lunedì, maggio 11, 2026

Kneecapp - Fenian

Una recensione approfondita a cura del nostro collaboratore Michele Savini di uno degli album più importanti dell'anno, "Fenian" dei Kneecapp.

Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.

Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.

Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.

Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.

Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.

E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».

E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.

Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».

Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».

La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.

Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.

Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.

domenica, maggio 10, 2026

Not Moving Live Tour

Prosegue il tour dei NOT MOVING.
Prossima tappa venerdì 15 maggio a EUFONICA di Bologna presso Ente Fiere (https://www.eufonica.it/home/14159.html).

Suoniamo alle 19.30 dopo GazNevada, Pesissimi (Ex Skiantos), Avvoltoi e altri.

NOT MOVING

https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

https://www.instagram.com/not_moving_ltd/

https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0

sabato, maggio 09, 2026

Digitalizzazione catalogo Lilith /lilith and the Sinnersaints: "Lady Sings Love Songs"

Prosegue la digitalizzazione del catalogo di Lilith e Lilith and the Sinnersaints a cura di LaPOP Music.
Tocca questa volta all'album "Lady Sings Love Songs" del 1992 pubblicato dalla Face Records.

L’attenzione della stampa riservata all’esordio a 12 pollici di “Hello I love me” e una serie di richieste di esibizioni live induce Lilith accelerare i tempi sulla costituzione di un live act con la band composta da Massimo Vercesi alla chitarra, Cristiano Cassi al basso, Antonio Bacciocchi alla batteria. L’8 marzo (non a caso nel giorno della Festa della Donna) all’ “Area” di Carugate (Milano) avviene l’esordio live.

Il 7 novembre 1991 intanto esce per la Face Records il nuovo 45 giri con “Venus in furs” dei Velvet Underground e “Tombstone blues” di Bob Dylan.

“The lady sings love songs”, primo album della formazione, esce il 28 febbraio 1992 in CD e vinile per la Face Records.
14 brani con cover che vanno da Milva a Battiato, dai Velvet agli Stones, a Fassbinder, tra punk, blues, folk, rock.

Trova numerosissimi plausi della stampa, vende parecchio bene e scatena un torrenziale tour in tutta Italia, attraverso tutte le regioni della penisola, e la Germania.
Parallelamente arriva anche l’appoggio di radio, interviste alla Rai e sulle principali testate italiane, riviste, fanzine.
Alla fine tra vinili e CD, il resoconto delle vendite sarà di qualche migliaio di copie.

“Il teatro, il travestimento, sempre presenti nella mia anima hanno un exploit evidentissimo in questo periodo...spunti dagli anni Venti - periodo che personalmente ho sempre ritenuto il più creativo nel secolo scorso - dalle ombre, dalla storia del costume, dalla Parigi dei meandri sotto i ponti della Gare du Nord, dalle macerie del post Muro di Berlino tra i grigi palazzi adibiti a dormitori e la follia dei primi anni ’80 dissolti, dai bar di ogni luogo”.

Ascolta “Lady Sings Love Songs”, per la prima volta sulle piattaforme digitali: https://lapop.lnk.to/ladysingslovesongs

venerdì, maggio 08, 2026

Jesse Hector

Un ricordo del grande JESSE HECTOR, recentemente scomparso.

Nato nel 1947, Jesse Hector dopo gli esordi in ambito rock 'n' roll, con il Rock 'n' Roll Trio (che riformerà brevemente nel 1966) abbraccia l'etica e la filosfia MOD, forma nei primi 60's i Cravats, vicini al rhythm and blues e nel 1963 "entrerebbe" nella mod band dei Clique ma in realtà non è mai stato ufficialmente accreditato, per poi unirsi ai Way of Life e in seguito ai Mod Section.
Grande fan degli Small Faces, dal 1969 si perde in una lunga serie di nuove band: i Crushed Butler, attivi dal 1969 al 1971, poi trasformatisi in Tiger, sono spessi indicati tra le principali proto punk inglesi anche se si configurano più come una band tra rock blues e vigoroso hard rock non distante dai Blue Cheer.
Successivamente si dedica agli Helter Skelter, suonando un glam rock intriso di hard rock e reminiscenze Sixties fino agli Hammersmith Gorillas (con cui incidono nel 1974 una deragliante versione di "You Really Got Me" dei Kinks), poi GORILLAS che realizzano dal 1976 al 1981 sei 45 giri finendo anche nel calderone punk, suonando con Damned e Eddie and the Hot Rods al Mont-de-Marsan Punk Festival nell'agosto 1976, il "primo european punk festival".
Dopo altri due singoli nel ma riscuotendo scarsa fortuna (ma influenzando a fondo un giovane Paul Weller, loro fan).
In particolare vanno ricordati "Gatecrasher" del 1976 e la tiratissima, su un ritmo alla Bo Diddley, "It's My Life" del 1978.
Nel 1978 pubblicano l'album "Message To The World" dal taglio (anche estetico, in copertina) decisamente glam con una discreta versione di "Foxy Lady" e una serie di canzoni autografe non esaltanti.
Jesse continua a suonare in seguito negli anni Novanta con il Jesse Hector Sound e i Gatecrashers, incidendo vari brani, raccolti, nel 2023, nella compilation "Running Wild", con un sound debitore ai tardi Small Faces più hard, Humble Pie, ruvido rock 'n' roll, garage, Stooges.
La regista Caroline Catz gli ha dedicato il film biografico "A Message to the World" nel 2008.

Crushed Butler
https://www.youtube.com/watch?v=gl8KmrQ4dUc

Helter Skelter
https://www.youtube.com/watch?v=wxQvcYNMWNw

Gorillas "Message To The World" full album
https://www.youtube.com/watch?v=T80Xof7hoHI&list=PLd7RNylrQjkLscfpGnzg9snKT69gFKcIP
Jesse Hector "Running Wild"
https://anotherplanetmusic.bandcamp.com/album/running-wild

La pagina Facebook a lui dedicata da cui sono state estratte alcune foto:
https://www.facebook.com/groups/58432755944/media

giovedì, maggio 07, 2026

Riccardo Bertoncelli - Abitavo a Penny Lane

Piaccia o meno, il giornalismo musicale italiano per eccellenza vede indubbiamente Riccardo Bertoncelli sul podio (più alto? ai posteri...).

Ora è il momento di raccontarsi, in quello che è probabilmente il primo capitolo della sua lunga storia (visto che si ferma a "quel" fatidico 8 dicembre 1980).
Lo fa con leggerezza, ironia, forzata limitatezza (ci vorrebbero probabilmente dieci altri libri per essere esaustivo), un pizzico di malinconia, mista a una giusta e perdonabile "arroganza" di chi è comunque arrivato prima di tanti (tutti?) altri.

Ci sono le dovute "scuse" per anni estremi e incredibili agli occhi odierni:
"Era un viziaccio dell'epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere e io c'ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia Rossa".

I famosi screzi e feroci litigi con Francesco Guccini e gli Area seppure così tanto ammirati:
"Mi piacevano perché erano proprio quelli che dicevano di essere, vogliosi, polemici, aggressivi, voraci, perché si prendevano tutto dei tempi, velleità, slanci, opportunità con la rabbia repressa di "chi ha suonato per anni la musica dei padroni"... con una disinvoltura, una libertà, una naturalezza che oggi lasciano basiti e testi libertari tra anarchia e situazionismo...".

E poi la sua storia, tra le fanzine "Blues Anytime" e "Freak", le riviste storiche come "Gong", "Muzak" e "Musica 80" (sempre al centro di scissioni, discussioni e altro), libri altrettanto importanti (su tutti "Pop Story").

Vicende che, anagraficamente, ho vissuto in tempo (quasi) reale, collezionando avidamente buona parte dei suddetti titoli, in una sorta di amore/odio per il personaggio (incontrato, disponibile ed estremamente "easy", poco tempo fa a un concerto di Fred Frith).

Un bel libro che lascia, immancabilmente, l'immediato desiderio di un veloce seguito.

Riccardo Bertoncelli
Abitavo a Penny Lane
Feltrinelli
230 pagine
18 euro

mercoledì, maggio 06, 2026

Cesare Camardo - No Easy Action

Un documento visivo (dal 1986 al 2025) di una lunga serie di concerti, attraverso centoventi foto, rigorosamente in bianco e nero, di concerti, dal punk, all'hardcore, al jazz, all'avanguardia.
Un viaggio tra centri sociali, piccoli club, festival e altro, che colgono l'atto "supremo" dell'esibizione live, l'attimo fuggente, talvolta sgranato e non a fuoco ma perfettamente comunicativo.

Rimango e mi considero un dilettante nel contesto della fotografia, ma in un certo senso con questa raccolta tento di spostare l'attenzione verso una narrazione fotografica a totale servizio della scena, della performance, dell'azione che si svolge ogni volta in luoghi, condizioni, dinamiche sonore e antropologiche sempre nuove - anche quando gli spazi degli scatti sono sempre gli stessi.
Quasi come cercare, nella fotografia, uno strumento musicale che renda verbo e canzone l'immagine.
BUON ASCOLTO.

Tra i soggetti fotografati:
Bad Religion, Meat Puppets, Swans, Jello Biafra, Afterhours, Bad Brains, Motorpsycho, Vinicio Capossela, The Gang, Social Distortion, Fleshtones, Eugenio Finardi, Jesus Lizard.

Cesare Camardo
No Easy Action
Low Edizioni
134 pagine
24 euro

martedì, maggio 05, 2026

Area Pirata Records

Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane più oscure per quanto super attive e interessantissime.
Tocca oggi alla storica AREA PIRATA RECORDS, qui rappresentata da Tiziano Rimonti, boss della label con Jacopo Giannetti.

Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette

https://www.areapirata.com/

Cosa vi ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk, garage e dintorni”.
Mai piaciute le cose facili ahahah.
Diciamo che la spinta parte dai nostri gusti personali, per cui ci siamo mossi su quei territori, che abbiamo sempre sentito come familiari. La spinta viene dalla passione…

La vostra è un’esperienza ormai di lunga data ma che resiste a un mercato sempre più difficile. Qual è la formula?
Forse la formula, banalmente, è aver tenuto botta.
Ora abbiamo un catalogo abbastanza vasto e quindi tra vendite dirette e scambi, riesci a sopravvivere abbastanza bene. Poi chiaramente stiamo attenti ai dettagli anche rispetto agli ordini: dagli imballaggi a prova di corriere maldestro alle mail sempre personalizzate, al prendersi carico di eventuali problemi o ritardi…
Siamo sempre stati anche clienti, per le nostre ‘collezioni’, e quindi abbiamo cercato di essere i venditori che vorremmo trovare quando siamo dall’altra parte…

Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Non so se parlare di un effettivo ritorno, ma ho notato che l’interesse si è mantenuto vivo negli ultimi dieci anni, senza grosse differenze. Anche la supposta crescita esponenziale del vinile a fronte del calo del CD, è un po’ relativa. Ultimamente abbiamo ristampato il secondo album dei Vipers (‘How About Some More’), e la versione CD ha venduto molto più del vinile per ora…

Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale? In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Con che criterio scegliete le band da produrre?

Gli acquirenti sono di solito ultra-trentacinquenni, con poche eccezioni, da quanto ci risulta… Quindi non giovanissimi…
La nostra label, da sempre, è un’attività senza fini di lucro e non potrebbe essere altrimenti. Dopo le perdite secche dei primi anni, siamo riusciti a crescere, ma i margini sono così bassi per cui ha più senso reinvestirli e mantenere questa passione come qualcosa di slegato dal compenso.
Sicuramente i primi due criteri con cui decidiamo di produrre una band, sono il sound della band e la sua attitudine, che sia cioè vicina alla nostra.
Poi chiaramente dobbiamo capire con loro se ci sono possibilità che la band possa muoversi per far conoscere il disco, che sennò resta un progetto tra noi… Oggi come ieri, l’attività live, sempre più difficile, data la scarsità di spazi, resta però un punto di riferimento per tutti per conoscere per una band, apprezzarla e magari supportarla!

Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Cerchiamo di sfruttare gli spazi che troviamo, dai social, alle recensioni, ai passaggi radio, ma sicuramente su questo versante dovremmo fare molto di più… D’altra parte il fatto che questo sia un bellissimo, ma pur sempre un hobby, non ci lascia il tempo necessario per occuparci di tutto come vorremmo…

lunedì, maggio 04, 2026

Incontro con Brian Eno. Parma. Evento SEED e My Light Years

(Foto di Andrea Amadasi)

Trovarsi al cospetto di BRIAN ENO è emozionante.
Ancora di più le cose che dice sono lucidissime, ricche, colte, illuminanti.
Persona solare, ironica, divertente, disponibile e sorridente.

Dal 1 maggio al 2 agosto 2026 a Parma, nel Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years con la curatela di Alessandro Albertini.
Tutto molto interessante, avvolgente, ipnotico, avanti. Opera unica, da vedere.

Brian Eno si è trattenuto con la stampa per una serie di brevi domande e risposte.
Elogia e si dice ammirato dallo stile di vita degli italiani:
Me lo aveva sottolineato già il mio amico Robert Wyatt. Voi avete il gusto di una vita più riflessiva, vi piace stare a tavola a lungo, andare a visitare mostre e città d'arte, prendete la vita con meno frenesia e ve la godete di più. Io vivo a Londra, la capitale mondiale della finanza, dove non c'è nulla di questo ma solo la ricerca del guadagno e del profitto".

Sul suo giaccone campeggia una grande bandiera della Palestina (per la cui causa si è speso spesso con inziative di ogni tipo) e parte da qui una riflessione su questi tempi grami:
"Alle persone piace la pace, c'è troppa propaganda per la guerra. In poche parole la pace può essere questo progetto artistico, non sarebbe bello vivere così? (fa riferimento al Giardino in cui avviene l'incontro con la stampa).
Invece di vivere in un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25mila miliardi di dollari per le armi. Sarebbe bello che la pace potesse essere presentata in questo modo, fare in modo che arrivi alle persone, perché alle persone in realtà la pace piace, è questo che vogliono ma invece ci sono tanta propaganda e pubblicità per la guerra.
Molto spesso le persone non sono consapevoli del fatto che viviamo sommersi da un fiume di messaggi: ti dicono cosa pensare, come devi pensarlo, quanto pensarlo oppure che cosa non devi proprio pensare. Credo che l'arte possa essere utile nel senso che ti debba dire: pensa quello che vuoi e pensa come vuoi. Io voglio dare uno spazio in cui si possa pensare e ascoltare."


Gli fa eco la scrittrice e attivista Ece Temelkuran che lo accompagna (e ha collaborato alla realizzazione di SEED): “La Palestina è forse l’esempio più evidente di quanto le persone possano essere crudeli. Non solo lo sterminio in atto ma l'idea di farlo rapidamente per potere creare un resort.”

Una riflessione sull'uso dell'Intelligenza Artificiale nella musica:
"L'Intelligenza Artificiale c'è già da molti anni.
Non è importante lo strumento in sé ma come viene usato. Nel nostro caso, in questo momento, lo si usa per far diventare i ricchi ancora più ricchi, gli stessi che hanno creato e sono proprietari dei social media.
Importante è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, per trovare un modo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”


E infine un ulteriore pensiero relativo a un argomento molto caro a noi più attempati:
“Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici su cui le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone.
Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì che...’.
Non è vero, c’era un sacco di merda anche allora. Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate, 17 erano cose che non avremmo mai voluto sentire e che non abbiamo mai più ripreso in mano.
Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita. Penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.

sabato, maggio 02, 2026

Digitalizzazione del catalogo Lilith / Lilith and the Sinnersaints

Dopo la digitalizzazione del catalogo dei Not Moving, LaPOP Music inizia quella del repertorio di Lilith e Lilith and the sinnersaints. Si incomincia dall'esordio del 1990 "Hello I Love me!".

La brusca rottura con i Not Moving di fine 1988 lasciò Lilith-rita Oberti spaesata e alla ricerca di una nuova identità artistica. Dopo la breve e infruttuosa esperienza con i TimePills si dedica a teatro, disegno, cucina macrobiotica, mercatini vintage, modella.

“Un giorno Tony venne a casa mia e mi disse della sua nuova idea, una casa discografica, la Face Records di cui mi chiese di disegnare il logo e di incidere un disco da solista. Non avevo preso in considerazione questa opzione ma mi piacque l’idea.
Da tempo avevo ricominciato a scrivere testi in forma poetica senza suono perché tutto quello che mi girava per la testa erano dei talking blues, forse per sfuggire alle chitarre metalliche e ululanti dell’ultimo periodo dei Not Moving."


Qualche prova con l’amica Betty Vercesi (ex Scrimshankers) alla chitarra acustica, Antonio Bacciocchi alle percussioni, veloci session di registrazione, autogestite, crude ed essenziali, un aiuto da parte di qualche amico (Massimo Vercesi, pure lui dagli Scrimshankers, Luca Talia Accardi dei Ritmo Tribale alla fisarmonica, Marco Porcari alla chitarra che fu, per breve tempo, nei primi Not Moving)” e il primo mini Lp della nuova carriera “Hello I love me” diventa una realtà, all’insegna di quello che viene da subito chiamato “punk cabaret”.

Pubblicato il 4 ottobre 1990 trova un’inaspettata accoglienza da parte della stampa che rilascia una serie di ottime e incoraggianti recensioni e del pubblico, che acquista numeroso l’inatteso esordio.
“A Child” e “I Love Me” sono due ballate acustiche, “The Piano” un boogie blues mutuato dalla lezione di John Lee Hooker, Rickie Lee Jones, Michelle Shocked, “You Got The Silver” un omaggio ai Rolling Stones più blues degli anni Settanta.

venerdì, maggio 01, 2026

1° Maggio. Festa dei lavoratori e lavoratrici

Nel profilo Spotify di Radiocoop e nel sito ww.radiocoop.it (https://www.facebook.com/RadiocoopTV) abbiamo compilato (io e la collega Vittoria Rossi) una playlist dedicata al 1° Maggio, ai lavoratori e alle lavoratrici.

Ecco la nostra selezione.
Puoi ascoltarla qui:

https://open.spotify.com/playlist/3QiuG2K1bbuvhom1acxK4k?si=849cc05f3eeb40dd&pt=27d971758bb47409a955ef1e3fc57488

Gruppo folk internazionale – Inno del primo maggio
Riccardo Tesi Elena Ledda, Lucilla Galeazzi e Ginevra Di Marco – La lega
Margot – Canzone triste
Enzo Jannacci – Vincenzina e la fabbrica
Lucio Dalla – L’operaio Gerolamo
Francesco De Gregori/Giovanna Marini – Saluteremo il signor padrone
Rino Gaetano – Agapito Molteni Ferroviere
Franco Battiato – Gente in progresso
Fabrizio De André – La canzone del maggio
Piero Ciampi – Andare, camminare, lavorare
Giorgio Gaber – Il nostro giorno
Teatro degli Orrori – Lavorare stanca
Marlene Kuntz – Primo maggio
Caparezza – Eroe
Sud Sound System – Ballata del precario
99 Posse – Stato di emergenza
Iosonouncane – Torino pausa pranzo
The Pops – Un uomo rispettabile
Paolo Pietrangeli – Contessa
Ivan Della Mea – O cara moglie
Ines Serventi – Guarda giù dalla pianura
Alfredo Bandelli – La ballata della Fiat
Claudio Lolli – Primo maggio di festa
Chico Buarque – Funerale di un contadino
Zelia Barbosa – Pedro Pedreiro
Bob Marley – Them Belly Full (But We Hungry)
Brian Auger – Work song
Woody Guthrie – Farmer-Labor Train
Marianne Faithfull – Working Class Hero
Bjork – Cvalda
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