Confrontarsi con la figura immensa di Miles Davis è opera ardita e complessa.
Antonio Pellegrini ha dimestichezza con le biografie e i saggi musicali (Who, Queen, Blues) e riesce anche in questo caso a confezionare un libro agile e intrigante che parte dalla biografia del Maestro per addentrarsi poi con dovizia di particolari nella lunga serie di apparizioni italiane, da quella del 22 novebre 1956 al "Teatro Manzoni" a Milano a quella del 24 luglio 1991 a Castelfranco Veneto.
Il tutto arricchito da testimonianze, recensioni, aneddoti (spesso incentrati sul "brutto carattere" di Miles, concerti abbandonati a metà, lasciando la band a sbrigarsela, capricci, spezzoni di interviste, spesso tranchant e scocciate ma anche impreviste aperture a una dimensione meno ostica.
Il libro si legge velocemente e con molto piacere, anche per chi non è troppo addentro all'arte di Miles.
Antonio Pellegrini
Miles Davis in Italy
Ortica Editrice
272 pagine
18 euro
mercoledì, febbraio 11, 2026
Antonio Pellegrini - Miles Davis in Italy
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Libri
martedì, febbraio 10, 2026
Cristina Giuntini - Musica sulle costole
Un saggio dettagliato e molto interessante sul fenomeno dei Rëbra ovvero quei dischi clandestinamente stampati sulle lastre usate per radiografie (che lasciavano trasparire le immagini delle ossa) in Unione Sovietica, per riuscire ad ascoltare la musica "proibita" occidentale (dal jazz al rock 'n' roll).
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.
Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.
Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.
Cristina Giuntini
Musica sulle costole
VoloLibero Edizioni
122 pagine
19 euro
Ne sono restate pochissime tracce, a causa della delicatezza del materiale che si consumava velocemente e spesso seccava e sbriciolava.
Il libro è pieno di aneddoti incredibili e sottolinea come coloro che li realizzavano (con il pericolo di arresto e lunghe pene detentive) non lo facessero per guadagno, né in opposizione alle regole comuniste dei tempi ma semplicemente per passione, per la voglia di diffondere musica e cultura.
Il libro è puntiglioso, ricco di illustrazioni e notizie pressoché sconosciute su un fenomeno lontano e dimenticato ma ancora molto significativo.
Cristina Giuntini
Musica sulle costole
VoloLibero Edizioni
122 pagine
19 euro
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lunedì, febbraio 09, 2026
Le città di pianura di Francesco Sossai
Un road movie nelle strade venete, tra luoghi abbandonati e villette da "bonus edilizio", fabbriche che chiudono, nuovo proletariato, decadenza il "progresso" che si mangia tutto.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".
A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".
E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".
A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".
E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.
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sabato, febbraio 07, 2026
Not Moving a Lonate Ceppino (Varese) e Torino
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
https://www.facebook.com/events/750847398095522/ Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
https://www.facebook.com/events/631022356760349
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
https://www.facebook.com/events/750847398095522/ Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
https://www.facebook.com/events/631022356760349
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Not Moving
venerdì, febbraio 06, 2026
Sly Dunbar
L'amico PIER TOSI ricorda il talento del grandissimo SLY DUNBAR recentemente scomparso.
Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00
La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.
Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.
Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.
I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.
Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.
Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.
Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.
Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.
Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.
La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.
La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.
Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.
Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.
Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.
Intanto un podcast dell ostesso Pier Tosi per approfondire la figura del grande musicista attraverso la sua storia e la sua musica:
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-03T15_01_19-08_00
La definizione di batterista è sicuramente riduttiva parlando del giamaicano Sly Dunbar, uno dei personaggi più importanti in assoluto della storia del reggae ed il più grande ambasciatore dell’attitudine ritmica dell’isola nel mondo attraverso le tante collaborazioni con personaggi più o meno noti appartenenti ad altri ambiti.
Le definizioni più adatte sarebbero quelle di un esploratore o di uno scienziato del ritmo: per decenni Sly ha posto il suo suggello ritmico su migliaia e migliaia di brani reggae (si è stimato che alla fine degli anni settanta il 90% dell’ingente produzione musicale dell’isola avesse la sua batteria) creando con la sua attitudine e con le sue mani tante nuove tendenze.
Nato il 10 maggio del 1952 si è innamorato poco più di bambino del suono dello ska degli Skatalites ed ha ben presto deciso di diventare batterista professionista lasciando la scuola e facendo tesoro degli insegnamenti dei suoi primi mentori Carlton Barrett degli Upsetters (in seguito batterista di Bob Marley) e Mickey Boo Richards della Now Generation.
I suoi debutti in studio sono memorabili: il giovanissimo Sly si lega al tastierista Ansel Collins e con lui registra a sedici anni non ancora compiuti ‘Night Doctor’, brano che Ansel cede a Lee Perry che lo pubblica in UK come The Upsetters ottenendo un buon successo presso il pubblico mod e skinhead.
Poco meno di un anno dopo torna in studio con Ansel ed il vocalist Dave Barker e suona la batteria in ‘Double Barrell’, brano che raggiunge addirittura il numero uno delle pop chart inglesi nel marzo del 1971.
Tra le bands giovanili di cui fa parte, l’esperienza più importante è quella con gli Skin, Flesh & Bones.
La band si mette in luce per la cover reggae di ‘Here I Am Baby' di Al Green cantata da un superlativo Al Brown e per essere una delle migliori backing bands del momento andando addirittura in tour in UK con Dennis Brown.
Il giovane batterista diventa la scelta di preferenza di produttori come Niney The Observer, Joe Gibbs e Sonia Pottinger.
Nel 1973 incontra il bassista Robbie Shakespeare: con questo musicista si accorge di condividere l’enorme passione per il soul ed il funk/disco e l’attitudine alla sperimentazione sonora, ben presto diventano inseparabili ed il binomio Sly & Robbie diventerà nei decenni sinonimo di alti standards qualitativi e di innovazione.
Nel 1976 Sly diventa il batterista dei Revolutionaries, la in-house band dei neonati studi Channel One posseduti dalla famiglia di origine cinese Hoo-Kim.
Sperimentando in studio con Jo Jo Hoo-Kim, raddoppia il ritmo del reggae con dei colpi sul bordo del rullante dando grande incisività ad un nuovo pattern ritmico che prende il nome di ‘rockers style’ definendo in pieno la sua era.
Chi ascolta questi ritmi per la prima volta pensa che siano frutto di un effetto di echi dub e non suonati semplicemente da Sly con le sue bacchette.
C’è chi scrive che il ‘rockers style’ riflette su disco il crepitio dei fucili mitragliatori che riecheggiano a Kingston nella guerra civile che per motivi politici impazza in quel periodo in Giamaica.
Il primo esempio di ciò è l’album ‘Right Time’ (1976) dei Mighty Diamonds, un ‘instant classic’ che apre una serie copiosa di registrazioni di album di cantanti e gruppi ma anche strumentali e dub marchiati Channel One.
Le cose accadono molto in fretta: Sly & Robbie fondano anche la loro etichetta Taxi il cui primo enorme successo sarà ‘Soon Forward’ di Gregory Isaacs nel 1979. Qualche anno prima diventano però la sezione ritmica della ‘Word, Sound & Power’, la backing band di Peter Tosh.
Il leggendario cantante da ampio spazio nella sua produzione solista alle sperimentazioni ritmiche dei ‘gemelli del ritmo’ i cui frutti sono ascoltabili in capolavori come ‘Bush Doctor’ e ‘Mystic Man’.
Amico personale di Jagger e Richards, Tosh incide per la Rolling Stones Records, supporta in questi anni gli Stones in vari tour mondiali e queste esperienze in grandi arene in Europa ed in USA sono fondamentali per Sly & Robbie che si rendono conto che in questi contesti il suono relativamente più leggero di una reggae band non può competere con il volume di fuoco del rock.
Faranno tesoro di questo insegnamento nella esperienza successiva e cioè la parabola che porterà Black Uhuru ad essere il più acclamato gruppo reggae al mondo dopo la scomparsa di Bob Marley.
Le canzoni aspre e militanti del gruppo avranno infatti come contrappunto sonoro un suono potente ed influenzato dal rock, incisivo, tagliente e venato di dub che i due chiamano ‘the cutting edge’ e che compare già in ‘Showcase’, album che nel 1980 la Island Records distribuisce in tutto il mondo.
L’incredibile serie di albums del gruppo dal 1980 al 1983 stabilisce gli standards del reggae del futuro, in quegli anni è il turno dei Black Uhuru di aprire i concerti dei Rolling Stones ma la progressiva conquista del mondo si arresta a causa di un litigio interno al gruppo e la dipartita del cantante Michael Rose dopo la vittoria da parte dell’album ‘Anthem’ del primo Grammy Award di sempre nella categoria reggae.
Il gruppo continuerà ad esistere con il giovane Junior Reid al posto di Michael Rose ma il sound non sarà più lo stesso senza il tocco autoriale di Rose.
In tutto ciò comunque Sly & Robbie continuano ad andare in studio in Giamaica per un gran numero di produttori a volte seguendo le loro precise istruzioni ma spesso dando notevoli contributi in termini creativi.
La mossa successiva del boss della Island Chris Blackwell è di aprire dei nuovi modernissimi studi alle Bahamas che possano raggiungere uno status simile a luoghi sacri della musica come i Fame Studios, gli Electric Ladyland o gli Abbey Road: con i Compass Point Studios Blackwell vuole tra l’altro creare un ambiente dove artisti di vari generi possano registrare musica dando un aroma black e nella fattispecie caraibico alla loro musica anche attraverso l’utilizzo di un team di musicisti, i Compass Point All Stars, guidati proprio da Sly & Robbie.
Dallo studio passano Robert Palmer, i Tom Tom Club, Ian Dury ma l’artista di maggior successo legata a questi studi sarà la giamaicana Grace Jones con cui i musicisti collaborano in tre albums memorabili tra reggae e funk avveniristici con i granitici ritmi dei gemelli del ritmo, la voce algida di Grace e le pennellate di synth di Wally Badarou.
La altissima qualità del materiale di Black Uhuru e Grace Jones fa alzare le quotazioni globali di Sly & Robbie che entrano di diritto nel gotha dei più apprezzati musicisti ritmici a livello mondiale.
Nei due decenni successivi collaborano con personaggi come Rolling Stones, Bob Dylan, Bill Laswell, Fugees, KRS One, Herbie Hancock, Madonna, Jon Armatrading, Sinead O Connor, No Doubt ed anche con gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.
Negli anni ottanta producono tanto reggae micidiale in Giamaica con artisti come Ini Kamoze, Dennis Brown e tanti altri.
A metà del decennio il reggae diventa interamente digitale e grazie al loro istinto ed alla grande esperienza di strumentisti analogici i due riescono ad ottenere risultati straordinari programmando drum machines e sequencers ma dando comunque al suono un grande calore e groove: in ambito dancehall l’evidenza di ciò è ‘Murder She Wrote’ di Chaka Demus & Pliers del 1991, enorme successo di quel periodo e tuttora acclamata come uno dei vertici di questo genere.
Continuano a lavorare fino alla morte di Robbie Shakespeare nel 2021 con la stessa visionarietà di sempre proiettandosi in varie direzioni sonore e producendo vari artisti, mescolando i loro ritmi con il folklore latino-americano o asiatico o registrando bellissimi dub albums.
Tra le ultime gesta citiamo i vari albums realizzati con il versatile cantante di Birmingham Bitty McLean o i vari tour mondiali come The Legends Of Reggae insieme a due maestri del jazz giamaicano come Ernest Ranglin e Monty Alexander.
mercoledì, febbraio 04, 2026
Olimpiadi, sport invernali e musica
Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per "Il Manifesto" nell ospeciale dedicato alle Olimpiadi invernali.
Inutile disquisire più di tanto su cosa siano diventati i grandi appuntamenti sportivi, se non un mostruoso meccanismo che produce e mangia capitali infiniti, a scapito dell'evento in sé, del suo significato, della prestazione atletica.
Fiumi di danaro e investimenti, spesso sconsiderati e finalizzati a scopi molto meno nobili dello spirito delle competizioni.
Tanto più se si parla dell'archetipo dello sport, le Olimpiadi, nate come esaltazione della purezza agonistica.
L'imminente edizione invernale di Milano/Cortina non fa eccezione, ovviamente. Gli sprechi già conclamati ed evidenti saranno presumibilmente (come nel caso delle Olimpiadi di Torino del 2006) oggetto delle attenzioni della magistratura in seguito mentre nel frattempo assistiamo a varie testimonianze di superficialità e approssimazione dell'organizzazione.
Meglio occuparci di un connubio spesso poco notato o considerato ma che va a braccetto da sempre: sport e musica.
Il tutto fin dai primordi, quando i Giochi dell'antica Grecia erano costantemente accompagnati da esibizioni artistiche e musicali.
Un aspetto che troviamo anche nelle Olimpiadi Invernali, giunte alla venticinquesima edizione, nate nel 1924, con l'esordio in Francia a Chamonix, con nove discipline e sedici titoli assegnati (l'Italia dovrà attendere la quinta edizione del 1948 per conquistare la prima medaglia).
Da tempo gli eventi di questa portata hanno appositi inni e temi, in questo caso “Fino all'alba” di Arisa, con la colonna sonora, “Fantasia italiana”, curata dal pianista e compositore Dardust e cerimonia di apertura con Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli.
Entrando però più nello specifico e cercando tra le curiosità, sono molti i particolari poco noti che accomunano gli sport invernali e la musica.
Ad esempio scoprire quanto gli atleti siano influenzati dalle canzoni che utilizzano per rilassarsi o caricarsi prima di una gara.
Un aspetto inedito fino a non molti anni fa, quando la fruizione della musica era possibile solo attraverso apparecchi fissi (giradischi o radio).
L'avvento della riproduzione portatile (il walkman arriva nei primi anni Ottanta) introduce la possibilità di ascoltare musica in ogni luogo, anche quello di gara.
Il nostro discesista Dominik Paris (oro Mondiale nel 2019 e tra i più vincenti tra gli italiani in Coppa del Mondo, con 24 primi posti, dietro solo ad Alberto Tomba e a parità con Gustav Thoeni) è un grande fan di metal pesante: Amo la musica fin da bambino.
Dal rock sono passato all'heavy metal, soprattutto i Pantera, quelli da cui traggo ispirazione. La musica è un po' come lo sci: mi fa sentire meglio, mi fa sentire libero. Metto vari brani metal nel mio lettore, indosso le cuffie al mattino e non le tolgo fino a quando non arrivo alla partenza della gara. Non a caso ha fondato una band metal, i Rise Of Voltage, con cui canta e che ha all'attivo l'album “Time”.
L'americana Mikaela Schiffrin è la sciatrice più vincente nella storia della Coppa del Mondo, oltre a due ori olimpici e quindici medaglie ai Mondiali.
Suona chitarra e pianoforte e ha eccellenti doti vocali che ha spesso dimostrato sia in televisione che in video pubblici (è apparsa anche nella trasmissione “The Voice”), tra cover di Guns n Roses, Amy Winehouse, Lodovico Einaudi, duettando con la cantautrice KT Tunstall e curando varie playlist su alcune piattaforme.
Di solito mi creo una playlist per la stagione, una specifica per l'allenamento e una per la gara.
C'è sempre molta Taylor Swift. Ma a volte anche un po' di musica classica, di pianoforte, qualche brano strumentale. Praticamente qualsiasi cosa mi faccia sentire più ispirata. Ho anche una playlist auto-riflessiva ma non la ascolto quando corro, perché non voglio riflettere.
Federica Brignone, due volte vincitrice della Coppa del mondo ha gusti abbastanza eclettici: Mi piace molto il rock, i Dire Straits, Tracy Chapman, ma amo anche gli artisti italiani, come Marco Mengoni (con cui ha cantato nella scorsa edizione del Festival di Sanremo) e Laura Pausini.
Lo sci è uno sport molto tosto, ad alto rischio, in cui per andare forte devi sempre cercare il limite. Richiede qualità fisiche e tecniche, ma anche psicologiche: è molto importante la testa, la capacità di dominare l'adrenalina. Un po' come salire sul palco per esibirti dando sempre il massimo.
Beyoncé, Drake, Kendrick Lamar, Lil Wayne, Missy Elliott, Nas, Notorious B.I.G., Rihanna sono la benzina nel motore di Lindsey Vonn (la sciatrice più vincente dopo Shiffrin), gli artisti che più la motivano prima di una gara.
Uno degli sport più singolari e spesso dileggiati, che appare solo ogni quattro anni nelle Olimpiadi invernali, è il Curling, sommariamente definito come “Bocce sul ghiaccio”.
In pochi ricordano che l'Italia ha conquistato l'oro olimpico nel doppio misto a Pechino 2022 (nonostante i praticanti siano circa 400, quasi esclusivamente tra Lombardia, Piemonte e Veneto).
Può, per noi, sorprendere che ci siano parecchie canzoni dedicate a questo sport.
In realtà in Canada ci sono oltre due milioni di tesserati.
Non a caso Tournament of the hearts è dei canadesi Weakerthans e narra di un torneo con tanto di video girato tra una partita e l'altra.
Ma risale addirittura al 1.871 la prima canzone certificata dedicata a questo sport (nato 300 anni prima in Scozia) e precisamente ad opera del canadese Mr. Stevenson, The Curling Club Polka.
Ci sono anche The Curler's Song di Andrew Murdison del 1965 (con tanto di facciata B del 45 giri intitolata The Curler's Alibi) e il simpatico country The Bonspiel Song di Stew Clayton, del 1974.
Curling dei Dik Van Dykes è invece un greve garage rock, inciso nel 1987 che non regala una buona immagine dei giocatori:
Curlers are a bunch of boozers and carausers (I giocatori di Curling sono una massa di ubriaconi scellerati).
Curl di Jonathan Coulton venne incisa appositamente a supporto della squadra americana che partecipò alle Olimpiadi di Torino del 2006.
“I know for sure that Curling is my life” canta il trio spagnolo dei Lezbians in Curling Song nell'ep Everything That Happens in September del 2007.
Da menzionare anche Pat Ryan, ex campione del mondo di Curling, che si diede successivamente all'attività di cantante riscuotendo un discreto successo.
La punk band americana Arrogant Worms dedicò Curling Song alle Olimpiadi Invernali del 2010, ironizzando sulla mancanza di test anti doping e soprattutto anti alcol in questo sport.
Nel 1989 i Crime Control di Detroit realizzarono un'ennesima Curling Song a base di un roboante hard rock.
Non strettamente connesso al concetto di sport ma non si possono dimenticare i Beatles che nel marzo 1965 (dal 13 al 21) furono ospiti, all'Hotel Edelweiss, della stazione invernale di Obertauern in Austria, dove girarono alcune scene del film Help!, durante le quali sciano, vanno in slittino e giocano a curling!
Portiamo il giusto rispetto a questo sport!
L' hockey su ghiaccio ha scarso appeal in Italia pur se con un devoto seguito di tifosi e appassionati (circa 5.000 i tesserati).
La nostra nazionale, qualificata come paese ospitante alla competizione olimpica, è attualmente al ventesimo posto nel ranking mondiale e se la dovrà vedere, con scarse possibilità, con Svezia, Francia, Germania e il più abbordabile Giappone.
C'è stato un (discutibile) tentativo di fare giocare tra gli azzurri alcuni hockeysti canadesi (di gran lunga la migliore squadra nell'ambito, nazione in cui è sport nazionale con milioni di praticanti sia a livello agonistico che dilettantistico, con un posto importantissimo nella cultura popolare) con origini italiane.
Si tratta però di figure di secondo piano che non daranno sicuramente più di tanto una mano.
Ovviamente dal Canada arrivano numerose connessioni tra musica e questo sport.
Grande appassionato è Dave Mustaine dei Megadeth, tifoso degli Arizona Coyotes a cui ha dedicato un inno specifico, Crush em, inserito nell'album Risk del 1999, perché era stanco di sentire risuonare ad ogni gol un brano di Gary Glitter. Curiosa invece la storia di Double Vision dei Foreigner (inserita nell'omonimo album del 1978).
Ricorda il cantante Lou Gramm: Un sacco di gente pensa si tratti di una canzone sugli effetti della droga. In realtà quando la stavamo registrando la squadra di hockey dei New York Rangers stava giocando contro i Philadelphia Flyers e uno dei Flyers ha urtato il portiere dei Rangers, John Davidson, che ha dovuto lasciare il campo perché aveva una “doppia visione” (“ci vedeva doppio”). L'incidente ha effettivamente avuto luogo nell'aprile 1978 ma durante una partita tra i Rangers e i Buffalo Sabres.
I commentatori hanno usato più volte la frase "double vision", che poi ha ispirato la band per il titolo della canzone.
La band americana dei Ministry ha inciso nel 2008 il singolo Keys To The City per la squadra di hockey dei Chicago Blackhawks.
Il leader della band Al Jorgensen ha così spiegato il contenuto della canzone: Da quando avevo 6 anni sono sempre andato a vedere i Blackhawks. Il figlio del proprietario era testimone al mio matrimonio, indosso sempre materiale dei Blackhawks, sono un fan totale dell' hockey e tutto quello che faccio nei miei inverni è guardarmi le partite. L'hockey per me è come una miscela di scacchi, danza, e arti marziali. Non è possibile trovare uno sport migliore.
I Tragically Hip in Full Completely del 1993 dedicano 50 Mission Cap al giocatore Bill Barilko mentre ad un altro grande, Luc Robitaille, i Mando Diao riservano le odi in Welcome Back Luc Robitaille.
C'è anche una canzone per Tiger Williams, campione tra i Settanta e gli Ottanta, a cura degli Hanson Brothers con He Looked A lot Like Tiger Williams.
I Super Furry Animal citano lo sport nel brano Ice Hockey Hair ma in realtà si parla di taglio di capelli.
Stompy Tom Connors è abbastanza esplicito nella sua ballata country intitolata The Hockey Song, diventata una specie di inno per ogni appassionato.
Nel 2002, nell'album My Ride's Here il grande cantautore Warren Zevon incide Hit Somebody storia di un giocatore di hockey piuttosto scarso ma molto bravo a ferire gli avversari.
In ambito punk c'è una lunga tradizione (tutta americana e canadese) di canzoni dedicate a questo sport e numerosi musicisti fan e tifosi.
A partire dai canadesi D.O.A. che nel 2009 intitolano un loro album Kings Of Punk, Hockey and Beer e che hanno in repertorio alcune canzoni a tema, come ad esempio Overtime, Taking Care Of Business e Donnybrook.
Ai Misfits e alla loro I Wanna Be A New York Ranger replicarono gli Hextalls con I Don't Wanna Be A New York Ranger (i New York Rangers sono tra le più importanti squadre americane).
Questi ultimi rendono omaggio alla precisione di un campione come Jean Sebastien Giguere con il brano J.S Giguere Is A Robot.
Ma ci sono anche i Propagandhi con Dear Coach's Corner, i Dropkick Murphy's con Time To Go, i Vandals con Change The World With My Hockey Stick.
Grandi appassionati di hockey, spesso sugli spalti a seguire i loro beniamini, sono Michael Bublè (Vancouver Canucks) e Gord Downie dei Tragically Hip (Boston Bruins).
Neil Young ha esternato diverse preferenze, una volta per i Winnipeg Jets, un'altra per i Maple Leafs della città natale, Toronto, ma è spesso presente alle partite dei San Josè Sharks.
Il padre di Neil, Scott Alexander Young, era un giornalista sportivo, spesso ospite della trasmissione Hockey Night In Canada.
Tifoso dei Philadelphia Flyers è Trey Anastasio dei Phish, Alice Cooper simpatizza per i Detroit Red Wings, dalla città di nascita e per gli Arizona Coyotes (abita a Phoenix), Snoop Dogg per gli Anaheim Ducks, Avril Lavigne e Justin Bieber in adolescenza hanno anche giocato in squadre giovanili delle loro città.
Il pattinaggio artistico ha sempre visto gli atleti e le atlete esibirsi su basi di musica classica ma negli ultimi si è inaspettatamente aperto anche ad altre musiche come rap, elettronica o brani ancora più inconsueti, di Muse, una versione di “Wonderwall” degli Oasis rifatta da Paul Anka con una Big Band, Imagine Dragons, Beyoncé, Adele, fino a una coppia lituana che ha scelto “Welcome To The Jungle” dei Guns N' Roses.
Lo snowboard è arrivato alle Olimpiadi solo nel 1998, a Nagano, in Giappone.
Il connubio con la musica necessiterebbe un articolo (se non un libro) a sé, tante sono le connessioni dirette.
In estrema sintesi, dagli anni Ottanta questo sport subì una forte influenza dagli skaters californiani, innamorati dell'hardcore punk e dell'antagonismo socio/estetico.
Personaggi come Mike Ranquet, nel decennio successivo, portarono sulle nevi un vestiario e una colonna sonora figlia della nuova ondata grunge.
La vicinanza tra la patria del nuovo sound, Seattle, e il Monte Baker (il primo resort negli Stati Uniti ad ammettere gli snowboarder sui suoi impianti di risalita) favorì il felice abbraccio tra i due elementi, con gli atleti che arrivavano in pista con una uniforme composta da jeans, cappellini e camicie di flanella, perfettamente aderente a quella dei Nirvana o Mudhoney.
Da quel momento la musica (prevalentemente dura e veloce) è diventata una costante nell'accompagnare i video con le esibizioni degli atleti.
Addirittura l'azienda di abbigliamento per surf, skate e snowboard, Volcom, ha fondato nel 1995 l'etichetta discografica Volcom Entertainment per la quale hanno inciso gruppi punk e hard metal.
Uno dei momenti più particolari e storici nella storia delle Olimpiadi Invernali fu quando, nel 1988 nell'edizione di Calgary, in Canada, arrivò nientemeno che la nazionale Giamaicana di Bob.
Ovviamente accolta esclusivamente con curiosità e ilarità, visto che rappresentava una nazione dove la neve e il ghiaccio li hanno sempre visti solo in fotografia. Una vicenda nata dall'intuizione di George Fitch, addetto commerciale dell’ambasciata americana, che vedendo una gara di carretti notò che l'impostazione era la stessa del bob.
Nonostante l'improbabilità e le difficoltà (soprattutto nel reperimento di atleti adatti) la squadra riuscì ad arrivare alle Olimpiadi (grazie anche al sostegno di molti appassionati e visionari) oltre a diventare il soggetto per un divertentissimo film del 1993, “Cool Runners”, poi protagonisti di uno spot pubblicitario della Fiat Doblò e i soggetti di alcune canzoni, tra cui “It's Bobslet Time” scritta da Sidney Mills della reggae band degli Steel Pulse.
Lavorando con la teoria in Giamaica e la pratica in Nord America, costruiscono una squadra che ha continuato a crescere e a piazzarsi dignitosamente nelle competizioni successive, lasciando il ruolo di anomalia folcloristica e diventando una realtà con cui fare i conti anche agonisticamente. Una rappresentanza della Giamaica sarà presente anche nelle imminenti Olimpiadi italiane.
Gli esempi, più o meno curiosi o sostanziali, sono molti di più e meriterebbero ulteriori approfondimenti, anche in considerazione di un progressivo incremento delle connessioni tra sport e musica.
Partendo da qua si possono scoprire aspetti interessantissimi e divertenti.
Inutile disquisire più di tanto su cosa siano diventati i grandi appuntamenti sportivi, se non un mostruoso meccanismo che produce e mangia capitali infiniti, a scapito dell'evento in sé, del suo significato, della prestazione atletica.
Fiumi di danaro e investimenti, spesso sconsiderati e finalizzati a scopi molto meno nobili dello spirito delle competizioni.
Tanto più se si parla dell'archetipo dello sport, le Olimpiadi, nate come esaltazione della purezza agonistica.
L'imminente edizione invernale di Milano/Cortina non fa eccezione, ovviamente. Gli sprechi già conclamati ed evidenti saranno presumibilmente (come nel caso delle Olimpiadi di Torino del 2006) oggetto delle attenzioni della magistratura in seguito mentre nel frattempo assistiamo a varie testimonianze di superficialità e approssimazione dell'organizzazione.
Meglio occuparci di un connubio spesso poco notato o considerato ma che va a braccetto da sempre: sport e musica.
Il tutto fin dai primordi, quando i Giochi dell'antica Grecia erano costantemente accompagnati da esibizioni artistiche e musicali.
Un aspetto che troviamo anche nelle Olimpiadi Invernali, giunte alla venticinquesima edizione, nate nel 1924, con l'esordio in Francia a Chamonix, con nove discipline e sedici titoli assegnati (l'Italia dovrà attendere la quinta edizione del 1948 per conquistare la prima medaglia).
Da tempo gli eventi di questa portata hanno appositi inni e temi, in questo caso “Fino all'alba” di Arisa, con la colonna sonora, “Fantasia italiana”, curata dal pianista e compositore Dardust e cerimonia di apertura con Mariah Carey, Laura Pausini e Andrea Bocelli.
Entrando però più nello specifico e cercando tra le curiosità, sono molti i particolari poco noti che accomunano gli sport invernali e la musica.
Ad esempio scoprire quanto gli atleti siano influenzati dalle canzoni che utilizzano per rilassarsi o caricarsi prima di una gara.
Un aspetto inedito fino a non molti anni fa, quando la fruizione della musica era possibile solo attraverso apparecchi fissi (giradischi o radio).
L'avvento della riproduzione portatile (il walkman arriva nei primi anni Ottanta) introduce la possibilità di ascoltare musica in ogni luogo, anche quello di gara.
Il nostro discesista Dominik Paris (oro Mondiale nel 2019 e tra i più vincenti tra gli italiani in Coppa del Mondo, con 24 primi posti, dietro solo ad Alberto Tomba e a parità con Gustav Thoeni) è un grande fan di metal pesante: Amo la musica fin da bambino.
Dal rock sono passato all'heavy metal, soprattutto i Pantera, quelli da cui traggo ispirazione. La musica è un po' come lo sci: mi fa sentire meglio, mi fa sentire libero. Metto vari brani metal nel mio lettore, indosso le cuffie al mattino e non le tolgo fino a quando non arrivo alla partenza della gara. Non a caso ha fondato una band metal, i Rise Of Voltage, con cui canta e che ha all'attivo l'album “Time”.
L'americana Mikaela Schiffrin è la sciatrice più vincente nella storia della Coppa del Mondo, oltre a due ori olimpici e quindici medaglie ai Mondiali.
Suona chitarra e pianoforte e ha eccellenti doti vocali che ha spesso dimostrato sia in televisione che in video pubblici (è apparsa anche nella trasmissione “The Voice”), tra cover di Guns n Roses, Amy Winehouse, Lodovico Einaudi, duettando con la cantautrice KT Tunstall e curando varie playlist su alcune piattaforme.
Di solito mi creo una playlist per la stagione, una specifica per l'allenamento e una per la gara.
C'è sempre molta Taylor Swift. Ma a volte anche un po' di musica classica, di pianoforte, qualche brano strumentale. Praticamente qualsiasi cosa mi faccia sentire più ispirata. Ho anche una playlist auto-riflessiva ma non la ascolto quando corro, perché non voglio riflettere.
Federica Brignone, due volte vincitrice della Coppa del mondo ha gusti abbastanza eclettici: Mi piace molto il rock, i Dire Straits, Tracy Chapman, ma amo anche gli artisti italiani, come Marco Mengoni (con cui ha cantato nella scorsa edizione del Festival di Sanremo) e Laura Pausini.
Lo sci è uno sport molto tosto, ad alto rischio, in cui per andare forte devi sempre cercare il limite. Richiede qualità fisiche e tecniche, ma anche psicologiche: è molto importante la testa, la capacità di dominare l'adrenalina. Un po' come salire sul palco per esibirti dando sempre il massimo.
Beyoncé, Drake, Kendrick Lamar, Lil Wayne, Missy Elliott, Nas, Notorious B.I.G., Rihanna sono la benzina nel motore di Lindsey Vonn (la sciatrice più vincente dopo Shiffrin), gli artisti che più la motivano prima di una gara.
Uno degli sport più singolari e spesso dileggiati, che appare solo ogni quattro anni nelle Olimpiadi invernali, è il Curling, sommariamente definito come “Bocce sul ghiaccio”.
In pochi ricordano che l'Italia ha conquistato l'oro olimpico nel doppio misto a Pechino 2022 (nonostante i praticanti siano circa 400, quasi esclusivamente tra Lombardia, Piemonte e Veneto).
Può, per noi, sorprendere che ci siano parecchie canzoni dedicate a questo sport.
In realtà in Canada ci sono oltre due milioni di tesserati.
Non a caso Tournament of the hearts è dei canadesi Weakerthans e narra di un torneo con tanto di video girato tra una partita e l'altra.
Ma risale addirittura al 1.871 la prima canzone certificata dedicata a questo sport (nato 300 anni prima in Scozia) e precisamente ad opera del canadese Mr. Stevenson, The Curling Club Polka.
Ci sono anche The Curler's Song di Andrew Murdison del 1965 (con tanto di facciata B del 45 giri intitolata The Curler's Alibi) e il simpatico country The Bonspiel Song di Stew Clayton, del 1974.
Curling dei Dik Van Dykes è invece un greve garage rock, inciso nel 1987 che non regala una buona immagine dei giocatori:
Curlers are a bunch of boozers and carausers (I giocatori di Curling sono una massa di ubriaconi scellerati).
Curl di Jonathan Coulton venne incisa appositamente a supporto della squadra americana che partecipò alle Olimpiadi di Torino del 2006.
“I know for sure that Curling is my life” canta il trio spagnolo dei Lezbians in Curling Song nell'ep Everything That Happens in September del 2007.
Da menzionare anche Pat Ryan, ex campione del mondo di Curling, che si diede successivamente all'attività di cantante riscuotendo un discreto successo.
La punk band americana Arrogant Worms dedicò Curling Song alle Olimpiadi Invernali del 2010, ironizzando sulla mancanza di test anti doping e soprattutto anti alcol in questo sport.
Nel 1989 i Crime Control di Detroit realizzarono un'ennesima Curling Song a base di un roboante hard rock.
Non strettamente connesso al concetto di sport ma non si possono dimenticare i Beatles che nel marzo 1965 (dal 13 al 21) furono ospiti, all'Hotel Edelweiss, della stazione invernale di Obertauern in Austria, dove girarono alcune scene del film Help!, durante le quali sciano, vanno in slittino e giocano a curling!
Portiamo il giusto rispetto a questo sport!
L' hockey su ghiaccio ha scarso appeal in Italia pur se con un devoto seguito di tifosi e appassionati (circa 5.000 i tesserati).
La nostra nazionale, qualificata come paese ospitante alla competizione olimpica, è attualmente al ventesimo posto nel ranking mondiale e se la dovrà vedere, con scarse possibilità, con Svezia, Francia, Germania e il più abbordabile Giappone.
C'è stato un (discutibile) tentativo di fare giocare tra gli azzurri alcuni hockeysti canadesi (di gran lunga la migliore squadra nell'ambito, nazione in cui è sport nazionale con milioni di praticanti sia a livello agonistico che dilettantistico, con un posto importantissimo nella cultura popolare) con origini italiane.
Si tratta però di figure di secondo piano che non daranno sicuramente più di tanto una mano.
Ovviamente dal Canada arrivano numerose connessioni tra musica e questo sport.
Grande appassionato è Dave Mustaine dei Megadeth, tifoso degli Arizona Coyotes a cui ha dedicato un inno specifico, Crush em, inserito nell'album Risk del 1999, perché era stanco di sentire risuonare ad ogni gol un brano di Gary Glitter. Curiosa invece la storia di Double Vision dei Foreigner (inserita nell'omonimo album del 1978).
Ricorda il cantante Lou Gramm: Un sacco di gente pensa si tratti di una canzone sugli effetti della droga. In realtà quando la stavamo registrando la squadra di hockey dei New York Rangers stava giocando contro i Philadelphia Flyers e uno dei Flyers ha urtato il portiere dei Rangers, John Davidson, che ha dovuto lasciare il campo perché aveva una “doppia visione” (“ci vedeva doppio”). L'incidente ha effettivamente avuto luogo nell'aprile 1978 ma durante una partita tra i Rangers e i Buffalo Sabres.
I commentatori hanno usato più volte la frase "double vision", che poi ha ispirato la band per il titolo della canzone.
La band americana dei Ministry ha inciso nel 2008 il singolo Keys To The City per la squadra di hockey dei Chicago Blackhawks.
Il leader della band Al Jorgensen ha così spiegato il contenuto della canzone: Da quando avevo 6 anni sono sempre andato a vedere i Blackhawks. Il figlio del proprietario era testimone al mio matrimonio, indosso sempre materiale dei Blackhawks, sono un fan totale dell' hockey e tutto quello che faccio nei miei inverni è guardarmi le partite. L'hockey per me è come una miscela di scacchi, danza, e arti marziali. Non è possibile trovare uno sport migliore.
I Tragically Hip in Full Completely del 1993 dedicano 50 Mission Cap al giocatore Bill Barilko mentre ad un altro grande, Luc Robitaille, i Mando Diao riservano le odi in Welcome Back Luc Robitaille.
C'è anche una canzone per Tiger Williams, campione tra i Settanta e gli Ottanta, a cura degli Hanson Brothers con He Looked A lot Like Tiger Williams.
I Super Furry Animal citano lo sport nel brano Ice Hockey Hair ma in realtà si parla di taglio di capelli.
Stompy Tom Connors è abbastanza esplicito nella sua ballata country intitolata The Hockey Song, diventata una specie di inno per ogni appassionato.
Nel 2002, nell'album My Ride's Here il grande cantautore Warren Zevon incide Hit Somebody storia di un giocatore di hockey piuttosto scarso ma molto bravo a ferire gli avversari.
In ambito punk c'è una lunga tradizione (tutta americana e canadese) di canzoni dedicate a questo sport e numerosi musicisti fan e tifosi.
A partire dai canadesi D.O.A. che nel 2009 intitolano un loro album Kings Of Punk, Hockey and Beer e che hanno in repertorio alcune canzoni a tema, come ad esempio Overtime, Taking Care Of Business e Donnybrook.
Ai Misfits e alla loro I Wanna Be A New York Ranger replicarono gli Hextalls con I Don't Wanna Be A New York Ranger (i New York Rangers sono tra le più importanti squadre americane).
Questi ultimi rendono omaggio alla precisione di un campione come Jean Sebastien Giguere con il brano J.S Giguere Is A Robot.
Ma ci sono anche i Propagandhi con Dear Coach's Corner, i Dropkick Murphy's con Time To Go, i Vandals con Change The World With My Hockey Stick.
Grandi appassionati di hockey, spesso sugli spalti a seguire i loro beniamini, sono Michael Bublè (Vancouver Canucks) e Gord Downie dei Tragically Hip (Boston Bruins).
Neil Young ha esternato diverse preferenze, una volta per i Winnipeg Jets, un'altra per i Maple Leafs della città natale, Toronto, ma è spesso presente alle partite dei San Josè Sharks.
Il padre di Neil, Scott Alexander Young, era un giornalista sportivo, spesso ospite della trasmissione Hockey Night In Canada.
Tifoso dei Philadelphia Flyers è Trey Anastasio dei Phish, Alice Cooper simpatizza per i Detroit Red Wings, dalla città di nascita e per gli Arizona Coyotes (abita a Phoenix), Snoop Dogg per gli Anaheim Ducks, Avril Lavigne e Justin Bieber in adolescenza hanno anche giocato in squadre giovanili delle loro città.
Il pattinaggio artistico ha sempre visto gli atleti e le atlete esibirsi su basi di musica classica ma negli ultimi si è inaspettatamente aperto anche ad altre musiche come rap, elettronica o brani ancora più inconsueti, di Muse, una versione di “Wonderwall” degli Oasis rifatta da Paul Anka con una Big Band, Imagine Dragons, Beyoncé, Adele, fino a una coppia lituana che ha scelto “Welcome To The Jungle” dei Guns N' Roses.
Lo snowboard è arrivato alle Olimpiadi solo nel 1998, a Nagano, in Giappone.
Il connubio con la musica necessiterebbe un articolo (se non un libro) a sé, tante sono le connessioni dirette.
In estrema sintesi, dagli anni Ottanta questo sport subì una forte influenza dagli skaters californiani, innamorati dell'hardcore punk e dell'antagonismo socio/estetico.
Personaggi come Mike Ranquet, nel decennio successivo, portarono sulle nevi un vestiario e una colonna sonora figlia della nuova ondata grunge.
La vicinanza tra la patria del nuovo sound, Seattle, e il Monte Baker (il primo resort negli Stati Uniti ad ammettere gli snowboarder sui suoi impianti di risalita) favorì il felice abbraccio tra i due elementi, con gli atleti che arrivavano in pista con una uniforme composta da jeans, cappellini e camicie di flanella, perfettamente aderente a quella dei Nirvana o Mudhoney.
Da quel momento la musica (prevalentemente dura e veloce) è diventata una costante nell'accompagnare i video con le esibizioni degli atleti.
Addirittura l'azienda di abbigliamento per surf, skate e snowboard, Volcom, ha fondato nel 1995 l'etichetta discografica Volcom Entertainment per la quale hanno inciso gruppi punk e hard metal.
Uno dei momenti più particolari e storici nella storia delle Olimpiadi Invernali fu quando, nel 1988 nell'edizione di Calgary, in Canada, arrivò nientemeno che la nazionale Giamaicana di Bob.
Ovviamente accolta esclusivamente con curiosità e ilarità, visto che rappresentava una nazione dove la neve e il ghiaccio li hanno sempre visti solo in fotografia. Una vicenda nata dall'intuizione di George Fitch, addetto commerciale dell’ambasciata americana, che vedendo una gara di carretti notò che l'impostazione era la stessa del bob.
Nonostante l'improbabilità e le difficoltà (soprattutto nel reperimento di atleti adatti) la squadra riuscì ad arrivare alle Olimpiadi (grazie anche al sostegno di molti appassionati e visionari) oltre a diventare il soggetto per un divertentissimo film del 1993, “Cool Runners”, poi protagonisti di uno spot pubblicitario della Fiat Doblò e i soggetti di alcune canzoni, tra cui “It's Bobslet Time” scritta da Sidney Mills della reggae band degli Steel Pulse.
Lavorando con la teoria in Giamaica e la pratica in Nord America, costruiscono una squadra che ha continuato a crescere e a piazzarsi dignitosamente nelle competizioni successive, lasciando il ruolo di anomalia folcloristica e diventando una realtà con cui fare i conti anche agonisticamente. Una rappresentanza della Giamaica sarà presente anche nelle imminenti Olimpiadi italiane.
Gli esempi, più o meno curiosi o sostanziali, sono molti di più e meriterebbero ulteriori approfondimenti, anche in considerazione di un progressivo incremento delle connessioni tra sport e musica.
Partendo da qua si possono scoprire aspetti interessantissimi e divertenti.
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Rock n Sport
martedì, febbraio 03, 2026
Joyello Triolo - Rockumentary
La cura con cui Joyello Triolo scrive i suoi (ormai numerosi e sempre di prima qualità) libri è uno dei motivi per cui la loro lettura è più che soddisfacente ed essenziale.
In questo caso si cimenta con un ambito poco conosciuto e trattato, il rockumentary ovvero i film incentrati su artisti o concerti.
Ne ha scelti venti (più altre brevi 50 citazioni, rendendo il libro assolutamente esaustivo) per coprire a dovere l'ambito, con una narrazione cronologica, dovizia di particolari, date, dati, aneddoti (spesso rari e sconosciuti) e un'appendice dedicata ai Beatles.
Libro prezioso per districarsi in un contesto sempre meno praticato in tempi di internet, Youtube etc.
La lista scelta dall'autore.
1944 – VV.AA. – ADVENTURE IN MUSIC (Reginald Le Borg)
1959 – VV.AA. – JAZZ IN UN GIORNO D’ESTATE (A. Avakian / B. Stern)
1964 – VV.AA. – THE T.A.M.I. SHOW (Steve Binder)
1970 – VV.AA. – WOODSTOCK (Michael Wadleigh)
1970 – THE ROLLING STONES – GIMME SHELTER (Albert / David Maysles)
1971 – JOHN LENNON PLASTIC ONO BAND – SWEET TORONTO (D.A. Pennebaker)
1972 – PINK FLOYD LIVE AT POMPEII (Adrian Maben)
1972 – GEORGE HARRISON & FRIENDS – THE CONCERT FOR BANGLADESH (Saul Swimmer)
1973 (distribuito nel 1983) – DAVID BOWIE – ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS (D.A. Pennebaker)
1976 – LED ZEPPELIN – THE SONG REMAINS THE SAME (P. Cliffon / J. Massot)
1978 – THE BAND – L’ULTIMO VALZER (Martin Scorsese)
1980 – THE CLASH – RUDE BOY (Jack Hazan / David Mingay)
1984 – TALKING HEADS – STOP MAKING SENSE (Jonathan Demme)
1987 – PRINCE – SIGN “☮” THE TIMES (Prince)
1988 – U2 – RATTLE AND HUM (Phil Joanou)
1991 – MADONNA – A LETTO CON MADONNA (Alek Keshishian)
2009 – MICHAEL JACKSON’S: THIS IS IT (Kenny Ortega)
2017 – VASCO ROSSI – VASCO MODENA PARK (Pepsy Romanoff)
2023 – TAYLOR SWIFT – THE ERAS TOUR (Sam Wrench)
THE BEATLES: 1996 – ANTHOLOGY (B. Smeaton, G. Wonfor, K. Godley) / 2006 EIGHT DAY A WEEK (Ron Howard) / 2021 GET BACK (Peter Jackson)
In questo caso si cimenta con un ambito poco conosciuto e trattato, il rockumentary ovvero i film incentrati su artisti o concerti.
Ne ha scelti venti (più altre brevi 50 citazioni, rendendo il libro assolutamente esaustivo) per coprire a dovere l'ambito, con una narrazione cronologica, dovizia di particolari, date, dati, aneddoti (spesso rari e sconosciuti) e un'appendice dedicata ai Beatles.
Libro prezioso per districarsi in un contesto sempre meno praticato in tempi di internet, Youtube etc.
La lista scelta dall'autore.
1944 – VV.AA. – ADVENTURE IN MUSIC (Reginald Le Borg)
1959 – VV.AA. – JAZZ IN UN GIORNO D’ESTATE (A. Avakian / B. Stern)
1964 – VV.AA. – THE T.A.M.I. SHOW (Steve Binder)
1970 – VV.AA. – WOODSTOCK (Michael Wadleigh)
1970 – THE ROLLING STONES – GIMME SHELTER (Albert / David Maysles)
1971 – JOHN LENNON PLASTIC ONO BAND – SWEET TORONTO (D.A. Pennebaker)
1972 – PINK FLOYD LIVE AT POMPEII (Adrian Maben)
1972 – GEORGE HARRISON & FRIENDS – THE CONCERT FOR BANGLADESH (Saul Swimmer)
1973 (distribuito nel 1983) – DAVID BOWIE – ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS (D.A. Pennebaker)
1976 – LED ZEPPELIN – THE SONG REMAINS THE SAME (P. Cliffon / J. Massot)
1978 – THE BAND – L’ULTIMO VALZER (Martin Scorsese)
1980 – THE CLASH – RUDE BOY (Jack Hazan / David Mingay)
1984 – TALKING HEADS – STOP MAKING SENSE (Jonathan Demme)
1987 – PRINCE – SIGN “☮” THE TIMES (Prince)
1988 – U2 – RATTLE AND HUM (Phil Joanou)
1991 – MADONNA – A LETTO CON MADONNA (Alek Keshishian)
2009 – MICHAEL JACKSON’S: THIS IS IT (Kenny Ortega)
2017 – VASCO ROSSI – VASCO MODENA PARK (Pepsy Romanoff)
2023 – TAYLOR SWIFT – THE ERAS TOUR (Sam Wrench)
THE BEATLES: 1996 – ANTHOLOGY (B. Smeaton, G. Wonfor, K. Godley) / 2006 EIGHT DAY A WEEK (Ron Howard) / 2021 GET BACK (Peter Jackson)
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lunedì, febbraio 02, 2026
Il pasticcio di "Café Bleu" Special Edition degli Style Council
Previsto per il 31 gennaio l'atteso box special edition dedicato a "Café Bleu" degli STYLE COUNCIL è stato all'ultimo momento bloccato, nell'edizione fisica di 3 CD e 6 LP, dalla Universal e rinviato a metà maggio.
Presente invece (parzialmente) sulle piattaforme digitali.
Bisognerà attendere per i 91 brani (remix, BBC sessions, live, demo, versioni strumentali e alternative).
Premetto la mia ormai conclamata avversione per queste operazioni che, in tempo di internet, non aggiungono più nulla a quanto già conosciuto, se non scampoli del tutto trascurabili.
Come previsto, avendo avuto accesso precedentemente all'ascolto non ho, sinceramente, trovato particolari motivi per entusiasmarmi.
Buona parte del contenuto è già disponibile (b sides, mix, long version etc), gli inediti (talvolta davvero inutili) non vanno al di là della curiosità per gli hardcore fan.
Segnalo la cover live nel 1984 di "Hanging On To A Memory"dei Chairman Of The Board, molto tirata e dura rispetto all'originale e una velocissima (troppo) "Times Are Tight" di Jimmy Young dal vivo nel giugno 1983.
Cosa è successo?
Come specifica più chiaramente l'amico ed esperto Welleriano italiano numero UNO, Flavio Candiani/Cpt. Stax: "In pratica hanno inserito "The Whole point of no return II" (uscita un anno dopo, diversa nel testo e arrangiamento dalla prima, B side di "Walls Come Tumbling Down" pubblicato nel 1985 e facente parte dell'album successivo "Our Favourite Shop") e "You're the best thing remix" (anche questa uscita su un 12" mix, piuttosto diversa), all'interno del CD/vinile n° 2 che riproduce l'album come era uscito in vinile originariamente."
Alla fine emergono ben TRE errori.
E a quanto pare "I’ve heard through the grapevine that Weller is pretty pissed with this release."
CD2-2. "The Whole Point Of No Return" has been replaced with "The Whole Point II" (originally released in 1985 on the "Walls Come Tumbling Down" single).
CD2-10 "Album version of "You're The Best Thing" replaced with the Long Version, originally released in 1984 on the Groovin' 12").
CD3-5 "Long Hot Summer" (7" Version), replaced with the 89 7" Remix, originally released on the 1989 7" & CD Single.
Un errore clamoroso e inspiegabile che denota una notevole superficialità e una probabile mancata super visione da parte dei protagonisti.
Oltretutto copie errate sono già giunte a destinazione ad alcuni acquirenti che lo avevano ordinato su Amazon.
Presente invece (parzialmente) sulle piattaforme digitali.
Bisognerà attendere per i 91 brani (remix, BBC sessions, live, demo, versioni strumentali e alternative).
Premetto la mia ormai conclamata avversione per queste operazioni che, in tempo di internet, non aggiungono più nulla a quanto già conosciuto, se non scampoli del tutto trascurabili.
Come previsto, avendo avuto accesso precedentemente all'ascolto non ho, sinceramente, trovato particolari motivi per entusiasmarmi.
Buona parte del contenuto è già disponibile (b sides, mix, long version etc), gli inediti (talvolta davvero inutili) non vanno al di là della curiosità per gli hardcore fan.
Segnalo la cover live nel 1984 di "Hanging On To A Memory"dei Chairman Of The Board, molto tirata e dura rispetto all'originale e una velocissima (troppo) "Times Are Tight" di Jimmy Young dal vivo nel giugno 1983.
Cosa è successo?
Come specifica più chiaramente l'amico ed esperto Welleriano italiano numero UNO, Flavio Candiani/Cpt. Stax: "In pratica hanno inserito "The Whole point of no return II" (uscita un anno dopo, diversa nel testo e arrangiamento dalla prima, B side di "Walls Come Tumbling Down" pubblicato nel 1985 e facente parte dell'album successivo "Our Favourite Shop") e "You're the best thing remix" (anche questa uscita su un 12" mix, piuttosto diversa), all'interno del CD/vinile n° 2 che riproduce l'album come era uscito in vinile originariamente."
Alla fine emergono ben TRE errori.
E a quanto pare "I’ve heard through the grapevine that Weller is pretty pissed with this release."
CD2-2. "The Whole Point Of No Return" has been replaced with "The Whole Point II" (originally released in 1985 on the "Walls Come Tumbling Down" single).
CD2-10 "Album version of "You're The Best Thing" replaced with the Long Version, originally released in 1984 on the Groovin' 12").
CD3-5 "Long Hot Summer" (7" Version), replaced with the 89 7" Remix, originally released on the 1989 7" & CD Single.
Un errore clamoroso e inspiegabile che denota una notevole superficialità e una probabile mancata super visione da parte dei protagonisti.
Oltretutto copie errate sono già giunte a destinazione ad alcuni acquirenti che lo avevano ordinato su Amazon.
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domenica, febbraio 01, 2026
Digitalizzazione repertorio Not Moving / Nuove date
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Dopo l’uscita di "That’s All Folks!", La Tempesta e LaPOP Music proseguono un lavoro di recupero e valorizzazione della discografia DIGITALE dei Not Moving, finora presente online in modo parziale e impreciso.
Con cadenza quindicinale torneranno disponibili album e singoli pubblicati nel corso degli anni, con l’eventuale aggiunta di inediti.
Come ogni band che si rispetti, anche i Not Moving hanno il loro “album perduto”.
E, per non sbagliare, lo fecero subito: nel 1984, dopo aver inciso soltanto due EP/45 giri.
È un anno speciale: a febbraio aprono per i The Clash al Palasport di Milano davanti a 12.000 persone; a giugno suonano a Berlino, nel mitico Loft, con Litfiba, Pankow e Monuments; a settembre partono per un mini tour di tre date con Johnny Thunders.
Dal 28 al 30 aprile, nei neonati studi Scacco Matto di Alberto Parodi a Lavagna (Genova), la band registra il mini LP Land of Nothing: sei brani che fotografano i Not Moving in grande forma, con l’apporto decisivo del fonico Paul Jeffrey, che di fatto produsse il lavoro intervenendo su suoni e arrangiamenti.
La cover secca, punk e tirata di “Pipeline” dei The Chantays, il country hardcore di “You Had Gone Away”, il punk alla X di “Lights of Night”, il dark blues di “Land of Nothing”, la ballata “In the Batland” e il beat punk di “A Wonderful Night to Die” sono piccole gemme che però la TNT Records non pubblicherà mai.
Nonostante alcune cassette promo inviate alle riviste — recensite con entusiasmo — il disco resterà inedito.
Il mini LP verrà finalmente ristampato in vinile da Area Pirata nel 2003.
“Pipeline”, “You Had Gone Away” e “Lights of Night” vedranno la luce solo allora, mentre “Land of Nothing”, “In the Batland” e “A Wonderful Night to Die” saranno riprese in versioni diverse nell’album Sinnermen (1986).
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
Sabato 7 marzo: La Spezia "Skaletta"
Venerdì 20 marzo: Pesaro "Urbica"
Sabato 21 marzo: Como "Arci Joshua"
Venerdì 27 marzo: Milano "Biko"
Lunedì 6 aprile: Treviso "Maximum Festival"
Venerdì 15 maggio: Bologna "Eufonica /Bologna Fiere"
Sabato 20 giugno: Livorno "Surfer Joe"
A seguire le date estive
Con cadenza quindicinale torneranno disponibili album e singoli pubblicati nel corso degli anni, con l’eventuale aggiunta di inediti.
Come ogni band che si rispetti, anche i Not Moving hanno il loro “album perduto”.
E, per non sbagliare, lo fecero subito: nel 1984, dopo aver inciso soltanto due EP/45 giri.
È un anno speciale: a febbraio aprono per i The Clash al Palasport di Milano davanti a 12.000 persone; a giugno suonano a Berlino, nel mitico Loft, con Litfiba, Pankow e Monuments; a settembre partono per un mini tour di tre date con Johnny Thunders.
Dal 28 al 30 aprile, nei neonati studi Scacco Matto di Alberto Parodi a Lavagna (Genova), la band registra il mini LP Land of Nothing: sei brani che fotografano i Not Moving in grande forma, con l’apporto decisivo del fonico Paul Jeffrey, che di fatto produsse il lavoro intervenendo su suoni e arrangiamenti.
La cover secca, punk e tirata di “Pipeline” dei The Chantays, il country hardcore di “You Had Gone Away”, il punk alla X di “Lights of Night”, il dark blues di “Land of Nothing”, la ballata “In the Batland” e il beat punk di “A Wonderful Night to Die” sono piccole gemme che però la TNT Records non pubblicherà mai.
Nonostante alcune cassette promo inviate alle riviste — recensite con entusiasmo — il disco resterà inedito.
Il mini LP verrà finalmente ristampato in vinile da Area Pirata nel 2003.
“Pipeline”, “You Had Gone Away” e “Lights of Night” vedranno la luce solo allora, mentre “Land of Nothing”, “In the Batland” e “A Wonderful Night to Die” saranno riprese in versioni diverse nell’album Sinnermen (1986).
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Sabato 7 febbraio: Lonate Ceppino (VA) "Black Inside" + Ossi
Domenica 8 febbraio: Torino "Blah Blah" ORE 18
Sabato 7 marzo: La Spezia "Skaletta"
Venerdì 20 marzo: Pesaro "Urbica"
Sabato 21 marzo: Como "Arci Joshua"
Venerdì 27 marzo: Milano "Biko"
Lunedì 6 aprile: Treviso "Maximum Festival"
Venerdì 15 maggio: Bologna "Eufonica /Bologna Fiere"
Sabato 20 giugno: Livorno "Surfer Joe"
A seguire le date estive
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Not Moving
sabato, gennaio 31, 2026
Festival Beat 2026 News
Dal 24 al 28 giugno 2026 torna il Festival Beat al Parco Colonie Padane a Cremona.
I primi annunci sono più che invitanti con Mummies, Billy Childish, Allah Las e DJ come Frank Popp e Liam Watson.
Seguite l'evolversi della situazione qui: https://www.facebook.com/FestivalBeatItaly
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