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lunedì, giugno 08, 2026

Intelligenza Artificiale e il traffico sul Web

Negli ultimi tempi gli accessi al mio blog sono aumentati progressivamente con picchi assurdi in certe circostanze.
Per cercare di rendere credibili e reali le statistiche, elimino ogni dato non compatibile con le medie abituali e ricalcolo i valori mensili e annuali senza l'apporto di quei numeri.

La conferma dell'anomalia è arrivata in questi giorni.

Secondo Cloudflare il traffico delle Intelligenze Artificiali ha superato quello degli esseri umani sulla rete.

I bot intelligenti sono il 57,4% del traffico totale, contro il 42,6% delle persone reali.

Il loro peso altera le statistiche dei siti ed incide su modelli economici costruiti attorno alle visite umane, alle visualizzazioni pubblicitarie e alle sottoscrizioni.

Non sono soggetti umani ma il crawling dei bot alla ricerca di dati e vulnerabilità.

Gli utenti umani restano centrali nell’uso effettivo dei servizi, ma producono una quota minore del traffico misurato.

mercoledì, aprile 22, 2026

Miles Davis said

“Molte persone mi chiedono dove stia andando la musica oggi.
Credo che stia andando verso frasi (musicali) brevi.
Se ascoltate, chiunque abbia un po' di orecchio può sentirlo.
La musica è in continua evoluzione.
Cambia a causa dei tempi e della tecnologia disponibile, dei materiali con cui sono fatte le cose, come le auto di plastica invece che di acciaio.
Quindi, quando sentite un incidente oggi, il suono è diverso, non c'è più tutto quel metallo che si scontra come negli anni Quaranta e Cinquanta.
I musicisti captano i suoni e li incorporano nel loro modo di suonare, quindi la musica che creano sarà diversa.”


Miles: The Autobiography (1990)

martedì, aprile 21, 2026

La solitudine del sessionman

Dice Ellade Bandini (batterista con Guccini, Mina, Vecchioni, Paolo Conte, De André e mille altri):
Essendo svincolata dall'obbligo di adeguarsi alle mode e alle sonorità del momento, la canzone d'autore dagli anni Settanta in poi ha dato a vari sessionmen italiani la possibilità di rendersi riconoscibili presso un pubblico più attento e curioso, abituato a leggere i crediti specificati all'interno di un disco: produzione, studio di registrazione,, autori, ospiti e musicisti.

Un mondo lontanissimo.

lunedì, aprile 20, 2026

Cresce la vendita del vinile in Italia

La vendita di dischi in vinile continua a crescere in Italia.

I dati del Report Fimi 2026 confermano infatti una crescita solida che nel 2025 ha generato 54,8 milioni di dollari di ricavi, segnando un incremento del +24% rispetto all'anno precedente.

Nel 2008 - anno di inaugurazione del Record Store Day - il formato in Italia valeva 1,9 milioni di dollari: in poco più di quindici anni, ha quindi registrato una crescita superiore al +2.780%, moltiplicando il proprio valore di quasi 29 volte e passando da mercato di nicchia a protagonista del segmento fisico.

Alla base di questa evoluzione - segnala la Federazione dell'industria musicale - c'è soprattutto il contributo dei superfan, una fascia di pubblico che vive la musica come strumento identitario e relazionale. Una categoria di consumatori che in Italia è pari al 12% del totale, a sostenere sia la domanda di vinili - con una particolare predilezione per l'acquisto di edizioni speciali e prodotti da collezione - sia la crescita dell'intero segmento fisico, che nel 2025 ha raggiunto quota 84,2 milioni di dollari (+21,9%).

Il vinile si afferma sempre più come un oggetto culturale, capace di rafforzare il legame tra artista e fan e di trasformare l'ascolto in un fenomeno esperienziale.

Fonte: ansa.it

giovedì, marzo 19, 2026

Mercato discografico italiano: nel 2025 +10,7%

I numeri chiave del mercato discografico italiano 2025 (da fimi.it)

513,4 milioni di euro: valore record del mercato della musica registrata in Italia nel 2025 (+10,7%)
Ottavo anno consecutivo di crescita; valore più che raddoppiato rispetto al 2019, CAGR +11,3% nel periodo 2021–2025
Streaming motore del mercato: oltre 340 milioni di euro, pari a circa due terzi dei ricavi totali, con gli abbonamenti premium a 234,4 milioni (+14,1%)
Musica fisica in forte crescita, valorizzata dal fenomeno dei superfan: 74,7 milioni di euro (+21,9%), trainata dal vinile.
99 miliardi di stream nel 2025, con una media di 1,9 miliardi di ascolti a settimana.
Export della musica italiana in aumento: oltre 32 milioni di euro di royalties dall’estero (+13,9%), con una crescita del 180% rispetto al 2020.


Il mercato discografico italiano continua il suo percorso di crescita per l’ottavo anno consecutivo: nel 2025 i ricavi complessivi raggiungono infatti la cifra record di 513,4 milioni di euro, in aumento del 10,7% rispetto al 2024 – il doppio in comparazione al 2019. Si tratta di una crescita duplicata rispetto alla media regionale europea (+5,6%) e ben superiore alla media globale del 6.4%, confermando lo status dell’Italia come terzo mercato più importante dell’Unione Europea e undicesimo a livello internazionale, valorizzato da un tasso di crescita annuale composto (CAGR) dell’11.3% nel quinquennio 2021-2025.

A trainare il settore è ancora una volta il digitale – che rappresenta la quota predominante dei consumi – mentre il segmento fisico consolida il suo ritorno, sostenuto dalla passione che alimenta il fenomeno dei superfan, sempre più propensi a collezionare formati premium e prodotti speciali legati agli artisti preferiti.

Con questi risultati, il valore della musica registrata in Italia supera quello del box office cinematografico nazionale (pari a 496,5 milioni di euro, secondo il Rapporto CINETEL 2025), confermando la centralità dell’industria musicale all’interno dell’economia culturale italiana.

Lo streaming si conferma il principale motore del mercato con oltre 340 milioni di euro di ricavi (due terzi del totale), pari a una crescita del 9,6% su base annua.
In particolare gli abbonamenti streaming si rivelano l’elemento trainante, con una crescita del 14,1% pari a 234,4 milioni di euro e una rappresentazione del 69% del totale del formato; mentre il segmento ad-supported segna una flessione del 2,2% (51,3 milioni).
In crescita moderata anche lo streaming video, che totalizza 54,8 milioni (+3,8%).

Accanto al digitale, la musica fisica continua a espandersi, raggiungendo 74,7 milioni di euro (+21,9%) e arrivando a rappresentare il 15% del mercato: il vinile si conferma il formato dominante con un incremento del 24,2%, ma anche i CD crescono in maniera rilevante (+15,1%), segnale di un mercato sostenuto da una domanda sempre più legata all’esperienza dei superfan e alla dimensione collezionistica della musica.
Nel complesso, infatti, sono stati venduti 4.6 milioni di prodotti fisici, di cui il 51% in formato CD e il 47% in formato vinile. Più in particolare, gli album pubblicati dal 2020 al 2025 hanno rappresentato il 71% delle unità vendute.

Inoltre, i dati confermano la forte centralità delle nuove produzioni nel consumo musicale.
Secondo NIQ, infatti, le nuove uscite valgono il 16% del mercato dello streaming e l’82% degli stream è generato da brani pubblicati dal 2010 in poi (il 57,3% proviene addirittura da musica uscita negli ultimi cinque anni).
Il trend è ancora più evidente nel mercato fisico: il 92% delle unità vendute riguarda album pubblicati dal 2010.

Tra le altre fonti di ricavo, i diritti connessi crescono del 9,8%, raggiungendo 82,1 milioni di euro e confermandosi come seconda fonte di ricavi del settore, mentre il segmento delle sincronizzazioni si attesta a 12,2 milioni, registrando una flessione del 5,7% dovuta al decremento delle produzioni cinematografiche italiane e dell’inevitabile crollo dell’utilizzo di colonne sonore nei prodotti audiovisivi.

In termini di royalties generate dal consumo di musica italiana all’estero, nel 2025 i ricavi sono aumentati del 13.9%, superando i 32 milioni di euro (combinando fisico, sincronizzazioni, diritti connessi e naturalmente digitale, che occupa da solo l’88% dei ricavi).
Si tratta di risultati straordinari, esito di un lungo percorso di investimenti lungimiranti che ha portato a una crescita delle royalties del 180% negli ultimi sei anni, grazie alle nuove modalità di fruizione musicale che stanno aprendo opportunità di internazionalizzazione e accesso ai mercati esteri.

Anche a livello globale l’interazione con i servizi di streaming in abbonamento è il fattore chiave che rappresenta il 52,4% dei ricavi globali, cresciuti del 6,4% nel 2025: l’industria discografica internazionale ha infatti raggiunto i 31,7 miliardi di dollari nel 2025, segnando l’undicesimo anno consecutivo di crescita. In questo scenario internazionale, la performance dei formati fisici si è imposta con un incremento dei ricavi dell’8%, trainati dalla persistente domanda dei fan di esperienze musicali tangibili e da un aumento del 13,7% del vinile, che celebra il suo diciannovesimo anno consecutivo di crescita a livello internazionale.

La crescita del mercato discografico italiano conferma dunque la solidità dell’ecosistema musicale nazionale, sostenuto da innovazione digitale delle aziende e da un pubblico sempre più coinvolto: tra streaming, fisico e nuove modalità di fruizione, la musica continua a rafforzare il proprio ruolo nel panorama culturale ed economico del Paese.

venerdì, marzo 06, 2026

La morte di Spotify di Joel Gouveia

Riprendo stralci di un post pubblicato da JOEL GOUVEIA (manager e supervisore musicale, organizzatore e tanto altro) qui: https://joelgouveia.substack.com/p/the-death-of-spotify-why-streaming sulla imminente "morte" di SPOTIFY.

Praticamente tutti nel mondo della musica odiano Spotify, tranne chi ci lavora.
È una piattaforma che priva gli artisti di tutto ciò che hanno, impedisce attivamente la creazione di una community e, nonostante tutto ciò, la piattaforma fatica ancora a mantenere un margine di profitto sano.

Il modello di business dello streaming è fondamentalmente fallito.
E alla fine, il suo declino diventerà sempre più evidente.
Spiegherò nel dettaglio perché l'era DSP Digital Signal Processor) indica processori specializzati nell'elaborazione di segnali digitali in tempo reale, ottimizzati per operazioni matematiche veloci. Sono fondamentali per ottimizzare l'audio (equalizzazione, crossover) e in ambiti come telecomunicazioni) si sta arrestando bruscamente, perché le major sono silenziosamente terrorizzate e perché gli artisti che non cambiano rotta ora affonderanno con la nave.

Qualche mese fa stavo discutendo dello stato dell'industria con un vicepresidente della Warner Music Canada, e lui ha detto una cosa che mi è rimasta impressa da allora. Ha detto: "Per la prima volta nella storia, noi (le major) non controlliamo l'intero sistema di consumo".

Una breve lezione di storia su chi controllava effettivamente le condutture:
Per tutto il XX secolo, le major non possedevano solo i diritti d'autore, ma anche l'hardware. Erano fondamentalmente monopoli integrati di tecnologia e produzione che si mascheravano da aziende artistiche.
La RCA (Radio Corporation of America) possedeva la RCA Records (Elvis Presley, David Bowie, John Denver, per citarne alcuni...) Ma ha anche inventato il formato vinile a 45 giri e prodotto i giradischi fisici che bisognava acquistare per ascoltarlo.
La Philips possedeva la PolyGram Records. Ha anche letteralmente inventato la Compact Cassette negli anni '60.
La Sony possedeva la CBS Records (Michael Jackson, Bruce Springsteen e altri). Ma hanno anche co-inventato il Compact Disc nel 1982 (con Philips) e prodotto il Sony Walkman e i Discman che li riproducevano.

In parole povere, possedevano l'artista, possedevano la plastica su cui era stampata l'opera e costruivano il dispositivo su cui veniva riprodotta. Controllavano l'intero sistema di consumo.

Ma oggi, le etichette discografiche hanno perso le loro fonti. Per la prima volta nella storia, l'industria musicale dipende interamente da giganti tecnologici terzi per la distribuzione dei propri prodotti.
Apple, Google, Amazon e Spotify possiedono la distribuzione, gli algoritmi, l'hardware (iPhone, altoparlanti Echo) e, soprattutto, i dati dei clienti.

Certo, le "Big Three" (Universal, Sony, Warner) si sono assicurate quote azionarie di Spotify fin dall'inizio, tramite accordi di licenza.
Ma possedere una piccola parte del capitale azionario non significa controllare l'ecosistema.
Il loro raggio d'azione si è ridotto a coloro che creano e forniscono contenuti affittando spazio sui server di Daniel Ek.
Da quando le etichette hanno perso il controllo sui formati, le aziende tecnologiche hanno iniziato a mercificare il prodotto.

Guardate le guerre dello streaming video. Netflix, HBO Max, Disney Plus sono in un bagno di sangue.
Ma hanno un'arma in più: la differenziazione.
Se volete guardare Stranger Things, avete bisogno di Netflix. Se volete The Last of Us, avete bisogno di HBO.

Eppure, se guardate la musica: Spotify, Apple Music, Amazon Music e Tidal offrono tutti esattamente lo stesso prodotto:
una libreria di 100 milioni di brani. Come sottolinea Jimmy nel podcast, questa mancanza di differenziazione trasforma la musica in un servizio di pubblica utilità.
La musica è ormai indistinguibile dall'acqua del rubinetto o dall'elettricità. "Al momento, lo streaming musicale è un servizio di pubblica utilità", afferma. "Tutti i servizi sono esattamente uguali, fanno lo stesso trucco. Se uno di loro abbassa il prezzo, gli altri sono spacciati, perché non c'è un'offerta unica".

Quando la musica viene trattata come un servizio di pubblica utilità, viene inconsciamente svalutata dal consumatore. È un rumore di fondo. Se avete letto il mio articolo di qualche settimana fa sull'argomento, vi renderete conto di quanto questa situazione sia pericolosa per molteplici ragioni.

Ecco la realtà finanziaria che Wall Street ha storicamente odiato riguardo alle piattaforme DSP indipendenti come Spotify.

In un normale business tecnologico (come SaaS o Netflix), man mano che si acquisiscono abbonati, i margini di profitto aumentano esponenzialmente perché i costi fissi rimangono relativamente stabili. Una volta che Netflix paga 20 milioni di dollari per produrre un film originale, quel costo è fisso.
Che lo guardino 1 milione o 100 milioni di persone, il costo non cambia. Il margine aumenta.

Lo streaming musicale funziona al contrario.
Poiché le piattaforme DSP restituiscono circa il 70% di ogni dollaro guadagnato ai titolari dei diritti (etichette ed editori), i loro costi aumentano linearmente con la loro base di utenti. Ogni volta che una canzone viene trasmessa in streaming, una frazione di centesimo esce dall'edificio.

Jimmy Iovine lo ha detto senza mezzi termini: "I servizi di streaming sono in una situazione difficile, non ci sono margini, non guadagnano nulla".

Questo modello funziona solo per Apple, Amazon e Google, perché non hanno bisogno che le loro piattaforme musicali siano estremamente redditizie. Amazon usa la musica come un prodotto civetta per farti continuare a pagare Prime. Apple la usa per vendere iPhone da 1.000 dollari.

Per quanto riguarda Spotify, o qualsiasi altra azienda di streaming musicale indipendente, sono piuttosto nei guai. E indovinate un po': quando i margini della piattaforma sono strutturalmente ridotti, indovinate chi viene colpito per primo? Gli artisti.

Iovine sostiene che le piattaforme di streaming hanno fallito completamente nel diventare "hangar culturali" dove artisti e fan possano effettivamente interagire.
"È unidimensionale. È un bancomat. Ci metti i soldi, ottieni la tua musica", ha affermato Iovine. "Non fanno nulla per l'artista. L'artista vuole comunicare con i suoi fan, punto... e i servizi di streaming continuano a dire: 'Ti metteremo nella nostra lista se sarai gentile con noi'. Sono stronzate."

In parole più semplici, la verità è: Spotify non vuole che tu abbia un rapporto con i tuoi fan. Spotify vuole che i tuoi fan abbiano un rapporto con Spotify.

Proteggono i dati degli ascoltatori con la loro vita perché quei dati sono l'unico fossato che hanno lasciato. Se costruisci l'intera carriera su una piattaforma che ti impedisce attivamente di ottenere un indirizzo email o un numero di telefono, stai costruendo una casa su un terreno in affitto. Sei un dipendente non retribuito di un'azienda tecnologica svedese che considera il lavoro della tua vita come "contenuto" per riempire i propri tubi.
Per aggiungere danno alla beffa, i meccanismi finanziari dei DSP puniscono attivamente la classe media dei musicisti.
Con l'attuale sistema di pagamento "pro-rata", tutti i soldi degli abbonamenti confluiscono in un unico grande fondo e vengono distribuiti in base alla quota di mercato totale. Supponiamo che tu sia un trentacinquenne che ascolta esclusivamente gruppi indie rock.
Paghi i tuoi 11,99 dollari al mese. Ma tuo figlio di 14 anni ha un piano famiglia e ascolta Drake e Taylor Swift in streaming a ripetizione per 8 ore al giorno.
A causa del modello pro-rata, i tuoi 11,99 dollari non vanno alle band indie che ami.
La stragrande maggioranza dei tuoi soldi viene convogliata direttamente all'1% delle pop star più influenti, semplicemente perché detengono il volume di streaming più alto a livello globale.
Il sistema è truccato per sovvenzionare le megastar e affamare la classe media.

E se Jimmy avesse ragione? Se i DSP sono "a pochi minuti dall'obsolescenza", cosa li sostituirà?
Beh, non sono sicuro che i DSP scompariranno da un giorno all'altro, ma se sei un artista o un manager che cerca di sopravvivere in questa economia musicale in evoluzione, la risposta è la proprietà diretta.

Gli artisti che sopravviveranno nei prossimi cinque anni sono quelli che stanno silenziosamente spostando la loro attenzione lontano dal "bancomat". Stanno costruendo i loro hangar culturali.

Stanno acquisendo numeri di telefono su Laylo.
Stanno indirizzando i fan verso server Discord privati.
Si stanno concentrando sul fatturato medio per fan (ARPF) attraverso merchandising ad alto margine, vinili e biglietti cartacei, piuttosto che elemosinare frazioni di centesimo da un posizionamento in playlist.

Stiamo assistendo alla morte del "pubblico di massa" e alla nascita della "micro-comunità".

L'industria musicale ha trascorso un decennio ossessionata da come convincere un milione di persone ad ascoltare una canzone una volta.
Il prossimo decennio sarà caratterizzato da artisti che cercheranno di capire come far sì che 1.000 persone si interessino per sempre.

giovedì, marzo 05, 2026

Bulimia discografica italiana

Probabilmente molti di coloro che mi leggono sanno che lavoro a RadioCoop (da ormai 23 anni), la struttura che diffonde musica, comunicati, redazionali etc all'interno degli omonimi supermercati in Italia.
Tra le altre cose gestisco il sito www.radiocoop.it e la posta in entrata relativa alle proposte musicali.

In questi giorni ho fatto ordine nelle mail, constatando che nei primi due mesi del 2026 sono arrivati tra digitale e fisico circa 200 album (con una discreta quantità di vinili e perfino qualche musicassetta), un numero incalcolabile di "singoli" (tutti in digitale) e quasi 300 video.

Sto parlando di produzioni cosiddette "INDIPENDENTI" e ITALIANE, che arrivano da piccole etichette e autoproduzioni.
Non sono contemplate nella lista quelle "ufficiali" o per le major.
I generi musicali coprono una gamma pressoché completa dello scibile musicale, dal rock al punk, all'hardcore, funk, soul, jazz, sperimentazione, cantautorato, folk tradizionale, canzone d'autore, pop "commerciale", grunge, metal.
Veramente di tutto.

Nella maggior parte dei casi sono prodotti ben presentati e realizzati, curati e di buona qualità, sia a livello di registrazione che di proposta artistica e compositiva.
Significa che dietro c'è un lavoro affidato a studi di registrazione, video producers, registi/e, etichette, piccole produzioni, uffici stampa un sottobosco a quanto pare vitale, da cui emergono realtà giovani ed energiche.
Rimane la questione a monte: chi fruisce di questa bulimìa discografica?
Chi compra e ascolta questa mole di produzioni?
Come la ascolta?
Quando?

lunedì, febbraio 16, 2026

Riflessioni sul "rock nostrano" di Roberto Antoni

Riprendo, ARBITRARIAMENTE (se ci fossero contestazioni da un punto di vista di diritti in tal senso, mi si faccia sapere e sarò più che disponibile a cancellare il post) un intervento di ROBERTO (Freak) ANTONI ( di cui ricorreva l'anniversario della scomparsa, pochi giorni fa) nel numero 9 del novembre 1980 di "Musica 80", emerita rivista dalla vita breve.
Si parla di "rock nostrano" nel pezzo "Non esageriamo, son ragazzi..."

Quando si parla di "rock nostrano" le facce diventano rosse di vergogna; uno tossisce, l'altro guarda l'orologio, un altro corre al cesso e si chiude dentro e alla maggioranza dei presenti con dovere di parola non resta che adottare un atteggiamento: l'atteggiamento del furbo che parla con ironia e distacco dell'argomento...
Questo perché l'argomento non sembra serio, non ha carte in regola, non è degno di troppa attenzione.

"E' un po' come la scopiazzatura goffa, ingenua e indercorosa di un originale dignitoso e potente. Il rock vero nasce lontano, nel ciore dell'Impero. alle procince non restano che i tentativi risibili di imitazione dell'originale."

Tutto questo sembra pensare l'italiota (cioé anch'io) con grave senso di colpa e malcelato imbarazzo.
E poi quell'aggettivo!
Scusate ma quell'aggettivo "Nostrano" non aiuta per niente a smuovere le cose.
Il senso di inferiorità nazionale ne risente all'istante. Infatti, per evidenza di significato, tutto ciò che è nostrano non è esotico, bensì casereccio come il pane, il vino, il formaggio, la mercanzia di casa nostra che trovi nella prima drogheria.
E dopo il droghiere, passati il tabaccaio e il fruttivendolo, ecco il giornalaio.
Dal giornalaio ci trovai esposte le faccione irresistibili (ah che nostalgia!) di Bobby Solo, reo confesso di emulazione sudorata del Re Elvis; di Little Tony - piccolo Antonio - rocker borgataro di ispirazione Little Richard, buon interprete del pezzo "Cuore matto"; e quel geniale Celentano (Adriano) con un colpo alla Chuck Berry e la parodia facile del clan gangster alla Frank Sinatra, che non è mai stato un rocker però.

Ecco come stanno le cose.
Dobbiamo dirci la verità.
Siamo così provinciali che non ci resta una possibilità di riscatto:
l'annessione all'Impero (e forse oggi siamo maturi per questo passo) in qualità di 53° stato dell'Unione.
Oppure, al contrario, l'autodistruzione volontaria e determinata al consumo prolungato di prodotti nostrani (scusate se anch'io insisto sull'aggettivo cazzoso).
Dobbiamo fare una scelta, altrimenti non avremo una dignità di veri rockers!

giovedì, febbraio 12, 2026

Il punk in Italia nel 1977



Sfogliando vecchie riviste ho trovato alcune divertenti dichiarazioni di personaggi più o meno illustri a proposito del PUNK di cui, ai tempi, stava arrivando anche qualche eco qua in Italia.

Per il punk ho un vero e proprio rigetto, non riesco proprio ad assimilarlo, pur avendo vissuto l’era degli Stones.
Ma allora aveva un senso, ora no
.
(Renato Zero 12 ottobre 1977)

La prima regola del punk è non saper suonare.
E’ la degenerazione totale della musica inglese, non una cosa importante come dicono certi critici che ci mangiano su.
In Italia si vergognerebbero a fare cose di questo tipo.

(Franz Di Cioccio 28 marzo 1977)

Abbiamo impiegato 20 anni per ottenere rispetto per la nostra musica.
E questo punk è una cosa anti musicale, solo pieno di rabbia.
Quasi mi vergogno di ammettere che sono inglese.

(Kim Brown di Kim & the Cadillacs 16 febbraio 1978)

Forse il sistema sta riproponendo un’alternativa alle idee di sinistra.
Andy Warhol e la sua cultura decisamente di destra, sono stati la maggiore contrapposizione ai figli dei fiori.
Così Lou Reed che da Warhol è stato plagiato
.
(Franco Falsini dei Sensation’s Fix 9 gennaio 1976)

Non ricordo molti nome del beat, non comperavo dischi: mi piacevano gli Stones, forse più dei Beatles.
Il punk invece: mi sta bene un pezzettino di rock in mezzo a cinque ore di disco music.
Ma sono cose da copertina, ragazzi mascherati, che danno l’impressione del fenomeno da baraccone.
Chi ha visto da vicino i rockers e i mods dice che non ci sono grosse novità.
Non è per uno spillone in più…
.
(Augusto Daolio 5 febbraio 1978)

Alberto Radius (29 gennaio 1978) ascoltando “Rock n Roll” live dei Led Zeppelin !
Arrivano i punk!
Anche tu sei cascato nel tranello del punk ? Non mi dire di indovinare il nome, sono tutti uguali.
Il chitarrista mi piace, ehi ma qui si è perso !
Chi sono ? I Sex Pistols ?
Il difetto è acustico, si sente solo la chitarra, la voce non si capisce neppure.
Il punk è solo una riedizione del vecchio rockaccio
.

lunedì, febbraio 02, 2026

Il pasticcio di "Café Bleu" Special Edition degli Style Council

Previsto per il 31 gennaio l'atteso box special edition dedicato a "Café Bleu" degli STYLE COUNCIL è stato all'ultimo momento bloccato, nell'edizione fisica di 3 CD e 6 LP, dalla Universal e rinviato a metà maggio.
Presente invece (parzialmente) sulle piattaforme digitali.
Bisognerà attendere per i 91 brani (remix, BBC sessions, live, demo, versioni strumentali e alternative).

Premetto la mia ormai conclamata avversione per queste operazioni che, in tempo di internet, non aggiungono più nulla a quanto già conosciuto, se non scampoli del tutto trascurabili.
Come previsto, avendo avuto accesso precedentemente all'ascolto non ho, sinceramente, trovato particolari motivi per entusiasmarmi.
Buona parte del contenuto è già disponibile (b sides, mix, long version etc), gli inediti (talvolta davvero inutili) non vanno al di là della curiosità per gli hardcore fan.
Segnalo la cover live nel 1984 di "Hanging On To A Memory"dei Chairman Of The Board, molto tirata e dura rispetto all'originale e una velocissima (troppo) "Times Are Tight" di Jimmy Young dal vivo nel giugno 1983.

Cosa è successo?
Come specifica più chiaramente l'amico ed esperto Welleriano italiano numero UNO, Flavio Candiani/Cpt. Stax: "In pratica hanno inserito "The Whole point of no return II" (uscita un anno dopo, diversa nel testo e arrangiamento dalla prima, B side di "Walls Come Tumbling Down" pubblicato nel 1985 e facente parte dell'album successivo "Our Favourite Shop") e "You're the best thing remix" (anche questa uscita su un 12" mix, piuttosto diversa), all'interno del CD/vinile n° 2 che riproduce l'album come era uscito in vinile originariamente."

Alla fine emergono ben TRE errori.
E a quanto pare "I’ve heard through the grapevine that Weller is pretty pissed with this release."

CD2-2. "The Whole Point Of No Return" has been replaced with "The Whole Point II" (originally released in 1985 on the "Walls Come Tumbling Down" single).
CD2-10 "Album version of "You're The Best Thing" replaced with the Long Version, originally released in 1984 on the Groovin' 12").
CD3-5 "Long Hot Summer" (7" Version), replaced with the 89 7" Remix, originally released on the 1989 7" & CD Single.


Un errore clamoroso e inspiegabile che denota una notevole superficialità e una probabile mancata super visione da parte dei protagonisti.
Oltretutto copie errate sono già giunte a destinazione ad alcuni acquirenti che lo avevano ordinato su Amazon.

giovedì, gennaio 08, 2026

Gli album più venduti in Italia nel 2025

Il consueto (malinconico) sguardo ai più venduti in Italia nel 2025.

Tra gli ALBUM domina Olly con "Tutta vita", davanti a "Santana Money Gang" di Sfera Ebbasta & Shiva e a "Dio lo sa" di Geolier. Poi Bad Bunny, Lazza, Marracash.

Ancora Olly tra i Singoli in vetta con "Balorda nostalgia", seguito da Giorgia con "La cura per me" e Achille Lauro con "Incoscienti giovani".

Tra i Vinili è invece Caparezza a guidare con "Orbit orbit", davanti a Taylor Swift con "The life of a showgirl", terzo Olly con "Tutta vita".

Il 90% degli album in classifica è di artisti italiani, che rappresentano l'80% tra i singoli.

Rispetto a 10 anni fa, l’età media degli artisti presenti nella Top 10 degli album è scesa da 34,6 a 31,3 anni.

Lo streaming continua a guidare il mercato musicale e nell’anno che si è chiuso ha fatto segnare un +5,3% rispetto al 2024.
Vinile e CD conservano una nicchia solida di vendita.

In INGHILTERRA a guidare la classifica degli album più venduti nell'anno è Taylor Swift, davanti a Sabrina Carpenter e Ed Sheeran. Quarti gli Oasis con la compilation "Time Flies" e con (What’s the Story) Morning Glory? al settimo.

Anche in USA in vetta c'è Taylor Swift, seguita da Morgan Wallen, SZA, Bad Bunny, Kendrick Lamar. ottava Billie Eilish.

lunedì, novembre 03, 2025

La storia dell'Acid Jazz

In un periodo piuttosto complesso, l'aggiornamento quotidiano ( e compulsivo) del blog, ha subito qualche battuta d'arresto.
Ne approfitto pe riproprre vecchi articoli che reputo comunque interessanti.
Questo fu pubblicato due anni fa nelle pagine de "Il Manifesto"


Il musicologo e giornalista Charlie Gillett scrive, nel 1970, un'interessante considerazione sul legame tra la black music e la Gran Bretagna:
“C'é sempre stata una sorta di tradizione in Inghilterra fino dagli anni Venti, costantemente mantenuta da una minoranza di appassionati, nell'interesse per le forme meno conosciute della Black Music (“Negro Popular Music”). Con il succedersi delle varie mode musicali in Usa che rendevano gli stili progressivamente obsoleti, un gruppo di entusiasti in Europa si dedicarono a perpetuare quella musica collezionando dischi, importandoli e se possibile facendo suonare i protagonisti o riproponendo la loro musica con i loro gruppi”.

E’ un filo conduttore costantemente teso che ha portato l’Inghilterra a essere un costante laboratorio espressivo ed evolutivo per la “musica nera”.
Ballata nelle serate mod nei primi anni Sessanta e poi in quelle Northern Soul un decennio dopo, diventata colonna portante di buona parte della scena post wave dei primi anni Ottanta (da Jam e Style Council a Dexy’s Midnight Runners, Redskins ma anche in nomi ben più commerciali e abituali frequentatori delle parti alte delle classifiche, dai Simply Red ai Wham!, Spandau Ballett, ai synth pop-pers dei Soft Cell - vedi la celebre cover di “Tainted love” di Gloria Jones, agli Eurythmics che duettarono nientemeno che con la Regina del soul Aretha Franklin in “Sisters are doing for themselves” nel 1985).

Un sound diventato progressivamente “classico” e costantemente rielaborato dalle nuove generazioni.

Con il suggestivo nome di Acid Jazz (spesso l’importanza di un marchio - e in questo caso anche di un logo - è una chiave essenziale) alla fine degli anni Ottanta si creò una scena interessantissima che diede un enorme impulso al rinnovamento del contesto “black”.

Nel 1987 il DJ Gilles Peterson, già attivo con innovative trasmissioni radiofoniche e Eddie Piller, uno degli artefici della nuova ondata mod alla fine degli anni Settanta, mettono insieme competenze, esperienza e passione per dare voce a quei nuovi suoni che stavano spontaneamente emergendo dai club londinesi e che tornavano a mettere il jazz al centro dell’attenzione, dopo anni di punk, new wave e synth pop.
Ma non si trattava di sterili riproposizioni ma di un nuovo calderone di contaminazioni che attingeva anche dal soul, dall’elettronica, funk, musica latina, psichedelia, dance, guardava alle esperienze spoken word di Gil Scott Heron e Last Poets, non disdegnava elementi fusion, rap e hip hop.

I preveggenti Style Council di Paul Weller avevano, un po’ confusamente, indicato, poco prima, la strada, la neo nata Acid Jazz Records prendeva il timone e lo indirizzava verso nuovi lidi.
Gli inizi sono incerti e colgono di sorpresa il pubblico e gli stessi fondatori, tra i quali il sodalizio dura poco.
Qualche tempo dopo Gilles Peterson se ne va per formare l’altrettanto valida, sempre indirizzata sugli stessi binari, Talkin Loud Records.

Intanto la scena incomincia a esplodere, soprattutto grazie alle serate nel mitico Dingwall’s di Londra, un tempo patria del pub rock e che aveva dato ospitalità anche a molte punk band del primo periodo, tra infiammati dj set e concerti live.
Eddie Piller porta con sé in dote un nome di prestigio della sua precedente esperienza discografica con la Re-Elect The President, il James Taylor Quartet (filiazione dei fantastici mod heroes The Prisoners, da poco sciolti) tra i primi a riprendere quel cool jazz strumentale da colonna sonora anni Sessanta, tra Jimmy Smith e Booker T and the Mg’s.
Dagli inizi rudi e spontanei passeranno a sonorità e arrangiamenti sempre più raffinati, cogliendo il grande successo nel 1988,con la ripresa del tema della serie televisiva “Starsky and Hutch” con Fred Wesley e Pee Wee Ellis, sezione fiati di James Brown.
La band diventerà sempre più assidua frequentatrice dei dancefloor più sofisticati, si sposterà tra dance e ritorni a suoni più classici (anche nelle vesti semi occulte di New Jersey Kings), il leader James Taylor collaborerà con una lunga serie di grandi nomi, da Tom Jones agli U2, diventando una sorta di marchio di fabbrica, ricercato e stimato.

Piller porta con sé anche i Jazz Renegades dell’ex batterista degli Style Council, Steve White, più tradizionali e scontati.
A testimonianza del suo buon fiuto mette sotto contratto un promettente e sconosciuto gruppo, i Jamiroquai.
Che dopo un singolo per l’etichetta si accaseranno con un contratto multi milionario con una major e troveranno il successo mondiale.

“La Acid Jazz Records nacque dall’esplosione acid dei tardi anni ’80. Adoravamo il sound e l’atmosfera ma presto ci annoiammo della musica acid house.
Per scherzo, abbiamo dato vita alla nostra etichetta con pubblicazioni jazz, funk e soul ma con la trovata di aggiungere la parola “estranea” acid. L’etichetta fu subito un successo e sembrò catturare perfettamente l’essenza dei tempi.
La musica che pubblicavamo sembrava perfettamente adatta per il dancefloor e in seguito all’enorme successo dei Jamiroquai aprimmo il nostro club, il Blue Note, che ebbe grande successo e fu il primo di una nuova generazione di locali della zona di Hoxton a Londra”.
(Eddie Piller, intervista a Billboard).

Non lontani dal sound del James Taylor Quartet, anche se più frenetici, pulsanti, veloci e con il frequente uso della voce si mossero, dai primi anni 90, i Corduroy.
Tre album per la Acid Jazz, strumentalmente eccellenti, immagine smaccatamente Sixties, belle canzoni, retaggio Swinging London e un discreto successo commerciale.
Scioltisi alla fine degli anni Novanta sono tornati sulla scena recentemente con un nuovo, discreto, album pur se ornai fuori tempo massimo.

I Galliano furono tra le prime scelte della Acid Jazz Records, per la quale incisero, nel 1987, il singolo “Frederic Life Still”, stampato originariamente in cinquecento copie, andate esaurite in una settimana e arrivate velocemente alle diecimila, essenziale benzina per fare partire il motore dell’etichetta.
Vennero però subito portati dal dimissionario Gilles Peterson alla sua nuova creatura discografica Talkin Loud con la quale realizzarono i quattro album della breve carriera, finita allo scadere degli anni Novanta, tutti di discreto successo e che mischiavano funk, jazz e rap (erano definiti “la risposta di Finchley – quartiere di Londra - ai Last Poets”) in modo disinvolto e molto personale.

I Brand New Heavies vengono scoperti da Eddie Piller e lanciati con due eccellenti album tra il 1990 e 1992.
Il sound pesca nella tradizione soul funk ma con un approccio modernissimo, fresco, ritmato, a cui si aggiungono sonorità jazz e un groove di rara efficacia. Particolarità che li contraddistinguerà nel corso della carriera (tuttora la band è in attività) è la frequenza di collaborazioni esterne e cambi di cantanti e formazione, mantenendo però sempre il medesimo a
pproccio sonoro.
La band ha all’attivo una dozzina di album, alcuni dei quali arrivati a lusinghieri risultati di vendite nelle classifiche inglesi, nonostante, in questo senso, gli ultimi anni abbiano riservato loro scarse soddisfazioni.

Ebbero vita breve gli Young Disciples, guidati dalla splendida voce della cantante americana Carleen Anderson. Sfortunatamente, perché l’unico album realizzato, “Road to freedom” nel 1991 per la Talkin Loud, si configura come un perfetto manifesto di quella scena britannica che stava crescendo mischiando suoni, generi, ritmi diversi, collaborando e interagendo.
Soul, funk, hip hop, blues, gospel, rivisitati in chiave moderna con l’apporto di eccellenze del giro neo soul inglese.
Registrato negli studi di Paul Weller, i Solid Bond, tra i musicisti troviamo, oltre allo stesso Modfather in incognito, anche gli altri ex Style Council Mick Talbot e Steve White, Pee Wee Ellis, ex saxofonista di James Brown e i colleghi Fred Wesley e Maceo Perker, anche loro alla corte del Re del Funk e dei Parliament.
Un gioiello che influenzerà generazioni di nuovi artisti.
La Anderson (figlia di Vicky Anderson, corista di James Brown, che sposerà successivamente Bobby Bird, membro dei Blue Flames) se ne andrà dal gruppo sancendone la fine ma iniziando una proficua carriera solista più vicina a sonorità soul tradizionali, riprendendo in maniera magistrale brani come “Don’t look back in anger” degli Oasis o “Maybe I’m amazed” di Paul McCartney, collaborando con Paul Weller e, a lungo, con gli Incognito.

A proposito: gli Incognito sono da sempre uno dei gruppi di punta ascrivibili al concetto acid jazz.
Guidati da Jean Paul “Bluey” Maunick, unico componente rimasto fisso nella formazione dagli esordi ad oggi, hanno rappresentato al meglio il concetto di collettivo artistico che si arricchisce, aggiunge, cambia, progressivamente nel tempo, intorno a un’idea sonora
. Nel corso della lunga carriera si contano centinaia di membri della band (una sessantina solo i cantanti!).
Il loro esordio è addirittura nel 1981 con l’album dal programmatico titolo di “Jazz Funk” a cui seguono dieci anni di silenzio fino a quando non vengo o reclutati dalla Talkin Loud e incominciano il lungo percorso con il loro funk jazz tinto da groove anche disco e soul, una tecnica strumentale mostruosa, libere incursioni in altri generi e influenze. Più di una ventina di album, numerosi remix, collaborazioni a iosa, tour incessanti e qualche corroborante e occasionale apparizione nelle charts inglesi (nel 1991 “Always there” si arrampicò fino al sesto posto). Una corrente interna all’Acid Jazz si sviluppò parallelamente, mantenendo forti legami con il funk più ruspante mischiato a un sound che abbracciava Hammond grooves, beat, soul, Traffic, Small Faces, Booker T and the Mg’s e nuove influenze.

Ne furono tra principali rappresentanti i Mother Earth di Matt Deighton (che finì poi nella band di Paul Weller e sostituì Noel Gallagher negli Oasis in un tour del 2000, dopo uno dei tanti litigi con Liam).
Incisero tre ottimi album per la Acid Jazz Records a metà degli anni novanta, con l’aiuto di James Taylor, Paul Weller, Simon Bartholomew dei Brand New Heavies.
Deighton ha proseguito con una discreta carriera solista improntata a sonorità più folk rock.

Sulle stesse coordinate dei Morther Earth si mossero, nello stesso periodo, i Freak Power, guidati da Norman Cook (da poco uscito dagli Housemartins e in procinto di diventare una star con lo pseudonimo di Fat Boy Slim).
Due album e un singolo “Tune in, tune out, cope in” che, dopo un discreto successo, nel 1993, viene utilizzato in una pubblicità della Levi’s due anni dopo e sbanca le classifiche inglesi e non solo, vendendo 200.000 copie.

Anche una vecchia conoscenza come Graham Day dei Prisoners intraprende un cammino simile, con i Planet. “Splitting the humidity” è del 1995 ed è un bellissimo lavoro, come gran parte della produzione del chitarrista ma, come sua consuetudine, è un flop commerciale.
Dice Day:
“Mi è piaciuto fare qualcosa di totalmente diverso e trovavo esilarante guardare i volti dei fans mod dei Prisoners che semplicemente non sapeva no cosa pensare. Ho deliberatamente cercato di non scrivere canzoni con melodie come avevo sempre fatto prima e mi sono attenuto a riff di chitarra e ritmi funky. Stavo scrivendo un secondo album, ero tornato a uno stile più tradizionale e stavo parlando con due dei Mother Earth (che avevano appena perso il loro cantante Matt) riguardo alla possibilità di fare qualcosa insieme. avevo suonato un paio di canzoni in studio con loro quindi aveva senso. Sfortunatamente Eddie Piller ha detto che non voleva un secondo album (e non posso biasimarlo, non credo che il primo album abbia venduto molte copie) quindi non è successo niente e per i Planet è arrivata la fine”.

Tra le modalità espressive e compositive del giro acid jazz c’è il campionamento di grooves e ritmiche jazz e funk da sviluppare in nuove modalità.

E’ quello che diede il successo agli US3.
“Cantaloupe (flip fantasia)” campionava il classico “Cantaloupe Island” di Herbie Hancock, trasformandolo in un brano hip hop jazz. Il risultato fu un milione di copie vendute in Usa dell’album d’esordio del 1993 “Hand on the torch”.
Tutto il disco gioca su campionamenti di classici o brani minori di soul jazz, da Grant Green a Theolonious Monk, Art Blakey, Horace Silver. Il tutto con un gusto modernissimo e freschissimo.
La band prosegue con alterne vicende per una decina d’anni per poi tornare nell’oblìo. Rimane l’efficace slogan che li caratterizzava: “If jazz is the first way, and hip hop is the second way, then Us3 is the third way!”.

Non dissimile la strada intrapresa dagli UFO (United Future Organization), con un orientamento più lounge che facevano il paio (anche per le stesse origini di nascita) con i Pizzicato Five che, pur lontani dal concetto originale dell’ambito, sono tangenti a quelle atmosfere, più che altro per i riferimenti smaccatamente Sixties.

Anche l’Italia ha avuto una forte fascinazione per il genere (anche in virtù dei frequenti riferimenti alla tradizione lounge cinematografica di mostri sacri del genere come Ennio Morricone e Piero Piccioni, su tutti).
Da Nicola Conte a Francesco Gazzara, Link Quartet ai Jestofunk, furono numerose le band che calcarono quei ritmi e quei riferimenti grazie anche a etichette italiane come Irma e Schema che ne furono sapiente tramite per il pubblico nostrano e internazionale.
Un cenno anche alle numerose compilation che sono uscite nel corso del tempo ma in particolare a quelle che prepararono il terreno fertile all’esplosione della scena, riprendendo quanto veniva ballato e apprezzato nei dancefloor londinesi del tempo.

In particolare i DJ’s Baz Fe Jazz e Gilles Peterson nella serie “Acid Jazz”, raccolgono brani più o meno rari di Eddie Jefferson, Funk Inc, Jack McDuff, Charles Earland, Idris Muhammd o nella serie “Jazz Juice” per la sotto label della Ace Records , la Street Sounds, dove si passa (in otto volumi) da Miles Davis a Sergio Mendes dai Mar Keys a John Coltrane.
C’è anche la serie “Jazz Dance” (dal titolo esplicativo) con Lee Morgan, Roland Kirk, Art Blakey, Mel Tormè, Herbie Mann , Illinois Jacquet o il Ramsey Lewis Trio e quella intitolata “Soul Jazz” , sempre per la Ace, con Jimmy Smith, Hugh Masekela, Dizzie Gillespie. Parallelamente fioriscono anche quelle riservate alla miscela di jazz e sound latini, o più semplicemente “latin jazz” , con nomi come Mongo Santamaria, Ray Barretto, Tito Puente, Joe Bataan.

La Acid Jazz pubblicherà una lunga serie di significative compilation dal titolo “Totally Wired” colme di piccole gemme che documentavano le nuove uscite degli anni Novanta nell’ambito, tutt’ora preziose fotografie di un’epoca pulsante e innovativa, che guardava all’attualità e al futuro con le radici saldamente ancorate a un glorioso passato.

Che ci ha consegnato un sound e dischi che ancora oggi suonano attuali e stimolanti, senza avere perso quell’urgenza innovativa che trasmettevano e che sono il seme che ha fatto crescere così bene il giro inglese del New British Jazz, da Shabaka Hutchings agli Ezra Collective che ne sono una chiara prosecuzione artistica e di intenti.

martedì, ottobre 28, 2025

Power to the People (box set) e l'esclusione di "Woman is the Nigger of the World"

E' da poco uscito il lussuoso (e di conseguenza costoso) box set "Power to the People" di di John & Yoko Plastic Ono Band con il remix di "Some Time in New York City" del 1972, il live (pomeridiano e serale) dei concerti di John e Yoko, accompagnati dalla Elephant's Memory Band al Madison Square Garden il 30 agosto 1972 oltre a una serie di demo, provini e altro (ad esempio un libretto di 200 pagine).

Costo 200 euro circa con edizioni differenti più alla portata di portafoglio (ma con solo il live).
Concerto molto interessante, versioni potenti e tiratissime di "Come Together", "Cold Turkey", "Instant Karma", "Hound Dog" e varie dall'album di quell'anno, oltre a "Imagine".
La band suona bene, la testimonianza è importante, un buon live.
I demo, sono come quasi sempre accade, trascurabili, non ho ascoltato i provini e le jam in sala prove.

Il principale motivo di stupore è l'assenza (non giustificata e, a quanto pare, nemmeno citata nel libretto) di "Woman is the Nigger of the World", il cui titolo fu oggetto di censura e dibattito già alla sua uscita (John lo scelse volutamente come singolo).
Frase provocatoria e paradossale proprio per attirare l'attenzione sul doppio problema del razzismo e sessismo.
Ma eravamo nel 1972 e si sperava che, oltre mezzo secolo dopo, il problema fosse superato e il significato chiaramente comprensibile.

Decisamente ancora più grave, perché, al di là del contenuto artistico della canzone, omette, senza giustificazione alcuna, una parte dell'opera.
Ancora più sorprendente perché il remix è opera del figlio Sean Ono Lennon e l'operazione ha avuto l'avvallo di Yoko Ono.
Inspiegabile e sconcertante.

martedì, ottobre 21, 2025

La storia degli impianti voce

Riprendo l'articolo che scrissi sabato per Il Manifesto nell'inserto Alias, di un paio di anni fa, dedicato a una breve storia degli IMPIANTI VOCI.

Quando i Beatles salirono per l'ultima volta su un palco insieme, il 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco, si ritrovarono in mezzo a uno stadio di baseball, circondati, lontanissimi, sulle tribune, da 25.000 ragazzi e ragazze costantemente urlanti. Per i Fab Four c'erano due monitor agli angoli anteriori del palco, gli amplificatori con un microfono ciascuno e la batteria con la sola cassa microfonata.
Il tutto confluiva negli altoparlanti dello stadio utilizzati per i comunicati durante le partite.
Il rock era diventato grande, non più di pertinenza di piccoli locali o teatri ma una faccenda da stadi, pur trattandosi, in questo caso, ancora di un'eccezione.
Il garbo con cui veniva proposta fino ad allora la musica dal vivo dovette fare i conti con sonorità sempre più dure, chitarre elettriche, organi Hammond, batterie pulsanti e travolgenti, vocalità prorompenti, a beneficio di un pubblico sempre più ampio che non stava più nei piccoli spazi.

Fu l'ultimo concerto dei Beatles, sfiniti da una situazione che non gli permetteva più di suonare adeguatamente, tanto meno di sentirsi. Ringo Starr ha più volte dichiarato che negli ultimi tempi per sapere a che punto fosse il pezzo doveva basarsi sui movimenti dei compagni.

Paul, John e George spesso erano costretti a osservare su quali note stavano andando le mani degli altri per capire in che tonalità fosse la canzone.
Probabilmente con a disposizione gli impianti voce che qualche anno dopo sarebbero diventati la normalità, avrebbero considerato con più benevolenza l'ipotesi di riprendere a suonare dal vivo.
Ci volle un anno ma già dal Monterey Pop Festival del giugno 1967 le cose cambiarono radicalmente con l'arrivo di quello che é l'antesignano dei moderni PA.

LA STORIA
Gli albori del concetto di amplificazione risale agli Antichi Greci e all’Impero Romano, grazie ai principi dell’architetto Vitruvio che concepiva gli anfiteatri in maniera semicircolare con le sedute progressive verso l’alto a più livelli, sia per una veduta ideale dello spettacolo ma anche per catalizzare meglio il suono e consentire un ascolto ottimale. Anche in anni più recenti, la musica classica veniva composta in base al luogo in cui sarebbe stata suonata e proposta. La musica corale era solitamente lenta e solenne perché doveva essere ascoltata in chiese enormi e riverberanti. La musica sinfonica era grandiosa e maestosa perché il luogo d’ascolto erano grandi sale e teatri.

Allo stesso modo la musica da camera, che, come dice il nome, si suonava in stanze dalle misure contenute, era scritta in modo che si potessero distinguere archi e sfumature più veloci.
I compositori partivano da un concetto di musica già “mixata” scrivendo le parti specifiche di ogni strumento per ottenere l'equilibrio desiderato di ogni brano musicale.

Il termine PA è la contrazione di "Public Address", inteso come mezzo di comunicazione per raggiungere più persone possibili all'interno di stazioni ferroviarie, stadi, negozi, ospedali, aeroporti o hotel. Fino alla fine del XIX secolo, tutte le forme di comunicazione al pubblico venivano eseguite utilizzando l'acustica architettonica: non esistevano alternative praticabili per migliorare l'amplificazione del parlato.

Nel 1875 l'inventore e professore di musica britannico-americano David Edward Hughes creò il microfono a carbone.
Lo chiamò "microfono" per assonanza con il microscopio.
Nacque così il primo componente di un sistema PA moderno.
Poco prima della fine del secolo il fisico britannico Oliver Lodge inventò il primo altoparlante sperimentale a bobina al mondo, conosciuto come il "telefono urlante", alla base del principio che regola gli altoparlanti moderni: un diaframma fatto vibrare da una bobina mobile, il cui suono veniva poi amplificato da un corno svasato.
Nel 1906 l'inventore americano Lee DeForest crea l'Audion, primo dispositivo in grado di amplificare un segnale elettrico.
Edwin Jensen e Peter Pridham, ingegneri della società di elettronica americana Magnavox, durante una serie di test in laboratorio dal 1911 al 1915, collegarono un microfono e un altoparlante a una batteria da 12 volt, determinando il primo verificarsi di feedback acustico.

Il "Magnavox" diventa così il primo sistema PA elettrico al mondo, presentato a San Francisco il 24 dicembre 1915, con 100.000 persone che si affollarono per ascoltare la trasmissione di musica e discorsi natalizi.
L'impianto fu utilizzato dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson per parlare a una folla di 75.000 persone a San Diego. Anche la società britannica di telecomunicazioni Marconi per tutti gli anni Venti ha prodotto parecchi sistemi PA per fare fronte a un mercato sempre più in espansione ed esigente. Durante la seconda guerra mondiale vennero progressivamente perfezionati anche in funzione militare ma fino agli anni Cinquanta rimasero impianti di bassissima potenza, non superiori ai 25 watt.

Fu l'avvento del rock 'n' roll che impose la necessità di un'amplificazione che permettesse alle voci (e ad altri strumenti come fiati o pianoforte) di sentirsi sopra la potenza degli ampli da chitarra che arrivarono in breve tempo dai 50 ai 100 watt.

Negli anni Sessanta il problema divenne impellente perché molti locali non avevano impianti adeguati.
Proprio per questo molti gruppi incominciarono a portarsi un impianto voci, insieme agli strumenti, che fosse consono al loro sound. Molto spesso erano i gruppi a sistemare i volumi, non di rado regolandoli loro stessi durante il concerto, senza avere tecnici del suono in sala.
Quando i Beatles suonarono allo Shea Stadium di New York, nell'agosto del 1965, provarono ad ovviare al consueto problema che li attanagliava, distribuendo quattro casse da 175 watt ciascuna nello stadio per rendere intellegibile il suono.
Ma 42.000 persone urlanti produssero qualcosa come 140 decibel di rumore (pari a quello del decollo di un aereo a reazione), esattamente il doppio di quello dell'amplificazione.

Il fonico britannico Charlie Watkins è considerato come il "padre britannico dell'amplificazione".
Creò di fatto la disposizione mixer-amplificatore-altoparlante che figura ancora nella maggior parte dei sistemi PA contemporanei. Al Windsor Jazz & Blues Festival del 1967, Watkins presentò il suo sistema Slave PA, in grado di generare 1.000 W di potenza. Da questo momento le modalità inventate da Watkins divennero la norma nei festival musicali britannici.

Sempre nel 1967 John Meyer, successivamente fondatore della Meyer Sound Laboratories, fu il protagonista del leggendario Monterey Pop Festival per il quale elaborò un impianto di amplificazione a beneficio iniziale della Steve Miller Band.
"A quel tempo era tutto nuovo, con questo stile musicale completamente nuovo appena nato. Mi sono reso conto che avremmo dovuto iniziare a costruire un'intera nuova generazione di apparecchiature in grado di far fronte a questo livello di festival all'aperto. Monterey ha davvero aperto le cose. È stato un evento importante e sapevo che non sarebbe finita lì”.
Dal 16 al 18 giugno 1967 36.000 persone videro così all'opera Who, Hendrix, Janis Joplin, Canned Heat con un ascolto adeguato.

Nonostante nessuno si aspettasse il mezzo milione di persone, al Festival di Woodstock di sicuro era prevista una vasta affluenza di folla. Gli organizzatori si premurarono in anticipo per dare un ascolto adeguato al pubblico.
Michael Lang: “Saltò fuori questo pazzo di Boston che avrebbe voluto provarci. Bill Hanley aveva acquisito una certa fama sulla costa orientale, al Newport Folk Festival, al Newport Jazz Festival e ai concerti di Bill Graham al Fillmore East. Il suo obiettivo era semplice: dare a chi è seduto nell'ultimo posto la stessa esperienza di chi è in prima fila.”
Con la sua troupe pianificarono di piazzare le casse su una piattaforma sopraelevata costruita con compensato e impalcature a 22 metri di altezza a sinistra del palco. Il sistema era progettato per fornire l'audio a 200.000 persone (secondo quanto riferito il più grande fino a quel momento) ma alla fine ha raggiunto le orecchie di 500.000 con una buona qualità.

Ai tempi Hanley non si rendeva conto che stava facendo la storia dell'audio.
Interessante, osservando foto e filmati dell'evento, di come siano stati utilizzati, rispetto alle abitudini odierne, pochissimi microfoni.
La batteria di Michael Shrive dei Santana o quella di Keith Moon degli Who ne hanno, ad esempio, non più di quattro (rullante, cassa, timpano e un panoramico).

Gli anni Settanta consacrano e perfezionano, stabilendo degli standard, il concetto di impianto voci. Nel febbraio del 1970 Bob Heil costruì un impianto appositamente per i Grateful Dead, apportando innovazioni mai sperimentate in precedenza, riuscendo, grazie a un sistema di microfonaggio particolare ad evitare che l’aumento del volume provocasse dei feedback durante il concerto.
L’impianto fu portato fino a 20.000 watt e accompagnò tutto il tour della band americana, diventando un riferimento per i futuri impianti di amplificazione, soprattutto per gli Who che lo ingaggiarono per il giro americano ed europeo di “Who’s next”.
Pete Townshend gli commissionò un’ulteriore evoluzione, riuscendo ad arrivare a una potenza sonora di 115 decibel, posizionando quattro altoparlanti nei quattro angoli dei palasport in cui suonava la band.
I Deep Purple provarono a rubare agli Who lo scettro di band più rumorosa del mondo ma senza successo. Nel 1976 Townshend e compagni al “The Valley” di Londra arrivarono a 126 Decibel. Bob Heil fondò la Heil Sound e lavorò con numerose altre band.

Nel 1973 Owsley Stanley, fonico e progettista ma soprattutto produttore e spacciatore di LSD creò sempre per i Grateful Dead l’impianto Wall Of Sound, un muro di casse dalla potenza di oltre 25.000 watt che permetteva alla band di suonare senza spie sul palco perché i musicisti suonavano davanti alle casse, ascoltando lo stesso suono di cui usufruiva il pubblico.
La band lo utilizzò fino agli inizi degli anni Ottanta quando una struttura del genere diventò obsoleta a fronte della possibilità di ottenere performance simili senza dovere spostare un’incredibile massa di materiale tecnico.
Nel 1974, la casa produttrice britannica Soundcraft rivoluzionò il settore con la Series 1, la prima console di missaggio integrata in un flight case, a 12 e 16 canali, diventato universale tra i mixer analogici.
Fu in questo periodo e grazie alla Soundcraft che il mixer incominciò ad essere posizionato di fronte al palco per ascoltare ciò che effettivamente arrivava al pubblico, modalità che al giorno d’oggi pare ovvia e scontata ma che ai tempi fu una vera e propria innovazione per una corretta fruizione del suono. Contemporaneamente con il potenziamento degli impianti si rese necessario fornire i musicisti di stage monitor o spie.
Bill Hanley progettò così delle casse inclinate a 45 gradi da posizionare a terra in direzione dei musicisti, collegate a un mixer indipendente da gestire direttamente dal palco in base alle esigenze di ogni singolo componente della band che poteva e può utilizzare il volume adatto. Un sistema ancora più che attuale.
Nel 1987, la Garwood Communications ha prodotto Radio Station, il primo sistema IEM wireless in commercio. Oltre a risolvere i problemi di volume del palco, il sistema ha anche dato ai musicisti la libertà di muoversi su palchi di grandi dimensioni e continuare a sentire il loro mix del monitor senza essere legati a un'unica posizione.

Anche se i Pink Floyd iniziarono a utilizzare cuffie sul palco già negli anni Settanta.
Sempre nel 1987 arriva il mixer audio digitale creato dalla Yamaha, il DMP7: un mixer automatizzato per consentire ai tastieristi di gestire la loro gamma sempre più complessa di tastiere e di modificare automaticamente le impostazioni durante gli spettacoli.
E che poi è stato fruito progressivamente da ogni strumentista.
Con il digitale la qualità del suono è sensibilmente migliorata, anche in virtù della possibilità di configurare i volumi dei canali e poterli “richiamare” automaticamente senza doverli fissare in modo potenzialmente non preciso.
Potendo inoltre perfezionare la qualità del mix sera dopo sera.

I mixer digitali possono gestire un'elaborazione maggiore, accogliere un numero infinito di effetti ed essere logisticamente più contenuti in grandezza, maneggevoli e precisi.
La conseguenza è stato il progressivo abbandono delle console analogiche. Un ulteriore miglioramento arrivò nel 1993 grazie a Christian Heil della Heil Sound che introdusse il V-DOSC un sistema di casse che rivoluzionò l’ascolto.
Precedentemente, la potenza che usciva dell’impianto si disperdeva sulla distanza ovvero chi era più vicino sentiva più alto, chi si trovava lontano riceveva volumi più bassi e meno fedeli.
Il nuovo sistema lavora con casse adiacenti che si rinforzano nel suono l’una con l’altra favorendo una dispersione del suono orizzontale ottimale che consente una qualità di ascolto (soprattutto nei locali) uguale per tutti gli spettatori.

La tecnologia ormai fornisce costanti margini di miglioramento e sofisticazione, continuando però a basarsi su quelle fondamenta descritte più sopra, risalenti all’era pionieristica del contesto. Spesso scontrandosi però con l’inadeguatezza dei locali o delle location che ospitano i concerti, a potere consentire il massimo dello sfruttamento delle capacità dei nuovi impianti per farci ascoltare la musica nel migliore dei modi. A un’evoluzione tecnologica non corrispondono, se non in rari casi, luoghi in cui i frutti del progresso possano essere assaporati nel giusto modo.

BOX 1
Gli Iron Maiden detengono il record di grandezza di un impianto voci, quando nel 1988 al Monsters of Rock Festival di Castle Donnington schierarono 360 casse Turbosound sviluppando mezzo milione di watt e raggiungendo un picco di 140 decibel durante il loro concerto (a cui parteciparono, davanti a oltre 100.000 persone, anche Van Halen, Kiss, Metallica, Guns n Roses).

BOX2
Dave Clegg, protagonista a lungo della scena soul inglese ha sottolineato quanto fosse importante la potenza e la qualità degli impianti all’interno dei locali che suonavano Northern Soul a metà degli anni Settanta nel nord dell’Inghilterra:
La musica funzionava al Wigan Casino (mitico locale, “patria” della scena Northern Soul nda) soprattutto per la sua acustica. C'era questa grandissima hall e se prendevi ad esempio un brano come Heaven Is In Your Arms degli Admirations e lo sentivi dal balcone suonava splendidamente. Poi ne compravi una copia, la portavi a casa e sembrava una canzoncina per bambini. Se la canzone aveva il ritmo giusto funzionava, con la gente che ballava come pazza facendo acrobazie.

BOX3 Dal libro di Fabio Fantazzini”Dread Inna Inglan” un passaggio che sintetizza l’importanza dei Soundsystem nella cultura anglo caraibica negli anni 70.
"I sound system, come altri esempi all'interno della diaspora nera, assumono la funzione di rappresentazione di un blocco sociale sistematicamente escluso dai vari organi del sistema. Si configurano come spazi di resistenza culturale rispetto all'esclusione e alla marginalizzazione della comunità nera da parte delle istituzioni.
In secondo luogo acquisiscono maggiore rilevanza politica in quanto vettori comunicativi di messaggi (siano essi la cronaca di un evento o inviti alla ribellione) durante il picco del conflitto da istituzioni inglesi e controcultura nera...i sound system oltre ad essere un luogo di divertimento, sono uno spazio pubblico di scambio di informazioni e di discussione. Il sound system britannico che, in particolare negli anni Settanta, diventa uno spazio politico e un potente vessillo identitario.
Rispetto al reggae registrato su disco e ai club del centro che suonano soul, il sound system è un luogo dove si celebra e si difende l'identità nera senza compromessi, dove si sperimentano nuove forme musicali che influenzeranno tutta la musica britannica (e non solo) nei decenni avvenire e dove si raccontano e condividono le vicende di una comunità al tempo letteralmente presa d'assalto da istituzioni, polizia ed estremisti di destra."

lunedì, settembre 01, 2025

Musica e intelligenza artificiale

Nella mia rubrica settimanale "La musica che gira intorno" nelle pagine web di www.piacenzasera.it, parlo oggi, partendo dall'esempio dei Velvet Sundown (band generata da un algortimo) delle modalità d'uso dell'Intelligenza Arttificiale nella musica.

Qui:
https://www.piacenzasera.it/2025/09/suona-un-po-cosi-la-musica-generata-con-lintelligenza-artificiale-ma-che-futuro-ha/607821/

giovedì, luglio 17, 2025

La lunga estate degli anni Sessanta


Da un vecchio numero della rivista "Musica 80" (primissimi anni Ottanta) un interessante scritto di EDOARDO VIANELLO (si ! Quello de "I Watussi" e "Abbronzatissima"...) con una visione del periodo da chi operava in un contesto commerciale, leggero e lontano, almeno artisticamente, dalle "rivoluzioni" in atto.

La lunga estate degli anni 60.
Con questo slogan una nota casa discografica italiana ha riproposto recentemente i vecchi successi italiani degli anni 60 che costituiscono ancora oggi il momento più magico e più prolifico della canzone italiana moderna.
Gli anni 60 sono stati gli anni dei cantautori italiani che dopo la dittatura dei regimi "monarchici” dei Claudio Villa e delle Nilla Pizzi, comunque mai andati in esilio o sommariamente giustiziati come si addice ai veri monarchi dopo una rivoluzione, hanno preso il potere, amministrandolo saggiamente, nonostante le mode, le evoluzioni, la disco-music e il rock, al punto che oggi potrebbero indire libere elezioni e contare ancora in una schiacciante vittoria.

Analizziamo il motivo per cui la canzone italiana, marcata anni 60, oggi sta interessando anche le nuove generazioni.
In ogni forma d’arte (perdonatemi se intendo accostare la canzone alle espressioni artistiche ma considero arte tutto ciò che arriva ad una grande massa) ci sono dei caposcuola ai quali si rifanno dei gruppi, nei quali, a loro volta, ognuno trova poi una propria strada ed una propria personalità.

Il nostro caposcuola è stato Domenico Modugno che, alla fine degli anni 50, presentandosi sul palco di SanRemo con una canzone così straordinariamente diversa dagli schemi stantii del bel canto italico, riusciva in soli tre minuti, con quella sua grinta, con quel suo entusiasmo, con quella sua “zazzera” che, all’epoca, fece accapponare la pelle ai nostri genitori, a dare l’avvio alla grande rivoluzione della canzone italiana.
Senza dubbio a Modugno dobbiamo il fatto che possano essere nati i cantautori, autori di canzoni che non si sarebbero mai azzardati a cantarsele da soli se non fosse avventura questa rottura: il così detto bel canto lasciava il posto all’interpretazione.
Infatti il cantautore è soprattutto un interprete che riesce a coinvolgersi senza preoccuparsi se l’intonazione, la limpidezza della voce, la modulazione delle note siano perfette.
E allora hanno potuto cantare tutti, tutti coloro i quali avevamo la necessità di dire delle cose.
E sono arrivati Umberto Bindi, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Bruno Lauzi che con poca voce, ma con tanta personalità, sono riusciti ad imporre il loro stile e i loro brani.

Il movimento si è poi arricchito di interpreti straordinari che hanno incominciato ad apprezzare la canzone d’autore come Mina, Ornella Vanoni e di altri interpreti anch’essi a volte autori che in epoche precedenti non avrebbero certamente fatto centro.
Anch’io nasco nello stesso periodo benchè il mio repertorio si discosti nettamente dalle canzoni un po’ impegnate dei primi cantautori.

Ma il mio inserimento avviene a colpi di successi discografici. Divento il cantante dell’estate per antonomasia, proprio perché d’estate riesco a piazzare uno o più successi: “Il capello” nel 61, “I Watussi” e “Abbronzantissima” nel 63, “Guarda come dondolo” e “Pinna fucile ed occhiali” nel 62, “O mio signore” e “Tremarella” nel 64, “Da molto lontano” e “Il peperone” nel 65, scrivendo anche per la Pavone “La partita di pallone” che la porterà al successo nel 63.

Ma ricordo che a quei tempi ero guardato un po’ male dai colleghi che mi consideravano la pecora nera di questo “rinascimento “ per il contenuto spensierato delle mie canzoni.
Infatti solo col passare degli anni il mio repertorio ha preso consistenza, rimanendo il simbolo delle estati degli anni 60.
Poi la musica è cambiata.
I Beatles sono saliti in cattedra e ci hanno insegnato a scrivere, suonare e a cantare in un altro modo.
In Italia sono spuntati i complessi.
Il gusto del pubblico ha cominciato gradualmente a cambiare: si è evoluto, come ci hanno spiegato i giornali specializzati.
E i cantautori si sono messi da parte, trovando altre strade: nei night Paoli, il teatro Gaber, i Vianella il sottoscritto, il cabaret Lauzi.

L’oblìo gli altri, ma seguendo con attenzione questa evoluzione, che alla fine è diventata talmente esasperata , ai nostri giorni, da risultare incomprensibile ai molti e riservata a quella piccola elite che , per apprezzarla in pieno, deve ricorrere spesso a “stimoli” più o meno pesanti…
Finchè il pubblico, improvvisamente, ha sentito la necessità di riscoprire, per i giovani di conoscere, i testi di Paoli, Tenco, Lauzi, le melodie di Endrigo, di Bindi, la matematica ingenuità delle mie canzoni, la linearità, la semplicità e la poesia della lunga estate degli anni 60.

giovedì, luglio 10, 2025

Gli album più venduti in Italia nel primo semestre 2025

Classifiche dominate dalla musica italiana nel primo semestre del 2025.

Tra gli Album (fisico + download + streaming free & premium) in testa Olly con Tutta vita, seguito da Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva. Terzo Bad Bunny con Debí tirar más fotos, unico titolo straniero nelle prime 25 posizioni.
Lucio Corsi al ventesimo posto, Brunori Sas trentanovesimo, Billie Eilish 42°, Kendrick lamar 50°, Pink Floyd "Live at Pompei" 79° posto, "AM" degli Arctic Monkeys 91°.
Il resto è musica leggera, trap e affini.

Sempre Olly primo tra i Singoli (download + streaming free & premium + video streaming), dominata da Balorda nostalgia, seconda Giorgia con La cura per me e terzo Achille Lauro con Incoscienti giovani.

Tra Vinili, Cd e Musicassette, al primo posto Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva, Ranch di Salmo al secondo posto ed È finita la pace di Marracash in terza posizione. "Live at Pompei" dei Pink Floyd è ottavo.

Vendite guidate dallo streaming (+7,1%), crescono i volumi del segmento premium del 15% e che sfiora la cifra record dei 50 miliardi di stream (free + premium) totalizzati. In linea con il dato annuale del 2024, è molto lieve invece la flessione del fisico, che segna -2% ma che vede crescere il vinile del 10%.

mercoledì, luglio 02, 2025

Suonare in USA in epoca Trump

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto" e dedicato alle problematiche sorte pèer molti gruppi per suonare negli Stati uniti dopo l'avvento di Trumpo.

Si sono recentemente verificati alcuni casi, di varia natura, in cui alcuni gruppi musicali e artisti hanno dovuto annullare tour e concerti negli Stati Uniti per problematiche legate alla concessione dei visti.
Non è del tutto chiaro se l'avvento della sciagurata amministrazione Trump sia la causa principale.
Probabilmente il cambiamento di procedure e il taglio di posti nelle istituzioni incomincia a creare qualche disagio.

Un membro di una band italiana, a cui il tour è stato annullato, riferisce:
“Di base ci ha detto un avvocato di Brooklyn che ci sono molti ritardi e che sono nel caos. Ci hanno sconsigliato di rischedulare un tour a breve perché pare che i visti vengano gestiti da un unico ufficio (motivo dei ritardi)."

Qualcosa di simile è accaduto alla band inglese degli Uk Subs, tra le più rappresentative della scena punk della prima ora.
Il cantante Charlie Harper è riuscito a entrare senza troppi problemi, al contrario del resto della band che è stata rispedita al mittente, in modo piuttosto rozzo ed energico, dopo undici ore di viaggio in aereo. Il batterista Alvin Gibbs denuncia di essere stato lasciato seduto in una stanza di detenzione "per 25 ore senza dormire e con solo un piatto di noodle e un paio di tazze di tè a sostenermi".
Si è chiesto in un post pubblico se non fosse che le sue recenti dichiarazioni poco lusinghiere su Trump potessero essere una ragione, visto che nessuno gli ha dato spiegazioni.
Concludendo che il cantante è invece passato forse perché “ha sorpreso un agente dell'immigrazione alla fine del turno desideroso di tornare a casa alla svelta”.

Nel frattempo Neil Young ha rincarato la dose "Quando vado a suonare in Europa, se parlo male di Donald Trump, potrei essere uno di quelli che tornano in America e vengono banditi o messi in prigione a dormire su un pavimento di cemento con una coperta di alluminio. E se torno dall'Europa e vengo bandito, non posso fare il mio tour negli Stati Uniti e tutti quelli che hanno comprato i biglietti non potranno venire a un mio concerto."

Si stanno nel frattempo intensificando le voci di turisti o lavoratori europei a cui viene rifiutato l'ingresso o che addirittura subiscano periodi di detenzione.
Ma soprattutto aumentano i casi di artisti che preferiscono non rischiare di investire soldi e tempo in tour americani con il rischio che tutto vada in fumo, in questo clima di incertezza.

La band indie canadese Shred Kelly ha recentemente annullato il previsto tour negli States nonostante avesse ottenuto tutta la documentazione necessaria, inclusi i visti per le esibizioni e l'iscrizione al sindacato.
"Non eravamo sicuri di attraversare il confine", ha dichiarato il tastierista Sage McBride. "Non potevamo correre il rischio". Il gruppo aveva già investito oltre 5.000 dollari canadesi nell'elaborazione e nella documentazione dei visti.

L'organizzazione no profit Tamizdat, che supporta artisti internazionali, segnala che ordini esecutivi e cambiamenti nell'applicazione delle leggi potrebbero portare a esclusioni per vaghi e imprecisati motivi di sicurezza. Negli ultimi mesi, oltre trecento visti sarebbero stati revocati, alcuni dei quali legati all'espressione politica. Una band messicana è stata respinta al confine dopo aver fatto un riferimento politico durante un concerto. "È difficile dire che vada tutto bene, perché non è così", ha dichiarato al Los Angeles Times Matthew Covey, direttore esecutivo di Tamizdat.
"Hanno ragione di preoccuparsi. Si aggiunge a un clima di tournée già difficile, un ulteriore strato di paura politica. C'è il rischio che gli artisti guardino ad altri mercati invece che agli Stati Uniti."

In realtà il problema viene da più lontano.
Già nella primavera del 2024, l'amministrazione Biden aveva aumentato del 250% il costo del visto necessario ai musicisti, non solo europei, per tenere concerti e tour negli Stati Uniti, passando da 460 a oltre 1.615 dollari per ogni domanda.
La procedura di richiesta è inoltre macchinosa e coinvolge diverse agenzie e passaggi, dalla consultazione con i sindacati, ai colloqui di persona presso i consolati. Le decisioni definitive sull'ingresso spettano ai funzionari della Dogana e della Protezione delle Frontiere, rendendo i risultati imprevedibili. Come ha dichiarato un responsabile delle prenotazioni al Los Angeles Times: "È come lanciare una moneta".

I visti richiesti sono essenzialmente due:
il primo consente di rimanere per motivi professionali fino ad un anno mentre il secondo è riservato agli artisti che dimostrino di avere “capacità straordinarie” nel campo delle arti e ha una durata fino a tre anni.

Come riferiva un articolo di JazzItalia.it:
alla richiesta bisogna allegare un questionario di venti pagine con domande che passano dallo stato di salute, alle convinzioni politiche ed eventuali soggiorni in paesi ostili (pratica in uso da lungo tempo).
In più è necessario aggiungere una documentazione di articoli di giornale, elenco di concerti tenuti, video musicali, album pubblicati, indicando itinerari e concerti da tenere negli USA con copia dei relativi contratti stipulati, attestazione di discografici e produttori per dimostrare di essere “musicisti in carriera”.
Decine di pagine di materiale per il quale bisogna attendere fino a sei mesi per una risposta. A cui, è noto, bisogna unire la stipula di un'assicurazione sanitaria (dal costo variabile da 200 a 1000 dollari al mese) che paghi eventuali spese ospedaliere che in America non vengono minimamente coperte (un ricovero al Pronto Soccorso costa 1000 dollari, una degenza ospedaliera dai 2000 ai 3000 dollari al giorno). Non dimenticando poi le tasse sui proventi maturati nel tour, costi di trasferimento, alloggio, vitto, noleggi vari, imprevisti.

La reciprocità non è invece assolutamente equa, visto che per gli americani che vengono a suonare in Italia i costi sono infinitamente più abbordabili, se non trascurabili.

Personalmente ricordo due tour che feci come batterista dei Link Quartet nei primi anni Duemila in una decina di stati americani.
L'organizzatore ci esortò a non rivelare il nostro status di musicisti (nonostante un basso e una chitarra potessero indurre a qualche sospetto) per non incorrere in problematiche con le regole sindacali, molto restrittive.
Ci andò bene entrambe le volte e non trovammo nessun problema nella quindicina di date dal Wisconsin, al Colorado, California, Oregon.
Probabilmente perché eravamo un gruppo totalmente sconosciuto.

Ma invece qualche tempo dopo un gruppo di amici partì per una serie di date in California.
Arrivati a Los Angeles furono fatti accomodare in un ufficio, venne mostrata loro una serie di volantini e ritagli di giornali e addirittura fanzines con le date previste e fatti “confessare” di essere loro i protagonisti del tour.
A risposta affermativa vennero trasferiti in un'altra ala dell'aeroporto e imbarcati (a loro spese naturalmente) e rispediti immediatamente in Italia. Il problema dunque sussiste, a monte della Trumpizzazione americana.
Che sta però portando a un ulteriore aspetto ovvero la rinuncia da parte di molti gruppi di medio/basso calibro (ovviamente i grandi nomi non hanno nessuna necessità né economica né di permessi di entrata) oltre a qualche “militante”, alle esibizioni americane.

Soprattutto quelli impegnati nelle lotte Lgbtq+ che temono discriminazioni o vessazioni, oltre a esercitare una forma di protesta nei confronti delle politiche della nuova amministrazione.

Grande è il disordine sotto il cielo ma la situazione non è né eccellente né interessante.
Semplicemente desolante.
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