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venerdì, giugno 26, 2026

Iggy Pop & the Doors



E' noto che i tre DOORS superstiti, alla morte di Jim Morrison hanno sempre fatto parecchia fatica a staccarsi da quell'esperienza, nonostante fosse palesemente finita, senza più la storica e carismatica voce.
Fecero due deludenti album e negli anni si sono riformati più volte in spesso patetici tentativi di riedizione della band (inclusa la presenza di Ian Astbury dei Cult alla voce che ne faceva una discutibile pantomima, con tanto di pantaloni di pelle e stese mosse...).

Tra i tanti tentativi ci fu anche quello che fece Ray Manzarek nel marzo 1973 quando, arrivato a Londra, cercò di reclutare Joe Cocker, Paul McCartney (...), Howard Welth degli Audience. Ma senza alcun risultato.
Tornato in USA, si imbattè nei primi mesi del 1974 in un altro transfuga da un gruppo appena dissoltosi: IGGY POP.

Il 3 luglio del 1974, nel terzo anniversario della morte di Jim Morrision, Ray Manzarek e Iggy Pop suonarono insieme al Whiskey a Go Go (con altri musicisti) per ricordare il cantante.
Proposero "LA Woman", "Maggie M'Gill" e "Back Door Man" dopo che Ray aveva cantato "Light my fire".
I due si ritrovarono a provare e a registrare qualche altro brano e (pare) si siano esibiti di nuovo prima di un concerto delle New York Dolls.
Purtroppo le condizioni di Iggy Pop all'epoca erano talmente precarie e lui assolutamente ingestibile che l'esperienza finì in niente...

Beh, erano solo chiacchiere. Soprattutto chiacchiere. Non abbiamo mai preso nessuno. Abbiamo parlato di un sacco di gente. Abbiamo parlato di Iggy, abbiamo parlato di Mick Jagger ma lui aveva già una band.
E poi abbiamo parlato di un tipo un po' fuori dagli schemi, Paul McCartney, bravo cantante e bassista. Ehi, potremmo trovare un bassista, ma alla fine non se n'è fatto niente.
(Ray Manzarek 1998)

venerdì, maggio 15, 2026

The Masked Marauders

Nel 1969 la rivista Rolling Stone si inventò un bootleg intestato ai THE MASKED MARAUDERS, in cui, sotto falso nome, incidevano insieme Paul McCartney, John Lennon, George Harrison Bob Dylan e Mick Jagger.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.

Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.

Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.

Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.

I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.

giovedì, maggio 15, 2025

Mick Jagger e Arancia Meccanica

Nel febbraio 1968 una ventina di persone, tra cui John Lennon, Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison oltre a Marianne Faithfull, Anita Pallenberg, Peter Blake, firmarono una petizione a favore di Mick Jagger come protagonista del futuro film "Arancia Meccanica".

Il film fu girato e prodotto da Stanley Kubrick nel 1971, tre anni dopo. Jagger aveva letto ed era rimasto affascinato dall'omonimo libro di Anthony Burgess, pubblicato nel 1962, tanto da comprarne i diritti cinematografici per soli 500 dollari, approfittando delle difficoltà economiche dell'autore. Successivamente li rivendette a un prezzo molto più alto al produttore cinematografico inglese Si Litvinoff.

Litvinoff contattò il regista John Schlesinger per proporgli il film, suggerendo Jagger per il ruolo di Alex, i Beatles per la colonna sonora del film e gli altri membri dei Rolling Stones ad interpretare i Drughi.

Il progetto sfumò con gran sollievo dell'attore Malcom McDowell a cui fu poi assegnata la parte di Alex:
"I Rolling Stones possedevano i diritti del libro di Anthony Burgess prima che venissero acquistati dal regista Stanley Kubrick e che lui mi desse il ruolo di Alex. Grazie a Dio nessuno diede soldi agli Stones per farlo, perché Mick Jagger aveva messo gli occhi sul ruolo di Alex, il violentatore e assassino, mentre il resto del gruppo avrebbe interpretato i drughi. Fortunatamente per la storia del cinema e della musica, il ruolo che poi avrebbe influenzato la mia carriera lo presi io, mentre Mick sarebbe poi diventato Sir Mick".

Kubrick pensò anche ai Pink Floyd e a Ennio Morricone per la colonna sonora ma entrambi negarono la loro disponibilità.

La petizione protestava contro la decisione iniziale di scritturare l’attore David Hemmings, che nel 1966 aveva recitato in Blow Up di Michelangelo Antonioni.

venerdì, febbraio 14, 2025

Chuck Berry e il punk


Riprendo un post di qualche anno fa, molto divertente.

Nel 1980, durante un'intervista a CHUCK BERRY da parte della fanzine Jet Lag, gli furono fatti ascoltare alcune "nuove" band del circuito punk/new wave per avere il suo parere.

God Save the Queen - Sex Pistols
Perché questo tizio è così incazzato?
Le chitarre e le progressioni di accordi sono come le mie.
Buona sezione ritmica.
Non riesco a capire la maggior parte di quello che dice.
Se proprio vuoi incazzarti almeno assicurati che la gente possa capire perché sei incazzato.

Complete Control - Clash
Assomiglia alla prima.
Il ritmo e gli accordi funzionano bene assieme.
Il tizio aveva mal di gola quando ha registrato le voci?

Sheena is a Punk Rocker - Ramones
Un bel pezzo per fare due salti.
Questi mi ricordano i miei inizi.
Anch'io sapevo solo tre accordi.

What I Like About You - Romantics
Finalmente qualcosa di ballabile.
Sembra una cosa anni Sessanta con un po' di miei riff buttati dentro.
È un pezzo nuovo, davvero?
È roba che ho sentito un sacco di volte.
Non capisco che cosa ci sia da esaltarsi.

Psycho Killer - Talking Heads
Un bel pezzetto funky, non c'è che dire.
Mi piace molto il basso.
Un bel misto, e un flow davvero bello.
Sembra che il cantante abbia paura di stare sul palco.

I Am the Fly - Wire
Unknown Pleasures - Joy Division

E quindi questa è roba nuova!
Niente che non abbia già sentito.
Sembra una vecchia jam blues che BB King e Muddy Waters suonavano sempre nel backstage del vecchio anfiteatro di Chicago.
Gli strumenti saranno anche diversi, ma l'esperimento è lo stesso.

venerdì, febbraio 07, 2025

Pete Townshend - Gratis Amatis

Gli Who tornano in Italia domenica 20 luglio 2025 allo Stadio Euganeo di Padova e martedì 22 luglio 2025 all’Ippodromo Snai San Siro di Milano.
Il costo dei biglietti standard è intorno ai 100 euro.

Al proposito rispolvero un vecchio post dedicato a un episodio poco noto della carriera compositiva di PETE TOWNSHEND.

Per il trentunesimo compleanno di Kit Lambert, l’11 maggio 1966, Pete Townshend e il suo amico giornalista Ray Tolliday registrano su un nastro un “regalo” musicale al manager, una specie di parodia di un’opera, intitolata “Gratis Amatis” (rimasta inedita).

Kit apprezzò ma trascinò subito Pete da una parte, illuminato dall’idea e lo pregò di lavorare in quella direzione: un’Opera Pop costruita con un insieme di brani, collegati l’uno all’altro che raccontassero una storia.

Il chitarrista incominciò a lavorare a un racconto, ambientato nel 1999 (33 anni dopo), in un’epoca in cui i genitori avessero la facoltà di scegliere il sesso dei nascituri.
Una coppia scelse di avere quattro femmine ma per un errore alla fine ne nacquero tre e un maschio, che però venne cresciuto come una femmina.
Intitolò la mini opera “Quads”.

https://tonyface.blogspot.com/2011/04/rock-tales-who-quads-first-rock-opera.html

“Fu il mio primo tentativo di scrivere un’opera rock ma non fu mai completata".
La storia alla fine fu concentrata in due minuti e trenta e diventò un singolo degli Who, “I’m a boy” (pubblicato il 26 agosto 1966).

Pete Townshend si concentra sempre di più su questa idea e compone qualche altra canzone da inserire in un contesto “operistico”.
“In questo periodo ho scritto altre due canzoni che penso fossero destinate a far parte di un altro ciclo di brani su pazzi, disadatti o persone con menti malsane.
Erano “King Rabbit” e “Lazy fat People”.
“Happy Jack” è arrivato poco dopo, parte della stessa idea.
Cominciava a germogliare un’idea più grande:
Potevo scrivere una vera opera?

lunedì, giugno 10, 2024

San Tropez - Pink Floyd & Rita Pavone

La storia del rock ci ha abituati a leggende, dicerie, vicende epiche o incredibili che si sono tramandate nel tempo, spesso arricchite da ulteriori (finti) particolari dagli stessi interessati o da chi riportava la notizia.
Il famoso pipistrello addentato sul palco da Ozzy Osbourne, le ceneri del padre aspirate con il naso da Keith Richards, la consueta “morte” di Paul McCartney nel 1966, prontamente sostituito da un sosia mancino, polistrumentista, raffinato ed eccezionale compositore e altre infinite storie di sesso, droga e rock'n'roll. In questa sede parliamo di una delle più grottesche e gustose.
Partendo da un'annotazione importante.

Negli anni Settanta, quando il rock non aveva ancora compiuto vent'anni, l'editoria relativa era ancora un fenomeno pionieristico.
Libri sui gruppi (che speso avevano avuto un'attività ancora limitata) erano molto rari, le stesse riviste specializzate talvolta molto imprecise e poco approfondite.
Soprattutto l'Italia era ancora un luogo molto lontano dal fulcro degli eventi, Inghilterra e Stati Uniti.
Una periferia musicale in cui l'interesse e la conoscenza per il mondo del rock era comunque molto alto e anche la produzione nostrana incominciava ad essere a livelli più che dignitosi.
Per supplire alla mancanza di informazioni ci si arrangiava con quello che si poteva.

I Pink Floyd erano già parecchio seguiti dalle nostre parti, un gruppo di culto per i fan più accaniti ma anche un nome che arrivava agevolmente in alto nelle classifiche (non a caso dopo cinquant'anni “The dark side of the moon” continua a stazionare imperterrito ogni fine anno tra i primi cento o anche cinquanta posti tra i più venduti).
Dopo gli inizi caratterizzati dalla follìa geniale di Syd Barrett, avevano intrapreso strade più cerebrali, mantenendo uno stretto legame con la sperimentazione ma aprendosi anche a sonorità più dilatate e a momenti fruibili e meno ostici.
Avevano suonato nel 1968 al “Piper” di Roma, ancora semi sconosciuti e nel 1971 nell'insolita Brescia.
Sempre lo stesso anno si erano esibiti, senza pubblico, per una registrazione nell'Anfiteatro romano di Pompei, concerto da cui venne tratto il film musicale “Live at Pompei”, uscito nelle sale nel 1974.
Ricordo personalmente che alla proiezione della pellicola, qualche anno dopo, molti spettatori evitavano di guardare le immagini, chiudendo gli occhi, per assaporare meglio il fluire della musica e immergersi nelle atmosfere avvolgenti del suono, ascoltato con l'impianto di un cinema dai volumi ben più alti di quello di uno stereo casalingo.

A metà degli anni Settanta uscirono, su fogli ciclostilati realizzati da appassionati, le traduzioni (come vedremo, abbastanza approssimative) di alcuni testi del gruppo.

Nel settembre del 1978 la prestigiosa casa editrice Arcana pubblica “la prima raccolta italiana ufficiale di tutti i testi dei Pink Floyd, con traduzione a fronte”.
Si va dall'esordio del 1967, “The piper at the gates of dawn” al recente “Animals” del gennaio 1977 (il successivo “The wall” sarà pubblicato nel 1979).

A questo punto incomincia la nostra storia.

Nel 1971 era uscito il sesto album in studio dei Pink Floyd, “Meddle”, accolto bene dalla critica ma che poi nel corso della storia della band, ricca di capolavori e grandi exploit artistici, è retrocesso nell'ipotetica classifica dei loro migliori episodi.
Anche perché contiene ben due tra i brani che anche i fan più fedeli al gruppo ritengono tra i peggiori della loro storia. Il primo è “Seamus”, un breve blues acustico “cantato” da un cane! E' Seamus, il cane di Steve Marriott degli Small Faces (che, ironicamente, lo affidava spesso al loro ex chitarrista Syd Barrett, quando era impegnato in concerto) che ulula sulle note della chitarra.
Lo strazio dura per fortuna solo un paio di minuti.

Subito dopo parte “San Tropez” (pure il titolo è sbagliato), ispirato alla (quasi) omonima località balneare francese.
Il brano è uno swing scanzonato e gradevole senza alcuna pretesa, composto e cantato da Roger Waters, della cui presenza si poteva facilmente fare a meno.

E' proprio da questo brano che si muove la vicenda. La traduzione, evidentemente “a orecchio”, del testo, finita nel suddetto libro, viene estrapolata dai famosi fogli ciclostilati, e riportato il (presunto) verso “I hear your soft voice calling to me / making a date for Rita Pavone” ovvero “Odo la tua voce morbida che mi chiama per fissare un appuntamento con Rita Pavone”.
Effettivamente con questo testo sotto gli occhi, all'ascolto del brano sembra veramente che il brano si chiuda con la parola Rita Pavone, pronunciato “Rita Pavfòn” (peraltro difficilmente un anglosassone lo pronuncerebbe in quel modo, più probabilmente direbbe “Rita Pavoni”).
In mancanza di altre fonti e con l'autorevolezza di un libro (la traduzione è firmata Valter Binaghi, redattore della rivista “Re Nudo”, allora ventenne) la notizia passò per veritiera. In realtà il testo, si scoprì poco tempo dopo, dice “I hear your soft voice calling to me / Making a date later by phone” ovvero “Odo la tua voce morbida che mi chiama per fissare un appuntamento più tardi al telefono”. Niente omaggio alla nostra artista, da parte della grande band inglese.

Ma Rita Pavone non sembra sentirci.
Forse per vanagloria o per attirare l'attenzione su di sé dichiara pubblicamente:
“Sì, sono io quella Rita Pavone che i Pink Floyd cantano nel loro brano 'San Tropez' e ne sono modestamente molto orgogliosa.
Ho conosciuto il gruppo nel 1976 durante un mio spettacolo in Francia. Loro si trovavano in sala e ricordo che applaudirono con molto calore durante la mia esibizione”
.

Particolare un po' improbabile considerando che trascorsero otto mesi in studio di registrazione quell'anno per la realizzazione di “Animals” (uscito nel gennaio 1977) e che, come un po' tutti i gruppi, non è che andassero in vacanza o a vedere i concerti insieme in giro per l'Europa.
Nella sua autobiografia del 1997, “Nel mio 'piccolo” rimarca: “Sulla Costa Azzurra durante la tournée estiva del '73, mi dissero che tra il pubblico in sala c'erano i Pink Floyd, a cui non devo essere affatto dispiaciuta come artista se anni dopo, nel brano 'Saint Tropez' del loro 33 giri 'Meddle', arrivarono a cantarmi in una loro canzone."

Il problema è che Rita fa un po' di confusione.
Probabilmente ricorda male (ma il tempo per una verifica c'era e poteva evitare una magra figura) o forse ha reputato che l'occasione fosse buona per fare parlare del libro, in un periodo in cui il successo era un ricordo lontano.
L'album “Meddle” in cui è inclusa “San Tropez” fu pubblicato il 5 novembre del 1971. Il che fa apparire abbastanza improbabile la ricostruzione della Pavone che parla una prima volta del 1976 e la successiva del 1973. I Pink Floyd fecero un mini tour in Francia ma nel 1974. Probabilmente per fugare ogni dubbio Rita Pavone aggiunse pure, in interviste successive: "Non nego che in seguito la canzone sia stata reincisa e proposta con un’altra versione in cui non compariva più il mio nome".

Nel 2005 il giornalista Claudio Zambini intervista il batterista Nick Mason: "Una curiosità: a chi è venuta l'idea di citare Rita Pavone nel testo di "San Tropez"?". “Oh, suppongo a Roger: la canzone era stata composta mentre eravamo in tour, a Saint Tropez. Devo ammettere che dovrei dare un'occhiata al testo perché non ricordavo proprio questo particolare: non saprei dirti per quale motivo ha inserito il suo nome nel pezzo, dovresti chiederlo a lui."

A suggellare la vicenda ci pensò però proprio una risposta di Roger Waters, a precisa domanda di un temerario giornalista italiano (il bassista non è mai stato particolarmente tenero con la stampa):
Who the hell is Rita Pavone? (chi diavolo è Rita Pavone?).

La verità sembra piuttosto evidente e palese ma le leggende e i misteri non sono fatti per essere risolti o svelati.
Esisterà sempre qualcuno che proverà a portare avanti la storia.

martedì, giugno 04, 2024

The Executive (pre Wham!)

Poco prima del successo mondiale con gli WHAM!, George Michael e Andrew Ridgely furono protagonisti di una breve avventura con i THE EXECUTIVE a base di ska e rocksteady.

La band si formò nel 1979.
Oltre ai due sedicenni George e Andrew ne facevano parte anche il fratello di Andrew, Paul Ridgely e David Austin.
Registrarono un introvabile demo con i brani "Rude Boy", una cover di Andy Williams "Can't Get Used To Losing You" di Andy Williams e una versione ska del brano di Beethoven "Für Elise" !!!
Pare ne sia stata prodotta una decina di copie (lasciate poi alle etichette) e, nonostante lunghe ricerche, non sia stata possibile reperirne nemmeno una copia.
Provarono ripetutamente a proporsi a varie etichette a Londra ricevendo sempre rifiuti o nessuna attenzione.

John Mostyn, manager dei The Beat e della loro etichetta Go-Feet ricorda un episodio curioso:
Pochi anni fa, leggendo la biografia degli "Wham", ho scoperto che George e Andrew erano grandi fan dei The Beat e avevano inviato una demo di brani ska che avevano realizzato mentre erano ancora al college alla nostra etichetta.
La biografia continuava dicendo che era stato dopo aver ricevuto una lettera di rifiuto dalla Go-Feet, cioè da me! che George e Andrew decisero che avrebbero dovuto scrivere in uno stile più "pop" e iniziarono a scrivere "Young Guns" e "Club Tropicana". George ha ammesso che non scrivevano grandi brani ska, quindi non potevo sentirmi troppo male quando l'ho scoperto, ma ho sempre desiderato che avessero mandato anche "Young Guns" e "Club Tropicana".
Potrebbe essere stata una storia diversa."


Fecero qualche concerto (sicuramente il 5 novembre 1979 a Bushey, città natale di George e Andrew) ma la grande occasione parve arrivare quando il loro compare David Austin, che studiava all'Harrow College, quasi a Londra, trovò un concerto di supporto ai Vibrators, all'interno del college.
Ma a una settimana dall'evento George chiamò la segreteria che negò di averne mai sentito parlare.
Fu la fine della band.
E iniziò un'altra storia.

George Michael:
Io e mio padre stavamo litigando. Eravamo in auto e gli stavo facendo sentire questo demo tape. A parte "Rude Boy", avevo fatto qualcosa con David e stavo portando queste cose in tutte le case discografiche. Ricordo che l'ho fatto ascoltare in macchina a mio padre e lui continuava a dire che dovevo rendermi conto che non c'era futuro per me. Mi raccontava tutto questo da anni e io avevo smesso da tempo di discutere con lui.
Ma ora ci volevo provare davvero. Gli ho detto, "mi hai sbattuto questa merda in faccia negli ultimi cinque anni" ma che avrei assolutamente continuato a farlo, quindi "il minimo che potresti fare è darmi un po' di supporto morale."
"Tutti i diciassettenni vogliono essere pop star", ha detto.
«No, papà. Tutti i dodicenni vogliono essere pop star."

lunedì, ottobre 09, 2023

The Clash Buskers tour 1985

Riprendo l'articolo scritto per le pagine "Alias" de "Il Manifesto" sabato scorso.

Nel maggio 1985, ciò che restava dei Clash (Joe Strummer, Paul Simonon e i nuovi Pete Howard, Nick Sheppard e Vince White) decise di intraprendere un surreale e coraggioso tour (di fatto fu l'ultimo in Inghilterra) nelle strade delle città inglesi, senza alcun programmazione, in veste anonima, suonando strumenti acustici come i buskers e sopravvivendo dei soldi che avrebbero raccolto.

La band era ormai allo sbando completo dopo che Joe Strummer aveva deciso di estromettere dal gruppo il suo “gemello” Mick Jones in modo brusco e inaspettato “Io e Joe ne avevamo parlato Eravamo d'accordo: non ne potevamo più e volevamo andare avanti col lavoro anziché stare ad aspettare Mick e i suoi comodi.
Eravamo in sala prove quando Joe gli ha detto: "Vogliamo che tu te ne vada". Mick s'è girato verso di me e ha chiesto: "Tu che ne dici?". E io: "Be' sì... ". Penso che quello sia stato il colpo di grazia” (Paul Simonon).
Era toccato precedentemente al batterista Topper Headon, a causa della sua dipendenza dall'eroina che aveva reso insostenibile la sua presenza nella band, soprattutto nel momento in cui i Clash erano finalmente assurti alla celebrità mondiale e al successo commerciale con l'album “Combat Rock” che conteneva le due hit “Should I stay or should I go” e “Rock the Casbah” (quest'ultima composta in gran parte proprio da Topper).

La band non sopportò il peso del successo, con le canzoni in classifica e il tour americano in cui si trovò in festival a fianco di Who, Bowie, Van Halen davanti a più di 100.000 persone, litigando con chiunque per i prezzi dei biglietti e per il lusso sfrenato in cui si trovarono, loro malgrado, coinvolti.
Non di meno furono decisivi i pessimi rapporti tra Joe e Mick, l'invadenza del manager Bernie Rhodes e una situazione sempre più ingestibile.
Anche il sostituto di Topper, Terry Chimes (che aveva suonato nel primo album), preferì abbandonare la barca. Quando Joe Strummer e Paul Simonon si ritrovarono “soli” provarono a ricucire il vestito ormai logoro e a pezzi incidendo un nuovo album.
Il risultato fu “Cut the crap”, messo in circolazione dal manager ma costituito da demo incompleti, ancora da sviluppare e rifinire.
Ovviamente l'album fu accolto con sconcerto e pessimi pareri da pubblico e critica.

Proprio nel tentativo di ritornare a una dimensione più sincera, pura, vicina a quella degli esordi, senza imposizioni contrattuali, decisero di riprendere la strada come dilettanti qualunque. Lasciarono volutamente i portafogli a casa, fecero l'autostop per Nottingham e da lì partirono suonando dove capitava e vivendo alla giornata.
Repertorio a base di brani dei Clash (da “White man in Hammersmith Palais” a “Spanish bombs”, “White riot”, “Clash City Rockers”, “Police on my back”, “I fought the law” ), classici rock n roll di Gene Vincent, Chuck Berry, Eddie Cochran ma anche “Stepping stone” dei Monkees e tanto altro.

“Partimmo facendo l'autostop per Nottingham. Nessuna aspettativa, niente, solo tre chitarre acustiche, io che cantavo e Pete che suonava le bacchette sulle sedie. Andavamo nelle piazze e davanti ai supermarket fino a quando non raccoglievamo qualche spicciolo per la birra, un po' di cibo, i biglietti per i bus o i treni per spostarci in un'altra città. Non mi sono mai sentito così vicino al pubblico. E' assolutamente importante che gli artisti realizzino che non sono nulla di speciale.
L'artista non é migliore in nulla rispetto a chi lo va a vedere, bisogna impararlo.
La sindrome da star non è per niente interessante e assolutamente noiosa.
Il tour fu divertimento, quello che io chiamo divertimento. Mi ha dato una dimensione extra di quello di cui ho bisogno nella musica”
(Joe Strummer).

Le rare e imperfette registrazioni testimoniano l'immediatezza e l'urgenza delle esecuzioni, un vero e proprio, sincero e sentito, ritorno alle radici, accompagnati dalla partecipazione entusiasta dei presenti.
Dormirono in bed and breakfast da pochi soldi oppure ospitati dai fans (il più delle volte increduli nel trovarsi davanti a Joe e compagni).

Joe Strummer lo ha sempre descritto come "il miglior tour che abbiamo mai fatto".

Paul Simonon: "È stato come ricominciare da capo. È stato fantastico. L'idea era di lasciare tutto alle spalle tranne le chitarre. Non potevi portare soldi con te. Siamo sopravvissuti con il nostro ingegno. È stato emozionante come l'Anarchy tour, non sapevi mai dove saresti andato il giorno dopo. Ricordo che eravamo a Leeds, erano le 2 del mattino, ed eravamo fuori da questo club di neri e la gente usciva e ci apprezzava davvero.
C'erano due ragazzi bianchi ed erano scioccati che fossimo noi.
Dissero: "Dove state stanotte?". “Non stiamo da nessuna parte" e allora ci hanno invitato a stare dalla loro mamma.
I soldi che guadagnavamo suonando per strada significavano che potevamo andare oltre, non avevamo un piano su dove andare dopo. Non c'erano regole. Non dovevi essere sull'aereo tal dei tali alle dodici in punto”.


E' stato realizzato anche un breve documentario sul concerto che tennero a Glasgow al “Duke's bar” con la testimonianza di una ragazza che li ospitò a casa sua, con spezzoni di una registrazione della serata e rare foto d'epoca, “Joe Strummer slept here”.

Joe Strummer slept here.
https://www.youtube.com/watch?v=txZmfG2t3Eo

Quella sera si radunarono davanti al piccolo locale decine di persone che iniziarono a cantare in coro i brani dei Clash con conseguente intervento della polizia. Suonarono dal 2 al 17 maggio a Nottingham, alla stazione dei treni e in una serie di pub di Leeds, alla Leeds University poi in una piazza a York (ma solo 3 brani, tra cui "I fough the law" prima di essere scacciati dalla polizia) per poi rimediare in qualche pub, a Newcastle, a Edimburgo e a Glasgow.
Si dice, non confermato, di concerti anche a Carlisle, Liverpool e Birmingham.
A Leeds accadde un fatto "increscioso" mentre i Clash suonavano davanti all'Università dove a breve si sarebbero esibiti gli Alarm (band clone o quasi di Joe compagni).
Danbert Nobacon, membro della band anarchica filo Crass dei Chumbawamba spruzzò dello spray rosso sul giubbotto di Joe, in segno di protesta per "il tentativo di rifarsi una verginità e una credibilità punk, dopo essere stati in Usa tra champagne e cocaina".
Fu inseguito da una folla di fans inferociti ma riuscì a scappare.

Paul Simonon ha un ricordo particolare di un concerto a York: “Probabilmente uno dei migliori momenti del tour. Stavamo suonando davanti a una chiesa e improvvisamente incominciarono a radunarsi un sacco di persone, grazie al passaparola. E così attraversammo la città con duecento ragazzi e ragazze che cantavano in coro con noi i brani. Fino a quando arrivammo davanti a un pub, il cui proprietario ci disse che se volevamo suonare nel suo locale ci avrebbe dato le birre gratis. Eravamo tornati alle basi”. (Paul Simonon).

La notizia dei Clash in tour per le strade dell'Inghilterra finì sui giornali e nelle radio, con grande disappunto di Joe che avvertì come l'iniziativa stesse perdendo la spontaneità e lo spirito originale.
Le radio e i giornalisti locali quando venivano a sapere della presenza dei Clash in città si facevano in quattro per intervistarli. La cosa finì in breve e la band ritornò a casa.

“Eravamo coinvolti nel “fai un disco/vai in tour/fai un'intervista/fai quello/ fai questo.” Cercavamo una risposta, volevamo sapere se il rock 'n' roll significava qualcosa e quello fu un tentativo per scoprirlo” (Joe Strummer).

I Clash si sciolsero poco dopo e non tornarono mai più insieme, nonostante i rapporti si fossero riconsolidati.

Il ritorno alle radici fu uno degli ultimi atti della loro gloriosa storia.

martedì, settembre 19, 2023

Beatles reunion 1979

Dopo lo scioglimento dei Beatles, nonostante le spesso aspre polemiche tra gli ex e, allo stesso tempo, varie collaborazioni incrociate, si sono spesso rincorse vaghe ipotesi di un ritorno insieme della band, mai però verificatosi.

Sancendo un ulteriore capolavoro della loro storia, un "Ritratto di Dorian Gray" in musica che ce li ha consegnati per sempre giovani e al top della popolarità, senza clamorose cadute di tono.

Il 1979 fu un anno in cui una ormai sempre più improbabile REUNION dei BEATLES fu (quasi) sul punto di realizzarsi.

Incominciarono il 14 maggio Paul, Ringo e George a fare una jam session al matrimonio di Eric Clapton con Pattie Boyd (ex moglie di George con cui si era lasciata cinque anni prima). Presenti anche sopra e sotto il palco Mick Jagger, Bill Wyman, Elton John, David Bowie, Jim Capaldi, Denny Laine e tanti altri.
Tra i brani suonati anche “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” e “Get Back.”
Pur invitato John Lennon non partecipò all'evento (viveva in America).

Fu però tra settembre e ottobre che il segretario dell'Onu Kurt Waldheim inoltrò una richiesta ufficiale alla band per suonare per beneficienza a favore dei profughi Vietnamiti (i "Boat people) al Palazzo di Vetro dell'Onu di New York. Il concerto avrebbe avuto un seguito con date al Cairo e a Gerusalemme, per ratificare l'accordo di pace tra Israele ed Egitto.
Il concerto fu annunciato dal New York Post e ripreso poi dai giornali italiani con la dovuta enfasi.

Ma subito dopo smentito seccamente da Paul McCartney:
"I Beatles sono finiti e per sempre. Nessuno di noi è interessato a farlo. Per un sacco di ragioni. Immaginate se facessimo una grande show e non andasse bene. Che rottura".
Ma ben presto se ne tornò a parlare in occasione del Concerto per la Cambogia del 26 dicembre all'Hammersmith Odeon a Londra a cui parteciparono Paul McCartney, Who, Queen, Robert Plant, Clash, Pretenders, Elvis Costello e altri.

Paul McCartney mise insieme la sua Rockestra (che aveva partecipato anche all'album dei suoi Wings, "Back to the egg", uscito a giugno dello stesso anno con Robert Plant, John Bonham e John Paul Jones dei Led Zeppelin, (un ubriachissimo) Pete Townshend e Kenny Jones degli Who, Ronnie Lane dei Faces; Gary Brooker dei Procol Harum; Dave Edmunds dei Rockpile; James Honeyman-Scott dei Pretenders e Bruce Thomas degli Attractions.

Poco tempo prima la giornalista Pauline McLeod del Daiy Mirror, ipotizzò che all'evento avrebbero partecipato anche gli altri tre Beatles.
Quando di fronte alle richieste di altri giornalisti a Paul McCartney di sapere i nomi degli ospiti il bassista rispose che non lo avrebbe detto, facendo aumentare la suspence e avvalorando un possibile presenza dei Fab Four.
Come sappiamo la reunion non si fece nemmeno stavolta anche se a un certo punto si sparse la (falsa) voce della presenza in sala di John Lennon.

mercoledì, agosto 16, 2023

The Who 1965 - Battersea Dogs Home

Il 2 settembre 1965, agli esordi, il manager degli WHO, Kit Lambert, stanco di scarrozzarli con la sua Volkswagen, decise di comprare un furgone alla band. Il limitato budget a disposizione lo costrinse a scegliere un veicolo usato e piuttosto sgangherato tanto che lo stesso Lambert ricorda che “si leggeva ancora la scritta ‘Installiamo tavoli da biliardo nei vostri locali’ sotto a quella The Who”.

Ma quel van funzionava bene, anche se non poteva essere chiuso a chiave. Per questo i musicisti decisero di prendere un cane da lasciare sul furgone a fare la guardia.
Si recarono tutti insieme al Battersea Dogs Home, un canile della zona, per trovare il “guardiano” adatto.
Ma mentre erano all’interno del canile qualcuno rubò la strumentazione lasciata incustodita nel furgone, per un valore di 5.000 sterline.

Il furgone venne ritrovato a Grafton Square svuotato del contenuto ma metà della refurtiva venne recuperata un paio di giorni dopo a Norden.
Paradossalmente quell’evento cambiò la storia della band che abbandonò gli amplificatori Vox e scelse i Marshall, che fornì loro una serie di casse da 100 Watt per permettergli di suonare i concerti in programma. Townshend decise di impilarli, creando quel clamoroso muro di amplificatori con relativo impatto sonoro che rese famosa la band.

venerdì, agosto 11, 2023

No Fixed Adress


Poco conosciuti dalle nostre parti i NO FIXED ADRESS sono (stati) una delle rare band composte esclusivamente da musicisti di origine Aborigena.

Una vita complicata sia per collocazione artistica ("Era molto difficile nel 1979, 1980 perché c'erano molte regole rigide su come si doveva suonare in Australia. A quel tempo, il circuito del pub rock era dominato dall'hard rock e suonare rock'n'roll puro era così noioso") che ideologica: uno dei loro brani più conosciuti si intitola "Pigs", intesi come i poliziotti.
"Ma questo non vuol dire che ogni uomo e donna in blu sia un completo bastardo" dice il batterista e leader della band, Bart Willoughby "Sì, ci sono dei bravi poliziotti là fuori ma non ne abbiamo ancora incontrato nessuno".

All'attivo un album "From my eyes" nel 1982 e una colonna sonora del film "Wrong Side of the Road" del 1981.

La band fece anche un tour in Inghilterra e addirittura in Unione Sovietica negli anni 80, supportando in patria Clash, Ian Dury and the Blockheads, Midnight Oil, Split Enz, tra i tanti.
Il loro sound è un reggae molto roots e grezzo, vicino allo stile di Clash e Police.

I No Fixed Adress sono stati la prima band aborigena a incidere e hanno aperto le porte per altri artisti come Warumpi Band, Yothu Yindi, Archie Roach e Kev Carmody.

Sono ancora in circolazione con sporadiche apparizioni.
E' uscito da poco la loro biografia 'No Fixed Address" a cura di Donald Robertson.

lunedì, agosto 07, 2023

Smiths + Howard Devoto + SPK live at Lyceum - London 7 agosto 1983

In uno dei miei frequenti viaggi londinesi degli anni Ottanta, il 7 agosto 1983, esattamente 40 anni fa, mi diressi con amici verso il Lyceum per assistere al concerto di Howard Devoto ,ex Buzzcocks e Magazine, che presentava il suo primo (e unico) album solista, il discreto Jerky Versions of the Dream appena uscito.

Fu una discreta esibizione, supportata dagli "industriali" SPK con tanto di bidoni di catrame usati come percussioni.

Ma l'inconsapevole, ai tempi, particolarità saliente fu che ad aprire la serata c'era un gruppo ancora sconosciuto, tali THE SMITHS con all'attivo solo un 45 giri, pubblicato in maggio per Rough Trade, "Hand in glove" / "Handsome devil".

Mi piacquero parecchio, più dei due nomi successivi, mi intrigarono le linee chitarristiche di gusto Sixties (epoca esteticamente richiamata proprio dal caschetto del chitarrista che oltre tutto sfoggiava - se non ricordo male - una Rickenbacker di gusto Who/Jam) mentre il cantante si dava un gran daffare con un mazzo di fiori che lanciò ad uno a uno al pubblico e che si fece notare per una vocalità molto particolare.

Il giorno dopo andai da Rough Trade a comprare il 45 giri e ne seguii a lungo le gesta discografiche successive, stupendomi per la crescente popolarità di quella band che avevo visto per caso in quell'estate londinese.

La (scarsa) registrazione della serata:
https://www.youtube.com/watch?v=L57goOAEGjk&t=14s

La scaletta della mezzora dgli Smiths

You've Got Everything Now
Handsome Devil
What Difference Does It Make?
Reel Around The Fountain
These Things Take Time
I Don't Owe You Anything
Hand In Glove
Miserable Lie

Una recensione del concerto:
http://www.passionsjustlikemine.com/live/smiths-g830807.htm

mercoledì, maggio 10, 2023

L'album Motown di Jeff Beck

Nel 1970 JEFF BECK approdò agli studi della MOTOWN RECORDS per registrare un album di soul.
Le cose non andarono per il giusto verso, furono incisi parecchi brani che purtroppo non hanno mai visto la luce.
Da un intervista a Rolling Stone del 2010 con Davide Fricke lo stesso Jeff Beck spiegò in dettaglio gli eventi.

"Il mio produttore, Mickie Most, mi disse che dovevo fare un album. Ho convinto Mickie ad andare alla Motown. Era un tale privilegio. Sembravamo più turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi".

Jeff Beck portò con sé il batterista Cozy Powell con cui collaborava ai tempi.

"Ci hanno odiato fin da subito. Non ne volevano sapere di noi. Quando Cozy si è seduto dietro la batteria della Motown e ha iniziato a suonare come i Meters, tutti hanno detto "Oh!". Quel giorno c'era James Jamerson al basso - niente chitarra ritmica - e Earl Van Dyke alle tastiere. Una cosa essenziale. Continuavano a dire: "Dove sono gli spartiti?. Ho detto: "Non ci sono".

Cozy Powell sostituì la "sacra" batteria dell ostudio con la sua Ludwig a due casse e incominciò a pestare alla John Bonham, stupendo e facendo impazzire i presenti.

"Alla fine ci siamo ritrovati con nove o dieci tracce, finite ma non mixate. Avevamo esaurito il tempo a disposizione.
C'era una base musicale per una canzone scritta da uno dei principali autori, forse Holland-Dozier-Holland. Ogni volta che ti giravi, era "Ehi, Jeff, abbiamo una canzone".
Era come una fabbrica.
Poi abbiamo incontrato Berry Gordy. Siamo dovuti passare attraverso tre serie di porte chiuse. Ha detto: “Benvenuto alla Motown. Ho una grande fiducia in te. So cosa fai. Forse i ragazzi della session non lo sanno, ma io lo so. Hai avuto una grande idea"
.

L'idea di Jeff Beck era udi creare una contaminazione tra il rock blues che aveva caratterizzato i suoi esordi solisti "Truth" e "Beck Ola" con il groove Motown.

"Volevo creare una band che capisse l'atmosfera Motown ma darle più grinta. che desse una sensazione da disco Motown ma più spigolosa e quasi al limite del metal.
Che è quello che cercavo nell'album Truth: una linea di basso con ritmica Motown ma con enormi tamburi tipo Zeppelin."

Ma alla Motown ci siamo allontanati sempre di più dalla parte rock, perché loro non lo capivano.
Ascoltavano i Meters.
Ma difficilmente uscivano da quel dannato studio (per ascoltare altre cose)."


L'album si è definitivamente perso.

"Ho ancora il nastro multitraccia, anche se scommetto che se lo metti sulla registratore ora finirebbe in mille pezzi. Ne ho fatto una copia su cassetta. Questo è tutto quello che c'è.
Ma ho scoperto qual era il vero segreto della Motown.
Erano fantastici musicisti di livello mondiale: la migliore esecuzione e il miglior suono di batteria. Ma se togli quel riverbero Motown, non ottieni niente. È molto bello, ma non è Motown. Il tutto era sintonizzato sull'atmosfera di quel riverbero.
"
Beck approderà alla Motown poco tempo doipo, partecipando (in un brano) a "Talking Book" di Stevie Wonder, con cui farà nascere anche il groove (Beck alla batteria) di "Superstition" che Stevie aveva composto per Jeff ma che alla fine tenne per sé, facendola diventare una delle sue più grandi hit.

giovedì, febbraio 16, 2023

Pete Townshend - Gratis Amatis


Per il trentunesimo compleanno di Kit Lambert, l’11 maggio 1966, Pete Townshend e il suo amico giornalista Ray Tolliday registrano su un nastro un “regalo” musicale al manager, una specie di parodia di un’opera, intitolata “Gratis Amatis” (rimasta inedita).

Kit apprezzò ma trascinò subito Pete da una parte, illuminato dall’idea e lo pregò di lavorare in quella direzione: un’Opera Pop costruita con un insieme di brani, collegati l’uno all’altro che raccontassero una storia.

Il chitarrista incominciò a lavorare a un racconto, ambientato nel 1999 (33 anni dopo), in un’epoca in cui i genitori avessero la facoltà di scegliere il sesso dei nascituri.
Una coppia scelse di avere quattro femmine ma per un errore alla fine ne nacquero tre e un maschio, che però venne cresciuto come una femmina.
Intitolò la mini opera “Quads”.

https://tonyface.blogspot.com/2011/04/rock-tales-who-quads-first-rock-opera.html

“Fu il mio primo tentativo di scrivere un’opera rock ma non fu mai completata".
La storia alla fine fu concentrata in due minuti e trenta e diventò un singolo degli Who”, “I’m a boy” (pubblicato il 26 agosto 1966).

Pete Townshend si concentra sempre di più su questa idea e compone qualche altra canzone da inserire in un contesto “operistico”.
“In questo periodo ho scritto altre due canzoni che penso fossero destinate a far parte di un altro ciclo di canzoni su pazzi, disadatti o persone con menti malsane.
Erano “King Rabbit” e “Lazy fat People”.
“Happy Jack” è arrivato poco dopo, parte della stessa idea.
Cominciava a germogliare un’idea più grande:
potevo scrivere una vera opera?

giovedì, settembre 01, 2022

Sex Pistols, Freddie Mercury e i Queen


Uno degli aneddoti più gustosi nella storia del punk e del rock accadde nel 1977 mentre sia Sex Pistols che Queen erano in studi di registrazione attigui al Wessex Sound Studios a Highbury New park a Londra.
I primi a lavorare su "Never mind the bloocks", i secondi su "News of the world".

Secondo l'ex roadie della band Peter Hince nel suo libro "Queen Unseen", a un certo punto Sid Vicious entrò nello studio dei Queen e deridendolo disse a Freddie Mercury:
"Sei già riuscito a portare il balletto alle masse?" (riferendosi a una recente intervista in cui Mercury aveva sottolineato il suo amore per il balletto).
Freddie che non è mai stato personaggio particolarmente diplomatico, si alzò lo affrontò e con sarcasmo gli rispose: 'Non sei Stanley Ferocious o qualcosa del genere?'"

Poi lo afferrò per il bavero e lo buttò fuori dal loro studio.
Roger Taylor lo bollò semplicemente come un "idiota".
Freddie nelle interviste successive calcò la mano sull'episodio.
"L'ho chiamato Simon Ferocious o qualcosa del genere, e non gli piaceva affatto e gli ho detto, 'Cosa hai intenzione di fare adesso?. Era tutto tagliuzzato, così gli ho detto: 'Assicurati di graffiarti in modo appropriato allo specchio oggi e domani otterrai qualcos'altro. Odiava il fatto che potessi anche parlare così. Penso che siamo sopravvissuti anche a quel test".

Anche Johnny Rotten pare sia entrato, a quattro zampe, arrivando fino al piano a cui sedeva Freddie salutando e uscendo subito.
Frddie in un'intervista alla televisione australiana ricamò un'ulteriore aneddoto:
"Ho chiesto a Johnny Rotten e Sid Vicious di ascoltare uno dei nostri brani e gli ho detto "Canterò in uno dei vostri brani se voi canterete in uno dei miei". Avresti dovuto vederli, 'Non possiamo essere visti con Freddie Mercury'!!!. Indossavo ballerine in quel momento..."

John Lydon assicura di avere invece cantato i cori in un brano dell'album.
«Ho cantato nei cori di un pezzo dei Queen, non ricordo quale ma non era quello pieno di “Galileo”. È stato fantastico vedere come Freddie registrava ogni singola parte vocale separatamente, a volte anche una sola parola e poi le editavano insieme per creare un pezzo. Per me era incredibile: io canto una volta e poi basta, se canto due volte sicuramente sbaglio qualcosa!».

Bill Price ricorda, che uno dei membri dei Queen lo prese da parte e disse:
"Uno dei Sex Pistols è appena strisciato a quattro zampe attraverso il nostro studio fino al lato del pianoforte, ha detto:" Ciao Freddie", e se ne è andato a quattro zampe. Potresti assicurarti che non lo faccia di nuovo?"

In un'altra dichiarazione è stato più preciso:
«Il fatto che Rotten avesse voluto incontrare Mercury mentre entrambi i gruppi stavano registrando al Wessex Studios indicava una reale forma di rispetto nei loro confronti. Lui era persino andato a vederli in concerto.
Io provai a dirgli "Oh Johnny, non è una buona idea!". Più tardi tornò e disse "Sono stato di là per incontrare Freddie". Gli risposi: "Ah, va bene...".
Mentre me ne stava parlando, qualcuno bussò alla porta. Era il produttore dei Queen, che disse: “Freddie stava suonando al piano e uno della vostra band si è diretto verso i nostri quattro nello studio fermandosi affianco al pianoforte salutando Freddie e gli altri. Puoi fare in modo che questo non si verifichi più?”».


Roger Taylor, batterista della band, in un'intervista del 1981 su Rolling Stone:
«Il punk ci ha fatto dare una mossa, era così cattivo, diverso, oltraggioso. La prima volta che vidi John Rotten rimasi davvero sconvolto, perché non avevo mai assistito a nulla del genere così, in carne ed ossa. Lui incarnava l'essenza del comportamento punk. Non c'era dubbio che il ragazzo avesse un innato carisma».

Brian May:
«Credo che Freddie, John [Deacon, ndt] ed io fossimo un po' chiusi nel nostro mondo, ma Roger era pienamente consapevole di quello che stava succedendo con il punk».

Brian May ricorda di avere chiacchierato di musica con Johnny Rotten nei corridoi dello studio di registrazione e successivamente disse a Steve Jones che il loro album era stato un disco epocale, tra i più importanti della storia del rock.

John Lydon nel 2002:
«È buffo notare quanto siamo legati ai Queen, per tanti versi. Furono loro quelli che annullarono l'intervista dandoci modo di prendervi parte. Non era assolutamente nei nostri piani. Non è stata una trovata pubblicitaria da parte nostra. Venne organizzata all'ultimo momento proprio quello stesso giorno».

Come è ampiamente noto la famosa apparizione dei Sex Pistols al Bill Grundy Show fu determinata dalla decisione dei Queen di non partecipare.
Inizialmente come ospiti furono costretti a tirarsi indietro all'ultimo minuto a causa di un tremendo mal di denti che aveva colpito Freddie Mercury.

venerdì, novembre 19, 2021

Laibach live a Pyongyang Agosto 2016



Uno dei concerti più particolari nella storia della musica "rock" (il primo di una band occidentale) si tenne in due date, il 19 e 20 agosto 2016 a Pyongyang, capitale della Corea del Nord, al Conservatorio "Kim Won Gyun".
Il (breve) The Liberation Day Tour ricordava il 70º anniversario della fine dell'occupazione giapponese della Corea nel 1945.

I Laibach, band industrial slovena/ex yugoslava (sono nati nel 1980), hanno sempre pesantemente "giocato" con i simboli degli autoritarismi (fin dal nome, affibbiato dai tedeschi a Lubijana, durante l'occupazione nazista), in particolare il nazismo, a cui hanno associato estetica e richiami coreografici, non preoccupandosi mai di smentire risolutamente i legami ma rispondendo con ironia e doppi sensi ("Siamo nazisti tanto quanto Hitler era un artista").

Il doppio concerto in Corea del Nord fu un ulteriore passo verso la rappresentazione musicale e scenica del concetto di autoritarismo estremo.
"Non andiamo in Corea del Nord per provocare i coreani, ci andiamo per provocare il resto del mondo."

Le trattative durarono un paio di anni, grazie al regista norvegese Morten Traavik, furono ovviamente difficoltose ma proficue, fino a raggiungere l'accordo per l'esibizione.
"Si è creato un legame di fiducia, cosa molto importante. Se non si fidano di te, non puoi fare nulla".

Altrettanto complesso trattare su ciò che si poteva o non poteva fare durante il concerto ma trovarono un compromesso senza troppi problemi (niente scene di nudità, ad esempio, la pudicizia del popolo nord coreano non contempla nemmeno quella nelle statue).

Nel film di Traavik, "Liberation Day", che documenta l'esibizione, si vede parte del pubblico (1.500 persone ogni sera) attento, altri indifferenti, altri ancora annoiati.
Sono persone medio borghesi, cittadini (in Corea del Nord la differenza tra chi abita nella capitale e chi nelle campagne è abissale), lavoratori statali, non c'erano contadini e nemmeno giovanissimi.

"Pensavamo che andando avremmo imparato qualcosa sulla Corea del Nord, ma in realtà quando vai lì, ti rendi conto che non saprai mai nulla.
Perché non sei mai sicuro.
È reale quello che stiamo vedendo? È una messa in scena?
Ti fai sempre domande."


Non diversamente dall'etica artistica e comunicativa dei Laibach.

Laibach live a Pyongyang
https://www.youtube.com/watch?v=SQORt5Y7Eqo

Laibach - Sound of silence
https://www.youtube.com/watch?v=2oD0W6SSBUA

Il sito del film Liberation Day
http://www.liberationday.film/

Il trailer del film
https://www.youtube.com/watch?v=WBuYjttUQn8
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