Il nostro collaboratore MICHELE SAVINI ha intervistato in quel di Dublino, FRANCESCO BIANCONI dei BAUSTELLE.
Una chiacchierata informale su tematiche lontane dalle consuete affrontate dal musicista.
Da Montepulciano a Milano, passando per Siena, e ora Dublino… non proprio il posto dove ci si aspetterebbe di incontrare Francesco Bianconi. Che cosa ci fai qui in Irlanda?
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”… Mia moglie si è trasferita a Dublino per lavoro, e io, non potendo trasferirmi con lei completamente, faccio la spola da Milano all’Irlanda.
C’è qualcosa nell’atmosfera irlandese che ti ha colpito o affascinato?
Non ero mai stato prima d’ora né a Dublino né in nessun altro luogo d’Irlanda.
Sono rimasto affascinato da molte cose; mi limito a Dublino, perché per adesso non mi sono mosso dalla città, e cercherò di evitare i luoghi comuni da turista.
Uno stereotipo però mi tocca (nel bene) confermarlo: incontro di continuo gente che mi appare semplice, sincera, senza sovrastrutture o impostazione da performance.
Tutti hanno voglia di parlare, ed è vero che hanno voglia, non mi sembra che lo facciano per cortesia o formalità. Quando ero più giovane questa “ostentata fratellanza” mi avrebbe fatto paura, perché io son sempre stato un timido, un riservato, ma con la vecchiaia comincio invece ad apprezzare; con la vecchiaia, e aggiungo con il sempre maggiore indirizzarsi dei comportamenti degli esseri umani d’Occidente o verso forme di isolazionismo o verso simulacri di socialità.
Un’altra cosa che adoro di Dublino è la luce: le cose sembrano avere una maggiore profondità, e tutto sembra più dipinto e più colorato che in Italia, anche durante le giornate senza sole. C’è un maggiore dinamismo cromatico, almeno ai miei occhi.
La musica nei locali può raccontare molto di un paese.
La scena musicale qui a Dublino ha una vitalità e un radicamento che molti descrivono come unici. Ti è capitato di esplorarla?
E che impressione ti ha fatto?
Sto cominciando ad esplorarla, sono ancora un novellino in questo senso. Sono stato al Cobblestone (NDR: storico pub di Dublino celebre per le session di musica tradizionale irlandese). Ma in generale mi sembra che tutti qua crescano con l’idea che la musica non soltanto sia una cosa importante ma necessaria. Necessaria proprio per la vita biologica sul pianeta. Questa è la mia impressione.
Il primo giorno che ho camminato per Grafton Street, per fare un esempio banale, c’era un busker per strada. Avrà avuto quindici anni, chitarra e voce.
Aveva il viso di un attore degli anni ’50 e una voce che sembrava già mixata e masterizzata. Scura, baritonale, vissuta. Cantava “Rainy Night in Soho” dei Pogues e mi sono dovuto fermare a tirar fuori i fazzoletti di carta perché mi ha fatto scoppiare in lacrime dall’emozione.
Negli ultimi anni la scena musicale irlandese ha avuto una forte visibilità anche fuori dal paese, con nomi come Fontaines D.C. e Kneecap che sono arrivati a farsi conoscere anche a livello internazionale: ti è capitato di ascoltarli?
C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente?
Credo che sia in generale un buon momento per l’Irlanda, dal punto di vista economico, e di conseguenza per le arti in generale.
Hanno gli scrittori e le band più in voga nel mondo, in questo momento.
Poi, dal mio personale punto di vista, ti confesso che non sono un fan esagerato né di Sally Rooney né dei Fointaines DC. Mi piacciono invece i Lankum, e parecchio.
Anche John Francis Flynn, fighissimo. E un giovane cantautore poco conosciuto ancora ma secondo me pazzesco che si chiama Dylan Harcourt.
C’è in giro una scena folk, e “dark folk”, molto estrema e senza compromessi commerciali. Mi intriga molto.
Nella tua formazione personale e musicale, hai mai avuto un contatto diretto o un’identificazione con sottoculture specifiche, come mod, punk, skinhead o altre, oppure ti sei sempre sentito più osservatore che parte integrante?
Avrei voluto essere mod, e avrei voluto essere punk.
Ma a Montepulciano non era facile, quando ero ragazzo. Li sognavo, i punk, i mods, e la loro musica e il loro immaginario, che trovavo eccitante e ribelle. Ma chi era “contro” ai miei tempi e in quel pezzettino di provincia, era al limite un metallaro. E sinceramente, quel tipo di sottocultura non mi ha mai interessato.
Mi è sempre parso caricaturale.
Io cercavo bellezza, stile, e tutto ciò che rimandasse agli anni Sessanta.
Per dire, ero selettivo in questo anche negli ascolti punk: adoravo - e tutt’ora adoro - i Ramones, scartavo i Sex Pistols.
Tutto ciò che nel presente o nel passato che non avevo fatto in tempo a vivere spaccava l’estetica degli anni Ottanta in cui mi trovavo ad agire in quanto ragazzino (musica dance orribile, paninari, Duran Duran, canzonette da tagadà), era per me salvezza.
Tutto ciò che avesse chitarre e non tastieracce digitali, chiunque avesse frangia-cinismo e rabbia, per me era ok.
Secondo te oggi esiste ancora lo spirito delle sottoculture, quell’idea di appartenere davvero a qualcosa di preciso, o si è perso?
Purtroppo si è perso.
Oggi per i ragazzi il valore fondamentale è essere uguali al mondo e non contro. Magari cambierà, non so dirlo, posso solo sperarlo. Quello che vedo in Italia, ad esempio, è uno scenario da film dell’orrore: ragazzi (di sesso maschile, in particolare modo) il cui canone estetico è improntato alla mimesi, se non addirittura alla sparizione, rispetto alla superficie del mondo.
Il loro look è così apologetico dell’essere in adesione al mondo da renderli invisibili.
Ciò che nella loro idea di bello è originalità, come ad esempio il portare addosso certi marchi di case di moda ma “tarocchi”, per sembrare poveri, o finti poveri, è la prova schiacciante del loro desiderio di essere come tutti. Anzi, forse non è neppure un desiderio, è, ahimè, un movimento naturale. Un automatico tendere alla disintegrazione. Vuoto che va per osmosi a fluire nel vuoto.
Dopo 25 anni di carriera, cosa ti spinge ancora a scrivere? E come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi, quando tutto era nuovo e sperimentale?
Dal mio punto di vista, non è cambiato niente.
Ho lo stesso approccio sperimentale alla scrittura di quando ho cominciato. Se non fosse ancora sperimentale so già che mi annoierei a morte e cambierei mestiere. La differenza rispetto agli inizi è che adesso ho maggiore controllo e coscienza dei miei mezzi espressivi. Delle mie qualità e dei miei limiti.
Nel tempo, le canzoni dei Baustelle hanno costruito un mondo riconoscibile: quando scrivi ci pensi mai a questo “mondo” o succede e basta?
Diciamo che quando scrivo non penso mai di dover ubbidire a un canone di scrittura “baustelliano” o “bianconiano”. Fortunatamente, il mio metodo di lavoro e la mia sensibilità mi portano poi a scrivere cose che hanno caratteristiche riconoscibili e associabili soltanto a me. È una cosa meravigliosa.
Anzi, la più bella, se lavori dentro i mestieri cosiddetti creativi: avere uno stile.
Nelle ultime settimane è scoppiata una piccola controversia musicale: Moby ha definito il testo di Lola, il classico del 1970 dei The Kinks, «transfobico» e «arretrato», suscitando dure reazioni da parte dei fan e dello stesso Dave Davies che difendono il brano e il suo valore storico.
Tu cosa ne pensi di questa polemica?
La lettura di Moby di Lola riflette secondo te un’attenzione legittima ai temi di oggi, o rischia di essere un eccesso di sensibilità moderna?
Mah, mi sembra la classica esternazione da mondo “social” di oggi.
Io sono di parte, adoro i Kinks, adoro la canzone, che considero un esempio di come si possa lavorare sulla forma canzone in maniera intelligente, mantenendo come in questo caso la potenza pop e facendo contemporaneamente ricerca sulla parte testuale, proponendo modi alternativi di raccontare una storia, accogliendo tematiche spesso scomode o inusuali. Io ho sempre preso il testo di Lola come il racconto di un episodio di iniziazione sessuale capitato a un protagonista alle prime armi.
Non l’ho mai trovata transfobica. Un quadretto tenero e ironico. Quando il valore artistico di qualcosa è alto, e quando - insieme a componenti potenzialmente “immorali”- agiscono su altri registri elementi di rottura dei codici come in questo caso, allora ogni presunta “percentuale di immoralità" passa in secondo piano.
Ti potrei fare milioni di esempi. L’autore innanzitutto non coincide mai con il narratore. Il narratore è il primo personaggio di ogni racconto, anche quando non si mette in scena. In una canzone dei Baustelle canto in prima persona di uno che ha sgozzato la compagna. Questo non fa di me un assassino e non incita necessariamente alla violenza. C’è un pezzo dei Timber Timbre che recita testualmente in prima persona “I am coming to Paris to kill you / I am coming to take your life”. E allora? Il povero Taylor Kirk, morto di recente, non era certo un assassino.
Cantava semplicemente in prima persona una storia, una storia possibile.
E “American Psycho”? Non è ancora stato provato che Brett Easton Ellis sia un pluriomicida; lo è, sulla carta, Patrick Bateman. Il fatto è che viviamo in un mondo di ignoranti.
Non siamo più capaci di decodificare i linguaggi artistici, che sono codici complessi. Quindi, sguazzando nell’ignoranza, siccome ci si annoia, si ricorre a giochini masturbatori, tipo i dissing, le polemiche, le esternazioni “acchiappaclick”.
Per mantenere il nostro presunto successo, o per cercare di riacciuffare quello perduto. Più cosmicamente, per illuderci di essere ancora qualcuno e non voler vedere di essere coincidenti col nulla.
C’è una canzone, tua o di altri, che secondo te oggi suona più attuale o significativa di quando è uscita?
Oh, sì, ce ne sono tante. Il potere delle belle canzoni è anche questo. Le canzoni vere resistono all’usura, si conquistano l’eternità, proprio perché assumono anche significati nuovi mentre la Storia cambia.
C’è una canzone che ho scritto qualche anno fa, si chiama “Il Mondo Nuovo”, che credo sia più descrittiva dell’oggi piuttosto che del 2021 in cui è stata scritta.
Guardando a discussioni come quella su Moby e “Lola”, pensi che una canzone appartenga più a chi la scrive o a chi la ascolta?
Per un po’, appartiene solo a chi la scrive. Poi, inevitabilmente, quando la pubblichi, lo dice la parola stessa, esce da te e diventa di tutti.
Diventa per l’appunto di dominio pubblico, ed è giusto così.
Deve servire alla gente. Io non ne voglio più saper nulla, di quella canzone. La riprendo semmai per eseguirla, di nuovo, in un contesto di interazione con qualcuno al di fuori da me. Ma è sua, è di qual qualcuno, ormai. Io ce l’ho a noleggio per la durata di un concerto, poi torna se ne torna in garage a casa degli ascoltatori.
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lunedì, maggio 25, 2026
Intervista a Francesco Bianconi
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Interviste
lunedì, maggio 04, 2026
Incontro con Brian Eno. Parma. Evento SEED e My Light Years
(Foto di Andrea Amadasi)
Trovarsi al cospetto di BRIAN ENO è emozionante.
Ancora di più le cose che dice sono lucidissime, ricche, colte, illuminanti.
Persona solare, ironica, divertente, disponibile e sorridente.
Dal 1 maggio al 2 agosto 2026 a Parma, nel Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years con la curatela di Alessandro Albertini.
Tutto molto interessante, avvolgente, ipnotico, avanti. Opera unica, da vedere.
Brian Eno si è trattenuto con la stampa per una serie di brevi domande e risposte.
Elogia e si dice ammirato dallo stile di vita degli italiani:
Me lo aveva sottolineato già il mio amico Robert Wyatt. Voi avete il gusto di una vita più riflessiva, vi piace stare a tavola a lungo, andare a visitare mostre e città d'arte, prendete la vita con meno frenesia e ve la godete di più. Io vivo a Londra, la capitale mondiale della finanza, dove non c'è nulla di questo ma solo la ricerca del guadagno e del profitto".
Sul suo giaccone campeggia una grande bandiera della Palestina (per la cui causa si è speso spesso con inziative di ogni tipo) e parte da qui una riflessione su questi tempi grami:
"Alle persone piace la pace, c'è troppa propaganda per la guerra. In poche parole la pace può essere questo progetto artistico, non sarebbe bello vivere così? (fa riferimento al Giardino in cui avviene l'incontro con la stampa).
Invece di vivere in un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25mila miliardi di dollari per le armi. Sarebbe bello che la pace potesse essere presentata in questo modo, fare in modo che arrivi alle persone, perché alle persone in realtà la pace piace, è questo che vogliono ma invece ci sono tanta propaganda e pubblicità per la guerra.
Molto spesso le persone non sono consapevoli del fatto che viviamo sommersi da un fiume di messaggi: ti dicono cosa pensare, come devi pensarlo, quanto pensarlo oppure che cosa non devi proprio pensare. Credo che l'arte possa essere utile nel senso che ti debba dire: pensa quello che vuoi e pensa come vuoi. Io voglio dare uno spazio in cui si possa pensare e ascoltare."
Gli fa eco la scrittrice e attivista Ece Temelkuran che lo accompagna (e ha collaborato alla realizzazione di SEED): “La Palestina è forse l’esempio più evidente di quanto le persone possano essere crudeli. Non solo lo sterminio in atto ma l'idea di farlo rapidamente per potere creare un resort.”
Una riflessione sull'uso dell'Intelligenza Artificiale nella musica:
"L'Intelligenza Artificiale c'è già da molti anni.
Non è importante lo strumento in sé ma come viene usato. Nel nostro caso, in questo momento, lo si usa per far diventare i ricchi ancora più ricchi, gli stessi che hanno creato e sono proprietari dei social media.
Importante è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, per trovare un modo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”
E infine un ulteriore pensiero relativo a un argomento molto caro a noi più attempati:
“Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici su cui le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone.
Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì che...’.
Non è vero, c’era un sacco di merda anche allora. Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate, 17 erano cose che non avremmo mai voluto sentire e che non abbiamo mai più ripreso in mano.
Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita. Penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.
Trovarsi al cospetto di BRIAN ENO è emozionante.
Ancora di più le cose che dice sono lucidissime, ricche, colte, illuminanti.
Persona solare, ironica, divertente, disponibile e sorridente.
Dal 1 maggio al 2 agosto 2026 a Parma, nel Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years con la curatela di Alessandro Albertini.
Tutto molto interessante, avvolgente, ipnotico, avanti. Opera unica, da vedere.
Brian Eno si è trattenuto con la stampa per una serie di brevi domande e risposte.
Elogia e si dice ammirato dallo stile di vita degli italiani:
Me lo aveva sottolineato già il mio amico Robert Wyatt. Voi avete il gusto di una vita più riflessiva, vi piace stare a tavola a lungo, andare a visitare mostre e città d'arte, prendete la vita con meno frenesia e ve la godete di più. Io vivo a Londra, la capitale mondiale della finanza, dove non c'è nulla di questo ma solo la ricerca del guadagno e del profitto".
Sul suo giaccone campeggia una grande bandiera della Palestina (per la cui causa si è speso spesso con inziative di ogni tipo) e parte da qui una riflessione su questi tempi grami:
"Alle persone piace la pace, c'è troppa propaganda per la guerra. In poche parole la pace può essere questo progetto artistico, non sarebbe bello vivere così? (fa riferimento al Giardino in cui avviene l'incontro con la stampa).
Invece di vivere in un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25mila miliardi di dollari per le armi. Sarebbe bello che la pace potesse essere presentata in questo modo, fare in modo che arrivi alle persone, perché alle persone in realtà la pace piace, è questo che vogliono ma invece ci sono tanta propaganda e pubblicità per la guerra.
Molto spesso le persone non sono consapevoli del fatto che viviamo sommersi da un fiume di messaggi: ti dicono cosa pensare, come devi pensarlo, quanto pensarlo oppure che cosa non devi proprio pensare. Credo che l'arte possa essere utile nel senso che ti debba dire: pensa quello che vuoi e pensa come vuoi. Io voglio dare uno spazio in cui si possa pensare e ascoltare."
Gli fa eco la scrittrice e attivista Ece Temelkuran che lo accompagna (e ha collaborato alla realizzazione di SEED): “La Palestina è forse l’esempio più evidente di quanto le persone possano essere crudeli. Non solo lo sterminio in atto ma l'idea di farlo rapidamente per potere creare un resort.”
Una riflessione sull'uso dell'Intelligenza Artificiale nella musica:
"L'Intelligenza Artificiale c'è già da molti anni.
Non è importante lo strumento in sé ma come viene usato. Nel nostro caso, in questo momento, lo si usa per far diventare i ricchi ancora più ricchi, gli stessi che hanno creato e sono proprietari dei social media.
Importante è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, per trovare un modo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”
E infine un ulteriore pensiero relativo a un argomento molto caro a noi più attempati:
“Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici su cui le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone.
Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì che...’.
Non è vero, c’era un sacco di merda anche allora. Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate, 17 erano cose che non avremmo mai voluto sentire e che non abbiamo mai più ripreso in mano.
Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita. Penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.
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Interviste
giovedì, aprile 16, 2026
The Other Eyes Records
Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane più oscure per quanto super attive e interessantissime.
Tocca oggi alla OTHER EYES RECORDS e alle parole di uno dei promotori della label, Stefano Silva (anche chitarrista dei favolosi Temponauts).
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa vi ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere piuttosto di nicchia.
Ad un certo punto, a cavallo tra 2011 e 2012, iniziammo a pensare di dare una veste più uniforme alle varie uscite che periodicamente registravamo all’Elfo Studio di Tavernago (Piacenza), sotto la guida di Alberto Callegari.
Attorno al tavolo c’erano Alberto, i Warm Morning Brothers ed io, e poco più avanti arrivò Nick Maffi.
Il filo conduttore delle uscite era sia territoriale – la Valtidonian Record Company - che qualitativo, nel senso di andare ad esplorare lo spettro del pop - nel senso più ampio del termine - fatto con le chitarre.
Questo genere ha il brutto vizio che alle nostre latitudini ogni tanto sparisce, e noi volevamo assicurarci che, perlomeno nel nostro “mondo piccolo” questo non succedesse.
Le prime 3 uscite furono tra il 2012 e il 2013, l‘ultimo album dei Rookies prima dello shift verso i Backdoor Society, il secondo dei Temponauts e il secondo dei Warm Morning Brothers.
Erano un disco garage, uno tra jangle rock e paisley underground ed uno di folk-psych-pop. Sin dall’inizio la proposta era quindi varia, ma con il comune denominatore del culto per la forma canzone, e quindi inevitabilmente l‘amore per certi 60’s.
Direi quasi che la fondazione della label è stata l’evoluzione naturale di tanti anni passati insieme a far canzoni all’Elfo.
Quali sono le modalità di scelta delle vostre produzioni?
Sono ancora le stesse degli inizi, un criterio territoriale ed uno qualitativo: abbiamo in squadra gruppi che condividono i criteri di cui sopra come i Mean Frequency e i Feet Down Below di Piacenza, dediti a britpop e folk rock/americana, ma abbiamo anche cantautori inglesi, come Gregory Jones da Oxford, una penna felicissima tra britpop, cantautorato alla Ray Davies, e folk-pop; C’è Matt Purcell, il nostro amico australiano con il suo paisley aussie, tra powerpop e britpop.
Su Other Eyes abbiamo anche il ritorno dei Liquid Germs, storica eccellenza Valtidonese del surf-psych a tinte forti. Di recente riceviamo proposte per release in ambito pop folk, come ad esempio i Delta del Rio, da Roma, uno straordinario gruppo che viaggia tra le atmosfere del folk più intimista e quello dell’assolata west coast tra i 60’s e i primi 70’s.
Riceviamo un bel numero di proposte di quel genere ultimamente, e noi ne siamo più che contenti perché oggi in quell’ambito c’è tantissima qualità.
Quindi il criterio principale sono le belle canzoni che fanno sognare.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Generalmente il “nostro” bocco di riferimento, almeno dai 35 anni in su. Con le ultime uscite segnalava il boss che c’è un piccolo cambiamento verso età più verdi.
Non so, probabilmente questa cappa plumbea che fa da fondale al nostro tempo già da un bel po’, forse spinge le persone a cercare una qualche cura delle proprie cose e della realtà del proprio piccolo mondo.
Noi siamo proprio lì, abbiamo deciso che se non mettiamo in campo qualcosa di bello verremo spazzati via da questa mestizia.
Al festivalino folk della label che abbiamo tenuto in 3 tappe quest’inverno spesso i più vecchi in sala eravamo noi del Comitato Centrale della Other Eyes. Siamo anche abbastanza vecchi per capire che non stiamo di fonte ad un campione significativo, però intanto è andata così. Vedremo.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Nessun profitto ovviamente, quando ci sono 2 soldi da parte si fa uscire qualcuno che è sulla lista dei meritevoli.
Per le attività live (il festival della label) ci appoggiamo a realtà già presenti, come l’associazione Rock In Loco di Sarmato (PC), che sono dei veri eroi che han creduto in questa festa, e ci hanno messo a disposizione tutto, sia lo scorso anno per la prima edizione, che l’11 e 12 settembre prossimi per la seconda.
Poi noi siamo un collettivo, ognuno ha le sue competenze e ognuno cerca di far funzionare un po’ di cose, sempre guidati da Aberto, CEO, e dallo charme senza precedenti di un presidente come Simone Modicamore.
Però ritorni $ no.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Abbiamo, come dicevamo prima, l’Other Eyes Festival, che teniamo a Sarmato in settembre.
Lo scorso anno abbiamo fatto un super concerto con quasi tutte le band attive del rooster, compresi Gregory e Matt. Nonostante un tempo infame è andata più che bene.
Quest’anno lo terremo un po’ prima, l’11 e 12 settembre, su 2 serate sempre a Sarmato, nell’area in cui si tiene anche il Sun Rock Fest.
Presto uscirà il bill, con belle sorprese. Proprio mentre seguivamo il Fest ci siamo accorti di quanto la proposta più squisitamente folk della OER stesse crescendo, con i Warm morning Brothers, Music from Neptune, Gregory Jones: pronti via abbiamo lanciato lo spin off invernale del festival, l’Other Eyes Winter Folk, 3 serate a Piacenza lo scorso inverno tra l’ARCI Belleri e il Chez Moi, con gruppi e artisti sia della OER che non, quali Maddalena Conni e Nico e i Loving Mushroom.
Cogliamo l’occasione qui per ringraziare ancora Maddalena, Nico e Nicola dell’ARCI Belleri, che hanno in pratica salvato il festival da una situazione sfavorevole venutasi a creare last minute.
Abbiamo potuto passare belle serate e presidiare un genere che, nelle sue varie declinazioni, dal fok 60’s, al pop, allo psych folk è solitamente lasciato un po’ ai margini. Esperienza che ripeteremo sicuramente il prossimo inverno.
Recentissima è la compilation della label. Verrà distribuita in omaggio con qualsiasi acquisto di artista/gruppo Other Eyes, e vede a partecipazione con un brano di chiunque abbia realizzato un’uscita con noi, oltre ad alcune chicche sempre legate all’attività di Elfo Studio.
Nei prossimi mesi realizzeremo anche un’operazione live in studio, sul nostro canale Youtube, con le band core del rooster.
E poi cerchiamo di presenziare con la bottega mobile OER alle varie iniziative musicali territoriali. Fortunatamente negli anni sono stati consolidati rapporti con labels e operatori internazionali, quali Kool Kat e Jigsaw Records per gi USA, Red Eye Records in Australia, Shiny Happy Records in Indonesia, che sono sempre interessati ad acquisto e distribuzione delle nostre uscite.
Purtroppo, lo storico distributore per l‘Europa nostro (e di tante altre piccole etichette come noi) ha chiuso i battenti, speriamo di trovare presto altri sbocchi.
A livello locale le nostre uscite poi sono sempre disponibili in negozio presso Alphaville a Piacenza, e da Backdoor a Torino.
La discografia completa.
Si possono trovare su www.othereyesrecords.com tutte le uscite della OER:
-Warm Morning Brothers:
The Boy and Marlene Ghost
Stolen Beauty
Too Far From The Stars
A Bunch Of Weeds
Free Your Mind/Farewell Summer
Not Scared Anymore
Somewhere Beyond the Abyss
-Temponauts
The Canticle of the Temponauts
-The Rookies
Things ever Said
-Sir Jack and the Grandma Modes
Inflatable Experience
Handmade Sheen Age
-Mean Frequency
A Your Lives
Brighter Dreams
-Clover
Over & Over
-Matt Purcell
Message To You
-Feet Down Below
Music From Stratosphere
-Delta De Rio
As My Eyes Do
-Liquid Germs
Return To Earth
-Liquid Germs/Operation Octopussy
Twiki No Kami (in collaborazione con Area Pirata)
-The Backdoor Society
I Won’t Love you/Backdoor City Blues 7”
-Music From Neptune
Music From Neptune
-Gregory Jones
Nowhere I’d Rather Be
-Karl Lagerfake
404
-Francesco Zucchi
Let It Rain
-The Kiara Ellis
Odio
-Gumbo Box
Gumbo Box
-Within You
The night Rock’n’roll broke
Contatti della label
www.othereyesrecords.com
instagram.com/othereyesrecords
instagram.com/othereyesfest
Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette
Cosa vi ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere piuttosto di nicchia.
Ad un certo punto, a cavallo tra 2011 e 2012, iniziammo a pensare di dare una veste più uniforme alle varie uscite che periodicamente registravamo all’Elfo Studio di Tavernago (Piacenza), sotto la guida di Alberto Callegari.
Attorno al tavolo c’erano Alberto, i Warm Morning Brothers ed io, e poco più avanti arrivò Nick Maffi.
Il filo conduttore delle uscite era sia territoriale – la Valtidonian Record Company - che qualitativo, nel senso di andare ad esplorare lo spettro del pop - nel senso più ampio del termine - fatto con le chitarre.
Questo genere ha il brutto vizio che alle nostre latitudini ogni tanto sparisce, e noi volevamo assicurarci che, perlomeno nel nostro “mondo piccolo” questo non succedesse.
Le prime 3 uscite furono tra il 2012 e il 2013, l‘ultimo album dei Rookies prima dello shift verso i Backdoor Society, il secondo dei Temponauts e il secondo dei Warm Morning Brothers.
Erano un disco garage, uno tra jangle rock e paisley underground ed uno di folk-psych-pop. Sin dall’inizio la proposta era quindi varia, ma con il comune denominatore del culto per la forma canzone, e quindi inevitabilmente l‘amore per certi 60’s.
Direi quasi che la fondazione della label è stata l’evoluzione naturale di tanti anni passati insieme a far canzoni all’Elfo.
Quali sono le modalità di scelta delle vostre produzioni?
Sono ancora le stesse degli inizi, un criterio territoriale ed uno qualitativo: abbiamo in squadra gruppi che condividono i criteri di cui sopra come i Mean Frequency e i Feet Down Below di Piacenza, dediti a britpop e folk rock/americana, ma abbiamo anche cantautori inglesi, come Gregory Jones da Oxford, una penna felicissima tra britpop, cantautorato alla Ray Davies, e folk-pop; C’è Matt Purcell, il nostro amico australiano con il suo paisley aussie, tra powerpop e britpop.
Su Other Eyes abbiamo anche il ritorno dei Liquid Germs, storica eccellenza Valtidonese del surf-psych a tinte forti. Di recente riceviamo proposte per release in ambito pop folk, come ad esempio i Delta del Rio, da Roma, uno straordinario gruppo che viaggia tra le atmosfere del folk più intimista e quello dell’assolata west coast tra i 60’s e i primi 70’s.
Riceviamo un bel numero di proposte di quel genere ultimamente, e noi ne siamo più che contenti perché oggi in quell’ambito c’è tantissima qualità.
Quindi il criterio principale sono le belle canzoni che fanno sognare.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Generalmente il “nostro” bocco di riferimento, almeno dai 35 anni in su. Con le ultime uscite segnalava il boss che c’è un piccolo cambiamento verso età più verdi.
Non so, probabilmente questa cappa plumbea che fa da fondale al nostro tempo già da un bel po’, forse spinge le persone a cercare una qualche cura delle proprie cose e della realtà del proprio piccolo mondo.
Noi siamo proprio lì, abbiamo deciso che se non mettiamo in campo qualcosa di bello verremo spazzati via da questa mestizia.
Al festivalino folk della label che abbiamo tenuto in 3 tappe quest’inverno spesso i più vecchi in sala eravamo noi del Comitato Centrale della Other Eyes. Siamo anche abbastanza vecchi per capire che non stiamo di fonte ad un campione significativo, però intanto è andata così. Vedremo.
C’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Nessun profitto ovviamente, quando ci sono 2 soldi da parte si fa uscire qualcuno che è sulla lista dei meritevoli.
Per le attività live (il festival della label) ci appoggiamo a realtà già presenti, come l’associazione Rock In Loco di Sarmato (PC), che sono dei veri eroi che han creduto in questa festa, e ci hanno messo a disposizione tutto, sia lo scorso anno per la prima edizione, che l’11 e 12 settembre prossimi per la seconda.
Poi noi siamo un collettivo, ognuno ha le sue competenze e ognuno cerca di far funzionare un po’ di cose, sempre guidati da Aberto, CEO, e dallo charme senza precedenti di un presidente come Simone Modicamore.
Però ritorni $ no.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Abbiamo, come dicevamo prima, l’Other Eyes Festival, che teniamo a Sarmato in settembre.
Lo scorso anno abbiamo fatto un super concerto con quasi tutte le band attive del rooster, compresi Gregory e Matt. Nonostante un tempo infame è andata più che bene.
Quest’anno lo terremo un po’ prima, l’11 e 12 settembre, su 2 serate sempre a Sarmato, nell’area in cui si tiene anche il Sun Rock Fest.
Presto uscirà il bill, con belle sorprese. Proprio mentre seguivamo il Fest ci siamo accorti di quanto la proposta più squisitamente folk della OER stesse crescendo, con i Warm morning Brothers, Music from Neptune, Gregory Jones: pronti via abbiamo lanciato lo spin off invernale del festival, l’Other Eyes Winter Folk, 3 serate a Piacenza lo scorso inverno tra l’ARCI Belleri e il Chez Moi, con gruppi e artisti sia della OER che non, quali Maddalena Conni e Nico e i Loving Mushroom.
Cogliamo l’occasione qui per ringraziare ancora Maddalena, Nico e Nicola dell’ARCI Belleri, che hanno in pratica salvato il festival da una situazione sfavorevole venutasi a creare last minute.
Abbiamo potuto passare belle serate e presidiare un genere che, nelle sue varie declinazioni, dal fok 60’s, al pop, allo psych folk è solitamente lasciato un po’ ai margini. Esperienza che ripeteremo sicuramente il prossimo inverno.
Recentissima è la compilation della label. Verrà distribuita in omaggio con qualsiasi acquisto di artista/gruppo Other Eyes, e vede a partecipazione con un brano di chiunque abbia realizzato un’uscita con noi, oltre ad alcune chicche sempre legate all’attività di Elfo Studio.
Nei prossimi mesi realizzeremo anche un’operazione live in studio, sul nostro canale Youtube, con le band core del rooster.
E poi cerchiamo di presenziare con la bottega mobile OER alle varie iniziative musicali territoriali. Fortunatamente negli anni sono stati consolidati rapporti con labels e operatori internazionali, quali Kool Kat e Jigsaw Records per gi USA, Red Eye Records in Australia, Shiny Happy Records in Indonesia, che sono sempre interessati ad acquisto e distribuzione delle nostre uscite.
Purtroppo, lo storico distributore per l‘Europa nostro (e di tante altre piccole etichette come noi) ha chiuso i battenti, speriamo di trovare presto altri sbocchi.
A livello locale le nostre uscite poi sono sempre disponibili in negozio presso Alphaville a Piacenza, e da Backdoor a Torino.
La discografia completa.
Si possono trovare su www.othereyesrecords.com tutte le uscite della OER:
-Warm Morning Brothers:
The Boy and Marlene Ghost
Stolen Beauty
Too Far From The Stars
A Bunch Of Weeds
Free Your Mind/Farewell Summer
Not Scared Anymore
Somewhere Beyond the Abyss
-Temponauts
The Canticle of the Temponauts
-The Rookies
Things ever Said
-Sir Jack and the Grandma Modes
Inflatable Experience
Handmade Sheen Age
-Mean Frequency
A Your Lives
Brighter Dreams
-Clover
Over & Over
-Matt Purcell
Message To You
-Feet Down Below
Music From Stratosphere
-Delta De Rio
As My Eyes Do
-Liquid Germs
Return To Earth
-Liquid Germs/Operation Octopussy
Twiki No Kami (in collaborazione con Area Pirata)
-The Backdoor Society
I Won’t Love you/Backdoor City Blues 7”
-Music From Neptune
Music From Neptune
-Gregory Jones
Nowhere I’d Rather Be
-Karl Lagerfake
404
-Francesco Zucchi
Let It Rain
-The Kiara Ellis
Odio
-Gumbo Box
Gumbo Box
-Within You
The night Rock’n’roll broke
Contatti della label
www.othereyesrecords.com
instagram.com/othereyesrecords
instagram.com/othereyesfest
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Interviste
giovedì, aprile 02, 2026
Venti3 Records. Intervista a Stefano Gilardino
Stefano Gilardino, giornalista e scrittore, ha dato da poco tempo vita a una nuova etichetta, la Venti3 di cui abbiamo, da queste parti, recensito un po' tutto il pubblicato. Qualche domanda per approfondire alcuni temi sulla discografia indipendente oggi.
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
venti3.bandcamp.com
IG: venti3records
Di questi tempi non è facile lavorare in ambito discografico. Cosa ti ha spinto ad aprire un’etichetta impostata su un genere non facile come “punk e affini”, stampato in vinile? Come e quando è nata l’idea?
Credo che sia essenziale partire con dei criteri ben precisi, soprattutto se ci si vuole affacciare in un mondo complicato come quello discografico.
Quando ho deciso di mettere in piedi l’etichetta, non ero assolutamente interessato a competere con nessuno, a dovermi piegare a logiche di mercato o a inseguire ipotetici dati di vendita.
Venti3 non è un lavoro, almeno nel mio pensiero, è un processo curativo e un modo per fare cultura in un mondo sempre meno a misura d’uomo e di musica.
Pretenzioso, lo so, ma tant’è…
L’idea iniziale è nata quando ho visto suonare dal vivo, per la prima volta, gli Spectre, nell’agosto del 2022, di supporto agli americani Chain Whip.
Non li avevo mai sentiti e sono rimasto a bocca aperta, come non mi succedeva da tempo.
Dopo il concerto, ho salutato Simone, l’unico della band che conoscevo di persona, e gli ho confessato, tra il serio e il faceto, che se mai avessi messo in piedi una label, avrei voluto stampare un loro disco.
Il discorso è rimasto in sospeso per lungo tempo e sono successe molte altre cose, tra cui la scomparsa di mio padre a fine 2023.
Poco dopo, mentre stavo svuotando faticosamente la sua vecchia casa, ho ricominciato a pensarci, immaginando che l’etichetta potesse anche essere un percorso curativo. vIn quel momento, si sono allineati alcuni pianeti, evidentemente: gli Spectre avevano appena finito di registrare sei brani e mi hanno ricontattato, i Twerks, con cui ero amico da tempo e che apprezzavo moltissimo, avevano appena pubblicato online i nuovi pezzi.
Perché non provarci, dunque? Detto, fatto, nel settembre del 2024 sono usciti i primi due dischi, “Slow Emotional Death” degli Spectre e “A Private Display of Trouble” dei Twerks e poi, con una certa costanza, i successivi cinque, buoni ultimi i nuovi lavori delle band con cui ho iniziato l’avventura. Una prima chiusura di un cerchio e un punto di ripartenza.
È dunque corretta l’impressione che in un’epoca caratterizzata dalla fruizione “totale” su piattaforme gratuite, con relativa disponibilità di “TUTTO”, stia tornando la voglia e l’esigenza di materiale fisico, esclusivo, particolare e che l’ottica DIY sia di nuovo attuale?
Sai, io penso che non se ne sia mai andata veramente quella voglia, sicuramente non la mia.
Il mio lavoro vero, da Soundohm, un negozio/distributore online di dischi, me lo conferma ogni giorno e, negli ultimi anni, la richiesta di vinili e CD è aumentata in maniera esponenziale.
Per quel che riguarda Venti3, il DIY è essenziale ed è l’unico metodo organizzativo che conosco.
Fa un po’ ridere a pensarci ma io sono produttore esecutivo, distributore, venditore, merch guy, a volte driver, addetto stampa, quando capita tour manager e organizzatore di concerti, tanto per darsi un tono con un po’ di termini anglosassoni.
Per farla breve, faccio tutto quello che è umanamente possibile, nel tempo che ho a disposizione e con le capacità che mi competono. Se si esclude mio fratello Fabrizio, autore della quasi totalità delle grafiche, il resto è farina del mio sacco e ne vado orgoglioso. Ho alcuni negozi di dischi che sostengono il mio lavoro, il resto lo gestisco al meglio che posso.
Magari, in futuro, se ce ne sarà bisogno, chiederò aiuto a qualuno, ma per il momento va bene così.
Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Non penso che ci siano molti giovanissimi interessati, direi un’età media che va dai 30 ai 50, però non ne ho la certezza.
Per fortuna, a parte amici che conosco di persona, molti ordini online arrivano da sconosciuti di cui non so nulla.
Diciamo pubblico trasversale, così me la cavo senza troppi impicci…
In concreto: c’è un minimo di ritorno economico per un’operazione del genere?
Fondamentalmente, e parlo solo per me, Venti3 è un’operazione in perdita e, quando va bene, in pareggio, ma a lungo termine.
Ti faccio un esempio concreto: per la festa dell’etichetta, lo scorso novembre, ho stampato un singolo, una compilation con quattro pezzi inediti di ognuno dei gruppi della label – Twerks, Spectre, Chow e 20 Minutes.
150 copie in totale, di cui un terzo regalato proprio alla festa ai primi spettatori che si sono presentati e un altro buon numero di copie destinato proprio alle band.
Come puoi immaginare, era un’idea perdente già in partenza, però vuoi mettere il divertimento?
Mettiamola così: spero di non diventare troppo povero.
Con che criterio hai scelto e scegli le band della Venti3?
La risposta è molto semplice perché di base i criteri devono essere tre:
i dischi che pubblico devono piacermi molto, anzi devono essere prodotti che io comprerei e vorrei nella mia collezione anche se non fossero stampati da me.
Le band con cui collaboro mi devono piacere a livello personale. Alcuni erano amici già in precedenza, altri lo sono diventati. Non sono interessato solo alla musica, ma anche all’attitudine e ai rapporti umani.
Non ci sono contratti, basta una stretta di mano. Sono molto chiaro quando propongo a qualcuno di fare un disco su Venti3: spiego cosa posso offrire e che tipo di promozione ci sarà.
Il materiale resta di proprietà dei gruppi, io non possiedo nulla, tranne i dischi che stampo. Massima trasparenza e correttezza. E, soprattutto, non mi occupo della parte digitale, per cui non provo alcun interesse.
Finora è filato tutto liscio, mi auguro che continui allo stesso modo.
Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Come avrai intuito dalle risposte precedenti, non sono certo quel che si può definire un drago del marketing, anzi.
Vedo un sacco di etichette, sempre nell’ambito punk e affini, che si muovono decisamente meglio di me, che curano la parte digitale con passione e competenza, che riescono a spingere i loro prodotti online in un sacco di modi, alcuni anche interessanti.
Per quel che mi riguarda, faccio tutto alla vecchia maniera: contatti personali per riviste, fanzine, webzine, siti e il buon vecchio passaparola.
Oltre ai banchetti ai concerti e alla presenza sul territorio. Non ho un sito vero e proprio, esistono solo la pagina bandcamp e quella su Instagram, oltre al mio FB personale che, in pratica, serve a promuovere l’etichetta. Se qualcuno vuole proporsi come stagista non pagato, accetto candidature…
Cosa c’è in programma per il futuro?
Nell’immediato presente, ci sono i due nuovi dischi di Spectre, “Twisted Views” e Chubby & The Twerks, “One Second with…”, una collaborazione di cui vado molto fiero.
Ci sono voluti tantissimi mesi, ma alla fine vedere una delle mie band preferite in coppia con uno dei personaggi chiave della nuova scena punk inglese – Charlie “Chubby” Manning Walker di Chubby & The Gang e The Chisel – mi riempie di orgoglio.
Tra poco uscirà anche un CD dei bolognesi Chow, “The Husband’s Delight” di cui mi occuperò solo a livello stampa e promozionale, ma che avrà anche il marchio Venti3 e quindi sarà un po’ figlio mio, come gli altri. Infine, ma andiamo a fine settembre, uscirà il debutto di un quintetto milanese di cui mi auguro si parlerà molto.
Il loro nome è Ionico Ionico, segnatevelo per bene perché, a mio immodesto parere, si tratta di uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi anni, un misto di no wave, anarco-punk e art rock.
Poi chissà, probabilmente un nuovo LP Twerks, almeno nelle mie intenzioni, e il secondo Venti3 Party con cui festeggiare e buttare soldi in regali.
Sempre che non finiscano i soldi prima…
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Interviste
mercoledì, maggio 14, 2025
Intervista a Ezio Bosso

A cinque anni dalla scomparsa del Maestro EZIO BOSSO riprendo un'intervista che mi concesse gentilmente e con entusiasmo circa un anno prima, fermandosi appositamente a Piacenza. E' stato uno dei momenti più elettrizzanti e di spessore nella mia carriera di "giornalista musicale" che ricordo ancora con profonda e sincera emozione. Una parte dell'intervista finì in un articolo nel quotidiano "Libertà". Di seguito quella integrale.
Ezio Bosso è un fine intellettuale, persona lucida, diretta, concreta, uno di quei personaggi di cui ha bisogno il Belpaese, martoriato dalla volgarità, dalla superficialità, dal degrado morale, etico, civile.
Una persona che insieme a pochi altri riesce a indicare una via, quel raggio di luce in fondo al retorico, ma quanto mai reale al giorno d'oggi, tunnel oscuro.
Lo ha fatto anche recentemente con una trasmissione coraggiosa e allo stesso tempo spettacolare come “Che storia è la musica”.
Quando accetta di buon grado, pure con entusiasmo, di farsi intervistare e mi dice che si fermerà a Piacenza, investendomi di parole di stima, mi agito e pure molto.
La mia proverbiale attitudine glaciale e distaccata si scioglie in un attimo.
Il Maestro, una delle persone che più ammiro in assoluto, viene da me per riservarmi il privilegio di un'intervista.
E dove lo porto?
Lui sta per partire per Roma a ritirare la cittadinanza onoraria della capitale, approvata all'unanimità dall'Assemblea, per dire.
Conoscendolo un po' opto per la “toppia” (pergolato) della Cooperativa di S.Antonio e tra un tavolo di accaniti giocatori di briscola, uno in cui un anziano scorre lentamente con il dito la pagina dei morti della “Libertà” e uno da cui si levano animate discussioni di calcio mercato, mentre tutto intorno scorre caotica la via Emilia, incominciamo a parlare.
A ruota libera.
Ezio pervade tutto di un'aura di positività, di determinazione, continuando a vivere in modo chiaro e pulito nelle difficoltà circostanti (non a caso il motto filosofico della cultura mod, da cui lui è partito e che rivendica fin dalla prima domanda).
Il tuo esordio è stato da giovanissimo, suonando il basso con gli Statuto e frequentando il giro mod torinese.
L'esperienza con gli Statuto è stata brevissima perchè mi hanno cacciato subito per eccesso di note.
La mia musica è sempre stata la classica ma ero affiancato da musicisti come Davide Rossi (che ha suonato successivamente anche nei Coldplay) e da Oscar Giammarinaro che ai tempi faceva il Conservatorio.
Non ho comunque mai smesso di seguire quella scena, continuo ad ascoltare quella musica, gli Who, i Jam.
Quell'esperienza continua. Per migliorare se stessi e la società anche attraverso la leggerezza, per renderla meno volgare e vivendo non attraverso i propri averi ma per il gusto e la cultura. Se sono l'uomo che sono è anche perchè ho avuto a che fare con i mods. Mi sento ancora un mod.
Quanto è attuale la musica classica?
E' una necessità. L'errore vero è quello di pensare che si faccia la musica classica perchè è storica e museale.
E' invece qualcosa di cui abbiamo bisogno, E' una musica dedicata alle nostre diversità. L'errore è pensare che la musica appartenga ad un periodo.
Tutti i compositori trascendono e superano il periodo, attingono dal passato e si proiettano nel futuro.
Beethoven scriveva, suonava, cantava, dirigeva. La musica ci appartiene perchè la lasci a qualcuno. Questo fenomeno si è sviluppato allo stesso modo nel jazz o nel rock.
La musica ha un valore oggettivo ?
Per fare un esempio, Beethoven è superiore a chi fa rock n roll o la dance elettronica?
Si, c'è un valore oggettivo.
Musicisti come Beethoven e Bach curavano ogni nota. Solo per non possederla più.
Ho rispetto per tutte le musiche ma nel loro caso c'era una necessità vitale e vera.
E' necessario sia per chi l'ha scritta sia per chi la suona. Quando noi interpretiamo questa musica non esistiamo più, diventiamo la partitura, quelle sono le note e quelle devi fare. Questa è un'oggettività. Il playback non lo possiamo fare. Ci sono parametri assoluti.
Ci sono 200 anni di musica di Beethoven e dentro ci sono un sacrificio e una passione che in altri tipi di musica non si trovano. Oggi fare il musicista classico è qualcosa di punk. Beethoven diceva che la musica è nostra mentre spesso si pensa di conservarla solo per un pubblico paludato.
Se vi piace una parte di Beethoven io ve la rifaccio, applauditela, partecipate.
La gente va avvicinata alla musica.
Trovi ancora stimoli nel suonare, nell'ascoltare cose nuove?
Suonare Beethoven, ad esempio, è ancora uno stimolo?
Quella partitura pur avendo sempre le stesse note muta insieme al tuo progresso umano, diventa diversa con te e scopri cose nuove.
Ogni volta che riprendo in mano una partitura scopro spesso particolari che non avevo mai notato prima. Il fatto che le note siano quelle non vuole dire che sia un monolite.
Cambia in base a ciò che sei.
Se l'ascolti fatta da me o da un altro spesso sono cose completamente differenti.
Credi che la televisione possa ancora essere un mezzo d'insegnamento?
La televisione continua ad essere il principale strumento di diffusione in tutto il mondo.
In Italia ancora di più. I grandi numeri di internet in realtà derivano dalla televisione e te lo dico per esperienza personale. Non bisogna fare ascoltare tutto ma una proposta mirata può essere educativa.
La televisione può avere la funzione di dare un accesso a certe esperienze.
Quando è partita la mia trasmissione mi dicevano che quella musica non interessa a nessuno.
E invece abbiamo avuto un milione di spettatori fissi per tutta la durata, una media del 5.3 contro quella del 4 delle domeniche precedenti.
E' il modo di proporre le cose, un po' come la famosa “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Mi ha ispirato lui quando l'ho pensata. Quella era la mia intenzione. Quando senti la parola “alla gente piace quello” mi viene paura, è un concetto totalitarista.
L'importante è un'offerta varia, poi uno sceglie.
Che cosa pensi dell'importanza sempre maggiore che hanno i talent show?
Per me i talent sono la distruzione della cultura musicale. La musica è un mestiere.
Anche piccolo ma che ha delle regole normali. Questa storia del successo è malata. Se uno non ha successo sembra che non abbia dignità. La musica è anche quella proposta dai professori che la insegnano alle medie o dei gruppi che suonano nei bar.
Ci vorrebbero mille gruppi che ogni sera suonano in mille bar. Quello è il vero talent show. La storia della musica è fatta da musicisti che partivano dal piccolo, crescevano e con il talento arrivavano o meno al successo.
Credi ancora nel valore dell'educazione in questi tempi grami?
Io ci provo e ci credo. Ascoltando il prossimo. La musica per natura è educativa.
La cosa più importante che esista è ascoltare. E da lì cresci, cerchi cose nuove.
“Amo tanto una canzone che voglio capire che cosa dice, cosa c'è dietro”.
E grazie a quello scopri altre musiche o aspetti culturali.
Che rapporto hai con internet ?
Internet è passato dall'essere un mezzo con un potere enorme ad essere un fine.
E il linguaggio che è usato sempre più violento. Oggi attraverso internet ho enormi possibilità, anche come musicista, soprattutto di accedere ad archivi immensi.
Ma viene invece usato per fini assolutamente narcisistici. Nei giorni della trasmissione ad esempio la pagina di Wikipedia dedicata a Beethoven ha avuto picchi incredibili come mai si erano registrati prima. I giorni successivi le classifiche di classica avevano in testa la Quinta di Beethoven, poi veniva Ezio Bosso. Questo dimostra il potere della televisione e di internet. E' un mezzo enorme usato in funzione autoriferita.
Una curiosità. Ma quando dirigi trovi anche in teatro gente che riprende con il cellulare? Purtroppo si.
Dico sempre una cosa prima dei concerti. Cerchiamo di viverlo e partecipare, cosa ti importa di fare un video che si sentirà male e che non riguarderai mai?
L'uso della tecnologia digitale, anche e soprattutto nella musica, ha cambiato radicalmente le cose negli ultimi anni.
Un problema di atteggiamento suicida di chi produce le cose.
Si pensa che, in ambito musicale, attraverso il digitale si migliori ma in realtà è caduta la qualità del suono e del contenuto. Inoltre togliendo l'oggetto togli il valore alla stessa produzione. Si lamentano della pirateria ma sono stati loro a dare il via a tutto ciò. Si toglie un momento di convivialità, di discussione. Ma non credo sia la fine, credo che alla fine vincerà la qualità.
Tu da sempre combatti tra il tuo essere un personaggio pop ed essere invece una persona.
Ho una figura pubblica che non si discosta da quella privata. Il termine “personaggio” a me dà fastidio, soprattutto il volere essere personaggio.
Com'era bello vedere i documentari di Zavoli e Zavattini dove le persone davanti alla telecamera erano imbarazzate, spontanee. timide. Ora tutti cercano di essere personaggio, di avere il minuto di successo. Io voglio la persona, le persone, non questa orrenda parola che è “gente”.
Incominciamo a riguardarci in faccia, a parlare l'uno con l'altro.
Le nostre singolarità diventano la società, la formano, “gente” non vuole dire niente.
Come procedi abitualmente relativamente alle scelte artistiche?
Mi chiedono di partecipare a progetti. Quando ho pensato alla trasmissione l'ho fatto per non andare più a programmi ad inviti.
Ho determinato di non partecipare più a nulla a meno che non fosse qualcosa di mio. Mi piacerebbe fare qualcosa che mostri come è davvero l'Italia, andare tra la gente e chiedere che musica ascoltano, quale conoscono, farne una fotografia.
Com'è la giornata tipo di Ezio Bosso?
Studio molto, lavoro tanto, faccio ricerche, sia sotto il profilo musicale che storico e letterario, guardo la televisione, mi piace guardare certe serie tv, cucino tanto.
In realtà penso alla musica in ogni momento, da quando mi alzo a quando mi addormento. Facendo il direttore d'orchestra posso lavorare anche da casa, anche a letto, anche se sto male.
Suono un po' anche il pianoforte quando non mi fanno male le mani.
Abitualmente cosa ascolti?
Per chi lavora con una partitura in testa, come me, è molto difficile ascoltare altro che non sia quello. Va in contrasto con quello a cui penso da mattina a sera. Ma ogni tanto mi ascolto Who, Jam, Weller, sono ancora legato a certe cose.
Cosa pensi di quegli idealisti che, negli anni 60 o 70, vivevano per un'idea, fino in fondo, totalmente? E' qualcosa di finito, ti identifichi con qualcosa del genere?
Già ai tempi c'erano come priorità il posto fisso, stare agli ordini di chiesa o partito.
Gli idealisti ci sono, esistono anche oggi ma sono meno visibili. I ragazzi che dirigo o a cui insegno sono spesso idealisti, fanno cose per gli altri, per la comunità.
Ma spesso di essere idealisti se ne accorgono dopo, ne sono inconsapevoli.
Chi si dichiara idealista spesso cerca solo il potere. Mi piace il principio del credere, nel volere bene alle cose. L'idealismo è un grande oggetto che si applica alle piccole cose. Uno schiaffo farà sempre più rumore di una carezza.
La cosa fantastica della musica è che non la puoi tradire, quando la tradisci cade tutto.
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Interviste
lunedì, settembre 02, 2024
No Wave / Intervista a Lydia Lunch
Riprendo l'articolo scritto sabato per Il manifesto e dedicato alla NO WAVE, con intervista a LYDIA LUNCH.
La recente triste scomparsa di James Chance, saxofonista, leader e autore dei Contortions, tra le band più innovative della scena New Yorkese di fine anni Settanta, ha riportato all'onore delle cronache (più sotterranee) la vicenda stupefacente della scena “No Wave”, che visse il tempo di una fiammata nella Grande Mela di quegli anni per poi deflagrare in mille altri progetti, lasciando influenze, semi (malefici), retaggi sonori, artistici e culturali.
Singolare perché, alla fine, il circuito di artisti e band riconducibili alla “scena” era molto limitato e circoscritto e si perdeva facilmente nel marasma di quegli anni Settanta in cui New York era una città pericolosissima, violenta, in bancarotta, in totale disfacimento logistico e umano.
La polizia, accoglieva i passeggeri in arrivo all'aeroporto JFK, con un volantino con la scritta “Benvenuti nella città della paura”, e un vademecum in cui si consigliava di evitare luoghi come Manhattan (per non parlare di Bronx o Harlem, zone in cui spesso nemmeno le forze dell'ordine avevano l'ardire di entrare), l'eroina scorreva a fiumi, tanto quanto la prostituzione era diffusa per procurarsela (maschile e femminile), con condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Ci vollero anni per risistemare il tutto non di rado utilizzando metodi altrettanto violenti e discutibili.
John Lurie, che alla scena era tangente, aggiunge un ulteriore inquietante tassello: “Le cose iniziarono a diventare cupe. La gente incominciò a morire.
Molti per quello che veniva chiamato il “cancro dei gay”. L'urgenza e l'impunità scomparvero. Le cose incominciarono improvvisamente a essere pericolose”.
Il giornalista Edmund White del New York Times aggiunge un'ulteriore pennellata: “Il mondo culturale – almeno quello che contava - era molto più piccolo allora. I pittori conoscevano i musicisti che conoscevano gli scrittori ed erano tutti facilmente accessibili”.
In questo ribollente calderone nasce un fiore ancora più malato di quanto fosse possibile prevedere.
Il punk ha già messo abbondantemente le radici, dipanandosi tra le più svariate influenze, quello power pop rock adrenalinico dei Ramones, quello iconoclasta dei Dead Boys, la parte “intellettuale” di Television e Talking Heads, la declinazione mainstream dei Blondie, le contaminazioni latin soul blues dei Mink De Ville. Ma i nuovi ragazzi e (tante) ragazze che andranno a rappresentare l'ossatura della No Wave sono già avanti, disprezzano quello che è per loro già una sorta di tradizionalismo, lontano da innovazione e reale sovversione.
A fare da maestri, i Suicide possono andare bene, arrivano da un'altra dimensione, da anni impegnati a terrorizzare pubblico e avventori di locali con uno show e una musica che vanno oltre ogni immaginazione, perfetta colonna sonora dell'apocalisse sociale della città ai tempi.
Ma ci sono anche il Lou Reed provocatoriamente rumorista di “Metal Music Machine”, le varie forme di sperimentazione, tra anni Sessanta e Settanta, prima tra tutte l'esperienza di Captain Beefheart, l'esasperazione elettrica confluita in forme di free jazz degli Stooges di “Fun House”, ampie dosi del jazz più avanguardista dell'epoca, da Ornette Coleman a Sun Ra, la sempre sottovalutata avventura sonora di Yoko Ono. Il tutto frullato nell'iconoclastìa adolescenziale di giovani incazzati neri, disperati, sperduti nell'inferno quotidiano di una città spietata da cui urlare la disperazione.
Anche Patti Smith si muoveva nelle stesse strade, ma pur se ben altre coordinate sonore e artistiche, fotografò bene quei momenti: “Per me, essere affamata e senza un soldo ma essere libera di vivere in un casino e non dovermi preoccupare se non facevo il bagno per una settimana, era sufficiente”.
A fianco e insieme a tutto ciò si sviluppa un'avanguardia artistica che si sublima nel Colab (Collective Projetcs Inc) che organizza mostre (in particolare il Times Square Show, ai tempi luogo pericoloso, di spaccio e delinquenza) con giovani artisti, destinati a diventare celebrità, come Jenny Holzer, Nan Goldin, Keith Haring, Kenny Scharf, Jean-Michel Basquiat e Kiki Smith.
Anni in cui gli affitti erano bassi, aspiranti scrittori, cantanti, ballerini potevano permettersi di vivere a Manhattan, prima che tutti i marginali venissero ulteriormente emarginati e sostanzialmente espulsi verso altre zone, mentre incominciava la selvaggia gentrificazione. Uno degli aspetti più particolari è che questa “scena”, diventata così influente e iconica era in realtà composta da una manciata di musicisti (o pseudo tali) animati da uno spirito “terrorista”, spietato, violento e antagonista a qualunque manifestazione fosse pur se lontanamente “omologata”.
Non è improbabile che se Brian Eno non fosse arrivato in città per produrre il secondo album dei Talking Heads, “More Songs About Building And Foods” e non fosse stato, come sempre, così curioso e attento a quello che lo circondava, questa esplosione di rabbia, ritmi e intuizioni, si sarebbe persa nel marasma di tendenze, dischi, droghe, concerti oscuri. Il movimento No Wave rigettava il legame che il punk aveva con il rock 'n' roll tradizionale, cercava ispirazione nel rumorismo e nella sperimentazione.
Come dichiarò Lydia Lunch: "Odiavo quasi tutto il punk rock. La No Wave non aveva niente a che fare con il punk.
Chi aveva bisogno degli accordi, di tutte queste progressioni che erano state usate fino alla morte nel rock? Per suonare la chitarra slide usavo un coltello, una bottiglia di birra... il bicchiere dava il suono migliore. Ancora oggi non conosco un solo accordo sulla chitarra."
Agli inizi del 1978 l'Artists Space di Michael Zwack e Roberto Longo, con sede a Soho, Manhattan, organizzò un festival di cinque giorni con alcuni esponenti di questa magmatica e feroce nuova scena musicale.
Suonarono i Gynecologists, i Communists, i Theorotical Girls di Glenn Branca, Terminal, Tone Death, Daily Life.
Jim Sclavunos militò alla batteria nei Gynecologists, prima di passare ai Teenage Jesus and the Jerks e poi agli 8 Eyed Spye con Lydia Lunch e infine ai Bad Seeds di Nick Cave:
"Penso che gli obiettivi e i metodi di ogni band fossero piuttosto unici. Tuttavia, un aspetto comune a tutti era la loro asprezza uditiva: strumentazione aspra e stridente, dissonanza e atonalità. Tutte le band hanno avuto una presenza sul palco un po' straniante. Il pubblico era soggetto a esplosioni casuali di violenza, fredda indifferenza o sdegnosa ostilità, a volte tutto quanto insieme”.
Fu negli ultimi giorni di questa spontanea esplosione creativa, durante le esibizioni di Teenage Jesus and The Jerks, DNA, James Chance and the Contortions e Mars che Brian Eno approdò nel locale, rimanendone impressionato e affascinato, tanto da approntare, con urgenza, una session di registrazioni per salvare l'attimo e documentare in tempo reale quanto stava accadendo.
Ne beneficiarono i quattro nomi che aveva visto in azione, portati velocemente in studio, registrando praticamente in diretta, più in funzione di una testimonianza che del contenuto artistico in sé. Fu una mossa azzeccata perché la compilation “No New York”, pubblicata pochi mesi dopo, restituisce in pieno la violenza e l'asprezza di quei suoni e di quell'attitudine.
James Chance, accompagnato dai Contortions, è probabilmente il nome più maturo e compiuto del lotto, con un'idea artistica già più o meno precisa, quella di partire, rispettosamente, dal funk (James è un fan acceso di James Brown) per decostruirlo in chiave disarmonica, provocatoria, dissonante, punk.
Ma il groove di base rispetta i canoni del genere.
James Chance aveva un recente passato con i Death, suonando cover di Velvet Underground e Stooges, poi con i Flaming Youth e con la prima formazione dei Teenage Jesus and the Jerks a fianco della giovanissima Lydia Lunch.
James Chance proseguì una lunga carriera tra alti e bassi, continuando a mantenere un solido legame con il sound delle origini. I componenti originali della band fonderanno esperienze di particolare rilievo nella scena più underground, dai RayBeats ai Bush Tetras mentre la tastierista Adele Bertei entrerà nel giro importante della musica pop, collaborando con Blondie, Tears For Fears, Culture Club, Pointer Sisters.
Amica fraterna di James Chance è stata Lydia Lunch che condivise con lui il primo appartamento, appena arrivata a New York da Rochester. Cambiò il cognome da Koch a Lunch a causa del soprannome datole da un altro grande protagonista della vita underground dei tempi, Willy DeVille. Lydia lavorava in un ristorante e passava segretamente a Willy e ad altri esponenti del suo giro un po' di cibo per il loro povero “lunch”.
Con i Teenage Jesus and The Jerks fa il suo esordio nella musica, all'insegna di un sound minimale, durissimo, cacofonico, a cui aggiunge una vocalità estrema, con urla strazianti.
La sua carriera è compulsiva, tra mille progetti artistici, dal cinema off, alla poesia, alla sceneggiatura, a numerosissime incarnazioni sonore, soliste, spoken word, collaborazioni di ogni tipo. Sempre all'insegna di musiche dure, oscure, malate, estreme. Il suo “Queen of Siam” del 1979 e il singolo con i Sonic Youth, “Death Valley 69” del 1986 sono tra i vertici della sua produzione.
E' tuttora in fervida e bulimica attività, sempre all'insegna di livelli qualitativi altissimi.
Una vita brevissima quella dei Mars, già attivi nel 1975, che totalizzeranno una manciata di concerti e non più di mezzora di registrazioni, finite in un paio di 45 giri e varie raccolte.
Rumoristi, figli diretti dei Velvet Underground, minimali ma con strutture definite e meno improvvisate di quanto non possano sembrare. Dopo lo scioglimento il bassista Mark Cunnigham fu protagonista, insieme ad Arto Lindsay e Ikue Mori dei DNA e ad altri due membri della band, della singolare “no wave opera”, “John Gavanti” basata sul "Don Giovanni" di Mozart e definita come l'album più "inascoltabile di tutti i tempi" tra dissonanze acide e il più aspre possibile.
E infine i DNA di Arto Lindsay, un solo singolo e un Ep all'attivo ma una visione artistica e un'influenza notevole su tantissimi progetti futuri. Anche in questo caso siamo nel consueto campo abrasivo, sperimentale, crudo e avanguardistico, con un retrogusto blues stravolto alla Captain Beefheart. Arto Lindsay sarà partecipe di tantissimi progetti, dai Lounge Lizards di John Lurie e i Golden Palominos, a lavori con John Zorn, Laurie Anderson, Bill Frisell, David Byrne, Marc Ribot, Ryuchi Sakamoto, alla produzione (inaspettata) di prestigiosi artisti brasiliani, da Gal Costa a Caetano Veloso.
La batterista Ikue Mori proseguirà l'attività nel mondo più sperimentale, arrivando a notevoli riconoscimenti e a collaborazioni prestigiose (da John Zorn a Kim Gordon e Thurston Moore dei Sonic Youth, Mike Patton e tanti altri).
Carriere brevi e fulminanti, poi continuate sempre su coordinate simili, sfidando ogni modalità commerciale, restando orgogliosamente “dall'altra parte”, sempre e comunque antagonisti.
Il loro esempio ha influenzato una lunga serie di nomi, a loro volta diventati riferimenti per le generazioni successive, a partire dai Sonic Youth con cui molti esponenti della No Wave hanno ripetutamente collaborato.
I Pussy Galore del grande Jon Spencer (che troverà il successo successivo con Boss Hog e la sua Blues Explosion) attingeranno a piene mani dalla rabbia e dal funk impazzito dei Contortions mentre anche gli spietati Butthole Surfers guarderanno con molta attenzione alle band New Yorkesi.
Lo Steve Albini dei furiosi esordi con Big Black e Rapeman è un altro nome che ha sicuramente apprezzato quell'esperienza, a cui non è estraneo l'approccio iconoclasta, aggressivo e disperato dei Birthday Party di Nick Cave.
Poco conosciuti i Circus Mort, se non perché daranno vita alla ben più nota carriera degli Swans con sempre Michael Gira alla guida. Entrambi i nomi non sono alieni alla lezione della No Wave.
Non dimenticando quanti gruppi hardcore punk abbiamo più o meno direttamente introitato quel gusto, sfacciato e incurante delle regole per l'estremo, da alcune band dell'inglese Crass Records agli Husker Du, fino ai , perché no?, Nirvana di “Bleach”.
“Quando nel 1980 arrivai a New York, andavo a downtown a vedere le band di No Wave. Era qualcosa di espressionista e anche nichilista. Il punk rock era parodistico dicendo: "Distruggeremo il rock". La No Wave era più del tipo "No, stiamo davvero distruggendo il rock". Era molto dissonante. Ho pensato semplicemente: "Wow, è davvero libera". Potrei farlo pure io.'"
(Kim Gordon – Sonic Youth).
INTERVISTA a LYDIA LUNCH
Credo che tu sia tra le rare artiste che hanno sempre suonato ciò che amavano, senza cercare altre strade più comode. Quanto ti ha dato e quanto ti ha tolto questa scelta?
Non c'era e non c'è altro modo. Che scelta dovrei avere? Sono ostinatamente indipendente, troppo prolifica ed essendo una schizofrenica musicale non posso pensare di fare diversamente.
Quando hai iniziato a cantare e suonare, avresti mai immaginato di continuare sul palco fino ad oggi?
Ho proclamato a 22 anni che sarei stata la più anziana rabbiosa donna vivente. Profezia ? Chiedimelo tra 100 anni.
Hai mai avuto rimpianti nella tua carriera? Ci sono opportunità che ritieni di aver perso e di cui ti dispiace?
ASSOLUTAMENTE NO!
Tra i tuoi numerosi progetti artistici, a quale sei più affezionata?
Sono tutti serviti proprio allo scopo che mi ero prefissata.
Quali sono i personaggi che più ti hanno segnato nei numerosi incontri della tua vita, artistica e non?
Lo scrittore americano Hubert Selby JR. Uno scrittore di romanzi brillanti, ancora non abbastanza considerati nemmeno ora che è morto. (“Ultima fermata a Brooklyn”, “La stanza”, “Requiem per un sogno”, ecc.) Ero entusiasta quando ha accettato di scrivere l'introduzione al mio libro “Paradoxia, A Predator's Diary”.
C’è molta apprensione in giro per ciò che accade oggi nel mondo. In tanti anni poco è cambiato e forse in peggio. Come ti collochi umanamente e come artista di fronte alle continue ingiustizie sociali, sempre presenti ovunque?
Continuo a inveire contro i cleptocrati genocidi, omicidi e succhiacazzi e non smetterò mai di lamentarmi della schiavitù, delle guerre infinite, del cambiamento climatico, dell'inquinamento o delle stronzate politiche. Mai.
Nella tua vita e nella tua vita artistica hai sempre amato superare i limiti. Hai altro da oltrepassare davanti a te?
Continuando a esistere mentre il mondo si dissolve.
Sono stato davvero colpito dalla tua dichiarazione "abbiamo dieci dita, loro hanno due occhi" riguardo alla violenza maschile.
Le donne una volta erano guerriere. Dobbiamo ricordarci come difenderci fisicamente, psichicamente e spiritualmente.
Il tuo/tua cantante preferito/a.
Dipende dal mio umore. Billie Holiday, Tom Waits, Townes Van Zandt
Compositore preferito.
Stockhausen
Il tuo eroe nella musica e non solo.
Madalyn Murray O’Hair, leader del movimento ateo americano “La religione ha causato più miseria a tutta l’umanità in ogni fase della storia umana di qualsiasi altra singola idea”.
Il miglior album di tutti i tempi.
Il primo degli Stooges.
Il miglior live.
I Birthday Party con Rowland S Howard, prima che Nick Cave diventasse un predicatore cristiano di ballate morbose.
La tua canzone per un party. Non vado ai party.
Una canzone che vorresti suonasse per il tuo funerale.
Cosa ti fa pensare che ne avrò uno?
La recente triste scomparsa di James Chance, saxofonista, leader e autore dei Contortions, tra le band più innovative della scena New Yorkese di fine anni Settanta, ha riportato all'onore delle cronache (più sotterranee) la vicenda stupefacente della scena “No Wave”, che visse il tempo di una fiammata nella Grande Mela di quegli anni per poi deflagrare in mille altri progetti, lasciando influenze, semi (malefici), retaggi sonori, artistici e culturali.
Singolare perché, alla fine, il circuito di artisti e band riconducibili alla “scena” era molto limitato e circoscritto e si perdeva facilmente nel marasma di quegli anni Settanta in cui New York era una città pericolosissima, violenta, in bancarotta, in totale disfacimento logistico e umano.
La polizia, accoglieva i passeggeri in arrivo all'aeroporto JFK, con un volantino con la scritta “Benvenuti nella città della paura”, e un vademecum in cui si consigliava di evitare luoghi come Manhattan (per non parlare di Bronx o Harlem, zone in cui spesso nemmeno le forze dell'ordine avevano l'ardire di entrare), l'eroina scorreva a fiumi, tanto quanto la prostituzione era diffusa per procurarsela (maschile e femminile), con condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Ci vollero anni per risistemare il tutto non di rado utilizzando metodi altrettanto violenti e discutibili.
John Lurie, che alla scena era tangente, aggiunge un ulteriore inquietante tassello: “Le cose iniziarono a diventare cupe. La gente incominciò a morire.
Molti per quello che veniva chiamato il “cancro dei gay”. L'urgenza e l'impunità scomparvero. Le cose incominciarono improvvisamente a essere pericolose”.
Il giornalista Edmund White del New York Times aggiunge un'ulteriore pennellata: “Il mondo culturale – almeno quello che contava - era molto più piccolo allora. I pittori conoscevano i musicisti che conoscevano gli scrittori ed erano tutti facilmente accessibili”.
In questo ribollente calderone nasce un fiore ancora più malato di quanto fosse possibile prevedere.
Il punk ha già messo abbondantemente le radici, dipanandosi tra le più svariate influenze, quello power pop rock adrenalinico dei Ramones, quello iconoclasta dei Dead Boys, la parte “intellettuale” di Television e Talking Heads, la declinazione mainstream dei Blondie, le contaminazioni latin soul blues dei Mink De Ville. Ma i nuovi ragazzi e (tante) ragazze che andranno a rappresentare l'ossatura della No Wave sono già avanti, disprezzano quello che è per loro già una sorta di tradizionalismo, lontano da innovazione e reale sovversione.
A fare da maestri, i Suicide possono andare bene, arrivano da un'altra dimensione, da anni impegnati a terrorizzare pubblico e avventori di locali con uno show e una musica che vanno oltre ogni immaginazione, perfetta colonna sonora dell'apocalisse sociale della città ai tempi.
Ma ci sono anche il Lou Reed provocatoriamente rumorista di “Metal Music Machine”, le varie forme di sperimentazione, tra anni Sessanta e Settanta, prima tra tutte l'esperienza di Captain Beefheart, l'esasperazione elettrica confluita in forme di free jazz degli Stooges di “Fun House”, ampie dosi del jazz più avanguardista dell'epoca, da Ornette Coleman a Sun Ra, la sempre sottovalutata avventura sonora di Yoko Ono. Il tutto frullato nell'iconoclastìa adolescenziale di giovani incazzati neri, disperati, sperduti nell'inferno quotidiano di una città spietata da cui urlare la disperazione.
Anche Patti Smith si muoveva nelle stesse strade, ma pur se ben altre coordinate sonore e artistiche, fotografò bene quei momenti: “Per me, essere affamata e senza un soldo ma essere libera di vivere in un casino e non dovermi preoccupare se non facevo il bagno per una settimana, era sufficiente”.
A fianco e insieme a tutto ciò si sviluppa un'avanguardia artistica che si sublima nel Colab (Collective Projetcs Inc) che organizza mostre (in particolare il Times Square Show, ai tempi luogo pericoloso, di spaccio e delinquenza) con giovani artisti, destinati a diventare celebrità, come Jenny Holzer, Nan Goldin, Keith Haring, Kenny Scharf, Jean-Michel Basquiat e Kiki Smith.
Anni in cui gli affitti erano bassi, aspiranti scrittori, cantanti, ballerini potevano permettersi di vivere a Manhattan, prima che tutti i marginali venissero ulteriormente emarginati e sostanzialmente espulsi verso altre zone, mentre incominciava la selvaggia gentrificazione. Uno degli aspetti più particolari è che questa “scena”, diventata così influente e iconica era in realtà composta da una manciata di musicisti (o pseudo tali) animati da uno spirito “terrorista”, spietato, violento e antagonista a qualunque manifestazione fosse pur se lontanamente “omologata”.
Non è improbabile che se Brian Eno non fosse arrivato in città per produrre il secondo album dei Talking Heads, “More Songs About Building And Foods” e non fosse stato, come sempre, così curioso e attento a quello che lo circondava, questa esplosione di rabbia, ritmi e intuizioni, si sarebbe persa nel marasma di tendenze, dischi, droghe, concerti oscuri. Il movimento No Wave rigettava il legame che il punk aveva con il rock 'n' roll tradizionale, cercava ispirazione nel rumorismo e nella sperimentazione.
Come dichiarò Lydia Lunch: "Odiavo quasi tutto il punk rock. La No Wave non aveva niente a che fare con il punk.
Chi aveva bisogno degli accordi, di tutte queste progressioni che erano state usate fino alla morte nel rock? Per suonare la chitarra slide usavo un coltello, una bottiglia di birra... il bicchiere dava il suono migliore. Ancora oggi non conosco un solo accordo sulla chitarra."
Agli inizi del 1978 l'Artists Space di Michael Zwack e Roberto Longo, con sede a Soho, Manhattan, organizzò un festival di cinque giorni con alcuni esponenti di questa magmatica e feroce nuova scena musicale.
Suonarono i Gynecologists, i Communists, i Theorotical Girls di Glenn Branca, Terminal, Tone Death, Daily Life.
Jim Sclavunos militò alla batteria nei Gynecologists, prima di passare ai Teenage Jesus and the Jerks e poi agli 8 Eyed Spye con Lydia Lunch e infine ai Bad Seeds di Nick Cave:
"Penso che gli obiettivi e i metodi di ogni band fossero piuttosto unici. Tuttavia, un aspetto comune a tutti era la loro asprezza uditiva: strumentazione aspra e stridente, dissonanza e atonalità. Tutte le band hanno avuto una presenza sul palco un po' straniante. Il pubblico era soggetto a esplosioni casuali di violenza, fredda indifferenza o sdegnosa ostilità, a volte tutto quanto insieme”.
Fu negli ultimi giorni di questa spontanea esplosione creativa, durante le esibizioni di Teenage Jesus and The Jerks, DNA, James Chance and the Contortions e Mars che Brian Eno approdò nel locale, rimanendone impressionato e affascinato, tanto da approntare, con urgenza, una session di registrazioni per salvare l'attimo e documentare in tempo reale quanto stava accadendo.
Ne beneficiarono i quattro nomi che aveva visto in azione, portati velocemente in studio, registrando praticamente in diretta, più in funzione di una testimonianza che del contenuto artistico in sé. Fu una mossa azzeccata perché la compilation “No New York”, pubblicata pochi mesi dopo, restituisce in pieno la violenza e l'asprezza di quei suoni e di quell'attitudine.
James Chance, accompagnato dai Contortions, è probabilmente il nome più maturo e compiuto del lotto, con un'idea artistica già più o meno precisa, quella di partire, rispettosamente, dal funk (James è un fan acceso di James Brown) per decostruirlo in chiave disarmonica, provocatoria, dissonante, punk.
Ma il groove di base rispetta i canoni del genere.
James Chance aveva un recente passato con i Death, suonando cover di Velvet Underground e Stooges, poi con i Flaming Youth e con la prima formazione dei Teenage Jesus and the Jerks a fianco della giovanissima Lydia Lunch.
James Chance proseguì una lunga carriera tra alti e bassi, continuando a mantenere un solido legame con il sound delle origini. I componenti originali della band fonderanno esperienze di particolare rilievo nella scena più underground, dai RayBeats ai Bush Tetras mentre la tastierista Adele Bertei entrerà nel giro importante della musica pop, collaborando con Blondie, Tears For Fears, Culture Club, Pointer Sisters.
Amica fraterna di James Chance è stata Lydia Lunch che condivise con lui il primo appartamento, appena arrivata a New York da Rochester. Cambiò il cognome da Koch a Lunch a causa del soprannome datole da un altro grande protagonista della vita underground dei tempi, Willy DeVille. Lydia lavorava in un ristorante e passava segretamente a Willy e ad altri esponenti del suo giro un po' di cibo per il loro povero “lunch”.
Con i Teenage Jesus and The Jerks fa il suo esordio nella musica, all'insegna di un sound minimale, durissimo, cacofonico, a cui aggiunge una vocalità estrema, con urla strazianti.
La sua carriera è compulsiva, tra mille progetti artistici, dal cinema off, alla poesia, alla sceneggiatura, a numerosissime incarnazioni sonore, soliste, spoken word, collaborazioni di ogni tipo. Sempre all'insegna di musiche dure, oscure, malate, estreme. Il suo “Queen of Siam” del 1979 e il singolo con i Sonic Youth, “Death Valley 69” del 1986 sono tra i vertici della sua produzione.
E' tuttora in fervida e bulimica attività, sempre all'insegna di livelli qualitativi altissimi.
Una vita brevissima quella dei Mars, già attivi nel 1975, che totalizzeranno una manciata di concerti e non più di mezzora di registrazioni, finite in un paio di 45 giri e varie raccolte.
Rumoristi, figli diretti dei Velvet Underground, minimali ma con strutture definite e meno improvvisate di quanto non possano sembrare. Dopo lo scioglimento il bassista Mark Cunnigham fu protagonista, insieme ad Arto Lindsay e Ikue Mori dei DNA e ad altri due membri della band, della singolare “no wave opera”, “John Gavanti” basata sul "Don Giovanni" di Mozart e definita come l'album più "inascoltabile di tutti i tempi" tra dissonanze acide e il più aspre possibile.
E infine i DNA di Arto Lindsay, un solo singolo e un Ep all'attivo ma una visione artistica e un'influenza notevole su tantissimi progetti futuri. Anche in questo caso siamo nel consueto campo abrasivo, sperimentale, crudo e avanguardistico, con un retrogusto blues stravolto alla Captain Beefheart. Arto Lindsay sarà partecipe di tantissimi progetti, dai Lounge Lizards di John Lurie e i Golden Palominos, a lavori con John Zorn, Laurie Anderson, Bill Frisell, David Byrne, Marc Ribot, Ryuchi Sakamoto, alla produzione (inaspettata) di prestigiosi artisti brasiliani, da Gal Costa a Caetano Veloso.
La batterista Ikue Mori proseguirà l'attività nel mondo più sperimentale, arrivando a notevoli riconoscimenti e a collaborazioni prestigiose (da John Zorn a Kim Gordon e Thurston Moore dei Sonic Youth, Mike Patton e tanti altri).
Carriere brevi e fulminanti, poi continuate sempre su coordinate simili, sfidando ogni modalità commerciale, restando orgogliosamente “dall'altra parte”, sempre e comunque antagonisti.
Il loro esempio ha influenzato una lunga serie di nomi, a loro volta diventati riferimenti per le generazioni successive, a partire dai Sonic Youth con cui molti esponenti della No Wave hanno ripetutamente collaborato.
I Pussy Galore del grande Jon Spencer (che troverà il successo successivo con Boss Hog e la sua Blues Explosion) attingeranno a piene mani dalla rabbia e dal funk impazzito dei Contortions mentre anche gli spietati Butthole Surfers guarderanno con molta attenzione alle band New Yorkesi.
Lo Steve Albini dei furiosi esordi con Big Black e Rapeman è un altro nome che ha sicuramente apprezzato quell'esperienza, a cui non è estraneo l'approccio iconoclasta, aggressivo e disperato dei Birthday Party di Nick Cave.
Poco conosciuti i Circus Mort, se non perché daranno vita alla ben più nota carriera degli Swans con sempre Michael Gira alla guida. Entrambi i nomi non sono alieni alla lezione della No Wave.
Non dimenticando quanti gruppi hardcore punk abbiamo più o meno direttamente introitato quel gusto, sfacciato e incurante delle regole per l'estremo, da alcune band dell'inglese Crass Records agli Husker Du, fino ai , perché no?, Nirvana di “Bleach”.
“Quando nel 1980 arrivai a New York, andavo a downtown a vedere le band di No Wave. Era qualcosa di espressionista e anche nichilista. Il punk rock era parodistico dicendo: "Distruggeremo il rock". La No Wave era più del tipo "No, stiamo davvero distruggendo il rock". Era molto dissonante. Ho pensato semplicemente: "Wow, è davvero libera". Potrei farlo pure io.'"
(Kim Gordon – Sonic Youth).
INTERVISTA a LYDIA LUNCH
Credo che tu sia tra le rare artiste che hanno sempre suonato ciò che amavano, senza cercare altre strade più comode. Quanto ti ha dato e quanto ti ha tolto questa scelta?
Non c'era e non c'è altro modo. Che scelta dovrei avere? Sono ostinatamente indipendente, troppo prolifica ed essendo una schizofrenica musicale non posso pensare di fare diversamente.
Quando hai iniziato a cantare e suonare, avresti mai immaginato di continuare sul palco fino ad oggi?
Ho proclamato a 22 anni che sarei stata la più anziana rabbiosa donna vivente. Profezia ? Chiedimelo tra 100 anni.
Hai mai avuto rimpianti nella tua carriera? Ci sono opportunità che ritieni di aver perso e di cui ti dispiace?
ASSOLUTAMENTE NO!
Tra i tuoi numerosi progetti artistici, a quale sei più affezionata?
Sono tutti serviti proprio allo scopo che mi ero prefissata.
Quali sono i personaggi che più ti hanno segnato nei numerosi incontri della tua vita, artistica e non?
Lo scrittore americano Hubert Selby JR. Uno scrittore di romanzi brillanti, ancora non abbastanza considerati nemmeno ora che è morto. (“Ultima fermata a Brooklyn”, “La stanza”, “Requiem per un sogno”, ecc.) Ero entusiasta quando ha accettato di scrivere l'introduzione al mio libro “Paradoxia, A Predator's Diary”.
C’è molta apprensione in giro per ciò che accade oggi nel mondo. In tanti anni poco è cambiato e forse in peggio. Come ti collochi umanamente e come artista di fronte alle continue ingiustizie sociali, sempre presenti ovunque?
Continuo a inveire contro i cleptocrati genocidi, omicidi e succhiacazzi e non smetterò mai di lamentarmi della schiavitù, delle guerre infinite, del cambiamento climatico, dell'inquinamento o delle stronzate politiche. Mai.
Nella tua vita e nella tua vita artistica hai sempre amato superare i limiti. Hai altro da oltrepassare davanti a te?
Continuando a esistere mentre il mondo si dissolve.
Sono stato davvero colpito dalla tua dichiarazione "abbiamo dieci dita, loro hanno due occhi" riguardo alla violenza maschile.
Le donne una volta erano guerriere. Dobbiamo ricordarci come difenderci fisicamente, psichicamente e spiritualmente.
Il tuo/tua cantante preferito/a.
Dipende dal mio umore. Billie Holiday, Tom Waits, Townes Van Zandt
Compositore preferito.
Stockhausen
Il tuo eroe nella musica e non solo.
Madalyn Murray O’Hair, leader del movimento ateo americano “La religione ha causato più miseria a tutta l’umanità in ogni fase della storia umana di qualsiasi altra singola idea”.
Il miglior album di tutti i tempi.
Il primo degli Stooges.
Il miglior live.
I Birthday Party con Rowland S Howard, prima che Nick Cave diventasse un predicatore cristiano di ballate morbose.
La tua canzone per un party. Non vado ai party.
Una canzone che vorresti suonasse per il tuo funerale.
Cosa ti fa pensare che ne avrò uno?
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giovedì, maggio 02, 2024
Intervista agli Angels of Libra
Michele Savini ci porta nel mondo degli Angels Of Libra con un'intervista ai due componenti Nathan Johnston & Dennis Rux.
Un paio di recensioni dal blog di due recenti album:
NATHAN JOHNSON AND THE ANGELS OF LIBRA - s/t
Brillante esordio per il progetto nato tra la band tedesca e il cantante irlandese. Vintage soul, da Marvin Gaye a Curtis Mayfield e Stevie Wonder a cui si aggiungono incursioni in funk e musiche da colonne sonore anni 70, contaminazioni di gusto afro disco. Album vario, fresco, divertente, gustosissimo.
ANGELS OF LIBRA - Revelations
Suadente soft soul di matrice psichedelica, languido e liquido, prevalentemente strumentale. Un po' di Khruangbin e di Pink Floyd e ottimi groove.
E di seguito una recensione (e foto) del recente concerto Dublinese (sempre a cura di Michele Savini) di Nathan Johnston & the Angels of Libra.
"La performance di Domenica 28 Aprile al Soundhouse di Dublino non delude le aspettative.
Spettacolare come sempre, la band trascina la sala in un vortice di atmosfere modern soul e funk, con sezioni di ottoni appuntite e corpose reminiscenze delle musiche da colonne sonore anni 70.
La scaletta è un misto di brani tratti dall’omonimo album, precedenti lavori e cover.
Cosi, affianco alle acclamate Curtis e All Your Love, in cui Nathan è egregiamente accompagnato vocalmente dalla giovane cantante Irlandese Ella Clayton, trovano spazio brani come “Souvenir “, frutto della collaborazione con il produttore Shawn Lee e addirittura una spettacolare cover di “No one Knows” dei Queens Of Stone Age. IL finale è totalmente cinematografico, con lo strumentale Icarus che trascina lo scarno ma caloroso pubblico del Soundhouse in atmosfere Retro-Noir da sogno.
Ma se c’è una cosa che salta all’occhio è la coesione perfetta di tutti gli 8 elementi sul palco, con una band elegante e rodata, la straordinaria personalità sul palco di Nathan e un Groove spettacolare da inizio a fine "
In tempi in cui è molto più facile e comune fare musica attraverso un computer, è abbastanza insolito che un ragazzo giovane come te si interessi a musica palesemente "Retro" come il soul di ispirazione anni 60. Da dove nasce il tuo amore per il vintage sound?
Nathan: Prima di scoprire l'amore per la musica soul, ero un grande fan dei Beatles e da lì mi sono imbattuto nei gruppi soul degli anni '60.
Una grande ispirazione per me nella musica moderna è stato Paolo Nutini che è chiaramente ispirato da artisti del calibro di Otis Redding e Sam Cooke e da lì mi sono addentrato in questo tipo di sound.
Abbastanza insolitamente, il mio primo album è stato registrato tutto in analogico quando ho firmato con l'etichetta di Amburgo, Clouds Hill, e quella è stata la mia vera introduzione ai suoni vintage e alle tecniche di registrazione analogica.
Dennis: Ho il giradischi fin dalla tenera età di 6 anni penso e ascoltavo tutto il giorno i dischi degli anni 60 e 70 dei miei genitori.
Quando ho iniziato a registrare musica, c'erano ancora i registratori a nastro e tutta l'attrezzatura analogica in giro, quindi ho imparato in quel modo. Per me, registrare alla “vecchia maniera” è ancora il modo corretto di farlo. La batteria suona esattamente come una batteria, e così via …
Da un paio d'anni c'è un sacco di nuova musica registrata in analogico e suonata su strumenti vintage, che utilizza la vecchia estetica e la incrocia con qualcosa di nuovo.
Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?
Nathan: The Beatles, Bob Dylan, Sly & The Family Stone, i primissimi Red Hot Chili Peppers, Curtis Mayfield, Charles Bradley Jnr., Amy Winehouse, Paolo Nutini, John Mayer, Arctic Monkeys, solo per citarne alcuni …
Dennis: Gli artisti della Motown, Daptone, Stax ma anche molte band psichedeliche degli anni '60 come Vanilla Fudge, Sweet Smoke, la prima musica progressiva come King Crimson e, naturalmente, moltissimo Beat degli anni '60 e Garage.
Se dovessi scegliere 3 album da portare con te in un’isola deserta quali sarebbero?
Nathan : Odio questa domanda, ce ne sono troppi (ride) .... ma ecco qui per te: Peter Cat Recording Company – Bismillah, Charles Bradley & the Menahan Street Band - Victim of Love, Pink Floyd - Dark Side of the Moon.
Dennis: Eric Burdon & War - Eric Burdon Declares "War", Nektar - A Tab In The Ocean, Black Sabbath - Black Sabbath.
Quando e come hai iniziato a suonare e cantare? Raccontaci delle tue prime esperienze musicali e di come sei finito ad Amburgo con gli Angel of Libra?
Nathan: Ho iniziato a cantare nel coro della scuola quando ero molto giovane e a suonare il piano quando avevo 7 o 8 anni e successivamente la chitarra intorno ai 10 anni. Ero un grande fan dei Green Day e ho iniziato a scrivere canzoni in quello stile quando avevo circa 11 anni.
Sono finito ad Amburgo quando la mia vecchia band ha firmato con l’etichetta locale 'Clouds Hill' e siamo andati lì nei loro studi per registrare un album.
Dennis, che ha iniziato il progetto Angels of Libra originariamente come una Studio Band senza un nome vero e proprio, era negli studi di Clouds Hill nel nostro stesso momento e quando mi ha sentito cantare, mi ha chiesto se volessi partecipare vocalmente ad una traccia di questo suo nuovo progetto. Ho registrato la voce di una traccia per lui e l'ho chiamata “Angel of Libra”.
Alla band il brano piacque così tanto che decisero di adottarlo come nome e il resto è storia.
Le tue liriche guardano a temi attuali e ai problemi della società contemporanea, con numerosi riferimenti biblici e uno sguardo disilluso ma allo stesso tempo ottimista sul mondo... puoi dirci qualcosa riguardo al processo di stesura dei testi ?
Nathan: Il tema principale del disco è incentrato sul coraggio e sulla perseveranza quando si affrontano lotte personali e mancanza di fiducia in sé stessi. Ho preso ‘Angel of Libra’ (spesso indicato come "Il Guardiano di Dio) come un simbolo di speranza: è basato sulla storia dell'Arcangelo Giuseppe, colui che ti aiuterà a guidarti quando c'è confusione o la sensazione di perdersi.
Non dicendoti come, ma aiutandoti a risolvere il problema da solo attraverso l’autoriflessione. Le parti strumentali del primo album erano già registrate quando le ho ricevute e i demo avevano nomi come "Icarus", "Jericho", "Phaedra", "Zariel"... Insieme all’idea di questo "Angelo della Bilancia" ho cercato di scavare più a fondo nell'origine di questi riferimenti e di usarli come base per affrontare le questioni sociali contemporanee come i sentimenti di alienazione e non appartenenza (vedi la canzone Modern Times), la sindrome dell'impostore ( in Curtis), le fake news, i social media e il loro impatto sulla nostra salute mentale (Jericho) e la normalizzazione delle droghe pesanti tra i giovani (Euphoria).
La canzone "Modern Time" è ispirata dalla scomparsa di Charles Bradley, uno degli artisti più dotati degli ultimi 20 anni. In che modo la scena Nu Soul ha contribuito al tuo background musicale?
Nathan: Mi sono innamorato della musica di Charles Bradley quando un amico a Berlino mi ha regalato una copia del suo primo disco. La sua storia è fatta di vera determinazione: ha svolto molti lavori difficili ed è stato un imitatore di James Brown per anni prima di essere scoperto e penso che incarni davvero l'intera idea di essere un vero “Soul Man”. Puoi sentire il dolore, il coraggio e la perseveranza attraverso tutte le sue esperienze che emergono quando canta.
Questa rinascita della musica Soul non è solo perché le persone amano quel tipo di suono, ma credo che sia anche un riflesso dei tempi in cui viviamo in cui l’essere umano cerca qualcosa di reale e significativo, qualcosa che venga dal cuore. Mi ha dato la possibilità di esplorare un lato più profondo di me stesso, sia personalmente che musicalmente, che mi permette di essere libero e autentico sul palco.
Dennis: Dall’arrivo della Daptone Records è nata un'intera scena con un sacco di nuovi artisti ed etichette. Ci sono così tanti nuovi dischi influenti in uscita e la cosa migliore è che si incrociano continuamente con stili differenti e si avvicinano a nuove vibrazioni sonore.
La vostra musica incorpora reminiscenze sonore di Ennio Morricone e dei film Polizieschi italiani degli anni '70. Siete appassionati del genere Soundtrack/Library Music?
Nathan: Adoro tutto quello che riguarda i film e sono piuttosto ossessionato dalle colonne sonore in generale. Tuttavia, è stato Dennis che ha davvero cercato di incorporare queste idee nella nostra musica.
Dennis: Mi affascina il modo in cui quelle colonne sonore riescono a impiantare delle vere e proprie immagini nella tua testa. Sono un grande ammiratore di Ennio Morricone e delle colonne sonore degli anni '60. Suono anche in due gruppi strumentali al momento, dove abbiamo bisogno di creare dei “Film per le orecchie”. Trovo la combinazione tra soul e musica cinematografica particolarmente interessante.
Con una serie di spettacoli in programma il prossimo mese, incluse 3 date in Irlanda, potete dirci cosa il pubblico dovrebbe aspettarsi dalle vostre esibizioni dal vivo?
Nathan: Penso che abbiamo qualcosa per tutti nel nostro spettacolo: ci sono alcuni brani strumentali pazzeschi in cui la sezione dei fiati brilla davvero e un sacco di meravigliosi assoli di tastiera e chitarra.
Ma ci sono anche alcuni pezzi dal Groove fantastico, tracce funky "pop" e un po' di Soul più movimentato per scuotere la pista da ballo. Vi posso assicurare che ci sarà da ballare e da sudare molto…
Avete in programma qualche data in Italia?
Nathan: Abbiamo avuto molto supporto da Radio Contatto e la ricezione in Italia online finora è stata ottima, quindi sì, stiamo seriamente valutando questa possibilità!
Dennis: Sarebbe fantastico fare di nuovo un tour in Italia! La nostra promotrice Jada di Will Work For Funk è italiana e l'ho già contattata per parlarle dell'idea. Adoro le vibrazioni del vostro paese e ovviamente IL CIBO.
C'è qualcosa che bolle in pentola in termini di nuove uscite discografiche da parte tua e dei The Angels OF Libra?
Nathan:
Sì, abbiamo moltissime novità in arrivo!! Un nuovo disco strumentale retro-futuristico è ormai quasi finito e uscirà in versione limitata entro la fine dell'anno. Stiamo anche registrando un nuovo album che sarà una grande esperienza cinematografica e i primi singolo usciranno più avanti nel corso dell'anno, con l'album in arrivo nella primavera del 2025. Quindi teneteci d’occhio!!!
Un paio di recensioni dal blog di due recenti album:
NATHAN JOHNSON AND THE ANGELS OF LIBRA - s/t
Brillante esordio per il progetto nato tra la band tedesca e il cantante irlandese. Vintage soul, da Marvin Gaye a Curtis Mayfield e Stevie Wonder a cui si aggiungono incursioni in funk e musiche da colonne sonore anni 70, contaminazioni di gusto afro disco. Album vario, fresco, divertente, gustosissimo.
ANGELS OF LIBRA - Revelations
Suadente soft soul di matrice psichedelica, languido e liquido, prevalentemente strumentale. Un po' di Khruangbin e di Pink Floyd e ottimi groove.
E di seguito una recensione (e foto) del recente concerto Dublinese (sempre a cura di Michele Savini) di Nathan Johnston & the Angels of Libra.
"La performance di Domenica 28 Aprile al Soundhouse di Dublino non delude le aspettative.
Spettacolare come sempre, la band trascina la sala in un vortice di atmosfere modern soul e funk, con sezioni di ottoni appuntite e corpose reminiscenze delle musiche da colonne sonore anni 70.
La scaletta è un misto di brani tratti dall’omonimo album, precedenti lavori e cover.
Cosi, affianco alle acclamate Curtis e All Your Love, in cui Nathan è egregiamente accompagnato vocalmente dalla giovane cantante Irlandese Ella Clayton, trovano spazio brani come “Souvenir “, frutto della collaborazione con il produttore Shawn Lee e addirittura una spettacolare cover di “No one Knows” dei Queens Of Stone Age. IL finale è totalmente cinematografico, con lo strumentale Icarus che trascina lo scarno ma caloroso pubblico del Soundhouse in atmosfere Retro-Noir da sogno.
Ma se c’è una cosa che salta all’occhio è la coesione perfetta di tutti gli 8 elementi sul palco, con una band elegante e rodata, la straordinaria personalità sul palco di Nathan e un Groove spettacolare da inizio a fine "
In tempi in cui è molto più facile e comune fare musica attraverso un computer, è abbastanza insolito che un ragazzo giovane come te si interessi a musica palesemente "Retro" come il soul di ispirazione anni 60. Da dove nasce il tuo amore per il vintage sound?
Nathan: Prima di scoprire l'amore per la musica soul, ero un grande fan dei Beatles e da lì mi sono imbattuto nei gruppi soul degli anni '60.
Una grande ispirazione per me nella musica moderna è stato Paolo Nutini che è chiaramente ispirato da artisti del calibro di Otis Redding e Sam Cooke e da lì mi sono addentrato in questo tipo di sound.
Abbastanza insolitamente, il mio primo album è stato registrato tutto in analogico quando ho firmato con l'etichetta di Amburgo, Clouds Hill, e quella è stata la mia vera introduzione ai suoni vintage e alle tecniche di registrazione analogica.
Dennis: Ho il giradischi fin dalla tenera età di 6 anni penso e ascoltavo tutto il giorno i dischi degli anni 60 e 70 dei miei genitori.
Quando ho iniziato a registrare musica, c'erano ancora i registratori a nastro e tutta l'attrezzatura analogica in giro, quindi ho imparato in quel modo. Per me, registrare alla “vecchia maniera” è ancora il modo corretto di farlo. La batteria suona esattamente come una batteria, e così via …
Da un paio d'anni c'è un sacco di nuova musica registrata in analogico e suonata su strumenti vintage, che utilizza la vecchia estetica e la incrocia con qualcosa di nuovo.
Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?
Nathan: The Beatles, Bob Dylan, Sly & The Family Stone, i primissimi Red Hot Chili Peppers, Curtis Mayfield, Charles Bradley Jnr., Amy Winehouse, Paolo Nutini, John Mayer, Arctic Monkeys, solo per citarne alcuni …
Dennis: Gli artisti della Motown, Daptone, Stax ma anche molte band psichedeliche degli anni '60 come Vanilla Fudge, Sweet Smoke, la prima musica progressiva come King Crimson e, naturalmente, moltissimo Beat degli anni '60 e Garage.
Se dovessi scegliere 3 album da portare con te in un’isola deserta quali sarebbero?
Nathan : Odio questa domanda, ce ne sono troppi (ride) .... ma ecco qui per te: Peter Cat Recording Company – Bismillah, Charles Bradley & the Menahan Street Band - Victim of Love, Pink Floyd - Dark Side of the Moon.
Dennis: Eric Burdon & War - Eric Burdon Declares "War", Nektar - A Tab In The Ocean, Black Sabbath - Black Sabbath.
Quando e come hai iniziato a suonare e cantare? Raccontaci delle tue prime esperienze musicali e di come sei finito ad Amburgo con gli Angel of Libra?
Nathan: Ho iniziato a cantare nel coro della scuola quando ero molto giovane e a suonare il piano quando avevo 7 o 8 anni e successivamente la chitarra intorno ai 10 anni. Ero un grande fan dei Green Day e ho iniziato a scrivere canzoni in quello stile quando avevo circa 11 anni.
Sono finito ad Amburgo quando la mia vecchia band ha firmato con l’etichetta locale 'Clouds Hill' e siamo andati lì nei loro studi per registrare un album.
Dennis, che ha iniziato il progetto Angels of Libra originariamente come una Studio Band senza un nome vero e proprio, era negli studi di Clouds Hill nel nostro stesso momento e quando mi ha sentito cantare, mi ha chiesto se volessi partecipare vocalmente ad una traccia di questo suo nuovo progetto. Ho registrato la voce di una traccia per lui e l'ho chiamata “Angel of Libra”.
Alla band il brano piacque così tanto che decisero di adottarlo come nome e il resto è storia.
Le tue liriche guardano a temi attuali e ai problemi della società contemporanea, con numerosi riferimenti biblici e uno sguardo disilluso ma allo stesso tempo ottimista sul mondo... puoi dirci qualcosa riguardo al processo di stesura dei testi ?
Nathan: Il tema principale del disco è incentrato sul coraggio e sulla perseveranza quando si affrontano lotte personali e mancanza di fiducia in sé stessi. Ho preso ‘Angel of Libra’ (spesso indicato come "Il Guardiano di Dio) come un simbolo di speranza: è basato sulla storia dell'Arcangelo Giuseppe, colui che ti aiuterà a guidarti quando c'è confusione o la sensazione di perdersi.
Non dicendoti come, ma aiutandoti a risolvere il problema da solo attraverso l’autoriflessione. Le parti strumentali del primo album erano già registrate quando le ho ricevute e i demo avevano nomi come "Icarus", "Jericho", "Phaedra", "Zariel"... Insieme all’idea di questo "Angelo della Bilancia" ho cercato di scavare più a fondo nell'origine di questi riferimenti e di usarli come base per affrontare le questioni sociali contemporanee come i sentimenti di alienazione e non appartenenza (vedi la canzone Modern Times), la sindrome dell'impostore ( in Curtis), le fake news, i social media e il loro impatto sulla nostra salute mentale (Jericho) e la normalizzazione delle droghe pesanti tra i giovani (Euphoria).
La canzone "Modern Time" è ispirata dalla scomparsa di Charles Bradley, uno degli artisti più dotati degli ultimi 20 anni. In che modo la scena Nu Soul ha contribuito al tuo background musicale?
Nathan: Mi sono innamorato della musica di Charles Bradley quando un amico a Berlino mi ha regalato una copia del suo primo disco. La sua storia è fatta di vera determinazione: ha svolto molti lavori difficili ed è stato un imitatore di James Brown per anni prima di essere scoperto e penso che incarni davvero l'intera idea di essere un vero “Soul Man”. Puoi sentire il dolore, il coraggio e la perseveranza attraverso tutte le sue esperienze che emergono quando canta.
Questa rinascita della musica Soul non è solo perché le persone amano quel tipo di suono, ma credo che sia anche un riflesso dei tempi in cui viviamo in cui l’essere umano cerca qualcosa di reale e significativo, qualcosa che venga dal cuore. Mi ha dato la possibilità di esplorare un lato più profondo di me stesso, sia personalmente che musicalmente, che mi permette di essere libero e autentico sul palco.
Dennis: Dall’arrivo della Daptone Records è nata un'intera scena con un sacco di nuovi artisti ed etichette. Ci sono così tanti nuovi dischi influenti in uscita e la cosa migliore è che si incrociano continuamente con stili differenti e si avvicinano a nuove vibrazioni sonore.
La vostra musica incorpora reminiscenze sonore di Ennio Morricone e dei film Polizieschi italiani degli anni '70. Siete appassionati del genere Soundtrack/Library Music?
Nathan: Adoro tutto quello che riguarda i film e sono piuttosto ossessionato dalle colonne sonore in generale. Tuttavia, è stato Dennis che ha davvero cercato di incorporare queste idee nella nostra musica.
Dennis: Mi affascina il modo in cui quelle colonne sonore riescono a impiantare delle vere e proprie immagini nella tua testa. Sono un grande ammiratore di Ennio Morricone e delle colonne sonore degli anni '60. Suono anche in due gruppi strumentali al momento, dove abbiamo bisogno di creare dei “Film per le orecchie”. Trovo la combinazione tra soul e musica cinematografica particolarmente interessante.
Con una serie di spettacoli in programma il prossimo mese, incluse 3 date in Irlanda, potete dirci cosa il pubblico dovrebbe aspettarsi dalle vostre esibizioni dal vivo?
Nathan: Penso che abbiamo qualcosa per tutti nel nostro spettacolo: ci sono alcuni brani strumentali pazzeschi in cui la sezione dei fiati brilla davvero e un sacco di meravigliosi assoli di tastiera e chitarra.
Ma ci sono anche alcuni pezzi dal Groove fantastico, tracce funky "pop" e un po' di Soul più movimentato per scuotere la pista da ballo. Vi posso assicurare che ci sarà da ballare e da sudare molto…
Avete in programma qualche data in Italia?
Nathan: Abbiamo avuto molto supporto da Radio Contatto e la ricezione in Italia online finora è stata ottima, quindi sì, stiamo seriamente valutando questa possibilità!
Dennis: Sarebbe fantastico fare di nuovo un tour in Italia! La nostra promotrice Jada di Will Work For Funk è italiana e l'ho già contattata per parlarle dell'idea. Adoro le vibrazioni del vostro paese e ovviamente IL CIBO.
C'è qualcosa che bolle in pentola in termini di nuove uscite discografiche da parte tua e dei The Angels OF Libra?
Nathan:
Sì, abbiamo moltissime novità in arrivo!! Un nuovo disco strumentale retro-futuristico è ormai quasi finito e uscirà in versione limitata entro la fine dell'anno. Stiamo anche registrando un nuovo album che sarà una grande esperienza cinematografica e i primi singolo usciranno più avanti nel corso dell'anno, con l'album in arrivo nella primavera del 2025. Quindi teneteci d’occhio!!!
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Interviste
lunedì, marzo 11, 2024
Casino Royale
Riprendo l'articolo scritto ieri per "Libertà" e dedicato ai CASINO ROYALE e alla recente ristampa del loro "Dainamaita".
I Casino Royale sono stati e sono uno dei progetti più originali e interessanti della scena musicale italiana in assoluto.
Tra le poche realtà nostrane che hanno saputo evolversi costantemente, passando dallo ska e reggae degli esordi, a rock, elettronica, hip hop, dub, assorbendo di volta in volta tendenze e influenze che arrivavano da Inghilterra e Stati Uniti, sapendole dosare nel migliore dei modi in un contesto, come quello nazionale, dove l’abitudine diffusa è quella di importare i modelli stranieri (quasi esclusivamente anglosassoni), senza alcuna personalizzazione.
Hanno collaborato con prestigiosi personaggi come Howie B, Tim Holmes, Mikey Dread (ex sodale dei Clash) tra i tanti, aprendo il tour italiano degli U2 nel 1997, viaggiando con la creatività e anche fisicamente tra Milano e Londra, spostandosi in atmosfere metropolitane, multiculturali e multietniche, ben prima che questa fosse una realtà quotidiana anche in Italia.
La loro attività è stata altalenante, tra momenti di sosta, ripensamenti, sperimentazioni, che non hanno però mai fatto perdere loro un ruolo di primaria importanza nella nostra scena artistica.
Lo conferma la recente ristampa (vinile in tiratura limitata con nuovi remix di due brani), nel trentennale della pubblicazione, di “Dainamaita”, loro quarto album, un'esplosione di ritmi, di funk, dub, rock, tempi (ancora) in levare, hip hop, vero gioiello da rivalutare e valorizzare come merita.
Sono stati tra i primi a intercettare l’esigenza di mischiare musiche e culture, pur partendo da radici inequivocabilmente debitrici al mondo ska, rocksteady, original reggae, soul, che accompagnarono i primi tre album “Soul of ska”, “Jungle Jubilee” e “Ten golden guns” (tra il 1988 e il 1990).
Alioscia Bisceglia, voce della band, unico membro originario della formazione attuale, ricorda quegli esordi.
“Siamo figli della New Wave intesa come moltitudine di nuovi stili o nuove sintesi. Il nostro amore per i Clash ci ha sempre portato a seguire quel filo rosso che legava la nostra passione per quel tipo di contro cultura, schierata, meticcia e antirazzista.
E quel filo ci portato dritti nel mondo del reggae e quindi, andando a ritroso, in quello dello ska, prima e poi quello del reggae giamaicano anni Sessanta. Lo ska agli inizi degli anni Ottanta era arrivato con l’ondata new wave insieme a mille altre cose, dal Rockabilly, al New Romantic, all’elettronica di Sheffield, a quella di Berlino, la No Wave di NYC.
C’era molta curiosità, entusiasmo e fame di novità, non molta consapevolezza delle radici di certi fenomeni, a pochi interessava storicizzare questi fenomeni, che erano anche molto recenti, venivano nella maggior parte dei casi vissuti come tendenze o mode. Io vivevo dei racconti di quelli più grandi, delle storie che mi raccontavano, del loro sapere che “tramandavano” se ti vedevano interessato e appassionato.
Ci ritrovavamo in quel suono così meticcio e trasversale e con entusiasmo ci siamo buttati lì dentro, suonando anche roba italiana classica tipo “Caravan Petrol” di Renato Carosone. Poi abbiamo iniziato ad andare a suonare a Londra e a conoscere la scena europea nei vari Ska Festival.”
La band parte da queste radici ma a un certo punto non si accontenta più di fare riferimento a suoni datati, per quanto stimolanti. Quando arrivano gli anni Novanta il mondo musicale e culturale pulsa di nuove idee, stimoli, tendenze.
Le chitarre inizialmente lasciano il posto a elettronica, rap e musica dal mondo (prima di riprendersi la scena con le distorsioni del grunge). Con “Dainamaita” (1993), “Sempre più vicini” (1995) e “CRX” (1997) la strada dei Casino Royale prende ritmi sempre più complessi, in cui funk, reggae, soul, hip hop, soul si mischiano, le parole continuano a graffiare con una visione ideologico e sociale che va oltre lo slogan o l'invettiva.
Ancora Alioscia:
”Se noi non avessimo cercato di “crescere” ci saremmo accasciati su noi stessi e saremmo diventati un gruppo di cover delle cover delle cover. Non che questa cosa non avrebbe funzionato, perché un pubblico di nostalgici che rimane legato a quello e basta chiaramente c’è stato. Anni dopo il progetto BlueBeaters (in cui membri della band hanno rpseguito a suonare ska) l’ha dimostrato. Ma la fame, l’interesse per il resto era forte, non abbiamo mai rinnegato nulla, nulla di ciò che abbiamo amato. Ma nel nostro mondo si intrecciavano storie di persone a suoni, i nostri gruppi preferiti già mescolavano stili e più che suonare un genere, noi avevamo un’attitudine e non volevamo annoiarci ed essere ripetitivi e secondo noi, almeno per me tornava tutto. E negli anni la storia ci ha dato ragione.
Chi parlava di incoerenza voleva solo romperci il cazzo e forse manco ci capiva tanto, visto che poi abbiamo lasciato campo a dei nuovi gruppi ska il cui prodotto era veramente di dubbio gusto.
Ma per quelli grandi applausi, forse abbiamo creato dei mezzi mostri. Siamo cresciuti con quello e come tanti altri artisti siamo arrivati ad altro partendo da li.
“Dainamaita” è pieno di campionamenti di vinili ska anni Sessanta”.
Nel 1997 lo storico cantante Giuliano Palma, che divideva e alternava il microfono con Alioscia, se ne va per seguire altre strade, rimanendo fedele alle origini ska e intraprendendo poi una carriera più “commerciale” e fruibile.
La band si ferma in un momento di stasi, con la necessità di ripensamenti e di ricostruzione di un progetto così ambizioso e in movimento.
Sarà un percorso lungo e ci vorranno nove anni per il nuovo album “Reale” (2006), prodotto da Howie B e altri cinque per “Io e la mia ombra” (2011) che spostano le coordinate ancora verso nuove direzioni, in cui lo spirito e il suono cambiano di nuovo, cercano strade meno ostiche, guardano a onde più pop ma sempre personali, originali e soprattutto ben riconoscibili.
Nel 2020 l’album/progetto multimediale “Quarantine Scenario” entra in tempo reale nella narrazione dei giorni del lockdown, da cui nasce un cortometraggio diretto da Pepsy Romanoff.
Nel 2021 nuovo cambio di formazione e nuova uscita con l'ep "Polaris", trainato dal singolo "Fermi alla velocità della luce": altro cambio di passo, nuova esplorazione sonora densissima e molto interessante (per avere un'idea dei Casino Royale di oggi basta cercare su Youtube il loro concerto all'OGR di Torino dell'anno scorso: non resterete delusi). "Musica dei tuoi simili" come dice Alioscia durante i concerti per richiamare l'idea della comunità di supporter e fedelissimi che resiste al tempo e anzi aumenta.
La visione del mondo attuale è come sempre lucida..
I Casino Royale guardano con attenzione la loro Milano e quanto ci accade intorno.
Quelle contaminazioni da altre culture che paventavamo e desideravamo, guardando a quanto accadeva a Londra o New York, ora sono una realtà quotidiana in ognuna delle nostre città. Decine, centinaia di uomini e donne portano le loro lingue, usanze, musiche, arte. Come ci confrontiamo e soprattutto, come si rapportano le nuove generazioni?
Alioscia dice:
“ I cambiamenti ci sono e sono positivi. I ragazzi si esprimono più liberamente, hanno meno pregiudizi sull’identità di genere e razza, questa cosa è innegabile. Certo sono spesso nichilisti in un altro modo, sono allineati al mercato, lo condizionano e si fanno circonvenire. Sono molto meno “ideologici” ma hanno spesso un forte senso di “giustizia”. Mi spiace che in questa fruizione della cultura/snack attuale, legata molto al mercato, ai social e al consenso misurato dai like ci sia meno spazio e tempo per il racconto. Io come raccontavo sopra stavo a bocca e orecchie aperte ad ascoltare quelli più grandi me raccontare “la storia” , ora percepisco una rivalsa che non comprendo, una voglia di riscatto che non capisco, una voracità nell’affermarsi che a volte mi spaventa o meglio mi allarma.
Per molti giovani il percorso è individuale e la mira è quello di arrivare in alto quasi ad ogni costo. Questo crea un attitudine individualiste e predatoria che purtroppo è figlia di questi tempi e dei modelli di “progresso” che vengono promossi. Se non arrivi in cima sei un perdente.”
I Casino Royale proseguono e come sempre si mischiano con ciò che accade intorno, si alimentano di nuove cose pur nella precarietà come sottolinea ancora Alioscia:
“Siamo un gruppo “nebulizzato” viviamo tutti vite diverse, in luoghi diversi e ci troviamo tra noi nella nostra moltitudine purtroppo molto di rado. Alcuni suonano per professione, altri hanno progetti paralleli e lavori. Negli ultimi anni con immenso sforzo abbiamo prodotto cose interessanti, con il supporto e la collaborazione di quella che definisco una comunità che si sente legata alla storia ed al percorso di Casino Royale.
Ora è in lavorazione un altro Ep che potrebbe essere finito a breve, ma noi siamo qui a fare a cazzotti con il nostro quotidiano e trovare il tempo per immergersi nella musica è sempre un accadimento raro che ci fa capire quanto siamo stati privilegiati in passato. C’è da dire che quando ci troviamo siamo abbastanza prolifici e che il prossimo lavoro ha già una forma abbastanza definita, sarà secondo me l’ennesima sorpresa.”
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