venerdì, gennaio 31, 2020

Il meglio del mese. Gennaio 2020



Parte bene l'anno con Isobel Campbell e Field Music.
Per l'Italia Calibro 35, Era Serenase e Handshake.


CALIBRO 35 - Momentum
Uno dei migliori gruppi italiani in circolazione, tra i pochi di respiro internazionale, riconosciuto e certificato perfino nella difficile e sospettosa terra d'Albione, approda al settimo album.
L'aspetto più interessante è la costante parabola evolutiva, partita da un omaggio alle colonne sonore poliziesche della cinematografia italiana dei 70 e arrivata a contaminazioni di vario tipo, in una miscela sempre più originale e distintiva.
Troviamo le consuete caratteristiche dei Calibro 35, funk cinematico, strumentali tipicamente da colonna sonora ma anche una serie di spostamenti verso le forme più evolute del new jazz, rap, hip hop, con quel afflato psichedelico che permea da sempre il tutto e l'aggiunta in tre brani di voci ospiti.
I Calibro 35 sono già un passo avanti, non verso il futuro ma nel futuro.
Indicano la strada, creano la tendenza, mescolano.
Suonano benissimo, sono immediatamente riconoscibili e a gennaio candidano già "Momentum" come miglior album italiano del 2020.

ISOBEL CAMPBELL - There is no other
Sinuoso, avvolgente, sensuale, sussurrato nel classico, svenevole, stile della Campbell, assente dalla carriera solista da 14 anni.
Tra dream pop, folk, psichedelia, soul, gospel, ballate crepuscolari, un lavoro bellissimo, rilassante che restituisce la voglia di vivere in pace con se stessi e il mondo.

FIELD MUSIC - Making a new world
Il settimo album del duo art rock inglese, è un concept dedicato alla prima guerra mondiale, registrato in un solo giorno. Album strano, folle e bello, dove si incrociano XTC, Talking Heads, Beck, Beatles e tanto altro.
Canzoni sghembe, inquietanti, malinconiche. Notevole.

…AND YOU WILL KNOW US BY THE TRIAL OF DEAD - X: The Godless Void and Other Stories
Decimo album per la band texana, sempre in ottima forma con il un sound abrasivo che guarda a svariate ispirazioni, dal grunge all'alt rock ai Sonic Youth.
Tanta energia, bel tiro, canzoni di prima qualità.

ERA SERENASE - Spine
Il duo genovese, dopo il brillante esordio con l'album "Crystal ball", torna con un convincente ep di quattro brani che segna un evoluzione dall'arrembante, fresco, possente rap del debutto, verso atmosfere più avvolgenti, dance, mature, con un retrogusto malinconico e inquietante.
Un nuovo gioiellino.

WIRE - Mind hive
Uno dei rari esempi di band storiche, tornate in attività e ancora in grado di scrivere album interessanti, creativi, freschi.
Il quartetto inglese stempera le consuete asperità sonore a favore di aperture più melodiche e qualche concessione di respiro psichedelico.
Un ottimo lavoro, propositivo, ricco di spunti.

ALGIERS - There is no year
Prosegue l'ostico percorso del quartetto americano. Un gospel punk cupo e rigoroso, solenne e oscuro.
Suggestivo e introspettivo ma non sempre facile all'ascolto.
In ogni caso buono.

BLACK LIPS - Sing In A World That's Falling Apart
La rutilante (e rotolante) band di Atlanta firma il nono album, mantenendo il consueto tono dissacrante ma alleggerendo l'assalto musicale a favore di uno sgangherato country dai tratti inquietanti e permeato dalla solita vena di perversione. Hanno fatto di meglio.

SUNDAY SERVICE CHOIR - Jesus is born
Affascinante progetto del discusso Kanye West che approda al gospel, non come cantante ma solo come produttore.
Risultato particolarmente intrigante in cui la matrice classica si mischia, talvolta, ad arrangiamenti moderni, sonorità sintetiche, grooves funk attuali.
Potente e affascinante, registrato incredibilmente bene.

KHRUANGBIN & LEON BRIDGES - Texas Sun
Un ep molto intrigante di soul molto cool, unito alle sonorità quasi "desert" della band psych funk.
Avvolgente e sinuoso, elegante, raffinato, sensuale. Nella speranza che la collaborazione prosegua.

RAF MOD BAND - Split town
Da Portland un album perfettaente calibrato sulle coordinate del miglior mod sound.
Energia beat, tiro anfetaminico, canzoni diretti e minimali, i Jam come costante riferimento, un salto nello ska, quel sapore 1978/79 tra Squeeze, Buzzcocks e Chords.
Tutto molto fresco, spontaneo, sincero.
Da ascoltare e acquistare.

AA.VV. - Mogadisco - Dancing Mogadishu (Somalia 1972–1991)
Una grandissima compilation di alcuni dei migliori nomi che agitavano la scena di Mogadiscio, Somalia, prima della devastazione della guerra civile. Funk, disco, soul, reggae, ethio jazz, incredibili groove, un sound ipnotico e avvolgente.

RUBY TURNER - Love was here
Corista per nomi altisonanti ( Bryan Ferry, UB40, Steel Pulse, Steve Winwood, Mick Jagger) ma con una discreta carriera solista di una ventina di album). Il nuovo lavoro è davvero ben fatto. Classic soul, ottima voce, tanto groove.
Merita un ascolto e tanta attenzione.

AA.VV- Free Soul Flying Dutchman
La Flying Dutchman è stata una delle etichette più cool dei primi 70. Basti pensare che diede fiducia a un giovane e sconosciuto Gil Scott Heron!
Per poi dedicarsi a una serie di gioielli soul, jazz, funk. In questa compilation ci sono una quarantina dei migliori brani tratti dalla loro produzione. Dallo stesso Gil a Louis Armstrong, Count Basie, Lonnie Liston Smith, Gato Barbieri e tanto altro.
Super Groovy.

TAD ROBINSON - Real street
Buon album di southern soul e blues, groove alla Al Green, qualche ritmica funk, ottima voce roca e calda.

BILL FAY - Countless branches
Terzo album dopo il ritorno in scena del cantautore inglese, "scomparso" dai primi 70.
Dieci brani sussurrati, piano e voce, malinconici e sospesi. Un lavoro non facile e indicato solo agli amanti del genere.

HANDSHAKE - An ice cream man on the moon
I fiorentini Handshake, attivi da un lustro, si propongono con un esordio di immediata presa pur nella sua complessità compositiva, ricco di creatività, canzoni fascinose, suoni di gusto vintage ma che si inseriscono alla perfezione in un contesto di modernità, con freschezza e immediatezza.
Melodie Beatlesiane si intrecciano alle band più visionarie del Brit Pop storico (dai Ride ai Kula Shaker), agli Spiritualized, fino alle sue diramazioni più attuali (dai primi Temples ai Tame Impala), per arrivare a un approccio futurista che guarda a qualcuno dei tanti sentieri tracciati e percorsi da Beck. Colpiscono la ricerca sonora, certe deviazioni sperimentali, la qualità e la maturità delle canzoni a livello compositivo.

GARRY PITCAIRN - The gospel
L'alter ego di Gabriele Maruti, musicista e artista milanese, torna con un nuovo intensissimo, "doloroso", lavoro che scava nei meandri più reconditi e più neri dell'anima.
Il cammino sonoro di "The gospel" ci porta tra Nick Cave (anche dell'era Bitrthday Party e, perchè no?, Grinderman), Tom Waits, il Bowie di "Ziggy Stardust" e vari altri cuori oscuri.
Un album dal respiro internazionale, compositivamente maturo e che osa guardare "oltre". Molto bello.

BIG MOUNTAIN COUNTY - Somewhere else
Al secondo album la band romana compie un notevole salto di qualità e maturità, affinando il personalissimo psych rock, portandolo tra ritmiche e sapori kraut e un gusto danzereccio funk che richiama la scena di Madchester dalle parti degli Happy Mondays, senza dimenticare le cadenze pulsanti alla Franz Ferdinand.
Un lavoro completo, intrigante, frizzante.

THE NICE GUYS - Its time to be nice
I Giuda hanno fatto proseliti. Da Roma e dintorni arriva questa nuova proposta, attiva da poco più di un annetto, a base di un ruvido glam/ street punk / oi! /rock 'n' roll, diretto, senza fronzoli e dai modi spicci. Dieci brani, tra cui una cover di "Born to be wild" e un episodio in italiano. Album riuscito, sicuramente apprezzato dagli amanti del genere.

LORENZ ZADRO & FRIENDS - Blues Chameleon
Uno splendido album di blues, quello vero, profondo, senza tante finte contaminazioni commerciali. Basti pensare che in una intensissima versione di "Baby please don't go" canta Leo "Bud" Welch (un signore che ha inciso il suo primo album a 82 anni e si è fatto poi produrre da Dan Auerbach dei Black Keys, poco prima della sua scomparsa.
Uno degli ultimi grandi bluesmen americani) presente anche in un altro brano. Sono tanti altri gli ospiti che nobilitano un album sincero e spettacolare che declina le più svariate anime del blues, da quello più roots, a quello più vicino al rock e al boogie o al Bo Diddley sound (vedi la riuscitissima versione di "Ace of spades" dei Motorhead), al country. Consigliatissimo.

ASCOLTATO ANCHE:
THE BIG MOON (palloso indie pop), WATER FROM YOU EYES (electro indie boh), WOLF PARADE (post wave dai toni "epici". Trascurabile), BOMBY BYCICKLE CLUB (indie pop wave neanche male ma neppure bene), ANDY SHAUFT (carinissimo ma di Steve Forbert ne abbiamo già avuto uno ed è bastato), GLASS BEACH (pop punk synth. Senza senso), SARAH MARY CHADWICK (canzoni di rara noia)

LETTO

STEFANO GILARDINO / ROBERTO CASELLI - La storia del Rock in Italia
Armati di una buona dose di incoscienza e coraggio gli autori si cimentano in un'impresa difficile, ampia e insidiosa come la storia del rock in Italia.
Un'avventura che evidenzia come spesso si sia trattato di una realtà prevalentemente derivativa ma che dalla fine degli anni 50 ad oggi non siano poche le eccellenze che hanno saputo distinguersi con una proposta personale e originale.
Allo stesso modo sono rari i casi in cui le nostre espressioni sonore in ambito rock sono riuscite ad emergere all'estero dove il verbo italiano rimane relegato al pop più deteriore.
Il libro è totalmente esaustivo, ogni epoca ha una contestualizzazione socio/politica/storica e di costume, c'è una ricca discografia, eccellente cura grafica, foto rare e particolari, curiosità, approfondimenti, interviste.
Dal rock 'n' roll di Peppino di Capri, passando per beat, prog, punk, elettronica, riviste, festival, siti, portandoci fino ai nostri giorni, trovate l'intero scibile del rock italiano.
Prefazione d Manuel Agnelli e Franz Di Cioccio.

FRANCO CAPACCHIONE - Parole intonate
Un'idea geniale e altrettanto interessante quella dell'autore di ricercare e accostare ad album pop rock un'opera letteraria.
E se John Steinbeck e Bruce Springsteen o Jean Genet e Patti Smith possono essere prevedibili, più intrigante e sorprendente accoppiare Charles Bukowsky a Loredana Bertè o Pier Paolo Pasolini a Claudio Baglioni.
Eppure funzionano, grazie anche all'approfondita ricerca e alla capacità di Capacchione di accoppiare il frutto dell'ingegno artistico e culturale.
Completa il libro una grafica molto fresca, moderna e accattivante.

DONATO ZOPPO - Something
Proprio all'ultimo momento, un secondo prima dello scioglimento definitivo (già in atto da tempo) dei Beatles, George Harrison piazzò il suo marchio più importante: "la canzone d'amore più bella di tutti i tempi" (come disse Frank Sinatra quando la reinterpretò nel 1971), che però non contiene mai la frase "I love you".
Donato Zoppo traccia un minuzioso resoconto della vita di "Something", apparsa nel mitico "Abbey Road".
Nata durante le session del "White Album", affidata a Joe Cocker ma, alla fine, tra molte titubanze dello stesso autore, inserita nell'atto finale dei Beatles.
Più volte erroneamente attribuita a un omaggio alla moglie Pattie Boyd ma come ha dichiarato (impietosamente) George: "Non l'ho scritta per Pattie. L'ho solo scritta, poi qualcuno ha realizzato un video con immagini di me e Pattie, Paul, Linda, Ringo e Maureen, John e Yoko. Così tutti pensavano che l'avessi dedicata a lei, ma in realtà, mentre la scrivevo, stavo pensando a Ray Charles. Riuscivo a sentirlo cantare nella mia testa".
Un compendio interessante interessante e gustosissimo per ogni Beatles fan che si rispetti.

FABIO BONFANTE - Sotto un altro cielo
Un gruppo di italiani a lavorare nell'Argentina degli anni 90, persi in una nuova vita che si fa di giorno in giorno più estrema, libera, aperta, in cui ritrovano se stessi.
E che li sprofonda nella disperazione quando arriva il momento di tornare a casa, nella "prigione" della quotidianità.
Tematica quanto mai ricorrente negli spiriti liberi, una volta trovata l'aria fresca e pulita di una nuova prospettiva.
Lettura veloce e frizzante, coinvolgente e divertente.

ROBERTO PALPACELLI/FEDERICO FERRERO - Il Palpa. Il più forte di tutti
Una storia devastante, irritante, spaventosa quella di ROBERTO PALPACELLI, tennista dal talento smisurato, auto immolatosi sulla strada dell'autodistruzione tra alcol e droghe di ogni genere.
Una carriera destinata ai grandi palcoscenici mondiali del tennis, polverizzata da una tendenza incontrollabile all'eccesso, in spregio alle mille occasioni capitate e offerte.
Alla fine è sopravvissuto a stento ed é riuscito a rientrare nei binari della "normalità".
In questo libro crudo, secco e spietato non ci risparmia niente delle sue deraglianti vicende (raccolte con perizia e delicatezza dal giornalista Federico Ferrero) e fa crescere ancora di più il rammarico di avere perso una grande campione e non solo.

FRANCO ARMINIO - L'infinito senza farci caso
Personalmente (che di poesia mastico davvero poco) ho eletto Arminio come mio poeta contemporaneo preferito.
Incisivo, profondo come pochi, spiazzante.
In questo nuovo lavoro parla di amore, sentimentale e carnale, di passione, di cuore.
Come sempre toccando vette inviolate.

PIETRUCCIO MONTALBETTI - Bicicletta enigmatica
Un breve racconto, bene orchestrato, che con molto realismo, si svolge nell'immediato Dopoguerra tra fascisti impuniti e corpi speciali impegnati alla loro ricerca.
Sullo sfondo la tragedia appena vissuta e le macerie morali e non solo lasciate.
L'anima dei Dik Dik si conferma un'ottima penna.

ALESSANDRO MONTI - Vedi sopra
Una storia di profonde amicizie, amori, speranze, con il corollario della musica rock ad avvolgere il tutto.
Sarà il Destino (con la D maiuscola) a sparigliare le carte in maniera imprevedibile, riavvolgendo il nastro e riproponendo una nuova visione del tutto.
Un esordio molto piacevole e intrigante.

ALESSANDRO GANDINO - Non ci vorrà molto
Il "Gando"è stato (è) un attivissimo protagonista della scena musicale di Reggio Emilia e dintorni, dagli anni 80 in poi, periodo in cui da quelle parti approdavano fior di gruppi e festival, in cui si lavorava assiduamente come ufficio stampa, si trasmetteva in radio.
Ma c'erano anche il basket e il calcio a fare da faro per la città.
Nel libro si raccontano episodi, avventure, storie, con un gusto auto ironico e un tratto giornalistico serrato, divertente e intenso.
Il tuto con colonna sonora consigliata e una capacità evocativa gustosissima.

STEFANO ORLANDO PURACCHIO - Io e il signor Oz
Esordio nella narrativa dopo quattro libri dedicati al prog rock, con una serie di racconti esplicitamente riferiti alla mitica opera "Il mago di Oz" con il nuovo personaggio, Joe Sneaky Brown, che rende più intrigante il filo conduttore di quella che è sostanzialmente una lunga fiaba ad episodi. Evocativi e ben scritti.

JOSEPH CONRAD - Cuore di tenebra
Breve romanzo uscito nel 1899 sulle pagine inglesi del "Blackwood Magazine", pubblicato in volume nel 1902 nella raccolta "Youth".
In Italia la prima edizione fu stampata nel 1924.
Uno scritto aspramente ed esplicitamente anti colonialista (frutto anche di una visita in Congo - luogo della vicenda - dello stesso Conrad qualche anno prima) a cui si aggiunge il degrado dell'essere umano quando vengono a mancare i freni inibitori dell'essere "civili".
Lo sguardo è spietato e realista, crudo e di sicuro effetto, soprattutto in considerazione dell'epoca in cui è stato scritto.
Romanzo che ha ampiamente ispirato la sceneggiatura di "Apocalypse now" di Francis Ford Coppola che riprende, oltre al nome di Kurtz anche buona parte della vicenda, trasportandola nella guerra del Vietnam.

VISTO

Sorry, We Missed You di Ken Loach
KEN LOACH non ci è mai andato tanto per il sottile.
Per non sbagliarsi questa volta ha girato il coltello nella ferita con ancora più forza e senza remora alcuna.
Il precariato, l'estremo confine del capitalismo imperante e senza freni, disperato ultimo appiglio prima della disoccupazione che distrugge legami, famiglia, personalità, umanità, vite, dignità, tra ritmi impossibili da sostenere.
Il tutto ambientato in una Nottingham in progressivo sfacelo.
Ricky lavora per una ditta di spedizioni a cottimo (più consegni e più velocemente lo fai, più guadagni), si indebita, non riesce a fare fronte ai modi inumani per stare al passo, vede la famiglia dissolversi e finisce per auto distruggersi di lavoro.
NO FUTURE.
Bravi gli attori, veri, terribilmente credibili, regia superba, nessuno sconto, nessun compromesso.
Come in molti hanno notato sono i particolari sconvolgenti che rendono il tutto ancora più crudo, angosciante, disumanizzante: la necessità di urinare in una bottiglia per non perdere tempo, la moglie badante che si mette un unguento sotto il naso per sopportare gli odori sgradevoli, gli anziani che accudisce "abbandonati" (presumibilmente da chi deve lavorare per tirare avanti, le multe che riceve Ricky ad ogni piccolo ritardo, lo sfogo della moglie all'ospedale accolto con fastidio e indifferenza dagli astanti).
Questa è la realtà, vi piaccia o meno.

"ALI" di Giuseppe Tirelli - Sant'Agostino - Piacenza
Affascinante mostra scultorea dell'artista Giuseppe Tirelli a Piacenza nello spazio "Volumnia" all'interno della maestosa chiesa cinquecentesca di Sant'Agostino.
Figure umane, mitologiche e leggendarie raffigurate con una maestrìa emozionante.

IN CANTIERE

NOT MOVING LTD in tour

Mercoledì 4 marzo: PRATO "Officina Music Club"
Sabato 7 marzo: Lonate Ceppino (Varese) "Black Inside"
Venerdì 24 aprile: Savona "Raindogs" - Le carogne

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

giovedì, gennaio 30, 2020

Get Back. Dischi da (ri)scoprire



Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

MCGOUGH & MCGEAR -s/t
I due protagonisti di questo album del 1968 erano membri degli SCAFFOLD, strana band in bilico tra beat e cabaret.
Il particolare interessate è che Mike MCGEAR altri nn è che il fratello di PAUL MCCARTNEY.
Che oltre a collaborare, produrre e sovra intendere porta nell'album una serie di amici, da Jimi Hendrix a John Mayall, Mitch Mitchell, Viv Prince, Graham Nash, Spencer Davis.
L'album è spesso composto da lunghi parlati teatral/cabarettisti non particolarmente esaltanti ma quando si passa alla canzone più tradizionale si respirano umori psichedelici di sapore folk. In "Ex art student" c'è Jimi Hendrix alla chitarra.

CHRIS JAGGER - All the best
Il fratello minore di MICK JAGGER ha una carriera (altrettanto minore) alle spalle comunque ricca di piccole soddisfazioni.
Nel 2017 ha raccolto in questo album una serie di brani dalla sua discografia. Solido rock blues con influenze cajun e zydeco. Mick lo aiuta alla voce in un paio di brani ma ci sono anche David Gilmour e Sam Moore (Sam & Dave) e qualche altro ospite di riguardo. Molto gradevole.

SIMON TOWNSHEND - Among us
Uno dei tanti album incisi dal fratello minore di PETE TOWNSHEND, entrato da parecchio tempo nella line up degli Who (con cui incise il coro di "Smash the mirror" su "Tommy", quando aveva 9 anni....).
Autoprodotto nel 1996, registrato nel suo studio casalingo vede il figlio Ben alla batteria, il fratello Paul al mixer, Zak Starkey alla chitarra (...) in un paio di brani. Un ottimo pop rock vicino alle produzioni soliste del fratello Pete, da cui eredita anche una voce molto simile. Disco che merita attenzione, ben fatto, suonato e con canzoni spesso particolarmente riuscite.

JIM BELUSHI - DAN AYKROYD - Have Love Will Travel
Ovviamente ci hanno giocato e non poco sull'accomunanza dei due cognomi.
Ma questo è JIM, valente attore, fratello del compianto Blues Brother, John.
Nel 2003 incidono un album insieme divertendosi tra varie cover da intenditori scelte con gusto sopraffino dalla title track dei Richard Berry resa famosa dai Sonics, resa in chiave soul allo spedito soul rock di "Time won't let me" degli Outsiders, all'infuocato blues di "Dig myself a hole" di Arthur Crudrup.
Album intensamente "americano" gradevole, divertentissimo e stupendamente easy.

mercoledì, gennaio 29, 2020

Primo Festival Pop Internazionale in Europa - Roma Eur - Maggio 1968



Il primo Festival Pop Rock che si svolse in Italia fu un fallimentare tentativo, naufragato tra mille problemi e un mare di debiti.

Frutto dell'iniziativa di due giovani americani (entusiasti dopo essere stati testimoni del Monterey pop Festival). Jerry e Patricia Fife,, che scelsero Roma e il Palzzo dello Sport dell'Eur.

Dopo vari slittamenti di data e una decurtazione del programma che all'inizio prevedeva Who, Pink Floyd, Cream, Soft Machine, Jimi Hendrix, Byrds, Nice, Quicksilver Messenger Service, il festival venne finalmente annunciato da sabato 4 a martedì 7 maggio 1968 con solo Pink Floyd, Byrds, Nice, Captain Beefheart, Nice, Soft Machine, Move, Brian Auger e nomi italiani come Camaleonti e Giganti.

Alla fine sarà un disastro con una media di 1000 persone al giorno, la stampa straniera invitata che stronca l'evento, l'ultima serata spostata al "Piper Club".
Durante l'esibizione dei Move la band fece esplodere alcuni petardi, alcuni vigili del fuoco si allarmarono e usarono gli estintori, provocando un fumo che non riuscì a diradarsi, tanto da bloccare il concerto.

I Pink Floyd al Festival con "Interstellar Overdrive"
https://www.youtube.com/watch?v=iTUOGgMdvHg&feature=emb_logo

La registrazione del concerto dei Pink Floyd
https://www.youtube.com/watch?v=BmVBEoCyerg

Captain Beefheart
https://www.youtube.com/watch?v=GH7FPALXaQg

La registrazione del concerto dei Byrds al "Piper"
https://www.youtube.com/watch?v=rQG2hSYwSrM

martedì, gennaio 28, 2020

Donato Zoppo - Something



Proprio all'ultimo momento, un secondo prima dello scioglimento definitivo (già in atto da tempo) dei Beatles, George Harrison piazzò il suo marchio più importante: "la canzone d'amore più bella di tutti i tempi" (come disse Frank Sinatra quando la reinterpretò nel 1971), che però non contiene mai la frase "I love you".

Donato Zoppo traccia un minuzioso resoconto della vita di "Something", apparsa nel mitico "Abbey Road".
Nata durante le session del "White Album", affidata a Joe Cocker ma, alla fine, tra molte titubanze dello stesso autore, inserita nell'atto finale dei Beatles.

Più volte erroneamente attribuita a un omaggio alla moglie Pattie Boyd ma come ha dichiarato (impietosamente) George: "Non l'ho scritta per Pattie. L'ho solo scritta, poi qualcuno ha realizzato un video con immagini di me e Pattie, Paul, Linda, Ringo e Maureen, John e Yoko. Così tutti pensavano che l'avessi dedicata a lei, ma in realtà, mentre la scrivevo, stavo pensando a Ray Charles. Riuscivo a sentirlo cantare nella mia testa".

Un compendio interessante interessante e gustosissimo per ogni Beatles fan che si rispetti.

The BEATLES - Something
https://www.youtube.com/watch?v=UelDrZ1aFeY

lunedì, gennaio 27, 2020

La musica nei campi di concentramento



Giornata della memoria

Nel momento in cui un sondaggio precisa che il 12% degli italiani crede che la Shoah sia un falso, la Giornata della Memoria assume, di anno in anno, sempre maggiore significato e importanza. E' secondario in che modo ma è necessario ricordare, testimoniare, opporsi con ogni mezzo alla barbarie sociale, etica e morale che sta avvelenando Italia ed Europa, anche a causa di leader politici irresponsabili, capaci di ogni becero e immorale mezzo per raccattare una manciata di sudici voti.

Può sembrare un triste e osceno paradosso ma nei lager nazisti c'era tanta musica e dei più svariati generi: classica e da ballo, jazz, inni, opere liriche, canzoni, motivi da cabaret, musica sacra che abbracciava diverse fedi, dall'ebraica alla cattolica. Un ultimo, disperato, aggancio a un tentativo di normalità e di speranza, di ricerca della bellezza e della gioia, in un inferno di sofferenza. Ma anche un refluo di Resistenza agli aguzzini e ai loro tormenti.

Nei lager finirono molti musicisti e artisti (pare intorno ai 1.600), rappresentanti della cosiddetta “arte degenerata”, come venivano bollate dai nazisti e fascisti, certe espressioni sonore, letterarie e visuali.

Persone che già avevano combattuto la loro battaglia artistica, opponendosi attraverso le loro opere all'orrore, prima di essere deportati. Con concerti clandestini o in case private, in cui si continuavano a suonare le musiche proibite e osteggiate.
E che continuò, con ogni mezzo necessario, anche nei lager. Dove a fianco delle musiche imposte dagli oppressori, si suonavano anche, con mille cautele, melodie “resistenti”.

Terezin fu il campo in cui venne concentrata la maggioranza di artisti e intellettuali.
Che crearono una realtà parallela fatta di esibizioni, dipinti, scritti, spesso a beneficio dei numerosi bambini che vivevano lì e a cui si concedeva così un momento di svago e gioia. La creatività per fare argine all'abbruttimento e alla disperazione. Molte canzoni e altre opere artistiche vennero concepite nei campi.
E tanti autori si premurarono di nascondere spartiti, dipinti e scritti, nel timore che la loro testimonianza andasse perduta o distrutta.
Il campo di Terezin venne anche utilizzato come strumento di propaganda del regime per dimostrare all'esterno che non si trattava di luoghi di feroce detenzione ma dove si svolgevano attività ricreative e culturali.

Lodevole il lavoro di molti musicisti che nel corso degli anni si sono premurati di raccogliere e collezionare questo materiale, conservando un patrimonio indispensabile per non dimenticare. Ad esempio il pianista, compositore e direttore d'orchestra, Francesco Lotoro che ha messo in atto il progetto di raccogliere l'intera letteratura musicale prodotta da musicisti imprigionati durante gli eventi più drammatici del Novecento, mettendo insieme oltre 4.000 spartiti appartenuti a musicisti di tantissime nazionalità, riuniti nell’Enciclopedia della musica concentrazionaria. Nello specifico, “La musica dell’Olocausto Musik” è un’opera monumentale di 24 CD.

“Se questa musica non viene fatta conoscere al mondo, è come se non fosse mai uscita dal lager. E suonarla anche solo una volta significa riscattarla e ottenere quella giustizia che non è stata concessa al suo compositore”.

Shmerke Kaczerginski subì le persecuzioni naziste a Vilnus, in Lituania, ma sfuggì all'internamento.
Quando il paese baltico passò sotto l'influenza sovietica, il numeroso materiale di cultura ebraica (tra cui almeno 250 canzoni in Yiddish) che aveva accuratamente preservato, subì la censura e la requisizione da parte del regime di Mosca.
Kaczerginski riuscì a farlo espatriare negli Stati Uniti e a farlo pubblicare in un libro. Tra le sue dichiarazioni:
“È impossibile parlare dell’occupazione tedesca in un linguaggio civile. Nessuno scritto o documento può ritrarne l’orrore. Quelli che non c’erano non possono capire l’incubo che milioni di persone hanno vissuto.
Ora, quando guardo indietro, penso spesso: ‘Che cosa ci è successo? Come abbiamo potuto vivere e morire così?’. Anche per i sopravvissuti col tempo questo diventerà un insopportabile e irrisolvibile rompicapo. Troppi pochi documenti sono stati svelati per dare anche solo un’idea parziale di quanto accaduto e della terribile vita quotidiana degli Ebrei.
Per questo penso che le canzoni, che gli Ebrei dei ghetti e dei campi cantavano coi loro cuori tristi, possano fare la differenza per la memoria e la storia.
Canzoni che cantavano al lavoro, quando stavano in fila per una scodella di zuppa, quando combattevano e quando erano portati al macello. Solo ora sappiamo quanto grande fosse la loro creatività in questi tempi terribili”.


A Terezin finì anche Carlo Taube, compositore e grande performer dal vivo, con moglie e figli. Continuò a scrivere musica e a esibirsi nel campo dove presentò la sua “Terezìn Symphony, finché non fu deportato ad Auschwitz con la famiglia, dove morirono tutti.

Nel 1940 il compositore francese Olivier Messiaen venne imprigionato in un campo di concentramento nella Polonia occupata, dove rimase un anno. Grazie all'aiuto di un ufficiale nazista appassionato di musica riuscì a lavorare su una composizione inedita per un concerto nel campo. “Quatuor pour la fin du temps” fu il risultato, suonato per gli altri prigionieri e i guardiani, con strumenti di fortuna. E, che non a caso, si ispirava al libro dell' “Apocalisse” di Giovanni, a palesare con la composizione il concetto di “inesprimibile” (ovvero l'orrore che si trovava a vivere).

La storia di Esther Béjarano è molto particolare.
Fu internata, ancora adolescente, ad Auschwitz, genitori e sorella subito uccisi. Entrò a far parte dell’orchestra femminile del campo, l’unica esistita nei lager nazisti, che aveva il compito di suonare per le detenute al lavoro o per le SS ed essere da macabra accoglienza ai nuovi deportati.
Si salvò e dopo la Liberazione si trasferì in Palestina per tornare in Germania solo nel 1960 dove fondò con altri ex perseguitati l’Auschwitz Komitee Deutschland, con un repertorio che spazia da brani di denuncia sociale ai canti yiddish tradizionali e della Resistenza.

Il compositore Victor Ullmann morì invece ad Auschwitz nel 1944, dopo essere stato particolarmente attivo a Terezin, dove continuò a comporre intensivamente con la convinzione che la vita sarebbe andata avanti, dopotutto. Tra le opere che scrisse, “L’imperatore di Atlantide” non fu messa in scena a cause delle evidenti e volute assonanze tra l’imperatore e Adolf Hitler. Riuscì a nascondere e affidare ad un amico le sue creazioni che saranno poi eseguite alla fine della guerra.

Ilse Weber pubblicò tre libri di poesie e storie e un libro di fiabe ebraiche prima di essere deportata a Terezìn dove diventò infermiera e si prese cura dei deboli e malati. Durante la notte trovava il tempo per scrivere poesie e pensieri a testimonianza dell'incubo quotidiano.
Cantava per i bambini e gli ammalati le sue canzoni a volte solo con la sua voce o accompagnandosi con una chitarra. Nel 1944 con i suoi figli e i bambini malati del campo fu uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. I sopravvissuti ricordarono le sue canzoni e le trascrissero fin a quando nel 1991, il marito, che si salvò, non le pubblicò in un libro.

Le poesie di Selma Meerbaum Eisinger, morta giovanissima in una camera a gas, furono rocambolescamente conservate dall'amica Renee Abramovic, una delle poche persone che riuscirono a fuggire da un campo di concentramento e che, a piedi, attraverso mezza Europa, raggiunse Israele, dove fece pubblicare un libro con le opere della compagna uccisa.
Grazie alla perseveranza e al sacrificio di chi ha ostinatamente voluto preservare le testimonianze di quegli anni e di chi le ha recuperate e conservate, un buon numero di opere ha continuato a vivere, reinterpretate anche da nomi altisonanti della musica contemporanea..

Note dolenti, ricordi pregni di sofferenza, orrore, disperazione.
Ma occorre ascoltare, ricordare, portare avanti la loro lotta contro il disfacimento morale, contro il lassismo nei confronti di ideologie e pensieri, troppo a lungo tollerati, traghettati, perfino accarezzati.
Sempre in cambio di quella famosa manciata di sudici voti.

domenica, gennaio 26, 2020

Curon, Val Venosta - Il campanile nel lago



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Il Campanile di CURON, che svetta in mezzo a un lago, è diventato da tempo il simbolo della Val Venosta e faro di attrazione per molti turisti.
Ma con una storia drammatica di soprusi alle spalle.

Il progetto di un bacino artificiale per la produzione di energia elettrica nasce già durante l'impero austro - ungarico ma viene ripreso nel 1920 dal governo italiano, nonostante l'evidenza che avrebbe messo in pericolo l'esistenza dei paesi Curon e Resia.

Nel 1939 lo Stato concesse al consorzio "Montecatini" la costruzione di una diga con un ristagno d'acqua fino a 22 metri cancellando di fatto i due paesi.
La seconda guerra mondiale sospese il progetto.
Ma nel 1947 la "Montecatini" annunciò la prosecuzione della costruzione del lago artificiale.

Nell’estate del 1950, nonostante le numerose e inascoltate proteste, furono sommersi 677 ettari di terreno, 150 famiglie persero i loro averi, con risarcimenti molto modesti.
Gli abitanti furono sistemati in baracche di fortuna all’inizio di Vallelunga, in molti lasciarono per sempre il luogo.

Dalla vicenda è stato ricavato uno spettacolo teatrale:
https://www.triennale.org/eventi/oht--office-for-a-human-theater/

sabato, gennaio 25, 2020

Classic Rock e intervista su Crazy Sound



Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK intervisto DON LETTS e gli Handshake.
Poi recensioni di Handshake, Rubino, Alba Caduca, Travellin' South, Garuda, Calendula e dei libri di PETE TOWNSHEND "The age of anxiety" w Roberto Casellie Stefano Gilardino "La storia del rock in Italia".
Ci sono poi interviste a Ron Wood, Greg Dulli, Sepultura, Jeff Lynne, pezzi su CSN&Y, Peter Gabriel, Stones etc.

Invece sulle pagine di Crazy Sound, qui: https://www.facebook.com/CrazySoundSchool/ una mia torrenziale intervista.

Joseph Conrad - Cuore di tenebra



Breve romanzo uscito nel 1899 sulle pagine inglesi del "Blackwood Magazine", pubblicato in volume nel 1902 nella raccolta "Youth".
In Italia la prima edizione fu stampata nel 1924.

Uno scritto aspramente ed esplicitamente anti colonialista (frutto anche di una visita in Congo - luogo della vicenda - dello stesso Conrad qualche anno prima) a cui si aggiunge il degrado dell'essere umano quando vengono a mancare i freni inibitori dell'essere "civili".

Lo sguardo è spietato e realista, crudo e di sicuro effetto, soprattutto in considerazione dell'epoca in cui è stato scritto.

Romanzo che ha ampiamente ispirato la sceneggiatura di "Apocalypse now" di Francis Ford Coppola che riprende, oltre al nome di Kurtz anche buona parte della vicenda, trasportandola nella guerra del Vietnam.

venerdì, gennaio 24, 2020

Saracens FC Rugby - Modello inglese



MODELLO INGLESE: RUGBY, SARACENS FC

A cura di ALBERTO GALLETTI


Le retrocessioni fanno parte dei campionati, più o meno da sempre, è toccato più o meno a tutti primo o dopo, se non stiamo parlando di sport professionistico americano.
Un concetto ‘europeo’ vecchio quasi come i campionati.

Alla base delle retrocessioni, e delle promozioni, il vecchio assioma sportivo che le recita(va) che le ultime classificate (in numero da stabilirsi) scendono alla categoria inferiore per la stagione sportiva seguente rimpiazzate da chi in quella categoria ha chiuso ai primi posti, in egual numero.
A volte è capitato sian state decretate a tavolino, non molte ma quasi sempre hanno fatto rumore.
Tutto normale, come il fatto che di solito esse vengano decretate al termine di ciascuna stagione.

Questa però è diversa.
Sto parlando dei Saracens, una delle istituzioni del rugby inglese, un club fondato nel 1876 , arrivato dopo un cammino lungo e irto di patimenti e delusioni ai massimi livelli del panorama inglese, dove ancora si trovava nel 1995 quando il rugby legalizzò il professionismo.

Hanno vinto gli ultimi quattro titoli nazionali inglesi e tre delle ultime quattro Heineken Cup (la CL del rugby), una potenza.
In squadra il capitano inglese Farrell, il miglior giocatore inglese Itoje ma anche gente come i fratelli Vunipola, Alex Goode, il gallese Liam Williams, lo scozzese Maitland tutti nazionali: uno squadrone.

Il dominio sul mondo ovale a livello di club nelle ultime quattro stagioni è stato infatti pressoché totale e tale si apprestava a rimanere anche quest’anno, ma è tutto finito.
Con una decisione senza precedenti per campionati di questo tipo infatti, la federazione inglese ha deciso di retrocedere i Saracens al secondo livello del rugby inglese per la prossima stagione 2020/21.
La decisione è della scorsa settimana.

Il club è risultato colpevole di aver sforato il tetto salariale cumulativo di 7 milioni di sterline a stagione per le stagioni 2016/17, 2017/18 e 2018/19, tre stagioni che hanno portato nella bacheca rossonera tre titoli nazionali e due Heineken Cup.
L’accusa, provata, è tremenda ed infamante e ancor più infamante è stata la decisione del club che posto dinnanzi alla scelta di essere privati dei titoli vinti o retrocedere a tavolino ha optato per quest’ultima.
Un gran bell’esempio per chi si proclamava alfiere dei migliori valori del rugby.

A riprova del fatto che non si è trattato di una violazione accidentale e/o casuale delle regole finanziarie della lega ma deliberata e pianificata segretamente per esser sicuri che non saltasse fuori e che se poi, infine, fosse saltata fuori, sarebbe stata anche difendibile.

Ignobili, bari, e disonesti.

Il protagonista principale è il presidente del club, Nigel Vray che mettendo in piedi una serie di società schermo insieme ad alcuni dei migliori giocatori, tra i quali i fratelli Vunipola, Itoje, Wigglesworth ha fatto confluire in queste società soldi che i giocatori si sono poi spartiti come dividendi.
L’indagine sul club, dopo l’indiscrezione del Daily Mail a marzo, ha provato che questi soldi sono stati percepiti in più sugli stipendi già pagati e che già ammontavano al fatidico totale di 7 milioni.
Il rifiuto del club, poi, di esibire i documenti relativi ai pagamenti dei giocatori per le tre stagioni sotto esame, ha da un lato confermato la colpevolezza del presidente e dall’altro dato il via all’indagine vera e propria con conseguente mannaia della lega.

I Saracens continuano il loro cammino in Heineken Cup dove ieri si sono qualificati per i quarti di finale.
In campionato continuano a giocare, ma qualsiasi sia il totale di punti a fine campionato sono già retrocessi.

Ovviamente hanno rifiutato la revoca dei trofei perché avrebbe portato loro una retrocessione a posteriori almeno per 2018/19 che li avrebbe privati del diritto a partecipare a questa Heineken Cup con relativa perdita di introiti milionari.

Si tratta senz’altro del peggiore e più grande scandalo che abbia mai investito il rugby inglese.

Questo è il triste stato delle cose nel paese additato quasi ovunque come modello da seguire per la soluzione di tutti i mali dello sport professionistico nostrano , nello sport additato qui da noi come esempio da seguire ai reprobi che seguono il calcio. Mi chiedo cosa dovrebbero pensare quelli che seguono entrambi.
Vero anche che a livello tecnico gli allenatori e i giocatori abbiano fatto, in ambito sportivo grandi cose e raggiunto grandi risultati, i loro sacrifici e i loro traguardi non sono in discussione, ma senza queste gravissime violazioni parecchi, se non quasi tutti i giocatori e gli allenatori non sarebbero andati ai Saracens.
Vero che violazioni, minime, al salary cap si erano già verificate, ma i Saracens lo hanno portato decisamente ad un altro livello.
Ora le conseguenze le pagheranno altri, i dipendenti del club non appartenenti al settore tecnico che si vedranno licenziati o decurtati degli stipendi causa l’inevitabile ridimensionamento del club e relativi obiettivi.

E’ questa una delle conseguenze dell’apertura al professionismo che ha portato con se l’inevitabile ingresso nello sport della cosiddetta grande finanza e dei suoi ingenti capitali.
Per uno sport alla disperata ricerca di una dimensione pari a quella della Premier League del calcio ma che non riesce ad aumentare nè gli spettatori nè l’audience televisiva, il risultato è che finisce talvolta in balia di investitori non meglio definiti che tentano il colpo.
Tanto per sfatare il mito dello ‘sport puro e dai valori che solo noi li abbiamo’, CVC, un fondo di investimenti sta per acquisire il 27% del Guinness Pro14, campionato ai quali partecipano formazioni gallesi, irlandesi, scozzesi, sudafricane e le nostre Benetton e Parma.
Ha già comprato il 27% del campionato inglese l’anno scorso e si appresta a comprare una quota pari a 300 milioni di sterline nel Sei Nazioni (non conosco la corrispondente quota percentuale).
Come vedete siamo ben lontani dallo sport propagandato da queste parti dove i neofiti che vi si avvicinano solo per disprezzo verso il calcio sbandierano una purezza di valori irraggiungibile.

Questi fondi di investimento non sono enti benefici il cui interesse è nella protezione delle strutture tradizionali delle attività che assumono, in questo caso la salvaguardia dei valori sportivi. Si tratta di profitto, ovunque, sempre.
Come ha affermato un vice amministratore al termine del periodo di 11 anni in cui CVC ha avuto il possesso della Formula 1:
"Tutte le loro azioni sono state intraprese per estrarre più denaro possibile dallo sport e metterne il meno possibile".

Siamo sicuri che il rugby professionistico sia meglio del calcio?
O bisognerebbe cambiare la domanda?

giovedì, gennaio 23, 2020

Calibro 35 - Momentum



Uno dei migliori gruppi italiani in circolazione, tra i pochi di respiro internazionale, riconosciuto e certificato perfino nella difficile e sospettosa terra d'Albione, approda al settimo album.

L'aspetto più interessante è la costante parabola evolutiva, partita da un omaggio alle colonne sonore poliziesche della cinematografia italiana dei 70 e arrivata a contaminazioni di vario tipo, in una miscela sempre più originale e distintiva.

Troviamo le consuete caratteristiche dei Calibro 35, funk cinematico, strumentali tipicamente da colonna sonora ma anche una serie di spostamenti verso le forme più evolute del new jazz, rap, hip hop, con quel afflato psichedelico che permea da sempre il tutto e l'aggiunta in tre brani di voci ospiti.

I Calibro 35 sono già un passo avanti, non verso il futuro ma nel futuro.
Indicano la strada, creano la tendenza, mescolano.
Suonano benissimo, sono immediatamente riconoscibili e a gennaio candidano già "Momentum" come miglior album italiano del 2020.

In tour

07.02 Brescia – Latteria Molloy
08.02 Parma – Campus Industry
14.02 Bologna – Locomotiv
15.02 Padova – Pedro
19.02 Milano – Fabrique
20.02 Torino – Hiroshima Mon Amour
28.02 Roma – Monk
29.02 Firenze – Auditorium Flog
27.03 Cagliari – Fabrik
28.03 Livorno – Cage
09.04 Foligno (PG) – Spazio Astra
10.04 S. M. a Vico (CE) – Smav

mercoledì, gennaio 22, 2020

Kareem Abdul-Jabbar



Uno dei più grandi giocatori di basket di sempre (il migliore), attualmente con il record di punti realizzati in NBA (con 38.387 punti, dove ha vinto sei titoli (5 con i LA Lakers).
Una carriera di successi, una vita sempre impegnata a livello socio politico, grazie anche a una formazione culturale particolare.
Il padre suonava il trombone e faceva spesso delle jam al "Minton’s Playhouse" sulla 118ª strada a Manhattan anche con personaggi come Thelonius Monk, Dizzy Gillespie e Charlie Parker.

Crebbe nel mito dei grandi jazzisti:
"Miles Davis era il simbolo di tutto ciò che speravo di diventare: elegante, fisicamente in forma e il migliore nella professione che si era scelto.
Lo presi a esempio. Lo faccio ancora oggi.
Quando strinsi la mano a Coltrane, quella sera, nella sua stretta sentii un calore che sembrava provenire da una qualche sorgente di luce dentro di lui.
Se Miles Davis mi ha insegnato molto su dedizione, passione e stile, John Coltrane mi ha insegnato ad avere uno scopo.
Per lui non era sufficiente suonare per intrattenere il pubblico: voleva che le sue note trasformassero il mondo..."


Divide, da giovane, il campo da basket con gli amici Gil Scott Heron e Jim Carrol (che lo ricorda nel suo "Basketball Diaries").

"Sono terribilmente rattristato dalla notizia della morte di Gil Scott-Heron. Lui ed io eravamo amici da quando ero alle elementari e ha cercato di darmi il meglio sul campo vicino a casa mia a Inwood.
Gil ha seguito la mia carriera nelle scuole superiori e al college e ci siamo ritrovati negli anni '70.
Sono stato il suo testimone al suo matrimonio con Brenda Sykes e ho trascorso un po' di tempo con loro nella loro casa a Washington prima che si separassero.
Non ho più avuto sue notizie dopo i primi anni '80 ed è stato difficile per me affrontare i tragici eventi della sua vita, ad esempio l'abuso di sostanze, l'incarcerazione, l'infezione da HIV e l'abbandono della sua famiglia. Ma era un brillante poeta e performer.
Tutti i rapper hanno imparato dalla sua arte e la sua eredità durerà."


Kareem ha avuto anche alcune parti in film (incluso uno con Bruce Lee, mai completato a causa della sua morte) e in serie TV.
Colpito nel 2009 da una rara forma di leucemia ha continuato a lottare contro la malattia.
Nel 2019 ha deciso di mettere all'asta tutti i cimeli della sua carriera, allo scopo di finanziare la sua fondazione benefica, Sky Hook.

«Il jazz ci esorta a non dimenticare quanto precario possa essere il posto di qualunque comunità all’interno della società.
Se ricordiamo le sofferenze del passato, soprattutto se ricordiamo le cause, è meno probabile che dovremo sopportarle di nuovo».

martedì, gennaio 21, 2020

Radio Mogadiscio e Abshir Hashi Ali



Dilaniata da decenni di guerra civile, considerata una delle città più pericolose del domande, Mogadisico (e la Somalia tutta) conserva un tesoro di inestimabile valore culturale.

RADIO MOGADISCIO ha un archivio di oltre 100.000 canzoni (divise in 35.000 nastri), distribuite su nastri, cassette, dischi (ora digitalizzati), sopravvissuti a devastazioni, saccheggi, bombardamenti degli americani.

Grazie anche e soprattutto ad Abshir Hashi Ali, custode del luogo che si è spesso dovuto opporre a "nemici" di varia natura (sanguinari jihadisti di Al Shabab inclusi) per preservare il patrimonio.

"Ho dedicato la mia vita a questo posto.
Continuo a farlo in modo che possa arrivare alla prossima generazione, in modo che la cultura, l'eredità e le canzoni della Somalia non scompaiano ".


E' il personaggio che ha consentito a Samy Ben Redjeb della Analog Records di recuperare il materiale che ha poi pubblicato sulla stupenda compilation "Mogadisco - Dancing Mogadishu (Somalia 1972–1991)" in cui sono raccolti incredibili brani tra reggae, funk, disco, soul, ethio jazz.

In ascolto qui:
https://analogafrica.bandcamp.com/album/mogadisco-dancing-mogadishu-somalia-1972-1991

A questo link un breve documentario sul protagonista di questa storia:
https://www.youtube.com/watch?v=SBX3VtPXsSU

lunedì, gennaio 20, 2020

Equipe 84 Bazar



Sempre attenti a quanto succedeva in Inghilterra, in particolare agli amati BEATLES, l'EQUIPE 84 ne seguì spesso le orme.
Ma per una una volta ne anticiparono le mosse.

Già nel 1967 infatti aprirono una boutique di abbigliamento per giovani "beat" a Milano, in via Solferino, l 'Equipe 84 Bazar

Lasciando però l'insegna liberty in oro con scritto "Drogheria Solferino - liquori e profumi" con un probabile voluto e provocatorio doppio senso.
Gli interni furono addobbati da disegni di Guido Crepax, il bancone era posto su tre vagoni da miniera che scorrevano su un binario.
Pare che il materiale in vendita (di chiara ispirazione "Carnaby Street" avesse prezzi molto alti per l'epoca.
L'idea funzionò e vennero aperti altri 19 punti in tutta Italia in franchising.

Sempre a Milano l'Equipe aprì una comune in stile hippie in via Bodoni in una villetta liberty , dove transitarono Jimi Hendrix, Keith Richards, Anita Pallenberg, Andy Warhol, Georgie Fame.

domenica, gennaio 19, 2020

Piacenza - Danila Corgnati



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Oggi il viaggio non si muove dalla mia PIACENZA, città ormai sfregiata da malcostume, degrado, mancanza di cure.

DANILA CORGNATI, già ballerina di danza classica e che ora insegna danza da più di 20 anni, da 5 si dedica soprattutto alla fotografia Street e in bianco e nero.

Le sue immagini restituiscono una Piacenza misteriosa, fascinosa, elegante, immobile e piena di anima.
Così mi piace guardarla (e ricordarla).
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