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venerdì, gennaio 23, 2026

Go Go Sound



Riprendo un articolo che ho scritto per IL MANIFESTO nel marzo 2020.

Nel quartiere Shaw di Washington, Donald Campbell dal 1995 aveva incominciato a sparare dalle casse del suo negozio, all'angolo tra la 7a e Florida Street, una selezione del miglior Go Go ed era uno dei pochi posti in cui si potesse ancora sentire il mitico sound nato negli anni 70, proprio in questa città.
Ma, in aprile 2019, un inquilino di un condominio di lusso delle vicinanze, aveva minacciato di fargli causa se non avesse spento la musica.

Campbell ha allora lanciato una richiesta d'aiuto, rivolgendosi ai media, agli studenti, ai social, per impedire che l'ultimo avamposto del Go Go fosse zittito.
Oltre 80.000 persone hanno risposto, firmando petizioni e protestando vivacemente con il motto “Don't mute DC”, non zittite la musica di Washington.
Che sottointende anche un “non lasciamo che la gentrificazione divori gli ultimi scampoli veraci di una città sempre più omologata”.
Una protesta che tiene conto di alcuni dati drammatici che testimoniano che più di 20.000 abitanti neri siano stati cacciati dalle loro case tra il 2000 e il 2013.
Mentre nel frattempo molte scuole hanno eliminato educazione musicale dai loro programmi, la polizia ha intensificato in maniera ossessiva i controlli nei locali (neri) in cui si suonava Go Go Music, reprimendo sempre di più coloro che servivano alcolici o avevano orari che si spingevano troppo in là nella notte.
Per fortuna Campbell alla fine ha vinto, il suo locale può continuare a suonare la musica come gli pare. Ma non basta. Il 5 giugno 2019 la Go Go Music è stata dichiarata la “musica ufficiale” del distretto di Washington DC.

Nella motivazione risalta il passo che "codifica in legge che il Go-Go non verrà mai messo a tacere nel Distretto di Columbia”.

Come a New Orleans la musica che ha reso famosa la città è diventata una componente dell'attrazione turistica, allo stesso modo a Washingotn si cerca di concedere il dovuto spessore culturale all'unicità di un sound che è ed è stato catalizzatore di un'identità ben precisa e definita. Sia d'esempio la mobilitazione da parte di musicisti e fan del Go Go sound che nello scorso maggio con una serie di concerti e manifestazioni hanno scongiurato che venisse chiuso un ospedale che serviva una zona particolarmente problematica e depressa della città.
Il loro gesto ha indotto le autorità a rifinanziare l'attività ormai in bancarotta ma essenziale per la popolazione del luogo.

Un movimento, nato per tutelare un' eredità musicale, si è trasformato in un'azione che implica e coinvolge la riappropriazione di spazi sociali, luoghi, identità culturale.
“Per molti abitanti di Washington, la musica go-go è diventata molto più di un semplice genere musicale. E' il tessuto stesso dell'espressione culturale e artistica della città.
In ogni battito della conga o groove del tamburo, viene raccontata la storia del Distretto di Columbia” ha dichiarato un membro del consiglio comunale di Washington.

Un genere nato negli anni 70 grazie al chitarrista e cantante Chuck Brown che creò una miscela unica di funk, soul, blues e una sapiente dose di musica latina che apportava un corposo retaggio di ritmicità particolarmente sincopata a base di percussioni, congas e uno spirito profondamente afro. E che si è sempre caratterizzato per una forte e continua interazione con il pubblico ai concerti.
Chris Blackwell, lungimirante boss della Island Records, che diffuse, tra le altre cose, in tutto il mondo il reggae, intuendone il grande potenziale trasversale, si accorse del Go Go Sound agli inizi degli anni 80. Seguendo l'esempio del film “They harder they come” con Jimmy Cliff che, agli inizi degli anni 70, aveva portato sullo schermo la scena reggae giamaicana, pensò di farne un corrispettivo ambientato nei club di Washington.

Purtroppo ai tempi assai pericolosi e sconsigliati per un bianco.
L'incarico fu così dato a Don Letts, DJ e videomaker, di origine giamaicana, stretto collaboratore dei Clash.
Il risultato, “Good to go” (reperibile su Youtube con il titolo “Short Fuse”) con Art Garfunkel nei panni di un giornalista corrotto fu di modesta caratura, confusionario e poco fedele allo spirito della scena Go Go. Lo stesso Don Letts constatò che il Go Go era materia troppo particolare e “scottante” per poter essere degnamente rappresentata in una fiction. Ciò nonostante la pellicola lanciò nomi come lo stesso Chuck Brown, Trouble Funk, Rare Essence, Black Heat, Experience Unlimited (questi ultimi ottennero un grande successo con “Da Butt”, chiamati da Spike Lee a comporre la colonna sonora del suo “School daze / Aule turbolente” del 1988) che per la prima volta uscirono dallo stretto circuito di Washington.
Aspetto che non ha mai preoccupato le band che, anzi, paradossalmente, hanno sempre volutamente preservato il loro circuito da ingerenze esterne, cercando di mantenerlo prerogativa della città.
Sia per una questione di identità che per il giro economico che continua a generare e che, in questo modo, rimane a Washington ad appannaggio di band e Dj. Lo ha ben descritto il regista Bruce Brown, personaggio di spicco della scena: “Se il Go Go diventasse un fenomeno a livello nazionale un sacco di gente qui perderebbe il suo lavoro”.

Big Tony, factotum dei Trouble Funk (e collaboratore di personaggi come Bootsy Collins e Kurtis Blow) ha messo un altro accento sul tipo di approccio musicale di questo sound: “È un tipo di suono molto intimo in cui tutti fanno parte di ciò che sta succedendo.
Il modo migliore per viverlo è dal vivo.
Non puoi davvero catturare la vera essenza della musica go-go in un disco. Difficile trasportarlo in un disco senza annacquarlo, ed è uno dei motivi per cui il go-go non è mai diventato mainstream.”

Ma i semi si sono sparsi lentamente ma inesorabilmente. Soprattutto nel rap e hip hop presso nomi come Kurtis Blow, DJ Kool, KRS One ma anche in quella frangia dell'alternative rock che arrivava da varie espressioni del punk.
A cominciare dai Beastie Boys che dall'hardcore approdarono al rap, aprendo anche per i Trouble Funk, con cui si aprì una polemica diatriba a causa del presunto mancato riconoscimento del trio New Yorkese alla fonte di ispirazione, bene evidente in molti loro brani (in particolare nell'album “Paul's Boutique”). Anche nomi come Red Hot Chili Peppers, gli Scream del giovane Dave Grohl e addirittura gli eroi dell'hardcore punk più estremo, i Minor Threat di Ian McKaye, futuro Fugazi, furono a fianco dei Trouble Funk.
Nel tempo i successi sono diminuiti, la scena si è sempre più ritirata nei propri club, subendo spesso forti repressioni da parte delle autorità, anche a causa della diffusione di droga e di episodi di violenza in molte serate.

Ma rimane un prezioso scrigno di distinzione culturale che finalmente sta trovando il giusto riconoscimento.

“Go-go è stato il suono supremo dei ribelli tribali neri a Washington, sede della Casa Bianca e capitale dell'America. La gente ha cercato di demonizzare l'intera scena dicendo che si trattava di droghe, ma in realtà era solo una piccola parte di essa. . . . La linea di fondo è: non conosci la storia completa della musica nera contemporanea se non conosci il Go-Go. “
(Don Letts)

Dischi consigliati
La compilation “Go Go Crankin” del 1985 contiene alcuni dei nomi più interessanti e influenti.
Indispensabile una raccolta del meglio dell'iniziatore del tutto, Chuck Brown mentre è eccellente il live “Go Go Swing” in cui rilegge classici del jazz in versione Go Go.
Consigliato anche “Salt of the earth” del 1974 da cui molti rapper hanno campionato vari groove per i loro brani.
“Straight up funk Go Go Style” è un irresistibile album dal vivo dei Trouble Funk.

Il film "GOOD TO GO" di Don Letts dedicato al Go Go Sound è qui:
https://www.youtube.com/watch?v=lP_szhM75Zk&t=2379s

martedì, gennaio 20, 2026

Jackie Wilson

Riprendo l'articolo che ho scritto lo scorso sabato per "Alias" de "Il Manifesto".

In pochi riconosceranno nel protagonista di questa storia un personaggio che ha influenzato in maniera diretta e sostanziale le famose movenze che hanno reso famosi alcuni Re della musica moderna, da Elvis Presley a James Brown a Michael Jackson.
Neppure immagineranno che dietro alle sue foto patinate c’era una persona dissoluta, alcolista, più volte incarcerato e accusato di abusi sessuali.
Ancora più se ne ascoltiamo la voce vellutata, elegante e raffinata che accompagna certe ballate zuccherose come “Lonely Teardrops” o i suoi più grandi successi, il rock ‘n’ roll swing del 1958, “Reet Petite”, l’avvolgente soul “(I Get the) Sweetest Feeling” del 1968 (ripreso anche da Erma Franklin e Edwin Starr) e il proto funk “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher” del 1967, questi ultimi due diventati vere hit nei dancefloor della scena Northern Soul dagli anni Settanta in poi.

Parliamo di Jackie Wilson, nato nel 1934, una vita martoriata da ogni tipo di guaio, personale e giudiziario, lutti, arresti, dipendenze, scomparso nel 1984, dopo un lungo calvario, seguito a un infarto sul palco, nel 1975.
Cresciuto nei sobborghi di Detroit, fin da giovanissimo si aggrega a una gang, si appassiona all’alcol, tanto quanto alla musica, nel consueto coro gospel, nonostante non fosse affatto religioso e volesse solo raccattare qualche soldo da spendere in modo molto meno spirituale.
Nel frattempo fa in tempo a lasciare la scuola, finire in riformatorio, abbracciare una discreta carriera di pugile, mettere incinta la fidanzata.
E siamo solo ai suoi diciassette anni.

Per fortuna la musica gli lancia una mezza àncora di salvezza.
Le sue capacità vocali attirano l’attenzione, incomincia una breve carriera solista per poi passare al gruppo vocale dei Falcons, insieme al cugino Levi Stubbs, poi protagonista di una fulgida carriera con i Four Tops. Viene scoperto da Johnny Otis (che compose il classico “Hound Dog” e lanciò Etta James, tra le tante cose).
Canta per un po’ con i Dominoes per approdare di nuovo alla carriera solista e partire con “Reet Petite” (composto da Berry Gordy Jr, in procinto di fondare una delle etichette più influenti di sempre, la Motown Records). Sarà un successo minore per poi trovare un’inaspettata popolarità trent’anni dopo, nel 1986, quando sarà corredato da un video animato che spopolerà in Inghilterra ed Europa, vendendo quasi un milione di copie.
Farà meglio con “Lonely Teardrops”, sempre nel 1958 che vola nelle charts americane ai primi posti.

Jackie Wilson diventa popolarissimo soprattutto per le sue esibizioni dal vivo, fatte di piroette, spaccate, mosse sessualmente allusive (per i tempi), ancheggiamenti, ammiccamenti.
Si inginocchia, si toglie la giacca, la lancia al pubblico, suda abbondantemente (la leggenda vuole che bevesse litri di acqua con il sale per favorire la sudorazione e apparire più attraente e credibile), si agita, muove i piedi velocemente con piccoli e veloci passetti, chiama ragazze del pubblico a salire sul palco per un bacio.
Caratteristiche a cui si rifaranno esplicitamente, per loro stessa ammissione, James Brown, Michael Jackson e soprattutto Elvis Presley con cui stringe un’affettuosa e duratura amicizia.

Lo chiamano “Mr.Excitement” e successivamente il “Black Elvis”.
Elvis sottolineò che se lui era l’Elvis nero, significava che “io sono il Jackie Wilson bianco”. Entra ben presto nel circuito televisivo, la sua musica è gradevole e mai oltraggiosa (come la poteva essere quella dei bluesmen o di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, lo stesso Elvis) e ogni apparizione garantisce uno spettacolo unico.
La sua carriera prosegue a suon di successi, tra i quali “Baby Workout” e “Night” che arrivano al milione di copie. Collabora con Count Basie, LaVern Baker e si trova i mitici Funk Brothers a suonare in molti dei suoi dischi.
I già citati “(I Get the) Sweetest Feeling” e “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher”, mantengono alta la sua popolarità, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Fuori dal palco però non cambia stile di vita.
Viene arrestato per percosse a un poliziotto ma anche per molestie sessuali che sembrano essere una prerogativa piuttosto frequente (anche Patti Labelle parlerà in una sua autobiografia delle “attenzioni” ricevute da Wilson nei camerini prima di un concerto) oltre all’arrivo di sostanze stupefacenti ad affiancare la predilezione per l’alcol.

Fu anche vittima di un colpo di pistola da parte di una delle tante fidanzate che gli costò l’asportazione di un rene e l’impossibilità di estrarre la pallottola, troppo vicina alla spina dorsale.
Il management fornì una versione diversa per nascondere le sue discutibili abitudini.
Anche da un punto di vista finanziario la sua vita è un disastro.
In epoche in cui la gestione dei diritti era un contesto selvaggio e senza regole, finisce tra le mani di manager senza scrupoli che, nonostante i grandi successi e i milioni di dischi venduti, lo lasciano sostanzialmente al verde.
L’agenzia delle entrate americana gli sequestra la casa per tasse mai pagate.
Riuscì faticosamente a rientrarne in possesso mentre un tribunale stabilì che il manager e l’etichetta gli dovevano almeno un milione di dollari (cifra immensa per l’epoca). Il processo si protrasse fino a dopo la sua morte e Jackie Wilson non poté mai usufruire della somma, lasciando, anzi, un’ingente somma di debiti.

Un altro aspetto altrettanto traballante è quello della vita privata.
Divorziò dalla prima moglie, da cui ebbe quattro figli, sposò la sua amante (da cui ne aveva parallelamente avuto un altro).
Nel 1970 un suo figlio fu ucciso durante una lite con un colpo di pistola. Wilson cadde in depressione e si tuffò nell’alcol, rimanendo recluso per alcuni anni.
Anche altre due figlie morirono, una delle quali uccisa per una questione di droga. Wilson ebbe anche numerosi altri figli, mai riconosciuti, fuori dai matrimoni, incluso Bobby Brooks Wilson che ha intrapreso la carriera artistica riproponendo le canzoni del padre. Anche la sua morte è stata esagerata, spettacolare, unica, nella sua tragicità.

Il 29 settembre 1975, mentre partecipava al “Good Ol' Rock and Roll Revue” di Dick Clark, a Cherry Hill, nel New Jersey, mentre cantava la sua hit "Lonely Teardrops" alle parole "My heart is crying" si accasciò teatralmente sul palco.
Il pubblico applaudì, i musicisti rimasero immobili, pensando tutti a una delle sue trovate. Ma dopo poco fu palese che si trattava di un malore.
Jackie aveva avuto un infarto.
Fu trasportato in ospedale dove cadde in uno stato comatoso da cui non si riprese più, se non a tratti, quando aveva rari momenti di coscienza ma incapace di parlare e muoversi.

Mori il 21 gennaio del 1984.
Durante la degenza il vecchio amico Elvis Presley pagò la maggior parte delle spese medico/ospedaliere.

A Jackie Wilson sono arrivati prestigiosi e affettuosi tributi da parte di alcuni grandi della musica, da Michael Jackson che gli dedicò il suo Grammy Award ricevuto per l’album “Thriller” nel 1984, l’amico/collaboratore Berry Gordy Jr, lo ricordò nella sua autobiografia del 1994:
“Il più grande cantante che abbia mai sentito. L'epitome della grandezza naturale. Sfortunatamente per alcuni, ha fissato lo standard che cercherei per sempre nei cantanti".
Smokey Robinson: "Jackie Wilson è stato il cantante e l'artista più dinamico che abbia mai visto". Bobby Womack ha aggiunto: "Per quanto mi riguarda, era il vero Elvis Presley”.
E infine Van Morrison che nel 1972 scrisse “Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile)”, poi ripresa dai Dexy’s Midnight Runners di Kevin Rowland, che dall’impostazione vocale di Wilson ha decisamente imparato tanto.

martedì, aprile 01, 2025

Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) di Ahmir "Questlove" Thompson

Riprendo l'articolo scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto", dedicato al doc su Sly Stone.
Grazie a Pier Tosi.<
BR>
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=PeKg69eOsAk&t=1s

La figura di Sly Stone, tra i più grandi (e non sempre appieno compreso e adeguatamente valutato) innovatori della musica pop rock moderna, ha ultimamente avuto un progressivo riconoscimento.
Dalla discreta “storia orale” di Joel Selvin “Sly & the Family Stone: An Oral History” in cui raccoglie le testimonianze di una lunga serie di collaboratori più o meno stretti ma senza la voce del protagonista principale, a “Thank you (Falettinme be mice elf agin)” biografia (recentemente tradotta in Italia da Jimenez Edizioni), created in collaboration con Sly, dello scrittore Ben Greeman (e l'ex fidanzata di Sly, Arlene Hirschkowitz) in cui il musicista si descrive con dovizia di particolari.

Giunge ora sugli schermi “Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius)” di Ahmir "Questlove" Thompson, musicista, produttore, regista, autore di quel capolavoro che è stato “Summer of Soul”, affascinante documentario che sintetizza il “The Harlem Cultural Festival, a New York, una serie di concerti che andarono in scena dal 29 giugno al 24 agosto del 1969.

Il documentario ripercorre in maniera dettagliata ed esaustiva la sua ricca (quanto artisticamente breve) carriera, con dovizia di particolari e filmati inediti (spesso rarissimi e favolosi), estratti di interviste e il consueto elenco di testimoni dell'epoca, tra cui vari membri della band oltre a pareri interessanti di Andre 3000, D'Angelo, Chaka Khan, Q-Tip, Nile Rodgers, Jimmy Jam and Terry Lewis, George Clinton, Ruth Copeland e Clive Davis.

Un doc esaustivo, sgargiante come i vestiti di Sly e della band, che rimarca una volta in più, quanto fosse geniale la sua musica e quanto sia ancora attuale e moderna. Sly Stone, già in epoca infantile/adolescenziale, è una sorta di bambino prodigio.
A undici anni suona tastiere, chitarra, basso, batteria e usa la voce in modo perfetto. Poco dopo forma i Viscaynes, che si fanno notare per la scelta, ai tempi inusuale, fino ad essere provocatoria, di essere composti da due uomini, due donne, un uomo di colore, Sly, e un filippino, in un'epoca in cui l'idea di integrazione, razziale e di genere, era ancora un concetto astruso e improbabile, in gran parte degli States.
Si segnala come ottimo e innovativo DJ radiofonico alla KSOL per poi intraprendere l'attività di compositore e produttore, arrivando fino a nomi altisonanti come i Beau Brummels e i Great Society della futura leader dei Jefferson Airplane, Grace Slick.
Nel frattempo compone e sperimenta e quando è giunto il momento nasce la nuova creatura, Sly and the Family Stone.
"Facevamo tutte le cose sempre insieme, eravamo come un "Chiesa".

La selezione dei musicisti non è casuale.
Sono tutti eccellenti strumentisti ma Sly sceglie in base a un concetto socio/politico ben preciso: uomini e donne, bianchi e neri, insieme, suonando una musica il più possibile contaminata e libera da preconcetti. Le radici sono nel blues e rhythm and blues ma c'è spazio anche per rock, latin sound, jazz e tanto altro. I filmati ci mostrano uno Sly puntiglioso, insistente nel trovare il suono o il ritmo giusti, provando e riprovando.
Siamo a cavallo tra il 1966 e il 1967, vedere su un palco bianchi e neri insieme è prerogativa rara anche nel jazz, ancora meno nel rock e più in generale nella black music.
Non a caso l'album d'esordio, nello stesso anno, si intitola “A whole new thing” (“una cosa completamente nuova”).
Il seme è stato piantato, si intuisce che qualcosa di effettivamente nuovo sta arrivando, pur essendo ancora ancorato solidamente ai classici schemi rhythm and blues.
Con il successivo “Dance to the music” si passa a un sound sempre più tribale, con il basso, quasi distorto, di Larry Graham che introduce un ritmo pulsante che diventerà un marchio di fabbrica della band. Il resto è un mix di gospel, rock e psichedelia, spesso suonato a ritmi forsennati, con tastiere acide e intrecci strumentali originali e imprevedibili. Altrettanto innovativo e sorprendente è il gioco delle voci che si alternano, dialogano, sovrappongono, uscendo dai canoni del solista ma diventando uno strumento aggiuntivo.
I testi sono un altro aspetto di importanza primaria, un costante inno al pacifismo, alla convivenza senza barriere di razza o genere, l'invito a stare insieme.

I successivi “Life” e “Stand!” quest'ultimo pubblicato poco prima della mitica apparizione al Festival di Woodstock dell'agosto 1969 e all'Harlem Cultural Festival nello stesso periodo, ne sublimeranno popolarità e personalità.
“I Want To Take You Higher” diventa un inno, vende centinaia di migliaia di copie, “Stand!” è la summa della loro carriera, tra proto funk, soul, rock, psichedelia.
Sly non teme di affrontare temi caldi come il razzismo ma lo fa in modo sempre colloquiale, con costanti inviti alla reciprocità, in funzione della tolleranza e amicizia.

E' in questo periodo che rigetta l'invito delle Black Panthers a un sostegno alla loro causa, liquidata in modo sprezzante.
In questi lavori ci sono le radici sonore che ritroveremo presto nei Funkadelic e Parliament di George Clinton e nella breve carriera di Betty Davis. Sarà lei, moglie di Miles Davis, a spingere il marito verso altre sonorità e cultura musicale. Ne farà tesoro soprattutto in “On The Corner” del 1972. Ma è da qui che, inequivocabilmente (attingendo a piene mani anche dalle modalità di esibizioni live), Prince che assorbirà tantissimo dalla loro esperienza, aspetto evidenziato spesso nel doc di Questlove.

Il successo devasta Sly che sprofonda in un abisso di abusi di ogni tipo, cocaina, alcol, sesso. Le sue finanze si assottigliano, i concerti che saltano sono più di quelli portati a termine, si chiude nella sua casa di Los Angeles in una nebbia di eccessi, circondato da spacciatori, consumatori, gente di malaffare.

Ne riemergerà a stento nel 1971 con un capolavoro assoluto della black music, “There’s a riot goin’ on”, una visione pessimista, cruda e decadente del presente (suo e della società), registrato suonando quasi tutto da solo e utilizzando, tra i primissimi, una batteria elettronica, su cui ne reincide una acustica, mischiando i due suoni, creandone uno unico e all’avanguardia.
I brani sono spesso lunghi e ipnotici, intrisi di funk ma ricoperti da una patina paranoica e malata. Gli anni successivi sono un declino costante con ancora qualche discreto album solista (in cui sono intuibili il genio e lo spessore artistico ma male utilizzati) e il congedo definitivo nel 1982, sopraffatto da scelte di vita inconciliabili con una normale carriera musicale.

Scompare dalla scena, a parte sporadiche apparizioni come nel 1993 quando Sly and the Family Stone entrano nella Rock n Roll Hall of Fame. Rimane sul palco un minuto, saluta e se ne va. Tornerà a farsi vedere nel 2007 con una serie di apparizioni (in stato di salute evidentemente molto precario) con la Family Stone. Si ritira dalla vita pubblica, soggiorna a lungo in una roulotte, sopravvivendo a stento, intenta cause per diritti non pagati, spesso perse o rigettate.

Il documentario ce lo mostra ora in foto, ultra ottantenne, sorridente, apparentemente sereno, abbracciato ai figli. Un talento artistico incredibile, auto distruttosi per l'incapacità di gestire il successo e la notorietà e la conseguente disponibilità economica spropositata.
Un visionario innovatore che avrebbe potuto dare ancora tantissimo alla musica ma, come peraltro accaduto a molti altri artisti dell'epoca, che è riuscito ad esprimere la propria creatività solo per un contesto temporale limitato.
Sufficiente però a consegnarlo alla storia tra i musicisti più influenti di sempre.

venerdì, febbraio 16, 2024

Festac 1977

Organizzato a Lagos, in Nigeria, il Festac 77 (Il Secondo Festival Mondiale delle Arti e della Cultura Nera e Africana, il primo si era tenuto a Dakar in Senegal nel 1966) è stato il culmine culturale del movimento panafricano, riunendo musicisti, ballerini, stilisti, artisti e scrittori in rappresentanza di 70 paesi dell'Africa e della diaspora africana.
Si svolse dal 15 gennaio al 12 febbraio 1977.

Quattro settimane di eventi in 10 sedi, tra cui il Teatro Nazionale da 5.000 posti appositamente costruito; 15.000 partecipanti alloggiati in 5.000 appartamenti e hotel sempre tutti costruiti per l'evento; una rete di autostrade creata per evitare la consueta congestione del traffico di Lagos. Ci sono voluti 12 anni di pianificazione, durante i quali la Nigeria è passata attrverso una guerra civile, a un assassinio presidenziale e a due colpi di stato.
Il costo finale lievitò a 400 milioni di dollari, corrispondente a quasi 2 miliardi di dollari odierni.
Il coordinatore di Festac, il professor Chiki Onwauchi, dichiarò:
“Se si stanno spendendo miliardi per tenere separati i neri è impossibile ritenere di spendere troppi soldi per riunire i neri”.

L'evento attirò artisti da tutto il mondo, tra cui musicisti come Stevie Wonder, Sun Ra, Donald Byrd, Archie Shepp Gilberto Gil, Fela Kuti, la Trinidad All-Stars Steel Band, Mighty Sparrow, Miriam Makeba e gli Osibisa, la band funk afro-caraibica di Londra, parte di una delegazione britannica che, nella cerimonia di apertura, ha sfilato lungo la pista dello Stadio Nazionale dietro lo striscione “Black People of Great Britain”.

Stevie Wonder rimase a Lagos dopo la chiusura del festival, quando, con Makeba, ha organizzato un collegamento satellitare per ricevere i suoi quattro Grammy Awards per l'album "Fullfillingness" dal vivo da Lagos.
Il loro piano era quello di portare Festac all’attenzione internazionale, dopo che i media mondiali lo avevano ampiamente ignorato.
Sfortunatamente, le apparizioni del cantante sono state in gran parte ricordate per le parole del presentatore Andy Williams (che presentava lo spettacolo di premiazione) che gli chiesto: "Riesci a vederci?".

Fela Kuti, dopo avere aderito, condannò l'evento come esercizio di propaganda e si ritirò, organizzando un suo festival al The Shrine.
Il governo scoraggiò gli artisti e i visitatori del FESTAC dall'andare al club, ma molti li ignorarono, incluso Stevie Wonder, che proprio nel club fece il suo primo concerto nigeriano.

Significativa la testimonianza della fotografa e giornalista Marylin "Soulsista" Nance, cresciuta nel Bronx ascoltando le parole di Malcolm X e la musica di Nina Simone, che volò in Nigeria per documentare l'evento.
Seguace, come molti altri afroamericani, tra i 60 e i 70 delle teorie di Marcus Garvey che predicava il ritorno in Africa di tutti i neri del mondo, che non dovevano sentirsi cittadini dei paesi in cui risiedevano, ma africani, si trovò a contatto con una realtà diversa: "Andai in Nigeria pensando, io sono un'africana. Sono stata portata via da quel continente ma eccomi tornata. Ma quando arrivai mi resi conto che non eravamo considerati africani ma americani. Per la prima volta realizzai di essere un'americana"

mercoledì, gennaio 18, 2023

The Viscaynes


Gruppo doo wop dei primi anni 60 con Coasters e Platters come riferimento.
Qualche 45 giri e la scomparsa.

Ma con una particolarità. Due uomini, due donne, un uomo di colore, un filippino.

Sconvolgente per i tempi (1961) negli States.

Tra i componenti un tale Sylvester Stewart che qualche anno dopo diede vita a quella macchina funk soul psych dei Sly and the Family Stone.

I VISCAYNES (nome mutuato da una serie di cambiamenti che porta dai Viscounts al modello di Chevrolet, Biscayne alla V al posto della B in omaggio a Vallejo, luogo californiano da cui provenivano.

Una manciata di 45 (in "Yellow moon" il sax lo suona Jerry Martini che poi sarà colonna portante della Family Stone) di moderato successo e lo scioglimento.
Solo Sly proseguirà nella musica (riproducendo il concept "misto" della line up nella nuova incarnazione artistica), gli/le altri/e si disperderanno cin alterne fortune.

Per ascoltarli qui:
https://orgmusiclabel.bandcamp.com/album/the-viscaynes-friends

lunedì, agosto 22, 2022

Lamont Dozier


Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per Il Manifesto in ricordo della recente scomparsa di Lamont Dozier.

La recente scomparsa di Lamont Dozier (all'età di 81 anni) mette fine (pur se da lunghissimo tempo non collaboravano più) a uno dei più importanti sodalizi compositivi nella storia della musica soul e più genericamente pop.

Il trio Holland-Dozier-Holland, dei fratelli Brian e Eddie Holland e di Dozier, ha firmato decine di brani che hanno impazzato nelle classifiche soul degli anni Sessanta, raggiungendo ripetutamente i primi posti.
Furono tra gli artefici di quella perfetta e organizzatissima macchina produttiva, finalizzata alla creazione di progetti musicali, con cura maniacale per ogni dettaglio, che caratterizzò la soul music dell'epoca (in particolare le principali etichette come Motown, per cui lavoravano, Stax, Atlantic).

Compositori, produttori, sapienti management, etichette dalle altissime capacità, edizioni musicali, talent scout alla costante ricerca di nuovi nomi, appositi studi di registrazione con tanto di band di musicisti di spessore tecnico e creativo di altissimo livello, che suonavano a ciclo continuo per artisti che sfornavano brani a ritmo industriale.
Non di rado costruiti a tavolino per soddisfare le esigenze commerciali di un pubblico che, dalla fine degli anni Cinquanta in poi, si fece sempre più vasto.
Se in certi casi l'industrializzazione creativa e compositiva è evidente, la qualità dei prodotti ascrivibili all'ambito genericamente definito Soul è talmente alta che rende l'operazione sicuramente riuscita.

Come rimarca lo scrittore George Nelson nel libro “Where Did Our Love Go?” del 1985, sulla storia della Motown:
“Questi ragazzi avevano una visione reale del gusto del pubblico acquirente, un dono innato per la melodia, una sensibilità per i testi delle canzoni e la capacità di creare strutture vocali e strumentali che si incastravano alla perfezione. Brian, Eddie e Lamont adoravano quello che stavano facendo e hanno lavorato 24 ore su 24, facendo musica come il vecchio Ford faceva le automobili".

La firma Holland-Dozier-Holland divenne ricorrente e immancabile nei maggiori classici della Motown Records, tra il 1962 e il 1967, soprattutto nelle maggiori hit di Supremes, Martha And The Vandellas e Four Tops non dimenticando Marvin Gaye, Isley Brothers, i Miracles di Smokey Robinson.
I loro brani erano all'insegna di un pop molto melodico, di facile ascolto e dal ritmo ballabile e coinvolgente, con arrangiamenti di archi e orchestrazioni raffinate, che facevano da base a testi di immediata presa, relativi a problemi sentimentali prevalentemente diretti a un pubblico adolescenziale.
Inizialmente già al lavoro singolarmente (Brian Holland firmò Please Mr.Postman delle Marvelettes che trovò grande successo quando fu ripresa dai Beatles nel 1963 nel loro secondo album With The Beatles).
Tra i tanti brani portati al succeso dal trio, Heatwave e Nowhere To Run di Martha and the Vandellas, Baby Love, You Keep Hanging On e Stop! In The Name Of Love delle Supremes, How Sweet Is (To Be Loved By You) e Baby

Don't You Do It di Marvin Gaye.
Successivamente molti di questi brani hanno trovato nuova vita in rifacimenti di gruppi rock (dagli Who agli Small Faces, Hollies, Animals, Stray Cats etc). Lamont ricorda: “La Motown ti lasciava la massima libertà. Berry Gordy (il boss e fondatore dell'etichetta) ti lasciava fare tutto quello che volevi. Non dovevi chiedere nessun permesso che non fosse “voglio andare in studio a registrare questo brano”. Quando lo avevi finito glielo portavi ad ascoltare e se gli piaceva si incideva, se non gli piaceva, finiva nella spazzatura”.

Lamont Dozier curava anche la produzione artistica e le modalità di registrazione dei brani delle Supremes.
Nel libro “Motown” di Gerald Posner rivela che siccome la voce di Diana Ross era molto sottile e dolce mentre quelle delle coriste Flo Ballard e Mary Wilson ben più potenti, era costretto ad allontanarle dai microfoni per non coprire e inibire quella della leader. Da molti analisti, paradossalmente, considerata l'anello debole della band.
Nel 1968 il trio si scioglie lasciandosi alle spalle una lunga causa legale con Berry Gordy, a causa di percentuali sui diritti, che gli impedisce perfino di utilizzare il loro stesso nome per firmare nuovi brani.
I fratelli Holland lavoreranno comunque in coppia per Michael Jackson e le superstiti Supremes (senza Diana Ross, avviata alla carriera solista) mentre Dozier ha proseguito da solo, collaborando anche, nel 1988, con Phil Collins nella canzone “Two hearts” per il film “Buster”, vincendo un Golden Globe e un Grammy Award. Ha affiancato anche musicisti della nuova scena musicale inglese degli anni Ottanta, da Alison Moyet e Mick Hucknall dei Simply Red ed è entrato nel 1980, con i fratelli Holland, nella Rock n Roll Hall of fame.

Si sono riuniti una sola volta nel 2009 per comporre ventidue nuovi brani per il musical The First Wives Club.
L'impronta leggera e raffinata di musica e testi creò un sound, “The sound of Young America” (così lo pubblicizzò la Motown) che permise alla black music di penetrare il mercato bianco, forzando i limiti in cui era ristretta.
Allo stesso modo rimase quasi sempre impermeabile all'impegno sociale più diretto che caratterizzava altre componenti della scena soul, fino a quando, a fine anni Sessanta, la guerra in Vietnam e le richieste dei diritti per gli afro americani, la fecero aprire più frequentemente a canzoni impegnate.
Che però rimasero sempre lontane dalla scrittura di Holland-Dozier-Holland.
Come è spesso accaduto le carriere dei compositori soul si sono mischiate con quelle di cantanti e interpreti.
Tra i casi più eclatanti quelli di Isaac Hayes e Smokey Robinson, assurti al ruolo di pop star dopo una carriera dietro le quinte a scrivere per altri.

Lamont Dozier si era innamorato della musica a un concerto a cui lo aveva portato il padre e in cui si trovò al cospetto di Count Basie, Ella Fitzgerald e Nat King Cole. Ci aveva provato a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta con il nome di Lamont Anthony (dopo alcune esperienze andate male con Romeos e Voice Masters) ma con scarsi risultati, senza che i suoi dischi raggiungessero mai le classifiche.

L'unione con i fratelli Holland cambiò la sua vita.

Dopo lo scioglimento del trio tornò a incidere dischi solisti che, seppur di scarso successo, conservano un ottimo stile in chiave mellow soul, con influenze disco e funk, caratterizzati da una voce a dir poco stupenda, vellutata e allo stesso tempo potente.
Che si sublima nel suo secondo album solista del 1974, dal pretenzioso titolo “Black Bach”, purtroppo dimenticato e sottovalutato, in cui si diverte con una super produzione orchestrale, a cui affianca brani di country soul e intense ballate intrise di malinconia.

Altrettanto trascurato il suo addio discografico del 2018 ma consigliatissimo ai cultori della miglior soul music.
In “Reimagination” Dozier riprende dodici suoi famosi brani e li reimmagina, appunto, in chiave attuale con l'aiuto di qualche prestigioso amico, da Graham Nash a Gregory Porter, Cliff Richard, Todd Rundgren, Lee Ann Womack. Le nuove versioni sono prevalentemente in chiave di ballad pianistica (anche quelli più ritmati di Supremes e Martha and the Vandellas), spesso intrise di gospel, la voce è ancora tremendamente efficace, la qualità compositiva dei brani eccelsa, anche in queste nuove vesti.

Nelle sue memorie Lamont Dozier ha lasciato il segreto del suo incessante lavoro: "Metti sempre la canzone davanti al tuo ego. Il blocco dello scrittore esiste solo nella tua mente e se lo lasci a te stesso, paralizzerà la tua capacità di funzionare come persona creativa. La risposta al cosiddetto blocco dello scrittore è fare il lavoro”.

lunedì, luglio 18, 2022

James Brown in Italia. Aprile 1971


Dal programma RAI "Protagonisti alla ribalta", con il commento dell'attrice Martitia Palmer, la spettacolare esibizione di JAMES BROWN (con una band stratosferica, con il 18enne Bootsy Collins al basso e altre eccellenze) al Palasport di Bologna nell'aprile 1971.

"Ha tutti i requisiti dell'eroe popolare negro americano, infanzia poverissima, cantore di spirituals, i canti spirituali negri..."
...ritmi ancestrali, anzi primordiali, non solo africani, si fondono in una balletto fanatstcio, verniciato da poche frasi melodiche, di pochi accordi..."


https://www.youtube.com/watch?v=HIvrfWGGSwU&t=148s

James Brown: vocals, organ
Bobby Byrd: MC, vocals, organ
Darryl "Hasaan" Jamison: trumpet
Clayton "Chicken" Gunnells: trumpet
Fred Wesley: trombone
St. Clair Pinckney: tenor saxophone
Phelps "Catfish" Collins: lead guitar
Hearlon "Cheese" Martin: rhythm guitar
William "Bootsy" Collins: bass guitar
John "Jabo" Starks: drums
Don Juan "Tiger" Martin: drums

Soul Power
Brother Rapp
Aint It Funky Now?
Sunny
Bobby Byrd - I Need Help (I can't Do It Alone)
There Was A Time
Sex Machine
Papa's Got A Brand New Bag
I Got The Feeling
Give It Up Or Turn It Loose
It's A Man's Man's World
Please Please Please
Super Bad
Get Up, Get Into It, Get Involved

Il 21 aprile James Brown apparve a "Teatro 10" a RAI UNO presentato da Alberto Lupo con un quarto d'ora di fulminante live.

https://www.youtube.com/watch?v=XqInbiWH_vw

Give It Up or Turn It Loose
Sex Machine
It's A Man's Man's Man's World
Soul Power
Get Up, Get Into It, Get Involved
Sunny (outro)

domenica, novembre 07, 2021

°° The Daptone Super Soul Revue – Live at The Apollo
°° The Grease Traps - Solid ground
°° Jazz Jamaica - Motorcity Roots
°° VV.A. - Golden Rules


The Daptone Super Soul Revue – Live at The Apollo
Registrato nel corso di tre serate al mitico Apollo Theatre di Harlem, New York nel dicembre 2014, arriva un triplo album in vinile che celebra una delle migliori etichette di new soul in circolazione, la Daptone.
Che schiera il suo meglio, dai compianti Sharon Jones e Charles Bradley ai Sugarmen Three, Menahan Street Band fino al gospel ruvidissimo delle Como Mamas, con gran finale tutti insieme a cantare una versione super funk di "Family affair" di Sly and the Family Stone.
Esibizioni di un'intensità rara, semplicemente un album INDISPENSABILE.

The Grease Traps - Solid ground
Esordio con i fiocchi per la nostra miniera di gemme preziose, la RecordKicks Records, della band americana, registrato al Transistor Sound di Kelly Finnigan e mixato da Sergio Rios degli Orgone.
Deep funk che viaggia tranquillamente tra Curtis Mayfield e il primo Gil Scott Heron, arrangiamenti di fiati superbi, ricerca sonora certosina, groove a non finire. Notevole.

Jazz Jamaica - Motorcity Roots
Divertentissima e riuscita rivisitazione del meglio del reprtorio Motown in versione reggae/ska jazz da parte della band inglese.
Dalle Supremes a Marvin Gaye da "Heard It Through The Grapevine" a "Tears Of A Clown", "What's Going On", "You keep hangin on" è pura delizia.


AA.VV. - Golden Rules
Prima compilation dell'etichetta tedesca che mette insieme band funk, soul, rhythm and blues, vari grooves, con band provenienti da Mosca, Amburgo, Parigi, New York, Londra, Barcellona, Nashville.
Un perfetto assaggio del loro catalogo che valorizza la nuova scena soul funk mondiale. Spettacolare Gizelle Smith, grandi i Soul Surfers, notevole Laura Llorens ma suona tutto più che bene.

https://goldenrulessoul.bandcamp.com/album/the-originals-1

https://goldenrulessoul.bandcamp.com/
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