Serata fresca, piazza strapiena a CastelSanGiovanni (Piacenza) per una nuova tappa del "Nitrito" Tour di NADA.
Artista che è riuscita a rinnovarsi costantemente, passando dal pop più spensierato a dischi, sonorità e contenuti molto più impegnati e aspri.
Mantenendo comunque un legame con il mainstream.
Nada negli intermezzi non risparmia frecciate socio/politiche (a Trump e di appoggio al femminismo).
Il live si sviluppa in un'ora e mezza attraverso una ventina di brani, con una sola concessione ai momenti più pop, con l'esecuzione finale di "Amore disperato" in versione power pop/Blondie, decisamente riuscita.
La band ha suoni duri, spesso distorti, arrivando a toccare atmosfere tra grunge e Nick Cave (le produzioni di John Parish hanno lasciato il segno), le parti vocali si sviluppano, non di rado, su tempi "spezzati", in voluto anticipo, poco allineate al groove del brano (non vengono disdegnate soluzioni anomale e inconsuete), rendendo il tutto particolarmente originale e personale.
La voce (sempre in primissimo piano rispetto alla band) è riconoscibilissima, pulita, intonata, al massimo dell'espressività, a cui si aggiunge una teatralità interpretativa, essenziale nell'economia minimalista del live act.
Concerto di alta qualità, un nome sempre prezioso e tra i più originali nel panorama nostrano.
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giovedì, luglio 23, 2026
martedì, luglio 21, 2026
Of New Trolls live a Ferriere (Piacenza) 18 luglio 2026
La storia dei New Trolls è tra le più complesse e intricate della musica italiana.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
Separazioni, reunion, con, in anni recenti, addirittura tre/quattro band con il nome nel marchio di fabbrica (l'utilizzo del solo nome originale era autorizzato unicamente con l'approvazione dei quattro membri storici, in perenne lite tra loro).
E così ecco susseguirsi Il Mito New Trolls, La Storia dei New Trolls, Il Cuore New Trolls, La Leggenda New Trolls, UT Uno Tempore / UT New Trolls / Of New Trolls.
Nella piazza di Ferriere, accarezzata da un buon fresco, mentre la Pianura Padana ribolliva, gremita da fan e cultori della musica, vanno in scena gli OF NEW TROLLS ovvero gli storici Nico Di Palo e Gianni Belleno affiancati da bravissimi strumentisti come Claudio Cinquegrana, Stefano Genti, Nando Corradini.
Una peculiarità della band è stata quella di passare dal beat, al prog sinfonico, al rock, alla musica leggera, alla collaborazione con De Andrè, ambiti di cui vengono proposti vari esempi durante due ore di più che ottimo spettacolo e perizia tecnica spettacolare, soprattutto nei momenti tratti da "Concerto Grosso", in particolare nella stupefacente "Le Roi Soleil".
Ma ci sono anche i momenti più pop, da "Aldebaran" a "Quella carezza della sera", tornando agli esordi con "La miniera" e "Vorrei comprare una strada" con testo di De André da "Senza orario senza bandiera" del 1968.
Bravissimi, simpatici, Belleno (77 anni) tecnicamente impeccabile e in formissima alla batteria, il falsetto di Nico Di Palo (79 anni) pulitissimo e unico.
Concerto di altissimo livello.
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venerdì, luglio 03, 2026
Iggy Pop live in Parma - 28 maggio 1979
Foto di Guido Harari.
L'arrivo di Iggy Pop in Italia nel maggio 1979, a Parma e poi a Milano, sancì il ritorno di artisti stranieri sul suolo italico dopo il lungo ostracismo seguito ai gravi incidenti ai concerti di Led Zeppelin, Lou Reed e Santana che esclusero la Penisola dal circuito concertistico.
Qualcuno passò, come Embryo, Magma, Henry Cow (che vidi il 25 luglio 1978 a Piacenza) ma erano nomi underground e legati al circuito "alternativo/antagonista".
Il bagno di folla di Patti Smith in settembre (a Bologna - presente - e Firenze) fu il via libera definitivo al ritorno della musica straniera in Italia.
Vidi gli ex Byrds McGuinn e Hillman e poi la cascata di Ramones, Police + Cramps), Damned, Lou Reed, ancora Iggy e ancora Ramones, Madness (con i Lambrettas), lo Stiff Records tour, B52's etc...
Iggy stava promuovendo il nuovo album "New Values" (uno dei migliori della sua produzione), dopo la rinascita, grazie a David Bowie con "The Idiot" e "Lust For Life".
Accompagnato Scott Thurston (chitarra e tastiere) Glen Matlock al basso, Klaus Krueger alla batteria (già con i Tangerine Dream!!), Jackie Clarkie alla chitarra, infiammò una folta platea con un set esplosivo (ricordiamoci che era ancora più che giovane, 32 anni, nonostante il lungo e intenso passato).
Noi, giovanissimi e un po' timidi restammo seduti, in tribuna nel Palasport, per qualche minuto per poi gettarci nel pogo sotto il palco - prima volta in vita nostra, abituati a Area, PFM, Banco etc.
La band suonò alla perfezione, precisa, compatta, dura ma mai troppo "hard", Iggy scatenato e al top.
La scaletta è curiosa, con ben sette brani degli Stooges (su 15) con una conclusiva, velocissima, "I Wanna Be Your Dog", solo una canzone dagli album "Bowiani", alcune cover abbastanza fuori luogo ("Fortune Teller", "Louie Louie", "Batman Theme"), cinque brani dall'album più recente.
La registrazione (ascoltabile, nulla più) è qua:
https://www.youtube.com/watch?v=GtntnBlbKHE
Prima di Iggy, gli sconosciuti Human League, un po' ignorati, un po' fischiati con la loro new wave elettronica piuttosto lontana dal clima punk che ci si attendeva.
Nota di colore: Scott Thurston vestiva panni e "colori" molto simili a David Bowie (di qualche tempo prima) da far credere che fosse a lui alle tastiere...
Kill City
Fortune Teller
New Values
Billy Is a Runaway
The Endless Sea
Cock in My Pocket
1970
Sister Midnight
Down on the Street
Girls
Loose
Dirt
Batman Theme
Louie Louie
I Wanna Be Your Dog
Il concerto degli Human League: https://www.youtube.com/watch?v=E3IIJZg6p-s
Almost Medieval
Circus of Death
The Path of Least Resistance
Austerity
You've Lost That Lovin' Feelin'
Being Boiled
Zero as a Limit
L'arrivo di Iggy Pop in Italia nel maggio 1979, a Parma e poi a Milano, sancì il ritorno di artisti stranieri sul suolo italico dopo il lungo ostracismo seguito ai gravi incidenti ai concerti di Led Zeppelin, Lou Reed e Santana che esclusero la Penisola dal circuito concertistico.
Qualcuno passò, come Embryo, Magma, Henry Cow (che vidi il 25 luglio 1978 a Piacenza) ma erano nomi underground e legati al circuito "alternativo/antagonista".
Il bagno di folla di Patti Smith in settembre (a Bologna - presente - e Firenze) fu il via libera definitivo al ritorno della musica straniera in Italia.
Vidi gli ex Byrds McGuinn e Hillman e poi la cascata di Ramones, Police + Cramps), Damned, Lou Reed, ancora Iggy e ancora Ramones, Madness (con i Lambrettas), lo Stiff Records tour, B52's etc...
Iggy stava promuovendo il nuovo album "New Values" (uno dei migliori della sua produzione), dopo la rinascita, grazie a David Bowie con "The Idiot" e "Lust For Life".
Accompagnato Scott Thurston (chitarra e tastiere) Glen Matlock al basso, Klaus Krueger alla batteria (già con i Tangerine Dream!!), Jackie Clarkie alla chitarra, infiammò una folta platea con un set esplosivo (ricordiamoci che era ancora più che giovane, 32 anni, nonostante il lungo e intenso passato).
Noi, giovanissimi e un po' timidi restammo seduti, in tribuna nel Palasport, per qualche minuto per poi gettarci nel pogo sotto il palco - prima volta in vita nostra, abituati a Area, PFM, Banco etc.
La band suonò alla perfezione, precisa, compatta, dura ma mai troppo "hard", Iggy scatenato e al top.
La scaletta è curiosa, con ben sette brani degli Stooges (su 15) con una conclusiva, velocissima, "I Wanna Be Your Dog", solo una canzone dagli album "Bowiani", alcune cover abbastanza fuori luogo ("Fortune Teller", "Louie Louie", "Batman Theme"), cinque brani dall'album più recente.
La registrazione (ascoltabile, nulla più) è qua:
https://www.youtube.com/watch?v=GtntnBlbKHE
Prima di Iggy, gli sconosciuti Human League, un po' ignorati, un po' fischiati con la loro new wave elettronica piuttosto lontana dal clima punk che ci si attendeva.
Nota di colore: Scott Thurston vestiva panni e "colori" molto simili a David Bowie (di qualche tempo prima) da far credere che fosse a lui alle tastiere...
Kill City
Fortune Teller
New Values
Billy Is a Runaway
The Endless Sea
Cock in My Pocket
1970
Sister Midnight
Down on the Street
Girls
Loose
Dirt
Batman Theme
Louie Louie
I Wanna Be Your Dog
Il concerto degli Human League: https://www.youtube.com/watch?v=E3IIJZg6p-s
Almost Medieval
Circus of Death
The Path of Least Resistance
Austerity
You've Lost That Lovin' Feelin'
Being Boiled
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lunedì, giugno 29, 2026
Wild Billy Childish & CTMF + The Mummies @Festival Beat 2026
Foto di Mummies e Billy Childish di Andrea Amadasi.
Il Festival Beat rinasce dalle sue ceneri a cui tanti l'avevano già (perfidamente) condannato e si ritrova in quel di Cremona, lasciando la ormai storica sede di Salsomaggiore.
Guadagnandoci.
La città lombarda ("di là da Po" come diciamo noi dirimpettai emiliani) è un piccolo gioiello architettonico, vivibile e accogliente, il luogo del Festival, le COLONIE PADANE, uno stupendo spazio di rara bellezza e suggestione.
Fondate nel 1915 come colonia elioterapica e nel 1922 trasformata in luogo per ospitare centinaia di bambini per terapie di bagni di sole.
In epoca fascista poi, Roberto Farinacci, ras di Cremona, la fece diventare “Colonia Regina Margherita di Savoia e balilla Roberto Farinacci”, una struttura centrale a forma di grande nave immersa in un vasto parco di quasi 60 mila metri quadrati ricco di essenze padane, piscinette e laghetti per formare la gioventù cremonese secondo i dettami fascisti in merito a salute, cultura e comportamenti.
Hanno fatto anche cose buone...
Le cronache raccontano di uno spettacolare set di Jon Spencer il venerdì sera.
Il sabato, avvolti da una calura difficilmente tollerabile, si apre con la presentazione, in piazza Roma, del mio libro su Keith Moon e di quello di Enrico Lazzeri "Ballare nella catastrofe" con Gino Delledonne moderatore. Tanta gente, tanta attenzione, tante suggestioni e considerazioni filosofico/poetiche.
Bei momenti davvero.
Si passa in riva al Po alle Colonie.
Tanta gente ad applaudire il rude anticipo di Reverend-Beat Man & Milan Slick.
Wild Billy Childish & CTMF spazzano via tutto.
Suono ruvido, crudo, chitarra/basso/batteria come i primi Kinks con la voce di Jason Williamson degli Sleaford Mods, garage beat 100% Brit, sempre storti, a volte scordati e imprecisi, perfetti!
A un certo punto suonano "You Are Forgiven", uno dei "movimenti" della mini opera degli Who "A Quick One While He's Away" ed è puro genio, qualcosa che connota fino in fondo il mondo di Billy Childish, dai Milkashakes ad oggi, con in mezzo cento altri gruppi.
Ci infilano anche "Fire" di Jimi Hendrix ed è fighissima.
Quello che risalta è l'unicità di questo suono, tanto banale quanto irripetibile e inimitabile.
I Mummies sono i Mummies, né più né meno.
Garage/surf/punk veloce e grezzo, tiratissimo.
Consueto sfoggio di evoluzioni "ginniche" con tastiere sulle spalle etc. Che siano i Devo del garage punk è confermato anche dalla cover (riuscita) di "Uncontrollable Urge" della band di Akron.
Chiudono improvvisamente dopo una quarantina di minuti.
Promettono di tornare ma la serata si ferma lì.
C'è chi mormora di uno scazzo tra di loro, chi apprezza la brevità punk, chi la guasconeria e l'ironia.
Va bene così.
Si gira tra i numerosi e ricchi banchetti, si incrociano mille persone conosciute e meno.
Organizzazione, come sempre, impeccabile (c'è chi mugugna per il prezzo ma quello é, il costo della vita è un attimino diverso dal solito, anche per chi gestisce. Se non va bene non andateci o organizzatene uno voi a metà costo).
Il Festival Beat rinasce dalle sue ceneri a cui tanti l'avevano già (perfidamente) condannato e si ritrova in quel di Cremona, lasciando la ormai storica sede di Salsomaggiore.
Guadagnandoci.
La città lombarda ("di là da Po" come diciamo noi dirimpettai emiliani) è un piccolo gioiello architettonico, vivibile e accogliente, il luogo del Festival, le COLONIE PADANE, uno stupendo spazio di rara bellezza e suggestione.
Fondate nel 1915 come colonia elioterapica e nel 1922 trasformata in luogo per ospitare centinaia di bambini per terapie di bagni di sole.
In epoca fascista poi, Roberto Farinacci, ras di Cremona, la fece diventare “Colonia Regina Margherita di Savoia e balilla Roberto Farinacci”, una struttura centrale a forma di grande nave immersa in un vasto parco di quasi 60 mila metri quadrati ricco di essenze padane, piscinette e laghetti per formare la gioventù cremonese secondo i dettami fascisti in merito a salute, cultura e comportamenti.
Hanno fatto anche cose buone...
Le cronache raccontano di uno spettacolare set di Jon Spencer il venerdì sera.
Il sabato, avvolti da una calura difficilmente tollerabile, si apre con la presentazione, in piazza Roma, del mio libro su Keith Moon e di quello di Enrico Lazzeri "Ballare nella catastrofe" con Gino Delledonne moderatore. Tanta gente, tanta attenzione, tante suggestioni e considerazioni filosofico/poetiche.
Bei momenti davvero.
Si passa in riva al Po alle Colonie.
Tanta gente ad applaudire il rude anticipo di Reverend-Beat Man & Milan Slick.
Wild Billy Childish & CTMF spazzano via tutto.
Suono ruvido, crudo, chitarra/basso/batteria come i primi Kinks con la voce di Jason Williamson degli Sleaford Mods, garage beat 100% Brit, sempre storti, a volte scordati e imprecisi, perfetti!
A un certo punto suonano "You Are Forgiven", uno dei "movimenti" della mini opera degli Who "A Quick One While He's Away" ed è puro genio, qualcosa che connota fino in fondo il mondo di Billy Childish, dai Milkashakes ad oggi, con in mezzo cento altri gruppi.
Ci infilano anche "Fire" di Jimi Hendrix ed è fighissima.
Quello che risalta è l'unicità di questo suono, tanto banale quanto irripetibile e inimitabile.
I Mummies sono i Mummies, né più né meno.
Garage/surf/punk veloce e grezzo, tiratissimo.
Consueto sfoggio di evoluzioni "ginniche" con tastiere sulle spalle etc. Che siano i Devo del garage punk è confermato anche dalla cover (riuscita) di "Uncontrollable Urge" della band di Akron.
Chiudono improvvisamente dopo una quarantina di minuti.
Promettono di tornare ma la serata si ferma lì.
C'è chi mormora di uno scazzo tra di loro, chi apprezza la brevità punk, chi la guasconeria e l'ironia.
Va bene così.
Si gira tra i numerosi e ricchi banchetti, si incrociano mille persone conosciute e meno.
Organizzazione, come sempre, impeccabile (c'è chi mugugna per il prezzo ma quello é, il costo della vita è un attimino diverso dal solito, anche per chi gestisce. Se non va bene non andateci o organizzatene uno voi a metà costo).
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Concerti
lunedì, giugno 15, 2026
From The Jam – 02 Institute, Birmingham, 13.06.2026
Una preziosa testimonianza ci arriva dal nostro inviato a Birmingham, l'amico Ramblin' Erikk.
From The Jam – 02 Institute, Birmingham, 13.06.2026
Cover-bands: da sempre, un argomento estremamente polarizzante in ambito RnR, a maggior ragione se si tratta dei Jam di Paul Weller, il "Changing Man" per antonomasia e un artista che ha sempre fatto del guardare avanti una vera e propria bandiera artistica ed esistenziale.
Va detto, peró che l' attrazione principale di questa sera, From The Jam é una cover-band "di lusso", se cosí possiamo dire, visto che, nell' ormai lontano 2006, fu messa in piedi per volere del compianto Rick Buckler batterista storico degli stessi Jam (inizialmente sotto l' egida di "The Gift") assieme al frontman, cantante e chitarrista Russell Hastings che, giá da parecchi anni, si era fatto le ossa proprio in cover-band dei Jam.
Poco dopo, si unisce alla partita il bassista Bruce Foxton e, defacto, hai due terzi dei VERI Jam a garantire una certa autenticitá e legittimo "lineage" (almeno sulla carta). Con l'incedere dell' etá, Buckler abbandona il progetto nel 2009, mentre Foxton tiene banco fino all' anno scorso, 2025, quando decide di smettere di andare in tour per simili e comprensibili problemi di salute.
Al giorno d' oggi, restano i From The Jam con Russell Hastings (voce, chitarra) coadiuvato da Mike Randon (batteria) e Gary Simons (basso).
Un' unitá estremamente attiva, prolifica, apprezzata e rodatissima, che macina sold-out in locali di grandezza medio-alta in tutto il mondo.
Siamo all' 02 Institute nel distretto (decisamente Bohémien) di Digbeth a Birmingham, venue che ospita 2,900 persone circa, dotata di decente acustica e prezzi ancora un pelo sotto il livello dell' offesa.
Aprono i locali e giá attempati Champagne Casuals, Brit-Poppettino leggero di chiara marca Gallagheriana, senza peró il guizzo e la zampata "killer" di questi ultimi.
Set appena gradevole che sembra sul punto di sollevarsi quando attaccano un' accettabile versione dell' arcinota "All Or Nothing" degli Small Faces (epurata, peró del bridge!).
Poco male, tempo 15 minuti, dal PA parte "My Generation" degli Who ad annunciare il Main Event ed ecco Russell Hastings che, armato di Rickenbacker, immediatamente scalda il pubblico con, a sorpresa, "David Watts" dei Kinks (in una versione copia-carbone di quella offerta dai Jam sullo storico LP "All Mod Cons" del 1978).
Questo é pubblicizzato come "Snap! - The Greatest Hits Tour" quindi é lecito aspettarsi tutti i successi, ma con qualche sorpresa (e, se avrete la pazienza di seguirmi, i "deep-cuts" non mancheranno).
In rapida successione e con la sicurezza di chi suona questi brani notte dopo notte, la band inanella "The Modern World", "Saturday's Kids" (ci sta tutta, visto che ê Sabato sera) l' arrembante "When You're Young" (a dispetto di un pubblico che, occhio e croce, va dai 50 anni in sú) la stupenda "To Be Someone" (sempre da "All Mod Cons") e l' evergreen "Heatwave" di Martha & the Vandellas.
Tutto suona perfetto, forse pure troppo: mi sto divertendo, come il resto degli astanti eppure, a livello inconscio giá mi rendo conto che, con tutta la professionalitá che il gruppo sta dimostrando, latita quell' inspiegabile "urgenza" giovanile, un pó anfetaminica ancora riscontrabile riascoltando i vecchi dischi dei Jam.
Il sito ufficiale dice "Strizza gli occhi ed é come assistere a un concerto dei Jam" eppure le orecchie non mentono e, per quanto questi tre signori siano estremamente competenti, a mio modesto parere, non suonano ESATTAMENTE come i Jam.
Saró io, ma avverto una patina di "professionalitá" ad appesantire il tutto, oltre a una visibile (e udibile) assenza di Vox AC30.
Tant’ é; Dopo la piacevolissima "Lula" (dal piú che convincente album "The Butterfly Effect" a firma Foxton-Hastings del 2022) arriva il bel regalo inatteso di "Life From A Window", uno dei miei pezzi preferiti dei primi Jam, dal secondo, ingiustamente malignato "This Is The Modern World" (1977) e, per un attimo, si accende la magia.
Che continua con la stupenda, quanto brutale "The Butterfly Collector", una delle prime istanze di un Paul Weller sempre piú a proprio agio nei panni di cantore della natía Inghilterra, al pari dei suoi illustri ispiratori Davies, Townshend, Lennon, McCartney.
E, siccome le illusioni durano poco, non voletemene, ma inizia a farmi strano vedere e ascoltare un altro tizio eseguire canzoni talmente personali, seppur in maniera plausibile, al posto di Weller.
Non é la stessa cosa e, in breve tempo, il senso di "revival", di "nostalgia-act" comincia ad avere la meglio sul sincero entusiasmo e sulla primigenia urgenza che questi pezzi dovrebbero suscitare.
Si continua con l' amara satira Socio-Ecnomica di "Man In The Corner Shop", l' inattesa e velenosa "Mr. Clean" (un' altra delle mie preferite) per chiudere il set "ufficiale" con un' efficace "Start!", una "Town Called Malice" che ricordavo meglio nella versione offerta dallo stesso Weller soolista e l' arcinota "That's Entertainment", invero appesantita e priva della grezza economia dell' originale.
Il resto é "Encores"; C'é ancora spazio per una graditissima e ben eseguita "Ghosts" seguita dal trittico assassino di "Eton Rifles", "Going Underground" e una micidiale "In The City". Tutto bene e "Everything is groovy" eppure, "Something's missing".
Due ore ben passate per 22 dei miei pezzi preferiti di sempre, eppure, é mancato "qualcosa".
"Qualcosa" che, andando a tentoni, potrei tradurre in immediatezza, autenticitá e quel raro mix di proficienza e istinto che solo gli originali possono garantire.
Volevo, con tutto il cuore, apprezzare al massimo i "From The Jam" e tornare a casa carico come una molla, "In The Crowd". Invece, ho preso l' Autobus sentendomi immediatamente piú vecchio, ma con in tasca l' ultimo CD di Paul McCartney pronto da ascoltare. The more things change, the more they stay the same.
Setlist :
David Watts (The Kinks)
Modern World
Saturday's Kids
When You're Young
To Be Someone
Heatwave (Martha & the Vandellas)
Lula (Foxton & Hastings)
Life From a Window
Butterfly Collector
No. 6 (Foxton)
Man in the Corner Shop
Pretty Green
Mr Clean
Strange Town
Start!
Town Called Malice
Down in the Tube Station at Midnight
That's Entertainment
Ghosts
Eton Rifles
Going Underground
In the City
From The Jam – 02 Institute, Birmingham, 13.06.2026
Cover-bands: da sempre, un argomento estremamente polarizzante in ambito RnR, a maggior ragione se si tratta dei Jam di Paul Weller, il "Changing Man" per antonomasia e un artista che ha sempre fatto del guardare avanti una vera e propria bandiera artistica ed esistenziale.
Va detto, peró che l' attrazione principale di questa sera, From The Jam é una cover-band "di lusso", se cosí possiamo dire, visto che, nell' ormai lontano 2006, fu messa in piedi per volere del compianto Rick Buckler batterista storico degli stessi Jam (inizialmente sotto l' egida di "The Gift") assieme al frontman, cantante e chitarrista Russell Hastings che, giá da parecchi anni, si era fatto le ossa proprio in cover-band dei Jam.
Poco dopo, si unisce alla partita il bassista Bruce Foxton e, defacto, hai due terzi dei VERI Jam a garantire una certa autenticitá e legittimo "lineage" (almeno sulla carta). Con l'incedere dell' etá, Buckler abbandona il progetto nel 2009, mentre Foxton tiene banco fino all' anno scorso, 2025, quando decide di smettere di andare in tour per simili e comprensibili problemi di salute.
Al giorno d' oggi, restano i From The Jam con Russell Hastings (voce, chitarra) coadiuvato da Mike Randon (batteria) e Gary Simons (basso).
Un' unitá estremamente attiva, prolifica, apprezzata e rodatissima, che macina sold-out in locali di grandezza medio-alta in tutto il mondo.
Siamo all' 02 Institute nel distretto (decisamente Bohémien) di Digbeth a Birmingham, venue che ospita 2,900 persone circa, dotata di decente acustica e prezzi ancora un pelo sotto il livello dell' offesa.
Aprono i locali e giá attempati Champagne Casuals, Brit-Poppettino leggero di chiara marca Gallagheriana, senza peró il guizzo e la zampata "killer" di questi ultimi.
Set appena gradevole che sembra sul punto di sollevarsi quando attaccano un' accettabile versione dell' arcinota "All Or Nothing" degli Small Faces (epurata, peró del bridge!).
Poco male, tempo 15 minuti, dal PA parte "My Generation" degli Who ad annunciare il Main Event ed ecco Russell Hastings che, armato di Rickenbacker, immediatamente scalda il pubblico con, a sorpresa, "David Watts" dei Kinks (in una versione copia-carbone di quella offerta dai Jam sullo storico LP "All Mod Cons" del 1978).
Questo é pubblicizzato come "Snap! - The Greatest Hits Tour" quindi é lecito aspettarsi tutti i successi, ma con qualche sorpresa (e, se avrete la pazienza di seguirmi, i "deep-cuts" non mancheranno).
In rapida successione e con la sicurezza di chi suona questi brani notte dopo notte, la band inanella "The Modern World", "Saturday's Kids" (ci sta tutta, visto che ê Sabato sera) l' arrembante "When You're Young" (a dispetto di un pubblico che, occhio e croce, va dai 50 anni in sú) la stupenda "To Be Someone" (sempre da "All Mod Cons") e l' evergreen "Heatwave" di Martha & the Vandellas.
Tutto suona perfetto, forse pure troppo: mi sto divertendo, come il resto degli astanti eppure, a livello inconscio giá mi rendo conto che, con tutta la professionalitá che il gruppo sta dimostrando, latita quell' inspiegabile "urgenza" giovanile, un pó anfetaminica ancora riscontrabile riascoltando i vecchi dischi dei Jam.
Il sito ufficiale dice "Strizza gli occhi ed é come assistere a un concerto dei Jam" eppure le orecchie non mentono e, per quanto questi tre signori siano estremamente competenti, a mio modesto parere, non suonano ESATTAMENTE come i Jam.
Saró io, ma avverto una patina di "professionalitá" ad appesantire il tutto, oltre a una visibile (e udibile) assenza di Vox AC30.
Tant’ é; Dopo la piacevolissima "Lula" (dal piú che convincente album "The Butterfly Effect" a firma Foxton-Hastings del 2022) arriva il bel regalo inatteso di "Life From A Window", uno dei miei pezzi preferiti dei primi Jam, dal secondo, ingiustamente malignato "This Is The Modern World" (1977) e, per un attimo, si accende la magia.
Che continua con la stupenda, quanto brutale "The Butterfly Collector", una delle prime istanze di un Paul Weller sempre piú a proprio agio nei panni di cantore della natía Inghilterra, al pari dei suoi illustri ispiratori Davies, Townshend, Lennon, McCartney.
E, siccome le illusioni durano poco, non voletemene, ma inizia a farmi strano vedere e ascoltare un altro tizio eseguire canzoni talmente personali, seppur in maniera plausibile, al posto di Weller.
Non é la stessa cosa e, in breve tempo, il senso di "revival", di "nostalgia-act" comincia ad avere la meglio sul sincero entusiasmo e sulla primigenia urgenza che questi pezzi dovrebbero suscitare.
Si continua con l' amara satira Socio-Ecnomica di "Man In The Corner Shop", l' inattesa e velenosa "Mr. Clean" (un' altra delle mie preferite) per chiudere il set "ufficiale" con un' efficace "Start!", una "Town Called Malice" che ricordavo meglio nella versione offerta dallo stesso Weller soolista e l' arcinota "That's Entertainment", invero appesantita e priva della grezza economia dell' originale.
Il resto é "Encores"; C'é ancora spazio per una graditissima e ben eseguita "Ghosts" seguita dal trittico assassino di "Eton Rifles", "Going Underground" e una micidiale "In The City". Tutto bene e "Everything is groovy" eppure, "Something's missing".
Due ore ben passate per 22 dei miei pezzi preferiti di sempre, eppure, é mancato "qualcosa".
"Qualcosa" che, andando a tentoni, potrei tradurre in immediatezza, autenticitá e quel raro mix di proficienza e istinto che solo gli originali possono garantire.
Volevo, con tutto il cuore, apprezzare al massimo i "From The Jam" e tornare a casa carico come una molla, "In The Crowd". Invece, ho preso l' Autobus sentendomi immediatamente piú vecchio, ma con in tasca l' ultimo CD di Paul McCartney pronto da ascoltare. The more things change, the more they stay the same.
Setlist :
David Watts (The Kinks)
Modern World
Saturday's Kids
When You're Young
To Be Someone
Heatwave (Martha & the Vandellas)
Lula (Foxton & Hastings)
Life From a Window
Butterfly Collector
No. 6 (Foxton)
Man in the Corner Shop
Pretty Green
Mr Clean
Strange Town
Start!
Town Called Malice
Down in the Tube Station at Midnight
That's Entertainment
Ghosts
Eton Rifles
Going Underground
In the City
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mercoledì, settembre 10, 2025
Happy Mondays live al Nox Orae festival, Le Tour de Peilz (Ch). 30/08/25
L'amico Davide Liberali ci regala la sua recensione e le foto del recente concerto degli HAPPY MONDAYS in Svizzera.
Anche se l'hanno fatta da padroni gli Oasis non sono l'unica grande band di Manchester in tour in questa estate 2025.
Attivi da circa 40 anni, gli HAPPY MODAYS sono stati, insieme a Charlatans, Stone Roses e Primal Scream il gruppo di punta del cosiddetto Manchester Sound, a cavallo tra gli anni 80 e i primi 90, sonorità sfociate a metà degli anni 90 nel Britpop con l'arrivo di band come Oasis, Blur, Kula Shaker e altri
. Tra tutte le band citate i Mondaz sono quelli con il sound più vario che mescola pop inglese, psichedelia, funk, soul e musica dance. A questo proposito credo siano stati tra i primi a piazzare un ballerino (Bez) sul palco, entrato nella band come percussionista e dirottato a ballare per tutto il concerto.
Li seguo dalla fine degli anni 80 e, purtroppo, sembra non amino particolarmente il nostro paese, in quanto l'unica volta che sono passati da noi (Bologna nel 1996), lo hanno fatto con i Black Grape, il progetto parallelo di Shaun Ryder e Bez.
Anche questa tournée di una dozzina di date circa non tocca il nostro paese per cui mi sono sciroppato 4 ore di auto per raggiungere Le Tour de Peilz, vicino a Montreux sul lago di Ginevra.
La location del festival è un parco cittadino sulle rive del lago, a occhio vi saranno 2000 spettatori.
La scaletta pesca a piene mani dal loro miglior album, Pill's & trills and Bellyaches.
Si parte con il funk soul di Kinky Afro eseguita alla grande, Shaun canta ancora molto bene e spicca anche la voce della corista (Firouzeh Berry, moglie di Bez) che da pochi mesi ha sostituito la storica Rowetta che se ne è andata dalla band dopo un litigio.
God's Cop, Donovan, in cui spicca il suono delle tastiere ci portano alla bellissima Loose fit dall'intro soul che diventa dance.
Qui piazzano i pezzi anni 80 con Mad Ciryll e, anticipata da Alleluja, 24 hour party people, brano che da il titolo anche al film sulla scena di Manchester del periodo.
Se su disco è un pezzo che non mi è mai piaciuto, dal vivo cambia tutto e per la perfetta esecuzione lo giudico il miglior momento del concerto.
Il gran finale arriva con Step on, con tanto di lancio di palloncini di grandi dimensioni e la classica Wrote for luck.
In totale 12 pezzi per un'ora e un quarto di concerto.
L'auspicio è quello di poterli vedere una volta anche in Italia.
Anche se l'hanno fatta da padroni gli Oasis non sono l'unica grande band di Manchester in tour in questa estate 2025.
Attivi da circa 40 anni, gli HAPPY MODAYS sono stati, insieme a Charlatans, Stone Roses e Primal Scream il gruppo di punta del cosiddetto Manchester Sound, a cavallo tra gli anni 80 e i primi 90, sonorità sfociate a metà degli anni 90 nel Britpop con l'arrivo di band come Oasis, Blur, Kula Shaker e altri
. Tra tutte le band citate i Mondaz sono quelli con il sound più vario che mescola pop inglese, psichedelia, funk, soul e musica dance. A questo proposito credo siano stati tra i primi a piazzare un ballerino (Bez) sul palco, entrato nella band come percussionista e dirottato a ballare per tutto il concerto.
Li seguo dalla fine degli anni 80 e, purtroppo, sembra non amino particolarmente il nostro paese, in quanto l'unica volta che sono passati da noi (Bologna nel 1996), lo hanno fatto con i Black Grape, il progetto parallelo di Shaun Ryder e Bez.
Anche questa tournée di una dozzina di date circa non tocca il nostro paese per cui mi sono sciroppato 4 ore di auto per raggiungere Le Tour de Peilz, vicino a Montreux sul lago di Ginevra.
La location del festival è un parco cittadino sulle rive del lago, a occhio vi saranno 2000 spettatori.
La scaletta pesca a piene mani dal loro miglior album, Pill's & trills and Bellyaches.
Si parte con il funk soul di Kinky Afro eseguita alla grande, Shaun canta ancora molto bene e spicca anche la voce della corista (Firouzeh Berry, moglie di Bez) che da pochi mesi ha sostituito la storica Rowetta che se ne è andata dalla band dopo un litigio.
God's Cop, Donovan, in cui spicca il suono delle tastiere ci portano alla bellissima Loose fit dall'intro soul che diventa dance.
Qui piazzano i pezzi anni 80 con Mad Ciryll e, anticipata da Alleluja, 24 hour party people, brano che da il titolo anche al film sulla scena di Manchester del periodo.
Se su disco è un pezzo che non mi è mai piaciuto, dal vivo cambia tutto e per la perfetta esecuzione lo giudico il miglior momento del concerto.
Il gran finale arriva con Step on, con tanto di lancio di palloncini di grandi dimensioni e la classica Wrote for luck.
In totale 12 pezzi per un'ora e un quarto di concerto.
L'auspicio è quello di poterli vedere una volta anche in Italia.
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Concerti
mercoledì, agosto 13, 2025
Paul Roland and his Rockin Teenage Combo live a Nibbiano (Piacenza) 12/08/2025
Paul Roland è cantautore, poeta, scrittore, saggista, consulente per la BBC sui fenomeni paranormali.
Ha alle spalle una discografia sterminata ed è in procinto di pubblicare un nuovo album.
Sulle colline piacentine, nella piazza di Nibbiano, ha dato sfoggio di grande e innata classe, accompagnato dal suo Rockin Teenage Combo (Annie Barbazza, Alex Canella, Christian Castelletti, questi ultimi due membri dei Tal Neunder che hanno aperto la serata, in sostituzione dei previsti Not Moving, con un personalissimo rock dalle forti tinte prog e un'anima pop).
Paul Roland si addentra in meandri rock, talvolta aspri, altre volte dai colori più fruibili, spazia in mille sfumature, dal pop, al prog, a influenze anni 70 e gotiche.
Il pubblico è numeroso e apprezza, il culto di un personaggio rimasto volutamente sempre in una dimensione molto personale, quasi "dietro le quinte", cresce ancora di più.
Ha alle spalle una discografia sterminata ed è in procinto di pubblicare un nuovo album.
Sulle colline piacentine, nella piazza di Nibbiano, ha dato sfoggio di grande e innata classe, accompagnato dal suo Rockin Teenage Combo (Annie Barbazza, Alex Canella, Christian Castelletti, questi ultimi due membri dei Tal Neunder che hanno aperto la serata, in sostituzione dei previsti Not Moving, con un personalissimo rock dalle forti tinte prog e un'anima pop).
Paul Roland si addentra in meandri rock, talvolta aspri, altre volte dai colori più fruibili, spazia in mille sfumature, dal pop, al prog, a influenze anni 70 e gotiche.
Il pubblico è numeroso e apprezza, il culto di un personaggio rimasto volutamente sempre in una dimensione molto personale, quasi "dietro le quinte", cresce ancora di più.
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mercoledì, luglio 30, 2025
Le Orme in concerto a Ferriere (Piacenza) Roan Club
Le avvisaglie del maltempo hanno costretto lo spostamento del concerto, all'interno del Festival Fol In Fest, dalla piazza principale del borgo montano piacentino alla storica discoteca "Roan" che ben si affiancava al clima "anni Settanta" della serata.
Protagonisti LE ORME, storica prog band italiana con il membro fondatore Michi Dei Rossi alla batteria, Michele Bon, membro effettivo dal 1990, alle tastiere a cui si unisce la voce, chitarra e basso di Luca Sparagna (bravissimo, soprattutto nel raccontare la storia della band e del prog italiano) e, sempre alle tastiere, Aligi Pasqualetto.
Non la folla delle grandi occasioni ma tutti attenti e competenti.
Concerto di quasi due ore con i grandi momenti della band, soprattutto tratti da "Felona e Sorona", "Collage", "Uomo di pezza" e "Smogmagica", con l'aggiunta del singolo "L'estate che torna" del 1968 e due omaggi ai colleghi del Banco ("Non mi rompete") e alla PFM ("Impressioni di settembre").
Ci sono anche il classico "Gioco di bimba" e "Vedi Amsterdam" da "Verità nascoste" del 1976. Grande chiusura con "Collage".
Concerto godibilissimo, band rilassata, a suo agio, simpatica ma soprattutto tecnicamente spaziale.
Protagonisti LE ORME, storica prog band italiana con il membro fondatore Michi Dei Rossi alla batteria, Michele Bon, membro effettivo dal 1990, alle tastiere a cui si unisce la voce, chitarra e basso di Luca Sparagna (bravissimo, soprattutto nel raccontare la storia della band e del prog italiano) e, sempre alle tastiere, Aligi Pasqualetto.
Non la folla delle grandi occasioni ma tutti attenti e competenti.
Concerto di quasi due ore con i grandi momenti della band, soprattutto tratti da "Felona e Sorona", "Collage", "Uomo di pezza" e "Smogmagica", con l'aggiunta del singolo "L'estate che torna" del 1968 e due omaggi ai colleghi del Banco ("Non mi rompete") e alla PFM ("Impressioni di settembre").
Ci sono anche il classico "Gioco di bimba" e "Vedi Amsterdam" da "Verità nascoste" del 1976. Grande chiusura con "Collage".
Concerto godibilissimo, band rilassata, a suo agio, simpatica ma soprattutto tecnicamente spaziale.
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lunedì, luglio 28, 2025
Oasis live a Manchester, Heaton Park 19 luglio 2025
L'amico FEDERICO MARTELLI (autore del libro "Beatles Everyday") ci porta al concerto del 19 luglio degli OASIS a Manchester.
Data la mia età forse sarò un po' di parte, è inevitabile.
Ma quello che ho avuto l'occasione e la fortuna di vedere dal vivo sabato 19 Luglio 2025 è stato senza dubbio uno dei concerti migliori della mia vita, sicuramente finora ma probabilmente anche considerando tutti quelli che verranno.
Gli Oasis sono da sempre la mia seconda band preferita (dietro ai Beatles, i quali però sarebbero quasi da considerare fuori classifica), e considerando che si sciolsero quando io avevo tre anni, fino all'annuncio di questa reunion avevo solo potuto sognare come sarebbe stato assistere ad un loro concerto live.
Annuncio che, quando è arrivato, sembrava ormai anche parecchio difficile da considerare realtà.
Invece non solo era tutto vero, ma lottando un po' nella prevendita riuscii anche a comprare quattro biglietti per il sottoscritto e tre miei amici, che undici mesi dopo ci avrebbero regalato una serata sensazionale.
La location, Heaton Park di Manchester (uno dei parchi più grandi d'Europa, magistralmente organizzato ed attrezzato per l'occasione) ha aggiunto un'atmosfera splendida al tutto: i numerosi fumogeni all'aria aperta, l'alternanza luce-tramonto-buio e lo spettacolo pirotecnico a concerto terminato sono stati tutti elementi da non sottovalutare.
Vederli a casa loro, inoltre, ci ha permesso di unirci ad un pubblico che sul palco non vedeva solo degli idoli, ma prima di tutto dei concittadini provenienti (prevalentemente) dalla stessa classe sociale, degli amici che ce l'avevano fatta.
Non c'è stata una canzone che non abbia ricevuto un significativo aiuto ed un'amplificazione di entusiasmo da parte degli 80.000 fortunati presenti.
Il nostro biglietto era per così dire il più "povero", quello della General Admission.
Tuttavia, entrando presto (verso le 14:30, quasi sei ore prima che iniziasse il concerto vero e proprio) siamo riusciti a posizionarci piuttosto vicini e a godere di una visuale perfetta.
L'enorme palco, tra l'altro, è stato messo nella parte leggermente più bassa del parco, permettendo alle piccole colline di fungere sostanzialmente da spalti per garantire a tutti una visibilità per quanto possibile buona, nonostante la profondissima marea di persone che si era già creata a un'oretta dal nostro arrivo.
Altra menzione va fatta a vantaggio dei "Guest".
I Cast li avevo già visti nel 2022 a Liverpool, davanti a circa 5.000 persone, giusto un po' meno rispetto a stavolta.
Nulla di troppo eccezionale, ma hanno riscaldato per bene l'atmosfera con circa mezz'ora di sound puntando molto sui loro brani migliori, come Walkaway e Alright.
Favoloso poi, praticamente subito dopo, Richard Ashcroft.
Quaranta abbondanti minuti di classe e carica emotiva perfetti per introdurre un macro-evento del genere.
Tra Sonnet, Lucky Man e Bitter Sweet Symphony già si scorgevano delle lacrime in mezzo al pubblico, non sarebbe un azzardo così grave dire che valesse già lui almeno un quarto del biglietto.
E poi, a grandi linee dalle 20:15 alle 22:40, è toccato ai protagonisti della serata: gli Oasis.
Come ho inizialmente detto sarò un po' di parte, ma sono completamente sincero e convinto quando affermo che non c'è stata una canzone delle 23 in scaletta a non avermi fatto venire la pelle d'oca.
Dalla favolosa coreografia d'apertura con il sottofondo di Fuckin' In The Bushes e la cinematografica dicitura "This is not a drill" che si è estesa su tutti e tre i megaschermi presenti, lo scoppiettante inizio con Hello, Acquiesce e Morning Glory una dopo l'altra, passando per l'acustico "momento Noel" con Half The World Away, Talk Tonight e Little By Little, per poi concludere con le più poetiche Don't Look Back In Anger, Wonderwall e Champagne Supernova, i fratelli Gallagher hanno donato a tutti i presenti un'incredibile montagna russa di emozioni.
In mezzo al pubblico, tra sconosciuti, si urlava, si piangeva, ci si abbracciava, ci si esaltava insieme realizzando per la prima volta davvero ciò che era stato annunciato quasi un anno prima.
Il giorno dopo sembrava quasi un sogno, invece è stata proprio una notte indimenticabile.
È stato il primo concerto a cui ho assistito dove conoscevo i testi di tutte le canzoni della scaletta a memoria; il primo che sono andato a vedere senza adulti, per di più in un altro paese; e sono anche sicuro che averlo visto alla mia età, appena un mese dopo essermi diplomato, ha reso il tutto ancora più perfetto, quasi da film.
Di sicuro sugli Oasis si possono dire tante cose e i gusti musicali di molti si scontreranno con la loro offerta, ma sono dell'idea che l'importanza, per molti, di un evento del genere, costruito su un'attesa e delle promesse come quelle che ci sono state, sia indipendentemente da riconoscere.
Quanto a me, sono certo che ne passerà di tempo prima di avere la possibilità di rivivere delle emozioni simili ad un concerto.
Biblical.
Data la mia età forse sarò un po' di parte, è inevitabile.
Ma quello che ho avuto l'occasione e la fortuna di vedere dal vivo sabato 19 Luglio 2025 è stato senza dubbio uno dei concerti migliori della mia vita, sicuramente finora ma probabilmente anche considerando tutti quelli che verranno.
Gli Oasis sono da sempre la mia seconda band preferita (dietro ai Beatles, i quali però sarebbero quasi da considerare fuori classifica), e considerando che si sciolsero quando io avevo tre anni, fino all'annuncio di questa reunion avevo solo potuto sognare come sarebbe stato assistere ad un loro concerto live.
Annuncio che, quando è arrivato, sembrava ormai anche parecchio difficile da considerare realtà.
Invece non solo era tutto vero, ma lottando un po' nella prevendita riuscii anche a comprare quattro biglietti per il sottoscritto e tre miei amici, che undici mesi dopo ci avrebbero regalato una serata sensazionale.
La location, Heaton Park di Manchester (uno dei parchi più grandi d'Europa, magistralmente organizzato ed attrezzato per l'occasione) ha aggiunto un'atmosfera splendida al tutto: i numerosi fumogeni all'aria aperta, l'alternanza luce-tramonto-buio e lo spettacolo pirotecnico a concerto terminato sono stati tutti elementi da non sottovalutare.
Vederli a casa loro, inoltre, ci ha permesso di unirci ad un pubblico che sul palco non vedeva solo degli idoli, ma prima di tutto dei concittadini provenienti (prevalentemente) dalla stessa classe sociale, degli amici che ce l'avevano fatta.
Non c'è stata una canzone che non abbia ricevuto un significativo aiuto ed un'amplificazione di entusiasmo da parte degli 80.000 fortunati presenti.
Il nostro biglietto era per così dire il più "povero", quello della General Admission.
Tuttavia, entrando presto (verso le 14:30, quasi sei ore prima che iniziasse il concerto vero e proprio) siamo riusciti a posizionarci piuttosto vicini e a godere di una visuale perfetta.
L'enorme palco, tra l'altro, è stato messo nella parte leggermente più bassa del parco, permettendo alle piccole colline di fungere sostanzialmente da spalti per garantire a tutti una visibilità per quanto possibile buona, nonostante la profondissima marea di persone che si era già creata a un'oretta dal nostro arrivo.
Altra menzione va fatta a vantaggio dei "Guest".
I Cast li avevo già visti nel 2022 a Liverpool, davanti a circa 5.000 persone, giusto un po' meno rispetto a stavolta.
Nulla di troppo eccezionale, ma hanno riscaldato per bene l'atmosfera con circa mezz'ora di sound puntando molto sui loro brani migliori, come Walkaway e Alright.
Favoloso poi, praticamente subito dopo, Richard Ashcroft.
Quaranta abbondanti minuti di classe e carica emotiva perfetti per introdurre un macro-evento del genere.
Tra Sonnet, Lucky Man e Bitter Sweet Symphony già si scorgevano delle lacrime in mezzo al pubblico, non sarebbe un azzardo così grave dire che valesse già lui almeno un quarto del biglietto.
E poi, a grandi linee dalle 20:15 alle 22:40, è toccato ai protagonisti della serata: gli Oasis.
Come ho inizialmente detto sarò un po' di parte, ma sono completamente sincero e convinto quando affermo che non c'è stata una canzone delle 23 in scaletta a non avermi fatto venire la pelle d'oca.
Dalla favolosa coreografia d'apertura con il sottofondo di Fuckin' In The Bushes e la cinematografica dicitura "This is not a drill" che si è estesa su tutti e tre i megaschermi presenti, lo scoppiettante inizio con Hello, Acquiesce e Morning Glory una dopo l'altra, passando per l'acustico "momento Noel" con Half The World Away, Talk Tonight e Little By Little, per poi concludere con le più poetiche Don't Look Back In Anger, Wonderwall e Champagne Supernova, i fratelli Gallagher hanno donato a tutti i presenti un'incredibile montagna russa di emozioni.
In mezzo al pubblico, tra sconosciuti, si urlava, si piangeva, ci si abbracciava, ci si esaltava insieme realizzando per la prima volta davvero ciò che era stato annunciato quasi un anno prima.
Il giorno dopo sembrava quasi un sogno, invece è stata proprio una notte indimenticabile.
È stato il primo concerto a cui ho assistito dove conoscevo i testi di tutte le canzoni della scaletta a memoria; il primo che sono andato a vedere senza adulti, per di più in un altro paese; e sono anche sicuro che averlo visto alla mia età, appena un mese dopo essermi diplomato, ha reso il tutto ancora più perfetto, quasi da film.
Di sicuro sugli Oasis si possono dire tante cose e i gusti musicali di molti si scontreranno con la loro offerta, ma sono dell'idea che l'importanza, per molti, di un evento del genere, costruito su un'attesa e delle promesse come quelle che ci sono state, sia indipendentemente da riconoscere.
Quanto a me, sono certo che ne passerà di tempo prima di avere la possibilità di rivivere delle emozioni simili ad un concerto.
Biblical.
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giovedì, luglio 24, 2025
Black Keys + Jet + Lemon Twigs – Live at AMA Music Festival (VI) – 15 Luglio 2025
Recensione/racconto dell'amico SOULFUL JULES, come sempre interessante e intrigante.
Quando ho visto che sul sito dell’Ama Festival i biglietti per il Pit erano esauriti, ci son rimasto male.
Perché l’anno scorso ero stato all’AMA per i Pistols con Frank Carter e se stai fuori dal Pit il palco è lontano, fai fatica a distinguere i musicisti, sembrano pedine alte due centimetri, e anche se il sound è buono manca la pacca che ti prende lo stomaco e ti solleva da terra.
Però rinunciare ai Black Keys a neanche un’ora di strada da casa pareva brutto, magari poi là si combina, ho pensato, vai a sapere.
Partenza martedì 15 luglio a metà pomeriggio, tra una cosa e l’altra arriviamo al Parco di Villa Negri che i Lemon Twigs hanno quasi terminato il loro set e ‘sta cosa mi rode perché era un pezzo che li volevo vedere e il suono che arriva mentre siamo lì in coda, nel vialetto ombreggiato, è una meraviglia di armonie e arrangiamenti.
Dolcissimo il falsetto di Brian D’Addario su Corner Of My Eye, con gli acuti che riportano al cantato malinconico di un altro Brian, da poco riunitosi con Carl e Dennis sul palco dell’eternità.
I cani per i controlli antidroga ricordano che siamo a metà strada tra Treviso e Vicenza e un cartello in cassa avvisa che c’è ancora qualche posto disponibile.
I ragazzi della biglietteria sono simpatici e gentili ma demoliscono subito le mie speranze di fare una permuta con uno dei cinque pass rimasti per il Pit.
“E allora come faccio?”
“Potresti vendere il tuo biglietto a qualcuno che non ce l’ha e acquistare un Pit qua.”
Che in effetti non è una cosa difficile, soprattutto se uno di mestiere fa il venditore da più di venti anni.
Ma un conto è vendere per lavoro, un altro conto è vendere per necessità, e poi qua non è più la questione di vedere bene il concerto, di assorbire fino all’ultimo tutti i MegaHertz che fluttuano nella notte di Romano d’Ezzelino, questa è diventata una faccenda seria, esistenziale.
Quanto bravo sei a convincere un tizio mai visto a sborsarti cinquanta sacchi per una fotocopia A4 con sopra il tuo nome e un QR code? Ti fideresti di uno come te, con la tua faccia, la tua voce?
La verità è che non lo sai e ti tocca scoprirlo stasera.
Aspetto tre minuti appoggiato al bancone della biglietteria e finalmente arriva un tipo sui quaranta, baffetto spavaldo e sandalo eco, vuole un biglietto ma non uno qualsiasi, gli serve il Pit a tutti i costi, me lo dice con la cantilena irritante di uno che gongola perché alla fine lui ce l’ha e tu no, gne gne gne.
Altri due minuti e si presenta uno coi capelli lunghi e grigi, maglia sbiadita dei Litfiba, l’aria un po’ spaesata.
È il mio uomo.
Formulo l’offerta in maniera chiara e perentoria: cinquanta sacchi invece che i sessanta che chiedono in cassa. Accetta subito. Si rigira il foglio A4 tra le mani, dà un’occhiata distratta alla riga con il nominativo e alla fine sfila il biglietto rosa dal taccuino senza esitazione.
Ok, questo era facile, potevo anche piazzargli un abbonamento a Tele+ col decoder e la presa Scart, ma il fatto che adesso posso godermi il live senza restrizioni mi fa salire una botta improvvisa di euforia, neanche mi fossi ingollato un cocktail di dopamina, ossitocina e una spruzzata di endorfine a mo’ di selz.
All’interno l’area è grande e organizzata, poca calca nonostante i 9.000 fan, un po’ di coda qua e là ma niente di che e in ogni caso col braccialetto rosso al polso mi sento invincibile, se ne accorge anche il tizio delle polpette, che si sbriga a servirmi prima che inizino i Jet.
Guardo il concerto da metà campo, vicino al tendone del mixer, il sound arriva pulito ma i volumi sono bassetti e sul palco ci vorrebbero degli schermi, per aiutare quelli fuori dal Pit a sentirsi connessi con la band.
Saranno vent’anni che non ascolto i Jet, mai stato un fan ma il primo album, Get Born, è un disco di tutto rispetto, e sono curioso di vedere come sono messi, se la voce di Nic Cester graffia ancora come nel 2003 o se nel frattempo ha perso qualcosa e devo dire che tra una polpetta di carne e una alle verdure il live scorre senza intoppi, la scaletta incentrata sui brani del disco d’esordio tra cui la ballata Look What I’ve Done con quel feeling un po’ british, tipo i Beatles rifatti dagli Oasis.
It’s a Long Way To The Top degli AC/DC è un omaggio all’Aussie Rock, il sound energico a base di riff potenti e melodie orecchiabili che definisce in buona parte il loro stile.
Durante le pause Nic scambia qualche battuta in italiano col pubblico, ostenta le sue origini trevigiane, annuncia le canzoni. Are You Gonna Be My Girl è come la vorresti sentire, la voce tirata e il giusto grado di intensità, neanche l’avessero già suonata almeno trecento volte dal vivo.
Rollover Dj mantiene alta la tensione, il pubblico che canta con la band e i Lemon Twigs a bordo palco che si godono lo show.
In chiusura una bella cover di Un’avventura di Battisti, nella versione di Wilson Pickett, una strofa in italiano e una in inglese, la gente attorno a noi saltella con il bicchiere in mano mentre sul prato si allungano le ombre del tramonto.
Mi ciuccio un’altra birretta prima di salutare gli amici ed entrare nel Pit.
Il settore è grande, pieno forse a metà ma manca ancora un po’ all’inizio del concerto, così mi siedo su una staffa delle transenne che sembra uno sgabello dal design industriale, mi metto comodo e osservo la gente che arriva.
Età media sui quaranta, tante ragazze, tatuaggi, uomini con i capelli, t-shirt nere, canotte, short larghi, berretti da baseball, ai piedi novanta percento di sneaker e qualche sandalo francescano per gli amanti della traspirazione. Non male la playlist prima del live, brani un po’ slegati ma piacevoli: 25 Miles di Edwin Starr, Satisfaction cantata da Otis, qualche pezzo recente, Bob Seeger System, classici degli Stones e dei T Rex.
Ormai il sole è calato, manca poco, è il momento di inserirsi tra la folla alla ricerca del posto perfetto, quel brandello di suolo - venti, trenta centimetri quadrati al massimo - che per 80 minuti deve garantirti una buona visibilità del palco e, soprattutto, un sound bilanciato, carico e appagante.
Mi piazzo leggermente sulla destra, a trenta metri dagli ampli di Dan Auerbach, e sono lì, assorto nelle mie riflessioni, che mi sento battere sulla spalla destra, mi giro e c’è un ragazzo sui venticinque che mi saluta con entusiasmo, e per quanto i suoi occhi limpidi, di un colore che potrebbe essere azzurro o verde marino, mi smuovono qualcosa, un ricordo, una foto un po’ sfocata, proprio non riesco a collocarlo questo giovane ed è evidente che col passare dei secondi, un velo di amarezza, forse delusione, si stende sul suo volto e un po’ mi vergogno perché il suo sorriso irradia qualcosa che oscilla tra la stima e l’affetto, mi spiace smorzare quel sentimento, e ormai sono lì lì per confessare che non mi ricordo mica, pronto a incolpare le birre, le tipe con le spalle scoperte, la boria vanagloriosa per il biglietto piazzato, ma a quel punto il campo visivo si allarga su un altro giovane, alto e smilzo, che sta al suo fianco, ed è guardandoli insieme, uno accanto all’altro, che finalmente riconosco Ricky e Lorenzo, i figli di Giorgio e Carla. Saranno almeno quindici anni che non ci vediamo di persona, l’ultima volta a Marostica, o a Bassano, ci eravamo trovati per ricordare Giorgio, ed era stata una bella festa, piena di musica e di amici, la malinconia e il dolore accantonati per una sera.
E adesso Giorgio è qui, lo rivedo negli sguardi e nei sorrisi dei suoi figli, li ho lasciati bambini, che suonavano la chitarra e la batteria e ora ce li ho accanto che sono giovani uomini, sempre innamorati della musica e di che altro vuoi parlare se non di gruppi, turnisti, etichette e studi di registrazione.
Dopo una manciata di minuti Pat Carney e Dan Auerbach salgono sul palco e attaccano con una medley di brani dai primi due album.
Thickfreakness, con la melodia lamentosa di You Don’t Love Me, sfuma in The Breaks, incentrata sul groove pesante e ripetitivo della batteria, che si fa più dinamico in I’ll Be Your Man.
Sul finale della canzone arriva il resto della band che si sistema alle spalle di Carney e Auerbach: percussioni, basso, chitarra ritmica e organo. Your Touch è una fiammata di suono che travolge il parco di Villa Negri, il fuzz della Harmony ficcante e abrasivo, le stilettate di organo aggiungono un tocco di colore e armonia, le congas e le maracas aumentano la profondità.
Pochi cellulari e tante braccia alzate, su Gold On The Ceiling Auerbach si gode il pubblico che salta e canta sulle note piegate della sua SG color panna.
Si sale ancora di intensità con Wild Child, un mix esaltante di lick possenti e ritornelli che ti ballano in testa per ore. Lorenzo alla mia destra mi dice che la chitarra è una Guild, il suono più metallico e pungente, e sarà che ho accanto i fratelli Mari, sarà che la scaletta è ben pensata, in un crescendo strutturato e curato nei dettagli, ma devo dire che la serata adesso è partita, complice il suono pulitissimo e variopinto, ogni chitarra uno stato emotivo differente, ogni brano simile e diverso dal precedente.
La disposizione dei musicisti sul palco, due davanti e quattro dietro, a mo’ di coro, l’uso dei fasci di luci che si intersecano e dividono la scena in blocchi imponenti, rendono lo spazio maestoso, massiccio, monumentale.
L’unico aspetto che non mi convince, a voler essere pignolo, è la distanza tra basso e batteria, vero che l’interplay principale è tra Carney e Auerbach ma qua secondo me perdono un po’ di groove con la sezione ritmica così dilatata, i due fondamenti a quasi tre metri di distanza l’uno dall’altro. Quando glielo dico, Lorenzo annuisce e mi fa notare che chitarra e batteria sono leggermente più alte nel mix rispetto al resto.
Ma sono dettagli, appunto, perché Everlasting Light è dolce come un sogno e marca un cambio di passo, il sound ora è più soulful, ricco di sfumature e di tocchi attenuati, il cantato in falsetto è delizioso di suo, prepara l’equipaggio al decollo emotivo e anche se mi sento pronto, con le cinture allacciate, quando parte il solo di chitarra mi ritrovo inerme, avvolto da un sentimento indescrivibile che riverbera dal cervelletto, sale e scende lungo la schiena e si propaga attraverso ogni centimetro di pelle, uno stato di grazia che solo la musica riesce a favorire e a ricreare ogni volta in un modo che è unico, inaspettato e strabiliante.
Ormai ho deciso che la posizione sulla quale ondeggio da più di mezz’ora non mi soddisfa più, vero che il cicalio delle maracas mi arriva nitido e setoso ma ho l’impressione che come acustica manchi ancora qualcosa per cui decido di spostarmi al centro e per quanto mi spiaccia perdere la compagnia, trovo un impatto incredibile, come se il suono si fosse ulteriormente arricchito e compattato di fronte a me, basta alzare una mano e ti pare di toccare ogni nota, di accarezzarla per poi stringerla, tutto perfetto, onirico, idilliaco, se non fosse per la tipa magra e nervosa che si dimena di fronte a me.
Solleva le braccia e le abbassa con un movimento ondulato, a mo’ di serpentina, scuote la testa a destra e a sinistra e si contorce come la terribile dea Kali.
Il problema è che dietro di me non ho vie di fuga, c’è un energumeno con una scopa di saggina sotto al mento che filma tutto con il cellulare e in ogni caso non ho voglia di spostarmi di nuovo, qua si sente davvero bene, forse basta portare pazienza e infatti, tempo un paio di strofe di Psychotic Girl, la tipa si sposta e si mette a slinguazzare un ragazzo alla mia destra con il cranio lucido e la barbetta folta e curata, leggermente appuntita.
E tutto è bene quel che finisce bene, l’amore vince sempre ma è un’illusione effimera perché lo scambio di fluidi salivari sembra attizzare il tipo, e non è un’eccitazione immediatamente fisica, corporea e nemmeno verbale: è il richiamo della giungla, dei segni ancestrali, l’istinto primordiale che ti spinge a ficcarti due dita in bocca e a cacciare un fischio che di colpo sembra zittire la band sul palco e causare un principio di acufene a chi ti sta accanto.
Porca puttana.
Crapa pelata è più rumoroso dei Black Keys e tu non ci puoi fare niente, sei a un concerto rock, mica in parrocchia, non puoi riprendere uno perché si diverte a fare il mandriano, tanto più che il tipo sembra averci preso gusto, ancora quel cazzo di sibilo bastardo e assordante, due, tre, cinque, otto volte finché a un certo punto dico basta. Giuro, vorrei continuare a farmi i cazzi miei ma è una cosa dolorosa e poi ho come l’impressione di non essere l’unico a soffrire gli acuti del tizio e allora faccio un respiro profondo, gli appoggio un braccio lungo le spalle e gliela butto là in tono amichevole, quasi fossimo in confidenza.
“Scusa, riesci ad abbassare un po’ l’intensità?”
Il tipo sembra riaffiorare dall’ebbrezza dei suoi squilli con un certo fastidio, si scosta dalla mia presa, inarca le sopracciglia come per mettermi a fuoco e mi domanda sarcastico: “Cioè, dovrei abbassare il volume?”
“Eh sì per piacere, se ci riesci.” gli rispondo con deferenza ma è evidente che se l’è presa, offeso nell’amor proprio per quella inaccettabile limitazione alla sua libertà di fischiare a cazzo a un volume ampiamente sopra la soglia del dolore. È una trattativa complessa questa, che richiede notevole abilità di persuasione, e la prima regola nella negoziazione è di concedere spazio alla controparte, dare l’impressione che è l’altro a condurre il gioco e l’unica cosa che mi viene in mente è provare ad allisciarlo.
“No guarda, hai un fischio incredibile. Davvero. Ma dopo un po’ è impegnativo.” gli dico ridacchiando e in quello interviene la tipa sciammannata a darmi man forte: “È per il fischio vero?”
Al mio cenno di assenso il barbetta concede: “Non è la prima volta che me lo dicono.” e prende a saltellare su una gamba sola, si mantiene in equilibrio con la mano sinistra, si ficca nuovamente in bocca la destra e si mette a fischiettare con rinnovato vigore, come se stesse suonando un’armonica per accompagnare la melodia di Tighten Up. “Ecco bravo, prova ad armonizzare.” gli suggerisco strizzando l’occhiolino e quello in tutta risposta caccia un altro paio di miagolii ma ormai è poca roba, quasi impercettibile, sommersa dal tremolo della Supro bianca di Dan Auerbach.
Altro cambio di chitarra su Man On A Mission, dal nuovo ellpì No Rain, No Flowers, questa volta è il turno di una bella Goldtop e chissà che stress per il tecnico di Dan Auerbach, la responsabilità di passargli lo strumento giusto con le corde ben tese, che ogni pennata è un riverbero massiccio che si scuote a lungo, prima di perdere intensità, e proprio l’uso dello spazio, dell’aria tra una nota e l’altra, delle pause, è una cosa che non tutti sono in grado di rendere, è una questione di feel, la sensibilità che prevale sulla tecnica, che nel caso di Auerbach è incredibile perché oltre a essere un grande musicista è anche un grandissimo cantante, con una voce calda e ruvida, carica di una sincerità emotiva che non ha bisogno di trucchetti per colpire, anche quando ritorna al falsetto, nella cover di On The Road Again dei Canned Heat.
La resa è impeccabile, la grana melliflua e carezzevole pur nell’urgenza originaria, adesso è tutto perfetto, ci siamo solo io e il suono, nessuno davanti e mi spiace per quelli che mi stanno dietro perché mi sento alto tre metri o poco più ed è una stecca fortissima, tutta mia e di qualche altro migliaio di persone che mi sono accanto, anche loro impegnate a fare all’amore con la musica.
I coretti di Howlin For You, intersecati dai guizzi acidi della Supro Martinique, echeggiano per tutta la valle del Grappa.
Prima della pausa She’s Long Gone, un minuto di stacco e la band è di nuovo sul palco per il penultimo brano: Little Black Submarines.
Chitarra acustica in apertura e tutto il pubblico, soprattutto le ragazze, a cantare ogni parola e ho come l’impressione che per una certa fascia di età, per quelli che adesso si affacciano ai quaranta, questa sia una specie di Stairway To Heaven, se non altro per come si fanno cullare dalla melodia per poi lasciarsi andare nel finale incendiario.
L’ultimo brano della serata parte con quella smarmittata in caduta libera che nel 2011 entrò nelle classifiche di mezzo mondo e per la prima volta tutti, ma proprio tutti, prendono a saltare.
Noncuranti del caldo, del sudore o della polvere, ritornano per tre minuti sul dancefloor di un indie club qualsiasi dove Lonely Boy veniva regolarmente passata prima o dopo i Jet e gli Arctic Monkeys.
E non è un caso che il singolo che ha definitivamente lanciato i Black Keys nel circuito mainstream mondiale, l’inno di una generazione che allora menava esistenze da studenti fuori sede e adesso fa i conti con la rata del mutuo o i pannolini da cambiare, l’anthem che suona potente e cazzuto ancora adesso, debba in parte la sua popolarità a un video con un nero in maniche di camicia che balla il twist, lo shake e l’hully gully, un clip uscito in un periodo in cui le immagini erano ancora importanti per definire lo stile di un brano, un corto che ad oggi, solo su YouTube, ha superato i duecento milioni di visualizzazioni.
Caro lettore, lo so che ti ho chiesto molto con questa recensione, che poi è una via di mezzo tra un racconto e una seduta di psicanalisi e infatti non ti tedierò ancora a lungo, non ti parlerò dell’attesa a fine concerto per prendere una birra, in coda dietro a un tizio che maneggia una tavoletta di token e fatica a contarli per via delle lenti fumè, alla Gianfranco Funari, e vorrei chiederglielo se lo conosce Gianfranco Funari, se per caso è a conoscenza del ruolo dirompente che il conduttore romano ha avuto nella storia della televisione italiana, il primo a chiamare la telecamera e a sfondare la quarta parete, la barriera immaginaria col pubblico che diventa punto di contatto, ma ormai non c’è più tempo, neanche per chiudere con una nota zuccherata e la dozzina di lecca-lecca richiesti in dono a non so quale fornitore di energia elettrica, ma alla fine lasciami dire che l’unica cosa che mi resta mentre ripercorro con i miei amici il tratto che dal parco ci riporta alla macchina, e non so se sia una suggestione o un effetto reale, ma la cosa che ancora mi gira nelle orecchie, dopo tre band e quasi tre ore di concerti, è il fischio del barbetta che sibila beffardo nella notte umida e silenziosa di Romano d’Ezzelino.
Quando ho visto che sul sito dell’Ama Festival i biglietti per il Pit erano esauriti, ci son rimasto male.
Perché l’anno scorso ero stato all’AMA per i Pistols con Frank Carter e se stai fuori dal Pit il palco è lontano, fai fatica a distinguere i musicisti, sembrano pedine alte due centimetri, e anche se il sound è buono manca la pacca che ti prende lo stomaco e ti solleva da terra.
Però rinunciare ai Black Keys a neanche un’ora di strada da casa pareva brutto, magari poi là si combina, ho pensato, vai a sapere.
Partenza martedì 15 luglio a metà pomeriggio, tra una cosa e l’altra arriviamo al Parco di Villa Negri che i Lemon Twigs hanno quasi terminato il loro set e ‘sta cosa mi rode perché era un pezzo che li volevo vedere e il suono che arriva mentre siamo lì in coda, nel vialetto ombreggiato, è una meraviglia di armonie e arrangiamenti.
Dolcissimo il falsetto di Brian D’Addario su Corner Of My Eye, con gli acuti che riportano al cantato malinconico di un altro Brian, da poco riunitosi con Carl e Dennis sul palco dell’eternità.
I cani per i controlli antidroga ricordano che siamo a metà strada tra Treviso e Vicenza e un cartello in cassa avvisa che c’è ancora qualche posto disponibile.
I ragazzi della biglietteria sono simpatici e gentili ma demoliscono subito le mie speranze di fare una permuta con uno dei cinque pass rimasti per il Pit.
“E allora come faccio?”
“Potresti vendere il tuo biglietto a qualcuno che non ce l’ha e acquistare un Pit qua.”
Che in effetti non è una cosa difficile, soprattutto se uno di mestiere fa il venditore da più di venti anni.
Ma un conto è vendere per lavoro, un altro conto è vendere per necessità, e poi qua non è più la questione di vedere bene il concerto, di assorbire fino all’ultimo tutti i MegaHertz che fluttuano nella notte di Romano d’Ezzelino, questa è diventata una faccenda seria, esistenziale.
Quanto bravo sei a convincere un tizio mai visto a sborsarti cinquanta sacchi per una fotocopia A4 con sopra il tuo nome e un QR code? Ti fideresti di uno come te, con la tua faccia, la tua voce?
La verità è che non lo sai e ti tocca scoprirlo stasera.
Aspetto tre minuti appoggiato al bancone della biglietteria e finalmente arriva un tipo sui quaranta, baffetto spavaldo e sandalo eco, vuole un biglietto ma non uno qualsiasi, gli serve il Pit a tutti i costi, me lo dice con la cantilena irritante di uno che gongola perché alla fine lui ce l’ha e tu no, gne gne gne.
Altri due minuti e si presenta uno coi capelli lunghi e grigi, maglia sbiadita dei Litfiba, l’aria un po’ spaesata.
È il mio uomo.
Formulo l’offerta in maniera chiara e perentoria: cinquanta sacchi invece che i sessanta che chiedono in cassa. Accetta subito. Si rigira il foglio A4 tra le mani, dà un’occhiata distratta alla riga con il nominativo e alla fine sfila il biglietto rosa dal taccuino senza esitazione.
Ok, questo era facile, potevo anche piazzargli un abbonamento a Tele+ col decoder e la presa Scart, ma il fatto che adesso posso godermi il live senza restrizioni mi fa salire una botta improvvisa di euforia, neanche mi fossi ingollato un cocktail di dopamina, ossitocina e una spruzzata di endorfine a mo’ di selz.
All’interno l’area è grande e organizzata, poca calca nonostante i 9.000 fan, un po’ di coda qua e là ma niente di che e in ogni caso col braccialetto rosso al polso mi sento invincibile, se ne accorge anche il tizio delle polpette, che si sbriga a servirmi prima che inizino i Jet.
Guardo il concerto da metà campo, vicino al tendone del mixer, il sound arriva pulito ma i volumi sono bassetti e sul palco ci vorrebbero degli schermi, per aiutare quelli fuori dal Pit a sentirsi connessi con la band.
Saranno vent’anni che non ascolto i Jet, mai stato un fan ma il primo album, Get Born, è un disco di tutto rispetto, e sono curioso di vedere come sono messi, se la voce di Nic Cester graffia ancora come nel 2003 o se nel frattempo ha perso qualcosa e devo dire che tra una polpetta di carne e una alle verdure il live scorre senza intoppi, la scaletta incentrata sui brani del disco d’esordio tra cui la ballata Look What I’ve Done con quel feeling un po’ british, tipo i Beatles rifatti dagli Oasis.
It’s a Long Way To The Top degli AC/DC è un omaggio all’Aussie Rock, il sound energico a base di riff potenti e melodie orecchiabili che definisce in buona parte il loro stile.
Durante le pause Nic scambia qualche battuta in italiano col pubblico, ostenta le sue origini trevigiane, annuncia le canzoni. Are You Gonna Be My Girl è come la vorresti sentire, la voce tirata e il giusto grado di intensità, neanche l’avessero già suonata almeno trecento volte dal vivo.
Rollover Dj mantiene alta la tensione, il pubblico che canta con la band e i Lemon Twigs a bordo palco che si godono lo show.
In chiusura una bella cover di Un’avventura di Battisti, nella versione di Wilson Pickett, una strofa in italiano e una in inglese, la gente attorno a noi saltella con il bicchiere in mano mentre sul prato si allungano le ombre del tramonto.
Mi ciuccio un’altra birretta prima di salutare gli amici ed entrare nel Pit.
Il settore è grande, pieno forse a metà ma manca ancora un po’ all’inizio del concerto, così mi siedo su una staffa delle transenne che sembra uno sgabello dal design industriale, mi metto comodo e osservo la gente che arriva.
Età media sui quaranta, tante ragazze, tatuaggi, uomini con i capelli, t-shirt nere, canotte, short larghi, berretti da baseball, ai piedi novanta percento di sneaker e qualche sandalo francescano per gli amanti della traspirazione. Non male la playlist prima del live, brani un po’ slegati ma piacevoli: 25 Miles di Edwin Starr, Satisfaction cantata da Otis, qualche pezzo recente, Bob Seeger System, classici degli Stones e dei T Rex.
Ormai il sole è calato, manca poco, è il momento di inserirsi tra la folla alla ricerca del posto perfetto, quel brandello di suolo - venti, trenta centimetri quadrati al massimo - che per 80 minuti deve garantirti una buona visibilità del palco e, soprattutto, un sound bilanciato, carico e appagante.
Mi piazzo leggermente sulla destra, a trenta metri dagli ampli di Dan Auerbach, e sono lì, assorto nelle mie riflessioni, che mi sento battere sulla spalla destra, mi giro e c’è un ragazzo sui venticinque che mi saluta con entusiasmo, e per quanto i suoi occhi limpidi, di un colore che potrebbe essere azzurro o verde marino, mi smuovono qualcosa, un ricordo, una foto un po’ sfocata, proprio non riesco a collocarlo questo giovane ed è evidente che col passare dei secondi, un velo di amarezza, forse delusione, si stende sul suo volto e un po’ mi vergogno perché il suo sorriso irradia qualcosa che oscilla tra la stima e l’affetto, mi spiace smorzare quel sentimento, e ormai sono lì lì per confessare che non mi ricordo mica, pronto a incolpare le birre, le tipe con le spalle scoperte, la boria vanagloriosa per il biglietto piazzato, ma a quel punto il campo visivo si allarga su un altro giovane, alto e smilzo, che sta al suo fianco, ed è guardandoli insieme, uno accanto all’altro, che finalmente riconosco Ricky e Lorenzo, i figli di Giorgio e Carla. Saranno almeno quindici anni che non ci vediamo di persona, l’ultima volta a Marostica, o a Bassano, ci eravamo trovati per ricordare Giorgio, ed era stata una bella festa, piena di musica e di amici, la malinconia e il dolore accantonati per una sera.
E adesso Giorgio è qui, lo rivedo negli sguardi e nei sorrisi dei suoi figli, li ho lasciati bambini, che suonavano la chitarra e la batteria e ora ce li ho accanto che sono giovani uomini, sempre innamorati della musica e di che altro vuoi parlare se non di gruppi, turnisti, etichette e studi di registrazione.
Dopo una manciata di minuti Pat Carney e Dan Auerbach salgono sul palco e attaccano con una medley di brani dai primi due album.
Thickfreakness, con la melodia lamentosa di You Don’t Love Me, sfuma in The Breaks, incentrata sul groove pesante e ripetitivo della batteria, che si fa più dinamico in I’ll Be Your Man.
Sul finale della canzone arriva il resto della band che si sistema alle spalle di Carney e Auerbach: percussioni, basso, chitarra ritmica e organo. Your Touch è una fiammata di suono che travolge il parco di Villa Negri, il fuzz della Harmony ficcante e abrasivo, le stilettate di organo aggiungono un tocco di colore e armonia, le congas e le maracas aumentano la profondità.
Pochi cellulari e tante braccia alzate, su Gold On The Ceiling Auerbach si gode il pubblico che salta e canta sulle note piegate della sua SG color panna.
Si sale ancora di intensità con Wild Child, un mix esaltante di lick possenti e ritornelli che ti ballano in testa per ore. Lorenzo alla mia destra mi dice che la chitarra è una Guild, il suono più metallico e pungente, e sarà che ho accanto i fratelli Mari, sarà che la scaletta è ben pensata, in un crescendo strutturato e curato nei dettagli, ma devo dire che la serata adesso è partita, complice il suono pulitissimo e variopinto, ogni chitarra uno stato emotivo differente, ogni brano simile e diverso dal precedente.
La disposizione dei musicisti sul palco, due davanti e quattro dietro, a mo’ di coro, l’uso dei fasci di luci che si intersecano e dividono la scena in blocchi imponenti, rendono lo spazio maestoso, massiccio, monumentale.
L’unico aspetto che non mi convince, a voler essere pignolo, è la distanza tra basso e batteria, vero che l’interplay principale è tra Carney e Auerbach ma qua secondo me perdono un po’ di groove con la sezione ritmica così dilatata, i due fondamenti a quasi tre metri di distanza l’uno dall’altro. Quando glielo dico, Lorenzo annuisce e mi fa notare che chitarra e batteria sono leggermente più alte nel mix rispetto al resto.
Ma sono dettagli, appunto, perché Everlasting Light è dolce come un sogno e marca un cambio di passo, il sound ora è più soulful, ricco di sfumature e di tocchi attenuati, il cantato in falsetto è delizioso di suo, prepara l’equipaggio al decollo emotivo e anche se mi sento pronto, con le cinture allacciate, quando parte il solo di chitarra mi ritrovo inerme, avvolto da un sentimento indescrivibile che riverbera dal cervelletto, sale e scende lungo la schiena e si propaga attraverso ogni centimetro di pelle, uno stato di grazia che solo la musica riesce a favorire e a ricreare ogni volta in un modo che è unico, inaspettato e strabiliante.
Ormai ho deciso che la posizione sulla quale ondeggio da più di mezz’ora non mi soddisfa più, vero che il cicalio delle maracas mi arriva nitido e setoso ma ho l’impressione che come acustica manchi ancora qualcosa per cui decido di spostarmi al centro e per quanto mi spiaccia perdere la compagnia, trovo un impatto incredibile, come se il suono si fosse ulteriormente arricchito e compattato di fronte a me, basta alzare una mano e ti pare di toccare ogni nota, di accarezzarla per poi stringerla, tutto perfetto, onirico, idilliaco, se non fosse per la tipa magra e nervosa che si dimena di fronte a me.
Solleva le braccia e le abbassa con un movimento ondulato, a mo’ di serpentina, scuote la testa a destra e a sinistra e si contorce come la terribile dea Kali.
Il problema è che dietro di me non ho vie di fuga, c’è un energumeno con una scopa di saggina sotto al mento che filma tutto con il cellulare e in ogni caso non ho voglia di spostarmi di nuovo, qua si sente davvero bene, forse basta portare pazienza e infatti, tempo un paio di strofe di Psychotic Girl, la tipa si sposta e si mette a slinguazzare un ragazzo alla mia destra con il cranio lucido e la barbetta folta e curata, leggermente appuntita.
E tutto è bene quel che finisce bene, l’amore vince sempre ma è un’illusione effimera perché lo scambio di fluidi salivari sembra attizzare il tipo, e non è un’eccitazione immediatamente fisica, corporea e nemmeno verbale: è il richiamo della giungla, dei segni ancestrali, l’istinto primordiale che ti spinge a ficcarti due dita in bocca e a cacciare un fischio che di colpo sembra zittire la band sul palco e causare un principio di acufene a chi ti sta accanto.
Porca puttana.
Crapa pelata è più rumoroso dei Black Keys e tu non ci puoi fare niente, sei a un concerto rock, mica in parrocchia, non puoi riprendere uno perché si diverte a fare il mandriano, tanto più che il tipo sembra averci preso gusto, ancora quel cazzo di sibilo bastardo e assordante, due, tre, cinque, otto volte finché a un certo punto dico basta. Giuro, vorrei continuare a farmi i cazzi miei ma è una cosa dolorosa e poi ho come l’impressione di non essere l’unico a soffrire gli acuti del tizio e allora faccio un respiro profondo, gli appoggio un braccio lungo le spalle e gliela butto là in tono amichevole, quasi fossimo in confidenza.
“Scusa, riesci ad abbassare un po’ l’intensità?”
Il tipo sembra riaffiorare dall’ebbrezza dei suoi squilli con un certo fastidio, si scosta dalla mia presa, inarca le sopracciglia come per mettermi a fuoco e mi domanda sarcastico: “Cioè, dovrei abbassare il volume?”
“Eh sì per piacere, se ci riesci.” gli rispondo con deferenza ma è evidente che se l’è presa, offeso nell’amor proprio per quella inaccettabile limitazione alla sua libertà di fischiare a cazzo a un volume ampiamente sopra la soglia del dolore. È una trattativa complessa questa, che richiede notevole abilità di persuasione, e la prima regola nella negoziazione è di concedere spazio alla controparte, dare l’impressione che è l’altro a condurre il gioco e l’unica cosa che mi viene in mente è provare ad allisciarlo.
“No guarda, hai un fischio incredibile. Davvero. Ma dopo un po’ è impegnativo.” gli dico ridacchiando e in quello interviene la tipa sciammannata a darmi man forte: “È per il fischio vero?”
Al mio cenno di assenso il barbetta concede: “Non è la prima volta che me lo dicono.” e prende a saltellare su una gamba sola, si mantiene in equilibrio con la mano sinistra, si ficca nuovamente in bocca la destra e si mette a fischiettare con rinnovato vigore, come se stesse suonando un’armonica per accompagnare la melodia di Tighten Up. “Ecco bravo, prova ad armonizzare.” gli suggerisco strizzando l’occhiolino e quello in tutta risposta caccia un altro paio di miagolii ma ormai è poca roba, quasi impercettibile, sommersa dal tremolo della Supro bianca di Dan Auerbach.
Altro cambio di chitarra su Man On A Mission, dal nuovo ellpì No Rain, No Flowers, questa volta è il turno di una bella Goldtop e chissà che stress per il tecnico di Dan Auerbach, la responsabilità di passargli lo strumento giusto con le corde ben tese, che ogni pennata è un riverbero massiccio che si scuote a lungo, prima di perdere intensità, e proprio l’uso dello spazio, dell’aria tra una nota e l’altra, delle pause, è una cosa che non tutti sono in grado di rendere, è una questione di feel, la sensibilità che prevale sulla tecnica, che nel caso di Auerbach è incredibile perché oltre a essere un grande musicista è anche un grandissimo cantante, con una voce calda e ruvida, carica di una sincerità emotiva che non ha bisogno di trucchetti per colpire, anche quando ritorna al falsetto, nella cover di On The Road Again dei Canned Heat.
La resa è impeccabile, la grana melliflua e carezzevole pur nell’urgenza originaria, adesso è tutto perfetto, ci siamo solo io e il suono, nessuno davanti e mi spiace per quelli che mi stanno dietro perché mi sento alto tre metri o poco più ed è una stecca fortissima, tutta mia e di qualche altro migliaio di persone che mi sono accanto, anche loro impegnate a fare all’amore con la musica.
I coretti di Howlin For You, intersecati dai guizzi acidi della Supro Martinique, echeggiano per tutta la valle del Grappa.
Prima della pausa She’s Long Gone, un minuto di stacco e la band è di nuovo sul palco per il penultimo brano: Little Black Submarines.
Chitarra acustica in apertura e tutto il pubblico, soprattutto le ragazze, a cantare ogni parola e ho come l’impressione che per una certa fascia di età, per quelli che adesso si affacciano ai quaranta, questa sia una specie di Stairway To Heaven, se non altro per come si fanno cullare dalla melodia per poi lasciarsi andare nel finale incendiario.
L’ultimo brano della serata parte con quella smarmittata in caduta libera che nel 2011 entrò nelle classifiche di mezzo mondo e per la prima volta tutti, ma proprio tutti, prendono a saltare.
Noncuranti del caldo, del sudore o della polvere, ritornano per tre minuti sul dancefloor di un indie club qualsiasi dove Lonely Boy veniva regolarmente passata prima o dopo i Jet e gli Arctic Monkeys.
E non è un caso che il singolo che ha definitivamente lanciato i Black Keys nel circuito mainstream mondiale, l’inno di una generazione che allora menava esistenze da studenti fuori sede e adesso fa i conti con la rata del mutuo o i pannolini da cambiare, l’anthem che suona potente e cazzuto ancora adesso, debba in parte la sua popolarità a un video con un nero in maniche di camicia che balla il twist, lo shake e l’hully gully, un clip uscito in un periodo in cui le immagini erano ancora importanti per definire lo stile di un brano, un corto che ad oggi, solo su YouTube, ha superato i duecento milioni di visualizzazioni.
Caro lettore, lo so che ti ho chiesto molto con questa recensione, che poi è una via di mezzo tra un racconto e una seduta di psicanalisi e infatti non ti tedierò ancora a lungo, non ti parlerò dell’attesa a fine concerto per prendere una birra, in coda dietro a un tizio che maneggia una tavoletta di token e fatica a contarli per via delle lenti fumè, alla Gianfranco Funari, e vorrei chiederglielo se lo conosce Gianfranco Funari, se per caso è a conoscenza del ruolo dirompente che il conduttore romano ha avuto nella storia della televisione italiana, il primo a chiamare la telecamera e a sfondare la quarta parete, la barriera immaginaria col pubblico che diventa punto di contatto, ma ormai non c’è più tempo, neanche per chiudere con una nota zuccherata e la dozzina di lecca-lecca richiesti in dono a non so quale fornitore di energia elettrica, ma alla fine lasciami dire che l’unica cosa che mi resta mentre ripercorro con i miei amici il tratto che dal parco ci riporta alla macchina, e non so se sia una suggestione o un effetto reale, ma la cosa che ancora mi gira nelle orecchie, dopo tre band e quasi tre ore di concerti, è il fischio del barbetta che sibila beffardo nella notte umida e silenziosa di Romano d’Ezzelino.
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mercoledì, luglio 23, 2025
The Who a Milano - Parco della Musica 22 luglio 2025
Grazie al provvidenziale accredito arrivato in extremis da CLASSIC ROCK, la rivista a cui mi pregio di collaborare fin dal primo numero (ora siamo alle soglie dei 150...), posso rivedere gli amati WHO, in quel di Milano (a cui avevo rinunciato per questioni di caro biglietto, dai 103 ai 126 euro i più accessibili e per la decisione di evitare come la peste i "grandi concerti").
La recensione del concerto la leggerete nel numero di settembre.
Qui riporto una cronaca meno "tecnica" e più emozionale.
Il Parco della Musica a Novegro è facilmente raggiungibile, parcheggio a fianco del palco (5 minuti a piedi, anche meno) a 10 euro, parco alberato, atrmosfera easy, struttura buona per concerti di questo livello (nonostante ogni due minuti ti passi sopra un aereo decollato dall'aeroporto di Linate).
I prezzi del ristoro sono al solito indecenti ma ogni dubbio se morire assetato (ieri faceva quell'adorabile caldo padano di fine luglio) o cedere ai 7.60 euro di una media e ai 12 di un panino striminzito viene fugato dalla impossibilità di pagare in contanti ma solo con una carta di credito (che per scelta non uso).
Rimedio attraversando la strada e dissetandoni con una Moretti ghiacciata presa da un paki a 4.50.
Mi aspettavo la Fiera della Terza Età (che ovviamente non manca) e invece tanti giovani, da adolescenti fino ai 40 anni.
Un bel numero di stranieri (da svizzeri e francesi, molti inglesi e giapponesi).
Le shirts, a parte, ovviamente, quelle degli Who, di ogni foggia e provenienza, sono di matrice "hard" e classic Rock: Led Zeppelin, Stones, Guns n Roses, Black Sabbath, Pink Floyd.
Avvistate anche due Jethro Tull, un Van Der Graaf Generator, un Glenn Hughes (bassista di Deep Purple e Black Sabbath) e un Pino Scotto.
Il merchandising è orrendo (una maglietta degli Who con vari simboli dell'Italia, inguardabile, poster e manifesti a 30/40 euro).
All'imbrunire nugoli di zanzare fanno strage del plasma del discretamente folto pubblico e solo un provvidenziale venticello ci risparmia dal dissanguamento.
Si incontrano varie facce e amicizie, il clima è tranquillo e piacevole.
Alle 22 partono gli WHO.
Doveroso omaggio a Ozzy all'inizio.
Li ascolto letteralmente da 50 anni.
Sono stati i primi ad aprire il mio cuore rock, insieme ai Beatles.
Poi i Fab Four sono decollati in un'altra galassia e gli Who sono diventati il mio gruppo preferito di sempre (i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'entità artistica tra le più importanti, dal Novecento in poi).
Per cui ogni brano, qualunque sia, è un pezzo di anima, di carne, di sangue, di cuore.
A ogni loro canzone associo un momento della mia vita, dall'adolescenza all'età matura.
Non mi sembra nemmeno una band, ma vecchi amici o padri che mi dicono le stesse cose da 50 anni.
Non riesco davvero a vederli come una rock band.
Tanto più quando incespicano in qualche brano, sbagliano un'entrata o un cambio di accordi.
E' tutto così reale e "nostro".
Ancora in rodaggio (le date italiane sono il preludio al tour Usa) suonano sporchi e duri, il nuovo batterista Scott Devours, sostituto dell'appena licenziato Zak Starkey è eccellente, perfetto per la band.
Roger ha ancora una voce spaventosa, sempre più blues, Pete usa la chitarra sia in modo irruente e devastante che, quando occorre, in chiave jazzata.
I venti brani scorrono velocemente, lungo due ore, passando dai 60's di "Can't explain" e "Substitute" alla triade "Tommy", "Who's Next", "Quadrophenia" che si prende oltre la metà del repertorio e qualche hit come "Who Are You" e "You Better You Bet" o brano "dimenticato" come "Love Ain't For Keeping" e "Eminence Front".
Niente dagli ultimi "Endless Wire" e "Who", neanche da "By Numbers", "Sell Out", "A Quick One".
In conclusione: semplicemente stupendi.
La prossima volta (perché, checché ne dicano, sono sicuro che ci sarà una prossima volta) torno a vederli.
La recensione del concerto la leggerete nel numero di settembre.
Qui riporto una cronaca meno "tecnica" e più emozionale.
Il Parco della Musica a Novegro è facilmente raggiungibile, parcheggio a fianco del palco (5 minuti a piedi, anche meno) a 10 euro, parco alberato, atrmosfera easy, struttura buona per concerti di questo livello (nonostante ogni due minuti ti passi sopra un aereo decollato dall'aeroporto di Linate).
I prezzi del ristoro sono al solito indecenti ma ogni dubbio se morire assetato (ieri faceva quell'adorabile caldo padano di fine luglio) o cedere ai 7.60 euro di una media e ai 12 di un panino striminzito viene fugato dalla impossibilità di pagare in contanti ma solo con una carta di credito (che per scelta non uso).
Rimedio attraversando la strada e dissetandoni con una Moretti ghiacciata presa da un paki a 4.50.
Mi aspettavo la Fiera della Terza Età (che ovviamente non manca) e invece tanti giovani, da adolescenti fino ai 40 anni.
Un bel numero di stranieri (da svizzeri e francesi, molti inglesi e giapponesi).
Le shirts, a parte, ovviamente, quelle degli Who, di ogni foggia e provenienza, sono di matrice "hard" e classic Rock: Led Zeppelin, Stones, Guns n Roses, Black Sabbath, Pink Floyd.
Avvistate anche due Jethro Tull, un Van Der Graaf Generator, un Glenn Hughes (bassista di Deep Purple e Black Sabbath) e un Pino Scotto.
Il merchandising è orrendo (una maglietta degli Who con vari simboli dell'Italia, inguardabile, poster e manifesti a 30/40 euro).
All'imbrunire nugoli di zanzare fanno strage del plasma del discretamente folto pubblico e solo un provvidenziale venticello ci risparmia dal dissanguamento.
Si incontrano varie facce e amicizie, il clima è tranquillo e piacevole.
Alle 22 partono gli WHO.
Doveroso omaggio a Ozzy all'inizio.
Li ascolto letteralmente da 50 anni.
Sono stati i primi ad aprire il mio cuore rock, insieme ai Beatles.
Poi i Fab Four sono decollati in un'altra galassia e gli Who sono diventati il mio gruppo preferito di sempre (i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'entità artistica tra le più importanti, dal Novecento in poi).
Per cui ogni brano, qualunque sia, è un pezzo di anima, di carne, di sangue, di cuore.
A ogni loro canzone associo un momento della mia vita, dall'adolescenza all'età matura.
Non mi sembra nemmeno una band, ma vecchi amici o padri che mi dicono le stesse cose da 50 anni.
Non riesco davvero a vederli come una rock band.
Tanto più quando incespicano in qualche brano, sbagliano un'entrata o un cambio di accordi.
E' tutto così reale e "nostro".
Ancora in rodaggio (le date italiane sono il preludio al tour Usa) suonano sporchi e duri, il nuovo batterista Scott Devours, sostituto dell'appena licenziato Zak Starkey è eccellente, perfetto per la band.
Roger ha ancora una voce spaventosa, sempre più blues, Pete usa la chitarra sia in modo irruente e devastante che, quando occorre, in chiave jazzata.
I venti brani scorrono velocemente, lungo due ore, passando dai 60's di "Can't explain" e "Substitute" alla triade "Tommy", "Who's Next", "Quadrophenia" che si prende oltre la metà del repertorio e qualche hit come "Who Are You" e "You Better You Bet" o brano "dimenticato" come "Love Ain't For Keeping" e "Eminence Front".
Niente dagli ultimi "Endless Wire" e "Who", neanche da "By Numbers", "Sell Out", "A Quick One".
In conclusione: semplicemente stupendi.
La prossima volta (perché, checché ne dicano, sono sicuro che ci sarà una prossima volta) torno a vederli.
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Concerti
martedì, luglio 22, 2025
Punk Rock Raduno - Bergamo 17-20 luglio 2025
La testimonianza vivida, diretta e spontanea dell'amico GIORGIO sulla nuova edizione del Punk Rock Raduno di Bergamo.
Pericolo dipendenza estrema.
Se provi il Punk Rock Raduno una volta non puoi piu farne a meno!!!
Anche quest’anno purtroppo e’ passato.
Il festival piu bello mai organizzato in Italia?
Credo di si, e qualche concerto l’ho visto.
Non mi e’ mai piaciuto spendere 50/60/70/100 euro per un concerto punk, non credo sia punk...magari in un qualche festival o ”locale rock” dove non ti fanno neanche passare l’acqua in bottiglia perche’ devono vendertela loro.
Naaaaaaa quello non e’ punk !!
E poi c’e’ il Punk Rock Raduno di Bergamo nato dalle menti malate di Franz Barcella e Andrea Manges che in pieno spirito punk DIY organizzano da 8 anni questa gemma...il prezzo?
Come direbbe il Conte Oliver un affarone perche’ ebbene si, e’ gratis e che line up da sogno in questi 8 anni, in pratica sono passati tutti I gruppi piu’ culto della scena punk, nomi leggendari !!!
Anche quest’anno al festival abbiamo ballato, cantato, sudato, pogato (per quel che riusciamo ancora a fare alle nostre venerande eta’), chiacchierato, bevuto 4,5 birre di troppo, conosciuto persone da tutto il mondo che ogni anno tornano qui attratti da questa magia.
Tutto in spirito DIY con un immenso staff fatto da volontari sempre tutti sorridenti, volontari che per 5 giorni hanno sfamano, abbeverano, gestito centinaia di punk rockers.
Ma niente security, niente bodyguard, niente perquisizioni perche’ ovviamente siamo punk rockers maturi e ci gestiamo benissimo da soli.
Come sempre un sacco di bambini, e noi che ormai abbiamo messo su famiglia (e chi lo avrebbe detto che anche noi ci siamo riusciti, le pecore nere delle famiglie) abbiamo trovato un festival dove I bambini sono I benvenuti.
Un sacco di iniziative collaterali, un mercatino a cui non mi sono neanche avvicinato perche’ troooooppppiii dischi da scartabellare e in tutto quel ben di dio ci avrei lasciato giu la tredicesima…
E la musica!!! Due palchi perfettamente coordinati, appena finisce un gruppo ne parte un’altro, sinistro destro diretto in faccia !!!non si fa in tenpo a smaltire un concerto che one-two-tree-four sotto con il sucessivo.
Menzione speciale per i Kingons, arrivati dal Giappone per letteralmente mettere a soqquadro Bergamo, hanno raso al suolo tutto!!!!
Un concerto da ricordare per anni e annni, o fino alla prossima edizione, ma i concerti sono stati tutti fantastici, abbiamo finito sotto la pioggia servita a spegnere l’incendio scatenato dai Peawees !!! e adesso non resta che sopravvivere alla depressione i prossimi 359 giorni, fino alla prossima edizione.
E ovviamente il motto del festival non possiamo tralasciarlo.
NO RACISM
NO SEXISM
NO HOMOPHOBIA
NO VIOLENCE
ALL AGES
#TOOTOUGHTODIE
e bandiere palestinesi e della comunita' LGBT che sventolano perche' punk non e' spendere 100 euro per un concerto ma questa magia tutta italiana.
Pericolo dipendenza estrema.
Se provi il Punk Rock Raduno una volta non puoi piu farne a meno!!!
Anche quest’anno purtroppo e’ passato.
Il festival piu bello mai organizzato in Italia?
Credo di si, e qualche concerto l’ho visto.
Non mi e’ mai piaciuto spendere 50/60/70/100 euro per un concerto punk, non credo sia punk...magari in un qualche festival o ”locale rock” dove non ti fanno neanche passare l’acqua in bottiglia perche’ devono vendertela loro.
Naaaaaaa quello non e’ punk !!
E poi c’e’ il Punk Rock Raduno di Bergamo nato dalle menti malate di Franz Barcella e Andrea Manges che in pieno spirito punk DIY organizzano da 8 anni questa gemma...il prezzo?
Come direbbe il Conte Oliver un affarone perche’ ebbene si, e’ gratis e che line up da sogno in questi 8 anni, in pratica sono passati tutti I gruppi piu’ culto della scena punk, nomi leggendari !!!
Anche quest’anno al festival abbiamo ballato, cantato, sudato, pogato (per quel che riusciamo ancora a fare alle nostre venerande eta’), chiacchierato, bevuto 4,5 birre di troppo, conosciuto persone da tutto il mondo che ogni anno tornano qui attratti da questa magia.
Tutto in spirito DIY con un immenso staff fatto da volontari sempre tutti sorridenti, volontari che per 5 giorni hanno sfamano, abbeverano, gestito centinaia di punk rockers.
Ma niente security, niente bodyguard, niente perquisizioni perche’ ovviamente siamo punk rockers maturi e ci gestiamo benissimo da soli.
Come sempre un sacco di bambini, e noi che ormai abbiamo messo su famiglia (e chi lo avrebbe detto che anche noi ci siamo riusciti, le pecore nere delle famiglie) abbiamo trovato un festival dove I bambini sono I benvenuti.
Un sacco di iniziative collaterali, un mercatino a cui non mi sono neanche avvicinato perche’ troooooppppiii dischi da scartabellare e in tutto quel ben di dio ci avrei lasciato giu la tredicesima…
E la musica!!! Due palchi perfettamente coordinati, appena finisce un gruppo ne parte un’altro, sinistro destro diretto in faccia !!!non si fa in tenpo a smaltire un concerto che one-two-tree-four sotto con il sucessivo.
Menzione speciale per i Kingons, arrivati dal Giappone per letteralmente mettere a soqquadro Bergamo, hanno raso al suolo tutto!!!!
Un concerto da ricordare per anni e annni, o fino alla prossima edizione, ma i concerti sono stati tutti fantastici, abbiamo finito sotto la pioggia servita a spegnere l’incendio scatenato dai Peawees !!! e adesso non resta che sopravvivere alla depressione i prossimi 359 giorni, fino alla prossima edizione.
E ovviamente il motto del festival non possiamo tralasciarlo.
NO RACISM
NO SEXISM
NO HOMOPHOBIA
NO VIOLENCE
ALL AGES
#TOOTOUGHTODIE
e bandiere palestinesi e della comunita' LGBT che sventolano perche' punk non e' spendere 100 euro per un concerto ma questa magia tutta italiana.
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Concerti
mercoledì, luglio 09, 2025
Enrico Ruggeri live a Castelsangiovanni (Piacenza) 8 luglio 2025
In una fredda sera d'estate ENRICO RUGGERI ha entusiasmato il folto pubblico della piazza principale di Castelsangiovanni (Piacenza), all'interno del ValTidone Festival.
Il repertorio non gli manca, lui stesso parla di una quarantina di album. Nemmeno una lunga serie di brani di primissima qualità assurti a classici della canzone d'autore italiana.
Nell'attesa del concerto un'ottima scelta musicale in sottofondo (da David Bowie a Elvis Costello).
Band solida, rodata, precisa e ricca d'intesa, anche quando si lascia andare a improvvisazioni varie.
Ruggeri con voce roca ma sempre all'altezza, nelle quasi due ore di concerto.
Passano veloci "Il portiere di notte", "Il poeta", "Primavera a Sarajevo", "Quello che le donne non dicono", il capolavoro "Il mare d'inverno", aperto dall'intro di "Firth of Fifth" dei Genesis.
C'è anche un breve cenno a "Space Oddity".
Gran finale con un bis aperto dalla nuova, bellissima "Il cielo di Milano" dal nuovo, egregio, "La caverna di Platone" a cui segue una pompatisisma "Mistero" e una versione di "Contessa" in chiave Balkan/ska/(ba)rock, molto divertente.
Ruggeri parla molto, sottolineando, un po' troppo spesso, la sua "diversità" dal resto dei colleghi, la sua continuamente ribadita alterità ma va bene lo stesso.
Il repertorio non gli manca, lui stesso parla di una quarantina di album. Nemmeno una lunga serie di brani di primissima qualità assurti a classici della canzone d'autore italiana.
Nell'attesa del concerto un'ottima scelta musicale in sottofondo (da David Bowie a Elvis Costello).
Band solida, rodata, precisa e ricca d'intesa, anche quando si lascia andare a improvvisazioni varie.
Ruggeri con voce roca ma sempre all'altezza, nelle quasi due ore di concerto.
Passano veloci "Il portiere di notte", "Il poeta", "Primavera a Sarajevo", "Quello che le donne non dicono", il capolavoro "Il mare d'inverno", aperto dall'intro di "Firth of Fifth" dei Genesis.
C'è anche un breve cenno a "Space Oddity".
Gran finale con un bis aperto dalla nuova, bellissima "Il cielo di Milano" dal nuovo, egregio, "La caverna di Platone" a cui segue una pompatisisma "Mistero" e una versione di "Contessa" in chiave Balkan/ska/(ba)rock, molto divertente.
Ruggeri parla molto, sottolineando, un po' troppo spesso, la sua "diversità" dal resto dei colleghi, la sua continuamente ribadita alterità ma va bene lo stesso.
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Concerti
lunedì, luglio 07, 2025
Sharp Class + Temponauts live al Festival Beat, Salsomaggiore (Parma) 05/7/2025
Foto di Andrea Amadasi
Il Festival Beat è da ormai molto tempo essenzialmente il pretesto per ritrovare persone con cui abitualmente non si conversa faccia a faccia da almeno un anno.
Così è stato, almeno personalmente, anche questa volta.
La discussa modalità di due serate a disposizione in contemporanea ha comportato una scelta "dolorosa" ma per la quale avevo pochi dubbi: Sharp Class + Temponauts.
Più che una nota dolente, una constatazione ormai ricorrente da anni è che l'età media dei partecipanti è ormai più che alta ed è difficile scorgere tra il pubblico qualcuno/a sotto i 50 anni.
Aprono i TEMPONAUTS con il loro collaudato jingle jangle sound alla Byrds (di cui rifanno "Eight Miles High") con qualche asperità chitarristica in più.
Ospite l'amico Matt Purcell per alcuni brani, applausi e apprezzamenti.
Gli SHARP CLASS sono giovanissimi, freschi, arrembanti.
Con i primi Jam a fare da diretta ispirazione (ma abbracciando anche power pop, rock 'n' roll, soul, i primi Joe Jackson e Elvis Costello e i mai dimenticati Ordinary Boys), sparano un'ora tiratissima, precisi, conivolgenti, lasciando spazio anche a momenti di improvvisazione e una riuscitissima versione di "Gimme Some Lovin" arrangiata benissimo.
Ottimi musicisti, la voce del chitarrista Oliver Orton potente ed espressiva, il basso di Billy Woodfield metronomico, la batteria di Declan Mills esplosiva.
Perfetto mod look con gran finale con una "My Generation" travolgente.
Niente di nuovo?
E chi se ne importa?
Avercene 10, 100, 1000 di band così!
Nel nuovo numero di "Gimme Danger" una mia intervista alla band.
Degli Sharp Class avevo già parlato in passato:
SHARP CLASS - Welcome To The Matinee Show (Of The End Of The World)
E' sempre più raro trovare una band che si definisca chiaramente Mod, tanto più se è di giovane età.
Gli Sharp Class firmano il secondo album e ci riportano nel più classico mondo dei primi Jam, quelli più aggressivi e scarni.
Le canzoni sono fatte molto bene, l'energia non manca di certo, il sound è quello giusto.
Revivalismo?
Può darsi.
Personalmente lo trovo un disco freschissimo, pulsante, elettrico, nervoso, semplicemente bello da ascoltare per gli amanti di certe cose.
Si astengano gli altri.
SHARP CLASS - Tales of a teenage mind
Arrivano da Nottingham e sono giovani, freschi, sinceri, innamorati (e tanto) dei Jam e del classico 79 sound (Chords, Purple Hearts, Jolt).
L'album d'esordio è urgente, diretto, dichiaratamente devoto a quei suoni, senza compromessi.
Cool, clean and hard.
Il Festival Beat è da ormai molto tempo essenzialmente il pretesto per ritrovare persone con cui abitualmente non si conversa faccia a faccia da almeno un anno.
Così è stato, almeno personalmente, anche questa volta.
La discussa modalità di due serate a disposizione in contemporanea ha comportato una scelta "dolorosa" ma per la quale avevo pochi dubbi: Sharp Class + Temponauts.
Più che una nota dolente, una constatazione ormai ricorrente da anni è che l'età media dei partecipanti è ormai più che alta ed è difficile scorgere tra il pubblico qualcuno/a sotto i 50 anni.
Aprono i TEMPONAUTS con il loro collaudato jingle jangle sound alla Byrds (di cui rifanno "Eight Miles High") con qualche asperità chitarristica in più.
Ospite l'amico Matt Purcell per alcuni brani, applausi e apprezzamenti.
Gli SHARP CLASS sono giovanissimi, freschi, arrembanti.
Con i primi Jam a fare da diretta ispirazione (ma abbracciando anche power pop, rock 'n' roll, soul, i primi Joe Jackson e Elvis Costello e i mai dimenticati Ordinary Boys), sparano un'ora tiratissima, precisi, conivolgenti, lasciando spazio anche a momenti di improvvisazione e una riuscitissima versione di "Gimme Some Lovin" arrangiata benissimo.
Ottimi musicisti, la voce del chitarrista Oliver Orton potente ed espressiva, il basso di Billy Woodfield metronomico, la batteria di Declan Mills esplosiva.
Perfetto mod look con gran finale con una "My Generation" travolgente.
Niente di nuovo?
E chi se ne importa?
Avercene 10, 100, 1000 di band così!
Nel nuovo numero di "Gimme Danger" una mia intervista alla band.
Degli Sharp Class avevo già parlato in passato:
SHARP CLASS - Welcome To The Matinee Show (Of The End Of The World)
E' sempre più raro trovare una band che si definisca chiaramente Mod, tanto più se è di giovane età.
Gli Sharp Class firmano il secondo album e ci riportano nel più classico mondo dei primi Jam, quelli più aggressivi e scarni.
Le canzoni sono fatte molto bene, l'energia non manca di certo, il sound è quello giusto.
Revivalismo?
Può darsi.
Personalmente lo trovo un disco freschissimo, pulsante, elettrico, nervoso, semplicemente bello da ascoltare per gli amanti di certe cose.
Si astengano gli altri.
SHARP CLASS - Tales of a teenage mind
Arrivano da Nottingham e sono giovani, freschi, sinceri, innamorati (e tanto) dei Jam e del classico 79 sound (Chords, Purple Hearts, Jolt).
L'album d'esordio è urgente, diretto, dichiaratamente devoto a quei suoni, senza compromessi.
Cool, clean and hard.
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Concerti
martedì, luglio 01, 2025
UK SUBS (19.062025) / BLACK FLAG (21.06.2025)
Castle & Falcon, Balsall Heath, Birmingham
Un altro prezioso regalo dal nostro inviato speciale in quel di BIRMINGHAM, il grandissimo RAMBLIN' ERIKK (che poco tempo fa già ci aveva deliziato con la recensione del concerto dei Cocksparrer: https://tonyface.blogspot.com/2025/06/cock-sparrer-live-o2-academy-islington.html .
Questa volta doppio appuntamento con Uk Subs e Black Flag (con tanto di foto di sua mano). Il pub Castle & Falcon di Balsall Heath a Birmingham rappresenta, da molti anni, un avamposto storico per il Punk e la musica indipendente in generale. Uno di quei locali che, visti i tempi che corrono e la gentrificazione galoppante, occorre tenersi ben stretti.
Entri, ed é come se il calendario si fosse fermato al 1983 : al tempo stesso, ci trovi anche ragazzi che a malapena hanno l' etá legale per ordinare una pinta al bancone, in un melting-pot generazionale, culturale e razziale inclusivo al massimo e dal fascino estremamente contagioso.
Questa settimana, due nomi eminenti nella storia del Punk hanno calcato il palco dell' iconico joint (peraltro, dotato di uno dei migliori impianti tecnici per la musica live in cittá):
i sempiterni UK Subs di Charlie Harper e gli iniziatori dell' Hardcore di marca Hermosa Beach, nientemeno che i Black Flag del Deus-ex-Machina Greg Ginn.
Weekend caldo, climaticamente e non solo e, poco ma sicuro, due appuntamenti che non mi sarei perso a nessun costo.
Si parte il Giovedí sera con i leggendari Subs, per quella che é stata promossa come la loro "ultima apparizione a Birmingham".
Da circa tre anni, il gruppo ha infatti annunciato un progressivo rallentamento delle attivitá: l' ottimo album "Reverse Engineering" del 2022 fu annunciato come loro ultimo atto in studio e, comparsate in festival e concerti occasionali a parte, la band avrebbe cessato di andare in tour.
Alla veneranda etá di 81 anni, Charlie Harper puó anche permettersi di iniziare a meditare la pensione, per quanto, la sensazione che ancora non abbia intenzione di appendere microfono e armonica al chiodo sia forte.
Come nel Wrestling, altra mia grande passione, é estremamente raro che artisti ormai abituati a una vita on-the-road scendano a piú miti consigli, abbandonando il richiamo irresistibile delle luci della ribalta.
E, basta dare un' occhiata a Charlie per capire che questa é la sua vita e non ha intenzione, né reale motivo di cambiarla troppo.
É al banco del merchandise, disponibilissimo e affabile come sempre, intercambiabile lattina di birra a portata di mano, ad accogliere fan di ogni etá e firmare autografi. Sembra felice e vorrei ben vedere!
Alla mia domanda se davvero questo sarebbe stato il loro ultimo show in assoluto nella "Second City", ha riso e risposto "A me lo chiedi? Era un' idea del promoter!".
Ok Chas, capita l' antifona.
Attivi da ormai quasi mezzo secolo, gli UK Sub(versive)s sono uno dei gruppi piú importanti e popolari partoriti dalla scena Punk Britannica. Approdati alla scena del Roxy nel tardo 1977, immediatamente dopo l' iniziale Big Bang del Punk Londinese, la band dell' allora giá attempato Charlie Harper (che giá vantava un solido background nella scena Rhythm 'N Blues locale dalla fine dei '60) ha approfittato dell' energia della "nuova" scena affermandosi in breve tempo come favoriti della cosiddetta "second wave", portavoci di un sound grezzo, veloce e imcompromissorio che nulla concedeva al lato piú artistoide del "Bromley Contingent" promuovendo invece un' attitidine piú stradaiola e schietta, in molti sensi anticipatrice di quello "Street-Punk" che, nel giro di pochi anni, sarebbe sfociato nel movimento "Oi".
I Subs che si presentano stasera, oltre al prim'attore Charlie, hanno in organico il bassista, co-autore storico e, a tutti gli effetti, direttore artistico Alvin Gibbs, con la band dal 1980, pur con numerosi intervalli, Stefan Häublein alla batteria e, vera sorpresa del concerto, il nuovo chitarrista Abe Inglis, una belva dal vivo che ricorda, sia nella tecnica che nelle prodezze atletiche, il suo illustre predecessore Nicky Garratt.
Partono subito in quarta con una versione assassina di "Rockers" dal primo LP " Another Kind Of Blues" (1979) ed é "instant chaos" in un locale sudatissimo e stipato oltre i legittimi limiti di capienza. Seguono, in rapida successione, "Kicks", "Police State" e "Emotional Blackmail", sparate come proiettili affilati da una band che é ormai un' entitá rodata e a prova di bomba.
Arriva anche la famosa "Down On The Farm", che tanto ha contribuito a ripinguare i conti in banca degli autori Gibbs/Harper grazie all' improbabile cover (con tanto di falso accento cockney) incisa dai Guns 'N Roses per il loro album "The Spaghetti Incident?" del 1993.
Nell' arco di 22 brani, bis completi, i Subs distillano la loro storia, veraci cartoline dal grande Pianeta Punk Britannico come la festaiola "Party In Paris", il loro primo singolo "Stranglehold", la brutale "Scum Of the Earth" ed episodi (relativamente) piú recenti come "Riot" e "Disease".
"Warhead" suona tristemente attuale, ora piú che mai, con l' America che ha appena dichiarato guerra all' Iran e una minaccia Atomica molto reale e tangibile.
E, per amaramente ironica coincidenza, gli UK Subs, a quanto pare, non sono tra i gruppi preferiti di Donald Trump, il pazzo criminale (o, in termini piú pragmatici, capitalista) artefice di questo inutile spargimento di sangue.
É infatti noto, anche a chi non frequenta il circuito Punk, che il 21 Marzo di quest' anno, a 3 quarti della band é stato negato l'accesso negli Stati Uniti (il solo Charlie Harper, grazie a chissá quale magheggio o, semplicemente, il suo innato potere persuasivo, é riuscito ad entrare e suonare a Los Angeles, come previsto, accompagnato da una band assemblata all' ultim' ora per l' occasione).
Alvin Gibbs ha descritto in dettaglio sulla sua pagina Facebook l' incubo Kafkiano di cui si é trovato protagonista (25 ore di detenzione e non una spiegazione ufficiale per il rifiuto al visto) disavventura che gli ha, comprensibilmente lasciato l' amaro in bocca inducendolo a sospettare che i suoi recenti commenti, per nulla favorevoli all' attuale presidente degli States, possano essere alle radici della debacle.
Mi sarebbe piaciuto poter scambiare una parola con Alvin in merito al fattaccio, ma non sono riuscito a incrociarlo.
In men che non si dica e con a malapena il tempo di riprendere fiato, siamo giá agli encores, "C.I.D.", "I Live In A Car", "You Don't Belong" e l' anthem "Endangered Species", ("Specie in via d' estinzione") titolo che ben esemplifica la vicenda di una band autentica, proletaria, di strada, che pur tra alti e bassi (nonché innumerevoli cambi di formazione) ha attraversato intere generazioni, portavoce del piú verace spirito Rock & Roll e tutt' oggi punto fermo e incrollabile.
In piú di un' occasione, mi preme rimarcarlo, precorrendo persino i tempi in forza di una musicianship sempre dinamica e musicisti piú raffinati di quanto non possa apparire, promuovendo un' attitudine aperta al cross-over, andando a lambire i territori piú disparati come Hardcore, Hard Rock, persino Metal, New Wave e sicuramente Rhythm N Blues, senza mai smentire il tradizionale marchio di fabbrica.
Un trionfo e uno dei migliori concerti dell' anno, fin' ora: lunga vita ai Subs!
Di altra pasta e provenienza, ma comunque accomunabile ad uno spirito affine, la proposta musicale prevista per Sabato sera. Nientemeno che la leggendaria sigla "Black Flag", come dicevo all' inizio, scomodata dal leader incontrastato, "padre-padrone" Greg Ginn per un estensivo tour di Europa e Inghilterra che presenta una formazione interamente nuova attorno al suddetto capoccia.
Notizia arrivata completamente a sorpresa, a tour giá annunciato (l' occasione sarebbe quella di celebrare l' iconica compilation "The First Four Years" uscita per la SST dello stesso Ginn nel 1983) quando chi giá aveva sborsato parte dei propri guadagni per un biglietto si aspettava l' ultima, rodatissima formazione con il rude Skater Mike Vallely alla voce.
Subito, sono scoppiate le polemiche, corroborate dalla diffusione su social media di una foto raffigurante l' ultimissima incarnazione della "Bandiera Nera" : tre imberbi pischelli che, occhio e croce, non arrivano ai Venti anni d' etá e, udite udite, una RAGAZZA nel ruolo di cantante e frontwoman.
Apriti cielo!!!
Frizzi e lazzi, laddove non proprio critiche pungenti e di dubbio gusto, da partedi uno zoccolo duro che, a ben vedere, contravviene al piú autentico spirito Punk, un genere e una mentalitá in teoria istigati da gente giovane e volti ad abbattere non solo la supremazia del piú pomposo Rock da stadio ma, anche di ogni qualsivoglia barriera pregiudiziale di sesso, razza e religione.
Senza, peraltro, aver ascoltato una singola nota di questo inedito ensemble e, puramente, giudicando un libro sulla mera base della copertina.
Insomma, volendo citare una fonte eccellente e a me molto cara, "A te il Punk non t' ha insegnato un cazzo"?
Personalmente, il mio innato "Bullshit Detector" mi ha subito indotto a presagire qualcosa di, se non altro, interessante, cosí ho deciso di approcciare il concerto a mente aperta.
Sia chiaro, volendo fare l' avvocato del Diavolo, viene naturale supporre che l' idea di ingaggiare musicisti giovanissimi e letteralmente alle prime armi fin troppo bene si adatti a un noto accentratore come Greg Ginn che, da sempre ha la documentata abitudine di allontanare collaboratori non al 100% in linea con le direttive da lui stabilite, specialmente una volta consolidato un certo cachet personale da parte di questi ultimi.
Ma, si tratta solo di considerazioni e, alla luce del giorno, come sono questi "nuovi" Black Flag?
Sinceramente, belli potenti e convincenti, pur rimanendo ancora un' entitá acerba e bisognosa di ulteriore amalgama e coesione, cose che arriveranno nel tempo, se l' avventura si evolverá.
Per il momento, ció che arriva dritto in faccia é il suono inconfondibile, distopico e allucinato della chitarra di Greg Ginn, immutato nei decenni e davvero pauroso da ascoltarsi dal vivo.
Zero distorsione e niente pedali o effetti, semplicemente tutto settato a 11! Devastante e ancora temibile, oggi come nel 1980.
Coadiuvato da una formazione francamente piú che convincente e sul pezzo, a partire da Max Zanelly, la giovanissima "Firebrand" che si rivela da subito credibilissima come interprete dei classici storici della band.
Due set, 24 pezzi in totale, non un' impresa da nulla per un manipolo di pivelli ma, a onor del vero, loro se la cavano alla grande e, con buona pace di chi si aspettava un frontman super-macho, sudato e a torso nudo sul modello di Rollins o anche Vallely, questi sono i Black Flag nel 2025, "take it or leave it".
E, a mio modesto parere, funzionano.
Non solo il vasto set pesca in "The First Four Years" (invero, non rappresentato nella sua totalitá) ma i quattro vanno a coprire l' intera discografia storica, riproponendo non solo il classico, primo LP "Damaged" per buona metá, ma anche pescando a piene mani tra i ben piú complessi arrangiamenti di "My War" e "Slip It In".
C'é veramente tutto, da un' allucinata, iniziale "Can't Decide" (preceduta da una lunga, nervosa intro per tre minuti buoni) seguita da una "Nervous Breakdown" ferale a sufficienza da non temere il confronto con l' originale del 1978 e, in rapidissima e brutale successione, "No Values", "Wasted" e "I've Had It".
Forse, stasera sono particolarmente di buon' umore, ma il feeling é lo stesso della prima volta in cui ascoltao questi brani su "The First Four Years" e, per assurdo, anche il pubblico reagisce in maniera piú "Americana" compattandosi in paurose sezioni che si spostano orizzontalmente in un oceano di slam-dance che ricorda molto da vicino le mitizzate immagini del film "Decline Of Western Civilization" di Penelope Spheeris (1980).
"Black Coffee", nervosa come suggerito dal titolo, introduce gli umori piú contaminati del LP "Slip It In" (1985) mentre "Forever Time", "The Swinging Man" e "Nothing Left Inside" documentano la svolta fangosa e Sabbathiana dell' album "My War" (1983).
"Six-Pack", per assurdo una satira dell' alto consumo alcolico dell' Americano medio, é accolta da un tripudio di mani che alzano pinte di birra mentre la tellurica "My War" apre il secondo set.
E, davvero nulla da dire: in tutta onestá, questa band rende perfettamente giustizia a un repertorio immortale e, per quanto mi riguarda, é bello averli in giro a suonare queste canzoni dal vivo, peraltro in una configurazione inedita e al di fuori di ogni aspettativa.
Vorrei ricordare che, fondamentalmente, ogni formazione dei Black Flag è sempre stata rappresentata da un cast mutevole attorno al leader Greg Ginn : da qui, traete voi le vostre conclusioni.
"Revenge", "Fix Me" e "Gimmie Gimmie Gimmie" sono cantate a gran voce da un pubblico accorato e incurante di ogni qualsivoglia gap generazionale, prima dello show-stopper di "Rise Above" e la sarcastica versione di "Louie Louie".
É tutto e il gruppo si ritira: non c'é un banco dove poter acquistare t-shirt, CD, LP o nient' altro o strappare un autografo e un saluto rapido alla band.
Nessun bis o concessione ulteriore a quanto giá abbondantemente dato : come nei primissimi anni '80, i Black Flag sono giá "In The Van", diretti alla prossima meta.
Per quanto mi riguarda, un' incarnazione che si é rivelata perfettamente in linea con la filosofia e il sound storici della band e che vi invito a controllare di prima persona, dovessero capitare dalle vostre parti.
Questa volta doppio appuntamento con Uk Subs e Black Flag (con tanto di foto di sua mano). Il pub Castle & Falcon di Balsall Heath a Birmingham rappresenta, da molti anni, un avamposto storico per il Punk e la musica indipendente in generale. Uno di quei locali che, visti i tempi che corrono e la gentrificazione galoppante, occorre tenersi ben stretti.
Entri, ed é come se il calendario si fosse fermato al 1983 : al tempo stesso, ci trovi anche ragazzi che a malapena hanno l' etá legale per ordinare una pinta al bancone, in un melting-pot generazionale, culturale e razziale inclusivo al massimo e dal fascino estremamente contagioso.
Questa settimana, due nomi eminenti nella storia del Punk hanno calcato il palco dell' iconico joint (peraltro, dotato di uno dei migliori impianti tecnici per la musica live in cittá):
i sempiterni UK Subs di Charlie Harper e gli iniziatori dell' Hardcore di marca Hermosa Beach, nientemeno che i Black Flag del Deus-ex-Machina Greg Ginn.
Weekend caldo, climaticamente e non solo e, poco ma sicuro, due appuntamenti che non mi sarei perso a nessun costo.
Si parte il Giovedí sera con i leggendari Subs, per quella che é stata promossa come la loro "ultima apparizione a Birmingham".
Da circa tre anni, il gruppo ha infatti annunciato un progressivo rallentamento delle attivitá: l' ottimo album "Reverse Engineering" del 2022 fu annunciato come loro ultimo atto in studio e, comparsate in festival e concerti occasionali a parte, la band avrebbe cessato di andare in tour.
Alla veneranda etá di 81 anni, Charlie Harper puó anche permettersi di iniziare a meditare la pensione, per quanto, la sensazione che ancora non abbia intenzione di appendere microfono e armonica al chiodo sia forte.
Come nel Wrestling, altra mia grande passione, é estremamente raro che artisti ormai abituati a una vita on-the-road scendano a piú miti consigli, abbandonando il richiamo irresistibile delle luci della ribalta.
E, basta dare un' occhiata a Charlie per capire che questa é la sua vita e non ha intenzione, né reale motivo di cambiarla troppo.
É al banco del merchandise, disponibilissimo e affabile come sempre, intercambiabile lattina di birra a portata di mano, ad accogliere fan di ogni etá e firmare autografi. Sembra felice e vorrei ben vedere!
Alla mia domanda se davvero questo sarebbe stato il loro ultimo show in assoluto nella "Second City", ha riso e risposto "A me lo chiedi? Era un' idea del promoter!".
Ok Chas, capita l' antifona.
Attivi da ormai quasi mezzo secolo, gli UK Sub(versive)s sono uno dei gruppi piú importanti e popolari partoriti dalla scena Punk Britannica. Approdati alla scena del Roxy nel tardo 1977, immediatamente dopo l' iniziale Big Bang del Punk Londinese, la band dell' allora giá attempato Charlie Harper (che giá vantava un solido background nella scena Rhythm 'N Blues locale dalla fine dei '60) ha approfittato dell' energia della "nuova" scena affermandosi in breve tempo come favoriti della cosiddetta "second wave", portavoci di un sound grezzo, veloce e imcompromissorio che nulla concedeva al lato piú artistoide del "Bromley Contingent" promuovendo invece un' attitidine piú stradaiola e schietta, in molti sensi anticipatrice di quello "Street-Punk" che, nel giro di pochi anni, sarebbe sfociato nel movimento "Oi".
I Subs che si presentano stasera, oltre al prim'attore Charlie, hanno in organico il bassista, co-autore storico e, a tutti gli effetti, direttore artistico Alvin Gibbs, con la band dal 1980, pur con numerosi intervalli, Stefan Häublein alla batteria e, vera sorpresa del concerto, il nuovo chitarrista Abe Inglis, una belva dal vivo che ricorda, sia nella tecnica che nelle prodezze atletiche, il suo illustre predecessore Nicky Garratt.
Partono subito in quarta con una versione assassina di "Rockers" dal primo LP " Another Kind Of Blues" (1979) ed é "instant chaos" in un locale sudatissimo e stipato oltre i legittimi limiti di capienza. Seguono, in rapida successione, "Kicks", "Police State" e "Emotional Blackmail", sparate come proiettili affilati da una band che é ormai un' entitá rodata e a prova di bomba.
Arriva anche la famosa "Down On The Farm", che tanto ha contribuito a ripinguare i conti in banca degli autori Gibbs/Harper grazie all' improbabile cover (con tanto di falso accento cockney) incisa dai Guns 'N Roses per il loro album "The Spaghetti Incident?" del 1993.
Nell' arco di 22 brani, bis completi, i Subs distillano la loro storia, veraci cartoline dal grande Pianeta Punk Britannico come la festaiola "Party In Paris", il loro primo singolo "Stranglehold", la brutale "Scum Of the Earth" ed episodi (relativamente) piú recenti come "Riot" e "Disease".
"Warhead" suona tristemente attuale, ora piú che mai, con l' America che ha appena dichiarato guerra all' Iran e una minaccia Atomica molto reale e tangibile.
E, per amaramente ironica coincidenza, gli UK Subs, a quanto pare, non sono tra i gruppi preferiti di Donald Trump, il pazzo criminale (o, in termini piú pragmatici, capitalista) artefice di questo inutile spargimento di sangue.
É infatti noto, anche a chi non frequenta il circuito Punk, che il 21 Marzo di quest' anno, a 3 quarti della band é stato negato l'accesso negli Stati Uniti (il solo Charlie Harper, grazie a chissá quale magheggio o, semplicemente, il suo innato potere persuasivo, é riuscito ad entrare e suonare a Los Angeles, come previsto, accompagnato da una band assemblata all' ultim' ora per l' occasione).
Alvin Gibbs ha descritto in dettaglio sulla sua pagina Facebook l' incubo Kafkiano di cui si é trovato protagonista (25 ore di detenzione e non una spiegazione ufficiale per il rifiuto al visto) disavventura che gli ha, comprensibilmente lasciato l' amaro in bocca inducendolo a sospettare che i suoi recenti commenti, per nulla favorevoli all' attuale presidente degli States, possano essere alle radici della debacle.
Mi sarebbe piaciuto poter scambiare una parola con Alvin in merito al fattaccio, ma non sono riuscito a incrociarlo.
In men che non si dica e con a malapena il tempo di riprendere fiato, siamo giá agli encores, "C.I.D.", "I Live In A Car", "You Don't Belong" e l' anthem "Endangered Species", ("Specie in via d' estinzione") titolo che ben esemplifica la vicenda di una band autentica, proletaria, di strada, che pur tra alti e bassi (nonché innumerevoli cambi di formazione) ha attraversato intere generazioni, portavoce del piú verace spirito Rock & Roll e tutt' oggi punto fermo e incrollabile.
In piú di un' occasione, mi preme rimarcarlo, precorrendo persino i tempi in forza di una musicianship sempre dinamica e musicisti piú raffinati di quanto non possa apparire, promuovendo un' attitudine aperta al cross-over, andando a lambire i territori piú disparati come Hardcore, Hard Rock, persino Metal, New Wave e sicuramente Rhythm N Blues, senza mai smentire il tradizionale marchio di fabbrica.
Un trionfo e uno dei migliori concerti dell' anno, fin' ora: lunga vita ai Subs!
Di altra pasta e provenienza, ma comunque accomunabile ad uno spirito affine, la proposta musicale prevista per Sabato sera. Nientemeno che la leggendaria sigla "Black Flag", come dicevo all' inizio, scomodata dal leader incontrastato, "padre-padrone" Greg Ginn per un estensivo tour di Europa e Inghilterra che presenta una formazione interamente nuova attorno al suddetto capoccia.
Notizia arrivata completamente a sorpresa, a tour giá annunciato (l' occasione sarebbe quella di celebrare l' iconica compilation "The First Four Years" uscita per la SST dello stesso Ginn nel 1983) quando chi giá aveva sborsato parte dei propri guadagni per un biglietto si aspettava l' ultima, rodatissima formazione con il rude Skater Mike Vallely alla voce.
Subito, sono scoppiate le polemiche, corroborate dalla diffusione su social media di una foto raffigurante l' ultimissima incarnazione della "Bandiera Nera" : tre imberbi pischelli che, occhio e croce, non arrivano ai Venti anni d' etá e, udite udite, una RAGAZZA nel ruolo di cantante e frontwoman.
Apriti cielo!!!
Frizzi e lazzi, laddove non proprio critiche pungenti e di dubbio gusto, da partedi uno zoccolo duro che, a ben vedere, contravviene al piú autentico spirito Punk, un genere e una mentalitá in teoria istigati da gente giovane e volti ad abbattere non solo la supremazia del piú pomposo Rock da stadio ma, anche di ogni qualsivoglia barriera pregiudiziale di sesso, razza e religione.
Senza, peraltro, aver ascoltato una singola nota di questo inedito ensemble e, puramente, giudicando un libro sulla mera base della copertina.
Insomma, volendo citare una fonte eccellente e a me molto cara, "A te il Punk non t' ha insegnato un cazzo"?
Personalmente, il mio innato "Bullshit Detector" mi ha subito indotto a presagire qualcosa di, se non altro, interessante, cosí ho deciso di approcciare il concerto a mente aperta.
Sia chiaro, volendo fare l' avvocato del Diavolo, viene naturale supporre che l' idea di ingaggiare musicisti giovanissimi e letteralmente alle prime armi fin troppo bene si adatti a un noto accentratore come Greg Ginn che, da sempre ha la documentata abitudine di allontanare collaboratori non al 100% in linea con le direttive da lui stabilite, specialmente una volta consolidato un certo cachet personale da parte di questi ultimi.
Ma, si tratta solo di considerazioni e, alla luce del giorno, come sono questi "nuovi" Black Flag?
Sinceramente, belli potenti e convincenti, pur rimanendo ancora un' entitá acerba e bisognosa di ulteriore amalgama e coesione, cose che arriveranno nel tempo, se l' avventura si evolverá.
Per il momento, ció che arriva dritto in faccia é il suono inconfondibile, distopico e allucinato della chitarra di Greg Ginn, immutato nei decenni e davvero pauroso da ascoltarsi dal vivo.
Zero distorsione e niente pedali o effetti, semplicemente tutto settato a 11! Devastante e ancora temibile, oggi come nel 1980.
Coadiuvato da una formazione francamente piú che convincente e sul pezzo, a partire da Max Zanelly, la giovanissima "Firebrand" che si rivela da subito credibilissima come interprete dei classici storici della band.
Due set, 24 pezzi in totale, non un' impresa da nulla per un manipolo di pivelli ma, a onor del vero, loro se la cavano alla grande e, con buona pace di chi si aspettava un frontman super-macho, sudato e a torso nudo sul modello di Rollins o anche Vallely, questi sono i Black Flag nel 2025, "take it or leave it".
E, a mio modesto parere, funzionano.
Non solo il vasto set pesca in "The First Four Years" (invero, non rappresentato nella sua totalitá) ma i quattro vanno a coprire l' intera discografia storica, riproponendo non solo il classico, primo LP "Damaged" per buona metá, ma anche pescando a piene mani tra i ben piú complessi arrangiamenti di "My War" e "Slip It In".
C'é veramente tutto, da un' allucinata, iniziale "Can't Decide" (preceduta da una lunga, nervosa intro per tre minuti buoni) seguita da una "Nervous Breakdown" ferale a sufficienza da non temere il confronto con l' originale del 1978 e, in rapidissima e brutale successione, "No Values", "Wasted" e "I've Had It".
Forse, stasera sono particolarmente di buon' umore, ma il feeling é lo stesso della prima volta in cui ascoltao questi brani su "The First Four Years" e, per assurdo, anche il pubblico reagisce in maniera piú "Americana" compattandosi in paurose sezioni che si spostano orizzontalmente in un oceano di slam-dance che ricorda molto da vicino le mitizzate immagini del film "Decline Of Western Civilization" di Penelope Spheeris (1980).
"Black Coffee", nervosa come suggerito dal titolo, introduce gli umori piú contaminati del LP "Slip It In" (1985) mentre "Forever Time", "The Swinging Man" e "Nothing Left Inside" documentano la svolta fangosa e Sabbathiana dell' album "My War" (1983).
"Six-Pack", per assurdo una satira dell' alto consumo alcolico dell' Americano medio, é accolta da un tripudio di mani che alzano pinte di birra mentre la tellurica "My War" apre il secondo set.
E, davvero nulla da dire: in tutta onestá, questa band rende perfettamente giustizia a un repertorio immortale e, per quanto mi riguarda, é bello averli in giro a suonare queste canzoni dal vivo, peraltro in una configurazione inedita e al di fuori di ogni aspettativa.
Vorrei ricordare che, fondamentalmente, ogni formazione dei Black Flag è sempre stata rappresentata da un cast mutevole attorno al leader Greg Ginn : da qui, traete voi le vostre conclusioni.
"Revenge", "Fix Me" e "Gimmie Gimmie Gimmie" sono cantate a gran voce da un pubblico accorato e incurante di ogni qualsivoglia gap generazionale, prima dello show-stopper di "Rise Above" e la sarcastica versione di "Louie Louie".
É tutto e il gruppo si ritira: non c'é un banco dove poter acquistare t-shirt, CD, LP o nient' altro o strappare un autografo e un saluto rapido alla band.
Nessun bis o concessione ulteriore a quanto giá abbondantemente dato : come nei primissimi anni '80, i Black Flag sono giá "In The Van", diretti alla prossima meta.
Per quanto mi riguarda, un' incarnazione che si é rivelata perfettamente in linea con la filosofia e il sound storici della band e che vi invito a controllare di prima persona, dovessero capitare dalle vostre parti.
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Concerti
venerdì, giugno 13, 2025
La Banda Bassotti e Fermin Muguruza a Roma. Un altro giorno d’amore.
A cura dell'amico Antonio Romano, già presente con una rubrica nel blog qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Antonio%20Romano
Torno a scrivere sulle colonne virtuali di questo blog dopo qualche anno.
Lo faccio perché certe serate ed emozioni vanno fermate, raccontate e condivise.
Sabato 7 giugno, a Roma, ho visto qualcosa che andava oltre il concerto: una festa vera, di amore e di lotta, fatta da gente vera.
Il ritrovo di una grande famiglia resistente.
Banda Bassotti e Fermin Muguruza sullo stesso palco.
Appartengo alla seconda generazione dei “figli” della Banda, quella nata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, mentre uscivano “Figli della stessa rabbia” e “Balla e difendi”.
Personalmente li ho conosciuti col live “Un altro giorno d’amore” del 2001.
Avevo 13 anni.
Quel disco è stato un’esplosione, che non solo mi ha fatto scoprire anche Fermin Muguruza e i Negu Gorriak, ma che è stato l’accesso a una visione del mondo e della vita che non si studiava a scuola.
Una visione ed una strada che da solo, nella provincia di Lecce in cui sono cresciuto, difficilmente avrei maturato.
Il live inizia puntualissimo, alle 20, mentre il sole cala tra i palazzi popolari e le bandiere sventolano fiere attorno al palco.
La Banda Bassotti entra sulle note della “Marcia dei Soviet” suonata insieme ad una giovanissima sezione fiati ospite.
Mi sono commosso.
Non per nostalgia, ma per l’orgoglio che si respirava, per tutto ciò che quel momento rappresentava.
Avevo mio figlio di 4 anni sulle spalle e la mia compagna, incinta alla 39ª settimana, accanto a me.
E ho pensato al me stesso di 19 anni, quando prendevo il treno da Lecce di nascosto dai miei, per una birra al Sally Brown o per un festival oi! in qualche CSOA.
Dove, tra il pubblico o tra gli organizzatori, c’era sempre qualcuno della Banda e della loro crew ed io li guardavo con un quasi timore reverenziale, come si guardano gli eroi.
Angels with dirty faces, citando gli Sham 69.
E quella famiglia che vedevo allora, oggi è ancora lì.
Attorno a noi c’erano ragazzini e sessantenni, skin coi capelli bianchi, vecchi punk, coppie coi figli ormai cresciuti, e figli piccolissimi tenuti stretti al collo. Gente da tutta Italia, anche dall’estero.
La festa di una tribù.
Il set della Banda è stato tirato, diretto, potente.
Tutti i loro inni, uno dietro l’altro.
Qualche battuta di Picchio, con la sua ironia rude di borgata, l’energia di Sandokan, l’autorevolezza silenziosa di Scopa e poi tutti gli altri componenti, compresi gli ospiti, tra cui Kino degli Arpioni.
E c’era Sigaro.
Sempre lì, a ogni pezzo ti sembra che da un momento all’altro possa attaccare le sue parti e tornare a cantare le sue poesie.
Non c’è, ma c’è. Lo sappiamo tutti. Avanti uniti.
Dopo “L’Internazionale”, chiusura solenne del set e altra lacrima col pugno alzato, breve pausa e cambio palco.
Tocca all’ospite d’onore: Fermin Muguruza.
Con una nuova band, potentissima.
Fermin festeggia 40 anni di carriera, e ha scelto di celebrarli anche qui, nella sua seconda casa.
Due ore in cui ha portato tutto il suo mondo: Kortatu, Negu Gorriak, Clash, Specials, punk, reggae, dub, folk.
Una band rocciosa, calda, piena di groove. Davvero alto livello. Ritmo, lotta, sudore, orgoglio. Cuore working class che batte forte e che, ancora oggi, sa far innamorare.
Se questa musica, queste band, queste persone e le loro storie ci hanno insegnato qualcosa, è che non si deve smettere mai: di amare, di soffrire, di lottare, di cantare.
L’ho vissuto come un giorno importante, vero.
Senza nostalgia, senza passerelle, senza star. Un’occasione per ribadire il rispetto che dobbiamo alla Banda Bassotti, alla Gridalo Forte, a tutta la loro “vecchia crew”.
Perché hanno saputo unire rabbia e poesia, coscienza di classe e allegria, costruendo, e –senza esagerare- anche educando, una comunità che, nonostante tutto, resiste.
Con le Doc Martens rotte quando fischia il vento, ma sempre con la stessa fierezza.
Kids like me and you!
Torno a scrivere sulle colonne virtuali di questo blog dopo qualche anno.
Lo faccio perché certe serate ed emozioni vanno fermate, raccontate e condivise.
Sabato 7 giugno, a Roma, ho visto qualcosa che andava oltre il concerto: una festa vera, di amore e di lotta, fatta da gente vera.
Il ritrovo di una grande famiglia resistente.
Banda Bassotti e Fermin Muguruza sullo stesso palco.
Appartengo alla seconda generazione dei “figli” della Banda, quella nata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, mentre uscivano “Figli della stessa rabbia” e “Balla e difendi”.
Personalmente li ho conosciuti col live “Un altro giorno d’amore” del 2001.
Avevo 13 anni.
Quel disco è stato un’esplosione, che non solo mi ha fatto scoprire anche Fermin Muguruza e i Negu Gorriak, ma che è stato l’accesso a una visione del mondo e della vita che non si studiava a scuola.
Una visione ed una strada che da solo, nella provincia di Lecce in cui sono cresciuto, difficilmente avrei maturato.
Il live inizia puntualissimo, alle 20, mentre il sole cala tra i palazzi popolari e le bandiere sventolano fiere attorno al palco.
La Banda Bassotti entra sulle note della “Marcia dei Soviet” suonata insieme ad una giovanissima sezione fiati ospite.
Mi sono commosso.
Non per nostalgia, ma per l’orgoglio che si respirava, per tutto ciò che quel momento rappresentava.
Avevo mio figlio di 4 anni sulle spalle e la mia compagna, incinta alla 39ª settimana, accanto a me.
E ho pensato al me stesso di 19 anni, quando prendevo il treno da Lecce di nascosto dai miei, per una birra al Sally Brown o per un festival oi! in qualche CSOA.
Dove, tra il pubblico o tra gli organizzatori, c’era sempre qualcuno della Banda e della loro crew ed io li guardavo con un quasi timore reverenziale, come si guardano gli eroi.
Angels with dirty faces, citando gli Sham 69.
E quella famiglia che vedevo allora, oggi è ancora lì.
Attorno a noi c’erano ragazzini e sessantenni, skin coi capelli bianchi, vecchi punk, coppie coi figli ormai cresciuti, e figli piccolissimi tenuti stretti al collo. Gente da tutta Italia, anche dall’estero.
La festa di una tribù.
Il set della Banda è stato tirato, diretto, potente.
Tutti i loro inni, uno dietro l’altro.
Qualche battuta di Picchio, con la sua ironia rude di borgata, l’energia di Sandokan, l’autorevolezza silenziosa di Scopa e poi tutti gli altri componenti, compresi gli ospiti, tra cui Kino degli Arpioni.
E c’era Sigaro.
Sempre lì, a ogni pezzo ti sembra che da un momento all’altro possa attaccare le sue parti e tornare a cantare le sue poesie.
Non c’è, ma c’è. Lo sappiamo tutti. Avanti uniti.
Dopo “L’Internazionale”, chiusura solenne del set e altra lacrima col pugno alzato, breve pausa e cambio palco.
Tocca all’ospite d’onore: Fermin Muguruza.
Con una nuova band, potentissima.
Fermin festeggia 40 anni di carriera, e ha scelto di celebrarli anche qui, nella sua seconda casa.
Due ore in cui ha portato tutto il suo mondo: Kortatu, Negu Gorriak, Clash, Specials, punk, reggae, dub, folk.
Una band rocciosa, calda, piena di groove. Davvero alto livello. Ritmo, lotta, sudore, orgoglio. Cuore working class che batte forte e che, ancora oggi, sa far innamorare.
Se questa musica, queste band, queste persone e le loro storie ci hanno insegnato qualcosa, è che non si deve smettere mai: di amare, di soffrire, di lottare, di cantare.
L’ho vissuto come un giorno importante, vero.
Senza nostalgia, senza passerelle, senza star. Un’occasione per ribadire il rispetto che dobbiamo alla Banda Bassotti, alla Gridalo Forte, a tutta la loro “vecchia crew”.
Perché hanno saputo unire rabbia e poesia, coscienza di classe e allegria, costruendo, e –senza esagerare- anche educando, una comunità che, nonostante tutto, resiste.
Con le Doc Martens rotte quando fischia il vento, ma sempre con la stessa fierezza.
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