"Jackie Wilson Said (I'm in Heaven When You Smile)" è un omaggio sincero e devoto a uno dei suoi ispiratori, il soul man Jackie Wilson, da parte di VAN MORRISON, dall'album del luglio 1972 "Saint Dominic's Preview", poi ripresa dai Dexy's Midnight Runners in Too Rye Ay" nel 1982 (in modo non troppo lontano dall'originale).
Il primo demo è del gennaio 1972. Quando a fine mese la band entrò in studio registrò la canzone in diretta alla prima take.
Il chitarrista Doug Messenger ricordò: "Alla fine rimanemmo tutti in silenzio: ce l'avevamo fatta in una sola volta? Van ne volle fare un'altra, ma si fermò dopo qualche battuta perché sentiva che non funzionava. 'Penso che ce l'abbiamo già".
Le sovraincisioni di fiati furono aggiunte in seguito.
Lo stesso Van Morrison ammise che anche il cantato era ispirato da quello, molto distintivo di Jackie Wilson (che a sua volta fu palesemente imitato da Kevin Rowland in gran parte della carriera con i Dexy's Midnight Runners.
Il brano è diventato una costante nel repertorio live di Van Morrison.
Van Morrison - Jackie Wilson Said (I'm in Heaven When You Smile)
https://www.youtube.com/watch?v=TY0_1VN7h8c
La versione dei Dexy's Midnight Runners fu pubblicata come singolo nell'agosto 1982 e arrivò al quinto posto delle classifiche inglesi (dopo il successo di "Come On Eileen", scelta all'ultimo momento come primo 45 giri al posto della cover di Van Morrison).
Van avrebbe dovuto partecipare al brano ma alla fine si limitò a un parlato finale che venne però tagliato nel mixaggio.
Kevin Rowland & Dexys Midnight Runners - Jackie Wilson Said (I'm In Heaven When You Smile)
https://www.youtube.com/watch?v=A1vAQM4W02E
Altre versioni:
Syl Johnson: https://www.youtube.com/watch?v=ycrr6v9XLJA
David Campbell: https://www.youtube.com/watch?v=ozxEHY280Z0
Head Automatica: https://www.youtube.com/watch?v=5tcZijeZeaA
Nel testo compare il diretto riferimento a Jackie Wilson e alla sua hit "Reet Petite"
Da, da, da, da, da,
Jackie Wilson said
It was "Reet-Petite"
Kinda love you got
Knock me off my feet
Let it all hang out
Oh, let it all hang out.
And you know
I'm so wired-up
Don't need no coffee in my cup
Let it all hang out
Let it all hang out.
Watch this:
Ding-a-ling-a-ling
Ding-a-ling-a-ling-ding
I'm in heaven, I'm in heaven
I'm in heaven, when you smile
When you smile, when you smile
When you smile.
And when you walk
Across the road
You make my heart go
Boom-boom-boom
Let it all hang out
Baby, let it all hang out
And ev'ry time
You look that way
Honey chile, you make my day
Let it all hang out
Like the man said: let it all hang out.
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lunedì, ottobre 06, 2025
lunedì, luglio 21, 2025
ONE LAW FOR THEM dei 4 Skins - Chi sono “loro”?
Un prezioso e interessantissimo contributo dell'amico ANTONIO ROMANO (collaboratore del blog in questa rubrica: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Antonio%20Romano) relativamente a una canzone dei 4 SKINS, una delle prime band della nuova scena skinhead inglese dei primi anni Ottanta.
https://www.youtube.com/watch?v=_Fas4wFgAVU
Nel 1981, nel cuore del thatcherismo, tra disoccupazione di massa, tagli al welfare e rivolte urbane, i 4-Skins pubblicarono “One Law for Them”, divenuto uno degli anthem della musica Oi!.
Il titolo sembra esprimere con chiarezza un sentimento largamente diffuso nei quartieri popolari inglesi: esistono due pesi e due misure, una legge per “loro” – le élite, i politici, la polizia – e un’altra per “noi” - gli esclusi, i giovani cresciuti tra austerity, violenza e sfiducia.
Anche se in vita mia l’ho ascoltato e cantato centinaia di volte, analizzarne oggi il testo e il contesto con uno sguardo più maturo mi costringe a fare i conti con una confusione di fondo che un tempo ignoravo, ma che ora, da giovane adulto e convinto socialista, riconosco, pur comprendendo la rabbia che la muove.
Il brano si apre con una strofa fortemente ambigua.
Da un lato c’è l’immagine del “noi”: i giovani bianchi della classe operaia, che vanno allo stadio, si lasciano andare a forme episodiche e tutto sommato lievi di vandalismo, come lanciare un mattone, e vengono puniti con durezza.
Dall’altro, “loro”: i giovani immigrati che abitano nei ghetti urbani, descritti come autori di rivolte e saccheggi, ma secondo il testo lasciati liberi di agire nel crimine. Il messaggio implicito è chiaro e disturbante: “noi” perseguitati per ogni gesto, “loro” impuniti anche nella violenza.
È il racconto di una doppia morale che però oppone implicitamente due categorie sociali e razziali. La strofa evoca i quartieri afro-caraibici e asiatici di Londra e Liverpool, che nel 1981 furono teatro di rivolte esplose per cause che non esito a definire legittime: abusi polizieschi, discriminazione sistemica, esclusione sociale.
È una narrazione pericolosa perché, in sostanza, alimenta la guerra tra poveri, spostando il bersaglio della rabbia dal potere a chi, come noi, subisce la stessa oppressione.
Più pesante ancora è il riferimento, appena velato ma evidente, all’infame discorso di Enoch Powell del 1968, passato alla storia come “Rivers of Blood”.
Powell, deputato conservatore, tuonò contro l’immigrazione con toni apocalittici, prevedendo fiumi di sangue e guerre civili.
Fu un discorso profondamente razzista, che legittimò l’odio verso gli immigrati e fornì argomenti all’estrema destra inglese per decenni, fino ai giorni nostri.
Nella canzone, i 4-Skins dicono: “Siamo stati avvertiti dei fiumi di sangue, ora vediamo il rivolo prima dell’alluvione”.
Il discorso di Powell viene inequivocabilmente citato, senza contestarlo, senza parodiarlo né denunciarlo. Si limitano a evocarlo, lasciandone sospeso il senso e libera l’interpretazione.
Per una scena come quella Oi! dei primi 80s, già frequentata da skinhead apertamente nazionalisti ed infiltrata dai partiti neonazisti, questo riferimento era un segnale inquietante, che contribuì a far percepire la band come vicina a certe pulsioni reazionarie.
Non solo: il 4 luglio 1981, i 4-Skins, insieme a The Business e Last Resort, si trovarono coinvolti nei tristemente celebri scontri di Southall, dove suonarono in un pub situato in un quartiere a maggioranza asiatica.
La presenza massiccia di skinhead portò a violenze, scontri con la comunità locale, intervento della polizia, decine di feriti e l’incendio del locale.
Questo episodio segnò un punto di rottura: la scena Oi! fu etichettata definitivamente come pericolosa e razzista, e molte band vennero bandite dai locali.
Anche se i 4-Skins non furono gli artefici diretti della violenza, la loro immagine fu associata all’episodio e delegittimata, assieme a quella di tutto il movimento skinhead.
Dopo la strofa iniziale, il testo si concentra sull’esperienza quotidiana della working class, tra disoccupazione, alienazione, povertà.
Dato che non voglio ergermi a giudice di nulla, dico anche che l’ambiguità della parte di testo che ho approfondito va letta anche alla luce dell’età e dell’ambiente dei componenti del gruppo.
Nel 1981, il bassista e leader Hoxton Tom McCourt e il cantante Gary Hodges avevano appena 20 anni.
Provenivano entrambi da quartieri operai dell’East London, con esperienze dirette di marginalità e repressione.
La loro musica era un urlo istintivo di una generazione senza prospettive. Ma proprio questa spontaneità, priva di una riflessione politica matura, li rendeva vulnerabili al rischio di riprodurre, anche inconsapevolmente, le retoriche utilizzate dall’estrema destra, dandole inoltre in pasto alla stampa sensazionalista.
I 4-Skins, indubbiamente tra i migliori gruppi della prima generazione dell’Oi!, furono anche tra i più impulsivi, più grezzi e, probabilmente, meno politicamente consapevoli.
La loro rabbia era autentica, ma, come nel caso delle strofe che sto commentando, mal indirizzata. “One Law for Them” è una canzone che colpisce duro, ma lo fa anche contro bersagli sbagliati.
È un documento della frustrazione operaia dell’epoca, ma anche, direi ora, un monito:
la protesta, se non guidata da una visione e da autentica coscienza di classe, può restare rumore e tornare persino utile al potere. Perché “una legge per loro, un’altra per noi” è uno slogan potente, ma se non capiamo chi sono davvero “loro”, rischiamo di colpire chi è già a terra accanto a noi.
Per concludere, e solo per fare un rapido paragone con la stessa scena Oi! di poco precedente e di poco successiva, esisteva un’altra strada, che altri gruppi seppero percorrere con più lucidità e coraggio.
Gli Sham 69, ad esempio, furono pionieri nel costruire un messaggio apertamente antirazzista e unitario. Pensiamo solo che “If the Kids Are United” è stata pubblicata nel 1978, quando Jimmy Pursey aveva 23 anni, e conteneva un messaggio semplicissimo quanto radicale: se i giovani sono uniti, nessuno potrà dividerli. Nessun nemico etnico, nessuna competizione tra poveri, solo solidarietà.
Allo stesso modo, gli Angelic Upstarts, provenienti dal Nord-Est minerario dell’Inghilterra, furono sempre più esplicitamente antifascisti, socialisti e militanti. La loro immortale “Solidarity”, pubblicata nel 1983, è un inno alla fratellanza tra oppressi, ispirato al movimento sindacale polacco ma applicabile ovunque vi siano sfruttamento e ingiustizia.
A onor del vero, si tratta di un brano successivo agli esordi dell’Oi!: il frontman Mensi aveva 27 anni, e la sua scrittura mostrava ormai una consapevolezza politica affinata e matura.
Quello che voglio sottolineare è che, per gli Upstarts, il “noi” non coincideva con la sola gioventù bianca, ma con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente da razza, provenienza o condizione: neri, bianchi, asiatici, disoccupati, sfruttati.
Uniti non dall’identità etnica, ma dalla comune esperienza dell’oppressione.
https://www.youtube.com/watch?v=_Fas4wFgAVU
Nel 1981, nel cuore del thatcherismo, tra disoccupazione di massa, tagli al welfare e rivolte urbane, i 4-Skins pubblicarono “One Law for Them”, divenuto uno degli anthem della musica Oi!.
Il titolo sembra esprimere con chiarezza un sentimento largamente diffuso nei quartieri popolari inglesi: esistono due pesi e due misure, una legge per “loro” – le élite, i politici, la polizia – e un’altra per “noi” - gli esclusi, i giovani cresciuti tra austerity, violenza e sfiducia.
Anche se in vita mia l’ho ascoltato e cantato centinaia di volte, analizzarne oggi il testo e il contesto con uno sguardo più maturo mi costringe a fare i conti con una confusione di fondo che un tempo ignoravo, ma che ora, da giovane adulto e convinto socialista, riconosco, pur comprendendo la rabbia che la muove.
Il brano si apre con una strofa fortemente ambigua.
Da un lato c’è l’immagine del “noi”: i giovani bianchi della classe operaia, che vanno allo stadio, si lasciano andare a forme episodiche e tutto sommato lievi di vandalismo, come lanciare un mattone, e vengono puniti con durezza.
Dall’altro, “loro”: i giovani immigrati che abitano nei ghetti urbani, descritti come autori di rivolte e saccheggi, ma secondo il testo lasciati liberi di agire nel crimine. Il messaggio implicito è chiaro e disturbante: “noi” perseguitati per ogni gesto, “loro” impuniti anche nella violenza.
È il racconto di una doppia morale che però oppone implicitamente due categorie sociali e razziali. La strofa evoca i quartieri afro-caraibici e asiatici di Londra e Liverpool, che nel 1981 furono teatro di rivolte esplose per cause che non esito a definire legittime: abusi polizieschi, discriminazione sistemica, esclusione sociale.
È una narrazione pericolosa perché, in sostanza, alimenta la guerra tra poveri, spostando il bersaglio della rabbia dal potere a chi, come noi, subisce la stessa oppressione.
Più pesante ancora è il riferimento, appena velato ma evidente, all’infame discorso di Enoch Powell del 1968, passato alla storia come “Rivers of Blood”.
Powell, deputato conservatore, tuonò contro l’immigrazione con toni apocalittici, prevedendo fiumi di sangue e guerre civili.
Fu un discorso profondamente razzista, che legittimò l’odio verso gli immigrati e fornì argomenti all’estrema destra inglese per decenni, fino ai giorni nostri.
Nella canzone, i 4-Skins dicono: “Siamo stati avvertiti dei fiumi di sangue, ora vediamo il rivolo prima dell’alluvione”.
Il discorso di Powell viene inequivocabilmente citato, senza contestarlo, senza parodiarlo né denunciarlo. Si limitano a evocarlo, lasciandone sospeso il senso e libera l’interpretazione.
Per una scena come quella Oi! dei primi 80s, già frequentata da skinhead apertamente nazionalisti ed infiltrata dai partiti neonazisti, questo riferimento era un segnale inquietante, che contribuì a far percepire la band come vicina a certe pulsioni reazionarie.
Non solo: il 4 luglio 1981, i 4-Skins, insieme a The Business e Last Resort, si trovarono coinvolti nei tristemente celebri scontri di Southall, dove suonarono in un pub situato in un quartiere a maggioranza asiatica.
La presenza massiccia di skinhead portò a violenze, scontri con la comunità locale, intervento della polizia, decine di feriti e l’incendio del locale.
Questo episodio segnò un punto di rottura: la scena Oi! fu etichettata definitivamente come pericolosa e razzista, e molte band vennero bandite dai locali.
Anche se i 4-Skins non furono gli artefici diretti della violenza, la loro immagine fu associata all’episodio e delegittimata, assieme a quella di tutto il movimento skinhead.
Dopo la strofa iniziale, il testo si concentra sull’esperienza quotidiana della working class, tra disoccupazione, alienazione, povertà.
Dato che non voglio ergermi a giudice di nulla, dico anche che l’ambiguità della parte di testo che ho approfondito va letta anche alla luce dell’età e dell’ambiente dei componenti del gruppo.
Nel 1981, il bassista e leader Hoxton Tom McCourt e il cantante Gary Hodges avevano appena 20 anni.
Provenivano entrambi da quartieri operai dell’East London, con esperienze dirette di marginalità e repressione.
La loro musica era un urlo istintivo di una generazione senza prospettive. Ma proprio questa spontaneità, priva di una riflessione politica matura, li rendeva vulnerabili al rischio di riprodurre, anche inconsapevolmente, le retoriche utilizzate dall’estrema destra, dandole inoltre in pasto alla stampa sensazionalista.
I 4-Skins, indubbiamente tra i migliori gruppi della prima generazione dell’Oi!, furono anche tra i più impulsivi, più grezzi e, probabilmente, meno politicamente consapevoli.
La loro rabbia era autentica, ma, come nel caso delle strofe che sto commentando, mal indirizzata. “One Law for Them” è una canzone che colpisce duro, ma lo fa anche contro bersagli sbagliati.
È un documento della frustrazione operaia dell’epoca, ma anche, direi ora, un monito:
la protesta, se non guidata da una visione e da autentica coscienza di classe, può restare rumore e tornare persino utile al potere. Perché “una legge per loro, un’altra per noi” è uno slogan potente, ma se non capiamo chi sono davvero “loro”, rischiamo di colpire chi è già a terra accanto a noi.
Per concludere, e solo per fare un rapido paragone con la stessa scena Oi! di poco precedente e di poco successiva, esisteva un’altra strada, che altri gruppi seppero percorrere con più lucidità e coraggio.
Gli Sham 69, ad esempio, furono pionieri nel costruire un messaggio apertamente antirazzista e unitario. Pensiamo solo che “If the Kids Are United” è stata pubblicata nel 1978, quando Jimmy Pursey aveva 23 anni, e conteneva un messaggio semplicissimo quanto radicale: se i giovani sono uniti, nessuno potrà dividerli. Nessun nemico etnico, nessuna competizione tra poveri, solo solidarietà.
Allo stesso modo, gli Angelic Upstarts, provenienti dal Nord-Est minerario dell’Inghilterra, furono sempre più esplicitamente antifascisti, socialisti e militanti. La loro immortale “Solidarity”, pubblicata nel 1983, è un inno alla fratellanza tra oppressi, ispirato al movimento sindacale polacco ma applicabile ovunque vi siano sfruttamento e ingiustizia.
A onor del vero, si tratta di un brano successivo agli esordi dell’Oi!: il frontman Mensi aveva 27 anni, e la sua scrittura mostrava ormai una consapevolezza politica affinata e matura.
Quello che voglio sottolineare è che, per gli Upstarts, il “noi” non coincideva con la sola gioventù bianca, ma con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente da razza, provenienza o condizione: neri, bianchi, asiatici, disoccupati, sfruttati.
Uniti non dall’identità etnica, ma dalla comune esperienza dell’oppressione.
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Antonio Romano,
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venerdì, luglio 18, 2025
Police - Every Breath You Take
Tratto dall'ultimo album dei POLICE, "Synchronicity", pubblicato come singolo nel maggio del 1983, vendette milioni di copie raggiungendo il primo posto in un gran numero di nazioni.
Composto da Sting (anche se ci fu una lunga diatriba con Andy Summers sui diritti d'autore che, nonostante la parte di chitarra, molto caratteristica, fosse farina del suo sacco, non ricevette nessuna quota), pare sia il brano che gli abbia reso, da solo, un terzo di tutti i diritti d'autore della sua carriera.
Il tutto fu completato da una tensione sempre più alta e aspra tra Copeland e Sting in studio che sembrò, a un certo punto, distruggere la band durante le registrazioni.
Il primo incise la batteria pezzo per pezzo in più sessioni.
La particolarità del brano è che è sempre stato prevalentemente considerato una dolce ballata d'amore, quando invece nasconde (nemmeno tanto) una visione minacciosa e sinistra di uno stalker che vuole controllare tutto, perfino il respiro della persona a cui fa riferimento ma che configura, come ha ammesso Sting, anche il concetto più ampio da "Grande Fratello" che sorveglia ogni mossa.
https://www.youtube.com/watch?v=OMOGaugKpzs
Every Breath You Take
Every breath you take
And every move you make
Every bond you break, every step you take
I'll be watchin' you
Every single day
And every word you say
Every game you play, every night you stay
I'll be watchin' you
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Since you've gone I've been lost without a trace
I dream at night, I can only see your face
I look around but it's you I can't replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep cryin', "Baby, baby, please"
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Every move you make, every step you take
I'll be watchin' you
I'll be watchin' you
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Composto da Sting (anche se ci fu una lunga diatriba con Andy Summers sui diritti d'autore che, nonostante la parte di chitarra, molto caratteristica, fosse farina del suo sacco, non ricevette nessuna quota), pare sia il brano che gli abbia reso, da solo, un terzo di tutti i diritti d'autore della sua carriera.
Il tutto fu completato da una tensione sempre più alta e aspra tra Copeland e Sting in studio che sembrò, a un certo punto, distruggere la band durante le registrazioni.
Il primo incise la batteria pezzo per pezzo in più sessioni.
La particolarità del brano è che è sempre stato prevalentemente considerato una dolce ballata d'amore, quando invece nasconde (nemmeno tanto) una visione minacciosa e sinistra di uno stalker che vuole controllare tutto, perfino il respiro della persona a cui fa riferimento ma che configura, come ha ammesso Sting, anche il concetto più ampio da "Grande Fratello" che sorveglia ogni mossa.
https://www.youtube.com/watch?v=OMOGaugKpzs
Every Breath You Take
Every breath you take
And every move you make
Every bond you break, every step you take
I'll be watchin' you
Every single day
And every word you say
Every game you play, every night you stay
I'll be watchin' you
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Since you've gone I've been lost without a trace
I dream at night, I can only see your face
I look around but it's you I can't replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep cryin', "Baby, baby, please"
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Every move you make, every step you take
I'll be watchin' you
I'll be watchin' you
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
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martedì, giugno 24, 2025
Monochrome Set - The Jet Set Junta
Uno dei brani più iconici (per quanto rimasto nella semi oscurità) degli anni 80 uscito su singolo nel 1983), per una brillante band che non ha purtroppo mai usufruito del giusto riconoscimento che le sarebbe spettato.
The Jet Set Junta è un brano unico che unisce impeto post punk a sonorità spaghetti western, un tocco di jazz e un cantato unico su un testo drammatico/ironico che stigmatizza l'iconografia e la triste realtà delle dittature sudamericane.
Un brano geniale.
Il video ufficiale:
https://www.youtube.com/watch?v=kIKle6gNjWE
Live nel 1990
https://www.youtube.com/watch?v=Oz4tpJL44Og
Tick, tock, go the death watch beetles in él presidente's swill
Pop, pop, goes the Cliquot magnum at the reading of the will
Hiss, hiss, goes the snakeskin wallet stuffed with Cruziero bills
Here we come, the jet set junta
Here we come, the jet set junta
Broom, broom, goes the armoured Cadillac through Montevideo
Rat-a-tat goes the sub-machine gun to restore the status quo
Snip, snip, go the tailor's scissors on the suit in Saville Row
Thud, thud, goes the rubber truncheon on the Indian peon's heel
Buzz, buzz, go the brass electrodes as the flesh begins to peel
Rattle, rattle, goes the bullet round and round the roulette wheel
The Jet Set Junta è un brano unico che unisce impeto post punk a sonorità spaghetti western, un tocco di jazz e un cantato unico su un testo drammatico/ironico che stigmatizza l'iconografia e la triste realtà delle dittature sudamericane.
Un brano geniale.
Il video ufficiale:
https://www.youtube.com/watch?v=kIKle6gNjWE
Live nel 1990
https://www.youtube.com/watch?v=Oz4tpJL44Og
Tick, tock, go the death watch beetles in él presidente's swill
Pop, pop, goes the Cliquot magnum at the reading of the will
Hiss, hiss, goes the snakeskin wallet stuffed with Cruziero bills
Here we come, the jet set junta
Here we come, the jet set junta
Broom, broom, goes the armoured Cadillac through Montevideo
Rat-a-tat goes the sub-machine gun to restore the status quo
Snip, snip, go the tailor's scissors on the suit in Saville Row
Thud, thud, goes the rubber truncheon on the Indian peon's heel
Buzz, buzz, go the brass electrodes as the flesh begins to peel
Rattle, rattle, goes the bullet round and round the roulette wheel
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martedì, maggio 20, 2025
Genesis - Turn It On Again
Una delle migliori canzoni dei (nuovi, post Gabriel, in tre, votati a sonorità più facili) GENESIS è senza dubbio "TURN IT ON AGAIN", tratto dall'album "Duke" del 1980 e che raggiunse, come singolo, il numero otto delle classifiche inglesi.
Un brano dalla struttura apparentemente facile e scorrevole ma in realtà dal ritmo spezzato e "impossibile" che passa da un tempo in 13 /4 a 9/4 e si attesta sui 13/8.
Come ricorda Phil Collins (il riff è di Mike Rutheford che non si rese nemmeno conto della complessità ritmica fino a quando non glielo svelò Collins):
"Non lo puoi ballare. Vedi la gente che (ignara) ci prova ma perde continuamente il tempo".
Il brano è frutto dell'unione di due brani che Mike Rutheford e Tony Banks avevano composto per i rispettivi album solisti ma che alla fine avevano scartato.
Phil Collins accelerò il tempo del brano, inizialmente molto più lento.
Il testo, di Mike Rutherford, racconta la storia di un uomo che non fa altro che guardare la televisione. Diventa ossessionato dalle persone che guarda, credendole amiche. Mike Rutheford: "Avevo questo riff ma all'epoca lo suonavo più lentamente. E Phil disse: 'Perché non provi a farlo a una velocità maggiore?' e poi mi disse: 'Ti rendi conto che è in 13/8?' e io risposi: 'Cosa intendi, è in 13/8? È in 4/4, vero?' 'No, è in 13/8.'"
Durante le prove per il concerto di reunion del 1982 per raccogliere fondi per Peter Gabriel, rimasto schiacciato dai debiti per la prima edizione del suo festival WOMAD, lo stesso Gabriel si mise alla batteria per suonare "Turn it on again", sicuro che fosse un tempo lineare, rendendosi conto subito che era per lui pressochè impossibile.
Per fortuna c'era Chester Thompson...
Video ufficiale (1980)
https://www.youtube.com/watch?v=2B1ub5g5L0k
Three Sides Live (1981)
https://www.youtube.com/watch?v=kAH3dLmqk5I
Da "When in Rome 2007 DVD
https://www.youtube.com/watch?v=E66fYqOyiJI
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martedì, maggio 13, 2025
Vic Waters and the Entertainers - I'm White, I'm Alright
https://www.youtube.com/watch?v=sc4TUK9Csfs
Un brano controverso, inciso da Vic Waters come una specie di risposta "bianca" a "Say It Loud I'm Black and I'm Proud" di James Brown, uscito pochi mesi prima, nel 1968, a cui fa riferimento esplicito nel testo.
Prodotto da Dan Penn e Spooner Oldham (al lavoro anche con Box Tops, Percy Sledge, Aretha Franklin) è un ottimo rhythm and blues, dal groove funk, incrocio tra la canzone di James Brown e "Hard To Handle" di Otis Redding.
I Vic Waters and the Entertainers erano una show band composta da bianchi con un certo seguito a Tampa Bay, in Florida, negli anni '60.
Registrarono tre 45 giri uno con una bella cover di "Taking Inventory" di Eddie Floyd e poi altri due con la sussidiaria della Capitol, la Crazy Horse.
"I'm White! I'm Alright" può sembrare avere connotati razzisti ma è un testo figlio di tempi (fine anni Sessanta) in cui, soprattutto nel sud degli States (Florida), un certo tipo di linguaggio era abbastanza "normale".
Volendolo giudicare in chiave non discriminatoria, sembra volere rivendicare la capacità di una persona "soulful" di potere suonare funk pur essendo bianca.
La frase "I'ain't tan but I can jam " / "non sono abbronzato ma posso jammare/fare la mia parte" è effettivamente poco elegante e un po' aggressiva e provocatoria, al pari del perentorio "Sono bianco e sono giusto!".
Now there's one point I like to make
To show what I mean I got myself together now and I'm sure as clean
I'm light, white and out of sight
I'ain't tan but I can jam
I do my best at what I do and I am soulful yes
I am I'm white I'm alright!
now dig the music
Un brano controverso, inciso da Vic Waters come una specie di risposta "bianca" a "Say It Loud I'm Black and I'm Proud" di James Brown, uscito pochi mesi prima, nel 1968, a cui fa riferimento esplicito nel testo.
Prodotto da Dan Penn e Spooner Oldham (al lavoro anche con Box Tops, Percy Sledge, Aretha Franklin) è un ottimo rhythm and blues, dal groove funk, incrocio tra la canzone di James Brown e "Hard To Handle" di Otis Redding.
I Vic Waters and the Entertainers erano una show band composta da bianchi con un certo seguito a Tampa Bay, in Florida, negli anni '60.
Registrarono tre 45 giri uno con una bella cover di "Taking Inventory" di Eddie Floyd e poi altri due con la sussidiaria della Capitol, la Crazy Horse.
"I'm White! I'm Alright" può sembrare avere connotati razzisti ma è un testo figlio di tempi (fine anni Sessanta) in cui, soprattutto nel sud degli States (Florida), un certo tipo di linguaggio era abbastanza "normale".
Volendolo giudicare in chiave non discriminatoria, sembra volere rivendicare la capacità di una persona "soulful" di potere suonare funk pur essendo bianca.
La frase "I'ain't tan but I can jam " / "non sono abbronzato ma posso jammare/fare la mia parte" è effettivamente poco elegante e un po' aggressiva e provocatoria, al pari del perentorio "Sono bianco e sono giusto!".
Now there's one point I like to make
To show what I mean I got myself together now and I'm sure as clean
I'm light, white and out of sight
I'ain't tan but I can jam
I do my best at what I do and I am soulful yes
I am I'm white I'm alright!
now dig the music
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giovedì, aprile 03, 2025
Kae Tempest - Statue In The Square
Il nuovo brano di KAE TEMPEST a tre anni dall'ultima uscita discografica è importante, perché (ri)porta il concetto di MESSAGGIO al centro di una (genericamente) musica che sembra sempre meno presente nella società.
"I remember to live is to change / Ricordo che vivere significa cambiare" è un verso di "Statue in the square" e una perfetta metafora che parla della sua trasformazione di genere e allo stesso modo un proposito politico e ideologico che ben si presta a commento sociale in questo momento in cui le redini del mondo e del nostro vivere sono nelle mani di folli (o coglioni, che dir si voglia).
“It's not a disorder or a dysfunction/Disgusting the way they discuss us / Non è un disturbo o una disfunzione / È disgustoso il modo in cui parlano di noi" può diventare un inno per la comunità LGBTQ+.
Il ritornello è potentissimo, il brano efficace, il video allo stesso tempo minaccioso, affettuoso, comunitario.
https://www.youtube.com/watch?v=aTDOFaAcEyc
Kae Tempest - Statue In The Square
Well, either I'm nice on the eye
Or this person that's passing me by has never seen one
Like me before, we endure it
Keep reaching for it, knee deep, we keep pouring
Life force in a formless void, we're too gorgeous
Dwarf the whole street when we walk, are you transported?
I cherish the ones who support us
Fear takes from us but love restores us
You are not the sum of the things you do wrong
In the eyes of someone who does not understand you
It's not a disorder or a dysfunction
Disgusting the way they discuss us
But just 'cause a person's not decent to me
Don't mean they're not decent to someone
The norm is not normal: it's a construction
Designed to stifle the inner life and increase production
They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere
Spent my life trying to do things your way, normal didn't feel right
Trapped in a shrinking hallway till it got too tight
Deep breath, fresh air when I broke the surface
Yes, we've all lost lovers, what's sad is a lost purpose
Reclaim it, reframe it, rename it, something more fitting
Contain it, champagne it, complaining never did nothing
But hitting the ground running's a start; hold your position
Tape it up, tuck it, and love it beyond condition
Watching the city surrender to rain, I remember to live is to change
I don't pray for the end of my pain, I pray for the strength to weather it
Paused on the brink of a gaping precipice, hesitant, derelict, slow from the sedative
Terrified people never stop asking where the treasure is, I'm like: everything's relative
So don't be surprised when they shield their eyes
What they fear's a reflection of their own minds
They reveal themselves in their dead headlines
It's fine, we don't need permission to shine
They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere
"I remember to live is to change / Ricordo che vivere significa cambiare" è un verso di "Statue in the square" e una perfetta metafora che parla della sua trasformazione di genere e allo stesso modo un proposito politico e ideologico che ben si presta a commento sociale in questo momento in cui le redini del mondo e del nostro vivere sono nelle mani di folli (o coglioni, che dir si voglia).
“It's not a disorder or a dysfunction/Disgusting the way they discuss us / Non è un disturbo o una disfunzione / È disgustoso il modo in cui parlano di noi" può diventare un inno per la comunità LGBTQ+.
Il ritornello è potentissimo, il brano efficace, il video allo stesso tempo minaccioso, affettuoso, comunitario.
https://www.youtube.com/watch?v=aTDOFaAcEyc
Kae Tempest - Statue In The Square
Well, either I'm nice on the eye
Or this person that's passing me by has never seen one
Like me before, we endure it
Keep reaching for it, knee deep, we keep pouring
Life force in a formless void, we're too gorgeous
Dwarf the whole street when we walk, are you transported?
I cherish the ones who support us
Fear takes from us but love restores us
You are not the sum of the things you do wrong
In the eyes of someone who does not understand you
It's not a disorder or a dysfunction
Disgusting the way they discuss us
But just 'cause a person's not decent to me
Don't mean they're not decent to someone
The norm is not normal: it's a construction
Designed to stifle the inner life and increase production
They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere
Spent my life trying to do things your way, normal didn't feel right
Trapped in a shrinking hallway till it got too tight
Deep breath, fresh air when I broke the surface
Yes, we've all lost lovers, what's sad is a lost purpose
Reclaim it, reframe it, rename it, something more fitting
Contain it, champagne it, complaining never did nothing
But hitting the ground running's a start; hold your position
Tape it up, tuck it, and love it beyond condition
Watching the city surrender to rain, I remember to live is to change
I don't pray for the end of my pain, I pray for the strength to weather it
Paused on the brink of a gaping precipice, hesitant, derelict, slow from the sedative
Terrified people never stop asking where the treasure is, I'm like: everything's relative
So don't be surprised when they shield their eyes
What they fear's a reflection of their own minds
They reveal themselves in their dead headlines
It's fine, we don't need permission to shine
They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere
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venerdì, marzo 14, 2025
Elton John - Saturday Night's Alright for Fighting
Pubblicato come singolo nel luglio del 1973 e tratto dal suo capolavoro "Goodbye Yellow Brick Road" è uno dei brani più potenti e rock del repertorio di ELTON JOHN.
La particolarità è che il testo (di Bernie Taupin) descrive alla perfezione il tipico sabato di un Boot Boy dell'epoca, ispirato dall'adolescenza dell'autore, all'insegna del vagabondaggio e della vita da pub.
Si sta facendo tardi, hai visto i miei amici?
Ma dimmi quando i ragazzi arrivano qui
Sono le sette e voglio spaccare
voglio riempirmi la pancia di birra
Mio padre è più sbronzo
di una botte piena
e mia madre, a lei non importa
mia sorella ha un aspetto carino
con le bretelle e i boots
e un po' di brillantina sui capelli
Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione
Ci muoviamo oliati come un treno a diesel
accenderemo questa festa danzante
perché sabato sera è la serata che mi piace
Sabato sera è OK, OK, OK
Un paio di suoni che mi piacciono davvero
sono i suoni di un coltello a serramanico
e di una moto
Sono un giovane prodotto
della classe lavoratrice
il cui migliore amico sta in fondo ad un bicchiere
Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione
Elton John
https://www.youtube.com/watch?v=NagnbRHdh-0
Fu l'unico brano dell'album registrato in Giamaica dove avevano pianificato di realizzarlo per poi constatare la pochezza tecnica dello studio e tornare frettolosamente in Europa.
E stato ripreso anche da Who, Queen, Giuda e numerose altre band oltre ad aver ispirato (al limite del plagio) "Gloria" di Umberto Tozzi.
The Who
https://www.youtube.com/watch?v=PE_aXE8oudY
Queen
https://www.youtube.com/watch?v=0sRInAse9hs
Giuda
https://www.youtube.com/watch?v=T6685iy6ypY
La particolarità è che il testo (di Bernie Taupin) descrive alla perfezione il tipico sabato di un Boot Boy dell'epoca, ispirato dall'adolescenza dell'autore, all'insegna del vagabondaggio e della vita da pub.
Si sta facendo tardi, hai visto i miei amici?
Ma dimmi quando i ragazzi arrivano qui
Sono le sette e voglio spaccare
voglio riempirmi la pancia di birra
Mio padre è più sbronzo
di una botte piena
e mia madre, a lei non importa
mia sorella ha un aspetto carino
con le bretelle e i boots
e un po' di brillantina sui capelli
Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione
Ci muoviamo oliati come un treno a diesel
accenderemo questa festa danzante
perché sabato sera è la serata che mi piace
Sabato sera è OK, OK, OK
Un paio di suoni che mi piacciono davvero
sono i suoni di un coltello a serramanico
e di una moto
Sono un giovane prodotto
della classe lavoratrice
il cui migliore amico sta in fondo ad un bicchiere
Non dateci nessuna delle vostre seccature
Ci siamo rotti della vostra disciplina
Sabato sera è OK per battersi
Mettiamoci un po' d'azione
Elton John
https://www.youtube.com/watch?v=NagnbRHdh-0
Fu l'unico brano dell'album registrato in Giamaica dove avevano pianificato di realizzarlo per poi constatare la pochezza tecnica dello studio e tornare frettolosamente in Europa.
E stato ripreso anche da Who, Queen, Giuda e numerose altre band oltre ad aver ispirato (al limite del plagio) "Gloria" di Umberto Tozzi.
The Who
https://www.youtube.com/watch?v=PE_aXE8oudY
Queen
https://www.youtube.com/watch?v=0sRInAse9hs
Giuda
https://www.youtube.com/watch?v=T6685iy6ypY
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Cultura 70's,
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venerdì, febbraio 21, 2025
Stagger Lee
Lee Shelton, conosciuto anche come Stagolee, STAGGER LEE o Stack-O-Lee era un criminale americano vissuto a cavallo tra l'800 e il '900, diventato famoso grazie alla canzone folk popolare STAGGER LEE suonata nelle più svariate versioni da una lungo elenco di musicisti.
Lee era un afroamericano nato in Texas nel 1865, entrato nel giro delle scommesse e abituale frequentatore di locali poco raccomandabili.
Durante una discussione nella notte di Natale del 1895 uccise a colpi di pistola, in un saloon di St.Louis, William "Billy" Lyons.
Condannato a 25 anni di prigione ma rilasciato "sulla parola" nel 1909, venne di nuovo arrestato per rapina due anni dopo e morì in carcere nel 1912.
Incominciò a circolare una canzone su di lui, suonata dai lavoratori neri e dai primi bluesmen, arricchita ogni volta da nuovi particolari, versi, parole.
Fu pubblicata la prima volta nel 1911, in seguito viene registrata a Camden, New Jersey il 18 aprile del 1923, ad opera dei Fred Waring’s Pennsylvanians su un supporto a 78 giri con il titolo di "Stack O Lee Blues"
https://www.youtube.com/watch?v=9i6owdt6UB8
Nel 1924 ne esce una versione di Herb Wiedoeft, prima della seconda guerra mondiale la canzone passa per varie mani, venendo incisa anche avente titolo Stack-o-lee, ne fanno una versione pure sir Duke Ellington (1899-1974) nel 1927, Cab Calloway (1907-1994) nel 1931 e infine Woody Guthrie (1912-1967) nel 1941.
Nel 1959 il brano ha avuto successo come cover incisa da Lloyd Price.
https://www.youtube.com/watch?v=FCPutYaGFlE
Tra le innumerevoli versioni quelle di:
Woody Guthrie, Beck, Bill Haley & His Comets, James Brown, Nick Cave and the Bad Seeds,Fats Domino, Dr. John, Champion Jack Dupree, Bob Dylan, The Isley Brothers, Jerry Lee Lewis, Professor Longhair, Pete Seeger, Taj Mahal, Amy Winehouse, Wilson Pickett, Clash (che la accennano all'inizio di "Wrong em Bojo" su "London calling").
Una lista approssimativa delle versioni:
Mississippi John Hurt – Stack O’Lee Blues
Lloyd Price – Stagger Lee
Grateful Dead – Stagger Lee
The Clash – Wrong ‘Em Boyo
Mickey Baker – Stack O’Lee
Bob Dylan – Stack a Lee
Nick Cave & the Bad Seeds – Stagger Lee
Taj Mahal – Stagger Lee
Woody Guthrie – Stackolee
Dr. John – Stagger Lee
Pete Seeger – Stagolee (Stagger Lee)
The Black Keys – Stack Shot Billy
Chris Whitley & Jeff Lang – Stagger Lee
Fats Domino – Stagger Lee (Live at Montreaux)
John Cephas & Phil Wiggins – Staggerlee (Stackolee)
Grateful Dead – Stagger Lee (Live in Egypt, 1978)
New Monsoon – Stagger Lee (Live)
Ike & Tina Turner – Stagger Lee and Billy
Pacific Gas & Electric – Staggolee
Samuel L. Jackson – Stack-o-Lee
Wilson Pickett – Stagger Lee
Beck – Stagolee
Neil Diamond – Stagger Lee
Jerry Lee Lewis – Stagger Lee
Huey Lewis & the News – Stagger Lee
The Fabulous Thunderbirds – Stagger Lee
Bill Haley & His Comets – Stagger Lee
Lee era un afroamericano nato in Texas nel 1865, entrato nel giro delle scommesse e abituale frequentatore di locali poco raccomandabili.
Durante una discussione nella notte di Natale del 1895 uccise a colpi di pistola, in un saloon di St.Louis, William "Billy" Lyons.
Condannato a 25 anni di prigione ma rilasciato "sulla parola" nel 1909, venne di nuovo arrestato per rapina due anni dopo e morì in carcere nel 1912.
Incominciò a circolare una canzone su di lui, suonata dai lavoratori neri e dai primi bluesmen, arricchita ogni volta da nuovi particolari, versi, parole.
Fu pubblicata la prima volta nel 1911, in seguito viene registrata a Camden, New Jersey il 18 aprile del 1923, ad opera dei Fred Waring’s Pennsylvanians su un supporto a 78 giri con il titolo di "Stack O Lee Blues"
https://www.youtube.com/watch?v=9i6owdt6UB8
Nel 1924 ne esce una versione di Herb Wiedoeft, prima della seconda guerra mondiale la canzone passa per varie mani, venendo incisa anche avente titolo Stack-o-lee, ne fanno una versione pure sir Duke Ellington (1899-1974) nel 1927, Cab Calloway (1907-1994) nel 1931 e infine Woody Guthrie (1912-1967) nel 1941.
Nel 1959 il brano ha avuto successo come cover incisa da Lloyd Price.
https://www.youtube.com/watch?v=FCPutYaGFlE
Tra le innumerevoli versioni quelle di:
Woody Guthrie, Beck, Bill Haley & His Comets, James Brown, Nick Cave and the Bad Seeds,Fats Domino, Dr. John, Champion Jack Dupree, Bob Dylan, The Isley Brothers, Jerry Lee Lewis, Professor Longhair, Pete Seeger, Taj Mahal, Amy Winehouse, Wilson Pickett, Clash (che la accennano all'inizio di "Wrong em Bojo" su "London calling").
Una lista approssimativa delle versioni:
Mississippi John Hurt – Stack O’Lee Blues
Lloyd Price – Stagger Lee
Grateful Dead – Stagger Lee
The Clash – Wrong ‘Em Boyo
Mickey Baker – Stack O’Lee
Bob Dylan – Stack a Lee
Nick Cave & the Bad Seeds – Stagger Lee
Taj Mahal – Stagger Lee
Woody Guthrie – Stackolee
Dr. John – Stagger Lee
Pete Seeger – Stagolee (Stagger Lee)
The Black Keys – Stack Shot Billy
Chris Whitley & Jeff Lang – Stagger Lee
Fats Domino – Stagger Lee (Live at Montreaux)
John Cephas & Phil Wiggins – Staggerlee (Stackolee)
Grateful Dead – Stagger Lee (Live in Egypt, 1978)
New Monsoon – Stagger Lee (Live)
Ike & Tina Turner – Stagger Lee and Billy
Pacific Gas & Electric – Staggolee
Samuel L. Jackson – Stack-o-Lee
Wilson Pickett – Stagger Lee
Beck – Stagolee
Neil Diamond – Stagger Lee
Jerry Lee Lewis – Stagger Lee
Huey Lewis & the News – Stagger Lee
The Fabulous Thunderbirds – Stagger Lee
Bill Haley & His Comets – Stagger Lee
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lunedì, gennaio 27, 2025
Specials - Do nothing
Riprendo un post del 2019, correlato a un brano degli Specials, inserito nel secondo album "More Specials" del 1980 e pubblicato anche come singolo, che fa riferimento a una modalità di "vita" dei teenager inglesi di fine anni 70. Dalla ricerca di Paul Corrigan del 1979: "The Smash street Kids".
La principale occupazione per i maschi della classe operaia è la ricerca di opzioni per trascorrere il tempo libero, l'arte dialettica del non far nulla.
Per la maggioranza dei kids il territorio di aggregazione è LA STRADA.
Non le romantiche e frenetiche strade del ghetto ma i pavimenti umidi di Wigan, Sheperd's Bush e Sunderland.
La principale occupazione in queste vie, la prima attività della sottocultura britannica è il FARE NIENTE, "DOING NOTHING"
L'elemento più importante del "fare niente" è il conversare, parlare, raccontarsi storie che non devono essere per forza reali o verosimili, ma quanto più interessanti possibili.
Si parla di calcio, dei rapporti sociali, non per divulgare idee ma per comunicare l'esperienza del chiacchierare.
Nel combattere la noia i ragazzi non scelgono la strada come incantevole spazio aggregativo ma come terreno in cui ci sono più possibilità che le cose si verifichino.
Altra componente del "fare niente " sono le risse...
legittimano l'etica del "fare niente" del sabato e non sono motivate da fattori territoriali o di gruppo....
Le risse sono solo qualcosa nel NULLA.
SPECIALS - Do Nothing
https://www.youtube.com/watch?v=0S1BC0XVB6s
Each day I walk along this lonely street
Trying to find, find a future
New pair of shoes are on my feet
Cause fashion is my only culture
Nothing ever change, oh no
Nothing ever change
People say to me just be yourself
It makes no sense to follow fashion
How could I be anybody else
I don't try, I've got no reason
Nothing ever change, oh no
Nothing ever change
I'm just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing
I'm just living in a life without feeling
I talk and talk, say nothing
Nothing ever change, oh no
Nothing ever change
I walk along this same old lonely street
Still trying to find, find a reason
Policeman comes and smacks me in the teeth
I don't complain, it's not my function
Nothing ever change, oh no
Nothing ever change
They're just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing
They're just playing in a life without thinking
They talk and talk, say nothing
I'm just living in a life without feeling
I walk and walk, I'm dreaming
I'm just living in a life without feeling
I talk and talk, say nothing
I'm just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing
Ogni giorno cammino lungo questa strada solitaria
Cercando di trovare, trovare un futuro
Un nuovo paio di scarpe sono ai miei piedi
Perché la moda è la mia unica cultura
Niente cambia mai, oh no
Niente cambia mai
La gente mi dice di essere semplicemente te stesso
Non ha senso seguire la moda
Come potrei essere qualcun altro
Non ci provo, non ho motivo
Niente cambia mai, oh no
Niente cambia mai
Sto solo vivendo una vita senza senso
Cammino e cammino, non faccio niente
Sto solo vivendo una vita senza sentimenti
Parlo e parlo, non dico niente
Niente cambia mai, oh no
Niente cambia mai
Cammino lungo questa stessa vecchia strada solitaria
Cerco ancora di trovare, trovare un motivo
Un poliziotto viene e mi dà uno schiaffo sui denti
Non mi lamento, non è la mia funzione
Niente cambia mai, oh no
Niente cambia mai
Stanno solo vivendo una vita senza senso
Cammino e cammino, non faccio niente
Stanno solo giocando in una vita senza pensare
Parlano e parlano, non dicono niente
Sto solo vivendo una vita senza provare emozioni
Cammino e cammino, sto sognando
Sto solo vivendo una vita senza provare emozioni
Parlo e parlo, non dico niente
Sto solo vivendo una vita senza senso
Cammino e cammino, non faccio niente
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lunedì, gennaio 20, 2025
Lou Reed - Street Hassle
Il migliore brano di Lou Reed in assoluto, a mio parere e per i miei gusti, e tra i più originali, particolari, iconici nella storia del rock (degli anni Settanta soprattutto), per quanto scarsamente ricordato e considerato.
Un brano in cui troviamo tutta la carriera artistica di LOU REED, dai Velvet Underground alla fine.
Undici minuti crudi e minacciosi, una suite divisa in tre sezioni distinte (il cui titolo gioca sull'assonanza di hassle con asshole): Waltzing Matilda, Street Hassle e Slipaway.
Un intreccio di storie di prostituzione (maschile a favore di una donna), droga, amore, morte.
"Volevo scrivere una canzone che avesse un grande monologo rock al suo interno. Qualcosa che avrebbero potuto scrivere gente come William Burroughs, Hubert Selby, John Rechy, Tennessee Williams, Nelson Algren o Raymond Chandler. Mischiandoli tutti insieme, ecco Street Hassle". (Lou Reed)
Brano prevalentemente orchestrale, registrato nell'autunno del 1977 al Plant Studios di New York e pubblicato nell'omonimo album del febbraio 1978.
Il chitarrista Jeff Ross fotografa bene il momento:
"C'era un'enorme quantità di scotch e di anfetamine.
La combinazione poteva causargli una rabbia tremenda.
Lou aveva un'anfetamina preferita, la Desoxyn, che viene usata per far ripartire il tuo cuore quando muori, quindi puoi immaginare".
STREET HASSLE (tratto dall'omonimo album) è una mini sinfonia brutale, malata, infetta, figlia di un periodo drammatico per una New York in bancarotta, allo sbaraglio, culla del vizio più estremo.
https://www.youtube.com/watch?v=4LK9JjW2noo
Il fotografo Bob Rock è drammaticamente chiaro:
"Lou mi ha fatto entrare New York nel cranio alla fine degli anni '70. Mi ha mostrato cose che nessun altro avrebbe mai potuto mostrarmi. Ogni tana di dissolutezza e peccato...
Lou conosceva club underground come quelli che sicuramente non troveresti a Londra. Lou conosceva preti. Lou conosceva criminali. Lou conosceva il più gay dei gay.
Dimentica il punk. Quello era roba da dilettanti".
Dopo un disastroso tour in Europa, la dissoluzione della band, la fine della relazione con la compagna Rachel Humphryes, enormi problemi economici, la dipendenza dalle sostanze, Lou si tuffa in "I wanna be black", quello che diventerà "Street Hassle".
Un album costituito utilizzando brani scartati e parti registrate dal vivo con successive sovraincisioni in un assemblaggio caotico e non particolarmente coerente e riuscito.
Ma è "Street Hassle" che lo rende indimenticabile, iconico, unico.
Le radici erano in una sorta di improvvisazione basata su un solo riff suonata nel tour europeo, intitolata "Affirmative Action (PO#99)" (https://www.youtube.com/watch?v=_STLs40P4U8), in cui si sente spesso il futuro titolo "Street Hassle" poi rielaborato in un brano di due minuti che fu convinto ad ampliare e che diluì in 11 minuti di canzone.
Il fonico Rod O' Brien ne ricorda bene la genesi:
Il giorno in cui abbiamo iniziato a mixare la traccia stavo ascoltando gli archi sulla base e c'era qualcosa in quegli archi. Suonavano così bene, davvero belli.
Così ho detto all'assistente ingegnere, 'Fammi un favore, premi semplicemente registra sul due tracce, voglio solo registrare questo, mi piace molto il suono di queste parti di archi.' Così le ho registrate, tutte da sole, e poi le ho riascoltate, solo per assicurarmi di aver ottenuto il nastro a posto.
E mentre la stavo riascoltando, entra Lou e dice, 'Cos'è quello!?' Ho detto, 'Oh, stavo solo scherzando con qualcosa...' E Lou dice: 'Usiamolo come intro...'
E da lì è andato tutto.
"Ci siamo seduti lì a lavorarci per due giorni e mezzo, tre. E poi Lou ha scoperto che avevo conservato tutti e tre i suoi pezzi vocali.
E lui: "Oh, è fantastico. Okay. Facciamolo in questo ordine. No, no, spostiamo questa parte qui..." E così abbiamo dovuto capire come far combaciare tutte queste sezioni e storie. E a quei tempi non c'era il computer, dovevi letteralmente tagliare il nastro, metterlo insieme, fare un cross-fade con due macchine e poi...
"Ah, no, non funziona". E poi riprovare. Sono stati due giorni e mezzo o tre di questo genere di cose, in cui abbiamo continuato a cercare di far fondere e scorrere le cose.
E proprio alla fine, Lou mi ha fatto un bel complimento.
Disse "Sai, hai scritto questa canzone tanto quanto me".
Per un passaggio di spoken-word tardivo, temendo che la sua sincerità sarebbe stata presa per un'ironia se l'avesse pronunciata lui stesso, Reed si avvicinò a un altro cantante e gli chiese se l'avrebbe eseguita: Bruce Springsteen, che quell'autunno era al Record Plant, lavorando a Darkness On The Edge Of Town.
La presenza del Boss è nella sezione Slipaway, (dal minuto 9:02 a 9:39), non accreditata per motivi contrattuali.
L'album non ebbe particolare successo (89° in USA)
FONTE per il post: https://damienlove.com/writing/babe-im-on-fire-the-making-of-lou-reeds-street-hassle/
Street Hassle
Waltzing Matilda whipped out her wallet
The sexy boy smiled in dismay
She took out four twenties 'cause she liked round figures
Everybody's a queen for a day
Oh, babe, I'm on fire and you know how I admire your
Body why don't we slip away
Although I'm sure you're certain, it's a rarity me flirtin'
Sha-la-la-la, this way
Oh, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
Hey, baby, come on, let's slip away
Luscious and gorgeous, oh what a hunk of muscle
Call out the national guard
She creamed in her jeans as he picked up her means
From off of the formica topped bar
And cascading slowly, he lifted her wholly
And boldly out of this world
And despite people's derision
Proved to be more than diversion
Sha-la-la-la, later on
And then sha-la-la-la-la, he entered her slowly
And showed her where he was coming from
And then sha-la-la-la-la, he made love to her gently
It was like she'd never ever come
And then sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
When the sun rose and he made to leavev You know, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
Neither one regretted a thing
Street hassle
Hey, that cunt's not breathing
I think she's had too much
Of something or other, hey, man, you know what I mean
I don't mean to scare you
But you're the one who came here
And you're the one who's gotta take her when you leave
I'm not being smart
Or trying to be cold on my part
And I'm not gonna wear my heart on my sleeve
But you know people get all emotional
And sometimes, man, they just don't act rational
They think they're just on TV
Sha-la-la-la, man
Why don't you just slip
Un brano in cui troviamo tutta la carriera artistica di LOU REED, dai Velvet Underground alla fine.
Undici minuti crudi e minacciosi, una suite divisa in tre sezioni distinte (il cui titolo gioca sull'assonanza di hassle con asshole): Waltzing Matilda, Street Hassle e Slipaway.
Un intreccio di storie di prostituzione (maschile a favore di una donna), droga, amore, morte.
"Volevo scrivere una canzone che avesse un grande monologo rock al suo interno. Qualcosa che avrebbero potuto scrivere gente come William Burroughs, Hubert Selby, John Rechy, Tennessee Williams, Nelson Algren o Raymond Chandler. Mischiandoli tutti insieme, ecco Street Hassle". (Lou Reed)
Brano prevalentemente orchestrale, registrato nell'autunno del 1977 al Plant Studios di New York e pubblicato nell'omonimo album del febbraio 1978.
Il chitarrista Jeff Ross fotografa bene il momento:
"C'era un'enorme quantità di scotch e di anfetamine.
La combinazione poteva causargli una rabbia tremenda.
Lou aveva un'anfetamina preferita, la Desoxyn, che viene usata per far ripartire il tuo cuore quando muori, quindi puoi immaginare".
STREET HASSLE (tratto dall'omonimo album) è una mini sinfonia brutale, malata, infetta, figlia di un periodo drammatico per una New York in bancarotta, allo sbaraglio, culla del vizio più estremo.
https://www.youtube.com/watch?v=4LK9JjW2noo
Il fotografo Bob Rock è drammaticamente chiaro:
"Lou mi ha fatto entrare New York nel cranio alla fine degli anni '70. Mi ha mostrato cose che nessun altro avrebbe mai potuto mostrarmi. Ogni tana di dissolutezza e peccato...
Lou conosceva club underground come quelli che sicuramente non troveresti a Londra. Lou conosceva preti. Lou conosceva criminali. Lou conosceva il più gay dei gay.
Dimentica il punk. Quello era roba da dilettanti".
Dopo un disastroso tour in Europa, la dissoluzione della band, la fine della relazione con la compagna Rachel Humphryes, enormi problemi economici, la dipendenza dalle sostanze, Lou si tuffa in "I wanna be black", quello che diventerà "Street Hassle".
Un album costituito utilizzando brani scartati e parti registrate dal vivo con successive sovraincisioni in un assemblaggio caotico e non particolarmente coerente e riuscito.
Ma è "Street Hassle" che lo rende indimenticabile, iconico, unico.
Le radici erano in una sorta di improvvisazione basata su un solo riff suonata nel tour europeo, intitolata "Affirmative Action (PO#99)" (https://www.youtube.com/watch?v=_STLs40P4U8), in cui si sente spesso il futuro titolo "Street Hassle" poi rielaborato in un brano di due minuti che fu convinto ad ampliare e che diluì in 11 minuti di canzone.
Il fonico Rod O' Brien ne ricorda bene la genesi:
Il giorno in cui abbiamo iniziato a mixare la traccia stavo ascoltando gli archi sulla base e c'era qualcosa in quegli archi. Suonavano così bene, davvero belli.
Così ho detto all'assistente ingegnere, 'Fammi un favore, premi semplicemente registra sul due tracce, voglio solo registrare questo, mi piace molto il suono di queste parti di archi.' Così le ho registrate, tutte da sole, e poi le ho riascoltate, solo per assicurarmi di aver ottenuto il nastro a posto.
E mentre la stavo riascoltando, entra Lou e dice, 'Cos'è quello!?' Ho detto, 'Oh, stavo solo scherzando con qualcosa...' E Lou dice: 'Usiamolo come intro...'
E da lì è andato tutto.
"Ci siamo seduti lì a lavorarci per due giorni e mezzo, tre. E poi Lou ha scoperto che avevo conservato tutti e tre i suoi pezzi vocali.
E lui: "Oh, è fantastico. Okay. Facciamolo in questo ordine. No, no, spostiamo questa parte qui..." E così abbiamo dovuto capire come far combaciare tutte queste sezioni e storie. E a quei tempi non c'era il computer, dovevi letteralmente tagliare il nastro, metterlo insieme, fare un cross-fade con due macchine e poi...
"Ah, no, non funziona". E poi riprovare. Sono stati due giorni e mezzo o tre di questo genere di cose, in cui abbiamo continuato a cercare di far fondere e scorrere le cose.
E proprio alla fine, Lou mi ha fatto un bel complimento.
Disse "Sai, hai scritto questa canzone tanto quanto me".
Per un passaggio di spoken-word tardivo, temendo che la sua sincerità sarebbe stata presa per un'ironia se l'avesse pronunciata lui stesso, Reed si avvicinò a un altro cantante e gli chiese se l'avrebbe eseguita: Bruce Springsteen, che quell'autunno era al Record Plant, lavorando a Darkness On The Edge Of Town.
La presenza del Boss è nella sezione Slipaway, (dal minuto 9:02 a 9:39), non accreditata per motivi contrattuali.
L'album non ebbe particolare successo (89° in USA)
FONTE per il post: https://damienlove.com/writing/babe-im-on-fire-the-making-of-lou-reeds-street-hassle/
Street Hassle
Waltzing Matilda whipped out her wallet
The sexy boy smiled in dismay
She took out four twenties 'cause she liked round figures
Everybody's a queen for a day
Oh, babe, I'm on fire and you know how I admire your
Body why don't we slip away
Although I'm sure you're certain, it's a rarity me flirtin'
Sha-la-la-la, this way
Oh, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
Hey, baby, come on, let's slip away
Luscious and gorgeous, oh what a hunk of muscle
Call out the national guard
She creamed in her jeans as he picked up her means
From off of the formica topped bar
And cascading slowly, he lifted her wholly
And boldly out of this world
And despite people's derision
Proved to be more than diversion
Sha-la-la-la, later on
And then sha-la-la-la-la, he entered her slowly
And showed her where he was coming from
And then sha-la-la-la-la, he made love to her gently
It was like she'd never ever come
And then sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
When the sun rose and he made to leavev You know, sha-la-la-la-la, sha-la-la-la-la
Neither one regretted a thing
Street hassle
Hey, that cunt's not breathing
I think she's had too much
Of something or other, hey, man, you know what I mean
I don't mean to scare you
But you're the one who came here
And you're the one who's gotta take her when you leave
I'm not being smart
Or trying to be cold on my part
And I'm not gonna wear my heart on my sleeve
But you know people get all emotional
And sometimes, man, they just don't act rational
They think they're just on TV
Sha-la-la-la, man
Why don't you just slip
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Songs
venerdì, agosto 23, 2024
King Crimson - I talk to the wind
Abitualmente "In the Court of the Crimson King", il fulminante esordio dei KING CRIMSON, nel 1969, viene ricordato per l'esplosiva "21st Century Schizoid Man" o per "Moonchild" ma quasi mai viene citata la splendida ballata "I talk to the wind", secondo brano dell'album.
Un brano già composto e inciso dal trio Giles, Giles and Fripp ma mai pubblicato, con la formazione Robert Fripp, Peter Giles, Michael Giles, Ian McDonald (flute) e Judy Dyble, ex voce dei Fairport Convention in una versione più ritmata e meno bucolica, anche se altrettanto fascinosa :(https://www.youtube.com/watch?v=vXiWbV0d2w0 parte dal minuto 2.00).
Nell'album dei King Crimson i protagonisti sono Robert Fripp - chitarra, Ian McDonald – flauto, clarinetto, organo, piano, voce, Greg Lake – basso, voce, Michael Giles – batteria, Peter Sinfield – parole.
Il testo di Peter Sinfield è magistrale quanto metaforico e passibile di diverse interpretazioni (come spesso ci ha abituato) con liriche che contrappongono significati:
I’ve been here / I’ve been there (sono stato qui/ sono stato là)
I talk to the wind / the wind does not hear (io parlo col vento / che non sente)
I’m on the outside / looking inside (sono fuori / guardando dentro).
Il brano è suadente, sospeso, il flauto domina, l'incedere è di dolce ballata folk ma finisce in chiave jazz con un minuto strumentale, dai tratti quasi funk, che sfuma nel successivo, solenne, "Epitaph".
King Crimson - I talk to the wind
https://www.youtube.com/watch?v=UlKrH07au6E
Opus III - I talk to the wind (1992)
https://www.youtube.com/watch?v=FEKVMTwW9S0
Marc Almond - I talk to the wind (2024)
https://www.youtube.com/watch?v=D35CEamnwNw
Un brano già composto e inciso dal trio Giles, Giles and Fripp ma mai pubblicato, con la formazione Robert Fripp, Peter Giles, Michael Giles, Ian McDonald (flute) e Judy Dyble, ex voce dei Fairport Convention in una versione più ritmata e meno bucolica, anche se altrettanto fascinosa :(https://www.youtube.com/watch?v=vXiWbV0d2w0 parte dal minuto 2.00).
Nell'album dei King Crimson i protagonisti sono Robert Fripp - chitarra, Ian McDonald – flauto, clarinetto, organo, piano, voce, Greg Lake – basso, voce, Michael Giles – batteria, Peter Sinfield – parole.
Il testo di Peter Sinfield è magistrale quanto metaforico e passibile di diverse interpretazioni (come spesso ci ha abituato) con liriche che contrappongono significati:
I’ve been here / I’ve been there (sono stato qui/ sono stato là)
I talk to the wind / the wind does not hear (io parlo col vento / che non sente)
I’m on the outside / looking inside (sono fuori / guardando dentro).
Il brano è suadente, sospeso, il flauto domina, l'incedere è di dolce ballata folk ma finisce in chiave jazz con un minuto strumentale, dai tratti quasi funk, che sfuma nel successivo, solenne, "Epitaph".
King Crimson - I talk to the wind
https://www.youtube.com/watch?v=UlKrH07au6E
Opus III - I talk to the wind (1992)
https://www.youtube.com/watch?v=FEKVMTwW9S0
Marc Almond - I talk to the wind (2024)
https://www.youtube.com/watch?v=D35CEamnwNw
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venerdì, luglio 19, 2024
XTC - Dear God
XTC - Dear God
https://www.youtube.com/watch?v=p554R-Jq43A
Brano scritto da Andy Partridge, originariamente concepito per l'album del 1986 "Skylarking", venne escluso a causa del testo che contiene un attacco pesantissimo alla figura di Dio.
Uscì come B side del singolo "Grass".
Verrà stampato come singolo nel giugno del 1987, trovando grande riscontro, soprattutto in America.
I primi e gli ultimi versi della canzone sono cantati da Jasmine Veillette, una bambina di otto anni, figlia di un amico di Todd Rundgren, produttore dell'album.
Il brano venne successivamente incluso nelle ristampe di "Skylarking".
Molto bello anche il video di Nick Brandt con palesi citazioni Beatlesiane (già evidenti nella canzone) con riferimento a quello di "Strawberry Fields Forever".
Caro Dio
Spero che tu abbia ricevuto la mia lettera e mi auguro che tu possa migliorarci le cose quaggiù
Non intendo una grande riduzione sul prezzo della birra,
ma tutte le persone che hai creato a tua immagine,
guardali morire di fame perché non riescono ad avere abbastanza da mangiare da Dio,
Non posso credere in te
Caro Dio mi spiace disturbarti ma sento la necessità di essere ascoltato forte e chiaro.
Abbiamo tutti bisogno di ua grande riduzione del cumulo di lacrime,
e tutte le persone che hai creato a tua immagine e somiglianza,
guardali combattere e scontrarsi per le strade perché non riescono a conciliare le loro opinione su Dio,
Io non posso credere in te
Hai creato le malattie e il diamante blu?
Hai creato il genere umano dopo che noi abbiamo creato te?
E anche il diavolo?
Caro Dio
Non so se hai notato, ma il tuo nome è in un sacco di citazioni su questo libro.
L’abbiamo scritto noi pazzi umani, dovresti dargli un’occhiata,
e tutte le persone che hai creato a tua immagine,
credono ancora che quella porcata sia vera
Io lo so che non lo è, così come lo sai tu.
Caro Dio io non posso credere, io non credo in te
Non voglio credere al paradiso o all’inferno
Niente santi, niente peccatori, neanche il diavolo, niente cancelli di perle, niente corone spinose.
Hai sempre deluso noi umani
Le guerre che porti, i bambini che anneghi e quelli persi in mare e mai trovati
Ed è lo stesso in tutto il mondo e il dolore che vedo peggiora
E il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono soltanto una grossa bugia
E se sei in grado di capire che sto mostrando i miei sentimenti apertamente
Sappi che se c’è una cosa in cui non credo sei tu, caro Dio
https://www.youtube.com/watch?v=p554R-Jq43A
Brano scritto da Andy Partridge, originariamente concepito per l'album del 1986 "Skylarking", venne escluso a causa del testo che contiene un attacco pesantissimo alla figura di Dio.
Uscì come B side del singolo "Grass".
Verrà stampato come singolo nel giugno del 1987, trovando grande riscontro, soprattutto in America.
I primi e gli ultimi versi della canzone sono cantati da Jasmine Veillette, una bambina di otto anni, figlia di un amico di Todd Rundgren, produttore dell'album.
Il brano venne successivamente incluso nelle ristampe di "Skylarking".
Molto bello anche il video di Nick Brandt con palesi citazioni Beatlesiane (già evidenti nella canzone) con riferimento a quello di "Strawberry Fields Forever".
Caro Dio
Spero che tu abbia ricevuto la mia lettera e mi auguro che tu possa migliorarci le cose quaggiù
Non intendo una grande riduzione sul prezzo della birra,
ma tutte le persone che hai creato a tua immagine,
guardali morire di fame perché non riescono ad avere abbastanza da mangiare da Dio,
Non posso credere in te
Caro Dio mi spiace disturbarti ma sento la necessità di essere ascoltato forte e chiaro.
Abbiamo tutti bisogno di ua grande riduzione del cumulo di lacrime,
e tutte le persone che hai creato a tua immagine e somiglianza,
guardali combattere e scontrarsi per le strade perché non riescono a conciliare le loro opinione su Dio,
Io non posso credere in te
Hai creato le malattie e il diamante blu?
Hai creato il genere umano dopo che noi abbiamo creato te?
E anche il diavolo?
Caro Dio
Non so se hai notato, ma il tuo nome è in un sacco di citazioni su questo libro.
L’abbiamo scritto noi pazzi umani, dovresti dargli un’occhiata,
e tutte le persone che hai creato a tua immagine,
credono ancora che quella porcata sia vera
Io lo so che non lo è, così come lo sai tu.
Caro Dio io non posso credere, io non credo in te
Non voglio credere al paradiso o all’inferno
Niente santi, niente peccatori, neanche il diavolo, niente cancelli di perle, niente corone spinose.
Hai sempre deluso noi umani
Le guerre che porti, i bambini che anneghi e quelli persi in mare e mai trovati
Ed è lo stesso in tutto il mondo e il dolore che vedo peggiora
E il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono soltanto una grossa bugia
E se sei in grado di capire che sto mostrando i miei sentimenti apertamente
Sappi che se c’è una cosa in cui non credo sei tu, caro Dio
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martedì, luglio 09, 2024
The Clash - Safe European Home
The Clash - Safe European Home
https://www.youtube.com/watch?v=1xgwXkULDCs
Alla fine del 1977 Joe Strummer e Mick Jones (con grande scorno di Paul Simonon, il vero appassionato e conoscitore di musica reggae della band) furono mandati in Giamaica per due settimane per trovare l'ispirazione e scrivere canzoni per il prossimo secondo album dei Clash, "Give 'Em Enough Rope".
L'esperienza non fu così positiva e incoraggiante.
Tanto che al ritorno Joe scrisse il testo di "Safe European Home" sulla "triste esperienza".
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
"Sono arrivato in un posto dove ogni faccia bianca era un invito al furto e ora sono seduto qui nella mia sicura casa europea".
"Uscimmo dal Pegasus Hotel tutti tappati nei nostri vestiti punk. Eravamo come due turisti punk in un viaggio organizzato.
Totalmente naif.
Conoscevano Lee Scratch Perry ma non eravamo riusciti a trovarlo così eravamo per conto nostro. Mentre camminavamo per i docks alla ricerca di qualche droga ci chiamavano tutti "maiali bianchi".
L'unico motivo perché non ci abbiano uccisi è perchè pensavano che fossimo due marinai usciti da una nave del porto. O forse perché pensavano che fossimo due pazzi o qualcosa del genere"
(Joe Strummer)
Una particolarità poco conosciuta è che il disco fu registrato a San Francisco durante un periodo in cui in classifica c'era "I've Done Everything for You" di Sammy Hagar, futura voce dei Van Halen, il cui riff iniziale è abbastanza simile al brano dei Clash e si suppone quindi un'influenza diretta (probabilmente inconsapevole) a livello compositivo.
Sammy Hagar, interpellato, è stato abbastanza esplicito in tal senso :
"Non c'è da stupirsi, quando sono salito su un ascensore con Joe Strummer nell'82 non mi ha guardato ah, ah ah!
Grande band e canzone, non gli avrei mai fatto causa!"
Sammy hagar - I've Done Everything for You
https://www.youtube.com/watch?v=dcCe1V6x96s&t=24s
Peraltro in quanto a "ispirazioni" i Clash non si faranno mancare niente, vedi "Should I saty or should I go": https://tonyface.blogspot.com/2023/09/the-clash-should-i-stay-or-should-i-go.html
Well, I just got back and I wish I'd never leave now (where'd you go?)
Who dat Martian arrival at the airport, yeah? (where'd you go?)
How many local dollars for a local anesthetic? (where'd you go?)
The Johnny on the corner wasn't very sympathetic (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
Wasn't I lucky, wouldn't it be lovely? (where'd you go?)
Send us all cards, have a laying-in on Sunday (where'd you go?)
I was there for two weeks, so how come I never tell, now? (where'd you go?)
That natty dread drink at the Sheraton hotel, yeah (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
They got the sun, and they got the palm trees (where'd you go?)
They got the weed, and they got the taxis (where'd you go?)
Whoa, the harder they come, the home of ol' bluebeat (where'd you go?)
I'd stay and be a tourist but I can't take the gunplay (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
What?
Rudie come from Jamaica, Rudie can't fail
Rudie come from Jamaica, Rudie can't fail
Rudie come from Jamaica, 'cause Rudie can't fail
Rudie come From Jamaica, Rudie can't fail (European home)
Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (European home)
Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (European home)
) Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (twenty-four track European home)
Elder come and a-Rudie go, no one knows where the policeman's go
https://www.youtube.com/watch?v=1xgwXkULDCs
Alla fine del 1977 Joe Strummer e Mick Jones (con grande scorno di Paul Simonon, il vero appassionato e conoscitore di musica reggae della band) furono mandati in Giamaica per due settimane per trovare l'ispirazione e scrivere canzoni per il prossimo secondo album dei Clash, "Give 'Em Enough Rope".
L'esperienza non fu così positiva e incoraggiante.
Tanto che al ritorno Joe scrisse il testo di "Safe European Home" sulla "triste esperienza".
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
"Sono arrivato in un posto dove ogni faccia bianca era un invito al furto e ora sono seduto qui nella mia sicura casa europea".
"Uscimmo dal Pegasus Hotel tutti tappati nei nostri vestiti punk. Eravamo come due turisti punk in un viaggio organizzato.
Totalmente naif.
Conoscevano Lee Scratch Perry ma non eravamo riusciti a trovarlo così eravamo per conto nostro. Mentre camminavamo per i docks alla ricerca di qualche droga ci chiamavano tutti "maiali bianchi".
L'unico motivo perché non ci abbiano uccisi è perchè pensavano che fossimo due marinai usciti da una nave del porto. O forse perché pensavano che fossimo due pazzi o qualcosa del genere"
(Joe Strummer)
Una particolarità poco conosciuta è che il disco fu registrato a San Francisco durante un periodo in cui in classifica c'era "I've Done Everything for You" di Sammy Hagar, futura voce dei Van Halen, il cui riff iniziale è abbastanza simile al brano dei Clash e si suppone quindi un'influenza diretta (probabilmente inconsapevole) a livello compositivo.
Sammy Hagar, interpellato, è stato abbastanza esplicito in tal senso :
"Non c'è da stupirsi, quando sono salito su un ascensore con Joe Strummer nell'82 non mi ha guardato ah, ah ah!
Grande band e canzone, non gli avrei mai fatto causa!"
Sammy hagar - I've Done Everything for You
https://www.youtube.com/watch?v=dcCe1V6x96s&t=24s
Peraltro in quanto a "ispirazioni" i Clash non si faranno mancare niente, vedi "Should I saty or should I go": https://tonyface.blogspot.com/2023/09/the-clash-should-i-stay-or-should-i-go.html
Well, I just got back and I wish I'd never leave now (where'd you go?)
Who dat Martian arrival at the airport, yeah? (where'd you go?)
How many local dollars for a local anesthetic? (where'd you go?)
The Johnny on the corner wasn't very sympathetic (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
Wasn't I lucky, wouldn't it be lovely? (where'd you go?)
Send us all cards, have a laying-in on Sunday (where'd you go?)
I was there for two weeks, so how come I never tell, now? (where'd you go?)
That natty dread drink at the Sheraton hotel, yeah (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
They got the sun, and they got the palm trees (where'd you go?)
They got the weed, and they got the taxis (where'd you go?)
Whoa, the harder they come, the home of ol' bluebeat (where'd you go?)
I'd stay and be a tourist but I can't take the gunplay (where'd you go?)
I went to the place where every white face
Is an invitation to robbery
And sitting here in my safe European home
Don't want to go back there again
What?
Rudie come from Jamaica, Rudie can't fail
Rudie come from Jamaica, Rudie can't fail
Rudie come from Jamaica, 'cause Rudie can't fail
Rudie come From Jamaica, Rudie can't fail (European home)
Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (European home)
Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (European home)
) Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie, Rudie can't fail (twenty-four track European home)
Elder come and a-Rudie go, no one knows where the policeman's go
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venerdì, luglio 05, 2024
Suicide - Frankie Teardrop
Uno dei brani più raggelanti e allo stesso tempo spietatamente lucidi sulla cosiddetta "working class".
Frankie ha 20 anni:
"E' sposato e ha un figlio, lavora in una fabbrica, dalle sette alle cinque.
Sta solo cercando di sopravvivere.
Frankie non ce la farà.
Perché le cose sono semplicemente troppo difficili.
Frankie non riesce a guadagnare abbastanza.
Frankie non riesce a comprare abbastanza cibo.
E Frankie verrà sfrattato...
Siamo tutti Frankie.
Stiamo tutti mentendo all'inferno.
Alla fine ucciderà moglie e figlio e si suiciderà.
Una storia comune, che non è difficile trovare nelle pagine dei giornali.
I SUICIDE (Alan Vega e Martin Rev) incisero il loro primo album solo nel 1977 ma erano già in giro dai primi anni del decennio con quella che già allora definivano "punk music".
Tastiere ossessive e voce.
Sono diventati uno dei gruppi più innovativi dagli anni Settanta in poi.
Frankie Teardrop
https://www.youtube.com/watch?v=MUOUNBTjexU
Stralci tratti da un'intervista a "Uncut" del 2012.
ALAN VEGA:
"Frankie Teardrop" ha sempre avuto una reazione estrema. Non c'era niente di simile al mondo. È successo così grazie alla musica di Marty Rev.
MARTIN REV:
Ci sono voluti sei anni prima che avessimo la possibilità di registrare il disco. Ciò che stavamo facendo era troppo radicale per essere capito immediatamente. Spesso si dice che non avessimo le chitarre a causa di qualche programma concettuale, ma non era niente di tutto ciò.
Una chitarra semplicemente non aveva senso per noi. In un certo senso, però, gli anni di attesa erano stati buoni.
Ha formulato il nostro materiale. Abbiamo realizzato il materiale dal vivo fino al punto in cui era diventato davvero chiaro, davvero definito. Quindi l'album era essenzialmente un album dal vivo. Per quanto lungo sia l’album, sostanzialmente è il tempo impiegato per registrarlo.
ALAN VEGA:
Stavo scrivendo questa cosa su Frankie The Detective e un alieno spaziale – ma più ci lavoravo, meno mi convinceva. Tutto il resto suonava così bene che le mie cose suonavano semplicemente insignificanti, secondarie.
Ma ho sempre avuto Frankie il pazzo, Frankie l'assassino, sullo sfondo. Per portarlo fuori e in prima linea ci sono voluti tempo ed energia, e questo è stato innescato dalla musica di Rev.
ALAN VEGA:
Quel dannato urlo. L'intera traccia ha preso vita propria. Ho quasi urlato, sono quasi finito sul pavimento a vomitare. Vedevo doppio quando lasciammo lo studio. Il tutto è stato intenso. Quell'urlo ha avuto un grande effetto sulle persone.
È stata una grande svolta. Fare "Frankie" dal vivo dopo quel disco è diventato davvero difficile. Non volevo farlo e sapevo che dovevo farlo. Era difficile. Straziante. Ma sapevo che doveva essere così.
MARTIN REV:
Alan ed io eravamo il Che Guevara e il Fidel Castro della rivoluzione americana. Da zero, combattendo la macchina americana. Questa era la nostra energia. Intendiamoci, la Macchina Americana non sapeva nulla di noi.
ALAN VEGA:
I tempi sono cambiati. Ci penso molto. Ma, ancora una volta... Frankie è in agguato. Sento dei rimbombi. Ogni tanto, quando suoniamo, sento la gente cantare: "Frankie, Frankie...". Vogliono davvero sentirlo. E quando lo suoniamo, diventa di nuovo travolgente.
"Frankie Teardrop" è una cosa bellissima. È come un pezzo di metallo conficcato nel terreno. Le persone possono scavalcarlo, cavalcarlo o schiantarsi sopra. Ma è ancora lì.
Frankie teardrop
Twenty year old Frankie
He's married he's got a kid
And he's working in a factory
He's working from seven to five
He's just trying to survive
Well lets hear it for Frankie
Frankie Frankie
Well Frankie can't make it
'Cause things are just too hard
Frankie can't make enough money
Frankie can't buy enough food
And Frankie's getting evicted
Oh let's hear it for Frankie
Oh Frankie Frankie
Oh Frankie Frankie
Frankie is so desperate
He's gonna kill his wife and kids
Frankie's gonna kill his kid
Frankie picked up a gun
Pointed at the six month old in the crib
Oh Frankie
Frankie looked at his wife
Shot her
"Oh what have I done?"
Let's hear it for Frankie
Frankie teardrop
Frankie put the gun to his head
Frankie's dead
Frankie's lying in hell
We're all Frankies
We're all lying in hell
Frankie ha 20 anni:
"E' sposato e ha un figlio, lavora in una fabbrica, dalle sette alle cinque.
Sta solo cercando di sopravvivere.
Frankie non ce la farà.
Perché le cose sono semplicemente troppo difficili.
Frankie non riesce a guadagnare abbastanza.
Frankie non riesce a comprare abbastanza cibo.
E Frankie verrà sfrattato...
Siamo tutti Frankie.
Stiamo tutti mentendo all'inferno.
Alla fine ucciderà moglie e figlio e si suiciderà.
Una storia comune, che non è difficile trovare nelle pagine dei giornali.
I SUICIDE (Alan Vega e Martin Rev) incisero il loro primo album solo nel 1977 ma erano già in giro dai primi anni del decennio con quella che già allora definivano "punk music".
Tastiere ossessive e voce.
Sono diventati uno dei gruppi più innovativi dagli anni Settanta in poi.
Frankie Teardrop
https://www.youtube.com/watch?v=MUOUNBTjexU
Stralci tratti da un'intervista a "Uncut" del 2012.
ALAN VEGA:
"Frankie Teardrop" ha sempre avuto una reazione estrema. Non c'era niente di simile al mondo. È successo così grazie alla musica di Marty Rev.
MARTIN REV:
Ci sono voluti sei anni prima che avessimo la possibilità di registrare il disco. Ciò che stavamo facendo era troppo radicale per essere capito immediatamente. Spesso si dice che non avessimo le chitarre a causa di qualche programma concettuale, ma non era niente di tutto ciò.
Una chitarra semplicemente non aveva senso per noi. In un certo senso, però, gli anni di attesa erano stati buoni.
Ha formulato il nostro materiale. Abbiamo realizzato il materiale dal vivo fino al punto in cui era diventato davvero chiaro, davvero definito. Quindi l'album era essenzialmente un album dal vivo. Per quanto lungo sia l’album, sostanzialmente è il tempo impiegato per registrarlo.
ALAN VEGA:
Stavo scrivendo questa cosa su Frankie The Detective e un alieno spaziale – ma più ci lavoravo, meno mi convinceva. Tutto il resto suonava così bene che le mie cose suonavano semplicemente insignificanti, secondarie.
Ma ho sempre avuto Frankie il pazzo, Frankie l'assassino, sullo sfondo. Per portarlo fuori e in prima linea ci sono voluti tempo ed energia, e questo è stato innescato dalla musica di Rev.
ALAN VEGA:
Quel dannato urlo. L'intera traccia ha preso vita propria. Ho quasi urlato, sono quasi finito sul pavimento a vomitare. Vedevo doppio quando lasciammo lo studio. Il tutto è stato intenso. Quell'urlo ha avuto un grande effetto sulle persone.
È stata una grande svolta. Fare "Frankie" dal vivo dopo quel disco è diventato davvero difficile. Non volevo farlo e sapevo che dovevo farlo. Era difficile. Straziante. Ma sapevo che doveva essere così.
MARTIN REV:
Alan ed io eravamo il Che Guevara e il Fidel Castro della rivoluzione americana. Da zero, combattendo la macchina americana. Questa era la nostra energia. Intendiamoci, la Macchina Americana non sapeva nulla di noi.
ALAN VEGA:
I tempi sono cambiati. Ci penso molto. Ma, ancora una volta... Frankie è in agguato. Sento dei rimbombi. Ogni tanto, quando suoniamo, sento la gente cantare: "Frankie, Frankie...". Vogliono davvero sentirlo. E quando lo suoniamo, diventa di nuovo travolgente.
"Frankie Teardrop" è una cosa bellissima. È come un pezzo di metallo conficcato nel terreno. Le persone possono scavalcarlo, cavalcarlo o schiantarsi sopra. Ma è ancora lì.
Frankie teardrop
Twenty year old Frankie
He's married he's got a kid
And he's working in a factory
He's working from seven to five
He's just trying to survive
Well lets hear it for Frankie
Frankie Frankie
Well Frankie can't make it
'Cause things are just too hard
Frankie can't make enough money
Frankie can't buy enough food
And Frankie's getting evicted
Oh let's hear it for Frankie
Oh Frankie Frankie
Oh Frankie Frankie
Frankie is so desperate
He's gonna kill his wife and kids
Frankie's gonna kill his kid
Frankie picked up a gun
Pointed at the six month old in the crib
Oh Frankie
Frankie looked at his wife
Shot her
"Oh what have I done?"
Let's hear it for Frankie
Frankie teardrop
Frankie put the gun to his head
Frankie's dead
Frankie's lying in hell
We're all Frankies
We're all lying in hell
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mercoledì, giugno 12, 2024
David Bowie - I'm waiting for my man
Non solo ho fatto una cover della canzone dei Velvet Underground prima di chiunque altro al mondo, ma l'ho fatto ancora prima che l'album uscisse.
Questa è l'essenza del Mod.
(David Bowie).
Nel novembre del 1966 il manager di David Bowie, Kenneth Pitt, fece un viaggio d'affari a New York. Mentre era lì fece visita alla Factory di Andy Warhol, dove incontrò l'artista e venne presentato ai Velvet Underground.
Pitt era intenzionato a portare la band in Inghilterra per alcuni spettacoli dal vivo, e gli fu così data una copia in acetato del loro prossimo album di debutto, The Velvet Underground and Nico (pubblicato nel marzo 1967).
"Tutto quello che sentivo e che non sapevo sulla musica rock mi è stato rivelato in un disco inedito. Erano i Velvet Underground e Nico.
La prima traccia scivolò via in modo abbastanza innocuo e non mi rimase.
Tuttavia, da quel momento in poi, con il basso e la chitarra di apertura, pulsanti di “I’m Waiting For The Man”, il fulcro, la chiave di volta della mia ambizione fu portata a casa.
Questa musica era così selvaggiamente indifferente ai miei sentimenti. Non mi importava se mi piaceva o no. Non gliene importava un cazzo. Era un mondo invisibile ai miei occhi di periferia."
(David Bowie)
"Warhol gli aveva dato questa stampa di prova senza copertina (ce l'ho ancora, senza etichetta, solo un piccolo adesivo con il nome di Warhol sopra) e gli aveva detto: "Ti piacciono le cose strane, guarda cosa ne pensi". Quello che "pensavo" era che qui c'era la migliore band del mondo.
Nel dicembre di quell’anno la mia band, i Buzz, si sciolse, ma non senza che io chiedessi di suonare “I’m Waiting For The Man” come bis del nostro ultimo concerto."
Il brano venne registrato nel 1967 con la nuova band di Bowie, i Riot Squad.
https://www.youtube.com/watch?v=gK3H2JJhxqw
Questa è l'essenza del Mod.
(David Bowie).
Nel novembre del 1966 il manager di David Bowie, Kenneth Pitt, fece un viaggio d'affari a New York. Mentre era lì fece visita alla Factory di Andy Warhol, dove incontrò l'artista e venne presentato ai Velvet Underground.
Pitt era intenzionato a portare la band in Inghilterra per alcuni spettacoli dal vivo, e gli fu così data una copia in acetato del loro prossimo album di debutto, The Velvet Underground and Nico (pubblicato nel marzo 1967).
"Tutto quello che sentivo e che non sapevo sulla musica rock mi è stato rivelato in un disco inedito. Erano i Velvet Underground e Nico.
La prima traccia scivolò via in modo abbastanza innocuo e non mi rimase.
Tuttavia, da quel momento in poi, con il basso e la chitarra di apertura, pulsanti di “I’m Waiting For The Man”, il fulcro, la chiave di volta della mia ambizione fu portata a casa.
Questa musica era così selvaggiamente indifferente ai miei sentimenti. Non mi importava se mi piaceva o no. Non gliene importava un cazzo. Era un mondo invisibile ai miei occhi di periferia."
(David Bowie)
"Warhol gli aveva dato questa stampa di prova senza copertina (ce l'ho ancora, senza etichetta, solo un piccolo adesivo con il nome di Warhol sopra) e gli aveva detto: "Ti piacciono le cose strane, guarda cosa ne pensi". Quello che "pensavo" era che qui c'era la migliore band del mondo.
Nel dicembre di quell’anno la mia band, i Buzz, si sciolse, ma non senza che io chiedessi di suonare “I’m Waiting For The Man” come bis del nostro ultimo concerto."
Il brano venne registrato nel 1967 con la nuova band di Bowie, i Riot Squad.
https://www.youtube.com/watch?v=gK3H2JJhxqw
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mercoledì, maggio 22, 2024
Marsha Gee - Peanut Duck
Nell'agosto del 2015 scrissi un post a proposito di "Peanut Duck" di Marsha Ghee, uno dei brani più "misteriosi" della storia del soul ma non solo.
Nove anni dopo poco si è aggiunto alla storia ma un aggiornamento è doveroso.
Peanut Duck
https://www.youtube.com/watch?v=L8-V0Rd5GGo
Nonostante internet e le ormai illimitate possibilità di ricerca, PEANUT DUCK di (?) MARSHA GEE ha conservato tutto il suo segreto.
Nel 1980 un DJ inglese scoprì un acetato di questo travolgente rhythm and blues, basato su un ripetitivo groove di piano e chitarra con una voce femminile roca, sensuale, sfacciata e un testo che invita ad un nuovo ballo, il Peanut Duck (come era in voga nei 60's, con il Jerk, il Twist, il Boogaloo etc), "There's a brand new dance, yeah/ That's sweeping the nation, yeah", spiegandone vagamente le mosse.
Ma concludendo con un delirante finale "Quack, quack, quackgiggy, quackgiggy, brrrrrrrrr, quack, quack, giggy, giggy, gi-gi-gi-giggy-gooma, gi-gi-gi-gi-gi quackgiggy, quackgiggy, gi-gig-goom, gi-gig-goom, gi-gig-goom-goom".
Il DJ lo attribuì ad una fantomatica Marsha Gee (che esisteva, avendo registrato un 45 giri, ma con tutt'altra voce) sapendo, come unica informazione, che era stato inciso nel 1965 a Filadelfia al Virtue Sound Studios e mai utilizzato.
Un nome fittizio per stamparlo su bootleg (per la inesistente Joker Records) e utilizzarlo (e venderlo) nelle serate.
Solo nel 2005 il singolo è uscito ufficialmente per la Penniman Records (con un'ammiccante copertina) e incluso successivamente nella compilation della Rhino Records, "Girl Group Sounds: One Kiss Can Lead to Another".
Il mistero rimane inviolato (un'artista famosa che non ha voluto accostare il proprio nome a un brano così bizzarro? una turnista ? una cantante occasionale ? chi ha suonato ? chi l'ha composto ?).
PEANUT DUCK
There's a brand new dance
That's sweeping the nation
The peanut duck is the new sensation
You can do the monkey
And the cool jerk too
But the peanut duck is a danger too
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Now listen close
I'm gonna tell you all
How to do the peanut duck
Flap your arms like a duck
High and low
Move your neck like a duck
Fast or slow
You can really do it
So let's get to it
Keeping the groove
Can really move
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Everybody's doing the peanut duck
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Ne ha rifatta una discreta cover King Khan & His Sensational Shrines : https://www.youtube.com/watch?v=07iq_4h998w
Dal vivo lo hanno riproposto anche le 2010 DollSquad e i Nairobi Trio.
Nove anni dopo poco si è aggiunto alla storia ma un aggiornamento è doveroso.
Peanut Duck
https://www.youtube.com/watch?v=L8-V0Rd5GGo
Nonostante internet e le ormai illimitate possibilità di ricerca, PEANUT DUCK di (?) MARSHA GEE ha conservato tutto il suo segreto.
Nel 1980 un DJ inglese scoprì un acetato di questo travolgente rhythm and blues, basato su un ripetitivo groove di piano e chitarra con una voce femminile roca, sensuale, sfacciata e un testo che invita ad un nuovo ballo, il Peanut Duck (come era in voga nei 60's, con il Jerk, il Twist, il Boogaloo etc), "There's a brand new dance, yeah/ That's sweeping the nation, yeah", spiegandone vagamente le mosse.
Ma concludendo con un delirante finale "Quack, quack, quackgiggy, quackgiggy, brrrrrrrrr, quack, quack, giggy, giggy, gi-gi-gi-giggy-gooma, gi-gi-gi-gi-gi quackgiggy, quackgiggy, gi-gig-goom, gi-gig-goom, gi-gig-goom-goom".
Il DJ lo attribuì ad una fantomatica Marsha Gee (che esisteva, avendo registrato un 45 giri, ma con tutt'altra voce) sapendo, come unica informazione, che era stato inciso nel 1965 a Filadelfia al Virtue Sound Studios e mai utilizzato.
Un nome fittizio per stamparlo su bootleg (per la inesistente Joker Records) e utilizzarlo (e venderlo) nelle serate.
Solo nel 2005 il singolo è uscito ufficialmente per la Penniman Records (con un'ammiccante copertina) e incluso successivamente nella compilation della Rhino Records, "Girl Group Sounds: One Kiss Can Lead to Another".
Il mistero rimane inviolato (un'artista famosa che non ha voluto accostare il proprio nome a un brano così bizzarro? una turnista ? una cantante occasionale ? chi ha suonato ? chi l'ha composto ?).
PEANUT DUCK
There's a brand new dance
That's sweeping the nation
The peanut duck is the new sensation
You can do the monkey
And the cool jerk too
But the peanut duck is a danger too
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Now listen close
I'm gonna tell you all
How to do the peanut duck
Flap your arms like a duck
High and low
Move your neck like a duck
Fast or slow
You can really do it
So let's get to it
Keeping the groove
Can really move
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Everybody's doing the peanut duck
The shing-a-ling ain't the thing
Quack quack...peanut duck
Ne ha rifatta una discreta cover King Khan & His Sensational Shrines : https://www.youtube.com/watch?v=07iq_4h998w
Dal vivo lo hanno riproposto anche le 2010 DollSquad e i Nairobi Trio.
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giovedì, gennaio 25, 2024
Gil Scott Heron - The subject was faggots
Gil Scott Heron - The subject was faggots
https://www.youtube.com/watch?v=h2KZ7jaTb68
Probabilmente il brano e il testo più controversi della carriera di GIL SCOTT HERON.
Tratto dall'album d'esordio del 1970, Small Talk at 125th and Lenox, è un attacco sprezzante e omofobo alla comunità queer e omosessuale.
Da una parte potrebbe essere derubricato a una interpretazione non personale di un comune discorso di chi disprezza le differenze sessuali.
In questo senso alcuni critici lo considerano come una voluta provocazione per indurre alla riflessione sul tema.
Ma pare invece evidente che Gil affronti il tema in prima persona, ironizzando pesantemente sui “froci” (come li definisce), partendo dal presupposto diffuso nella comunità nera dell'epoca, soprattutto nell'ala più politica, che l'omosessualità fosse un' “attitudine controrivoluzionaria” che indeboliva la lotta per la conquista dei propri diritti e del potere.
Il maschilismo (parliamo del 1970) era ovunque nel mondo la normalità e le conquiste per le comunità gay ancora difficili, ardue e pericolose (anche e soprattutto fisicamente). L'omosessualità e la discriminazione nei suoi confronti non aveva ancora una dimensione politica ma era confinata alla definizione di “anomalia” sociale se non come malattia.
Giova ricordare anche che l'autore aveva 21 anni e ancora in fase di formazione e costruzione politico/ideologica.
D'altra parte Gil Scott Heron è sempre stato adamantino sui suoi errori: "Se devi pagare per tutte le cose brutte che hai fatto... mi aspetta un conto salato."
Il testo racconta in modo molto sgradevole ciò che ha visto all'ingresso di un locale gay dove si ballava.
Solo il cartello all'ingresso lo dissuade dall'entrare.
Il brano, voce e percussioni si chiude con un discutibilmente ironico:
"Se non ci fosse stato il cartello sulla porta con scritto 'Faggot Ball', forse sarei entrato, e Dio solo sa cosa sarebbe successo".
Garry Mullholland su “Uncut” suggerisce un'ulteriore approfondimento:
“Come molti radicali neri dell'epoca, il giovane Heron non era un liberale, e l'abisso tra il suo sé più e quello meno illuminato suggerisce una psiche fratturata con cui si è rivelato difficile convivere.”
Un'ultima osservazione mutuata da un forum sul web (non firmata):
“Faggot era un epiteto fin troppo comune, anche (e soprattutto nei) gruppi della Nuova Sinistra.
L’attivismo e l’avanguardia negli anni Sessanta erano convenzionalmente macho e il linguaggio omofobico e sessista era la norma. Sarebbe stato eccezionale se Gil non avesse usato quelle parole, anche se, come ho sottolineato all'inizio, uno dei pochissimi attivisti della Nuova Sinistra/Potere Nero (che non era associato alla Liberazione delle Donne, per dire) ad affermare la Liberazione Gay, era Huey Newton- che pure deve aver fatto parte dell'ispirazione artistica di Heron.
Tuttavia, ascoltandolo meglio, avverto un senso di stupore e meraviglia nella sua inflessione. Sento sicuramente qualcosa di beffardo, ma anche qualcosa di affascinato. Evoca un erotismo che a volte è alla base dell'omofobia: la paura della seduzione. Tuttavia, non è spaventato e sembra troppo sfumato per essere disgustato.
La risata (che si sente di Gil) sembra più imbarazzata che beffarda, e la sua introduzione nervosa e ridente ha questo tipo di vulnerabilità che può essere descritta solo come vergogna.
Il discorso è molto più diretto, ma poi li descrive in modo quasi amorevole. Sembra qualcosa che potrebbe provenire da un artista gay con una profonda conoscenza dei meccanismi interni della vita gay.”
The subject was faggots
We'd like to do a poem, if I can find it
Called, called "The subject was faggots"
Wait a minute. Yeah, yeah, Charlie's arms can hold out we're gonna do it
Because it came up one night
When I caught myself going to a dance
Going to a dance that was being held on 34th street 8th avenue
I'm sure you're all aware, what famous, what famous dance houses they have there
And I was standing outside, not being cool huh
Trying to find out who was going to go in, you know, that I'd figure I'd be able to talk to
And they were holding a faggot ball in the next half of the building
So I got kinda confused and I had to sit down and write this poem
The subject was faggots
And the quote was
Ain't nothing happening but
Faggots and dope
Faggots and dope
Faggots and faggots and faggots
Who lying
Dot, dot, dot, dot, dot
Like that
34th street and 8th avenue
Giggling and grinning and prancing and shit
Trying their best to see the
Misses and miseries and miscellaneous misfits
Who were just about to attend the faggot ball
Faggots who had come to ball
Faggots who had come to ball
Faggots who were balling
Because they could not get their balls inside the faggot hall
Balling, balling, ball-less, faggots
Cutie, cootie and snootie faggots
I mean you just had to dig it
To dig itThe crowning attraction being the arrival
Of Miss Brooklyn
Looking like a half-act in a miniskirt
With swan feathers covering his or her, uh, its pectorals and balls
As she, uh, he, uh, it
Prepared to enter the faggot ball
But sitting on the corner, digging all that I did
As I did
Long, long, black limousines
And long, flowing evening gowns
Had there been no sign on the door saying
"Faggot ball"
I might have entered
And God only knows just what would have happenedThe subject was faggots
I'm glad you made it, Charlie, I'm glad you made it
https://www.youtube.com/watch?v=h2KZ7jaTb68
Probabilmente il brano e il testo più controversi della carriera di GIL SCOTT HERON.
Tratto dall'album d'esordio del 1970, Small Talk at 125th and Lenox, è un attacco sprezzante e omofobo alla comunità queer e omosessuale.
Da una parte potrebbe essere derubricato a una interpretazione non personale di un comune discorso di chi disprezza le differenze sessuali.
In questo senso alcuni critici lo considerano come una voluta provocazione per indurre alla riflessione sul tema.
Ma pare invece evidente che Gil affronti il tema in prima persona, ironizzando pesantemente sui “froci” (come li definisce), partendo dal presupposto diffuso nella comunità nera dell'epoca, soprattutto nell'ala più politica, che l'omosessualità fosse un' “attitudine controrivoluzionaria” che indeboliva la lotta per la conquista dei propri diritti e del potere.
Il maschilismo (parliamo del 1970) era ovunque nel mondo la normalità e le conquiste per le comunità gay ancora difficili, ardue e pericolose (anche e soprattutto fisicamente). L'omosessualità e la discriminazione nei suoi confronti non aveva ancora una dimensione politica ma era confinata alla definizione di “anomalia” sociale se non come malattia.
Giova ricordare anche che l'autore aveva 21 anni e ancora in fase di formazione e costruzione politico/ideologica.
D'altra parte Gil Scott Heron è sempre stato adamantino sui suoi errori: "Se devi pagare per tutte le cose brutte che hai fatto... mi aspetta un conto salato."
Il testo racconta in modo molto sgradevole ciò che ha visto all'ingresso di un locale gay dove si ballava.
Solo il cartello all'ingresso lo dissuade dall'entrare.
Il brano, voce e percussioni si chiude con un discutibilmente ironico:
"Se non ci fosse stato il cartello sulla porta con scritto 'Faggot Ball', forse sarei entrato, e Dio solo sa cosa sarebbe successo".
Garry Mullholland su “Uncut” suggerisce un'ulteriore approfondimento:
“Come molti radicali neri dell'epoca, il giovane Heron non era un liberale, e l'abisso tra il suo sé più e quello meno illuminato suggerisce una psiche fratturata con cui si è rivelato difficile convivere.”
Un'ultima osservazione mutuata da un forum sul web (non firmata):
“Faggot era un epiteto fin troppo comune, anche (e soprattutto nei) gruppi della Nuova Sinistra.
L’attivismo e l’avanguardia negli anni Sessanta erano convenzionalmente macho e il linguaggio omofobico e sessista era la norma. Sarebbe stato eccezionale se Gil non avesse usato quelle parole, anche se, come ho sottolineato all'inizio, uno dei pochissimi attivisti della Nuova Sinistra/Potere Nero (che non era associato alla Liberazione delle Donne, per dire) ad affermare la Liberazione Gay, era Huey Newton- che pure deve aver fatto parte dell'ispirazione artistica di Heron.
Tuttavia, ascoltandolo meglio, avverto un senso di stupore e meraviglia nella sua inflessione. Sento sicuramente qualcosa di beffardo, ma anche qualcosa di affascinato. Evoca un erotismo che a volte è alla base dell'omofobia: la paura della seduzione. Tuttavia, non è spaventato e sembra troppo sfumato per essere disgustato.
La risata (che si sente di Gil) sembra più imbarazzata che beffarda, e la sua introduzione nervosa e ridente ha questo tipo di vulnerabilità che può essere descritta solo come vergogna.
Il discorso è molto più diretto, ma poi li descrive in modo quasi amorevole. Sembra qualcosa che potrebbe provenire da un artista gay con una profonda conoscenza dei meccanismi interni della vita gay.”
The subject was faggots
We'd like to do a poem, if I can find it
Called, called "The subject was faggots"
Wait a minute. Yeah, yeah, Charlie's arms can hold out we're gonna do it
Because it came up one night
When I caught myself going to a dance
Going to a dance that was being held on 34th street 8th avenue
I'm sure you're all aware, what famous, what famous dance houses they have there
And I was standing outside, not being cool huh
Trying to find out who was going to go in, you know, that I'd figure I'd be able to talk to
And they were holding a faggot ball in the next half of the building
So I got kinda confused and I had to sit down and write this poem
The subject was faggots
And the quote was
Ain't nothing happening but
Faggots and dope
Faggots and dope
Faggots and faggots and faggots
Who lying
Dot, dot, dot, dot, dot
Like that
34th street and 8th avenue
Giggling and grinning and prancing and shit
Trying their best to see the
Misses and miseries and miscellaneous misfits
Who were just about to attend the faggot ball
Faggots who had come to ball
Faggots who had come to ball
Faggots who were balling
Because they could not get their balls inside the faggot hall
Balling, balling, ball-less, faggots
Cutie, cootie and snootie faggots
I mean you just had to dig it
To dig itThe crowning attraction being the arrival
Of Miss Brooklyn
Looking like a half-act in a miniskirt
With swan feathers covering his or her, uh, its pectorals and balls
As she, uh, he, uh, it
Prepared to enter the faggot ball
But sitting on the corner, digging all that I did
As I did
Long, long, black limousines
And long, flowing evening gowns
Had there been no sign on the door saying
"Faggot ball"
I might have entered
And God only knows just what would have happenedThe subject was faggots
I'm glad you made it, Charlie, I'm glad you made it
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