Foto di Gabriele De Marco
Da una coproduzione di HellNation e Area Pirata è uscito "Rivoltiamo", il nuovo album dei BLOODY RIOT.
A quaranta anni dal seminale esordio, uno dei pilastri dell’hardcore punk italiano, la band romana spiazza di nuovo tutti con un lavoro travolgente e devastante. Hardcore punk violentissimo, spietato, che non fa prigionieri.
Consueta attitudine, produzione sonora eccelsa che esalta la compattezza del sound, canzoni efficaci e ricche di variazioni ritmiche, soluzioni armoniche e compositive di primissima qualità.
Ritornano oggi come allora le tematiche per cui si "combatteva" 40 anni fa, evidentemente e tristemente ancora attuali: repressione del dissenso, abuso di potere, manipolazione dell’informazione, devastazione ambientale, la tossicodipendenza e l’alienazione sociale.
I testi sono lucidi, duri e non fanno sconti.
Album super!
Alex Vargiu e Lorenzo Canevacci hanno risposto ad alcune domande.
Un ritorno spettacolare, che non solo conserva ma anzi amplia la potenza sonora e lirica della band.
Dunque l'età non conta...lo spirito continua.
In che modo sono nati i nuovi pezzi? E in quanto tempo?
Alex:
Dopo diversi concerti era impossibile continuare a suonare sempre gli stessi vecchi pezzi, anche con l’inserimento di qualche cover, la storia diventava noiosa, e si sarebbe conclusa come altre volte per inerzia. Abbiamo provato a suonare un paio di brani che avevo registrato anni prima, ma non funzionavano, a quel punto è scattata la molla e in breve tempo abbiamo tirato giù tutti i brani che sono contenuti nell’album.
Avremmo dovuto registrarli due anni fa con Fabiano Master Bianco, ma si è allontanato dalla band.
In sostituzione è arrivato Claudio, un giovanotto di trentacinque anni che ci ha aiutato per qualche mese, poi lui è migrato in Belgio per lavoro e si è interrotta la sua collaborazione.
Siamo stati fermi per circa un anno, parentesi che ho trascorso per curare i miei problemi fisici, poi durante una festività, Claudio è tornato a Roma e siamo riusciti a registrare le basi. Abbiamo iniziato a scrivere brani originali con Fabiano nei giorni in cui Alfredo Cospito era in sciopero della fame.
Gli anarchici avevano attaccato dei manifesti alla fermata dell’autobus tutti scritti a mano come si usava negli anni settanta, un dettaglio suggestivo che mi ha suggerito l’idea per il pezzo Dichiarato Morto.
Paradossale che il disco è andato in stampa quando il Ministero della Giustizia ha rinnovato a Cospito la detenzione in regime di 41-bis.
Lorenzo:
Sono convinto che lo spirito sia lo stesso, la potenza sonora è cresciuta grazie a svariati anni di esperienza in più come strumentisti e alle migliori possibilità delle tecnologie di registrazione missaggio e mastering.
Dal punto di vista delle liriche, i testi che scriveva Roberto a 20 anni erano efficaci, taglienti ma chiaramente più sloganistici.
Sono certo che anche Roberto (Perciballi, voce del gruppo, scomparso nel 2016), fosse ancora tra noi, sarebbe fiero di questi testi perché esprimono la stessa rabbia e lo stesso antagonismo ma in maniera più articolata ed adulta.
La registrazione come è avvenuta?
Alex:
Le registrazioni si sono svolte con continue interruzioni: grande difficoltà all’inizio per l'incertezza sulla concessione delle ferie di Claudio che sarebbe dovuto scendere a Natale, poi a Pasqua, infine non si capiva quando.
Finalmente è riuscito a tornare a Roma, e in una mattina abbiamo registrato le basi di batteria. La situazione è diventata piuttosto frustrante quando il fonico dello studio, Danilo Silvestri, si è trovato carico di impegni e non aveva il tempo per finire le nostre registrazioni.
Avremmo voluto mixare in analogico, fermare lo studio per un’intera settimana e usare la consolle e le macchine analogiche dello studio, ma con gli scampoli di tempo a disposizione abbiamo terminato le registrazioni in digitale. La masterizzazione di Alan Douches, infine ha compattato il suono.
Lorenzo:
Abbiamo cominciato a scrivere nuovi pezzi fin da quando abbiamo ripreso a suonare con Fabiano alla batteria e la gran parte dell materiale l’abbiamo messa su con lui. Poi Fabiano si è preso una pauaa per motivi personali e con l’ottimo Claudio Finelli abbiamo arrangiato gli ultimi 2 o 3 brani e con lui abbbiamo affrontato le session di registrazione.
Le riprese sono state abbastanza rapide e sono durate una settimana circa, mentre il mix lo abbiamo affrontato in vari giorni distanziati, per effettuare riascolti, capire le problematiche varie, così si è protratto un poco di più.
In generale però direi che è stato un lavoro spontaneo e affrontato con entusiasmo e voglia di esprimerci al massimo, senza troppe pippe mentali.
I testi parlano di repressione del dissenso, abuso di potere, manipolazione dell’informazione, devastazione ambientale, la tossicodipendenza e l’alienazione sociale.
Non è cambiato niente dopo 40 anni, la realtà costringe a riparlare delle solite problematiche mai risolte, anzi, in molti casi peggiorate.
Credete che un certo tipo di musica sia ancora in grado di influenzare la vita dei più giovani, come è stato per noi 40 anni fa?
Alex:
La musica influenza ancora profondamente la vita dei giovani, anche solo per un benessere emotivo, ma sono sopraffatti dalla quantità di offerta online.
Il flusso digitale ininterrotto e il sovraccarico cognitivo li porta inevitabilmente ad avere un approccio superficiale, senza la capacità di sviluppare un pensiero critico. Un giovane d’oggi dovrebbe concentrarsi su cosa è essenziale e stabilire cosa tiene insieme gruppi di persone che condividono gli stessi stili di vita, e gusti estetici che si differenziano da quelli della società dominante.
Non li biasimo se non ci riescono, quando ero giovane ogni spazio sociale e culturale era occupato dal dibattito politico, a dodici anni già desideravo fare politica, si moriva per la politica, ma ho smesso di comprendere l'incomprensibile ed ho accettato il caos, per questo sono diventato mio malgrado un punk. Ho agito secondo un approccio pragmatico ed istintivo, senza seguire una forma di manifesto programmatico, ma avevo consapevolezza della mia propria identità, la mia coscienza di classe. Avere radici solide mi ha garantito una stabilità emotiva.
Oggi ho la sensazione che l'essere "proletario" abbia perso importanza, la frammentazione del mondo del lavoro moderno, rende difficile riconoscersi in un'identità collettiva e questo riflette profondamente nella coscienza dei giovani. Come possono stabilire dei legami che definiscono l'appartenenza ad una sottocultura, quando ciò che tiene insieme oggi le persone si basa principalmente sull’interdipendenza e sulle relazioni affettive?
Non voglio rincorrere e intercettare il gusto dei giovani con short-video e slogan. Approfondire come gli algoritmi manipolano la loro attenzione, mi interessa solo per una analisi dei fenomeni sociali. L’album è stato realizzato in vinile per un target appartenente alla nostra generazione o poco più giovane.
Anche la celebre coppia di animali antropomorfi usata in copertina fa parte di un ricordo condiviso. Pippo è disegnato al negativo, ad evidenziare il rovesciamento di ruolo, ed esprimere la negazione di tutti gli attributi, dell’essere subalterno, non so se ora è diventato un super eroe o semplicemente uno sbirro come il sorcio.
Tutto può essere, da quando la Mondadori è passata nelle mani della Fininvest di Silvio Berlusconi, di colpo Zio Paperone è diventato generoso.
Lorenzo:
La società che ci circonda se da un punto di vista è cambiata molto in 40 anni, non ha certo risolto le sue contraddizioni e disuguaglianze, anzi…I motivi per urlare il dissenso stanno ancora tutti lì.
Credo che i giovani oggi non siano più così ricettivi verso forme musicali come il rock n’ roll, il punk e suoi derivati. Mi sembra ascoltino tutt?altro, ma poi qualche pischello che conosce i classici dei Bloody Riot e li canta sotto al palco, ci stupisce sempre e contraddice questa mia visione pessimistica.
Cosa avete ascoltato durante la composizione e registrazione dell'album? In che misura certi ascolti possono averlo influenzato?
Alex:
Ho sempre ascoltato diversi generi musicali, quando ho scoperto il punk rock e avevo solo un paio di dischi, usavo ascoltare a 45 giri i vecchi album dei Rolling Stones o degli Yardbirds, che successivamente ho dato via per acquistare altri dischi punk, ma che nel giro di qualche anno ho finito per ricomprare.
L'umore e il mio stato d'animo influenzano la mia selezione musicale giornaliera, perciò spazio dal punk al power pop, dal garage al soul, dal dark alla musica classica.
Non posso dire altrettanto quando prendo lo strumento in mano, perché non mi sono evoluto e
suono la chitarra sempre con lo stesso approccio punk, vado dove mi portano le dita.
Quando abbiamo ripreso a suonare hard core l’approccio al basso elettrico, che non è il mio strumento, si è rivelato più difficoltoso delle volte precedenti. Ho dovuto esercitarmi e fare esercizi di stretching per raggiungere la scioltezza e la fluidità necessaria per correre sulla tastiera e non finire dal fisioterapista. Per comporre ho dovuto riprendere in mano la chitarra e in un solo pomeriggio ho tirato fuori i riff per tre brani. L’arrangiamento l’abbiamo elaborato in sala insieme a Fabiano.
Io e Lorenzo abbiamo sempre avuto un diverso approccio nella composizione che con il passare del tempo è diventato più evidente. Siamo diversi ma anche complementari, per esempio, mentre lui usa la tradizionale logica di scale maggiori, io cerco di usare delle note dissonanti per creare tensioni cromatiche e instabilità emotiva all'interno del brano.
Il ritorno dei Bloody Riot è accaduto più per un evento occasionale che per una scelta deliberata. Al principio avrebbero dovuto alternarsi più cantanti in un percorso itinerante in varie città. Di fatto nessuno ha risposto all’appello e sono rimasti Simone e Valerio. Scrivendo nuovi brani abbiamo fatto dei testi molto stringati dove entrambi si alternano rappando. Questo ci contraddistingue rispetto a prima.
I nuovi Bloody Riot sono qualcosa di non ancora svelato.
Lorenzo:
Devo dire che di hardcore punk ascolto prevalentemente roba “storica” di nuovo mi vengono in mente solo gli Off! , che avendo Keith Morris alla voce sono nuovi per modo di dire.
Non credo di essere influenzato da nuove band, semmai da un background di ascolti che si è accumulato negli anni e che ormai fa parte del mio DNA musicale.
All'album seguirà un tour di supporto?
Alex: Non abbiamo pianificato alcun tour, non siamo in grado di farlo da soli, avremmo bisogno del supporto di qualcuno che creda in noi.
Lorenzo:
Abbiamo alcune date in cantiere a partire da settembre ed abbiamo pubblicato un comunicato sulla pagina Bloody Riot per dire che siamo su piazza per promuovere il disco, chiunque possa e voglia farci suonare ppuò contattarci tramite i nostri social.
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mercoledì, luglio 08, 2026
mercoledì, giugno 17, 2026
Intervista a Billy Sullivan / The Spitfires
Qualche tempo fa, in previsione di un annunciato tour italiano degli SPITFIRES ho inoltrato alcune domande - grazie a Giuseppe e Stefano Miceli della Solid Bond - al leader della band, Billy Sullivan.
Perché la band si è sciolta? E perché avete deciso di riformarla ora?
La band si è sciolta per una serie di motivi. Il COVID ha ovviamente avuto un impatto enorme sul mondo intero e ci ha impedito di andare in tour, che era la nostra principale fonte di reddito. Inoltre, abbiamo avuto dei dissapori con la nostra casa discografica e, come gruppo, i membri della band avevano iniziato ad allontanarsi. Avevo semplicemente bisogno di una pausa.
E per quanto riguarda la tua carriera solista?
Il disco solista che ho realizzato è stato semplicemente un modo per liberarmi dalla situazione dello scioglimento della band. Io e Simon Dine (il produttore) avevamo un sacco di canzoni pronte e siamo andati in studio per un paio di giorni e abbiamo registrato l'intero album. Purtroppo i fan non l'hanno apprezzato.
L'influenza della cultura mod è ancora presente nel nuovo album, sebbene siano evidenti anche numerose altre influenze. Sei ancora legato al Mod?
Lo sarò sempre. Penso solo che possa evolversi e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo il senso di qualcosa che rimane intrappolato in un ciclo nostalgico. Sento che c'è spazio per una nuova versione.
Alcuni dei tuoi testi hanno una forte connotazione politica. Puoi parlarcene?
Probabilmente enviromental (criteri di sostenibilità legati in modo specifico all'ambiente) è un termine più appropriato. Scrivo semplicemente di situazioni e personaggi con cui mi identifico. La situazione nel Regno Unito al momento è piuttosto desolante, quindi le difficoltà si riflettono nelle mie canzoni.
E per quanto riguarda i prossimi progetti degli Spitfires?
Tanti tour nel 2026! Vogliamo esplorare il mondo al di fuori del Regno Unito. E anche lavorare su nuovo materiale. MKII è stato più l'inizio di qualcosa che una continuazione di ciò che è venuto prima.
Cosa hai ascoltato mentre componevi e realizzavi il nuovo album?
The Clash, The Specials, Madness, Elvis Costello. Ho riscoperto molta musica che avevo scartato quando la band si è sciolta la prima volta e l'ho apprezzata di nuovo. Soprattutto con orecchie più mature.
Cosa ascolti di solito? Ci sono nuovi artisti che ti piacciono particolarmente?
Ci sono alcuni gruppi francesi che mi piacciono molto in questo periodo: Roberta Lips, ALVILDA, Distance. Mi piacciono molto anche i Camera Obscura.
Qui sotto la recensione del recente "MK II":
Torna la band di Billy Sullivan, line up completamente rinnovata, il sound che mantiene le radici in un classico mod sound (dai Jam agli Ordinary Boys), debitore a matrici soul e Sixties, con un'asprezza di derivazione punk/new wave. L'approccio è più raffinato, meno irruente del passato, con arrangiamenti più curati e uno sguardo verso un pop più fruibile (se "Where Did We Go Wrong?" e "Man Out Of time" sono puro e semplice ska, "Like They Used To" e "Can't Kee This Up" virano verso un mood alla Duran Duran). Un buon ritorno, molto uniforme, comunque convincente.
Questa la recensione dell'album solista di BILLY SULLIVAN "Paper Dreams" del 2023:
Esordio solista dell'ex anima degli Spitfires che prosegue il percorso della band, elaborandolo e arricchendolo di nuovi elementi. Alla base la tradizione 60's di Beatles, Kinks e Small Faces, quella successiva dei Jam, con abbondanti riferimenti alla carriera solista di Paul Weller (non a caso produce spesso Simon Dine dietro al mixer del Modfather), il Brit Pop (dai Blur a Miles Kane), fino a un frequente rimando agli Smiths. Le canzoni sono sempre di alto livello, arrangiamenti essenziali ma ricercati. Ottimo e oltre.
Qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/05/the-spitfires.html un resoconto della loro carriera all'indomani dell'annuncio dello scioglimento.
Perché la band si è sciolta? E perché avete deciso di riformarla ora?
La band si è sciolta per una serie di motivi. Il COVID ha ovviamente avuto un impatto enorme sul mondo intero e ci ha impedito di andare in tour, che era la nostra principale fonte di reddito. Inoltre, abbiamo avuto dei dissapori con la nostra casa discografica e, come gruppo, i membri della band avevano iniziato ad allontanarsi. Avevo semplicemente bisogno di una pausa.
E per quanto riguarda la tua carriera solista?
Il disco solista che ho realizzato è stato semplicemente un modo per liberarmi dalla situazione dello scioglimento della band. Io e Simon Dine (il produttore) avevamo un sacco di canzoni pronte e siamo andati in studio per un paio di giorni e abbiamo registrato l'intero album. Purtroppo i fan non l'hanno apprezzato.
L'influenza della cultura mod è ancora presente nel nuovo album, sebbene siano evidenti anche numerose altre influenze. Sei ancora legato al Mod?
Lo sarò sempre. Penso solo che possa evolversi e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo il senso di qualcosa che rimane intrappolato in un ciclo nostalgico. Sento che c'è spazio per una nuova versione.
Alcuni dei tuoi testi hanno una forte connotazione politica. Puoi parlarcene?
Probabilmente enviromental (criteri di sostenibilità legati in modo specifico all'ambiente) è un termine più appropriato. Scrivo semplicemente di situazioni e personaggi con cui mi identifico. La situazione nel Regno Unito al momento è piuttosto desolante, quindi le difficoltà si riflettono nelle mie canzoni.
E per quanto riguarda i prossimi progetti degli Spitfires?
Tanti tour nel 2026! Vogliamo esplorare il mondo al di fuori del Regno Unito. E anche lavorare su nuovo materiale. MKII è stato più l'inizio di qualcosa che una continuazione di ciò che è venuto prima.
Cosa hai ascoltato mentre componevi e realizzavi il nuovo album?
The Clash, The Specials, Madness, Elvis Costello. Ho riscoperto molta musica che avevo scartato quando la band si è sciolta la prima volta e l'ho apprezzata di nuovo. Soprattutto con orecchie più mature.
Cosa ascolti di solito? Ci sono nuovi artisti che ti piacciono particolarmente?
Ci sono alcuni gruppi francesi che mi piacciono molto in questo periodo: Roberta Lips, ALVILDA, Distance. Mi piacciono molto anche i Camera Obscura.
Qui sotto la recensione del recente "MK II":
Torna la band di Billy Sullivan, line up completamente rinnovata, il sound che mantiene le radici in un classico mod sound (dai Jam agli Ordinary Boys), debitore a matrici soul e Sixties, con un'asprezza di derivazione punk/new wave. L'approccio è più raffinato, meno irruente del passato, con arrangiamenti più curati e uno sguardo verso un pop più fruibile (se "Where Did We Go Wrong?" e "Man Out Of time" sono puro e semplice ska, "Like They Used To" e "Can't Kee This Up" virano verso un mood alla Duran Duran). Un buon ritorno, molto uniforme, comunque convincente.
Questa la recensione dell'album solista di BILLY SULLIVAN "Paper Dreams" del 2023:
Esordio solista dell'ex anima degli Spitfires che prosegue il percorso della band, elaborandolo e arricchendolo di nuovi elementi. Alla base la tradizione 60's di Beatles, Kinks e Small Faces, quella successiva dei Jam, con abbondanti riferimenti alla carriera solista di Paul Weller (non a caso produce spesso Simon Dine dietro al mixer del Modfather), il Brit Pop (dai Blur a Miles Kane), fino a un frequente rimando agli Smiths. Le canzoni sono sempre di alto livello, arrangiamenti essenziali ma ricercati. Ottimo e oltre.
Qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/05/the-spitfires.html un resoconto della loro carriera all'indomani dell'annuncio dello scioglimento.
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Le interviste
martedì, novembre 18, 2025
Intervista a Scanna (Bebaloncar)
Scanna è un artista che ha attraversato epoche personali, musicali, sociali e culturali diversissime tra di loro, lontane, vicine, gioiose, tragiche, turbolente, sempre vitali.
Si è recentemente rimesso in gioco con il progetto BEBALONCAR, di cui è da poco uscito il terzo album "Love To Death".
Di seguito la recensione:
Il trio bolognese ha già marchiato a fuoco la scena underground italiana con due album di grande valore che hanno coraggiosamente mischiato elementi poco utilizzati ai nostri giorni.
In particolare i Velvet Underground più oscuri e malati, richiami shoegaze, Jesus and Mary Chain ma anche la psichedelia meno scontata e “floreale” degli anni Sessanta.
Il nuovo lavoro, che chiude una trilogia incentrata sulla profondità e il tormento dell’animo umano, allarga gli orizzonti verso folk e dream pop, palesando un maggiore ottimismo sonoro, guardando più spesso agli amati anni Sessanta (vedi l’unica cover, Pretty Colors dei Just Us, del 1966).
Di nuovo un disco di grande spessore, originalità, personalità. Imperdibile.
Scanna ci parla in una breve intervista di una serie di aspetti interessanti della sua attuale dimensione artistica.
Da batterista, paradossalmente, apprezzo che in molti brani, dove la batteria ci starebbe più che bene, invece non c'è (a parte percussioni o drum machine, mai invadenti) o comunque l'elemento percussivo è usato con molta parsimonia. Una scelta che toglie prevedibilità. E' qualcosa di ponderato?
La scelta di non avere la batteria è stata dettata dal fatto che quando abbiamo registrato il primo album non era prevista...la cosa ha funzionato e ci siamo trovato bene in questo modo.
Si è creata un'alchimia perfetta che non vogliamo cambiare. Questo ci permette di essere liberi in studio, ognuno fa la sua parte senza intromissioni esterne.
Quanto c'è del tuo precedente percorso artistico nei Bebaloncar?
Nei Bebaloncar c'è tutto e di più.
Dagli ascolti teenager della wave o del punk, dal moody garage alla psichedelia fino ad arrivare allo shoegaze e al pop inglese/americano.
Uno specchio di tutto che riflette altro ed esce il sound della band. Inoltre sia Iris che Fab hanno incluso tutto il loro mondo fondendosi in una cosa unica.
Cosa ritieni di avere ancora da dire al pubblico?
In realtà non ho niente da dire al pubblico, io e gli altri componenti del gruppo suoniamo per noi stessi.
È un'esigenza personale senza minimamente preoccuparci del giudizio esterno.
Considerazione personale: ritengo che con la nostra/e generazione/i finisca un'epoca, irripetibile, nel bene o nel male, di cui rappresentiamo l'epitaffio. Non so se sei d'accordo.
Sono purtroppo totalmente d'accordo. No future.
Il nuovo album, rispetto ai due precedenti, l'ho trovato più solare, più “ottimista”,, una sorta di apertura dopo l'oscurità di “Suicide Lovers” e “Diary of a lost girl”.
Il nuovo album ha un sapore malinconico, veniamo da tre anni pieni di concerti e uscite discografiche che ci hanno unito tantissimo.
Il risultato è Love to Death, intriso di momenti agrodolci...uno piccolo spiraglio di sole in mezzo alle nubi nere.
Il tema dell'amore è ricorrente in tutta la trilogia, in parallelo a quello della morte. Per il futuro pensi di andare in direzioni diverse relativamente alle tematiche fin qui espresse?
Non ho direzione, a luglio andremo in studio per registrare il quarto album dopo avere fatto un nuovo tour da Febbraio a Maggio.
Abbiamo una dozzina di pezzi che amiamo molto e lavoreremo su quelli. Non ho idea di quello che uscirà ma questo è quello che siamo.
Love it or Hate it.
Si è recentemente rimesso in gioco con il progetto BEBALONCAR, di cui è da poco uscito il terzo album "Love To Death".
Di seguito la recensione:
Il trio bolognese ha già marchiato a fuoco la scena underground italiana con due album di grande valore che hanno coraggiosamente mischiato elementi poco utilizzati ai nostri giorni.
In particolare i Velvet Underground più oscuri e malati, richiami shoegaze, Jesus and Mary Chain ma anche la psichedelia meno scontata e “floreale” degli anni Sessanta.
Il nuovo lavoro, che chiude una trilogia incentrata sulla profondità e il tormento dell’animo umano, allarga gli orizzonti verso folk e dream pop, palesando un maggiore ottimismo sonoro, guardando più spesso agli amati anni Sessanta (vedi l’unica cover, Pretty Colors dei Just Us, del 1966).
Di nuovo un disco di grande spessore, originalità, personalità. Imperdibile.
Scanna ci parla in una breve intervista di una serie di aspetti interessanti della sua attuale dimensione artistica.
Da batterista, paradossalmente, apprezzo che in molti brani, dove la batteria ci starebbe più che bene, invece non c'è (a parte percussioni o drum machine, mai invadenti) o comunque l'elemento percussivo è usato con molta parsimonia. Una scelta che toglie prevedibilità. E' qualcosa di ponderato?
La scelta di non avere la batteria è stata dettata dal fatto che quando abbiamo registrato il primo album non era prevista...la cosa ha funzionato e ci siamo trovato bene in questo modo.
Si è creata un'alchimia perfetta che non vogliamo cambiare. Questo ci permette di essere liberi in studio, ognuno fa la sua parte senza intromissioni esterne.
Quanto c'è del tuo precedente percorso artistico nei Bebaloncar?
Nei Bebaloncar c'è tutto e di più.
Dagli ascolti teenager della wave o del punk, dal moody garage alla psichedelia fino ad arrivare allo shoegaze e al pop inglese/americano.
Uno specchio di tutto che riflette altro ed esce il sound della band. Inoltre sia Iris che Fab hanno incluso tutto il loro mondo fondendosi in una cosa unica.
Cosa ritieni di avere ancora da dire al pubblico?
In realtà non ho niente da dire al pubblico, io e gli altri componenti del gruppo suoniamo per noi stessi.
È un'esigenza personale senza minimamente preoccuparci del giudizio esterno.
Considerazione personale: ritengo che con la nostra/e generazione/i finisca un'epoca, irripetibile, nel bene o nel male, di cui rappresentiamo l'epitaffio. Non so se sei d'accordo.
Sono purtroppo totalmente d'accordo. No future.
Il nuovo album, rispetto ai due precedenti, l'ho trovato più solare, più “ottimista”,, una sorta di apertura dopo l'oscurità di “Suicide Lovers” e “Diary of a lost girl”.
Il nuovo album ha un sapore malinconico, veniamo da tre anni pieni di concerti e uscite discografiche che ci hanno unito tantissimo.
Il risultato è Love to Death, intriso di momenti agrodolci...uno piccolo spiraglio di sole in mezzo alle nubi nere.
Il tema dell'amore è ricorrente in tutta la trilogia, in parallelo a quello della morte. Per il futuro pensi di andare in direzioni diverse relativamente alle tematiche fin qui espresse?
Non ho direzione, a luglio andremo in studio per registrare il quarto album dopo avere fatto un nuovo tour da Febbraio a Maggio.
Abbiamo una dozzina di pezzi che amiamo molto e lavoreremo su quelli. Non ho idea di quello che uscirà ma questo è quello che siamo.
Love it or Hate it.
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Le interviste
lunedì, novembre 10, 2025
Diane Kowa & Piaggio Soul Combination - Allnighter Material (recensione e intervista)
Torna ad incidere la miglior soul band italiana ma che può vantare di avere pochi rivali al mondo, soprattutto dopo l’aggiunta vocale della stupenda Diane Kowa.
Il nuovo album rispetta tutte le aspettative, dopo una serie di lavori sempre a livelli di eccellenza, snocciolando brani autografi di gran classe, fedeli al soul sound più classico, con incursioni nel Northern Soul, rhythm and blues, funk, gospel e blues.
Il tutto suonato e interpretato nel migliore dei modi e con classe cristallina.
Consigliatissimo e ai vertici tra i migliori dischi italiani dell’anno.
Lo trovate qui:
https://www.areapirata.com/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material
Intervista a Marco Piaggesi (voce e tastiere)
1) Domanda da un milione di dollari.
Cosa significa suonare soul music in Italia?
Un genere paradossalmente sempre ascoltato e suonato spesso dagli anni Sessanta in poi (da Rocky Roberts e Lucio battisti fino a Zucchero), raggiungendo la testa delle classifiche ma rimasto bene o male nella nicchia degli appassionati.
Il soul in Italia è tuttora identificato da un pubblico dai millennials in su, come musica da ballo, divertente.
Quindi questa musica trova posto nella programmazione di locali, festival e iniziartive varie. Come downside c'è il fatto che il soul prevede band numerose e quindi trovare degli spazi non è semplice.
2) E’ difficile riprodurre il glorioso soul sound in studio e dal vivo?
Riprodurre il suono di tipo Stax/Atlantic non è difficile, perchè è un suono piuttosto semplice e asciutto.
E' un vero problema, invece, cercare di repllicare il suono della Motown.
Ma più che il suono, il vero problema è replicare il groove, il potere da ballo che quei pezzi hanno. Ci si prova!
3) Come avete trovato la splendida voce di Diane Kowa?
Diane ci è stata presentata da Max, il padrone del Nidaba di Milano, che l'aveva sentita cantare insieme ad un gruppo locale. Gli dobbiamo molto, perchè lei è fantastica.
4) Parlaci un di “Allnighter material”, come sempre un disco potente, intenso, genuino. L'idea era quella di riuscire a fare dei pezzi che potessero essere messi in un soul allnighter mantenendo la pista piena. Infatti, i primi tre pezzi di ogni lato (che sono quelli che suonano meglio), sono quelli con potenziale da ballo. Il pezzo secondo noi, più efficente a questo scopo, lo abbiamo messo nel 45!
5) Siete in giro da un po’, avete avuto buoni riscontri all’estero, con un sound universale come il vostro?
Sì, molte persone all'estero ci apprezzano. Tra i riscontri ricevuti, ci sono filmati del nostro ultimo singolo messo in locali che per chi si intende di Northern Soul, ripagano veramente di ogni sforzo. Noi però non abbiamo ancora fatto tournee fuori dai confoiini nazionali e spero che questo sia il disco buono.
6) Cosa avete in programma per la promozione del nuovo disco?
Date, date, date, date. Suoneremo il più possibile, oltre alle presentazioni del disco. Il singolo sta andando molto bene e questo è incoraggiante.
Il nuovo album rispetta tutte le aspettative, dopo una serie di lavori sempre a livelli di eccellenza, snocciolando brani autografi di gran classe, fedeli al soul sound più classico, con incursioni nel Northern Soul, rhythm and blues, funk, gospel e blues.
Il tutto suonato e interpretato nel migliore dei modi e con classe cristallina.
Consigliatissimo e ai vertici tra i migliori dischi italiani dell’anno.
Lo trovate qui:
https://www.areapirata.com/prodotto/diane-kowa-the-piaggio-soul-combination-allnighter-material
Intervista a Marco Piaggesi (voce e tastiere)
1) Domanda da un milione di dollari.
Cosa significa suonare soul music in Italia?
Un genere paradossalmente sempre ascoltato e suonato spesso dagli anni Sessanta in poi (da Rocky Roberts e Lucio battisti fino a Zucchero), raggiungendo la testa delle classifiche ma rimasto bene o male nella nicchia degli appassionati.
Il soul in Italia è tuttora identificato da un pubblico dai millennials in su, come musica da ballo, divertente.
Quindi questa musica trova posto nella programmazione di locali, festival e iniziartive varie. Come downside c'è il fatto che il soul prevede band numerose e quindi trovare degli spazi non è semplice.
2) E’ difficile riprodurre il glorioso soul sound in studio e dal vivo?
Riprodurre il suono di tipo Stax/Atlantic non è difficile, perchè è un suono piuttosto semplice e asciutto.
E' un vero problema, invece, cercare di repllicare il suono della Motown.
Ma più che il suono, il vero problema è replicare il groove, il potere da ballo che quei pezzi hanno. Ci si prova!
3) Come avete trovato la splendida voce di Diane Kowa?
Diane ci è stata presentata da Max, il padrone del Nidaba di Milano, che l'aveva sentita cantare insieme ad un gruppo locale. Gli dobbiamo molto, perchè lei è fantastica.
4) Parlaci un di “Allnighter material”, come sempre un disco potente, intenso, genuino. L'idea era quella di riuscire a fare dei pezzi che potessero essere messi in un soul allnighter mantenendo la pista piena. Infatti, i primi tre pezzi di ogni lato (che sono quelli che suonano meglio), sono quelli con potenziale da ballo. Il pezzo secondo noi, più efficente a questo scopo, lo abbiamo messo nel 45!
5) Siete in giro da un po’, avete avuto buoni riscontri all’estero, con un sound universale come il vostro?
Sì, molte persone all'estero ci apprezzano. Tra i riscontri ricevuti, ci sono filmati del nostro ultimo singolo messo in locali che per chi si intende di Northern Soul, ripagano veramente di ogni sforzo. Noi però non abbiamo ancora fatto tournee fuori dai confoiini nazionali e spero che questo sia il disco buono.
6) Cosa avete in programma per la promozione del nuovo disco?
Date, date, date, date. Suoneremo il più possibile, oltre alle presentazioni del disco. Il singolo sta andando molto bene e questo è incoraggiante.
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Le interviste
venerdì, settembre 19, 2025
Raduno Mod Italiano 26/27 settembre. Cattolica (Rimini)
Torna il Raduno Mod Italiano il 26/27 settembre a Cattolica (Rimini).
Oscar Giammarinaro si addentra, in questa breve intervista, nell'argomento.
Se i conti non sono sbagliati il raduno mod si svolge ormai da oltre 40 anni, se partiamo da Gabicce Mare nel settembre 1982 e ancora prima da quello improvvisato a Viareggio nella primavera 1982.
In tutti questi anni ha cambiato faccia?
Si’ il primo raduno semi ufficiale fu a Viareggio nel 1982, poi a settembre dello stesso anno i Mods di piazza Mercanti di Milano si organizzarono con i Mods di Rimini che riuscirono a ottenere l’uso della discoteca Aleph a Gabicce e in qualche modo fu il primo vero raduno
.All’Aleph ballammo musica Soul e 79 che era stata registrata in cassette mixate da alcuni Mods di Milano.
L’età media dei partecipanti era 18 anni e tu lo ricorderai bene, visto che eri presente e distribuivi “Faces”, che c‘erano varie modzInes disponibili provenienti da Milano,Parma,Roma etc.
Tutti noi ci eravamo scoperti mod e chi è mod lo è per la vita.
Certo: qualcuno pensava di essere mod ma si sbagliava e si è allontanato dalla scena, qualcun altro è scomparso e riapparso a intermittenza, qualcuno si è allontanato nel periodo genitoriale ed è ritornato una volta cresciuti i figli. E’ chiaro che oggi i partecipanti hanno un’età media superiore a quella dei primi raduni, per fortuna ci sono varie generazioni tutte insieme e per fortuna che sono rimasti tanti Mods che frequentavano agli albori del nostro movimento.
Molto immodestamente ma senza alcuna possibilità di smentita, devo affermare che io ci sono sempre stato e ho sempre cercato di far crescere il movimento, di diffonderlo il più possibile e tenendo sempre in primo piano il senso di vera ribellione e di identità dell’essere mod, esaltandone l ‘individualità spiccata associata a un assoluto senso di appartenenza, sicuro che ora come allora il Modernismo sia la soluzione migliore per vivere in questo sistema pessimo che nei decenni è ulteriormente peggiorato.
Dico questo perché ho potuto vivere tutti i cambiamenti fisiologici della scena e quindi degli eventi e dei raduni.
Il Raduno Mod Italiano c’è sempre stato ma dal 2006 e’ ripartito per essere il Raduno dell’unità di tutti i Mods italiani, infatti è e sarà sempre organizzato da Mods di vari parti d’Italia, inoltre da quest’anno collaborano a organizzare gli amici Mods inglesi degli Untouchables, storica crew motore dei raduni britannici fin da inizio anni ‘90.
In consolle ci sono djs solo mod provenienti da tutta Europa e la serata del sabato ha l’ingresso rigorosamente riservato solo agli invitati che indossano abbigliamento mod.
Applichiamo da sempre l’autofinanziamento, ripudiamo qualsiasi tipo di sponsorizzazione o intromissione degli enti locali o istituzioni.
Il Movimento mod ha un importante punto di forza nella sua spontaneità.
Noi Mods disprezziamo, combattiamo e ci batteremo con ogni mezzo necessario chi usa il nostro movimento,la nostra scena o anche il nostro termine/nome per fini commerciali o economici infangando la nostra immagine e la nostra cultura. Guai ai “non Mods” che organizzano eventi “sedicenti mod”!
Il Modernismo è la nostra vita e noi Mods meritiamo RISPETTO e quindi lo ESIGIAMO.
45 anni di Modernismo in Italia. Sono in tanti che organizzano eventi che ai tempi erano rigorosamente unitari. Cosa ne pensi? E’ sinonimo di attività oppure, perlomeno certe volte, una sorta di appropriazione di un “marchio” che ha mantenuto sempre un grande fascino?
La scena mod è una, non solo a livello italiano ma anche europeo.
Negli ultimi tempi si sono radicati gli eventi in periodi ben definiti: Dreamsville in Inghilterra (il raduno top in Europa) il primo fine settimana di luglio, poi Il Raduno Italiano a fine settembre, AllSaints a inizio novembre, il Flamingo a metà febbraio.
In Gran Bretagna ci sono eccellenti serate quasi ogni mese e in Italia si stanno affermando gli eventi di dicembre nelle Marche,giugno a Viareggio e Genova inizio settembre.
Ben vengano gli eventi soul ( per esempio a Pasqua sul lago di Garda o Pordenone oppure scooteristici come l’isola d’Elba), che hanno esplicite caratteristiche estetiche e musicali e non millantano o mistificano Mods e Modernismo, totale disprezzo per eventi da “gruppo misto “ dove il termine mod viene inserito e associato a miriadi di generi e definizioni che niente hanno a che fare con noi e danneggiano la nostra cultura.
Come vedi il futuro del Mod in Italia?
Francamente le nuove leve faticano ad arrivare ma soprattutto ad organizzare, a parte sporadiche eccezioni.
Alle “nuove leve” bisogna dare esempio di forte identità, integrità culturale,senso dì appartenenza, esaltando l’aspetto ribellistico dell’essere mod, dimostrando quotidianamente che il modernismo è possibile e che, non solo il nostro stile è la nostra musica sono il meglio che ci possa essere, ma è il meglio anche il nostro modo di vivere questo sistema, sfruttandolo il più possibile invece che esserne sfruttati! Certo, se tutti agissimo con la convinzione che il mod più importante è quello che non ha ancora scoperto di esserlo, avremo maggiori possibilità di diffondere la nostra cultura.
Dall’Inghilterra stanno arrivando nomi più o meno giovani e nuovi, come Sharp Class e Spitfires o i più “tangenti” al Mod come i Molotovs. Unita alla reunion degli Oasis, può essere una strada per nuova linfa vitale?
Gli Oasis hanno riacceso tanti cuori dormienti e hanno rilanciato suoni, stili e pensieri molto affini al modernismo e le band che citi nella domanda sono delle punte di diamante di sonorità che non solo ci piacciono ma ci rappresentano.
In questo senso mi ha, favorevolmente, molto colpito l’ingresso di Zak Loggia negli Statuto, figlio di uno storico membro della band come Alex. Un senso di prosecuzione verso il futuro inequivocabile.
L’attitudine di ZAK nell’interpretare i nostri brani non è solo entusiasmante tecnicamente e artisticamente ma è commovente per come dimostri quanto certi suoni e parole siano adatti eternamente a essere parte del linguaggio e dell’atteggiamento dei giovanissimi! Il futuro continua ad appartenerci!
Oscar Giammarinaro si addentra, in questa breve intervista, nell'argomento.
Se i conti non sono sbagliati il raduno mod si svolge ormai da oltre 40 anni, se partiamo da Gabicce Mare nel settembre 1982 e ancora prima da quello improvvisato a Viareggio nella primavera 1982.
In tutti questi anni ha cambiato faccia?
Si’ il primo raduno semi ufficiale fu a Viareggio nel 1982, poi a settembre dello stesso anno i Mods di piazza Mercanti di Milano si organizzarono con i Mods di Rimini che riuscirono a ottenere l’uso della discoteca Aleph a Gabicce e in qualche modo fu il primo vero raduno
.All’Aleph ballammo musica Soul e 79 che era stata registrata in cassette mixate da alcuni Mods di Milano.
L’età media dei partecipanti era 18 anni e tu lo ricorderai bene, visto che eri presente e distribuivi “Faces”, che c‘erano varie modzInes disponibili provenienti da Milano,Parma,Roma etc.
Tutti noi ci eravamo scoperti mod e chi è mod lo è per la vita.
Certo: qualcuno pensava di essere mod ma si sbagliava e si è allontanato dalla scena, qualcun altro è scomparso e riapparso a intermittenza, qualcuno si è allontanato nel periodo genitoriale ed è ritornato una volta cresciuti i figli. E’ chiaro che oggi i partecipanti hanno un’età media superiore a quella dei primi raduni, per fortuna ci sono varie generazioni tutte insieme e per fortuna che sono rimasti tanti Mods che frequentavano agli albori del nostro movimento.
Molto immodestamente ma senza alcuna possibilità di smentita, devo affermare che io ci sono sempre stato e ho sempre cercato di far crescere il movimento, di diffonderlo il più possibile e tenendo sempre in primo piano il senso di vera ribellione e di identità dell’essere mod, esaltandone l ‘individualità spiccata associata a un assoluto senso di appartenenza, sicuro che ora come allora il Modernismo sia la soluzione migliore per vivere in questo sistema pessimo che nei decenni è ulteriormente peggiorato.
Dico questo perché ho potuto vivere tutti i cambiamenti fisiologici della scena e quindi degli eventi e dei raduni.
Il Raduno Mod Italiano c’è sempre stato ma dal 2006 e’ ripartito per essere il Raduno dell’unità di tutti i Mods italiani, infatti è e sarà sempre organizzato da Mods di vari parti d’Italia, inoltre da quest’anno collaborano a organizzare gli amici Mods inglesi degli Untouchables, storica crew motore dei raduni britannici fin da inizio anni ‘90.
In consolle ci sono djs solo mod provenienti da tutta Europa e la serata del sabato ha l’ingresso rigorosamente riservato solo agli invitati che indossano abbigliamento mod.
Applichiamo da sempre l’autofinanziamento, ripudiamo qualsiasi tipo di sponsorizzazione o intromissione degli enti locali o istituzioni.
Il Movimento mod ha un importante punto di forza nella sua spontaneità.
Noi Mods disprezziamo, combattiamo e ci batteremo con ogni mezzo necessario chi usa il nostro movimento,la nostra scena o anche il nostro termine/nome per fini commerciali o economici infangando la nostra immagine e la nostra cultura. Guai ai “non Mods” che organizzano eventi “sedicenti mod”!
Il Modernismo è la nostra vita e noi Mods meritiamo RISPETTO e quindi lo ESIGIAMO.
45 anni di Modernismo in Italia. Sono in tanti che organizzano eventi che ai tempi erano rigorosamente unitari. Cosa ne pensi? E’ sinonimo di attività oppure, perlomeno certe volte, una sorta di appropriazione di un “marchio” che ha mantenuto sempre un grande fascino?
La scena mod è una, non solo a livello italiano ma anche europeo.
Negli ultimi tempi si sono radicati gli eventi in periodi ben definiti: Dreamsville in Inghilterra (il raduno top in Europa) il primo fine settimana di luglio, poi Il Raduno Italiano a fine settembre, AllSaints a inizio novembre, il Flamingo a metà febbraio.
In Gran Bretagna ci sono eccellenti serate quasi ogni mese e in Italia si stanno affermando gli eventi di dicembre nelle Marche,giugno a Viareggio e Genova inizio settembre.
Ben vengano gli eventi soul ( per esempio a Pasqua sul lago di Garda o Pordenone oppure scooteristici come l’isola d’Elba), che hanno esplicite caratteristiche estetiche e musicali e non millantano o mistificano Mods e Modernismo, totale disprezzo per eventi da “gruppo misto “ dove il termine mod viene inserito e associato a miriadi di generi e definizioni che niente hanno a che fare con noi e danneggiano la nostra cultura.
Come vedi il futuro del Mod in Italia?
Francamente le nuove leve faticano ad arrivare ma soprattutto ad organizzare, a parte sporadiche eccezioni.
Alle “nuove leve” bisogna dare esempio di forte identità, integrità culturale,senso dì appartenenza, esaltando l’aspetto ribellistico dell’essere mod, dimostrando quotidianamente che il modernismo è possibile e che, non solo il nostro stile è la nostra musica sono il meglio che ci possa essere, ma è il meglio anche il nostro modo di vivere questo sistema, sfruttandolo il più possibile invece che esserne sfruttati! Certo, se tutti agissimo con la convinzione che il mod più importante è quello che non ha ancora scoperto di esserlo, avremo maggiori possibilità di diffondere la nostra cultura.
Dall’Inghilterra stanno arrivando nomi più o meno giovani e nuovi, come Sharp Class e Spitfires o i più “tangenti” al Mod come i Molotovs. Unita alla reunion degli Oasis, può essere una strada per nuova linfa vitale?
Gli Oasis hanno riacceso tanti cuori dormienti e hanno rilanciato suoni, stili e pensieri molto affini al modernismo e le band che citi nella domanda sono delle punte di diamante di sonorità che non solo ci piacciono ma ci rappresentano.
In questo senso mi ha, favorevolmente, molto colpito l’ingresso di Zak Loggia negli Statuto, figlio di uno storico membro della band come Alex. Un senso di prosecuzione verso il futuro inequivocabile.
L’attitudine di ZAK nell’interpretare i nostri brani non è solo entusiasmante tecnicamente e artisticamente ma è commovente per come dimostri quanto certi suoni e parole siano adatti eternamente a essere parte del linguaggio e dell’atteggiamento dei giovanissimi! Il futuro continua ad appartenerci!
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Le interviste,
Mod
lunedì, settembre 15, 2025
Intervista con gli Stone Foundation (Neil Jones)
Grazie alla gentile intercessione di Monica Franceschi ho realizzato una breve intervista con Neil Jones degli STONE FOUNDATION che saranno in concerto in due imperdibili appuntamenti venerdì 19 settembre 2025 all’Arci Bellezza di Milano e sabato 20 settembre al Locomotiv Club di Bologna.
Il nuovo album "The Revival of Survival" è una sintesi di tutte le vostre influenze abituali.
È stato difficile comporlo e trovare nuova energia?
Sì, siamo influenzati dalla musica soul, ma all'interno del genere ci sono tantissime influenze. Dal northern soul al southern soul, al soul influenzato dal funk e dal jazz, al soul degli anni '60, '70, '80, al sound della Motown, al sound di Philadelphia, potrei continuare all'infinito.
Abbiamo esplorato molti di questi stili nei nostri dischi precedenti, mescolandoli con il nostro stile britannico e il nostro stile soul.
Credo che questo album in particolare sia stato influenzato da artisti come Prince e P Funk.
Volevamo anche creare un disco dal suono dance, quasi disco, con una forte influenza sul groove.
Volevamo far ballare e motivare la gente con le canzoni di questo album.
Dopo 25 anni di carriera, è il momento di fare un bilancio della vostra carriera.
Avete rimpianti o cose che avreste voluto fare diversamente?
Non proprio, è stato un viaggio incredibile.
Non guardiamo mai indietro, ma per la prima volta l'anno scorso ci siamo concessi uno sguardo ai nostri 25 anni di carriera.
Hanno persino girato un film su di noi su Amazon Prime, il che è stato piuttosto surreale. Continuare a crescere ogni anno nell'attuale clima economico e digitale che stiamo affrontando come musicisti è di per sé un traguardo enorme.
Dai tour nelle arene con gli Specials, alla collaborazione con alcuni dei nostri eroi soul e alla scrittura di musica con artisti come Paul Weller, è stata un'esperienza incredibile e speriamo che continui a lungo.
Avete infatti collaborato spesso con Paul Weller, che ha sempre apprezzato molto la vostra musica. Che tipo di rapporto si è sviluppato tra voi?
È un rapporto meraviglioso quello con Paul, cresciuto grazie al nostro comune amore per la musica.
Abbiamo molto in comune a livello sociale e siamo diventati grandi amici nel corso degli anni, con lui che suona e canta in molti dei nostri dischi.
Pensare che tutto è iniziato da un'idea per una canzone che ha condiviso con me, che è diventata "Limit of a Man" tratta dal nostro album "Street Rituals" da lui prodotto.
È stato un incredibile sostenitore della nostra musica e la sua fiducia in noi negli ultimi 5 dischi che abbiamo registrato nei suoi studi al Black Barn ha significato moltissimo per me personalmente.
È sempre disponibile per consigli e la nostra amicizia è andata sempre più rafforzandosi.
Di tanto in tanto prende persino in prestito la nostra sezione fiati per i suoi concerti e di recente ha chiesto a me e Neil Sheasby di remixare una delle sue canzoni intitolata Glad Times.
Cosa ha portato l'arrivo di Mick Talbot, un musicista con una storia e un'esperienza enormi?
Avevamo utilizzato Mick in studio per gli ultimi tre dischi degli Stone Foundation.
Il mix tra Mick e il nostro altro tastierista di San Francisco, Ian Arnold, ha sempre funzionato molto nei nostri dischi, quindi ho pensato che avremmo dovuto portarlo anche nelle nostre esibizioni dal vivo.
Come mi disse una volta Mick: "La gente pensa sempre che due tastieristi in una band siano una stravaganza, Neil, ma non batte ciglio quando vede una band con due chitarristi!".
Ha ragione, è la stessa cosa, occupa solo lo stesso spazio sul palco e porta qualcosa di unico al nostro sound dal vivo in questo tour, ha reso il suono della band ancora più imponente.
Cosa riserva il futuro agli Stone Foundation?
Spero di avere ancora molti anni per scrivere e registrare dischi e molti, molti altri tour. Abbiamo già suonato in Italia un paio di volte, ma si trattava di piccoli festival o, nel 2023, di supporto a Paul Weller a Milano.
Queste saranno le nostre prime date da headliner in assoluto e siamo davvero emozionati per queste date a Milano e per la nostra prima volta a Bologna.
Puoi darci un'anteprima di cosa può aspettarsi il pubblico italiano dai tuoi prossimi concerti a Milano e Bologna?
Mi piace pensare che le persone lascino sempre i nostri concerti sentendosi sollevate dall'esperienza e dall'evento musicale che cerchiamo di portare in ogni spettacolo.
La nostra musica ha sempre avuto lo scopo di trasportare le persone in un posto migliore, spiritualmente e fisicamente.
Dio solo sa quanto le persone ne abbiano bisogno in questo momento, con tutte le cose terribili che accadono nel mondo.
Ricordo di aver visto le prime registrazioni del tour Stax Volt da bambino, Otis, Sam & Dave, Booker T ecc., e di aver pensato che mi sarebbe piaciuto commuovere le persone in quel modo quando fossi più grande.
Cerchiamo di sollevare le persone e unirle ai nostri concerti, è un'esperienza molto comunitaria e gioiosa.
Il nuovo album "The Revival of Survival" è una sintesi di tutte le vostre influenze abituali.
È stato difficile comporlo e trovare nuova energia?
Sì, siamo influenzati dalla musica soul, ma all'interno del genere ci sono tantissime influenze. Dal northern soul al southern soul, al soul influenzato dal funk e dal jazz, al soul degli anni '60, '70, '80, al sound della Motown, al sound di Philadelphia, potrei continuare all'infinito.
Abbiamo esplorato molti di questi stili nei nostri dischi precedenti, mescolandoli con il nostro stile britannico e il nostro stile soul.
Credo che questo album in particolare sia stato influenzato da artisti come Prince e P Funk.
Volevamo anche creare un disco dal suono dance, quasi disco, con una forte influenza sul groove.
Volevamo far ballare e motivare la gente con le canzoni di questo album.
Dopo 25 anni di carriera, è il momento di fare un bilancio della vostra carriera.
Avete rimpianti o cose che avreste voluto fare diversamente?
Non proprio, è stato un viaggio incredibile.
Non guardiamo mai indietro, ma per la prima volta l'anno scorso ci siamo concessi uno sguardo ai nostri 25 anni di carriera.
Hanno persino girato un film su di noi su Amazon Prime, il che è stato piuttosto surreale. Continuare a crescere ogni anno nell'attuale clima economico e digitale che stiamo affrontando come musicisti è di per sé un traguardo enorme.
Dai tour nelle arene con gli Specials, alla collaborazione con alcuni dei nostri eroi soul e alla scrittura di musica con artisti come Paul Weller, è stata un'esperienza incredibile e speriamo che continui a lungo.
Avete infatti collaborato spesso con Paul Weller, che ha sempre apprezzato molto la vostra musica. Che tipo di rapporto si è sviluppato tra voi?
È un rapporto meraviglioso quello con Paul, cresciuto grazie al nostro comune amore per la musica.
Abbiamo molto in comune a livello sociale e siamo diventati grandi amici nel corso degli anni, con lui che suona e canta in molti dei nostri dischi.
Pensare che tutto è iniziato da un'idea per una canzone che ha condiviso con me, che è diventata "Limit of a Man" tratta dal nostro album "Street Rituals" da lui prodotto.
È stato un incredibile sostenitore della nostra musica e la sua fiducia in noi negli ultimi 5 dischi che abbiamo registrato nei suoi studi al Black Barn ha significato moltissimo per me personalmente.
È sempre disponibile per consigli e la nostra amicizia è andata sempre più rafforzandosi.
Di tanto in tanto prende persino in prestito la nostra sezione fiati per i suoi concerti e di recente ha chiesto a me e Neil Sheasby di remixare una delle sue canzoni intitolata Glad Times.
Cosa ha portato l'arrivo di Mick Talbot, un musicista con una storia e un'esperienza enormi?
Avevamo utilizzato Mick in studio per gli ultimi tre dischi degli Stone Foundation.
Il mix tra Mick e il nostro altro tastierista di San Francisco, Ian Arnold, ha sempre funzionato molto nei nostri dischi, quindi ho pensato che avremmo dovuto portarlo anche nelle nostre esibizioni dal vivo.
Come mi disse una volta Mick: "La gente pensa sempre che due tastieristi in una band siano una stravaganza, Neil, ma non batte ciglio quando vede una band con due chitarristi!".
Ha ragione, è la stessa cosa, occupa solo lo stesso spazio sul palco e porta qualcosa di unico al nostro sound dal vivo in questo tour, ha reso il suono della band ancora più imponente.
Cosa riserva il futuro agli Stone Foundation?
Spero di avere ancora molti anni per scrivere e registrare dischi e molti, molti altri tour. Abbiamo già suonato in Italia un paio di volte, ma si trattava di piccoli festival o, nel 2023, di supporto a Paul Weller a Milano.
Queste saranno le nostre prime date da headliner in assoluto e siamo davvero emozionati per queste date a Milano e per la nostra prima volta a Bologna.
Puoi darci un'anteprima di cosa può aspettarsi il pubblico italiano dai tuoi prossimi concerti a Milano e Bologna?
Mi piace pensare che le persone lascino sempre i nostri concerti sentendosi sollevate dall'esperienza e dall'evento musicale che cerchiamo di portare in ogni spettacolo.
La nostra musica ha sempre avuto lo scopo di trasportare le persone in un posto migliore, spiritualmente e fisicamente.
Dio solo sa quanto le persone ne abbiano bisogno in questo momento, con tutte le cose terribili che accadono nel mondo.
Ricordo di aver visto le prime registrazioni del tour Stax Volt da bambino, Otis, Sam & Dave, Booker T ecc., e di aver pensato che mi sarebbe piaciuto commuovere le persone in quel modo quando fossi più grande.
Cerchiamo di sollevare le persone e unirle ai nostri concerti, è un'esperienza molto comunitaria e gioiosa.
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Le interviste
giovedì, agosto 28, 2025
Intervista a Eddie Piller
Riprendo l'intervista che ho fatto a EDDIE PILLER, pubblicata lo scorso sabato nelle pagine dell'inserto "Alias" de "Il manifesto".
La recente ristampa della compilation con il meglio della tua Countdown Records e diverse altre raccolte legate al "suono mod" testimoniano che c'è sempre interesse per questo settore. Cosa pensi della cultura mod nel 2025?
Si è rinnovata o rimane ancorata al revival e alle radici?
Ho lavorato a un film con il regista Nico Beyer, in cui esamino tutti gli aspetti della scena mod. Il passato, il futuro e il presente. L'unica cosa che ho notato è che il mod non sta andando da nessuna parte. Hai parlato della ristampa dell'album “Countdown” che è stato ripubblicato nel suo quarantesimo anniversario ma si possono trovare ottimi esempi di musica mod se si torna indietro di altri trent'anni.
Il Mod esiste dal 1957, in Gran Bretagna e in molti paesi internazionali. Si pensa che la cultura mod sia una cosa esclusivamente britannica ma non lo è, assolutamente. I raduni Mod si sono estesi in Thailandia, Giappone, Messico, Israele, Brasile, Indonesia e America.
Gli anni Sessanta sono stati ormai esplorati in ogni angolo remoto. Pensi che ci sia ancora qualcosa da scoprire?
Certo, si stanno scoprendo ancora fantastici dischi soul che hanno significato molto per la gente all'epoca ma che non sono ancora stati ascoltati. Ci sono letteralmente milioni di dischi soul e rhythm and blues da scoprire.
E non c'è abbastanza tempo per ascoltarli tutti. Ma non è solo soul, è jazz, British Beat, rocksteady, ska, garage, freakbeat, brasiliano, latin sound, Batacada. C'è sempre di più.
Conosci Paul Weller fin dagli inizi. È sempre stato l'emblema del "Mod perfetto", sempre alla ricerca del Nuovo. Pensi che abbia concluso il suo percorso (vedi il nuovo album che sarà di cover) o pensi che possa ancora riservarci delle sorprese?
Paul Weller ha già fatto un album di cover in precedenza, “Studio 150”, quindi non considero questo nuovo lavoro di rifacimenti come la fine di niente. Penso che Paul sia più fresco e frizzante da quando l'ho conosciuto. Il fatto è che senza di lui io non sarei qui e nemmeno tu.
Non so cosa sia, come abbia fatto Weller, in modo che centinaia di migliaia di persone lo seguano, sia che si tratti di stile, moda, musica, attitudine e vita. Ma sono molto felice che lo abbia fatto perché da solo ha ricostituito la scena mod per noi. Davvero contento che lo abbia fatto.
Chi è il pubblico che viene ad ascoltare e ballare i vostri DJ set? Giovani, meno giovani, persone della "scena" o anche solo curiosi?
Un buon esempio dello stato delle cose sono le feste Modcast. Abbiamo mod settantenni che frequentavano club storici come “Marquee” e “Flamingo” a Londra nei primi anni Sessanta, altri che seguivano i primi gruppi del “mod revival” alla fine degli anni Settanta, altri che risalgono all'esplosione del Brit Pop a metà degli anni Novanta, fan di Oasis e Blur e altri giovani che si stanno avvicinando al soul. Puoi immaginare che abbiamo una “chiesa” molto ampia e che stiamo per invadere l'Europa.
L'Acid Jazz Records compie 40 anni. Come è nata l'idea dell'etichetta? C'erano già band che avevano quel sound o è stata l'etichetta a creare un genere unico?
Cercavo qualcosa da fare dopo aver gestito le etichette Re-Elect The President e Countdown. Ero diventato sempre più entusiasta del jazz e avevo iniziato a pubblicare cose come i Jazz Renegades e il James Taylor Quartet.
Nello stesso periodo, a Londra, c'era una scena jazz underground (parlo del 1985) con artisti come Paul Murphy, Chris Bangs e Gilles Peterson. Era una scena molto piccola e le persone si conoscevano molto bene.
Poi, quasi da un giorno all'altro, nel 1986/87, la gente scoprì l'ecstasy e fu a Ibiza che partecipai alla vacanza allo Special Branch Club di Nicky Holloway, con Pete Tong, Paul Oakenfold, Danny Rampling e gente come quella, con cui scoprivo questo nuovo sound che incominciavano a proporre alcuni Dj. La chiamavano Acid House.
La riportammo a Londra e divenne di grande successo ma dopo un po' per me quella musica è diventata noiosa. Dopo sei mesi di Acid House volevamo di più, così io e Gilles Peterson abbiamo unito la nostra passione per il jazz, a cui abbiamo cercato di dare un nuovo senso, abbiamo miscelato il tutto e l'abbiamo chiamato Acid Jazz. Quello che è successo è stato straordinario. Galliano, A Man Called Adam, Brand New Heavies, Mother Earth, Jamiroquai furono messi tutti sotto contratto il primo anno. Gilles è rimasto con me otto mesi e poi ha creato una sua etichetta, la Talking Loud, diventando il mio principale concorrente. Il resto è storia.
Ci devono essere un sacco di momenti salienti e aneddoti da gestore e DJ dell'Acid jazz Records
Certo che ci sono! Cose come fare il DJ per Paul e Linda McCartney a casa loro o farlo per il quarantesimo compleanno di Sylvester Stallone. Ero diventato un esperto delle feste di compleanno! Puoi aggiungere anche Pelé, Paul Weller e Ray Charles, tra gli altri.
Ma il mio ricordo migliore dell'Acid Jazz è riscoprire il cantante soul Terry Callier e convincerlo a uscire dal pensionamento, perché si nascondeva a Chicago e non voleva più essere trovato.
Ci sono voluti quattro mesi per convincerlo ma sono felice di averlo fatto perché poi Terry è tornato in scena e ha avuto una seconda fantastica carriera, vincendo perfino un Mercury Prize.
Era un uomo così magico e spirituale.
Il tuo libro, Clean living under difficult circumstances molto interessante e coinvolgente e ha avuto molto successo. Dovremmo aspettarci un secondo capitolo?
Al momento ne sto parlando con gli editori.
L'eventuale secondo capitolo si focalizzerà molto di più sull'attività della Acid Jazz e della serata che facevo negli anni Novanta a Londra, The Bue Note oltre a tutte le prove e tribolazioni che deve subire un mod in affari
La domanda è banale e ovvia, ma sarebbe bello sapere quali dischi porteresti sulla famosa "isola deserta". E perché?
“Think I'm Falling In Love” di Leroy Houston è semplicemente il disco soul più dolce mai realizzato da un artista, pressoché totalmente ignorato.
“I Think I'll Call It Morning From Now On” di Gil Scott Heron. Non c'è niente di meglio di quello che ha fatto Gil in questo album (“Pieces Of A man” del 1971) . Alcuni dei migliori musicisti jazz del mondo, combinati con la sua gloriosa voce, rendono questo disco semplicemente incredibile.
“Tin Soldier” degli Small Faces. C'è qualcosa di speciale nel modo in cui Steve Marriott canta questa incredibile canzone. E' innamorato e in realtà è un inno dedicato alla sua fidanzata di allora, che poi diventerà sua moglie, Jenny Rylance, per lasciare Rod Stewart e uscire invece con lui. Ha funzionato.
Con "Extraordinary Sensations" eri direttamente coinvolto nel mondo delle fanzine. Ho sempre pensato che fossero una palestra per chi sarebbe poi diventato giornalista, scrittore, grafico, fotografo. Credi anche tu nell'importanza delle fanzine, oltre al fatto che fornivano informazioni completamente diverse dalle pubblicazioni ufficiali?
Certo, le fanzine erano importanti perché coprivano argomenti che nessuna pubblicazione ufficiale avrebbe mai trattato. Erano scritte dai ragazzi per i ragazzi e non contenevano quindi nessuna di quella merda che troviamo sulla stampa ufficiale. Ho scritto un libro, pubblicato da Omnibus, intitolato “Modzines” che esamina la cultura delle fanzine in modo più dettagliato.
Nel Regno Unito c'erano migliaia di fanzines solo nel mondo mod, senza parlare di Italia, Spagna, Francia, Europa, America. La lista è infinita. Oggi non si vedono più perché la lro funzione è affidata ai blog su internet.
La recente ristampa della compilation con il meglio della tua Countdown Records e diverse altre raccolte legate al "suono mod" testimoniano che c'è sempre interesse per questo settore. Cosa pensi della cultura mod nel 2025?
Si è rinnovata o rimane ancorata al revival e alle radici?
Ho lavorato a un film con il regista Nico Beyer, in cui esamino tutti gli aspetti della scena mod. Il passato, il futuro e il presente. L'unica cosa che ho notato è che il mod non sta andando da nessuna parte. Hai parlato della ristampa dell'album “Countdown” che è stato ripubblicato nel suo quarantesimo anniversario ma si possono trovare ottimi esempi di musica mod se si torna indietro di altri trent'anni.
Il Mod esiste dal 1957, in Gran Bretagna e in molti paesi internazionali. Si pensa che la cultura mod sia una cosa esclusivamente britannica ma non lo è, assolutamente. I raduni Mod si sono estesi in Thailandia, Giappone, Messico, Israele, Brasile, Indonesia e America.
Gli anni Sessanta sono stati ormai esplorati in ogni angolo remoto. Pensi che ci sia ancora qualcosa da scoprire?
Certo, si stanno scoprendo ancora fantastici dischi soul che hanno significato molto per la gente all'epoca ma che non sono ancora stati ascoltati. Ci sono letteralmente milioni di dischi soul e rhythm and blues da scoprire.
E non c'è abbastanza tempo per ascoltarli tutti. Ma non è solo soul, è jazz, British Beat, rocksteady, ska, garage, freakbeat, brasiliano, latin sound, Batacada. C'è sempre di più.
Conosci Paul Weller fin dagli inizi. È sempre stato l'emblema del "Mod perfetto", sempre alla ricerca del Nuovo. Pensi che abbia concluso il suo percorso (vedi il nuovo album che sarà di cover) o pensi che possa ancora riservarci delle sorprese?
Paul Weller ha già fatto un album di cover in precedenza, “Studio 150”, quindi non considero questo nuovo lavoro di rifacimenti come la fine di niente. Penso che Paul sia più fresco e frizzante da quando l'ho conosciuto. Il fatto è che senza di lui io non sarei qui e nemmeno tu.
Non so cosa sia, come abbia fatto Weller, in modo che centinaia di migliaia di persone lo seguano, sia che si tratti di stile, moda, musica, attitudine e vita. Ma sono molto felice che lo abbia fatto perché da solo ha ricostituito la scena mod per noi. Davvero contento che lo abbia fatto.
Chi è il pubblico che viene ad ascoltare e ballare i vostri DJ set? Giovani, meno giovani, persone della "scena" o anche solo curiosi?
Un buon esempio dello stato delle cose sono le feste Modcast. Abbiamo mod settantenni che frequentavano club storici come “Marquee” e “Flamingo” a Londra nei primi anni Sessanta, altri che seguivano i primi gruppi del “mod revival” alla fine degli anni Settanta, altri che risalgono all'esplosione del Brit Pop a metà degli anni Novanta, fan di Oasis e Blur e altri giovani che si stanno avvicinando al soul. Puoi immaginare che abbiamo una “chiesa” molto ampia e che stiamo per invadere l'Europa.
L'Acid Jazz Records compie 40 anni. Come è nata l'idea dell'etichetta? C'erano già band che avevano quel sound o è stata l'etichetta a creare un genere unico?
Cercavo qualcosa da fare dopo aver gestito le etichette Re-Elect The President e Countdown. Ero diventato sempre più entusiasta del jazz e avevo iniziato a pubblicare cose come i Jazz Renegades e il James Taylor Quartet.
Nello stesso periodo, a Londra, c'era una scena jazz underground (parlo del 1985) con artisti come Paul Murphy, Chris Bangs e Gilles Peterson. Era una scena molto piccola e le persone si conoscevano molto bene.
Poi, quasi da un giorno all'altro, nel 1986/87, la gente scoprì l'ecstasy e fu a Ibiza che partecipai alla vacanza allo Special Branch Club di Nicky Holloway, con Pete Tong, Paul Oakenfold, Danny Rampling e gente come quella, con cui scoprivo questo nuovo sound che incominciavano a proporre alcuni Dj. La chiamavano Acid House.
La riportammo a Londra e divenne di grande successo ma dopo un po' per me quella musica è diventata noiosa. Dopo sei mesi di Acid House volevamo di più, così io e Gilles Peterson abbiamo unito la nostra passione per il jazz, a cui abbiamo cercato di dare un nuovo senso, abbiamo miscelato il tutto e l'abbiamo chiamato Acid Jazz. Quello che è successo è stato straordinario. Galliano, A Man Called Adam, Brand New Heavies, Mother Earth, Jamiroquai furono messi tutti sotto contratto il primo anno. Gilles è rimasto con me otto mesi e poi ha creato una sua etichetta, la Talking Loud, diventando il mio principale concorrente. Il resto è storia.
Ci devono essere un sacco di momenti salienti e aneddoti da gestore e DJ dell'Acid jazz Records
Certo che ci sono! Cose come fare il DJ per Paul e Linda McCartney a casa loro o farlo per il quarantesimo compleanno di Sylvester Stallone. Ero diventato un esperto delle feste di compleanno! Puoi aggiungere anche Pelé, Paul Weller e Ray Charles, tra gli altri.
Ma il mio ricordo migliore dell'Acid Jazz è riscoprire il cantante soul Terry Callier e convincerlo a uscire dal pensionamento, perché si nascondeva a Chicago e non voleva più essere trovato.
Ci sono voluti quattro mesi per convincerlo ma sono felice di averlo fatto perché poi Terry è tornato in scena e ha avuto una seconda fantastica carriera, vincendo perfino un Mercury Prize.
Era un uomo così magico e spirituale.
Il tuo libro, Clean living under difficult circumstances molto interessante e coinvolgente e ha avuto molto successo. Dovremmo aspettarci un secondo capitolo?
Al momento ne sto parlando con gli editori.
L'eventuale secondo capitolo si focalizzerà molto di più sull'attività della Acid Jazz e della serata che facevo negli anni Novanta a Londra, The Bue Note oltre a tutte le prove e tribolazioni che deve subire un mod in affari
La domanda è banale e ovvia, ma sarebbe bello sapere quali dischi porteresti sulla famosa "isola deserta". E perché?
“Think I'm Falling In Love” di Leroy Houston è semplicemente il disco soul più dolce mai realizzato da un artista, pressoché totalmente ignorato.
“I Think I'll Call It Morning From Now On” di Gil Scott Heron. Non c'è niente di meglio di quello che ha fatto Gil in questo album (“Pieces Of A man” del 1971) . Alcuni dei migliori musicisti jazz del mondo, combinati con la sua gloriosa voce, rendono questo disco semplicemente incredibile.
“Tin Soldier” degli Small Faces. C'è qualcosa di speciale nel modo in cui Steve Marriott canta questa incredibile canzone. E' innamorato e in realtà è un inno dedicato alla sua fidanzata di allora, che poi diventerà sua moglie, Jenny Rylance, per lasciare Rod Stewart e uscire invece con lui. Ha funzionato.
Con "Extraordinary Sensations" eri direttamente coinvolto nel mondo delle fanzine. Ho sempre pensato che fossero una palestra per chi sarebbe poi diventato giornalista, scrittore, grafico, fotografo. Credi anche tu nell'importanza delle fanzine, oltre al fatto che fornivano informazioni completamente diverse dalle pubblicazioni ufficiali?
Certo, le fanzine erano importanti perché coprivano argomenti che nessuna pubblicazione ufficiale avrebbe mai trattato. Erano scritte dai ragazzi per i ragazzi e non contenevano quindi nessuna di quella merda che troviamo sulla stampa ufficiale. Ho scritto un libro, pubblicato da Omnibus, intitolato “Modzines” che esamina la cultura delle fanzine in modo più dettagliato.
Nel Regno Unito c'erano migliaia di fanzines solo nel mondo mod, senza parlare di Italia, Spagna, Francia, Europa, America. La lista è infinita. Oggi non si vedono più perché la lro funzione è affidata ai blog su internet.
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Le interviste
martedì, agosto 26, 2025
Intervista a Luca Sapio
Riprendo l'intervista che ho fatto a LUCA SAPIO per "Il Manifesto", sezione "Alias", lo scorso sabato.
Luca Sapio, musicista, cantante, cultore della vocalità più sperimentale, produttore, conduttore radiofonico, gestore di un'etichetta indipendente, ha costruito la sua carriera con un lungo periodo di studi e ricerche.
Esperto di tecniche vocali che gli permettono di entrare nel 1999 come cantante negli Area, prendendo il posto che fu del maestro della voce, Demetrio Stratos.
Collabora con diversi jazzisti del panorama internazionale, dopo la laurea viaggia a lungo negli States e nel 2009 entra nei Quintorigo (con cui incide l'album “English Garden”) per dare poi vita al duo Black Friday. Pubblica il suo primo album solista “Who Knows” nel 2012.
A partire dal Settembre 2013 è autore e conduttore della trasmissione radiofonica Latitudine Black su radio RAI 2 e successivamente della storica trasmissione Stereonotte su Radio Rai. Ha fondato una sua etichetta, la Blind Faith Records e ha da poco pubblicato il suo nuovo album “Black Waves”.
Luca Sapio è un artista a 360 gradi che ha avuto al primo posto delle sue preferenze artistiche (vedi il recente album “Black Waves”) la soul music.
Riguardo alla quale ha un'opinione molto netta e pessimista:
Il soul in Italia non interessa a nessuno.
Non abbiamo raccolto l’eredità straordinaria della musica italiana capace di imporsi oltreconfine, un ventennio che dagli anni sessanta agli ottanta, dalle colonne sonore al jazz, passando per i gruppi beat e progressive, fino all’Italo disco era apprezzata e rispettata ovunque. Abbiamo esportato tonnellate di dischi. Oggi la maggior parte degli Italiani ascolta musica evanescente talmente inconsistente che evapora dopo qualche settimana dalla sua pubblicazione. Nulla di quello che ascoltano oggi resterà domani. Quando mi chiamarono per fare la storica trasmissione Latitudine Soul, l’illuminato direttore Rai di allora mi disse testualmente:“La musica soul è la meno ascoltata d’Italia. Facciamo evangelizzazione”.
Non è un caso che Il Porretta Soul Festival sia frequentato soprattutto da stranieri che arrivano da ogni parte del mondo per godere degli straordinari cartelloni montati a regola da Graziano Uliani.
Un artista della sua esperienza, soprattutto in un contesto che ha fatto spesso del “messaggio” una delle principali ragioni d'essere, riesce ad essere particolarmente lucido su quello che accade ai nostri giorni:
Oggi la musica non fa più paura a nessuno mentre un tempo aveva una forza inaudita. Dopo l’assassinio di Martin Luther King con le bronzeville americane in fiamme James Brown ferma prima la rivolta di Boston e poi calma gli animi dei ghetti neri più infuriati diventando un referente per Richard Nixon.
Nella Jamaica in balia delle gang sanguinarie emissarie del partito laburista Bob Marley dal palco del One love distende gli animi facendo stringere le mani ai due leader politici avversari e di fatto chiamando una tregua.
Ancora in America, durante le proteste per l’inammissibile omicidio di Rodney King da parte della polizia i NWA con la loro “fuck the police” fanno orgogliosi da endorsement al movimento. Oggi la musica ha perduto la componente “attivista”.
Il mondo sta bruciando letteralmente e nessuno ne canta.
Gli artisti sembrano anzi evitare accuratamente di prendere qualsiasi posizione. Penso alle produzioni soul di oggi, il livello musicale e creativo e’ altissimo, ma quello che manca e’ il famoso dito sulla pulsazione del presente.
Un tempo i movimenti politici chiedevano agli artisti di schierarsi, di utilizzare la loro visibilita’ per sensibilizzare una causa.
Sam Cooke, Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Gil Scott Heron sono tra i casi piu’ eclatanti di quelli che raccolsero l’invito. Forse oggi quello che manca e’ una classe politica che comprenda quanto la musica possa essere un medium potentissimo e riesca ad interfacciarsi con le nuove generazioni, in fondo saranno loro a guidare il mondo di domani.
Il citato nuovo album “Black Waves” è un lavoro raffinatissimo, elegante, avvolgente, perfettamente affine al gusto dei primi anni Settanta caro a Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Temptations, Ohio Players, di grande respiro internazionale.
>“Black waves” e’ stato un disco dalla gestazione complessa. la pandemia mi ha isolato per forza di cose e ho lavorato molto da solo rispetto al passato. mi sono ritrovato a fare il produttore di me stesso ed e’ stato piuttosto difficile.
Ho avuto fortunatamente il supporto di alcuni musicisti chiave.
Ho avuto fortunatamente il supporto di alcuni musicisti chiave come il mio storico collaboratore polistrumentista Claudio Giusti che ha scritto tutti gli arrangiamenti dei fiati, il maestro Marco Tiso che si e’ occupato degli archi e della loro direzione, Pierpaolo Ranieri al basso, ma anche il leggendario veterano della Motown Dennis Coffey, il chitarrista Rob Harris dei Jamiroquai.
Tutti interlocutori validissimi e straordinari musicisti che mi hanno accompagnato dove volevo arrivare.
Interessante capire come Luca sia arrivato alla soul music, da sempre presente nell'humus discografico italiano (basti pensare agli anni Sessanta di Rocky Roberts, ai Settanta di Lucio Battisti, al Neapolitan Power funk, a quello più commerciale di Zucchero e alle decine di nuove band che viaggiano su quei sentieri) ma rimasto comunque in un contesto di nicchia
Sono cresciuto nell’apice massimo della rivoluzione Hip Hop.
Da ragazzino guardavo Mtv rap e da adolescente compravo dischi nei quali spesso ritrovavo canzoni che avevo sentito spulciando tra i dischi di mio padre che aveva una rispettabile collezione di musica jazz e qualche classico del soul.
Sono andato dunque a ritroso, un impresa molto difficile in era pre internet. Faccio parte di quelli che scrivevano a mano ai negozi di dischi oltreoceano per farsi mandare cataloghi e che passavano giornate nei negozi sperando di carpire più informazioni possibili guardando i crediti delle copertine.
Come già specificato l'attività di Sapio abbraccia anche (e soprattutto) l'aspetto produttivo, espresso al meglio con la sua Blind Faith Records.
Mi consente di pensare in maniera sartoriale cercando di cucire addosso ad un artista un vestito che lo valorizzi al massimo. questo ha anche affinato molto la mia scrittura e la mia tecnica di ripresa e mixaggio visto che sono produzioni in cui firmo tutti i brani li registro e mixo personalmente. Ovviamente e’ una sfida.
E’ un mercato esattamente di nicchia che si muove nell’ordine di poche centinaia di copie fisiche, ma capita spesso che qualche brano venga utilizzato in una serie televisiva o in una pubblicità.
Un aspetto che riguarda (talvolta drammaticamente) molti nostri artisti è l'impossibilità o quasi di “vivere di musica”. Un personaggio con il suo spessore e curriculum ce la farà? No. Bisogna diversificare.
Io tra le mie produzioni, brani che ho firmato per altri ho raggiunto la scorsa settimana i 70 milioni di streaming solo su Spotify. Una volta con sette milioni di dischi venduti ti compravi un quartiere.
Oggi al massimo posso offrire una giornata a Ostia ai miei musicisti.
Io ho uno studio di registrazione, una società di edizioni, lavoro in radio, faccio consulenze, se facessi solo Luca Sapio cantante vivrei lo stress incredibile di dover inseguire le logiche di un mercato senza logica e del tutto imprevedibile.
Infine una riflessione sull'“invasione” dell'Intelligenza Artificiale che si teme possa rendere sempre più obsoleta la figura di operatori dell'arte, della musica, dello spettacolo, che hanno fatto della loro “artigianalità” la peculiarità creativa principale.
E’ un pò come dire che l’invenzione nel 1800 della macchina fotografica ha reso la pittura obsoleta. Mi sembra che tutta la pittura del Novecento sia la risposta più evidente.
L’AI è un tool straordinario che consente di fare cose straordinarie ma per far si che accada bisogna usare i prompt giusti, bisogna allenarla con i riferimenti giusti. Se il panettiere sotto casa scrive a SUNO di fargli un pezzo probabilmente SUNO elaborerà qualcosa che supererà le sue aspettative, e quelle dei suoi amici, qualcosa di impensabile per lui, ma non sarà mai il bianco dei Beatles né Kind Of Blue di Miles.
Se a scrivere il prompt è invece qualcuno che ha nozioni armonico melodiche e artisticità le cose cambiano e i risultati possono davvero essere incredibili.
Ad esempio inserire una buon demo può dare spunti inaspettati e suggerire strade molto creative. Sono decisamente a favore dell'AI.
Luca Sapio, musicista, cantante, cultore della vocalità più sperimentale, produttore, conduttore radiofonico, gestore di un'etichetta indipendente, ha costruito la sua carriera con un lungo periodo di studi e ricerche.
Esperto di tecniche vocali che gli permettono di entrare nel 1999 come cantante negli Area, prendendo il posto che fu del maestro della voce, Demetrio Stratos.
Collabora con diversi jazzisti del panorama internazionale, dopo la laurea viaggia a lungo negli States e nel 2009 entra nei Quintorigo (con cui incide l'album “English Garden”) per dare poi vita al duo Black Friday. Pubblica il suo primo album solista “Who Knows” nel 2012.
A partire dal Settembre 2013 è autore e conduttore della trasmissione radiofonica Latitudine Black su radio RAI 2 e successivamente della storica trasmissione Stereonotte su Radio Rai. Ha fondato una sua etichetta, la Blind Faith Records e ha da poco pubblicato il suo nuovo album “Black Waves”.
Luca Sapio è un artista a 360 gradi che ha avuto al primo posto delle sue preferenze artistiche (vedi il recente album “Black Waves”) la soul music.
Riguardo alla quale ha un'opinione molto netta e pessimista:
Il soul in Italia non interessa a nessuno.
Non abbiamo raccolto l’eredità straordinaria della musica italiana capace di imporsi oltreconfine, un ventennio che dagli anni sessanta agli ottanta, dalle colonne sonore al jazz, passando per i gruppi beat e progressive, fino all’Italo disco era apprezzata e rispettata ovunque. Abbiamo esportato tonnellate di dischi. Oggi la maggior parte degli Italiani ascolta musica evanescente talmente inconsistente che evapora dopo qualche settimana dalla sua pubblicazione. Nulla di quello che ascoltano oggi resterà domani. Quando mi chiamarono per fare la storica trasmissione Latitudine Soul, l’illuminato direttore Rai di allora mi disse testualmente:“La musica soul è la meno ascoltata d’Italia. Facciamo evangelizzazione”.
Non è un caso che Il Porretta Soul Festival sia frequentato soprattutto da stranieri che arrivano da ogni parte del mondo per godere degli straordinari cartelloni montati a regola da Graziano Uliani.
Un artista della sua esperienza, soprattutto in un contesto che ha fatto spesso del “messaggio” una delle principali ragioni d'essere, riesce ad essere particolarmente lucido su quello che accade ai nostri giorni:
Oggi la musica non fa più paura a nessuno mentre un tempo aveva una forza inaudita. Dopo l’assassinio di Martin Luther King con le bronzeville americane in fiamme James Brown ferma prima la rivolta di Boston e poi calma gli animi dei ghetti neri più infuriati diventando un referente per Richard Nixon.
Nella Jamaica in balia delle gang sanguinarie emissarie del partito laburista Bob Marley dal palco del One love distende gli animi facendo stringere le mani ai due leader politici avversari e di fatto chiamando una tregua.
Ancora in America, durante le proteste per l’inammissibile omicidio di Rodney King da parte della polizia i NWA con la loro “fuck the police” fanno orgogliosi da endorsement al movimento. Oggi la musica ha perduto la componente “attivista”.
Il mondo sta bruciando letteralmente e nessuno ne canta.
Gli artisti sembrano anzi evitare accuratamente di prendere qualsiasi posizione. Penso alle produzioni soul di oggi, il livello musicale e creativo e’ altissimo, ma quello che manca e’ il famoso dito sulla pulsazione del presente.
Un tempo i movimenti politici chiedevano agli artisti di schierarsi, di utilizzare la loro visibilita’ per sensibilizzare una causa.
Sam Cooke, Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Gil Scott Heron sono tra i casi piu’ eclatanti di quelli che raccolsero l’invito. Forse oggi quello che manca e’ una classe politica che comprenda quanto la musica possa essere un medium potentissimo e riesca ad interfacciarsi con le nuove generazioni, in fondo saranno loro a guidare il mondo di domani.
Il citato nuovo album “Black Waves” è un lavoro raffinatissimo, elegante, avvolgente, perfettamente affine al gusto dei primi anni Settanta caro a Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Temptations, Ohio Players, di grande respiro internazionale.
>“Black waves” e’ stato un disco dalla gestazione complessa. la pandemia mi ha isolato per forza di cose e ho lavorato molto da solo rispetto al passato. mi sono ritrovato a fare il produttore di me stesso ed e’ stato piuttosto difficile.
Ho avuto fortunatamente il supporto di alcuni musicisti chiave.
Ho avuto fortunatamente il supporto di alcuni musicisti chiave come il mio storico collaboratore polistrumentista Claudio Giusti che ha scritto tutti gli arrangiamenti dei fiati, il maestro Marco Tiso che si e’ occupato degli archi e della loro direzione, Pierpaolo Ranieri al basso, ma anche il leggendario veterano della Motown Dennis Coffey, il chitarrista Rob Harris dei Jamiroquai.
Tutti interlocutori validissimi e straordinari musicisti che mi hanno accompagnato dove volevo arrivare.
Interessante capire come Luca sia arrivato alla soul music, da sempre presente nell'humus discografico italiano (basti pensare agli anni Sessanta di Rocky Roberts, ai Settanta di Lucio Battisti, al Neapolitan Power funk, a quello più commerciale di Zucchero e alle decine di nuove band che viaggiano su quei sentieri) ma rimasto comunque in un contesto di nicchia
Sono cresciuto nell’apice massimo della rivoluzione Hip Hop.
Da ragazzino guardavo Mtv rap e da adolescente compravo dischi nei quali spesso ritrovavo canzoni che avevo sentito spulciando tra i dischi di mio padre che aveva una rispettabile collezione di musica jazz e qualche classico del soul.
Sono andato dunque a ritroso, un impresa molto difficile in era pre internet. Faccio parte di quelli che scrivevano a mano ai negozi di dischi oltreoceano per farsi mandare cataloghi e che passavano giornate nei negozi sperando di carpire più informazioni possibili guardando i crediti delle copertine.
Come già specificato l'attività di Sapio abbraccia anche (e soprattutto) l'aspetto produttivo, espresso al meglio con la sua Blind Faith Records.
Mi consente di pensare in maniera sartoriale cercando di cucire addosso ad un artista un vestito che lo valorizzi al massimo. questo ha anche affinato molto la mia scrittura e la mia tecnica di ripresa e mixaggio visto che sono produzioni in cui firmo tutti i brani li registro e mixo personalmente. Ovviamente e’ una sfida.
E’ un mercato esattamente di nicchia che si muove nell’ordine di poche centinaia di copie fisiche, ma capita spesso che qualche brano venga utilizzato in una serie televisiva o in una pubblicità.
Un aspetto che riguarda (talvolta drammaticamente) molti nostri artisti è l'impossibilità o quasi di “vivere di musica”. Un personaggio con il suo spessore e curriculum ce la farà? No. Bisogna diversificare.
Io tra le mie produzioni, brani che ho firmato per altri ho raggiunto la scorsa settimana i 70 milioni di streaming solo su Spotify. Una volta con sette milioni di dischi venduti ti compravi un quartiere.
Oggi al massimo posso offrire una giornata a Ostia ai miei musicisti.
Io ho uno studio di registrazione, una società di edizioni, lavoro in radio, faccio consulenze, se facessi solo Luca Sapio cantante vivrei lo stress incredibile di dover inseguire le logiche di un mercato senza logica e del tutto imprevedibile.
Infine una riflessione sull'“invasione” dell'Intelligenza Artificiale che si teme possa rendere sempre più obsoleta la figura di operatori dell'arte, della musica, dello spettacolo, che hanno fatto della loro “artigianalità” la peculiarità creativa principale.
E’ un pò come dire che l’invenzione nel 1800 della macchina fotografica ha reso la pittura obsoleta. Mi sembra che tutta la pittura del Novecento sia la risposta più evidente.
L’AI è un tool straordinario che consente di fare cose straordinarie ma per far si che accada bisogna usare i prompt giusti, bisogna allenarla con i riferimenti giusti. Se il panettiere sotto casa scrive a SUNO di fargli un pezzo probabilmente SUNO elaborerà qualcosa che supererà le sue aspettative, e quelle dei suoi amici, qualcosa di impensabile per lui, ma non sarà mai il bianco dei Beatles né Kind Of Blue di Miles.
Se a scrivere il prompt è invece qualcuno che ha nozioni armonico melodiche e artisticità le cose cambiano e i risultati possono davvero essere incredibili.
Ad esempio inserire una buon demo può dare spunti inaspettati e suggerire strade molto creative. Sono decisamente a favore dell'AI.
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Le interviste
giovedì, ottobre 03, 2024
Eddie Piller - Bologna 17 settembre Bar Maurizio
EDDIE PILLER, prime mover della scena mod inglese, fondatore della label Acid Jazz e tanto altro, è stato ospite del Bar Maurizio a Bologna il 17 settembre in un incontro pubblico per la presentazione (organizzata da Piero Casanova) del suo libro "Clean Living Under Difficult Circumstances: A Life In Mod – From the Revival to Acid Jazz": https://tonyface.blogspot.com/2023/04/eddie-piller-clean-living-under.html.
A seguire un breve estratto della conversazione con alcune risposte alle domande che avevo preparato per lui.
Il tuo libro racconta nei particolari la tua militanza nella scena mod inglese a cavallo tra gli anni 70 e durante gli anni 80. Il periodo in cui il mod si espanse in tutto il mondo dall'Europa agli States, Australia, fino al Giappone. Io credo che in Gran Bretagna quella che era una sottocultura sia diventata una cultura, una parte della società. Mentre nel resto del mondo è rimasta una sottocultura limitata a pochi adepti.
Cosa ne pensi? E' un “A very british phenomenon” (citando il libro di Terry Rawlings)
Credo che nel 1979 fosse un fenomeno esclusivamente britannico che difficilmente sarebbe stato capito altrove.
Ma con il tempo è stato acquisito anche da altre culture.
Personalmente essendo inglese non riesco a capire quanto sia diventato in qualche modo appartenente alla cultura di altri paesi.
Tu sei “figlio d'arte”: tua madre gestiva il fan club degli Small Faces, che hai conosciuto fin da piccolo, tuo padre era un original mod Che liquidò così una compilation del giovane aspirante mod Eddie con Who, Kinks, Jam, come racconti nel libro.
"Cos'é questa spazzatura?"
"E' musica mod, Dad, mi piace!".
"Questa non è musica mod, è una schifezza. Suppongo che quindi tu sia un mod".
"Certo, assoluamente"
"Bene, figlio, se vuoi essere un mod dovresti chiedere alla mamma di chi erano gli Small Faces.
Ma lascia che ti dica: la musica mod è il modern jazz. Tubby Hayes, Art Blakey, Gene Krupa e Cozy Cole.
E' da dove hanno preso il nome: MOD-ern Jazz.
Quella era musica mod, non questa roba qua."
Il fatto che i mod del 79 ascoltassero Jam, Chords, secret Affair era un'evoluzione o un imbastardimento del Mod?
Il fatto di ascoltare musica diversa da quella che ascoltava mio padre è un fatto di evoluzione. Mio padre ascoltava quel tipo di musica io ne ho abbracciata e apprezzata altra, diversa.
Il mod è qualcosa che cambia sia nella musica, che nell'estetica, che nel modo in cui affrontano le cose.
Nel tuo libro racconti di come fosse molto presente la violenza nei primi anni 80 tra i giovani che vivevano nelle sottoculture.
Anche in Italia abbiamo vissuto situazioni simili. Pensi che fosse un momento storico o che in fondo sono fasi adolescenziali che si sono sempre ripetute e si ripetono anche oggi?
Credo che sia stata una cosa concentrata in quel periodo e non riproponibile ai giorni nostri, perché i motivi erano completamente diversi.
Molti skin erano nazisti, io ho perso due amici, uccisi in questi scontri. E' una cosa lontana sulla quale però non riuscirò mai a passarci sopra.
Nelle sottoculture, mod in particolare, c'era molto rigore. Essere accettati era spesso complicato, bisognava avere un'estetica ben precisa, gusti musicali di un certo tipo, capire bene il contesto in cui ti andavi ad inserire, altrimenti rimanevi ai margini. Confermi? Ai giorni nostri c'è molto meno rigidità.
Negli anni 80 c'erano tante sottoculture e stili. Però il fatto è che comunque c'era qualcosa in cui ti potevi identificare e con cui forgiare la tua personalità. Oggi non c'é più niente di tutto ciò, è impensabile. Dovete essere voi a preferire ciò che c'era in quei tempi o quello che (non) c'è oggi.
Perché hai scelto il mod invece di altre sottoculture?
Sono diventato mod, arrivando dal punk, in modo naturale.
Il punk nel 1977 portò alla ribalta molte donne, da Siouxsie alle Slits, Chrissie Hynde e Debbie Harry. Secondo te come mai nella scena mod, a parte Fay Hallam e pochissime altre, non è mai emersa una figura femminile?
Non sono d'accordo.
La presenza femminile nella scena mod, almeno in Inghilterra, era altrettanto numerosa, tanto quanto quella punk.
La differenza è che non sono diventate così famose.
Nei Sixties, così almeno si dice, c'era una rappresentanza di ragazzi delle West Indies nella scena mod. Alla fine dei 70 li ritroviamo nel giro ska ma non ne ricordo in quello mod.
Per me non c'era differenza tra 2Tone e mod, erano due aspetti della stessa scena.
Nel suo libro “A tenement kid” Bobby Gillespie dice di avere trovato la stessa attitudine dei mod nella scena acid house e acid jazz degli anni 90, lo stesso senso di appartenenza. La considera una prosecuzione della cultura mod, un po' come il northern soul lo fu per quella dei 60's.
Bobbie Gillespie può dire quello che vuole ma non mi interessa.
Il libro si ferma alla nascita dell'etichetta Acid Jazz. E' previsto dunque un secondo capitolo?
Sono molto contento del primo libro, molto contento per le vendite.
Ne scriverò sicuramente un altro, per proseguire il discorso.
Che opinione hai della nuova scena di British Jazz di esperienze come Comet is Coming, Shabaka Hutchings, Ezra Collective? Può essere una prosecuzione di quella acid jazz?
Ascolto solo Gil Scott Heron.
A seguire un breve estratto della conversazione con alcune risposte alle domande che avevo preparato per lui.
Il tuo libro racconta nei particolari la tua militanza nella scena mod inglese a cavallo tra gli anni 70 e durante gli anni 80. Il periodo in cui il mod si espanse in tutto il mondo dall'Europa agli States, Australia, fino al Giappone. Io credo che in Gran Bretagna quella che era una sottocultura sia diventata una cultura, una parte della società. Mentre nel resto del mondo è rimasta una sottocultura limitata a pochi adepti.
Cosa ne pensi? E' un “A very british phenomenon” (citando il libro di Terry Rawlings)
Credo che nel 1979 fosse un fenomeno esclusivamente britannico che difficilmente sarebbe stato capito altrove.
Ma con il tempo è stato acquisito anche da altre culture.
Personalmente essendo inglese non riesco a capire quanto sia diventato in qualche modo appartenente alla cultura di altri paesi.
Tu sei “figlio d'arte”: tua madre gestiva il fan club degli Small Faces, che hai conosciuto fin da piccolo, tuo padre era un original mod Che liquidò così una compilation del giovane aspirante mod Eddie con Who, Kinks, Jam, come racconti nel libro.
"Cos'é questa spazzatura?"
"E' musica mod, Dad, mi piace!".
"Questa non è musica mod, è una schifezza. Suppongo che quindi tu sia un mod".
"Certo, assoluamente"
"Bene, figlio, se vuoi essere un mod dovresti chiedere alla mamma di chi erano gli Small Faces.
Ma lascia che ti dica: la musica mod è il modern jazz. Tubby Hayes, Art Blakey, Gene Krupa e Cozy Cole.
E' da dove hanno preso il nome: MOD-ern Jazz.
Quella era musica mod, non questa roba qua."
Il fatto che i mod del 79 ascoltassero Jam, Chords, secret Affair era un'evoluzione o un imbastardimento del Mod?
Il fatto di ascoltare musica diversa da quella che ascoltava mio padre è un fatto di evoluzione. Mio padre ascoltava quel tipo di musica io ne ho abbracciata e apprezzata altra, diversa.
Il mod è qualcosa che cambia sia nella musica, che nell'estetica, che nel modo in cui affrontano le cose.
Nel tuo libro racconti di come fosse molto presente la violenza nei primi anni 80 tra i giovani che vivevano nelle sottoculture.
Anche in Italia abbiamo vissuto situazioni simili. Pensi che fosse un momento storico o che in fondo sono fasi adolescenziali che si sono sempre ripetute e si ripetono anche oggi?
Credo che sia stata una cosa concentrata in quel periodo e non riproponibile ai giorni nostri, perché i motivi erano completamente diversi.
Molti skin erano nazisti, io ho perso due amici, uccisi in questi scontri. E' una cosa lontana sulla quale però non riuscirò mai a passarci sopra.
Nelle sottoculture, mod in particolare, c'era molto rigore. Essere accettati era spesso complicato, bisognava avere un'estetica ben precisa, gusti musicali di un certo tipo, capire bene il contesto in cui ti andavi ad inserire, altrimenti rimanevi ai margini. Confermi? Ai giorni nostri c'è molto meno rigidità.
Negli anni 80 c'erano tante sottoculture e stili. Però il fatto è che comunque c'era qualcosa in cui ti potevi identificare e con cui forgiare la tua personalità. Oggi non c'é più niente di tutto ciò, è impensabile. Dovete essere voi a preferire ciò che c'era in quei tempi o quello che (non) c'è oggi.
Perché hai scelto il mod invece di altre sottoculture?
Sono diventato mod, arrivando dal punk, in modo naturale.
Il punk nel 1977 portò alla ribalta molte donne, da Siouxsie alle Slits, Chrissie Hynde e Debbie Harry. Secondo te come mai nella scena mod, a parte Fay Hallam e pochissime altre, non è mai emersa una figura femminile?
Non sono d'accordo.
La presenza femminile nella scena mod, almeno in Inghilterra, era altrettanto numerosa, tanto quanto quella punk.
La differenza è che non sono diventate così famose.
Nei Sixties, così almeno si dice, c'era una rappresentanza di ragazzi delle West Indies nella scena mod. Alla fine dei 70 li ritroviamo nel giro ska ma non ne ricordo in quello mod.
Per me non c'era differenza tra 2Tone e mod, erano due aspetti della stessa scena.
Nel suo libro “A tenement kid” Bobby Gillespie dice di avere trovato la stessa attitudine dei mod nella scena acid house e acid jazz degli anni 90, lo stesso senso di appartenenza. La considera una prosecuzione della cultura mod, un po' come il northern soul lo fu per quella dei 60's.
Bobbie Gillespie può dire quello che vuole ma non mi interessa.
Il libro si ferma alla nascita dell'etichetta Acid Jazz. E' previsto dunque un secondo capitolo?
Sono molto contento del primo libro, molto contento per le vendite.
Ne scriverò sicuramente un altro, per proseguire il discorso.
Che opinione hai della nuova scena di British Jazz di esperienze come Comet is Coming, Shabaka Hutchings, Ezra Collective? Può essere una prosecuzione di quella acid jazz?
Ascolto solo Gil Scott Heron.
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Le interviste
venerdì, settembre 20, 2024
Intervista a Marco Balestrino - Klasse Kriminale
Dopo l'uscita dell'eccellente nuovo album "Belin, dei pazzi" un'interevista a Marco Balestrino, voce dei KLASSE KRIMINALE (grazie alla gentile intercessione di Andrea Mazzarello) era sicuramente interessante.
I KK continuano a suonare, registrare, pubblicare dischi. Che ruolo ha ancora una band come la vostra nella società odierna e tra i giovani?
Si la cosa appare un po' strana e fuori tempo massimo.
Se penso che quando è arrivato il Punk il principale messaggio era NO FUTURE e che tutto quello che c’era prima era vecchio, noioso e che band come gli Who, i cui componenti in quei giorni avevano la metà degli anni che io ho oggi, erano considerati dei vecchi matusa.
I protagonisti dell’Oi! erano dei diciottenni, ricordo che sulla cassetta dei Last Resort c’era stampato l’avvertimento: “Cert XXX not to be played to anyone over 30”.
Se ti ricordi la parola Kids era presente ovunque, il movimento era in mano ai ragazzini.
Oggi tutto questo non sembra più attuabile, il Punk è entrato tra i generi e i gusti di normali consumatori di musica.
Oggi non esistono più i kids, esistono gli acquirenti e il mercato ha creato prodotti per ognuno di noi, ci hanno inculcato che è possibile essere ogni cosa, come la Barbie You can be anything…
Il mondo del 1977 e dell’82 non esiste più oggi è tutto totalmente cambiato trasversalmente, in quegli anni rasarsi i capelli, ascoltare Punk, indossare un parka o un chiodo era una scelta ben precisa ed eravamo consapevoli che non era un gioco o una moda, se sbagliavi strada o quartieri potevi tornare a casa non intero o non tornarci proprio.
Credevamo! ed eravamo pronti a difendere il nostro movimento, la nostra tribù, tutto questo era una missione, una fede.
Non eravamo differenti dai nostri fratelli maggiori che nel decennio precedente avevano formato bande di quartiere, piccole associazioni a delinquere o erano finiti in cellule terroristiche.
Solo che noi avevamo caratterizzato la nostra gang di ragazzini con un preciso tipo di suono e stile e le nostre armi erano solo delle chitarre scordate e distorte.
Ma la cosa pazzesca che quello che accadeva a una manciata di ragazzini della provincia italiane in parallelo stava accadendo in tutto il mondo.
Oggi mette male far capire certi atteggiamenti che sembrano esasperati, senza senso o ragione… eravamo solo ragazzini alla ricerca di un’identità in un mondo che stava cambiando.
La storia dei KK è caratterizzata dalle mie scelte che sono andate oltre la semplice passione musicale, forse in certi momenti è stata anche un’ossessione visto che sono ancora qui, dopo più di quarant’anni, a strimpellare canzoni.
Che ruolo hanno i KK oggi? bella domanda!
Come dico in” Vico dei Ragazzi” il viaggio è lungo ma non è ancora finito. Le sorprese che ci riserva questo mondo moderno sembrano non finire mai pensa alla pestilenza mondiale che ha paralizzato le nostre vite qualche anno fa, pensa alla politica senza soluzioni che fa parlare solo la pancia, pensa a una guerra che si può raggiungere in un paio di giorni in macchina, il consumismo, l’economia mondiale, la finanza direi che ci è sfuggito tutto di mano e il futuro per i nostri figli è sempre più incerto.
Sono consapevole che la Musica come la Politica non hanno più la forza e il coinvolgimento che avevano negli anni 60 o 70, ma questo non è un buon motivo per smettere di sognare.
Il Punk e tutto ciò che ne è derivato si avvicina al mezzo secolo di vita.
Secondo te quanto ha influito in Italia tutta quella scena (da cui è poi partita quella Skin, Mod, New Wave, etc)?
Ha in qualche modo scalfito la nostra società?
Molte delle migliaia di persone che ne hanno fatto parte hanno una vita profondamente diversa ma mi sembra che solo in Gran Bretagna quelle realtà siano diventate “cultura” mentre da noi siano rimaste comunque in una nicchia.
Sembrerebbe roba da museo e da nostalgici, onestamente non so quanto in UK sia diventata “cultura” per tutti e da troppo tempo che non vado oltre Manica, ma le ultime volte che ci sono andato ho notato che quel sapore particolare che si respirava negli anni ’80 non c’è più.
London Town mi sembra ormai una città come un'altra, una città globalizzata come Parigi, Berlino o Milano, stesse catene di franchising, stessi colori, stessi toni, stessi prodotti e ahimè ho riscontrato una perdita culturale, di stile e una politica di pancia della serie tutto il mondo è paese.
Sicuramente in Inghilterra il Punk e tutto il resto sono stati un fenomeno spontaneo mentre in Italia puri elementi d’importazione. Qui da noi sono arrivati come mode anche se c’è stato chi gli ha dedicato anima e corpo.
Quello che è restato è quello che la società ha potuto monetizzare: l’estetica e il prodotto da Amazon.
D’altronde quando un fenomeno è stato tanto dirompente l’unico modo per fermarlo è l’eroina o addomesticarlo e renderlo moda (vedi calciatori con la cresta, signore tatuate con capelli colorati).
Ritieni che queste realtà “sottoculturali” finiranno progressivamente con noi che ne fummo/siamo protagonisti? O intravedi un ricambio?
Quello che abbiamo vissuto noi finisce sicuramente con la nostra generazione, ogni generazione ha la sua storia e un disco Punk preferito che sia più distorto o più addomesticato, che magari noi old school non capiamo.
Scegliere il Punk oggi forse non è più un’urgenza, una via d’uscita, un a way of life ma una scelta di estetica, di musica, un vintage relativamente alternativo.
Non c’è dirompenza, nessuno vuol fare Borstal Breakout, ognuno sta nella sua bolla, cura la sua immagine, condivide i self sui social, ma mi dà l’idea che sia tanto fumo e poco arrosto.
Negli anni Ottanta c’era molta violenza legata al giro sottoculturale italiano e non solo. La storia ha dimostrato che non era una prerogativa “nostra”. Ritroviamo le stesse dinamiche nelle attuali giovani generazioni, anche in maniera più efferata.
La storia dell’umanità è una storia di violenza e disagio da sempre.
Abbiamo un Cristo inchiodato al legno e lasciato a crepare sotto il sole esposto in ogni aula scolastica della nazione.
La violenza ce l’abbiamo dentro.
Quello che è brutto e angosciante di questi giorni è la violenza fine a sé stessa ripresa e condivisa come trofeo sui social.
“Belin, Dei Pazzi!” è un’operazione di grande spessore. Ridare vita a brani scomparsi. Come è nata l’idea?
L’idea nasce con l’album “Vico dei Ragazzi”, in “Prole Rock” cito già i local heroes, che per un attimo terrorizzarono la provincia, che sono andato a rintracciare per questo disco. L’idea di fondo era quella di ritrovare quel sound delle nostre generazioni che si sta sempre più annacquando e che io non trovo nei dischi di oggi, neanche di band come Cock Sparrer.
Abbiamo recuperato un pugno di canzoni della scena in cui sono cresciuto, una sorta di archeologia musicale, un vero guitars clash!
Il destino ci ha fatto registrare l’album al “Vecchio Son” di Bologna gestito da Steno.
I Nabat negli anni 80 avevano Tiziano WCK che li aiutava come manager e come sai anche lui era di Savona ed eravamo molto amici. Giulio Farinelli che aveva creato il suono di “Vico dei Ragazzi” non poteva mancare, ci siamo ritrovati tutti al Vecchio Son ed abbiamo alzato il volume al massimo.
Come è stato accolto l’album dai diretti interessati e dal pubblico?
Per il momento c’è un buon riscontro, qualche vecchio kids si è commosso, ma non farò nomi. Franco degli U-Boot continua a suonare con noi alla seconda chitarra.
Abbiamo quasi esaurito i Cd, vediamo come andranno il vinile, che esce il 4 ottobre, e i due singoli in uscita sulle piattaforme digitali.
Non vorrei però che sembrasse un’operazione nostalgica, qui siamo tutti gasati, compresi i diretti interessati pronti a fare ancora casino.
I KK continuano a suonare, registrare, pubblicare dischi. Che ruolo ha ancora una band come la vostra nella società odierna e tra i giovani?
Si la cosa appare un po' strana e fuori tempo massimo.
Se penso che quando è arrivato il Punk il principale messaggio era NO FUTURE e che tutto quello che c’era prima era vecchio, noioso e che band come gli Who, i cui componenti in quei giorni avevano la metà degli anni che io ho oggi, erano considerati dei vecchi matusa.
I protagonisti dell’Oi! erano dei diciottenni, ricordo che sulla cassetta dei Last Resort c’era stampato l’avvertimento: “Cert XXX not to be played to anyone over 30”.
Se ti ricordi la parola Kids era presente ovunque, il movimento era in mano ai ragazzini.
Oggi tutto questo non sembra più attuabile, il Punk è entrato tra i generi e i gusti di normali consumatori di musica.
Oggi non esistono più i kids, esistono gli acquirenti e il mercato ha creato prodotti per ognuno di noi, ci hanno inculcato che è possibile essere ogni cosa, come la Barbie You can be anything…
Il mondo del 1977 e dell’82 non esiste più oggi è tutto totalmente cambiato trasversalmente, in quegli anni rasarsi i capelli, ascoltare Punk, indossare un parka o un chiodo era una scelta ben precisa ed eravamo consapevoli che non era un gioco o una moda, se sbagliavi strada o quartieri potevi tornare a casa non intero o non tornarci proprio.
Credevamo! ed eravamo pronti a difendere il nostro movimento, la nostra tribù, tutto questo era una missione, una fede.
Non eravamo differenti dai nostri fratelli maggiori che nel decennio precedente avevano formato bande di quartiere, piccole associazioni a delinquere o erano finiti in cellule terroristiche.
Solo che noi avevamo caratterizzato la nostra gang di ragazzini con un preciso tipo di suono e stile e le nostre armi erano solo delle chitarre scordate e distorte.
Ma la cosa pazzesca che quello che accadeva a una manciata di ragazzini della provincia italiane in parallelo stava accadendo in tutto il mondo.
Oggi mette male far capire certi atteggiamenti che sembrano esasperati, senza senso o ragione… eravamo solo ragazzini alla ricerca di un’identità in un mondo che stava cambiando.
La storia dei KK è caratterizzata dalle mie scelte che sono andate oltre la semplice passione musicale, forse in certi momenti è stata anche un’ossessione visto che sono ancora qui, dopo più di quarant’anni, a strimpellare canzoni.
Che ruolo hanno i KK oggi? bella domanda!
Come dico in” Vico dei Ragazzi” il viaggio è lungo ma non è ancora finito. Le sorprese che ci riserva questo mondo moderno sembrano non finire mai pensa alla pestilenza mondiale che ha paralizzato le nostre vite qualche anno fa, pensa alla politica senza soluzioni che fa parlare solo la pancia, pensa a una guerra che si può raggiungere in un paio di giorni in macchina, il consumismo, l’economia mondiale, la finanza direi che ci è sfuggito tutto di mano e il futuro per i nostri figli è sempre più incerto.
Sono consapevole che la Musica come la Politica non hanno più la forza e il coinvolgimento che avevano negli anni 60 o 70, ma questo non è un buon motivo per smettere di sognare.
Il Punk e tutto ciò che ne è derivato si avvicina al mezzo secolo di vita.
Secondo te quanto ha influito in Italia tutta quella scena (da cui è poi partita quella Skin, Mod, New Wave, etc)?
Ha in qualche modo scalfito la nostra società?
Molte delle migliaia di persone che ne hanno fatto parte hanno una vita profondamente diversa ma mi sembra che solo in Gran Bretagna quelle realtà siano diventate “cultura” mentre da noi siano rimaste comunque in una nicchia.
Sembrerebbe roba da museo e da nostalgici, onestamente non so quanto in UK sia diventata “cultura” per tutti e da troppo tempo che non vado oltre Manica, ma le ultime volte che ci sono andato ho notato che quel sapore particolare che si respirava negli anni ’80 non c’è più.
London Town mi sembra ormai una città come un'altra, una città globalizzata come Parigi, Berlino o Milano, stesse catene di franchising, stessi colori, stessi toni, stessi prodotti e ahimè ho riscontrato una perdita culturale, di stile e una politica di pancia della serie tutto il mondo è paese.
Sicuramente in Inghilterra il Punk e tutto il resto sono stati un fenomeno spontaneo mentre in Italia puri elementi d’importazione. Qui da noi sono arrivati come mode anche se c’è stato chi gli ha dedicato anima e corpo.
Quello che è restato è quello che la società ha potuto monetizzare: l’estetica e il prodotto da Amazon.
D’altronde quando un fenomeno è stato tanto dirompente l’unico modo per fermarlo è l’eroina o addomesticarlo e renderlo moda (vedi calciatori con la cresta, signore tatuate con capelli colorati).
Ritieni che queste realtà “sottoculturali” finiranno progressivamente con noi che ne fummo/siamo protagonisti? O intravedi un ricambio?
Quello che abbiamo vissuto noi finisce sicuramente con la nostra generazione, ogni generazione ha la sua storia e un disco Punk preferito che sia più distorto o più addomesticato, che magari noi old school non capiamo.
Scegliere il Punk oggi forse non è più un’urgenza, una via d’uscita, un a way of life ma una scelta di estetica, di musica, un vintage relativamente alternativo.
Non c’è dirompenza, nessuno vuol fare Borstal Breakout, ognuno sta nella sua bolla, cura la sua immagine, condivide i self sui social, ma mi dà l’idea che sia tanto fumo e poco arrosto.
Negli anni Ottanta c’era molta violenza legata al giro sottoculturale italiano e non solo. La storia ha dimostrato che non era una prerogativa “nostra”. Ritroviamo le stesse dinamiche nelle attuali giovani generazioni, anche in maniera più efferata.
La storia dell’umanità è una storia di violenza e disagio da sempre.
Abbiamo un Cristo inchiodato al legno e lasciato a crepare sotto il sole esposto in ogni aula scolastica della nazione.
La violenza ce l’abbiamo dentro.
Quello che è brutto e angosciante di questi giorni è la violenza fine a sé stessa ripresa e condivisa come trofeo sui social.
“Belin, Dei Pazzi!” è un’operazione di grande spessore. Ridare vita a brani scomparsi. Come è nata l’idea?
L’idea nasce con l’album “Vico dei Ragazzi”, in “Prole Rock” cito già i local heroes, che per un attimo terrorizzarono la provincia, che sono andato a rintracciare per questo disco. L’idea di fondo era quella di ritrovare quel sound delle nostre generazioni che si sta sempre più annacquando e che io non trovo nei dischi di oggi, neanche di band come Cock Sparrer.
Abbiamo recuperato un pugno di canzoni della scena in cui sono cresciuto, una sorta di archeologia musicale, un vero guitars clash!
Il destino ci ha fatto registrare l’album al “Vecchio Son” di Bologna gestito da Steno.
I Nabat negli anni 80 avevano Tiziano WCK che li aiutava come manager e come sai anche lui era di Savona ed eravamo molto amici. Giulio Farinelli che aveva creato il suono di “Vico dei Ragazzi” non poteva mancare, ci siamo ritrovati tutti al Vecchio Son ed abbiamo alzato il volume al massimo.
Come è stato accolto l’album dai diretti interessati e dal pubblico?
Per il momento c’è un buon riscontro, qualche vecchio kids si è commosso, ma non farò nomi. Franco degli U-Boot continua a suonare con noi alla seconda chitarra.
Abbiamo quasi esaurito i Cd, vediamo come andranno il vinile, che esce il 4 ottobre, e i due singoli in uscita sulle piattaforme digitali.
Non vorrei però che sembrasse un’operazione nostalgica, qui siamo tutti gasati, compresi i diretti interessati pronti a fare ancora casino.
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Le interviste
venerdì, maggio 10, 2024
The Prisoners - Morning Star
Intervista a Allan Crockford
The Prisoners
Morning Star
A trent'anni dall'ultimo album torna una band seminale, per quanto oscura e immeritatamente trascurata, autrice di quattro fenomenali album e di una carriera fulminea quanto lucente ed esplosiva.
Furono precursori del Britpop con un sound che mischiava Small Faces, garage, beat, psichedelia, con l'energia del pub rock e del punk.
La carriera successiva allo scioglimento ci ha dato grandi soddisfazioni con James Taylor Quartet, Solarflares, Prime Movers, Gaolers, Galileo 7, Stabilisers, Good Childe, Phaze etc.
L'inaspettata reunion ci riconferma, con gli stessi favolosi ingredienti, una band ancora fresca, pulsante, creativa, con quattordici brani nuovi, semplicemente eccezionali.
Il soul beat di "This road is too long" e la successiva "Save me" sono puro distillato Prisoners.
Si prosegue con l'ottima e melodica "If I had been drinking".
Il capolavoro dell'album è "Going back" che cita esplicitamente "Won't get fooled again" degli Who, splendido mix di beat e rock irruente.
La malinconica "My wife" riporta i ritmi in modalità più rilassata.
La title track riporta in alto il groove mentre "Something better" rimanda agli esordi più ruvidi tra Pretty Things e Small Faces.
La buona "Break this chain" ci porta allo strumentale di umore cinematografico "The green meteor".
"Prophet of gloom" parla un linguaggio hard psych primi anni 70. Ancora gusto soul in "Winter in june", echi di Undertones, Ramones e Buzzcocks nell'incalzante e irresistibile "Go to him". Puro (northern) soul "Beauty hdes the truth".
Chiude l'Hendrixiana in salsa soul beat "Hold tight".
Semplicemente eccellente.
Intervista esclusiva ad ALLAN CROCKFORD (bassista della band).
Avevate già fatto brevi riunioni in passato. Cosa è successo con questa nuova reunion e persino con un nuovo album.
Qualcosa di inaspettato dopo tutto questo tempo.
Abbiamo molto apprezzato i concerti nel dicembre 2022 per celebrare il 40° anniversario dell'uscita di "A Taste Of Pink".
È stato bello sentire l'eccitazione del pubblico, ma in qualche modo la parte migliore è stata semplicemente divertirsi a suonare di nuovo insieme dopo 20 anni. Le reunion degli anni ’90 andarono bene, ma il 2022 è stato migliore. Non so se tutto suonasse meglio, ma sembrava che non stessimo semplicemente seguendo i movimenti.
Abbiamo riscoperto qualcosa di noi quattro che suonavamo insieme su un piccolo palco, essendo amici oltre che musicisti nella stessa band.
Volevamo andare avanti in qualche modo, ma suonare solo le vecchie canzoni non sarebbe stato sufficiente a mantenere vivo il nostro interesse. Ci annoieremmo presto se fosse solo nostalgia.
Abbiamo deciso di provare a scrivere del nuovo materiale insieme.
Era un nuovo modo di lavorare perché originariamente era principalmente solo Graham a scrivere le canzoni. Da allora sia io che James siamo diventati autori nelle nostre band, quindi anche noi avevamo qualcosa da offrire. Il materiale è stato messo insieme molto velocemente quindi abbiamo deciso di registrarlo e fare un nuovo album. Con le nuove canzoni da suonare dal vivo, manterremo vivo il nostro interesse per la band.
Non ci importa suonare vecchie canzoni se possiamo anche suonarne alcune nuove per mantenerlo interessante e stimolante per noi!
Avete anticipato di dieci anni il Britpop, James ha inaugurato la stagione dell'acid jazz con il James Taylor Quartet.
Ma purtroppo pochi ricordano quanto sia stata influente la vostra lezione. Vi sentite sottovalutati?
Forse ci sentivamo un po' così negli anni '90... e forse è stato questo il motivo per cui ci siamo riuniti di nuovo allora.
Penso che ora accettiamo semplicemente che le cose siano andate così.
Quando eravamo giovani non ce la cavavamo abbastanza bene al mondo del music business, semplicemente suonavamo la nostra musica e ci divertivamo.
È fantastico avere avuto qualche riconoscimento per ciò che stavamo facendo e che i musicisti che hanno avuto più successo di noi ci diano un po’ di credito per la nostra influenza.
Ma non importa davvero.
L'unico motivo per cui suoni musica è trarne qualcosa, non raggiungere la celebrità o il successo.
Il momento in cui ci siamo sforzati troppo per ottenere il “successo” è stato il momento in cui tutto è andato storto negli anni ’80.
Sono felice di sentire la gente dire che eravamo "importanti" in qualche modo, ma molto più felice semplicemente di poter continuare a suonare, sia con i Prisoners o con la mia band The Galileo 7, o con qualsiasi altra band che occasionalmente riemerge!
Come sono nate le canzoni di "Morning star"? Un album, a mio parere, favoloso, fresco, potente. Le canzoni sono firmate da tutti e quattro. Si è trattato quindi di uno sforzo collettivo?
Sono tutte canzoni scritte ufficialmente collettivamente, ma iniziano tutte con l’idea di una persona.
Quell'idea potrebbe essere completamente formata, o solo un ritornello o una strofa, ma la band ha la possibilità di smontare la canzone, riarrangiarla, scrivere nuove parti e generalmente renderla una canzone dei Prisoners piuttosto che una di Graham, James o Allan.
Tutti e quattro abbiamo scritto i testi, a volte intere canzoni o solo parti.
Se sei un fan delle band con cui abbiamo suonato negli anni successivi ai Prisoners, puoi ascoltare le canzoni e avere una buona idea di chi sia l'autore principale o l'ideatore, ma forse rimarresti sorpreso...!
Pensi che i Prisoners continueranno dopo questo nuovo album o si tratta di una reunion temporanea?
Abbiamo tutti altri progetti musicali e vite da condurre con altri interessi oltre alla musica, quindi non sarà mai una cosa a tempo pieno.
Forse registreremo qualcos’altro, magari faremo qualche concerto quando sembrerà divertente.
Spero di potere continuare in qualche modo, ma dovrebbe adattarsi alle nostre vite.
Sarebbe facile approfittare degli interesse attuale e tornare sulla strada per fare soldi, ma non credo che nessuno lo voglia.
Smetterebbe di essere così speciale se diventasse routine, sia per la band che per il nostro pubblico.
Non dimenticare, siamo vecchi e dobbiamo conservare le nostre energie!
Finché suoneremo bene, penso che potremo continuare a fare le cose quando ci sentiremo tutti pronti.
Ma non aspettarti che accada per sempre!
Vi siete resi conto di quanti fan avete sempre avuto, così devoti e appassionati per i Prisoners?
Siamo sempre sorpresi dalla passione dei fan.
Naturalmente lo abbiamo sentito in qualche modo fin dagli anni 80 con le persone che sono rimaste interessate ai nostri gruppi successivi.
Molti di loro sono pronti ad ascoltare la nostra nuova musica, che sia sulla stessa linea dei Prisoners o magari qualcosa di un po’ diverso.
Apprezziamo tutti la possibilità di suonare. Ma ci rendiamo anche conto che i Prisoners sono la band con cui molti di loro sono cresciuti ascoltandola in un momento importante della loro vita.
La musica che ascolti nel momento formativo della tua vita è ciò che rimarrà con te e avrà un effetto emotivo.
Lo capiamo e siamo molto grati.
Pensi che ci sia ancora posto nella scena musicale per una band come i Prisoners?
Che ci sia un pubblico giovane disposto a scoprirvi e ad appassionarsi a voi come facevamo noi fan negli anni '80?
C'è spazio per tutti.
La musica popolare è cambiata e non è più solo proprietà dei giovani.
Il pubblico è più vecchio, così come le band! Non credo che fare musica rock, o come vogliamo chiamarla, sia ormai appannaggio solo dei giovani.
Il nuovo esiste accanto al vecchio in un modo molto più grande di quando eravamo giovani. La musica realizzata da artisti più anziani può esistere ed è per lo più giudicata di pari valore. Ma ogni generazione ha i suoi eroi e non possiamo fingere di attrarre così tanti giovani.
Ovviamente è fantastico che alcuni dei nostri fan siano padri o madri e portino i loro figli ai nostri concerti, e forse si appassioneranno alla nostra musica. La cosa comune è l’amore per la musica ad alto volume elettrizzata, e l’età del pubblico non ha più molta importanza.
Ne sono felice.
Morning Star
A trent'anni dall'ultimo album torna una band seminale, per quanto oscura e immeritatamente trascurata, autrice di quattro fenomenali album e di una carriera fulminea quanto lucente ed esplosiva.
Furono precursori del Britpop con un sound che mischiava Small Faces, garage, beat, psichedelia, con l'energia del pub rock e del punk.
La carriera successiva allo scioglimento ci ha dato grandi soddisfazioni con James Taylor Quartet, Solarflares, Prime Movers, Gaolers, Galileo 7, Stabilisers, Good Childe, Phaze etc.
L'inaspettata reunion ci riconferma, con gli stessi favolosi ingredienti, una band ancora fresca, pulsante, creativa, con quattordici brani nuovi, semplicemente eccezionali.
Il soul beat di "This road is too long" e la successiva "Save me" sono puro distillato Prisoners.
Si prosegue con l'ottima e melodica "If I had been drinking".
Il capolavoro dell'album è "Going back" che cita esplicitamente "Won't get fooled again" degli Who, splendido mix di beat e rock irruente.
La malinconica "My wife" riporta i ritmi in modalità più rilassata.
La title track riporta in alto il groove mentre "Something better" rimanda agli esordi più ruvidi tra Pretty Things e Small Faces.
La buona "Break this chain" ci porta allo strumentale di umore cinematografico "The green meteor".
"Prophet of gloom" parla un linguaggio hard psych primi anni 70. Ancora gusto soul in "Winter in june", echi di Undertones, Ramones e Buzzcocks nell'incalzante e irresistibile "Go to him". Puro (northern) soul "Beauty hdes the truth".
Chiude l'Hendrixiana in salsa soul beat "Hold tight".
Semplicemente eccellente.
Intervista esclusiva ad ALLAN CROCKFORD (bassista della band).
Avevate già fatto brevi riunioni in passato. Cosa è successo con questa nuova reunion e persino con un nuovo album.
Qualcosa di inaspettato dopo tutto questo tempo.
Abbiamo molto apprezzato i concerti nel dicembre 2022 per celebrare il 40° anniversario dell'uscita di "A Taste Of Pink".
È stato bello sentire l'eccitazione del pubblico, ma in qualche modo la parte migliore è stata semplicemente divertirsi a suonare di nuovo insieme dopo 20 anni. Le reunion degli anni ’90 andarono bene, ma il 2022 è stato migliore. Non so se tutto suonasse meglio, ma sembrava che non stessimo semplicemente seguendo i movimenti.
Abbiamo riscoperto qualcosa di noi quattro che suonavamo insieme su un piccolo palco, essendo amici oltre che musicisti nella stessa band.
Volevamo andare avanti in qualche modo, ma suonare solo le vecchie canzoni non sarebbe stato sufficiente a mantenere vivo il nostro interesse. Ci annoieremmo presto se fosse solo nostalgia.
Abbiamo deciso di provare a scrivere del nuovo materiale insieme.
Era un nuovo modo di lavorare perché originariamente era principalmente solo Graham a scrivere le canzoni. Da allora sia io che James siamo diventati autori nelle nostre band, quindi anche noi avevamo qualcosa da offrire. Il materiale è stato messo insieme molto velocemente quindi abbiamo deciso di registrarlo e fare un nuovo album. Con le nuove canzoni da suonare dal vivo, manterremo vivo il nostro interesse per la band.
Non ci importa suonare vecchie canzoni se possiamo anche suonarne alcune nuove per mantenerlo interessante e stimolante per noi!
Avete anticipato di dieci anni il Britpop, James ha inaugurato la stagione dell'acid jazz con il James Taylor Quartet.
Ma purtroppo pochi ricordano quanto sia stata influente la vostra lezione. Vi sentite sottovalutati?
Forse ci sentivamo un po' così negli anni '90... e forse è stato questo il motivo per cui ci siamo riuniti di nuovo allora.
Penso che ora accettiamo semplicemente che le cose siano andate così.
Quando eravamo giovani non ce la cavavamo abbastanza bene al mondo del music business, semplicemente suonavamo la nostra musica e ci divertivamo.
È fantastico avere avuto qualche riconoscimento per ciò che stavamo facendo e che i musicisti che hanno avuto più successo di noi ci diano un po’ di credito per la nostra influenza.
Ma non importa davvero.
L'unico motivo per cui suoni musica è trarne qualcosa, non raggiungere la celebrità o il successo.
Il momento in cui ci siamo sforzati troppo per ottenere il “successo” è stato il momento in cui tutto è andato storto negli anni ’80.
Sono felice di sentire la gente dire che eravamo "importanti" in qualche modo, ma molto più felice semplicemente di poter continuare a suonare, sia con i Prisoners o con la mia band The Galileo 7, o con qualsiasi altra band che occasionalmente riemerge!
Come sono nate le canzoni di "Morning star"? Un album, a mio parere, favoloso, fresco, potente. Le canzoni sono firmate da tutti e quattro. Si è trattato quindi di uno sforzo collettivo?
Sono tutte canzoni scritte ufficialmente collettivamente, ma iniziano tutte con l’idea di una persona.
Quell'idea potrebbe essere completamente formata, o solo un ritornello o una strofa, ma la band ha la possibilità di smontare la canzone, riarrangiarla, scrivere nuove parti e generalmente renderla una canzone dei Prisoners piuttosto che una di Graham, James o Allan.
Tutti e quattro abbiamo scritto i testi, a volte intere canzoni o solo parti.
Se sei un fan delle band con cui abbiamo suonato negli anni successivi ai Prisoners, puoi ascoltare le canzoni e avere una buona idea di chi sia l'autore principale o l'ideatore, ma forse rimarresti sorpreso...!
Pensi che i Prisoners continueranno dopo questo nuovo album o si tratta di una reunion temporanea?
Abbiamo tutti altri progetti musicali e vite da condurre con altri interessi oltre alla musica, quindi non sarà mai una cosa a tempo pieno.
Forse registreremo qualcos’altro, magari faremo qualche concerto quando sembrerà divertente.
Spero di potere continuare in qualche modo, ma dovrebbe adattarsi alle nostre vite.
Sarebbe facile approfittare degli interesse attuale e tornare sulla strada per fare soldi, ma non credo che nessuno lo voglia.
Smetterebbe di essere così speciale se diventasse routine, sia per la band che per il nostro pubblico.
Non dimenticare, siamo vecchi e dobbiamo conservare le nostre energie!
Finché suoneremo bene, penso che potremo continuare a fare le cose quando ci sentiremo tutti pronti.
Ma non aspettarti che accada per sempre!
Vi siete resi conto di quanti fan avete sempre avuto, così devoti e appassionati per i Prisoners?
Siamo sempre sorpresi dalla passione dei fan.
Naturalmente lo abbiamo sentito in qualche modo fin dagli anni 80 con le persone che sono rimaste interessate ai nostri gruppi successivi.
Molti di loro sono pronti ad ascoltare la nostra nuova musica, che sia sulla stessa linea dei Prisoners o magari qualcosa di un po’ diverso.
Apprezziamo tutti la possibilità di suonare. Ma ci rendiamo anche conto che i Prisoners sono la band con cui molti di loro sono cresciuti ascoltandola in un momento importante della loro vita.
La musica che ascolti nel momento formativo della tua vita è ciò che rimarrà con te e avrà un effetto emotivo.
Lo capiamo e siamo molto grati.
Pensi che ci sia ancora posto nella scena musicale per una band come i Prisoners?
Che ci sia un pubblico giovane disposto a scoprirvi e ad appassionarsi a voi come facevamo noi fan negli anni '80?
C'è spazio per tutti.
La musica popolare è cambiata e non è più solo proprietà dei giovani.
Il pubblico è più vecchio, così come le band! Non credo che fare musica rock, o come vogliamo chiamarla, sia ormai appannaggio solo dei giovani.
Il nuovo esiste accanto al vecchio in un modo molto più grande di quando eravamo giovani. La musica realizzata da artisti più anziani può esistere ed è per lo più giudicata di pari valore. Ma ogni generazione ha i suoi eroi e non possiamo fingere di attrarre così tanti giovani.
Ovviamente è fantastico che alcuni dei nostri fan siano padri o madri e portino i loro figli ai nostri concerti, e forse si appassioneranno alla nostra musica. La cosa comune è l’amore per la musica ad alto volume elettrizzata, e l’età del pubblico non ha più molta importanza.
Ne sono felice.
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mercoledì, agosto 24, 2022
Intervista a JP Bimeni
Riprendo l'articolo e intervista a JP Bimeni che ho scritto per Il Manifesto lo scorso sabato.
Tra i migliori e più freschi esponenti della scena new soul, grazie a un sound che attinge dallo scibile della black music (lui lo definisce “Afro soul conun filo di funk”), in veste cosiddetta “vintage”, ovvero affine ai suoni delle origini, tra anni Sessanta e Settanta, Jp Bimeni vanta due eccellenti album (“Free me” e “Give me hope”) che lo hanno proiettato ai vertici della scena, Italia inclusa, dove ha un seguito fedele e appassionato.
Lo ha confermato con un recente travolgente live a al Porretta Soul Festival dove ha sfoderato classe, freschezza, una somiglianza impressionante alla voce di Otis Redding, accompagnato dagli spagnoli Blackbelts, band di rara efficacia e precisione.
JP Bimeni, oltre a una contagiosa simpatia, emana passione e sincerità, urgenza e maturità artistica. Ha una storia molto particolare che aggiunge ancora più fascino (per quanto drammatico) alla sua biografia.
Hai una storia molto speciale, che ti ha portato dal Burundi in Inghilterra in circostanze drammatiche. Puoi raccontarci il tuo ricordo di quell'esperienza?
È stato un cambiamento molto grande e un'avventura con così tante incognite. Sono fuggito dal Burundi durante la guerra civile del 1990 e sopravvissuto a tre tentativi di omicidio.
Sono stato ferito e finito in ospedale, in fin di vita a Nairobi, Dal Kenya, grazie a una borsa di studio, sono finito in Galles e poi a Londra. Nonostante fossi giovane, solo 18 anni, senza nessuno che conoscessi e dovendo andare in un luogo per me totalmente sconosciuto (con il mio inglese terribile, quasi inesistente), cibo diverso, clima culturale ecc, direi è stato un cambiamento radicale ma ero pieno di speranza che sarebbe stato in meglio per la mia vita. E, alla fine, così è stato.
C'è qualche eredità sonora o culturale della tua esperienza africana nella tua musica?
In questo momento, non ancora, ma immagino che prima o poi incomincerò a incorporare le mie radici africane nella musica che sto facendo. Qualcosa che arrivi dalla mia cultura originale. Questo è sicuro.
Come sei entrato nella soul music? E in generale che tipo di musica ascolti?
Penso che si tratti di una seduzione incrementata e cresciuta nel corso degli anni e che i valori che la musica soul aveva abbiano e spero continueranno ad avere come qualcosa di distintivo. In Burundi, puoi ascoltare tutti i tipi di musica e il Soul ne fa e ne faceva parte.
Quando arrivai nel Regno Unito comprai i miei primi dischi (Otis Redding, Sam Cooke, Marvin Gaye, Ray Charles, Bob Marley ecc.).
Non mi limito a qualche tipo di musica, ascolto buona musica per la mia anima e che può spaziare dall afro, al reggae, funk, jazz, classica, rockabilly e di altre culture.
Quando e come hai iniziato a suonare e cantare? Raccontaci delle tue prime esperienze musicali e di come sei arrivato a registrare il primo album 'Free Me'.
Ho imbracciato la mia prima chitarra a circa dicasette/diciotto anni in Burundi, una chitarra che mi è stata regalata da mia zia Angelique Ntibarufata.
Ai tempi non avevo idea di cosa fosse una chitarra, accordi o note ecc, ma ero solo felice di averne una anche se le mancavano due corde. Alcuni musicisti del Congo che vivono in Burundi, in particolare Emmanuel Kitambala della zona di Bwiza nella capitale Bujumbura, mi ha insegnato alcuni accordi. Poi ho incominciato a scrivere dei testi e a jammare, ma in modo molto amatoriale. Poi in Galles, mentre frequentavo l'Atlantic College, ho avuto le mie prime lezioni di chitarra ma non ci ho capito molto. Così ho continuato a cercare ad imparare da solo a un ritmo lento.
Quando mi sono trasferito a Londra ho provato a prendere qualche lezione più intensamente. Durante l'università, alla University of Central Lancashire Preston, ho avuto la mia prima esperienza dal vivo sul palco, suonando e cantando. Me ne sono completamente innamorato. Ho registrato “Free me” dopo essere stato scoperto dalla Tucxone Records ad Aviles, in Spagna, al La Grapa Festival, mentre cantavo come cantante ospite per una band funk e soul britannica, gli Speedometer.
Sono stato invitato a far partire un progetto che è diventato JpBimeni & The Blackbelts e il resto è storia.
Quali differenze possiamo trovare tra 'Free Me' e il nuovo album 'Give Me Hope'?
Penso che "Free me" sia fortemente puro soul classico mentre "Give me hope" ha sfumature di altri generi musicali ma ancora al servizio della musica soul. Ha alcune influenze rock, psichedeliche, afro e pop.
Sei sempre stato accolto calorosamente in Italia. Cosa ricordi del tuo concerto al Jova Beach Party davanti a 100.000 persone?
Oohhh waaaaooo Devo dire che è stato il concerto più grande che abbia mai fatto ed è stata un'esperienza meravigliosa e tutto ciò grazie al fatto che Jovanotti è l'essere magico che è. Jovanotti mi ha fatto sentire accolto, amato e accudito, ci siamo sentiti di appartenere l'uno all'altro. Per questo sarò per sempre grato a Jovanotti per avermi introdotto a un'esperienza del genere.
Ci ha invitato anche quest'anno, a due dei suoi Jova Beach Party il 2 e 10 settembre, a Viareggio e Milano. Non vediamo l'ora di provare la magia che crea con la sua enorme squadra. È semplicemente surreale hahahaa e amo il suo spirito come essere umano. È semplicemente meraviglioso e un regalo per il mondo.
Hai anche avuto la possibilità di incontrare e cantare con Amy Winehouse. Cosa ne pensi di un'artista così grande, che abbiamo perso troppo presto?
Ho quasi avuto l'opportunità di cantare / jammare con Amy. Era la prima volta che cantavo in questo prestigioso locale musicale a Londra, il Jazz Cafe.
All'epoca cantavo con una band chiamata "Mantilla" e il Jazz Cafè era un buon ritrovo per scoprire nuova musica e incontrare tutti i tipi di persone dell'industria musicale. Tutto quello che ricordo è che ha ballato tutta la sera in prima fila, apprezzando la nostra musica, poi è venuta proprio vicino al palco per chiedermi se poteva salire e suonare con noi, ma era la nostra ultima canzone e il locale ha dovuto chiudere.
Era delusa e ha lasciato il suo numero per una prossima volta, ma sfortunatamente non c'è stata la prossima volta perché è diventata troppo grande e poi c'è stata la sua sfortunata perdita in giovane età. Molto triste quello che è successo ad Amy, ma ha lasciato un segno enorme sulla scena musicale. Possa la sua anima continuare a riposare in pace.
In un'intervista hai dichiarato che se fossi un personaggio storico vorresti essere Nelson Mandela.
Come sai arrivo da un paese africano, il Burundi, con una disastrosa storia di guerre civili.
Mandela fu tra coloro che fece da mediatore tra le parti in guerra e portò la pace. Ma purtroppo la nostra regione è sempre in tumulto.
E in quale gruppo ti piacerebbe aver suonato?
Bob Marley and the Wailers senza dubbio, non mi stanco mai di guardare i loro video. E' qualcosa di così potente e ogni volta immagino di potere essere lì con loro. E' potere, misticismo e la spinta per qualcosa di più grande.
Ci sono almeno cinque o sei suoi album che portrei sempre con me. Poi ovviamente nella band di Otis Redding (Jp Bimeni suonò a lungo cona tribute band di Redding all'inizio carriera).
Invece se c'è una canzone che avrei voluto comporre, anche se pecco un po' di presunzione, è “You do something to me” di Paul Weller.
Naturalmente vogliamo conoscere i vostri progetti futuri.
Hahahaa il mio progetto futuro è il mio progetto attuale, poter viaggiare in l'Europa, America, Asia e Africa.
Sarebbe un risultato incredibile e speriamo davvero che come squadra riusciremo a raggiungerlo. Quindi, imploriamo tutti gli auguri da tutte le anime buone.
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