzo mondo.
Prince Buster piazzò nel 1964 il brano “Al Capone” nelle classifiche inglesi.
Il tutto grazie soprattutto alla BlueBeat Records (lo ska in Inghilterra era meglio conosciuto come BlueBeat), fondata nel 1960 per l’importazione di calypso e mento, che contribuì in maniera determinante alla diffusione del nuovo sound.
Prince Buster, Desmond Dekker, Laurel Aitken divennero icone mod e furono tra i pochi che suonarono nei club ai tempi.

Dopo i fasti degli anni 60 lo ska tornò a vivere in un ambito sotterraneo e fruito in un circuito di nicchia fino al 1979 quando lo ritroviamo in auge grazie alla sopracitata etichetta Two Tone, fondata dal tastierista degli Specials, Jerry Dammers, dedita di nuovo alla produzione di dischi ska e reggae. Il tutto in contemporanea alla rinascita della scena mod, sull'onda dell'uscita del film “Quadrophenia”.
Lo stesso logo dell'etichetta è programmatico, con un personaggio, Walt Jabsco, vestito in bianco e nero, ispirato da una vecchia foto di Peter Tosh ai tempi dei Wailers. Nella Two Tone transitarono i principali nomi dello ska, dagli Specials ai Madness, ai Selecter, ai Beat, le Bodysnatchers (band tutta al femminile), fino a Elvis Costello (anche se il singolo previsto non venne mai pubblicato).
Ricorda Suggs, voce dei Madness, che, dopo poco tempo che avevano scoperto e conosciuto gli Specials, un giorno Jerry Dammers gli chiese semplicemente: “Volete fare un disco? Uscirà per la mia etichetta, la Two Tone”.

La TwoTone rappresentò una visione identitaria, un senso di appartenenza ad una dimensione non del tutto definita e “regolata” (come potevano essere punk, mod o skinhead) ma, al contrario, il più possibile aperta, dove le tre sottoculture di cui sopra si fondevano, si arricchivano l'una con l'altra, acquisivano una connotazione politica ben precisa (dall'anti razzismo, al femminismo, ad una coscienza socialista e socializzante dove i testi, che raccontavano a cruda realtà inglese dei tempi, venivano cantati su brani da ballare nei club).

Da quell'esperienza partì un nuovo filone che guardava alla TwoTone, per svilupparsi poi in direzioni attigue, dagli scanzonati Bad Manners, agli Akrylikz (del futuro leader dei Fine Young Cannibals, Roland Gift), non dimenticando i Graduate di Roland Orzabal e Curt Smith con la loro “Elvis should play ska”, che diventarono poco tempo dopo l'anima creativa dei Tears for Fears o gli Equators che si accasarono nella Stiff Records con un classico Jamaica sound.
Ma anche nel giro mod non mancavano gli omaggi espliciti allo ska, dai Merton Parkas del futuro Style Council Mick Talbot, ai Lambrettas che trovarono il successo con una versione in levare del classico rhythm and blues dei Coasters “Poison Ivy”.
Perfino i Jam cedettero alle suggestioni ska nel demo del singolo “Strange town”, perse poi nella versione definitiva.

Da allora lo ska è rimasto costantemente nel substrato della cultura musicale, rispuntando regolarmente, il più delle volte fuso con mille altre influenze (vedi la scena ska-core o ska-punk in cui alle tipiche ritmiche in levare si sono mischiate sonorità dure, veloci e aggressive), ma producendo anche nuove generazioni di devoti a questo sound e gruppi che continuano a riproporne fedelmente lo spirito originario.

La scena generata dalla Two Tone Records rivive in questi giorni con una nuova visibilità.
Purtroppo con una nota tragica.
E’ recente la triste dipartita di Ranking Roger, leader di una delle due filiazioni dei Beat in attività (l’altra fa a capo al chitarrista Dave Wakeling, che opera con un repertorio simile negli Stati Uniti).
Incisero un solo singolo per l'etichetta di Jerry Dammers, una cover in levare di “Tears of a clown” di Smokey Robinson, prima di fondare a loro volta un'etichetta, la Go Feet e sfondare con il primo album e il celebre singolo “Mirror in the bathroom”.
Il suo testamento sonoro lo troviamo nel bellissimo nuovo album “Public confidential”, aiutato anche dal figlio e da Oscar Harrison degli Ocean Colour Scene, tra gli altri, in cui ritroviamo il classico groove originale degli 80, tra dub, ska, reggae, skank e varie contaminazioni.
Brani riuscitissimi, produzione eccellente, grande album.

Gli Specials hanno fatto ancora meglio con il nuovo “Encore” che sancisce il ritorno in formazione dello storico cantante Terry Hall (e l'inserimento di Steve Cradock, direttamente dalla band di Paul Weller).
Non manca qualche esplicito omaggio alle origini ma “Encore” è un viaggio più dettagliato e ampio nella black music, con vari brani in chiave reggae, dub, funk e soul.
Valga ad esempio la riuscita cover di un funk pulsante come l'introduttiva "Black skin blue eyed boys" degli Equals.
Testi profondi, a sfondo sociale e politico, combattivi e riflessivi, un eccellente album.
Nella versione deluxe anche un bellissimo live con una decina di classici del periodo ska.

Non possiamo dimenticare “Rude Boy. The story of Trojan Records” (http://tonyface.blogspot.com/2019/02/rude-boy-story-of-trojan-records.html ) di Nicolas Jack Davis che ripercorre la storia della madre della Two Tone, la mitica Trojan Records, con decine di testimonianze dei protagonisti e rare immagini d’epoca in una forma cinematografica con ricostruzioni azzeccatissime.

E infine, come accennato in apertura, i Madness invece li possiamo vedere in video, nel film “One man’s madness” (recentemente presentato da Luigi Bertaccini anche in Italia, a Roma e Cesena, con ampia affluenza di pubblico), dedicato alla vita del loro folle saxofonista Lee Thompson.
Che ci accompagna, con la solita ironia e il suo tipico sarcasmo, negli esordi della band e nel proseguio di carriera, tra aneddoti vari che ne testimoniano la spontaneità e l'amore per la musica.

Un film divertente e coinvolgente, con immagini d'epoca e ricostruzioni dettagliate del periodo TwoTone.

La fiamma in bianco e nero brucia ancora.

A questo proposito Lee Thompson ci ha gentilmente rilasciato una veloce intervista.

1) Come è nata l'idea del film?

Jeff Baynes mi ha contattato all'inizio del 2016. Appena ha spiegato il concetto di intervistare amici, parenti, industria musicale, membri della band, e poi mi ha chiesto di travestirmi, di imitarli, ho subito pensato ... 'Perché io?'.
Capiva che avevo delle capacità recitative, che avevo avuto un po più di una vita colorata! Sono stato d'accordo quasi subito.
Eravamo solo io e Jeff alla regia e, cosa più importante, nessuno ci spingeva con delle scadenze, nessun contratto, il che rendeva la cosa ancora più attraente.

2) Come sei entrato in contatto con la musica ska?

Il mio primo incontro con la musica giamaicana è stato con la mia minuscola radio a transistor. La portavo religiosamente sempre con me.
Potevi sintonizzarti su alcune stazioni radio lontane come "Luxemburg 208". che ti ha dava le classifiche la domenica invece che, come Radio 1, il martedì dopo.
Ah la tecnologia allora era così semplice.
Ascoltai il meglio del reggae come “Israelites” di Desmond Decker, “Return of Django” degli Upstetters di Lee Perry o “Young, Gifted & Black” di Bob & Marcia.
Ho iniziato subito a collezionare singoli (gli album sono arrivati??qualche anno dopo, troppo cari a 2 euro !!).
Il mio interesse per la musica ska è venuto ancora un po' dopo, insieme al rocksteady, mentre approfondivo la storia del reggae.
In particolare, c'era Prince Buster e il suo approccio umoristico (a volte sciovinistico), tipo “10 Commandments”.
Coxtone Dodd .... la musica ska era molto difficile da trovare.
Avevo l'abitudine di viaggiare nelle zone di Londra con grandi comunità nere come Acton Willesden e Brixton per soddisfare la mia dipendenza da questa musica. Mi sono imbattuto in un negozio a Upper Street a Islington, a nord di Londra, che aveva una cantina piena di 45 che erano stati buttati via.
Quando avevo un po' di denaro era un paradiso.
Si dice che ci sia un cimitero di molti dischi della Trojan, migliaia, che sono stati seppelliti, ma non prima di essere sfasciati a colpi di martello, vicino a St Alban's nell'Hertfordshire.
Era per evitare di pagarci le tasse.
Vergognoso.

3) Come era la reazione del pubblico ai primi concerti ska di gruppi come Madness e della TwoTone?

Ska e reggae venivano suonati spesso nei club di Londra dai Dj, prima che le punk band salissero sul palco.
Oltre ad alcuni brani glam non c'era molto altro compatibile con il movimento punk per riscaldare il pubblico.
Dopo il punk molti gruppi svanirono o saltarono nella nuova tendenza New Romantic, i Madness optarono per le influenze rock punk / pub di Kilburn & the High Road di Ian Dury, Elvis Costello, Dr. Feelgood e The Sensational Alex Harvey Band. Ma aggiunsero reggae e pop e fu un successo.
Gli Specials stavano suonando e vestendosi un po' come noi, facendo quello che io e Chrissy Boy stavamo cercando di fare, perché in realtà non sapevamo ancora suonare molto bene.
Sono venuti a Londra e Jerry Damners si stabilì a casa di Suggs, parlandogli del desiderio di creare un'etichetta discografica con la quale i ragazzi “Black&White” potessero godersi una musica per tutti.
Il resto è storia.

4) Secondo me " "(The liberty of) Norton Folgate"" è il miglior album dei Madness e uno dei miei preferiti del nuovo millennio.

E' stata un'esperienza gioiosa e indimenticabile dall'inizio alla fine.
Tutti nella band avevano una direzione precisa su come doveva essere.
E abbiamo raggiunto l' obiettivo. In particolare con la title track.
L'album è stato prodotto brillantemente da Clive Langer.
Grande periodo.

5) In "One man's madness" mi hai ricordato tanto Keith Moon.

Sono un grande fan di 'Moon the Loon'. Se non fossi stato un sassofonista, sarei stato uno spericolato batterista ispirato da personaggi del suo calibro anche se non credo che sarei qui ora per raccontarne la storia.
Condividiamo le caratteristiche l'uno dell'altro.
Ho letto la sua autobiografia: “My Dear Boy” e ho incontrato l'autore Anthony Fletcher in un night club newyorkese.
Ha detto che è rimasto sorpreso dal fatto che Keith Moon sia durato così tanto!

giovedì, maggio 16, 2019

Paul McCartney - II



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che...
Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili

Nel 1980 PAUL MCCARTNEY stava programmando un nuovo tour e album per i Wings, dopo "Back to the egg" ma quando atterrò in Giappone per la sua prima data in estremo oriente (dal 1966 con i Beatles), fu trovato in possesso di 250 grammi di marijuana, passò nove giorni in galera e se ne tornò a casa in Scozia a lavorare su una serie di brani che aveva in cantiere per un nuovo album con la band.

Il risultato fu una serie di registrazioni solitarie in cui Paul suona tutto e si avvale solo di qualche coro di Linda.
PAUL MCCARTNEY II è un album sottovalutatissimo, il più delle volte stroncato o relegato a bizzarria transitoria.

In realtà, pur con qualche caduta qualitativa ed episodi sicuramente trascurabili, è un ennesimo esempio dell'incredibile versatilità di Paul che, pur restando legato alla sua scrittura tradizionale ("Waterfalls" è un gioiello di inestimabile valore, tra i migliori della carriera solista), azzarda escursioni nell'elettronica, nella new wave, nella sperimentazione pura, dando largo spazio ai sintetizzatori.

Come detto alcuni brani sono assolutamente superflui (il rockabilly sintetico di "Bogey music", il funk synth di "Darkroom", il bizzarro strumentale "Front parlour" non sono certo momenti memorabili.
Al contrario la già citata "Waterfalls", la ballata acustica finale "One othese days", il funk wave del famoso singolo "Coming up" (ispirato dal lavoro dei Talking Heads), la super sintetica "Temporary secretary", "Frozen jap" che potremmo trovare su un album dei Depeche Mode (che si formeranno un anno dopo...), sono prova di una creatività e una casse immensi.

Paul aveva concepito l'album come doppio.
Fortunatamente ha scelto il formato singolo.
I brani rimasti fuori (tra cui il fortunato singolo "Wonderful Christmas time", spesso ingiustamente bistrattato) non sono sicuramente imperdibili.

COMING UP
https://www.youtube.com/watch?v=0d_Wv-gkHts

WATERFALLS
https://www.youtube.com/watch?v=yT81mYcAAcI

PAUL MCCARTNEY II (trailer per ristampa 2011)
https://www.youtube.com/watch?v=pVkviNvmJgA

WONDERFUL CHRISTMAS TIME
https://www.youtube.com/watch?v=V9BZDpni56Y

mercoledì, maggio 15, 2019

La prima copertina di un disco



Fino al 1939 i dischi venivano pubblicati e venduti in una busta di cartone marrone con il logo dell'etichetta.
Titolo e nome dell'artista e gruppo erano riportati nell'etichetta interna, visibile attraverso un foro centrale della busta.

Il grafico 23enne Alex Steinweiss riuscì a convincere la Columbia Records della necessità di corredare il disco con una copertina, nonostante i costi aggiuntivi di una simile appendice.

“Smash Song Hits by Rodgers & Hart” del pianista Richard Rodgers e dal paroliere Lorenz Hart fu il primo disco con una copertina così come la conosciamo oggi.

I risultati furono eclatanti (basi pensare che una versione dell' Eroica di Beethoven aumentò le vendite del 900%).

Steinweiss realizzò nella sua carriera oltre 2500 copertine di album di classica, jazz e pop per le case diverse case discografiche.

martedì, maggio 14, 2019

Federico Guglielmi - Roma brucia. Quarant'anni di musica capitale



Federico Guglielmi è tra i più autorevoli e longevi conoscitori di musica "rock" in Italia.
Da 40 anni ne parla e la vive in prima persona, dal "Mucchio", alla RAI, a mille altre esperienze.

Chi meglio di lui per dedicarsi al primo libro riservato agli ultimi 40 anni di rock nella sua città natale, Roma?

E così eccoci al cospetto di un monolitico tomo con oltre duecento artisti trattati, centinaia di recensioni di dischi e concerti, interviste e fotografie esclusive.

Scorrono i nomi di Kim Squad, Bloody Riot, Giuda, Bud Spencer Blues Explosion, Mannarino, Tiromancino, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Others, Assalti Frontali, Fasten Belt, Banda Bassotti, The Niro, fino a quelli più oscuri ormai dimenticati ma non di meno importanti.

Il tutto dettagliato e approfondito.
Un lavorone, completo, definitivo.


FEDERICO GUGLIELMI ci racconta un po' di cose sul libro.

Quarant’anni di storia, seicento pagine, un chilo di libro. Cosa ti ha spinto a questa (ennesima) follia?

È stata una curiosa concomitanza di pensieri: che in quarant’anni avessi scritto di tantissimi artisti romani ma che tutto fosse disperso tra centinaia e centinaia di riviste, che quanto accaduto a Roma sia stato di rado considerato al di fuori della città, che le testimonianze in tempo reale piacciono più di quelle col senno di poi, che nessuno avesse mai realizzato un libro sul rock (e dintorni) dell’Urbe.
A trattenermi era la constatazione che di alcuni gruppi/solisti/generi avevo scritto poco o nulla, e che questo avrebbe potuto dare un’idea solo parziale, o distorta, di cosa sia successo e cosa abbia contato di più, ma alla fine ho deciso di non curarmene.
“Roma brucia” non è un’enciclopedia del rock romano, bensì una storia in tempo reale del rock romano che ho vissuto io in quarant’anni.
Mancano cose? Lo so bene, ma il progetto è questo e aveva senso solo così. Magari qualcun altro volesse prenderlo come base per approfondire ulteriormente.

Come mai la storia parte dalla fine dei ’70 (punk, new wave) e non contempla i decenni precedenti? Hai in mente di esplorarli in futuro?

La storia parte dal momento in cui, tra i diciassette e i diciott'anni, ho iniziato a vivere la musica alternativa romana da addetto ai lavori, periodo che coincideva con uno spartiacque naturale qual è l’avvento del punk.
Il primo disco di “nuovo rock” romano, l’album degli Elektroshock, uscì a cavallo tra il 1978 e il 1979, quarant’anni fa… tutto tornava. Del “prima” non avevo testimonianze perché non avevo iniziato a lavorare nel settore… ho giusto dedicato un’appendice a quello che ho scritto - in tempi più recenti - di artisti progressive dei ‘70 ancora attivi oggi. Se mai deciderò di scavare nel passato, sarà con un altro genere di libro.

Hai anche tu la percezione che nonostante (e questo libro lo dimostra) la vivacità e la qualità della scena romana, Roma sia sempre percepita in Italia come “secondaria”, privilegiando, per antonomasia, Milano, Torino, Bologna, Firenze?

Sì, Roma è stata quasi sempre sottovalutata e a volte addirittura schifata, anche per colpa "nostra": troppo lassismo, troppa dispersività, troppo "ma che ce frega".
Aggiungerei anche che mentre al nord un qualsiasi artista può crearsi un pubblico in un’area piuttosto vasta, perché nel raggio di duecento chilometri ha venti città abbastanza importanti dove suonare, un romano può arrivare facilmente, senza dover pernottare, giusto a Firenze e a Napoli.
E poi anche i pregiudizi più o meno fondati hanno avuto il loro peso. In pratica, la prima “scena” romana davvero emersa su scala nazionale è stata quella della nuova canzone d’autore di metà ‘90: Gazzè, Silvestri, Fabi, Tiromancino…

Come è attualmente Roma dal punto di vista musicale? Gruppi, locali, situazioni…

Il quadro mi sembra estremamente vivace.
Abbiamo almeno due band che ottengono riscontri planetari, cioè Zu e Giuda, e molti gruppi e solisti perfettamente inseriti nel circuito nazionale, oltre a un fittissimo sottobosco di realtà che si muovono in prevalenza a livello locale.
Ovviamente in mezzo c’è di tutto, dal rock alla canzone d’autore fino all’itpop e alla trap, ma se si prescinde dal gusto personale e ci si limita a guardare i numeri, tutto dice che forse Roma non è mai stata così tanto ricca.
In più, siamo pieni di locali, localini, localoni, centri sociali, rassegne e incontri, abbiamo l’Auditorium che porta avanti una programmazione varia e di qualità… il solo, autentico problema, per quanto riguarda i club, è la precarietà, perché lavorare osservando tutte le regole e i cavilli burocratici è complicatissimo e dunque c’è sempre il rischio che un controllo - casuale o pilotato - porti all’interruzione dell’attività. Sul piano musicale, insomma, siamo in netta controtendenza rispetto al degrado dal quale siamo purtroppo attanagliati in ogni altro ambito.

È interessante notare quanta passione e quante difficoltà abbiano dovuto superare tanti nomi (alcuni approdati al successo, gli altri sopraffatti e dimenticati). Forse più che in altri luoghi?

È un po’ quello che dicevo prima… Molti guardano i romani con sospetto, i locali del nord sono poco propensi a far suonare gli emergenti di qui per ragioni di costi superiori a quelli di artisti locali dello stesso “peso” che magari portano un sacco di amici paganti, storicamente abbiamo avuto poche realtà discografiche alternative ben funzionanti… E poi c’è la mentalità: il romano-tipo ama Roma perché al di là di tutti i suoi difetti è un posto incredibile, se ne lamenta ma non la abbandonerebbe mai per cercare fortuna altrove… sai quanti, in questi decenni, di fronte alla prospettiva di sbattersi sul serio, mi hanno tirato fuori il classico “vabbè, ma in fondo che ce frega…”?
Per fortuna negli ultimi tempi, in questo senso, ci sono stati netti miglioramenti.

Un aspetto peculiare è il rock in romanesco, decisamente unico.

Certo, come uniche sono le musiche in dialetto di qualsiasi altra parte d’Italia.
Il romanesco, però, ha un grandissimo vantaggio: lo capiscono tutti, sia perché non è difficile come altri idiomi, sia perché film e televisione l’hanno reso molto familiare.
Di artisti che cantavano in romanesco più o meno accentuato almeno qualche pezzo del repertorio ce ne sono sempre stati, dal punk fino al rap.
In quest’ultimo decennio, però, è emerso l’interessante fenomeno del folk-rock “in lingua”, con recuperi in chiave nuova di canzoni storiche della nostra tradizione, nonché di temi e atmosfere indissolubilmente legati alla città.
È un patrimonio di formidabile spessore che va ben oltre lo sfruttatissimo “È mejo er vino de li Castelli” e qualche anno fa c’ero andato talmente “in fissa” che avevo persino iniziato a lavorare a un libro. Poi, un po’ per altri impegni sopraggiunti e un po’ il timore - legittimo: più scavavo nel passato e più saltavano fuori ulteriori cose che avrei dovuto affrontare - di non essere all’altezza, ho lasciato perdere.
Molto del materiale che avevo preparato, però, è finito nel dodicesimo capitolo di “Roma brucia”.

lunedì, maggio 13, 2019

Lola Falana



LOLA FALANA, uno dei volti (e corpi) più conosciuti negli anni 60 e 70 italiani.

Americana, padre cubano, inizia a cantre e ballare prestissimo. Notata da Sammy Davis Jr. la fa debuttare a Broadway nel musical "Golden Boy".
Approda in Italia nel 1966 dove trova un enorme successo, spesso in coppia con Don Lurio, poi star in "Sabato sera", nel 1967, con Mina e Lelio Luttazzi.
Approda al cinema e partecipa ad una serie di musicarelli (tra cui "Stasera mi butto" con Rocky Roberts) e fa girare la testa a numerose star dello spettacolo nostrane.

Incide alcuni 45 giri tra cui il piccolo classico "Tutta donna" (ripreso recentemente dai Calibro 35), "Working in a coal mine" di Lee Dorsey ", "Coconut Grove" dei Lovin' Spoonful, il sexy "Scrivimi il tuo nome" con i Roll's 33.

Torna in USA nei primi 70, posa nuda per "Playboy", lavora con Bill Cosby, di nuovo in Italia con Gino Bramieri nella conduzione di "Hai visto mai?".
Partecipa anche ad alcuni programmi e serie televisive, dal "Muppet Show" a "Love Boat" e "Le strade di San Francisco" con gli Sha Na Na in una versione di "Rescue Me", con Mohammad Alì.

Nel 1987 la scoperta di essere affetta dalla sclerosi multipla, il ritiro dalle scene, un viaggio a Medjugorie dove scopre la fede.
Oggi Lola Falana vive in un monastero di clausura non lontano da Las Vegas.

Grande presenza, eccellente voce, fisico perfetto, la Venere Nera merita un ricordo eterno.
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