lunedì, agosto 24, 2026

Gianni Maroccolo - Flight Case / Il Sonatore di basso

È uscito da poco il cofanetto Flight Case di Gianni Maroccolo che raccoglie il libro di memorie Il Sonatore di Basso e una serie di spartiti dei suoi brani più noti, uniti a inediti e rarità.
A breve verrà pubblicata una nuova edizione limitata e numerata del libro con i soli brani dei CSI, intitolata Collezione Spartiti Indipendenti, già in preorder su www.libriaparte.it.

Il libro ripercorre la carriera, in maniera sparsa e (dis)ordinata, di uno dei bassisti e musicisti più significativi e stilisticamente originali della scena italiana di sempre (basti dire Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Producers, Marlene Kuntz e un'infinità di altri progetti e collaborazioni).
Un libro sincero e diretto, onesto (sui Litfiba ad esempio: Sono orgoglioso delle canzoni che abbiamo composto e pubblicato insieme, ma molto meno di come furono registrate e prodotte - PS: cruccio di tanti musicisti...).

Ode al suo amato strumento: Il basso è il fedele compagno di viaggio che ha permesso a un ragazzo timido e introverso di scoprire e coltivare l'arte dell'incontro e delle vita. E massime che è difficile non condivide e sentire proprie. La musica è un linguaggio universale che non ha bisogno di molte parole per manifestarsi: non conosce barriere né confini. Ci si riconosce simili e si comunica con il nostro alfabeto fatto di note e suoni.
La musica ha il potere di unire gli esseri umani, di renderci persone migliori, perché sollecita la nostra sensibilità e sfera emozionale, trascinandoci verso l'alto, dando luce e vita a quei territori misterisoi che spesso teniamo celati.


Una domanda estrapolata dall'intervista che gli ho fatto per "Alias" de "Il Manifesto" a Ferragosto.

Il cofanetto «Flight Case» contiene, tra le altre cose, due libri con spartiti e tablature di basso. Ti poni la questione che resti qualcosa del tuo lavoro e delle tue attività nella storia della musica italiana (in cui hai indubbiamente un ruolo più che importante)?
Non ti nascondo che l’idea di lasciare un piccolo segno del mio passaggio in questa vita terrena mi ha sempre accompagnato.
Non so se ci riuscirò o meno, ma certo sarebbe bello. Niente che abbia a che vedere con la vanità, è qualcosa di più profondo legato anche al senso della vita. In fondo, a ognuno di noi, più o meno consapevolmente, viene affidato un ruolo e mi piace pensare di averlo svolto nel migliore dei modi e di essere stato in qualche forma utile a qualcuno.
Non ho mai pensato invece di poter essere fonte di ispirazione o propedeutico per chi mi segue; come spesso mi è accaduto è la vita che mi ha fatto scoprire che tipo di percezione ci fosse nei miei confronti.
E ancora mi stupisco per l’affetto e la stima che ricevo ogni giorno da tantissime persone.
Il Sonatore di Basso è un progetto che rimanda all’incontro e alla condivisione di un pezzo di vita tra anime affini come Mur Rouge (bassista/Youtuber, trascrittore dei brani su spartito e illustratore dei libri, ndr) e l’editore Libri Aparte, che mi hanno fatto per primi questo dono. Tutte le forme che ha assunto nel tempo, su carta, musica, video, gli incontri dal vivo, hanno avuto sempre come comune denominatore il voler ricambiare l’affetto verso coloro che lo hanno reso possibile producendolo di fatto con noi.

Noi abbiamo solo rimesso queste energie in circolo, che hanno contribuito a far continuare il viaggio del «Sonatore» fino a oggi, e oltre.

E INFINE, ricordiamoci come dice Gianni che "La musica è un potentissimo generatore di illusioni".
Aggiungerei di sogni e speranze.
Se non hai quelle, sei un sasso.

Per acquisti e dettagli:
https://libriaparte.it/prodotto/flight-case/

venerdì, agosto 21, 2026

L'uomo Keith Moon

Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "Alias" de "Il Manifesto" sabato 8 agosto ( https://ilmanifesto.it/linconsapevole-follia-di-keith-moon), dedicato all'uomo KEITH MOON.

A fine agosto Keith Moon avrebbe compiuto ottanta anni.
Un traguardo molto improbabile, considerato che ci ha lasciati nel 1978 a soli trentadue, distrutto, in brevissimo tempo, da una vita dissipata tra quantità inenarrabili di alcol e sostanze.
Gli stessi colleghi e compagni negli Who e il suo entourage era già consapevole, all'epoca, che la sua carriera era destinata a finire velocemente.
Le registrazioni dell'ultimo album della band, che lo vide protagonista, Who Are You, erano state quanto mai problematiche. Keith riusciva a suonare per tempi molto limitati, prima di crollare fisicamente e psicologicamente
. L'ultima esibizione, organizzata agli Shepperton Studios il 25 maggio del 1978, per le riprese del film autobiografico The Kids Are Alright, lo mostrano affaticato, appesantito, impreciso, prematuramente invecchiato, l'ombra del folletto che era stato il cardine del sound degli Who, fino a poco tempo prima.

Keith Moon era un ragazzo malato, probabilmente bipolare con qualche ulteriore patologia neurologica (ADHD), mai curata, caratterizzata da una eccessiva attività motoria, irrequietezza, difficoltà a rimanere seduti, parlando in continuazione, volendo essere sempre al centro dell'attenzione. A cui la smisurata passione per alcol e sostanze ha dato il colpo di grazia.

Poteva essere salvato?
Abbastanza improbabile.

I tentativi sono stati numerosi, anche da parte sua, ma alla fine non aveva nessuna intenzione di smettere la sua folle corsa autodistruttiva, soprattutto non si rendeva conto della portata delle sue azioni: ingerire manciate di pillole eccitanti o calmanti, condite da bottiglie di superalcolici avrebbe ucciso chiunque.
Rimanere sveglio per giorni e giorni, mangiando quando capitava, ingerendo ogni tipo di sostanza, era sinonimo di una totale mancanza di auto controllo.
Difficilmente avrebbe potuto continuare a suonare, come era ampiamente chiaro negli ultimi anni
. Come disse la moglie Kim, non era schizofrenico ovvero con due personalità ma era e diventava "molte e molte persone differenti", che lo portava in pochissimo tempo da modi gentili e affabili a un'incontrollabile aggressività e a violenti attacchi depressivi fino a ingestibili psicosi.

Ho provato di tutto. Ho provato a dargli dei soldi, ho provato a farlo morire di fame. Ho provato a mandarlo in riabilitazione. Ho provato a mandarlo da un guru eccentrico, da dottori voodoo. Ero ossessionato dal tentativo di mantenere in vita Keith.
Era abbastanza chiaro che stava scivolando verso il basso e c'era ben poco che potevo fare. Aveva una personalità molto complicata.
(Pete Townshend).

Il suo amico più stretto, il bassista John Entwistle, gli dedicò anche un brano, piuttosto esplicito, Dr. Jeckill and Mr.Hide, inciso dalla band nel 1968 su 45 giri, in cui canta Il ragazzo adorabile che ti offrirà da bere / Poi, quando avrà bevuto il suo, si trasformerà in un batter d'occhio in Mister Hide. Lo stesso John spiegò, riferendosi a Moon e al brano: Ora potrete capire quale sia stata la mia fonte di ispirazione. E' la prima volta che lo vedete, noi lo vediamo tutti i giorni.

La sua fama, perfetta epitome del concetto di rockstar anni Settanta “sesso, droga e rock 'n' roll” (che ha lasciato una lunga scia di morti premature), di distruttore di camere d'albergo, strumentazione, bar, auto ha, paradossalmente, offuscato il talento unico e inimitabile del musicista. Il “Moon The Loon” (gioco di parole sulla sua follia) ha preso il sopravvento sul batterista Keith Moon.

La sua vita è affollata di folli vicende, spesso gonfiate ad arte, sia da giornalisti alla ricerca della storia ad effetto, sia da narrazioni esagerate, soprattutto, paradossalmente, dallo stesso Moon che si è spesso autodefinito un inguaribile bugiardo che ha ricamato volentieri sulle sue stesse “imprese”, pur di mantenere alta la sua fama di matto.
Ne hanno fatto le spese la prima moglie, la figlia Mandy, la band, tutta la cerchia di amici (talvolta semplici approfittatori della sua fama e dei suoi soldi), soprattutto lui stesso, incapace di gestirsi, di curarsi, di rientrare nella realtà, in un quotidiano che non fosse il backstage, il palco, l'hotel da distruggere, diventando, negli ultimi tempi, la triste macchietta che sghignazza dei disastri combinati davanti a una platea compiacente. Ha devastato un ingente patrimonio (pare che i danni lasciati in giro per il mondo assommassero a mezzo milione di euro!).

Musicista eccellente, innovativo, personale e distintivo.

Una tecnica e un'espressività originalissime, quasi inconsapevoli, nella spontaneità con cui suonava. Uno stile che si è sviluppato e ha trovato spazio esclusivamente perché ebbe al suo fianco tre musicisti altrettanto personalissimi che gli concessero di potersi esprimere nel modo più creativo e originale possibile.
Non a caso lo troviamo molto raramente a fianco di altri musicisti che non fossero Roger Daltrey, Pete Townshend e John Entwistle.
Moon sedeva dietro alla batteria quasi esclusivamente quando gli Who erano in studio di registrazione o su un palco.

Non si esercitava mai, era indifferente alle collaborazioni con altri.

Le poche registrazioni al di fuori degli Who ci mostrano un batterista quasi anonimo, rispetto al funambolo con la band madre. Pete Townshend ne diede la definizione migliore: Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.

Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico. Lo possiamo notare già agli esordi, pur in un contesto ancora beat e rhythm and blues, per poi sublimarsi nell'epoca d'oro degli Who, da Tommy a Who's Next a Quadrophenia. E' proprio con l'opera rock per antonomasia, Tommy, del 1969, che Moon assurge a un ruolo non ancora presente nelle rock band.
Porta, inconsapevolmente, a termine un percorso di progressiva crescita tecnica ed espressiva già evidente nei brani più recenti.

Diventa un protagonista di primo piano del sound degli Who (arrivati a questo punto a un livello tecnico spaventoso da parte di ogni singolo elemento) e inventa una modalità, che si rivelerà inimitabile, di suonare la batteria nella musica rock. E' proprio la sua ingenua spontaneità tecnica a rendere questo aspetto “inconsapevole”.

Suona in libertà ciò che “sente” intorno a sé e lo esprime nella sua inconscia modalità.
Saprà mantenersi a questi livelli fino a Who By Numbers del 1975, per poi declinare velocemente e, tre anni dopo, soccombere alla vita dissipata.
Incominciò a perdere colpi, svenendo sul palco o arrivando ai concerti reduce da varie serie di nottate insonni, dovendosi “ricaricare” velocemente per poter reggere il peso di un set complicato e faticoso come quello degli Who.

Un altro aspetto inspiegabile è come spesso salisse sul palco con quantità industriali di alcol e sostanze varie in corpo ma durante l'esibizione rimanesse lucido e perfettamente in sintonia con la band, senza errori o sbandamenti. La fine è vicina e sarà drammatica e paradossale, a causa di un'overdose di pastiglie utilizzate per non bere più.

Come ha scritto Tony Fletcher nella sua biografia “Dear Boy: the life of Keith Moon”: Keith Moon ha trascorso la sua vita spingendosi oltre i limiti alla ricerca di qualcosa di più di ciò che semplicemente non c'era. Keith era troppo giovane, troppo immaturo, troppo stordito dalle luci brillanti della fama e della fortuna e per vedere qualcosa di tutto ciò in quel momento.

lunedì, agosto 17, 2026

GoodMorning Genova: tre dischi, 3 libri per l'estate

GoodMorning Genova (https://www.facebook.com/goodmorninggenova) mi ha chiesto tre dischi e tre libri per l'estate che resta.
A me sono piaciuti questi.

lunedì, agosto 03, 2026

Fenomenologia della Lambretta

Ho scritto un articolo per "Alias" inserto de "Il Manifesto" di sabato 1 agosto, prendendo spunto dal libro di Dean Orton " A life in Lambretta. The story of a Professional Mod"( https://tonyface.blogspot.com/2026/06/dean-orton-life-in-lambretta-story-of.html).

Quando, alla fine degli anni Cinquanta, i primi mod londinesi ebbero la necessità di spostarsi lungo la città da un club all’altro per ballare e ascoltare musica, si trovarono di fronte a un atroce dilemma.

Come fare, evitando di sporcare gli immacolati vestiti sartoriali che li caratterizzavano?
Le auto costavano troppo e molti di loro erano comunque ancora minorenni, i mezzi pubblici sospendevano il servizio molto prima rispetto agli orari delle loro nottate.

L’arrivo di Vespa e Lambretta in Gran Bretagna risolse felicemente il problema (pur creando fin da subito un goliardico dualismo, tuttora esistente, tra i possessori dei due scooter).
Erano innanzitutto mezzi ricchi di stile, moderni, futuristi nelle loro linee, con il pregio di avere le scocche laterali che riparavano da eventuali schizzi d’olio (frequenti nelle moto) e selciato bagnato (il clima britannico non è dei più soleggiati) oltre alla protezione anteriore per le gambe.
Unito all’uso dei parka impermeabili, che arrivavano dall’esercito americano, giungere in perfetto ordine alle serate era decisamente molto più facile. Si aggiunse pure un particolare ancora più determinante.

Uno scooter italiano, ai tempi, primi anni Sessanta, costava poco più di 200 sterline, a fronte di una paga media di 80 sterline al mese. Un esborso che si poteva affrontare senza eccessiva fatica. Anche la miscela aveva un costo molto basso (senza dimenticare che ancora non esistevano le restrizioni sull’obbligo del casco, imposte invece ai motociclisti).
Per accentuare l'aspetto identitario, i mod, come è noto, personalizzarono ancora di più i mezzi con l'aggiunta di specchietti, fanali e altri accessori.

Fattori determinanti anche per il successivo revival degli anni Ottanta che si trasformò in parte nella scena Scooterboy (di cui fecero parte, tra gli altri anche Ian Brown e Mani degli Stone Roses, spesso ritratti all'epoca a cavallo di una Lambretta), molto seguita da quelle parti, quando si trovavano scooter usati (seppur mal ridotti) a pochi spiccioli e i controlli sull'uso, dipendenti dall'età, erano molto rari. Anche in questo caso la personalizzazione dello scooter, spesso ridotto esteticamente all'osso, togliendo ogni forma di carenatura esterna, fu particolarmente importante.

In Italia la Lambretta (il cui nome, deciso alla fine del 1946, giusto ottanta anni fa, è un diminutivo del fiume Lambro, sulle cui rive sorgevano gli stabilimenti di produzione della Innocenti), divenne ben presto un mezzo di uso comune, ma trovò successo anche in stati esteri, con concessioni di produzione, dall’India e Indonesia, alla Germania, Cile, Spagna (dove uscì un modello autoctono, la Serveta).

I film, le immagini degli anni Cinquanta e Sessanta italiani sono costantemente caratterizzate dalla presenza degli scooter come principale veicolo di locomozione, robusto, non troppo veloce, economico e, in caso di guasto, facilmente riparabile e con i pezzi di ricambio di immediata reperibilità, tanto era diffuso l'uso.
Con il progressivo e veloce cambiamento delle abitudini, anche in Italia l'uso del mezzo divenne obsoleto e ad appannaggio di appassionati e collezionisti.
Non era raro, a partire dagli anni Settanta, trovarne esemplari abbandonati o mai più usati, diretti in discarica o lasciati arrugginire in qualche garage. Non era ancora l'epoca del vintage ma solo del “vecchio” e “superato” (allo stesso modo si consideravano dischi e artisti dei decenni precedenti. Beatles, Stones e affini inclusi).

La Lambretta cessa la produzione nel 1971, assurgendo successivamente a oggetto di devozione.

E' di questi giorni l’uscita di un pregevole libro di Dean Orton, mod inglese da tempo trapiantato in Italia, che ha fatto della Lambretta un vero e proprio culto (come migliaia di altri appassionati). A Life in Lambretta (Speedball Publishing) narra di una passione poi trasformata in lavoro (come rivenditore e restauratore), attraverso, spesso spassosissime, avventure in giro per l’Europa, in negozi oscuri e polverosi, per rintracciare pezzi originali o mezzi coperti di ruggine, abbandonati in qualche cortile, da riportare in vita.
Un passaggio è illuminante sullo spessore filosofico della dedizione:
L'amore per lo scooter abbatte tutte le barriere e apre le porte in un modo che poche altre passioni sono in grado di fare. Intendo le differenze nel colore della pelle, del credo, razza, religione o origini. Puoi trovarti nella più remota parte del mondo, lontanissimo da dove vivi ma se ti avvicini a qualcuno con una maglietta o una spilla della Lambretta, è molto probabile che nel giro di un'ora ti troverai a casa sua con un letto per la notte, sarete diventati immediatamente buoni amici e vi sentirete parte di una “famiglia”. Non avrai mai questo tipo di vantaggi se guidi una Harley!

Nel nostro paese il mezzo assurge a elemento “pop” anche attraverso le pubblicità che coinvolsero cantanti particolarmente famosi.
Il Quartetto Cetra compose appositamente, nel 1962, l’irresistibile Lambret Twist (il nuovo ritmo che fa strabiliar / un cocktail fatto di genialità di dinamismo, di eleganza , di potenza / tutto quello che può darti la felicità).
Giorgio Gaber nel 1960 incise uno dei suoi brani più iconici e di successo, La Ballata del Cerutti, in cui descrive una malaugurata “impresa” del Cerutti Gino che ruba una Lambretta per essere poi immediatamente catturato dalla polizia e spedito in carcere, guadagnandosi però così la fama di duro.
Una sera in una strada scura / occhio c'è una Lambretta / fingendo di non aver paura / il Cerutti monta in fretta.
Il brano ebbe tale riscontro che la stessa Innocenti realizzò un breve spot video, La ballata del Cerutti che aveva rubato una Lambretta, con il cantante protagonista.

Anche Gigliola Cinquetti mise voce e volto per lo scooter in Prima o poi telefonerai.
Insuperabile anche lo slogan che lanciò Totò, in sella a una Lambretta ...a prescindere, in Lambretta conoscerete la gioia di vivere e viaggiare.
Indimenticabile la stupenda Raffaella Carrà che prestò la sua immagine, molto casta, prima alla Vespa e poi, nel 1970, anche alla Lambretta, con tanto di calendario. Allo stesso modo di Adriano Celentano, testimonial nel 1960.
Perfino Speedy Gonzales, che di velocità se ne intendeva, si scomodò nel 1965 per un Carosello dello scooter.

Se allarghiamo il campo di guidatori di Lambretta troviamo fior di attrici e modelle in sella allo scooter, sia per passione che per foto pubblicitarie, da Paul Newman, James Dean, Richard Burton a Claudia Schiffer, Jean Shrimpton, Cameron Diaz oltre a Rock Hudson e Gina Lollobrigida a scorrazzare con lo scooter nel film Torna a settembre del 1961.

Ovviamente l’immaginario Mod ha abbondantemente citato il mezzo, sia a livello fotografico (non si contano le immagini su dischi e foto promozionali di artisti in sella o a fianco del mezzo), sia “impossessandosi” del nome.
Valga su tutti l’esempio degli inglesi Lambrettas, usciti nel 1979 con un più che ottimo album mod beat come Beat Boys in The Jet Age, per poi ripiegare successivamente verso un sound più elaborato.
Non avevano alcuna relazione con anni Sessanta e dintorni, gli svedesi Lambretta, attivi negli anni Novanta. Era un riferimento diretto invece quello degli Innocenti, band indonesiana (dove c’è una fortissima e numerosissima scena mod e scooteristica), autrice di una serie di ottimi dischi a base di beat, soul, rhythm and blues e dei genovesi SX225, poi The Five Faces.

Gli Statuto di Vespe e Lambrette se ne intendono, tanto da comparire spesso nelle foto promozionali e dei loro album (in particolare Il Migliore dei Mondi Possibili del 2002).
La Lambretta viene citata nel loro brano Sole, mare del 2006 dove cantano Che bell'agosto, prendo la Lambretta. Metto su lo zaino, sono pronto per viaggiare Invece non ho più la Vespa. Sarà un viaggio sfortunato però: Pochi soldi in tasca, mi bastavano però. La Lambretta, ho chiuso a Piacenza Mi son speso tutto per poterla rispedire.

Paul Weller è sempre stato un raffinato amante dello scooter. Lo guida all’inizio del video del 1984 degli Style Council, Solid Bond In Your Heart. Pare che quella scena sia stata girata ripetutamente, fino a quando Weller, esausto, lasciò cadere malamente lo scooter, come si vede nelle riprese. Tra le sue dichiarazioni vale la pena di ricordare: Non importa che si sia Mod o meno.
Gli scooter hanno un look elegante e pulito. È qualcosa che continua, qualcosa che non si fermerà mai. Gli scooter sono eterni!
Nel 1991 acquistò una Lambretta SX200 del 1968 (che compare anche nelle foto all'interno dell'album Wild Wood mentre trasporta due membri della band e successivamente nel video di Friday Street del 1997 con tanto di scritta Woking, sua città natale, dove l'acquistò nel The Scooter Shop, sul piccolo parabrezza).
Weller, di cui esistono numerose altre foto in sella al mezzo, dichiarò che non l'avrebbe mai venduta ma nel 2002 decise di rinunciare al proposito, mettendola all'asta a favore del Teenage Cancer Trust, con tanto di suo autografo sulla carrozzeria.
Ad acquistarla per qualche decina di migliaia di sterline un suo fan.
Non dimentichiamo l'interno del disco All Mod Cons (1978) della sua prima band, i Jam, in cui è disegnato uno schema tecnico di una Lambretta, primo omaggio alla sua passione.
Il suo compare negli Style Council, Mick Talbot, arrivava dai Merton Parkas, band di spicco del cosiddetto “mod revival” del 1979, con i quali apparve in numerose foto promozionali con gli scooter di loro proprietà.

Anche Anche i Moody Blues, che avevano vissuto gli anni Sessanta, a fianco della scena beat e mod, citano il mezzo e quel periodo nel video di Your Wildest Dreams del 1986 in un flashback di quelle atmosfere.
Espliciti i Fine Young Cannibals (con membri che arrivavano dalle band ska dei The Beat e Akrylykz) in Good Thing, del 1989 dove celebrano la scena scooterboy con ampio sfoggio di Vespe e Lambrette.
Lo scooter appare anche in video di New Radicals, Black Eyed Pea, perfino Janet Jackson e anche in quello, appena uscito, vero e proprio inno al mezzo, Lambretta Boogaloo degli inglesi Big Boss Man.

I due litigiosi pilastri del Britpop, Oasis e Blur, hanno perlomeno condiviso la passione per il veicolo. Damon Albarn e Liam Gallagher sono stati spesso fotografati in sella a una Lambretta, il secondo, in particolare, fin da giovane, prima del grande successo. Proprio con Liam nasce un piccolo “giallo”.
Ha dichiarato che la prima cosa che ha acquistato con i diritti del primo disco degli Oasis è stata una Lambretta.
Mi ricordo che quando mi arrivò il primo assegno dei diritti dei dischi d'esordio mi comprai immediatamente una Lambretta del 1954, che poi ho inserito nella confezione di “Definitely Maybe” e che continuo a possedere. Subito dopo acquistai una casa per mia mamma che però la rifiutò. Voleva solo un cancello nuovo per dove ha sempre vissuto. E così ho dovuto rivenderla.

Erroneamente si è sempre pensato che quella raffigurata sulla copertina dell'album degli Oasis, Be Here Now, del 1997, insieme a una Rolls Royce in una piscina, fosse una Lambretta.
In realtà si tratta di un altro scooter di Liam ma di marchio tedesco ovvero uno Zundapp Bella del 1957, molto simile al mezzo italiano.

La Lambretta di cui parla è effettivamente nel booklet interno al loro album d'esordio.
Quando nel 2009 Gallagher lanciò la sua linea di vestiario “Pretty Green”, le foto in stile mod con Vespa e Lambretta si sprecarono.

Un grande appassionato di scooter era Bo Diddley, tra i veri e propri inventori del rock 'n'roll, tanto da apparire spesso in sella a una specie di Lambretta in alcune copertine dei suoi dischi.
In realtà si tratta di un Cushman americano del 1957, molto più squadrato e rozzo, rispetto al modello italiano, di cui è palese abbia cercato di imitare le caratteristiche estetiche.

Inutile dire che fu il film del 1979, Quadrophenia, trasposizione cinematografica dell’omonimo album degli Who di sei anni prima, a sublimare la Lambretta nell’immaginario collettivo.
Il protagonista Jimmy Cooper (impersonato da Phil Daniels) vive una serie di avventure all’interno della scena mod del 1965 a cavallo della sua amatissima, accessoriata e curatissima Lambretta LI150, che finirà malamente in un incidente stradale contro un furgone, esacerbando ancora di più la crisi personale del giovane.
Lo scooter, alla fine delle riprese, fu lasciato a Portsmouth, dove venne ritrovato anni dopo, in un giardino, da un appassionato del film che riconobbe la targa KRU 251.

Acquistò la Lambretta con tutti i suoi accessori dall'allora proprietario, Paul Marsh.
L’anonimo acquirente possedeva un negozio di scooter, lo restaurò, completando il lavoro nel 1995. Ebbe la copertina della rivista Scooter International ed è apparso in fiere ed eventi promozionali.
Nel 1997, quando la pellicola Quadrophenia fu ripubblicata, lo scooter si riunì con Phil Daniels e il cast originale del film, alla premiere.
Nello stesso anno, è stato utilizzato nelle riprese del concerto The Who’s Quadrophenia a Londra.

Il mezzo ha mantenuto le stesse specifiche che aveva nel 1979, compreso il sistema di scarico sportivo Ken Cobbing, anche se diverse parti come la batteria e il carburatore sono state sostituite. E’ stato poi venduto ad un’asta nel 2008 per 35.000 sterline.

Gli stessi Who hanno continuato a rilanciare la loro iniziale immagine mod, con foto e rimandi iconografici a quell’epoca dei primi anni Sessanta.

Un ulteriore particolare mai sufficientemente sottolineato e ricordato è che la Lambretta ha vissuto anche un'imprevedibile ma brillante carriera sportiva nelle corse motociclistiche, a cui partecipò spesso al fine di spingere l'immagine di robustezza, affidabilità e (relativa) velocità.
La Innocenti istituì un reparto corse che trasformò il mezzo in veri e propri bolidi, implementando anche il settore degli accessori, molto ambiti tra gli appassionati che volevano potenziare il loro scooter. Inutile dire che la Piaggio rispose allo stesso modo con la sua Vespa, alimentando la rivalità tra le due “sorelle”.
Corse come la massacrante Milano-Taranto furono testimoni di acerrimi confronti ma la Lambretta si distinse anche nelle mitiche gare all'Isola di Man, nello Scooter Week, portando a casa vittorie trofei. Peraltro la Lambretta Siluro detiene un record di velocità, ancora imbattuto per la classe 125. L'8 agosto 1951, con il pilota Romolo Ferri alla guida, raggiunse sull'autostrada Monaco- Ingoldstadt i 201 km all'ora, strappandolo nientemeno che alla Vespa Siluro!

Un veicolo diventato un culto per pochi appassionati, a cui, talvolta, hanno dedicato la vita o ogni pezzo di tempo libero ma anche uno splendido tassello di cultura pop, che ha saputo resistere al trascorrere del tempo, rimanendo tremendamente stiloso, elegante, affascinante, modernista.

E ve lo dice un accanito e fedele Vespista!
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