Lunedì 6 aprile: NOT MOVING a ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival" ORE 20.30 PUNTUALI, headliners del palco esterno.
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
sabato, aprile 04, 2026
venerdì, aprile 03, 2026
Help (2)
“The Help Album”, uscì nel 1995 a cura di War Child per raccogliere fondi destinati ai bambini che vivevano nelle aree devastate dalla guerra, in particolare nei Balcani. Partecipò il fior fiore della scena britannica: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, Massive Attack, Portishead, Charlatans e Chemical Brothers insieme, gli Smokin Mojo Filters ovvero Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller, alle prese con “Come Together” .
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
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Dischi
giovedì, aprile 02, 2026
Venti3 Records. Intervista a Stefano Gilardino
Stefano Gilardino, giornalista e scrittore, ha dato da poco tempo vita a una nuova etichetta, la Venti3 di cui abbiamo, da queste parti, recensito un po' tutto il pubblicato. Qualche domanda per approfondire alcuni temi sulla discografia indipendente oggi.
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
venti3.bandcamp.com
IG: venti3records
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
venti3.bandcamp.com
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Interviste
mercoledì, aprile 01, 2026
The Jetset
La Heavy Soul Records ha da poco stampato un live dei JETSET "Live At The 100 Club 1986", riportando alla memoria una delle band più, paradossalmente, originali della scena Mod and Related degli anni 80, con il loro stile sfacciatamente Monkees/Beatles, sia nell'estetica, che nelle modalità promozionali, che ricalcavano quei profilo con tanto di annuncio di una serie Tv, conferenze stampa "alla Beatles", una striscia a fumetti su una fanzine e un merchandising ad hoc.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
Anche musicalmente il contesto era quello ma con una dimensione compositiva di primissima qualità.
Beat, soul, rhythm and blues, psichedelia, vaudeville.
Vissero un lustro, dal 1983 al 1988, prima dello scioglimento definitivo.
There Goes the Neighbourhood (1985)
Preceduto dall'esordio su ep "The Best Of the Jetset", piccolo gioiello di quattro brani, il primo album è un capolavoro di gusto, melodie perfette, una base di puro e semplice beat (tra Beatles, Monkees e Kinks), ben eseguito, con un gusto rock'n'roll/rhythm and blues a dare energia e carica al tutto.
Nel brano "Do You Wanna Be in the Show" ci sono pure io ai cori...
Go Bananas (1986)
Il secondo album prosegue sulla falsariga dell'esordio, con un omaggio a "Sell Out" degli Who, inframezzando i brani da finbti spot pubblicitari e interventi vocali. Ampie manciate di Beatles e Monkees, una maggior cura ad arrangiamenti e registrazione, meno "cruda" del precedente, armonie vocali sempre più accurate.
April, May, June And The Jetset (1986)
La band si muove (anche esteticamente) verso influenze più psych pop mantenendo però le radici Beatlesiane ben solide.
L'album è discreto ma di livello inferiore rispetto ai precedenti.
Vaudeville Park (1987)
La band si ritira dall'attività concertistica, come fecero i Beatles, per concentrarsi sulle registrazioni in studio e le due anime del gruppo. Paul Bevoir e Paul Bultitude (già con i Secret Affair), come i Fab Four, vanno verso la loro personale dimensione "Sgt Peppers"/"Magical Mistery Tour", aggiungendo fiati e orchestrazioni, psichedelia e un gusto vaudeville tra Paul Mccartney e Ray Davies.
L'aspetto interessante che ha caratterizzato sempre la band è la capacità di scrivere così bene in modo tanto affine (il più delle volte spudoratamente) ai loro modelli.
Five (1988)
Il disco finale che sancisce anche la rottura all'interno del gruppo che si scioglie definitivamente.
Rincorrono stavolta i suoni di "Abbey Road" e degli Wings, sempre con grande classe e capacità interpretativa di quelle atmosfere.
Le canzoni sono belle, ben fatte e arrangiate alla perfezione in stile.
Live At The 100 Club 1986 (2026)
Dodici brani tratti da buona parte del repertorio, ben eseguiti, pur se non è semplicissimo riproidurre le raffinate melodie vocali dei dischi. La band se la cava comunque al meglio e l'album è un ottimo compendio alla più che buona e inteessante discografia.
The JetSet - Wednesday Girl
https://www.youtube.com/watch?v=Fs1RHG2bI2c
In studio di registrazione a fare il corista di "Do You Wanna Be in the Show" con Anthony Meynell degli Squire, Edward Ball dei Times e i Jetset.
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martedì, marzo 31, 2026
Marzo 2026. Il meglio
A un quarto dall'inizio dell'anno e già un po' di cose di livello: Black Crowes, The Delines, Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs.
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce.
THE BLACK CROWES - A Pound of Feathers
Fermi tutti!
Tornano i BLACK CROWES e mettono subito in riga chiunque aspirasse al miglior album del 2026.
Qui c'è da lottare e duramente con il consueto, tanto prevedibile quanto entusiasmante, mix di southern rock, blues, rock blues, soul, gospel, attitudine rock'n'roll e Stones.
Non c'è una nota o melodia che non sia già stata ascoltata ma sfido chiunque a farla così bene, con così tanta energia, freschezza, groove.
"A Pound of Feathers" spacca!
THE DELINES - The Set Up
La classe della band di Portland era nota ma il nuovo album è un sorprendente gioiello di profondità lirica, canzoni dolenti e malinoniche, intrise di soul, gospel, jazz, canzone d'autore americana, approccio doo wop. Le canzoni sono prevalentemente ballate dal taglio blues, drammatiche, cupe, tristi. Un lavoro di eccellente fattura, destinato a rimanere a lungo negli ascolti.
KIM GORDON - Play Me
Con il terzo album solista, l'ex Sonic Youth ci conferma la sua voglia di sfidar(si) e proseguire nella sua ricerca sonora, mischiando hip hop, elettronica, asperità varie, melodie ossessive, atmosfere psycho/apocalittiche.
Uno stile subito distinguibile e riconoscibile e questo è un grande merito, nell'omologazione circostante.
Magari non scriverà capolavori ma rimane uno dei progetti artistici più interessanti in circolazione.
FLEA - Honora
Un esordio solista atteso e con grande aspettative (soprattutto dopo il singolo, con stupendo video, "A Plea", che rimane la vetta dell'album). Dieci brani, quasi un'ora di musica, tra sperimentazione, jazz, spiritual jazz, una più che ottima ballad con Nick Cave alla voce, una cover stravolta di "Maggot Brain" dei Funkadelic, tante suggestioni e riferimenti.
SQUEEZE - Trixies
Torna la band inglese (ovvero Chris Difford e Glenn Tilbrook) con un concept-album elaborato a cavallo tra il 1972 e il 1974, mai pubblicato e ripreso ora. Molto gustoso e divertente, tra atmosfere glam rock/post Beatles/David Bowie/Marc Bolan/Elton John e affini. Paradossalmente moderno da quando questi suoni sono stati sdoganati e riproposti in chiave attuale (Lemon Twigs su tutti). Le canzoni sono di eccellente fattura, i riferimenti retrò ma dall'approccio molto fresco e intrigante. Un bel disco.
LONG RYDERS - High Noon Rhythms
Roba di alta qualità, signori e signore. Grande spinta ritmica, ricca di rock 'n' roll e rhythm and blues, alt-country, Gram Parsons e conclusione con "Forever Young" di Bob Dylan. In poche parole: tutto perfetto, come sempre.
MOTORPSYCHO - The Gaia II Space Corps
La band norvegese è una garanzia di qualità.
Magari non sempre altissima ma alla fine comunque soddisfacente.
Come nel nuovo album in cui girano a loro piacimento nel solito mondo hard/stoner/psych/70s, con competenza, ottime canzoni, le giuste vibrazioni.
Coverizzano i Frost alla fine e regalano l'ennesimo lavoro che fa sempre un grande piacere ascoltare.
AMY GADIAGA - Baby Goated
" I grew up in the suburbs of Paris, born to parents of Senegalese, Gambian, and Malian descent". La compositrice, cantante, valente e pluripremiata contrabbassista, è tra i personaggi più interessanti della scena Nu Jazz londinese (nella capitale si è trasferita da un po'). Un sound affascinante che abbraccia jazz, soul, afro, un gusto alla Kamasi Washington negli arrangiamenti, Betty Carter, Nina Simone e tanto estro funk (vedi il video). Il nuovo ep è eccellente ma vi invito a scoprire tutta la sua produzione nel suo Bandcamp: https://amygadiaga.bandcamp.com/
MT JONES - Joy
Debutto di grande classe per l'artista inglese, dopo una serie di ottimi singoli, tra soul, disco funk, inflessioni jazz, rhythm and blues. Molto soft e avvolgente, rilassante e groovy. Consigliato per un perfetto e soulful sottofondo.
SON LITTLE - Cityfolk
Molto buono il sesto album de lmusicista dell'Alabama. Southern soul, intriso di blues, un pizzico di gospel, una manciata di folksoul alla Bill Withers, addirittura uno sguardo al primo Lenny Kravitz. Si ascolta con molto piacere, è "nero" e groovy, con canzoni ben fatte e dagli arrangiamenti perfettamente scarni.
STEVE WHITE TRIO - Soul Drums
L'esordio solista dell'ex batterista di Style Council, Paul Weller, Oasis etc, accompagnato da Chris Hague e Joel White lo coglie alle prese con un jazz sound strumentale piuttosto canonico ma molto godibile, sulle tracce dell'Horace Silver di "Song For My Father" e Jimmy Smith. C'è anche una versione jazz funk di "My Ever Changing Moods" degli Style Council, ben riuscita.
JAMES TAYLOR (JTQ) - Shadows And Dreams
James Taylor realizza un suo sogno: incidere un album di musica classica con il solo pianoforte. Da Bach a Beethoven a Mozart a Scarlatti. Proiduce la Acid Jazz e per chi vuole accomodarsi di posto ce n'é...
GONG - Bright Spirit
Il marchio Gong è da tempo immemorabile altra cosa rispetto agli esordi con Daevid Allen e anche alle successive tappe jazz fusion di Pierre Moerlen. Nel nuovo album si addentrano in una miscela di prog, space rock, pennellate Canterbury e jazz. Discreto, poco più.
IACAMPO - Preghiere contemporanee
Uno dei cantautori più raffinati e personali che abbiamo in Italia, ci ha fatto attendere sei anni dal precedente lavoro, il come sempre più che ottimo Fructus, per regalarci un nuovo album che, come facilmente prevedibile, non tradisce le aspettative. Nove canzoni, dalla lunga gestazione, apparentemente spoglie e scarne, in realtà ricchissime di particolari, sfumature sonore e strumentali.
Una lunga preghiera (laica ma non sempre e non troppo) che si ammanta di spezie gospel (elemento spesso presente nell'album, seppure non nelle modalità "black" abituali ma come approccio e attitudine) nella vetta dell'album, Anima piena, di archi nella delicata Come due cuori, di dolente drammaticità in Quanto assomigliamo a Dio. Un vero e proprio gioiello di poetica e di espressività.
GEORGEANNE KALWEIT - Tiny Space
Cantautrice, artista visiva e performer di Minneapolis, da lungo tempo residente in Italia, giunge al quarto album, primo a suo nome dopo le esperienze con i Delta V e con Kalweit and The Spokes. Un piccolo ma luminescente gioiello di eleganza compositiva e interpretativa che guarda spesso alla lezione dei Velvet Underground (inclusa un'impostazione vocale debitrice a quella di Nico) ma si sa destreggiare con eleganza in modalità espressive personali e distintive, tra rock, pop, dream pop e una carezza alla PJ Harvey meno ruvida. Al suo fianco eccellenze della musica italiana, Giovanni Ferrario (anche sapiente produttore artistico), Lorenzo Corti, Beppe Mondini, Diego Sapignoli. L'album è ricchissimo di spunti, suoni, eccellenti (sempre scarni e minimali) arrangiamenti. Eccellente.
THE MADS – Acoustic Live Ep
La storica band milanese torna con un ep dal vivo, registrato in acustico sul palco dell’Arci Bellezza a Milano, di supporto agli Stone Foundation, il 19 settembre 2025. Quattro brani, due autografi e due splendide cover perfettamente riarrangiate del classico “Waterloo Sunset” dei Kinks e l’oscura gemma soul di Bill Withers “Lovely Day”. La band suona con classe, raffinatezza e la consueta sfacciataggine. Bravi, anzi, bravissimi!
FREEDOM 35's - Groove Your Illusions Vol.1
Brillante band irlandese, alle prese con il tipico sound Hammond Beat debitore a James Taylor Quartet (e gli strumentali dei Prisoners), Jimmy Smith, Jimmy McGriff. Il singolo è potente, efficace e pieno di groove.
SHARP CLASS - Faith In The Brakes / Stick To Your Guns
E' bello seguire le band dagli esordi e vederle progressivamente crescere.
E' il caso dei grandi Sharp Class che tornano con un nuovo splendido singolo, in cui mantengono inalterate le matrici Mod Rock (Jam/Chords/Jolt) ma fanno un ulteriore passo in avanti assumendo una personalità ben distintiva, riconoscibile, una scrittura bella e fresca, energia a profusione.
Bravissimi. A breve esce il nuovo album. Can't wait!
STEFANO BOLLANI ALL STARS – Tutta Vita live
Registrato dal vivo durante il memorabile concerto al Teatro Politeama Rossetti di Trieste il 17 febbraio 2025 con una formidabile band con Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e tre giovani talenti come Frida Bollani Magoni, in arte Frida, Matteo Mancuso e Christian Mascetta. Un viaggio nelle musiche del mondo, dalla Grecia alla Turchia, dagli Stati Uniti alla Russia, attraverso virtuosismi, classe, eleganza esecutiva, interpretazioni perfette. Spiccano Yerakina, canzone popolare della Macedonia, che ha apertamente ispirato gli Area di Luglio, agosto, settembre (nero) e The Old Castle, dalla suite pianistica Quadri di un’esposizione, composta di Musorgskij. Un album divertente quanto colto e incredibilmente creativo.
MAURO ERMANNO GIOVANARDI – E poi scegliere con cura le parole
Dopo la ripresa della felice esperienza dei La Crus e l’omaggio documentaristico alle origini con i Carnival of Fools, il cantautore milanese torna, dopo quasi dieci anni, alla carriera solista, con un album raffinatissimo, molto curato a livello compositivo e negli arrangiamenti, in cui elettronica e canzone d’autore si sposano alla perfezione, con un retaggio new wave a condire il tutto. A dare una preziosa mano Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Cheope, Giuseppe Anastasi, Alessandro Cremonesi per un lavoro di gran pregio e personalità.
SUBSONICA – Terre rare
L’undicesimo album della band torinese non tradisce le aspettative e riesce a spostarsi artisticamente ancora più in là del consueto, cercando nuovi sentieri espressivi, contaminazioni, suoni, modalità creative. Lo sguardo si rivolge al Mediterraneo, all’Africa, alle sue suggestioni, abbracciando il consueto groove electro/dub/urban che ha sempre caratterizzato la band, unito alla classica vena pop che rende certe melodie irresistibili. Ennesima conferma della qualità, ampiamente conosciuta e apprezzata, di uno dei gruppi più importanti della musica italiana di sempre.
PIER ADDUCE & TRESETTE - I funamboli
Alla lunga carriera di Pier Adduce si aggiunge un nuovo tassello, parte di un'avventura che lo ha visto protagonista sia con i Guignol che con varie incarnazioni soliste. Non cambia il gusto per le atmosfere oscure, opache, notturne, fumose, intrise di blues, Nick Cave, Tom Waits, Luigi Tenco, Piero Ciampi. E' lì che si muove il suo immaginario, costantemente sospeso, inquieto, incerto, vagando tra figure drammatiche, decadenti, perennemente in bilico. Un album affascinante e ammaliante, come sempre.
BONO/BURATTINI - Ora sono un lago
Il duo bolognese torna con un lavoro come sempre complesso, mai banale, avanguardistico, sperimentale. Si intrecciano umori sintetici, kraut e post rock, drone music, graffi industrial, loop ritmici. Non è una musica da "spiegare" o descrivere ma da introitare come uno stimolo vitale e sorta di inquietante medicina che fotografa una modernità inquietante e scabrosa, quanto piena di prospettive e vie di fuga dai drammi quotidiani, sia personali che globali. Guardano avanti, guardano oltre e ci vuole coraggio.
ERA SERENASE – BGR
Torna dopo sei anni di silenzio il duo ligure, con un concept che racconta la fine del mondo attraverso tre colori primari, Blu, Giallo e Rosso, con le produzioni differenti firmate da Sicket Simpliciter, OHME clctv e Frank Blake. L’asse sonoro continua ad affondare le radici nel rap ma si sposta verso orizzonti più pop ed elettronici, affondando, al contrario, la lama nella critica socio politica, bene attenta al drammatico e funesto circostante, nei bellissimi ed efficaci testi. Con la speranza che questo breve ep sia il preludio a un nuovo album.
DELTA DEL RIO – As My Eyes Do
Il progetto di Miriam Sirolli, Ester Sampaolo e Gianleonardo Gentile approda a un album che coniuga atmosfere solari con ombre autunnali, all’insegna di un indie folk aggraziato, debitore tanto alle moderne declinazioni dell’ambito, vedi Bon Iver, quanto alle fondamenta storiche, da CSN&Y alle melodie vocali dei Beach Boys. I nove brani godono di grande qualità e maturità compositive, l’esecuzione è elegante e raffinata, ai limiti della perfezione. Bravissimi/e.
PRODOTTI LOCALI - Superficie
La band bergamasca travolge con nove brani diretti, duri, puri, a base di street punk minimale e senza fronzoli. Il rimando è a quell'universo di band che vanno dai Clash agli Angelic Upstarts, dai Nabat ai Klasse Kriminale. Il sound è (volutamente) grezzo, quasi live in studio ed è proprio questo che dona all'album ancora più freschezza. Per i cultori del genere c'é da divertirsi (e godere di testi militanti e "di strada").
LIBRI
Tony Fletcher - Dear Boy: The Life of Keith Moon
E' stata ristampata la dettagliata e più che completa biografia di Tony Fletcher sulla figura musicale e umana di KEITH MOON, pubblicata originariamente nel 2005.
Un libro molto crudo che non ci risparmia nulla sulle follie del batterista, anche quelle più sgradevoli e di pessimo livello che ne inficiano il ricordo del "clown" pazzo e giocherellone.
Forse un'attenzione sensazionalistica che poteva essere evitata o limitata.
Per il resto c'è il dettaglio maniacale per ogni aspetto della sua complessa vicenda umana, altrettanto per la breve carriera artistica (dal 1964 al 1978 a livello professionistico).
Una fine amara, pressoché inevitabile e particolarmente triste.
Nella nuova versione l'introduzione è affidata alla figlia Mandy.
“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.
Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)
Stuart Murdoch - L'impero di nessuno
L'autore è il leader dei Belle And Sebastian e dimostra di sapere scrivere bene quanto comporre canzoni di grande livello.
Il romanzo ha chiari contorni autobiografici, viaggiando tra la passione per la "nostra" musica, continuamente evocata e citata e la lotta del protagonista Stephen contro la sindrome da stanchezza cronica o EM (encefalomielite mialgica) di cui è vittima (e che nel periodo in cui è ambientato il libro, nella Glasgow degli anni Novanta, era una malattia scarsamente conosciuta e dai rimedi ancora precari).
Il tutto raccontato con leggerezza, tanta (auto) ironia, talvolta caustica, anche nei momenti più drammatici.
La musica diventa l'ancora salvifica che ci porta a identificarci ancora di più con la pur strana e particolare vicenda.
La lettura è molto appassionante, la traduzione di Carlo Bordone è, come sempre, precisa e competente, il libro è consigliato per affrontare qualche ora rilassante.
Punk Rock. The Manges photo archive
La band spezzina dei Manges, monumento del punk rock italiano, sceglie di raccontarsi non con una classica (auto)biografia ma con un percosrso fotografico, raccolto in decenni di concerti in mezzo mondo (Italia, Europa, Giappone, America).
Imnmagini volutamente non perfette o patinate ma semplicemente reali, dirette e urgenti come la loro musica.
Una scelta coraggiosa ma altrettanto efficace: il punk rock è semplicemente questo e quello che raccontano nella breve prefazione.
Le foto non sono presentate in ordine cronologico. Questo non è un percorso lineare. Il punk rock non è mai stato sinonimo di ordine. Ciò che conta è l'energia, i volti, il sudore, il movimento.
Questo libro è un omaggio a cosa significa crescere dentro una scena DIY, lasciarsi ispirare dai Ramones, mettere in piedi una band con gli amici e andare avanti per 30 anni e oltre.
Dormire per terra, guidare tutta la notte, perdere strumenti, perdere tempo, ma non perdere mai di vista il motivo per cui hai incominciato. E' una dedica alle sottoculture che vivono fuori dai riflettori.
Alle band che si guadagnano rispetto senza contratti con grandi etichette.
Alla musica che non va in Tv.
Alle persone che creano qualcosa di autentico senza bisogno di essere validate da talent show o algoritmi.<
Donato Zoppo - Lucio Corsi. Volevo essere strano
Donato Zoppo ha a lungo esplorato il mondo del prog, con numerosi e interessantissimi libri su PFM, Area, King Crimson, Genesis ma anche quello di Lucio Battisti (a cui ha dedicato vari testi) e Beatles.
Recentemente ha spostato l'attenzione verso il cosiddetto (una volta) "rock italiano" con approfondimenti su Litfiba e CSI.
Azzeccata la scelta di entrare nel mondo di LUCIO CORSI che con quattro album, centinaia di concerti in Italia ed Europa e la partecipazione Sanremese, che lo ha lanciato anche nel mainstream, si è affermato come uno degli artisti più personali e particolari della scena musicale italiana.
Il suo mix è noto: David Bowie, Marc Bolan, Ivan Graziani, Renato Zero ma anche Paolo Conte e la migliore canzone d'autore.
Il tutto proposto con ampie dosi di personalità.
Il libro è un racconto, semi romanzato e ricco di riferimenti metaforici, della sua carriera, non alla "Wikipedia" ma con una poetica che lo rende interessante, agevole e spedito da leggere.
"Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia verso le cose" dice Francesco Bianconi dei Baustelle nella prefazione.
Esattamente.
Fabio Massera - La Libellula al Guinzaglio
Torna Fabio Massera con un nuovo romanzo, sorta di fiaba "laica" molto attuale che intreccia una storia d'amore, il mondo dei social, dolore, sentimento.
Il tutto con una colonna sonora ad hoc che intreccia Nirvana, Sex Pistols, Damned, Kina, Assalti Frontali, X, Not Moving, Doors, Dead Kennedys, Negazione e decine di altri.
Massera scrive bene, con fantasia visionaria e poetica e un costante aggancio alla realtà.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".
APPUNTAMENTI
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
Venerdì 15 maggio: Bologna “Eufonica Festival”
Mercoledì 27 maggio: Genova “Giardini Luzzati”
Sabato 20 giugno: Livorno “Surfer Joe”
In Italia Neoprimitivi, Sick Tamburo, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce.
THE BLACK CROWES - A Pound of Feathers
Fermi tutti!
Tornano i BLACK CROWES e mettono subito in riga chiunque aspirasse al miglior album del 2026.
Qui c'è da lottare e duramente con il consueto, tanto prevedibile quanto entusiasmante, mix di southern rock, blues, rock blues, soul, gospel, attitudine rock'n'roll e Stones.
Non c'è una nota o melodia che non sia già stata ascoltata ma sfido chiunque a farla così bene, con così tanta energia, freschezza, groove.
"A Pound of Feathers" spacca!
THE DELINES - The Set Up
La classe della band di Portland era nota ma il nuovo album è un sorprendente gioiello di profondità lirica, canzoni dolenti e malinoniche, intrise di soul, gospel, jazz, canzone d'autore americana, approccio doo wop. Le canzoni sono prevalentemente ballate dal taglio blues, drammatiche, cupe, tristi. Un lavoro di eccellente fattura, destinato a rimanere a lungo negli ascolti.
KIM GORDON - Play Me
Con il terzo album solista, l'ex Sonic Youth ci conferma la sua voglia di sfidar(si) e proseguire nella sua ricerca sonora, mischiando hip hop, elettronica, asperità varie, melodie ossessive, atmosfere psycho/apocalittiche.
Uno stile subito distinguibile e riconoscibile e questo è un grande merito, nell'omologazione circostante.
Magari non scriverà capolavori ma rimane uno dei progetti artistici più interessanti in circolazione.
FLEA - Honora
Un esordio solista atteso e con grande aspettative (soprattutto dopo il singolo, con stupendo video, "A Plea", che rimane la vetta dell'album). Dieci brani, quasi un'ora di musica, tra sperimentazione, jazz, spiritual jazz, una più che ottima ballad con Nick Cave alla voce, una cover stravolta di "Maggot Brain" dei Funkadelic, tante suggestioni e riferimenti.
SQUEEZE - Trixies
Torna la band inglese (ovvero Chris Difford e Glenn Tilbrook) con un concept-album elaborato a cavallo tra il 1972 e il 1974, mai pubblicato e ripreso ora. Molto gustoso e divertente, tra atmosfere glam rock/post Beatles/David Bowie/Marc Bolan/Elton John e affini. Paradossalmente moderno da quando questi suoni sono stati sdoganati e riproposti in chiave attuale (Lemon Twigs su tutti). Le canzoni sono di eccellente fattura, i riferimenti retrò ma dall'approccio molto fresco e intrigante. Un bel disco.
LONG RYDERS - High Noon Rhythms
Roba di alta qualità, signori e signore. Grande spinta ritmica, ricca di rock 'n' roll e rhythm and blues, alt-country, Gram Parsons e conclusione con "Forever Young" di Bob Dylan. In poche parole: tutto perfetto, come sempre.
MOTORPSYCHO - The Gaia II Space Corps
La band norvegese è una garanzia di qualità.
Magari non sempre altissima ma alla fine comunque soddisfacente.
Come nel nuovo album in cui girano a loro piacimento nel solito mondo hard/stoner/psych/70s, con competenza, ottime canzoni, le giuste vibrazioni.
Coverizzano i Frost alla fine e regalano l'ennesimo lavoro che fa sempre un grande piacere ascoltare.
AMY GADIAGA - Baby Goated
" I grew up in the suburbs of Paris, born to parents of Senegalese, Gambian, and Malian descent". La compositrice, cantante, valente e pluripremiata contrabbassista, è tra i personaggi più interessanti della scena Nu Jazz londinese (nella capitale si è trasferita da un po'). Un sound affascinante che abbraccia jazz, soul, afro, un gusto alla Kamasi Washington negli arrangiamenti, Betty Carter, Nina Simone e tanto estro funk (vedi il video). Il nuovo ep è eccellente ma vi invito a scoprire tutta la sua produzione nel suo Bandcamp: https://amygadiaga.bandcamp.com/
MT JONES - Joy
Debutto di grande classe per l'artista inglese, dopo una serie di ottimi singoli, tra soul, disco funk, inflessioni jazz, rhythm and blues. Molto soft e avvolgente, rilassante e groovy. Consigliato per un perfetto e soulful sottofondo.
SON LITTLE - Cityfolk
Molto buono il sesto album de lmusicista dell'Alabama. Southern soul, intriso di blues, un pizzico di gospel, una manciata di folksoul alla Bill Withers, addirittura uno sguardo al primo Lenny Kravitz. Si ascolta con molto piacere, è "nero" e groovy, con canzoni ben fatte e dagli arrangiamenti perfettamente scarni.
STEVE WHITE TRIO - Soul Drums
L'esordio solista dell'ex batterista di Style Council, Paul Weller, Oasis etc, accompagnato da Chris Hague e Joel White lo coglie alle prese con un jazz sound strumentale piuttosto canonico ma molto godibile, sulle tracce dell'Horace Silver di "Song For My Father" e Jimmy Smith. C'è anche una versione jazz funk di "My Ever Changing Moods" degli Style Council, ben riuscita.
JAMES TAYLOR (JTQ) - Shadows And Dreams
James Taylor realizza un suo sogno: incidere un album di musica classica con il solo pianoforte. Da Bach a Beethoven a Mozart a Scarlatti. Proiduce la Acid Jazz e per chi vuole accomodarsi di posto ce n'é...
GONG - Bright Spirit
Il marchio Gong è da tempo immemorabile altra cosa rispetto agli esordi con Daevid Allen e anche alle successive tappe jazz fusion di Pierre Moerlen. Nel nuovo album si addentrano in una miscela di prog, space rock, pennellate Canterbury e jazz. Discreto, poco più.
IACAMPO - Preghiere contemporanee
Uno dei cantautori più raffinati e personali che abbiamo in Italia, ci ha fatto attendere sei anni dal precedente lavoro, il come sempre più che ottimo Fructus, per regalarci un nuovo album che, come facilmente prevedibile, non tradisce le aspettative. Nove canzoni, dalla lunga gestazione, apparentemente spoglie e scarne, in realtà ricchissime di particolari, sfumature sonore e strumentali.
Una lunga preghiera (laica ma non sempre e non troppo) che si ammanta di spezie gospel (elemento spesso presente nell'album, seppure non nelle modalità "black" abituali ma come approccio e attitudine) nella vetta dell'album, Anima piena, di archi nella delicata Come due cuori, di dolente drammaticità in Quanto assomigliamo a Dio. Un vero e proprio gioiello di poetica e di espressività.
GEORGEANNE KALWEIT - Tiny Space
Cantautrice, artista visiva e performer di Minneapolis, da lungo tempo residente in Italia, giunge al quarto album, primo a suo nome dopo le esperienze con i Delta V e con Kalweit and The Spokes. Un piccolo ma luminescente gioiello di eleganza compositiva e interpretativa che guarda spesso alla lezione dei Velvet Underground (inclusa un'impostazione vocale debitrice a quella di Nico) ma si sa destreggiare con eleganza in modalità espressive personali e distintive, tra rock, pop, dream pop e una carezza alla PJ Harvey meno ruvida. Al suo fianco eccellenze della musica italiana, Giovanni Ferrario (anche sapiente produttore artistico), Lorenzo Corti, Beppe Mondini, Diego Sapignoli. L'album è ricchissimo di spunti, suoni, eccellenti (sempre scarni e minimali) arrangiamenti. Eccellente.
THE MADS – Acoustic Live Ep
La storica band milanese torna con un ep dal vivo, registrato in acustico sul palco dell’Arci Bellezza a Milano, di supporto agli Stone Foundation, il 19 settembre 2025. Quattro brani, due autografi e due splendide cover perfettamente riarrangiate del classico “Waterloo Sunset” dei Kinks e l’oscura gemma soul di Bill Withers “Lovely Day”. La band suona con classe, raffinatezza e la consueta sfacciataggine. Bravi, anzi, bravissimi!
FREEDOM 35's - Groove Your Illusions Vol.1
Brillante band irlandese, alle prese con il tipico sound Hammond Beat debitore a James Taylor Quartet (e gli strumentali dei Prisoners), Jimmy Smith, Jimmy McGriff. Il singolo è potente, efficace e pieno di groove.
SHARP CLASS - Faith In The Brakes / Stick To Your Guns
E' bello seguire le band dagli esordi e vederle progressivamente crescere.
E' il caso dei grandi Sharp Class che tornano con un nuovo splendido singolo, in cui mantengono inalterate le matrici Mod Rock (Jam/Chords/Jolt) ma fanno un ulteriore passo in avanti assumendo una personalità ben distintiva, riconoscibile, una scrittura bella e fresca, energia a profusione.
Bravissimi. A breve esce il nuovo album. Can't wait!
STEFANO BOLLANI ALL STARS – Tutta Vita live
Registrato dal vivo durante il memorabile concerto al Teatro Politeama Rossetti di Trieste il 17 febbraio 2025 con una formidabile band con Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e tre giovani talenti come Frida Bollani Magoni, in arte Frida, Matteo Mancuso e Christian Mascetta. Un viaggio nelle musiche del mondo, dalla Grecia alla Turchia, dagli Stati Uniti alla Russia, attraverso virtuosismi, classe, eleganza esecutiva, interpretazioni perfette. Spiccano Yerakina, canzone popolare della Macedonia, che ha apertamente ispirato gli Area di Luglio, agosto, settembre (nero) e The Old Castle, dalla suite pianistica Quadri di un’esposizione, composta di Musorgskij. Un album divertente quanto colto e incredibilmente creativo.
MAURO ERMANNO GIOVANARDI – E poi scegliere con cura le parole
Dopo la ripresa della felice esperienza dei La Crus e l’omaggio documentaristico alle origini con i Carnival of Fools, il cantautore milanese torna, dopo quasi dieci anni, alla carriera solista, con un album raffinatissimo, molto curato a livello compositivo e negli arrangiamenti, in cui elettronica e canzone d’autore si sposano alla perfezione, con un retaggio new wave a condire il tutto. A dare una preziosa mano Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Cheope, Giuseppe Anastasi, Alessandro Cremonesi per un lavoro di gran pregio e personalità.
SUBSONICA – Terre rare
L’undicesimo album della band torinese non tradisce le aspettative e riesce a spostarsi artisticamente ancora più in là del consueto, cercando nuovi sentieri espressivi, contaminazioni, suoni, modalità creative. Lo sguardo si rivolge al Mediterraneo, all’Africa, alle sue suggestioni, abbracciando il consueto groove electro/dub/urban che ha sempre caratterizzato la band, unito alla classica vena pop che rende certe melodie irresistibili. Ennesima conferma della qualità, ampiamente conosciuta e apprezzata, di uno dei gruppi più importanti della musica italiana di sempre.
PIER ADDUCE & TRESETTE - I funamboli
Alla lunga carriera di Pier Adduce si aggiunge un nuovo tassello, parte di un'avventura che lo ha visto protagonista sia con i Guignol che con varie incarnazioni soliste. Non cambia il gusto per le atmosfere oscure, opache, notturne, fumose, intrise di blues, Nick Cave, Tom Waits, Luigi Tenco, Piero Ciampi. E' lì che si muove il suo immaginario, costantemente sospeso, inquieto, incerto, vagando tra figure drammatiche, decadenti, perennemente in bilico. Un album affascinante e ammaliante, come sempre.
BONO/BURATTINI - Ora sono un lago
Il duo bolognese torna con un lavoro come sempre complesso, mai banale, avanguardistico, sperimentale. Si intrecciano umori sintetici, kraut e post rock, drone music, graffi industrial, loop ritmici. Non è una musica da "spiegare" o descrivere ma da introitare come uno stimolo vitale e sorta di inquietante medicina che fotografa una modernità inquietante e scabrosa, quanto piena di prospettive e vie di fuga dai drammi quotidiani, sia personali che globali. Guardano avanti, guardano oltre e ci vuole coraggio.
ERA SERENASE – BGR
Torna dopo sei anni di silenzio il duo ligure, con un concept che racconta la fine del mondo attraverso tre colori primari, Blu, Giallo e Rosso, con le produzioni differenti firmate da Sicket Simpliciter, OHME clctv e Frank Blake. L’asse sonoro continua ad affondare le radici nel rap ma si sposta verso orizzonti più pop ed elettronici, affondando, al contrario, la lama nella critica socio politica, bene attenta al drammatico e funesto circostante, nei bellissimi ed efficaci testi. Con la speranza che questo breve ep sia il preludio a un nuovo album.
DELTA DEL RIO – As My Eyes Do
Il progetto di Miriam Sirolli, Ester Sampaolo e Gianleonardo Gentile approda a un album che coniuga atmosfere solari con ombre autunnali, all’insegna di un indie folk aggraziato, debitore tanto alle moderne declinazioni dell’ambito, vedi Bon Iver, quanto alle fondamenta storiche, da CSN&Y alle melodie vocali dei Beach Boys. I nove brani godono di grande qualità e maturità compositive, l’esecuzione è elegante e raffinata, ai limiti della perfezione. Bravissimi/e.
PRODOTTI LOCALI - Superficie
La band bergamasca travolge con nove brani diretti, duri, puri, a base di street punk minimale e senza fronzoli. Il rimando è a quell'universo di band che vanno dai Clash agli Angelic Upstarts, dai Nabat ai Klasse Kriminale. Il sound è (volutamente) grezzo, quasi live in studio ed è proprio questo che dona all'album ancora più freschezza. Per i cultori del genere c'é da divertirsi (e godere di testi militanti e "di strada").
LIBRI
Tony Fletcher - Dear Boy: The Life of Keith Moon
E' stata ristampata la dettagliata e più che completa biografia di Tony Fletcher sulla figura musicale e umana di KEITH MOON, pubblicata originariamente nel 2005.
Un libro molto crudo che non ci risparmia nulla sulle follie del batterista, anche quelle più sgradevoli e di pessimo livello che ne inficiano il ricordo del "clown" pazzo e giocherellone.
Forse un'attenzione sensazionalistica che poteva essere evitata o limitata.
Per il resto c'è il dettaglio maniacale per ogni aspetto della sua complessa vicenda umana, altrettanto per la breve carriera artistica (dal 1964 al 1978 a livello professionistico).
Una fine amara, pressoché inevitabile e particolarmente triste.
Nella nuova versione l'introduzione è affidata alla figlia Mandy.
“Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.
Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico.” (Pete Townshend)
Stuart Murdoch - L'impero di nessuno
L'autore è il leader dei Belle And Sebastian e dimostra di sapere scrivere bene quanto comporre canzoni di grande livello.
Il romanzo ha chiari contorni autobiografici, viaggiando tra la passione per la "nostra" musica, continuamente evocata e citata e la lotta del protagonista Stephen contro la sindrome da stanchezza cronica o EM (encefalomielite mialgica) di cui è vittima (e che nel periodo in cui è ambientato il libro, nella Glasgow degli anni Novanta, era una malattia scarsamente conosciuta e dai rimedi ancora precari).
Il tutto raccontato con leggerezza, tanta (auto) ironia, talvolta caustica, anche nei momenti più drammatici.
La musica diventa l'ancora salvifica che ci porta a identificarci ancora di più con la pur strana e particolare vicenda.
La lettura è molto appassionante, la traduzione di Carlo Bordone è, come sempre, precisa e competente, il libro è consigliato per affrontare qualche ora rilassante.
Punk Rock. The Manges photo archive
La band spezzina dei Manges, monumento del punk rock italiano, sceglie di raccontarsi non con una classica (auto)biografia ma con un percosrso fotografico, raccolto in decenni di concerti in mezzo mondo (Italia, Europa, Giappone, America).
Imnmagini volutamente non perfette o patinate ma semplicemente reali, dirette e urgenti come la loro musica.
Una scelta coraggiosa ma altrettanto efficace: il punk rock è semplicemente questo e quello che raccontano nella breve prefazione.
Le foto non sono presentate in ordine cronologico. Questo non è un percorso lineare. Il punk rock non è mai stato sinonimo di ordine. Ciò che conta è l'energia, i volti, il sudore, il movimento.
Questo libro è un omaggio a cosa significa crescere dentro una scena DIY, lasciarsi ispirare dai Ramones, mettere in piedi una band con gli amici e andare avanti per 30 anni e oltre.
Dormire per terra, guidare tutta la notte, perdere strumenti, perdere tempo, ma non perdere mai di vista il motivo per cui hai incominciato. E' una dedica alle sottoculture che vivono fuori dai riflettori.
Alle band che si guadagnano rispetto senza contratti con grandi etichette.
Alla musica che non va in Tv.
Alle persone che creano qualcosa di autentico senza bisogno di essere validate da talent show o algoritmi.<
Donato Zoppo - Lucio Corsi. Volevo essere strano
Donato Zoppo ha a lungo esplorato il mondo del prog, con numerosi e interessantissimi libri su PFM, Area, King Crimson, Genesis ma anche quello di Lucio Battisti (a cui ha dedicato vari testi) e Beatles.
Recentemente ha spostato l'attenzione verso il cosiddetto (una volta) "rock italiano" con approfondimenti su Litfiba e CSI.
Azzeccata la scelta di entrare nel mondo di LUCIO CORSI che con quattro album, centinaia di concerti in Italia ed Europa e la partecipazione Sanremese, che lo ha lanciato anche nel mainstream, si è affermato come uno degli artisti più personali e particolari della scena musicale italiana.
Il suo mix è noto: David Bowie, Marc Bolan, Ivan Graziani, Renato Zero ma anche Paolo Conte e la migliore canzone d'autore.
Il tutto proposto con ampie dosi di personalità.
Il libro è un racconto, semi romanzato e ricco di riferimenti metaforici, della sua carriera, non alla "Wikipedia" ma con una poetica che lo rende interessante, agevole e spedito da leggere.
"Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia verso le cose" dice Francesco Bianconi dei Baustelle nella prefazione.
Esattamente.
Fabio Massera - La Libellula al Guinzaglio
Torna Fabio Massera con un nuovo romanzo, sorta di fiaba "laica" molto attuale che intreccia una storia d'amore, il mondo dei social, dolore, sentimento.
Il tutto con una colonna sonora ad hoc che intreccia Nirvana, Sex Pistols, Damned, Kina, Assalti Frontali, X, Not Moving, Doors, Dead Kennedys, Negazione e decine di altri.
Massera scrive bene, con fantasia visionaria e poetica e un costante aggancio alla realtà.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".
APPUNTAMENTI
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
Venerdì 15 maggio: Bologna “Eufonica Festival”
Mercoledì 27 maggio: Genova “Giardini Luzzati”
Sabato 20 giugno: Livorno “Surfer Joe”
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lunedì, marzo 30, 2026
Steel Pulse
Nelle foto Steel Pulse, oggi, ieri e con Mick Jones, Paul Simonon e Glen Matlock nel 1977 contro il National Front.
Arrivano in Italia gli STEEL PULSE.
Occasione per un focus sulla mitica reggae band ingles, a cura di PIER TOSI.
mercoledi' 8 aprile Estragon di Bologna
sabato 11 aprile al Fusolab 2.0 di Roma
domenica 12 aprile all'Eremo Club di Molfetta (Bari)
Da Handsworth, quartiere caraibico di Birmingham dove si sono formati nel 1975, Steel Pulse sono diventati un grande fenomeno del reggae mondiale senza perdere i contatti con la loro forte militanza in senso sociale e spirituale delle origini.
Influenzati dall’ascolto di ‘Catch A Fire’ dei Wailers, alcuni studenti di origine giamaicana della Handsworth Wood Boys School decidono di formare una reggae band per diventare portavoce di una opposizione alla vita precaria dovuta alla desolazione del loro quartiere, alla disoccupazione ed alla violenza degli attacchi razzisti contro gli immigrati caraibici all’ordine del giorno in una Inghilterra in cui l’intolleranza razziale sembrava avere la legittimazione dei politici conservatori di destra.
Il nucleo originario è formato da David Hinds (voce, chitarra ritmica), Basil Gabbidon (voce, chitarra solista), suo fratello Colin (batteria), Mykaell Riley (percussioni, voci) e Ronnie McQueen (basso).
E’ proprio quest’ultimo che suggerisce come nome Steel Pulse ispirato dal nome di un famoso cavallo da corsa.
Il nome comunque calza a pennello per una band che sin dai suoi primi momenti sceglie di non imitare le vibrazioni musicali giamaicane ma di cercare l’originalità creando un suono tagliente che pulsa incessante ed è legato ad atmosfere di accordi in minore influenzate dalla fredda e pesante realtà industriale di Birmingham.
Ad un anno dalla formazione esordiscono con il singolo ‘Kibudu, Mansetta and Abuku’ che non ottiene particolare successo ma mostra la direzione del gruppo in cui cresce la militanza sociale anche sotto la forte influenza delle lotte delle Black Panthers negli USA, l’adozione della mistica Rastafari e l’uso di immagini legate alla cultura africana.
La vittoria ad un contest per giovani talenti ha come premio la registrazione di un singolo sotto la produzione di Dennis Bovell, eminenza grigia dell’UK reggae in quegli anni: ‘Nyah Love’, uscito nel 1977, mostra sicuramente una grande maturazione rispetto al primo singolo e getta le basi per l’inconfondibile suono di Steel Pulse fatto di ritmiche serrate e di arrangiamenti vocali sofisticati ed impeccabili quanto incisivi a veicolare messaggi rivoluzionari.
La loro militanza ed il loro suono duro ma carico di groove fanno breccia nei punk di cui divengono una delle reggae bands preferite, vengono spesso invitati a suonare in locali ad alta concentrazione di creste, borchie e giubbotti di cuoio e si ritrovano ad aprire concerti e tour di bands come XTC, Clash e Stranglers.
Insieme a Misty In Roots costituiscono la parte reggae di supporto al movimento Rock Against Racism che vede la musica fare da collante della dura opposizione da parte della sinistra inglese ai movimenti di estrema destra ed alla loro retorica violenta.
Il 1978 è per la band un anno di svolta: la line up cambia con l’innesto di due personaggi fondamentali negli anni a seguire e cioè Selwyn Brown alle tastiere e soprattutto Steve ‘Grizzly’ Nesbitt, il batterista che diventa il fondamentale motore ritmico.
La Island di Chris Blackwell si interessa a Steel Pulse la cui popolarità è in netta ascesa in tutto il paese e la label pubblica il primo straordinario album ‘Handsworth Revolution’, un manifesto di intenti fin dal titolo ed un duraturo capolavoro dalla scena dell’UK reggae.
Il singolo che precede l’album è ‘Ku Klux Klan’ che la band esegue dal vivo indossando cappucci bianchi: si tratta della loro canzone più militante fino a quel momento in cui i razzisti di destra inglesi vengono paragonati nel loro operato all’infame associazione di razzisti americani.
Esperienze importantissime di questo periodo sono la presenza come support act nei tour europei dei più blasonati compagni di etichetta Burning Spear e Bob Marley & The Wailers in un momento in cui la popolarità del reggae è in forte ascesa un po’ ovunque.
Il contratto di tre albums con la Island viene onorato da altri due grandi lavori che forgiano il tipico ed inconfondibile suono della band e cioè ‘Tribute To The Martyrs’ (1979), disco tributo a martiri della nazione black come Steven Biko ed i fratelli George e Jonathan Jackson, e ‘Caught You’ (1980).
Steel Pulse dal vivo in questo momento sono travolgenti, una oliatissima macchina da guerra che non fa prigionieri e macina ritmi micidiali per la bellissima voce del fron man David Hinds che adotta un assai peculiare modo di portare i suoi dreadlocks.
Nel 1980 debuttano in USA con un concerto al Mudd Club di New York e questo evento è significativo per la grande popolarità che raggiungeranno in quel paese in seguito.
Nel 1981 sono il primo gruppo inglese a essere invitato al Reggae Sunsplash in Giamaica dove ottengono un grande successo proprio in virtù della loro originalità ed al preciso intento di non copiare il reggae giamaicano.
Il successivo contratto discografico è con la statunitense Elektra in un momento, dopo la morte di Bob Marley, in cui il paradigma sonoro giamaicano attraversa un grande cambiamento dal roots & culture alla dancehall e la popolarità mondiale del reggae fino a quel momento in ascesa inizia a registrare una flessione.
Nonostante questo, il loro primo album sulla label USA è ‘True Democracy’ (1982), una sublime dichiarazione di militanza in chiave roots a cui fa seguito ‘Earth Crisis’ (1984), altro album straordinario in cui si avverte l’influenza dei lenti, profondi e robotici suoni provenienti dalla Giamaica contemporanea.
A dispetto del Grammy Award di categoria vinto per il successivo ‘Babylon The Bandit’ (1985) David Hinds ammetterà in molte interviste che il resto degli anni ottanta sono per la band un periodo in cui accettano compromessi sotto il profilo artistico pur di sopravvivere.
La massiccia introduzione di nuove tecnologie non risparmia Steel Pulse snaturando un po’ il loro suono ‘live’ dei primi periodi e la loro nuova label, la major MCA impone alcune discutibili scelte di produzione per cercare un grosso hit che metta la band sotto i riflettori globali.
Nei successivi due albums ‘State Of Emergency’ (1988) e ‘Victims’ (1991) ci sono comunque giocate di alta classe come la title track del primo che diventa un caposaldo dei concerti e ‘Taxi Driver’ contenuta nel secondo, traccia accattivante che veicola una campagna contro la New York Taxi & Limousine Commission accusata di discriminare i passeggeri di colore in genere e i Rasta in particolare.
Nel 1989 partecipano alla colonna sonora di ‘Do The Right Thing’ di Spike Lee con la loro ‘Can’t Stand It’ e sono citati nel film da DJ Senor Love Daddy, interpretato da Samuel Jackson, nell’empireo dei black artists addirittura insieme a personaggi come Miles Davis e John Coltrane.
Nel 1992 esce il loro primo maestoso disco live ‘Rastafari Centennial’ registrato a Parigi proprio nella ricorrenza del centenario della nascita di Haile Selassie, la figura divina dei Rasta.
Negli anni novanta continuano ad andare in tour ovunque nel mondo come legittimi ambasciatori del reggae e la loro popolarità negli USA è tale che vengono invitati nel gennaio del 1993 a suonare a Washington ai festeggiamenti per l’insediamento di Bill Clinton dopo la sua elezione a presidente.
Nei loro due dischi degli anni novanta ‘Vex’ (1994) e ‘Rage And Fury’ (1997) tornano all’incisività dei primi periodi con tuttavia un suono molto contemporaneo e duetti con artisti giamaicani o inglesi come Tony Rebel, Macka B o Prezident Brown.
A questo punto la loro discografia si dirada: passano sette anni prima dell’uscita dell’ottimo ‘African Holocaust’ (2004) in cui coverizzano il Bob Dylan di ‘George Jackson’ ed invitano ospiti notevoli come l’ivoriano Tiken Jah Fakoli e dalla Giamaica Damian Marley e Capleton.
Nel 2012 supportano in musica la rielezione di Barack Obama con la traccia ‘Barack Obama’ prodotta dal newyorkese Sidney Mills, in quel momento membro della band.
Per il loro ultimo album fino a questo momento, il successivo ‘Mass Manipulation’ (2019) ingaggiano Gaudi, producer e polistrumentista italiano residente a Londra che da un contributo decisivo in fase di produzione alla creazione di un ritorno a grandi livelli che frutta a Steel Pulse la ottava nomination ai Grammy Awards di categoria.
Mentre il mondo aspetta un nuovo disco Steel Pulse sono incessantemente in tour con concerti in cui la militanza che li ha sempre contraddistinti si unisce ad un livello altissimo di spettacolarità grazie all’esperienza acquisita in cinquantuno anni di carriera.
Gli unici membri ‘storici’ presenti attualmente in formazione sono il cantante David Hinds ed il tastierista Selvyn Brown mentre purtroppo nel gennaio del 2018 è scomparso a sessantanove anni il leggendario batterista Steve ‘Grizzly’ Nesbitt.
Arrivano in Italia gli STEEL PULSE.
Occasione per un focus sulla mitica reggae band ingles, a cura di PIER TOSI.
mercoledi' 8 aprile Estragon di Bologna
sabato 11 aprile al Fusolab 2.0 di Roma
domenica 12 aprile all'Eremo Club di Molfetta (Bari)
Da Handsworth, quartiere caraibico di Birmingham dove si sono formati nel 1975, Steel Pulse sono diventati un grande fenomeno del reggae mondiale senza perdere i contatti con la loro forte militanza in senso sociale e spirituale delle origini.
Influenzati dall’ascolto di ‘Catch A Fire’ dei Wailers, alcuni studenti di origine giamaicana della Handsworth Wood Boys School decidono di formare una reggae band per diventare portavoce di una opposizione alla vita precaria dovuta alla desolazione del loro quartiere, alla disoccupazione ed alla violenza degli attacchi razzisti contro gli immigrati caraibici all’ordine del giorno in una Inghilterra in cui l’intolleranza razziale sembrava avere la legittimazione dei politici conservatori di destra.
Il nucleo originario è formato da David Hinds (voce, chitarra ritmica), Basil Gabbidon (voce, chitarra solista), suo fratello Colin (batteria), Mykaell Riley (percussioni, voci) e Ronnie McQueen (basso).
E’ proprio quest’ultimo che suggerisce come nome Steel Pulse ispirato dal nome di un famoso cavallo da corsa.
Il nome comunque calza a pennello per una band che sin dai suoi primi momenti sceglie di non imitare le vibrazioni musicali giamaicane ma di cercare l’originalità creando un suono tagliente che pulsa incessante ed è legato ad atmosfere di accordi in minore influenzate dalla fredda e pesante realtà industriale di Birmingham.
Ad un anno dalla formazione esordiscono con il singolo ‘Kibudu, Mansetta and Abuku’ che non ottiene particolare successo ma mostra la direzione del gruppo in cui cresce la militanza sociale anche sotto la forte influenza delle lotte delle Black Panthers negli USA, l’adozione della mistica Rastafari e l’uso di immagini legate alla cultura africana.
La vittoria ad un contest per giovani talenti ha come premio la registrazione di un singolo sotto la produzione di Dennis Bovell, eminenza grigia dell’UK reggae in quegli anni: ‘Nyah Love’, uscito nel 1977, mostra sicuramente una grande maturazione rispetto al primo singolo e getta le basi per l’inconfondibile suono di Steel Pulse fatto di ritmiche serrate e di arrangiamenti vocali sofisticati ed impeccabili quanto incisivi a veicolare messaggi rivoluzionari.
La loro militanza ed il loro suono duro ma carico di groove fanno breccia nei punk di cui divengono una delle reggae bands preferite, vengono spesso invitati a suonare in locali ad alta concentrazione di creste, borchie e giubbotti di cuoio e si ritrovano ad aprire concerti e tour di bands come XTC, Clash e Stranglers.
Insieme a Misty In Roots costituiscono la parte reggae di supporto al movimento Rock Against Racism che vede la musica fare da collante della dura opposizione da parte della sinistra inglese ai movimenti di estrema destra ed alla loro retorica violenta.
Il 1978 è per la band un anno di svolta: la line up cambia con l’innesto di due personaggi fondamentali negli anni a seguire e cioè Selwyn Brown alle tastiere e soprattutto Steve ‘Grizzly’ Nesbitt, il batterista che diventa il fondamentale motore ritmico.
La Island di Chris Blackwell si interessa a Steel Pulse la cui popolarità è in netta ascesa in tutto il paese e la label pubblica il primo straordinario album ‘Handsworth Revolution’, un manifesto di intenti fin dal titolo ed un duraturo capolavoro dalla scena dell’UK reggae.
Il singolo che precede l’album è ‘Ku Klux Klan’ che la band esegue dal vivo indossando cappucci bianchi: si tratta della loro canzone più militante fino a quel momento in cui i razzisti di destra inglesi vengono paragonati nel loro operato all’infame associazione di razzisti americani.
Esperienze importantissime di questo periodo sono la presenza come support act nei tour europei dei più blasonati compagni di etichetta Burning Spear e Bob Marley & The Wailers in un momento in cui la popolarità del reggae è in forte ascesa un po’ ovunque.
Il contratto di tre albums con la Island viene onorato da altri due grandi lavori che forgiano il tipico ed inconfondibile suono della band e cioè ‘Tribute To The Martyrs’ (1979), disco tributo a martiri della nazione black come Steven Biko ed i fratelli George e Jonathan Jackson, e ‘Caught You’ (1980).
Steel Pulse dal vivo in questo momento sono travolgenti, una oliatissima macchina da guerra che non fa prigionieri e macina ritmi micidiali per la bellissima voce del fron man David Hinds che adotta un assai peculiare modo di portare i suoi dreadlocks.
Nel 1980 debuttano in USA con un concerto al Mudd Club di New York e questo evento è significativo per la grande popolarità che raggiungeranno in quel paese in seguito.
Nel 1981 sono il primo gruppo inglese a essere invitato al Reggae Sunsplash in Giamaica dove ottengono un grande successo proprio in virtù della loro originalità ed al preciso intento di non copiare il reggae giamaicano.
Il successivo contratto discografico è con la statunitense Elektra in un momento, dopo la morte di Bob Marley, in cui il paradigma sonoro giamaicano attraversa un grande cambiamento dal roots & culture alla dancehall e la popolarità mondiale del reggae fino a quel momento in ascesa inizia a registrare una flessione.
Nonostante questo, il loro primo album sulla label USA è ‘True Democracy’ (1982), una sublime dichiarazione di militanza in chiave roots a cui fa seguito ‘Earth Crisis’ (1984), altro album straordinario in cui si avverte l’influenza dei lenti, profondi e robotici suoni provenienti dalla Giamaica contemporanea.
A dispetto del Grammy Award di categoria vinto per il successivo ‘Babylon The Bandit’ (1985) David Hinds ammetterà in molte interviste che il resto degli anni ottanta sono per la band un periodo in cui accettano compromessi sotto il profilo artistico pur di sopravvivere.
La massiccia introduzione di nuove tecnologie non risparmia Steel Pulse snaturando un po’ il loro suono ‘live’ dei primi periodi e la loro nuova label, la major MCA impone alcune discutibili scelte di produzione per cercare un grosso hit che metta la band sotto i riflettori globali.
Nei successivi due albums ‘State Of Emergency’ (1988) e ‘Victims’ (1991) ci sono comunque giocate di alta classe come la title track del primo che diventa un caposaldo dei concerti e ‘Taxi Driver’ contenuta nel secondo, traccia accattivante che veicola una campagna contro la New York Taxi & Limousine Commission accusata di discriminare i passeggeri di colore in genere e i Rasta in particolare.
Nel 1989 partecipano alla colonna sonora di ‘Do The Right Thing’ di Spike Lee con la loro ‘Can’t Stand It’ e sono citati nel film da DJ Senor Love Daddy, interpretato da Samuel Jackson, nell’empireo dei black artists addirittura insieme a personaggi come Miles Davis e John Coltrane.
Nel 1992 esce il loro primo maestoso disco live ‘Rastafari Centennial’ registrato a Parigi proprio nella ricorrenza del centenario della nascita di Haile Selassie, la figura divina dei Rasta.
Negli anni novanta continuano ad andare in tour ovunque nel mondo come legittimi ambasciatori del reggae e la loro popolarità negli USA è tale che vengono invitati nel gennaio del 1993 a suonare a Washington ai festeggiamenti per l’insediamento di Bill Clinton dopo la sua elezione a presidente.
Nei loro due dischi degli anni novanta ‘Vex’ (1994) e ‘Rage And Fury’ (1997) tornano all’incisività dei primi periodi con tuttavia un suono molto contemporaneo e duetti con artisti giamaicani o inglesi come Tony Rebel, Macka B o Prezident Brown.
A questo punto la loro discografia si dirada: passano sette anni prima dell’uscita dell’ottimo ‘African Holocaust’ (2004) in cui coverizzano il Bob Dylan di ‘George Jackson’ ed invitano ospiti notevoli come l’ivoriano Tiken Jah Fakoli e dalla Giamaica Damian Marley e Capleton.
Nel 2012 supportano in musica la rielezione di Barack Obama con la traccia ‘Barack Obama’ prodotta dal newyorkese Sidney Mills, in quel momento membro della band.
Per il loro ultimo album fino a questo momento, il successivo ‘Mass Manipulation’ (2019) ingaggiano Gaudi, producer e polistrumentista italiano residente a Londra che da un contributo decisivo in fase di produzione alla creazione di un ritorno a grandi livelli che frutta a Steel Pulse la ottava nomination ai Grammy Awards di categoria.
Mentre il mondo aspetta un nuovo disco Steel Pulse sono incessantemente in tour con concerti in cui la militanza che li ha sempre contraddistinti si unisce ad un livello altissimo di spettacolarità grazie all’esperienza acquisita in cinquantuno anni di carriera.
Gli unici membri ‘storici’ presenti attualmente in formazione sono il cantante David Hinds ed il tastierista Selvyn Brown mentre purtroppo nel gennaio del 2018 è scomparso a sessantanove anni il leggendario batterista Steve ‘Grizzly’ Nesbitt.
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Reggae
domenica, marzo 29, 2026
Appuntamenti
Lunedì 6 aprile: NOT MOVING a ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival" ORE 20.30 PUNTUALI, headliners del palco esterno.
APPUNTAMENTI
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
Venerdì 15 maggio: Bologna “Eufonica Festival”
Mercoledì 27 maggio: Genova “Giardini Luzzati”
Sabato 20 giugno: Livorno “Surfer Joe”
APPUNTAMENTI
Giovedì 9 aprile: al Fela di Vico Dietro al Coro di San Cosimo, nei vicoli di Genova, parlo dei miei DIECI DISCHI preferiti con Dalida Spunton, dalle 21.
NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour
Lunedì 6 aprile: ZeroBranco (Treviso) "Maximum Festival"
Sabato 25 aprile: Savona "Fortezza del Priamar"
Venerdì 15 maggio: Bologna “Eufonica Festival”
Mercoledì 27 maggio: Genova “Giardini Luzzati”
Sabato 20 giugno: Livorno “Surfer Joe”
venerdì, marzo 27, 2026
La stampa italiana e la scena Mod 79/80
Non tutte le riviste erano come la fanzine “Faces”.
La stampa musicale italiana, alla fine degli anni Settanta, accolse la nuova scena Mod con notevole scetticismo, ma anche con un certo interesse, segnalando puntualmente le uscite, dedicandole alcuni approfondimenti, senza particolari imprecisioni.
Dalla personale collezione di ritagli d’epoca, un breve excursus tra alcune delle recensioni più significative.
CIAO 2001 1979
Secret Affair - Glory Boys
...Glory boys è un ottimo album di rock dalla parte degli Who, e immerso in climi da strada riveduti, con appelli al cambiamento, al nuovo spirito che dovrebbe animare la nostra gioventù...
ROCKERILLA 1980
Secret Affair - Glory Boys
...una specie di Quadrophenia minore, ricca di feeling come la più titolata opera, ma, ovviamente, meno poderosa.
ROCKERILLA 1980
Merton Parkas - Face in the crowd
C’è molta ingenuità in “Face in the crowd”, con il sapore saturo del beat cristallino, volteggiante in scuotimenti ritmati del capo.
Suoni inoffensivi ma non insipidi, spesso immersi in attimi di acuta poesia musicale.
CIAO 2001 1980
Chords - Maybe tomorrow 45
I primi due brani sono durissimi come si conviene, il terzo è un’eccitante ripresa di un successo 60’s degli Small Faces ("Hey Girl").
CIAO 2001 1980
Purple Hearts - Frustration 45
Come la “Satisfacion” degli Stones e la “My generation” degli Who, la “Frustration” del gruppo mod dei Purple Hearts vorrebbe essere un nuovo inno generazionale. Ci riuscirà ?
CIAO 2001 1980
Jam “All around the world” 45
Un brano elettrico e speed , dal risvolto inquietante quando le parole sembrano invocare “una nuova direzione, una nuova reazione, una nuova creazione”.
POPSTER dicembre 1980
Jam - Sound affects di Paolo De Bernardinis
“Sound affects” rappresenta un passaggio molto giusto, una lezione precisa sulla storia di momenti che oggi sono definitivamente morti.
Il beat duro rinato nel punk si è evoluto e i Jam stanno dalla parte degli intelligenti che sanno guardare avanti con il potere della creatività.
POPSTER novembre 1980
Secret Affair “Behind closed doors” di Peppe Videtti
...Contrariamente a quanto hanno fatto molti musicisti dal 77 ad oggi, i Secret Affair sembrano voler ignorare di proposito gli insegnamenti sintetici di Eno/Bowie/Roxy Music/Ultravox...così si propongono moderni, ma anche credibili interpreti di certe coralità che sembravano avessero fatto il loro tempo....
CIAO 2001 1980
Lambrettas - Beat boys in the jet age”
La qualità sonora è sempre eccellente...il gradimento dei brani è invece legato ai presupposti compositivi.
Brani come “Cortina MK II” e “London calling” non dicono nulla di nuovo, al massimo ricordano i Jam, ma “Poison Ivy” e “Daaance” rivelano una freschezza davvero invidiabile.
Corriere della Sera 9/10/1980
Madness e Lambrettas in concerto a Milano
(I Madness sono) una band ancora acerba con un impianto decisamente mediocre, che però possiede una freschezza di impatto e una capacità di comunicare, i cui esatti contorni non sono percepibili dal cronista musicale che ha superato la trentina.
E’ in corso a nostro avviso una sorta di inglesizzazione dei giovanissimi italiani, con un gusto vistoso della trasgressione formale (abiti e fogge carnevalesche e molti con cravatta nera e camicia bianca alla moda ska) e dell’aggregazione intorno a suoni che fanno storcere il naso agli amanti dei classici del pop come Cream e Doors. Sintomo di questa inglesizzazione una modesta rissa avvenuta all’inizio, non fra fazioni politiche diverse ma fra mods e punks, bande dai travestimenti diversi e dai gusti musicali opposti.
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Mod Generations
giovedì, marzo 26, 2026
Museum of Youth Culture
All'interno di uno spazio di ben 600 metri quadrati presso il St Pancras Campus, a Camden, aprirà a Londra un nuovissimo museo, il Museum of Youth Culture, che celebra la creatività, la ribellione e l'identità collettiva dei giovani britannici dal XX secolo a oggi.
Progetto lodevole di CONSERVAZIONE di una dimensione che in Gran Bretagna ha coinvolto letteralmente milioni di giovani, cambiandone talvolta radicalmente l'approccio filosfofico alla vita, MUSEALIZZAZIONE (in atto ormai da decenni) di realtà nate antagoniste all'omologazione.
Un lavoro in cantiere da quasi 30 anni, nato da un'idea di Jon Swinstead, che ospita un archivio fotografico sulla cultura giovanile, attraverso una collezione di 100.000 pezzi, sarà inaugurato il 15 maggio 2026.
Il museo è stato realizzato grazie a donazioni pubbliche e collaborazioni con la comunità, in linea con lo spirito artigianale della cultura giovanile.
Il Museum of Youth Culture non sarà un archivio statico, ma anche un luogo di incontro e un centro sociale, completo di negozio Rough Trade e un club.
L'obiettivo è ospitare eventi, workshop, spettacoli dal vivo e progetti comunitari, garantendo che la "cultura giovanile" rimanga una forza in continua evoluzione e partecipativa, piuttosto che una nostalgia conservata dietro una teca di vetro.
Il museo ha un contratto di locazione ventennale, destinato a diventare un punto di riferimento permanente nel panorama culturale londinese.
Il Museum of Youth Culture non si limita a guardare al passato; invita i visitatori a considerare la propria adolescenza come parte integrante della storia culturale britannica in continua evoluzione.
Progetto lodevole di CONSERVAZIONE di una dimensione che in Gran Bretagna ha coinvolto letteralmente milioni di giovani, cambiandone talvolta radicalmente l'approccio filosfofico alla vita, MUSEALIZZAZIONE (in atto ormai da decenni) di realtà nate antagoniste all'omologazione.
Un lavoro in cantiere da quasi 30 anni, nato da un'idea di Jon Swinstead, che ospita un archivio fotografico sulla cultura giovanile, attraverso una collezione di 100.000 pezzi, sarà inaugurato il 15 maggio 2026.
Il museo è stato realizzato grazie a donazioni pubbliche e collaborazioni con la comunità, in linea con lo spirito artigianale della cultura giovanile.
Il Museum of Youth Culture non sarà un archivio statico, ma anche un luogo di incontro e un centro sociale, completo di negozio Rough Trade e un club.
L'obiettivo è ospitare eventi, workshop, spettacoli dal vivo e progetti comunitari, garantendo che la "cultura giovanile" rimanga una forza in continua evoluzione e partecipativa, piuttosto che una nostalgia conservata dietro una teca di vetro.
Il museo ha un contratto di locazione ventennale, destinato a diventare un punto di riferimento permanente nel panorama culturale londinese.
Il Museum of Youth Culture non si limita a guardare al passato; invita i visitatori a considerare la propria adolescenza come parte integrante della storia culturale britannica in continua evoluzione.
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Teenage Kicks
mercoledì, marzo 25, 2026
Tullio De Piscopo - Suonando la batteria moderna
Nel 1974 TULLIO DE PISCOPO, reduce dalle esperienze con il Franco Cerri Quartet e Quintet e una delle nuove incarnazioni dei disciolti New Trolls, il New Trolls Atomic Ssytem, incide per la Vedette un album particolarissimo, Suonando la batteria moderna, in cui esegue 14 brani di media lunghezza (2/3 minuti) di sola batteria, con vari tempi, ritmi, atmosfere, dai titoli piuttosto espliciti (Medium Rock, Krupa swing, Dodiciottavi, Samba lento, Afro-jazz, Fast Afro Samba).
Un lavoro sperimentale e sicuramente originale che si caratterizza per l'incredibile tecnica strumentale di De Piscopo e per l'altissima qualità della registrazione.
Stampato in poche copie e, si presume, dallo scarso appeal commerciale, scomparve presto dalla circolazione, diventando però ricercatissimo dai DJ e produttori per ricavarne campionamenti dalla perfetta resa sonora.
Anche le successive ristampe non sono facilissime da trovare.
Un lavoro sperimentale e sicuramente originale che si caratterizza per l'incredibile tecnica strumentale di De Piscopo e per l'altissima qualità della registrazione.
Stampato in poche copie e, si presume, dallo scarso appeal commerciale, scomparve presto dalla circolazione, diventando però ricercatissimo dai DJ e produttori per ricavarne campionamenti dalla perfetta resa sonora.
Anche le successive ristampe non sono facilissime da trovare.
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