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lunedì, giugno 22, 2026

Nuove Mod Band e affini 2026

Compilation in uscita per la Heavy Soul Records che raccoglie qualcuno dei nuovi gruppi.

Negli ultimi anni la scena Mod e dintorni ha ripreso un imprevisto vigore musicale con l'arrivo di una serie di band, spesso composte da giovanissimi, che hanno recuperato le sonorità care agli appassionati.
Come sempre un universo di influenze che vanno dai canonici Jam, Who, Small Faces, Kinks, al sound del 1979, rhythm and blues, soul, freakbeat, spesso il tutto mischiato insieme.

Giusto per riassumere e invitare gli amanti dell'ambito a scoprire nuovi nomi tra cui sarà facile trovare spunti interessanti, ecco una lista approssimativa di un po' di nuove leve.
NB: la lista esclude band composte da elementi non più propriamente giovani, dando risalto ai gruppi più recenti.

The Molotovs
Poco da dire se non che sono stati tra i primi, nonostante la giovanissima età, ad abbracciare questi suoni ed estetica.
Hanno trovato sorprendentemente una buona dose di successo e notorietà e l'album d'esordio è un buon punto di partenza.
https://www.facebook.com/TheMolotovsLondon

Sharp Class
Forse i più talentuosi in questo ambito, eccellenti dal vivo, grandi capacità compositivi, attitudine perfetta, due album di alto livello all'attivo.
Ricordano spesso i The Moment.
https://www.facebook.com/SharpClass

The Spitfires
Ci sono da dieci anni e con una nutrita discografia ma sono tornati recentemente con una nuova line up intorno al leader Billy Sullivan.
Sono un po' i veterani della nuova scena.
https://www.facebook.com/TheSpitfires
Cian Downing
Un album e una manciata di singoli con il recente favoloso “Stop the Racists Now” a stupire per carica ed efficacia.
https://www.ciandowningmusic.co.uk/
Monumental
Quartetto in arrivo dall'Essex, ha inciso tre brani di cui il recente “Eyes Wide Open” è il più maturo e significativo tra mod sound e Arctic Monkeys.
https://monumentalmusic.net/
The Silverados
Arrivano da Los Angeles, hanno inciso una manciata di brani, vicini ai primi Jam, aspri, diretti e ruvidi.
https://www.silveradosband.com/
The Chelsea Curve
Trio di Boston, esplicitamente mod.
Nel secondo album, uscito da poco, si avvicinano a Go go's e Pandoras, tra beat e garage.
https://www.facebook.com/thechelseacurve/
The Forty Fours
Trio londinese, innamorato del Mersey Beat e del rhythm adn blues bianco degli anni Sessanta. Il nuovo singolo “Now She's Gone” è un brano irresistibile.
https://www.facebook.com/Thefortyfours
Block 33
In giro da un po' dal sud dell'Inghilterra hanno tre album all'attivo, suonano un rhythm and blues mod rock molto semplice e diretto, si definiscono una mod band e ne hanno tutte le carte in regola.
https://www.facebook.com/block33band
Omini
Il trio torinese è da tempo sulla scena da dove continua a proporre il suo travolgente mix di Arctic Monkey, mod, Britpop, Hives, Supergrass. https://www.facebook.com/ominiband
The Xlnts
Arrivano da Brighton e hanno all'attivo un album uscito alla fine del 2025, dalle chiare influenze 79, ruvido e immediato, pochi accordi, chitarra/basso/batteria.
https://www.facebook.com/profile.php?id=61563808379868

South Street
Trio di Bournemouth senza ancora brani registrati, presenti solo nei loro profili social con qualche live.
https://www.facebook.com/p/South-Street-Music-61557561823510/

The Hornets
Dalla West London, quartetto specializzato in 60's rhythm and blues.
Due album all'attivo, “Hornets' Nest” del 2024 e il live “At the Royale Studios” del 2025, sound molto ruvido e grezzo.
https://www.facebook.com/hornetsbandofficial

Scarlett Fever
Quartetto di giovanissimi da manchester, ancora senza brani incisi ufficialmente, ricordano un po' gli Strypes.
https://www.facebook.com/p/Scarlett-Fever-100081792242949/
The Koppers
Da Weston Super Mare, una manciata di singoli dal sound molto, tra Jam e Chords, vicini al groove degli Sharp Class.
https://www.facebook.com/profile.php?id=61554362611450
Modern Syndicate
Trio londinese con un ep di quattro brani all'attivo “The Story So Far” di buona caratura pur se indirizzato più verso una dimensione power pop rock.
https://www.instagram.com/modern.syndicate/
The Velvet Tuxedo
Nei due singoli incisi il quartetto di Hull viaggia su binari freakbeat psichedelico tra Who 1967 e primo Hendrix.
https://www.instagram.com/thevelvettuxedooo/

giovedì, maggio 14, 2026

New Mod bands (Molotovs, Sharp Class, Spitifires)

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto", dedicato alle nuove mod band (e affini) inglesi: Molotovs, Sharp Class e Spitifres, con stralci di interviste esclusive .

“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".

E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.

Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.

Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.

Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.

Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.

Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.

Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.

Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.

Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.

Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.

lunedì, marzo 09, 2026

I DJ Mod londinesi negli anni Sessanta

Foto: dall'alto in basso, Guy Stevens, Roger Eagle, Sandra Blackstone, due immagini del "Flamingo", il Tiles, Jeff Dexter, l'esterno del Tiles, l'articolo del Manifesto.

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per l'inserto de "Il Manifesto", "Alias".
Frutto di un lavoro di ricerca sui DJ MOD dei primi anni Sessanta in Inghilterra.


A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta uno sparuto gruppo di ragazzi (pochissime le rappresentanti femminili), inglesi o meglio londinesi, abbracciò un’estetica particolare, mutuata dalla passione sfrenata per quella italiana e francese dei tempi e dalle copertine dei gruppi e artisti jazz e blues americani.
Abiti eleganti, capelli corti, aspetto raffinato e distintivo.
Nel 1959 lo scrittore Colin Mc Innes nel romanzo “Absolute Beginners” rappresenta al meglio la situazione in poche righe, vivendola in diretta: I ragazzi avevano scoperto che, per la prima volta da che mondo è mondo, disponevano di quattrini, cosa sempre negata loro proprio nell'età migliore per spenderli, vale a dire quando si è giovani e forti.
Come sottolineò lo stilista Lloyd Johnson (tra i suoi clienti Bob Dylan, Rod Stewart, Keith Richards, David Bowie, Move, Jam, Specials, Madness, Oasis, George Michael, Joe Strummer): Era il 1959. Avevo 14 anni e vidi tre ragazzi, con giacche a tre bottoni, camicie senza colletto, cravatte sottili, pantaloni a tubo. Mi avvicinai e gli chiesi: Perché siete vestiti così? Siamo Modernisti. Non capii cosa significasse ma diventai un modernista.

I Modernisti (in breve tempo più sinteticamente definiti Mods) guardano avanti, ricercano il nuovo, in un’Inghilterra ancora piena di macerie della seconda guerra mondiale e ancorata a valori tradizionali e Vittoriani.
Cambiano le regole sociali, si rompono le convenzioni.
Graham Hughes, uno dei primi mod londinesi puntualizza: Noi apparivamo diversi perché il Modern Jazz che ascoltavamo aveva più stile e noi ci adattavamo esteticamente a questo. Andavamo agli all nighter vestiti di tutto punto per distinguerci dal resto degli appassionati jazz, in jeans, maglioni, abiti trasandati e con la barba.

Il sottobosco del jazz è già da tempo attivo e pulsante, aprono nuovi locali dedicati a questi suoni innovativi: nel 1952 il “Flamingo” a Wardour Street, successivamente (nel 1958) arriveranno il “Marquee” in Oxford Street, nel 1958 e il “Ronnie's Scott” a Gerrard Street nel 1959. Trovare i dischi di riferimento non è facile.

Il jazzista Ronnie Scott si imbarca sulla “Queen Mary” come mozzo per approdare a New York e spendere i soldi a disposizione per vedere i suoi idoli in concerto, fare incetta di dischi rari e portarli a Londra per farli ascoltare nei locali.
E’ una scena che ribolle di passione e vitalità.
Il jazzista Brian Harvey:
Eravamo anti establishment e contro le convenzioni anche se, a conti fatti, la scena jazz degli anni Venti era ben più promiscua della nostra. John Minnion: “Il jazz aveva una credibilità di strada. Era sovversivo per la musica tradizionale, era anti commerciale.”

Il jazzista George Melly: “Per noi il jazz era black music, era la musica dei poveri. La scena Modern Jazz attraeva molti neri, al Ronnie's Scott c'erano sempre neri ai concerti, la stessa cosa non avveniva nel giro del jazz tradizionale. Il Modern Jazz era contemporaneo, più cool ed è per questo che attraeva più giovani.

I locali londinesi avevano una struttura piuttosto simile al bar, tavoli e sedie (dove spesso si poteva anche mangiare) e il palco, su cui gli artisti si esibivano, ascoltati in silenzio, tanto quanto i dischi che venivano suonati su rudimentali giradischi.
Il trombonista Eddie Harvey ricorda: Erano luoghi in cui la gente si sedeva per terra in religioso silenzio per ascoltare le ultime novità jazz, nello stesso modo in cui si assisteva a un concerto di musica classica.

Quando si parla delle famose serate in cui i mod e affini ballavano nei locali iconici della scena londinese, nei primi anni Sessanta, scatenandosi al ritmo di oscuri brani blues e rhythm and blues, si è molto lontani dall’immagine a cui siamo abituati, con un DJ alla consolle, munito di mixer, due piatti e musica che viene mixata al giusto tempo e ritmo.
Siamo, al contrario, in un contesto molto pionieristico e primitivo (le prime serie modalità in tal senso vennero introdotte, presumibilmente, da Francis Grasso e David Mancuso nei primi Settanta a New York).
Per quanto le testimonianze siano scarse, i primi DJ londinesi proponevano un brano alla volta, presentando il successivo, con particolare calma, mentre passavano da un disco all'altro.

Jeff Dexter: Non si pensava nemmeno al mixaggio, i dischi venivano semplicemente messi sul giradischi e suonati. In molti locali c'erano due giradischi Gerrard affiancati e l'impianto voci era quasi sempre di bassa qualità.

I club che proponevano l’ambito musicale preferito dai mod erano pochi ma molto frequentati.
Ricorda Mike Tenner, uno dei primi protagonisti della scena: Ho iniziato a esplorare il West End dopo il lavoro, è stato allora che ho scoperto “La Discotheque” e il “Flamingo”. Credo siano stati i primi due club in cui sono andato, poi ho iniziato a frequentare il “Marquee”. È stato in questi posti che ho visto per la prima volta i soldati americani che si presentavano davvero bene, con quel look Ivy League, camicie abbottonate e cappelli Blue Beat. Hanno portato anche la musica con loro e ho iniziato ad appassionarmi al R&B e al Jazz. Questi posti erano pieni di ragazzi neri, afroamericani e ragazzi delle West Indies.

Ha parlato spesso di quel periodo anche David Bowie, che abbracciò convinto e partecipe la prima scena mod:
Ho vissuto a Brixton e questo mi è bastato per rimanerne molto colpito. Tutti i club ska e bluebeat erano a Brixton. Inoltre era uno dei pochi posti in cui suonavano dischi di James Brown, a parte due club francesi in città, “La Poubelle” e “Le Kilt”. Nel centro di Londra invece c’erano il “Marquee”, “The Scene”, l'”Eel Pie Island” a Twickenham, era una specie di circuito.

Andrew Loog Oldham (manager dei Rolling Stones): Peter Meaden (manager degli Who) mi fece scoprire un’altra forma di vita: Soho. Il primo scalo fu lo “Scene”, vicino a Piccadilly. Lo gestiva Ronan O’Rahilly che poi fondò Radio Caroline. Era rumoroso e fumoso, indirizzato ai proletari emancipati, con il soul bianco cantato su melodie nere, che era la colonna sonora fino alle luci dell’alba. Ci spostavamo di quattro isolati fino a Wardour Street al “Flamingo”, dove la gente amava il blues e il jazz. Di sabato serviva da bere e suonava musica tutta la notte dedicandosi al rhythm and blues nero, all’Atlantic Records e alla Stax Records. Aveva un’atmosfera perfetta con il suo assortimento di malavitosi, sessi vari e tipi underground: decadenza senza possibilità di violenza.

John Paul Jones (bassista dei Led Zeppelin):
Era fantastico lo “Scene”, fumoso, molto punk. Io suonavo al “Flamingo”, che era funky e jazz mentre allo “Scene” mettevano pop bianco, che anticipava quello che sarebbe diventato il punk un po’ di anni dopo. Ai quei tempi era tutto una pasticca, nel giro jazz le chiamavano “blues”, in quello rock le “purple hearts”.
C’erano un sacco di locali ska, come il “Roaring Twenties” ma suonavano gruppi ska anche al “Flamingo” e al “Whiskey A Go Go”.
Il “Flamingo” era scalcagnato, caldo e puzzolente ma la musica era bellissima, rhythm and blues nero e un po’ di jazz, musica dell’Atlantic Records e Stax ma aveva successo anche l’etichetta Blue Note con John Coltrane e Miles Davis. Nessuno considerava i gruppi bianchi tipo Yardbirds o Stones, solo musica nera.


A Wardour Scene a due passi dallo “Scene” c’era “La Discotheque”, il primo club a proporre solo musica da ballare, senza band (Era gestito da francesi snob. Era un posto fantastico. C'erano materassi dappertutto. Così potevi andare a sudare in pista e poi scendere e sprofondare su un materasso puzzolente, ricorda Jeff Dexter) suonando musica fino a quasi l’alba, contrariamente a tutti gli altri locali in cui nomi come Animals, Stones, Georgie Fame, Geno Washington, Spencer Davis Group, i primi Who, riprendevano classici del rhythm and blues e blues da proporre a un pubblico che in buona parte preferiva però ascoltare le versioni originali, dai rari 45 giri che arrivavano dall’America.
I nomi dei protagonisti che lavoravano dietro ai piatti rimasti nella memoria non sono molti ma particolarmente significativi.

Oscuro personaggio, a suo modo particolarmente influente nella prima scena mod londinese, Sandra Blackstone fu assunta, nel 1962, al “The Scene” dal proprietario Lionel Blake, per la sua bellezza, un'attraente bionda che aveva già lavorato in vari club di Soho.
Ben presto si scoprì il suo particolare gusto per blues, rhythm and blues e soul.
Dal libro "King Mod" di Steve Turner:
Suonava dischi prima dei concerti delle band e faceva serate da sola con il nome di "Off the record with Sandra" con la regola di non passare nessun singolo che fosse nella Top 20.
Lionel Blake: Dopo pochi mesi che era con noi mi resi conto che trovava i dischi grazie al fatto che frequentava (anche intimamente) i GI's americani di stanza a Londra, da cui si faceva dare le ultime novità di black music e materiale introvabile, cose tipo “Ain’t Love Good, Ain’t Love Proud” di Tony Clarke. Sapeva perfettamente cosa e quando passare un brano piuttosto che un altro. All'inizio della serata suonava cose divertenti per passare poi verso la fine ai brani più heavy. Aveva dischi che nessun altro in Inghilterra possedeva.

Donna affascinante, elegante e misteriosa di cui nessuno sapeva granché.
Infanzia difficile, genitori divorziati, appena arrivata a Londra, nel 1960, si sposò, ebbe una figlia che abbandonò quando, quasi subito, si separò dal marito.
L'ultima volta che vide sua moglie fu quando, alla chiusura del locale nel 1966, lo andò a trovare nel suo ufficio accompagnata da uno spacciatore caraibico, chiedendogli soldi per ricominciare una vita in America.
Poi scomparve nel nulla.

Jeff Dexter (The coolest mod of all time, dice il DJ Eddie Piller), fu uno dei primi ad abbracciare la scena Mod nei primissimi Sessanta, a fianco di quel tale Mark Feld, diventato poi il ben più noto Marc Bolan.
Frequentatore assiduo dei principali club londinesi incominciò nel 1966 a fare il DJ al “Tiles” in Oxford Street (proprio di fronte al “100 Club”) dove suonava dance records, bluebeat, ska, un po’ della prima psichedelia ma poca perché non era gradita a quell’ultima ondata di mod impasticcati, duri e puri.
Lavorerà al mitico “Ufo Club” per diventare poi manager di America e Hawkwind e a lavorare, in ambito discomusic, anche in Italia.
Si esibiva anche come ballerino, spesso a fianco di Ian Samwell, chitarrista e autore per Cliff Richard, Isley Brothers e di quella “Watcha Gonna Do About It” che fu il singolo d'esordio per la mod band per eccellenza, gli Small Faces, nel 1965.
Fu anche produttore per Georgie Fame e John Mayall (lavorò successivamente con Frank Zappa e Joni Mitchell) e un valente e apprezzato DJ nei primi Sessanta, grazie alla sua profonda conoscenza della black music.
Si esibiva inizialmente al “Lyceum” per poi passare al “Flamingo”, “Marquee” e “Tiles”.
Precedentemente al “Lyceum” aveva lavorato anche Jimmy Savile, diventato poi famoso conduttore televisivo e radiofonico (noto anche per le sue abitudini di molestatore seriale) per poi passare all'”Ilford Palais” come DJ per spettacoli pomeridiani per i più giovani.
E' considerato tra i primissimi ad avere cercato di mixare i brani.

Roger Eagle incominciò invece a lavorare casualmente al neonato “Twisted Wheel” a Manchester nel 1965.
Specializzato nel rhythm and blues originale, per rimanere fedele al suo culto per il sound Stax rifiutò di adattarsi successivamente alle continue richieste di brani con un tempo più veloce che diede origine alla scena Northern Soul.
Organizzò anche concerti di alcuni sconosciuti (in Inghilterra ai tempi) nomi di punta della black music.
Si sposterà verso la scena prog per aprirsi poi alla fine del 1976 alla neo nata ondata new wave/punk che ospiterà nel suo nuovo club, l’”Eric’s”.
Nei primi Ottanta nel suo “International club” sarà invece la volta di altri nuovi nomi emergenti, dai REM agli ancora sconosciuti Stone Roses.
Scompare per cancro nel 1999.

Guy Stevens è abitualmente ricordato per aver prodotto uno dei migliori album della storia del rock, “London calling” dei Clash, nel 1979, poco prima della sua prematura scomparsa nel 1981.
Ma oltre ad aver lavorato anche con Procol Harum, Free, Moot the Hoople fu, nei primi Sessanta, tra i più influenti DJ, in particolare allo “Scene” dove suonava rarità rhythm and blues, ska, blues e surf.
Poco dopo fu incaricato di gestire la sezione inglese della prestigiosa label Sue Records, realizzando numerose compilation e 45.
Fu tra i primi ad introdurre in Inghilterra nomi come Chuck Berry (era il presidente della Chuck Berry Appreciation Society), Bo Diddley, Howlin' Wolf.
Fu arrestato per droga nel 1966 e cadde in depressione quando, al ritorno in libertà, scoprì che la sua preziosa collezione di rarità discografiche era stata rubata.
La sua profonda conoscenza della black music più rara (si riforniva per posta di dischi da piccole e oscure etichette del sud degli States) fu spesso preziosa per band come Who, Stones o Small Faces che si rivolgevano a lui per avere i brani meno conosciuti, più recenti e interessanti del genere.
Il successo dei primi club diede vita a una serie di altre simili esperienze a Londra (il “Sybilla’s” a Swallow Street, il “Bag O’ Nails”, lo “Spekeasy”, l’”Uppercut Club”, il “Roundhouse”) e in altre città, come il “Twisted Wheel” a Manchester, “The Mojo” a Sheffield, “The Gaff” a Banbury.
Locali in cui si manteneva viva la passione per la black music americana, rimanendo il più possibile impermeabili alle nuove tendenze.
Una modalità che si riverserà poco tempo dopo nella scena Northern Soul.
Il momento di passaggio è ben documentato in "The Noonday Underground" un breve racconto del saggista e scrittore Tom Wolfe, pubblicato originariamente come articolo e raccolto poi con altri nel 1968 nel libro "The Pump House Gang".
Racconta delle pause pranzo al "Tiles", locale di Oxford Street (numero 79), in cui a metà Sessanta numerosi gruppi di mod si riunivano per ballare un'oretta con ragazzi di 15 anni, vestiti meglio di chiunque altro nel loro ufficio.
Giovani ragazzi e ragazze che avevano scelto la modalità di vita detta "Total Life": Questi giovani hanno optato a favore di un modo per uscire totalmente dal convenzionale sistema lavorativo classista, scegliendo un mondo sotto il loro diretto controllo. Quasi tutti hanno lasciato la scuola a 15 anni, migliaia di questi giovani mod se ne sono andati da casa, perfino le ragazze, per vivere nei flat a Londra (che dividono in tre o quattro) tra Leicester Square, Charing Cross, Charlotte Street. Spendono i soldi che guadagnano, lavorando più o meno precariamente, in vestiti, dischi, serate in discoteca, affitto e (scarso) cibo. Tutti possono partecipare alla Total Life, il momento in cui possono davvero vivere completamente, tutto il giorno, in un mondo in stile Mod, intriso di musica, capovolto, scorticato, infuocato, vivendo un ruolo piuttosto che un lavoro. L'intera idea di classe operaia o di qualsiasi altra classe di appartenenza é irrilevante.

Un'epoca lontanissima, un momento di esplosione creativa, in cui pochi giovanissimi, con la spontaneità e l'urgenza dell'età, seppero costruire (più o meno inconsapevolmente) una cultura, uno stile di vita, una modalità di appartenenza e identità che, con i dovuti e ovvi cambiamenti, si è protratta fino ai nostri giorni e continua a influenzare e affascinare tantissimi ragazzi e ragazze.

Dichiarazioni tratte da Andrew Loog Oldham “Stoned”, Richard Barnes “Mods”, Steve Turner Kink Mod. The story of Peter Meaden”.

martedì, febbraio 17, 2026

Italia mod anni Sessanta

La ricerca di band connesse al mondo mod negli anni Sessanta italiani è sempre stata infruttuosa, anche perché è improbabile che ci sia stato un reale riferimento.
In Italia arrivava tutto molto in ritardo, il più delle volte in maniera parecchio approssimativa e il termine mod veniva poco usato, in quanto tutto veniva inglobato nel beat, senza troppi distinguo.

Ma qualche seme è divertente segnalarlo.
Il riferimento più noto è quello di Ricky Shaine, che nel 1966 incise due singoli, Uno dei mods e Vi saluto amici mods e girò pure un film sul tema.
Peccato che il ragazzo si vestisse come Elvis Presley e che nel film ci fosse parecchia confusione sull’estetica mod e rocker (si vedono scontri tra le due fazioni con “mod” con i capelli lunghi e dai vestiti abbastanza improbabili).

Esordì nel 1965 con il film La battaglia dei mods e arrivò nello stesso anno in un’altra pellicola, con Dino (Eugenio Zambelli), chiamata Altissima pressione: qui lo stile dei protagonisti era mod, in effetti, ma il termine vero e proprio non si usava, anche perché associato a fenomeni di violenza e risse tra bande, che la censura cercava di rendere impopolari (benché ci fossero alcuni episodi simili anche da noi).
Lo stile che prevaleva, però, era quello beatlesiano, con i capelli più lunghi e gli stivaletti a punta.

Il primo nome dei Camaleonti fu Mods, mentre un altro gruppo, I Mods di Roby Castiglione, incise nel 1965 il singolo Fuori dal mondo (cover di Keep searching di Del Shannon, registrata anche da I Giganti).

Brani italiani dei Sessanta che coverizzano Who, Small Faces, Creation e Kinks.

GLI ANGELI, Dove vuoi (I’m a boy, The Who)
I BARABBA, Sono stufo di te (I need you, Kinks)
I BLUE DANDIES, Sha la la lee (Small Faces)
I 4 CALIFFI, Ti giuro è così (You really got me, Kinks)
I CORVI, Che strano effetto (This strange effect, Kinks)
I CUCCIOLI, Tu non sai (The kids are alright, The Who)
ELSA & i BEATS, Sha la la la lee (Small Faces)
EQUIPE 84, Sei felice (Tired of waiting for you, Kinks)
I JAGUARS, Il tempo passerà (Hey girl, Small Faces)
MAURIZIO, Guardami, aiutami, toccami, guariscimi (See me feel me, The Who)
NADA - Ritornerà vicino a me- (Afterglow of your love, Small Faces)
I NOMADI, 4 lire e noi (My mind’s eye, Small Faces); Insieme io e lei (Days, Kinks); Un figlio dei fiori non pensa al domani (Death of a clown, Kinks)
NUOVI ANGELI, L’orizzonte è azzurro anche per te (Sunny afternoon, Kinks)
I POOH, Nessuno potrà ridere di lei (Till the end of the day, Kinks); Ora che cosa farai (La la la lies, The Who)
I POPS, Un uomo rispettabile (A well respected man, Kinks)
RAGAZZI DAI CAPELLI VERDI, Ma saprei (It’s too late, Kinks)
RANGERS, Non scocciare (Understanding, Small Faces)
RENEGADES, Lola (Kinks)
SILVIO ROSSI, Se rimango qui (If I stay too long, Creation)
SCOTCH, Sha la la lee (Small Faces)
STORMY SIX, Oggi piango (All or nothing, Small Faces)
I TEMPLARI, Splende il sole negli occhi tuoi (Hitchycoo park, Small Faces)
URAGANI, Con quella voce (I can’t explain, The Who); Giusto o no (Anyway, anyhow, anywhere, The Who)

venerdì, settembre 19, 2025

Raduno Mod Italiano 26/27 settembre. Cattolica (Rimini)

Torna il Raduno Mod Italiano il 26/27 settembre a Cattolica (Rimini).
Oscar Giammarinaro si addentra, in questa breve intervista, nell'argomento.


Se i conti non sono sbagliati il raduno mod si svolge ormai da oltre 40 anni, se partiamo da Gabicce Mare nel settembre 1982 e ancora prima da quello improvvisato a Viareggio nella primavera 1982.
In tutti questi anni ha cambiato faccia?

Si’ il primo raduno semi ufficiale fu a Viareggio nel 1982, poi a settembre dello stesso anno i Mods di piazza Mercanti di Milano si organizzarono con i Mods di Rimini che riuscirono a ottenere l’uso della discoteca Aleph a Gabicce e in qualche modo fu il primo vero raduno
.All’Aleph ballammo musica Soul e 79 che era stata registrata in cassette mixate da alcuni Mods di Milano.
L’età media dei partecipanti era 18 anni e tu lo ricorderai bene, visto che eri presente e distribuivi “Faces”, che c‘erano varie modzInes disponibili provenienti da Milano,Parma,Roma etc.
Tutti noi ci eravamo scoperti mod e chi è mod lo è per la vita.
Certo: qualcuno pensava di essere mod ma si sbagliava e si è allontanato dalla scena, qualcun altro è scomparso e riapparso a intermittenza, qualcuno si è allontanato nel periodo genitoriale ed è ritornato una volta cresciuti i figli. E’ chiaro che oggi i partecipanti hanno un’età media superiore a quella dei primi raduni, per fortuna ci sono varie generazioni tutte insieme e per fortuna che sono rimasti tanti Mods che frequentavano agli albori del nostro movimento.
Molto immodestamente ma senza alcuna possibilità di smentita, devo affermare che io ci sono sempre stato e ho sempre cercato di far crescere il movimento, di diffonderlo il più possibile e tenendo sempre in primo piano il senso di vera ribellione e di identità dell’essere mod, esaltandone l ‘individualità spiccata associata a un assoluto senso di appartenenza, sicuro che ora come allora il Modernismo sia la soluzione migliore per vivere in questo sistema pessimo che nei decenni è ulteriormente peggiorato.
Dico questo perché ho potuto vivere tutti i cambiamenti fisiologici della scena e quindi degli eventi e dei raduni.
Il Raduno Mod Italiano c’è sempre stato ma dal 2006 e’ ripartito per essere il Raduno dell’unità di tutti i Mods italiani, infatti è e sarà sempre organizzato da Mods di vari parti d’Italia, inoltre da quest’anno collaborano a organizzare gli amici Mods inglesi degli Untouchables, storica crew motore dei raduni britannici fin da inizio anni ‘90.
In consolle ci sono djs solo mod provenienti da tutta Europa e la serata del sabato ha l’ingresso rigorosamente riservato solo agli invitati che indossano abbigliamento mod.
Applichiamo da sempre l’autofinanziamento, ripudiamo qualsiasi tipo di sponsorizzazione o intromissione degli enti locali o istituzioni.
Il Movimento mod ha un importante punto di forza nella sua spontaneità.
Noi Mods disprezziamo, combattiamo e ci batteremo con ogni mezzo necessario chi usa il nostro movimento,la nostra scena o anche il nostro termine/nome per fini commerciali o economici infangando la nostra immagine e la nostra cultura. Guai ai “non Mods” che organizzano eventi “sedicenti mod”!
Il Modernismo è la nostra vita e noi Mods meritiamo RISPETTO e quindi lo ESIGIAMO.

45 anni di Modernismo in Italia. Sono in tanti che organizzano eventi che ai tempi erano rigorosamente unitari. Cosa ne pensi? E’ sinonimo di attività oppure, perlomeno certe volte, una sorta di appropriazione di un “marchio” che ha mantenuto sempre un grande fascino?
La scena mod è una, non solo a livello italiano ma anche europeo.
Negli ultimi tempi si sono radicati gli eventi in periodi ben definiti: Dreamsville in Inghilterra (il raduno top in Europa) il primo fine settimana di luglio, poi Il Raduno Italiano a fine settembre, AllSaints a inizio novembre, il Flamingo a metà febbraio.
In Gran Bretagna ci sono eccellenti serate quasi ogni mese e in Italia si stanno affermando gli eventi di dicembre nelle Marche,giugno a Viareggio e Genova inizio settembre.
Ben vengano gli eventi soul ( per esempio a Pasqua sul lago di Garda o Pordenone oppure scooteristici come l’isola d’Elba), che hanno esplicite caratteristiche estetiche e musicali e non millantano o mistificano Mods e Modernismo, totale disprezzo per eventi da “gruppo misto “ dove il termine mod viene inserito e associato a miriadi di generi e definizioni che niente hanno a che fare con noi e danneggiano la nostra cultura.

Come vedi il futuro del Mod in Italia?
Francamente le nuove leve faticano ad arrivare ma soprattutto ad organizzare, a parte sporadiche eccezioni.

Alle “nuove leve” bisogna dare esempio di forte identità, integrità culturale,senso dì appartenenza, esaltando l’aspetto ribellistico dell’essere mod, dimostrando quotidianamente che il modernismo è possibile e che, non solo il nostro stile è la nostra musica sono il meglio che ci possa essere, ma è il meglio anche il nostro modo di vivere questo sistema, sfruttandolo il più possibile invece che esserne sfruttati! Certo, se tutti agissimo con la convinzione che il mod più importante è quello che non ha ancora scoperto di esserlo, avremo maggiori possibilità di diffondere la nostra cultura.

Dall’Inghilterra stanno arrivando nomi più o meno giovani e nuovi, come Sharp Class e Spitfires o i più “tangenti” al Mod come i Molotovs. Unita alla reunion degli Oasis, può essere una strada per nuova linfa vitale?
Gli Oasis hanno riacceso tanti cuori dormienti e hanno rilanciato suoni, stili e pensieri molto affini al modernismo e le band che citi nella domanda sono delle punte di diamante di sonorità che non solo ci piacciono ma ci rappresentano.

In questo senso mi ha, favorevolmente, molto colpito l’ingresso di Zak Loggia negli Statuto, figlio di uno storico membro della band come Alex. Un senso di prosecuzione verso il futuro inequivocabile.
L’attitudine di ZAK nell’interpretare i nostri brani non è solo entusiasmante tecnicamente e artisticamente ma è commovente per come dimostri quanto certi suoni e parole siano adatti eternamente a essere parte del linguaggio e dell’atteggiamento dei giovanissimi! Il futuro continua ad appartenerci!

lunedì, giugno 09, 2025

Quadrophenia Mod Ballett

E' iniziato il tour inglese dell'adattamento di "Quadrophenia" a uno spettacolo di BALLETTO: Quadrophenia Mod Ballett.
Alcune delle prime recensioni sono lusinghiere e pare che quello che potremmo definire un azzardo, stia superando le aspettative, nonostante le opinioni siano talvolta antitetiche.

I fan presenti a Plymouth non hanno potuto fare a meno di cantare i testi di alcuni dei loro brani preferiti sopra queste nuovissime versioni.
Gli amanti del rock che desiderano un po' della crudezza dei classici degli Who non rimarranno delusi, dato che le versioni originali e strumentali di "My Generation" e "Can't Explain" animano un paio di scene.
Tanto di cappello al coreografo Paul Roberts e al regista Rob Ashford per questa fenomenale interpretazione di cosa può significare uno spettacolo di balletto nel XXI secolo. Quadrophenia: A Mod Ballet è un evento imperdibile.

(Cornwalllive.com)

Negativo il commento di Peter Lathan (https://www.britishtheatreguide.info/reviews/quadrophenia-rev ) su British Theatre Guide.

La mia prima reazione è stata che se uno spettacolo musicale dà grande importanza alle parole – e questo certamente lo fa – allora la dizione deve essere impeccabile e i cantanti devono essere ascoltati, non sovrastati dalla band.
Purtroppo, troppo spesso non è successo: dubito di aver colto più del 20% di ciò che veniva cantato. Ed è un pezzo cantato ininterrottamente: non ci sono dialoghi.
Se entraste senza sapere di cosa tratta Quadrophenia, ne uscireste ben poco più consapevoli.
Musicalmente, a parte il pessimo bilanciamento del suono, non c'è nulla di cui lamentarsi: la band è eccellente e gli artisti sanno certamente cantare.
I costumi sono buoni e la scenografia interessante, sebbene per lo più non rappresentativa, sembra essere lì per dare l'opportunità al cast di salire in alto e, sulla rotazione centrale, camminare rimanendo fermi.
La coreografia è eclettica, spaziando dagli stili di danza dell'epoca ad alcuni movimenti ispirati alla danza e al teatro fisico.
Gli Who hanno fatto parte della mia giovinezza e della mia prima maturità.
Ero un fan, ma temo che Quadrophenia, lo spettacolo teatrale, non sia Tommy.
Devo mettermi tra coloro che - come era chiaro uscendo dal teatro - sono rimasti delusi.


Pete Townshend ha dichiarato alla BBC South East di ritenere che la storia di ribellione e cultura giovanile avrebbe dato vita a un "balletto potentemente ritmico ed emotivamente coinvolgente.
I temi dei giovani che crescono in tempi difficili sono ancora così attuali.
Sarà tenero, toccante, poetico ed epico.
Quando ho scritto opere rock, ho sempre pensato che fossero lì per essere sfruttate e trasformate.
Questo balletto è stato sottoposto a un workshop con Sadler's Wells e ha avuto un ottimo successo.
Ne sono rimasto profondamente toccato.
Stiamo portando l'etica della musica rock nel mondo del balletto"
.

Paul Weller espresse un'opinione assai dura sul rock e il balletto (a proposito di Freddie Mercury)...chissà cosa ne pensa di questo evento.
"Diceva di voler portare il balletto alle classi operaie, che stronzo”.

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=So17h9Q633o

Breve estratto
https://www.youtube.com/shorts/-uueodmaaiQ

Tre minuti con intervista a Pete Townshend su Sky News
https://news.sky.com/video/iconic-mod-story-quadrophenia-reimagined-as-ballet-in-stunning-new-production-13342179

venerdì, giugno 06, 2025

Secret Affair + The Mads + Statuto live a Torino 1 giugno 2025

Oscar Giammarinaro ci regala un resoconto del concerto di Secret Affair + The Mads + Statuto che si è tenuto il 1° giugno a Torino in occasione del 45° anniversario di Piazza Statuto.

Avevamo festeggiato i 30 anni di Piazza Statuto Mod nel 2010, con i Secret Affair.
La pandemia ci impedì di festeggiare i 40, ma noi abbiamo spostato ai 45 e sempre con loro: i più grandi, l'anima musicale di chi ha conosciuto la vita mod dal 1979 a oggi.

E raccontiamo subito del concerto della strepitosa band di Ian Page e Dave Cairns.
Un locale perfetto per i concerti e per ballare, un pubblico arrivato da varie parti d'Italia, un'atmosfera frizzante e un'attesa spasmodica per i nostri beniamini.
Premetto che i Secret Affair hanno voluto fortemente tornare suonare a Torino e hanno dato una disponibilità eccezionale abbinata alla loro risaputa professionalità.
Li avevo appena visti al Mayday di Londra e mi sarebbe "bastato" rivivere un concerto simile.
Ma al Q77 abbiamo vissuto più del solito rito mod che è il concerto dei S.A., abbiamo vissuto un'esperienza catartica in cui, da pubblico, abbiamo realmente suonato e cantato tutti insieme i loro brani da inizio a fine con un pathos che influiva addirittura sulla tecnica sublime dei musicisti e sulla voce di Ian che sul finale "rimbombava" brillante ancor più dell'inizio.
Sono sicuro che non ci sono parole adatte a descrivere questo concerto, sono sicuro che chi legge ricondurrà la mia euforia al mio solito fanatismo mod, ma sono altresì sicuro che chi c'era, invece, capirà benissimo ciò che intendo e non potrà far altro che darmi ragione, ringraziando il destino per averci dato modo di vivere un'esperienza simile.

I musicisti della band sono sopraffini, precisi e coinvolti.
Ian e Dave vanno oltre alla prestazione tecnica e artistica, Ian e Dave celebrano il concerto e ci ravvicinano e coinvolgono in ogni brano e in ogni nota.
Un'ora e venti minuti di musica, ritmo, cori e passione.
19 brani scelti sapientemente, dando maggior spazio all'album celebrato per i suoi 45 anni, praticamente quasi tutte le canzoni di "Glory Boys", ma anche la meravigliosa "One day in your life", "Lost in The Night","Do you know", "Walk away", "Sound of Confusion", l'inno "My World" e le cover "No Doctor" e "Do I love you".

Il pubblico canta, batte le mani, salta e balla, un'energia travolgente unica e inarrivabile, d'altronde se sono 45 anni che suonano i Glori Boys e sono 45 anni che ci troviamo in piazza, ci sarà per entrambi una forza divina che ci rende invincibili ed eterni.
Dave dialoga con la folla attraverso la sua chitarra e Ian canta e incanta.
I bis ci sono, senza stare a uscire e rientrare, e sono "Dancemaster" e "I'm not free", un finale che non dovrebbe finire mai.
Siamo stati fortunati a vivere un concerto così e proprio per i nostri 45 anni di vita di piazza.

Grande plauso ai milanesi The Mads, ai quali abbiamo chiesto di suonare per noi e hanno confermato la loro attitudine mod genetica, brani molto power e molto pop nello stesso tempo, qualità che si riscontra ai loro inizi come nel loro disco appena uscito, disco ovviamente più maturo, meglio arrangiato e ben curato, ma il talento in queste sonorità o c'è o non c'è e i "ragazzi" milanesi ci hanno davvero dato un saggio di conoscenza beat/soul '79 di livello europeo.

Di livello meno europeo le canzoni che abbiamo eseguito come Statuto, in quanto cover in italiano di brani storici del mod'79, ma è stato bellissimo avere sul palco ex componenti della band come Skeggia, Ometto, Naska e Alex Bumba che hanno suonato e cantato bene e con lo spirito della fierezza e dell'appartenenza alla storia della nostra band e quindi alla nostra piazza e quindi al Modernismo.

I djs ospiti sono dei fuoriclasse: Daniel, Henry e Renato ci hanno fatto ballare la sera del sabato era domenica dopo i concerti con le solite perle che illuminano i dancefloor di tutta Europa.
Fantastici ovviamente i djs torinesi cioè Cumiana e poi Ciro, Gallins, Davide,Naska e Bosco, ma non mi dilungo nell'elogio artistico perché voglio ringraziare di cuore tutti i Mods della piazza che hanno reso possibile questa due giorni con un impegno, una dedizione e una disponibilità straordinari , mettendo sempre prima il "noi" davanti all'"io", la piazza davanti a tutto.

E voglio essere preciso e chiaro partendo dai ringraziamenti a Carlo Bosco che ha reso la mostra un capolavoro! L'ha progettata, realizzata e costruita (con la preziosa collaborazione fisica di tutti noi, ovviamente).
Presto troveremo alla mostra un' esposizione stabile.
E poi grazie ad Andrea Napoli, mod di piazza Statuto esule a Londra da anni ma che è venuto apposta per l'evento e per seguire passo-passo i Secret Affair, provvedendo a ogni loro necessità ed esigenza, per due giorni, dall'atterraggio fino al decollo.

Grazie a Cumiana che ha curato la parte dei djs ,smontato e rimontato impianti, giradischi e la mostra; Ciro Silver Red che montato e smontato la mostra, trasportato la band all'aeroporto e molto altro; Zorro che è andato fino a Volvera a prendere e portare la tastiera per la band, Gallins che ha montato e smontato la mostra, trasportato la band, così come Ottavio.
Poi il giovane Giancry che ha montato e smontato la mostra; poi Lele e Panzarino che hanno organizzato lo Scooter Run delle Frecce Cromate (grazie personale a Panzarino che mi ha salvato la vita cambiandomi il filo della frizione) e grazie a Jacopo che ci ha prestato il basso per i S.A..
Solo mettendo tutti un po' del nostro, si possono ottenere risultati simili, un evento clamorosamente ben riuscito e di totale identità MOD al 100% (partecipato anche da pubblico d'ogni tipo).
Grazie allo staff del Q77 per la disponibilità e la professionalità.
Grazie ai tante/i intervenuti da Torino e da fuori Torino.

Ci vediamo al Raduno Mod Italiano del 26 e 27 settembre a CATTOLICA, passando da Milano il 7 giugno, da Viareggio il 14 giugno e da Genova il 5 settembre.

Il Modernismo è davvero possibile.

oSKAr Mods Piazza Statuto
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