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venerdì, agosto 08, 2025

Giovanni Berengo Gardin


Ci ha lasciati a 94 anni il fotografo Giovanni Berengo Gardin.
Riprendo qui un post di 5 anni fa.


Uno dei più importanti fotografi italiani, nato nel 1930, ha collaborato con le maggiori testate nazionali e internazionali.
Paesaggi, vita quotidiana, attimi fuggenti, sono tra le principali caratteristiche di ciò che il suo occhio fotografico sa cogliere.

Berengo Gardin ha esposto in centinaia di mostre e pubblicato 250 libri fotografici.

Dovrei avere circa un milione e ottocento scatti.

Decine di mostre hanno celebrato il suo lavoro e la sua creatività in diverse parti del mondo, dal Museum of Modern Art di New York, alla George Eastman House di Rochester, alla Biblioteca Nazionale di Parigi.

Una foto modificata non è più una fotografia, è un’immagine. Photoshop andrebbe abolito per legge

L’importanza della fotografia è il documento, il racconto di un’immagine, di qualcosa che abbia un significato.
Non è fare un mazzo di fiori scimmiottando la pittura.
Io mi sento artigiano, mi piace lavorare con le mani.
La capacità del fotografo è quella di registrare il momento giusto.
Ed è qui che ci vuole un po’ di fortuna.

lunedì, febbraio 13, 2023

Lauren Krohn


1) Lauren Krohn
2) Suede (The Kings Theater)
3) The Kills (Brooklyn Steel)
4) The Yeah Yeah Yeahs (Forest Hills Stadium)


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Lauren Krohn è una fotografa newyorkese, la migliore nel panorama musicale della Grande Mela.

Lauren ha iniziato a fotografare band nel 1993 durante gli studi universitari a New York e nel Regno Unito.
Dopo aver conseguito un master presso la NYU e l'ICP nel 2002, ha lavorato con Getty Images e MPTV Images.

Dopo aver sviluppato una condizione nervosa chiamata CRPS a causa di un intervento chirurgico alla caviglia, ha appeso con riluttanza la sua macchina fotografica per quasi un decennio.
Ma dopo numerosi interventi chirurgici è tornata al suo primo amore per la musica e la fotografia e da allora è diventata una presenza fissa sulla scena.
Lauren è nata e vive a Brooklyn.

WS) Qual'è il tuo gruppo Newyorkese preferito?
LK) Ci sono tantissime band grandiose qui a NYC, difficile sceglierne una, tra le mie favorite ci sono Baby Shakes, Habibi, Mala Vista e The Mystery Lights.

www.laurenkrohn.com
@lauren_a_krohn

martedì, novembre 15, 2022

Janette Beckman


Fotografa inglese, attualmente residente a New York, ha lavorato per riviste come Esquire, Rolling Stone, Glamour, Italian Vogue, The Times, Newsweek, Jalouse, Mojo, immortalando alcune tra le figure più famose iconiche di punk e new wave oltre a buona parte della prima scena hip hop/rap.

https://janettebeckman.com/

lunedì, novembre 07, 2022

Bruce W. Talamon


Riprendo l'articolo che ho pubblicato sabato per "Il Manifesto".

Nella percezione di un periodo musicale, di un genere, di una scena, il sound, i musicisti, i dischi, i cantanti, sono stati ovviamente l'aspetto prevalente ma altrettanta grande importanza è stata costituita dall'immagine.
Soprattutto in ambito “black”, il vestito, la capigliatura, la foto iconica, sono stati un elemento basilare, soprattutto in un periodo, tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui il ritorno dei neri americani, impegnati in una durissima battaglia per i propri diritti, verso la cultura africana veniva esaltato anche dall'aspetto estetico che tornava a guardare alle radici.
L'importanza di quelle immagini ha avuto un'enorme influenza sulla percezione della portata storica di quanto stava avvenendo.
Dove gli anni Sessanta avevano costruito le fondamenta per un'esplosione della black music, non solo più come musica di intrattenimento (vedi le facili canzoni pop soul della Motown Records), gli anni Settanta rappresentarono la consacrazione artistica e creativa di quella che era diventata una vera e propria scena indipendente, con artisti che incidevano album epocali, con parole e messaggi sempre più netti e chiari, gestivano la propria musica e i patrimoni economici ad essa connessi, non più esclusivamente in mano all'industria discografica tradizionalmente bianca.

Bruce W. Talamon fu uno dei protagonisti di quegli anni, immortalando con fotografie di grandissima potenza ed efficacia quei momenti.
Si laureò al Whittier College nel 1971, ma voleva solo diventare un fotografo professionista.
Soprattutto da quando portò la sua macchina fotografica Pentax a un concerto di Miles Davis a Copenaghen.
Autodidatta, senza nessun retaggio alle spalle nell'ambito, trovò lavoro in California e nel 1972 fece una delle sue prime esperienze al mitico festival WattStax di Los Angeles (con protagonisti come Isaac Hayes, Staple Singers, Rufus Thomas, Albert King, tra i tanti). Fu lì che incontrò Howard L. Bingham, fotografo e biografo di Muhammad Alì, che divenne il suo mentore. Proprio dal pugilato Talamon ha assorbito parte del suo stile:
“Ti appoggi al bordo del palco e vieni inzuppato dall'artista sudato sopra di te.
Era come essere a un incontro professionistico dei pesi massimi, ma invece del sangue e delle viscere che volavano era solo un buon vecchio sudore”.


Bingham lo presentò a Regina Jones, editrice del giornale “Soul”, rivista che presentava i migliori artisti afroamericani in circolazione.
Da qui incominciò una carriera che lo portò al cospetto di nomi tutelari della black music come Stevie Wonder, Marvin Gaye, Parliament/Funkadelic, James Brown, Al Green, i Jackson 5, Earth, Wind & Fire, Donna Summer, Chaka Khan, Gil Scott-Heron, Diana Ross e al lavoro per riviste come, oltre a “Soul”, “Ebony” e “Jet”, collaborando anche con molte etichette discografiche.

“I musicisti neri adoravano “Soul” e amavano molto anche la rivista “Jet”.
Questo è successo prima che Rolling Stone si degnasse di pensare di dare davvero spazio ai musicisti neri. Questi artisti neri stavano dicendo tante cose, stavano parlando. Hanno capito il potere della loro posizione. Mi piacerebbe sperare che alcuni dei nostri musicisti e celebrità più giovani possano pensarci e rivalutare quei tempi. Non avevano paura di chiedere a fotografi neri o scrittori neri di intervistarli. In effetti, sono stati determinanti per ottenere spazi per la musica nera nelle case discografiche. All'improvviso c'erano dei dirigenti neri lassù, nei posti che contano. Gli O'Jays, Barry White e Donna Summer dicevano: "Dove sono i neri?" Era tutto molto problematico. Il giornale “Soul” mi ha messo in una posizione in cui questi dirigenti di queste case discografiche mi vedevano e dicevano: "Beh, chi è quello?" Poi all'improvviso ricevo una chiamata dal loro direttore della pubblicità che dice: "Vogliamo che tu faccia una session con Bill Withers".


I suoi ritratti sono sempre semplici, diretti, intensi, minimali, ma restituiscono il climax dell'epoca, vibrante e costantemente rivolto verso un futuro e prosepttive migliori. Oltre a una recente mostra a Los Angeles l'opera di Bruce W. Talamon è raccolta nel libro “R&B. Funk. Photographs 1972-1982”.

“Ricordo molto bene la maggior parte di quello che stavo facendo, di quello che stava succedendo. Ho sempre detto ad altri fotografi, soprattutto giovani, “Fai attenzione. È tutto intorno a te. Tutte le cose che pensi possano funzionare, anche quella che a volte credi debbano finire nel cesso. Allora devi pensare restando fermo sui tuoi piedi. E poi vai sicuro, la foto c'è!”. Prosegue Talamon, in una delle tante interviste con cui ha approfondito il contenuto del suo lavoro e del libro: “Ho deciso di creare un documento visivo, non solo qualcosa da fare restare nel tempo ma che avrebbe potuto educare. Qualcosa che mettesse le facce ai nomi. Questo ho cercato di fare. E questo viene ovviamente direttamente dai cantastorie, direttamente dalla tradizione africana dei griot, non è niente di nuovo. A un certo punto della mia vita stavo cercando di diventare avvocato. Ma mi è piaciuta l'immediatezza dell'immagine visiva e l'immediatezza che riesce a rendere. In seguito ho sentito questa citazione da Eric Dolphy, il sassofonista jazz, che ha detto: "Quando senti la musica, è nell'aria. E un attimo dopo non c'è più. Non puoi mai più catturarla". E mi piacerebbe pensare che forse a volte sono stato in grado di catturare momenti, momenti luminosi “.

Il suo lavoro è proseguito successivamente alla fine degli anni Settanta a fianco di Bob Marley e Earth, Wind and Fire, che ha seguito in tour. Ma ha collaborato anche con la prestigiosa rivista “Time”, per la fortunata trasmissione “Soul Train” che proponeva tutte le novità relative alla black music, per serie televisive di successo come “Charlie's Angles”, “American bandstand” e film, “Staying alive”, “Beverly Hills Cops”, “Space Jam”.

Ha seguito il Reverendo Jessie Jackson nelle elezioni del 1984 e Barack Obama, poi immortalato nel libro “Barack Obama: The Official Inaugural Book”. Talamon sottolinea un aspetto di importanza rilevante nel suo approccio alla fotografia:
“Come mai sono l'unico che ha fatto queste foto? Tutti i fotografi di musica sapevano chi c'era in città a suonare, ma quello che sto dicendo è che i fotografi bianchi sarebbero usciti solo per i Jackson 5, per Diana Ross, ma non sarebbero mai andati a vedere i Whispers o Harold Melvin and the Blue Notes. Non erano al Crenshaw Palace per Billy Paul. Onestamente, non sarebbero mai andati a vedere Barry White fino a quando non ha inciso "Ally McBeal". Era quasi come se qualcuno stesse dicendo che questi musicisti non fossero importnati. E non lo erano, per loro e per le loro riviste. Va bene, ma invece noi eravamo là tutte le sere. È così che mi sono guadagnato da vivere per almeno dieci anni, ed è stato un ottimo vivere. Sì, sono venuti a vedere Stevie Wonder, ma non hanno avuto Stevie Wonder come ho avuto io Stevie Wonder”.

Talamon sottolinea un ulteriore importante aspetto del suo lavoro e del suo approccio alla fotografia:
"Sono stato accusato molte volte di non sorridere molto sul lavoro. Devi trattare queste persone non come un amico, ma far loro sapere che sei qui per fare un lavoro.
Ci sono un sacco di persone che se ne vanno in giro con le macchine fotografiche ma ci sono solo pochi fotografi al mondo".

giovedì, settembre 15, 2022

William Klein


Ci ha lasciati il fotografo americano William Klein maestro di street photography e famoso per le immagini di moda e per il suo occhio febbrile.

Fotografo di moda ma anche regista di lungometraggi, cortometraggi e spot televisivi, rimane celebre per l'impatto delle sue foto in strada ma anche per la raffinatezza e il "realismo" di quelle di moda.

Klein ha ricevuto il Prix Nadar nel 1957, la Centenary Medal and Honorary Fellowship (HonFRPS) della Royal Photographic Society nel 1999 e nel 2011 il premio Outstanding Contribution to Photography ai Sony World Photography Awards.
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