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giovedì, gennaio 25, 2024

Gil Scott Heron - The subject was faggots

Gil Scott Heron - The subject was faggots
https://www.youtube.com/watch?v=h2KZ7jaTb68

Probabilmente il brano e il testo più controversi della carriera di GIL SCOTT HERON.

Tratto dall'album d'esordio del 1970, Small Talk at 125th and Lenox, è un attacco sprezzante e omofobo alla comunità queer e omosessuale.
Da una parte potrebbe essere derubricato a una interpretazione non personale di un comune discorso di chi disprezza le differenze sessuali.
In questo senso alcuni critici lo considerano come una voluta provocazione per indurre alla riflessione sul tema.

Ma pare invece evidente che Gil affronti il tema in prima persona, ironizzando pesantemente sui “froci” (come li definisce), partendo dal presupposto diffuso nella comunità nera dell'epoca, soprattutto nell'ala più politica, che l'omosessualità fosse un' “attitudine controrivoluzionaria” che indeboliva la lotta per la conquista dei propri diritti e del potere.

Il maschilismo (parliamo del 1970) era ovunque nel mondo la normalità e le conquiste per le comunità gay ancora difficili, ardue e pericolose (anche e soprattutto fisicamente). L'omosessualità e la discriminazione nei suoi confronti non aveva ancora una dimensione politica ma era confinata alla definizione di “anomalia” sociale se non come malattia.

Giova ricordare anche che l'autore aveva 21 anni e ancora in fase di formazione e costruzione politico/ideologica.
D'altra parte Gil Scott Heron è sempre stato adamantino sui suoi errori: "Se devi pagare per tutte le cose brutte che hai fatto... mi aspetta un conto salato."

Il testo racconta in modo molto sgradevole ciò che ha visto all'ingresso di un locale gay dove si ballava.
Solo il cartello all'ingresso lo dissuade dall'entrare.

Il brano, voce e percussioni si chiude con un discutibilmente ironico:
"Se non ci fosse stato il cartello sulla porta con scritto 'Faggot Ball', forse sarei entrato, e Dio solo sa cosa sarebbe successo".

Garry Mullholland su “Uncut” suggerisce un'ulteriore approfondimento:
“Come molti radicali neri dell'epoca, il giovane Heron non era un liberale, e l'abisso tra il suo sé più e quello meno illuminato suggerisce una psiche fratturata con cui si è rivelato difficile convivere.”

Un'ultima osservazione mutuata da un forum sul web (non firmata):
“Faggot era un epiteto fin troppo comune, anche (e soprattutto nei) gruppi della Nuova Sinistra.
L’attivismo e l’avanguardia negli anni Sessanta erano convenzionalmente macho e il linguaggio omofobico e sessista era la norma. Sarebbe stato eccezionale se Gil non avesse usato quelle parole, anche se, come ho sottolineato all'inizio, uno dei pochissimi attivisti della Nuova Sinistra/Potere Nero (che non era associato alla Liberazione delle Donne, per dire) ad affermare la Liberazione Gay, era Huey Newton- che pure deve aver fatto parte dell'ispirazione artistica di Heron.
Tuttavia, ascoltandolo meglio, avverto un senso di stupore e meraviglia nella sua inflessione. Sento sicuramente qualcosa di beffardo, ma anche qualcosa di affascinato. Evoca un erotismo che a volte è alla base dell'omofobia: la paura della seduzione. Tuttavia, non è spaventato e sembra troppo sfumato per essere disgustato.
La risata (che si sente di Gil) sembra più imbarazzata che beffarda, e la sua introduzione nervosa e ridente ha questo tipo di vulnerabilità che può essere descritta solo come vergogna.
Il discorso è molto più diretto, ma poi li descrive in modo quasi amorevole. Sembra qualcosa che potrebbe provenire da un artista gay con una profonda conoscenza dei meccanismi interni della vita gay.”


The subject was faggots
We'd like to do a poem, if I can find it
Called, called "The subject was faggots"
Wait a minute. Yeah, yeah, Charlie's arms can hold out we're gonna do it
Because it came up one night
When I caught myself going to a dance
Going to a dance that was being held on 34th street 8th avenue
I'm sure you're all aware, what famous, what famous dance houses they have there
And I was standing outside, not being cool huh
Trying to find out who was going to go in, you know, that I'd figure I'd be able to talk to
And they were holding a faggot ball in the next half of the building
So I got kinda confused and I had to sit down and write this poem
The subject was faggots
And the quote was
Ain't nothing happening but
Faggots and dope
Faggots and dope
Faggots and faggots and faggots
Who lying
Dot, dot, dot, dot, dot
Like that
34th street and 8th avenue
Giggling and grinning and prancing and shit
Trying their best to see the
Misses and miseries and miscellaneous misfits
Who were just about to attend the faggot ball
Faggots who had come to ball
Faggots who had come to ball
Faggots who were balling
Because they could not get their balls inside the faggot hall
Balling, balling, ball-less, faggots
Cutie, cootie and snootie faggots
I mean you just had to dig it
To dig itThe crowning attraction being the arrival
Of Miss Brooklyn
Looking like a half-act in a miniskirt
With swan feathers covering his or her, uh, its pectorals and balls
As she, uh, he, uh, it
Prepared to enter the faggot ball
But sitting on the corner, digging all that I did
As I did
Long, long, black limousines
And long, flowing evening gowns
Had there been no sign on the door saying
"Faggot ball"
I might have entered
And God only knows just what would have happenedThe subject was faggots
I'm glad you made it, Charlie, I'm glad you made it

mercoledì, aprile 03, 2019

Black Panthers di Agnes Varda



Un documentario molto interessante e prezioso che la regista Agnes Varda, recentemente scomparsa, girò nell'estate del 1968 ad Oakland in California durante le proteste del BLACK PANTHER PARTY per chiedere la liberazione di uno dei loro fondatori, Huey Newton, accusato di omicidio.

Ci sono le parole degli aderenti, dello stesso Newton, del leader Stokely Carmichael, dell'attivista Kathleen Cleaver, i programmi, esercizi para militari per preparare la rivoluzione.
Uno spaccato sociale molto interessante.

The Black Panther Party are not anarchists.
We believe in a government that serves the people.
In the Black community, we want government to serve the people.


IL film:
https://archive.org/details/AgnesVardaBlackPanthers1968

martedì, gennaio 10, 2017

Max Roach - We Insist! Max Roach's Freedom Now Suite



We Insist! Max Roach's Freedom Now Suite è un favoloso album, uscito nel 1960, scritto da MAX ROACH in collaborazione con Oscar Brown Jr, autore dei testi (i due litigarono aspramente prima delle fine del disco).
Lavoro esplicitamente politico, incentrato sulla storia dello schiavismo e sulla rivendicazione dei diritti per i neri contribuì all'inserimento di Roach nella "lista nera" dell'industria discografica statunitense nella seconda metà degli anni sessanta, e lo costrinse a diradare la sua presenza in studio d'incisione.

Inizialmente in titolato "The Beat" e concepito come opera che avrebbe raccontato "la storia dell'Africa dai tempi antichi al presente, il tutto al ritmo dei tamburi", pur se attribuito al solo Roach è in realtà un album "collettivo" in cui emerge la voce della sua futura moglie Abbey Lincoln.

Strutturato in cinque tracce separate ma unite in un concetto di suite, racconta l'epopea del popolo afroamericano nel suo lungo cammino storico, dalle piantagioni di cotone alle periferie-ghetto delle città statunitensi, incitando il popolo nero al riscatto e ad una presa di coscienza.

Nel disco suonano Coleman Hawkins, Booker Little, Julian Priester, Walter Benton, James Schenck, i percussionisti africani e caraibici Michael Olatunji, Ray Mantilla, Tomas du Vall, oltre alla già citata Abbey Lincoln.

E' jazz avanguardistico, quasi free a tratti ma con forti componeti afro e blues.
Eccellente.

Alcuni dei brani dal vivo alla televisione belga.

https://www.youtube.com/watch?v=IF6q6XKKrik

https://www.youtube.com/watch?v=EsAnAQfdyKY

https://www.youtube.com/watch?v=SPhA6Ze_rSg

mercoledì, luglio 08, 2015

The Watts Prophets



Tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s il movimento per i diritti dei neri americani divenne sempre più attivo, militante, con obbiettivi precisi e modalità d’azione sempre più dirette e meno compromissorie (dai Black Panthers alla Nation of Islam tra i tanti soggetti). Parallelamente molti artisti si affiancarono alla lotta dai più noti (Stevie Wonder, Ray Charles, James Brown) a quelli più underground. Questi ultimi sfornarono una serie di album seminali, spesso durissimi, che rimangono una colonna sonora spesso dimenticata ma che merita ancora ascolto e attenzione soprattutto in momenti in cui i diritti acquisiti allora non sembrano essere ancora tanto rispettati.

Le precedenti puntate della rubrica sono qua:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Black%20Power%20Revolution

Emmery Evans, Ed Bereal, Odie Hawkins e Anthony Hamilton erano i componenti del WATTS WRITEWRS WORKSHOP che produsse il progetto musicale dei WATTS PROPHETS.
Formatisi nel 1967 furono tra i primi, con i Last Poets, a comporre musica basata su basi ritmiche percussive tribali con aggiunte di free jazz e funk, ponendo le basi per quello che diventeranno rap e hip-hop.
Incideranno due album: nel 1969 "The Black Voices: On the Streets in Watts" e nel 1971 "Rappin' Black in a White World" (con la partecipazione della vocalist Dee Dee McNeil) con brani che già dal titolo sono un chiaro programma: ‘Response To A Bourgeois Nigger’, "I'll stop calling you niggers", "What colour is black".
Militanza dura e pura, musica scarna, dura, minimale.
Ebbero notevole riscontro nelle comunità nere ma non trovarono altri sbocchi discografici.
Tornarono nel 1997 con "When the 90's Came" un album convenzionalmente rap.
Con i Last Poets e Gil Scott Heron sono tra i principali ispiratori della scena hip hop.

venerdì, giugno 19, 2015

GIL SCOTT HERON - Small talk at 125th and Lenox



Tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s il movimento per i diritti dei neri americani divenne sempre più attivo, militante, con obbiettivi precisi e modalità d’azione sempre più dirette e meno compromissorie (dai Black Panthers alla Nation of Islam tra i tanti soggetti). Parallelamente molti artisti si affiancarono alla lotta dai più noti (Stevie Wonder, Ray Charles, James Brown) a quelli più underground. Questi ultimi sfornarono una serie di album seminali, spesso durissimi, che rimangono una colonna sonora spesso dimenticata ma che merita ancora ascolto e attenzione soprattutto in momenti in cui i diritti acquisiti allora non sembrano essere ancora tanto rispettati.

Le precedenti puntate della rubrica sono qua:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Black%20Power%20Revolution

Un esordio fulminante , crudo, brutale, violento, esplosivo, politicamente scorretto e diretto, fastidioso, urticante.
Strumentazione essenziale, stile minimale, scarno, scheletrico: congas e voce.
Solo in rari episodi si avvale dell’uso del piano a tessere alcune stupende melodie su profondi temi blues.
GIL SCOTT HERON è uno scrittore e poeta, l’album “musicale” solo un pretesto per far conoscere la propria opera letteraria e l’unico modo concesso dal produttore Bob Thiele per pubblicare qualcosa e recuperare qualche soldo per proseguire eventualmente la carriera.
Il titolo prende origine dal nightclub in cui viene registrato in poco tempo, davanti ad una ventina di persone, l’intero album.
Gil rende omaggio sulla copertina alle sue fonti d’ispirazione: Richie Havens, John Coltrane, Nina Simone, Otis Redding, Billie Holyday, Josè Feliciano,, Langstone Hughes, Malcom X, Huey Newton e l’amico, futuro essenziale collaboratore, Brian Jackson.

Si parte con l’immortale “Revolution will not be televised” destinata a diventare, nella successiva versione suonata su “Pieces of a man”, il brano che marchierà a fuoco la sua carriera, e si prosegue attraverso irriverenti e violenti attacchi a razzismo, establishment, consumismo fino all’amaro e cattivo sarcasmo di “Whitey on the moon” dove si parla delle pessime condizioni della popolazione nera nei giorni (1969) in cui l”uomo bianco” spende una fortuna per andare sulla Luna (un altro brano destinato a diventare un classico della sua carriera).
Al 10° pezzo, “The vulture” , risuonano le incerte note del pianoforte ad accompagnare uno splendido, quanto drammatico, blues che fotografa in chiave poetica la condizione del ghetto nero con l’ “avvoltoio” pronto a ghermirne anima e cuore.
“Enough” riporta alla dura e lucida analisi politica della storia dei neri americani, mentre è il piano ad accompagnare l’afro funk “Who’ll pay reparations for my soul ?” in cui la voce di Gil splende in tutta la sua drammatica tonalità.
“Everyday” chiude l’album con una ballata soul blues armonicamente articolata e particolarmente suggestiva.
In mezzo il criticato, controverso, discutibile e politicamente scorretto poema “The subject was faggots”, brano dalla posizione piuttosto ambigua che ironizza pesantemente su omosessuali e travestiti (ovviamente sorprendente per chi si erge a difesa dei diritti di deboli ed oppressi) ma che è stato talvolta interpretato come una satirica critica agli omofobi.
Una poesia che va comunque contestualizzata ad un periodo, alla giovane età di Gil all’epoca e alla esplicita volontà di provocare e “non fare prigionieri”, il cui contenuto fu spiegato sbrigativamente da Gil come resoconto di un episodio accadutogli ad un party.
Resta comunque una macchia che ritorna frequentemente come arma da utilizzare da parte dei suoi detrattori e da chi ne legge storia e musica in modo superficiale e sbrigativo.
L’album vende discretamente e lo segnala tra i personaggi più interessanti della scena black (e non solo) dell’epoca, raccogliendo buone e autorevoli recensioni.

Tratto da "Gil Scott Heron - The bluesologist" (Edizioni Volo Libero)
http://www.vololiberoedizioni.it/gli-scott-heron/

martedì, giugno 09, 2015

ELAINE BROWN - Seize the time



Tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s il movimento per i diritti dei neri americani divenne sempre più attivo, militante, con obbiettivi precisi e modalità d’azione sempre più dirette e meno compromissorie (dai Black Panthers alla Nation of Islam tra i tanti soggetti). Parallelamente molti artisti si affiancarono alla lotta dai più noti (Stevie Wonder, Ray Charles, James Brown) a quelli più underground. Questi ultimi sfornarono una serie di album seminali, spesso durissimi, che rimangono una colonna sonora spesso dimenticata ma che merita ancora ascolto e attenzione soprattutto in momenti in cui i diritti acquisiti allora non sembrano essere ancora tanto rispettati.

Le precedenti puntate della rubrica sono qua:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Black%20Power%20Revolution

Personaggio particolarissimo e singolare, ELAINE BROWN fu l'unica donna a guidare il Movimento dei BLACK PANTHERS dal 1974 al 1975 (riscontrandovi però, a dispetto degli intenti rivoluzionari, un esasperato maschilismo come scrisse nel suo libro autobiografico del 1992 "A taste of power").
Ha poi proseguito il suo attivismo e impegno politico fino ai giorni nostri impegnandosi in partiti, associazioni, organizzazioni ed eventi di ogni tipo.
Nel 1969 incise l'album "Seize the time" in cui suoi testi militanti furono musicati dalla Pan Afrikan Peoples Arkestra del jazzista Horace Tapscott.
Una voce potente spesso vicina ad una Grace Slick nera (con rimandi anche a Edith Piaf nell'approccio lirico) che si adagia su brani bluesy o jazz e dal tono gospel con un'esplosione black nello splendido soul che titola l'album. Da annotare anche "The meeting" che diventerà un inno dei Black Panthers.
L'album vendette poco in epoca di estremizzazione musicale, dove i toni "leggeri" di "Seize the time" furono visti come sinonimo di commercializzazione.
Incise un altro album nel 1973, per la Motown, "Until we'll free" in cui risalta l'ottimo gospel soul della title track.

giovedì, giugno 04, 2015

Black Power Revolution - Last Poets



Tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s il movimento per i diritti dei neri americani divenne sempre più attivo, militante, con obbiettivi precisi e modalità d’azione sempre più dirette e meno compromissorie (dai Black Panthers alla Nation of Islam tra i tanti soggetti). Parallelamente molti artisti si affiancarono alla lotta dai più noti (Stevie Wonder, Ray Charles, James Brown) a quelli più underground. Questi ultimi sfornarono una serie di album seminali, spesso durissimi, che rimangono una colonna sonora spesso dimenticata ma che merita ancora ascolto e attenzione soprattutto in momenti in cui i diritti acquisiti allora non sembrano essere ancora tanto rispettati.

LAST POETS - Last Poets (1970)
LAST POETS - This madness (1971)
LIGHTIN’ ROD - Hustlers convention” (1973)


Tra i gruppi più rilevanti della scena black, dalla formazione variabile nel corso degli anni ma che ruotò sempre intorno ai nomi di Jalal Mansur Nuriddin, Umar Bin Hassan, e Abiodun Oyewole.
I primi due album, “Last poets” del 1970 e “This is madness” del 1971, caratterizzati da brani parlati con il solo ausilio di una base di percussioni a cura di Nilaja Obabi sono i lavori più rilevanti della loro carriera.
Brani espliciti come "Nigger are scared of revolution" (Niggers will fuck you! / Niggers would fuck 'Fuck' if it could be fucked / But when it comes to fucking for revolutionary causes / Niggers say 'Fuck revolution!') o "Wake up Niggers" (HEY! - WAKE UP, NIGGERS or y'all through! /Drowning in the puddle of the white man's spit) sono bastonate nei denti, anti razziste, militanti, che non usano mezzi termini.
Il primo album , pur di difficile fruibilità raggiunse i verticidelle classifiche americane , vendendo oltre un milione di copie.
Sulla stessa onda “This is madness” pur se meno efficace essendo ormai prevedibile.
Jalal Mansur Nuriddin nel 1973 registra invece “Hustlers convention” con lo pseudonimo di Lightin’ Rod, un album fondamentale per il futuro del rap e dell’hip hop che prenderà abbondanti ispirazioni (e anche molti campionamenti peraltro mai accreditati essendo il disco pressochè sconosciuto e dimenticato).
E’ un concept che si addentra in una tipica storia black tra droga, prostituzione, carcere etc e la band che suona con “Lightin Rod” è quella dei KOOL and the GANG che improvvisa sensazionali grooves funk soul in sottofondo.
Album basilare per capire da dove nasce il rap.
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