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venerdì, settembre 04, 2026

Howie Casey and the Seniors

Derry and the Seniors fu la prima rock 'n' roll band di Liverpool, fondata nel 1959 da HOWIE CASEY, saxofonista, diventato in futuro valente session man con i Wings di Paul McCartney (suonò in "Band On he Run", nei brani "Jet", "Bluebrird" e Mr.Vanderbilt", in vari singoli e fu spesso in tour con loro), Marc Bolan, John Entwistle, Mott The Hopple, nella colonna sonora del film "Tommy" degli Who e con gli ABC.

Fonda nel 1959 i Seniors, con il cantante di colore (particolarità non molto comune in UK ai tempi) Derry Wilkie.
La band si trasforma in Derry Wilkie and the Seniors e dopo una serie di brevi esperienze, nel 1960 approda ad Amburgo a suonare nel Kaiserkeller, dove a breve arriveranno i Beatles (con cui stringeranno una divertente esolida amicizia).
Saranno rimpatriati dopo un po' perché privi dei permessi di soggiorno.

Cambiano nome in Howie Casey and the Seniors e incidono, prima band di Liverpool, un album rock 'n' roll/beat nel febbraio del 1962 "Twist at the Top" un ottimo lavoro, molto vicino al mood di Little Richard, tra rhythm and blues e selvaggio, velocissimo, rock 'n' roll.

Sciolta la band, si divide in mille altre esperienze, approndando nei primi 70 prima alla corte di Sir Paul e poi in quella degli Who con cui va in tour alla fine degli anni Settanta.
Il cantante fonderà i Derry Wilkie and the Pressmen (in cui suonerà anche Ainsley Dunbar poi con Jeff Beck, David Bowie, Zappa, John Mayall) con cui inciderà un buon album di rhythm and blues, This Is Merseybeat, nel 1963.

Per maggiori informazioni una bella intervista a Howie Casey è qui: https://beatlesmagazine.com/meeting-the-beatles-exclusive-interview-with-howie-casey/

lunedì, ottobre 13, 2025

Ed Sullivan Show

Riprendo l'articolo che ho dedicato nelle pagine del "Manifetso2 nella sezione "Alias", a Ed Sullivan.

La figura di Ed Sullivan appartiene all’infinito passato (morì nel 1974) e raramente esce (perlomeno in Europa) dal cliché di colui che portò per la prima volta i Beatles sugli schermi televisivi americani nel febbraio 1964.
L’esibizione di John, Paul, George e Ringo fu vista da oltre 70 milioni di spettatori, creando una sorta di rivoluzione culturale e artistica, in una nazione socialmente ancora molto chiusa e refrattaria a tutto ciò che non apparteneva alla “tradizione”. Elvis e il giro rock ‘n’ roll erano stati in breve tempo assorbiti dal mainstream e le fiamme di rivolta velocemente spente.

L’esibizione dei Beatles indusse migliaia di giovani ragazzi e ragazze ad adottare uno stile estetico diverso, un approccio più libertario e antitetico alle tipiche regole del “bravo americano”, in tantissimi (da Bruce Springsteen a Tom Petty, Billy Joel, Gene Simmons dei Kiss, Joe Perry degli Aerosmith, Nancy Wilson, Mark Mothersbaugh dei Devo, tra i tanti) decisero di imparare a suonare uno strumento e diventare come i Beatles.
Se questo evento è stato probabilmente il picco mediatico della sua carriera, in realtà Ed Sullivan fu, ben da prima, un importante innovatore, soprattutto da un punto di vista sociale.
Lo descrive alla perfezione un recente documentario a lui dedicato, “Sunday Best” (disponibile nella piattaforma Netflix).

Il suo “Ed Sullivan Show” andò in onda dal 1948 al 1971 nei canali della CBS, dalle 20 alle 21 di ogni domenica.
Fu il primo show televisivo a introdurre ospiti di colore mischiati a quelli bianchi, operazione ardita, inedita e inaudita per i tempi, in cui ai neri erano riservati pochissimi e ben delimitati spazi (il primo show condotto da un afroamericano fu il “Nat King Cole Show” in onda tra il 1956 e 1957 con spettacoli di 15 minuti o mezzora).

Nel suo programma incominciarono ad apparire talenti immensi come Sammy Davis Jr, Harry Belafonte, Louis Armstrong, Count Basie, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Cab Calloway.
Successivamente diede particolare spazio agli artisti della Motown Records ma anche a personaggi meno orecchiabili come Bo Diddley (con cui ebbe un epico scontro a causa della decisione del musicista di suonare un altro brano rispetto a quanto concordato, allungando il tempo a lui riservato).
Come testimonia la presentatrice Oprah Winfrey nel documentario: “Immagina di avere dieci anni e vivere in una famiglia povera, guardare lo show di Ed Sullivan, in una cultura in cui in televisione non esistevano persone nere, vedere per la prima volta qualcuno che ti somigliava e rappresentava, letteralmente, una possibilità e una speranza”.

Nel programma era ospitata la più ampia gamma di esibizioni artistiche, da musicisti jazz, rock ‘n’roll, blues, soul, classici, ad attori, comici, balletti, spettacoli vaudeville, monologhi, celebri atleti (Sullivan aveva alle spalle una lunga e prestigiosa carriera come giornalista sportivo). Gli artisti, con qualche rara eccezione, si esibivano sempre dal vivo.

Non faceva distinzioni sul colore della pelle o appartenenza etnica, guardava esclusivamente al talento e allo spessore degli ospiti.
Il tutto nella lucida consapevolezza che le cose andavano cambiate ma soprattutto che stavano cambiando.
"Nella conduzione del mio spettacolo, non ho mai chiesto a un artista la sua religione, la sua razza o le sue idee politiche. Gli artisti vengono coinvolti in base alle loro capacità. Credo che questa sia un'altra qualità del nostro spettacolo, che ha contribuito a conquistare un pubblico vasto e fedele."

Pur ricevendo numerose pressioni da parte degli sponsor del Sud degli States, ancora apertamente segregazionisti, proseguì nella sua linea (peraltro rifiutando rapporti con le ditte dichiaratamente razziste), che, alla fine, risultò vincente. Anche in quella parte, ancora socialmente retrograda dell’America, gli ascolti erano più che buoni.
“Rispetto a un teatro tutti quelli che guardano il mio show hanno un posto in prima fila”.
Nel corso degli anni il suo fiuto per le novità non venne mai meno.
I Beatles tornarono altre volte, arrivarono i Rolling Stones, Animals, Doors, Aretha Franklin, James Brown e tanti altri esponenti della nuova scena musicale degli anni Sessanta.
L’apertura mentale di Sullivan non era però politicamente accoppiata a una visione così aperta.

Esplicitamente anticomunista, fu sempre “vigile” nell’evitare che artisti troppo schierati potessero in qualche modo “turbare” il clima dello spettacolo.
Nonostante ciò invitò Harry Belafonte (che non faceva mistero delle sue simpatie di sinistra) e perfino Bob Dylan, la cui esibizione era prevista per il maggio del 1963, in concomitanza con l’uscita del secondo album The Freewheelin' Bob Dylan da cui decise di suonare Talkin' John Birch Paranoid Blues, brano incluso solo nelle prime copie del disco e poi depennato per decisione dell’etichetta. Una canzone (poi recuperata in The Bootleg Series Volumes 1-3 (Rare & Unreleased) 1961-1991) in cui si prendeva gioco dell’organizzazione di ultradestra “John Birch Society”.
Il giorno della trasmissione, la CBS mise il veto all'esecuzione del pezzo, ritenuto troppo polemico, nonostante lo staff non avesse sollevato alcuna obiezione.
A Dylan fu chiesto di scegliere un'altra canzone, ma decise di non partecipare al programma, in segno di protesta contro la censura. Sullivan prese la parte del cantautore in numerose interviste, successive al clamore sollevato dalla vicenda.
Non di meno era attentissimo a monitorare i testi delle canzoni per impedire che il suo pubblico potesse ascoltare versi con riferimenti a carattere sessuale o attinente alla droga.

I Rolling Stones accettarono di buon grado di cambiare “Let’s Spend the Night Together” in Let’s Spend Some Time Together”, molto meno peccaminoso. Anche i Doors furono bacchettati sulla parola “higher” (sotto inteso di “andare in alto”, grazie all’uso di droghe) in “Light My Fire”.
Jim Morrison accettò di sostituirla ma durante l’esibizione la cantò ugualmente. Alla fine un collaboratore di Sullivan disse alla band:
“Al signor Sullivan piacete veramente tanto e pensava di farvi venire almeno altre sei volte. Ma non farete mai piùparte dello show”.
Anche con i Byrds si scontrò sempre per lo stesso motivo, per il brano “Eight Miles High”.
Probabilmente con il tempo si rese conto di quanto fosse puerile la sua presa di posizione e lasciò, successivamente, che Sly and the Family Stone portassero sul sul suo palco la ben più esplicita “I Want to Take You Higher”. Nonostante il grande successo ottenuto per un ventennio, alla fine degli anni Sessanta, la società era cambiata notevolmente, i gusti dei giovani si erano spostati verso nuove forme di comunicazione, la stessa televisione aveva preso altre modalità di intrattenimento.

L’ingessato conduttore settantenne, algido e rigido, costantemente in giacca e cravatta perse progressivamente il suo appeal. Gli spettatori calarono e con essi gli sponsor, lo show era ormai sinonimo di vecchio e di passato (per quanto così recente) e nel marzo del 1971 la CBS decise di cancellare il programma. Ed Sullivan produsse qualche ulteriore speciale ma con scarso successo.
Morì nel 1974.
“Mi sembra giusto che quando vai in una Tv nazionale, che il minimo che tu possa fare con questo grande privilegio, sia cercare di fare qualcosa per avvicinare le persone”.
Raramente qualcuno/a, con questa potenzialità a disposizione è riuscito/a a fare tanto.

giovedì, settembre 18, 2025

Skinheads e Suedeheads nel 1969 (secondo Kevin Rowland)

(in basso Kevin Rowland, aprile 1970).

Estratto dalla recente biografia di Kevin Rowland dei Dexy's Midnight Rummers, "Bless me Father" (recensione lunedì).

Nel momento in cui arrivai a Londra io facevo riferimento ai Mods locali con le loro pettinature curate, con i loro fantastic Mod Walks guidando i loro scotters (non dovevi indossare il casco ai tempi e nessun mod lo avrebbe mai fatto. Sedevano incredibilmente dritti su quelle macchine italiane.
Ma il 1969 era il NOSTRO momento proprio come per i Mod qualche anno prima e i Ted ancora prima. Noi avevamo il nostro look e la nostra musica, il reggae.

Non c’era nessun nome per questo look al tempo, ma PEANUTS era la descrizione che qualche volta davamo di noi stessi.
Skinhead era un termine scherzoso.
Se vedevi un amico che tornava dal barbiere con i capelli cortissimi magari gli dicevi “Oi, skinhead”.
Del nostro giro nessuno aveva quel taglio ma in parecchi incominciarono a farselo. Skinhead non è stato il nome di una sottocultura giovanile fino a quando non glielo hanno dato i media.

Il cool era nei sobborghi.
Fu ucciso dalla distorta visione che ne diedero i media.
Un giornale parò di Suedeheads dicendo che era la nuova moda.
Un gruppo di 11/13enni e qualcuno più vecchio incominciarono a descriversi con quel nome. A quel punto uno scrittore da “cash-in” (Richard Allen) che aveva già scritto un libro con il titolo di Skinhead ne pubblicò uno intitolato “Suedehead”.
E il mito nacque.
Al giorno d’oggi senti gente che parla dei Suedeheads come se fosse esistita una sottocultura del genere.
Ai tempi nessuno si chiamò mai così.

venerdì, aprile 11, 2025

Indica Gallery

Barry Miles, John Dunbar, Marianne Faithfull, Peter Asher, Paul McCartney (Graham Keen)
Entrata nella storia in quanto luogo del primo incontro tra John Lennon e Yoko Ono, la Indica Gallery nacque nel novembre 1965 (il nome era un tributo a una varietà di marijuana) a Mason's Yard (vicino a Duke Street), St James's, Londra, nel seminterrato dell'Indica Bookshop.
Era di proprietà di John Dunbar, Peter Asher (del duo Peter and Gordon) e Barry Miles (che costituirono la società MAD, Miles Asher and Dunbar Ltd), sostenuta finanziariamente da Paul McCartney (ai tempi fidanzato di Jane Asher la sorella di Peter) e che McCartney contribuì a disegnare i volantini utilizzati per pubblicizzare l'apertura e ne disegnò anche la carta da regalo.

L'Indica aveva stretti legami con il rock 'n'roll, oltre al ruolo di Peter (musicista e in ovvio stretto legame con Paul McCartney, John Dunbar era al tempo sposato con Marianne Faithfull.

Barry Miles:
"Prestavo a Paul riviste e libri che pubblicavano materiale della Beat generation o d'avanguardia come Samuel Beckett, John Cage, jack Kerouac, William Burroughs, Jean Genet. In quel periodo Paul era quello legato all'avanguardia. Mentre John Lennon se ne stava a casa nei sobborghi di Londra, Paul e jane andavano alle anteprime e alle serate d'inaugurazione.
Nel mio appartamento Paul ascoltava dischi della Blue Beat e "Interdeterminacy" di John Cage.
Amava John Cage e Karlheinz Stockhausen, conosceva paesaggi sonori per i quali nessun altro dei Beatles nutriva il più blando interesse."


Dall' 8 al 18 novembre 1966 si tenne la mostra di Yoko Ono "Unfinished Paintings", a cui presenziò anche Lennon, ma sbagliando giorno e arrivando il 7, durante i preparativi. Fu il primo incontro tra i due e il colpo di fulmine.

La Indica chiuse nel 1967.

venerdì, settembre 06, 2024

Ray King Soul Band

In pochi conosceranno la storia di Ray King e della sua Soul Band che a metà degli anni Sessanta iniziò a esibirsi nei club di Coventry, dopo che il loro leader Vibert Cornwall decise di scegliere un nome più accattivante.

Partiti come King Size Kings cambiarono il loro nome in Ray King Soul Band (o Soul Pact come talvolta pubblicizzato), aumentando progressivamente la loro fama fino ad arrivare al Playboy Club di Londra che li scritturò come resident band, suonando spesso per varie celebrità che affollavano il locale, come Frank Sinatra, Sammy Davies Jnr, Lulu, Ringo Starr, Maurice Gibb.
Suonarono anche al "Revolution", aprendo per Billy Haley and the Comets e, pare, ospitarono in una jam session il giovane Jimi Hendrix al basso.

E' del 1968 il loro unico album "Live At The Playboy Club" (a lungo introvabile, ristampato alcuni anni fa), un travolgente mix di soul e rhythm and blues con selvagge cover di "Knock On Wood", "Respect", "Gimme A Little Sign" di Brenton Wood e "I'm A Man" dello Spencer Davis Group oltre ad ottimi brani autografi come "Malita" e "Dupy".

Sciolta la band negli anni Settanta Ray King fondò i Pharaohs Kingdom in cui passarono giovani musicisti di Coventry come Lynval Golding, Silverton Hutchinson e Jerry Dammers, futuri Specials e Neol Davis poi nei Selecter.

Vibert Cornwall ha successivamente lavorato come manager ed è stato sempre in prima fila per il supporto alla comunità delle West Indies di Coventry.
Nel 2010 gli è stata conferita una laurea honoris causa in lettere dalla Coventry University, in riconoscimento del suo importante contributo alla musica e del suo lavoro nella comunità.

La line up comprendeva Ray King (vocw), Jim Lang (sax tenore), Ken Horton (sax baritono), Terry Leeman (organo), Paul Williams (chitarra), Paul Slade (basso) che poi proseguì una carriera solista cantautorale, Malcolm Jenkins (batteria).

giovedì, giugno 20, 2024

Jackie Lomax - Is This What You Want?

Vecchio amico dei Beatles, Jackie Lomax li incrociò parecchie volte dagli esordi in poi con i suoi Undertakers.
Brian Epstein lo prese sotto le sue ali con i Lomax Alliance ma la sua morte, nel 1967, fece naufragare l'esperienza prima di decollare.

Quando Jackie si ritrovò a bazzicare i Fab Four, durante le registrazioni del White Album, facendo i cori anche in "Dear prudence" e in "Hey Jude", George Harrison decise di metterlo sotto contratto con la neo nata Apple Records e produrgli l'album d'esordio solista.
Reclutò con facilità fior di star come Eric Clapton, Nicky Hopkins, Paul e Ringo, la Wrecking Crew americana, Klaus Voorman e altri e gli diede il suo inedito "Sour Milk Sea" (scartato dal White Album) per il singolo (suonato da Harrison con Paul e Ringo).

Paradossalmente fu proprio la presenza di questi nomi a far passare in secondo piano Jackie Lomax che ammise "si parla solo dei famosi che ci hanno suonato e non dell'album".

Il disco è un buon prodotto dell'epoca (pubblicato nel marzo 1969), tra rock, soul, blues e la voce potentissima e "black" di Lomax (tra Chris Farlowe e Tom Jones) a fare da traino.
"Sour milk sea" è stupendo e potente, "Little yellow pills" un grandissimo e veloce soul rock, la title track un imbarazzante plagio melodico di "I am the walrus", "Fall inside your eyes" ruba un po' da "Child of nature" di John (quella che, scartata dall'Album Bianco, diventerà "Jealous guy" in "Imagine"), forse ascoltata nelle session.
"The Eagle Laughs at You" guarda al rock blues del primo Hendrix.

Accompagnato dai singoli "Sour milk sea" e "New day", l'album fu un fallimento totale, toccando solo il 145° posto in America e non comparendo nelle classifiche inglesi.
Probabilmente anche a causa dell'inesperienza come discografici dei Beatles.

La carriera di Jackie Lomax non decollerà mai, restando sempre in ombra fino alla sua scomparsa nel 2013.

Sour milk sea
https://www.youtube.com/watch?v=38lGfyq9PcA

Little yellow pills
https://www.youtube.com/watch?v=TwKetldJ1H8

giovedì, maggio 23, 2024

Pooh - Contrasto

Una vicenda controversa e tipicamente esplicativa di come funzionava la discografia italiana (ma non solo) negli anni Sessanta, senza regole e con diversi "pescecani" che ne gestivano le sorti.

Come testimonia lo stesso sito ufficiale dei POOH (ai tempi con la formazione: Valerio Negrini - voce, batteria, Mario Goretti - voce, chitarra, Roby Facchinetti - voce, organo, Riccardo Fogli - voce, basso) a proposito dell'album "Contrasto" pubblicato nel 1968:
"Pubblicato all’insaputa del gruppo che si trovava in tour, fu assemblato dal discografico Armando Sciascia per sfruttare l’attenzione crescente attorno al successo di "Piccola Katy", usando vari demo ancora suscettibili di arrangiamenti.
Venne ritirato dal mercato su richiesta dei Pooh che, a ragione, non videro di buon occhio l’iniziativa, lesiva della loro immagine per la qualità del materiale ancora "grezzo" incluso nel 33 giri.
"Contrasto" è divenuto così uno dei vinili più quotati tra i collezionisti."


Armando Sciascia e la sua etichetta Vedette (con cui la band era sotto contratto) assemblarono undici canzoni di cui due erano quelle del 45 "Piccola Katy / "In silenzio", due erano riempitivi che sarebbero stati successivamente utilizzati come lato B dei 45 giri “Buonanotte Penny” e “Mary Ann” e le altre sette erano demo, scarti e provini ancora da completare.

L'album fu stampato in mille copie il 5 luglio 1968 (con buona parte dei brani firmati dallo stesso Sciascia in quanto Facchinetti e Negrini non erano ancora isciritti alla Siae).

La band, una volta accortasi della truffa, imposero l'immediato ritiro e buona parte delle copie andarono al macero.

Alcuni brani vennero ripresi successivamente con altri titoli o utilizzati per altre composizioni (parte di "Contrasto", sarà ripreso nella suite strumentale di "Parsifal").

Come specificato si tratta in buona parte di provini non definiti ma di alta qualità compositiva e con una visione artistica al passo con i tempi (1968) tra post beat, proto prog, Procol Harum, Turtles, scampoli Beatlesiani e psichedelici.
Con una cura effettiva del materiale e un progetto artistico ben definito ne poteva scaturire un lavoro di grande livello.

venerdì, novembre 03, 2023

Rocky Roberts

Riprendo l'articolo che ho scritto per "Libertà" domenica scorsa.

Rocky Roberts trovò il successo in Italia negli anni Sessanta.

Grande talento vocale, fine conoscitore di soul e rhythm and blues, ebbe la popolarità, paradossalmente, più che per le sue capacità, soprattutto a causa dell'esagerato e caratteristico accento americano che marchiava le canzoni in italiano, su tutte la celeberrima “Stasera mi butto” (dove “butto” suonava come un divertente “buccio”).

Nato nel 1941 in Alabama (dove ai tempi le persone di colore subivano un pesante apartheid, discriminazioni e soprusi di ogni genere), cresce in una famiglia povera, situazione che lo costringe, fin da giovane, a darsi parecchio da fare a livello lavorativo.
Trasferitosi in Florida, si arruola nella marina americana e mette a frutto la sua passione per il pugilato, vincendo incontri e titoli nell'ambito dei campionati del suo corpo militare.
Purtroppo un colpo all'occhio sinistro lo ferì gravemente, costringendolo a indossare gli occhiali scuri per tutta la vita (che diventarono un segno di immediata riconoscibilità e distinzione nella carriera musicale).

E' durante la carriera militare che incomincia a cantare e a esibirsi con un primo gruppo, Doug Fowlkes & The Airdales, dopo che il leader della band era rimasto impressionato dalla voce di Charles Roberts (suo vero nome).
Jerry Armstrong, musicista della band ricorda quei primi passi nella musica: “Abbiamo formato il gruppo mentre prestavamo servizio nella Marina degli Stati Uniti presso la stazione aerea navale di Boca Chica, Key West Florida. Abbiamo provato per la prima volta nel vecchio teatro della base, iniziando il nostro viaggio nel 1958. Nel 1959 siamo stati trasferiti sulla portaerei U.S.S. Independence e prestammo servizio a bordo fino al nostro congedo nel 1962. Facemmo due viaggi in Europa sulla Indy e durante il primo viaggio partecipammo ad un concorso rock and roll in Francia e vincemmo il primo premio. Eddie Barclay ci vide, gli piacemmo tantissimo e ci fece firmare un contratto discografico con la sua etichetta Barclay Records. Successivamente abbiamo registrato per la ATCO a New York City. Sebbene la band si comportasse bene su e giù per la costa orientale degli Stati Uniti, da Key West a New York City, eravamo più popolari in Europa, con Francia, Grecia e Italia che erano i paesi che favorivano maggiormente la nostra musica. Abbiamo inciso diversi album ed EP. Nel 1963 la band si sciolse e i membri presero strade separate. Roberts prese il nome della band e tornò in Europa dove fece molto bene nel mondo della musica con nuovi membri.”

In Francia trova i primi piccoli successi ma sarà solo grazie a Gianni Boncompagni e Renzo Arbore che la sua carriera decolla, in particolare nel nostro paese.
La sua versione di “T-Bird”, un infuocato rhythm and blues, diventa la sigla del seguitissimo loro programma radiofonico “Bandiera gialla”.

La sua popolarità cresce, grazie anche a vari concerti nei locali più in voga nell'Italia degli anni Sessanta (nella sua band, gli Airdales, anche un bravissimo bassista, Wess Anderson, diventato poi noto al grande pubblico con il duo mieloso Wess and Dori Ghezzi e che, quando Rocky intraprenderà la carriera solista, lo sostituirà come leader e cantante).
Ha una splendida voce, un fisico invidiabile, venticinque anni, balla bene e con mosse sensuali, nervose ma sempre perfettamente coordinate, veste impeccabilmente.

Nel 1966 incide il tema principale del film “Django” di Sergio Corbucci, “spaghetti western” particolarmente crudo e violento, diventato un culto del genere, tanto che se ne ricorderà Quentin Tarantino per il suo film “Django Unchained” del 2012 in cui recupererà, nella sigla iniziale, proprio il brano cantato da Rocky Roberts, come lo stesso regista testimonia in un'intervista:
“È cantata in stile quasi Elvis, da Rocky Roberts. Ora, questa era la vera traccia del titolo del film originale del 1966 "Django”. Ho sempre amato questa canzone, penso che sia fantastica. Non solo, ‘Django’ era così popolare in tutto il mondo, ho sentito le versioni giapponesi della canzone, le versioni italiane, quelle greche, perché veniva suonata ovunque. Devo dire che quando mi è venuta l’idea di fare ‘Django Unchained’, sapevo che era imperativo aprirlo con questa canzone, con una grande sequenza di titoli di testa. Perché fondamentalmente questo film è realizzato nello stile di uno spaghetti western, e qualsiasi spaghetti western degno di questo nome ha una grande sequenza di titoli di testa. In effetti, se così non fosse, non vorrei davvero vederlo.”

Nel 1967 coglie il suo più grande successo con “Stasera mi butto” che vende quasi quattro milioni di copie e vince il FestivalBar, diventa sigla del programma televisivo “Sabato sera”, condotto da Mina, e in cui si esibisce in ognuna delle dieci puntate. Non sfigura nemmeno nelle classifiche di Spagna, Germania, Australia e Uruguay.
Ne viene tratto anche un musicarello omonimo, film molto in voga all'epoca in cui, prendendo a prestito il titolo di una canzone, si sviluppano storie sentimentali e comiche, all'insegna della leggerezza e disimpegno.
Al suo fianco la bellezza e un'altra grande voce dell'epoca, Lola Falana, oltre ad attori come Giancarlo Giannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Il brano gli garantisce memoria eterna nel panorama italiano ma diventa anche un sigillo che finirà per offuscare il resto della sua produzione.
"Pochi sanno che la mia vera passione è cantare il soul e il blues, e che mi piacciono molto i lenti: invece sono stato condannato a cantare sempre Stasera mi butto".

Rocky Roberts è comunque uno dei principali importatori di musica soul e “nera” in Italia, che ben presto attecchisce nei gruppi beat, soprattutto attraverso le cover dei brani più famosi e spiana l'arrivo per personaggi storici come Stevie Wonder e Ray Charles che incominciano, con successo, a scalare le classifiche italiane. Contemporaneamente calano da noi, per diventare “stanziali”, altri gruppi inglesi o americani come i Rokes di Shel Shapiro o i Primitives di Mal, tra i più noti, anche loro caratterizzati da un fortissimo accento anglosassone che se da una parte può fare sorridere è anche un immediato segno di riconoscibilità e distinzione. Il soul diventerà parte integrante dei repertori e della cultura musicale di personaggi come Mina, Caterina Caselli e soprattutto Lucio Battisti.

Rocky Roberts infila qualche altro brano in classifica, soprattutto “Sono tremendo” nel 1968, la versione di “Reach out I'll be there” dei Four Tops che diventa “Gira gira” o quella di “Till I'll take you anymore” di Ben E.King (quello di “Stand by me”) che diventa “Ma non ti lascio”.

Al Festival di Sanremo del 1969 verrà subito eliminato con “Le belle donne”.
Vi tornerà nel 1970 con Il Supergruppo, composto da membri dei Giganti, Ribelli, Equipe 84 e Ricky Gianco ma anche questa volta andrà male.
Come è frequentemente accaduto a decine di nomi, anche importanti, il successo legato a momenti particolari o brani specifici, finisce per svanire ben presto.

Rocky Roberts prosegue l'attività negli anni successivi con tour e apparizioni televisive, puntualmente basate sulla riproposizione dei classici conosciuti, rendendo vani i tentativi di cambiare verso nuove proposte.

Nell'immaginario collettivo il personaggio rimane legato a “Stasera mi butto” e per quello e solo per quello può continuare ad esibirsi, nonostante le qualità della sua voce e il suo amore per il soul più verace.

Si stabilisce a Roma dove cresce, con la compagna, il figlio Randy che seguirà le orme paterne come cantante di black music e arriverà anche al Festival di Sanremo nel 1997.
Rocky Roberts prende parte al musical “La febbre del sabato sera” nei primi anni Duemila ma un brutto male lo porterà via nel 2005 all'età di 64 anni.

Volenti o nolenti il suo nome rimane nella storia della musica italiana e la sua carriera tra le più genuine e appassionate. Come disse poco tempo prima di lasciarci:
“La musica è un’arte molta strana: si dice che questa è una novità, quella è una novità quello è vecchio, ormai anche oggi si dice quello è anni Sessanta, anni Settanta, anni Ottanta, house music, living music, ma in realtà è tutto misto, è un fatto di moda ma è sempre musica. In realtà la musica è sempre quella: sì, si può fare elettronica, si può fare metal rock, con la chitarra che grida, che spezza le orecchie, i bassi, boom boom ma è sempre musica. E poi domani si diminuiscono i bassi, si toglie la chitarra, si mette invece il fiato o un clarinetto e si va avanti.”

Stasera mi butto
https://www.youtube.com/watch?v=NxeLbjA8rCw

Sono tremendo
https://www.youtube.com/watch?v=KiHdQmez04U

Gira gira/Reach out I'll be there con Rita Pavone
https://www.youtube.com/watch?v=hiBg1W08_5k

giovedì, ottobre 12, 2023

Il Supergruppo

Alla fine degli anni Sessanta in Italia molti artisti lasciano gli anni beat e si evolvono verso il prog, altri abbandonano, altri ancora proseguono sui soliti sentieri portando avanti ad libitum il nostalgico repertorio di classici di successo della decade appena finita.

Nel 1969 si forma (un po' artificiosamente) uno dei primi "supergruppi" di sempre, sicuramente il primo in Italia: IL SUPERGRUPPO.

Ricky Gianco, cantautore di discreta fama, tra i prime mover della scena rock 'n' roll nostrana recluta alcuni nomi "eccellenti" della scena beat nostrana: Victor Sogliani dell'Equipe 84 (basso e voce), Mino Di Martino dei Giganti (chitarra e voce), Gianni Dall'Aglio dei Ribelli (batteria), Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik (chitarra e voce).

Il progetto durerà un anno, lasciando tre singoli, un album, una (sfortunata) partecipazione al Festival di Sanremo 1970 (accoppiati a Rocky Roberts) e scarso successo commericiale.

L'album (prodotto da Ricky Gianco) è di discreta fattura con quattro cover: "Vieni con noi" riprende "Day after day" degli Shango, "Bocca dolce" è la classicissima "Sugar sugar" degli Archies, "Uomini" la poco conosciuta "Melting Pot" dei Blue Mink e "Un caso di coscienza" di Riz Ortolani dall'omonimo film di Giovanni Grimaldi con Lando Buzzanca e la souleggiante "I'm gonna make you mine" di Lou Christie ("Hey hey cosa non farei").

Tra i brani autografi c'è l'arrembante beat dal portamento rhythmn and blues e dai tratti psichedelici di "Susa" (opera di Ricky Gianco), la strappalacrime "Accidenti" di impronta Procol Harum e la scanzonata "Uffa che barba" firmata da Franco Mussida dei I quelli, futuro PFM.
Chiude l'album la demenziale ma musicalmente interessante (tra bubblegum e beat) "Salviamo e blasamiamo".

L'album non è imperdibile, si muove tendenzialmente tra tardo beat, pop, bubblegum e palesa un'evidente scarsa coesione artistica, pur se permeata di tanto divertimento ma ha il valore di testimonianza (pur se con potenzialità inespresse).

ALBUM
1970: Il Supergruppo (Dischi Ricordi)

SINGOLI
1969: Ehi ehi cosa non farei/Bocca dolce (Dischi Ricordi)
1970: Accidenti/Salviamo e balsamiamo (Dischi Ricordi)
1970: Star con te è morir/Vieni con noi (Dischi Ricordi)

Festival di Sanremo 1970
https://www.youtube.com/watch?v=GF1vhAx3EzQ

Susa
https://www.youtube.com/watch?v=Sy7Qw63mTCQ

martedì, giugno 28, 2022

Peppino di Capri


Riprendo l'articolo per "Libertà" che ho scritto domenica e dedicato alla carriera di PEPPINO DI CAPRI.

Si fa presto a dire Peppino di Capri, il perfetto rappresentante della canzone melodica, del perbenismo artistico, dell'omologazione sonora.
Ma, come sempre, scavando per bene nella storia, le sorprese non mancano mai.
E il signor Giuseppe Faiella, suo vero nome, nato nel 1939, risulta essere anche un geniale e sorprendente innovatore.

Anche perché buon sangue non mente: il nonno fu musicista nella banda di Capri, il padre Bernardo aveva un negozio di dischi e di strumenti musicali e suonava il sax, il clarinetto, il violoncello e il contrabbasso in un'orchestra.
E' però ugualmente sorprendente sapere che l'esordio di Peppino fu a quattro anni, nel 1943, suonando il pianoforte per i soldati americani da poco arrivati anche nella sua natìa Capri.
“Io già a 4 anni suonavo per gli americani. In famiglia eravamo tutti musicisti e durante la guerra mio padre mi presentò al generale di stanza a Capri. Mi esibivo una volta a settimana. Poi rimasi sempre in contatto con la musica americana, un po’ perché sono un curioso, e un po’ perché lo zio Peter, che era emigrato in America, mi aveva spedito una radio con cui di notte ascoltavo il rock”.

Peppino studia pianoforte, suona nei night club del posto e ad Ischia con il Duo Caprese e nel 1956 sbarca in televisione nella trasmissione di Enzo Tortora “Tu vuò fa l'americano”, una gara tra esordienti, che vincono a mani basse, portandosi a casa un preziosissimo televisore.
Nel 1958 forma i Capri Boys con cui, tra i primissimi nella penisola, incomincia a suonare quella nuova musica che sta imperversando negli Stati uniti, il rock 'n' roll.

Ed è proprio quello l'anno della svolta.

Un potente dirigente dell'altrettanto fortissima casa discografica Carisch lo vede esibirsi a Ischia e lo scrittura subito per un provino a Milano. La band sale al nord con un Fiat 1100 e incide un dozzina di brani.”Ci avevano chiamato a Milano per registrare dei “provini”. Tornato a Capri, mi telefonano: “Guarda che uscirà il disco”. “Allora torno su per inciderli”. “No, no, vanno benissimo i provini! Li stiamo già stampando...”.
Non solo, la casa discografica gli cambia anche il nome: “Ti chiami Peppino e vieni da Capri, da oggi sei Peppino di Capri”.
A cui, in omaggio alla nuova moda americana, viene aggiunto “e i suoi Rockers”.
Il sound del gruppo è particolare perché attinge da una parte dal rock 'n' roll meno ruvido (dalle parti di Buddy Holly), dall'altra inserisce elementi latini come mambo e rumba (non lontano dai primi esperimenti in tal senso di Ray Charles) vedi “Pummarola Boat”. Ma non abbandona il classico stile della canzone napoletana che gli frutta i primi successi come “Malatia” e “Nun è peccato”.

“A Napoli gli ascoltatori più anziani dicevano: “Ma come si permette questo?”. Io però cantavo anche i classici della tradizione napoletana e li facevo conoscere ai giovani. Capitava che mi chiedessero: “Che bella “Voce ’e notte”! Quando l’hai scritta?”. E io: “Guardate che è del 1904”.
La carriera si arricchisce di nuovi successi, di concerti sempre più frequenti che lo portano perfino alla Carnegie Hall di New York e in America Latina. Nel 1961, con grande intuizione, porta in Italia il twist con una versione di “Let's twist again” di Chubby Checker, appena uscita in America.
Arriverà al primo posto delle classifiche nostrane, vendendo un milione di copie. Appare anche in numerosi musicarelli, film incentrati su vicende da commedia con protagonisti comici e cantanti di successo.
L'aspetto interessante della sua produzione musicale è la costante ricerca di nuovi suoni, ritmi, generi, che anticipano di anni le tendenze.
Ad esempio incide “Be my babe” brano soul delle Ronettes e “Girl” dei Beatles, scritto da Lennon che era appena uscito, nel 1965, nel loro “Rubber soul” (la cui pubblicazione venne volutamente ritardata in Italia per spingere di più la versione di Peppino). Inoltre lo troviamo alle prese con il travolgente rhythm and blues “Shout” degli Isley Brothers, l'oscura “Anna Lee” di Al Kooper, tastierista di Bob Dylan, “Reach out I'll be there” dei Four Tops, con il titolo di “Gira gira”, “It's no usual” di Tom Jones (“Un giorno cambierai”).

Nel 1965 aprì il tour italiano dei Beatles, all'apice della Beatlemania ma che in Italia ebbe un'eco più sfumata.
“Avevamo la stessa casa di distribuzione discografica in Italia io e Beatles. E mi ricordo che nei loro uffici circolavano i provini dei Beatles e io gli diedi la spinta a pubblicarli. Erano primi in classifica in tutto il mondo tranne che in Italia e la Carisch chiese a me, che ero il loro artista di punta, di chiudere il primo tempo dello show.
Cantai cover in inglese con grande sfacciataggine.
Il pubblico però era in generale molto educato e non come si vede nei classici filmati dei Beatles con le ragazzine isteriche.
Fu una cosa più pacata, le adolescenti urlanti erano solo qua e là. Feci tutto il tour con loro. Viaggiammo sullo stesso aereo, pernottammo nello stesso albergo a Roma: io ero in una suite,
loro occupavano un intero piano. Avevano dei bodyguard che ti tenevano lontani. Mai una pacca sulla spalla. Solo l’ultimo giorno il loro impresario ci fece avvicinare per una foto”.

Sarà anche il primo a suonare un pezzo ska, “Operazione sole” nel 1966, su ritmi giamaicani davvero inconsueti per il nostro panorama musicale.
“A metà anni Sessanta non tiravo più come prima e avevo sperperato i tanti soldi che avevo guadagnato. Provai a importare lo ska, a rinnovare ancora il repertorio dei miei Rockers, ad approfittare della moda dei musicarelli, ma… Mi ritirai a Capri, non uscivo di casa se non per fare un tuffo a mare”.
La fine degli anni Sessanta con la valanga di cambiamenti sociali, culturali e artistici lo relega sempre più in secondo piano, troppo tradizionalista e legato a un repertorio non più al passo con i tempi.
Conserva successo negli Stati Uniti dove va spesso in tour. Si segnala per un esperimento bizzarro ma che rimane piuttosto interessante con due volumi dell'album “Napoli ieri – Napoli oggi” in cui rivisita classici napoletani in chiave quasi rock, con un gusto progressive. Anche successivamente, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, non disdegna sguardi all'attualità. Basti ascoltare alcuni brani di “Bona Furtuna”, album del 1981 (a cui collaborano anche Enzo Avitabile e il Maestro Peppe Vessicchio), in cui sfodera una serie di episodi funk soul, venati di blues e pennellate jazz fusion.
Dalla sperimentazione passa al successo definitivo con la vittoria al festival di Napoli, nel 1970 e al Festival di Sanremo nel 1973 con “Un grande amore e niente di più” con il testo scritto da Franco Califano.
Ma è soprattutto “Champagne”, uscito sempre nel 1973 a consegnarlo definitivamente alla storia della musica italiana.
Scritta da Mimmo Di Francia, Depsa e Sergio Iodice, ottiene un successo strepitoso, entra nelle classifiche di mezzo mondo, diventa un classico inevitabile in ogni serata di piano bar o musica leggera.
Peppino Di Capri si lega indissolubilmente al brano e da allora ad ogni apparizione pubblica non manca mai la canzone (peraltro poi ripresa più volte in nuove forme, tra cui una addirittura rap con Guè Pequeno, intitolata “Fiumi di champagne”).
Se in concerto non la eseguo c’è la rivolta. La suonano ai matrimoni. Io vorrei dire: “Ma l’avete ascoltato bene il testo? Parla di una donna che era di un altro, non mi sembra tanto adatta”. Però sono contenti, e allora...La lanciai a Canzonissima del 1973, dissanguandomi per investire nelle cartoline-voto, come si faceva allora. Ma non bastò, non andai oltre il quinto posto, vinse la Cinquetti con “Alle porte del sole”, cinque o sei mesi dopo, però quel pezzo, scritto pensando ad Aznavour e Modugno, iniziò il suo giro del mondo, che continua ancora”.

Rivince il Festival di Sanremo (in cui detiene il record di partecipazioni, ben quindici, al pari di Milva, Toto Cotugno e Albano) nel 1976 con “Non lo faccio più” e nonostante continui successivamente ad incidere e a suonare, si adagia, giustamente e giustificatamente, nel successo nostalgico dei tempi passati.

La chiusura alle sue parole: “Ho amato e sono stato amato, ho una famiglia magnifica, ho avuto amici splendidi. E sono nato sull’isola più bella del mondo. Ora guardo solo al presente, alla possibilità di afferrare ogni cosa che viene ancora. Lo dico subito: io so cantare e suonare, non so fare altro, e vorrei farlo fino alla fine, in qualsiasi modo essa si debba presentare”.

lunedì, maggio 02, 2022

Jimmy Savile


Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà".

E' recentemente uscita sulla piattaforma Netflix una serie di due puntate in cui è esaminata, con cura e dovizia di particolari, la figura di Jimmy Savile, che definire controversa è un eufemismo.

Savile è stato uno storico DJ e conduttore dei programmi televisivi britannici “Top of the Pops”, celebre hit parade in cui comparivano tutti i gruppi in classifica, e quello per bambini “Jim'll Fix It”, tra gli anni Sessanta e Settanta diventando velocemente un personaggio di primaria grandezza mediatica in tutto il Regno Unito.
Alla sua attività artistica affianca quella di benefattore, spendendosi per cause umanitarie, investendo ingenti fondi in ospedali e orfanatrofi, facendo il volontario per la Croce Rossa, raccogliendo sussidi per malati e persone disagiate, accrescendo la sua fama e il suo profilo umano a livelli di idolatrìa.
Ogni anno soddisfa le lettere di bambini, scelte tra 250.000, che arrivano in redazione, dando loro l'opportunità di fare cose incredibili come incontrare i loro idoli o guidare la macchina di James Bond, tra le tante.
Siamo in un periodo in cui, in ogni parte del mondo, il teleschermo è il media principale, seguito da milioni di persone, dove i protagonisti diventano immediatamente fenomeni di incontrastata popolarità, senza alcuna altra mediazione.

Savile è esteticamente il contrario della bellezza e dell'attrattiva ma è probabilmente questo aspetto, a cui aggiunge dosi di esagerata e grottesca eccentricità, che lo rende ancora più vicino all' “uomo qualunque”.
Racconta di essere stato un minatore, di avere fatto lavori umili, di essersi costruito con le proprie mani e capacità.
Un'immagine perfetta nell'Inghilterra dell'epoca, in veloce espansione, dopo le ferite alungo curate della Seconda Guerra Mondiale.
A cui aggiunge una capacità fascinatoria e una simpatia contagiosa che affianca a una sorta di capacità ammaliante, che lo portano progressivamente e velocemente ai vertici del gotha sociopolitico britannico.

Coltiva strette amicizie con la famiglia reale (dal principe Filippo a Carlo, a, successivamente, la principessa Diana, fino alla Lady di Ferro, Margareth Tatcher) arrivando ad essere ricevuto perfino dal Papa, Giovanni Paolo II.
Ma non solo.
Nella natìa Leeds si intrattiene ogni settimana con i vertici della polizia, con le istituzioni.

I giornalisti, la stampa e la tv lo adorano, le sue apparizioni sono salutate da applausi e complice ilarità. E' anche un assiduo praticante sportivo, lo si vede spesso protagonista in maratone (puntualmente benefiche) e lunghi giri in bici da corsa. Si muove con un camper dove afferma di vivere, di non avere una casa perché la sua intensa attività lavorativa gli impedisce di restare in un posto fisso.
In ogni caso ogni suo gesto è acclamato, ogni suo appello raccoglie migliaia, milioni, di sterline. La prima parte di “Jimmy Savile A British horror story” ci mostra, grazie all'abbondanza di materiale d'archivio, l'ascesa incontrastata di Savile all'Olimpo del successo.
Tra le pieghe però si notano le prime inquietanti crepe.

Da qualche parte emergono strane voci, segnalazioni, denunce (puntualmente archiviate e inascoltate) di comportamenti inopportuni, scorretti.

Ma, contestualizzando il periodo e la fama (soprattutto di benefattore) del possibile inquisito, viene messo tutto a tacere o semplicemente non considerato.
“Chi ero io per potere accusare uno come Savile che vedevo a fianco di Beatles, Elvis, Tatcher, Famiglia Reale? Chi mi avrebbe creduto?”.
La stessa BBC (che ha sotto contratto Savile e dal quale riceve ascolti record) ignora volutamente ogni accusa, occulta, nasconde. Lui è un anticonformista, individualista, personaggio strambo, una specie di eroe da fumetti, sorridente e guascone, trasversale, amato da tutti.
Qualunque mala interpretazione è solo frutto di invidia o di errata valutazione.
Riceve il titolo di Cavaliere dell'Impero Britannico, nel 1972 e diventa Sir, la massima onoreficenza inglese, nel 1990.

Le voci “strane” intanto si intensificano, qualche giornalista cerca di approfondire ma si scontra con il classico “muro di gomma”.
E' un gioco perverso: più sali in alto e più entri in collusione e ti intersechi con gli stessi che ti concedono le onoreficienze e gli allori. Difficile ammettere di essersi sbagliati e ritrattare.
Lui è poi bravissimo a depistare ogni potenziale accusa.
E' vero che ha avuto e ha a che fare con tante ragazze, anche minorenni, ma è una star che ogni giorno incontra decine, centinaia di persone, di conseguenza ogni illazione in tal senso è pura fantasia.
Ci vorrà ancora tempo per fare emergere la gravità del suo comportamento, protetto da una solida cortina di silenzio.
Poco prima della sua morte, avvenuta nel 2011 all'età di ottantacinque anni, gli indizi sulle sue attività e sui suoi comportamenti “dietro le quinte” incominciano ad emergere prepotentemente.
Ma ancora la cappa di nebbia si alza, densa e impenetrabile. E' solo dopo il decesso (e un funerale degno di un capo di stato) che la verità emergerà in tua la sua drammatica evidenza.

Jimmy Savile è stato un predatore sessuale, pedofilo, violentatore, sadico. Ha abusato di oltre quattrocento ragazze, bambine, donne, uomini, da cinque ai settantacinque anni. Ha avuto anche rapporti necrofili con i morti degli istituti a cui faceva beneficienza, ha violentato ragazze e ragazzi disabili, fisici e mentali, approffittando della possibilità di entrare e uscire a suo piacimento dagli istituti in cui faceva volontariato (e nei quali aveva, guarda caso, una stanza personale riservata) e della diffusa impunità.

A poco a poco emergono sempre più numerose le testimonianze delle vittime, precise, circostanziate, tristemente drammatiche.
E' una sorta di delirio di onnipotenza di chi sapeva di essere intoccabile, che nessuno avrebbe potuto raggiungerlo e condannarlo.
Talmente sicuro di sé da rilasciare, non di rado, dichiarazioni pubbliche in cui, in sostanza, ammetteva le sue colpe, in cui palesava le sue preferenze sessuali, in cui ammiccava compiaciuto, accompagnato dalle risate complici degli intervistatori che ritenevano si trattasse di battute simpaticamente spinte.
Provoca le intervistatrici, le invita pubblicamente a trascorrere la notte o la serata con lui, scherza in televisione con il cantante Gary Glitter (conclamato pedofilo, in carcere da anni per pesantissime condanne in merito), molesta in diretta una spettatrice durante la conduzione di un programma.

Ma il suo comportamento è talmente deliberato e palese che nessuno lo percepisce e chi se ne rende conto rigetta l'idea, troppo evidente per essere vero. Lui, fervente cattolico, espiava le sue indicibili colpe con una smisurata beneficienza con la quale si garantiva un posto in paradiso.
Al di là delle convinzioni personali di un personaggio di tale risma, viene da chiedersi come sia stato possibile che nessuna autorità, pur di fronte all'evidenza, alle reiterate denunce, alle voci sempre più spesso suffragate da prove, abbia mai pensato di mettere un freno a quelli che erano tra i reati più ripugnanti immaginabili.

In breve tempo, emerse le accuse e le colpe, il mito crolla.
La sua lapide viene frettolosamente rimossa, dai giornali emerge l'orrore, le testimonianze si susseguono, targhe e vie a lui dedicate cambiano nome.
E' una rimozione tardiva e ipocrita, il danno è fatto, la vita di centinaia di persone rovinata. A volte la voce di coloro più lontani dall'ufficialità e meno collusi con il potere riesce ad essere quella più chiara e lo sguardo è quello che vede più lontano.

John Lydon, da poco uscito dai Sex Pistols, nel 1978, dichiarò con il suo volutamente scarso savoir faire:
“Mi piacerebbe uccidere Jimmy Savile; penso che sia un ipocrita. Scommetto che è invischiato in tutti i tipi di oscenità che sappiamo tutti, ma non ci è permesso di parlarne. Ho sentito alcune voci...”.

Il documentario di Netflix (qualitativamente non particolarmente esalatante, molto prolisso) non rivela nulla di nuovo ma scava in una piaga che, al di là dell'evento specifico, costituisce un monito su ciò che è accaduto, di sicuro accade, probabilmente ancora accadrà.

venerdì, febbraio 11, 2022

Caterina Caselli. Una vita, cento vite di Renato De Maria


Donna colta, preparata, intelligente, caparbia e determinata.

Avanti sui tempi fin dagli anni Sessanta in cui coglie una serie di indimenticabili successi come cantante, per poi lasciare la carriera, sposare Sugar e costruire un impero discografico, pur costellato da grandi difficoltà e imprevisti, sperimentando (dagli Area a Giuni Russo) e scoprendo talenti milionari (Bocelli su tutti ma accalappiando anche uno come Paolo Conte).

In questo gustosissimo film, CATERINA CASELLI rivive, passo per passo, in prima persona, in modo spontaneo e semplice, una carriera strepitosa, di artista e manager.

Pochi fronzoli, tanto raro materiale di repertorio, taglio semplice e diretto.
Una testimonianza preziosa.

lunedì, dicembre 06, 2021

The Beatles - Get Back di Peter Jackson


Riprendo l'approfondimento che ho scritto ieri per "Libertà" sul doc film sui Beatles, "Get back".

Uno degli eventi più attesi degli ultimi anni, di cui si erano avute alcune interessanti anticipazioni ma che, contro ogni aspettativa, è riuscito ancora una volta, in modo tipicamente beatlesiano, a sorprendere e a cambiare la narrazione e la sostanza della “vera” storia dei Beatles.

Il regista Peter Jackson (al suo attivo pellicole come “Il Signore degli anelli”, “King Kong”, “Lo Hobbit”) ha selezionato tra 60 ore, girate da Michael Lindsay Hogg nel 1969, “riducendole” a sole otto (!), per confezionare uno dei docu film più particolari, nella sua unicità, della storia del rock.

Il film di Lindasy-Hogg, “Let it be”, era già uscito nel maggio 1970 (vincendo un Oscar per la colonna sonora), poco dopo lo scioglimento della band, mostrata in drammatica decadenza.

“Get Back” di Jackson cambia le carte in tavola e ci propone tutt'altra storia, con un gruppo in preda a cambiamenti e scontri personali ma ancora terribilmente vivo e creativo ma che, soprattutto, continua a volersi un sacco di bene.

Due puntualizzazioni sono necessarie: il film è pertinenza (quasi) esclusiva dei fan più sfegatati e profondi conoscitori dei Beatles. Solo loro sono in grado di apprezzare, sopportare, comprendere in pieno la lunghezza del film.
Per il resto del mondo le prove, gli scherzi, i dialoghi, i litigi, le improvvisazioni caotiche, le cover raffazzonate risulteranno insignificanti, noiose e inutili.
In seconda battuta, come si è sempre erroneamente creduto, non è rappresentata “la fine dei Beatles”, che, dopo queste riprese, resteranno insieme ancora per un altro anno, sfornando quello che è presumibilmente il loro capolavoro, “Abbey Road”. “Get back” è invece la ricostruzione del mese di lavoro della band che porterà, il 30 gennaio 1969, al famoso e breve concerto sul tetto della Apple Records, qui interamente documentato.

Si parte dal 2 gennaio 1969, quando Paul, John, George e Ringo si ritrovano in un enorme studio di Twickenham per preparare uno spettacolo, un rientro sulle scene, un ritorno alle origini (“Get back”) della band, dopo anni di voluta assenza dai palchi, una serie di capolavori discografici, l'ascesa nell'Olimpo della musica, arte, cultura, assurti a opera d'arte vivente.
Paul McCartney vuole che la band, dopo i sempre più numerosi contrasti degli ultimi tempi, si ricomponga per sfuggire alla forza centrifuga che sta proiettando ognuno versi altri progetti. Pensa ai Beatles che riprendano in mano gli strumenti e suonino come facevano agli esordi (sette anni prima, solo sette anni, durante i quali hanno cambiato il mondo della musica e non solo), per ritrovare spontaneità, freschezza, genuinità.
E che tutto ciò venga dettagliatamente filmato, dalle prove fino allo show finale. Che, anticipa il preveggente Paul, “tanto sarà il nostro ultimo concerto”.

Il progetto iniziale prevede di esibirsi a Sabrata, in Libia, nei resti del teatro romano. In poco tempo l'idea, pur suggestiva, viene cassata.
Si passerà a un concerto londinese a Regent's Park, a Londra. Ma l'unico a volerlo è lui, agli altri non interessa più risalire su un palco.
Passano i giorni, le tensioni salgono, John sembra assente (con Yoko costantemente a fianco), George infastidito e incattivito, Ringo annoiato.
Paul cerca di stimolarli “Non siamo pensionati del rock”), prende le redini delle prove ma finisce sempre malamente, tra nervosismo (George gli si rivolge, durante un'accesa discussione, in modo sprezzante, “Non mi infastidisci Paul, ormai non mi infastidisci più”), tempo perso, musicisti annoiati.
Alla fine George si alza e lascia il gruppo. “Ci si vede in giro in qualche locale” dice.
La scena è incredibile, i tre sembrano non prendersela, pensano a sostituirlo con Eric Clapton, poi si lasciano andare all'isteria e alla depressione, con occhi lucidi e sconforto palpabile.

Lo convinceranno a ritornare e da lì la faccenda cambia radicalmente. Sono tutti più distesi, propositivi, emerge l'imponente figura artistica e creativa di Paul che compone, arrangia, crea in diretta capolavori immortali, rende geniali le bozze degli altri.
In mezzo gli scherzi, le battute, il caustico humor dei quattro che ritrovano unità e voglia di fare e stare insieme. Soprattutto quando si aggiunge Billy Preston, geniale tastierista (suonerà con Stones, Aretha Franklin, Ray Charles, Bob Dylan, Miles Davis, Elton John e mille altri) che passa a salutare i ragazzi (conosciuti ad Amburgo anni prima) e si ritrova di punto in bianco nella band. Osservare la sua faccia quando glielo propongono, così, sui due piedi, e quella dei quattro Beatles, subito entusiasti ad ascoltare quello che suona, è imperdibile.

La sublimazione dell'innocenza.

Ricordiamoci che Billy aveva 23 anni, i “quattro” andavano dai 25 ai 28. Anche se nel nostro immaginario ci appaiono adulti, immortali, saggi e onniscienti erano ancora ragazzi giovanissimi.
La sua presenza rivitalizza la band, nascono nuove canzoni. Nel film ne vediamo la prima scintilla, le progressive modifiche, i reciproci suggerimenti, i cambiamenti, in un lavoro corale, condiviso, in cui ognuno apporta il proprio contributo.
Fino ad avere sotto gli occhi “Let it be”, “The long and winding road”, “Two of us”, “Don't let me down”, “Get Back” e le radici di successivi capolavori come “Something”, “All things must pass”, “Jealous guy”.

La band stringe i tempi, lo show, non ancora definito, si avvicina e alla fine decidono (ennesimo colpo di genio) di farlo sul tetto della Apple, nei cui studi si sono spostati.

Gli dei della musica assurgono al cielo, si avvicinano al divino.

Lasciando a terra l'incredibile fauna che li circonda anche durante le registrazioni (mogli, compagne, fonici, produttori, discografici, fotografi, cameramen, amici in visita, manager, personaggi di vario tipo).
E da lì, il 30 gennaio 1969, in un breve concerto di una manciata di brani, lanciano l'ultimo messaggio al mondo.
E' il momento clou del film (e degli anni Sessanta).
La gente in strada non capisce, sono i Beatles, si sentono ma non si vedono, si crea affollamento, in tanti salgono sui tetti circostanti per avvicinarsi e guardarli insieme (inconsapevolmente) per l'ultima volta, la maggior parte apprezza, in pochi protestano perché la confusione creata “danneggia il commercio”.

I Beatles, a dispetto dei detrattori ignoranti, suonano benissimo, cantano divinamente, diventano un unicum di suono, immagine, creatività.

L'icona Beatles risplende in tutta la sua luminosità, solamente perché sono loro e perché nessun altro è mai stato e mai sarà più come Paul, John, George e Ringo insieme.

Gli anni Sessanta si chiudono e un'epoca irripetibile lascia spazio ad altro (meglio o peggio è pertinenza esclusiva del giudizio personale).
Il capolavoro dei Beatles è stato nello sciogliersi alla fine del decennio di cui sono stati simbolo.
Anche se, emerge chiaro dal film, non ne avevano alcuna intenzione all'epoca.
George confida a John e Yoko di voler fare un album solista con lo scopo di poter aver finalmente lo spazio che ormai meritava ma che nei Beatles non poteva avere, sottolineando che sarà anche un modo per rafforzare l'unità del gruppo.
Alcuni brani, che ritroveremo negli album solisti dei componenti, sono in predicato di entrare nel prossimo album della band.
Il motivo scatenante dello scioglimento emerge, inconsapevolmente, verso la fine del film, quando il manager Allen Klein si offre di gestire gli affari della band.
Paul vorrà il padre della moglie Linda, gli altri tre rifiuteranno e i Beatles finiranno (anche per questo).

E finalmente da queste immagini Yoko Ono, da sempre vituperata e considerata la causa della rottura, viene “scagionata”. E' sempre appiccicata a John ma non interferisce mai, se ne sta in silenzio, legge, prende appunti, fa persino l'uncinetto.
Sostiene la fragilità di John, ne smussa le asperità del carattere. E' costantemente presente ma con dolcezza, mai ingombrante o invasiva.

Uno dei momenti più esplosivi del film è quando arriva la polizia a sospendere il concerto sul tetto.
Sono due giovani ragazzi che sotto gli elmetti e il piglio autoritario nascondono un caschetto alla Beatles.
Ma devono mantenere fede al loro ruolo.
Imbarazzati, impacciati, probabilmente devastati dall'ingrato compito. Le telecamere li spiano nel loro straziante dilemma.
Un altro elogio all'innocenza.

Tutto intorno esplodono i colori, la naiveté e la freschezza dei protagonisti, l'abbigliamento del pubblico del concerto sul tetto, le pettinature, le minigonne, le giacche a tre bottoni, la sensazione di un mondo nuovo che stava per esplodere.

“Get Back” è un inimitabile ritratto di un'epoca tanto esaltante quanto finita.
E che i Beatles hanno rappresentato, tanto più in queste immagini, in cui li vediamo veri, presenti, “umani” in maniera imbarazzante.
E per questo ancora più vicini e immortali.
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