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mercoledì, ottobre 10, 2018

Il caso D’Oliveira



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
I precedenti post qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/50%20anni%20dal%201968

A CURA di ALBERTO GALLETTI

Quando, a fine agosto 1968, il comitato dei selezionatori divulgò le convocazioni per la nazionale inglese di cricket che si sarebbe recata in tour in Sud Africa nell’inverno successivo, un’ ondata di indignazione scosse il paese dalle fondamenta. Lunghi mesi di mezze ammissioni, mezze bugie, grosse bugie, rassicurazioni di facciata e trame dietro le quinte culminarono nell’esclusione di Basil D’Oliveira dal tour, un’esclusione che in tanti forse si aspettavano, ma che nessuno davvero aveva creduto possibile.
Cosa scatenò questa reazione nel pubblico inglese?

Basil D’Oliveira era nato a Città del Capo da una famiglia di origini indiano-portoghesi che, al tempo, lo definiva razzialmente come Cape coloured. Matto per il cricket fin da bambino cominciò per strada quando ancora per i non bianchi giocare sulla pubblica via era proibito pena l’arresto. Il padre lo iscrisse al proprio club dove Basil cominciò a giocare seriamente e a mettersi in luce.
Diventò uno dei giocatori non-bianchi più promettenti, ma gli fu presto chiaro che il regime razzista sudafricano gli avrebbe sbarrato la strada verso i massimi livelli: il cricket, così come il rugby e tutto il resto, al massimo livello, era riservato ai bianchi.
Lui comunque era deciso a riuscire e non si perse d’animo. Si fece coraggio e scrisse a John Arlott in Inghilterra spigando il suo caso e quanto fosse deciso a diventare un giocatore professionista.

John Arlott è stato il più grande commentatore e scrittore di cricket che la storia ricordi, poeta mancato, dotato di uno stile inimitabile che suscitava ammirazione tra il pubblico e invidia tra i colleghi, ed era a quel tempo, fine anni 50, un’autorità.
Fu anche giornalista del Guardian e soprattutto, riguardo la richiesta d’aiuto di D’Oliveira, un forte oppositore dell’apartheid. Il Sud Africa era il posto preferito per i privilegiati del MCC dove andare in tour.
Clima perfetto, ospitalità favolosa da parte della comunità bianca, nei quali circoli venivano introdotti ed ospitati con massimo sfarzo, avversari di grande livello ma senza l’antipatica aggressività degli australiani.
Il sentimento era ovviamente ricambiato.
Arlott c’era stato nel 1948/49 aveva goduto di quella splendida ospitalità, ma aveva assistito, inorridito, al pestaggio di un uomo di colore per strada, apparentemente senza motivo
. Sgomento, trovò molto difficile rientrare in quelle sfarzose case e continuare ad essere ospite di chi viveva così agiatamente e permetteva che si verificassero tali orrori. Chiese di essere portato a visitare alcune township dove viveva la gente di colore: rimase sconvolto. Nel 1950 condannò apertamente il regime sudafricano durante una radiocronaca della BBC e in seguito si rifiutò di commentare partite in cui giocava il Sud Africa. Raccolse l’appello di D’Oliveira e cominciò con lui una corrispondenza epistolare, dichiarando il proprio impegno e di aver preso a cuore il suo caso. Sfortunatamente però ogni missiva dall’Inghilterra si chiudeva sempre allo stesso modo: Arlott si diceva tremendamente spiaciuto ma ancora non era riuscito a trovargli una squadra. E in effetti era difficile convincere qualcuno ad ingaggiare un giocatore sudafricano sconosciuto, non più giovane, le cui medie in battuta e al lancio, benché di tutto rispetto, non potevano essere verificate, che non aveva mai giocato first-class cricket, non per colpa sua ovviamente e completamente a digiuno di esperienza sugli umidi wickets inglesi.

Dopo quasi tre anni di tentativi finalmente, grazie all’aiuto del collega John Kay, Arlott scrisse a D’Oliveira che c’era un contratto per lui con il Middleton Cricket Club che faceva la Central Lancashire League, ingaggio 450 sterline a stagione,
buono.
Entusiasta, D’Oliveira accettò.
L’entusiasmo si smorzò non appena scoprì che il viaggio aereo per l’Inghilterra ne sarebbe costate 200.
La comunità nera di Signal Hill si mobilitò per raccogliere i fondi necessari a coprire il costo del viaggio. Parecchi non aiutarono, protestando che il ragazzo non sapesse stare al proprio posto e ironicamente fu fondamentale l’aiuto di Gerald Innes, un giocatore bianco, ex-nazionale, che riuscì ad aggirare le leggi dell’apartheid e organizzare una partita con la quale raccolse £150 che pagarono il viaggio quasi per intero.

L’arrivo in Inghilterra fu traumatico, forse più in positivo che in negativo:
Al suo arrivo ad Heathrow scoprì, dopo averla cercata a lungo, che non esisteva l’uscita riservata ai non-bianchi. Fu inoltre sorpreso dal trattamento riservato in Inghilterra alla gente di colore, normale, pur se con le limitazioni dell’epoca. In particolare, ricordando i tempi del suo arrivo, non mancò mai di sottolineare come, non solo poteva entrare in qualsiasi ristorante o locale frequentato da bianchi, ma addirittura sedersi al tavolo con loro, parlarci e venir servito da camerieri bianchi!

In campo le cose si misero subito bene. D’Oliveira, battitore destro, segnò 3.770 runs per il Middleton CC in 157 partite con una media di 24,96, non eccezionale ma buona. Si distinse anche al lancio e dopo quattro stagioni, nel 1964, arrivò finalmente la chiamata del Worcestershire County Cricket Club, una delle 20 squadre del campionato inglese. Nello stesso anno chiese, ed ottenne, la cittadinanza britannica. D’Oliveira si impose anche al massimo livello, e nel 1966 alla bella età di 35 anni arrivò la chiamata dell’Inghilterra.

C’era riuscito!

Un ragazzo, ormai adulto, di colore dai sobborghi di Città del Capo era riuscito ad arrivare al massimo livello nel cricket, non nel nativo Sud Africa bloccato dall’ apartheid ma nella patria di adozione. Debuttò nel 2° Test contro le West Indies, un buon debutto: 27 in battuta e 1-24 e 1-46 al lancio.
Nel 3° Test andò meglio: 76 e 54 in battuta e 2-51 e 2-77 al lancio, che non evitarono però la sconfitta. Fu convocato anche per il 4° test dove segnò 88 not-out vendendo cara la pelle ma non fu sufficiente ad evitare una sconfitta catastrofica per un innings e 55 runs.
Un’escalation.
Escalation che continuò nel 1967 contro India, dove mise a segno il suo primo century in Test Cricket (109), e Pakistan.
Convocato per il tour invernale delle West Indies, le cose non andarono bene, i Sudafricani, che lo tenevano d’occhio speravano che il brutto momento continuasse . Il primo ministro Vorster era ad ogni modo convinto che gli inglesi lo avrebbero comunque convocato per il tour del 1968/69 ed era fermamente intenzionato a non autorizzare l’ingresso nel paese di D’Oliveira e di una squadra che non fosse costituita esclusivamente da bianchi.
L’MCC , nonostante fosse imbottito di membri dell’Estabilishment britannico, evitava di prendere posizioni politiche, suo unico interesse era il cricket e, in virtù di questo, voleva il che il tour procedesse. Tanti però a St. John’s Wood sapevano che ci sarebbero stati problemi, inoltre si volevano mantenere i tradizionali rapporti con gli amici sudafricani, risalenti all’epoca pre-apartheid.
Il Club si trovò quindi in una situazione quanto mai scomoda. Dopo aver inviato una lettera alla federazione sudafricana sulla questione, che non ebbe risposta, incaricò quello che era al tempo uno dei suoi membri più autorevoli a trovare una soluzione diplomatica alla questione. Sir Alec Douglas-Home, già Primo Ministro e Ministro degli Esteri conservatore e ora Ministro degli Esteri del governo ombra, aveva appena terminato il suo mandato di Presidente del MCC e acconsentì ad incontrare Vorster durante una visita di stato in Rhodesia e Sud Africa. Ne nacque un pastrocchio madornale.

Durante il suo incontro con Vorster, Douglas-Home discusse della questione D’Oliveira, ma non riuscì a strappare al primo ministro sudafricano una risposta affermativa. La risposta, alquanto ambigua fu di non chiedere esplicitamente se D’Oliveira potesse o no andare in Sud Africa con l’MCC, ma che probabilmente il governo sudafricano non avrebbe protestato. Al suo ritorno in Inghilterra, Sir Alec, rassicurò l’MCC di aver discusso la questione e di non creare un problema che per il momento non esisteva, poi, la risposta alla lettera inviata alla federazione sudafricana arrivò. Fu consegnata, subdolamente a mano, da Jack Cheetham, ex-capitano sudafricano e ora vice-presidente federale a Gubby Allen potentissimo tesoriere del MCC, ex presidente del Club, ex capitano dell’Inghilterra e suo vecchio amico. Allen mostrò la lettera al segretario del MCC Billy Griffith.
Il contenuto non lasciava dubbi: “non ci sarà nessun tour con D’Oliveira in squadra”.

I due non informarono il consiglio direttivo del club, per paura di svelare le reali intenzioni di Vorster e che il tour venisse cancellato, quindi congedarono Cheetham dicendogli che l’MCC avrebbe fatto tutto il possibile affinchè il tour si sarebbe svolto.
Ignorando tutto questo, il Consiglio Direttivo del MCC si ritenne soddisfatto e fece scivolare la questione sotto coperta mentre la stagione 1968 prendeva il via.
Anche all’interno del MCC alcuni, tra cui Allen e Griffith, speravano che il calo di forma di D’Oliveira continuasse durante l’estate di modo che una non convocazione sulla base dei risultati sarebbe stata inoppugnabile e nessuno avrebbe avuto niente da ridire.
Le trame sudafricane continuarono e poco dopo Vorster riuscì a contattare un membro del Consiglio del MCC, Lord Cobham, a cui svelò le sue reali intenzioni. Anche Cobham voleva che il tour procedesse e, sapendo che il Consiglio avrebbe votato contro il tour senza D’Oliveira, ne informò solamente un membro, la cui identità non fu mai svelata (Gubby Allen?), tramite lettera privata. Quindi ora erano in quattro a sapere: Cobham, Allen, Griffith più il Presidente del MCC Gilligan.

Intanto la stagione entrava nel vivo e dai primi di giugno gli australiani erano in Inghilterra con gli Ashes da mettere in palio su una serie di cinque Test Match. Giunti a fine agosto, dopo quattro test, gli ospiti erano in vantaggio 1-0. D’Oliveira aveva giocato il primo, nonostante il suo 87 not-out nel secondo innings, non fu più chiamato per i test successivi.
Deludente al lancio, dissero i selezionatori. Cercano la scusa per non portarlo in Sud Africa ribatterono i maligni.
Ora però con solo la vittoria a disposizione per riuscire a pareggiare la serie, i selezionatori lo richiamarono.

Il quinto Test cominciò la mattina del 22 agosto, l’Inghilterra vinse il toss ed entrò in battuta.
Le cose andarono discretamente fino al pomeriggio quando dopo l’eliminazione di Graveney toccò a D’Oliveira scendere in battuta con il punteggio attestato a 238-4 e la partita in delicato equilibrio
. Il nostro si trovava dunque a dover battere al meglio, senza commettere errori e a dover segnare molti punti per traghettare l’Inghilterra in una posizione ideale per cercare la vittoria.
L’inizio fu lento, tesissimo, la pressione sulle sue spalle enorme.
Al termine del primo giorno, comunque, D’Oliveira era ancora dentro, il suo punteggio 23 ottenuto in maniera assai prudente.

Il mattino seguente cominciò ancora prudentemente, rischiò di essere eliminato a 31, ma il keeper australiano mancò un catch facilissimo. Lo spavento lo scosse, si mise a giocare in modo più sciolto e raggiunse quota 50 (‘well played - gli disse l’arbitro - questa tua prova causerà parecchi problemi’).
Proseguirà raggiungendo i 100 prima di essere eliminato per 158, un punteggio individuale straordinario, indirizzando il Test verso la vittoria inglese. La sua uscita dal campo fu salutata da una standing ovation lunghissima.
A detta di molti uno dei più grandi innings mai giocati fino ad allora considerando la situazione della partita e l’incredibile pressione esterna al quale il giocatore era sottoposto. L’Inghilterra vinse, al lancio di D’Oliveira non fu un granchè ma nessuno nutriva dubbi ormai sulla sua convocazione per il tour in Sud Africa. Qualcuno però stava osservando. Vorster aveva un emissario presente all’Oval che contattò il presidente del Surrey CCC, nel cui campo si stava giocando il Test e molto vicino a due dei sei selezionatori inglesi dicendogli chiaramente che se, sulla base della prestazione di oggi D’Oliveira sarà convocato il Tour verrà cancellato dalle autorità sudafricane. A fine partita Doug Insole, presidenti dei selezionatori inglesi e probabilmente una delle due talpe di Vorster all’interno del MCC , chiese a D’Oliveira, con l’intento di scoraggiarlo, se fosse stato disponibile ad andare in Sud Africa quell’inverno, la stessa cosa fece Colin Cowdrey, suo capitano, mettendo l’attenzione sulla pressione che avrebbe dovuto fronteggiare. Basil rispose si ad entrambi, e se ne andò con la convinzione che sarebbe stato sicuramente convocato.

Il pomeriggio del 27 agosto, dopo una riunione fiume di sei ore, i selezionatori inglesi diramarono le convocazioni per il Tour del Sud Africa dell’inverno 1968/69: il nome più atteso, Basil D’Oliveira, non c’era.
La giustificazione fu che la scelta era stata fatta considerando solo il cricket e che, nell’ultimo anno, D’Oliveira era andato male al lancio e che quindi il posto di all-rounder (cioè uno che lancia e batte bene), andava a Ken Barrington.
In pochi ci credettero.

La riunione del comitato dei selezionatori fu però anomala per non dir strana, molto strana. Erano presenti almeno dieci persone, se non dodici, invece dei soli sei selezionatori più eventualmente il Presidente del MCC, due dei quali: Insole e Griffith probabilmente talpe di Vorster ben decise a mettere pressione sulla non convocazione.
Ma soprattutto Gubby Allen che, sebbene non simpatizzasse apertamente per l’apartheid, non fece mistero che vedeva D’Oliveira come un ostacolo al tour, cosa che gli interessava più di ogni altra. I verbali dell’assemblea presentano omissis in vari punti.

L’Inghilterra, sportiva e non, fu travolta da un ondata di indignazione. L’opinione pubblica si divise: da un lato, in minoranza chi giustificava l’omissione accettando il verdetto sportivo, dall’altra i più che accusavano apertamente l’MCC di condividere la politica razzista di Vorster e del suo paese.
Ci fu una spaccatura anche all’interno del MCC dove il Reverendo D.S. Sheppard, ex-capitano inglese e arcivescovo di Woolwich, insieme ad altri 70 firmò una petizione con cui chiese al MCC di cancellare il tour. Nel giro delle settimane successive, parecchi soci del MCC diedero le dimissioni dal club che ricevette anche migliaia di lettere di protesta. Altri scrissero al Primo Ministro e chiesero la cancellazione del tour che secondo loro avrebbe sottinteso l’approvazione dell’apartheid da parte del MCC e di tutto l’Estabilishment britannico, governo incluso.
Un putiferio.
I bianchi sudafricani ricevettero la notizia con giubilo e festeggiarono.

Ma nella vita, si sa, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e il 14 settembre Tom Cartwright, uno dei nazionali, rinunciò al tour causa un infortunio alla caviglia che lo perseguitava da mesi e che adesso peggiorava. L’MCC non perse tempo e per gettare acqua sul fuoco convocò immediatamente al suo posto D’Oliveira. Si scatenarono nuove polemiche, questa volta da parte di chi vedeva l’accaduto come una contro manovra politica pilotata dal governo britannico per riparare al torto precedente, cosa che poteva aver senso visto che D’Oliveira era stato dapprima bocciato come lanciatore e ora veniva incluso al posto di un lanciatore. Lui stesso era contento ma sapeva che probabilmente non ci sarebbe stato nessun tour.
Vorster all’altro capo del mondo lanciò tuoni e fulmini contro l’MCC accusandolo di opportunismo politico. Dichiarò che alla squadra inglese era la squadra del partito anti-apartheid e che le sarebbe stato negato l’ingresso nel paese e cancellò il tour.

Gli inglesi risposero che i razzisti sudafricani si assumevano la responsabilità della scelta. Il presidente e il vice della federazione sudafricana volarono segretamente a Londra e tennero una riunione top secret in cui tentarono di rimediare la situazione ma l’MCC questa volta fu inflessibile e i due dichiararono se ne uscirono dichiarando che il tour era da ritenersi cancellato per motivi fuori dal controllo della federazione sudafricana che doveva per forza sottostare alle leggi dell’apartheid.
L’MCC rimediò un’accordo all’ultimo minuto per un tour in Pakistan dove D’Oliveira giocò egregiamente.
Nel frattempo il cerchio si chiudeva inesorabilmente intorno allo sport sudafricano. Il tour degli springboks in Gran Bretagna del 1969 fu accompagnato da enormi manifestazioni anti-apartheid e incidenti, mentre il tour della squadra di cricket programmato per il 1970 fu cancellato dal MCC dietro pressioni del governo di Westminster.
Violente manifestazioni accolsero gli springboks anche in Australia, dove si arrivò allo stato di emergenza dichiarato per la partita di Brisbane. Le autorità australiane cancellarono il cricket tour dei sudafricani in programma sei mesi dopo.

D’Oliveira con la sua modestia di persona semplice ma ben decisa a non cedere davanti al sopruso aprì gli occhi al grande pubblico sulle nefandezze dell’apartheid. Pubblico che, insieme all’ etabilishment britannico era portato tendenzialmente a simpatizzare superficialmente con i bianchi sudafricani. Da quel settembre 1968 le cose cambiarono drasticamente e grazie all’isolamento totale del cricket al Sud Africa, che coinvolgeva direttamente il governo britannico, piuttosto potente nell’ambito del Commonwealth, l’isolamento, non solo sportivo, del paese si strinse via via fino ad arrivare al crollo del regime segregazionista e alla liberazione di Mandela, anch’egli una vittima di Vorster. Il cricket giocò in questo un ruolo decisivo.

Quando verso la fine degli anni 90 Mandela incontrò D’Oliveira che era in Sud Africa, ora un paese libero, per allenare squadre di ragazzi di colore che si affacciavano per la prima volta ad un cricket aperto a tutti lo ringraziò dicendogli “Grazie per essere venuto Basil. Il tuo ruolo è stato molto importante. Hai fatto il tuo pezzo, ora puoi tornare a casa”.
Soddisfazioni. Anche quando per passare all’incasso bisogna aspettare una vita intera.
Dal 2004, la serie di Test Match tra Inghilterra e Sud Africa si disputa per il Basil D’Oliveira Trophy.
L’anno dopo fu insignito del CBE.

venerdì, agosto 24, 2018

Beppe Fenoglio - Il partigiano Johnny



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
I precedenti post qui:

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“Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo e questa sarebbe una maniera di dire di sì".
(Johnny a chi gli consiglia di nascondersi in un luogo sicuro in attesa della fine della guerra invece di restare in montagna tra freddo e fame, braccato dai fascisti)

Poderoso romanzo epico (con forti riferimenti a fatti realmente accaduti nella zona di provenienza di Fenoglio, le Langhe, che lì fu per mesi partigiano) sulla Resistenza, decurtata da retorica e trionfalismi.

Un racconto crudo, spoglio, in cui i partigiani vengono spesso sconfitti, bastonati, in cui rivelano debolezze, rivalità, un profilo non sempre così limpido (come abitualmente riportato).
Giustamente descritto come una sorta di "Mody Dick" della Resistenza, si avvale anche di un linguaggio personalissimo e inimitabile che mischia italiano e frasi in inglese (Fenoglio scrisse in inglese e poi traduceva in italiano !).

Personalmente lo paragonerei a un "On the road" della Resistenza.

Un romanzo fondamentalmente pacifista e idealista, in mezzo all'orrore della guerra, alla morte, alla fame, freddo, disperazione.
Uscì postumo nel 1968, suscitando polemiche e critiche.
Guido Chiesa ne ha tratto un film nel 2000.

venerdì, luglio 20, 2018

Time Out



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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Esce il 12 agosto del 1968 a Londra il primo numero di TIME OUT, storica rivista, tutt'ora in circolazione (e espansa in altre 39 città del mondo, da New York a Delhi, Washington, Tel Aviv, Pechino etc.).

Il nome originale "Where It's At" fu cambiato in "Time Out" ispirandosi all'omonimo album di Dave Brubeck.

Inizialmente concepita come rivista underground dalle istanze radicali ha progressivamente mutato pelle, passando da 5.000 a 110.000 copie, diventando successivamente un colosso della comunicazione.

venerdì, luglio 13, 2018

Bournemouth 1968: rivoluzione nel tennis



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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A cura di ALBERTO GALLETTI

Cinquant’anni dal 1968 e cinquant’anni dal cambiamento più epocale che abbia mai riguardato la storia del tennis:
l’inizio dell’era ‘open’ ovvero la legalizzazione del professionismo nei più importanti tornei mondiali.

Lo sport, attività molto importante nella Gran Bretagna degli anni 60, così come in quella di oggi, era impostato secondo canoni assai rigidi e tradizionalisti che ne facevano, nonostante il chiaro scopo di divertimento e svago, una delle attività più conformiste della società britannica.

Il gioco praticato era altresì specchio della classe di appartenenza, secondo la rigida impostazione dell’epoca.
Si andava dal calcio che già da fine ottocento aveva approvato il professionismo sotto la spinta delle squadre del nord-ovest industrializzato dove aveva attecchito rapidamente tra le masse working-class che vedevano in esso, oltre all’ovvio divertimento, una via di fuga dalla vita in miniera o in fabbrica, al rugby dove il ferreo dilettantismo imperava ma che subì, più o meno allo stesso tempo, una scissione che produsse due giochi differenti: il rugby league (o rugby a XII), professionista, sempre nel nord operaio in cui i giocatori, e i sostenitori, erano esclusivamente appartenenti alla working class di Lancashire e Yorkshire e il Rugby Union, quello tradizionale a XV giocatori, che rimase appannaggio delle classi alte i cui rampolli lo praticavano dalle public schools, ai reggimenti militari, da Oxford a Cambridge via via fino agli austeri clubs del sud dell’Inghilterra , feudi incrollabili del dilettantismo.

Situazione anomala invece per l’anomalo cricket, troppo importante per l’identità nazionale e per l’alta società inglese, in cui le due anime, professionistiche e non, convissero per ben più di un secolo in un singolare regime di apartheid in cui i professionisti, chiamati ‘the players’, venivano discriminati dai non professionisti, i ‘gentlemen’, incarnazione giocante delle upper-classes che non avevano bisogno di sporcarsi le mani e infangarsi l’onore lavorando ne tantomeno giocando a cricket.
Persino il modo di scrivere il nome dei giocatori era discriminato: per i gentlemen prima le iniziali dei nomi quindi il cognome, viceversa per i professionisti.
Curioso e divertente, leggendo le formazioni delle squadre si riusciva a capire chi era professionista e chi no.
Tutte queste discriminazioni sociali non impedivano comunque ad entrambe le categorie di giocare insieme per le rispettive Contee o per l’Inghilterra.
La questione veniva poi regolata annualmente fin dal 1806 presso il prestigioso ed onnipotente Marylebone Cricket Club, sul cui campo si giocava almeno una delle due partite annuali Gentlemen v. The Players, tradizione tristemente abolita insieme alla discriminazione nel 1962.

Rimaneva il tennis che, come e più del cricket, era ad uso e consumo esclusivo delle upper-classes, vuoi per l’eleganza intrinseca del gioco, vuoi per l’esclusività dei club che ne custodivano e mantenevano i campi da gioco, vuoi forse perché le classi inferiori non erano più di tanto attirate da un gioco simile, troppo perbenino.
Ad ogni modo i tennisti partecipanti ai principali tornei dovevano essere categoricamente dilettanti, nessuno di loro poteva percepire premi in denaro quale ricompensa per la vittoria o piazzamento dei tornei, essere pagati dalle rispettive federtennis alle quali dovevano essere obbligatoriamente affiliati o percepire ad alcun titolo somme di denaro per le rispettive attività tennistiche, unica eccezione ammessa i rimborsi per le spese di viaggio documentate e certificate da organizzatori e federazioni.
Chiaro che con questi requisiti il tennis, già molto poco popolare tra la classe lavoratrice, divenne per quest’ultima quasi impossibile da praticare.

Il circuito tennistico si sviluppò principalmente nell’Impero Britannico, negli Stati Uniti e, in misura minore, in Francia.
Gestito da esclusivi e signorili club quali The All England Lawn Tennis Club e similari, dotati di curatissimi campi in erba e organizzatori di tornei fin dal principio.
Nacquero così il Torneo di Wimbledon, per gli affezionati semplicemente The Championship, nel 1877, il US National Championship, oggi noto come US Open nel 1881 sull’erba del Casino di Newport nel Rhode Island, dove rimarrà fino al 1915, il Championnat de France nel 1891 e l’Australasian Championship a Melbourne nel 1905, che sostituiva un torneo risalente al 1880 noto come The Championship of the Colony of Victoria, insieme a questi fiorirono altri tornei un po ovunque, tipo il Carlton Club d Cannes o il Queen’s Club di Londra, ma furono i primi quattro, a partire dagli anni 20, a venir raggruppati in un insieme chiamato Grand Slam.
I migliori giocatori cominciarono a parteciparvi assiduamente, lo status di dilettanti assolutamente basilare. Già da quel decennio comunque, il professionismo si stava diffondendo sempre più tra i tennisti, clamoroso il caso di Suzanne Lenglen, che accettò un contratto da 75.000 dollari nel 1926 per giocare una serie di incontri negli Stati Uniti, che le costò l’automatica estromissione dai quattro tornei del Grand Slam , da parecchi altri tornei.
La giocatrice francese fu senz’altro pioniere del professionismo e ben presto fu imitata da parecchi altri tennisti, spesso i migliori che, infischiandosene del Grand Slam e della Coppa Davis, sottoscrissero contratti professionistici assai remunerativi. Continuavano con il dilettantismo i figli delle upper classes.

Questo portò anche al non secondario aspetto che ai tornei del Grand Slam i migliori non partecipassero quasi mai, se non agli esordi, prima di sottoscrivere contratti professionistici.
Nel dopoguerra cominciarono a diffondersi pagamenti sottobanco o camuffati in vario modo da rimborsi spese, assai generosi, accordati ai dilettanti dagli organizzatori.
La cosa ben nota esplose fragorosamente nel 1960 quando la Federazione Internazionale del Tennis fu posta sotto pressione e costretta a votare per la legalizzazione del professionismo, votazione che comunque non ottenne la maggioranza dei voti. L’attività proseguì tra accuse, ripicche, squalifiche, pagamenti illeciti e campioni che abbandonavano la scena principale attratti dal professionismo quali Rod Laver il grande australiano che, dopo aver vinto a Wimbledon nel 1961 e 1962, anno in cui si aggiudicò tutti i quattro titoli del Grand Slam, passò al professionismo.
Laver aveva abbandonato la scuola da ragazzino per inseguire il suo sogno di diventare un grande tennista e si vedeva ora, all’età di 22 anni e miglior giocatore al mondo, impossibilitato a guadagnare esercitando lo sport che amava e nel quale eccelleva.
E’ pur vero che era ben conscio di come funzionavano le cose fin dal principio ma la sua estromissione, insieme a quella di altri grandi quali Rosenwall, Gonzales, Hoad e altri si inserì in uno scenario di turbolenze, malcontento e ribellioni che cominciavano a serpeggiare al di sotto dell’estabilishment in quei primi anni 60, anni che avrebbero visto cambiamenti e stravolgimenti un po ovunque. Per il momento comunque i professionisti venivano buttati fuori e la porta chiusa dall’interno a doppia mandata.

La situazione non era comunque destinata a durare e la causa scatenante non fu da ricercare tra i ‘traditori’ professionisti ma tra i ben più subdoli dilettanti che pur non essendo ‘tecnicamente’ professionisti percepivano stipendi, ma spesso molto di più, in nero o apertamente dagli organizzatori di tornei o dalle loro stesse federazioni, cifre rilevanti, ascritte al capitolo ‘spese’.
La pratica non era però seguita dalla Federazione Britannica che tramite Derek Penman, prese posizione pubblicamente dichiarando: “ Gli inglesi sono stanchi di questa piaga che affligge il tennis di alto livello.
Questi dilettanti nient’altro sono se non ‘shamateurs’ (solito azzeccatissimo gioco di parole all’inglese che combina insieme shame: vergogna, con amateurs: dilettanti, per una sintesi lessicale al solito efficacissima nonchè dall’alto potenziale sarcastico-dispregiativo) . Tutti sappiamo che costoro contrattano, e ottengono, ingaggi esorbitanti fatti passare sotto forma di rimborsi spese dagli importi scandalosi. Dobbiamo agire di nostra iniziativa (Federtennis Britannica) al fine di rendere il nostro gioco onesto e trasparente. Da troppo tempo ormai siamo governati da leggi dilettantesche anacronistiche e inapplicabili.”

Così fu.
La proposta, già respinta di poco nel 1960, fu votata a fine marzo e, con gli organizzatori di Wimbledon e US Championship già decisi all’apertura, Wimbledon addirittura ospitò un torneo solo per professionisti nel 1967 col chiaro intento di ‘spingere’ definitivamente la causa del professionismo, l’ International Lawn Tennis Federation sancì, per quell’anno l’apertura ai professionisti di dodici tornei, inclusi i quattro del Grande Slam, e la Coppa Davis cui potevano di nuovo partecipare.

Sebbene Wimbledon, Parigi e gli altri due tornei del Grande Slam rientrassero nel novero dei tornei ‘aperti’ (ai professionisti) ,da qui infatti si comincerà a parlare di US Open, French Open, Australian Open etc etc, toccò alla ben più modesta Bournemouth, sede del Campionato Britannico su Terra Battuta, l’onore di ospitare il primo torneo di tennis della storia aperto a giocatori professionsti. Il 22 aprile 1968, quasi novantun’anni dopo l’inizio del primo torneo a Wimbledon, si chiudeva l’era pioneristica del tennis e si apriva ufficialmente quella professionistica.
La rivoluzione, discussa, proposta, disprezzata, osteggiata ed infine agognata era durata poco meno di un mese.

Tornando al tennis giocato, il torneo di Bournemouth del 1968 fu un evento storico.
Presso la sede del West Hants Club, le due anime del tennis, separate per quasi un secolo, si fusero insieme, i professionisti e i dilettanti condivisero finalmente gli spogliatoi, i campi, la clubhouse, e ovviamente giocarono tutti lo stesso torneo.
Tra i professionisti iscritti ci furono Ken Rosenwall, Rod Laver, Pancho Gonzales, Roy Emerson, Fred Stolle e Andrés Gimeno.

Il torneo ebbe inizio lunedì 22 aprile 1968, alle ore 13:43 quando il dilettante John Clifton divenne il primo tennista a servire nell’era open e anche il primo ad aggiudicarsi un punto; il primo ad aggiudicarsi un incontro fu il suo avversario, il professionista australiano Owen Davidson, ironicamente suo allenatore/istruttore.
Lo sport, si sa, spesso è un copione non scritto e la prima grossa sorpresa non tardò ad arrivare quando, al secondo turno, l’inglese Mark Cox divenne il primo dilettante a sconfiggere un professionista battendo l’ex n.1 al mondo, l’ormai quasi quarantenne Pancho Gonzales, per 0-6, 6-2, 2-6, 6-3, 6-3 dopo un inizio disastroso. Cox, al tempo neolaureato a Cambridge e buon giocatore per diletto, ricorda come a quel tempo i dilettanti avessero solo da guadagnare e i professionisti tutto da perdere in situazioni del genere, cosa che puntualmente capitò a Gonzales che al culmine di uno dei giorni più neri della sua carriera, al rientro negli spogliatoi non riuscì neppure a far funzionare le docce a gettone e tornò furente a lavarsi in albergo, maledicendo l’Inghilterra e gli inglesi, episodio divertente nonché sintomatico di un epoca lontanissima dai lussi dei tornei attuali.
Cox continuò il suo ottimo torneo battendo Emerson prima di arrendersi in semifinale a Laver: alla lunga i professionisti uscirono fuori.
Per il suo cammino nel torneo, Cox si aggiudicò 50 sterline più un gettone di 4 sterline a vittoria, ufficialmente approvato dalla Federazione, mentre Ken Rosewall che vinse la finale su Laver se ne aggiudicò mille, probabilmente lo stesso Laver ne ebbe di più.
Ma per Cox era tutto normale: “ il bed & breakfast li vicino costava 10 scellini e 6 pence a notte, compresa una colazione completa, non male. Alla fine mi rimasero anche i soldi per tornare a casa”.

Laver e Rosewall riconobbero l’importanza del torneo, specialmente Laver che volle partecipare ad ogni costo anche in ottica Wimbledon, che poi puntualmente si aggiudicò.
Nonostante la sproporzione tra il rimborso spese di Cox e il primo premio per Rosewall, quest’ultimo si è sempre dichiarato sorpreso di quanto siano arrivati a guadagnare i tennisti di oggi in confronto a quelli di cinquant’anni fa, grazie proprio all’apertura del 1968, un anno che rimane rivoluzionario anche per il tennis.

venerdì, luglio 06, 2018

Reunion di John Cage e Marcel Duchamp



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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Il 5 marzo 1968 a Toronto, Marcel Duchamp e John Cage giocarono a scacchi musicali. L'incontro / happening, intitolato "Reunion", attirò centinaia di spettatori al Ryerson Theatre, dove i due attivarono un'esperienza uditiva unica attraverso una scacchiera appositamente costruita che ad ogni singola mossa, produceva suoni elettronici.

Negli anni '60, Duchamp era noto come un eccellente giocatore di scacchi.Nel 1931 fu delegato francese alla World Chess Federation e nel 1933 partecipò alle Olimpiadi degli scacchi nella stessa squadra con Alexander Alekhine, il campione del mondo in carica.
Quando Cage incontrò per la prima volta Duchamp negli anni '40, rimase immediatamente affascinato dal vecchio artista e gli chiese di insegnargli a giocare a scacchi solo come scusa per passare del tempo con lui. Dopo molte notti di lezioni nell'appartamento di Duchamp a New York a Cage venne in mente il progetto "Reunion".

Cage chiese a Lowell Cross ( ricercatore associato presso gli Electronic Music Studios dell'Università di Toronto) di creare una scacchiera specializzata per l'occasione.
La scacchiera funzionava attraverso 64 fotoresistenze, che si collegavano a quattro "generatori di suoni", ognuno attivando una composizione diversa.
I microfoni interni sotto il tavolo amplificavano i suoni degli scacchi che si muovevano attraverso il pannello, mentre immagini oscilloscopiche uscivano da televisori a colori modificati, che fornivano il monitoraggio visivo di alcuni degli eventi sonori che passavano attraverso la scacchiera".

Duchamp ha battuto Cage in meno di 30 minuti.

Il resto della serata proseguì con un incontro più equilibrato tra Cage e la moglie di Duchamp, Teeny, mentre il maestro di scacchi sedeva al tavolo osservando.
Sebbene la stampa fu critica e sostanzialmente annoiata da "Reunion", è passata alla storia come un esperimento unico nel creare arte e musica in contemporanea attraverso un assortimento casuale di strategia e possibilità.
Come disse una volta Duchamp: "Mentre tutti gli artisti non sono giocatori di scacchi, tutti i giocatori di scacchi sono artisti."

Della serata non rimane però nessuna registrazione.
"Reunion" risultò essere l'ultima apparizione pubblica di Duchamp; morì più tardi quell'anno di insufficienza cardiaca all'età di 81 anni.

venerdì, giugno 22, 2018

Ciao 2001



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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Nasce nel 1968 la rivista musicale storica per eccellenza in Italia: CIAO 2001, criticata, sbeffeggiata, sicuramente non lo strumento ideale per una corretta e completa informazione ma per lungo tempo l’imprescindibile organo “ufficiale” per chi in qualche modo amava la musica.

Capace di affiancare Who e Renato Zero, Rolling Stones e Riccardo Fogli ma che, in mezzo a parecchia superficialità, riusciva comunque a portare in Italia quelle informazioni che nei 70’s e nei primi anni ’80 erano piuttosto complesse da ottenere.

Agli inizi degli anni 80 anche per l’informazione musicale si aprirono anche in Italia tutt’altri orizzonti e il “Ciao 2001” perse parte dell’autorevolezza che fino ad allora aveva in qualche modo rappresentato.

CIAO 2001 nacque nel 1968 dalla fusione di due tra le più importanti riviste musicali del periodo beat, “Ciao Amici” e “Big” (per un anno il nome fu infatti "Ciao Big") e usciva settimanalmente.
Si occupò inizialmente di musica leggera spostandosi poi verso il pop rock, con ampio spazio al prog (particolarmente seguito in Italia) e al cantautorato italiano non disdegnando però anche il rock più duro come quello di Led Zeppelin, Deep Purple, Who oltre ad immancabili notizie (e numerose copertine) sugli ex Beatles.
Il direttore storico fu Saverio Rotondi.
Tra le rubriche più seguite la "Posta" e "Psicologia & Psicanalisi" in cui si parlava di sesso in modo aperto.
Molto importanti, per i tempi, gli spazi dedicati alle discografie, molto spesso sconosciute e difficilmente ricostruibili.

Ciao 2001 proseguì fino agli ’90 per poi riprendere con una nuova grafica e una nuova impostazione, ma senza successo, tra il 99 e il 2000.
In totale vennero pubblicati 1212 numeri.

Personalmente ne conservo ancora parecchie centinaia di copie, acquistate tra il 1975 e i primi anni 80 e in cui è interessante leggere le recensioni dei primi album di Jam, Clash, Police, Talking Heads, dell’approccio al punk e alla new wave, visti con sospetto e sufficienza (anche se con puntualità), spesso attraverso un'informazione pressapochista (come inserire in uno speciale 45 giri PUNK, accanto a Ramones, Police e altri “Sultans of swing” dei Dire Straits...).
Ricordo però con piacere ed orgoglio leggere una recensione positiva del primo 45 dei Not Moving “Strange dolls”, nel 1982 su quella rivista che aveva rappresentato per anni la mia Bibbia “rock”.


Il post è già stato pubblicato qui: http://tonyface.blogspot.com/2012/09/ciao-2001.html il 5 settembre 2012.

venerdì, giugno 15, 2018

Grazie zia di Salvatore Samperi



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Film di Salvatore Samperi, uscito nel 1968 , presentato a Cannes, spesso erroneamente associato alla commedia erotica, in realtà di spessore tragico e drammatico, morboso e inquietante, espressione del cinema arrabbiato di quel periodo.

Il giovane Alvise (Lou Castel), figlio di un ricco industriale della provincia veneta, finge una paralisi alle gambe per evitare l'assunzione di responsabilità future nella società.
Affidato alle cure della zia materna Lea (una conturbante Lisa Gastoni), la irretirà e conquisterà in un gioco perverso e sadomaso fino a indurla ad ucciderlo con un'iniezione letale.

Incredibilmente efficace la colonna sonora di Ennio Morricone, con "Filastrocca vietnamita", cantata da Sergio Endrigo, e il cantilenante tema musicale "Guerra e pace Pollo e brace" che ricorre per l'intero film.


Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=TPg7NEQDjv8&t=52s

"Guerra e pace Pollo e brace"
https://www.youtube.com/watch?v=fbLmZWQleLc

venerdì, giugno 08, 2018

Jumpin' Jack Flash



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Pubblicato il 24 maggio del 1968 "JUMPIN JACK FLASH è uno dei più celebri brani dei ROLLING STONES, suonato in tutti i tour successivi e quello più eseguito da Jagger e soci, almeno 1.100 volte.

Controversa la composizione che Mick e Keith si attribuiscono mentre Bill Wyman sostiene di aver composto il riff sul piano, accompganato da Brian Jones e Charlie Watts e solo successivamente rifinito dai Glimmer Twins (che non gli concessero la firma sul brano).
Sicuro invece che il titolo fu ispirato dal rumore che faceva il giardiniere di Keith, Jack Dyer, davati acasa sua. Jagger, alsuo fianco chiese che cosa fosse tutto quel casino al che Keith rispose “Oh, that’s Jack – that’s jumpin’ Jack".
Il testo fu scritto da Mick ma le parole introduttive "I was born in a crossfire hurricane" sono di Keith, che faceva riferimento al fatto di essere nato sotto i bombardamenti nazisti.

Il brano fu un modo brusco per la band per uscire dal periodo più psichedelico e soft e tornare alle basi più rudi e influenzate dal blues.

Keith Richards nella sua autobiografia "Life" scrive:
"Mi piace 'Satisfaction' ma 'Flash' è particolarmente interessante.
It's allllll right now.
E' quasi arabeggiante o molto vecchio, arcaico, classico con accordi che puoi sentire nei canti Gregoriani. E' quel mix tra un rock n roll e allo stesso tempo questo eco di antica, molto antica, musica che non hai mai sentito.
E' molto più vecchia di me e questo è incredibile.
E' come un ricordo di qualcosa e non so da dove viene..."

Keith Richards suona anche il basso, Bill Wyman l'organo, Ian Stewart il piano.
Arrivò al primo posto in Inghilterra.
Le migliori cover sono di Aretha Franklin, Leon Russell, Thelma Houston, Johnny Winter, Alex Chilton.
Da ascoltare quella dei Motorhead.

https://www.youtube.com/watch?v=5hGS-PB-xvo

venerdì, giugno 01, 2018

1968 - Un anno nel pallone



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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ALBERTO GALLETTI ci porta ne l1968 calcistico, dall'Europeo (l'unico) vinto dall'Italia (in maniera dubbia) ad altre interessanti note in ambito pallonaro.

Cinquant’anni dal 1968, un piccolo excursus calcistico sul periodo.
Senz’altro il culmine della stagione fu il Campionato Europeo che si disputò in Italia, nel giro di cinque giorni, ai primi di giugno.
Distante anni luce dalle carnevalate televisive di oggi, vi parteciparono solamente quattro squadre, nessun girone.
A definire le quattro semifinaliste si era arrivati dopo la disputa di otto gironi di qualificazione su un’arco di due anni, da cui emersero otto vincitrici: Spagna, URSS, Jugoslavia, Bulgaria,Italia, Ungheria, Francia e Inghilterra che diedero vita ai quarti di finale in partite di andata e ritorno
. Le quattro superstiti: Italia, Jugoslavia, URSS e Inghilterra, si ritrovarono in Italia per far fuori la questione, i campi designati: Firenze (Stadio Comunale), Roma (Stadio Olimpico) e Napoli (Stadio San Paolo).
Favorite: Jugoslavia e Italia padrona di casa, forse più la prima della seconda che comunque aveva il vantaggio di giocare in casa, fattore che, come vedremo poi risultò, forse, decisivo.

Il torneo si svolse quindi su due semifinali in partita unica e la finalissima più la finalina del terzo posto.

Si comincia il 5 giugno alle 18 con Italia-URSS.
I sovietici dominano il primo tempo, superiori a centrocampo esercitano una netta supremazia territoriale, e contengono agevolmente gli sporadici attacchi azzurri, occasioni però poche anche se, negli ultimi minuti, collezionano sei calci d’angolo consecutivi che non danno comunque esito. Nella ripresa Prati sciupa da dentro l’area calciando a lato mentre Zoff compie tre grossi interventi su Shesternjov e Lenev (due volte).
A pochi istanti dalla fine dei supplementari, un tiro di Domenghini sbatte sul palo.
Non sono previsti calci di rigore, introdotti solo dal giugno 1970, quindi a questo punto si procede al lancio della moneta.
Come noto sarà Facchetti, capitano azzurro, ad aggiudicarselo e a portare l’Italia in finale.
Nutro da sempre personalissimi dubbi sullo svolgimento del lancio della moneta.
Ci furono, in precedenza, due turni di Coppa dei Campioni decisi dal lancio della moneta: quello sfortunatissimo del Bologna a Barcellona, moneta che lanciata dall’arbitro si pianta verticalmente nel fango, lancio ripetuto e vittoria dei belgi, nello spareggio con l’Anderlecht del 1964, e quello del Liverpool nel 1965 che al termine dello spareggio contro il Colonia , conclusosi 3-3, si qualificò alle semifinali grazie al lancio della moneta.
In entrambi i casi, il sorteggio fu effettuato nel cerchio di centrocampo.
Quella sera a Napoli però le cose andarono diversamente.
Le squadre rientrarono negli spogliatoi, dove venne effettuato il tiro a sorte.
Niente o quasi si sa di cosa accadde veramente, a parte il fatto che il lancio fu effettuato (almeno?)due volte perché nel primo la moneta si infilò in una fessura del pavimento (??).
Un addetto della federazione corse poi in campo dopo oltre mezz’ora per annunciare ai 70.000 che gremivano il San Paolo la vittoria: mezz’ora, al chiuso, nessuna ha visto o sputo niente, i lanci della moneta erano sempre stati effettuati a centrocampo: un caso?
Oppure ci fu una trattativa nello spogliatoio dell’arbitro e i sovietici accettarono di perdere oppure, più probabile, la moneta fu tirata fino a quando non saltò fuori quello che aveva scelto Facchetti? Boh? Non si saprà mai, solo dei la leggenda narra che, o San Gennaro ci aiutò…. e altre amenità del genere.
Di certo i sovietici protestarono e non poco.

Nella seconda semifinale , ore 21, la Jugoslavia piegò gli inglesi, campioni del mondo in carica, per 1-0.
Fu una partita dura, gli inglesi ci capirono poco, sempre incapsulati nella loro bolla di vetro di un fair play che solo loro potevano e possono capire e che certamente non potevano aspettarsi di veder ricambiato al di fuori dalla loro isola.
Una giovane e gagliarda Jugoslavia li prese d’infilata sorprendendoli non poco, nessuna vera occasione comunque.
Poi alcune ‘gentilezze’ dei difensori slavi non gradite e Mullery che cerca vendetta immediata con entrate dirette agli stinchi, da qui in avanti la partita prende una piega davvero poco amichevole. L’incorreggibile, e spesso inqualificabile, Norman Hunter si scontra a più riprese con Osim che sarà costretto a camminare per quasi tutto il resto dell’incontro.
Quando però i supplementari parevano ormai inevitabili ecco che Dzajic controlla uno spiovente, il grande Bobby Moore per una volta sbaglia il movimento e si ritrova sul lato sbagliato dell’attaccante slavo che stoppa di petto tira al volo e segna un gran gol, è l’ 86’.
L’Inghilterra reagisce serrando il ritmo ma la difesa jugoslava tiene, con le buone e con le cattive. Un minuto dopo l’episodio che finisce dritto negli annali del calcio inglese: Mullery riceve da Moore poco oltre la metà campo, controlla e stà per servire indietro ancora a Moore quando dietro di lui sopraggiunge Trivic che gli stampa i tacchetti nella caviglia, calzettoni squarciati e caviglia sanguinante. Mullery, che aveva menato un po per tutto l’incontro, perde definitivamente il controllo, si gira e pianta un gran calcio nei coglioni a Trivic che va a terra.
Sopraggiunge l’arbitro che lo invita a lasciare il campo, i cartellini ancora non esistevano. Manca poco e gli inglesi, con un uomo in meno a questo punto, non riescono a recuperare. Al rientro negli spogliatoi, Mullery si scusa con tutti, e teme la reazione del CT Ramsey, ovviamente.
Ma con suo stupore il tecnico gli si avvicina e gli dice ‘Ben fatto ragazzo, son contento che qualcuno le abbia date indietro a questi bastardi’.
Ramsey pagò anche la multa di 50 sterline, una bella somma all’epoca, che la federazione comminò a Mullery che divenne così il primo calciatore inglese ad essere espulso indossando la maglia della nazionale e il primo espulso ad un campionato europeo di calcio.

E così la finale è Italia – Jugoslavia:
appuntamento a Roma, Stadio Olimpico, per sabato 8 giugno ore 21,15. Sorpresa tra gli oltre 70.000 accorsi sulle gradinate, Valcareggi non schiera ne Riva, ne Rivera, ne Mazzola, al loro posto rispettivamente Prati, Lodetti (??) e Juliano.
La Jugoslavia schiera gli stessi undici che hanno piegato l’Inghilterra con l’unica eccezione di Acimovic, schierato al posto di Ivica Osim azzoppato da Hunter. Italia con atteggiamento bloccato, la Jugoslavia domina il primo tempo, i suoi attaccanti penetrano la difesa azzurra a più riprese.
Ci sarebbe un rigore a loro favore quando Ferrini spinge, atterrandolo, Pavlovic in area ma trovano comunque il vantaggio al 38’ con il solito Dzaijc.
Il pubblico rumoreggia, non ha capito le scelte del CT, ne tantomeno le approva.
I tentativi azzurri si infrangono sul muro della difesa slava che, grazie anche alla nota rudezza, non cede rimediano infatti quattro ammonizioni.
Fino all’ 80’ quando Domenghini, che già aveva colpito un palo nel primo tempo, fa centro su punizione. Proteste vibranti degli jugoslavi: l’arbitro svizzero Dienst (lo stesso del gol-non-gol di Hurst nella finale mondiale del ’66 e un autentico specialista in favoritismi verso le squadre ospitanti) accorda la distanza richiesta da Domenghini, quindi dovrebbe fischiare lui, la barriera indietreggia e mentre il portiere la stà allineando, l’azzurro batte a sorpresa infilando la porta.
Tra la sorpresa generale (anche degli italiani), l’arbitro convalida, a nulla valgono le rimostranze di Dzaijc e compagni.

Si va ai supplementari, ma la paura di perdere ha la meglio sul resto e il risultato non cambia fino al 120’.
Niente moneta questa volta, si va alla ripetizione della partita.

Valcareggi esce dal suo proverbiale torpore prudenziale e opera cinque cambi rispetto agli undici che hanno iniziato due giorni prima, Riva, Rosato, Salvadore, De Sisti e Mazzola al posto di Prati, Ferrini, Castano, Juliano e Lodetti.
Mitic ripropone lo stesso XI con ancora una volta un solo cambio , sempre nella stessa posizione, questa volta è Hosic a prendere il posto di Petkovic.
I cinque cambi ricaricano le batterie psicofisiche degli azzurri che ora sono più cariche rispetto a quelle degli avversari e già dal primo tempo la supremazia è netta. Riva al 12’ e Anastasi, splendida la sua girata al volo, al 31’ mettono il sigillo sulla superiorità italiana e sull’esito della partita.
La Jugoslavia si sgonfia subito dopo il gol del 2-0, l’Italia controlla fino al termine addormentando l’incontro. Ed è campione d’Europa nel tripudio tricolore di un Olimpico festante.

Nella finale del terzo posto, l’Inghilterra batte l’URSS, un gol per tempo , a segno Charlton e Hurst. Partita affrontata a viso aperto dalle due squadre con gli inglesi che mostrano una supremazia di gioco netta e vincono meritatamente.

Altrove quell’anno:

Il Milan del figliol prodigo Rocco, rientrato all’ovile dopo il volontario esilio al Torino, si aggiudica l’accoppiata scudetto Coppa delle Coppe. Una grande stagione per i rossoneri trascinati dal trio Hamrin - Sormani - Prati, magistralmente diretti dal maestro Rivera e un ritorno trionfale per il Paròn.

Il Pisa, secondo in serie B, è promosso per la prima volta nella sua storia in serie A.

Il Manchester United diventa la prima squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni, sconfigge il Benfica 4-1 ai supplementari nella finale di Wembley, ponendo così fine al ciclo del grande Benfica degli anni ’60. Per il grande Eusebio l’ennesima delusione in terra inglese, per Charlton, e qualche altro, una nuova incoronazione a Wembley.
I dirimpettai del Manchester City si aggiudicano invece il campionato inglese, il secondo dopo quello del 1937.

La Coppa delle Fiere viene vinta dal Leeds United, battuti in finale (1-0 e 0-0) gli ungheresi del Ferencvaros.

In Germania il Norimberga si aggiudica il suo nono e ultimo, fino ad oggi, campionato tedesco. Rimarrà per quasi altri vent’anni la squadra più titolata del Paese.

In Sud America l’Estudiantes La Plata inaugura il suo ciclo di vittorie in Coppa Libertadores, saranno tre consecutive.
In finale piega il Palmeiras dopo tre finali durissime. Protagonista assoluto Veròn, padre di Sebastian, autore di un gol in tutte e tre le finali.
Protagonista non attesa la violenza degli argentini, che causò gravi rimostranze dei brasiliani che arrivarono a minacciare l’abbandono della competizione e costituirà l’inizio di un’escalation che causerà poi gravissimi traumi, vedi partita col Milan dell’anno dopo e ripercussioni sulla massima competizione mondiale per club.
Emblema di cotanta perpetrata trucidità l’ineffabile Carlos Bilardo, studente di medicina, che salirà di nuovo alla ribalta del calcio mondiale, per chi non segue più di tanto, a metà anni ’80 conducendo, nel ruolo di CT,l’Argentina alla conquista del suo secondo titolo mondiale.
Ma questa è una altra storia.

giovedì, maggio 24, 2018

Il Capodanno alla Bussola del 31 dicembre 1968



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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Il 31 dicembre 1968, Potere Operaio pisano e il movimento studentesco organizzano una manifestazione per contestare il veglione di Capodanno a “La Bussola” in Versilia (noto locale alla moda che ospitò l'ultimo live di Mina, tra le altre cose) in cui si sarebbero esibiti Fred Bongusto e Shirley Bassey, tacciato di ostentazione di ricchezza in spregio alle condizioni di indigenza di molti lavoratori italiani. Il biglietto costava 36.000 lire (poco meno della metà di uno stipendio di un operaio).

Come era accaduto alla Scala di Milano poco tempo prima ci si preparava al lancio di uova e ortaggi contro i frequentatori ma la reazione della polizia fu esageratamente violenta, facendo sfociare in aspri scontri la serata con tanto di colpi di arma da fuoco, uno dei quali colpì Soriano Ceccanti, 16 anni, ferito gravemente da una pallottola che ne provocò la paralisi.
Fu la prima volta in assoluto in Italia che i carabinieri spararono su una manifestazione studentesca.

Ceccanti divenne successivamente un campione di scherma partecipando alle paraolimpiadi di Seoul, di Barcellona, di Atlanta, di Sidney, conquistando una medaglia d’oro, 4 medaglie d’argento e 5 di bronzo.

“…Noi eravamo lì per una protesta pacifica, contestavamo le sovrastrutture della società, le apparenze, la società borghese ed il benessere, di cui La Bussola era un esempio. A un certo punto, attaccati, cominciamo a difenderci. La polizia allora reagisce e spara.”

Successivamente Ceccanti costitì una compagni teatrale e si battè sempre a livello di impegno sociale subendo un duro contenzioso con l'Inps che gli revocò la pensione d'invalidità.

Una canzone, "La ballata della Bussola", fu scritta dal Canzoniere Pisano e interpretata da Pino Masi all'indomani degli avvenimenti.

https://www.youtube.com/watch?v=-_xllAL7zcY

Quella notte davanti alla Bussola
nel freddo di San Silvestro
quella notte di Capodanno
non la scorderemo mai.

Arrivarono i Signori
sulle macchine lucenti
e guardavano con disprezzo
gli operai e gli studenti.

Le Signore con l’abito lungo
con le spalle impellicciate
i Potenti col fiocchino
con le facce inamidate.

Eran gli stessi Signori
che ci sfruttano tutto l’anno
quelli che ci fanno crepare
nelle fabbriche qui attorno.

Son venuti per brindare
dopo un anno di sfruttamento,
a brindare per l’anno nuovo
che gli vada ancora meglio.

Non resistono quei compagni
che li han riconosciuti
ed arrivano i pomodori
ed arrivano gli sputi.

Per difendere gli sfruttatori
una tromba ha squillato
quando già i carabinieri
hanno corso ed han picchiato.

Come son belli i carabinieri
quando picchiano con le manette
i compagni studenti medi
dai quattordici ai diciassette.

Non la smettono di picchiare
se il colonnello non alza un dito
sono l’immagine più fedele
del nostro ordine costituito

Già vediamo i carabinieri
che si stanno organizzando
per iniziare la caccia all’uomo
con pantere ed autoblindo.

Non possiamo andare via
né lasciare i dispersi
siamo ormai tagliati fuori
per raggiunger gli automezzi

Decidiamo di resistere
e si fan le barricate
sono per meglio difenderci
dalle successive ondate.

Dalla prima barricata
alla zona dei carabinieri
sono circa 40 metri
tutti sgombri e tutti neri.

Quando cominciano ad avanzare
uno di loro spara in aria
i compagni tirano sassi
per cercare di fermarli.

Loro si fermano un momento
poi continuano ad avanzare
non è più uno soltanto
sono in molti ora a sparare.

Dalla prima barricata
vediamo bene le pistole
ma dalla seconda i compagni pensano
che siano colpi di castagnole.

Ci riuniamo tutti insieme
alla seconda barricata
e gli sbirri tornano indietro
vista la brutta parata.

Ancora un’ora di avanti indietro
noi con i sassi loro sparando
e tutti crediamo che sparano a salve
anche da dentro un autoblindo.

Ma ad un tratto vedo cadere
un compagno alla mia destra
in ginocchio con un buco
ed il sangue sui calzoni

Mi volto e grido "Sparan davvero!"
e corro indietro di qualche passo
due compagni portano a spalle
il ferito nella gamba.

Correndo forte sulla strada
con alle spalle i carabinieri
vedo Ceccanti colpito a morte
trasportato sul marciapiede.

Malgrado gli sforzi per aiutarlo
è difficile trovar soccorso
mentre gli sbirri ti corrono dietro
e non ti danno un po’ di riposo.

Trovata un’auto utilitaria
e portato via Ceccanti
non ci resta altro da fare
che scappare tutti quanti.

Forse alla Bussola Per questa notte
i padroni si sono offesi
loro che ci offendono e che ci uccidono
per tutti gli altri dodici mesi.

Sarebbe meglio offenderli spesso
e non dare mai loro respiro
tutte le volte che lor Signori
capitano sotto il nostro tiro

E a questo punto mi sembra opportuno
fare qualche considerazione
sulle diverse brutte facce
che ci mostra oggi il Padrone.

Lui ha i soldi per comprarci
il lavoro per sfruttare
i suoi armati per ucciderci
la Tv per imbrogliare.

A noi non resta che ribellarci
e non accettare il gioco
di questa loro libertà
che per noi vale ben poco.

A noi non resta che ribellarci
e non accettare il gioco
di questa loro libertà
che per noi vale ben poco.

venerdì, maggio 18, 2018

Quando Valerie Solanas sparò a Andy Warhol



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
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Il 3 giugno 1968, una femminista radicale e frequentatrice della “Factory”, Valerie Solanas, sparò tre colpi di pistola a Andy Warhol, al suo critico d’arte e al suo curatore e compagno di allora Mario Amaya, nell’atrio della stessa Factory per poi fuggire e costituirsi poche ore dopo.
Warhol fu ferito gravemente. Ebbe postumi permanenti e il fatto esercitò un effetto profondo nella sua vita e nella sua arte.

La "Factory" divenne più chiusa e controllata, Warhol rimase per sempre scosso.

La Solanas affermò che Warhol aveva “troppo controllo” su di lei e che le voleva rubare il lavoro. Fu condannata a tre anni di reclusione anche se Warhol rifiutò di testimoniare contro di lei e giudicata sofferente di schizofrenia paranoide.
Tornata in libertà nel 1971 proseguì con atti persecutori e di stalking, sia di persona, che per telefono nei confronti di Warhol e venne arrestata di nuovo per poi finire dimenticata tra vari ospedali psichiatrici.
Morì nel 1988, all’età di 52 anni di enfisema e polmonite a San Francisco.

Valerie Solanas scrisse lo SCUM Manifesto, un rivoluzionario e iconoclasta attacco alla cultura patriarcale in cui criticava ferocemente la società moderna occidentale attraverso un linguaggio crudo e aggressivo, proponendo l'"automazione globale" e "l'eliminazione del maschio" descritto come essere inferiore, pur affermando che SCUM voleva essere una scrittura satirica per creare dibattito sui temi trattati.

Nel 1976 gli Area nell'album "Maledetti" inserirono il brano "SCUM" il cui testo, recitato da Demetrio Stratos, era tratto dallo scritto della Solanas.

Nel 1996 è uscito il film "Ho sparato a Andy Warhol", basato sulla vita di Valerie Solanas, interpretata da Lili Taylor. Jared Harris interpreta Andy Warhol.

Lou Reed fece una canzone, fortemente critica, su di lei, "I Believe", con John Cale per l’album "Songs for Drella".

Nell’album dei Matmos del 2006 "The Rose Has Teeth in the Mouth of a Beast", una canzone si intitola "Tract for Valerie Solanas" con frammenti dallo "Scum Manifesto".

I Big in Japan pubblicarono una canzone intitolata "S.C.U.M."
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