venerdì, aprile 30, 2021

Il meglio del mese. Aprile 2021



A un terzo dell'anno in corso tante buone cose da segnalare:
Sleaford Mods, Dewolff, Jon Batiste, Teenage Fanclub,Tom Jones, Adrian Younge, Paul Weller, Flyte, Myles Sanko, Billy Nomates, Alan Vega, Django Django, Aaron Frazer, Arlo Parks, Shame.
In Italia: Nicola Conte/Gianluca Petrella, A/lpaca, Gang, SLWJM, Joe Perrino, Amerigo Verardi, Les Flaneurs, The Smoke Orchestra
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DEWOLFF - Wolfpack
Spettacolare nuovo album per la band olandese, all'attivo una cospicua discografia e una quindicina di anni di attività. Un mix travolgente di freakbeat, primi Deep Purple, Sly and the Family Stone, Atomic Rooster, Wings e tutto quell'underground che mischiava Hammond, hard, 60's e soul. Canzoni bellissime, sound perfetto, album imperdibile!

JOE STRUMMER - Assembly
Evaporata con lo scioglimento quell'alchimia che li ha resi tra i più grandi, dei Clash é rimasto poco. Qualche buona prova solista ma niente da consegnare ai posteri. "Assembly" raccoglie il meglio di JOE STRUMMER con tre inediti, due dal vivo, che riprendono i Clash di Rudie can't fail e della cover di I fought the law e una cruda versione del classico Junco partner (da Sandinista!). Il disco esce, grazie all'interessamento del figlio Dhani, per la Dark Horse, che George Harrison fondò nel 1974. George e Joe non ci sono più. Nemmeno Beatles e Clash. Quel mondo é finito, sepolto e consegnato alla storia. Felice di esserci stato.

TOM JONES - Surrounded by time
L'importanza del produttore. Che gestisce scelte dei brani, suoni, arrangiamenti, indirizzo artistico.
Come fece Rick Rubin con l'ultimo Johnny Cash o Richard Russell con il commiato di Gil Scott Heron.
Per l'80enne Tom Jones ci pensano Ethan Johns (figlio di QUEL Glyn Johns e un altro figlio, quello di Tom, Mark Woodward.
E ci portano in un magnifico album in cui si passa dal blues al soul, da Bob Dylan, all'elettronica, dallo spoken word a un incredibile finale Doorsiano di nove minuti in "Lazarus Man". Un inchino religioso a tanta bellezza.

ALAN VEGA - Mutator
Materiale inedito a cui la voce dei Suicide lavorò con la compagna Liz Lamere tra il 95 e il 96. Sound apocalittico, elettronica dura e potente, la voce unica di Alan, un album terrificante e agghiacciante.

TEENAGE FAN CLUB - Endless arcade
I Teenage Fanclub non hanno sempre rispettato le aspettative e talvolta si sono persi in dischi non del tutto convincenti.
"Endless arcade", che esce domani, é invece molto bello, con canzoni efficaci, jingle jangle in abbondanza, Byrds e Big Star a sovraintendere spiritualmente, Rain Parade dietro l'angolo. Nel meglio del 2021, al momento.

FLYTE - This is really going to hurt
Il secondo album della giovane band inglese ci porta a cavallo tra 60 e 70, dalle parti di CSN&Y, Byrds ma anche con invitanti sguardi ai Beatles e al George Harrison solista.
Ovviamente anche i vari Bon Iver, Fleet Foxes e compagni. Ma sono le canzoni a fare la differenza. Belle, avvolgenti, intense, suadenti. Album godibilissimo.

WHATITDO ARCHIVE GROUP - The black stone affair
Intrigante e affascinante progetto quello della band del Nevada che si inventa la colonna sonora di un immaginario, mai esistito film poliziesco italiano degli anni 70.
La band, grazie alla RecordKicks, ci offre così tutti gli elementi indispensabili: funk, Morricone, Piccioni, jazz rock, riproposti con una dovizia di particolari calligrafica e proprio per questo ancora più coinvolgente.

NICK WATERHOUSE - Promenade blue
Lo stile di Nick Waterhouse é noto e consolidato e lui non ha la minima idea di cambiare una virgola: rock 'n' roll e ryhthm and blues tra 50 e 60, suonati con grande passione, groove, arrangiamenti che si avvalgono talvolta di eccellenti parti orchestrali, suoni fedelissimi all'epoca. E canzoni decisamente belle.

RYLEY WALKER - Course in fable
Il cantautore statunitense non delude, anche ora che si sposta verso un sound meno nostalgico del suo classico cantautorato Van Morrisoniano tra 60 e 70. Le radici sono sempre quelle ma il sound si fa più articolato e complesso e la produzione di John McEntire dei Tortoise in questo senso si sente. ottimo.

PAUL MC CARTNEY - III Imagined
Non ho apprezzato in modo particolare l'album di Sir Paul uscito alla fine dello scorso anno e ancora meno mi piacciono le riletture, i remix, le cover di un intero lavoro.
In questo caso però troviamo spunti molto interessanti e la debolezza originaria di certi brani viene arricchita da una nuova visione artistica.
Ci sono i prevedibili alti e bassi ma l'aspetto interessante é che l'album é stato affidato a nomi contemporanei e molto particolari. St. Vincent, Beck, Khruangbin, Damon Albarn, Josh Homme, Anderson Paak, più di altri ridanno vita e nuova luce a un disco un po' opaco.
PS: chissà se quell' "Imagined" nel titolo é un riferimento voluto...

THE WHO - Sell Out De Luxe
Nel 1967 gli WHO pubblicarono il piccolo gioiello "Sell Out", un concept in cui i brani erano uniti da (finti) stacchetti pubblicitari (in realtà originariamente la band aveva pensato di vendere quegli spazi sul disco), come se l'album fosse una trasmissione radio (omaggio alle radio "pirata" inglesi messe fuorilegge) e una critica all'imperante consumismo in ambito musicale.
Perfetta ed esaltante opera pop art (a partire dalla copertina).
Album eccellente, se non fosse che i successivi si chiamarono"Tommy", "Live at Leeds", "Who's Next" e "Quadrophenia", pietre miliari del rock che oscurarono la genialità di "Sell Out".
Lavoro che contiene gioielli come "I can see for miles", "Mary Anne With the Shaky Hand", "Sunrise" e la mini opera "Rael" (originariamente concepita in 22 brani diversi) anche se risente di una pausa creativa di Townshend (tre brani sono composti da Entwistle, uno da Speedy Keen dei Thunderclap Newman).
Ormai é prassi saccheggiare tutto il possibile immaginabile per confezionare box celebrativi con quanto più materiale possibile per, sostanzialmente, rivendere le stesse cose, impacchettate di nuovo.
Non sfugge alla regola questa nuova edizione (già nel 2009 era uscito un esaustivo doppio CD) con ben 112 brani tra mix mono, stereo, provini, demo, qualche inedito del tutto trascurabile e ampiamente reperibile su bootleg e online, un libro di 80 pagine, due 45 giri in vinile e altre aggiunte grafiche.
Per i cultori della band un oggetto da acquistare e riporre in libreria (spendendo sui 100 euro), per i neofiti una sovra abbondanza senza molto significato.

PINO PALLADINO / BLAKE MILLS - Notes With Attachments
Pino Palladino é il sostituto di John Entwistle negli Who (ma anche bassista con Erykah Badu, D'Angelo, Paul Young). Blake Mills produttore dell'ultio di Bob Dylan e di John Legend, Fiona Apple, Alabama Shakes, Perfume Gemius). E' il primo album solista del bassista e il lavoro é particolarmente interessante tra jazz, sperimentazione, afro funk, avanguardia, fusion. Molto cool.

GREG 'STACKHOUSE' PREVOST Songs for These Times
L'ex voce dei Chesterfield Kings con un album di blues acustico (il terzo solista) in cui riprende oscuri brani dei 60's e materiale autografo, con il piglio di un Johnny Thunders in gran forma.

SKEGGS - Rehearsal
La band australiana attinge da garage, power pop, punk, country punk, l'immancabile tradizione street rock 'n' roll, una sorta di ponte tra Libertines e Strokes con la benedizione di Johnny Thunders con molta freschezza, personalità, genuinità e immediatezza.

DRY CLEANING - New long leg
Prosegue l'assalto all'arma bianca delle nuove band inglesi che sembrano abbracciare unanimemente un sound sempre più abrasivo, figlio del post punk estremo e crudo. I Dry Cleaning, prodotti da John Parish, non a caso sono vicini al sound di PJ Harvey.
Chitarre e ritmiche scarne, brani ipnotici con un approccio “malato”, voce aspra. Interessanti.

ARAB STRAP - As Days Get Dark
Dopo sedici anni di sosta torna il duo scozzese con un ottimo album, sinuoso, avvolgente, cupo e malinconico, tra new wave, folk, elettronica, moderno blues.

STEVE ARRINGTON - Down To The Lowest Terms – The Soul Sessions
In circolazione dagli anni 70, torna questa ottima voce black, con un buon album di mellow soul, dalle marcate influenze Prince. Piacevole.

STEVE CROPPER - Fire it up
Il grande chitarrista di Booker T and the Mg's non ci ha mai riservato particolari capolavori solisti. Tanto meno questa volta. Onesto rock blues con venature soul, qualche buon strumentale, il tutto piuttosto anonimo.

CHEAP TRICK - Another world
Ventesimo album e senza perdere un colpo. Qui girano tra power pop, rock, hard, Beatles e Stones. Ed é sempre un bel sentire.

VIEWS - Mother Tapes Anthology 1986/1990
Una preziosa raccolta, a cura della sempre eccellente Area Pirata, che rende giustizia alla breve vita dei bresciani Views, attivi nella seconda metà degli anni 80 con un album e un ep all'attivo.
Materiale di pura maestria nel mischiare influenze post wave (Television e Paisley Underground in particolare), nomi tutelari come Lou Reed e gli Stones dei 60 e una grande capacità compositiva nel sapere attingere da fonti storiche riproponendole in chiave attuale. Nella compilation tutte le uscite ufficiali e una serie di demo, outtake e live. Indispensabile.

DON ANTONIO - Bella stagione
Antonio Gramentieri é una di quelle gemme nascoste del panorama italiano ma che ha all'attivo un curriculum di levatura internazionale. Ha suonato e collaborato con un'infinita serie di personaggi, da Marc Ribot a Hugo Race, via David Hidalgo, Jim Keltner fino alla recentissima esperienza con Alejandro Escovedo. Il nuovo album abbandona il classico sound attorno al quale ha sempre gravitato ovvero blues, american roots, soul, cinematico, Tex Mex, approdando alla canzone d'autore italiana filtrando quelle radici con nuove modalità di scrittura, assimilando parti elettroniche, talvolta ammiccando a Battisti, altre ai classici Tenco e Ciampi.

FLAME PARADE - Echoes
Affascinante ep per la band toscana, che sviluppa e completa Cosmic Gathering, il secondo album uscito nel febbraio 2020. Avvolgente e sinuoso alt folk dalle movenze psichedeliche e con un’anima pop di grande impatto. Quattro brani di alta qualità esecutiva e interpretativa.

LAMEBA/JOYELLO - Il rumore del silenzio
La carriera artistica di Joyello e Lameba é lunga e ricca di produzioni, realizzazioni discografiche, intensa attività musicale. Nel nuovo lavoro le forze si uniscono in un omaggio al primo Franco Battiato, sperimentale e alle prese con una musica d'avanguardia, personale e futurista. Tre brani ripresi in chiave elettronico/psichedelica, riarrangiati in una veste attuale, che ridà vita a materiale con quasi 50 anni di età. Interessante e stimolante.

KUSTURIN - Nothing but the kids
Pietro De Cristofaro (Songs for Ulan e una lunga serie di collaborazioni) unisce le forze con il chitarrista Paolo Broccoli, Peppe De Angelis e un lunga serie di amici musicisti, per una nuova creatura artistica che abbraccia canzone d’autore nel senso più ampio del termine (da Paul McCartney a Nick Cave), atmosfere plumbee, crepuscolari autunnali e un’anima folk. Arrangiamenti perfetti, ottime canzoni, sonorità crude e dirette.

ASCOLTATO ANCHE:
PIXEY (discreto indie pop) EL MICHELS AFFAIR (fun, hip hop, ethiojazz, afro. Discreto). SOUL & PIMP SESSIONS (band giapponese che mastica jazz e be bop in mdo pauroso. Grande disco), THE PEACERS (rock chitarristico con quache sguardo ai 60s ma senza mai convincere), THE SNUTS (Arctic Monkeys e Strokes già ci sono e queste cose le fanno meglio. Grazie lo stesso), FRATELLI'S (pop moscio e insopportabile),

LETTO:

DOUGLAS STUART - La storia di Shuggie Bain
Una storia di degrado, violenza, brutalità, disfacimento.
Morale, sociale e fisico.
Ma é una storia piena di struggente, disperata dolcezza.
Non c'é un lieto fine, se non un vago barlume di speranza nelle ultime righe.
Le periferie annerite dal carbone, distrutte da disoccupazione, cattiveria e alcolismo, della Glasgow decadente dei primi anni 80, sono lo sfondo di una tragica (parzialmente autobiografica) vicenda che accompagna il rapporto tra la madre Agnes e il figlioletto Shuggie, in un infernale connubio di sopraffazione, dipendenza, abusi.
Il piccolo Shuggie, emerginato e sbeffeggiato per la latente omosessualità, sopravviverà a stento, circondato in continuazione dai suoi fantasmi.
Un romanzo fulminante, che non risparmia il gusto realistico, acre e sgradevole, di una condizione sociale ancora maledettamente e prospetticamente attuale.
Grande libro (Premio Booker Prize 2020) destinato a diventare un piccolo classico.

DAVIDE MORGERA - Africani marocchini terroni
I primi anni 80 dell'innocenza adolescente, dei disperati tentativi di fondare un gruppo, la ricerca spasmodica di materiale punk da ascoltare, sale prove e strumentazioni improvvisate e precarie.
Le consuete storie del punk italiano degli esordi.
Ma qui siamo a Napoli, dove il punk non é ancora sostanzialmente arrivato, non c'é l'attività delle metropoli e delle province del nord e tutto é cento volte più complicato.
Davide Morgera ci racconta la breve vita dei suoi UNDERAGE (un ep, nel 1983, per la Attack Punk Records, "Afri-Cani"), delle fanzine "Megawave" e "Hate Again", delle vicende complesse e sfortunate del gruppo, i muri quasi invalicabili per crearsi uno spazio, da cercare necessariamente "sopra Roma", le frustrazioni, la rabbia, in un contesto ancora più difficile del solito.
Il tutto con molta ironia, un po' di nostalgia e rimpianti.
A corredo un ampio allegato fotografico e di documentazione dell'epoca.

STEFANO SCRIMA - L'arte di sfasciare le chitarre
Coraggiosa e originale (nonché inedita) la sorprendente commistione tra filosofia e rock, del tipo Eraclito e Jimi Hendrix, Platone e i Doors, Diogene e Iggy Pop, Schopenhauer e i Nirvana, Nietzsche e i Queen.
Soprattutto non facile da accostare.
Scrima ci riesce benissimo con un libro fresco, veloce, colto e divertente.
"Ho deciso di scrivere questo libro anche come una forma di difesa di un genere musicale che, quando era nel pieno del suo fulgore, veniva bistrattato in quanto "musica per giovani che va di moda" e che, oggi che langue, viene definito come "musica per vecchi che non hanno capito che il mondo é cambiato".
L'analisi del successo e della successiva decadenza del rock é lucida, condivisibile e molto coinvolgente.
Il centinaio di pagine volano velocemente e con brio e la postfazione di Carmine Caletti è un'appendice perfetta.
"Il rock ha sempre fatto filosofia, una filosofia che deve spaccare i timpani perché ha lanecessità di farsi ascoltare, l'urgenza di testimoniare una vitalità originaria che ci appartiene, anche se nascosta sotto chili di inerzia quotidiana".

RILETTO

ALAN SILLITOE - Sabato sera, domenica mattina
Ritratto della VERA working class inglese, che dopo una settimana in fabbrica si sfonda di alcol, va a donne, tradisce, si perde in risse.
Refrattario all'autorità, ai valori borghesi, alla disciplina militare il ventiduenne Arthur Seaton cerca nuovi orizzonti, fugge a una vita già predestinata, senza supporti ideologici o obiettivi rivoluzionari.
Vuole solo essere libero.
Non ci riuscirà.
Sillitoe lo pubblica nel 1958, usando un linguaggio esplicito, reale, "operaio" e coglie nel segno, in una descrizione di un personaggio che incarna una generazione a cui non basta più la normalità di sempre, peraltro minacciata dall'incombenza del pericolo di una guerra nucleare.
Nel 1960 il regista Karel Reisz trarrà dal libro l'omonimo gioiello del Free Cinema inglese.
Le pagine finali sono esemplari, un manifesto generazionale e una molto probabile ispirazione per il Weller di "Town called Malice".

COSE VARIE
Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà", ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
Ogni venerdì un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".


Ancora disponibili copie (edizione limitata di 200, numerate) della biografia degli SMALL FACES, pubblicata da Cometa Rossa Edizioni.
Qui: hellnation64@gmail.com
e qui:
https://www.facebook.com/roberto.gagliardi.9828

IN CANTIERE
A metà settembre (il 16) il terzo volume edito da COMETA ROSSA EDIZIONI (http://tonyface.blogspot.com/2020/12/cometa-rossa-edizioni.html).
In autunno altre due uscite letterarie.
Intanto con i Not Moving LTD si preparano nuovi brani per chissà quando.

Esce il 4 giugno per GoDown Records la ristampa in vinile (trasparente) di "Live in the 80's" (+DVD) dei NOT MOVING con codice per scaricare il DVD originariamente allegato. Dettagli qua: https://www.godownrecords.com/product-page/not-moving-live-in-the-eighties-LPx?fbclid=IwAR1Y9uVhewbtzCk46P9sgBA_0vmiAfmnLlGK33fwLVx0oSp97v4IqwYSbZU

giovedì, aprile 29, 2021

Get Back. Dischi da (ri)scoprire


Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

SPECIALE BRUNO LAUZI

Bruno Lauzi è sempre stata una figura particolare nell’ambito dei cantautori italiani.
Appartenente alla scuola genovese, uno dei primi cantautori (esordì nel 1965), spesso ostracizzato per le sue esplicite convinzioni politiche (appoggiava il Partito Liberale Italiano, di centro destra, per cui si candidò anche in qualche elezione), ha sempre vagato artisticamente tra canzoni d’autore, uno spirito cabarettistico, omaggi a sonorità sudamericane, fino alla deriva di “Johnny Bassotto” e “La tartaruga” e discutibili apparizioni televisive, per poi tornare, in sordina, a sonorità più personali a base di album a sfondo jazz.


KABARET 2 (1967)
Dopo un esordio incerto e ancora poco definito nel 1965 e una raccolta di singoli, finalmente il primo disco di spessore, caratterizzato da ironia, cabaret, ballate, jazz, blues, la splendida rumba jazz orchestrata di "New York" , un piccolo classico come "El me gatt" (di Ivan Della Mea) e tante belle cose. Un gioiellino.


BRUNO LAUZI (1970)
Un eccellente lavoro a cui partecipano fior di musicisti, da Lucio Battisti a Franz Di Cioccio alla batteria, Flavio Premoli alle tastiere, Mario Lavezzi alla chitarra, Damiano Dattoli dei Flora, Fauna e Cemento (poi autore di “Io vagabondo” dei Nomadi) poi a lungo collaboratore di Lucio Battisti.
La ballata country rock dalle movenze soul “Mary oh mary” scritta da Lucio Battisti (che suona anche, non accreditato, la chitarra acustica) apre magistralmente l’album.
A cui segue il gospel country di “Lucy l’ortopedica”, il jazz blues di “Quella casa in Lombardia”, il famoso caustico ritratto ne “Le bigotte” in chiave cabaret blues (traduzione di un brano di Jacques Brel), l’intensa ballata pianistica “Ti ruberò” con l’elegante orchestrazione di Claudio Fabi (padre di Niccolò Fabi e che produsse la versione italiana, Ragazzo solo, ragazza sola di Space oddity di David Bowie).
Chiude la celeberrima “E penso a te” (preceduta dalla malinconica “Il bene di luglio” composta da Vecchioni) di Battisti e Mogol, poi ripreso da numerosi artisti tra cui lo stesso Battisti, Mina, Vanoni, Ruggeri, con il sontuoso arrangiamento di Giampiero Reverberi.


AMORE CARO, AMORE BELLO...(1971)
Coraggioso album doppio (uno live, l'altro in studio) sulla scia del successo dell'omonimo brano del titolo.
Al suo fianco l'eccellenza degli strumenti italiani, da Di Cioccio a Ellade Bandini, Gianni Dall'Aglio, Franco Mussida, Edoardo Bennato all'armonica in un brano, Mario Lavezzi, La Bionda, Dario Baldan Bembo.
Molto bello e di grande pregio compositivo il disco in studio, ricco di pieghe rock, lievi divagazioni prog, un gusto gospel in sottofondo ed eccellenti canzoni.
Il live registrato al Teatro Filodrammatico di Milano, ci presenta il Lauzi cabarettista, intrattenitore, con canzoni già note interpretate con voce e chitarra e aNdrea Sacchi all'elettrica.
Il tutto con divertenti introduzioni.


LA MUSICA DEL MONDO (1988)
Un parterre di collaboratori di pura eccellenza, da Ivano Fossati (che firma "Naviganti") a Ron, Stefano Cerri, Sante Palumbo, Paolo Tomelleri. Claudio Pasocli tra i tanti. E un buon album in cui dalla canzone d'autore si passa al jazz e swing a pulsioni fusion alla buona cover acustico mediterranea di "Una giornata al mare" (di Paolo Conte composta per l'Equipe 84)

mercoledì, aprile 28, 2021

Alan Sillitoe - Sabato sera, domenica mattina



Ennesima personale rilettura di un classico, un'eccellenza, della letteratura inglese.

Ritratto della VERA working class inglese, che dopo una settimana in fabbrica si sfonda di alcol, va a donne, tradisce, si perde in risse.
Refrattario all'autorità, ai valori borghesi, alla disciplina militare il ventiduenne Arthur Seaton cerca nuovi orizzonti, fugge a una vita già predestinata, senza supporti ideologici o obiettivi rivoluzionari.
Vuole solo essere libero.
Non ci riuscirà.

Sillitoe lo pubblica nel 1958, usando un linguaggio esplicito, reale, "operaio" e coglie nel segno, in una descrizione di un personaggio che incarna una generazione a cui non basta più la normalità di sempre, peraltro minacciata dall'incombenza del pericolo di una guerra nucleare.

Nel 1960 il regista Karel Reisz trarrà dal libro l'omonimo gioiello del Free Cinema inglese.

Le pagine finali sono esemplari, un manifesto generazionale e una molto probabile ispirazione per il Weller di "Town called Malice".

Saranno guai anche per me: dovrò lottare fino al giorno della mia morte.
Perché ci fanno fare il soldato dal momento che non facciamo altro che combattere tutta la vita?
Combattiamo con le madri, i poliziotti, l'esercito, il governo.
Se non é una cosa é un'altra, senza contare il lavoro che dobbiamo fare e il modo in cui spendiamo le paghe.
Mi aspettano guai tutti i giorni della mia vita, perché ci sono sempre stati e sempre ci saranno.
Nati ubriachi e sposati ciechi, generati per sbaglio in un mondo estraneo e pazzo, trascinati attraverso la miseria in una guerra con una maschera antigas sul testone, con le sirene che ti rintronano nelle orecchie tutte le notti mentre marcisci in un rifugio grattandoti la rogna.
A diciotto anni ti sbattono un'uniforme addosso e quando ti lasciano andare finisci a sudare sangue in una fabbrica, facendo i salti mortali per potere bere qualche birra in più, andando a letto il venerdì e il sabato con le donne che hanno il marito al turno di notte, lavorando con lo stomaco in rivolta e la schiena a pezzi solo per guadagnarti i soldi che ti permettano di tornare là ogni lunedì mattina.
Bé, la vita é bella, tutto sommato, se ce la fai, e se pensi che prima o poi il vasto mondo sentirà parlare di te.

martedì, aprile 27, 2021

Not Moving - Live in the 80's



Esce il 4 giugno per GoDown Records la ristampa in vinile (trasparente) di "Live in the 80's" (+DVD) dei NOT MOVING con codice per scaricare il DVD originariamente allegato.

L'idea del LIVE nacque nel 2004, in concomitanza con la partenza di questo blog.
Nel quale incominciarono a confluire riferimenti all'attività dei Not Moving (che avevo lasciato 16 anni prima).
In contemporanea su internet uscivano spesso articoli sulla band in cui si mischiavano la prima line up (quella degli anni 80) con i successivi cambiamenti che portarono il nome del gruppo verso altre sonorità e a dischi totalmente diversi dalle radici della band.

Così incominciai a selezionare materiale, attingendo da decine di cassette raccolte di ogni concerto, per pubblicare un album LIVE che testimoniasse il vero sound dei NOT MOVING negli anni 80, mai immortalato nel giusto modo su disco.

La Go Down Records fu ben felice di stamparlo e l'accordo venne suggellato da una stretta di mano con Leo Cola davanti a una birra.

Si aggiunse anche l'idea di allegare un DVD che rendesse giustizia a un'immagine così potente e particolare della band.
Anche in questo caso la ricerca di materiale avvenne in un turbinìo di video VHS, foto, volantini, tutti archiviati da tempo.
La programmata uscita coincise con il ritorno del bassista Dany in Italia dopo un quindicennio in Germania e l'idea di accompagnare l'album con un po' di date da stimolo divenne realtà.
Dieci concerti che culminarono con il concerto finale (a cui partecipò anche la tastierista Mariella) con Damned e Iggy and the Stooges al festival Rock in Idro a Milano in settembre.

Dettagli per l'acquisto del disco qua:
https://www.godownrecords.com/product-page/not-moving-live-in-the-eighties-LPx?fbclid=IwAR1Y9uVhewbtzCk46P9sgBA_0vmiAfmnLlGK33fwLVx0oSp97v4IqwYSbZU

lunedì, aprile 26, 2021

La storia di "Bella Ciao"



Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà" in occasione del 25 aprile.

Se riflettiamo bene, il mondo é stato cambiato (il più delle volte in meglio, talvolta decisamente in peggio) dalla filosofia, dalle idee, dagli ideali.
Da cui sono nate le rivoluzioni, gli atti pratici che hanno eliminato le dittature, la schiavitù, hanno cercato di parificare i diritti di tutti e tutte e rendere le società più eque.
C'é stato un momento in cui un uomo o una donna hanno pensato che ciò che stava loro intorno non era giusto, non andava bene, andava cambiato.
E alle loro idee si sono progressivamente uniti altre uomini, altre donne, e insieme hanno lottato per raggiungere un obiettivo.
La nostra festa più bella, la Resistenza, é nata proprio così.

Quando un gruppo di persone ne ha avuto definitivamente abbastanza della vergogna fascista, dei soprusi, del ladrocinio costante a spese degli italiani, degli omicidi, arresti, torture e persecuzioni e ha lottato, “con ogni mezzo necessario”, per riportare la nostra terra in un alveo di giustizia.
Anni di lotta dura, spietata, sofferenze, pericolo, orrore ma, alla fine, arrivo la Libertà, l'autodeterminazione, la democrazia.
Imperfetta, fragile, spesso maledettamente corrotta, ma migliorabile, con idee, voto libero, opinioni.
I nostri partigiani sono da quel 15 aprile 1945 ricordati con affetto e orgoglio da chi ha a cuore il concetto di giustizia e riconoscenza.
Bistrattati da chi ha la memoria corta (oppure molto lunga e ancora gli brucia).
Libri, film, documentari, hanno messo in luce molte storie, altre sono rimaste nascoste e dimenticate.

Non era un'epoca come la nostra, caratterizzata dal “culto del'Io”, dalla necessità di fare sapere ogni minuto cosa facciamo o cosa pensiamo di ogni banalità, di esporci in tutti i modi.
Era invece l'”epica del Noi”.
Insieme facciamo, cambiamo, svolgiamo il lavoro necessario e una volta (egregiamente) concluso, andiamo oltre, guardiamo avanti, senza tanti ricordi o (auto) esaltazioni.
Ai tempi non c'erano i social su cui postare le foto o i video.

Mai come adesso é però necessario ricordare, studiare, educare, portare avanti la memoria di quel sacrificio che i nostri padri e nonni fecero per noi.
I fascisti e i fascismi (che non se ne erano mai andati, purtroppo) sono tornati a rialzare la testa (talvolta ben camuffati sotto sigle di partiti governativi) e una nuova Resistenza, una nuova costante viglianza sono, purtroppo, ancora necessarie.
In questa sede ci occupiamo di musica.
E i Partigiani cantavano, suonavano, componevano e sono giunte parecchie canzoni a noi, altre sono andate perse. Per raccoglierle tutte analizziamo la storia della più celebre, “Bella ciao”.

In realtà si é più volte detto che non venne mai cantata durante la Resistenza dai Partigiani ma che sia diventata affine a quei tempi solo anni dopo.
Nonostante sia stata attribuita a varie brigate combattenti, in realtà non c'è nessun documento che ne provi l'esistenza in quegli anni.
Pur se altre ricerche ne segnalino la presenza, in particolare tra Emilia e Toscana, durante la Repubblica di Montefiorino, tra le formazioni anarchiche sui monti Apuani, in Abruzzo, nella Brigata Maiella.

Anche la paternità della melodia é controversa, attribuita di volta in volta alle più svariate origini (da un canto delle mondine a, addirittura, una canzone popolare del '500).
La prima incisione risale al 1919, in un 78 giri del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato “Klezmer-Yiddish swing music”, musica di origine ebraica.
La prima versione di “Bella Ciao”, invece, viene registrata solo nel 1955, nella raccolta “Canzoni partigiane e democratiche”, curata dal Partito Socialista Italiano e poi inserita in un disco a cura del quotidiano del Partito Comunista, “L'Unità” il 25 aprile 1957.
Durante il Festival di Spoleto del 1964, il Nuovo Canzoniere Italiano la presenta al Festival dei Due Mondi come canto partigiano interpretato da Giovanna Daffini, musicista ex mondina, che ne interpreta una versione, che descrive una giornata di lavoro delle mondine, introducendola come la versione originale, a cui durante la Resistenza sarebbero state cambiate le parole adattandole alla lotta partigiana.

Il successo crescente di “Bella ciao” porta (come é spesso consuetudine in ambito musicale) al palesarsi di presunti autori e compositori del testo, senza mai però poterearrivare a effettive prove della paternità, lasciando il tutto sempre nel vago e senza possibilità di conferme.
Fatto sta che nonostante le diatribe elencate diventa progressivamente il canto partigiano per eccellenza, anche e soprattutto per una certa neutralità del testo che non fa riferimento a particolari connotazioni politiche e ideologiche (vedi l'altrettanto celebre “Fischia il vento” che auspica l'arrivo del “Sol dell'avvenir” e della “rossa primavera”).

E' recente la pubblicazione di un libro che chiarirebbe definitivamente la questione.
Le ricerche dello storico della Resistenza marchigiana Ruggero Giacomini, sono confluite nel libro “Bella Ciao.
La storia definitiva della canzone partigiana che ha cinquistato il mondo”.
Dove si rileva, da una lettera di una partigiana russa, fuggita da un campo di internamento di Macerata, che i suoi compagni e compagne “andavano a morire con il canto di “Bella Ciao”.
Circostanza confermata da un parroco del luogo che nel 1944 sottolineava come spesso i bambini affiancassero le brigate partigiane che transitavano nei paesi accompagnandoli nel canto di una canzone così facile da memorizzare.
Successivamente le brigate della Maiella che salivano verso nord, verso la metà del 1944, adottarono il canto, portandolo negli Appennini tosco emiliani.
Una prima forma di quasi inedita contaminazione tra nuclei di persone provenienti da regioni, culture e linguaggi differenti e spesso lontani, in epoche in cui l'emigrazione era ancora lontana.

“Bella Ciao”, fruibile, armonicamente semplice e facile da ricordare e cantare, oltre che simbolo di libertà e ormai unanimemente attribuito a inno della Resistenza, ebbe enorme successo a partire dagli anni Sessanta, entrando frequentemente nelle manifestazioni operaie e studentesche ma soprattutto incominciando a caratterizzare il repertorio di cantanti più o meno famosi.

Incominciarono il cantautore Fausto Amodei (conosciuto per la dolente “Per i morti di Reggio Emilia” e per canzoni incise da Ornella Vanoni e Enzo Jannacci e spesso citato da Francesco Guccini tra i suoi principali ispiratori) e la cantante Sandra Mantovani. Ma anche Yves Montand ne fece una sua versione.
Fu presentata per la prima volta in televisione nel 1963, nella trasmissione “Canzoniere minimo” da Giorgio Gaber, Maria Monti e Margot, omettendo però l'ultima strofa, forse già considerata troppo politica e “divisiva”: "questo è il fiore di un partigiano, morto per la libertà”.

Ne troviamo versioni anche in album dei Gufi, di Milva, Claudio Villa, Anna Identici, Banda Bassotti, Gang, Modena City Ramblers, Ska P, Goran Bregovic. Yo Yo Mundi, Radici nel cemento, Marlene Kuntz con Skin. Nel 2018 il chitarrista Marc Ribot (che applaudimmo anche a Piacenza nei primi anni del 2000) realizzò un album, “Songs of Resistance 1942-2018”, in cui raccoglieva canzoni di protesta in arrivo da varie parti del mondo. “Bella ciao” comparve cantata niente meno che da Tom Waits, in una delle sue ormai rarissime apparizioni discografiche.

Diventato ormai patrimonio culturale mondiale ne troviamo anche versioni spontanee durante numerose manifestazioni sparse in tutto il globo.
I ribelli zapatisti del Chiapas, in Messico, lo hanno adottato come canto popolare, ma é intonato anche tra i combattenti curdi contro l'Isis e per la loro indipendenza in Siria, nelle proteste di piazza in Sudan e in Turchia con la dittatura di Erdogan. Anche in America nelle manifestazioni Occupy Wall Street, in Cile e nelle piazze inneggianti all'indipendenza della Catalogna.
Uno dei momenti più emozionanti e mediatici é stata l'apparizione all'interno della fortunata serie televisiva “La casa di carta”.
Da qualunque luogo o autore provenga, in qualsiasi modo sia andata la sua storia, teniamoci stretti questo scampolo di spontaneità, questo canto libero e civile che rimane “nostro” e nessuno ci potrà mai portare via.
Allo stesso modo del nostro “fiore del partigiano, morto per la libertà”.

domenica, aprile 25, 2021

Il Campionato Terezin



In occasione del 25 aprile un ricordo di ALBERTO GALLETTI collegato al tema della Liberazione.

Immortalato in una storica foto in cui mostra gli orrori di Ohrdruf, vicino a Buchenwald, nientemeno che ai comandanti in capo del Corpo di Spedizione Alleato generali D.Dwight Eisenhower, Omar Bradley e George Patton, stà un uomo in giacca e pantaloni, capelli lunghi; è un prigioniero sopravvissuto allo sterminio.

Il suo nome è Ignaz Feldmann, il motivo per cui sopravvisse è che era un calciatore, il motivo per cui si trovava a Buchenwald è che era ebreo.

Era nato nel 1901 a Vienna, al tempo tollerante capitale di un Impero che fu culla di movimenti culturali di primo piano, ma anche del calcio , gioco allora emergente, continentale.
Gioco che lo conquistò sin da bambino e che si rivelerà fondamentale nella sua vita.
Giocò nell’ Hakoah Wien la polisportiva ad esclusiva membership ebraica, con la quale vinse il campionato austriaco del 1925.
Quando nel 1938 il cerchio intorno agli ebrei si strinse, fuggi in Olanda.
Come già per Arpad Weisz, la scelta si rivelò tragica e Fieldmann fu rinchiuso nel campo profughi di Westerbork.
Quando poi Westerbork divenne un campo di smistamento per la destinazione ‘Oriente’, il calcio lo salvò una prima volta.

Ottenne lo status di prigioniero anziano, e grazie ai suoi trascorsi divenne uno dei responsabili degli incontri di calcio interni al campo, incontri ai quali i nazisti davano molta importanza al fine di mantenere agli occhi soprattutto degli osservatori esterni apparenze normali sul trattamento dei prigionieri. Scampò così la deportazione.
Che arrivò comunque non molto tempo dopo: passò prima da Terezin (Theresienstadt), quindi a destinazione: Auschwitz-Birkenau.
Come sia arrivato vivo al giorno della liberazione del campo di Ohrdruf è un miracolo.
Uno dei tanti in cui c’entra il calcio.

Ad un sottufficiale SS che gli chiese nome e generalità durante un controllo rispose; “Feldmann, fussballer”.
Il sottufficiale si ricordò di lui, era stato un giocatore dell’Austria Vienna, i due si erano incontrati varie volte nel campionato austriaco.
Grazie a lui Feldmann trascorse un mese ad Auschwitz-Birkenau.
Lavorò lì con il comando Kanada fino a quando non fu deportato a Sachenhausen.
Nel novembre 1944 finì poi a Buchenwald e, nel marzo 1945, a Orhdruf, un campo satellite di Buchenwald.

Fino alla Liberazione.

Theresienstadt, Terezin in ceco, è una città fortezza costruita da Giuseppe II d’Asburgo come parte del sistema difensivo anti-prussiano.
Si trova a circa 60km a nord.ovest di Praga.
Quando nel 1942 tutti i giovani tedeschi disponibili furono inviati al fronte russo, le industrie cominciano a rallentare, in particolare l'industria delle armi, vitale per lo sforzo bellico.
Himmler decise quindi che i prigionieri dei campi di concentramento sostituiranno questi neo-soldati e che le loro prigioni serviranno da fabbriche.
Per mantenere in vita i prigionieri il più a lungo possibile, decide di istituire un sistema di ricompense per i lavoratori.
La possibilità di fare sport è una di queste.

Così arriva il calcio nei campi di prigionia.

Giocato con mezzi appena sufficienti (porte in legno - a volte senza rete - delle dimensioni di una gabbia da pallamano, corte d'appello come un campo, una palla realizzata con ritagli di cuoio e vesciche di maiale fornite dalle guardie ...), è riservata ad un numero limitato di detenuti.
Così a Buchenwald ci sono solo dodici squadre per una popolazione totale di 80.000 persone.
Le squadre sono formate secondo i mestieri, le caserme o talvolta secondo le nazionalità.
Per la manciata di funzionari eletti, il calcio è un modo per prolungare la loro aspettativa di vita.
Per consentire loro di esibirsi bene in campo, i giocatori beneficiano di una riduzione del carico di lavoro, razioni di cibo aggiuntive e talvolta persino protezione dai loro aguzzini.

Il filosofo ceco Toman Brod, un sopravvissuto ad Auschwitz, racconta nella sua autobiografia che "il calcio è stato un enorme incoraggiamento, in quanto è stato un promemoria che [i prigionieri] non erano vittime, ma uomini.
Il suo connazionale, lo scrittore Ivan Klíma, ha parlato di "una via d'uscita prima del disastro"
.
Come Brod, Klíma passò per il campo di Terezin, dove il calcio era più sviluppato.

Grazie alla sua struttura di città-fortezza, i nazisti fecero di Terezin un campo modello, e lo usarono per scopi di propaganda.

A Terezin si giocava un campionato di calcio.

Quando nel 1943 i nazisti deportarono 450 danesi nel campo di questa piccola città, le autorità del Regno chiesero che un comitato della Croce Rossa internazionale potesse visitare le strutture al fine di garantire che i prigionieri fossero trattati adeguatamente.
Quando la Croce Rossa arrivò un anno dopo, il 23 giugno 1944, scoprì un piccolo paese in cui tutto sembrava normale.
Per dimostrarlo, le autorità del campo proiettarono al comitato il film di propaganda dal titolo ‘Il fuhrer da una città agli ebrei’, che fecero passare come documentario sul reinsediamento degli ebrei.
Nel film è immortalato un incontro di calcio in cui di fronte a 7.500 spettatori, due squadre di sette giocatori si sfidano in due tempi di trentacinque minuti.
Quello che il filmato non dice è che la destinazione da Terezin era Auschwitz-Birkenau e che la maggior parte dei giocatori e del pubblico presenti quel giorno moriranno nelle camere a gas settimane dopo.
Da molto prima della visita della Croce Rossa, i nazisti avevano organizzato a Terezin una competizione calcistica: il Campionato Terezin.

Almeno dieci squadre si sfidavano in un campionato regolare: Divisione 1, Divisione 2, Coppa, campionato giovanile e persino un precursore del gol d'oro, tutti ingredienti atti a creare una parvenza di normalità.
Con un macabro dettaglio: ogni lunedì dalle 10.00 alle 14.00 veniva organizzata una finestra di mercato settimanale per sostituire i giocatori deportati ad Auschwitz.

Le squadre portano i nomi di mestieri diversi:
giardinieri, elettricisti, macellai e cuochi, questi ultimi due hanno spesso i migliori giocatori data la loro facilità di accesso al cibo.
Più sorprendentemente, alcuni calciatori diedero ad alcune squadre il nome dal loro club preferiti.
Sparta Praga, Fortuna Colonia e persino l'Arsenal hanno parteciparono al Campionato Terezin.

Ci giocò un campione di hockey ceco, Peter Erben, che fondò una squadra la Jugendfursorge, che vinse il campionato dell’ inverno ’42.
Nella primavera del ’43 vinsero gli addetti al vestiario, i Kleiderkammer.
Accanto ai tanti scrittori, attori, musicisti e accademici, Terezin vide passare tra i suoi prigionieri alcuni famosi calciatori.
Pavel Mahrer ad esempio, centrocampista del DFC Praga.
Il più celebre fu Jiří Tesář, portiere della nazionale ceca prima della guerra, sei presenze in nazionale, partecipò ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924.
Ricordò poi Tesář in un libro su Terezin come: “Eravamo le star di Terezin. I giovani ci vedevano come modelli di comportamento. Abbiamo dato loro speranza, abbiamo rappresentato la vita".
I giocatori apparivano sulle pagine di un piccolo giornale chiamato Rim-Rim-Rim, dattiloscritto e stampato in sei copie prima di ogni riunione calcistica.
L’ultimo torneo giocato fu la Coppa del ’44.
Poi cominciarono le partenze senza ritorno in massa.
Inizialmente previsto per 7.000 prigionieri, Terezin alla fine ne vide 157.000, di cui solo 4.136 sopravvissuti.
Pavel Breda non era uno di loro.
Morì di tifo ad Auschwitz poco dopo aver giocato un'ultima partita per la squadra Youth Aid, che appare nel film di propaganda relativo alla visita della Croce Rossa.
Non Ignaz Feldmann, che ad Auschwitz incontrò, al posto giusto, al momento giusto, un suo vecchio avversario.

sabato, aprile 24, 2021

Giù le mani dal futuro! Poesia per Abe 2021



I dettagli dell'evento qui:
https://www.facebook.com/events/316998366511475/

Giù le mani dalla nostra vita futura dopo o a fianco del Covid, che potrebbe essere l’ultimo avvertimento prima della fine del capitalismo e del vostro mondo.
Giù le mani dal nostro mondo futuro!
Ogni 24 aprile il Cs Django di Treviso ospita in collaborazione con il Premio Dubito un evento per ricordare Alberto Dubito nell’anniversario della sua scomparsa.
Date le circostanze pandemiche, quest'anno l'evento sarà online.

Giù le mani dal futuro è il titolo del nuovo libro dedicato al Premio Dubito 2020 ed è anche il titolo della trasmissione online su Argo Tv, che sarà una specie di rivista televisiva con diversi ospiti a partire dai quattro finalisti del Premio Dubito 2020 – Eugenia Galli, Proxima Parada, PURPL3GR4ACE e Marko Miladinovic - che leggeranno quattro poesie di Lawrence Ferlinghetti, per ricordarci che il poeta americano ultracentenario, che ci ha lasciato qualche settimana fa, è stato uno dei pionieri della controcultura che da sempre si schierata contro l’alienazione del capitalismo.

Ci sarà anche Franco “Bifo” Berardi il più visionario dei filosofi dal pensiero radicale di quest'anno pandemico.

Lilith-Rita Oberti, cantante della band seminale di post-punk Not Moving, ci leggerà Piss Factory, una poesia di Patti Smith del 1974, per tornare a impadronirci dei nostri corpi avvolti dalla solitudine e per uscire indenni e ancora più critici a questa società che assomiglia sempre più a una fabbrica di piscio.

Infine, Davide Toffolo, il geniale musicista dei Tre allegri ragazzi morti, accompagnato dal maestro Nahuel, che ci faranno una cumbia collettiva per rompere al più presto un lockdown che ha messo sul lastrico migliaia di lavoratori e lavoratrici precarie del sistema culturale italiano.

La trasmissione sarà condotta da Davide “Sospè” Tantulli e Wissal Houbabi dallo studio dei Disturbati dalla Cuiete di Treviso.
L'appuntamento è per sabato 24 aprile dalle 21,30 sulle pagine del Premio Dubito, Cs Django, Agenzia X, Argo e Sherwood.
Restate sintonizzat* e riapriamo insieme le porte della percezione alle utopie.
Giù le mani dal futuro!

venerdì, aprile 23, 2021

The Who - Sell Out Deluxe Edition



Nel 1967 gli WHO pubblicarono il piccolo gioiello "Sell Out", un concept in cui i brani erano uniti da (finti) stacchetti pubblicitari (in realtà originariamente la band aveva pensato di vendere quegli spazi sul disco), come se l'album fosse una trasmissione radio (omaggio alle radio "pirata" inglesi messe fuorilegge) e una critica all'imperante consumismo in ambito musicale.
Perfetta ed esaltante opera pop art (a partire dalla copertina).

Album eccellente, se non fosse che i successivi si chiamarono"Tommy", "Live at Leeds", "Who's Next" e "Quadrophenia", pietre miliari del rock che oscurarono la genialità di "Sell Out".
Lavoro che contiene gioielli come "I can see for miles", "Mary Anne With the Shaky Hand", "Sunrise" e la mini opera "Rael" (originariamente concepita in 22 brani diversi) anche se risente di una pausa creativa di Townshend (tre brani sono composti da Entwistle, uno da Speedy Keen dei Thunderclap Newman).

Ormai é prassi saccheggiare tutto il possibile immaginabile per confezionare box celebrativi con quanto più materiale possibile per, sostanzialmente, rivendere le stesse cose, impacchettate di nuovo.

Non sfugge alla regola questa nuova edizione (già nel 2009 era uscito un esaustivo doppio CD) con ben 112 brani tra mix mono, stereo, provini, demo, qualche inedito del tutto trascurabile e ampiamente reperibile su bootleg e online, un libro di 80 pagine, due 45 giri in vinile e altre aggiunte grafiche.

Per i cultori della band un oggetto da acquistare e riporre in libreria (spendendo sui 100 euro), per i neofiti una sovra abbondanza senza molto significato.

giovedì, aprile 22, 2021

Stefano Scrima – L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia



Coraggiosa e originale (nonché inedita) la sorprendente commistione tra filosofia e rock, del tipo Eraclito e Jimi Hendrix, Platone e i Doors, Diogene e Iggy Pop, Schopenhauer e i Nirvana, Nietzsche e i Queen.

Soprattutto non facile da accostare.
Scrima ci riesce benissimo con un libro fresco, veloce, colto e divertente.

"Ho deciso di scrivere questo libro anche come una forma di difesa di un genere musicale che, quando era nel pieno del suo fulgore, veniva bistrattato in quanto "musica per giovani che va di moda" e che, oggi che langue, viene definito come "musica per vecchi che non hanno capito che il mondo é cambiato".

L'analisi del successo e della successiva decadenza del rock é lucida, condivisibile e molto coinvolgente.
Il centinaio di pagine volano velocemente e con brio e la postfazione di Carmine Caletti è un'appendice perfetta.
"Il rock ha sempre fatto filosofia, una filosofia che deve spaccare i timpani perché ha la necessità di farsi ascoltare, l'urgenza di testimoniare una vitalità originaria che ci appartiene, anche se nascosta sotto chili di inerzia quotidiana".

"Il rock, a dispetto del suo involucro capitalistico, é portatore di un contenuto sovversivo, controculturale (ovvero contro la cultura dominante) ma quando viene totalmente inglobato dal sistema e sfruttato a suo vantaggio - chiaramente economico e culturale nel senso di mantenitore dello status quo - non può che provocare nausea nell'animo di chi si trova sfruttato suo malgrado".

Stefano Scrima
L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia
Arcana Edizioni
13 euro

martedì, aprile 20, 2021

Small Faces



Il secondo titolo di COMETA ROSSA EDIZONI è la prima BIOGRAFIA in italiano degli SMALL FACES.
Esce il 20 aprile, nel trentennale della morte di STEVE MARRIOTT.

Il libro ripercorre in dettaglio la storia del gruppo e include recensioni italiane e straniere dell'epoca, foto, informazioni varie, un'intervista a Kenney Jones, le parole della band sui mod, discografia, tutto sulle relazioni tra Small Faces e Italia.

Con i contributi di Luca Re, Flavio Cpt. Stax Candiani, Giovanni Naska Deidda, Alex Loggia, Oscar Giammarinaro, Francesco Gazzara, Carlo Bordone, Roberto Calabrò.
E l'indispensabile aiuto di Bruno Pisaniello per il materiale e Silvio Bernardi per l'editing oltre a Checco Garbari e Claudio Pescetelli.
Grazie a Officine Gutenberg (Giovanni Battista Menzani, Paolo Menzani, Lorenzo Rai, Pietro Mazzocchi) e Marco Botti.

Il libro si troverà in DUECENTO COPIE NUMERATE e AUTOGRAFATE ESCLUSIVAMENTE presso la distribuzione di HellNation.

hellnation64@gmail.com

https://www.facebook.com/roberto.gagliardi.9828

lunedì, aprile 19, 2021

Le canzoni autoreferenziali



Riprendo l'articolo che ho firmato ieri per il quotidiano "Libertà". Un leggero sguardo alle CANZONI AUTOREFERENZIALI.

L'autoreferenzialità nel mondo dell'arte e dello spettacolo é prassi acclarata e ben nota.
L'artista, consapevole o meno, si compiace di sé stesso e della propria creatività e non di rado la cosa lo estranea dalla cruda realtà, che gli dice, impietosa, che ciò che sta facendo non é questo gran capolavoro, anzi.
Ma non é così scontato che la cosa venga intesa alla perfezione e così troviamo spesso stupite reazioni dell'artista a solenni stroncature che arrivano dalla critica, di fronte all'ennesimo disco, opera, interpretazione poco convincente.
Nello specifico ci occupiamo oggi di una serie di canzoni in cui i musicisti si sono autocitati direttamente.
Una lista interessante, soprattutto perché, non di rado, si parla di aspetti che il fan e l'ascoltatore non avrebbero saputo cogliere in pieno, essendo i riferimenti molto mirati e inediti.

I Beatles non si sono mai risparmiati in tal senso. Nel 1968 per il mitico “Album Bianco” John Lennon compose la stupenda “Glass onion” il cui testo é un continuo rimando a numerose precedenti canzoni della band, Si citano “Strawberry fields forever”, “Fool on the hill”, “Fixing a hole” ma soprattutto c'é una presa in giro del famoso caso della presunta morte di Paul Mc Cartney (sostituito ovviamente da un sosia polistrumentista mancino, eccelso compositore, con la stessa voce e con la complicità di decine di persone, fidanzata e genitori inclusi).
Si rivolge esplicitamente a tutti coloro che cercavano ossessivamente “prove” nelle canzoni e nelle copertine dei Beatles che avvallassero la scomparsa del povero Paul. “Beh, c'è un altro indizio per voi: il tricheco era Paul”.
Il tricheco é il protagonista della canzone “I'm the walrus” (“Io sono il tricheco”, un deliberato non sense psichedelico composto e cantato da John, di cui esiste anche un video in cui i quattro portano maschere da animali, tra cui il simpatico mammifero marino).
Apriti cielo!
Invece di sentirsi presi in giro i cacciatori di prove pensarono di avere trovato quella definitiva.
Nell'estremo nord del mondo gli esquimesi hanno nella loro cultura tradizionale vaghi riferimenti al tricheco come simbolo di morte.
E quindi ecco l'ammissione della morte di Paul.

Restando con i Fab Four sempre John nel suo primo album solista, del 1970, scrisse una sorta di manifesto del nuovo Lennon, elencando una serie di entità a cui non credeva, dalla Bibbia a Gesù, da Hitler (!) al Buddha, da Elvis a Bob Dylan, includendo che “non credo ai Beatles”. E contraddicend, in una strofa, quanto scritto nel precedente testo: “Io ero il tricheco, ora sono John”. Curiosamente nel brano alla batteria c'è Ringo Starr.
Si vede che a John l'argomento piaceva perchè in “Imagine” del 1971 scrive uno dei brani più cattivi di sempre.
E questa volta si parla di nuovo di Beatles ma rivolgendo un caustico attacco all'ex amico Paul, bastonato in modo violentissimo in “How do you sleep?”.
Si fa riferimento alla sua vita privata e a un lungo numero di canzoni, in particolare nel cattivissimo verso “l'unica cosa che hai fatto é “Yesterday”, doppio senso che intende sia l'omonima canzone che il riferimento al passato, considerando le opere successive allo scioglimento dei Beatles non degne di nota.
Alla chitarra c'é George Harrison.

Anche Ringo Starr disse la sua, nell'aprile del 1971, nel lato B dello splendido singolo “It don't come easy”, uno dei migliori brani in assoluto post Beatles, composto con George che suona anche nel brano.
In “Early 1970”, Ringo guarda nostalgicamente ai suoi ex tre compagni di avventure in modo sostanzialmente leggero e simpatico, con un pizzico di acredine nei confronti di Paul, con cui era sostanzialmente in causa per i diritti dei Beatles.
Ringo ha spesso di nuovo fatto riferimento ai mai dimenticati Beatles in successive canzoni.

Non possiamo non citare George e la sua “When we was Fab”, del 1987, nostalgico sguardo al passato (il riferimento é a quando venivano chiamati Fab Four, i favolosi quattro) sia nei contenuti che nelle sonorità.
Ancora di più nel video del brano in cui compare (oltre a star come Paul Simon e Elton John) anche Ringo Starr e un presunto Paul Mc Cartney (era in realtà una controfigura in quanto Paul non aveva potuto partecipare alle registrazioni ma aveva suggerito l'idea) travestito da (ancora lui!) tricheco.

Uno che in quanto ad alto concetto di sé stesso non é mai stato secondo a nessuno era Prince.
Tanto che nel 1992 pensò bene di chiarire quale fosse il suo nome e chi fosse lui. In “My name is Prince” é risoluto: “Mi chiamo Prince e sono funky, Mi chiamo Prince e sono il solo e l'unico!”.

Gli inglesi Arctic Monkeys arrivarono all'improvviso successo con il primo album del 2006, dopo aver provato per anni ad incidere un disco ed essere stati rifiutati sdegnosamente un po' da tutti.
E così decisero di immortalare quel lungo periodo di stenti con il brano “Who the fuck are Artcic Monkeys?” (che in una traduzione bonaria significa “chi caspita sono questi qua?”).

La band inglese é stata spesso influenzata dai “genitori” The Who.
Nei quali era Pete Townshend a detenere lo scettro del principale compositore anche se in ogni album non mancava mai un piccolo spazio per il bassista John Entwistle che in “Who by numbers”, oltre a disegnare la particolarissima copertina, scrisse anche “Success story”, brano come sempre nel suo stile, caratterizzato da un pesante senso dell'humor.
In questo caso ironizza pesantemente proprio sul compagno chitarrista costretto agli esordi a sfasciare la chitarra per attirare maggiore attenzione sul gruppo e sul loro manager che prometteva mari e monti, lasciando però il gruppo sempre in precarie condizioni economiche.
Anche il video é fortemente indicativo, con John che, per divertimento, usa i suoi dischi d'oro, conquistati con la band, per il tiro al piattello.

Le Supremes, guidate dalla splendida voce e dal regale portamento di Diana Ross, fecero incetta di successi negli anni Sessanta, arrivando regolarmente con ogni singolo al primo posto delle classifiche. Non fece eccezione “Back in my arms again”, classica canzone d'amore in cui cita le compagne Florence Ballard e Mary Wilson, distrutte da problemi di cuore e quindi impossibilitate a gioire del momento magico insieme a lei.

Lo scioglimento dei Sex Pistols, piacciano o meno, uno dei gruppi più importanti nella storia del rock, avvenne in un progressivo deragliamento tra tossicodipendenze, denunce, disastri di ogni tipo, in perfetto stile punk: un fulmine, una vita velocissima e un'esplosione finale.
Sublime.
Johnny Rotten gettò alle ortiche il soprannome punk e riprese il suo originale e come John Lydon fondò una band avanti anni luce rispetto a quello che succedeva in contemporanea, i Public Image, che seppero fondere punk, new wave, elettronica, dub, reggae, funk, prog e tantissimo altro.
Nel singolo d'esordio urla il nuovo manifesto del gruppo, facendo esplicito riferimento al recente passato: "Non avete mai ascoltato una sola parola che ho detto / Mi avete visto solo dai vestiti che indosssvo / O per caso l'interesse è stato più approfondito? / Deve essere stato per il colore dei miei capelli Public Image/ Immagine pubblica, hai ottenuto quello che volevi / L'immagine pubblica appartiene a me / È il mio ingresso una mia creazione / Il mio gran finale, il mio arrivederci”.

Restando nel punk non dimentichiamo la diatriba tra gli anarchici Crass e i ben più famosi Clash che nel brano dei primi, “White punks on hope”, vengono pesantemente scherniti con un “Il nostro nome é Crass, non Clash. Loro si possono riempire di credenziali punk, perchè sono loro a prendere i soldi.
Non vogliono cambiare niente con i loro discorsi alla moda”.
Gli stessi Clash che, come i Sex Pistols, finirono malamente una fulgida carriera, divisi, litigiosi, senza più credibilità.
Nell'ultimo, inascoltabile, album “Cut the crap”, lanciano un appello ai giovani ribelli con un velleitario “We are the Clash!” a cui aggiungono un improbabile “Accendiamo un fiammifero e poi apriamo il gas”.

In Italia hanno spesso parlato di sé Elio e le Storie Tese mentre non si contano quelle all'interno della scena rap e trap.
Anche Jovanotti in “Oh vita” parla di sé stesso facendo una sorta di autocritica: “Ormai sono uno standard, un grande classico, quickstone rock n roll, Mister Fantastico”.
Vasco Rossi parla della “Combriccola del Blasco che era tutta gente a posto ma qualcuno continuava a dirne male” in Blasco Rossi, suo soprannome, spesso usato dai fan.

venerdì, aprile 16, 2021

Negozi di dischi



Riporto volentieri.

Comunicato stampa
Unione Negozi Dischi Italiani Coesi Indipendenti.
NEGOZI DI DISCHI CHIUSI... PER SEMPRE?


Incredibili "disparità di trattamento"...
In piena pandemia, dopo più di un anno di restrizioni e di chiusure imposte, i dischi continuano a non essere considerati prodotti culturali, a differenza dei libri.
Mentre i negozi di dischi in zona rossa sono insensatamente chiusi (piccoli negozi dove peraltro non ci sono mai stati assembramenti e si sono sempre rispettate tutte le regole di utilizzo delle mascherine, di distanziamento e di igienizzazione), le librerie e le edicole rimangono invece aperte, e addirittura importanti catene commerciali in ambito elettronico/tecnologico ma anche librario vendono liberamente dischi e cd, quando secondo il decreto sarebbero tenute a delimitare quei prodotti con il nastro e ad impedirne la vendita.

La domanda dunque è: "Forse lì ci si contagia di meno?"
Si tratta insomma di un decreto fatto apposta per far chiudere definitivamente i negozi di dischi che, pur con grandi difficoltà, erano tornati ad aprire negli ultimi 10 anni?
Ricordiamo che nelle "zone rosse", tra il 2020 e il 2021, i negozi di dischi sono stati sottoposti a una chiusura forzata in alcune regioni fino a 200 giorni, oltretutto mitigata da bonus e ristori a dir poco irrisori o addirittura inesistenti, che non hanno consentito di coprire neppure una piccola parte delle numerose spese vive (affitti, utenze, spese condominiali, tasse sui rifiuti, tasse sulla pubblicità, spese bancarie etc.) che ogni attività commerciale ha costantemente a carico, indipendentemente dal fatto se sia aperta o chiusa.

Va anche segnalato come praticamente quasi nessun negozio di dischi possa beneficiare del recente "decreto sostegni", visto che raggiungere perdite di fatturato di almeno il 30% avrebbe significato non lavorare del tutto, mentre noi negozianti, nei mesi di apertura e grazie alle vendite on-line, abbiamo cercato di "tirare al massimo", di limitare le perdite e di aumentare i fatturati giusto per cercare di pareggiare i conti.
Ed ora, con le nuove restrizioni, il Governo ci impone di chiudere senza offrirci neppure un centesimo di ristoro per questa completa mancanza di attività.

Pur non essendo organizzati formalmente come associazione di categoria e pur non avendo un sindacato di riferimento, noi negozianti di dischi siamo tutti in stretto contatto e in questi mesi abbiamo portato avanti varie azioni di sensibilizzazione sul tema.Le 3 richieste essenziali che vorremmo portare all'attenzione del Ministro della Cultura Franceschini e dei Presidenti delle Regioni (che dovrebbero essere particolarmente attenti alle piccole attività commerciali, che sono tessuto fondamentale dei Comuni, e delle Regioni) sono i seguenti:

1) chiediamo innanzitutto la possibilità di lavorare ed essere regolarmente aperti al pubblico, anche in zona rossa, così come i nostri concorrenti (librerie, edicole, catene di centri commerciali) che vendono lo stesso tipo di prodotti, ovviamente nel rispetto di tutte le norme di sicurezza.

2) richiediamo la possibilità di offrire il servizio di "asporto" per i clienti.
Non riusciamo davvero a capire dove risiederebbe il pericolo nel far entrare un cliente alla volta per il tempo del ritiro di un disco, quando invece bar ed altre attività, che sono libere di offrire ai loro clienti caffè e bevande da asporto, sono costantemente affollati, nelle immediate vicinanze, di persone che si intrattengono per molto tempo a bere e a fumare ovviamente senza mascherina, senza distanziamento e nel più completo spregio delle norme in vigore.

3) i libri beneficiano della tassazione IVA agevolata al 4%, i dischi continuano ad essere sottoposti a una gravosa tassazione IVA al 22%.
Chiediamo che anche i dischi vengano elevati, come in molti Paesi esteri, al rango di prodotti culturali, e tassati al 4%.
Questo consentirebbe una ripresa per tutto il settore, particolarmente "dimenticato" dalle autorità e dall'opinione pubblica.

giovedì, aprile 15, 2021

Beat=Punk?



Un interessante articolo uscito in tempo reale (aprile 1978) su "BEST" sulle similitudini tra punk e beat.
Lo avevo già postato sette anni fa ma lo riprendo perché interessante constatare come anche in Italia, contemporaneamente all'esplosione punk/new wave si fosse, non raramente, "sul pezzo", seppure con qualche ingenuità e approssimazione.


Negli ultimi tempi abbiamo avuto diverse occasioni di parlare con giovanissimi punkies che, a causa della loro età, ammettevano candidamente di non conoscere altri tipi di musica all’infuori di quella che i mass media ci propinano al giorno d’oggi (rockin tutte le salse, punk, cantautori, un po’ di west coast e di rock jazz).
In particolare il sottoscritto si è sentito porre più volte una domanda diventata ormai tradizionale: “Tutti parlano di certi rapporti esistenti tra il punk e il vecchio beat: secondo te queste “somiglianze” esistono veramente o sono frutto della fertile mente di qualche “addetto ai lavori”particolarmente ricco di fantasia”?
Ovviamente il quesito era posto in termini un tantino meno eleganti ma il senso era questo.

Dovendo realizzare un intero inserto sul beat inglese, abbiamo perciò ritenuto opportuno cogliere l’occasione per cercare di chiarire sia pure a grandi linee, il rapporto beat-punk, sottolineando le similitudini più clamorose esistenti tra i due generi musicali (ma sia l’uno che l’altro devono essere considerati soprattutto espressioni di un “movimento” molto più vasto e fondamentalmente extramusicale).
Cominciamo con la musica vera e propria:
chiunque conosca, sia pure superficialmente, i maggiori successi dell’era beat (63/67) avrà senz’altro notato che molti brani di gruppi punk come Ramones, Talking Heads, Jam etc non possono essere considerati del tutto originali.

I Jam in particolare devono molto agli Who: basta ascoltare i loro due LP (“In the city” e “This is a modern world”) per rendersene conto.
Eddie & the Hot Rods (che non sono punk ma che comunque fanno parte della new wave) sono andati addirittura oltre, inserendo nel loro repertorio brani dei sopraccitati Who (“Kids are alright”). Stesso discorso vale per gli americani Flamin Groovies (altra band assolutamente non punkma sempre facente parte della nuova ondata) che , soprattutto con il loro LP più recente “Shake some action”, dimostrano di dovere moltissimo al “caro vecchio beat”, alternando vecchi hit dell’epoca (“Misery” ad esempio) a composizioni originali ma chiaramente legate ai classici dei Beatles e degli altri gruppi di Manchester, Liverpool etc.

Tralasciando ora l’aspetto strettamente musicale, non si può fare a meno di notare come, a distanza di oltre dieci anni, ricomincino a spuntare un po’ ovunque nuovi gruppi formati da giovani di belle speranze (anche se non preparatissimi dal punto di vista tecnico); il punk rock , così come a suo tempo il beat, raccoglie numerosi proseliti tra le migliaia di “strumentisti in erba” che , chiusi nella propria cameretta, alternano lo studio delle materie scolastiche a lunghe “strimpellate” generalmente poco gradite ai vicini di casa.
In ogni città, addirittura in ogni quartiere, agiscono ormai almeno due o tre gruppi formati da adolescenti forniti di chitarre elettriche e batterie da pochi soldi ma, nel contempo, dotati di entusiasmo autentico, ragazzini che vogliono suonare la propria musica, sfogarsi, scaricare la tensione che, in una società come la nostra, si può accumulare anche all’età di 14/15anni, pur non avendo “sulle spalle” il peso di una famiglia da mantenere o il pensiero del’affitto da pagare.

Né più né meno come succedeva 10/12 anni fa, solo che allora i giovani BEAT portavano, come segno distintivo, capelli lunghi e stivaletti mentre oggi i “punkies” ostentano capigliature”normali” (?) e scarpe da tennis.
Ma torniamo al profilo tecnico del…problema:
gran parte dei gruppi punk presenta la tipica formazione beat: chitarra, basso e batteria. La chitarra ritmica è stata finalmente rivalutata (molte bands infatti sono tornate alle due chitarre, una solista e una d’accompagnamento), sono persino tornate di moda le Rickenbacker (marca di chitarre e bassi particolarmente cara ai primi Beatles e ai Byrds) e l’elenco potrebbe continuare.
Si dirà che, in fondo, si tratta di sfumature ma secondo noi non è così ricordiamoci che per costruire un grande palazzo occorrono tanti piccoli mattoni.

Mauro Eusebi
BEST aprile 1978

mercoledì, aprile 14, 2021

Cometa Rossa Edizioni #2



Arriva il 20 aprile il secondo volume di COMETA ROSSA EDIZIONI.

Di nuovo nella collana 100 CLUB (100 copie numerate e autografate di libri che non saranno mai più ristampati) che (solo) per questa volta RADDOPPIA a DUECENTO COPIE.

Dopo il fortunato avvio con "Sandinista!" sull'omonimo album dei Clash (andato esaurito in cinque ore), spazio questa volta a una biografia (la prima in italiano) su un'iconica band.

Come ogni uscita di Cometa Rossa, la data é una ricorrenza precisa.
Il titolo verrà svelato alle ore 9.00 del 20 aprile.

Il libro si troverà esclusivamente (non chiedetene copie a me, non ne ho!) presso la distribuzione di HellNation.

hellnation64@gmail.com

https://www.facebook.com/roberto.gagliardi.9828

“A un certo punto ho capito che se stampi solo cento copie di un disco, allora finisce che quel disco arriva alle cento persone nel mondo che lo desiderano di più”
ALEX CHILTON

Per passione, divertimento, un ennesimo assalto al cielo, spesso sconfitto, mai arreso.

martedì, aprile 13, 2021

Douglas Stuart - La storia di Shuggie Bain



Una storia di degrado, violenza, brutalità, disfacimento.
Morale, sociale e fisico.
Ma é una storia piena di struggente, disperata dolcezza.
Non c'é un lieto fine, se non un vago barlume di speranza nelle ultime righe.

Le periferie annerite dal carbone, distrutte da disoccupazione, cattiveria e alcolismo, della Glasgow decadente dei primi anni 80, sono lo sfondo di una tragica (parzialmente autobiografica) vicenda che accompagna il rapporto tra la madre Agnes e il figlioletto Shuggie, in un infernale connubio di sopraffazione, dipendenza, abusi.

Il piccolo Shuggie, emarginato e sbeffeggiato per la latente omosessualità, sopravviverà a stento, circondato in continuazione dai suoi fantasmi.

Un romanzo fulminante, che non risparmia il gusto realistico, acre e sgradevole, di una condizione sociale ancora maledettamente e prospetticamente attuale.

Grande libro (Premio Booker Prize 2020) destinato a diventare un piccolo classico.

...una misera infilata di vetrine con le serrande mezzo abbassate, sotto un porticato dove la luce del sole sembrava non arrivare mai. ..il nonno acquistava una confezione di sei di Tennent's scura e una bottiglia di whisky sufficienti per superare il sabato sera e con discrezione anche il giorno del Signore.

Il gommino del tacco destro si era consumato e nonostante Agnes lo avesse ripassato con un vecchio pennarello nero da bingo, l'affilato chiodo che ne spuntava e grattava contro il pavimento mandando l'inequivocabile stridio delle ristrettezze economiche.

La faccia di Agnes era pesantemente truccata e Shuggie aveva l'impressione che il fondotinta fosse steso su parecchie altre facce che la madre si era dimenticata di togliere.

Sei un bambino sveglio. Studia, impegnati, non passare tutta la vita in coda per un sussidio.

Douglas Stuart
La storia di Shuggie Bain
Mondadori
euro 21

lunedì, aprile 12, 2021

Prison Songs



Riprendo l'articolo che ho firmato ieri per "Libertà".
Coincide con la condanna all'Italia per essere il paese nell'Unione Europea con le carceri più sovraffollate.

Il carcere é un non-luogo, un buco nero, alieno alla realtà circostante, non a caso ormai regolarmente costruito lontano, nelle estreme periferie delle città, fuori dal consesso civile.

Là ci stanno i cattivi, chi ha sbagliato e per questo diventa inadatto a convivere con i “giusti”, un essere inferiore, reietto e marchiato a vita.

Statisticamente, per fortuna, pochi di noi ci hanno avuto a che fare, per cui la questione non ci riguarda. Dimenticando che il carcere sarebbe concepito come mezzo rieducativo, per riportare nella “civiltà” le persone che hanno commesso un errore, in modo che possano, espiata la pena, riallinerasi alla vita con tutti noi.
Quelli giusti.
Sappiamo bene che non é così e quanto l'esperienza in carcere segni l'esistenza di chi l'ha subita, da un punto di vista personale, morale, sociale.
Una vita minata per lungo tempo dalla lontananza affettiva dai propri cari e dagli amici, sfregiata dalla sofferenza della coercizione, dell'abbandono, di un totale disagio fisico ed emotivo.

Chi sbaglia paga.
Spesso troppo e per sempre.

Personalmente ho avuto l'occasione di entrare in carcere per qualche ora, anni fa, per suonare con i Timepills, la mia band di inizi anni 90, all'interno di un progetto che prevedeva spettacoli e cultura all'interno della prigione di Piacenza, ancora sita a due passi da Piazza Duomo, in via Consiglio, dove oggi c'é la nuova sede del Tribunale.
Ricordo distintamente il portone che si chiudeva, molto cinematograficamente, con un grande tonfo dietro al nostro furgone.
Poi le sbarre, i chiavistelli, i secondini, le divise, le celle, i cancelli. Ricordo anche quanto ci tremassero le mani quando qualche decina di carcerati sciamò nella palestra dove suonammo e l'emozione di vedere molte facce note, tra occhi lucidi e stomaco che si chiudeva.
Eroina, estremismo politico, sogni di un mondo nuovo da conquistare con “ogni mezzo necessario”, avevano falcidiato, negli anni Ottanta, una generazione o due di coetanei e qualcuno sostava da un po' tra quelle mura.
Un'esperienza sconvolgente, anche quando lasciammo quel luogo, noi di nuovo liberi, loro chiusi lì ancora per chissà quanto.
Una persona che avevo perso di vista da un po' (capivo solo allora il perché), conosciuto come valido batterista, mi chiese se potevo lasciargli le bacchette per potersi esercitare in cella.
Gliele diedi, commosso. All'uscita un secondino le sequestrò in quanto “oggetti contundenti”.
Mi apparve come un'ingiusta crudeltà, una privazione insensata. Protestai ma non ci fu nulla da fare.
Me ne andai con ancora più amarezza e angoscia.

C'é una lunga tradizione e un solido legame tra musica rock e blues con il tema carcerario. Spesso in chiave superficiale, dove il protagonista della canzone é visto come personaggio dai contorni cinematografici, novello Robin Hood, ma, per fortuna, ci sono casi molto diversi e di ben altro spessore.

Uno dei primi a dare credito e dignità al contesto fu il ricercatore Alan Lomax che negli anni 30 e 40 girò le carceri del sud degli Stai Uniti, insieme al padre John, per registrare i canti dei detenuti (prevalentemente neri) al fine di presevare una cultura musicale/artistica, quella blues, che non avrebbe altrimenti avuto voce e sarebbe presumibilmente finita nell'oblìo.
Canzoni che parlavano della durezza della detenzione (a quei tempi spietata, soprattutto se non eri bianco) e della nostalgia per la libertà.
Nel corso degli anni non si contano gli artisti che hanno approfondito il tema, anche con concerti direttamente in prigione.

Il più famoso é indubbiamente quello di Johnny Cash, al penitenziario di Folsom, in California, da cui venne tratto uno strepitoso album dal vivo “At Folsom Prison”, nel 1968.
Altrettanto leggendaria quella del bluesman BB King, nel carcere di Chicago, immortalata in “Live in Cook County Jail”.
L'idea di registrare un album in prigione la ebbe, per primo, Frank Sinatra che nel 1965 portò con sé l'orchestra di Count Basie e Ella Fitzgerald a San Quentin. Purtroppo dal concerto non sortì alcuna registrazione.
Ma anche Sex Pistols, Bob Dylan, Metallica si dedicarono a concerti del genere.
Il più estremo lo fecero i punk rock n rollers dei Cramps che nel 1978 si esibirono in un carcere psichiatrico californiano, trasformando il concerto in un delirante e ingestibile show, in cui musicisti e pubblico si integrarono alla perfezione.

Impossibile fare un elenco pur lontanamente esaustivo delle canzoni che hanno a tema il problema carcerario.
Ho provveduto, conseguentemente a una scelta personale, nell'auspicio che attraverso un po' di buona musica si possa riflettere in modo più approfondito sulla questione.

Fabrizio De André si é notoriamente sempre speso su tematiche poco popolari e non sono ovviamente mancati i riferimenti al mondo delle prigioni, a partire da uno dei suoi brani più noti e di successo, l'epico ritratto di un detenuto con molti privilegi, in quanto, evidentemente, boss mafioso che anche tra quattro alte mura non aveva perso un briciolo di potere (metafora della sottomissione dello Stato alla malavita).
Il protagonista del testo é facilmente riferibile al boss della camorra Raffaele Cutolo, anche se De André, Massimo Bubola e Mauro Pagani, gli autori, non hanno mai confermato.
Lo stesso Cutolo scrisse un paio di lettere a Faber per ringraziare del (presunto) omaggio e complimentarsi (non si sa quanto ironicamente) per avere colto molti aspetti della sua personalità. Nello stesso album, “Le nuvole” del 1990 c'é un'altra canzone di potenza immane, “La domenica delle salme”, uno sguardo al decadimento morale, sociale e culturale della nostra nazione, in cui appare anche il tema carcerario come disse lo stesso De André: “Nel testo il riferimento all'amputazione della gamba di Renato Curcio, voleva essere un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri.”
Nel 1971 in “Non al denaro, non all'amore, né al cielo” in !”Il blasfemo” fu ancora più duro e diretto: “Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino / Non avevano leggi per punire un blasfemo / Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / Mi cercarono l'anima a forza di botte”.

Da citare anche il non molto conosciuto caso dei neo melodici napoletani che, talvolta, dedicano accorate canzoni a prigionieri, non di rado apertamente collusi con la camorra.
Il tema é tremendamente complesso e senza un serio approfondimento si corre il rischio di liquidarlo con sciocca superficialità.

Al tema in questione hanno dedicato canzoni anche Daniele Silvestri (“La paranza”), gli Statuto (“Liberi liberi”), Rosa Balistreri, Vinicio Capossela (“La ballata del carcere di Reading”), Lucio Dalla (“La casa in riva al mare”).
Ci sono due recenti uscite completamente dedicate alla condizione carceraria.

Il cantante e rocker sardo Joe Perrino nel terzo volume della serie iniziata anni fa, “Canzoni di malavita. Per grazia non ricevuta” raccoglie racconti dal carcere, veri, disperatamente sinceri, drammatici, struggenti, violenti, mettendoli in musica tra folk, rock, blues, un'attitudine punk.
"In questo disco ho raccolto le esperienze e le suggestioni vissute all'interno delle carceri cagliaritane e le ho tradotte in canzoni".
I brani dell'album andranno a costituire la colonna sonora dell'omonimo film documentario, interpretato dallo stesso Joe Perrino insieme all'artista sassarese Giovanna Maria Boscani, che uscirà nel corso del 2021.

Il rapper Kento ha invece raccolto nel libro “Barre” le sue esperienze come educatore in un carcere minorile ricavandone un ritratto struggente, intensissimo con ragazzini costretti dietro le sbarre, spesso in condizioni di totale disagio, pulsioni autolesioniste, abusi "correttivi", bullismo, violenza.
Il problema é che a sedici anni, senza cellulare, senza famiglia, senza ragazze, senza tante di quelle cose che hanno quasi tutti i loro coetanei, il tempo davvero non passa mai. L'attesa porta alla noia, la noia porta al fastidio, il fastidio porta alla rabbia, la rabbia a creare problemi a sé e agli altri.
All'autolesionismo, alla violenza.


Ovviamente la problematica affrontata non si risolve con una canzone né con un libro ma con una riforma, un cambiamento radicale dell'insostenibile situazione attuale, a monte della quale ci può essere sempre e solamente un processo educativo, partendo dalle scuole, attraverso il quale, in primis, cercare di tenere lontane le persone dal reato, in seconda battuta, con un approccio totalmente diverso dal concetto attuale di carcere, che sia, finalmente improntato alla rieducazione e sempre meno alla pura e semplice coercizione.

domenica, aprile 11, 2021

* Jon Savage's 1972 to 1976 – All Our Times Have Come
* Riding The Rock Machine – British 70s Classic Rock
* Oh You Pretty Things – Glam Queens & Street Urchins 1970 to 1976
* Lux And Ivy Dig Insane Rockabilly


Jon Savage's 1972 to 1976 – All Our Times Have Come
Jon Savage é uno dei più attenti osservatori della realtà delle (sotto) culture inglesi, autore di libri seminali come "England's Dreaming" e "L'invenzione dei giovani", tra i tanti.
Si dedica ora a raccogliere in una doppia compilation quasi una cinqunatina di brani usciti tra il 1972 e il 1976, fondamenta di quello che sarà poi il punk rock.
C'è un po' di tutto dal glam di Sweet al rock di Moot The Hopple e Alice Cooper, poi Lou Reed e Yoko Ono, Roxy Music e Byrds, ma anche Patti Smith, Ramones, 101ers, Stooges, New York Dolls.
Funziona, una colonna sonora stimolante e curata.
Perfetta.

Riding The Rock Machine – British 70s Classic Rock
The rock we loved to hate.
Una lunga retrospettiva del rock inglese dei primi 70, quello contro cui si scagliò il punk, stanco di virtuosismi, perline glam, testi insulsi, lunghi assoli chitarristici.
Si sta parlando di ELO, Sweet, Jethro Tull, 10CC, Faces, ELP, Uriah Heep, Status Quo, Who, Thin Lizzy e un'altra serie di nomi minori (Geordie, Tucky Buzzard, Atomic Rooster - bellissimo il soul rock di "Devil's answer"), Argent, Medicine Head, tra i tanti).
La scelta dei brani però é accurata, ben fatta, curiosa e l'ascolto molto piacevole e pieno di piccole sorprese.


Oh You Pretty Things – Glam Queens & Street Urchins 1970 to 1976
Glam band tra il 1970 e il 1976 che seminano i futuri fiori (marci) del punk.
Ci sono Stooges, Hammersmith Gorillas, Pretty Things, New York Dolls e tanti nomi minori scomparsi nell'oblìo (vedi Winkies o Doctor of Madness).
Influenze Bowie sparse a piena mani, chitarre, ritmiche pulsanti.
Roba cruda e gracchiante.


Lux And Ivy Dig Insane Rockabilly
Lux Interior e Poison Ivy oltre a essere le anime di quell'indimenticabile esperienza che furono i CRAMPS erano anche appassionati collezionisti di oscuri 45 giri di rockebilly, swamp, rhym and blues, blues.
Materiale introvabile, spesso scovato occasionalmente in giro per qualche classicamente polveroso negozio di dischi americano.
Una cinquantina di brani della loro collezione rivive in questa affascinante compilation.
Tutto primitivo, genuino, sincero.

sabato, aprile 10, 2021

Il cervello dei batteristi



Da una recente ricerca emergerebbe che i batteristi hanno cervelli fondamentalmente diversi rispetto al resto.

"I batteristi", scrive Jordan Taylor Sloan su Mic.com, "possono essere più intelligenti dei loro compagni di band meno focalizzati sul ritmo".
Questo secondo i risultati di uno studio svedese (Karolinska Institutet di Stoccolma) che mostra "un legame tra intelligenza, capacità di tenere il ritmo e la parte del cervello utilizzata per la risoluzione dei problemi".
Come dice Gary Cleland del Telegraph, i batteristi "potrebbero effettivamente essere intellettuali naturali".

Il neuroscienziato David Eagleman, lo ha scoperto in un esperimento che ha condotto con vari batteristi professionisti nello studio di Brian Eno.
È stato Eno a teorizzare che i batteristi hanno una struttura mentale unica, e si scopre che "Eno aveva ragione: i batteristi hanno cervelli diversi dagli altri". Il test di Eagleman ha mostrato "un'enorme differenza, da un punto di vista statistico, tra la capacità ritmica dei batteristi e quello dei soggetti del test".
Dice Eagleman:
"Ora sappiamo che c'è qualcosa di anatomicamente diverso in loro".
La loro capacità di tenere il tempo dà loro una comprensione intuitiva degli schemi ritmici che percepiscono intorno a loro.

Questa differenza può essere fastidiosa, avendo un "ritmo" perfetto in un mondo perennemente "fuori tempo". Ma suonare la batteria alla fine ha un valore terapeutico, fornendo i benefici emotivi e fisici noti collettivamente come "sballo del batterista", una scarica di endorfine che può essere stimolata solo suonando musica, non semplicemente ascoltandola.
Oltre ad aumentare la soglia del dolore delle persone, hanno scoperto gli psicologi di Oxford, l'atto di suonare la batteria aumenta le endorfine e conseguentemente le emozioni positive e porta le persone a lavorare insieme in modo più cooperativo.

Il batterista dei Clash Topper Headon definisce il suonare la batteria un'attività "primordiale" e universalmente umana.
L'ex batterista dei Grateful Dead Mickey Hart e il neuroscienziato Adam Gazzaley hanno grandi speranze per la scienza del ritmo.
Hart, che ha alimentato uno spettacolo di luci con le sue onde cerebrali in concerti con la sua band, discute del "potere" del ritmo per stimolare le persone e riportare i malati di Alzheimer nel momento presente.

Se possiamo allenarci a pensare e sentirci come i batteristi può essere discutibile.
Ma per quanto riguarda se i batteristi pensano davvero in modi che non possono fare i non batteristi, basti pensare la neuroscienza dei ritmi poliritmici di Stewart Copeland.

Fonte: https://www.openculture.com/2015/08/the-neuroscience-of-drumming.html
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