giovedì, marzo 05, 2026

Bulimia discografica italiana

Probabilmente molti di coloro che mi leggono sanno che lavoro a RadioCoop (da ormai 23 anni), la struttura che diffonde musica, comunicati, redazionali etc all'interno degli omonimi supermercati in Italia.
Tra le altre cose gestisco il sito www.radiocoop.it e la posta in entrata relativa alle proposte musicali.

In questi giorni ho fatto ordine nelle mail, constatando che nei primi due mesi del 2026 sono arrivati tra digitale e fisico circa 200 album (con una discreta quantità di vinili e perfino qualche musicassetta), un numero incalcolabile di "singoli" (tutti in digitale) e quasi 300 video.

Sto parlando di produzioni cosiddette "INDIPENDENTI" e ITALIANE, che arrivano da piccole etichette e autoproduzioni.
Non sono contemplate nella lista quelle "ufficiali" o per le major.
I generi musicali coprono una gamma pressoché completa dello scibile musicale, dal rock al punk, all'hardcore, funk, soul, jazz, sperimentazione, cantautorato, folk tradizionale, canzone d'autore, pop "commerciale", grunge, metal.
Veramente di tutto.

Nella maggior parte dei casi sono prodotti ben presentati e realizzati, curati e di buona qualità, sia a livello di registrazione che di proposta artistica e compositiva.
Significa che dietro c'è un lavoro affidato a studi di registrazione, video producers, registi/e, etichette, piccole produzioni, uffici stampa un sottobosco a quanto pare vitale, da cui emergono realtà giovani ed energiche.
Rimane la questione a monte: chi fruisce di questa bulimìa discografica?
Chi compra e ascolta questa mole di produzioni?
Come la ascolta?
Quando?

3 commenti:

  1. Vent'anni fa abbiamo vissuto un periodo d'oro per la musica live, l'Italia piena di locali, suonavi con la tua band dovunque e anche se eri sconosciuto 100 persone le facevi perché era un evento curato con un proprio pubblico, o perché c'era il dj set dopo ed erano abituati a vedere la band che veniva da fuori. O semplicemente, come sospetto, perché non c'era modo di vedere facilmente che musica facessero, Internet era ancora uno strumento marginale, c'era una sorta di "aura" e il piacere della scoperta. Mi sa che il problema non è tanto l'iperproduzione, ma quanto la facilità estrema di fruire di queste produzioni, che le svaluta totalmente. La cosiddetta "scarcity" del resto è una legge del mercato di lusso, e secondo me la musica, l'arte in genere dovrebbero imparare oggi dal marketing dei beni di lusso, di nicchia, iniziatici, perché è questo di cui si tratta ormai, siamo come un grande gruppo di appassionati di modellismo o collezionisti. Una famosa marca americana, Supreme, ha fatto della difficoltà di reperimento la sua cifra - una cosa che già apparteneva, ad esempio, alla Rolex. Una via coraggiosa per gli artisti potrebbe essere rimuoversi da streaming, social, ricreare quella sorta di aura iniziatica, se mi vuoi mi vieni a cercare. Certo ci vuole coraggio e pianificazione a farlo, ma potrebbe funzionare. O forse qualcuno già lo fa.

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  2. Sono d'accordo con le tue considerazioni. Domani posterò un articolo molto interessante sulla "morte di Spotify" che in qualche modo ricalca le considerazioni che hai appena fatto.

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  3. Si è condivisibile il commento di Luigi, sarà che non facile orientarsi, una volta c'erano le fanzine e le riviste musicali. Comunque come mio commento ho comprato l'ultimo album dei Caveiras, band Toscana che si muove fra ritmi brasiliana, elettronica e un un approccio di protesta...

    https://ur-suoni.bandcamp.com/album/guerra-total-na-boca-do-lixo

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