Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto", dedicato alle nuove mod band (e affini) inglesi: Molotovs, Sharp Class e Spitifres, con stralci di interviste esclusive .
“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".
E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.
Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.
Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.
Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.
Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.
Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.
Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.
Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.
Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.
Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.
giovedì, maggio 14, 2026
New Mod bands (Molotovs, Sharp Class, Spitifires)
Etichette:
Mod
mercoledì, maggio 13, 2026
Dark Companion
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane più oscure per quanto super attive e interessantissime.
Tocca oggi alla DARK COMPANION, qui rappresentata da Max Marchini.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Dark Companion
https://darkcompanion.com/
La Dark Companion opera da anni, in chiave indipendente, a fianco di grandi nomi della storia del rock, affiliata a un’altra etichetta storica.
L’origine del nome Dark Companion ha una storia molto suggestiva.
La Dark Companion opera da dieci anni, tra le difficoltà che la musica indipendente incontra in questo tempo di omologazione e disinteresse.
L’idea venne al mio amico Greg Lake durante un viaggio in auto assieme, mentre lo portavo a Firenze.
Decise in un attimo (in Inghilterra la burocrazia è a zero) di riattivare la sua storica etichetta, la Manticore, che ebbe, tra gli altri, l’onore di lanciare due artisti italiani, la PFM e il Banco. L’idea era di non essere nostalgici, ma piuttosto di ritrovare lo spirito pionieristico che fu alla basi di quello che poi, post mortem, venne etichettato “progressive”.
Essendo di fatto poco addentro alle nostre faccende, Greg vagheggiava un’Italia patria dell’arte e del gusto, cosa senz’altro vera, ignorando però il totale disinteresse - specie in sede istituzionale - verso le suddette.
Detto fatto e cominciammo a lavorare su alcuni progetti.
Poiché il neo nominato direttore artistico, ovvero io, aveva interessi assai poco mainstream, Lake tuonò che bisognava create un’altra etichetta dedita alle semantiche della musica nuova, avant-garde e alternative.
In quel momento dalla mia compilation iniziò a suonare un vecchio singolo dei Tuxedomoon che si chiama “Dark Companion”.
“Ecco: questo è il nome della nostra etichetta. Il compagno oscuro della Manticore”.
Purtroppo la malattia che portò Lake a vita migliore impedì alla Manticore di andare oltre alla terza uscita poiché, dopo la dipartita del mio amico, nonostante i suoi desideri fossero scritti, la vedova decise di tenere il brand esclusivamente per la ristampa del materiale del marito.
La prima fu il live registrato da Greg Lake al Teatro Municipale di Piacenza, la seconda e ultima prodotta assieme, è Moonchild ove Greg promosse il talento interpretativo e la voce multiottava di Annie Barbazza a rivisitare, assieme a Max Repetti che ne curò gli arrangiamenti, alcuni dei brani più poetici e intesi dei King Crimson e di ELP. e, infine, un album di John Greaves che Lake non potè sentire, Life Size.
Intanto nel 2015 parte Dark Companion con 5 album in uscita il 18 novembre 2015: qui ho sfruttato i miei oltre 40 anni di giornalismo musicale e quando gli amici musicisti hanno saputo dei miei insani propositi, hanno generosamente voluto affidarmi i loro lavori: gli artisti con cui iniziammo furono Keith Tippett, Paolo Tofani, John Greaves, Lino Capra Vaccina (che oggi è uno degli artisti più amati della nostra famiglia) e, per la sussidiaria psichedelica Unifaun Productions, il ritorno dei Flyte Reaction che registrarono alcune delle gemme neo-psichedeliche più pregnanti degli anno ’80.
Da li abbiamo ampliato molto il nostro catalogo ricevendo lodi universali dalla critica e moderate vendite.
Tra gli artisti più iconici, Annie Barbazza, ormai affermata musa dell’avanguardia internazionale, Markus Stockhausen, Michael Mantler, Ron Geesin, Paul Roland, il nuovo progetto degli ex The Cure, Vamberator, e anche autori meno conosciuti che abbiamo introdotto come Sofia DeVille e Jeanette Sollén.
Oggi Dark Companion è una squadra che oltre a me vede Camillo Mozzoni di Associazione Novecento (ex primo oboe della Filarmonica della Scala), Alberto Callegari dello Studio Elfo e Massimo Orlandini di Maracash che è l’executive.
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Nella nostra nicchia delle nicchie si: non è mai mancato l’amore per il disco fisico.
Per fortuna. In effetti piattaforme come Spotify (shitty-fi come ama definirla Rick Wakeman) uccidono letteralmente la possibilità da parte dei giovani artisti di registrare professionalmente poiché, per esempio, per essere remunerati con 1000 dollari (lordi) occorrono oltre 375.000 ascolti. Una follia. Come si fa a pagare le spese di uno studio?
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Francamente più diversamente giovani, come credo per tutto il mercato del fisico, con le dovute eccezioni.
Stiamo notando una ripresa notevole del CD e del Cdr a scapito del vinile che, dopo un ritorno a seguito di sdrucciola moda, sta vivendo, anche grazie ai costi asinini, un rallentamento significativo.
Chiunque abbia un buon impianto resta inorridito dalla pessima qualità delle ristampe in vinile spesso compresse e prese dal CD. Per i dischi nuovi, la quasi totalità delle registrazioni avviene in digitale e a causa di ciò, per l’ineludibile principio fisico dell’entropia, i CD suonano meglio dei vinili. Inoltre, purtroppo, oggi i dischi si vendono praticamente solo ai concerti.
C’è un minimo di ritorno economico per un’etichetta così specializzata e che pubblica sempre confezioni molto curate e di conseguenza più costose?
Quando va di lusso si riescono a coprire le spese. Ci sono eccezioni. Per esempio alcune nostre produzioni sono state ristampate: Vive di Annie Barbazza, Henry Now, la North Sea Radio Orchestra di Folly Bololey e in generale i dischi di Markus Stockhausen abbracciano un’audience più vasta e sono quelli che ci permettono di pagare le spese e di sostenere anche le uscite di alto valore artistico ma meno fortunate o di osare nell’introdurre nel nostro catalogo artisti giovani il che, naturalmente, ci gratifica molto.
Nessuno di noi è coinvolto in Dark Companion per ragioni economiche.
Le nostre policies danno una percentuale molto alta dei profitti, quando ci sono, all’artista.
Siamo una Non Profit Company.
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Dispoticamente arbitrale mio. Non c’è un criterio.
Per esempio ho conosciuto recentemente una band di Roma, i Malesh, che sono venuti a Piacenza per sottopormi un loro lavoro neofolk, cupo, ancestrale che mi è piaciuto.
Abbiamo approntato, come ti dicevo, una sussidiaria, la Unifaun Productions, per tutto ciò che non è strettamente avantgarde, dalla musica classica indiana, alla psichedelica al folk.
Da critico senior sono abituato a non usare mai “mi piace” o “non mi piace”.
Ma da produttore lascio che sia la mia prima impressione a indicare la via. In generale, comunque, siamo focalizzati su linguaggi nuovi, visioni personali, eccentriche e fuori dai percorsi già battuti.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta? Avete un’attività parallela di organizzazione di eventi e concerti molto intensa.
Musiche nuove a Piacenza e Dark Companion sono due entità indissolubili.
Una supporta l’altra ma, come ha osservato argutamente un caro amico, io sono il propulsore di Dark Companion ma anche il suo limite.
Se grazie a Massimo Orlandini e Maracash/Self abbiamo una distribuzione soddisfacente, se grazie ad Alberto Callegari e allo studio Elfo, i nostri dischi sono premiati anche per la qualità del suono, ciò che manca è una tecnologia promozionale di ampio respiro che etichette inglesi, tedesche e americane hanno per il maggiore interesse che questo tipo di prodotto ha nel loro mercato, e alle agevolazioni statali in Italia inesitenti.
Ma soprattutto - dato che i dischi si vendono principalmente ai concerti - siamo disperatamente alla ricerca di una o più agenzie di booking per i nostri artisti.
Cosa c’è in programma per il futuro?
Siamo pieni di progetti e attualmente nella pipeline abbiamo un album di solo piano di Lino Capra Vaccina la cui genesi è decisamente curiosa. Lino è un musicista immenso: un vero poeta del silenzio.
Come produttore niente mi realizza più che mettermi al servizio della sua arte. Una mattina mi sveglio col ricordo di Lino che suona il pianoforte. Lo chiamo e glielo dico: “Lino ho sognato un tuo album di solo pianoforte”. Siccome il caso non esiste, Lino stava pensando di scrivere per piano.
L’album si chiamerà Rosa Mystica e uscirà tra poco. Poi abbiamo il nuovo album in studio di Paul Roland, l’album del John Greaves Ensemble che vede - tra gli altri - membri della Penguin Café Orchestra, dei Soft Machine e dei King Crimson. Il nuovo album di Sofia DeVille, poi la nostra seconda ristampa espansa (in genere non ristampiamo album del passato.
L’unica eccezione fu Songs di John Greaves con Robert Wyatt, Elton Dean ecc) Big Fish Popcorn dei Kings Of Oblivion: uno spassoso album uscito originariamente nel 1987 per la Bam Caruso e che è un pastiche assai zappiano, di Jakko Jakszyk e Gavin Harrison, mai ristampato.
Poi abbiamo due album in duo: i notturni di Gareth Davis e Lino Capra Vaccina e Fred Frith con Annie Barbazza. L’idea di aprire una “Dark Companion Classical” per pubblicare musica classica (abbiamo già un album pronto realizzato con Eugenio Finardi). E tanto altro ancora in ordine, anzi, in sacro disordine sparso.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Dark Companion
https://darkcompanion.com/
La Dark Companion opera da anni, in chiave indipendente, a fianco di grandi nomi della storia del rock, affiliata a un’altra etichetta storica.
L’origine del nome Dark Companion ha una storia molto suggestiva.
La Dark Companion opera da dieci anni, tra le difficoltà che la musica indipendente incontra in questo tempo di omologazione e disinteresse.
L’idea venne al mio amico Greg Lake durante un viaggio in auto assieme, mentre lo portavo a Firenze.
Decise in un attimo (in Inghilterra la burocrazia è a zero) di riattivare la sua storica etichetta, la Manticore, che ebbe, tra gli altri, l’onore di lanciare due artisti italiani, la PFM e il Banco. L’idea era di non essere nostalgici, ma piuttosto di ritrovare lo spirito pionieristico che fu alla basi di quello che poi, post mortem, venne etichettato “progressive”.
Essendo di fatto poco addentro alle nostre faccende, Greg vagheggiava un’Italia patria dell’arte e del gusto, cosa senz’altro vera, ignorando però il totale disinteresse - specie in sede istituzionale - verso le suddette.
Detto fatto e cominciammo a lavorare su alcuni progetti.
Poiché il neo nominato direttore artistico, ovvero io, aveva interessi assai poco mainstream, Lake tuonò che bisognava create un’altra etichetta dedita alle semantiche della musica nuova, avant-garde e alternative.
In quel momento dalla mia compilation iniziò a suonare un vecchio singolo dei Tuxedomoon che si chiama “Dark Companion”.
“Ecco: questo è il nome della nostra etichetta. Il compagno oscuro della Manticore”.
Purtroppo la malattia che portò Lake a vita migliore impedì alla Manticore di andare oltre alla terza uscita poiché, dopo la dipartita del mio amico, nonostante i suoi desideri fossero scritti, la vedova decise di tenere il brand esclusivamente per la ristampa del materiale del marito.
La prima fu il live registrato da Greg Lake al Teatro Municipale di Piacenza, la seconda e ultima prodotta assieme, è Moonchild ove Greg promosse il talento interpretativo e la voce multiottava di Annie Barbazza a rivisitare, assieme a Max Repetti che ne curò gli arrangiamenti, alcuni dei brani più poetici e intesi dei King Crimson e di ELP. e, infine, un album di John Greaves che Lake non potè sentire, Life Size.
Intanto nel 2015 parte Dark Companion con 5 album in uscita il 18 novembre 2015: qui ho sfruttato i miei oltre 40 anni di giornalismo musicale e quando gli amici musicisti hanno saputo dei miei insani propositi, hanno generosamente voluto affidarmi i loro lavori: gli artisti con cui iniziammo furono Keith Tippett, Paolo Tofani, John Greaves, Lino Capra Vaccina (che oggi è uno degli artisti più amati della nostra famiglia) e, per la sussidiaria psichedelica Unifaun Productions, il ritorno dei Flyte Reaction che registrarono alcune delle gemme neo-psichedeliche più pregnanti degli anno ’80.
Da li abbiamo ampliato molto il nostro catalogo ricevendo lodi universali dalla critica e moderate vendite.
Tra gli artisti più iconici, Annie Barbazza, ormai affermata musa dell’avanguardia internazionale, Markus Stockhausen, Michael Mantler, Ron Geesin, Paul Roland, il nuovo progetto degli ex The Cure, Vamberator, e anche autori meno conosciuti che abbiamo introdotto come Sofia DeVille e Jeanette Sollén.
Oggi Dark Companion è una squadra che oltre a me vede Camillo Mozzoni di Associazione Novecento (ex primo oboe della Filarmonica della Scala), Alberto Callegari dello Studio Elfo e Massimo Orlandini di Maracash che è l’executive.
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Nella nostra nicchia delle nicchie si: non è mai mancato l’amore per il disco fisico.
Per fortuna. In effetti piattaforme come Spotify (shitty-fi come ama definirla Rick Wakeman) uccidono letteralmente la possibilità da parte dei giovani artisti di registrare professionalmente poiché, per esempio, per essere remunerati con 1000 dollari (lordi) occorrono oltre 375.000 ascolti. Una follia. Come si fa a pagare le spese di uno studio?
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Francamente più diversamente giovani, come credo per tutto il mercato del fisico, con le dovute eccezioni.
Stiamo notando una ripresa notevole del CD e del Cdr a scapito del vinile che, dopo un ritorno a seguito di sdrucciola moda, sta vivendo, anche grazie ai costi asinini, un rallentamento significativo.
Chiunque abbia un buon impianto resta inorridito dalla pessima qualità delle ristampe in vinile spesso compresse e prese dal CD. Per i dischi nuovi, la quasi totalità delle registrazioni avviene in digitale e a causa di ciò, per l’ineludibile principio fisico dell’entropia, i CD suonano meglio dei vinili. Inoltre, purtroppo, oggi i dischi si vendono praticamente solo ai concerti.
C’è un minimo di ritorno economico per un’etichetta così specializzata e che pubblica sempre confezioni molto curate e di conseguenza più costose?
Quando va di lusso si riescono a coprire le spese. Ci sono eccezioni. Per esempio alcune nostre produzioni sono state ristampate: Vive di Annie Barbazza, Henry Now, la North Sea Radio Orchestra di Folly Bololey e in generale i dischi di Markus Stockhausen abbracciano un’audience più vasta e sono quelli che ci permettono di pagare le spese e di sostenere anche le uscite di alto valore artistico ma meno fortunate o di osare nell’introdurre nel nostro catalogo artisti giovani il che, naturalmente, ci gratifica molto.
Nessuno di noi è coinvolto in Dark Companion per ragioni economiche.
Le nostre policies danno una percentuale molto alta dei profitti, quando ci sono, all’artista.
Siamo una Non Profit Company.
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Dispoticamente arbitrale mio. Non c’è un criterio.
Per esempio ho conosciuto recentemente una band di Roma, i Malesh, che sono venuti a Piacenza per sottopormi un loro lavoro neofolk, cupo, ancestrale che mi è piaciuto.
Abbiamo approntato, come ti dicevo, una sussidiaria, la Unifaun Productions, per tutto ciò che non è strettamente avantgarde, dalla musica classica indiana, alla psichedelica al folk.
Da critico senior sono abituato a non usare mai “mi piace” o “non mi piace”.
Ma da produttore lascio che sia la mia prima impressione a indicare la via. In generale, comunque, siamo focalizzati su linguaggi nuovi, visioni personali, eccentriche e fuori dai percorsi già battuti.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta? Avete un’attività parallela di organizzazione di eventi e concerti molto intensa.
Musiche nuove a Piacenza e Dark Companion sono due entità indissolubili.
Una supporta l’altra ma, come ha osservato argutamente un caro amico, io sono il propulsore di Dark Companion ma anche il suo limite.
Se grazie a Massimo Orlandini e Maracash/Self abbiamo una distribuzione soddisfacente, se grazie ad Alberto Callegari e allo studio Elfo, i nostri dischi sono premiati anche per la qualità del suono, ciò che manca è una tecnologia promozionale di ampio respiro che etichette inglesi, tedesche e americane hanno per il maggiore interesse che questo tipo di prodotto ha nel loro mercato, e alle agevolazioni statali in Italia inesitenti.
Ma soprattutto - dato che i dischi si vendono principalmente ai concerti - siamo disperatamente alla ricerca di una o più agenzie di booking per i nostri artisti.
Cosa c’è in programma per il futuro?
Siamo pieni di progetti e attualmente nella pipeline abbiamo un album di solo piano di Lino Capra Vaccina la cui genesi è decisamente curiosa. Lino è un musicista immenso: un vero poeta del silenzio.
Come produttore niente mi realizza più che mettermi al servizio della sua arte. Una mattina mi sveglio col ricordo di Lino che suona il pianoforte. Lo chiamo e glielo dico: “Lino ho sognato un tuo album di solo pianoforte”. Siccome il caso non esiste, Lino stava pensando di scrivere per piano.
L’album si chiamerà Rosa Mystica e uscirà tra poco. Poi abbiamo il nuovo album in studio di Paul Roland, l’album del John Greaves Ensemble che vede - tra gli altri - membri della Penguin Café Orchestra, dei Soft Machine e dei King Crimson. Il nuovo album di Sofia DeVille, poi la nostra seconda ristampa espansa (in genere non ristampiamo album del passato.
L’unica eccezione fu Songs di John Greaves con Robert Wyatt, Elton Dean ecc) Big Fish Popcorn dei Kings Of Oblivion: uno spassoso album uscito originariamente nel 1987 per la Bam Caruso e che è un pastiche assai zappiano, di Jakko Jakszyk e Gavin Harrison, mai ristampato.
Poi abbiamo due album in duo: i notturni di Gareth Davis e Lino Capra Vaccina e Fred Frith con Annie Barbazza. L’idea di aprire una “Dark Companion Classical” per pubblicare musica classica (abbiamo già un album pronto realizzato con Eugenio Finardi). E tanto altro ancora in ordine, anzi, in sacro disordine sparso.
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martedì, maggio 12, 2026
Cesare Basile - Gigghiana
Un recente rapporto Onu, parla di "bancarotta globale" in merito alla crisi dell'acqua ovvero il pianeta sta utilizzando il proprio capitale idrico come se fosse una risorsa infinita, consumando oggi quantità che non riusciranno più a essere recuperate nel lungo periodo.
Il consumo delle risorse idriche sta crescendo soprattutto nelle economie avanzate e aree tradizionalmente considerate sicure dal punto di vista idrologico.
L'acqua c'è ma non riesce a rigenerarsi abbastanza velocemente da sostenere quello che l’umanità consuma.
Nel 2022 Google, Microsoft e Meta hanno prelevato due miliardi di metri cubi di acqua dolce.
E' il tema del libro di Cesare Basile, storico cantautore siciliano che conosce bene quanto la povertà idrica abbia e continui ad essere un problema di primaria importanza nella sua terra, da sempre "fonte di ricchezza e di miseria, di potenza e di schiavitù".
Ogni scritto è accompagnato da QR code che aprono paesaggi visivi e sonori originali e collage che raffigurano Santi e Madonne tra devozione popolare e rielaborazione simbolica.
Un libro che è opera d'arte, dura, importante e penetrante come la musica di Basile, che non lascia scampo e ci mostra come la tradizione popolare, vissuta non come mero orpello folkloristico ma come identità, sia quanto di più punk e rivoltoso si possa immaginare.
E se tragedia deve essere, appoggiamoci a un anelito di speranza finale:
La fame che scorre per letti di fiumi deviati
ridotti a carretta blindata da guerra
La carne del mondo si crepa
La creta riarsa nasconde nei solchi le ciglia dei poveri e aspetta
L'arsura che insegni di nuovo a sbocciare rivolte.
Cesare Basile
Gigghiana
Phaos Edizioni
40 pagine
15 euro
Il consumo delle risorse idriche sta crescendo soprattutto nelle economie avanzate e aree tradizionalmente considerate sicure dal punto di vista idrologico.
L'acqua c'è ma non riesce a rigenerarsi abbastanza velocemente da sostenere quello che l’umanità consuma.
Nel 2022 Google, Microsoft e Meta hanno prelevato due miliardi di metri cubi di acqua dolce.
E' il tema del libro di Cesare Basile, storico cantautore siciliano che conosce bene quanto la povertà idrica abbia e continui ad essere un problema di primaria importanza nella sua terra, da sempre "fonte di ricchezza e di miseria, di potenza e di schiavitù".
Ogni scritto è accompagnato da QR code che aprono paesaggi visivi e sonori originali e collage che raffigurano Santi e Madonne tra devozione popolare e rielaborazione simbolica.
Un libro che è opera d'arte, dura, importante e penetrante come la musica di Basile, che non lascia scampo e ci mostra come la tradizione popolare, vissuta non come mero orpello folkloristico ma come identità, sia quanto di più punk e rivoltoso si possa immaginare.
E se tragedia deve essere, appoggiamoci a un anelito di speranza finale:
La fame che scorre per letti di fiumi deviati
ridotti a carretta blindata da guerra
La carne del mondo si crepa
La creta riarsa nasconde nei solchi le ciglia dei poveri e aspetta
L'arsura che insegni di nuovo a sbocciare rivolte.
Cesare Basile
Gigghiana
Phaos Edizioni
40 pagine
15 euro
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Libri
lunedì, maggio 11, 2026
Kneecapp - Fenian
Una recensione approfondita a cura del nostro collaboratore Michele Savini di uno degli album più importanti dell'anno, "Fenian" dei Kneecapp.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
domenica, maggio 10, 2026
Not Moving Live Tour
Prosegue il tour dei NOT MOVING.
Prossima tappa venerdì 15 maggio a EUFONICA di Bologna presso Ente Fiere (https://www.eufonica.it/home/14159.html).
Suoniamo alle 19.30 dopo GazNevada, Pesissimi (Ex Skiantos), Avvoltoi e altri.
NOT MOVING
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
https://www.instagram.com/not_moving_ltd/
https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0
Prossima tappa venerdì 15 maggio a EUFONICA di Bologna presso Ente Fiere (https://www.eufonica.it/home/14159.html).
Suoniamo alle 19.30 dopo GazNevada, Pesissimi (Ex Skiantos), Avvoltoi e altri.
NOT MOVING
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
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sabato, maggio 09, 2026
Digitalizzazione catalogo Lilith /lilith and the Sinnersaints: "Lady Sings Love Songs"
Prosegue la digitalizzazione del catalogo di Lilith e Lilith and the Sinnersaints a cura di LaPOP Music.
Tocca questa volta all'album "Lady Sings Love Songs" del 1992 pubblicato dalla Face Records.
L’attenzione della stampa riservata all’esordio a 12 pollici di “Hello I love me” e una serie di richieste di esibizioni live induce Lilith accelerare i tempi sulla costituzione di un live act con la band composta da Massimo Vercesi alla chitarra, Cristiano Cassi al basso, Antonio Bacciocchi alla batteria. L’8 marzo (non a caso nel giorno della Festa della Donna) all’ “Area” di Carugate (Milano) avviene l’esordio live.
Il 7 novembre 1991 intanto esce per la Face Records il nuovo 45 giri con “Venus in furs” dei Velvet Underground e “Tombstone blues” di Bob Dylan.
“The lady sings love songs”, primo album della formazione, esce il 28 febbraio 1992 in CD e vinile per la Face Records.
14 brani con cover che vanno da Milva a Battiato, dai Velvet agli Stones, a Fassbinder, tra punk, blues, folk, rock.
Trova numerosissimi plausi della stampa, vende parecchio bene e scatena un torrenziale tour in tutta Italia, attraverso tutte le regioni della penisola, e la Germania.
Parallelamente arriva anche l’appoggio di radio, interviste alla Rai e sulle principali testate italiane, riviste, fanzine.
Alla fine tra vinili e CD, il resoconto delle vendite sarà di qualche migliaio di copie.
“Il teatro, il travestimento, sempre presenti nella mia anima hanno un exploit evidentissimo in questo periodo...spunti dagli anni Venti - periodo che personalmente ho sempre ritenuto il più creativo nel secolo scorso - dalle ombre, dalla storia del costume, dalla Parigi dei meandri sotto i ponti della Gare du Nord, dalle macerie del post Muro di Berlino tra i grigi palazzi adibiti a dormitori e la follia dei primi anni ’80 dissolti, dai bar di ogni luogo”.
Ascolta “Lady Sings Love Songs”, per la prima volta sulle piattaforme digitali: https://lapop.lnk.to/ladysingslovesongs
Tocca questa volta all'album "Lady Sings Love Songs" del 1992 pubblicato dalla Face Records.
L’attenzione della stampa riservata all’esordio a 12 pollici di “Hello I love me” e una serie di richieste di esibizioni live induce Lilith accelerare i tempi sulla costituzione di un live act con la band composta da Massimo Vercesi alla chitarra, Cristiano Cassi al basso, Antonio Bacciocchi alla batteria. L’8 marzo (non a caso nel giorno della Festa della Donna) all’ “Area” di Carugate (Milano) avviene l’esordio live.
Il 7 novembre 1991 intanto esce per la Face Records il nuovo 45 giri con “Venus in furs” dei Velvet Underground e “Tombstone blues” di Bob Dylan.
“The lady sings love songs”, primo album della formazione, esce il 28 febbraio 1992 in CD e vinile per la Face Records.
14 brani con cover che vanno da Milva a Battiato, dai Velvet agli Stones, a Fassbinder, tra punk, blues, folk, rock.
Trova numerosissimi plausi della stampa, vende parecchio bene e scatena un torrenziale tour in tutta Italia, attraverso tutte le regioni della penisola, e la Germania.
Parallelamente arriva anche l’appoggio di radio, interviste alla Rai e sulle principali testate italiane, riviste, fanzine.
Alla fine tra vinili e CD, il resoconto delle vendite sarà di qualche migliaio di copie.
“Il teatro, il travestimento, sempre presenti nella mia anima hanno un exploit evidentissimo in questo periodo...spunti dagli anni Venti - periodo che personalmente ho sempre ritenuto il più creativo nel secolo scorso - dalle ombre, dalla storia del costume, dalla Parigi dei meandri sotto i ponti della Gare du Nord, dalle macerie del post Muro di Berlino tra i grigi palazzi adibiti a dormitori e la follia dei primi anni ’80 dissolti, dai bar di ogni luogo”.
Ascolta “Lady Sings Love Songs”, per la prima volta sulle piattaforme digitali: https://lapop.lnk.to/ladysingslovesongs
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venerdì, maggio 08, 2026
Jesse Hector
Un ricordo del grande JESSE HECTOR, recentemente scomparso.
Nato nel 1947, Jesse Hector dopo gli esordi in ambito rock 'n' roll, con il Rock 'n' Roll Trio (che riformerà brevemente nel 1966) abbraccia l'etica e la filosfia MOD, forma nei primi 60's i Cravats, vicini al rhythm and blues e nel 1963 "entrerebbe" nella mod band dei Clique ma in realtà non è mai stato ufficialmente accreditato, per poi unirsi ai Way of Life e in seguito ai Mod Section.
Grande fan degli Small Faces, dal 1969 si perde in una lunga serie di nuove band: i Crushed Butler, attivi dal 1969 al 1971, poi trasformatisi in Tiger, sono spessi indicati tra le principali proto punk inglesi anche se si configurano più come una band tra rock blues e vigoroso hard rock non distante dai Blue Cheer. Successivamente si dedica agli Helter Skelter, suonando un glam rock intriso di hard rock e reminiscenze Sixties fino agli Hammersmith Gorillas (con cui incidono nel 1974 una deragliante versione di "You Really Got Me" dei Kinks), poi GORILLAS che realizzano dal 1976 al 1981 sei 45 giri finendo anche nel calderone punk, suonando con Damned e Eddie and the Hot Rods al Mont-de-Marsan Punk Festival nell'agosto 1976, il "primo european punk festival".
Dopo altri due singoli nel ma riscuotendo scarsa fortuna (ma influenzando a fondo un giovane Paul Weller, loro fan).
In particolare vanno ricordati "Gatecrasher" del 1976 e la tiratissima, su un ritmo alla Bo Diddley, "It's My Life" del 1978.
Nel 1978 pubblicano l'album "Message To The World" dal taglio (anche estetico, in copertina) decisamente glam con una discreta versione di "Foxy Lady" e una serie di canzoni autografe non esaltanti. Jesse continua a suonare in seguito negli anni Novanta con il Jesse Hector Sound e i Gatecrashers, incidendo vari brani, raccolti, nel 2023, nella compilation "Running Wild", con un sound debitore ai tardi Small Faces più hard, Humble Pie, ruvido rock 'n' roll, garage, Stooges.
La regista Caroline Catz gli ha dedicato il film biografico "A Message to the World" nel 2008.
Crushed Butler
https://www.youtube.com/watch?v=gl8KmrQ4dUc
Helter Skelter
https://www.youtube.com/watch?v=wxQvcYNMWNw
Gorillas "Message To The World" full album
https://www.youtube.com/watch?v=T80Xof7hoHI&list=PLd7RNylrQjkLscfpGnzg9snKT69gFKcIP
Jesse Hector "Running Wild"
https://anotherplanetmusic.bandcamp.com/album/running-wild
La pagina Facebook a lui dedicata da cui sono state estratte alcune foto:
https://www.facebook.com/groups/58432755944/media
Nato nel 1947, Jesse Hector dopo gli esordi in ambito rock 'n' roll, con il Rock 'n' Roll Trio (che riformerà brevemente nel 1966) abbraccia l'etica e la filosfia MOD, forma nei primi 60's i Cravats, vicini al rhythm and blues e nel 1963 "entrerebbe" nella mod band dei Clique ma in realtà non è mai stato ufficialmente accreditato, per poi unirsi ai Way of Life e in seguito ai Mod Section.
Grande fan degli Small Faces, dal 1969 si perde in una lunga serie di nuove band: i Crushed Butler, attivi dal 1969 al 1971, poi trasformatisi in Tiger, sono spessi indicati tra le principali proto punk inglesi anche se si configurano più come una band tra rock blues e vigoroso hard rock non distante dai Blue Cheer. Successivamente si dedica agli Helter Skelter, suonando un glam rock intriso di hard rock e reminiscenze Sixties fino agli Hammersmith Gorillas (con cui incidono nel 1974 una deragliante versione di "You Really Got Me" dei Kinks), poi GORILLAS che realizzano dal 1976 al 1981 sei 45 giri finendo anche nel calderone punk, suonando con Damned e Eddie and the Hot Rods al Mont-de-Marsan Punk Festival nell'agosto 1976, il "primo european punk festival".
Dopo altri due singoli nel ma riscuotendo scarsa fortuna (ma influenzando a fondo un giovane Paul Weller, loro fan).
In particolare vanno ricordati "Gatecrasher" del 1976 e la tiratissima, su un ritmo alla Bo Diddley, "It's My Life" del 1978.
Nel 1978 pubblicano l'album "Message To The World" dal taglio (anche estetico, in copertina) decisamente glam con una discreta versione di "Foxy Lady" e una serie di canzoni autografe non esaltanti. Jesse continua a suonare in seguito negli anni Novanta con il Jesse Hector Sound e i Gatecrashers, incidendo vari brani, raccolti, nel 2023, nella compilation "Running Wild", con un sound debitore ai tardi Small Faces più hard, Humble Pie, ruvido rock 'n' roll, garage, Stooges.
La regista Caroline Catz gli ha dedicato il film biografico "A Message to the World" nel 2008.
Crushed Butler
https://www.youtube.com/watch?v=gl8KmrQ4dUc
Helter Skelter
https://www.youtube.com/watch?v=wxQvcYNMWNw
Gorillas "Message To The World" full album
https://www.youtube.com/watch?v=T80Xof7hoHI&list=PLd7RNylrQjkLscfpGnzg9snKT69gFKcIP
Jesse Hector "Running Wild"
https://anotherplanetmusic.bandcamp.com/album/running-wild
La pagina Facebook a lui dedicata da cui sono state estratte alcune foto:
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giovedì, maggio 07, 2026
Riccardo Bertoncelli - Abitavo a Penny Lane
Piaccia o meno, il giornalismo musicale italiano per eccellenza vede indubbiamente Riccardo Bertoncelli sul podio (più alto? ai posteri...).
Ora è il momento di raccontarsi, in quello che è probabilmente il primo capitolo della sua lunga storia (visto che si ferma a "quel" fatidico 8 dicembre 1980).
Lo fa con leggerezza, ironia, forzata limitatezza (ci vorrebbero probabilmente dieci altri libri per essere esaustivo), un pizzico di malinconia, mista a una giusta e perdonabile "arroganza" di chi è comunque arrivato prima di tanti (tutti?) altri.
Ci sono le dovute "scuse" per anni estremi e incredibili agli occhi odierni:
"Era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa".
I famosi screzi e feroci litigi con Francesco Guccini e gli Area seppure così tanto ammirati:
"Mi piacevano perché erano proprio quelli che dicevano di essere, vogliosi, polemici, aggressivi, voraci, perché si prendevano tutto dei tempi, velleità, slanci, opportunità con la rabbia repressa di "chi ha suonato per anni la musica dei padroni"... con una disinvoltura, una libertà, una naturalezza che oggi lasciano basiti e testi libertari tra anarchia e situazionismo...".
E poi la sua storia, tra le fanzine "Blues Anytime" e "Freak", le riviste storiche come "Gong", "Muzak" e "Musica 80" (sempre al centro di scissioni, discussioni e altro), libri altrettanto importanti (su tutti "Pop Story").
Vicende che, anagraficamente, ho vissuto in tempo (quasi) reale, collezionando avidamente buona parte dei suddetti titoli, in una sorta di amore/odio per il personaggio (incontrato, disponibile ed estremamente "easy", poco tempo fa a un concerto di Fred Frith).
Un bel libro che lascia, immancabilmente, l'immediato desiderio di un veloce seguito.
Riccardo Bertoncelli
Abitavo a Penny Lane
Feltrinelli
230 pagine
18 euro
Ora è il momento di raccontarsi, in quello che è probabilmente il primo capitolo della sua lunga storia (visto che si ferma a "quel" fatidico 8 dicembre 1980).
Lo fa con leggerezza, ironia, forzata limitatezza (ci vorrebbero probabilmente dieci altri libri per essere esaustivo), un pizzico di malinconia, mista a una giusta e perdonabile "arroganza" di chi è comunque arrivato prima di tanti (tutti?) altri.
Ci sono le dovute "scuse" per anni estremi e incredibili agli occhi odierni:
"Era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa".
I famosi screzi e feroci litigi con Francesco Guccini e gli Area seppure così tanto ammirati:
"Mi piacevano perché erano proprio quelli che dicevano di essere, vogliosi, polemici, aggressivi, voraci, perché si prendevano tutto dei tempi, velleità, slanci, opportunità con la rabbia repressa di "chi ha suonato per anni la musica dei padroni"... con una disinvoltura, una libertà, una naturalezza che oggi lasciano basiti e testi libertari tra anarchia e situazionismo...".
E poi la sua storia, tra le fanzine "Blues Anytime" e "Freak", le riviste storiche come "Gong", "Muzak" e "Musica 80" (sempre al centro di scissioni, discussioni e altro), libri altrettanto importanti (su tutti "Pop Story").
Vicende che, anagraficamente, ho vissuto in tempo (quasi) reale, collezionando avidamente buona parte dei suddetti titoli, in una sorta di amore/odio per il personaggio (incontrato, disponibile ed estremamente "easy", poco tempo fa a un concerto di Fred Frith).
Un bel libro che lascia, immancabilmente, l'immediato desiderio di un veloce seguito.
Riccardo Bertoncelli
Abitavo a Penny Lane
Feltrinelli
230 pagine
18 euro
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Libri
mercoledì, maggio 06, 2026
Cesare Camardo - No Easy Action
Un documento visivo (dal 1986 al 2025) di una lunga serie di concerti, attraverso centoventi foto, rigorosamente in bianco e nero, di concerti, dal punk, all'hardcore, al jazz, all'avanguardia.
Un viaggio tra centri sociali, piccoli club, festival e altro, che colgono l'atto "supremo" dell'esibizione live, l'attimo fuggente, talvolta sgranato e non a fuoco ma perfettamente comunicativo.
Rimango e mi considero un dilettante nel contesto della fotografia, ma in un certo senso con questa raccolta tento di spostare l'attenzione verso una narrazione fotografica a totale servizio della scena, della performance, dell'azione che si svolge ogni volta in luoghi, condizioni, dinamiche sonore e antropologiche sempre nuove - anche quando gli spazi degli scatti sono sempre gli stessi.
Quasi come cercare, nella fotografia, uno strumento musicale che renda verbo e canzone l'immagine.
BUON ASCOLTO.
Tra i soggetti fotografati:
Bad Religion, Meat Puppets, Swans, Jello Biafra, Afterhours, Bad Brains, Motorpsycho, Vinicio Capossela, The Gang, Social Distortion, Fleshtones, Eugenio Finardi, Jesus Lizard.
Cesare Camardo
No Easy Action
Low Edizioni
134 pagine
24 euro
Un viaggio tra centri sociali, piccoli club, festival e altro, che colgono l'atto "supremo" dell'esibizione live, l'attimo fuggente, talvolta sgranato e non a fuoco ma perfettamente comunicativo.
Rimango e mi considero un dilettante nel contesto della fotografia, ma in un certo senso con questa raccolta tento di spostare l'attenzione verso una narrazione fotografica a totale servizio della scena, della performance, dell'azione che si svolge ogni volta in luoghi, condizioni, dinamiche sonore e antropologiche sempre nuove - anche quando gli spazi degli scatti sono sempre gli stessi.
Quasi come cercare, nella fotografia, uno strumento musicale che renda verbo e canzone l'immagine.
BUON ASCOLTO.
Tra i soggetti fotografati:
Bad Religion, Meat Puppets, Swans, Jello Biafra, Afterhours, Bad Brains, Motorpsycho, Vinicio Capossela, The Gang, Social Distortion, Fleshtones, Eugenio Finardi, Jesus Lizard.
Cesare Camardo
No Easy Action
Low Edizioni
134 pagine
24 euro
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martedì, maggio 05, 2026
Area Pirata Records
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane più oscure per quanto super attive e interessantissime.
Tocca oggi alla storica AREA PIRATA RECORDS, qui rappresentata da Tiziano Rimonti, boss della label con Jacopo Giannetti.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
https://www.areapirata.com/
Cosa vi ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk, garage e dintorni”.
Mai piaciute le cose facili ahahah.
Diciamo che la spinta parte dai nostri gusti personali, per cui ci siamo mossi su quei territori, che abbiamo sempre sentito come familiari. La spinta viene dalla passione…
La vostra è un’esperienza ormai di lunga data ma che resiste a un mercato sempre più difficile. Qual è la formula?
Forse la formula, banalmente, è aver tenuto botta.
Ora abbiamo un catalogo abbastanza vasto e quindi tra vendite dirette e scambi, riesci a sopravvivere abbastanza bene. Poi chiaramente stiamo attenti ai dettagli anche rispetto agli ordini: dagli imballaggi a prova di corriere maldestro alle mail sempre personalizzate, al prendersi carico di eventuali problemi o ritardi…
Siamo sempre stati anche clienti, per le nostre ‘collezioni’, e quindi abbiamo cercato di essere i venditori che vorremmo trovare quando siamo dall’altra parte…
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Non so se parlare di un effettivo ritorno, ma ho notato che l’interesse si è mantenuto vivo negli ultimi dieci anni, senza grosse differenze. Anche la supposta crescita esponenziale del vinile a fronte del calo del CD, è un po’ relativa. Ultimamente abbiamo ristampato il secondo album dei Vipers (‘How About Some More’), e la versione CD ha venduto molto più del vinile per ora…
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale? In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Gli acquirenti sono di solito ultra-trentacinquenni, con poche eccezioni, da quanto ci risulta… Quindi non giovanissimi…
La nostra label, da sempre, è un’attività senza fini di lucro e non potrebbe essere altrimenti. Dopo le perdite secche dei primi anni, siamo riusciti a crescere, ma i margini sono così bassi per cui ha più senso reinvestirli e mantenere questa passione come qualcosa di slegato dal compenso.
Sicuramente i primi due criteri con cui decidiamo di produrre una band, sono il sound della band e la sua attitudine, che sia cioè vicina alla nostra.
Poi chiaramente dobbiamo capire con loro se ci sono possibilità che la band possa muoversi per far conoscere il disco, che sennò resta un progetto tra noi… Oggi come ieri, l’attività live, sempre più difficile, data la scarsità di spazi, resta però un punto di riferimento per tutti per conoscere per una band, apprezzarla e magari supportarla!
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Cerchiamo di sfruttare gli spazi che troviamo, dai social, alle recensioni, ai passaggi radio, ma sicuramente su questo versante dovremmo fare molto di più… D’altra parte il fatto che questo sia un bellissimo, ma pur sempre un hobby, non ci lascia il tempo necessario per occuparci di tutto come vorremmo…
Tocca oggi alla storica AREA PIRATA RECORDS, qui rappresentata da Tiziano Rimonti, boss della label con Jacopo Giannetti.
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
https://www.areapirata.com/
Cosa vi ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk, garage e dintorni”.
Mai piaciute le cose facili ahahah.
Diciamo che la spinta parte dai nostri gusti personali, per cui ci siamo mossi su quei territori, che abbiamo sempre sentito come familiari. La spinta viene dalla passione…
La vostra è un’esperienza ormai di lunga data ma che resiste a un mercato sempre più difficile. Qual è la formula?
Forse la formula, banalmente, è aver tenuto botta.
Ora abbiamo un catalogo abbastanza vasto e quindi tra vendite dirette e scambi, riesci a sopravvivere abbastanza bene. Poi chiaramente stiamo attenti ai dettagli anche rispetto agli ordini: dagli imballaggi a prova di corriere maldestro alle mail sempre personalizzate, al prendersi carico di eventuali problemi o ritardi…
Siamo sempre stati anche clienti, per le nostre ‘collezioni’, e quindi abbiamo cercato di essere i venditori che vorremmo trovare quando siamo dall’altra parte…
Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Non so se parlare di un effettivo ritorno, ma ho notato che l’interesse si è mantenuto vivo negli ultimi dieci anni, senza grosse differenze. Anche la supposta crescita esponenziale del vinile a fronte del calo del CD, è un po’ relativa. Ultimamente abbiamo ristampato il secondo album dei Vipers (‘How About Some More’), e la versione CD ha venduto molto più del vinile per ora…
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale? In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Con che criterio scegliete le band da produrre?
Gli acquirenti sono di solito ultra-trentacinquenni, con poche eccezioni, da quanto ci risulta… Quindi non giovanissimi…
La nostra label, da sempre, è un’attività senza fini di lucro e non potrebbe essere altrimenti. Dopo le perdite secche dei primi anni, siamo riusciti a crescere, ma i margini sono così bassi per cui ha più senso reinvestirli e mantenere questa passione come qualcosa di slegato dal compenso.
Sicuramente i primi due criteri con cui decidiamo di produrre una band, sono il sound della band e la sua attitudine, che sia cioè vicina alla nostra.
Poi chiaramente dobbiamo capire con loro se ci sono possibilità che la band possa muoversi per far conoscere il disco, che sennò resta un progetto tra noi… Oggi come ieri, l’attività live, sempre più difficile, data la scarsità di spazi, resta però un punto di riferimento per tutti per conoscere per una band, apprezzarla e magari supportarla!
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Cerchiamo di sfruttare gli spazi che troviamo, dai social, alle recensioni, ai passaggi radio, ma sicuramente su questo versante dovremmo fare molto di più… D’altra parte il fatto che questo sia un bellissimo, ma pur sempre un hobby, non ci lascia il tempo necessario per occuparci di tutto come vorremmo…
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