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lunedì, agosto 12, 2024

Olimpiadi 2024

Si sono chiuse le Olimpiadi di Parigi 2024.

Come sempre uno spettacolo stupendo, con gare appassionanti e travolgenti (personalmente il top è Italia-Giappone di pallavolo maschile, con emozioni irripetibili e il cammino vincente di quella femminile).

Molto deficitaria l'organizzazione, soprattutto la testardaggine a volere confermare le gare natatorie nella Senna, contro ogni logica.
Parecchi problemi anche tra arbitri e giurie (non solo a scapito dell'Italia).

Azzurri e azzurre ne escono alla grande con vittorie strepitose, un ottimo medagliere (peccato per la ventina di quarti posti che per un centimetro o un centesimo potevano darci soddisfazioni anche maggiori).

L'aspetto più confortante è stato vedere la soddisfazione di tutti e tutte ad essere lì a gareggiare, anche quando avevano sfiorato le medaglie per un soffio, in pieno spirito olimpico e quanto fossero fresche, genuine, sincere, accompagnate da un sorriso e da un linguaggio maturo e forbito, le dichiarazioni di fine gara.
Ragazzi e ragazze giovani, felici di fare i sacrifici che hanno affrontato e di essere stati/e partecipi di un evento unico.

Tutte meno una che con una sceneggiata invereconda ha scatenato tutta la sessuofobia e "banalità del male", nel male per eccellenza, i social, sobillata da una "cultura" mentecatta e vannaccia.

Alle prossime Olimpiadi!.
Peccato ci siano ogni quattro anni e che, anagraficamente parlando - se tutto va bene - me ne restano solo una manciata da vedere.

mercoledì, agosto 07, 2024

Musica e Olimpiadi

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato 27 luglio per "Il manifesto", sezione "Alias" dedicato al legame tra musica e Olimpiadi.

Il rapporto tra sport e musica è sempre stato, fin dall'antichità, piuttosto stretto e consequenziale. Alle prestazioni atletiche sono spesso state legate note musicali, ispiratrici o stimolanti.
Nell'era moderna, soprattutto negli ultimi anni, sono tantissimi gli sportivi che prima della competizione usano canzoni o musiche per rilassarsi, concentrarsi o darsi il giusto slancio. Allo stesso modo, ogni competizione sportiva è accompagnata da canzoni, inni, intermezzi musicali di ogni tipo. Storicamente le Olimpiadi sono state la prima manifestazione sportiva ad accostare i due elementi.

Musica e Olimpiadi nell'antichità
Nell’antica Grecia i giochi olimpici erano caratterizzati da un’ampia presenza di musica. Un connubio naturale e reciproco, ai tempi.
Riservato alle classi più altolocate e che non prevedeva la partecipazione di schiavi, barbari e, non ne dubitavamo, donne ed era ad esclusivo appannaggio di chi parlava la lingua greca.
Con la progressiva influenza dell'Impero Romano vennero inclusi anche popoli “stranieri”, come gli stessi Romani, Fenici, Galli. L'evento era un momento di aggregazione e incontro, anche politico (basti pensare alla sospensione di qualsivoglia guerra durante lo svolgimento dei Giochi) e anche un’occasione particolare per dare l’opportunità a musicisti, poeti, artisti, scrittori, di esibirsi e farsi conoscere.
La vittoria olimpica (ma anche la stessa partecipazione) conferiva prestigio sociale e consentiva sicuri vantaggi economici. Tra una gara e l'altra si esibivano poeti, suonatori di fiati ingannavano l’attesa, mentre certe competizioni, come il salto in lungo, erano accompagnate da musica che, ritenevano i greci, aiutava il coordinamento degli atleti.

Nell’antica Grecia nove dee erano le protettrici delle arti, riunite sotto un solo nome, Musica (parola che deriva dal greco mousiké, che significa “arte delle Muse”), che le racchiudeva, tanto che le suddette divinità erano chiamate Muse, guide di cantanti, poeti, autori di tragedie e commedie, attori e musicisti. Ma anche gli scienziati, i filosofi e, soprattutto, gli sportivi ne evocavano la protezione e l'aiuto.
Per Platone la Musica, insieme alla Ginnastica, era la base dell’educazione per i governatori della sua Città Ideale. La Musica era protagonista nei giochi e nelle feste dedicate agli Dei.
Come le Efesie, in onore di Artemide, le Delie, in onore di Apollo, le Panatenee in onore di Atena, la festa pitica a Delfi, che iniziava con gare musicali e canti accompagnati dal flauto. O i giochi istmici a Corinto in onore di Poseidone, i giochi panellenici che riunivano tutte le città della Grecia.
C’erano anche veri e propri tornei paralleli dedicati alle musiche e all’arte, derivati dai precursori dei giochi olimpici, i Giochi Pitici, dove le gare erano esclusivamente musicali ed artistiche.
Solo in un secondo tempo si aggiunsero quelle atletiche.

Durante i Giochi di Olimpia la città diventava il centro culturale del mondo antico, dove le competizioni sportive erano solo una parte di un ben più ampio raduno di eccellenze, artistiche in particolare.
Ai Giochi assistevano le principali cariche dello Stato e i più noti artisti, alcuni dei quali prendevano anche parte alle competizioni. Platone gareggiò nella lotta e nel pugilato mentre Euripide vinse nel pugilato nei giochi di Atene e nella lotta ai giochi Eleusi.
Plutarco ricorda come gli Achei si servissero dell'aulo (una conchiglia a forma di flauto) sia per accompagnare le battaglie che nelle competizioni di pentathlon. Si conserva il ricordo (mitologico) dei Giochi organizzati da Acasto in memoria del padre, in cui Orfeo vinse la gara con la lira, Olimpo con il flauto, Lino, figlio di Apollo, nel canto, Eumoplo nel canto accompagnato.

Lo studioso e storico Bronislaw Bilinski in “L'agonistica sportiva nella Grecia Antica” ricorda:
“Nel periodo di apogeo atletico, tra i secoli VI e V a.c., parola, musica, pittura e scultura, furono tutte al servizio delle gare atletiche, che proprio in quell'epoca assumevano il vero carattere e la vittoria dell'atleta evocava, allo stesso tempo, la musa del poeta o l'ispirazione dello scultore”.

Impossibile non ricordare la figura di Nerone che nel 60 inaugurò a Roma i Neronia, gare atletiche, equestri e musicali. In Grecia ogni festa pubblica era accompagnata dalla Musica (non diversamente dai nostri giorni) che non mancava quindi nemmeno nelle gare sportive dove si cantavano gli Epinici in onore del vincitore, durante un banchetto, davanti alla sua porta di casa o all’altare di qualche divinità.

Nel 1886 Pierre Fedy, barone di De Coubertin, un paio di millenni dopo, concepì i Giochi Olimpici Moderni, probabilmente ispirato dalla scoperta tra il 1.875 e il 1881 della città di Olimpia.
In ottemperanza alla volontà di riprodurre l'evento in una chiave che fosse quanto più vicina allo spirito originale (“le mariage des muscles et de l'esprit” / il matrimonio dei muscoli e dello spirito), contemplando la composizione di un inno olimpico: “Come nell’antica Grecia, le nostre Olimpiadi dovranno avere esibizioni atletiche ed esibizioni artistiche in egual misura.
E’ questa la differenza rispetto alle normali competizioni sportive.”


Vennero infatti previste medaglie per esibizioni artistiche come pittura, scultura, architettura e musica, con il presupposto che dovessero comunque avere un soggetto sportivo.
De Coubertin era convinto che un vero atleta avrebbe dovuto distinguersi non solo per la forza e per abilità fisiche ma avere anche capacità artistico/intellettuali. Inizialmente dovette soprassedere a causa di difficoltà logistiche anche se nel 1896 fu incaricato il compositore greco Spyros Samaras e “Inno Olimpico” venne suonato alla cerimonia di inaugurazione che nel 1957 venne codificato come Inno Ufficiale delle Olimpiadi e dal 1960 in poi viene sempre eseguito quando si alza e si abbassa la bandiera olimpica all’inizio e alla fine dei Giochi. Il brano è comunque stato ben presto soppiantato da canzoni e inni dall’impostazione moderna e adatta ai tempi e sicuramente più appetibile e vendibile dell’esasperato classicismo della composizione di Samaras, nonostante negli anni si siano ripetuti episodi con fanfare e orchestre varie (da “Bugler’s Dream” del 1958 di Leo Arnaud a “Olympic Fanfare” di John Williams del 1984).

Nel 1936 a Berlino, la prosopopea nazista allestì un’inaugurazione pomposa e magnificente in cui l’Orchestra Sinfonica Olimpica, ovvero la Berliner Philarmoniker, arricchita da altri strumentisti, eseguì una lunga serie di brani, incluso l’inno Olimpico, composto e diretto per l’occasione da Richard Strauss, cantato da un coro di 300 elementi. E’ stata a lungo dibattuta la controversia se Strauss avesse diretto anche l’esecuzione dell’inno nazista ma sembra assolutamente escluso. Nel 1912 a Stoccolma vennero finalmente assegnate le prime medaglie delle Olimpiadi Artistiche, cocciutamente volute dal suo organizzatore (“allo sport é necessaria la collaborazione delle Muse”).

L'evento collaterale a quello sportivo ha purtroppo sempre avuto scarso interesse di pubblico anche se dal 1912 al 1952 sono state consegnate 151 medaglie in queste discipline artistiche.
Già nella prima edizione del 1912 alle Olimpiadi svedesi, si tenne il “Pentathlon delle Muse” con cinque concorsi, riguardanti Architettura, Scultura, Pittura, Letteratura e Musica.
L'Italia si aggiudicò tre medaglie d'oro nelle gare sportive ma vinse anche quella nella pittura grazie a Giovanni Pellegrini con “Sport Invernali” e nella musica con Riccardo Barthelemy con la composizione “Marcia Trionfale Olimpica” e ad Anversa nel 1920 conquistò il secondo posto nella musica con Oreste Riva e il suo “Canto Della Vittoria”. Sempre in questa edizione l'americano Walter Winians, vinse una medaglia d’argento nel tiro al bersaglio e una d’oro in scultura. Il tentativo di dare spessore e dignità alla competizione crebbe, tanto che oltre a vari importanti artisti in gara, nel 1924 a Parigi troviamo il celebre compositore e direttore d'orchestra Igor Stravinskij tra i giurati del concorso musicale. La competizione andò avanti fino al 1952 con sempre più scarsa partecipazione da parte di artisti importanti che non gradivano il dover scendere in gara e mettere in discussione la propria musica e arte.

Anche la tipologia di proposta musicale non rifletteva i tempi, basandosi esclusivamente su marce o composizioni orchestrali, solenni e pompose (ovviamente escluse canzonette, musica popolare e il temibile jazz).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale nella categoria “Musica per voce solista”, Gabriele Bianchi vinse un bronzo con “Inno Olimpico” bissando i successi di Oreste Riva (argento ad Anversa nel 1920) e Lino Liviabella (argento a Berlino nel 1936). Nel 1960 venne introdotta tra le discipline olimpiche la ginnastica ritmica che si esegue a ritmo di musica.
Ai tempi suonata da un pianista che imparava i brani scelti e li riproduceva dal vivo durante le esibizioni delle atlete e atleti (talvolta aiutati a rimanere a tempo con rallentamenti o accelerazioni del musicista, ora pratica impossibile con l'avvento della musica riprodotta digitalmente).

Curiosamente fino agli anni Ottanta non si segnalano, con l'eccezione degli inni appositamente composti, canzoni dedicate ai Giochi Olimpici in ambito pop. Può fare eccezione la colonna sonora del film documentario di Romolo Marcellini “La grande Olimpiade”, dedicata a quella di Roma del 1960, composta ed eseguita da Angelo Francesco Lavagnino e Armando Trovajoli, che mischia musica orchestrale solenne con elementi di più facile ascolto e cenni alla tradizione popolare italiana.
Nel 2015 è stato pubblicato l'omonimo album intestato a Lavagnino. Occorre anche ricordare l'inaugurazione dei Giochi successivi, a Tokyo, nel 1964, quando l'inizio fu decretato dal rullo assordante di ben diecimila tamburi, si levò in cielo una pattuglia aerea acrobatica che tracciò i cinque cerchi con il fumo mentre nel modernissimo stadio si espandeva essenza di crisantemo (fiore simbolo del Giappone).
Furono peraltro le prime Olimpiadi trasmesse in mondovisione.

Olimpiadi moderne
Nel febbraio del 1980 Peter Gabriel pubblica il brano, tratto dal suo omonimo terzo album, “Games Without Frontiers” (con Kate Bush ai cori), titolo ispirato dalla trasmissione televisiva Giochi senza Frontiere ma il cui testo è un chiaro messaggio contro la guerra.
Nel video promozionale ci sono diverse immagini di vecchie gare olimpiche in bianco e nero. Sempre nel 1980, anno delle Olimpiadi di Mosca, boicottate da sessantacinque nazioni (l'Italia partecipò ma sotto il vessillo olimpico) per ritorsione all'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici, Miguel Bosè trova il successo con un brano correlato ai Giochi, il famoso dance pop “Olympic Games”.
La canzone (scritta con Toto Cotugno) vince anche il Festivalbar dello stesso anno.
In realtà il testo sembra l'antitesi dello spirito olimpico con il ritornello che dice “Giochi Olimpici, vincitori e vinti, fama e fortuna/ ecco perché corro, ecco perché sono venuto”.

Per l'edizione di Los Angeles del 1984 fu pubblicato l'album “The Official Music Of The 1984 Game” con undici brani, a ognuno dei quali era assegnata una generica specialità.
Quincy Jones con il solenne, orchestrale ed etereo “Grace” aveva il tema dei giochi ginnici, la funk dance “Junku” di Herbie Hancock per i giochi sui campi d'erba, il pomp rock strumentale dei Foreigner, “Street Thunder” guardava alla maratona, mentre i Toto con “Moodido” (strumentale anche questo) facevano da ipotetica colonna sonora agli incontri di pugilato.
Presenti anche Giorgio Moroder, Chris Cross, Philip Glass tra gli altri. Ben più conosciuto invece il tema per i giochi invernali di Sarajevo dello stesso anno, per i quali fu scelto “Chariots Of Fire” del compositore greco Vangelis, dalla colonna sonora del film “Momenti di gloria” del 1981 diretto da Hugh Hudson e interpretato da Ben Cross, vincitore di quattro premi Oscar (tra cui anche quello per la miglior colonna sonora) e ambientato, ricavato da una storia vera, nelle Olimpiadi del 1924.

Nel 1988 fu Whitney Houston a caratterizzare i Giochi di Seul con la ballatona “One Minute In Time” che spadroneggiò nelle classifiche di mezzo mondo in quell’anno. Sempre per i Giochi coreani la band locale Koreana produsse un classico synth pop tipicamente anni Ottanta, “Hand In Hand” (che in patria vendette l’incredibile numero di 13 milioni di copie), prodotto da Giorgio Moroder.
Fu pubblicato anche l'album “1988 Summer Olympics Album: One Moment in Time” con dodici brani tra cui, oltre al sopracitato di Whitney Houston, anche canzoni dei Bee Gees, Four Tops, Eric Carmen.

Tra i brani in assoluto più noti il famoso duetto tra Freddie Mercury e Monserrat Caballè con la epica “Barcelona”, per i Giochi del 1992, nella capitale Catalana, che realizzò il sogno del cantante di esibirsi in ambito lirico/operistico, facendolo con una delle massime esponenti del genere. La canzone fu affiancata nella stessa edizione da “Amigos Para Siempre” di Jose Carreras e Sarah Brightman, composta dal re dei musical, Andrew Lloyd Webber.
Il brano fu così apprezzato dal presidente del Comitato Olimpico, Juan Antonio Samaranch, che lo volle suonato al suo funerale.
La compilation pubblicata per l'occasione, “Barcelona Gold”, godeva della partecipazione di nomi di primo piano, da Madonna a Eric Clapton, Natalie Cole, INXS, Rod Stewart. Celine Dion fu protagonista della dolciastra pop ballad “Power Of Dream” per le Olimpiadi di Atlanta del 1996 che precettarono anche un’altra mielosa canzone come “Reach” di Gloria Estefan. Nella ormai puntuale compilation “Rhythm of the Games 1996: Olympic Games Album” anche Usher, Kenny G, una versione di “Imagine” di Corey Glover e l'inno americano interpretato dai Boyz II Men.
Durante la cerimonia d'apertura la cantante soul Gladys Knight ha interpretato il classico”Georgia On My Mind”, l'inno dello stato, mentre la colonna sonora è stata caratterizzata da numerosi richiami a jazz, gospel, blues e rhythm and blues in omaggio alle radici sonore del luogo. A Sidney nel 2000 invece il ruolo di tema della manifestazione toccò alla trascurabilissima “The Flame” di Tina Arena. La scelta artistica sulla colonna sonora fu rigidamente limitata a soli artisti australiani con molto spazio ad autori di musica classica, elementi jazz e arrangiamenti di canzoni tradizionali aborigene.
Il tutto eseguito dalla Sidney Symphony Orchestra e raccolto nella compilation “The Games of the XXVII Olympiad: Official Music from the Opening Ceremony”. Nel 2001 il nostro Tiziano Ferro pubblica il brano “L'Olimpiade” che nulla ha a che fare con i giochi ma è solo una metafora di un tormentato rapporto sentimentale: “In questa grande olimpiade. Di me, di te, dell'anima”.

Coraggiosa la scelta di “Oceania” della vocalist islandese Bjork per Atene 2004 con un brano basato esclusivamente su voci umane e particolarmente ostico e inusuale rispetto alla consuetudine. La canzone fu inclusa nell’album “Medulla”.
Al contrario della scelta australiana la colonna sonora dell'Olimpiade fu caratterizzata da una devozione pressoché totale al pop più in voga del momento. Nell'album apposito “Unity - The Official Athens 2004 Olympic Games Album” ci sono Avril Lavigne, Sting, Tiziano Ferro, Will I Am, Timbaland ma anche nomi meno prevedibili come Alice Cooper, Brian Eno, Earth Wind and Fire, Neneh Cherry, Trevor Horn, Moby, i Public Enemy. Praticamente ignorati i musicisti greci a cui è stata invece affidata la musica (classica e solenne) per la cerimonia di apertura. Per i primi Giochi in Cina, a Pechino nel 2008, torna Sarah Brightman in coppia con l’idolo locale Liu Huan in un’insopportabile canzone intitolata “You And Me.”
La compilation ufficiale si intitolava “The Official Album For Beijing 2008 Olympic Games - One World One Dream” mischiando star locali con qualche nome di spicco del pop internazionale come Backstreet Boys, Westlife, Pink, Avril Lavigne, Donna Summer. A cento giorni dall'inizio dei Giochi venne pubblicato il brano “Bejing Welcomes You” con la partecipazione di cento artisti provenienti da Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Giappone, Corea del Sud. Sempre in quest’occasione in Usa uscì la compilation “AT&T Team Usa Soundtrack” con brani (in verità poco significativi) di Taylor Swift, 3 Doors Down, Queen Latifah, Sheeryl Crow, Goo Goo Dolls tra gli altri.
Nel 2010 due star canadesi, Bryan Adams e Nelly Furtado incisero il pacchiano pop rock “Bang The Drum” in occasione delle Olimpiadi invernali di Vancouver.
La canzone ufficiale dei Giochi londinesi del 2012 fu affidata ai Muse e ai toni epic rock di “Survival” in pieno stile Queen.

L' Olimpiade di Londra del 2012 merita un discorso particolare.
La musica rock l’ha fatta infatti da padrona, sia all’inaugurazione che durante la cerimonia di chiusura.
Ma è stato utilizzato, in maniera inusuale, per la promozione, anche una canzone iconica come “London calling” dei Clash, il cui testo è piuttosto oscuro e mal si accoppia con un evento del genere. Nello spot in effetti si sente solo il verso “London calling” e come ha ben specificato lo scrittore Marcus Gray al proposito:
"'London Calling' è un classico esempio di una canzone che è diventata così familiare che il suo significato originale è andato perso. È immediatamente riconoscibile e superficialmente è l'invito perfetto alla capitale e all'evento sportivo più importante del mondo, anche se in realtà parla della fine del mondo, almeno come lo conosciamo."

Interessante l'inclusione nella faraonica scenografia della cerimonia di apertura, che ha ripercorso varie fasi della storia dell’Inghilterra, tra le decine di altri, brani come “London Calling” dei Clash, “God Save The Queen” dei Sex Pistols, “Going Underground” dei Jam, “Tubular Bells” di Mike Oldfield, “My Generation” degli Who, “Satisfaction” dei Rolling Stones, “All Day And All The Night” dei Kinks, “She Loves You” dei Beatles e ancora pezzi di Led Zeppelin, Specials, Queen, Duran Duran, New Order, Verve, Prodigy, Muse, Coldplay, Chemical Brothers, Radiohead, Blur, Oasis, Franz Ferdinand, Adele, Pink Floyd, David Bowie. Conclusione con Paul Mc Cartney che esegue live “The End” e “Hey Jude” dei Beatles mentre in precedenza gli Arctic Monkeys avevano ripreso “Come Together”.

Ancora più sorprendente la cerimonia di chiusura con le esibizioni live di Who, con un medley di “Baba O Riley”, “See Me Feel Me” e “My Generation” preceduti da Ray Davies dei Kinks, Kaiser Chiefs, membri di Pink Floyd e Genesis, le Spice Girls riunite per l’occasione, Roger Taylor e Brain May dei Queen, Madness, Annie Lennox.
Il tutto con la presenza di figuranti mod, punk etc.
Ovvero il riconoscimento e nel contempo l'omologazione di un contesto come quello più genericamente rock e delle sottoculture, nato come ribelle, sovversivo, antitetico alle istituzioni sia sociali che artistiche. Ne viene accettato il ruolo e l'importanza nella società inglese, allo stesso tempo assorbendone e depotenziandone il profilo antagonista.

Sempre nel 2012 il Dj inglese Mark Ronson in coppia con la cantante Katy B furono protagonisti del singolo “Anywhere In The World” per la promozione dei giochi londinesi per i quali gli Underworld scrissero “Caliban’s Dream” destinato ad accompagnare la cerimonia d’apertura. Il brano chiude anche la compilation “Isles Of Wonder”, disco ufficiale dei Giochi, con brani, tra gli altri, di David Bowie, U2, Underworld, Emeli Sandè, Arctic Monkeys (con ben due brani), Mike Oldfield, Dizzee Rascal. “Anywhere In The World” campiona alcuni rumori registrati durante l'attività degli atleti, tra cui il battito del cuore della velocista russa Ksenya Vdovina e i colpi su un tavolo di ping pong.
“A Symphony of British Music” è un'altra compilation con alcune classiche canzoni pop rock, riarrangiate dalla London Synphony Orchestra (vedi “Waterloo Sunset” dei Kinks con Ray Davies alla voce), versioni corali di “Because” e “Here Comes The Sun” dei Beatles e qualche altro brano un po' pasticciato tra remix, estratti, versioni editate (Who, Bowie etc).

In concomitanza alle Olimpiadi di Rio De Janeiro del 2016 Katy Perry pubblicò il singolo “Rise” in cui si parlava di vittoria e sconfitta tra avversari e che venne scelta dalla rete televisiva americana NBC Sports come colonna sonora delle trasmissioni dedicate alle Olimpiadi.
La stessa Perry commentò: “Non riesco a pensare ad un esempio migliore di quello degli atleti olimpici, mentre si riuniscono a Rio con la loro forza, per ricordarci come tutti possiamo unirci, con la determinazione di dare il meglio di noi stessi. Spero che questa canzone possa ispirarci a unirci e risorgere insieme. Sono onorato che la NBC Olympics abbia scelto di utilizzarla come inno prima e durante i Giochi di Rio.” Molto più significativa la scelta musicale per le cerimonie di apertura e chiusura con alcune delle eccellenze brasiliane, da Gilberto Gil a Jorge Ben, Caetano Veloso, Jobim, Marcos Valle, Chico Buarque.

Molto curiosamente, ma non troppo, la cerimonia d'apertura dei Giochi 2020 a Tokyo è stata imperniata esclusivamente su sigle e musiche di videogames, da “Dragon Quest” a “Kingdom Hearts”, fino a “Final Fantasy” e “Ace Combat”. Inoltre una “Imagine” con coro fanciullesco e la spettacolare esibizione a base di funambolici virtuosismi pianistici di Hiromi Uehara. Nelle due cerimonie si sono avvicendati vari artisti e musicisti giapponesi.
Alla chiusura dei Giochi Invernali di Pechino del 2022 in occasione del passaggio della bandiera olimpica a quelli di Milano/Cervinia previste nel 2026, l'Italia ha presentato uno show del Balich Wonder Studio con la colonna sonora firmata da Dardust con le canzoni “Forget to be” e “Inno (Prologo) – in piano solo”, incluse poi nell'ep “#002 Olympics”.
Non sono ancora stati comunicati i protagonisti della colonna sonora che farà da sottofondo alle cerimonie dei Giochi parigini di quest'anno ma sicuramente l'inaugurazione si svolgerà, per la prima volta, nelle strade della capitale francese, con una sfilata in cui la musica sarà sicuramente di primaria importanza.

Nel frattempo si sta già celebrando l'Olympiade Culturelle con cinquecento eventi artistici di ogni tipi, concerti musicali di ogni tipo inclusi. In appendice è interessante ricordare il “Museo Olimpico di Losanna” che raccoglie 1.500 oggetti e migliaia di reperti multimediali oltre alle torce olimpiche, alle le medaglie di tutte le edizioni e agli attrezzi sportivi firmati dai campioni, ma anche gli strumenti musicali e gli spartiti degli inni e le musiche suonate nei Giochi.

Nel corso degli anni la poesia, il romanticismo, l'anima artistica originaria, sincera e partecipe di una manifestazione storicamente rappresentazione di pace, unità dei popoli, fratellanza, alla quale donare una colonna sonora degna, si è trasformata in un mercimonio per accaparrarsi un posto in prima fila, grazie al quale guadagnare in diritti d'autore, copie vendute, visibilità.
In mano ovviamente alle multinazionali della discografia, all'affarismo becero, alla dominante legge del profitto. Un'ennesima, scontata, perdita dell'innocenza, dove, almeno in questo contesto, l''importante era/sarebbe (stato) partecipare.
Ma lo spirito è ormai lontanissimo da quello di De Coubertin.

giovedì, marzo 03, 2022

Jack Johnson


Riprendo l'articolo che ho firmato domenica per "Libertà".

La musica si è spesso intrecciata con lo sport.
Esaltando i campioni, tributando omaggi alle squadre preferite, non di rado gli stessi artisti hanno intrapreso carriere (para)agonistiche o provenivano da tentativi in ambito sportivo finiti male.
A cui supplirono con il canto o una chitarra.
D'altronde molto spesso l'unica strada per uscire da condizioni sociali disagiate e per riscattare situazioni precarie era (e ancora sovente sono) affermarsi come musicista o sportivo.
Tanta gavetta e sacrifici ma anche un potenziale improvviso successo planetario. In tal senso il pugilato è stata un'ispirazione costante per tantissimi artisti che da un immaginario, ormai purtroppo decisamente decaduto e passato in secondo piano, hanno tratto spunto per scrivere brani epici.
Bob Dylan contribuì non poco alla liberazione di Robin Carter, detto “Hurricane”, ingiustamente incarcerato e alla fine prosciolto, grazie anche all'omonimo brano che gli dedicò nell'album “Desire” e a una serie di concerti che peroravano la causa.
Muhammad Alì e Joe Frazier non sono stati solo omaggiati da vari brani ma sono diventati anche, spesso e volentieri, cantanti e autori di dischi, non cavandosela nemmeno troppo male.
Ma l'elenco è davvero lungo.

In questo caso è interessante soffermarci sulla figura di un mito del pugilato, dimenticato, se non rimosso.
Ma talmente importante che venne ricordato da un altro mito, della musica, Miles Davis e immortalato in un album. E che tra le altre cose, incarnò, tra i primi, modalità comportamentali che ritroveremo successivamente nelle abitudini delle rockstar.
Spendaccione, esibizionista, donnaiolo, sfacciato, provocatore, in costante aperta sfida con le autorità e le leggi segregazioniste.
Ma andiamo per ordine.

Jack Johnson era un ragazzo nero, nato in Texas nel 1878 da ex schiavi. Uno e ottantacinque (in un'epoca in cui l'altezza media era notevolmente inferiore a quella attuale) per 90 kili, soprannominato “Il gigante di Galveston” iniziò la carriera di pugile combattendo nelle Battle Royal, incontri in cui vari pugili si incontravano contemporaneamente fino a quando uno non rimaneva in piedi e in gare clandestine che gli costarono anche un arresto, in quanto illegali. In galera finì anche per avere combattuto con l'idolo texano dei bianchi Joe Choynski, in quanto pratica proibita nello stato.
L'avversario però fece amicizia con Jack durante la permanenza in prigione e ne divenne l'allenatore. Nel 1902, dopo cinque anni di professionismo, Johnson aveva già cinquanta incontri alle spalle, quasi tutti vittoriosi.
Conquista il titolo mondiale dei massimi per pugili di colore nel 1903 e nel 1908, in un epico incontro disputatosi in Australia, strapazza il campione in carica, canadese bianco, Tommy Burns (il cui vero nome, Noah Brusso, tradiva chiare origini italiane).

L'incontro si disputa per la prima volta nel nuovo continente perché in America, nazione in cui la boxe è uno degli sport più seguiti e praticati, nessuno è disponibile a ospitare un confronto tra razze miste.
Di fronte a 15.000 persone assiepate in una struttura fatta appositamente costruire, mandò più volte al tappeto l'avversario, irridendolo spesso (come prese a fare sessanta anni dopo il suo emulo Cassius Clay) e costringendo la polizia a intervenire sul ring alla quattordicesima ripresa per evitare conseguenze irreparabili per il malcapitato Burns.
La reazione degli americani alla notizia è isterica.

I giornali, nella migliore delle ipotesi, la ritengono scandalosa e inaccettabile, perfino uno scrittore illuminato come Jack London, già aderente alle idee marxiste, scrisse righe offensive e infuocate sul “New York Herald”. Da parte sua Jack Johnson non faceva nulla per rientrare negli schemi dell'uomo di colore sottomesso, docile e “al suo posto”.

Ostentava una sicurezza sbruffona, si prodigava per farsi notare, dalla guida di auto lussuose, talvolta con autista bianco al suo servizio, a una dentatura d'oro che farebbe impallidire i rapper attuali, fino alla, scandalosa e inaccettabile ai tempi, predilezione per le donne bianche (le sue tre mogli ad esempio).

Apre un night club, il “Deluxe”, che rivenderà anni dopo al gangster Owney Madden, che lo trasformerà nel mitico e celeberrimo “Cotton Club”.

Jack Johnson diventa simbolo di riscatto per tutti i neri, ancora trattati, nella maggior parte degli stati americani, come cittadini di rango inferiore, ma anche per tutti gli immigrati (italiani, irlandesi, est europei, orientali) che non avevano un ruolo sociale migliore.
Per anni sarà un ossessione per la comunità (sportiva e non) bianca anglo sassone trovare uno sfidante che potesse togliere il titolo a quell'indecenza.
Ma sono pochi quelli in grado di opporsi con qualche speranza di successo a un simile fuoriclasse. Ci prova nel luglio del 1910 Jim Jeffreys, “The Grizzly Bear”.
In realtà si è ritirato da tempo ma una bella borsa di dollari lo convince a incarnare la “grande speranza bianca”. Viene anche lui spazzato via da Jack. Già al terzo round Jeffreys è alle corde, sanguinante, mentre Jack continua a martoriarlo con i pugni e le parole, prendendolo in giro. Intorno la folla è in tumulto. Uno spettatore estrae una pistola e spara contro il ring.
Johnson indifferente continua la sua opera di demolizione, umiliando avversario e spettatori. Al quindicesimo round lo spedisce fuori dalle corde. La notizia provoca nuova indignazione, scontri, proteste in strada e perfino qualche linciaggio.
Alla fine si conteranno ventitrè morti e cento feriti.

Incomincia una vera e propria persecuzione giudiziaria contro Johnson che viene arrestato e condannato per motivi pretestuosi (sfruttamento della prostituzione ad esempio, per essere stato trovato in auto con una donna bianca mentre passava da uno stato all'altro).
Per sfuggire ai continui guai si rifugia in Messico e pare finisca per trattare il ritorno in patria con l'FBI, in cambio della cessione del titolo mondiale.
Così nel 1915 viene sconfitto, all'Avana (ai tempi cortile, o meglio bordello, degli Stati Uniti) in un incontro, si suppone concordato concordato, da Jeff Wilard, pugile di scarsa caratura che restituisce alla “dignità bianca” il titolo mondiale dei pesi massimi.
Bisognerà attendere fino al 1937 per rivedere un nero campione, Joe Louis. Sono anni in cui il Ku Klux Klan spadroneggia in America, non solo negli stati del sud, spesso gestendo cariche di vertice, con le immaginabili conseguenze per la popolazione nera.
Il mito di Johnson rimane comunque immutato e continua a raccogliere fan e interesse da parte del pubblico anche se ormai capisce l'impossibilità di potere aspirare ai vertici.
Continua così a combattere sul ring in situazioni meno nobili ma comunque sempre discretamente redditizie e necessarie per mantenere intatto il suo alto tenore di vita prima e per sopravvivere poi, ormai in progressive precarie condizioni economiche.
Incrocerà i guantoni fino a sessant'anni!
Muore in un incidente stradale a 68 anni.

Alla figura di Johnson sono stati dedicati film, documentari, libri.

Nel 2018 Donald Trump, sollecitato da Sylvster Stallone, gli tributò un “perdono” ufficiale in quanto vittima di pregiudizi razziali (curiosamente non accettò di farlo Barack Obama).

Nel 1971 Miles Davis, grande appassionato di boxe e lui stesso solito a salire sul ring per praticare la “nobile arte”, compose la colonna sonora del documentario “A tribute to Jack Johnson”, facendosi accompagnare da nomi stellari del jazz come John McLaughlin, Herbie Hancock, Billy Cobham, tra gli altri.

“Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. E non permetterò mai che lo dimentichino!”.

lunedì, agosto 09, 2021

Tokyo 2020



Un inaspettato trionfo azzurro alle Olimpiadi di Tokyo, uno spettacolo inimitabile in cui passi da uno sport all'altro, attraversando specialità che non ti sogneresti mai di seguire normalmente, al cospetto delle più esotiche, strane e inconsuete provenienze geografiche.

La bistrattata Italia, protagonista di exploit individuali, lontani da una programmazione sistemica, vince in sport di primaria visibilità (atletica e ciclismo in primis), cade in quelli di squadra ma porta a casa un'edizione storica con 40 medaglie in 19 discipline.

Con ragazze e ragazzi freschi e puliti, che davanti ai microfoni sfoggiano un eloquio fluido, grande proprietà di linguaggio, spontaneità.

Quell'Italia palesemente multi etnica, alla faccia di una narrazione politica ampiamente superata dalla storia.

Medagliere vinto dagli USA, davanti a Cina, Giappone, Australia. Italia decima.
93 le nazioni andate sul podio con la prima volta per San Marino, con un argento e due bronzi.

venerdì, febbraio 19, 2021

Lella Lombardi



LELLA LOMBARDI é un personaggio storico nell'epopea dei motori.
L'unica donna ad avere ottenuto un punto in FORMULA UNO.
Non esattamente: MEZZO PUNTO...

Fece una lunga gavetta attraverso una serie di categorie "inferiori", dal Kart alla Formula Monza, alla Formula 3, in cui si classificò seconda, Formula Ford Mexico, il Rothmans F5000 Championship.

Arriva alla Formula Uno il 20 Luglio 1974 guidando una Brabham BT42 sul circuito di Brands Hatch. Ottiene il 29° tempo che non la qualifica per il Gran Premio.
Si ripete un anno dopo con una March 741 ma si ritira dopo ventitré giri.

Il 27 aprile del 1975 si corre il Gp di Spagna sul circuito di Montjuic a Barcellona.
A causa delle scarse condizioni di sicurezza molti piloti boicottano le prove.
Lella si qualifica con il 24° tempo.
La gara é subito funestata da una serie di incidenti e ritiri, fino a quando a Rolf Stommelen si staccò un alettone, provocando un incidente e quattro morti.
Gara sospesa al 25° giro con Lella Lombardi al sesto posto e assegnazione di punti dimezzata.
Mezzo punto in classifica, che rimarrà l'unico conquistato da una donna in Formula Uno.

Durante il mondiale si qualificò per altri nove Gran Premi ma senza mai riuscire a brillare.
Prosegue a lungo nel mondo dei motori, dalla World Sportscar Championship alla Coppa Florio, 500 km di Monza, 400 km di Vallelunga, European Sportscar Championship, Turismo.
Nel 1988 si ritirò diventando team manager, aprendo la scuderia Lombardi Autosport.
E' mancata a 51 anni nel 1992, uccisa da un cancro.

La prima donna a correre in Formula Uno fu Maria Teresa De Filippis nel 1958 con alcune gare all'attivo e un decimo posto, in Belgio.
Esclusa dal Gp di Francia perché il direttore di gara ritenne che “l’unico casco che una donna deve mettersi è quello del parrucchiere”.
Nel 1980 veloce apparizione della sudafricana Desiré Wilson.
Giovanna Amati ha corso nel 1992 senza riuscire a qualificarsi per i tre Gran Premi a cui partecipò.
Altre donne si sono affacciate timidamente ma non sono mai riuscite a trovare posto in qualifica e gara.

giovedì, settembre 10, 2020

La torrida estate inglese del '76



ALBERTO GALLETTI ci porta in uno splendido racconto di tensioni sociali, Cricket, Britness.

Il 3 luglio 1976, la colonnina di mercurio della stazione meteorologica di Cheltenham, nel Gloucestershire, salì fino a 35,9°C , la più alta temperatura registrata sulle Isole Britanniche da un secolo a quella parte.
Per i quattro giorni successivi, le temperature non scesero al di sotto dei 35°C quasi ovunque.

Fu l’inizio dell’ ondata di caldo più forte mai registrata fino a quel momento dall’ inizio dei rilevamenti atmosferici nel Regno Unito.
Ondata che provocò una siccità che si protrasse per 66 giorni e portò ad un emergenza tale da indurre il governo Callaghan a nominare un ministro per la siccità.

Il tempo come sempre fa quel che gli pare, spesso facendosi beffe degli uomini, dei loro governi e dei loro blablablabla e la nomina di Denis Howell, a fine agosto, fu salutata pochi giorni dopo da abbondanti piogge e forti temporali che si protrassero per i due mesi successivi ponendo fine a calura e siccità.
La stampa antigovernativa pure si fece beffe di Callaghan e Howell proponendo quest’ ultimo quale ministro per le inondazioni.

Vivere in metropoli sterminate, pur se dotate di ampi spazi verdi, può risultare problematico durante periodi di grande calura.
Gli spazi si restringono, la pazienza diminuisce, tutto dà fastidio.
Viverci da emigrati provenienti da isole tropicali all’ altro capo dell’ Atlantico, rinchiusi in aree circoscritte e sotto costante pressione può rivelarsi molto problematico.

La comunità caraibica di Londra cominciò a formarsi all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.
Il British Nationality Act 1948, emanato in seguito alla necessità di reperire manodopera nel Regno Unito, diede cittadinanza Britannica e delle Colonie a tutti i residenti nel Regno Unito e nelle Colonie.
Di fatto ribaltando il precedente equilibrio che dava la cittadinanza delle colonie ad ogni cittadino britannico ma non il contrario.
Spinti dalla promessa di uno stile di vita migliore, gli abitanti delle West Indies iniziarono così un processo di immigrazione verso la Gran Bretagna.
Il primo carico di migranti sbarcò a Tilbury, nell’ Essex, il 22 giugno 1948, a bordo 802 persone provenienti dalla Giamaica.
Si stabilirono a South Clapham e dintorni, trovarono impiego principalmente nelle ferrovie e nel Servizio Sanitario Nazionale e anche parecchi pregiudizi, razzismo, discriminazione e porte chiuse.

Una volta stabilita la prima testa di ponte, gli arrivi dalle West Indies continuarono.
Cominciarono a stabilirsi nell’ area di Notting Hill, attirati dalla disponibilità di alloggi a basso prezzo ma in condizioni fatiscenti, proprietà quasi esclusivamente di un solo immobiliarista senza scrupoli ne apparenti pregiudizi, l’ineffabile Peter Rachman, il re degli slums.

Vedendosi rifiutati praticamente ovunque, accettarono questo tipo di sistemazioni, spesso in situazioni di sovraffollamento, di igiene e sicurezza precarie o inesistenti e con il rischio di venir sfrattati violentemente in quanto vittime di contratti privi di qualsiasi tutela.
Di fatto Rachman creò un ghetto, di fatto era un criminale.

Oltre alle difficoltà descritte, si trovarono pure a vedersela con l’aperta ostilità di interi settori della popolazione britannica bianca anche in forma organizzata grazie, si fa per dire, ad organizzazioni fasciste, razziste o entrambe, quali l’Union Movement di Max Moseley, già noto per le sue black shirts, la League of Empire Loyalist, il National Front e altre nefandezze del genere.

Questi contrasti sfociarono una prima volta in violenti disordini nel 1958.

Tra i fattori di avvicinamento tra la comunità caraibica e alcuni settori della società britannica del tempo, principalmente giovani working-class, fu, seppur timidamente, la musica.
A livello un po più alto anche lo sport che aveva precorso i tempi.
Learie Constantine, nipote di schiavi e favoloso lanciatore di Trinidad, dopo vari tour in Inghilterra negli anni ’20, dove fu molto apprezzato, venne ingaggiato dal Nelson CC nel 1928 e giocò come professionista nel tremendo campionato del Lancashire per un decennio.
Al termine della sua carriera, e avendo completato gli studi in legge prima di trasferirsi, divenne avvocato, politico ed attivista per i diritti della sua gente e contro le discriminazioni razziali, non prima che il suo ruolo di esempio quale immigrato caraibico modello fosse servito a favorire un minimo l’inserimento di parecchi suoi compatrioti nelle fabbriche e nella società del nord ovest inglese.
Fu insignito dell’ MBE nel ’62, quindi fatto Pari del Regno a vita nel ’69, il primo Lord di colore nella storia inglese.

Essere una persona comune non è comunque paragonabile all’essere un campione di cricket, e il cammino della sua gente nel Regno Unito non seguì una parabola altrettanto positiva.
A metà degli anni ’60 le industrie britanniche cominciarono a dar segni declino, declino che aumentò rapidamente nei primi anni ’70 colpendo la comunità caraibica che faticosissimamente cercava di aprirsi una via verso l’integrazione.
Furono essi infatti i primi a perdere l’occupazione, in massa, quando cominciarono i licenziamenti.
Nonostante questo la grancassa dei razzisti continuava a battere forte sul tasto dell’ emigrazione dalle West Indies che toglieva lavoro ai britannici bianchi.
Episodi di ostilità e violenza non smisero mai di verificarsi.

In mezzo a tutte queste difficoltà, alcuni attivisti residenti di Notting Hill trovarono il modo per organizzare alcune iniziative culturali atte a propagandare le usanze della comunità West Indies e cercare di avvicinarsi alla gente comune.
Dopo qualche tentativo isolato, dal 1966 in quell’area cominciò a svolgersi, durante il Bank Holiday dell’ultima domenica di agosto, una manifestazione nelle strade che celebrava l’abolizione della schiavitù, un corteo per le strade del quartiere che richiamando sempre più partecipanti e raccogliendo sempre più consensi, divenne via via un appuntamento annuale sempre più popolare.

Il carnevale di Notting Hill.

In quell’agosto ’76 parecchie segnalazioni giunsero alla polizia di borseggiatori all’opera nell’area, perlopiù giovani di colore, nullafacenti a zonzo per le strade.
Durante i primi due giorni del carnevale le denunce aumentarono.
Il tatto della polizia, si sa, è notoriamente paragonabile a quello di un rinoceronte in un negozio di cristalleria.
Ben 3.000 agenti furono spediti a pattugliare le strade della zona, dieci volte il contingente normale; non solo, avevano ordine di perquisire chiunque senza dover chiedere le generalità a chicchessia o dare giustificazioni di sorta.
La situazione si fece presto insostenibile.

I cittadini di colore accusavano la polizia di usare metodi razzisti e di aumentare la tensione con reazioni sproporzionate.
I più giovani divennero presto insofferenti al trattamento arbitrario subito e cominciarono a ribellarsi ai fermi e a fronteggiare i poliziotti.
La tensione aumentò ancora, ma le forze dell’ ordine inasprirono i controlli e ne aumentarono la brutalità.

La bomba esplose alle cinque del pomeriggio di domenica 30 agosto, ultimo giorno del carnevale, a Ladbroke Grove e vie circostanti.
Durarono fino a notte inoltrata.
Gli emigrati affrontarono le forze dell’ordine e li attaccarono.
Lancio di sassi, bottiglie, pezzi di ferro; cariche della polizia, bastonate, gente ferita, veicoli dati alle fiamme, bambini urlanti e donne spaventate.

Alla fine si contarono oltre trecento agenti feriti, 35 mezzi delle forze dell’ordine distrutti o incendiati, decine di negozi saccheggiati, 30 persone ferite e 60 arrestati.
Una giornata da dimenticare.

Lo sport si diceva può talvolta allungare la mano a gente in difficoltà dando la possibilità di qualche ora di svago e a volte persino di prendersi qualche rivincita.
Il cricket e Constantine come visto precorsero i tempi.

Reduce dal disastroso tour australiano del 1975, la nazionale di cricket delle West Indies sbarcò a Heathrow nella primavera del 1976.
In programma un prestigiosissimo confronto con la nazionale inglese: una serie di cinque Test Match e una serie di tre One-Day Internationals.
Clive Lloyd, il capitano, era ben deciso a far si che la debacle subita agli antipodi non si ripetesse.
Memore del trattamento subito dai lanciatori australiani decise di fare lo stesso e passò l’intero inverno a girare tutte le isole in cerca di lanciatori che fossero veloci, molto veloci, affidabili, precisi e aggressivi, possibilmente pronti a far male.
Ne trovò due, il ventiduenne giamaicano Michael Holding e il venticinquenne di Antigua Andy Roberts. Insieme a loro Viv Richards e Gordon Greenidge i due assi in battuta.
Bisognava ben figurare, possibilmente vincere, sicuramente riuscire a dare motivo d’orgoglio alla comunità caraibica residente in Inghilterra.
Il clima che trovarono al loro arrivo lo abbiamo visto, la miccia del carnevale di Notting Hill non ancora innescata.
Ci pensò comunque il capitano inglese Tony Grieg a incendiare il contesto con una sciagurata intervista tv passata ormai alla storia.

In diretta tv su Sportsnight, il programma BBC di approfondimento sportivo più seguito dell’epoca rilasciò questa bella dichiarazione; più o meno:
“Non credo che questi west indians siano così forti come qualcuno sembra dipingerli. Certo hanno un paio di lanciatori veloci, quando sono in vantaggio sono dei giocatori magnifici, ma quando le cose si mettono male strisciano (grovel). Ecco, io ho intenzione, insieme ad alcuni miei compagni, di farli strisciare (grovel).”

Ora, grovel in inglese significa strisciare, si; ma strisciare mentre qualcun altro ti stà soverchiando e tu da terra implori pietà.
La frase, in bocca ad un sudafricano , bianco, capitano dell’Inghilterra, sapeva di razzismo lontano un chilometro.

I giocatori delle West Indies si stavano rilassando nel lounge dell’ hotel in attesa della riunione tattica per l’incontro dell’indomani.
In sottofondo la televisione accesa sintonizzata su Sportsnight.
Grieg, incalzato dal giornalista che insisteva nel sostenere che la sua squadra non aveva uno straccio di chance contro un attacco del genere, rilascia la dichiarazione.
Nessuno fin li aveva fatto caso a quello che stava dicendo, alcuni guardavano, ma non appena la parola grovel fu pronunciata l’intera sala piombò nel silenzio assoluto.
Dopo alcuni attimi di smarrimento, Clive Lloyd surrogò la riunione dicendo ai suoi:
“ Non c’è bisogno di nessuna riunione, nessun discorso.
Il nostro uomo in tv ha già detto tutto”.


Sebbene poi Lloyd concesse il beneficio del dubbio a Grieg, gli altri non la presero per niente bene.
In special modo i lanciatori.
- Il tipo va rimesso al suo posto - disse Michael Holding.
- La prendemmo sul serio. Molto sul serio – aggiunse Richards.
E così fu:il primo Test match si rivelò un violento tiro al bersaglio esploso dai lanciatori ospiti contro i malcapitati battitori inglesi con bolidi mirati al corpo che lasciarono decine di lividi.
Holding ricevette un richiamo ufficiale dall’arbitro dopo aver colpito per tre volte in tre lanci consecutivi Brian Close al torace.
Si girò indietro senza dir niente, non un cenno, riprese la rincorsa e sparò un altro bouncer che quasi staccò la testa al vecchio Closey.
Grieg fu preso di mira in maniera speciale, non riuscì a vedere neanche una pallina, a parte le due che lo colpirono.
Resistette solo sette lanci senza fare un punto prima che Andy Roberts, umiliandolo, gli facesse volare l’ off-stump a venti metri di distanza.

Il Test Mach finì in parità.

Ad un grandissimo primo innings delle West Indies che totalizzarono 494 con uno stratosferico 263 di Richards che rese pan per focaccia a Grieg in battuta, rispose l’Inghilterra con 332.
Il 176/5 declared delle West Indies nel secondo innings lasciò gli inglesi con la prospettiva poco probabile di 339 per vincere e una sconfitta quasi certa.
Ma aggrappati all’apertura Edrich che realizzerà un lentissimo ed esasperante, quanto eroico 76 not out, gli inglesi riuscirono a battere per l’intero quinto giorno e ad evitare la sconfitta.

Nel secondo Test una settimana dopo le West Indies dovettero rinunciare a Richards infortunato.
L’incontro ebbe un andamento identico al primo con ordine invertito, e finì di nuovo pari.
I lanciatori continuarono nella loro missione.
I media inglesi insorsero.

Nel terzo Test Match a Old Trafford Greenidge e Richards demolirono l’attacco inglese segnando due fenomenali centuries nel secondo innings (Greenidge anche nel primo) tanto che Lloyd dichiarò appena dopo il te del terzo pomeriggio lasciando gli inglesi con un impossibile target di 552 per vincere e in balia dei suoi spietati lanciatori.
Quello che seguì in quella restante ora e mezza è ricordato come la più terrificante sessione mai giocata fino ad allora.
Holding scatenò il terrore lanciando a velocità pazzesche (e pericolosissime) seminando panico e dolore tra i battitori inglesi e orrore tra gli spettatori in tribuna, oltre al giubilo tra i suoi sostenitori.

Close e Edrich, 45 e 39 anni rispettivamente, vennero colpiti senza pietà.
Torace, gambe e braccia pieni di lividi, dolori atroci.
Derek Underwood si rifiutò di entrare in battuta.
Alla fine della giornata gli inglesi raggranellarono la miseria di 21 runs, meno dei lividi rimediati.
La mattina dopo il supplizio continuò e una volta messi fuori i due veterani il resto capitolò rapidamente per 126 dando alle West Indies una vittoria schiacciante per 425 runs.
Grieg fu ancora cleand bowled , questa volta per soli 3 runs.

Ancora Michael Holding: “La sbruffonata di Grieg ha fatto di lui un uomo segnato.”

Addirittura i suoi compagni erano terrorizzati dal doversi trovare in battuta con lui: “Avrei preferito che tu non fossi entrato” – gli disse Steele, pure lui bersagliato, alla fine di un over – “ È stata una bella partita fino al momento in cui tu sei arrivato qui”.

Secondo Lloyd infatti, quando Grieg si presentava in battuta i suoi lanciatori sembravano trovare energie e forze extra per lanciare più veloce, fargli male ed eliminarlo.
Nel quarto Test Match Grieg riuscì a ristabilire un minimo di orgoglio dopo le figuracce precedenti segnando 116 che non evitò agli inglesi una seconda sconfitta.
Nel quinto ed ultimo Test le West Indies totalizzarono un monumentale 687/8 declared nel primo innings con un superlativo Richards che ne fece 291.
Risposero gli inglesi con 435 e un’ottimo Amiss con 203.
Nel secondo Fredericks e Greenidge raggiunsero un rapido 182/0 in soli 32 overs che lasciò ancora una volta gli inglesi davanti ad un Everest da scalare: 435.
Holding e soci fecero di nuovo a pezzi i battitori di casa consegnando agli ospiti un’altra schiacciante vittoria, per 231 runs. Grieg fu clean bowled due volte: cinque in totale su dieci innings, umiliante.

Risultato finale della serie: Inghilterra 0-3 West Indies.

Era il 17 agosto.
Le tensioni a Londra aumentarono fino all’esplosione dei disordini di domenica 30 agosto.
Coinvolti nei disordini anche un paio di ragazzi inglesi, bianchi, a nome Joe Strummer e Paul Simonon.

White Riot, primo singolo dei Clash fu composta da loro ad esortazione verso i ragazzi bianchi di scatenare una ribellione sul modello di quella cui assistettero a Notting Hill quel giorno.
Sul retro copertina del loro primo album una foto di quei disordini in prossimità della Westway a Ladbroke Grove.
Un estate calda, molto; torrida infatti.
Dieci giorni dopo arrivò la pioggia.

venerdì, gennaio 24, 2020

Saracens FC Rugby - Modello inglese



MODELLO INGLESE: RUGBY, SARACENS FC

A cura di ALBERTO GALLETTI


Le retrocessioni fanno parte dei campionati, più o meno da sempre, è toccato più o meno a tutti primo o dopo, se non stiamo parlando di sport professionistico americano.
Un concetto ‘europeo’ vecchio quasi come i campionati.

Alla base delle retrocessioni, e delle promozioni, il vecchio assioma sportivo che le recita(va) che le ultime classificate (in numero da stabilirsi) scendono alla categoria inferiore per la stagione sportiva seguente rimpiazzate da chi in quella categoria ha chiuso ai primi posti, in egual numero.
A volte è capitato sian state decretate a tavolino, non molte ma quasi sempre hanno fatto rumore.
Tutto normale, come il fatto che di solito esse vengano decretate al termine di ciascuna stagione.

Questa però è diversa.
Sto parlando dei Saracens, una delle istituzioni del rugby inglese, un club fondato nel 1876 , arrivato dopo un cammino lungo e irto di patimenti e delusioni ai massimi livelli del panorama inglese, dove ancora si trovava nel 1995 quando il rugby legalizzò il professionismo.

Hanno vinto gli ultimi quattro titoli nazionali inglesi e tre delle ultime quattro Heineken Cup (la CL del rugby), una potenza.
In squadra il capitano inglese Farrell, il miglior giocatore inglese Itoje ma anche gente come i fratelli Vunipola, Alex Goode, il gallese Liam Williams, lo scozzese Maitland tutti nazionali: uno squadrone.

Il dominio sul mondo ovale a livello di club nelle ultime quattro stagioni è stato infatti pressoché totale e tale si apprestava a rimanere anche quest’anno, ma è tutto finito.
Con una decisione senza precedenti per campionati di questo tipo infatti, la federazione inglese ha deciso di retrocedere i Saracens al secondo livello del rugby inglese per la prossima stagione 2020/21.
La decisione è della scorsa settimana.

Il club è risultato colpevole di aver sforato il tetto salariale cumulativo di 7 milioni di sterline a stagione per le stagioni 2016/17, 2017/18 e 2018/19, tre stagioni che hanno portato nella bacheca rossonera tre titoli nazionali e due Heineken Cup.
L’accusa, provata, è tremenda ed infamante e ancor più infamante è stata la decisione del club che posto dinnanzi alla scelta di essere privati dei titoli vinti o retrocedere a tavolino ha optato per quest’ultima.
Un gran bell’esempio per chi si proclamava alfiere dei migliori valori del rugby.

A riprova del fatto che non si è trattato di una violazione accidentale e/o casuale delle regole finanziarie della lega ma deliberata e pianificata segretamente per esser sicuri che non saltasse fuori e che se poi, infine, fosse saltata fuori, sarebbe stata anche difendibile.

Ignobili, bari, e disonesti.

Il protagonista principale è il presidente del club, Nigel Vray che mettendo in piedi una serie di società schermo insieme ad alcuni dei migliori giocatori, tra i quali i fratelli Vunipola, Itoje, Wigglesworth ha fatto confluire in queste società soldi che i giocatori si sono poi spartiti come dividendi.
L’indagine sul club, dopo l’indiscrezione del Daily Mail a marzo, ha provato che questi soldi sono stati percepiti in più sugli stipendi già pagati e che già ammontavano al fatidico totale di 7 milioni.
Il rifiuto del club, poi, di esibire i documenti relativi ai pagamenti dei giocatori per le tre stagioni sotto esame, ha da un lato confermato la colpevolezza del presidente e dall’altro dato il via all’indagine vera e propria con conseguente mannaia della lega.

I Saracens continuano il loro cammino in Heineken Cup dove ieri si sono qualificati per i quarti di finale.
In campionato continuano a giocare, ma qualsiasi sia il totale di punti a fine campionato sono già retrocessi.

Ovviamente hanno rifiutato la revoca dei trofei perché avrebbe portato loro una retrocessione a posteriori almeno per 2018/19 che li avrebbe privati del diritto a partecipare a questa Heineken Cup con relativa perdita di introiti milionari.

Si tratta senz’altro del peggiore e più grande scandalo che abbia mai investito il rugby inglese.

Questo è il triste stato delle cose nel paese additato quasi ovunque come modello da seguire per la soluzione di tutti i mali dello sport professionistico nostrano , nello sport additato qui da noi come esempio da seguire ai reprobi che seguono il calcio. Mi chiedo cosa dovrebbero pensare quelli che seguono entrambi.
Vero anche che a livello tecnico gli allenatori e i giocatori abbiano fatto, in ambito sportivo grandi cose e raggiunto grandi risultati, i loro sacrifici e i loro traguardi non sono in discussione, ma senza queste gravissime violazioni parecchi, se non quasi tutti i giocatori e gli allenatori non sarebbero andati ai Saracens.
Vero che violazioni, minime, al salary cap si erano già verificate, ma i Saracens lo hanno portato decisamente ad un altro livello.
Ora le conseguenze le pagheranno altri, i dipendenti del club non appartenenti al settore tecnico che si vedranno licenziati o decurtati degli stipendi causa l’inevitabile ridimensionamento del club e relativi obiettivi.

E’ questa una delle conseguenze dell’apertura al professionismo che ha portato con se l’inevitabile ingresso nello sport della cosiddetta grande finanza e dei suoi ingenti capitali.
Per uno sport alla disperata ricerca di una dimensione pari a quella della Premier League del calcio ma che non riesce ad aumentare nè gli spettatori nè l’audience televisiva, il risultato è che finisce talvolta in balia di investitori non meglio definiti che tentano il colpo.
Tanto per sfatare il mito dello ‘sport puro e dai valori che solo noi li abbiamo’, CVC, un fondo di investimenti sta per acquisire il 27% del Guinness Pro14, campionato ai quali partecipano formazioni gallesi, irlandesi, scozzesi, sudafricane e le nostre Benetton e Parma.
Ha già comprato il 27% del campionato inglese l’anno scorso e si appresta a comprare una quota pari a 300 milioni di sterline nel Sei Nazioni (non conosco la corrispondente quota percentuale).
Come vedete siamo ben lontani dallo sport propagandato da queste parti dove i neofiti che vi si avvicinano solo per disprezzo verso il calcio sbandierano una purezza di valori irraggiungibile.

Questi fondi di investimento non sono enti benefici il cui interesse è nella protezione delle strutture tradizionali delle attività che assumono, in questo caso la salvaguardia dei valori sportivi. Si tratta di profitto, ovunque, sempre.
Come ha affermato un vice amministratore al termine del periodo di 11 anni in cui CVC ha avuto il possesso della Formula 1:
"Tutte le loro azioni sono state intraprese per estrarre più denaro possibile dallo sport e metterne il meno possibile".

Siamo sicuri che il rugby professionistico sia meglio del calcio?
O bisognerebbe cambiare la domanda?

mercoledì, gennaio 22, 2020

Kareem Abdul-Jabbar



Uno dei più grandi giocatori di basket di sempre (il migliore), attualmente con il record di punti realizzati in NBA (con 38.387 punti, dove ha vinto sei titoli (5 con i LA Lakers).
Una carriera di successi, una vita sempre impegnata a livello socio politico, grazie anche a una formazione culturale particolare.
Il padre suonava il trombone e faceva spesso delle jam al "Minton’s Playhouse" sulla 118ª strada a Manhattan anche con personaggi come Thelonius Monk, Dizzy Gillespie e Charlie Parker.

Crebbe nel mito dei grandi jazzisti:
"Miles Davis era il simbolo di tutto ciò che speravo di diventare: elegante, fisicamente in forma e il migliore nella professione che si era scelto.
Lo presi a esempio. Lo faccio ancora oggi.
Quando strinsi la mano a Coltrane, quella sera, nella sua stretta sentii un calore che sembrava provenire da una qualche sorgente di luce dentro di lui.
Se Miles Davis mi ha insegnato molto su dedizione, passione e stile, John Coltrane mi ha insegnato ad avere uno scopo.
Per lui non era sufficiente suonare per intrattenere il pubblico: voleva che le sue note trasformassero il mondo..."


Divide, da giovane, il campo da basket con gli amici Gil Scott Heron e Jim Carrol (che lo ricorda nel suo "Basketball Diaries").

"Sono terribilmente rattristato dalla notizia della morte di Gil Scott-Heron. Lui ed io eravamo amici da quando ero alle elementari e ha cercato di darmi il meglio sul campo vicino a casa mia a Inwood.
Gil ha seguito la mia carriera nelle scuole superiori e al college e ci siamo ritrovati negli anni '70.
Sono stato il suo testimone al suo matrimonio con Brenda Sykes e ho trascorso un po' di tempo con loro nella loro casa a Washington prima che si separassero.
Non ho più avuto sue notizie dopo i primi anni '80 ed è stato difficile per me affrontare i tragici eventi della sua vita, ad esempio l'abuso di sostanze, l'incarcerazione, l'infezione da HIV e l'abbandono della sua famiglia. Ma era un brillante poeta e performer.
Tutti i rapper hanno imparato dalla sua arte e la sua eredità durerà."


Kareem ha avuto anche alcune parti in film (incluso uno con Bruce Lee, mai completato a causa della sua morte) e in serie TV.
Colpito nel 2009 da una rara forma di leucemia ha continuato a lottare contro la malattia.
Nel 2019 ha deciso di mettere all'asta tutti i cimeli della sua carriera, allo scopo di finanziare la sua fondazione benefica, Sky Hook.

«Il jazz ci esorta a non dimenticare quanto precario possa essere il posto di qualunque comunità all’interno della società.
Se ricordiamo le sofferenze del passato, soprattutto se ricordiamo le cause, è meno probabile che dovremo sopportarle di nuovo».

giovedì, ottobre 03, 2019

Cricket: Ashes 2019



ALBERTO GALLETTI ci porta ancora una volta nel mondo del CRICKET.

Ultima parte della trilogia estiva dedicata al cricket.

Dopo il mondiale, il più down to earth ma divertente Dutch Tour dell’ Idle CC Lodi, l’estate volge al termine e con essa la stagione del cricket.
Non prima però che si consumi l’evento più atteso, checché se ne dica e non solo nei paesi coinvolti, le Ashes Series che quest’anno si tengono in Inghilterra a seguito della Coppa del Mondo, che per me comunque è stato solo l’antipasto.

Ricapitolando, le ceneri sono un trofeo consistente in una minuscola urna contenente, pare, le ceneri di due bails del wicket inglese bruciati simbolicamente dai buontemponi australiani nel lontano agosto 1888 all’indomani della loro prima vittoria in terra inglese.
La cosa, mal digerita dai britannici, e figuriamoci, ha dato vita ad una disfida che continua fino ad oggi. Il trofeo si trova ora in mani australiane, per strapparlo loro gli inglesi dovranno vincere la serie di cinque test match.

Gli entusiasmi della vittoria mondiale hanno presentato il conto.
Giocatori un po' scarichi dopo uno sforzo comunque supremo coronato da una vittoria che ha lasciato insieme esaltati ma pure un po svuotati.
Inoltre per gli inglesi una conduzione tecnica non proprio brillante che prevede i migliori componenti della squadra campione nel formato a over limitati protagonisti anche nel formato più duro, il first class.
E subito è saltato il banco.
Nonostante i preparativi per un’accoglienza degna dell’importanza della sfida sul campo di Edgbaston, considerato, erroneamente, dai sopracciò federali inglesi il più ostile agli avversari, gli australiani, al solito per nulla impressionati e in grado di trasformarsi quando di fronte c’è il vecchio nemico, si son fatti beffe dell’accoglienza loro riservata vincendo il primo test match.
Che di per se è come mantenere già in tasca mezzo trofeo.
Trascinati dal redivivo Smith, rientrato dalla squalifica seguita allo scandalo carta vetrata, che segna due centuries (punteggio individuale superiore a 100) nella stessa partita azzerando le speranze inglesi di portarsi subito in vantaggio.

England 0-1 Australia

Secondo Test Match- Londra, Lord’s Cricket Ground 14-18 agosto.

Dunque rieccoci.
L’Inghilterra deve vincere per riportare la serie in parità, una sconfitta significherebbe Ashes in Australia quasi sicuramente.
Tegola dell’ultimo minuto, il lanciatore inglese Anderson, il migliore dei suoi, deve rinunciare causa infortunio, al suo posto Archer che si è rivelato al mondiale ma non ha mai giocato un test match.

La pioggia cancella quasi per intero il primo giorno e parte della mattinata del secondo.
L’Inghilterra ha bisogno di vincere e segnare e il minor tempo a disposizione le gioca contro.
L’Australia vince il toss e sceglie di andare al lancio per sfruttare le bizze del tempo.
Alla fine gli inglesi segnano 258, non molto, ma mi pare una partita dove si segnerà poco.
Tocca ora agli australiani, ma qualcosa adesso è cambiato, il debuttante Archer lancia palle tremende a velocità terrificanti limitando i battitori avversari che ora sembrano divertirsi un po' meno e molto preoccupati.
Una di queste bordate colpisce l’asso Smith al collo e poi sulla griglia dell’elmetto, Smith crolla a terra, si rialza dopo qualche istante, è scosso e deve lasciare il campo.
Nel frattempo era arrivato a quota 92.
Broad e Woakes completano l’opera e l’Australia è eliminata per 250.
Secondo innings, gli inglesi han bisogno di segnare ma il tempo scarseggia, le interruzioni per pioggia hanno portato via un giorno e mezzo, perché poi per vincere dovranno eliminare tutti gli australiani una seconda volta.
Trascinati dall’eroe mondiale Stokes (115 not out) arrivano a quota 258 (come prima) e il capitano Root, eliminato per 0 ignominiosamente decide che il vantaggio può essere sufficiente. Dichiara la fine dell’innings e manda gli australiani in battuta.
Rimangono da giocare 48 over, quasi una partita in formato mondiale, per me troppo pochi, avrei dichiarato prima, forse lui pensava anche al pareggio.

Archer ha definitivamente cambiato gli equilibri di questa sfida, lancia a velocità spaventosa e nei primi tre overs elimina Warner e Khawaja. Labuschagne resiste bene prima di cadere per 59. Poi è la volta di Paine che viene estromesso da un fenomenale catch acrobatico di Denly. Ma nel frattempo si fa sera, le nuvole si addensano e gli over sono quasi finiti. Archer non può più lanciare perché è buio e troppo pericoloso e la partita termina in parità.

L’Inghilterra però adesso sembra avere più chance.
Arcer ha davvero impressionato con i suoi lanci e l?Australia sembra aver accusato il colpo.
Rimane comunque in vantaggio.

England 0-1 Australia

Terzo Test Match - Leeds , Headingley Cricket Ground 22-26 agosto

Chi pensava, dopo la finale mondiale di tre settimane fa, di avere visto tutto nel cricket si è dovuto ricredere.
Una squadra praticamente battuta, con la sconfitta che significa anche la resa degli Ashes agli australiani, risorge e vince grazie all’eroica bravura e al coraggio di un solo giocatore.
Tutti in piedi davanti a Ben Stokes!

L’ Australia deve fare a meno di Smith fermato dal medico in seguito al colpo subito nella partita precedente, l’Inghilterra è invariata. Il campo di Headingley, che già è stato testimone della più epica rimonta inglese in una partita degli Ashes nel 1981 è esaurito per tutte e cinque le giornate il pubblico motivato e assolutamente modulato su frequenze da Leeds United dei tempi d’oro, una bolgia.

Piove e la giornata è condizionata da continue interruzioni per pioggia, gli australiani sembrano reggere bene fino all’ora del te, 163-2 e la possibilità di mettere su un totale consistente nel primo innings.
Non hanno fatto i conti però con Archer che nella sessione serale si scatena, demolendo lo schieramento avversario che finisce eliminato per 179 runs. Lui chiude con uno straordinario 6/45 in 15 over: una furia.

L’euforia di fine giornata vien presto spenta l’indomani quando l’Inghilterra entra in battuta cercando a sua volta di accumulare un grosso vantaggio e si rende protagonista invece di un imbarazzante prestazione in battuta. Due wicket caduti nei primi 6 over poi una mattinata che continua male fino al pranzo: 54-6.
Al rientro in campo il crollo, nel giro di un ora sono tutti fuori per la miseria di 67 runs, prestazione pessima e punteggio umiliante.
Per l’Australia ottimo Hazlewood al lancio con un 5/30.
Il pubblico che gremisce il campo è attonito.

A questo punto gli australiani hanno un vantaggio di 112 runs e tre giorni e mezzo per accumulare un vantaggio enorme e non raggiungibile e quindi eliminare una seconda volta gli inglesi e vincere il test match.
Il che vorrebbe dire anche portarsi sul 2-0 e tenersi gli Ashes.
C’è il tempo, ci sono i battitori, ci sono i lanciatori. Cominciano male , due wicket persi nei primi Partono male però Warner è eliminato nel secondo over e Khawaja nel settimo. Riescono comunque a trascinarsi al te dove arrivano a 82-3 quindi quidano la giornata a quota 171-6, non il massimo ma aggiunti a quelli del primo inning, il vantaggio è adesso di 283. Con altri quattro wickets a disposizione possono aumentarlo ulteriormente.

La terza mattina comincia con l’Australia ancora in battuta alla ricerca di più punti possibili. Stokes e Archer per l’Inghilterra hanno altre idee e ce la mettono tutta. Il primo a casere è Pattinson (20) quando il punteggio è a 215, Archer il killer.
Seguono poi gli altri tre per un punteggio finale di 246. All’Inghilterra servono adesso 359 runs per vincere e portarsi sull’ 1-1. Mai nella sua storia è riuscita a completare un run-chase così alto.

I battitori inglesi escono con un altro piglio, si va al lunch senza perdite (11/0).
Immediatamente dopo la ripresa però, Burns (7) cade, seguito a ruota da Roy (8) fulminato da una fenomenale lbordata di Cummins che gli prende in pieno l’off-stmp: guai, guai seri, 15-2 e ne servono 359.
La disfatta comincia a fare capolino da dietro le tribune.
Tocca adesso al capitano Root in tandem con Denly, ha fatto pena fino ad ora è tempo di reagire e riscattarsi.
Ci riesce e con il compagno si rende protagonista di una partnership giocata finalmente come si deve. Alla pausa del te il punteggio è attestato a 90-2, la meta è ancora lontana ma la prestazione fin qui è confortante.
I due proseguono in battuta per tutta la sessione serale, la partnership raggiunge i 100 runs, il pubblico esulta e saluta il parziale traguardo con una standing ovation, meritata per una volta, non poco sollievo e un po di orgoglio ritrovato.
Punteggio adesso 125-2, è ancora lunga, lunghissima.

A mezzora dal termine della giornata Joe Denly cade, colpito al guanto e preso al volo mentre si era girato per scansare un bouncer di Haxzlewood.
Errore, devi sempre guardare la pallina perché devi togliere dalla sua traiettoria mani e mazza.
Comunque un 50 per lui molto ben giocato, da test match. Root rimane dentro, entra Ben Stokes che resiste agli attacchi con una disciplinata e strenua difesa nell’ultima mezzora.
La prima palla lanciatagli dagli australiani gli frantuma la griglia del casco, benvenuto! Segna soltanto due punti ma è ancora dentro. Domattina si vedrà. Quarto giorno, il giorno del giudizio, e si mette male da subito. Root viene eliminato subito da un catch incredibile di Warner : 159-4 ne mancano 200! Ha comunque giocato un grande innings, 77 runs, e tenuto la squadra in partita.
Da qui comincia lo show di Stokes che, mentre tutti i compagni vengono via via eliminati, ingaggia la propria battaglia personale contro i lanciatori australiani giocando eccezionalmente bene, ferma tutte i lanci pericolosi e picchia solo quelli sbagliati. Quando però Broad, penultimo in lizza per gli inglesi, viene eliminato per zero e Leach arriva al crease ne mancano ancora 79. Il tempo c’è, manca un più di un giorno, ma non ci sono più battitori, il minimo errore qui costerà eliminazione, test match e Ashes. Stokes gioca l’innings perfetto, mantiene lo strike, ordinando a Leach di fermare tutti i lanci, ci penserà lui a segnare i punti che servono. Raggiunge così prima quota 50 poi quota 100, non risponde alle standing-ovations tributategli dal pubblico, è come in trance, davanti a se ha solo una parola: vincere. Il pubblico è invasato, ogni punto, ogni boundary e perfino ogni colpo difensivo è accolto da un boato, gli australiani patiscono il fattore campo. Stokes è ormai inarrestabile e picchia senza pietà anche i lanci difficili e i punti arrivano, addirittura 6-6 e 4 nelle prime tre palle di un over di Hazlewood, che non gradisce. In una sequenza trionfale di colpi potenti e di classe trascina, da solo, un’Inghilterra praticamente sconfitta due ore prima ad una vittoria insperata e sensazionale. Chiude con un cut che si infrange contro la corda del boundary , manca un punto, ne fa 4. Merito anche a Leach che non si fa eliminare in una situazione difficilissima, batte per mezza giornata (tantissimo) e segna un solo run, il più importante della sua vita.

Headingley esplode in un boato trionfale, i tifosi australiani, che già si sentivano la vittoria in tasca, sprofondano nella disperazione, le loro facce attonite mentre tutto intorno la gente è impazzita di gioia, lo stadio manda onde telluriche.

L’Inghilterra, 359-9, ha vinto il terzo test match, partendo da una posizione impossibile, e porta la serie in parità. Stokes 135 not out ha giocato uno dei più grandi innings inglesi di ogni tempo. Per me, data la pressione enorme ,interamente sulle sue spalle per più di un giorno intero, il più grande; all’interno di quello che è stato senz’altro il più grande test match di ogni tempo, più grande di quello dell’81.

https://www.youtube.com/watch?v=HrIew7-4isI

England 1-1 Australia

Quarto Test Match - Manchester , Old Trafford 4 – 8 settembre
L’ Australia ritrova il suo asso, Steve Smith, recuperato dopo il colpo subito che gli ha fatto saltare il terzo test match.
L’Inghilterra dal canto suo cambia Woakes, che stava andando bene, per Overton, per la commissione tecnica in grado di sfruttare meglio il pitch di Old Trafford, per me un errore.

Sole e brezza fredda accolgono I capitani al centro del campo. L’Australia vince il toss e va in battuta per prima. Come già accaduto le due aperture australiane vengono eliminate in fretta, Warner (0) e Harris (13) deludono e la loro squadra è ridotta a 28-2 dopo mezz’ora.
Tocca ora a Smith che è perfettamente ristabilito e ingaggia la solita lotta contro i lanciatori inglesi che non riescono a metterlo fuori. Il sole sparisce, nuvole minacciose si presentano nel cielo sopra ad Old Traford e poco dopo pranzo, si scatena un fortunale, la temperatura, già bassa precipita a livelli invernali. I due empire mandano tutti nel pavillion.
Per oggi è tutto.
Smith chiude a 60. Australia 160-3.

Secondo giorno.
Il clima sembra ristabilito, per Manchester, e si riprende.
Broad fa fuori Wade mentre Smith continua a far punti. A metà mattina il tempo torna più normale, sempre per Manchester, piove e fa freddo, gioco ancora interrotto.
I giocatori rientrano in maglione, ah, l’estate inglese: Australia 210-4, per niente promettente.
Root cambia i lanciatori, lo spinner Leach e il veloce Overton. Poco prima di pranzo Leach riesce a prendere Wade, poi Overton che continua a lanciare da schifo riesce a mettere fuori il temibile Labuschagne (67), ma Smith, sempre li, raggiunge il suo 100 due minuti prima di pranzo. Deprimente! Lunch: Australia 245-5.
Il resto della giornata è un disastro i lanciatori inglesi sbattono contro il muro Smith, non aiutati da un pitch morto. I wicket cadono anche,ma nel tardo pomeriggio Smith arriva ad un clamoroso 211 poco prima che il suo capitano Paine dichiari l’innings terminato a 497/8, infliggendo agli inglesi l’ennesima umiliazione e costringendoli ad entrare in battuta per quasi un ora dopo un’estenuante e frustrante giornata al fielding.
Infatti il titubante Denly (4) ci lascia le penne quasi subito.

La giornata si chiude con l’Inghilterra a quota 23-1, sotto di 474!

Per me questo è stato il giorno che ha deciso la serie: l’Australia si è messa in una posizione di controllo quasi assoluto, vincerà il Test Match, e si terrà gli Ashes. Unica speranza per gli inglesi, la pioggia, che potrebbe cancellare un po di sessioni e aiutarli a pareggiare, rimandando tutto all’ultimo test. Non ci credo molto.
Terzo giorno: Piove e fa freddo, la mattinata di gioco è persa, poi Overton, il nightwatchman, esce alla seconda palla, di male in peggio sarà dura anche pareggiare. Ci pensano comunque Burns e Root a risollevare gli animi nel freddo di Old Trafford, con pazienza e senza rischiare portano l’Inghilterra sul 125-2 al tea-break.
Alla ripresa i due continuano nel tentativo di allungare l’innings inglese il più possibile, anche se non necessariamente in quello di vincere l’incontro. Ma poi Burns (81) cade, era dentro dalla sera prima, Hazlewood, con un ottimo inswinger il suo giustiziere. Poco dopo è la volta di Root, preso lbw ancora da Hazlewood, le speranze inglesi cominciano ad assottigliarsi. Hazlewood è inarrestabile e prima della fine elimina anche Roy (22) con il miglior lancio della partita, fin qui, che gli spiana il middle-stump.
L’umpire chiude la giornata in anticipo per troppa oscurità.

Inghilterra 200-5, indietro di 297.

Non c’è risolutezza tra i battitori inglesi l’indomani.
L’attacco da fronteggiare è forse il migliore al mondo, vero, ma la capacità di battere per un test match sembra perduta. Son tre i wicket che cadono al mattino, tra cui Stokes e Bairstow, si va a pranzo con l’Inghilterra a 278-8. L’ecatombe si completa nel pomeriggio, tutti fuori per 301, di per se non un brutto punteggio, ma sotto di 196 in questa partita. L’Australia torna in battuta , Broad e Archer riducono l’Australia a 63-4 ma poi arriva Smith che ne fa 50 in meno di un’ora e poi prosegue fino a 82 quindi il capitano australiano dichiara una seconda volta (186-6), manca un’ora alla fine della giornata. Chiara la tattica di mandare in battuta ancora una volta gente stanca che è stata in campo tutto il giorno cercando, e non riuscendo, di eliminare gli avversari.
Pensata giusta, il fenomenale Pat Cummins nel primo over fa fuori prima Burns e poi il capitano Root nel corso del primo over, il parziale di 0-2 è catastrofico. Denly e Roy riescono ad arrivare all’orario di chiusura. England 25-2, l’ennesimo Everest da scalare, ne servono 386 per vincere.

Quinto giorno: si riprende. Può essere, e sicuramente lo sarà , il giorno in cui l’Australia si ritiene gli Ashes.
L’Inghilterra ha un solo obiettivo, rimanere dentro, prudenza massima, non farsi eliminare e segnare poi, se ad un certo punto il target dovesse essere a portata, provare a forzare per vincere.
Altrimenti non cedere , forzare il pari e rimandare il tutto al quinto test match. Denly e Roy sembrano riuscire, non rischiano e sognano un po', la folla gradisce, gli australiani un po meno. Quando però Roy cade, impallinato da un bolide di Cummins che gli fa volar via il leg-stump, la sicurezza inglese si incrina.
Entra l’eroe di Leeds, Stokes, accolto da un ovazione del pubblico di casa.
I miracoli però sono miracoli appunto, e non si ripetono di frequente o a comando. Neanche il tempo di ambientarsi e Stokes tocca infinitesimamente poco un altro bolide di Cummins.
La palla finisce tra i guanti di Paine, Stokes cammina senza aspettare la decisione dell’umpire.
Sportivo, si. Gentleman, pure. Ma forse quando c’è in ballo la sopravvivenza in una serie del genere si poteva restar dentro e costringere gli avversari ad usare uno dei due review o magari non l’avrebbero usato e lui sarebbe rimasto dentro.
Al suo posto Bairstow, ancora deludente con la mazza (25), quando Denly infine esce, dopo strenua resistenza e aver ben giocato, l’Inghiltaerra è ridotta a 93-5, per vincere ne servono sempre 386, per pareggiare devono resistere altri 70 overs sotto gli attacchi micidiali dei velocissimi australiani. Non succede ne l’una ne l’altra cosa e si arriva al te con l’Inghilterra a 166-6. Quattro wicket a disposizione per arrivare a fine giornata ancora dentro e pareggiare. Ma non succede,Buttler cade quando rimangono da giocare altri 35 over, troppi per quelli che seguono che infatti si arrendono via via ai formidabili lanciatori australiani, a parte per l’ultima reistenza di Leach e Overton che per un’ora danno l’illusione di farcela, tutti fuori per 197.

L’Australia vince il test match per 185 runs, schiacciante, e conserva gli Ashes in terra inglese per la prima volta in 18 anni. Bella affermazione.
Tanto per dare un’idea Smith in questa partita ha segnato da solo 393 runs, l’Inghilterra 498.

England 1-2 Australia

Quinto Test Match - Londra , Kennington Oval 12 – 15 settembre
Ultimo appuntamento della serie a Londra.
Ashes già al sicuro in mani australiane, per loro l’occasione di batter gli inglesi in casa propria per la prima volta dal 2001, per gli inglesi l’occasione di portare la serie in parità e non perdere la faccia.
Paine vince il toss e inspigabilmente, in una giornata di sole, manda in battuta gli inglesi.
Erroraccio di valutazione. Gli inglesi confermano una certa fragilità nei battitori d’apertura: Denly, ancora incerto esce in fretta (14). Saranno Root (47) e Buttler (70) a tener su l’innings inglese. Nonostante le titubanze riescono ad arrivare a 294, una cifra difendibile e giocabile.
Entrano in battuta gli australiani che vengono travolti dal ciclone Archer che fa a pezzi il loro ordine di battuta chiudendo l’innings con 6-62.
Curran prende gli altri tre, e pensare che non lo hanno selezionato per il test match precedente. Nel secondo innings inglese Denly finalmente riesce a dimostrare qualcosa e ne fa 94 contribuendo al 329 finale che pone all’Australia un obiettivo assai improbabile di 399 per vincere.
Il tempo non manca, due giorni.

Broad colpisce subito eliminando le due aperture Harris e Warner,riducendo gli australiani a 25-2, l’uscita di Warner porta al crease Smith e gli australiani fanno un pensierino ad un’improbabile run-chase.
Ma quando Stokes si tuffa e prende al volo un glance di Smith eliminandolo, gli inglesi sanno che il più grosso ostacolo sulla via della vittoria è stato rimosso. Per Broad è il terzo wicket.
Smith autore in questa Serie di ben 774 runs in soli 7 innings alla bella media di 110.57 a innings! esce per la prima volta quest’estate per meno di 50.
Mentre si dirige verso il pavillion, con la sua squadra nei guai a 85-4 nel sole di un caldo pomeriggio di settembre, il pubblico gli tributa, nonostante tutto, una standing ovation.
Matthew Wade si fa valere, segna 117 prima di soccombere a un lancio di Root, non esattamente un lanciatore. Archer lancia i suoi missili a oltre 95mph ma chiude senza wickets, dall’altro lato Leach ne prende quattro e mentre su questo prato londinese cominciano ad allungarsi le ombre della sera, lo spinner di Taunton elimina in rapida successione prima Lyon e poi Hazlewood dando ai suoi una sonora vittoria per 135 runs.

La serie si chiude in parità, 2-2. Che è anche la prima volta che succede dal 1972.

Questo incontro chiude una sensazionale estate di cricket andata in scena tutta in Inghilterra.
E’ stato un grandissimo successo sia in termini di gioco con due partite, un One-Day e un Test- Match giudicate universalmente le migliori mai giocate.
Dal basso della mia limitata conoscenza di vecchie partite mi unisco al coro unanime.
In conclusione, l’Inghilterra ha vinto il mondiale pareggiando la finale e pareggiando l’over supplementare (in virtù del run-rate, che non vi sto a spiegare, superiore), e perso gli ashes pareggiando la serie.
Stranezze di un gioco che, nonostante l’adattamento alla modernità non rinuncia a sue antiche ed arcane prerogative.
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