Ho scritto un articolo per "Alias" inserto de "Il Manifesto" di sabato 1 agosto, prendendo spunto dal libro di Dean Orton " A life in Lambretta. The story of a Professional Mod"( https://tonyface.blogspot.com/2026/06/dean-orton-life-in-lambretta-story-of.html).
Quando, alla fine degli anni Cinquanta, i primi mod londinesi ebbero la necessità di spostarsi lungo la città da un club all’altro per ballare e ascoltare musica, si trovarono di fronte a un atroce dilemma.
Come fare, evitando di sporcare gli immacolati vestiti sartoriali che li caratterizzavano?
Le auto costavano troppo e molti di loro erano comunque ancora minorenni, i mezzi pubblici sospendevano il servizio molto prima rispetto agli orari delle loro nottate.
L’arrivo di Vespa e Lambretta in Gran Bretagna risolse felicemente il problema (pur creando fin da subito un goliardico dualismo, tuttora esistente, tra i possessori dei due scooter).
Erano innanzitutto mezzi ricchi di stile, moderni, futuristi nelle loro linee, con il pregio di avere le scocche laterali che riparavano da eventuali schizzi d’olio (frequenti nelle moto) e selciato bagnato (il clima britannico non è dei più soleggiati) oltre alla protezione anteriore per le gambe.
Unito all’uso dei parka impermeabili, che arrivavano dall’esercito americano, giungere in perfetto ordine alle serate era decisamente molto più facile. Si aggiunse pure un particolare ancora più determinante.
Uno scooter italiano, ai tempi, primi anni Sessanta, costava poco più di 200 sterline, a fronte di una paga media di 80 sterline al mese. Un esborso che si poteva affrontare senza eccessiva fatica. Anche la miscela aveva un costo molto basso (senza dimenticare che ancora non esistevano le restrizioni sull’obbligo del casco, imposte invece ai motociclisti).
Per accentuare l'aspetto identitario, i mod, come è noto, personalizzarono ancora di più i mezzi con l'aggiunta di specchietti, fanali e altri accessori.
Fattori determinanti anche per il successivo revival degli anni Ottanta che si trasformò in parte nella scena Scooterboy (di cui fecero parte, tra gli altri anche Ian Brown e Mani degli Stone Roses, spesso ritratti all'epoca a cavallo di una Lambretta), molto seguita da quelle parti, quando si trovavano scooter usati (seppur mal ridotti) a pochi spiccioli e i controlli sull'uso, dipendenti dall'età, erano molto rari. Anche in questo caso la personalizzazione dello scooter, spesso ridotto esteticamente all'osso, togliendo ogni forma di carenatura esterna, fu particolarmente importante.
In Italia la Lambretta (il cui nome, deciso alla fine del 1946, giusto ottanta anni fa, è un diminutivo del fiume Lambro, sulle cui rive sorgevano gli stabilimenti di produzione della Innocenti), divenne ben presto un mezzo di uso comune, ma trovò successo anche in stati esteri, con concessioni di produzione, dall’India e Indonesia, alla Germania, Cile, Spagna (dove uscì un modello autoctono, la Serveta).
I film, le immagini degli anni Cinquanta e Sessanta italiani sono costantemente caratterizzate dalla presenza degli scooter come principale veicolo di locomozione, robusto, non troppo veloce, economico e, in caso di guasto, facilmente riparabile e con i pezzi di ricambio di immediata reperibilità, tanto era diffuso l'uso.
Con il progressivo e veloce cambiamento delle abitudini, anche in Italia l'uso del mezzo divenne obsoleto e ad appannaggio di appassionati e collezionisti.
Non era raro, a partire dagli anni Settanta, trovarne esemplari abbandonati o mai più usati, diretti in discarica o lasciati arrugginire in qualche garage. Non era ancora l'epoca del vintage ma solo del “vecchio” e “superato” (allo stesso modo si consideravano dischi e artisti dei decenni precedenti. Beatles, Stones e affini inclusi).
La Lambretta cessa la produzione nel 1971, assurgendo successivamente a oggetto di devozione.
E' di questi giorni l’uscita di un pregevole libro di Dean Orton, mod inglese da tempo trapiantato in Italia, che ha fatto della Lambretta un vero e proprio culto (come migliaia di altri appassionati). A Life in Lambretta (Speedball Publishing) narra di una passione poi trasformata in lavoro (come rivenditore e restauratore), attraverso, spesso spassosissime, avventure in giro per l’Europa, in negozi oscuri e polverosi, per rintracciare pezzi originali o mezzi coperti di ruggine, abbandonati in qualche cortile, da riportare in vita.
Un passaggio è illuminante sullo spessore filosofico della dedizione:
L'amore per lo scooter abbatte tutte le barriere e apre le porte in un modo che poche altre passioni sono in grado di fare. Intendo le differenze nel colore della pelle, del credo, razza, religione o origini. Puoi trovarti nella più remota parte del mondo, lontanissimo da dove vivi ma se ti avvicini a qualcuno con una maglietta o una spilla della Lambretta, è molto probabile che nel giro di un'ora ti troverai a casa sua con un letto per la notte, sarete diventati immediatamente buoni amici e vi sentirete parte di una “famiglia”. Non avrai mai questo tipo di vantaggi se guidi una Harley!
Nel nostro paese il mezzo assurge a elemento “pop” anche attraverso le pubblicità che coinvolsero cantanti particolarmente famosi.
Il Quartetto Cetra compose appositamente, nel 1962, l’irresistibile Lambret Twist (il nuovo ritmo che fa strabiliar / un cocktail fatto di genialità di dinamismo, di eleganza , di potenza / tutto quello che può darti la felicità).
Giorgio Gaber nel 1960 incise uno dei suoi brani più iconici e di successo, La Ballata del Cerutti, in cui descrive una malaugurata “impresa” del Cerutti Gino che ruba una Lambretta per essere poi immediatamente catturato dalla polizia e spedito in carcere, guadagnandosi però così la fama di duro.
Una sera in una strada scura / occhio c'è una Lambretta / fingendo di non aver paura / il Cerutti monta in fretta.
Il brano ebbe tale riscontro che la stessa Innocenti realizzò un breve spot video, La ballata del Cerutti che aveva rubato una Lambretta, con il cantante protagonista.
Anche Gigliola Cinquetti mise voce e volto per lo scooter in Prima o poi telefonerai.
Insuperabile anche lo slogan che lanciò Totò, in sella a una Lambretta ...a prescindere, in Lambretta conoscerete la gioia di vivere e viaggiare.
Indimenticabile la stupenda Raffaella Carrà che prestò la sua immagine, molto casta, prima alla Vespa e poi, nel 1970, anche alla Lambretta, con tanto di calendario. Allo stesso modo di Adriano Celentano, testimonial nel 1960.
Perfino Speedy Gonzales, che di velocità se ne intendeva, si scomodò nel 1965 per un Carosello dello scooter.
Se allarghiamo il campo di guidatori di Lambretta troviamo fior di attrici e modelle in sella allo scooter, sia per passione che per foto pubblicitarie, da Paul Newman, James Dean, Richard Burton a Claudia Schiffer, Jean Shrimpton, Cameron Diaz oltre a Rock Hudson e Gina Lollobrigida a scorrazzare con lo scooter nel film Torna a settembre del 1961.
Ovviamente l’immaginario Mod ha abbondantemente citato il mezzo, sia a livello fotografico (non si contano le immagini su dischi e foto promozionali di artisti in sella o a fianco del mezzo), sia “impossessandosi” del nome.
Valga su tutti l’esempio degli inglesi Lambrettas, usciti nel 1979 con un più che ottimo album mod beat come Beat Boys in The Jet Age, per poi ripiegare successivamente verso un sound più elaborato.
Non avevano alcuna relazione con anni Sessanta e dintorni, gli svedesi Lambretta, attivi negli anni Novanta. Era un riferimento diretto invece quello degli Innocenti, band indonesiana (dove c’è una fortissima e numerosissima scena mod e scooteristica), autrice di una serie di ottimi dischi a base di beat, soul, rhythm and blues e dei genovesi SX225, poi The Five Faces.
Gli Statuto di Vespe e Lambrette se ne intendono, tanto da comparire spesso nelle foto promozionali e dei loro album (in particolare Il Migliore dei Mondi Possibili del 2002).
La Lambretta viene citata nel loro brano Sole, mare del 2006 dove cantano Che bell'agosto, prendo la Lambretta. Metto su lo zaino, sono pronto per viaggiare Invece non ho più la Vespa. Sarà un viaggio sfortunato però: Pochi soldi in tasca, mi bastavano però. La Lambretta, ho chiuso a Piacenza Mi son speso tutto per poterla rispedire.
Paul Weller è sempre stato un raffinato amante dello scooter. Lo guida all’inizio del video del 1984 degli Style Council, Solid Bond In Your Heart. Pare che quella scena sia stata girata ripetutamente, fino a quando Weller, esausto, lasciò cadere malamente lo scooter, come si vede nelle riprese. Tra le sue dichiarazioni vale la pena di ricordare: Non importa che si sia Mod o meno.
Gli scooter hanno un look elegante e pulito. È qualcosa che continua, qualcosa che non si fermerà mai. Gli scooter sono eterni!
Nel 1991 acquistò una Lambretta SX200 del 1968 (che compare anche nelle foto all'interno dell'album Wild Wood mentre trasporta due membri della band e successivamente nel video di Friday Street del 1997 con tanto di scritta Woking, sua città natale, dove l'acquistò nel The Scooter Shop, sul piccolo parabrezza).
Weller, di cui esistono numerose altre foto in sella al mezzo, dichiarò che non l'avrebbe mai venduta ma nel 2002 decise di rinunciare al proposito, mettendola all'asta a favore del Teenage Cancer Trust, con tanto di suo autografo sulla carrozzeria.
Ad acquistarla per qualche decina di migliaia di sterline un suo fan.
Non dimentichiamo l'interno del disco All Mod Cons (1978) della sua prima band, i Jam, in cui è disegnato uno schema tecnico di una Lambretta, primo omaggio alla sua passione.
Il suo compare negli Style Council, Mick Talbot, arrivava dai Merton Parkas, band di spicco del cosiddetto “mod revival” del 1979, con i quali apparve in numerose foto promozionali con gli scooter di loro proprietà.
Anche Anche i Moody Blues, che avevano vissuto gli anni Sessanta, a fianco della scena beat e mod, citano il mezzo e quel periodo nel video di Your Wildest Dreams del 1986 in un flashback di quelle atmosfere.
Espliciti i Fine Young Cannibals (con membri che arrivavano dalle band ska dei The Beat e Akrylykz) in Good Thing, del 1989 dove celebrano la scena scooterboy con ampio sfoggio di Vespe e Lambrette.
Lo scooter appare anche in video di New Radicals, Black Eyed Pea, perfino Janet Jackson e anche in quello, appena uscito, vero e proprio inno al mezzo, Lambretta Boogaloo degli inglesi Big Boss Man.
I due litigiosi pilastri del Britpop, Oasis e Blur, hanno perlomeno condiviso la passione per il veicolo. Damon Albarn e Liam Gallagher sono stati spesso fotografati in sella a una Lambretta, il secondo, in particolare, fin da giovane, prima del grande successo. Proprio con Liam nasce un piccolo “giallo”.
Ha dichiarato che la prima cosa che ha acquistato con i diritti del primo disco degli Oasis è stata una Lambretta.
Mi ricordo che quando mi arrivò il primo assegno dei diritti dei dischi d'esordio mi comprai immediatamente una Lambretta del 1954, che poi ho inserito nella confezione di “Definitely Maybe” e che continuo a possedere. Subito dopo acquistai una casa per mia mamma che però la rifiutò. Voleva solo un cancello nuovo per dove ha sempre vissuto. E così ho dovuto rivenderla.
Erroneamente si è sempre pensato che quella raffigurata sulla copertina dell'album degli Oasis, Be Here Now, del 1997, insieme a una Rolls Royce in una piscina, fosse una Lambretta.
In realtà si tratta di un altro scooter di Liam ma di marchio tedesco ovvero uno Zundapp Bella del 1957, molto simile al mezzo italiano.
La Lambretta di cui parla è effettivamente nel booklet interno al loro album d'esordio.
Quando nel 2009 Gallagher lanciò la sua linea di vestiario “Pretty Green”, le foto in stile mod con Vespa e Lambretta si sprecarono.
Un grande appassionato di scooter era Bo Diddley, tra i veri e propri inventori del rock 'n'roll, tanto da apparire spesso in sella a una specie di Lambretta in alcune copertine dei suoi dischi.
In realtà si tratta di un Cushman americano del 1957, molto più squadrato e rozzo, rispetto al modello italiano, di cui è palese abbia cercato di imitare le caratteristiche estetiche.
Inutile dire che fu il film del 1979, Quadrophenia, trasposizione cinematografica dell’omonimo album degli Who di sei anni prima, a sublimare la Lambretta nell’immaginario collettivo.
Il protagonista Jimmy Cooper (impersonato da Phil Daniels) vive una serie di avventure all’interno della scena mod del 1965 a cavallo della sua amatissima, accessoriata e curatissima Lambretta LI150, che finirà malamente in un incidente stradale contro un furgone, esacerbando ancora di più la crisi personale del giovane.
Lo scooter, alla fine delle riprese, fu lasciato a Portsmouth, dove venne ritrovato anni dopo, in un giardino, da un appassionato del film che riconobbe la targa KRU 251.
Acquistò la Lambretta con tutti i suoi accessori dall'allora proprietario, Paul Marsh.
L’anonimo acquirente possedeva un negozio di scooter, lo restaurò, completando il lavoro nel 1995. Ebbe la copertina della rivista Scooter International ed è apparso in fiere ed eventi promozionali.
Nel 1997, quando la pellicola Quadrophenia fu ripubblicata, lo scooter si riunì con Phil Daniels e il cast originale del film, alla premiere.
Nello stesso anno, è stato utilizzato nelle riprese del concerto The Who’s Quadrophenia a Londra.
Il mezzo ha mantenuto le stesse specifiche che aveva nel 1979, compreso il sistema di scarico sportivo Ken Cobbing, anche se diverse parti come la batteria e il carburatore sono state sostituite. E’ stato poi venduto ad un’asta nel 2008 per 35.000 sterline.
Gli stessi Who hanno continuato a rilanciare la loro iniziale immagine mod, con foto e rimandi iconografici a quell’epoca dei primi anni Sessanta.
Un ulteriore particolare mai sufficientemente sottolineato e ricordato è che la Lambretta ha vissuto anche un'imprevedibile ma brillante carriera sportiva nelle corse motociclistiche, a cui partecipò spesso al fine di spingere l'immagine di robustezza, affidabilità e (relativa) velocità.
La Innocenti istituì un reparto corse che trasformò il mezzo in veri e propri bolidi, implementando anche il settore degli accessori, molto ambiti tra gli appassionati che volevano potenziare il loro scooter. Inutile dire che la Piaggio rispose allo stesso modo con la sua Vespa, alimentando la rivalità tra le due “sorelle”.
Corse come la massacrante Milano-Taranto furono testimoni di acerrimi confronti ma la Lambretta si distinse anche nelle mitiche gare all'Isola di Man, nello Scooter Week, portando a casa vittorie trofei. Peraltro la Lambretta Siluro detiene un record di velocità, ancora imbattuto per la classe 125. L'8 agosto 1951, con il pilota Romolo Ferri alla guida, raggiunse sull'autostrada Monaco- Ingoldstadt i 201 km all'ora, strappandolo nientemeno che alla Vespa Siluro!
Un veicolo diventato un culto per pochi appassionati, a cui, talvolta, hanno dedicato la vita o ogni pezzo di tempo libero ma anche uno splendido tassello di cultura pop, che ha saputo resistere al trascorrere del tempo, rimanendo tremendamente stiloso, elegante, affascinante, modernista.
E ve lo dice un accanito e fedele Vespista!
lunedì, agosto 03, 2026
Fenomenologia della Lambretta
Etichette:
Mod Heroes
venerdì, luglio 31, 2026
Luglio 2026. Il meglio.
Siamo oltre la metà del 2026.
La lista di ottimi dischi si allunga: Paul McCartney, Rolling Stones, Kneecapp, Aja Monet, Black Crowes, Jack White, Fantastic Negrito, Little Barrie, Brian Jackson, Anthony Joseph, My New Band Believe, The Delines, Tiwayo, Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs, Courtney Barnett, Paul Weller, The Darts, Thee Marloes, The Strokes.
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Peawees, Bologna Violenta, Bloody Riot, Chicco Allotta, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce, Osaka Flu, Africa Unite.
THE ROLLING STONES - Foreign Tongues
Ogni nuovo album, canzone, suono che arriva da NOSTRI grandi amori sono un dono.
Di cui, per ovvie ragioni semplicemente anagrafiche e biologiche, a breve non ne potremo più godere.
Prendiamo dunque come tale anche il nuovo album degli STONES, il 25° in studio, ancora una volta vitale, ricco di prestigiosi ospiti (sinceramente abbastanza ininfluenti, da Robert Smith a Paul McCartney, ottimo invece Steve Winwood alle tastiere), della possente produzione di Andrew Watt, di una sfilza impressionante di tecnici del suono e collaboratori di studio.
Il disco è bello, fresco, Stones al 100% (e che altro ci si aspettava?), con le chitarre in grande risalto, la voce di Jagger sempre ad altissimo livello, spazia tra torridi rock 'n' roll, un omaggio al falsetto di "Emotional rescue" ("Jealous Lover"), country ("Ringing Hollow"), l'ultima session con Charlie Watts (e si sente...) nel potentissimo, quasi punk, "Hit Me in the Head", il brano "più Stones" del lotto, la cover di "You Know I'm No Good" di Amy Winehouse (sinceramente trascurabile), il malinconico, al limite dello struggente, Keith Richards che canta "Some Of Us" (con l'Hammod di Benmont Tench della band di Tom Petty in grande evidenza).
Inutile la melensa "Covered In You" (a cui partecipa anche Macca).
Si chiude da dove si è partiti un po' di tempo fa: la cover di "Beautiful Delilah" di Chuck Berry (ripresa anche dai Kinks) in chiave blues, cantata da Keith.
Mi preme sottolineare, ancora una volta l'enorme lavoro di rifinitura di Ron Wood e l'apporto totale di Andrew Watt come musicista in buona parte dell'album (chitarre, voci, tastiere, percussioni).
PS: a me piace anche l' "Orrenda" copertina.
Grazie, ragazzi, per questo nuovo regalo.
JACK WHITE - Frozen Charlotte
Difficile che Jack White deluda o lasci perplessi.
A patto che si conosca bene il soggetto e lo si apprezzi a prescindere.
Il settimo lavoro solista (se ci mettiamo anche White Stripes, Raconteurs e Dead Weather il numero sale vertiginosamente) ci propone il consueto acido, aspro, sporco mix di blues, rock, Led Zeppelin, Hendrix, funk, punk, con riff scarni e crudi, ossessivi, ipnotici.
Canzoni brevi (tutte intorno ai 3 minuti, anche meno), secche, immediate ma allo stesso elaborate, piene di improvvisi stacchi ritmici e dal suo inimitabile stile chitarristico e vocale.
"Frozen Charlotte" prosegue un cammino di costante altissima qualità e travolgente impeto sonoro.
Avercene di Jack White.
FANTASTIC NEGRITO - Alive!
I concerti del funk rocker americano sono sempre uno spettacolo di "musica totale", in cui confluiscono fusion, blues, rock, punk, jazz, latin, gospel, James Brown, Prince, Led Zeppelin, Santana, Robert Johnson, Sly and the Family Stone.
Il suo primo Live lo documenta alla perfezione, dando spazio particolare all'aspetto più (hard)rock che a quello "black". Notevole (con anche un ottimo inedito) e come ci tiene a sottolineare: Queste registrazioni non sono perfette. Sono umane. In un mondo che si sta dirigendo verso l’artificialità in ogni sua forma, volevo creare qualcosa di innegabilmente vivo.
DATURA4 - High On the Low Brow
Sesto album per la splendida creatura di Dom Mariani, una favolosa cavalcata all'interno dello scibile rock anni Sessanta/Settanta, spaziando da solidi rock blues ai Deep Purple dei primi anni 70 ("Another Fool's Gate"), folate proto prog psichedelico, freakbeat, deep blues, Faces/Humble Pie, perfino Motorhead ("On The Rebound" è una "Ace Of Spades" garage) o Jack White.
Album di alto livello e godibilissimo.
Non dirà nulla di nuovo ma ce ne importa qualcosa?
THE STROKES - Reality Awakes
Ho accolto con molte perplessità i primi ascolti del settimo album della band NewYorkese.
Ma l'album è poi progressivamente "cresciuto" e si rivela un ottimo lavoro, con alcuni brani "irresistibili" ("Going to Babble On", "Going Shopping", il funk di "Fruits of Conquest") e il resto comunque sempre di ottimo livello.
Un disco che funziona sia a livello compositivo che nel generale mood decadente/scanzonato (incluso l'autotune sulla voce di Julian Casablancas).
YARD ACT - You're Gonna need a Little Music
La band di Leeds cresce di album in album.
Il terzo lavoro sposta ancora di più la dimensione originaria post-punk verso altri lidi, attingendo anche da Beck, Arctic Monkeys, XTC, un po' di Britpop sparso e tanto altro.
Forse alla fine si perde un po' di personalità ma il disco è buono e alla fine convince.
LENNY KAYE - Goin' Local
Alla soglia degli 80 anni Lenny Kaye all'esordio nella carriera solista.
"Goin' local" ha poco del curatore di "Nuggets", con cui in tanti siamo cresciuti e non molto nemmeno del Patti Smith Group, di cui è stato sempre l'anima sonora (talvolta anche compositiva). I brani si muovono tra ballate "americane" dolenti, Lou Reed, Bob Dylan e dintorni.
La title track è bella tirata ed energica, con un ottimo groove Stones, il resto dell'album discreto.
THE JUKEEZ - Greatets Beats
Il trio canadese alle prese con un terzo album esplosivo in cui mischia alla perfezione il più classico garage punk con frustate tra Fuzztones, Lime Spiders e Ramones.
Suoni potenti, grandi canzoni, una cover in francese di "Mongoloid" dei Devo, perfetti!
AA.VV. - Le Beat Bespoke Volume 11 – Tailor Made Cuts – Compiled By Rob Bailey
L'undicesimo capitolo della fortunata compilation curata da Rob Bailey.
Le note attribuiscono le canzoni all'ambito "mod" ma è più corretto parlare del cosiddetto freakbeat, vicino alla psichedelia più ruvida tardo Sixties di origine americana (i gruppi sono tutti di provenienza statunitense tra il 65 e il 69), vicina alle atmosfere di "Nuggets".
I brani sono rari, le band oscurissime, l'ascolto è comunque interessante e molto gradevole.
BLOODY RIOT – Rivoltiamo
A quaranta anni dal seminale esordio, uno dei pilastri dell’hardcore punk italiano, torna la band romana, con un album devastante. Hardcore evoluto, spietato, travolgente. Suoni stupendi, attitudine immutata, canzoni efficaci e ricche di variazioni ritmiche, soluzioni armoniche e compositive. Sono passati tanti anni ma non sono cambiate, purtroppo, le motivazioni contro cui si scagliava la scena punk/hardcore del tempo. Ritornano oggi come allora: repressione del dissenso, abuso di potere, manipolazione dell’informazione, devastazione ambientale, la tossicodipendenza e l’alienazione sociale. I testi sono lucidi, duri e non fanno sconti. Album super!
SALIN - Rammana
Lei (Cheewapansri il cognome) è una (fenomenale) batterista thailandese che mischia influenze indocinesi con afro beat, funk, soul, fusion, jazz.
Il nuovo album "Rammana" contiene suoni, suggestioni, atmosfere di estrema eleganza, insolite (per noi occidentali) ma ricchissime di nuovi groove.
SPONTANEUS MUSIC LIVE - SML
Album complesso, cerebrale e (apparentemente) "difficile".
Due lunghe suite, improvvisate su loop ritmici ipnotici, con variazioni e sperimentazione, tra spiritual jazz, funk e il Miles di "On The Corner" con le sue contaminazioni afrofunk. Gli SPONTANEUS MUSIC LIVE sono Anna Butterss, Jeremiah Chiu, Josh Johnson, Booker Stardrum e Gregory Uhlmann.
Album molto intrigante.
THE BELMARKS - Hand Me the Keys
Formati da membri della scena di Detroit (Articles, Beggars, Roots Vibrations, Sights, Solid Eights, Tellways) ci deliziano con un ep di puro e semplice rocksteady/ska con quattro brani praticamente perfetti.
https://thebelmarks.bandcamp.com/album/hand-me-the-keys
TAXI GIRLS - Static
Molto piacevole l'esordio del trio canadese, tra punk rock, un po' di grintoso beat stile prime Go Go's e poi Pandoras, Runaways, The Donnas, la grinta delle L7. Un ascolto davvero rinfrescante.
THE AGGROLITES - Super Atomic
Il "dirty reggae" della band maericana, intriso di soul e altre benefiche influenze, ci regala un ottimo album, nel loro classico stile. Poche le novità ma non sono richieste, quando si mantiene fede a uno stile impeccabile e pieno di ottime canzoni.
SUKI WATERHOUSE - Loveland
Pop di grande classe e raffinatezza, virato talvolta verso il soul e un gusto che riporta agli inglesi Primitives e agli svedesi Cardigans. Niente di imperdibile ma ci sono almeno tre/quattro brani di grande qualità.
SIR PETROL - Evil Design
Esordio affascinante, intrigante e avvolgente per Rebecca Magri, con un album dalle mille sfaccettature sonore. Si passa da volute psichedeliche a elettronica, tribalismi, trip hop, intermezzi quasi punk rock (Swallow and destroy), scarne e aspre note blues (Sonny Boy). Il tutto costruito con grande sapienza compositiva ma soprattutto produttiva, nella scelta dei suoni, nell'uso della strumentazione (Rebecca è polistrumentista) che accende di colori inconsueti ogni brano. Un lavoro di altissima qualità.
GIORGIA FARAONE - Primo tempo
La cantautrice salentina all'esordio con un ep di sei brani, raffinatissimo, elegante, dalle atmosfere soffuse e avvolgenti, in cui si sposano elettronica, nu soul, carezze jazz (Meno problemi), groove hip hop/funk (Cento felpe) e reggae (Fuoco). Canzoni di grande maturità stilistica e compositiva, voce pulita e suadente. Un lavoro eccellente.
DON ANTONIO - Dopo Tutto
Il quinto album del musicista romagnolo ne coglie appieno la maturità artistica, stilistica e compositiva. Antonio Gramentieri, alias Don Antonio, ha collaborato negli anni con grandi artisti italiani come Nada e Vinicio Capossela, e internazionali (Alejandro Escovedo, Dan Stuart, Hugo Race), calcando centinaia di palchi tra Europa, Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Europa, Scandinavia e Balcani.
In Dopo Tutto accarezza le corde della chitarra, sussurra in ballate ammantate di blues, alt folk, country (nel consolidato stile di Jeff Tweedy o Calexico), abbracciando spesso e volentieri la migliore tradizione della canzone d'autore italiana (da De Andrè a De Gregori, passando per Fossati e il primo Bennato).
Tanta sostanza e poesia, arrangiamenti raffinatissimi, classe ed eleganza.
MARCO BENEVENTO – Glera
Il pianista italo americano ci delizia con un album ricchissimo di influenze, groove e spunti sonori di altissima qualità. La gamma ispirativa poggia le fondamenta sul jazz, in alcune delle sue più ampie variabili e contaminazioni: dal funk (Catoni), al soul, ai chiari riferimenti alle colonne sonore poliziesche anni 70 ((Sprezzatura), lounge, alla sexy Mina dei 70 (Quattro Passi con la voce sensuale di Chiara Civello), allo psych pop. Album gustosissimo, suonato a livelli di pura eccellenza, con un superbo livello compositivo.
ALESSANDRO FERRETTI – Basta Walter!
Brillante esordio per il cantautore bolognese, cresciuto artisticamente con Paul McCartney e Brian Wilson in costante sottofondo. E si sente. Anche se le influenze si trasformano in una elegante e ricercata forma di Britpop che guarda alla vena compositiva di Noel Gallagher, non disdegna i primi Blur e prende vie molto personali, che portano talvolta alla scrittura del Maurizio Vandelli con l' Equipe 84 dei tardi anni Sessanta. Molto interessante, ben prodotto, con i suoni giusti. Da tenere d'occhio.
THE BARIGOZZI GROUP - Woman's Colours
Preziosa ristampa di un "disco perduto" negli anni 70 della musica library, per insonorizzazioni e colonne sonore. Il flautista Giancarlo Barigozzi, insieme al chitarrista Sergio Farina e il pianista Oscar Rocchi, alle prese con deliziose sonorità tra funk e quello che poi verrà adorato nella scena acid jazz. Ogni brano (strumentale) richiama, con grazia, parti del corpo femminile, Violet Lips, Yellow Fingers, Blue Hair. Un gioiello di groove ancora fresco e attualissimo.
ScrimShanKers aka SSK THE BAND – s/t
La band pavese ha una lunga storia che risale ai primi anni Ottanta, quando orbitava nel giro garage/beat/psichedelico nostrano come Scrimshankers. Dopo anni di pausa, sono tornati con una formazione quasi fedele alle origini, pubblicando quattro nuovi brani, ora raccolti su supporto fisico. Cambia anche il nome e il sound si adatta alla maturità artistica raggiunta. Le radici sono le stesse: rock, blues, psichedelia. Si perde volutamente l’ardore dei tempi, virando verso atmosfere più introspettive, che guardano a Neil Young, Wilco, Giant Sand con alcune inflessioni armoniche che ricordano il Bowie dei primi anni Settanta. Il tutto ben fatto, curato e intrigante.
KLAXON – 100Celle City Rockers
Preziosa ristampa in vinile di un gioiello degli anni 90 punk italiani, a cura di HellNation, nel trentennale della pubblicazione. 100Celle City Rockers conserva la freschezza, l’energia e la rabbia dei tempi, tra punk rock, suggestioni Clash, un impatto poderoso, grazie anche a testi di primissima qualità. Per chi non avesse ascoltato la versione originale, un’eccellente occasione per mettere le mani su un lavoro essenziale per gli amanti dell’ambito.
LIBRI
Alessio Cacciatore / Giorgio Di Berardino - Boys in the band. Dal post-brit pop all'alternative rock
Già autori dei seminali "Britannica" e "Oasis. La rivoluzione del rock inglese", oltre ad altre pubblicazioni, Cacciatore e Di Berardino, tornano con un libro molto interessante, dedicato al post Brit Rock, dal 1998 al 2008, fase mai troppo analizzata.
In questo caso sviscerata in ogni sua componente, dai "grandi nomi" (Radiohead, Coldplay, Strokes) alla seconda fascia (Interpol, Franz Ferdinand, Yeah Yeah Yeahs) fino a un'infinità di nomi "minori" (che arrivarono spesso al vertice delle classifiche con album eccellenti), da Kaiser Chiefs a Doves, Travis, Belle & Sebastian, Libertines, Babyshambles, Coral, Little Barrie, Bloc Party e decine di altri.
In aggiunta centinaia di piccole realtà, analizzate e indicizzate.
Un lavoro certosino e completo che, per chi ha vissuto in tempo reale il periodo, consente di riscoprire nomi dimenticati o archiviati frettolosamente (da I Am Kloot a The Fratellis o The Enemy).
Su tutti il capolavoro dei Last Shadow Puppets The Age of the Understatement del 2008 che ancora riluce!
Luca Garrò - Johnny Cash. L'Uomo in Nero
L'Uomo in Nero, devoto al Signore e allo stesso tempo immerso in un vortice di autodistruzione che lo portò ripetutamente sull'orlo della morte, amato dalle comunità religiose, dal mondo country ma anche da quello rock, da quello conservatore a quello dell'America radicale e contestatrice, un vero patriota ma che non esitava a metterne in luce le contraddizioni e le mancanze del suo paese.
Johnny Cash ha vissuto mille vite, è morto e rinato più volte, è sempre stato indefinibile e inclassificabile, lasciando capolavori sonori unici ed esclusivi.
Il libro di Garrò ne ripercorre dettagliatamente la vita, artistica e personale (inscindibili), con molta cura e varie citazioni dalla sua autobiografia.
Un testo esaustivo e ben fatto.
Antonio Bacciocchi/ Luca Frazzi - 45 years of music Graham Day
Il 16 settembre 2021 uscì il terzo titolo della mia mini casa editrice Cometa Rossa, dedicato alla carriera di Graham Day, scritto in coppia con Luca Frazzi, "40 anni di musica targata Graham Day".
Due fan hanno deciso di farne un'edizione - particolarmente lussuosa con copertina rigida e carta patinata - in lingua inglese, traducendo l'opera originale, con l'aggiunta di alcune foto (molte delle quali a colori, contrariamente all'edizione italiana in cui erano solo in bianco e nero), il titolo aggiornato e ulteriori dettagli.
Il libro è finalmente disponibile (in 300 copie).
Sono particolarmente onorato perché è il primo dei tanti libri che ho scritto che viene tradotto all'estero.
Per informazioni: tkbuch@t-online.de
Stefano Alghisi - Ormond Bar. Le sirene di Joyce
Il disegnatore/fumettista Stefano Alghisi rivisita (parzialmente e personalmente, con opportune modifiche e ammodernamenti) l'episodio "Le sirene " da "L'Ulisse" di Joyce.
Lo fa con un taglio "punk", fa suonare e cantare Tom Waits e il suo storico collaboratore Chuck E. Weiss (quello immortalato da Rickie Lee Jones in "Chuck E.'s In Love"), ci porta nel vizioso Ormond Bar nell'America del dopoguerra, trasposizione dell'Ormond Hotel della Dublino del 1904 di Joyce. Un albo in bianco e nero dalle costanti tinte blu(es).
Sinuoso e affascinante.
Giuseppe Defelici - Anno 1975. Un'estate a Londra
Defelici racconta, brevemente, di un'estate del 1975 al cospetto dei Pink Floyd a Knebworth (con anche Steve Miller Band e Captain Beefheart), il tutto intriso delle tipiche avventure di giovanissimi ragazzi piombati nelle magiche, quanto aspre, per certi aspetti, atmosfere londinesi.
Il tutto corredato da una lunga serie di immagini elaborate con l'IA da Michela Piazza.
l libro è in vendita a Piacenza, nelle librerie Romagnosi e Postumia, nell’edicola di Viale Dante, di fianco alla nuova Biblioteca comunale, nel Petit Cafè di via Mischi, nel negozio Alphaville, nella libreria “Forme” nel Castello di Rivalta.
Sex Pistols. La rivoluzione punk
Uno speciale di CLASSIC ROCK dedicato, attraverso 114 pagine e decine di foto (alcune delle quali raramente utilizzate), dedicato ai SEX PISTOLS, a 50 anni dalla loro esplosione e successiva breve vita (due anni, due mesi e otto giorni).
Ce ne siano occupati io, Renato Massacesi, Renzo Stefanel, Giandomenico Curi.
Ci sono la storia, il post Pistols, le reunion, i libri, le band che ne furono influenzate, l'intricata discografia, l'annosa questione "ma sapevano suonare?", Sid e Nancy, gli articoli italiani dei tempi e tanto altro.
In edicola a 12.90 euro.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".
APPUNTAMENTI
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Venerdì 31 luglio: GoDown Festival Cervia “Planet Rock”
Sabato 05 settembre: Prato "Santa valvola" Festival
Domenica 06 settemnbre: Piacenza Festival "Tendenze"
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Peawees, Bologna Violenta, Bloody Riot, Chicco Allotta, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce, Osaka Flu, Africa Unite.
THE ROLLING STONES - Foreign Tongues
Ogni nuovo album, canzone, suono che arriva da NOSTRI grandi amori sono un dono.
Di cui, per ovvie ragioni semplicemente anagrafiche e biologiche, a breve non ne potremo più godere.
Prendiamo dunque come tale anche il nuovo album degli STONES, il 25° in studio, ancora una volta vitale, ricco di prestigiosi ospiti (sinceramente abbastanza ininfluenti, da Robert Smith a Paul McCartney, ottimo invece Steve Winwood alle tastiere), della possente produzione di Andrew Watt, di una sfilza impressionante di tecnici del suono e collaboratori di studio.
Il disco è bello, fresco, Stones al 100% (e che altro ci si aspettava?), con le chitarre in grande risalto, la voce di Jagger sempre ad altissimo livello, spazia tra torridi rock 'n' roll, un omaggio al falsetto di "Emotional rescue" ("Jealous Lover"), country ("Ringing Hollow"), l'ultima session con Charlie Watts (e si sente...) nel potentissimo, quasi punk, "Hit Me in the Head", il brano "più Stones" del lotto, la cover di "You Know I'm No Good" di Amy Winehouse (sinceramente trascurabile), il malinconico, al limite dello struggente, Keith Richards che canta "Some Of Us" (con l'Hammod di Benmont Tench della band di Tom Petty in grande evidenza).
Inutile la melensa "Covered In You" (a cui partecipa anche Macca).
Si chiude da dove si è partiti un po' di tempo fa: la cover di "Beautiful Delilah" di Chuck Berry (ripresa anche dai Kinks) in chiave blues, cantata da Keith.
Mi preme sottolineare, ancora una volta l'enorme lavoro di rifinitura di Ron Wood e l'apporto totale di Andrew Watt come musicista in buona parte dell'album (chitarre, voci, tastiere, percussioni).
PS: a me piace anche l' "Orrenda" copertina.
Grazie, ragazzi, per questo nuovo regalo.
JACK WHITE - Frozen Charlotte
Difficile che Jack White deluda o lasci perplessi.
A patto che si conosca bene il soggetto e lo si apprezzi a prescindere.
Il settimo lavoro solista (se ci mettiamo anche White Stripes, Raconteurs e Dead Weather il numero sale vertiginosamente) ci propone il consueto acido, aspro, sporco mix di blues, rock, Led Zeppelin, Hendrix, funk, punk, con riff scarni e crudi, ossessivi, ipnotici.
Canzoni brevi (tutte intorno ai 3 minuti, anche meno), secche, immediate ma allo stesso elaborate, piene di improvvisi stacchi ritmici e dal suo inimitabile stile chitarristico e vocale.
"Frozen Charlotte" prosegue un cammino di costante altissima qualità e travolgente impeto sonoro.
Avercene di Jack White.
FANTASTIC NEGRITO - Alive!
I concerti del funk rocker americano sono sempre uno spettacolo di "musica totale", in cui confluiscono fusion, blues, rock, punk, jazz, latin, gospel, James Brown, Prince, Led Zeppelin, Santana, Robert Johnson, Sly and the Family Stone.
Il suo primo Live lo documenta alla perfezione, dando spazio particolare all'aspetto più (hard)rock che a quello "black". Notevole (con anche un ottimo inedito) e come ci tiene a sottolineare: Queste registrazioni non sono perfette. Sono umane. In un mondo che si sta dirigendo verso l’artificialità in ogni sua forma, volevo creare qualcosa di innegabilmente vivo.
DATURA4 - High On the Low Brow
Sesto album per la splendida creatura di Dom Mariani, una favolosa cavalcata all'interno dello scibile rock anni Sessanta/Settanta, spaziando da solidi rock blues ai Deep Purple dei primi anni 70 ("Another Fool's Gate"), folate proto prog psichedelico, freakbeat, deep blues, Faces/Humble Pie, perfino Motorhead ("On The Rebound" è una "Ace Of Spades" garage) o Jack White.
Album di alto livello e godibilissimo.
Non dirà nulla di nuovo ma ce ne importa qualcosa?
THE STROKES - Reality Awakes
Ho accolto con molte perplessità i primi ascolti del settimo album della band NewYorkese.
Ma l'album è poi progressivamente "cresciuto" e si rivela un ottimo lavoro, con alcuni brani "irresistibili" ("Going to Babble On", "Going Shopping", il funk di "Fruits of Conquest") e il resto comunque sempre di ottimo livello.
Un disco che funziona sia a livello compositivo che nel generale mood decadente/scanzonato (incluso l'autotune sulla voce di Julian Casablancas).
YARD ACT - You're Gonna need a Little Music
La band di Leeds cresce di album in album.
Il terzo lavoro sposta ancora di più la dimensione originaria post-punk verso altri lidi, attingendo anche da Beck, Arctic Monkeys, XTC, un po' di Britpop sparso e tanto altro.
Forse alla fine si perde un po' di personalità ma il disco è buono e alla fine convince.
LENNY KAYE - Goin' Local
Alla soglia degli 80 anni Lenny Kaye all'esordio nella carriera solista.
"Goin' local" ha poco del curatore di "Nuggets", con cui in tanti siamo cresciuti e non molto nemmeno del Patti Smith Group, di cui è stato sempre l'anima sonora (talvolta anche compositiva). I brani si muovono tra ballate "americane" dolenti, Lou Reed, Bob Dylan e dintorni.
La title track è bella tirata ed energica, con un ottimo groove Stones, il resto dell'album discreto.
THE JUKEEZ - Greatets Beats
Il trio canadese alle prese con un terzo album esplosivo in cui mischia alla perfezione il più classico garage punk con frustate tra Fuzztones, Lime Spiders e Ramones.
Suoni potenti, grandi canzoni, una cover in francese di "Mongoloid" dei Devo, perfetti!
AA.VV. - Le Beat Bespoke Volume 11 – Tailor Made Cuts – Compiled By Rob Bailey
L'undicesimo capitolo della fortunata compilation curata da Rob Bailey.
Le note attribuiscono le canzoni all'ambito "mod" ma è più corretto parlare del cosiddetto freakbeat, vicino alla psichedelia più ruvida tardo Sixties di origine americana (i gruppi sono tutti di provenienza statunitense tra il 65 e il 69), vicina alle atmosfere di "Nuggets".
I brani sono rari, le band oscurissime, l'ascolto è comunque interessante e molto gradevole.
BLOODY RIOT – Rivoltiamo
A quaranta anni dal seminale esordio, uno dei pilastri dell’hardcore punk italiano, torna la band romana, con un album devastante. Hardcore evoluto, spietato, travolgente. Suoni stupendi, attitudine immutata, canzoni efficaci e ricche di variazioni ritmiche, soluzioni armoniche e compositive. Sono passati tanti anni ma non sono cambiate, purtroppo, le motivazioni contro cui si scagliava la scena punk/hardcore del tempo. Ritornano oggi come allora: repressione del dissenso, abuso di potere, manipolazione dell’informazione, devastazione ambientale, la tossicodipendenza e l’alienazione sociale. I testi sono lucidi, duri e non fanno sconti. Album super!
SALIN - Rammana
Lei (Cheewapansri il cognome) è una (fenomenale) batterista thailandese che mischia influenze indocinesi con afro beat, funk, soul, fusion, jazz.
Il nuovo album "Rammana" contiene suoni, suggestioni, atmosfere di estrema eleganza, insolite (per noi occidentali) ma ricchissime di nuovi groove.
SPONTANEUS MUSIC LIVE - SML
Album complesso, cerebrale e (apparentemente) "difficile".
Due lunghe suite, improvvisate su loop ritmici ipnotici, con variazioni e sperimentazione, tra spiritual jazz, funk e il Miles di "On The Corner" con le sue contaminazioni afrofunk. Gli SPONTANEUS MUSIC LIVE sono Anna Butterss, Jeremiah Chiu, Josh Johnson, Booker Stardrum e Gregory Uhlmann.
Album molto intrigante.
THE BELMARKS - Hand Me the Keys
Formati da membri della scena di Detroit (Articles, Beggars, Roots Vibrations, Sights, Solid Eights, Tellways) ci deliziano con un ep di puro e semplice rocksteady/ska con quattro brani praticamente perfetti.
https://thebelmarks.bandcamp.com/album/hand-me-the-keys
TAXI GIRLS - Static
Molto piacevole l'esordio del trio canadese, tra punk rock, un po' di grintoso beat stile prime Go Go's e poi Pandoras, Runaways, The Donnas, la grinta delle L7. Un ascolto davvero rinfrescante.
THE AGGROLITES - Super Atomic
Il "dirty reggae" della band maericana, intriso di soul e altre benefiche influenze, ci regala un ottimo album, nel loro classico stile. Poche le novità ma non sono richieste, quando si mantiene fede a uno stile impeccabile e pieno di ottime canzoni.
SUKI WATERHOUSE - Loveland
Pop di grande classe e raffinatezza, virato talvolta verso il soul e un gusto che riporta agli inglesi Primitives e agli svedesi Cardigans. Niente di imperdibile ma ci sono almeno tre/quattro brani di grande qualità.
SIR PETROL - Evil Design
Esordio affascinante, intrigante e avvolgente per Rebecca Magri, con un album dalle mille sfaccettature sonore. Si passa da volute psichedeliche a elettronica, tribalismi, trip hop, intermezzi quasi punk rock (Swallow and destroy), scarne e aspre note blues (Sonny Boy). Il tutto costruito con grande sapienza compositiva ma soprattutto produttiva, nella scelta dei suoni, nell'uso della strumentazione (Rebecca è polistrumentista) che accende di colori inconsueti ogni brano. Un lavoro di altissima qualità.
GIORGIA FARAONE - Primo tempo
La cantautrice salentina all'esordio con un ep di sei brani, raffinatissimo, elegante, dalle atmosfere soffuse e avvolgenti, in cui si sposano elettronica, nu soul, carezze jazz (Meno problemi), groove hip hop/funk (Cento felpe) e reggae (Fuoco). Canzoni di grande maturità stilistica e compositiva, voce pulita e suadente. Un lavoro eccellente.
DON ANTONIO - Dopo Tutto
Il quinto album del musicista romagnolo ne coglie appieno la maturità artistica, stilistica e compositiva. Antonio Gramentieri, alias Don Antonio, ha collaborato negli anni con grandi artisti italiani come Nada e Vinicio Capossela, e internazionali (Alejandro Escovedo, Dan Stuart, Hugo Race), calcando centinaia di palchi tra Europa, Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Europa, Scandinavia e Balcani.
In Dopo Tutto accarezza le corde della chitarra, sussurra in ballate ammantate di blues, alt folk, country (nel consolidato stile di Jeff Tweedy o Calexico), abbracciando spesso e volentieri la migliore tradizione della canzone d'autore italiana (da De Andrè a De Gregori, passando per Fossati e il primo Bennato).
Tanta sostanza e poesia, arrangiamenti raffinatissimi, classe ed eleganza.
MARCO BENEVENTO – Glera
Il pianista italo americano ci delizia con un album ricchissimo di influenze, groove e spunti sonori di altissima qualità. La gamma ispirativa poggia le fondamenta sul jazz, in alcune delle sue più ampie variabili e contaminazioni: dal funk (Catoni), al soul, ai chiari riferimenti alle colonne sonore poliziesche anni 70 ((Sprezzatura), lounge, alla sexy Mina dei 70 (Quattro Passi con la voce sensuale di Chiara Civello), allo psych pop. Album gustosissimo, suonato a livelli di pura eccellenza, con un superbo livello compositivo.
ALESSANDRO FERRETTI – Basta Walter!
Brillante esordio per il cantautore bolognese, cresciuto artisticamente con Paul McCartney e Brian Wilson in costante sottofondo. E si sente. Anche se le influenze si trasformano in una elegante e ricercata forma di Britpop che guarda alla vena compositiva di Noel Gallagher, non disdegna i primi Blur e prende vie molto personali, che portano talvolta alla scrittura del Maurizio Vandelli con l' Equipe 84 dei tardi anni Sessanta. Molto interessante, ben prodotto, con i suoni giusti. Da tenere d'occhio.
THE BARIGOZZI GROUP - Woman's Colours
Preziosa ristampa di un "disco perduto" negli anni 70 della musica library, per insonorizzazioni e colonne sonore. Il flautista Giancarlo Barigozzi, insieme al chitarrista Sergio Farina e il pianista Oscar Rocchi, alle prese con deliziose sonorità tra funk e quello che poi verrà adorato nella scena acid jazz. Ogni brano (strumentale) richiama, con grazia, parti del corpo femminile, Violet Lips, Yellow Fingers, Blue Hair. Un gioiello di groove ancora fresco e attualissimo.
ScrimShanKers aka SSK THE BAND – s/t
La band pavese ha una lunga storia che risale ai primi anni Ottanta, quando orbitava nel giro garage/beat/psichedelico nostrano come Scrimshankers. Dopo anni di pausa, sono tornati con una formazione quasi fedele alle origini, pubblicando quattro nuovi brani, ora raccolti su supporto fisico. Cambia anche il nome e il sound si adatta alla maturità artistica raggiunta. Le radici sono le stesse: rock, blues, psichedelia. Si perde volutamente l’ardore dei tempi, virando verso atmosfere più introspettive, che guardano a Neil Young, Wilco, Giant Sand con alcune inflessioni armoniche che ricordano il Bowie dei primi anni Settanta. Il tutto ben fatto, curato e intrigante.
KLAXON – 100Celle City Rockers
Preziosa ristampa in vinile di un gioiello degli anni 90 punk italiani, a cura di HellNation, nel trentennale della pubblicazione. 100Celle City Rockers conserva la freschezza, l’energia e la rabbia dei tempi, tra punk rock, suggestioni Clash, un impatto poderoso, grazie anche a testi di primissima qualità. Per chi non avesse ascoltato la versione originale, un’eccellente occasione per mettere le mani su un lavoro essenziale per gli amanti dell’ambito.
LIBRI
Alessio Cacciatore / Giorgio Di Berardino - Boys in the band. Dal post-brit pop all'alternative rock
Già autori dei seminali "Britannica" e "Oasis. La rivoluzione del rock inglese", oltre ad altre pubblicazioni, Cacciatore e Di Berardino, tornano con un libro molto interessante, dedicato al post Brit Rock, dal 1998 al 2008, fase mai troppo analizzata.
In questo caso sviscerata in ogni sua componente, dai "grandi nomi" (Radiohead, Coldplay, Strokes) alla seconda fascia (Interpol, Franz Ferdinand, Yeah Yeah Yeahs) fino a un'infinità di nomi "minori" (che arrivarono spesso al vertice delle classifiche con album eccellenti), da Kaiser Chiefs a Doves, Travis, Belle & Sebastian, Libertines, Babyshambles, Coral, Little Barrie, Bloc Party e decine di altri.
In aggiunta centinaia di piccole realtà, analizzate e indicizzate.
Un lavoro certosino e completo che, per chi ha vissuto in tempo reale il periodo, consente di riscoprire nomi dimenticati o archiviati frettolosamente (da I Am Kloot a The Fratellis o The Enemy).
Su tutti il capolavoro dei Last Shadow Puppets The Age of the Understatement del 2008 che ancora riluce!
Luca Garrò - Johnny Cash. L'Uomo in Nero
L'Uomo in Nero, devoto al Signore e allo stesso tempo immerso in un vortice di autodistruzione che lo portò ripetutamente sull'orlo della morte, amato dalle comunità religiose, dal mondo country ma anche da quello rock, da quello conservatore a quello dell'America radicale e contestatrice, un vero patriota ma che non esitava a metterne in luce le contraddizioni e le mancanze del suo paese.
Johnny Cash ha vissuto mille vite, è morto e rinato più volte, è sempre stato indefinibile e inclassificabile, lasciando capolavori sonori unici ed esclusivi.
Il libro di Garrò ne ripercorre dettagliatamente la vita, artistica e personale (inscindibili), con molta cura e varie citazioni dalla sua autobiografia.
Un testo esaustivo e ben fatto.
Antonio Bacciocchi/ Luca Frazzi - 45 years of music Graham Day
Il 16 settembre 2021 uscì il terzo titolo della mia mini casa editrice Cometa Rossa, dedicato alla carriera di Graham Day, scritto in coppia con Luca Frazzi, "40 anni di musica targata Graham Day".
Due fan hanno deciso di farne un'edizione - particolarmente lussuosa con copertina rigida e carta patinata - in lingua inglese, traducendo l'opera originale, con l'aggiunta di alcune foto (molte delle quali a colori, contrariamente all'edizione italiana in cui erano solo in bianco e nero), il titolo aggiornato e ulteriori dettagli.
Il libro è finalmente disponibile (in 300 copie).
Sono particolarmente onorato perché è il primo dei tanti libri che ho scritto che viene tradotto all'estero.
Per informazioni: tkbuch@t-online.de
Stefano Alghisi - Ormond Bar. Le sirene di Joyce
Il disegnatore/fumettista Stefano Alghisi rivisita (parzialmente e personalmente, con opportune modifiche e ammodernamenti) l'episodio "Le sirene " da "L'Ulisse" di Joyce.
Lo fa con un taglio "punk", fa suonare e cantare Tom Waits e il suo storico collaboratore Chuck E. Weiss (quello immortalato da Rickie Lee Jones in "Chuck E.'s In Love"), ci porta nel vizioso Ormond Bar nell'America del dopoguerra, trasposizione dell'Ormond Hotel della Dublino del 1904 di Joyce. Un albo in bianco e nero dalle costanti tinte blu(es).
Sinuoso e affascinante.
Giuseppe Defelici - Anno 1975. Un'estate a Londra
Defelici racconta, brevemente, di un'estate del 1975 al cospetto dei Pink Floyd a Knebworth (con anche Steve Miller Band e Captain Beefheart), il tutto intriso delle tipiche avventure di giovanissimi ragazzi piombati nelle magiche, quanto aspre, per certi aspetti, atmosfere londinesi.
Il tutto corredato da una lunga serie di immagini elaborate con l'IA da Michela Piazza.
l libro è in vendita a Piacenza, nelle librerie Romagnosi e Postumia, nell’edicola di Viale Dante, di fianco alla nuova Biblioteca comunale, nel Petit Cafè di via Mischi, nel negozio Alphaville, nella libreria “Forme” nel Castello di Rivalta.
Sex Pistols. La rivoluzione punk
Uno speciale di CLASSIC ROCK dedicato, attraverso 114 pagine e decine di foto (alcune delle quali raramente utilizzate), dedicato ai SEX PISTOLS, a 50 anni dalla loro esplosione e successiva breve vita (due anni, due mesi e otto giorni).
Ce ne siano occupati io, Renato Massacesi, Renzo Stefanel, Giandomenico Curi.
Ci sono la storia, il post Pistols, le reunion, i libri, le band che ne furono influenzate, l'intricata discografia, l'annosa questione "ma sapevano suonare?", Sid e Nancy, gli articoli italiani dei tempi e tanto altro.
In edicola a 12.90 euro.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".
APPUNTAMENTI
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Venerdì 31 luglio: GoDown Festival Cervia “Planet Rock”
Sabato 05 settembre: Prato "Santa valvola" Festival
Domenica 06 settemnbre: Piacenza Festival "Tendenze"
Etichette:
Il meglio del mese
giovedì, luglio 30, 2026
Luca Garrò - Johnny Cash. L'Uomo in Nero
L'Uomo in Nero, devoto al Signore e allo stesso tempo immerso in un vortice di autodistruzione che lo portò ripetutamente sull'orlo della morte, amato dalle comunità religiose, dal mondo country ma anche da quello rock, da quello conservatore a quello dell'America radicale e contestatrice, un vero patriota ma che non esitava a metterne in luce le contraddizioni e le mancanze del suo paese.
Johnny Cash ha vissuto mille vite, è morto e rinato più volte, è sempre stato indefinibile e inclassificabile, lasciando capolavori sonori unici ed esclusivi.
Il libro di Garrò ne ripercorre dettagliatamente la vita, artistica e personale (inscindibili), con molta cura e varie citazioni dalla sua autobiografia.
Un testo esaustivo e ben fatto.
Luca Garrò
Johnny Cash. L'Uomo in Nero
Diarkos
420 pagine
19 euro
Johnny Cash ha vissuto mille vite, è morto e rinato più volte, è sempre stato indefinibile e inclassificabile, lasciando capolavori sonori unici ed esclusivi.
Il libro di Garrò ne ripercorre dettagliatamente la vita, artistica e personale (inscindibili), con molta cura e varie citazioni dalla sua autobiografia.
Un testo esaustivo e ben fatto.
Luca Garrò
Johnny Cash. L'Uomo in Nero
Diarkos
420 pagine
19 euro
Etichette:
Libri
martedì, luglio 28, 2026
The Tony Williams Lifetime: Emergency! + Turn It Over
Sono stati ristampati i primi due album della TONY WILLIAMS LIFETIME, esperienza solista dell'ex batterista di Miles Davis (nel favoloso quartetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock e Ron Carter).
Nel doppio "Emergency!" del 1969 al suo fianco ci sono John McLaughling alla chitarra e Larry Young all'organo.
Viene considerato uno dei primi esempi di fusion.
Il mood è sperimentale, duro e aspro, ricco di distorsioni (con uno sguardo ai suoni visionari/psichedelici di Jimi Hendrix), volutamente dissonante e con un approccio avanguardista.
Si spinge ancora più in là in "Turn It Over" del 1970.
Alla band si unisce l'ex Cream Jack Bruce, al basso (alla voce in "One Word" uscito come singolo a supporto dell'album).
Il sound vira più sul rock caotico (Williams lo definì il suo "Kick Out The Jams" degli Mc5!), spesso intriso di rock blues e proto prog (vedi "Vuelta Abajo", firmata da Williams).
Oltre che dalla band i brani sono di Chick Corea, John Coltrane, Jobim/Vinicius De Moraes.
Un lavoro quasi feroce, di qualità eccelsa.
A Famous Blues 1970 | Beat-Club
https://www.youtube.com/watch?v=cNfy3Urhtsc&list=RDcNfy3Urhtsc&start_radio=1
Nel doppio "Emergency!" del 1969 al suo fianco ci sono John McLaughling alla chitarra e Larry Young all'organo.
Viene considerato uno dei primi esempi di fusion.
Il mood è sperimentale, duro e aspro, ricco di distorsioni (con uno sguardo ai suoni visionari/psichedelici di Jimi Hendrix), volutamente dissonante e con un approccio avanguardista.
Si spinge ancora più in là in "Turn It Over" del 1970.
Alla band si unisce l'ex Cream Jack Bruce, al basso (alla voce in "One Word" uscito come singolo a supporto dell'album).
Il sound vira più sul rock caotico (Williams lo definì il suo "Kick Out The Jams" degli Mc5!), spesso intriso di rock blues e proto prog (vedi "Vuelta Abajo", firmata da Williams).
Oltre che dalla band i brani sono di Chick Corea, John Coltrane, Jobim/Vinicius De Moraes.
Un lavoro quasi feroce, di qualità eccelsa.
A Famous Blues 1970 | Beat-Club
https://www.youtube.com/watch?v=cNfy3Urhtsc&list=RDcNfy3Urhtsc&start_radio=1
Etichette:
Batteristi,
Dischi
lunedì, luglio 27, 2026
Alessio Cacciatore / Giorgio Di Berardino - Boys in the band. Dal post-brit pop all'alternative rock
Già autori dei seminali "Britannica" (https://tonyface.blogspot.com/2018/02/britannica-di-alessio-cacciatore-e.html) e "Oasis. La rivoluzione del rock inglese", oltre ad altre pubblicazioni, Cacciatore e Di Berardino, tornano con un libro molto interessante, dedicato al post Brit Rock, dal 1998 al 2008, fase mai troppo analizzata.
In questo caso sviscerata in ogni sua componente, dai "grandi nomi" (Radiohead, Coldplay, Strokes) alla seconda fascia (Interpol, Franz Ferdinand, Yeah Yeah Yeahs) fino a un'infinità di nomi "minori" (che arrivarono spesso al vertice delle classifiche con album eccellenti), da Kaiser Chiefs a Doves, Travis, Belle & Sebastian, Libertines, Babyshambles, Coral, Little Barrie, Bloc Party e decine di altri.
In aggiunta centinaia di piccole realtà, analizzate e indicizzate.
Un lavoro certosino e completo che, per chi ha vissuto in tempo reale il periodo, consente di riscoprire nomi dimenticati o archiviati frettolosamente (da I Am Kloot a The Fratellis o The Enemy).
Su tutti il capolavoro dei Last Shadow Puppets The Age of the Understatement del 2008 che ancora riluce!
Alessio Cacciatore / Giorgio Di Berardino
Boys in the band. Dal post-brit pop all'alternative rock
Arcana Edizioni
320 pagine
19.50 euro
In questo caso sviscerata in ogni sua componente, dai "grandi nomi" (Radiohead, Coldplay, Strokes) alla seconda fascia (Interpol, Franz Ferdinand, Yeah Yeah Yeahs) fino a un'infinità di nomi "minori" (che arrivarono spesso al vertice delle classifiche con album eccellenti), da Kaiser Chiefs a Doves, Travis, Belle & Sebastian, Libertines, Babyshambles, Coral, Little Barrie, Bloc Party e decine di altri.
In aggiunta centinaia di piccole realtà, analizzate e indicizzate.
Un lavoro certosino e completo che, per chi ha vissuto in tempo reale il periodo, consente di riscoprire nomi dimenticati o archiviati frettolosamente (da I Am Kloot a The Fratellis o The Enemy).
Su tutti il capolavoro dei Last Shadow Puppets The Age of the Understatement del 2008 che ancora riluce!
Alessio Cacciatore / Giorgio Di Berardino
Boys in the band. Dal post-brit pop all'alternative rock
Arcana Edizioni
320 pagine
19.50 euro
Etichette:
Libri
venerdì, luglio 24, 2026
Paul Weller - Total Look
Nel 1980 il New Musical Express pubblicò un articolo di PAUL WELLER, diventato particolarmente famoso (ripreso anche nel libro "Cool cats, 25 years of rock n roll styles") dal titolo "TOTAL LOOK" in cui precisa la sua visione del MODERNISMO.
L'articolo venne tradotto e pubblicato sulla mia fanzine "Faces" poco tempo dopo.
Credo sia interessante rileggerlo (pur se lungo e talvolta opinabile) e coglierne lo spirito giovanilista, provocatorio e cogliervi l'urgenza di quegli anni.
Generalmente è difficile assegnare una scala di valori a una cosa così personale come lo stile.
Forse il motivo sta tutto nel suo appeal.
E’ come quando un milione di persone dice che Picasso era un genio; bene, io penso che fosse spazzatura e che la copertina di un Ep francese degli Small Faces possa pisciare tranquillamente su tutti i suoi quadri.
Insomma, per capire quanto sia profondo il mio coinvolgimento con gli anni Sessanta, tutto va riferito al concetto di “stile”, e che non può essere giudicato confrontandolo con niente altro.
Un’influenza totale su di me, ma non cieca.
Il mio interesse riguarda gli anni del cosiddetto TOTAL LOOK, dal 1963 al 1967.
E’ un periodo che copre un'ampia gamma di fasi, dai primi modernisti ai giovani dandy della Swinging London fino agli edonisti hippy.
E' puramente estetico e abbastanza superficiale; raramente riguarda gli abiti, la musica, i film e i libri del passato.
La politica resti ai politici, per quel che mi riguarda loro sono sempre la stessa immondizia.
Non sono interessato alla politica o all’economia degli anni Sessanta, eccetto forse le rivolte studentesche del 1968, quando sembrava che l’intero mondo (giovane) avesse preso fuoco.
Le intenzioni e gli estremismi erano lodevoli, ma non posso fare a meno di pensare che anche quella fosse un’altra fonte di ricchezza nelle mani della middle class.
Molti di quei giovani radicali oggi hanno chiuso le porte ai giovani della working class.
Credo di parlare soprattutto del mondo della musica, della televisione e dei media in generale; il collo di bottiglia ai danni delle nuove generazioni lo hanno creato proprio questi vecchi bastardi che non vogliono cedere il passo.
In tutti i casi, non ce l’ho così tanto con loro: dubito solo di nutrire dei sentimenti pacifisti nei loro confronti. La prima volta che mi sono interessato ai Mod dei primi anni Sessanta fu nel 1974.
Non ricordo bene come e perché.
Probabilmente fu dopo aver visto la foto di un gruppo, o dopo aver letto un paio di lettere inviate da alcuni original mods al “New Musical Express”, in cui veniva descritto il loro stile di vita a quei tempi.
Il mio interesse era comunque profondo e cercai subito di conoscere meglio il fenomeno.
L’aspetto più importante era la musica degli anni Settanta: la odiavo in blocco, fino a quando non arrivarono nel 1974 i gloriosi e liberatori Sex Pistols.
Prima di loro c’erano le inconcludenti coglionate dei glam, il nonsense della musica soft, come il “Philly soul” e la terribile Mor radiofonica. Bowie e Bolan erano ok, ma avevo perso interesse anche in loro dopo in terzo o quarto LP.
Al contrario, tornai indietro ad ascoltare i primi dischi di rock ‘n’ roll, rhythm & blues e soul, oltre a quelli dei Beatles, dei quali sono sempre stato un fan.
Penso che la mancanza di stile e la blanda assenza di volti negli anni Settanta abbiano indotto la mia ossessione per i Sixties.
Non c’era nulla di cui far parte, nulla su cui basarsi (almeno nel periodo pre-punk).
In quei giorni noi Jam suonavamo ancora le canzoni di Chuck Berry e gli obbligatori standard rock ‘n’ roll che ormai ci annoiavano.
Iniziai a capire che essere un mod voleva dire partire da una buona base, avere nuove prospettive e ispirazioni per scrivere, pur restando, come gruppo, un’identità unica.
E così accadde.
Andammo a comprarci dei completi neri e iniziammo a suonare le cover delle label Motown, Stax e Atlantic.
Mi comprai una chitarra Rickenbacker, una Lambretta Gp 150 e provai un’acconciatura simile a quella di Steve Mariott nel ’66.
Mi faceva sentire così individualista e arrogante.
Era come se avessi costruito un mondo personale, la gente mi fissava e pensava che ero un tipo strano.
Lo stesso effetto lo ebbero su di me e i miei amici i Sex Pistols, quando li andammo a vedere nel 1976.
Che arroganza il giorno dopo al pub: “Non li avete mai visti? Non avete mai visto i Sex Pistols o Johnny Rotten?”.
Loro erano nostri, il nostro piccolo gruppo privato che tutta la gente uncool non aveva mai ascoltato!
Bene, in un certo senso io provai le stesse sensazioni di fronte ai mods.
Molti kids della mia età non avevano mai sentito parlare dei mods o, al massimo, li ricordavano solo come se fossero delle “bestie mitologiche” provenienti da “età oscure”.
Era diventata la mia crociata personale!
Se cercate fatti o cambiamenti cronologici nel campo della moda, allora basta un’occhiata alle foto, che dicono tutto sugli anni sessanta: un’immagine d Steve Mariott o un Pete Townshend diciannovenne dicono proprio tutto!
Tali immagini mi parlavano (e lo fanno ancora), mentre io cercavo di adeguare il mio look a quello dei mods.
Li vedevo puliti, eleganti, working class, arroganti e antiautoritari, senza alcun rispetto fondato sull’età.
L’intera immagine è C-O-O-L: fare le ore piccole ballando, schioccare le dita al suono di James Brown And The Famous Flames, o ancora fumare al ritmo del blue beat.
Fare shopping il sabato mattina a Carnaby Street o guardare Pete Townshend mentre distrugge tutto quell’equipaggiamento di valore
. E’ questo tipo di immagini che mi attrae, lo stesso tipo che, contemporaneamente, ha reso anacronistico il mod revival nel 1979.
Idioti del calibro di Ian Page (Secret Affair), un’ex-stella del punk decaduta che in seguito ha cercato fortuna come mod, hanno raccontato ai ragazzi che il punk era morto o che comunque non era andato oltre le proprie aspettative, mentre cercavano di convincerli a stringere un patto con i bastardi al potere. Cosa? Era la completa antitesi dello spirito originale del movimento mod degli anni Sessanta.
Loro, i mods, non volevano alcun patto fottuto, hanno sempre seguito le regole che loro stessi hanno inventato; se non ti piacevano queste idee, potevi sempre sparire (“f-f-f-fade away”).
Il revival del ’79 era anche un po’ triste e meschino per i kids coinvolti, o almeno disperato, con tutti questi ragazzi della working class che cercavano di mantenere pulito il loro stile estetico, mentre il mondo gli crollava addosso.
In questo però erano fedeli alle origini: dopo tutto, non era stato proprio il primo cantore mod e primo manager degli Who, Pete Meaden, a descrivere il modernismo come il “vivere puliti in circostanze difficili”?
Mi indicano sempre le differnze tra mod e “punk” ma è qualcosa che non ho mai notato. I modernisti hanno creato la loro scena personale proprio come hanno fatto i punk (anche senza aver beneficiato, nel campo dei media, dell’intraprendenza di un personaggio come Malcolm McLaren).
Entrambi sono movimenti di kids e non si appoggiano a nessun altro (in particolare il modernismo). Hanno creato un proprio stile di vita, con la loro musica, i loro club e i loro negozi di abiti.
A tale proposito, la prima volta che entrai al 100 Club di Oxford Street a Londra, mi sembrava di camminare sul set di un film degli anni Sessanta.
Attaccati al muro delle scale c’erano i dischi dei Troggs e degli Small Faces, mentre i Clash suonavano dei riff imparentati con quelli dei Kinks. Capelli corti! Kids con un look individuale! Il giro garage dei Pistols e la giovane arroganza indotta dalle anfetamine di Rotten. Io amavo tutte queste cose. Era qualcosa di giovane, eccitante e, certamente, non c’erano pantaloni a zampa d’elefante, una delle creazioni della moda più negative.
E’ fantastico quando i kids creano la loro scena, anche se tutto finisce con la popolarità o quando, più significativamente, se ne occuperanno i media.
E’ il momento dell’addio.
La massificazione rivoltante dei media ha ucciso lo spirito giovanile.
La stessa cosa è avvenuta al movimento mod delle origini, con tutti i supplementi domenicali sulla scena dei club che attraevano la gioventù “bene” di Chelsea (d’altronde, chi altro leggeva i supplementi della Domenica?).
E la stessa cosa è accaduta anche al movimento punk, soprattutto al Roxy Club di Covent Garden.
Tutti questi non più giovani segaioli della middle class, con i loro pantaloni in pelle da 30 sterline. Ma come sono oltraggiosi, mostrando una parte del capezzolo appena lavato…Ma guarda un po’, due ragazze che si baciano!
L’altra parte dei media, quella cosiddetta proletaria, attraeva a sua volta l’area modernista più attaccabrighe, nel tentativo di eliminare qualsiasi scena giovanile promettente. Proprio quest’area diede luogo alle noiose riots tra mod e rockers sulle spiagge inglesi negli anni Sessanta. Niente a che vedere con i veri modernisti o stylist, che voltavano le spalle alle volgarità di chi credeva di “aver conquistato l’intera nazione”.
Ma in fondo era l’establishment che illudeva i giovani, facendogli credere di essere a un passo da qualche conquista sociale, per poi modificare la situazione all’ultimo momento. O forse eravamo noi ad esserci annoiati definitivamente?
Forse l’ultima reale testimonianza della sopravvivenza dei mod originali rimane nella magnifica scena northern soul.
Ricordo ancora quando un paio di amici patiti di northern mi portarono ad un allnighter.
Questi ragazzi non erano lì per mettersi in mostra o per fare a pugni: i loro unici scopi erano ballare e divertirsi.
Anche se edonisti, i seguaci del northern soul ricordano da vicino lo spirito modernista originale. Ancora ascoltano e suonano sia il soul degli inizi che quello più oscuro degli anni Settanta. I vestiti sono diversi, ma da qualche parte si vedono ancora degli scooter ben accessoriati. Girate, saltate e fate pure a lungo le vostre acrobazie al suono di Dean Parrish!
Nel 1965 il movimento mod stava scomparendo un po’ ovunque, a parte alcune città di provincia nel nord del Paese. A Londra, la città dov’era nato, il modernismo era scomparso ai danni della nuova gioventù del jet-set. L’Inghilterra entrava adesso nei cosiddetti Swinging Sixties.
Gli ultimi veri mod marciavano ancora coraggiosamente come degli zombie silenziosi verso la Mecca (così si chiamava anche una celebre ballroom northern soul di Blackpool), che nei bank holidays aveva le sembianze di Brighton o Margate.mi torna in mente una triste canzone che non ho mai finito di scrivere, dal titolo The Last Of The Scooter Boys.
Mentre la scena mod si assottigliava e il fenomeno si commercializzava nelle mani di alcuni astuti approfittatori, il periodo compreso tra il ’65 e il ’66 rimane comunque quello della migliore produzione musicale e del più valido stile estetico.
Il modernismo aveva già avuto un forte impatto sulle band di allora, che copiavano il look dei kids (e non viceversa).
Dove sarebbero gli Who adesso se non avessero avuto contatto con i mods ?
Townshend ha sempre parlato a lungo delle sue influenze mod, mentre gli Small Faces, Rod Stewart, David Bowie e Marc Bolan provengono tutti dalla scena modernista.
Già nel 1965 però il business della moda controllava di nuovo i kids, mentre le bands diventavano a poco a poco più oltraggiose, usando lo stile estetico come un modo per attirare l’attenzione.
Gli Who adottavano lo stile pop-art, mentre i Creation, che li copiavano, portavano i loro quadri di canvas sul palco. Nel 1966 i Move di Birmingham adottavano un look stile gangster e la New Vaudeville Band sceglieva lo stile estetico e musicale degli anni Venti. E oggi (1981) a cosa assistiamo ancora?
Ogni band che si presenta allo show televisivo settimanale della Bbc “Top of the Pops” adotta la cosiddetta “immagine totale”. Stray Cats, Spandau Ballet, Adam And The Ants: nulla di tutto ciò è nuovo, ma è stato fatto infinite volte in precedenza.
Dopotutto, cos’è il revivalismo?
Per me non è altro che l’ennesimo tentativo di trovare un filone comune da seguire, una via, anche stretta, da intraprendere in massa. La stessa cosa in fondo si può dire del periodo tra il ’65 e il ’66, con la sua moda, i suoi vestiti…
Laddove i mods erano originali, l’era degli Swinging Sixties racchiudeva alla rinfusa un’accozzaglia di stili, ricordando il vecchio detto inglese “Se getti abbastanza merda sul muro… qualche pezzo alla fin e vi si attacca”.
In tutti i casi, questo periodo particolare fece dell’Inghilterra il centro della cultura giovanile, accessoriata con tanto di orologi, calzini, vassoi e magliette in stile Union Jack. “I’m backing Britain”, c’era scritto sulle spillette, ma senza un vero spirito patriottico o nazionalista.
Tutto era riferito a una grande sensazione di frivolezza, in cui personaggi come Harold Wilson incoraggiavano l’azione dei giovani e i Fab Four diventavano baronetti.
Ma non sono poi così sicuro che questa sia l’immagine corretta degli anni Sessanta e non quella suggerita da uno dei miei film preferiti, Blow Up, girato nel 1966.
Comunque le spillette e i titoli nobiliari esistevano davvero. La cosa positiva di quel periodo era il fatto che i giovani avevano un controllo maggiore in campi specifici, come il teatro, il cinema, la musica e la letteratura.
E inoltre, anche se ciò può sembrare eccessivo, per la prima volta i giovani Dj avevano una forte influenza sulla radiofonia inglese. Quando nel 1967 le radio private vennero abolite, il governo dovette creare la prima emittente ufficiale rivolta ai giovani, Radio One, arruolando doversi Dj tra quelli delle radio private. George Melly ha descritto con dovizia di dettagli la situazione della fine degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta nella sua retrospettiva Revolt Into Style. E’ un libro utile per osservare più da vicino la scena dei club della Swinging London, anche se, come nel caso di un altro volume sulla cultura giovanile degli anni Sessanta, Generation X, si rivela troppo cinico e distante. Resta comunque il fatto che per la prima volta si cercava di analizzare in maniera seria l’universo giovanile.
Nel 1966, dopo un paio d’anni necessari ad assimilare l’invasione musicale inglese – lanciata dai Beatles e seguita con facilità da molti altri grazie allo scoppio della beatlemania -, l’America iniziò a esportare i suoi gruppi e la sua scena in Gran Bretagna.
Insieme ai Byrds, ai Greatful Dead, ai Mother Of Invention, ai Jefferson Airplane e alle altre bands, arrivarono anche gli acidi, il misticismo, il free-thinking e il bohemianism. Amore e pace erano (e lo sono ancora) de sentimenti da ammirare… ma per essere indotti a farlo , che bisogno fottuto c’era delle droghe? A paragone ai gruppi del fenomeno underground inglese, le bands americane facevano schifo. Non era altro che blues velocizzato e allungato con noiosi assoli di chitarra. Ad ogni modo, il centro della nuova cultura giovanile si spostò dallla londinese Carnaby Street alla Haight-Ashbury Area di San Francisco, in California, che, ancora oggi, è piena di freak degenerati che ti dicono “Peace and Love” e poi ti chiedono un paio di dollari per le loro ormai innocue abitudini allucinogene.
L’avvento della scena hippy, cresciuta nell’underground sin dal 1965, tendeva a polarizzare la moda e gli stili musicali; sembrava che esistessero soltanto il pop e la musica “seria”.
Nei giorni migliori i mods avevano già mostrato aspirazioni simili all’etilismo e il loro odio verso la commercializzazione, ma non in maniera così dogmatica come è accaduto alla scena underground, che ha addirittura voltato le spalle alla musica soul.
Un altro paragone può essere fatto a proposito delle campagne sensazionaliste della stampa che, come era già accaduto per i mods, descriveva come “luride” le abitudini sessuali degli hippy, scagliandosi contro il loro stile di vita. Il 1967 dopotutto segnava la prima Summer Of Love e tutto ciò che la circondava.
Il nucleo del movimento underground inglese, organizzato principalmente intorno agli studenti degli art college e ai semiattivisti della middle class, comprendeva bands come i primi Pink Floyd, i Soft Machine, la Jimi Hendrix Experience e i Cream. Hendrix ispirò e diede credibilità alle acconciature in stile “afro” (meriterà mai il perdono?). Gli eccessi e le stranezze del nuovo stile trovavano un mentore nel brillante Syd Barrett, chitarrista originale dei Pink Floyd e uomo dal look e dalla personalità bizzarra.
Un altro gruppo che testimoniava la superficialità ed insieme l’instabilità del periodo hippy era quello dei John’s Children, allora con Marc Bolan. I loro dischi parlavano di fiori, ragazze giovani e sesso: tutto molto decadente.
Io ho sempre visto lo stile del 1967 in parallelo con quello degli anni Venti: la nuova società edonista si muoveva in fretta. In effetti, sembra che tutti gli anni Sessanta fossero vissuti all’insegna di una velocità furiosa, con gli stili e i gusti musicali soggetti a cambiamenti rapidissimi.
Insomma, il mio interesse finisce qui.
Come mi dissero una volta, ti serve solo osservare le foto dei Beatles dal ’63 al ’69 per prender nota di tutti i cambiamenti. Nel ’63 i volti erano freschi, da giovani ottimisti. Nel ’67 le mentisi espandevano, da giovani uomini in cerca di conoscenza. Alla fine del decennio le espressioni erano più dure, da vecchi uomini disillusi. Io non provo pietà e neanche rispetto: ognuno fa la sua scelta.
Solo che oggi la condizione dei giovani sembra essere tornata al periodo precedente a quello del ’56, quando i kids erano “spazzati sotto lo zerbino”.
In realtà lo zerbino non c’era negli anni Sessanta, l’avevano solo mandato in lavanderia per un po’.
Etichette:
Wellerism
giovedì, luglio 23, 2026
Nada in concerto. Val Tidone Festival Castel San Giovanni (Piacenza) 21 luglio 2026
Serata fresca, piazza strapiena a CastelSanGiovanni (Piacenza) per una nuova tappa del "Nitrito" Tour di NADA.
Artista che è riuscita a rinnovarsi costantemente, passando dal pop più spensierato a dischi, sonorità e contenuti molto più impegnati e aspri.
Mantenendo comunque un legame con il mainstream.
Nada negli intermezzi non risparmia frecciate socio/politiche (a Trump e di appoggio al femminismo).
Il live si sviluppa in un'ora e mezza attraverso una ventina di brani, con una sola concessione ai momenti più pop, con l'esecuzione finale di "Amore disperato" in versione power pop/Blondie, decisamente riuscita.
La band ha suoni duri, spesso distorti, arrivando a toccare atmosfere tra grunge e Nick Cave (le produzioni di John Parish hanno lasciato il segno), le parti vocali si sviluppano, non di rado, su tempi "spezzati", in voluto anticipo, poco allineate al groove del brano (non vengono disdegnate soluzioni anomale e inconsuete), rendendo il tutto particolarmente originale e personale.
La voce (sempre in primissimo piano rispetto alla band) è riconoscibilissima, pulita, intonata, al massimo dell'espressività, a cui si aggiunge una teatralità interpretativa, essenziale nell'economia minimalista del live act.
Concerto di alta qualità, un nome sempre prezioso e tra i più originali nel panorama nostrano.
Artista che è riuscita a rinnovarsi costantemente, passando dal pop più spensierato a dischi, sonorità e contenuti molto più impegnati e aspri.
Mantenendo comunque un legame con il mainstream.
Nada negli intermezzi non risparmia frecciate socio/politiche (a Trump e di appoggio al femminismo).
Il live si sviluppa in un'ora e mezza attraverso una ventina di brani, con una sola concessione ai momenti più pop, con l'esecuzione finale di "Amore disperato" in versione power pop/Blondie, decisamente riuscita.
La band ha suoni duri, spesso distorti, arrivando a toccare atmosfere tra grunge e Nick Cave (le produzioni di John Parish hanno lasciato il segno), le parti vocali si sviluppano, non di rado, su tempi "spezzati", in voluto anticipo, poco allineate al groove del brano (non vengono disdegnate soluzioni anomale e inconsuete), rendendo il tutto particolarmente originale e personale.
La voce (sempre in primissimo piano rispetto alla band) è riconoscibilissima, pulita, intonata, al massimo dell'espressività, a cui si aggiunge una teatralità interpretativa, essenziale nell'economia minimalista del live act.
Concerto di alta qualità, un nome sempre prezioso e tra i più originali nel panorama nostrano.
Etichette:
Concerti
mercoledì, luglio 22, 2026
Caribb Roots Records
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane, sempre super attive e interessantissime.
Spazio oggi a Caribb Roots, nella persona di Ferdinando Masi.
https://www.caribbroots.it/
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta indipendente, underground, impostata su sonorità molto specifiche e particolari?
La voglia di tenere insieme le cose che facciamo da ormai 40 anni, dare valore ai nostri progetti.
E per “nostri” intendo un gruppo di persone, di musicisti che hanno vissuto insieme le varie fasi di una vita gratificante ma difficile.
Casino Royale, The Bluebeaters, The Uppertones, The Originals…
La diversità delle personalità che messe insieme creano quell’alchimia per cui nascono i progetti è una delle dinamiche che mi interessano di più.
Creare un grande cappello sotto il quale vivano le sfumature della musica Giamaicana, lo Ska, il Rocksteady, il Reggae con tutte le tante declinazioni è quello che mi anima, ad esempio, per Caribb Roots Records.
La qualità so che c’è, la riconosco. Le vendite a volte di più, a volte di meno.
Penso che nel tempo etichette come la mia possano servire a tracciare una piccola mappa di quello che stiamo attraversando, pur non raggiungendo grandi numeri.
Il nome Caribb Roots era il titolo di una cassetta compilata da Gaz Mayall, collezionista ossessivo nonché cantante dei Trojans e punto di riferimento londinese per le musica giamaicana, che è stata la miccia che ha fatto accendere Casino Royale prima e Giuliano Palma & The Bluebeaters poi.
La mia strada da musicista, dallo Ska 2tone di Casino Royale (1987) a ritroso fino allo Ska ’60 di The BB (1994) fino alle origini di Calypso & Boogie anni ’50 con The Uppertones (2016) è l’area di azione della label.
Tutto però parte dal punk e dal DIY.
La prima etichetta indipendente la creammo con gli Shockin’TV nell’86, la STV Production con cui producemmo il secondo 7 pollici della band.
Nel ’99 abbiamo creato la KingSize Rec per stampare “The Album” e “Wonderful Live” di Giuliano Palma & The Bluebeaters; il primo disco vendette 12.000 copie con ordini on line e pagamenti in vaglia postale, una gestione casalinga.
Con The Uppertones, 2018, abbiamo creato la OWAN (Oh What A Night) per la release del terzo disco di una band che vendeva dischi e magliette solo ai concerti e non aveva nessun tipo di struttura promozionale, per poi arrivare a CARIBB ROOTS Records che è nata per stampare i dischi di The Bluebeaters con Pat Cosmo alla voce.
E con quest’ultima vorrei ampliare lo spettro, fermarmi e magari ristampare anche cose vecchie sparse. Strutturarmi. Ci lavoro quotidianamente e chiedo consigli in giro.
Si è aggiunta da poco una nuova filiazione dell'etichetta, dalle caratteristiche diverse.
Avendo io attraversato differenti fasi musicali, si è sganciata una costola da Caribb Roots ed è nata una sub-label che si chiama Mule Train Rec. che si riferisce a un mondo country-punk & roll più “bianco” perché è stata la prima parte della mia vita musicale, quello che ho ascoltato e suonato. Mule Train è un brano anni ’50 che parla di delivery e vendita nel west americano attraverso “il treno di muli”.
E' un brano che ascoltavo da piccolo sul giradischi di mio padre. Tra l'altro la versione in vinile che avevo sembrava americana invece pochi giorni fa ho scoperto che era una produzione italianissima con solo il cantante americano.
Primo progetto, The Rads (gruppo garage -punk di Matteo Gioli di Firenze), accordo in 5 minuti al telefono, subito trovata un’intesa e stampato il disco.
Il secondo, anche qui una chiaccherata e ci siamo trovati immediatamente anche con Diego Geraci di Don Diego Trio di cui uscirà un nuovo LP ad Agosto.
L’idea è lavorare con persone vicine o amici di amici che facciano parte di un mondo di riferimento di quello che ho sempre ascoltato. A condizione che il suono incontri i miei gusti. Prossimamente penso anche a un nuovo disco di Shockin’TV (la mia prima band punk) che riunirà brani mai incisi del 1987 quando ci siamo sciolti.
L'etichetta è di recente nascita e pubblica solo in vinile. C'è dunque ancora un mercato per questo formato?
Il ritorno del vinile già da un po' di anni ha riportato alla luce un’attitudine ad un suono più caldo e “old”, oltre al fatto che per fare il selezionatore sono tornato a comprare 7 pollici ma poi anche LP che mi ero perso negli anni dello strapotere del CD.
Se serve stampo anche i CD, come nel caso di Don Diego perché so che lui li vende nei lunghi tour che fa di solito, sennò mi concentro sui 7 pollici che sono un formato assolutamente più interessante.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta?
Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
I dischi tendenzialmente li compra chi ne ha o li ha posseduti, generazioni più adulte anche perché a volte ti rendi conto che i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos’è un giradischi e ti guardano mettere i dischi come fossi un alieno.
Poi ovviamente ci sono alcuni che avendone avuto un’esperienza familiare s’intrippano e iniziano almeno a collezionarli, magari non ascoltandoli e lasciandoli intonsi.
Il vinile diventa spesso solo un gadget anche per gli artisti più giovani per lasciare qualcosa di fisico ai fans.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Guarda, non te lo so dire ancora.
Ho aperto nel 2023. Se faccio i conti mi dico sempre che l’importante è rientrare dei costi e soprattutto delle tasse che devi pagare anche se non generi un traffico di vendite che possa giustificarle.
Avendo aperto un e-commerce sul sito, ormai da qualche anno devo dire che sembra che in Italia non ci sia lo stesso interesse che può esserci in Europa o negli US per questo sistema di vendita.
In Italia abbiamo una cultura molto diversa dai paesi dove la musica che suoniamo o ascoltiamo è nata, che sia lo Ska, il Rock’n’roll o il punk, ancora relegata ad ambiti underground.
Bisogna sempre investire tanto e fare dischi in continuazione per poter dare un senso a questa operazione.
Con che criterio scegli le band da produrre?
Le uscite e i progetti li decido io, facendomi tutti i miei viaggi mentali.
Fondamentali sono il suono e la qualità dei brani che mi propongono oppure che scelgo io di produrre, devono essere tutti pezzi di un puzzle che ho in testa, di un Frankenstein di musica, anche molto diversa ma con radici che posso riconoscere.
Per esempio con Mule Train Rec da quando è uscito The Rads mi sono arrivate richieste di collaborazione, i progetti mi piacevano, erano in linea e li sto portando avanti.
Sono partiti tutti da rapporti di amicizia. Non ho possibilità di fare più di 2 progetti ex-novo all’anno anche perché in realtà mi piacerebbe rimettere su vinile alcuni album di bands, in cui spesso ho suonato anch’io, che sono uscite negli ultimi 20 anni solo in cd e che per me vale la pena ripubblicare in vinile.
La label la gestisco da solo, tranne per la parte grafica che mi consulto col mio socio Danilo Scuccimarra, pianista di The Bluebeaters che è grafico professionista. Io faccio disegni e butto lì idee, lui sistema tutto per andare in stampa.
Io ho sempre disegnato, fatto copertine, giocato col DIY, lui è dell’85 ed è architetto, siamo diversi e proprio per questo abbiamo spesso interessanti confronti generazionali sul gusto nel fare le copertine.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Pur essendo figlio di un pubblicitario, nella promozione faccio più fatica.
Tendenzialmente avendo ormai tutto in distribuzione mondiale con Kudos di Londra, cerco di lavorare un po' sui social e un po' con i negozi in Italia e coi concerti. Certo è che di tutto questo mestiere per la promozione bisognerebbe fare degli investimenti più grossi e spesso non ci riesco.
In questi casi mi baso sui vari contatti personali, spesso DJ italiani e stranieri per il mondo di Caribb Roots e su un ufficio stampa esterno che mi dà una mano, Sollevante Press. Una volta si facevano le pubblicità sulle riviste di musica, spesso funzionavano tanto che sto pensando di riprovarci anche se la carta stampata ha decisamente numeri ormai bassissimi ma forse per il mio compratore medio funzionerebbe.
Certo è che il veicolo maggiore sono i concerti, almeno per i generi che produco. Poi mi confronto con le piccole etichette che conosco, Record Kicks, Killer Groove, Aloe Vera e leggo tutte le storie delle label del passato per prenderne spunti e idee anche se è l’ambiente che spinge tutto a galla.
La storia della 2Tone è esemplare.
Spazio oggi a Caribb Roots, nella persona di Ferdinando Masi.
https://www.caribbroots.it/
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta indipendente, underground, impostata su sonorità molto specifiche e particolari?
La voglia di tenere insieme le cose che facciamo da ormai 40 anni, dare valore ai nostri progetti.
E per “nostri” intendo un gruppo di persone, di musicisti che hanno vissuto insieme le varie fasi di una vita gratificante ma difficile.
Casino Royale, The Bluebeaters, The Uppertones, The Originals…
La diversità delle personalità che messe insieme creano quell’alchimia per cui nascono i progetti è una delle dinamiche che mi interessano di più.
Creare un grande cappello sotto il quale vivano le sfumature della musica Giamaicana, lo Ska, il Rocksteady, il Reggae con tutte le tante declinazioni è quello che mi anima, ad esempio, per Caribb Roots Records.
La qualità so che c’è, la riconosco. Le vendite a volte di più, a volte di meno.
Penso che nel tempo etichette come la mia possano servire a tracciare una piccola mappa di quello che stiamo attraversando, pur non raggiungendo grandi numeri.
Il nome Caribb Roots era il titolo di una cassetta compilata da Gaz Mayall, collezionista ossessivo nonché cantante dei Trojans e punto di riferimento londinese per le musica giamaicana, che è stata la miccia che ha fatto accendere Casino Royale prima e Giuliano Palma & The Bluebeaters poi.
La mia strada da musicista, dallo Ska 2tone di Casino Royale (1987) a ritroso fino allo Ska ’60 di The BB (1994) fino alle origini di Calypso & Boogie anni ’50 con The Uppertones (2016) è l’area di azione della label.
Tutto però parte dal punk e dal DIY.
La prima etichetta indipendente la creammo con gli Shockin’TV nell’86, la STV Production con cui producemmo il secondo 7 pollici della band.
Nel ’99 abbiamo creato la KingSize Rec per stampare “The Album” e “Wonderful Live” di Giuliano Palma & The Bluebeaters; il primo disco vendette 12.000 copie con ordini on line e pagamenti in vaglia postale, una gestione casalinga.
Con The Uppertones, 2018, abbiamo creato la OWAN (Oh What A Night) per la release del terzo disco di una band che vendeva dischi e magliette solo ai concerti e non aveva nessun tipo di struttura promozionale, per poi arrivare a CARIBB ROOTS Records che è nata per stampare i dischi di The Bluebeaters con Pat Cosmo alla voce.
E con quest’ultima vorrei ampliare lo spettro, fermarmi e magari ristampare anche cose vecchie sparse. Strutturarmi. Ci lavoro quotidianamente e chiedo consigli in giro.
Si è aggiunta da poco una nuova filiazione dell'etichetta, dalle caratteristiche diverse.
Avendo io attraversato differenti fasi musicali, si è sganciata una costola da Caribb Roots ed è nata una sub-label che si chiama Mule Train Rec. che si riferisce a un mondo country-punk & roll più “bianco” perché è stata la prima parte della mia vita musicale, quello che ho ascoltato e suonato. Mule Train è un brano anni ’50 che parla di delivery e vendita nel west americano attraverso “il treno di muli”.
E' un brano che ascoltavo da piccolo sul giradischi di mio padre. Tra l'altro la versione in vinile che avevo sembrava americana invece pochi giorni fa ho scoperto che era una produzione italianissima con solo il cantante americano.
Primo progetto, The Rads (gruppo garage -punk di Matteo Gioli di Firenze), accordo in 5 minuti al telefono, subito trovata un’intesa e stampato il disco.
Il secondo, anche qui una chiaccherata e ci siamo trovati immediatamente anche con Diego Geraci di Don Diego Trio di cui uscirà un nuovo LP ad Agosto.
L’idea è lavorare con persone vicine o amici di amici che facciano parte di un mondo di riferimento di quello che ho sempre ascoltato. A condizione che il suono incontri i miei gusti. Prossimamente penso anche a un nuovo disco di Shockin’TV (la mia prima band punk) che riunirà brani mai incisi del 1987 quando ci siamo sciolti.
L'etichetta è di recente nascita e pubblica solo in vinile. C'è dunque ancora un mercato per questo formato?
Il ritorno del vinile già da un po' di anni ha riportato alla luce un’attitudine ad un suono più caldo e “old”, oltre al fatto che per fare il selezionatore sono tornato a comprare 7 pollici ma poi anche LP che mi ero perso negli anni dello strapotere del CD.
Se serve stampo anche i CD, come nel caso di Don Diego perché so che lui li vende nei lunghi tour che fa di solito, sennò mi concentro sui 7 pollici che sono un formato assolutamente più interessante.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta?
Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
I dischi tendenzialmente li compra chi ne ha o li ha posseduti, generazioni più adulte anche perché a volte ti rendi conto che i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos’è un giradischi e ti guardano mettere i dischi come fossi un alieno.
Poi ovviamente ci sono alcuni che avendone avuto un’esperienza familiare s’intrippano e iniziano almeno a collezionarli, magari non ascoltandoli e lasciandoli intonsi.
Il vinile diventa spesso solo un gadget anche per gli artisti più giovani per lasciare qualcosa di fisico ai fans.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Guarda, non te lo so dire ancora.
Ho aperto nel 2023. Se faccio i conti mi dico sempre che l’importante è rientrare dei costi e soprattutto delle tasse che devi pagare anche se non generi un traffico di vendite che possa giustificarle.
Avendo aperto un e-commerce sul sito, ormai da qualche anno devo dire che sembra che in Italia non ci sia lo stesso interesse che può esserci in Europa o negli US per questo sistema di vendita.
In Italia abbiamo una cultura molto diversa dai paesi dove la musica che suoniamo o ascoltiamo è nata, che sia lo Ska, il Rock’n’roll o il punk, ancora relegata ad ambiti underground.
Bisogna sempre investire tanto e fare dischi in continuazione per poter dare un senso a questa operazione.
Con che criterio scegli le band da produrre?
Le uscite e i progetti li decido io, facendomi tutti i miei viaggi mentali.
Fondamentali sono il suono e la qualità dei brani che mi propongono oppure che scelgo io di produrre, devono essere tutti pezzi di un puzzle che ho in testa, di un Frankenstein di musica, anche molto diversa ma con radici che posso riconoscere.
Per esempio con Mule Train Rec da quando è uscito The Rads mi sono arrivate richieste di collaborazione, i progetti mi piacevano, erano in linea e li sto portando avanti.
Sono partiti tutti da rapporti di amicizia. Non ho possibilità di fare più di 2 progetti ex-novo all’anno anche perché in realtà mi piacerebbe rimettere su vinile alcuni album di bands, in cui spesso ho suonato anch’io, che sono uscite negli ultimi 20 anni solo in cd e che per me vale la pena ripubblicare in vinile.
La label la gestisco da solo, tranne per la parte grafica che mi consulto col mio socio Danilo Scuccimarra, pianista di The Bluebeaters che è grafico professionista. Io faccio disegni e butto lì idee, lui sistema tutto per andare in stampa.
Io ho sempre disegnato, fatto copertine, giocato col DIY, lui è dell’85 ed è architetto, siamo diversi e proprio per questo abbiamo spesso interessanti confronti generazionali sul gusto nel fare le copertine.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Pur essendo figlio di un pubblicitario, nella promozione faccio più fatica.
Tendenzialmente avendo ormai tutto in distribuzione mondiale con Kudos di Londra, cerco di lavorare un po' sui social e un po' con i negozi in Italia e coi concerti. Certo è che di tutto questo mestiere per la promozione bisognerebbe fare degli investimenti più grossi e spesso non ci riesco.
In questi casi mi baso sui vari contatti personali, spesso DJ italiani e stranieri per il mondo di Caribb Roots e su un ufficio stampa esterno che mi dà una mano, Sollevante Press. Una volta si facevano le pubblicità sulle riviste di musica, spesso funzionavano tanto che sto pensando di riprovarci anche se la carta stampata ha decisamente numeri ormai bassissimi ma forse per il mio compratore medio funzionerebbe.
Certo è che il veicolo maggiore sono i concerti, almeno per i generi che produco. Poi mi confronto con le piccole etichette che conosco, Record Kicks, Killer Groove, Aloe Vera e leggo tutte le storie delle label del passato per prenderne spunti e idee anche se è l’ambiente che spinge tutto a galla.
La storia della 2Tone è esemplare.
Etichette:
Etichette
martedì, luglio 21, 2026
Of New Trolls live a Ferriere (Piacenza) 18 luglio 2026
La storia dei New Trolls è tra le più complesse e intricate della musica italiana.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
Etichette:
Concerti
lunedì, luglio 20, 2026
Mondiali di calcio 2026
Tralasciando l'ambito "socio/politico" (ma abbiamo visto ben di peggio in passato), il caso della squalifica tolta a Balogun, il trattamento all'Iran, l'espulsione di un arbitro solo perché somalo, l'imbarazzante e assurdo spettacolo nell'intervallo della finale, tanto quanto Trump e Infantino, un paio di riflessioni in libertà sul Mondiale di calcio.
La formula a 48 squadre ci può anche stare ma non apporta granché in più, se non una marea di partite a cui è impossibile stare dietro.
Poco male, vedere giocare squadre come Capo Verde, Curacao o Giordania, al di là dei singoli risultati, è interessante.
PS: a parte alcune eccezioni, la maggior parte dei calciatori delle nazionali "minori" non gioca in patria ma tra Europa, SudAmerica e Usa in campionati professionistici.
Sono arrivate alla fine (quarti e semifinali) le più meritevoli e in forma.
Hanno deluso Turchia, Germania e Brasile ma, nel caso delle ultime due, le gerarchie sono cambiate e il nobile passato non garantisce un posto al sole.
Ho visto belle partite, talvolta spettacolari, con giocatori molto tonici e motivati.
Stadi bellissimi, sempre pieni (nonostante i prezzi esorbitanti e la speculazione costante), pubblico colorato e festante, organizzazione impeccabile.
La Spagna ha vinto con merito, avrei voluto vedere andare avanti Norvegia e Marocco ma va bene così.
Il Mondiale è sempre una bella festa.
Speriamo di tornarci anche noi, prima o poi.
Già: e se ci fossimo andati? Si sa che un mondiale o un europeo sono manifestazioni a sé stanti, dove talvolta si creano condizioni particolari ma, oggettivamente, presumo che l'Italia avrebbe potuto superare il girone con Svizzera, Canada e Qatar e magari farcela contro Algeria o Sudafrica (improbabile con gli Usa) ma difficilemente sarebbe andata oltre gli ottavi.
Speriamo di verificarlo meglio tra quattro anni.
Ultima considerazione: dal 1930 a oggi 65 semifinaliste sono state europee, 24 sudamericane, una africana, una asiatica e una Nordamerica, gli Stati Uniti 100 anni fa.
Forse la distribuzione di posti alle squadre andrebbe rivista.
Alcuni dati dal Il Sole 24 ore
La fase a gironi ha registrato 4.644.549 spettatori, con un tasso di riempimento del 99,7% dei posti disponibili e una media di 64.508 persone per partita.
Record precedente USA 1994, quando gli spettatori complessivi furono circa 3,5 milioni.
Tifosi provenienti da 210 paesi e territori hanno assistito almeno a una gara del torneo.
I dieci paesi con il maggior numero di biglietti acquistati sono stati: Stati Uniti, Canada, Messico, Inghilterra, Germania, Colombia, Brasile, Argentina, Australia e Francia.
Battuti tutti i record di spettatori che hanno seguito la manifestazione in Tv.
Sul fronte commerciale, la maglia che ha riscosso il maggiore successo è stata quella del Messico.
Adidas ha dichiarato vendite legate al torneo superiori a 1,13 miliardi di dollari.
La formula a 48 squadre ci può anche stare ma non apporta granché in più, se non una marea di partite a cui è impossibile stare dietro.
Poco male, vedere giocare squadre come Capo Verde, Curacao o Giordania, al di là dei singoli risultati, è interessante.
PS: a parte alcune eccezioni, la maggior parte dei calciatori delle nazionali "minori" non gioca in patria ma tra Europa, SudAmerica e Usa in campionati professionistici.
Sono arrivate alla fine (quarti e semifinali) le più meritevoli e in forma.
Hanno deluso Turchia, Germania e Brasile ma, nel caso delle ultime due, le gerarchie sono cambiate e il nobile passato non garantisce un posto al sole.
Ho visto belle partite, talvolta spettacolari, con giocatori molto tonici e motivati.
Stadi bellissimi, sempre pieni (nonostante i prezzi esorbitanti e la speculazione costante), pubblico colorato e festante, organizzazione impeccabile.
La Spagna ha vinto con merito, avrei voluto vedere andare avanti Norvegia e Marocco ma va bene così.
Il Mondiale è sempre una bella festa.
Speriamo di tornarci anche noi, prima o poi.
Già: e se ci fossimo andati? Si sa che un mondiale o un europeo sono manifestazioni a sé stanti, dove talvolta si creano condizioni particolari ma, oggettivamente, presumo che l'Italia avrebbe potuto superare il girone con Svizzera, Canada e Qatar e magari farcela contro Algeria o Sudafrica (improbabile con gli Usa) ma difficilemente sarebbe andata oltre gli ottavi.
Speriamo di verificarlo meglio tra quattro anni.
Ultima considerazione: dal 1930 a oggi 65 semifinaliste sono state europee, 24 sudamericane, una africana, una asiatica e una Nordamerica, gli Stati Uniti 100 anni fa.
Forse la distribuzione di posti alle squadre andrebbe rivista.
Alcuni dati dal Il Sole 24 ore
La fase a gironi ha registrato 4.644.549 spettatori, con un tasso di riempimento del 99,7% dei posti disponibili e una media di 64.508 persone per partita.
Record precedente USA 1994, quando gli spettatori complessivi furono circa 3,5 milioni.
Tifosi provenienti da 210 paesi e territori hanno assistito almeno a una gara del torneo.
I dieci paesi con il maggior numero di biglietti acquistati sono stati: Stati Uniti, Canada, Messico, Inghilterra, Germania, Colombia, Brasile, Argentina, Australia e Francia.
Battuti tutti i record di spettatori che hanno seguito la manifestazione in Tv.
Sul fronte commerciale, la maglia che ha riscosso il maggiore successo è stata quella del Messico.
Adidas ha dichiarato vendite legate al torneo superiori a 1,13 miliardi di dollari.
Etichette:
Mondiali 2026
Iscriviti a:
Post (Atom)



















