RADIO DAYS - Off The Record
Continua imperterrita la strada dei favolosi Radio Days, alle prese con un nuovo scintillante album, in cui ribadiscono la qualità compositiva che li ha sempre contraddistinti e la personalità del loro sound, pur se consapevole debitore al miglior power pop (ambito in cui non è facile distinguersi con così tanto carattere).
I riferimenti spaziano nel consueto universo dai confini labili del "non genere" in oggetto, dai Sixties a Knack, Big Star, Flamin Groovies fino a Buzzcocks, Undertones, Squeeze, primo Elvis Costello.
Tanta energia, padronanza della materia, freschezza, un vero gioiello.
THE TEMPONAUTS - The Summer Rain Archive
Terzo album, in più di vent'anni di attività, per la band piacentina, che meriterebbe cento volte più di quello che ha raccolto in carriera, in virtù di un sound abbracciato con sincera passione quando in pochi ancora lo consideravano.
Il loro jingle jangle rock, che parte da Byrds e Love, ha sempre avuto un taglio personale, con ritmiche incisive e un'attitudine mutuata dal garage punk.
E' la ricetta che ritroviamo in questi dodici magnifici brani autografi che splendono di vitalità, dinamismo, spontaneità, genuinità.
Eccellente.
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giovedì, settembre 03, 2026
Radio Days - Off the Record
Temponauts -
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martedì, luglio 28, 2026
The Tony Williams Lifetime: Emergency! + Turn It Over
Sono stati ristampati i primi due album della TONY WILLIAMS LIFETIME, esperienza solista dell'ex batterista di Miles Davis (nel favoloso quartetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock e Ron Carter).
Nel doppio "Emergency!" del 1969 al suo fianco ci sono John McLaughling alla chitarra e Larry Young all'organo.
Viene considerato uno dei primi esempi di fusion.
Il mood è sperimentale, duro e aspro, ricco di distorsioni (con uno sguardo ai suoni visionari/psichedelici di Jimi Hendrix), volutamente dissonante e con un approccio avanguardista.
Si spinge ancora più in là in "Turn It Over" del 1970.
Alla band si unisce l'ex Cream Jack Bruce, al basso (alla voce in "One Word" uscito come singolo a supporto dell'album).
Il sound vira più sul rock caotico (Williams lo definì il suo "Kick Out The Jams" degli Mc5!), spesso intriso di rock blues e proto prog (vedi "Vuelta Abajo", firmata da Williams).
Oltre che dalla band i brani sono di Chick Corea, John Coltrane, Jobim/Vinicius De Moraes.
Un lavoro quasi feroce, di qualità eccelsa.
A Famous Blues 1970 | Beat-Club
https://www.youtube.com/watch?v=cNfy3Urhtsc&list=RDcNfy3Urhtsc&start_radio=1
Nel doppio "Emergency!" del 1969 al suo fianco ci sono John McLaughling alla chitarra e Larry Young all'organo.
Viene considerato uno dei primi esempi di fusion.
Il mood è sperimentale, duro e aspro, ricco di distorsioni (con uno sguardo ai suoni visionari/psichedelici di Jimi Hendrix), volutamente dissonante e con un approccio avanguardista.
Si spinge ancora più in là in "Turn It Over" del 1970.
Alla band si unisce l'ex Cream Jack Bruce, al basso (alla voce in "One Word" uscito come singolo a supporto dell'album).
Il sound vira più sul rock caotico (Williams lo definì il suo "Kick Out The Jams" degli Mc5!), spesso intriso di rock blues e proto prog (vedi "Vuelta Abajo", firmata da Williams).
Oltre che dalla band i brani sono di Chick Corea, John Coltrane, Jobim/Vinicius De Moraes.
Un lavoro quasi feroce, di qualità eccelsa.
A Famous Blues 1970 | Beat-Club
https://www.youtube.com/watch?v=cNfy3Urhtsc&list=RDcNfy3Urhtsc&start_radio=1
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venerdì, luglio 17, 2026
The Free Spirits - Out of Sight and Sound
Spesso indicato come album precursore del jazz rock, "Out of Sight and Sound" fu registrato dalla band americana dei FREE SPIRITS nel 1966 e pubblicato nel 1967.
Effettivamente il chitarrista Larry Coryell farà poco dopo fortuna a fianco di mostri sacri come Miles Davis, John McLaughlin, Chick Corea, Charles Mingus, Wayne Shorter, Miroslav Vitouš, Billy Cobham, Al Di Meola, Paco de Lucía, il saxofonista Jim Pepper suonerà con Don Cherry, Naná Vasconcelos, John Scofield mentre il batterista Bob Moses si dividerà in decine di altri progetti affini al jazz.
L'album è un ibrido tra garage, proto psichedelia, post beat, blues e vari elementi jazz, non lontano dal sound già proposto l'anno precedente dalla Graham Bond Organization e poco dopo dai Colosseum.
La band fu profondamente delusa dalla resa della registrazione che "non aveva nulla a che fare con ciò che era veramente il gruppo...tutti odiavamo il disco".
In effetti dall'album live stampato dalla Sunbeam "Live at the Scene - February 22nd 1967" si intuisce come il gruppo fosse meno pop e più indirizzato verso un mood sperimentale.
Rimane comunque un ottimo lavoro, particolarmente originale e distintivo per il periodo.
Per l'ascolto:
https://www.youtube.com/watch?v=atKTl8K0jWU&list=PLwGTKZ6uNxXnbPn-qlKLFLrbNZ8AElogN
Thanx Paul Musu
Effettivamente il chitarrista Larry Coryell farà poco dopo fortuna a fianco di mostri sacri come Miles Davis, John McLaughlin, Chick Corea, Charles Mingus, Wayne Shorter, Miroslav Vitouš, Billy Cobham, Al Di Meola, Paco de Lucía, il saxofonista Jim Pepper suonerà con Don Cherry, Naná Vasconcelos, John Scofield mentre il batterista Bob Moses si dividerà in decine di altri progetti affini al jazz.
L'album è un ibrido tra garage, proto psichedelia, post beat, blues e vari elementi jazz, non lontano dal sound già proposto l'anno precedente dalla Graham Bond Organization e poco dopo dai Colosseum.
La band fu profondamente delusa dalla resa della registrazione che "non aveva nulla a che fare con ciò che era veramente il gruppo...tutti odiavamo il disco".
In effetti dall'album live stampato dalla Sunbeam "Live at the Scene - February 22nd 1967" si intuisce come il gruppo fosse meno pop e più indirizzato verso un mood sperimentale.
Rimane comunque un ottimo lavoro, particolarmente originale e distintivo per il periodo.
Per l'ascolto:
https://www.youtube.com/watch?v=atKTl8K0jWU&list=PLwGTKZ6uNxXnbPn-qlKLFLrbNZ8AElogN
Thanx Paul Musu
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venerdì, luglio 10, 2026
Rolling Stones - Foreign Tongues
Ogni nuovo album, canzone, suono che arriva da NOSTRI grandi amori sono un dono.
Di cui, per ovvie ragioni semplicemente anagrafiche e biologiche, a breve non ne potremo più godere.
Prendiamo dunque come tale anche il nuovo album degli STONES, il 25° in studio, ancora una volta vitale, ricco di prestigiosi ospiti (sinceramente abbastanza ininfluenti, da Robert Smith a Paul McCartney, ottimo invece Steve Winwood alle tastiere), della possente produzione di Andrew Watt, di una sfilza impressionante di tecnici del suono e collaboratori di studio.
Il disco è bello, fresco, Stones al 100% (e che altro ci si aspettava?), con le chitarre in grande risalto, la voce di Jagger sempre ad altissimo livello, spazia tra torridi rock 'n' roll, un omaggio al falsetto di "Emotional rescue" ("Jealous Lover"), country ("Ringing Hollow"), l'ultima session con Charlie Watts (e si sente...) nel potentissimo, quasi punk, "Hit Me in the Head", il brano "più Stones" del lotto, la cover di "You Know I'm No Good" di Amy Winehouse (sinceramente trascurabile), il malinconico, al limite dello struggente, Keith Richards che canta "Some Of Us" (con l'Hammod di Benmont Tench della band di Tom Petty in grande evidenza).
Inutile la melensa "Covered In You" (a cui partecipa anche Macca).
Si chiude da dove si è partiti un po' di tempo fa: la cover di "Beautiful Delilah" di Chuck Berry (ripresa anche dai Kinks) in chiave blues.
Mi preme sottolineare, ancora una volta l'enorme lavoro di rifinitura di Ron Wood e l'apporto totale di Andrew Watt come musicista in buona parte dell'album (chitarre, voci, tastiere, percussioni).
PS: a me piace anche l' "Orrenda" copertina.
Grazie, ragazzi, per questo nuovo regalo.
Di cui, per ovvie ragioni semplicemente anagrafiche e biologiche, a breve non ne potremo più godere.
Prendiamo dunque come tale anche il nuovo album degli STONES, il 25° in studio, ancora una volta vitale, ricco di prestigiosi ospiti (sinceramente abbastanza ininfluenti, da Robert Smith a Paul McCartney, ottimo invece Steve Winwood alle tastiere), della possente produzione di Andrew Watt, di una sfilza impressionante di tecnici del suono e collaboratori di studio.
Il disco è bello, fresco, Stones al 100% (e che altro ci si aspettava?), con le chitarre in grande risalto, la voce di Jagger sempre ad altissimo livello, spazia tra torridi rock 'n' roll, un omaggio al falsetto di "Emotional rescue" ("Jealous Lover"), country ("Ringing Hollow"), l'ultima session con Charlie Watts (e si sente...) nel potentissimo, quasi punk, "Hit Me in the Head", il brano "più Stones" del lotto, la cover di "You Know I'm No Good" di Amy Winehouse (sinceramente trascurabile), il malinconico, al limite dello struggente, Keith Richards che canta "Some Of Us" (con l'Hammod di Benmont Tench della band di Tom Petty in grande evidenza).
Inutile la melensa "Covered In You" (a cui partecipa anche Macca).
Si chiude da dove si è partiti un po' di tempo fa: la cover di "Beautiful Delilah" di Chuck Berry (ripresa anche dai Kinks) in chiave blues.
Mi preme sottolineare, ancora una volta l'enorme lavoro di rifinitura di Ron Wood e l'apporto totale di Andrew Watt come musicista in buona parte dell'album (chitarre, voci, tastiere, percussioni).
PS: a me piace anche l' "Orrenda" copertina.
Grazie, ragazzi, per questo nuovo regalo.
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martedì, giugno 09, 2026
Michael Giles - Shadows + Solo
Personaggio molto particolare MICHAEL GILES.
Magnifico batterista nel capolavoro d'esordio dei KING CRIMSON "In the Court of the Crimson King" del 1969 e nel successivo, altrettanto valido per quanto spessao sottovalutato "In the Wake of Poseidon" dell' anno successivo.
Ma già protagonista in "The Cheerful Insanity of Giles, Giles and Fripp" con il fratello Peter e Robert Fripp nel 1968, pre King Crimson, album colpevolmente dimenticato ma gustosissimo tra psichedelia, sprazzi folk e proto prog.
Alla fine del 1970 pubblica un altro delizioso lavoro, sempre dalle tinte psichedeliche con un taglio spesso Beatlesiano, "McDonald and Giles" in coppia con Ian McDonald, tastierista dei King Crimson (e il fido fratello Peter al basso, oltre Steve Winwood nell'iniziale suite di 11 minuti).
Il suo è un drumming molto complesso, ricco di sfumature jazz, spesso spezzettato.
Collabora successivamente con Leo Sayer, l'ex Genesis Anthony Philips, Kevin Ayers, Penguin Cafe Orchestra, Bryan Ferry, Neil Sedaka, Greg Lake e il solo di Roger Glover dei Deep Purple, il notevole "The Butterfly Ball and the Grasshopper's Feast" del 1974.
Nel frattempo ha continuato a registrare privatamente, collezionando percussioni di recupero in cucine, giardini e garage.
Shadows / Solo è il suo primo disco dal 2001 e, a 84 anni, ha deciso di riascoltare il mare di materiale registrato e di metterlo a disposizione del suo pubblico.
"Solo" è un disco folle.
Nasce da una session del 2012 con altri musicisti, riascoltata nel 2025 e a cui Giles ha deciso di togliere tutti gl ialtri strumentiu, lasciando solo le sue percussioni di fortuna e la batteria.
Ovviamente è pura sperimentazione, piuttsoto fine a se stessa.
Altra cosa "Shadows", con Jakko Jakszyk chitarrista a lungo con i King Crimson, Ian McDonald a flauto e sax e Geoffrey Richardson, mandolini e fitai già con Caravan, Kevin Ayers e Spirogyra. Percussioni "di recupero" protagoniste ma anche musica, canto, tra fusion, prog e sperimentazione.
Non mi risulta di aver mai avuto alcuna conoscenza di una tradizione o di ensemble di percussioni di recupero.
Volevo che la mia musica avesse più consistenza, colore e suoni insoliti che non si trovavano facilmente altrove se non in casa, in giardino e in garage. Inoltre, le percussioni di recupero e gli oggetti trovati non costano nulla e sono esenti da IVA.
Ogni percussione di recupero ha un suono e una nota fondamentale unici, che la rendono totalmente originale e impossibile da copiare.
Per me tutti questi suoni sono emozionanti e divertenti da suonare: spesso possono risultare intriganti e misteriosi o buffi a seconda del contesto musicale.
Non solo, ma l'utilizzo di oggetti smarriti e ritrovati come strumenti musicali è un modo davvero creativo di riciclare o riutilizzare, vantaggioso sia per gli amanti della musica che per i ciclisti attenti all'ambiente.
Magnifico batterista nel capolavoro d'esordio dei KING CRIMSON "In the Court of the Crimson King" del 1969 e nel successivo, altrettanto valido per quanto spessao sottovalutato "In the Wake of Poseidon" dell' anno successivo.
Ma già protagonista in "The Cheerful Insanity of Giles, Giles and Fripp" con il fratello Peter e Robert Fripp nel 1968, pre King Crimson, album colpevolmente dimenticato ma gustosissimo tra psichedelia, sprazzi folk e proto prog.
Alla fine del 1970 pubblica un altro delizioso lavoro, sempre dalle tinte psichedeliche con un taglio spesso Beatlesiano, "McDonald and Giles" in coppia con Ian McDonald, tastierista dei King Crimson (e il fido fratello Peter al basso, oltre Steve Winwood nell'iniziale suite di 11 minuti).
Il suo è un drumming molto complesso, ricco di sfumature jazz, spesso spezzettato.
Collabora successivamente con Leo Sayer, l'ex Genesis Anthony Philips, Kevin Ayers, Penguin Cafe Orchestra, Bryan Ferry, Neil Sedaka, Greg Lake e il solo di Roger Glover dei Deep Purple, il notevole "The Butterfly Ball and the Grasshopper's Feast" del 1974.
Nel frattempo ha continuato a registrare privatamente, collezionando percussioni di recupero in cucine, giardini e garage.
Shadows / Solo è il suo primo disco dal 2001 e, a 84 anni, ha deciso di riascoltare il mare di materiale registrato e di metterlo a disposizione del suo pubblico.
"Solo" è un disco folle.
Nasce da una session del 2012 con altri musicisti, riascoltata nel 2025 e a cui Giles ha deciso di togliere tutti gl ialtri strumentiu, lasciando solo le sue percussioni di fortuna e la batteria.
Ovviamente è pura sperimentazione, piuttsoto fine a se stessa.
Altra cosa "Shadows", con Jakko Jakszyk chitarrista a lungo con i King Crimson, Ian McDonald a flauto e sax e Geoffrey Richardson, mandolini e fitai già con Caravan, Kevin Ayers e Spirogyra. Percussioni "di recupero" protagoniste ma anche musica, canto, tra fusion, prog e sperimentazione.
Non mi risulta di aver mai avuto alcuna conoscenza di una tradizione o di ensemble di percussioni di recupero.
Volevo che la mia musica avesse più consistenza, colore e suoni insoliti che non si trovavano facilmente altrove se non in casa, in giardino e in garage. Inoltre, le percussioni di recupero e gli oggetti trovati non costano nulla e sono esenti da IVA.
Ogni percussione di recupero ha un suono e una nota fondamentale unici, che la rendono totalmente originale e impossibile da copiare.
Per me tutti questi suoni sono emozionanti e divertenti da suonare: spesso possono risultare intriganti e misteriosi o buffi a seconda del contesto musicale.
Non solo, ma l'utilizzo di oggetti smarriti e ritrovati come strumenti musicali è un modo davvero creativo di riciclare o riutilizzare, vantaggioso sia per gli amanti della musica che per i ciclisti attenti all'ambiente.
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lunedì, giugno 01, 2026
Paul McCartney - The Boys of Dungeon Lane
Paul McCartney non teme di fare i conti con il suo fulgido passato.
In questo caso lo riprende dalle radici, dagli anni pre Beatles, ricordando molto tranquillamente e lucidamente, senza troppi afflati nostalgici, quegli anni pionieristici in un concept che si attesta sicuramente tra i suoi migliori lavori solisti.
L'album, 14 canzoni per 47 minuti di musica, non ha mai cedimenti, è corposo, a tratti crudo e ruvido.
Ovvio che non mancano i riferimenti Beatlesiani ("Home To Us" in duetto con Ringo su tutti) ma l'impressione è che ci sia molto dell'approccio 70's rock dei Wings e del primo Paul solista.
La voce talvolta è flebile ma è un tratto congenito alla sua età ed è perfettamente contestuale al Paul 2026.
E' un lavoro da introitare con calma e da valutare nel tempo.
Dopo giorni d'ascolto ripetuto e compulsivo, credo sia un gioiello di rara bellezza.
Si parte con un parlato che poi esplode in un roccioso brano decisamente Wings, con un retaggio "Abbey Road", "As You Lie There", episodio anomalo e sorprendente nella sua complessità compositiva.
Anche "Lost Horizon" va giù duro con un riff rock e incedere ritmico mid tempo.
"Days We Left Behind" è uno dei momenti più alti del disco: ballata acustica, voce sofferente, melodia eccelsa, lo sguardo a tutti questi anni trascorsi.
"Ripples In A Pond" è uno dei rari momenti di scarsa brillantezza, un pop rock abbastanza anonimo.
Si tinge di Wings psichedelici "Mountain Top" con un finale travolgente ultra rock.
Uno dei momenti più particolari dell'album, tanto è invece classica (ma davvero bella) la ballata acustica (chitarra e voce) "Down South", con riferimenti alle prime esperienze pre "Love Me Do" (It was a good way to get to know you / Before we learned to twist and shout).
Anche "We Two", segue le stesse coordinate, ballata semplice e diretta, molto piacevole.
Un rock sferzante, molto energico, riporta i ritmi in alto in "Come Inside" mentre è più riflessiva e decisamente ammaliante l'atmosfera della sinuosa e semi psichedelica "Never Know", uno dei brani migliori.
Più Beatles di "Home To Us" non si poteva fare, con tanto di Ringo a batteria e voce. Brano riuscito, divertente, frizzante.
"Life Can Be Heard" rinnova la passione di Paul per il Vaudeville/swing/anni 20 (a me ricorda la bellisima "Two Magpies" da "Electric Arguments" dei The Fireman con Youth), brano Paul al 100%.
Non lascia segni particolari l'acustica ballad folk blues "Fire Star Of The Night" ma la sofferta e drammatica "Salesman Saint", dedicata ai genitori Jim e Mary ("comes to me speaking words of wisdom Let It Be") lascia senza parole per intensità e incisività.
La conclusione è struggente con la ballad "Momma Gets By", drammatica, malinconica,triste, una sorta di commiato da lacrime.
La produzione di Andrew Watt (da Justin Bieber a Lady Gaga, Post Malone, Miley Cyrus, Elton John, Rolling Stones, Ozzy Osbourne, Pearl Jam, Iggy Pop) è magistrale e assembla alla perfezione uno spettro di influenze ampio e variegato.
Capolavoro?
PS: quando il genio vola troppo in alto: https://www.facebook.com/reel/1004096188734601
In questo caso lo riprende dalle radici, dagli anni pre Beatles, ricordando molto tranquillamente e lucidamente, senza troppi afflati nostalgici, quegli anni pionieristici in un concept che si attesta sicuramente tra i suoi migliori lavori solisti.
L'album, 14 canzoni per 47 minuti di musica, non ha mai cedimenti, è corposo, a tratti crudo e ruvido.
Ovvio che non mancano i riferimenti Beatlesiani ("Home To Us" in duetto con Ringo su tutti) ma l'impressione è che ci sia molto dell'approccio 70's rock dei Wings e del primo Paul solista.
La voce talvolta è flebile ma è un tratto congenito alla sua età ed è perfettamente contestuale al Paul 2026.
E' un lavoro da introitare con calma e da valutare nel tempo.
Dopo giorni d'ascolto ripetuto e compulsivo, credo sia un gioiello di rara bellezza.
Si parte con un parlato che poi esplode in un roccioso brano decisamente Wings, con un retaggio "Abbey Road", "As You Lie There", episodio anomalo e sorprendente nella sua complessità compositiva.
Anche "Lost Horizon" va giù duro con un riff rock e incedere ritmico mid tempo.
"Days We Left Behind" è uno dei momenti più alti del disco: ballata acustica, voce sofferente, melodia eccelsa, lo sguardo a tutti questi anni trascorsi.
"Ripples In A Pond" è uno dei rari momenti di scarsa brillantezza, un pop rock abbastanza anonimo.
Si tinge di Wings psichedelici "Mountain Top" con un finale travolgente ultra rock.
Uno dei momenti più particolari dell'album, tanto è invece classica (ma davvero bella) la ballata acustica (chitarra e voce) "Down South", con riferimenti alle prime esperienze pre "Love Me Do" (It was a good way to get to know you / Before we learned to twist and shout).
Anche "We Two", segue le stesse coordinate, ballata semplice e diretta, molto piacevole.
Un rock sferzante, molto energico, riporta i ritmi in alto in "Come Inside" mentre è più riflessiva e decisamente ammaliante l'atmosfera della sinuosa e semi psichedelica "Never Know", uno dei brani migliori.
Più Beatles di "Home To Us" non si poteva fare, con tanto di Ringo a batteria e voce. Brano riuscito, divertente, frizzante.
"Life Can Be Heard" rinnova la passione di Paul per il Vaudeville/swing/anni 20 (a me ricorda la bellisima "Two Magpies" da "Electric Arguments" dei The Fireman con Youth), brano Paul al 100%.
Non lascia segni particolari l'acustica ballad folk blues "Fire Star Of The Night" ma la sofferta e drammatica "Salesman Saint", dedicata ai genitori Jim e Mary ("comes to me speaking words of wisdom Let It Be") lascia senza parole per intensità e incisività.
La conclusione è struggente con la ballad "Momma Gets By", drammatica, malinconica,triste, una sorta di commiato da lacrime.
La produzione di Andrew Watt (da Justin Bieber a Lady Gaga, Post Malone, Miley Cyrus, Elton John, Rolling Stones, Ozzy Osbourne, Pearl Jam, Iggy Pop) è magistrale e assembla alla perfezione uno spettro di influenze ampio e variegato.
Capolavoro?
PS: quando il genio vola troppo in alto: https://www.facebook.com/reel/1004096188734601
venerdì, maggio 15, 2026
The Masked Marauders
Nel 1969 la rivista Rolling Stone si inventò un bootleg intestato ai THE MASKED MARAUDERS, in cui, sotto falso nome, incidevano insieme Paul McCartney, John Lennon, George Harrison Bob Dylan e Mick Jagger.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.
Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.
Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.
Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.
I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.
La recensione attirò ovviamente l'attenzione del pubblico, desideroso di ascoltare le canzoni (siamo in anni in cui i nomi suddetti sono all'apice della poppolarità) e delle etichette, altrettanto impazienti di pubblicare ufficialmente il materiale.
Il giornalista Greil Marcus Marcus e il direttore di Rolling Stone, Langdon Winner, reclutarono così la Cleanliness and Godliness Skiffle Band, un gruppo di Berkeley, in California, che aveva pubblicato un album l'anno precedente che registrò una serie di canzoni, imitando alla perfezione le voci dei presunti partecipanti.
Nel novembre 1969, la Warner pubblicò l'album che vendette più di 100.000 copie, trascorse 12 settimane nella classifica degli album di Billboard, raggiungendo il picco al numero 114.
Nell'album e nelle note promozionali era contenuti diversi indizi su una possibile burla, tanto che alla fine i protagonisti dello scherzo furono particolarmente sorpresi che così tante persone avessero preso sul serio il disco.
I nove brani sono genericamente di scarso valore, con alcuni brevi intermezzi goliardici, una lunga versione di "Season of the Witch" di Donovan e l'iniziale "I can't Get No Nookie" cantata da "Jagger" (sfido a trovare le differenze vocali con l'originale) molto ben fatta, funk rock e credibile. Più bella e interessante l'idea della musica.
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lunedì, maggio 11, 2026
Kneecapp - Fenian
Una recensione approfondita a cura del nostro collaboratore Michele Savini di uno degli album più importanti dell'anno, "Fenian" dei Kneecapp.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
martedì, aprile 28, 2026
Paul Weller - Weller At The BBC Vol.2
Torna il super prolifico PAUL WELLER con il secondo volume delle sue apparizioni alla BBC (il primo uscito nel 2008 con registrazioni dal 1990 al 2008). Contiene 48 canzoni (dal 2008 al 2024), che, come sempre, spaziano liberamente e senza particolari vincoli tra Jam, Style Council (tre brani ognuno), la discografia solista (sono diciotto i suoi album in studio) e alcune cover scelte con la consueta cura da grande fan musicale.
Da Days dei Kinks, Time Of The Season degli amati Zombies, un brano di Eddie Floyd a suggello della sua passione per la black music, un sorprendente omaggio a Billie Eilish con What Was I Made For?, una canzone di Denny Laine.
Un ottimo lavoro, si ascolta con immenso piacere, grazie anche alle scelte sempre molto accurate e mai banali.
Emerge quanto il livello compositivo ed emozionale più alto arriva dalle canzoni più vecchie e classiche, sia per una questione meramente nostalgica ma, altrettanto, perché probabilmente il meglio come scrittura lo ha dato tempo fa, continuando poi a fare dischi più che dignitosi ma raramente all'altezza del fulgido passato.
DISC ONE
Si parte con molta dolcezza e quiete con "Gravity" da "True Meanings" per poi sorprendere con "What I made For" di Billie Eilish (che ha scoperto grazie a una figlia che l'ascoltava a ripetizione, trovando la canzone meravigliosa).
Bellissima versione con lap steel, pianoforte e batteria, avvolgente e suadente.
Curiosa e ben riuscita anche la scelta di "One Bright Star" (certo non un capolavoro) da "22 dreams", in versione molto più veloce e ritmata con arrangiamento di archi e di "That Pleasure" da "Fat Pop vol.1" molto energica e jazzy.
"From the Floorboards up" (da "As Is now") è uno dei suoi migliori brani solisti, super elettrica e alla Jam. Versione perfetta.
"Woo See Mama" (da "A kind of Revolution")è un grande e arrembante brano rock soul che trova energia e potenza anche in questa chiave semi acustica.
Assume un'altra veste "Aim High" da "Wake Up the Nation" con solo chitarre acustiche arpeggiate che fa un po' rimpiangere la versioine originale.
"Odessey and Oracle" degli Zombies è stato indicato spesso da Weller come il suo album preferito di sempre. Prende da qui "Time Of the Season", in chiave acustica, riuscendo a darle nuova vita, pur non raggiungendo il groove della band di Rod Argent.
Caotica la già non irresistibile "Drifters" dall'altrettanto scarsino "Sonik Kicks". Trascurabile.
Meglio "Pieces of a Dream" da "Wake Up the Nation", più veloce e psichedelica, quasi Doorsiana, "Movin On" da "True Meanings" di ampio respiro e una rauca e ruvida "That Dangerous Age" ancora da "Sonik Kicks".
Poco da fare e da dire quando esplodono in sequenza "Start!" e "Shout To The Top" registrate nel febbraio 2024 alla BBC Scotland, The Quay Sessions at Alhambra, Dunfermline. Splendide, rivisitate alla perfezione.
Bene "Going My Way" da "Saturn Patterns" e commovente chiusura del primo disco con una sentita ripresa di "Days" una delle più belle canzoni dei Kinks.
DISC TWO
Buona "Rise Up Singing", anonima "Flying Fish", entrambe da "66", dimenticabile "When Your Garden's Overgrown" da "Sonik Kicks", sempre stupendo il groove Northern Soul di "No Tears To Cry" da "Wake Up the Nation", una delle migliori composizioni del Weller solista, durissima "Wake Up the Nation" dall'omonimo album del 2010.
Piano, archi e voce per "Invisible" (da "22 Dreams"), senza lode né infamia "Village" da "On Sunset", "The Cranes Are Back" da "A Kind of a Revolution", "Fat Pop" dall'omonimo album.
Cresce il ritmo nella discreta "Dragonfly" e in "Around The Lake"(entrambi da "Sonik Kicks"). Si torna al passato remote e il livell osi alza nella sempre più che ottima "Foot Of The Mountain" da "Wild Wood".
Arriva poi una cover di "I've Never Found a Girl (To Love Me Like You Do)" di Eddie Floyd (dal suo secondo album del 1960, scritta con Booker T.).
Si sente e comprende bene chi ha il soul nel sangue. Grande interpretazione, ottimo arrangiamento.
Ancora soul, molto contaminato da sferzate rock, in "Have You Made Up Your Mind" da "22 Dreams".
Ancora "Sonik Kicks" con "The Attic", "White Horses" da "Fat Pop" e un salto negli Style Council con "Have You Ever Had It Blue", sempre di grande classe e raffinatezza.
DISC THREE
La lugubre "Aspects" da "True Meanings" apre il terzo album.
Inaspettata "Rip The Pages Up" estratta dalla compilation di rarità "Will Of The People" del 2022, formidabile soul funk che avrebbe meritato maggiore visibilità.
"Cosmic Fringes" apriva con vigore "Fat Pop" e fa ancora una bella figura, "Sea Spray" (da "22 Dreams") passa senza colpo ferire mentre "Boy About Town" da "Sound Affects" dei Jam in veste acustica (con la London Metropolitan Orchestra & Hannah Peel) ti mangia l'anima per quanto è ancora bella.
Da "Saturn Patterns" arriva il roboante quasi grunge di "White Sky".
Ed ecco "Eton Rifles" super elettrica e durissima che spacca tutto.
Cala poi (troppo) la tensione con "I Woke Up" da "66".
Lievissima, quasi eterea, sempre epica, "Wild Wood".
Lo stesso non si può dire della trascurabile "Burn Out" da "66". Poi quella volta che Paul fece il verso a Iggy Pop in "Saturn Patterns" con "Long Time". Buona canzone.
Dallo stesso album la soffice e notturna "These City Streets", piccolo gioiello dimenticato. "Say You Don't Mind" è un altro esempio della passione di Weller per le gemme nascoste. E' il singolo d'esordio di Denny Laine nel 1967, poi ripresa dagli Episode Six, portato al successo da Colin Blunstone degli Zombies nel 1971 e infine proposta qualche volta dal vivo nel tour 72/73 degli Wings (tra le poche canzoni che non cantava Paul McCartney).
Si chiude con il classico "My Ever Changing Moods" (Style Council), versione appena sufficiente, registrata maluccio e con uno degli capolavori solisti di Paul "Broken Stones", unica concessione a "Stanley Road".
Per i Welleriani hardcore ci sono 6 cover, 4 brani ciascuno da "66", "Sonik Kicks", "Fat Pop", "22 Dreams", 3 canzoni da "Saturn Patterns", "True Meanings" e "Wake Up the Nation", 1 da "As Is Now", "A Kind of Revoltion", "On Sunset", "Wild Wood", "Stanley Road", "Will Of the people.
Da Days dei Kinks, Time Of The Season degli amati Zombies, un brano di Eddie Floyd a suggello della sua passione per la black music, un sorprendente omaggio a Billie Eilish con What Was I Made For?, una canzone di Denny Laine.
Un ottimo lavoro, si ascolta con immenso piacere, grazie anche alle scelte sempre molto accurate e mai banali.
Emerge quanto il livello compositivo ed emozionale più alto arriva dalle canzoni più vecchie e classiche, sia per una questione meramente nostalgica ma, altrettanto, perché probabilmente il meglio come scrittura lo ha dato tempo fa, continuando poi a fare dischi più che dignitosi ma raramente all'altezza del fulgido passato.
DISC ONE
Si parte con molta dolcezza e quiete con "Gravity" da "True Meanings" per poi sorprendere con "What I made For" di Billie Eilish (che ha scoperto grazie a una figlia che l'ascoltava a ripetizione, trovando la canzone meravigliosa).
Bellissima versione con lap steel, pianoforte e batteria, avvolgente e suadente.
Curiosa e ben riuscita anche la scelta di "One Bright Star" (certo non un capolavoro) da "22 dreams", in versione molto più veloce e ritmata con arrangiamento di archi e di "That Pleasure" da "Fat Pop vol.1" molto energica e jazzy.
"From the Floorboards up" (da "As Is now") è uno dei suoi migliori brani solisti, super elettrica e alla Jam. Versione perfetta.
"Woo See Mama" (da "A kind of Revolution")è un grande e arrembante brano rock soul che trova energia e potenza anche in questa chiave semi acustica.
Assume un'altra veste "Aim High" da "Wake Up the Nation" con solo chitarre acustiche arpeggiate che fa un po' rimpiangere la versioine originale.
"Odessey and Oracle" degli Zombies è stato indicato spesso da Weller come il suo album preferito di sempre. Prende da qui "Time Of the Season", in chiave acustica, riuscendo a darle nuova vita, pur non raggiungendo il groove della band di Rod Argent.
Caotica la già non irresistibile "Drifters" dall'altrettanto scarsino "Sonik Kicks". Trascurabile.
Meglio "Pieces of a Dream" da "Wake Up the Nation", più veloce e psichedelica, quasi Doorsiana, "Movin On" da "True Meanings" di ampio respiro e una rauca e ruvida "That Dangerous Age" ancora da "Sonik Kicks".
Poco da fare e da dire quando esplodono in sequenza "Start!" e "Shout To The Top" registrate nel febbraio 2024 alla BBC Scotland, The Quay Sessions at Alhambra, Dunfermline. Splendide, rivisitate alla perfezione.
Bene "Going My Way" da "Saturn Patterns" e commovente chiusura del primo disco con una sentita ripresa di "Days" una delle più belle canzoni dei Kinks.
DISC TWO
Buona "Rise Up Singing", anonima "Flying Fish", entrambe da "66", dimenticabile "When Your Garden's Overgrown" da "Sonik Kicks", sempre stupendo il groove Northern Soul di "No Tears To Cry" da "Wake Up the Nation", una delle migliori composizioni del Weller solista, durissima "Wake Up the Nation" dall'omonimo album del 2010.
Piano, archi e voce per "Invisible" (da "22 Dreams"), senza lode né infamia "Village" da "On Sunset", "The Cranes Are Back" da "A Kind of a Revolution", "Fat Pop" dall'omonimo album.
Cresce il ritmo nella discreta "Dragonfly" e in "Around The Lake"(entrambi da "Sonik Kicks"). Si torna al passato remote e il livell osi alza nella sempre più che ottima "Foot Of The Mountain" da "Wild Wood".
Arriva poi una cover di "I've Never Found a Girl (To Love Me Like You Do)" di Eddie Floyd (dal suo secondo album del 1960, scritta con Booker T.).
Si sente e comprende bene chi ha il soul nel sangue. Grande interpretazione, ottimo arrangiamento.
Ancora soul, molto contaminato da sferzate rock, in "Have You Made Up Your Mind" da "22 Dreams".
Ancora "Sonik Kicks" con "The Attic", "White Horses" da "Fat Pop" e un salto negli Style Council con "Have You Ever Had It Blue", sempre di grande classe e raffinatezza.
DISC THREE
La lugubre "Aspects" da "True Meanings" apre il terzo album.
Inaspettata "Rip The Pages Up" estratta dalla compilation di rarità "Will Of The People" del 2022, formidabile soul funk che avrebbe meritato maggiore visibilità.
"Cosmic Fringes" apriva con vigore "Fat Pop" e fa ancora una bella figura, "Sea Spray" (da "22 Dreams") passa senza colpo ferire mentre "Boy About Town" da "Sound Affects" dei Jam in veste acustica (con la London Metropolitan Orchestra & Hannah Peel) ti mangia l'anima per quanto è ancora bella.
Da "Saturn Patterns" arriva il roboante quasi grunge di "White Sky".
Ed ecco "Eton Rifles" super elettrica e durissima che spacca tutto.
Cala poi (troppo) la tensione con "I Woke Up" da "66".
Lievissima, quasi eterea, sempre epica, "Wild Wood".
Lo stesso non si può dire della trascurabile "Burn Out" da "66". Poi quella volta che Paul fece il verso a Iggy Pop in "Saturn Patterns" con "Long Time". Buona canzone.
Dallo stesso album la soffice e notturna "These City Streets", piccolo gioiello dimenticato. "Say You Don't Mind" è un altro esempio della passione di Weller per le gemme nascoste. E' il singolo d'esordio di Denny Laine nel 1967, poi ripresa dagli Episode Six, portato al successo da Colin Blunstone degli Zombies nel 1971 e infine proposta qualche volta dal vivo nel tour 72/73 degli Wings (tra le poche canzoni che non cantava Paul McCartney).
Si chiude con il classico "My Ever Changing Moods" (Style Council), versione appena sufficiente, registrata maluccio e con uno degli capolavori solisti di Paul "Broken Stones", unica concessione a "Stanley Road".
Per i Welleriani hardcore ci sono 6 cover, 4 brani ciascuno da "66", "Sonik Kicks", "Fat Pop", "22 Dreams", 3 canzoni da "Saturn Patterns", "True Meanings" e "Wake Up the Nation", 1 da "As Is Now", "A Kind of Revoltion", "On Sunset", "Wild Wood", "Stanley Road", "Will Of the people.
giovedì, aprile 23, 2026
Dave Mason
La recente scomparsa di DAVE MASON, parziale anima dei primi Traffic, collaboratore di Jimi Hendrix, Wings, George Harrison, Fleetwood Mac, Eric Clapton e tanti altri), ci porta al suo esordio solista del 1970.
Al suo fianco membri di Derek and the Dominoes, Delaney and Bonnie, Jim Capaldi dei Traffic alla batteria, Rita Coolidge e una stampa originale molto curata e particolare.
Un disco tipicamente espressione del tempo, a cavallo tra Sessanta e Settanta, con retaggi del decennio precedenti e il mix di soul, folk, rock e blues dei primi anni di quello nuovo. "World In Changes" potrebbe tranquillamente stare su uno dei primi dischi dei Traffic (manca solo la voce di Steve Winwood), "Only You Know and I Know" e "Waitin' On You" hanno un passo tra Stones, tardi Small Faces e Humble Pie, in "Shouldn't Have Took More Than You Gave" viaggia nel migliore rock soul blues.
Un lavoro ancora molto gradevole da ascoltare per ricordare un eccellente musicista autore per i Traffic di due gioielli come "Hole in My Shoe" e "Feelin' Alright?"
Al suo fianco membri di Derek and the Dominoes, Delaney and Bonnie, Jim Capaldi dei Traffic alla batteria, Rita Coolidge e una stampa originale molto curata e particolare.
Un disco tipicamente espressione del tempo, a cavallo tra Sessanta e Settanta, con retaggi del decennio precedenti e il mix di soul, folk, rock e blues dei primi anni di quello nuovo. "World In Changes" potrebbe tranquillamente stare su uno dei primi dischi dei Traffic (manca solo la voce di Steve Winwood), "Only You Know and I Know" e "Waitin' On You" hanno un passo tra Stones, tardi Small Faces e Humble Pie, in "Shouldn't Have Took More Than You Gave" viaggia nel migliore rock soul blues.
Un lavoro ancora molto gradevole da ascoltare per ricordare un eccellente musicista autore per i Traffic di due gioielli come "Hole in My Shoe" e "Feelin' Alright?"
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Dischi
venerdì, aprile 03, 2026
Help (2)
“The Help Album”, uscì nel 1995 a cura di War Child per raccogliere fondi destinati ai bambini che vivevano nelle aree devastate dalla guerra, in particolare nei Balcani. Partecipò il fior fiore della scena britannica: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, Massive Attack, Portishead, Charlatans e Chemical Brothers insieme, gli Smokin Mojo Filters ovvero Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller, alle prese con “Come Together” .
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
Un album che ebbe una storia soprattutto artistica a sé, non mera compilation ma un contributo attivo da parte dei partecipanti che contribuì a raccogliere milioni di sterline.
Il secondo capitolo esce con le medesime particolarità ed è in funzione di raccolta fondi per i bambini di Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.
Il produttore James Ford ha occupato per una settimana gli Abbey Road Studios, portando con sé un altro parterre di artisti interessantissimi, spesso in diretta collaborazione.
Ne esce un album ricchissimo di piccole gemme, che splendono per la loro esclusività e unicità.
A partire dal nuovo brano degli Arctic Monkeys, che prosegue lo stile "crooner" delle ultime produzioni e dalla successiva unione di Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines DC e Kae Tempest, sorprendente per costruzione compositiva, sorta di breve operettta, vetta dell'album.
Beth Gibbons ci delizia con una versione oppiacea di "Sunday Morning" dei Velvet Underground.
Coraggiosa e riuscita la cover di "Universal Soldier" di Buffy Saint marie ripresa dai Depeche Mode.
Bravi gli Ezra Collective con il reggae di "Helicopters", ottima la rilettura dei Fontaines DC di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, potentissimi i Pulp con il rock quasi punk sparatissimo di "Begging for change".
I brani sono 23, prevalentemente di taglio semiacustico, contemplativo, lento.
L'operazione ha finalità nobili, la musica è davvero eccellente.
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mercoledì, marzo 25, 2026
Tullio De Piscopo - Suonando la batteria moderna
Nel 1974 TULLIO DE PISCOPO, reduce dalle esperienze con il Franco Cerri Quartet e Quintet e una delle nuove incarnazioni dei disciolti New Trolls, il New Trolls Atomic Ssytem, incide per la Vedette un album particolarissimo, Suonando la batteria moderna, in cui esegue 14 brani di media lunghezza (2/3 minuti) di sola batteria, con vari tempi, ritmi, atmosfere, dai titoli piuttosto espliciti (Medium Rock, Krupa swing, Dodiciottavi, Samba lento, Afro-jazz, Fast Afro Samba).
Un lavoro sperimentale e sicuramente originale che si caratterizza per l'incredibile tecnica strumentale di De Piscopo e per l'altissima qualità della registrazione.
Stampato in poche copie e, si presume, dallo scarso appeal commerciale, scomparve presto dalla circolazione, diventando però ricercatissimo dai DJ e produttori per ricavarne campionamenti dalla perfetta resa sonora.
Anche le successive ristampe non sono facilissime da trovare.
Un lavoro sperimentale e sicuramente originale che si caratterizza per l'incredibile tecnica strumentale di De Piscopo e per l'altissima qualità della registrazione.
Stampato in poche copie e, si presume, dallo scarso appeal commerciale, scomparve presto dalla circolazione, diventando però ricercatissimo dai DJ e produttori per ricavarne campionamenti dalla perfetta resa sonora.
Anche le successive ristampe non sono facilissime da trovare.
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martedì, marzo 24, 2026
AA.VV. - Rane’n’Roll Reloaded
Iniziativa che invito TUTTI/E a sostenere il più possibile.
Con grande rammarico, invitati a partecipare con i Not Moving, abbiamo dovuto declinare per questioni tecnico/logistiche.
Joe Perrino & the Mellowtones arrivavano dalla Sardegna con una miscela di beat e punk ma con anche un'anima cantautorale, a livello compositivo, che li rendeva particolarmente originali. Hanno lasciato un solo album, "Rane'n'Roll", nel 1988.
Dopo lo scioglimento il leader Joe Perrino proseguì per altre strade fino ai nostri giorni, funestati da un grave incidente che lo ha coinvolto nel 2023 e costretto su una sedia a rotelle ma, come da sempre indomito, ha ripreso a tornare su un palco, a fare progetti, dischi, concerti.
L'amico Giuseppe Pionca si è fatto carico di dargli una mano e un sostegno, allestendo il rifacimento dell'album di Joe Perrino & the Mellowtones.
All'iniziativa hanno aderito fior di musicisti e artisti, ridando vita e nuova linfa alle canzoni del disco, evidenziando come, a livello di scrittura, si prestassero alle più svariate interpretazioni stilistiche, facendo dell'album un vero e proprio gioiello musicale.
L’album in versione vinile, in edizione limitata, è disponibile scrivendo a
ranenrollreloaded@gmail.com
oppure tramite i social alla voce
Rane’n’Roll Reloaded di Joe Perrino & The Mellowtones
La scaletta
The Mellowtones feat. Pierpaolo Capovilla
Alpha Centauri
Michele Taras feat. Carlo Cuccureddu & guests
Burt lo squalo
Sikitikis
Re della spiaggia
Tre Allegri Ragazzi Morti
Rane‘n’roll
Gianfranco Liori + Serena Locci feat. Ricky Verano
A braccia aperte
Gianni Maroccolo + Antonio Aiazzi + Andrea Chimenti + Paolo Fresu + Iosonouncane
Luci sull’acqua
Giovanni Ferrario + Hugo Race
Eternità
Giorgio Canali e Rossofuoco feat. Freddie Williams
Alleluya
Teho Teardo + Susanna Bua
Foresta di pietra
Dorian Gray feat. Davide Catinari + Samuele Dessì + Raoul Moretti + Emilio Capalbo
Incubo
Gamaar feat. gianCarlo Onorato
Danza degli spettri
Helter Bomb Shelter sono: Filippo Siddi + Arnaldo Pontis + Massimo Gentile + Marco Mancini + Gianfranco Liori + Flavio Piga + Valentino Murru + Giuseppe Pionca
Mi sento felice
Joe Perrino & the Mellowtones arrivavano dalla Sardegna con una miscela di beat e punk ma con anche un'anima cantautorale, a livello compositivo, che li rendeva particolarmente originali. Hanno lasciato un solo album, "Rane'n'Roll", nel 1988.
Dopo lo scioglimento il leader Joe Perrino proseguì per altre strade fino ai nostri giorni, funestati da un grave incidente che lo ha coinvolto nel 2023 e costretto su una sedia a rotelle ma, come da sempre indomito, ha ripreso a tornare su un palco, a fare progetti, dischi, concerti.
L'amico Giuseppe Pionca si è fatto carico di dargli una mano e un sostegno, allestendo il rifacimento dell'album di Joe Perrino & the Mellowtones.
All'iniziativa hanno aderito fior di musicisti e artisti, ridando vita e nuova linfa alle canzoni del disco, evidenziando come, a livello di scrittura, si prestassero alle più svariate interpretazioni stilistiche, facendo dell'album un vero e proprio gioiello musicale.
L’album in versione vinile, in edizione limitata, è disponibile scrivendo a
ranenrollreloaded@gmail.com
oppure tramite i social alla voce
Rane’n’Roll Reloaded di Joe Perrino & The Mellowtones
La scaletta
The Mellowtones feat. Pierpaolo Capovilla
Alpha Centauri
Michele Taras feat. Carlo Cuccureddu & guests
Burt lo squalo
Sikitikis
Re della spiaggia
Tre Allegri Ragazzi Morti
Rane‘n’roll
Gianfranco Liori + Serena Locci feat. Ricky Verano
A braccia aperte
Gianni Maroccolo + Antonio Aiazzi + Andrea Chimenti + Paolo Fresu + Iosonouncane
Luci sull’acqua
Giovanni Ferrario + Hugo Race
Eternità
Giorgio Canali e Rossofuoco feat. Freddie Williams
Alleluya
Teho Teardo + Susanna Bua
Foresta di pietra
Dorian Gray feat. Davide Catinari + Samuele Dessì + Raoul Moretti + Emilio Capalbo
Incubo
Gamaar feat. gianCarlo Onorato
Danza degli spettri
Helter Bomb Shelter sono: Filippo Siddi + Arnaldo Pontis + Massimo Gentile + Marco Mancini + Gianfranco Liori + Flavio Piga + Valentino Murru + Giuseppe Pionca
Mi sento felice
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venerdì, marzo 20, 2026
Freedom 35's - Groove Your Illusions Vol.1 + intervista
L'amico Michele Savini ci riporta in terra d'Irlanda con il nuovo singolo di una brillante band, i Freedom 35's, alle prese con il tipico sound Hammond Beat debitore a James Taylor Quartet (e gli strumentali dei Prisoners), Jimmy Smith, Jimmy McGriff. Un'ottima occasione per una breve intervista conoscitiva.
Dopo una pausa di sei anni, la band torna con “Groove Your Illusions Vol.1”, un nuovo doppio singolo A-side: cosa rappresenta per voi questo ritorno e cosa vi ha spinto a ripartire?
Direi che è un modo per affermare che in realtà non ce ne siamo mai andati e che siamo tornati alla grande, con due brani nuovi ed esplosivi!
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce, quindi quando si è presentata l’occasione di entrare in studio per registrare nuovo materiale, l’abbiamo colta al volo. Un ringraziamento speciale a Steve Fearnley dei Narrow Water Studios!
Questo nuovo singolo sembra puntare molto sul vostro groove: come descrivereste il vostro suono a chi non vi ha mai ascoltato? Ci sono elementi nuovi che lo hanno influenzato rispetto ai vostri lavori precedenti?
Offriamo un esplosivo Deep soul sound che quando lo ascolti non puoi fare a meno di lasciarti andare al groove! Non so se ci siano influenze dirette, ma alcune delle cose che stiamo ascoltando in questo periodo sono: Bo Diddley – Elephant Man, Parlor Greens – Eat Your Greens, Betty Davis – They Say I’m Different, The Karminsky Experience Inc. – Exploration e i primi sei album dei Black Sabbath. Magari qualcosa di tutto questo finirà per influenzare i prossimi brani che scriveremo.
Avendovi visti dal vivo, è evidente che le vostre performance portano la band a un livello diverso rispetto alle registrazioni. In studio cercate di ricreare quella stessa energia o lo vivete come uno spazio completamente diverso, più orientato alla sperimentazione?
In studio registriamo tutti gli strumenti insieme, per cercare di catturare quel suono e quell’energia tipici del live, usando il meno possibile gli overdub. Se avessimo più tempo e budget, sicuramente sperimenteremmo di più anche in studio... ( ride).
Il singolo è co-prodotto insieme a due etichette indipendenti, Fuzzed Up e Soundglasses: come è nata questa collaborazione?
Conosciamo Andy Marke di Fuzzed Up già da diversi anni e, dopo aver partecipato ad alcune delle serate che ha organizzato, ci è sembrato naturale contattarlo per chiedergli se fosse interessato a pubblicare un nostro singolo. Negli ultimi anni Andy è stato molto impegnato con le uscite su Fuzzed Up/Astromoon, ma ha pensato che questo progetto fosse più adatto a una collaborazione con Michele Savini, sotto l’etichetta Fuzzed Up/Soundglasses.
Siamo davvero felici di lavorare con entrambi.
Il vostro suono ha un forte immaginario cinematografico, che richiama i polizieschi italiani degli anni ’70 e atmosfere noir. Se il vostro ultimo singolo fosse la colonna sonora di un film, a quale regista, stile o universo cinematografico lo assocereste?
Forse un film di kung fu diretto da Alex Garland o Sergio Leone! (anche se per lui servirebbe una macchina del tempo!). Per la colonna sonora mi piacerebbe fare qualcosa nello stile di David Axelrod: sarebbe incredibile lavorare con un’orchestra.
State già pensando a nuove uscite? Cosa possono aspettarsi i fan dalla band nei prossimi mesi?
Sì, abbiamo già altri quattro brani pronti. Speriamo di riuscire a pubblicare Groove Your Illusions Vol.2 e Vol.3 entro la fine dell’anno…
Per acquisti e ascolti: https://soundglasses.bandcamp.com/album/groove-your-illusions-vol-1
Dopo una pausa di sei anni, la band torna con “Groove Your Illusions Vol.1”, un nuovo doppio singolo A-side: cosa rappresenta per voi questo ritorno e cosa vi ha spinto a ripartire?
Direi che è un modo per affermare che in realtà non ce ne siamo mai andati e che siamo tornati alla grande, con due brani nuovi ed esplosivi!
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce, quindi quando si è presentata l’occasione di entrare in studio per registrare nuovo materiale, l’abbiamo colta al volo. Un ringraziamento speciale a Steve Fearnley dei Narrow Water Studios!
Questo nuovo singolo sembra puntare molto sul vostro groove: come descrivereste il vostro suono a chi non vi ha mai ascoltato? Ci sono elementi nuovi che lo hanno influenzato rispetto ai vostri lavori precedenti?
Offriamo un esplosivo Deep soul sound che quando lo ascolti non puoi fare a meno di lasciarti andare al groove! Non so se ci siano influenze dirette, ma alcune delle cose che stiamo ascoltando in questo periodo sono: Bo Diddley – Elephant Man, Parlor Greens – Eat Your Greens, Betty Davis – They Say I’m Different, The Karminsky Experience Inc. – Exploration e i primi sei album dei Black Sabbath. Magari qualcosa di tutto questo finirà per influenzare i prossimi brani che scriveremo.
Avendovi visti dal vivo, è evidente che le vostre performance portano la band a un livello diverso rispetto alle registrazioni. In studio cercate di ricreare quella stessa energia o lo vivete come uno spazio completamente diverso, più orientato alla sperimentazione?
In studio registriamo tutti gli strumenti insieme, per cercare di catturare quel suono e quell’energia tipici del live, usando il meno possibile gli overdub. Se avessimo più tempo e budget, sicuramente sperimenteremmo di più anche in studio... ( ride).
Il singolo è co-prodotto insieme a due etichette indipendenti, Fuzzed Up e Soundglasses: come è nata questa collaborazione?
Conosciamo Andy Marke di Fuzzed Up già da diversi anni e, dopo aver partecipato ad alcune delle serate che ha organizzato, ci è sembrato naturale contattarlo per chiedergli se fosse interessato a pubblicare un nostro singolo. Negli ultimi anni Andy è stato molto impegnato con le uscite su Fuzzed Up/Astromoon, ma ha pensato che questo progetto fosse più adatto a una collaborazione con Michele Savini, sotto l’etichetta Fuzzed Up/Soundglasses.
Siamo davvero felici di lavorare con entrambi.
Il vostro suono ha un forte immaginario cinematografico, che richiama i polizieschi italiani degli anni ’70 e atmosfere noir. Se il vostro ultimo singolo fosse la colonna sonora di un film, a quale regista, stile o universo cinematografico lo assocereste?
Forse un film di kung fu diretto da Alex Garland o Sergio Leone! (anche se per lui servirebbe una macchina del tempo!). Per la colonna sonora mi piacerebbe fare qualcosa nello stile di David Axelrod: sarebbe incredibile lavorare con un’orchestra.
State già pensando a nuove uscite? Cosa possono aspettarsi i fan dalla band nei prossimi mesi?
Sì, abbiamo già altri quattro brani pronti. Speriamo di riuscire a pubblicare Groove Your Illusions Vol.2 e Vol.3 entro la fine dell’anno…
Per acquisti e ascolti: https://soundglasses.bandcamp.com/album/groove-your-illusions-vol-1
giovedì, febbraio 19, 2026
Pierre Moerlen's Gong - Downwind
Ho sempre amato gli album solisti dei batteristi virtuosi, spesso autoindulgenti, per esaltare le proprie capacità ma occasionalmente molto interessanti perché lontani dal tratto abituale della band madre.
Avevo recentemente parlato di "Feels Good To Me" di Bill Bruford: https://tonyface.blogspot.com/2025/01/bill-bruford-feels-good-to-me.html
E' stato ristampato in CD "Downwind" di Pierre Moerlen's Gong, album del 1979 del batterista dei Gong, la mitica band di Daevid Allen, lasciata dal leader dopo "You" del 1974. Il batterista ne prese le redini e incise i discreti "Gazeuse", "Shamal" e "Expresso II" più fusion e meno visionari delle precedenti opere, nonostante conservassero il nome della band.
"Downwind" è il primo a nome di Pierre Moerlen's Gong e si addentra in una jazz fusion dal tratto rock, a cui collaborano anche l'ex Stones Mick Taylor, Mike Oldfield, il favoloso Steve Winwood, Didier Lockwood dei Magma.
Oltre al virtuosismo tecnico (mai troppo ostentato) c'è un frequente uso del vibrafono e della marimba a rendere il sound particolarmente originale.
Spettacolare la versione di "Jin-Go-Lo-Ba" di Babatunde Olatunji, già ripresa da Santana nel suo album d'esordio in modo più tribale ma meno efficace.
https://www.youtube.com/watch?v=zUiZsAj3Ack
Avevo recentemente parlato di "Feels Good To Me" di Bill Bruford: https://tonyface.blogspot.com/2025/01/bill-bruford-feels-good-to-me.html
E' stato ristampato in CD "Downwind" di Pierre Moerlen's Gong, album del 1979 del batterista dei Gong, la mitica band di Daevid Allen, lasciata dal leader dopo "You" del 1974. Il batterista ne prese le redini e incise i discreti "Gazeuse", "Shamal" e "Expresso II" più fusion e meno visionari delle precedenti opere, nonostante conservassero il nome della band.
"Downwind" è il primo a nome di Pierre Moerlen's Gong e si addentra in una jazz fusion dal tratto rock, a cui collaborano anche l'ex Stones Mick Taylor, Mike Oldfield, il favoloso Steve Winwood, Didier Lockwood dei Magma.
Oltre al virtuosismo tecnico (mai troppo ostentato) c'è un frequente uso del vibrafono e della marimba a rendere il sound particolarmente originale.
Spettacolare la versione di "Jin-Go-Lo-Ba" di Babatunde Olatunji, già ripresa da Santana nel suo album d'esordio in modo più tribale ma meno efficace.
https://www.youtube.com/watch?v=zUiZsAj3Ack
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lunedì, gennaio 12, 2026
Gaetano Liguori / Giulio Stocchi / Demetrio Stratos - La Cantata Rossa Per Tall El Zaatar
E' stato ristampato da Black Sweat Records lo storico disco, pubblicato nel 1977, devastante testimonianza del massacro di Palestinesi nel campo profughi libanese di Tell al-Zaʿtar avvenuto il 12 agosto 1976, dopo quasi due mesi di assedio, ad opera del Fronte Libanese con qualche migliaio di morti.
La musica grave del grande Gaetano Liguori accompagna le parole drammatiche di Giulio Stocchi.
Demetrio Stratos nella spietata "Amna" esalta tutta la sua creatività e tecnica vocale, con un testo disturbante.
Nel fascicolo inserito nell’album vi è uno scritto di Marcello Lorrai, giornalista di Radio Popolare, che illustra la vicenda.
Disco aspro e duro, quanto mai, per altri motivi, attuale.
https://blacksweat.bandcamp.com/album/la-cantata-rossa-per-tall-el-zaatar
La musica grave del grande Gaetano Liguori accompagna le parole drammatiche di Giulio Stocchi.
Demetrio Stratos nella spietata "Amna" esalta tutta la sua creatività e tecnica vocale, con un testo disturbante.
Nel fascicolo inserito nell’album vi è uno scritto di Marcello Lorrai, giornalista di Radio Popolare, che illustra la vicenda.
Disco aspro e duro, quanto mai, per altri motivi, attuale.
https://blacksweat.bandcamp.com/album/la-cantata-rossa-per-tall-el-zaatar
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mercoledì, dicembre 10, 2025
Gino Paoli - Il mio mestiere
Immerso in un'immagine artistica in bilico tra esistenzialismo e canzone romantica, nel 1977, Gino Paoli spariglia le carte con un album doppio di diciotto canzoni autografe in cui si addentra in tematiche "impegnate", dalla disillusione politica alla difficoltà del mestiere di musicista, consumismo, emarginazione.
C'è una forte vena jazz ma anche pennellate blues, canzone d'autore e influenze latine.
Al suo fianco eccellenze della scena jazz e session men sopraffini come il batterista Gianni Cazzola (che suonò tanto per Mina che per Billie Holiday, Chet Baker, Gerry Mulligan, Dexter Gordon, Lee Konitz, Sarah Vaughan) o il pianista Renato Sellani (Chet Baker, Lee Konitz, Sarah Vaughan, Enrico Rava, Dizzy Gillespie, Tiziana Ghiglioni).
Un lavoro anomalo, soprattutto per l'epoca, ancora ricco di grande fascino ed eccellenti canzoni.
C'è una forte vena jazz ma anche pennellate blues, canzone d'autore e influenze latine.
Al suo fianco eccellenze della scena jazz e session men sopraffini come il batterista Gianni Cazzola (che suonò tanto per Mina che per Billie Holiday, Chet Baker, Gerry Mulligan, Dexter Gordon, Lee Konitz, Sarah Vaughan) o il pianista Renato Sellani (Chet Baker, Lee Konitz, Sarah Vaughan, Enrico Rava, Dizzy Gillespie, Tiziana Ghiglioni).
Un lavoro anomalo, soprattutto per l'epoca, ancora ricco di grande fascino ed eccellenti canzoni.
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venerdì, novembre 14, 2025
Rolling Stones - Black and Blue 50th Anniversary
Può sembrare strano ma "Black and Blue" è il mio album preferito degli STONES, probabilmente sempre per quella sindrome del "primo disco che ho acquistato di loro all'uscita" (aprile 1976).
E' sempre stato considerato un lavoro minore e spesso bistrattato dalla critica.
Eppure contiene una serie di perle di inestimabile valore (da "Hot Stuff" a "Hey Negrita", passando per "Cherry Oh Baby" e "Melody", la "Billy Preston song").
La ristampa presenta i soliti remix 2025 (a cura di Steven Wilson), due ottimi brani scartati, "I Love Ladies" di Jagger/Richards e la cover "Shame Shame Shame" di Shirley & Company. Ci sono tre jam session, preziose a livello documentale, con Jeff Beck e Harvey Mandel, candidati (con Steve marriott e Ron Wood, a sostituire Mick Taylor). Purtroppo decisamente anonime e trascurabili.
Nella confezione deluxe anche sei live del 1976 all'Earls Court Exhibition Centre di Londra.
Il disco Blu-ray contiene una trasmissione televisiva inedita dello spettacolo degli Stones del 1976 a Les Abattoirs di Parigi
Eppure contiene una serie di perle di inestimabile valore (da "Hot Stuff" a "Hey Negrita", passando per "Cherry Oh Baby" e "Melody", la "Billy Preston song").
La ristampa presenta i soliti remix 2025 (a cura di Steven Wilson), due ottimi brani scartati, "I Love Ladies" di Jagger/Richards e la cover "Shame Shame Shame" di Shirley & Company. Ci sono tre jam session, preziose a livello documentale, con Jeff Beck e Harvey Mandel, candidati (con Steve marriott e Ron Wood, a sostituire Mick Taylor). Purtroppo decisamente anonime e trascurabili.
Nella confezione deluxe anche sei live del 1976 all'Earls Court Exhibition Centre di Londra.
Il disco Blu-ray contiene una trasmissione televisiva inedita dello spettacolo degli Stones del 1976 a Les Abattoirs di Parigi
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lunedì, novembre 10, 2025
Diane Kowa & Piaggio Soul Combination - Allnighter Material (recensione e intervista)
Torna ad incidere la miglior soul band italiana ma che può vantare di avere pochi rivali al mondo, soprattutto dopo l’aggiunta vocale della stupenda Diane Kowa.
Il nuovo album rispetta tutte le aspettative, dopo una serie di lavori sempre a livelli di eccellenza, snocciolando brani autografi di gran classe, fedeli al soul sound più classico, con incursioni nel Northern Soul, rhythm and blues, funk, gospel e blues.
Il tutto suonato e interpretato nel migliore dei modi e con classe cristallina.
Consigliatissimo e ai vertici tra i migliori dischi italiani dell’anno.
Lo trovate qui:
https://www.areapirata.com/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material
Intervista a Marco Piaggesi (voce e tastiere)
1) Domanda da un milione di dollari.
Cosa significa suonare soul music in Italia?
Un genere paradossalmente sempre ascoltato e suonato spesso dagli anni Sessanta in poi (da Rocky Roberts e Lucio battisti fino a Zucchero), raggiungendo la testa delle classifiche ma rimasto bene o male nella nicchia degli appassionati.
Il soul in Italia è tuttora identificato da un pubblico dai millennials in su, come musica da ballo, divertente.
Quindi questa musica trova posto nella programmazione di locali, festival e iniziartive varie. Come downside c'è il fatto che il soul prevede band numerose e quindi trovare degli spazi non è semplice.
2) E’ difficile riprodurre il glorioso soul sound in studio e dal vivo?
Riprodurre il suono di tipo Stax/Atlantic non è difficile, perchè è un suono piuttosto semplice e asciutto.
E' un vero problema, invece, cercare di repllicare il suono della Motown.
Ma più che il suono, il vero problema è replicare il groove, il potere da ballo che quei pezzi hanno. Ci si prova!
3) Come avete trovato la splendida voce di Diane Kowa?
Diane ci è stata presentata da Max, il padrone del Nidaba di Milano, che l'aveva sentita cantare insieme ad un gruppo locale. Gli dobbiamo molto, perchè lei è fantastica.
4) Parlaci un di “Allnighter material”, come sempre un disco potente, intenso, genuino. L'idea era quella di riuscire a fare dei pezzi che potessero essere messi in un soul allnighter mantenendo la pista piena. Infatti, i primi tre pezzi di ogni lato (che sono quelli che suonano meglio), sono quelli con potenziale da ballo. Il pezzo secondo noi, più efficente a questo scopo, lo abbiamo messo nel 45!
5) Siete in giro da un po’, avete avuto buoni riscontri all’estero, con un sound universale come il vostro?
Sì, molte persone all'estero ci apprezzano. Tra i riscontri ricevuti, ci sono filmati del nostro ultimo singolo messo in locali che per chi si intende di Northern Soul, ripagano veramente di ogni sforzo. Noi però non abbiamo ancora fatto tournee fuori dai confoiini nazionali e spero che questo sia il disco buono.
6) Cosa avete in programma per la promozione del nuovo disco?
Date, date, date, date. Suoneremo il più possibile, oltre alle presentazioni del disco. Il singolo sta andando molto bene e questo è incoraggiante.
Il nuovo album rispetta tutte le aspettative, dopo una serie di lavori sempre a livelli di eccellenza, snocciolando brani autografi di gran classe, fedeli al soul sound più classico, con incursioni nel Northern Soul, rhythm and blues, funk, gospel e blues.
Il tutto suonato e interpretato nel migliore dei modi e con classe cristallina.
Consigliatissimo e ai vertici tra i migliori dischi italiani dell’anno.
Lo trovate qui:
https://www.areapirata.com/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material
Intervista a Marco Piaggesi (voce e tastiere)
1) Domanda da un milione di dollari.
Cosa significa suonare soul music in Italia?
Un genere paradossalmente sempre ascoltato e suonato spesso dagli anni Sessanta in poi (da Rocky Roberts e Lucio battisti fino a Zucchero), raggiungendo la testa delle classifiche ma rimasto bene o male nella nicchia degli appassionati.
Il soul in Italia è tuttora identificato da un pubblico dai millennials in su, come musica da ballo, divertente.
Quindi questa musica trova posto nella programmazione di locali, festival e iniziartive varie. Come downside c'è il fatto che il soul prevede band numerose e quindi trovare degli spazi non è semplice.
2) E’ difficile riprodurre il glorioso soul sound in studio e dal vivo?
Riprodurre il suono di tipo Stax/Atlantic non è difficile, perchè è un suono piuttosto semplice e asciutto.
E' un vero problema, invece, cercare di repllicare il suono della Motown.
Ma più che il suono, il vero problema è replicare il groove, il potere da ballo che quei pezzi hanno. Ci si prova!
3) Come avete trovato la splendida voce di Diane Kowa?
Diane ci è stata presentata da Max, il padrone del Nidaba di Milano, che l'aveva sentita cantare insieme ad un gruppo locale. Gli dobbiamo molto, perchè lei è fantastica.
4) Parlaci un di “Allnighter material”, come sempre un disco potente, intenso, genuino. L'idea era quella di riuscire a fare dei pezzi che potessero essere messi in un soul allnighter mantenendo la pista piena. Infatti, i primi tre pezzi di ogni lato (che sono quelli che suonano meglio), sono quelli con potenziale da ballo. Il pezzo secondo noi, più efficente a questo scopo, lo abbiamo messo nel 45!
5) Siete in giro da un po’, avete avuto buoni riscontri all’estero, con un sound universale come il vostro?
Sì, molte persone all'estero ci apprezzano. Tra i riscontri ricevuti, ci sono filmati del nostro ultimo singolo messo in locali che per chi si intende di Northern Soul, ripagano veramente di ogni sforzo. Noi però non abbiamo ancora fatto tournee fuori dai confoiini nazionali e spero che questo sia il disco buono.
6) Cosa avete in programma per la promozione del nuovo disco?
Date, date, date, date. Suoneremo il più possibile, oltre alle presentazioni del disco. Il singolo sta andando molto bene e questo è incoraggiante.
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Le interviste
venerdì, novembre 07, 2025
Wings - Boxset
Contestualmente alla pubblicazione del libro di Paul McCartney, "Wings. Una band in fuga" (per La nave di Teseo), Sir Paul sovraintende l'uscita di una compilation "definitiva" dei WINGS, con 32 brani tratti dai sette album della band e da sei singoli.
Un progetto interessante, durato dal 1971 al 1979, inteso come un gruppo "democratico" ma sostanzialmente (ovviamente) dominato dalla figura di Paul (con l'appogio della moglie Linda).
Non a caso la line up ha avuto varie turbolenze e defezioni (la più clamorosa alla viglia della partenza per la Nigeria per incidere il capolavoro "Band On The Run", quando batterista e chitarrista decisero di restare in Inghilterra, mollando il gruppo all'ultimo momento).
Abitualmente, con poche concessioni, la critica è stata molto severa (spesso ingenerosa) nei confronti di questa esperienza che ha fluttuato tra alti e bassi qualitativi, tra la voglia di sperimentare e l'attaccamento alle classifiche che ha prodotto dischi ibridi, canzoncine mielose e inconsistenti e veri e propri gioielli.
Dopo la mediocre partenza con "Wild Life", nel 1971, il livello è salito con il successivo "Red Rose Speedway" (maggio 1973) e la vetta inarrivabile di "Band On The Run" (dicembre 1973), per chi scrive il miglior album del post Beatles in assoluto.
Riuscito anche "Venus And Mars" (1975) per poi scendere di qualità "con "Wings At The Speed Of Sound" (1976) e "London Town" (1978), piuttosto deboli e chiudere con il confuso "Back To The Egg" (1979) che sancisce la fine della band.
Non dimenticando il triplo live del 1976 "Wings Over America" con 28 brani eseguiti al massimo dell'espressività con cinque concessioni Beatlesiane, ancora rare ai tempi.
L'album più considerato nel box è ovviamente "Band On The Run" con sei brani sui dieci inclusi nella versione originale mentre il resto è trattato con ponderate e centellinate scelte oltre ad alcuni singoli spettacolari e di gran successo.
Evitando le edizioni super costose, un buon modo per portarsi a casa un pezzo di storia del rock, comunque importante.
Un progetto interessante, durato dal 1971 al 1979, inteso come un gruppo "democratico" ma sostanzialmente (ovviamente) dominato dalla figura di Paul (con l'appogio della moglie Linda).
Non a caso la line up ha avuto varie turbolenze e defezioni (la più clamorosa alla viglia della partenza per la Nigeria per incidere il capolavoro "Band On The Run", quando batterista e chitarrista decisero di restare in Inghilterra, mollando il gruppo all'ultimo momento).
Abitualmente, con poche concessioni, la critica è stata molto severa (spesso ingenerosa) nei confronti di questa esperienza che ha fluttuato tra alti e bassi qualitativi, tra la voglia di sperimentare e l'attaccamento alle classifiche che ha prodotto dischi ibridi, canzoncine mielose e inconsistenti e veri e propri gioielli.
Dopo la mediocre partenza con "Wild Life", nel 1971, il livello è salito con il successivo "Red Rose Speedway" (maggio 1973) e la vetta inarrivabile di "Band On The Run" (dicembre 1973), per chi scrive il miglior album del post Beatles in assoluto.
Riuscito anche "Venus And Mars" (1975) per poi scendere di qualità "con "Wings At The Speed Of Sound" (1976) e "London Town" (1978), piuttosto deboli e chiudere con il confuso "Back To The Egg" (1979) che sancisce la fine della band.
Non dimenticando il triplo live del 1976 "Wings Over America" con 28 brani eseguiti al massimo dell'espressività con cinque concessioni Beatlesiane, ancora rare ai tempi.
L'album più considerato nel box è ovviamente "Band On The Run" con sei brani sui dieci inclusi nella versione originale mentre il resto è trattato con ponderate e centellinate scelte oltre ad alcuni singoli spettacolari e di gran successo.
Evitando le edizioni super costose, un buon modo per portarsi a casa un pezzo di storia del rock, comunque importante.
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