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giovedì, luglio 16, 2026

Crowfunding "Emilia Parallela"

Il Progetto
Dalla performance teatrale alla musica live, Emilia Parallela racconta le subculture degli anni 80, storie di resistenza all’ideologia dominante, tra collettivi queer, punk, skinhead e mod. Là dove la provincia diventa il centro del cambiamento.
Un film documentario scritto e diretto da Michele Putortì e Andrea Palazzino.

Negli anni Ottanta, al termine della “Stagione dei Movimenti”, con la fine delle grandi utopie di massa le giovani generazioni si ritrovano abbandonate, scevre di ideali.
Le tradizionali formule politiche e culturali entrano in crisi, la riorganizzazione economica e finanziaria in chiave consumistica ridefinisce il sistema di valori e comportamenti contemporanei, la televisione commerciale ne è lo strumento e il riflesso più evidente.

É all’interno di questo quadro storico sociale che il documentario Emilia Parallela cerca di inquadrare gli “Anni del Riflusso” vissuti dalle giovani generazioni nelle città della provincia emiliana.
La storia orienta la propria indagine a partire dalla nascita e dalle frequentazioni di due locali della controcultura e subcultura di Parma: Picasso e il Delta di Venere, poi denominato Onirica.
Quindi espande il proprio sguardo alle avanguardie musicali di Reggio Emilia, alla controcultura underground piacentina, tra Osteria di Sacc e il Pluto e alle radici del punk modenese tra Pakko, Masquotte e Radio Antenna 1.
Dopo l’abbandono delle battaglie ideologiche della stagione precedente, esistono ancora avamposti di cultura resistente e alternativa, laboratori di sperimentazione non solo musicale, dove la carica ribellistica giovanile si sposa, se non con un pensiero critico formalizzato, con una pulsione a creare forme di autoproduzione artistica e di solidarietà umana e sociale.

Realtà periferiche e ancora poco raccontate, rispetto ai grandi centri di aggregazione e produzione culturale, come Milano e Bologna, ma che risulteranno col tempo assolutamente innovativi e di avanguardia rispetto alle tendenze future.

Il circolo Picasso nasce dalla spinta propulsiva di un collettivo fortemente radicato nei movimenti di liberazione sessuale, facendo della sua programmazione teatrale una sferzante satira diretta alla nuova televisione commerciale.
La diffusione delle emittenti private segna la fine del modello paternalistico-pedagogico della “Paleotelevisione”: la concezione della TV come servizio sociale e culturale lascia il passo alla funzione ludica del mezzo, strumento in grado di condizionare i gusti, i consumi e gli orientamenti del suo pubblico.
L’Onirica accoglie spinte musicali alternative alla disco music, soprattutto quella punk e new wave, e rappresenta la più valida alternativa locale per quei gruppi di ragazzi affascinati dalla subcultura musicale di derivazione londinese e berlinese.
L'Osteria di Sacc a Piacenza smette di servire ai tavoli e inizia a organizzare concerti, raduni mod, distribuire fanzine.
Molto vivace è la scena musicale reggiana, di cui i CCCP, Vinicio Capossela e i Clan Destino con la voce di Luciano Ligabue ne diventano l’emblema e il frutto più maturo e cosciente.
In questo stesso tessuto si inserisce con forza Modena e il suo territorio, uno dei nodi vitali della rete alternativa che attraversa la via Emilia: qui locali come il Pakko e soprattutto il Mascotte diventano punti di riferimento imprescindibili, catalizzatori di energie sotterranee e luoghi di convergenza per giovani provenienti da tutto il centro-nord, dal Veneto fino a Firenze.
Il Mascotte, in particolare, si impone come spazio di aggregazione trasversale, capace di attrarre e mescolare sottoculture diverse — punk, mods, skinheads — trasformando la provincia modenese in un crocevia vivo e dinamico della controcultura giovanile.

Negli stessi anni nei quartieri delle periferie esplode dirompente il fenomeno delle bande giovanili, che costruiscono la loro identità intorno alle amicizie coetanee del quartiere, del vicinato e del bar.
Frustrati dalle promesse di un benessere irraggiungibile, trasformano la loro crisi di valori e di punti di riferimento in atti delinquenziali e microcriminalità.
Mentre la città è divisa in bande (ogni quartiere della città ha infatti la sua banda), il centro storico di Parma, Piacenza e Modena diventano luogo di ritrovo di una giovane scena alternativa. Non si tratta della solita comitiva del muretto, ma della manifestazione di una subcultura giovanile più cosciente.
Tra di essi ci sono skin, mods, teddy boy e punk.
Reggio Emilia si caratterizza per esperienze creative uniche, qui l'amministrazione lavora in sinergia con i circoli giovanili. Dalla performance teatrale alla musica indipendente dal vivo, Emilia Parallela racconta uno spaccato di società underground propulsivo di nuove energie creative, storie di resistenza alla cultura dominante che diventano ingredienti della dieta del Riflusso.

Questo progetto nasce da un presupposto semplice: Emilia Parallela può crescere solo attraverso il coinvolgimento diretto di chi sente che questa storia deve essere raccontata.

Il contributo raccolto finanzierà concretamente le fasi di produzione e postproduzione — dalle riprese sul territorio al montaggio, fino alla costruzione finale del film — permettendoci di lavorare con il tempo, la cura e la qualità che un progetto come questo richiede.

Crediamo che sia possibile realizzare un’opera cinematografica solida e ambiziosa senza rinunciare a una logica indipendente, fondata sulla giusta valorizzazione del lavoro creativo e sulla costruzione di una comunità attiva intorno al film. Non come semplice sostegno, ma come parte integrante del processo.
La co-produzione dal basso, per noi, non è solo un modello economico: è una presa di posizione. Significa scegliere di partecipare alla creazione di immaginari, contribuire a far emergere storie che altrimenti rischierebbero di rimanere invisibili.

La sfida è aperta: costruire un film capace di mantenere insieme qualità, radicalità e appartenenza.

Se questo progetto ti riguarda, entra ora nel processo.
Fai crescere il film.


Kinoki Media è un team multidisciplinare che lavora nell’ambito della produzione audiovisiva e interactive media: progettazione, produzione, videomaking, videoediting, compositing, animazione 2D e 3D, stop motion, graphic design, realtà virtuale, realtà aumentata, set design e sound design.

Scegli la tua ricompensa ed entra nel progetto.
Qui ogni cifra ha un effetto concreto sulla produzione.
Per rimanere aggiornato sulla campagna e sullo stato di avanzamento della distribuzione del film, segui i canali social di Kinoki Media, OpenDDB e Emilia Parallela.

CROWDFUNDING PRODUZIONI DAL BASSO
https://sostieni.link/40367

VIMEO
https://vimeo.com/1011370361?fl=pl&fe=sh

FACEBOOK
https://www.facebook.com/EmiliaParallelaDoc

INSTAGRAM
https://www.instagram.com/emilia.parallela.doc/

mercoledì, giugno 03, 2026

Due Spicci di Zerocalcare

Possono piacere o meno ma il mondo e il linguaggio di ZEROCALCARE sono unici, inimitabili, distintivi.

Anche la nuova serie per Netflix accomuna la consueta aspra ironia con l'attenzione al sociale meno trattato e considerato, intriso di un altro aspetto raramente valutato ovvero quello interiore, relazionale, personale.

La narrazione è come sempre veloce, surreale, ricchissima di riferimenti, rimandi, insert onirici e fantastici, nonchè (spesso fortemente) autobiografici.

Per fortuna ci sono personaggi come Zerocalcare a illuminare un periodo così buio e incolto, pur con un sorriso incerto e amaro.

giovedì, aprile 09, 2026

The Rise of the Red Hot Chili Peppers di Ben Feldman

"Non ci abbiamo avuto nulla a che fare a livello creativo. Dobbiamo ancora realizzare un documentario sui Red Hot Chili Peppers" hanno dichiarato i membri della band.

Poco male, il lavoro, pur non irresistibile, è ottimo, per quanto "adagiato" sulla consueta e prevedibile trama di immagini d'epoca, inframmezzate da commenti di Flea, Anthony Kiedis e John Frusciante e altri personaggi del primo periodo artistico della band, quello formativo che si circoscrive fino alla morte del chitarrista Hilell Slovak nel 1988.

Il tutto è ben documentato e ci sprofonda nella follìa di abusi a cui erano soliti abbandonarsi e che hanno minato a fondo la stabilità del gruppo.

Ce la faranno, la formidabile e irresistibile miscela di funk e punk di "Mother's Milk" diventerà negli anni 90 più levigata e li porterà a un successo globale.
Album come quello citato e "Blood Sugar Sex Magik" rimangono capolavori indiscussi.

lunedì, marzo 02, 2026

Paul McCartney: Man On The Run

In esclusiva su Amazon Prime il docufilm sul post Beatles di Paul McCartney, dai primi passi con l'omonimo album e il successivo "Ram", all'avventura dei WINGS.

La costante (OVVIA) ombra dei Beatles, il disperato (inutile) tentativo di trovare considerazione in una nuova dimensione artistica, tra alti e bassi fino alla definitiva consacrazione con il successo artistico di "Band On The Run" e i tour di successo.

Discograficamente la qualità calò progressivamente, Paul ricominciò la carriera solista con "Paul McCartney II" nel 1980 e con l'abbandono del "terzo" Wings, Denny Laine, nel 1981, sancì la fine della band.

Il film è bello, spesso emozionante (per ogni Beatlesiano che si deve), con immagini inedite (non troppe), talvolta un po' frettoloso ma tutto sommato soddisfacente.

lunedì, febbraio 09, 2026

Le città di pianura di Francesco Sossai

Un road movie nelle strade venete, tra luoghi abbandonati e villette da "bonus edilizio", fabbriche che chiudono, nuovo proletariato, decadenza il "progresso" che si mangia tutto.
Tanto da fare rimpiangere ai due protagonisti (i credibilissimi nel loro ruolo Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla) gli anni Novanta, come sorta di "epoca felice".

A fianco dell'ironia e della goliardia che pervadono il film rimane una grande senso di malinconia, disperazione, abbandono.
Ma ha anche un'anima "lieve", un po' come la piuma che vola nell'aria alla fine di "Forrest Gump".

E qualche ricordo di notti altrettanto "brave" che molt idi noi hanno vissuto da protagonisti o disagiati spettatori.
"Siamo troppo vecchi per crescere" è una risposta di Doriano/Pierpaolo Capovilla che vale mille trattati di sociologia.

lunedì, gennaio 05, 2026

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch

Tre episodi dedicati alle relazioni tra altrettanti genitori e figli, di diverse, spesso opposte, tipologie di rapporto personale e di collocazione sociale ed esistenziale dei protagonisti.

Un padre fuori dalle righe (un impareggiabile Tom Waits) con due figli borghesi e incolori, una inappuntabile madre di successo (un'affascinante Charlotte Rampling) con due figlie diversissime e lontane dagli obiettivi materni, due gemelli "alternativi" che si ritrovano alla morte dei genitori semi hippies a ricordarli con nostalgia e affetto.

Racconti volutamente statici, senza giudizi morali, talvolta lievi e apparentemente insignificanti ma che toccano corde profonde, su quanto sia complesso rapportarsi reciprocamente.
Deliziosi i medesimi riferimenti che si ripetono in ogni episodio.

Un ottimo film, piacevole da vedere, paradossalmente coinvolgente nel suo "non succedere nulla".

giovedì, dicembre 04, 2025

Summer ’82: When Zappa came to Sicily di Salvo Cuccia

In onda su Netflix un documentario del 2013 che documenta l'infelice concerto di FRANK ZAPPA del 1982 a Palermo.

Immagini d'epoca sulla vicenda alternate alla visita della famiglia nel 2012 (apparentemente ancora unita, prima di insanabili litigi e divergenze, tristemente documentate dalla figlia Moon Unit Zappa nel libro "Terra chiama Luna": https://tonyface.blogspot.com/2025/09/moon-unit-zappa-terra-chiama-luna-un.html a Partinico (da dove arrivava la famiglia Zappa), per rivedere i luoghi d'origine e ricevere onori e saluti da parenti lontani.

Le immagini del concerto sono particolarmente preziose e fanno il paio con le testimonianze dei protagonisti (da Steve Vai a Massimo Bassoli, diventato stretto amico del chitarrista e che lo ispirò per il brano" “Tengo ‘na minchia tanta!").

L'attesa esibizione di Frank Zappa a Palermo fu disastrata da un'organizzazione decisamente carente e impreparata, che piazzò il palco in mezzo al campo di calcio della "Favorita" e relegò il pubblico in una curva lontana, a cui il suono arrivava bassissimo e ovattato.
Quando un gruppo di giovani saltò le recinzioni per avvicinarsi al palco, la polizia reagì in modo sconsiderato a suon di manganellate e lacrimogeni, scatenando la fuga rovinosa del pubblico, scontri e l'esplosione di un'enorme tensione che già gravitava sulla città siciliana martoriata da una spietata guerra di mafia che lasciava nelle strade un morto ogni 48 ore.

Frank Zappa alla fine del concerto (interrotto dopo un'ora) negli spogliatoi dello stadio indossa un giubbotto antiproiettile...lo stesso chitarrista rimasto inorridito dallo stato della città e dintorni definita nemmeno da "terzo" ma da "quinto mondo".

Un documentario originale e particolare, divertente e curioso, da vedere.

venerdì, settembre 12, 2025

Madness | La folle avventura dello ska britannico

Segnalo questo (breve, meno di un'ora) interessante doc (per ARTE.tv Documentari) dedicato ai MADNESS e alla scena SKA britannica a fine Settanta.
Divertente e con tanti filmati d'epoca.

https://www.youtube.com/watch?v=KivTwNDctN0

giovedì, settembre 11, 2025

DEVO. Doc per Netflix di Chris Smith

Un doc esaustivo, ben fatto, sintetico (un'ora e mezzo) che riassume alla perfezione la splendida (quanto amara) vicenda dei DEVO.

Partendo dalle origini (alle quali è dedicato gran parte del lavoro), utilizzando rari e inediti filmati degli esordi, una serie di documenti relativi alle loro ispirazioni e le celebrità che li apprezzarono (da Bowie a Jagger a Lennon a Neil Young).

L'aspetto più rilevante è la constatazione (spesso malinconica, da parte degli stessi protagonisti) di come il loro messaggio, radicale, anti sistema, la loro critica feroce al capitalismo americano, alle sciocche nostalgie per le tradizioni ("di un mondo che non è mai esistito"), non sia mai stato recepito, se non marginalmente.

I DEVO sono stati per lo più considerati una band bizzarra, curiosa, dai costumi ridicoli, che ha ottenuto il successo con il singolo "Whip It" (anch'esso, il video in particolare, male interpretato nel suo significato).

In realtà è stato uno dei progetti più interessanti, audaci e creativi a cavallo tra i 70 e gli 80.
Un doc davvero ben riuscito (solo su Netflix).

lunedì, aprile 28, 2025

The Record Store & Black Music. A UK History

Il docufilm è su Youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=SoRLLuYGYBA

"The Record Store & Black Music. A UK History", prodotto da Simon Phillips, è un esaustivo e interessante documentario che approfondisce l'importanza dei negozi di dischi in Gran Bretagna, come punto di aggregazione sociale e diffusione della Black Music, dal dopoguerra in poi.

Con le testimonianze di Jazzie B, Trevor Nelson MBE, Marcia Carr, Claudia Wilson, Ammo Talwar MBE, DJ SS, DJ Rap, DJ Spoony, Wookie, Jeff Smith, Simon Dunmore e Carol Leeming MBE FRSA.

E' quest'ultima a rimarcare un aspetto ulteriore:
"(Noi immigrati neri) abbiamo cambiato l'aspetto culturale di questo paese, anche prima dell'arrivo delle prime navi di migranti giamaicani (la nave Empire Windrush, nel 1948).
Il jazz è stato diffuso principalmente da caraibici e africani in Inghilterra.
Abbiamo reso questo paese culturalmente, immensamente, più cool".


La conoscenza dei dischi, di un certo tipo di musica era ciò che aggregava gruppi di persone.
I negozi erano il punto di incontro, i venditori il riferimento, culturale e artistico.
I DJ i divulgatori.
I Tastemakers.

Contempo e Dub Vendor fuorono i principali fari di questo mondo "a parte".
Nei negozi arrivarono blues, soul, rhythm and blues, reggae, ska, funk e poi afro, rap, hip hop, house, drum & bass, electro funk.
Veicolo di identità, cultura, divertimento ma anche rivendicazione politica e sociale.

L'arrivo della digitalizzazione ha raso al suolo i negozi di dischi in tutto al mondo ma, allo stesso tempo, ha successivamente creato un nuovo modo di aggregazionE tra i vecchi cultori del vinile e tanti nuovi adepti che hanno ritrovato il gusto e soprattutto la necessità di "possedere" l'oggetto vinile/disco o anche CD, di guardarlo e toccarlo, in antitesi alla volatilità del file.

Per ulteriori approfondimenti:
www.theblackmusicrecordshop.co.uk

martedì, aprile 01, 2025

Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) di Ahmir "Questlove" Thompson

Riprendo l'articolo scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto", dedicato al doc su Sly Stone.
Grazie a Pier Tosi.<
BR>
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=PeKg69eOsAk&t=1s

La figura di Sly Stone, tra i più grandi (e non sempre appieno compreso e adeguatamente valutato) innovatori della musica pop rock moderna, ha ultimamente avuto un progressivo riconoscimento.
Dalla discreta “storia orale” di Joel Selvin “Sly & the Family Stone: An Oral History” in cui raccoglie le testimonianze di una lunga serie di collaboratori più o meno stretti ma senza la voce del protagonista principale, a “Thank you (Falettinme be mice elf agin)” biografia (recentemente tradotta in Italia da Jimenez Edizioni), created in collaboration con Sly, dello scrittore Ben Greeman (e l'ex fidanzata di Sly, Arlene Hirschkowitz) in cui il musicista si descrive con dovizia di particolari.

Giunge ora sugli schermi “Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius)” di Ahmir "Questlove" Thompson, musicista, produttore, regista, autore di quel capolavoro che è stato “Summer of Soul”, affascinante documentario che sintetizza il “The Harlem Cultural Festival, a New York, una serie di concerti che andarono in scena dal 29 giugno al 24 agosto del 1969.

Il documentario ripercorre in maniera dettagliata ed esaustiva la sua ricca (quanto artisticamente breve) carriera, con dovizia di particolari e filmati inediti (spesso rarissimi e favolosi), estratti di interviste e il consueto elenco di testimoni dell'epoca, tra cui vari membri della band oltre a pareri interessanti di Andre 3000, D'Angelo, Chaka Khan, Q-Tip, Nile Rodgers, Jimmy Jam and Terry Lewis, George Clinton, Ruth Copeland e Clive Davis.

Un doc esaustivo, sgargiante come i vestiti di Sly e della band, che rimarca una volta in più, quanto fosse geniale la sua musica e quanto sia ancora attuale e moderna. Sly Stone, già in epoca infantile/adolescenziale, è una sorta di bambino prodigio.
A undici anni suona tastiere, chitarra, basso, batteria e usa la voce in modo perfetto. Poco dopo forma i Viscaynes, che si fanno notare per la scelta, ai tempi inusuale, fino ad essere provocatoria, di essere composti da due uomini, due donne, un uomo di colore, Sly, e un filippino, in un'epoca in cui l'idea di integrazione, razziale e di genere, era ancora un concetto astruso e improbabile, in gran parte degli States.
Si segnala come ottimo e innovativo DJ radiofonico alla KSOL per poi intraprendere l'attività di compositore e produttore, arrivando fino a nomi altisonanti come i Beau Brummels e i Great Society della futura leader dei Jefferson Airplane, Grace Slick.
Nel frattempo compone e sperimenta e quando è giunto il momento nasce la nuova creatura, Sly and the Family Stone.
"Facevamo tutte le cose sempre insieme, eravamo come un "Chiesa".

La selezione dei musicisti non è casuale.
Sono tutti eccellenti strumentisti ma Sly sceglie in base a un concetto socio/politico ben preciso: uomini e donne, bianchi e neri, insieme, suonando una musica il più possibile contaminata e libera da preconcetti. Le radici sono nel blues e rhythm and blues ma c'è spazio anche per rock, latin sound, jazz e tanto altro. I filmati ci mostrano uno Sly puntiglioso, insistente nel trovare il suono o il ritmo giusti, provando e riprovando.
Siamo a cavallo tra il 1966 e il 1967, vedere su un palco bianchi e neri insieme è prerogativa rara anche nel jazz, ancora meno nel rock e più in generale nella black music.
Non a caso l'album d'esordio, nello stesso anno, si intitola “A whole new thing” (“una cosa completamente nuova”).
Il seme è stato piantato, si intuisce che qualcosa di effettivamente nuovo sta arrivando, pur essendo ancora ancorato solidamente ai classici schemi rhythm and blues.
Con il successivo “Dance to the music” si passa a un sound sempre più tribale, con il basso, quasi distorto, di Larry Graham che introduce un ritmo pulsante che diventerà un marchio di fabbrica della band. Il resto è un mix di gospel, rock e psichedelia, spesso suonato a ritmi forsennati, con tastiere acide e intrecci strumentali originali e imprevedibili. Altrettanto innovativo e sorprendente è il gioco delle voci che si alternano, dialogano, sovrappongono, uscendo dai canoni del solista ma diventando uno strumento aggiuntivo.
I testi sono un altro aspetto di importanza primaria, un costante inno al pacifismo, alla convivenza senza barriere di razza o genere, l'invito a stare insieme.

I successivi “Life” e “Stand!” quest'ultimo pubblicato poco prima della mitica apparizione al Festival di Woodstock dell'agosto 1969 e all'Harlem Cultural Festival nello stesso periodo, ne sublimeranno popolarità e personalità.
“I Want To Take You Higher” diventa un inno, vende centinaia di migliaia di copie, “Stand!” è la summa della loro carriera, tra proto funk, soul, rock, psichedelia.
Sly non teme di affrontare temi caldi come il razzismo ma lo fa in modo sempre colloquiale, con costanti inviti alla reciprocità, in funzione della tolleranza e amicizia.

E' in questo periodo che rigetta l'invito delle Black Panthers a un sostegno alla loro causa, liquidata in modo sprezzante.
In questi lavori ci sono le radici sonore che ritroveremo presto nei Funkadelic e Parliament di George Clinton e nella breve carriera di Betty Davis. Sarà lei, moglie di Miles Davis, a spingere il marito verso altre sonorità e cultura musicale. Ne farà tesoro soprattutto in “On The Corner” del 1972. Ma è da qui che, inequivocabilmente (attingendo a piene mani anche dalle modalità di esibizioni live), Prince che assorbirà tantissimo dalla loro esperienza, aspetto evidenziato spesso nel doc di Questlove.

Il successo devasta Sly che sprofonda in un abisso di abusi di ogni tipo, cocaina, alcol, sesso. Le sue finanze si assottigliano, i concerti che saltano sono più di quelli portati a termine, si chiude nella sua casa di Los Angeles in una nebbia di eccessi, circondato da spacciatori, consumatori, gente di malaffare.

Ne riemergerà a stento nel 1971 con un capolavoro assoluto della black music, “There’s a riot goin’ on”, una visione pessimista, cruda e decadente del presente (suo e della società), registrato suonando quasi tutto da solo e utilizzando, tra i primissimi, una batteria elettronica, su cui ne reincide una acustica, mischiando i due suoni, creandone uno unico e all’avanguardia.
I brani sono spesso lunghi e ipnotici, intrisi di funk ma ricoperti da una patina paranoica e malata. Gli anni successivi sono un declino costante con ancora qualche discreto album solista (in cui sono intuibili il genio e lo spessore artistico ma male utilizzati) e il congedo definitivo nel 1982, sopraffatto da scelte di vita inconciliabili con una normale carriera musicale.

Scompare dalla scena, a parte sporadiche apparizioni come nel 1993 quando Sly and the Family Stone entrano nella Rock n Roll Hall of Fame. Rimane sul palco un minuto, saluta e se ne va. Tornerà a farsi vedere nel 2007 con una serie di apparizioni (in stato di salute evidentemente molto precario) con la Family Stone. Si ritira dalla vita pubblica, soggiorna a lungo in una roulotte, sopravvivendo a stento, intenta cause per diritti non pagati, spesso perse o rigettate.

Il documentario ce lo mostra ora in foto, ultra ottantenne, sorridente, apparentemente sereno, abbracciato ai figli. Un talento artistico incredibile, auto distruttosi per l'incapacità di gestire il successo e la notorietà e la conseguente disponibilità economica spropositata.
Un visionario innovatore che avrebbe potuto dare ancora tantissimo alla musica ma, come peraltro accaduto a molti altri artisti dell'epoca, che è riuscito ad esprimere la propria creatività solo per un contesto temporale limitato.
Sufficiente però a consegnarlo alla storia tra i musicisti più influenti di sempre.

giovedì, marzo 27, 2025

The Missing Boys di Davide Catinari

Davide Catinari, cantante dei Dorian Gray, precedentemente dei Crepesuzette, direttore artistico del festival Karel Music Expo, traccia in questo film l'intensa e sentita storia di chi, dalla fine degli anni settanta a quella degli Ottanta, scelse la strada di un'alternativa arrivata a illuminare, pardadossalmente con un lato oscuro, la strada di un gruppo di adolescenti che trovò nel punk, new wave e affini una nuova identità, artistica e filosofica.

Musica, arte, cinema, teatro, grafica, tutto insieme, un mix terribilmente nuovo ed esplosivo.
In questo specifico caso ancora più urgente in quanto relativa alla realtà della Sardegna, geograficamente e logisticamente lontanissima, soprattutto ai tempi, dal "continente".

I testimoni che ne ricordano gli eventi nel documentario rimarcano spesso la mancanza di un'etichetta che potesse garantire un'opportunità di realizzazione e distribuzione per gli artisti, al di là delle singole autoproduzioni, e il rammarico di come tanti validi talenti non abbiamo potuto usufruire delle opportunità che ha invece avuto chi è nato a Milano, Bologna, Firenze, nello stesso periodo.

Passano (attraverso testimonianze dei protagonisti e rari filmati d'epoca) nomi come Agorà, Anonimia, Autosuggestion, Crepesuzette, Démodé, Ici on va faire, Maniumane, Physique du role, Polarphoto, Quartz, Rosa delle Ceneri, Vapore 36, Weltanschauung.

Un ritratto comune a mille altre realtà di provincia in cui l'unico traino erano la passione, l'urgenza, la creatività, la voglia di scrivere nuove pagine.

The Missing Boys” ha vinto il premio nella categoria Best Feature Documentary ai New York Independent Cinema Awards.

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=5FQ8eiLfltg

lunedì, marzo 24, 2025

Adolescence di Philip Barantini

La mini serie in quattro episodi, in onda su Netflix, Adolescence di Philip Barantini è al centro del dibattito nei social.

Il giudizio, come sempre in questi casi, oscilla tra il capolavoro e la stroncatura.

Personalmente eviterei l'eccessivo entusiasmo, pur se la regìa di Barattini è eccellente (la scelta del piano sequenza dona al tutto ancora più pathos e immediatezza, il costante clima plumbeo è perfetto per l'ambientazione di una storia cupa e turpe) e l'interpretazione di Stephen Graham (il padre) e di Owen Cooper (il giovane figlio) è a livelli altissimi.

Ci sono alti e bassi, qualche inciampo ma il contenuto è straziante, inquietante, spiazzante, terribilmente attuale e realistico e che si riassume in una terribile contemplazione della "banalità del male".

https://www.youtube.com/watch?v=bu_OiEfNdHY&t=1s

Per i dettagli qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Adolescence

lunedì, marzo 10, 2025

Jazz on a Summer's Day

Bert Stern, fotografo (successivamente con Vogue) filma il Jazz Festival di Newport in Rhode Island del 1958.

Due anni dopo realizza il film "Jazz on a Summer's Day" (ne esiste una versione italiana con il titolo "Jazz in un giorno d'estate", pubblicata nel 1960) in cui raccoglie spezzoni delle esibizioni di vere e proprie star del jazz (Thelonious Monk, Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, Louis Armstrong, Chico Hamilton, Anita O' Day), del blues e gospel (Mahalia Jackson, Dinah Washington, Big Maybelle) e un brano di Chuck Berry, una "Sweet Little Sixteen" jazz n roll. In scaletta ma non ripreso, Ray Charles).

Qualità delle immagini modernissima e superba, di livello eccelso.
Ma quello che risalta è lo sguardo sul pubblico, il look, le movenze, gli sguardi, i balli, un'ingenuità di fondo, la COOLNESS diffusa.

Un documento preziosissimo che coglie un momento di transizione nell'estetica e nella musica.
Pura eccellenza.

Il film è qua:
https://www.youtube.com/watch?v=DKAPRqQ8q9Y&t=1970s

lunedì, febbraio 24, 2025

Blur: To the end

L'amico GINO DELLEDONNE ci regala la recensione in anteprima di "BLUR: TO THE END" il doc che arriva nelle sale italiane in questi giorni.

Pochi giorni fa ho visto in anteprima Blur: To the end, il doc che sarà nelle sale italiane il 24, 25 e 26 febbraio.
Solo tre giorni a disposizione (salvo che sia successivamente accessibile su qualche piattaforma) per i fan della band per seguire Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree nelle settimane precedenti le due date di Wembley.

Dopo la precedente reunion, documentata nel 2010 dalle immagini di No distance left to run, i quattro tornano ancora insieme per quello che può tranquillamente essere considetato unanimemente il punto più alto nella storia dei live del gruppo.
Wembley, il luogo che Damon dice di aver mitizzato vedendo da ragazzino il Live-Aid in tv, ora i Blur, la sua band, sbancare con due sold out da 90.000 spettatori per evento.

Però non sono i biglietti venduti, il luogo e nemmeno il concerto a rendere interessante e spesso toccante il film.
A creare la magia e dare valore al lavoro è l’aspetto umano che emerge dal ritrovarsi di quattro ex adolescenti che per un decennio hanno rarefatto i rapporti reciproci “in dieci anni ci siamo scambiati tre mail, forse”, dice Damon parlando di Alex.
In realtà gli anni trascorsi dal 2010 erano 13, all’epoca del film e 8 anni erano trascorsi dall’uscita di Coxon dal gruppo prima della reunion testimoniata da No distance left to run.

Anche nel 2009 la reunion era motivata dalla voglia di tornare a fare qualcosa insieme.
E’ una sorta di bisogno ciclico di allontanarsi per lunghi periodi, fare ognuno le proprie cose, condurre in un modo o nell’altro le proprie vite, per poi sentire il bisogno di ritrovare gli amici dell’adolescenza coi quali si era formata una band che nessuno di loro immaginava che avrebbe avuto un simile successo.
Come spesso accade però lo stress da successo a cui è sottoposta una band di giovinazzi parecchio cazzoni accentua e spesso infiamma gli aspetti caratteriali dei singoli componenti.

Per oltre 10 anni i Blur sono stati i Blur, con tutto quanto ne consegue in fatto di esposizione e iperlavoro, alcol e fattanze varie comprese (quale e se sia un rapporto causa/effetto poco conta).
Conta che a Damon, sentiti gli altri, rimontata la voglia di fare un disco insieme, The ballad of Darren (2023), come otto anni prima c’era stato The magic whip e, ancora più indietro nel tempo Think Tank, nel 2003.
Nelle lunghe pause chi prosegue con una frenetica attività, praticamente drogato di creatività, da solista o con i Gorillaz o con The Good, the Bad & the Queen e via così con tutto quello che gli salta in testa come fa Damon, chi si ritira in campagna con moglie e figliolanza producendo i suoi formaggi come Alex (nota: lo avreste mai immaginato il bassista dei Blur che fa il casaro? Io no), come Graham che fa le sue robe da solista e collabora persino al disco dei Duran Duran o come Dave che, oltre ad avere un suo progetto musicale con gli Ailerons, ad essere una schiappa nel tennis (vedete il film e capirete perché) e pilotare aerei, è stato candidato laburista nella circoscrizione del Mid Sussex al Parlamento britannico nel 2010 e nel 2024, senza successo in entrambe le tornate elettorali.

Penso seriamente che la bellezza del film stia nella naturalezza di quanto scorre sullo schermo, sembra quasi di vedere un filmino di famiglia, senza i limiti dell’arcaico formato e girato da qualcuno che sa impugnare la macchina da presa, dove lo spettatore è lì, in mezzo a loro mentre fanno le loro cose, mentre parlano, cazzeggiano, provano. Insomma, esattamente come se la macchina da presa non ci fosse.
Per questo, all’inizio, il film sembra arrancare scorrendo un po’impacciato ma poi ti accorgi che sono loro, dopo anni di distanza, che arrancano per ritrovare i propri codici comunicativi e sciogliere gli imbarazzi di vecchi scazzi.

Una volta rotto il ghiaccio fila tutto liscio, come se i ragazzi non fossero lì perché incombe un evento da far tremare i polsi come due date a Wembley o per un album chiamato The ballad of Darren ma per dare vita a Parklife, stessa impostazione cazzona da studenti che mettono insieme una band per dare una scossa lalle proprie vite di provincia.

Di sicuro aveva ragione Mick Jagger quando diceva, di sé e dei suoi compagni di band, che “una volta eravamo giovani, belli e stupidi. Ora non siamo più né belli né giovani”.
Credo che questo valga anche per il Blur ed è quello che ci piace da sempre di loro: la capacità di parlare anche di cose serie, serissime, senza mai prendersi sul serio… da cazzoni, insomma.

In sintesi, se si dovesse trovare un aggettivo per descrivere questo film io sceglierei: autentico.
E non è un complimento da poco.

mercoledì, febbraio 12, 2025

A Complete Unknown di James Mangold

E' in sala il tanto discusso film sui primi anni di carriera di BOB DYLAN.

Ben fatto, molto bene interpretato da Timothée Chalamet, credibile e a suo agio nei panni del novello cantautore, circondato da recitazioni altrettanto riuscite degli attori comprimari, adattamento scenografico perfetto e particolarmente suggestivo nella ricercatezza dei dettagli.

Non si dannino i filologi: trattandosi di un film e non di un documentario, le licenze sono numerose ma non inficiano certo l'andamento della storia.

Non è certo un capolavoro imperdibile ma, abituati a biopic spesso inattendibili e grotteschi, in questo caso il risultato è più che gradevole.

PS: si rassegnino i boomer speranzosi che la visione del film avrebbe portato a un'impennata di interesse per Bob Dylan (magari tra i più giovani).
Nelle classifiche italiane non compare nessun suo album nelle prime cento posizioni...

martedì, febbraio 11, 2025

Going Underground di Lisa Bosi

L'amico PIER TOSI ci parla del recente doc dedicato ai GAZNEVADA.

Più di tanti altri i bolognesi Gaznevada hanno incarnato lo spirito del post-punk e della new wave nel nostro paese tra gli anni settanta ed ottanta in modo peculiare e senza scimmiottare modelli stranieri, creando capolavori come il loro album del 1980 'Sick Soundtrack'.

A loro è dedicato 'Going Underground', documentario di Lisa Bosi prodotto da Sonne Film e Wanted Cinema che sta iniziando a circolare in questi giorni in proiezioni singole prima della sua distribuzione.

La loro storia rappresenta anche un passaggio fondamentale nella storia dei movimenti giovanili del nostro paese: legati dapprima alle energie del '77 si mettono in luce con il primo brano 'Mamma Dammi La Benza' per poi prendere le distanze dal rock demenziale ed ispirarsi al punk seguendo l'influenza dei Ramones ma anche lo spirito di avanguardia di bands americane come Talking Heads,Tuxedomoon, Devo o i gruppi della No Wave newyorkese.

'Going Underground' racconta come meglio non si potrebbe questa storia evidenziando lo spirito inquieto del gruppo, la sua estetica aggressiva e la tendenza a mescolare arte e vita al limite dell'autodistruzione attraverso l'uso dell'eroina che in quegli anni si diffonde drammaticamente.

Il loro quartier generale a Bologna fino al 1982 è la Traumfabrik, un appartamento occupato in pieno centro condiviso con, tra gli altri, il fumettista Filippo Scozzari e da cui transitano tutti i personaggi di quella stagione creativa bolognese in un grande vortice di energie.

Avanguardia grafica, fumettistica e letteraria sono propellenti della creatività dei Gaznevada ed influenzano necessariamente anche 'Going Underground' nella sua fotografia dalla luce innaturale e dai toni acidi che fa da contrappunto al loro straniante universo sonoro.
Operazioni come questa sono spesso a rischio di eccesso di retorica e celebrazione o di esagerare dell'uso di interviste convenzionali dove le 'teste parlanti' si susseguono uccidendo il ritmo narrativo: in 'Going Underground' tutto ciò è scongiurato dagli stessi Gaznevada odierni che dominano la scena sin dai primi minuti come 'personaggi' raccontando loro stessi la storia attraverso uno stralunato ma efficace narrato-recitato che è una vera e propria narrazione dentro la narrazione, con il contrasto tra i loro visi attuali segnati e il loro aspetto dell'epoca che costituisce una vera e propria cifra stilistica.

I loro volti i cui dettagli 'bucano' lo schermo e le loro gesta sono ovviamente alternati ad una grande ricchezza di materiali d'epoca, spesso inediti, che mostrano la band in azione costituendo un essenziale corpus documentario.
Non è importante in 'Going Underground' una narrazione precisa fatta titoli di singoli o albums quanto invece portare più fedelmente possibile gli spettatori nell'urgenza espressiva e nelle emozioni dell'arte dei Gaznevada.

I membri della band affermano nel film che la loro volontà era di diventare ricchi e famosi: l'ultima parte della loro carriera li vede infatti raggiungere il consistente successo con il singolo 'IC Love Affair' del 1983 in cui i suoni di batterie elettroniche e sequencers prendono il sopravvento sulle chitarre prefigurando l'avvento dell'Italo-Disco, la rivoluzione dell'house music e l'enorme successo mondiale dei Datura, entità creata proprio da Robert Squibb dei Gaznevada dopo lo scioglimento del gruppo.
Sono proprio i suoni elettronici tra cui spiccano tre brani inediti composti appositamente per il progetto, a portare gli spettatori al termine di un'opera riuscitissima anche nel collocare questa avventura all'interno di un quadro più ampio.

lunedì, febbraio 03, 2025

Rome as you are di Daniela Giombini, Tino Franco, Marco Porsia

Il rischio di questo tipo di documentari è la caduta in una lunga serie di testimonianze della serie "io c'ero", che finiscono nell'"epico", "favoloso, "indimenticabile".

In realtà i due tour dei Nirvana in Italia nel 1989 e nel 1991, furono pieni di problemi, difficoltà, sia logistiche che, purtroppo personali, soprattutto per Kurt Cobain in preda a un esaurimento nervoso.

La storia viene rivissuta da una delle protagoniste principali della vicenda, Daniela Giombini, che con la sua Subway organizzò fior di concerti (dai Mudhoney ai Celibate Rifles, "solo gruppi che mi piacevano veramente, altrimenti non mi interessava"), in condizioni precarie e difficilissime, soprattutto in un'epoca ancora abbastanza pionieristica per la scena italiana.

Non ci sono celebrazione, nostalgia, esaltazione ma resoconti molto schietti e veraci, con il prezioso apporto di Bruce Pavitt, uno dei boss della Sub Pop, tornato in Italia per l'occasione.

Si aggiungono altre testimonianze di giornalisti e operatori del settore, immagini e filmati d'epoca, ricordi, fotografie, aspetti inediti.

Un documento prezioso di un'epoca ormai andata ma ancora molto significativa e presente (vedi la scena finale con una ragazza 14enne, commossa di fornte a Bruce, ringraziato in lacrime per avere prodotto il suo gruppo preferito di sempre).

Il docu/film è in tour in Italia, se capita in zona, non perdetelo.

domenica, gennaio 05, 2025

La valanga azzurra di Giovanni Veronesi.

Giovanni Veronesi, sciatore mancato e sfortunato, rivive il mito della "valanga azzurra", gruppo di sciatori italiani che dominò la scena mondiale a metà degli anni Settanta.

Gustav Thoeni, Piero Gros, Herbert Plank, Paolo De Chiesa, Fausto Radici, Stefano Anzi, Marcello Varallo, Franco Bieler, Erwin Stricker, Helmuth Schmalzl, Tino Pietrogiovanna e altri ancora.

Tra il 1970 e il 1979 gli sciatori italiani ottennero 46 vittorie in Coppa del mondo, 156 podi, la conquista di cinque Coppe del Mondo, 4 di gigante e 2 di slalom, 2 ori, 2 argenti e 2 bronzi alle Olimpiadi, 4 ori, 1 argento e 1 bronzo ai Mondiali.

Io ero tra quei bambini/ragazzi, come citato nel film, che trovavano una scusa per non andare a scuola, pur di vedere le loro imprese in televisione (ovviamente in bianco e nero) e che il secondo poster che attaccò in camera, dopo quello di Gigi Riva, fu di Gustav Thoeni.

Il film è agiografico, molto "costruito" (la deprecabile pantomima con il Thoeni che parla a monosillabi è un po' stantìa) nonostante l'emozione di rivedere e risentire scandire certi nomi, provochi, in chi ha vissuto in diretta quegli anni, molta emozione.

Purtroppo vari aspetti vengono sottaciuti: il ruolo del commissario tecnico di quella nazionale, di cui fu artefice e deus ex machina, Mario Cotelli, personaggio scomodo, poi defenestrato, il tecnico Oreste Peccedi, destituito dall'incarico, gli sciatori Anzi e Besson che si incaricarono di sostenere uguali diritti (anche economici) per tutta la squadra, sospesi e radiati dalla federazione.
Solo brevi cenni e nessun approfondimento (a parte la drammatica confessione di Paolo De Chiesa).

Nonostante ciò (e nonostante il protagonismo dell'autore, sempre in primo piano) vale la pena di dare un'occhiata a un'era ormai dimenticata, per fortuna poi ripetutasi con Alberto Tomba, Deborah Compagnoni, Maria Rosa Quario, Claudia Giordani, Paoletta Magoni, Federica Brignone, Christof Innerhofer, Federica Brignone, Sofia Goggia.

Soprattutto per chi ha sempre adorato lo sci, pur non avendo mai sciato (il sottoscritto).

https://www.raiplay.it/programmi/lavalangaazzurra

mercoledì, novembre 13, 2024

Berlinguer. La grande ambizione di Andrea Segre

Intriso di struggente nostalgia per un'epoca che appartiene a un passato sempre più remoto, irripetibile e irriconiscibile (vedi i commoventi inserti originali d'epoca), il film non è (e presumo non volesse essere) una biografia di Enrico Berlinguer ma un'istantanea (Polaroid) su alcuni aspetti socio politici dell'epoca.

Proprio a questo livello la narrazione è spesso superficiale e omette tanti aspetti ma non si tratta di un documentario o un libro di storia.

Elio Germano è molto bravo, non caricaturizza il segretario del PCI ma lo interpreta con credibilità, cura e distacco.
Anni di forti e sinceri ideali e idealismi, di un'etica ferrea, finiti come sappiamo e come vediamo.

Un'opera non imperdibile ma nemmeno trascurabile.
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