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lunedì, marzo 16, 2026

Red Ronnie su "London calling" - Popster 1980



Nel marzo del 1980 RED RONNIE recensiva sul mensile POPSTER il nuovo album dei CLASH, "London calling" dividendo il suo parere in pilatesco doppio giudizio, l'uno antitetico all'altro, ma che ben riassumeva lo stupore di molti punk e affini al cospetto del nuovo stupefacente (per suoni, approccio, varietà) album della band di Strummer e soci.
L'ho ricopiato per voi....

A)
I Clash facevano meglio a sciogliersi subito dopo il primo album invece di tentare esperimenti di noioso heavy metal prima e di banale musichetta ora.
Il “Gruppo punk per eccellenza” si è reso definitivamente ridicolo, gettando ombre, fango e merda su un passato glorioso. Anche se questa porcheria farà la loro fortuna commerciale, chi li amava è costretto a voltare le spalle sdegnato.
Ma sono veramente i Clash a suonare ? A parte il brano "London calling" rifiuto di crederlo.
Per i posteri punk significherà d’ora in poi solo Sex Pistols, che troneggiano incontaminati.

B)
I Clash raggiungono finalmente con questo stupendo disco una consacrazione musicale. Abbandonata la sorda rabbia degli esordi ed il poco convincente heavy metal di “Give em enough rope” si aprono ad altre esperienze che colorano in modo vario e godibile la loro musica prima monocolore.
C’è persino dello swing in “Jimmy jazz”. Incuranti di chi , dandoli per spacciati , li aspettava al varco, si sono concessi pause spensierate interpretando brani altrui, come il classico “Brand new Cadillac”.
C’è pure un brano fantasma, “Train in vain”, molto sixties, che, senza alcuna segnalazione, chiude l’ultimo lato.
Con questo doppio album i Clash fanno centro due volte in un colpo solo; ed ora anche l’America che li annoiava tanto (“I’m so bored with Usa”) è ai loro piedi.

PS: Scegliete la recensione che ognuno preferisce, per me pari sono.

POPSTER MARZO 1980

lunedì, luglio 21, 2025

ONE LAW FOR THEM dei 4 Skins - Chi sono “loro”?

Un prezioso e interessantissimo contributo dell'amico ANTONIO ROMANO (collaboratore del blog in questa rubrica: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Antonio%20Romano) relativamente a una canzone dei 4 SKINS, una delle prime band della nuova scena skinhead inglese dei primi anni Ottanta.

https://www.youtube.com/watch?v=_Fas4wFgAVU

Nel 1981, nel cuore del thatcherismo, tra disoccupazione di massa, tagli al welfare e rivolte urbane, i 4-Skins pubblicarono “One Law for Them”, divenuto uno degli anthem della musica Oi!.

Il titolo sembra esprimere con chiarezza un sentimento largamente diffuso nei quartieri popolari inglesi: esistono due pesi e due misure, una legge per “loro” – le élite, i politici, la polizia – e un’altra per “noi” - gli esclusi, i giovani cresciuti tra austerity, violenza e sfiducia.
Anche se in vita mia l’ho ascoltato e cantato centinaia di volte, analizzarne oggi il testo e il contesto con uno sguardo più maturo mi costringe a fare i conti con una confusione di fondo che un tempo ignoravo, ma che ora, da giovane adulto e convinto socialista, riconosco, pur comprendendo la rabbia che la muove.

Il brano si apre con una strofa fortemente ambigua.
Da un lato c’è l’immagine del “noi”: i giovani bianchi della classe operaia, che vanno allo stadio, si lasciano andare a forme episodiche e tutto sommato lievi di vandalismo, come lanciare un mattone, e vengono puniti con durezza.
Dall’altro, “loro”: i giovani immigrati che abitano nei ghetti urbani, descritti come autori di rivolte e saccheggi, ma secondo il testo lasciati liberi di agire nel crimine. Il messaggio implicito è chiaro e disturbante: “noi” perseguitati per ogni gesto, “loro” impuniti anche nella violenza.

È il racconto di una doppia morale che però oppone implicitamente due categorie sociali e razziali. La strofa evoca i quartieri afro-caraibici e asiatici di Londra e Liverpool, che nel 1981 furono teatro di rivolte esplose per cause che non esito a definire legittime: abusi polizieschi, discriminazione sistemica, esclusione sociale.

È una narrazione pericolosa perché, in sostanza, alimenta la guerra tra poveri, spostando il bersaglio della rabbia dal potere a chi, come noi, subisce la stessa oppressione.
Più pesante ancora è il riferimento, appena velato ma evidente, all’infame discorso di Enoch Powell del 1968, passato alla storia come “Rivers of Blood”.
Powell, deputato conservatore, tuonò contro l’immigrazione con toni apocalittici, prevedendo fiumi di sangue e guerre civili.
Fu un discorso profondamente razzista, che legittimò l’odio verso gli immigrati e fornì argomenti all’estrema destra inglese per decenni, fino ai giorni nostri.
Nella canzone, i 4-Skins dicono: “Siamo stati avvertiti dei fiumi di sangue, ora vediamo il rivolo prima dell’alluvione”.
Il discorso di Powell viene inequivocabilmente citato, senza contestarlo, senza parodiarlo né denunciarlo. Si limitano a evocarlo, lasciandone sospeso il senso e libera l’interpretazione.

Per una scena come quella Oi! dei primi 80s, già frequentata da skinhead apertamente nazionalisti ed infiltrata dai partiti neonazisti, questo riferimento era un segnale inquietante, che contribuì a far percepire la band come vicina a certe pulsioni reazionarie.
Non solo: il 4 luglio 1981, i 4-Skins, insieme a The Business e Last Resort, si trovarono coinvolti nei tristemente celebri scontri di Southall, dove suonarono in un pub situato in un quartiere a maggioranza asiatica.
La presenza massiccia di skinhead portò a violenze, scontri con la comunità locale, intervento della polizia, decine di feriti e l’incendio del locale.
Questo episodio segnò un punto di rottura: la scena Oi! fu etichettata definitivamente come pericolosa e razzista, e molte band vennero bandite dai locali.
Anche se i 4-Skins non furono gli artefici diretti della violenza, la loro immagine fu associata all’episodio e delegittimata, assieme a quella di tutto il movimento skinhead.

Dopo la strofa iniziale, il testo si concentra sull’esperienza quotidiana della working class, tra disoccupazione, alienazione, povertà.
Dato che non voglio ergermi a giudice di nulla, dico anche che l’ambiguità della parte di testo che ho approfondito va letta anche alla luce dell’età e dell’ambiente dei componenti del gruppo.
Nel 1981, il bassista e leader Hoxton Tom McCourt e il cantante Gary Hodges avevano appena 20 anni.
Provenivano entrambi da quartieri operai dell’East London, con esperienze dirette di marginalità e repressione.
La loro musica era un urlo istintivo di una generazione senza prospettive. Ma proprio questa spontaneità, priva di una riflessione politica matura, li rendeva vulnerabili al rischio di riprodurre, anche inconsapevolmente, le retoriche utilizzate dall’estrema destra, dandole inoltre in pasto alla stampa sensazionalista.

I 4-Skins, indubbiamente tra i migliori gruppi della prima generazione dell’Oi!, furono anche tra i più impulsivi, più grezzi e, probabilmente, meno politicamente consapevoli.
La loro rabbia era autentica, ma, come nel caso delle strofe che sto commentando, mal indirizzata. “One Law for Them” è una canzone che colpisce duro, ma lo fa anche contro bersagli sbagliati.

È un documento della frustrazione operaia dell’epoca, ma anche, direi ora, un monito:
la protesta, se non guidata da una visione e da autentica coscienza di classe, può restare rumore e tornare persino utile al potere. Perché “una legge per loro, un’altra per noi” è uno slogan potente, ma se non capiamo chi sono davvero “loro”, rischiamo di colpire chi è già a terra accanto a noi.
Per concludere, e solo per fare un rapido paragone con la stessa scena Oi! di poco precedente e di poco successiva, esisteva un’altra strada, che altri gruppi seppero percorrere con più lucidità e coraggio.

Gli Sham 69, ad esempio, furono pionieri nel costruire un messaggio apertamente antirazzista e unitario. Pensiamo solo che “If the Kids Are United” è stata pubblicata nel 1978, quando Jimmy Pursey aveva 23 anni, e conteneva un messaggio semplicissimo quanto radicale: se i giovani sono uniti, nessuno potrà dividerli. Nessun nemico etnico, nessuna competizione tra poveri, solo solidarietà.

Allo stesso modo, gli Angelic Upstarts, provenienti dal Nord-Est minerario dell’Inghilterra, furono sempre più esplicitamente antifascisti, socialisti e militanti. La loro immortale “Solidarity”, pubblicata nel 1983, è un inno alla fratellanza tra oppressi, ispirato al movimento sindacale polacco ma applicabile ovunque vi siano sfruttamento e ingiustizia.
A onor del vero, si tratta di un brano successivo agli esordi dell’Oi!: il frontman Mensi aveva 27 anni, e la sua scrittura mostrava ormai una consapevolezza politica affinata e matura.

Quello che voglio sottolineare è che, per gli Upstarts, il “noi” non coincideva con la sola gioventù bianca, ma con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente da razza, provenienza o condizione: neri, bianchi, asiatici, disoccupati, sfruttati.
Uniti non dall’identità etnica, ma dalla comune esperienza dell’oppressione.

giovedì, giugno 05, 2025

Alberto Radius - Gente di Dublino

Alberto Radius è sempre stato, notoriamente, un cane sciolto all'interno della musica italiana, addirittura accusato di essere di "destra", in quanto mai esplicitamente schierato "a sinistra".
D'altronde era stato esplicito nel suo brano più famoso, "Nel ghetto" nel 1997: "Io non ho un partito, non mi basta il sindacato, un lavoro non me l'hanno mai trovato".

Ha lasciato piccoli gioielli come l'esordio omonimo del 1972, "Carta straccia" (1977) e "America goodbye" (1979).
Meno conosciuto e considerato "Gente di Dublino" del 1982.

Formidabile session man (Lucio Battisti, Pierangelo Bertoli, Alice, Milva, produttore di Giuni Russo), grande chitarrista con Formula 3 e Il Volo, cantante dalla voce personalissima, nei primi anni 80 collabora e suona con Franco Battiato per "La voce del padrone".
Ne approfitta per incidere un suo album con lo stesso (spettacolare) gruppo di musicisti: Sante Palumbo – pianoforte Paolo Donnarumma – basso, Alfredo Golino – batteria, Filippo Destrieri – tastiera, Stefano Pulga – pianoforte, Pietro Pellegrini – programmazione.

L'album è di altissima qualità.
Mezzora di musica che spazia dal pop, al rock, a costanti venature funk ("Centro Campo"), qualche cenno all'amato reggae.
Ci sono almeno due brani che avrebbero meritato il profilo di classico, il rock bluesy di "Lombardia" in cui si sente tutta la sua caratteristica anima compositiva, da subito riconoscibile e il pesante rock di "Olè".

C'è anche una sorpresa, rivelata successivamente.
Ovvero il diretto coinvolgimento compositivo di Franco Battiato nel disco (non mancano in effetti rimandi vicini alla penna del grande artista), sicuramente nei testi di un paio di brani "Centrocampo" (Sugli effetti dell’agopuntura sono quasi sicuro di me/Collegarmi alla mitologia dovrei) e "Gente di Dublino" (Le vacanze di settembre nella casa di Crimea/Forse tu pensi ancora che io ho letto troppo Marco Polo), decisamente vicini alla scrittura di Battiato.

Un lavoro di grande pregio, ovviamente contestualizzato al periodo di incisione ma che continua ad avere, oltre 40 anni dopo, grande fascino ed espressività.

In Lombardia
https://www.youtube.com/watch?v=wXYMFYEvm7E

Centro Campo
https://www.youtube.com/watch?v=c2KJYHnnEss

martedì, maggio 06, 2025

Missing Boys e la new wave in Sardegna

Riprendo l'articolo che ho pubblicato un paio di settimane fa nelle pagine de "Il manifesto"nelle pagine di "Alias" che ampliava la segnalazione del blog qui : https://tonyface.blogspot.com/2025/03/the-missing-boys-di-davide-catinari.html relativa al docufilm di Davide Catinari "Missing Boys" sulla new wave in Sardegna dal 1979 al 1989.

Sono sempre più numerose le pubblicazioni, i video, gli approfondimenti su un periodo fino a pochi anni fa nebuloso, poco documentato, più spesso male interpretato e riferito, con inesattezze, omissioni, approssimazioni.
Ovvero quegli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta in cui punk e new wave divennero per molti/e giovani un'alternativa identitaria alle contrapposizioni ideologiche (come sappiamo, non di rado violente e tragiche) e allo tsunami di eroina che travolse l'Italia ma non solo, lasciando lutti e distruzione, morale e sociale.
Dapprima poche decine di persone, poi centinaia e infine migliaia, vestirono abiti di matrice anglosassone, inconsueti, spesso oltraggiosi, cambiarono gusti musicali, affossando gli abituali ascolti di cantautori, prog, jazz fusion, discomusic, adottarono uno stile di vita contrapposto a quello usuale.
Si ritagliarono una nicchia osteggiata praticamente da tutti ma crearono un nuovo stile, cosiddetto sottoculturale che esaltava il concetto di “noi contro di voi” ma anche quello del “noi senza di voi”.

In Italia una particolarità dell'epoca fu l'esplosione di creatività nella provincia, nei luoghi in cui l'abbandono e il degrado culturale erano più forti e insopportabili.
La Sardegna era un luogo ancora più difficile da vivere in quest'ottica. Un luogo lontano, quasi inaccessibile, di cui si parlava solo per le spiagge immacolate o per la delinquenza e i rapimenti.
Eppure anche qui, più probabilmente PROPRIO QUI, punk e new wave arrivarono e con forza. Lo descrive bene Davide Catinari (musicista con i Dorian Gray, scrittore, autore, “terrorista emozionale”) nel docufilm “The Missing Boys”, vincitore nella categoria “Best Documentary Feature” al New York Indipendent Cinema Awards e al “Cannes Indipendent Shorts”, attualmente in tour con vari proiezioni lungo la Penisola.

Scorrono le immagini di nomi seminali della scena new wave locale come Agorà, Anonimia, Autosuggestion, Crepesuzette, Démodé, Ici on va faire, Maniumane, Physique du role, Polarphoto, Quartz, Rosa delle Ceneri, Vapore 36, Weltanschauung, si susseguono le testimonianze dei protagonisti dell'epoca (dal 1979 al 1989).

Lo stesso regista ci spiega come arrivavano i semi di quel nuovo frutto (proibito).
Il passaparola di coloro che tornavano da Londra era il sacro Graal a cui riferirsi, perché le testimonianze di prima mano, unite alla valigia di dischi comprati sul posto, oltre a qualche fanzine, erano le uniche fonti di conoscenza per comprendere cosa realmente stesse accadendo oltremare.
Successivamente si aprì il canale del mail order attraverso “Nannucci”, celebrato negozio bolognese che all’epoca divenne uno dei vertici della trasmissione dello scibile rock, soprattutto di quello sotterraneo, meno visibile.

Fu la prima fiamma di un nuovo fuoco che incominciò ad ardere anche nell'isola.
Lo scenario, tra la fine dei ’70 e la prima metà degli ’80, mutò sensibilmente grazie a chi diffuse il verbo rivelato dai dischi d’importazione di punk e new wave oltre che dall’arrivo dei primi videoclip, trasmessi sporadicamente nei pochi spazi televisivi dedicati alle subculture giovanili, elementi di rottura che contribuirono a sviluppare una nuova attitudine nei confronti della musica e dell’immaginario che spargeva tra cervello, orecchie e cuore.

La voglia era tanta, la creatività ribolliva e dalle immagini e dagli estratti sonori di “Missing Boys” si avverte la qualità delle proposte, perfettamente in linea con quanto accadeva in Europa e nel mondo ma si avverte nelle parole dei protagonisti un frequente rammarico per la forzata mancanza di collegamenti diretti con la scena nazionale, a causa dei problemi logistici di spostamento (per esperienza personale andare a suonare in Sardegna era inaffrontabile in aereo a causa di costi elevatissimi, mentre il traghetto comportava più di una decina di ore di tragitto, talvolta in condizioni poco agevoli).

Credo che questo faccia parte comunque delle criticità della provincia, così come l’assenza di spazi e il deficit di attenzione da parte degli enti pubblici. Nel caso specifico l’insularità non ha certamente favorito la diffusione e la conoscenza della scena, ma anche la miopia dei privati ha giocato un ruolo fondamentale nell’invisibilità delle band sarde al di fuori del territorio di riferimento. Le poche eccezioni si contano sulla punta delle dita di una mano ed è grazie alla loro esistenza che si è aperto uno spiraglio che dalla seconda metà degli anni ’80 ha favorito la creazione di un circuito per il live e di strutture dedicate, tra label indipendenti e piccole agenzie di booking.

Un aspetto di rilievo che emerge nelle immagini è quanto fosse comune, voluta e reiterata la commistione tra diverse forme d'arte ed espressione.
Non si trattava semplicemente di musica ma si mischiava con teatro, cinematografia, grafica, poesia, letteratura, in un urgente bisogno di comunicazione, tutto subito, a qualunque costo, pur di fare ascoltare la propria spontaneità creativa.
I tratti distintivi del fenomeno new wave rappresentavano la ricerca di un’identità forte e originale, talvolta disturbante, che travalicava la musica in sé per esprimersi in diverse direzioni, tra performance e multimedialità, anche se con taglio artigianale.
Era importante mettersi in gioco con qualsiasi strumento espressivo a disposizione, senza badare all’ottenimento del consenso. Era una scena che doveva rischiare per sentirsi viva e pulsante.
Era necessario osare, essere creativamente eversivi e questa volontà , ancora oggi, definisce meglio di ogni altra cosa lo spirito di quell’epoca.


“Missing Boys” trasmette alla perfezione questa attitudine e queste sensazioni, soprattutto a fronte del trasporto e della passione che traspare da molti dei protagonisti che rivivono con enorme intensità l'apporto dato alla “causa”, con ogni mezzo necessario e in circostanze davvero difficili.
Un aspetto comune e trasversale alle esperienze dell'epoca e di cui rimane grande rincrescimento, soprattutto alla luce dell'attuale ricerca di materiale del periodo, era l'assoluta noncuranza per la documentazione di ciò che avveniva.
Tale era l'approccio spontaneista che a pochi è venuto in mente di fotografare, archiviare, riprendere con una telecamera.
A ragion veduta, considerato il costo delle attrezzature e, ad esempio, il semplice sviluppo delle fotografie su pellicola, piuttosto oneroso oltre al “pericolo” che correvano una macchina fotografica o una cinepresa durante un pogo in un concerto hardcore punk.
Ma anche perché si preferiva godere appieno di quei rari momenti comunitari con la propria gente ad ascoltare la propria musica, piuttosto che documentare l'istante. In questo senso le operazioni di questo tipo sono estremamente difficoltose.

“The Missing Boys” rappresenta un diario generazionale costruito sulle testimonianze dirette dei protagonisti oltre che su materiali d’archivio raccolti durante i quattro anni di gestazione del progetto.
Fotografie, grafiche e video presenti nel film sono il risultato di una ricerca storica meticolosa, focalizzata su reperti che fossero significativi e sul tracciamento dell’eredità di quelle band e di chi ne ha fatto parte.
In certi casi ho dovuto contattare i familiari di autori scomparsi per ottenere i master audio dei brani - la maggior parte su cassetta - o dei videoclip realizzati all’epoca, cercando di rispettarne la memoria e, soprattutto, di evitare la riapertura di ferite non ancora rimarginate.


Sono operazioni meritorie che aiutano a comprendere una realtà ormai ampiamente esplorata ma a cui mancano ancora molti importanti tasselli.
“Missing Boys” colma una grande lacuna.

venerdì, maggio 02, 2025

40 anni di Klasse Kriminale: Il Documentario - Con la tua banda e le sue regole di Giuseppe Garau

https://www.youtube.com/watch?v=cC-W4BMaXHs

Un documentario diretto e spartano come è sempre stata la musica dei KLASSE KRIMINALE, favolosa interprete del migliore Oi!/Street punk in circolazione.

Marco Balestrino è la voce (e la faccia) narrante di una storia (pericolosa) che dura da 40 anni, passata in mezzo a mille turbolenze e cambiamenti ma ancora viva e pulsante.
Scorrono immagini d'epoca, attuali e tante dichiarazioni di affetto a dipingere un percorso senza macchia e, soprattutto, senza paura.

Una testimonianza preziosa che suggella un marchio di sempiterna qualità.

mercoledì, aprile 09, 2025

Perigeo (Special) - Alice

Nel 1980 il PERIGEO, tra le migliori band di jazz rock italiane dei 70’s, realizza, con il nome di PERIGEO SPECIAL (sostanzialmente la stessa formazione del progetto originale, scioltosi ufficialmente nel 1977) e l'aiuto di una serie di importanti amici, un concept album sulla storia di “Alice nel paese delle meraviglie”, rapportata in chiave moderna.

Ad aiutare la band ospiti speciali come Lucio Dalla, Anna Oxa, Rino Gaetano, Maria Monti, Nino Buonocore, Jenny Sorrenti, Ivan Cattaneo.

Il doppio album spazia tra una jazz fusion solare, eseguita alla perfezione e a tratti spettacolare e brani più pop ("Al bar dello sport" con la voce di Rino Gaetano), conditi da atmosfere funk ("Tea party" con Dalla e Oxa in brillante duetto), la cavalcata strumentale super fusion de "Il festival" e un buona dose di rock.
Gran finale corale e da musical con tutti gli ospiti in "Confusione, gran Confusione (Ovvero il processo)".
Progetto godibile e ricco di ottimi spunti, tuttora molto interessante sia a livello creativo, compositivo, esecutivo.

Il disco non ebbe particolare successo e l'anno dopo la band di riformò come New Perigeo con il bassista Giovanni Tommaso e nuovi componenti.

martedì, aprile 08, 2025

Mappature fanzines italiane 1980/1989

Segnalo un'iniziativa pregevole e interessantissima che sta catalogando le fanzines italiane uscite tra il 1980 e il 1989.
Il lavoro è ovviamente in corso d'opera e continua implementazione.
Sono quindi graditi contributi di ogni tipo in merito.
Da mandare qui: capitmundi@paolopalmacci.it.

https://www.paolopalmacci.it/capitmundi/fanzinet.html

Questa è una mappatura della Rete delle Fanzine italiane originate dalla subcultura punk/nuovo rock negli anni 80.
Nell’Era del Telefono Fisso e del Francobollo (del Cinghiale Bianco?), ogni fanzine era un “nodo” di una rete analogica, aveva un indirizzo fisico (via, numero civico, CAP e città) che fungeva, di fatto, come funziona oggi un indirizzo IP ed anche se usava protocolli basici ed essenziali (gettoni e francobolli) nulla - davvero nulla secondo me - aveva da invidiare all’attuale world wide web proprio perchè, comunque, non era contraddistinta dall’immaterialità, neanche di base: questi collage di immagini e testi scritti a mano e/o battuti a macchina, ciclostilati o fotocopiati, si concretizzavano in oggetti creati manualmente, quindi quasi sempre del tutto artigianali, che rendevano stupefacentemente possibile una interconnessione finanche capillare con conseguente interscambio creativo tra le persone e tra le varie scene musicali/artistiche da queste spontaneamente costituite.

E la materialità, comunque, è ineludibile, imprescindibile (purtroppo da un lato, per fortuna dall’altro) per noi che siamo corpo, oltre che mente. Sulla materia, pertanto, per forza di cose, si basa qualsivoglia umano (troppo, direbbe il filosofo) tentativo di astrazione. Quindi ineludibile ed imprescindibile come modalità di conoscenza del mondo: ed oggi ben sappiamo, infatti, quali siano i danni che la smaterializzazione dell’esperienza conoscitiva ha comportato e sta comportando. A qualsiasi livello. Ma se ne parlerà meglio più avanti qui su Capit Mundi?

Oltre ciò, un’altra differenza (anche questa, ritengo, a tutto vantaggio della FanziNet) è che, comunque, trattandosi di modalità di interconnessione ‘analogicissime’ pertanto lentissime (ricordiamoci che una lettera impiegava giorni ad arrivare e la risposta altrettanti e quanto costava una telefonata extraurbana per cui la si effettuava molto di rado! dovevamo anche girare zavorrati di queste medaglie di alpacca o bronzo...) ciò costituiva un incentivo (quel "bisogna bi-sognare" già citato e per me una verità incontrovertibile) a scendere fisicamente in strada per incontrarsi e per comunicare, ad andare sempre fisicamente ad eventi che altrimenti non si aveva certamente altre modalità (come accade altresì oggi) di fruire.
Si tratta, in definitiva, di quel concetto di "umanità" che in gran parte è già andato perso e che siamo destinati a perdere del tutto in un futuro oramai non troppo lontano.

Grazie a Daniele Briganti "Le Fanzine", Enri1968" Sull'Amaca" e G. Longega "Italia Und New Wave" per il notevole lavoro che hanno già svolto e che costituisce fortunatamente il punto di partenza di questa mappatura.

mercoledì, marzo 12, 2025

Gaznevada e "Going Underground" di Lisa Bosi

Riprendo l'articolo che ho dedicato ai GazNevada e al docufilm "Going Underground" di Lisa Bosi, nelle pagine di "Alias" de "Il Manifesto" di sabato scorso.

E' un documento acre nella sua modalità, talvolta perfino spietata, nel fotografare le cose così come erano in “Going Underground”, il docufilm di Lisa Bosi per Sonne Film e Wanted Cinema, sulla storia dei Gaznevada (fresco vincitore della undicesima edizione del SeeYouSound Festival di Torino come Best Documentary).

Probabilmente la migliore per attitudine e creatività. Hanno lasciato dischi e canzoni importanti (da “Mamma dammi la benza” e “Nevadagaz” all'album “Sick soundtrack” del 1980, anno in cui affiancarono Edoardo Bennato nel brano omonimo nel suo album “Uffa uffa”, vero e proprio hardcore punk ante litteram per l'Italia). Mischiavano punk e la new wave più aspra e sperimentale (A Bologna c’erano band che ancora suonavano progressive, rock, blues, rock blues, jazz-rock e comunque sound già codificati con testi più o meno “ribelli”. Noi suonavamo i Ramones…Ciro Pagano, ai tempi Robert Squibb, chitarrista).

I Gaznevada ebbero il coraggio e il pregio di non arenarsi sul sound che loro stessi avevano creato ma si spostarono velocemente e freneticamente verso nuovi orizzonti, approdando a una dance evoluta e contaminata.
Come spesso accade non furono capiti, né si comprese che lo spirito primigenio del punk era quello di provocare, di bruciare come una fiammata, di disorientare, confondere, di non lasciarsi fossilizzare.
E gli strali di “traditori” giunsero subito e con puntualità.

Ancora Ciro Pagano:
Noi eravamo ragazzi irrequieti mossi da un’insaziabile urgenza creativa. Ci stancavamo subito di quel che facevamo e così abbandonammo il rock demenziale di “Mamma dammi la benza” ancor prima che venisse coniato il termine di rock demenziale, brano peraltro che abbiamo riproposto in chiave elettronica nel 2024. Poi dopo la pubblicazione della cassettina nel marzo del 1979, il momento punk della band, eravamo già interessati alla new wave e no wave, e poi l’elettronica e ancora il dancefloor di “I.C. Love Affair”, uno dei brani a cui sono più legato, e poi ancora cambiamenti di sound, di formazione, di luoghi, di etichette discografiche. Adesso siamo in uscita con tre inediti contenuti nel docufilm e il sound va ancora una volta in altra direzione: si siamo dei traditori, evoluti però.

Un aspetto inusuale in operazioni analoghe è la totale mancanza nel documentario di toni agiografici e celebrativi, di dichiarazioni di esterni su quanto fossero bravi e importanti.
Anzi, la pellicola non ci risparmia nulla di quello che accadeva in quegli anni, funestati dall'eroina, dalla repressione di stato, dall'annientamento del dissenso ideologico.

La registra Lisa Bosi lo mette bene in chiaro:
Non è mai semplice raccontare la vita di qualcun altro perché un regista è sempre un filtro, non è mai uno specchio, volente o nolente. Nel caso dei Gaznevada la sfida per me era trasmettere anche esteticamente la “crudeltà” e originalità della band. Volevo che il pubblico si sentisse risucchiato nell’underground di una città che era stata letta in modo vivido da Andrea Pazienza.
Come disse lui, parlando di uno dei suoi personaggi più famosi, ispirato proprio a Ciro dei Gaznevada, “Zanardi è cattivo quanto può esserlo un’antenna RAI, cioè è un ripetitore”. Loro percepivano perfettamente cosa accedeva attorno e si rifugiavano nella “Fabbrica dei Sogni”.
Sono stata molto fortunata a trovare due produttori come Sonne Film e Wanted Cinema che mi hanno dato piena libertà espressiva. Nel film, per esempio, ritorna in maniera compulsiva una clip sull’eroina. Fa parte di una mia estetica disturbante. Amo registi come Gaspar Noè, che non mettono mai a proprio agio lo spettatore. Bisogna essere disposti ad uscire dalla propria zona di comfort per intraprendere viaggi come quello che ripercorre la storia dei Gaznevada. E magari alzarsi dalla poltrona alla fine del film e chiedersi se si sta vivendo la vita che si desiderava.


Il taglio della pellicola è molto particolare.
I Gaznevada ne sono i protagonisti, certo, ma è quello che “parla” intorno a loro a dare il ritmo, a buttarci in faccia e colpirci allo stomaco, con vicende mai sufficientemente approfondite nel modo corretto.

Ciro Pagano:
Sono stati scritti diversi libri e girati alcuni documentari su di noi e sulla casa di via Clavature, la Traumfabrik (luoghi storici della controcultura bolognese dei tempi. NdR), più in generale su quel periodo, ma personalmente ho sempre rifiutato di parteciparvi. Quando conoscemmo Lisa la prima volta, e poi nei successivi incontri, lei mi diede una lettura visionaria dei Gaznevada di quegli anni e della storia che li coinvolgeva.
Anche un argomento “ruvido” come quello delle droghe ha varie sfaccettature e dipendono tutte dal punto di vista con le quali le osservi. Possono essere interpretate e raccontate in tanti modi e questo nonostante la drammaticità e la sofferenza che questo tipo di storie porta con sé.
Lisa lo ha fatto in modo visionario, cupo, amorevole e la sua curiosità ci ha convinto: Going Underground è diventato il nostro racconto. Bologna ardeva di creatività, di stimoli, di vitalità.
Ne finì arsa viva ma ha lasciato un segno indelebile nella nostra (contro)cultura.


Dice ancora Lisa Bosi:
Personalmente penso che non sia un caso che Bologna sia diventata la città della musica UNESCO.
Sono varie le storie musicali che in questa città hanno scritto pagine importanti, indelebili. Pensiamo anche alle posse per esempio. Io sono nata a Bologna e faccio fatica a staccarmene. Come scrisse Guccini “Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, è meno elegante di Milano, non ti toglie il fiato come Roma, ma quando sei con lei il tempo si ferma e la mente fa pensieri sinceri. Sai che con lei puoi essere veramente te stesso, senza false ideologie. È una madre che non ti stressa, ti lascia fare il tuo cammino, nel bene e nel male, nelle cantine e sopra i suoi colli. Anche i Gaznevada non ne uscirono indenni, tra lutti, enormi difficoltà, successo e declino, problemi di ogni tipo.


Allo scioglimento della band, Ciro Pagano troverà un nuovo successo con la techno dei Datura, gli altri si disperderanno in altre esperienze.
In “Going underground” si sente risuonare la frase “ci sentivamo tutti dei geni, lo sapevamo”. Personalmente credo lo fossero e con il senno di poi (e non di quei tempi, che di senno ce n'era poco in giro) potessero diventare dei nuovi Devo o Talking Heads ma l'importante è che non siano rimasti rimpianti, come testimonia ancora Ciro Pagano:
Personalmente non ho nessun rimpianto: a volte le cose si muovono in una direzione giusta altre volte no, è importante però che si muovano. Questa cosa che ci sentissimo tutti geni innescava conflitti importanti tra noi, e tra noi e gli altri. Erano conflitti dai quali nascevano molto spesso anche le nostre produzioni e non solo quelle musicali, penso alla realizzazione delle copertine, la scrittura dei testi, l’immagine della band. Il fatto è che noi pensavamo di essere la nostra musica. E’ eccessivo lo so, ma il nostro modo di essere Gaznevada era di appartenenza totale e non eravamo simpatici a tutti: c’è sempre un prezzo da pagare.

Il documentario rende giustizia a una band geniale e a un periodo inimitabile, nel bene e nel (spesso molto) male e si candida ad essere una delle migliori testimonianze dell'epoca.
Un'esperienza che ha piantato semi e radici ma, paradossalmente, allo stesso tempo ha, alla fine dell'opera, bruciato la pianta, lasciando, per quanto preziosa, solo cenere.
Ovvero la perfetta incarnazione del primo spirito punk.

martedì, febbraio 18, 2025

Ska e 2Tone Records

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto".

La storia dell’etichetta discografica 2Tone, fondata da Jerry Dammers, tastierista degli Specials nel 1979, è una delle più appassionanti e significative nell’ambito delle realtà autoprodotte e autogestite.

Attraverso minuziosi dettagli la vicenda è raccontata nel libro “Too Much Too Young” di Daniel Rachel, recentemente pubblicato da HellNation con la traduzione italiana di Flavio Frezza.

“Nell’esatto momento in cui si instaurava il nuovo governo conservatore, la 2 Tone veniva alla ribalta presentandosi come una sorta di cooperativa socialista. In un periodo caratterizzato da forti ambizioni monetarie, l’etichetta seppe promuovere il collettivismo e la solidarietà nei confronti dei propri simili, utilizzando questi valori come antidoto ai mali provocati dalla dottrina dominante dell’individualismo e della sola affermazione di sé stessi. Al centro di tutto ciò c’era un pensatore marxista, umanitario e fortemente antirazzista, Jerry Dammers.”

Gruppi come Specials, Selecter, Madness, Bodysnatchers rivitalizzarono lo ska e i ritmi giamaicani, filtrandoli attraverso la nuova energia e sensibilità punk e portando ai vertici delle classifiche istanze socio politiche, integrazione (in ogni band, eccetto i Madness, c’erano elementi bianchi e neri), caratteristica ancora rara a i tempi, soprattutto quando poi le stesse band finirono in televisione e sui giornali.
Si trattava di una situazione in tutto e per tutto inclusiva, e ciò costituiva di per sé una presa di posizione politica. Giovani bianchi e neri venivano messi nelle condizioni di sentirsi uguali. Una cosa straordinaria, mai vista prima.

Anche se per i giovani giamaicani lo ska era qualcosa che apparteneva ai propri genitori.
Si trattava della musica di un’altra era, di anni lontani, con poco appeal per i gusti moderni, che anche nel Regno Unito era passata completamente di moda. Per comprendere le origini del fenomeno bisogna tornare al primo Dopoguerra.

Nel 1947, le navi SS Ormonde e SS Almanzora, provenienti dalla Giamaica, attraccarono nei porti di Liverpool e Southampton, facendo sbarcare un piccolo numero di cittadini britannici d’oltremare sulle coste del Regno Unito. Un anno più tardi la HMT Windrush trasportò fino al porto di Tilbury quattrocentoventi passeggeri giamaicani, molti dei quali avevano combattuto con gli alleati, che erano stati attirati dalla promessa di una vita prospera nella madrepatria.

Nel 1962, il numero di indo-occidentali giunti in Gran Bretagna ammontava a oltre 300.000 unità, e metà di loro erano giamaicani. L’impatto fu, per la maggior parte di loro, molto violento.
A partire dal cambiamento logistico.
Ricorda il toaster/cantante degli Specials, Neville Staple, che rimase a bocca aperta vedendo, appena arrivato, che le strade e le città erano illuminate anche di notte, abituato a villaggi in cui l’elettricità non era ancora arrivata o rigidamente razionata.
Il clima piovoso e freddo era l’antitesi di quello che avevano lasciato ma l’aspetto più devastante fu constatare che venivano considerati cittadini (formalmente ancora britannici, almeno fino all’indipendenza della Giamaica, nel 1962) di serie B, emarginati nelle periferie in case spesso fatiscenti e poco ben voluti dalla popolazione locale.
Lo stupore proseguì nel riscontrare che anche i bianchi facevano i lavori più duri e “umili” (contrariamente alla situazione nelle colonie caraibiche e asiatiche) e constatare di conseguenza che la loro presenza avrebbe costituito una concorrenza diretta agli autoctoni.
I progressivi ricongiungimenti famigliari portarono da Oltre Oceano anche i figli piccoli e altri ne nacquero durante la permanenza.
Gli adulti affrontavano problematiche come disoccupazione e impieghi a bassa retribuzione che facevano allontanare l’idea di un futuro ritorno nelle terre natìe.
I loro figli stringevano rapporti di amicizia a scuola, diventavano parte integrante della società inglese e vedevano le West Indies come luoghi esotici e lontani.
I ragazzi bianchi entrarono in contatto con generi come lo ska e il calypso, i neri scoprivano Beatles, Who, Rolling Stones.

Pauline Black, voce dei Selecter:
“Si stava verificando una sorta di ibridazione. Molti ragazzi neri, figli di immigrati, ascoltavano il pop bianco. Questi intuirono che esisteva la possibilità di far evolvere il dialogo già in corso tra musica bianca e musica nera”.

Negli anni Sessanta lo ska entrò nelle classifiche, veniva ballato nei club, molti artisti ne furono influenzati.

Perfino i Beatles lo citarono nell'assolo di “I Call Your Name”, già nel 1964 (il brano è di John Lennon, ai tempi grande appassionato del genere), mentre con “Ob-La-Di Ob-La-Da” del 1968, di Paul, fecero un vero e proprio brano ska.

Allo scadere del decennio, psichedelia, hard rock e prog e l’arrivo di soul e funk fecero cadere nel dimenticatoio il genere, che pur era stato la colonna sonora durante la cerimonia per il passaggio da colonia all’indipendenza della Giamaica nel 1962.
Ci volle il punk a riportare in auge queste sonorità.

Partendo dall’ibridazione con il reggae che band come Clash, Stiff Little Fingers, Police, Ruts, Members inserirono nel loro sound e che avvicinò sempre di più bianchi e neri nel contrasto al rinascente neo fascismo in Inghilterra, guidato dal National Front che reclutava sempre più giovani, in un periodo sociale oscuro e dal futuro incerto, in cui il governo di Tatcher si scagliava contro la classe lavoratrice, i poveri, le frange sociali disagiate e faceva forza sulla discriminazione razziale per dividere le masse.

Sotto le bandiere del Rock Against Racism si unirono gruppi punk e new wave con neo nate band reggae (dagli Aswad agli Steel Pulse).
Gruppi come gli Specials si accorsero che il reggae era troppo lento e rilassato per potere essere accostato a brani punk.
“Pensavamo che proporre un tipo di musica integrata e britannica fosse più salutare che vedere dei bianchi che suonavano il rock e dei neri dediti ai propri generi musicali: lo ska rappresentava l’integrazione tra queste due tendenze”. (Jerry Dammers).

Convinto marxista, Dammers decise di creare una struttura che si autoproducesse, in cui ogni componente delle band decidesse comunitariamente, senza imposizioni dall’alto di una casa discografica, costruendo un movimento orbitante intorno all’etichetta, incentrato su ideali di eguaglianza ed equità.

Dammers aveva in mente un equivalente britannico della Motown, caratterizzato da una musica ben identificabile che poi, nel tempo, si sarebbe gradualmente evoluta.
“Non c’erano contratti formalizzati. Gli accordi venivano siglati da una stretta di mano, più che una casa discografica, era una presa per il culo delle stesse”.

Ci provò, quasi contemporaneamente, ma con scarso successo, anche Paul Weller, con la sua Respond Records a costruire una realtà simile.
I musicisti provenivano spesso da situazioni di grande disagio, con lavori precari, alloggiati in monolocali al limite della vivibilità, senza un soldo in tasca.
La musica e l’idea della 2Tone diede loro speranze, energia e alla fine il meritato successo. Anche i testi erano peculiari e affini all’aspetto politico dell’operazione.
Si parlava della quotidianità più dura, di disoccupazione, violenza nelle strade, razzismo, abusi sessuali, gravidanze adolescenziali, arroganza di polizia e potere.
Il tutto cantato su ritmi ballabili, melodie divertenti, soprattutto quando dal vivo si scatenava un’energia che colloca le band come una prosecuzione del punk, sia nell’attitudine che nell’atteggiamento antisistema, contro le autorità e l’autoritarismo.

L'etichetta ebbe un enorme successo, vendette milioni di dischi, sostenne l'antirazzismo, combatté sessismo e incoraggiò persone di idee differenti a sposare il multiculturalismo.
Diede un concreto esempio di unione tra razze e culture, spesso ancora considerate conflittuali.
Il successo e la popolarità dei gruppi usciti dalla 2Tone (purtroppo finita malamente qualche anno dopo, tra scioglimenti, litigi, debiti), riportò in auge molti protagonisti della scena originale giamaicana.
Personaggi come Laurel Aitken, Desmond Dekker, Skatalites, tornarono in tour, trovando in Europa e Stati Uniti platee colme di nuovi fan.

Il figlio di John Mayall, Gaz Mayall, oltre a divertirsi con la ska band dei Trojans, incominciò a passare parecchie volte oscuri brani giamaicani nelle sue serate londinesi da DJ nel suo Gaz' Rockin Blues Club, “inventando” l'improbabile “celtic ska”, combinazione di ritmi in levare e cornamuse.

Il nuovo ska si espanse in America con band come Toasters, Untouchables (meno rigidi e più aperti ad altre sonorità), Bim Skala Bim, e in Europa, arrivando anche in Italia.
Dopo alcuni goffi tentativi puramente commerciali di Alberto Camerini, Donatella Rettore, Edoardo Bennato, furono band come Statuto e Casino Royale, in particolare, a proporne una versione fedele allo stile originale, mettendo i semi per una nuova generazione di amanti del ritmo in levare, dai Persiana Jones, agli Strike, Arpioni e Vallanzaska, tra i tanti.
Questi ultimi si sposteranno anche verso lidi affini, come swing, jive e pop, costruendo una carriera di buon successo, anche in virtù di un nome quanto mai suggestivo e accattivante.

Gli Statuto hanno cambiato spesso pelle artistica, rimanendo sempre ancorati però all'universo mod ma conservando in ogni concerto ampio spazio alle origini, a cui frequentemente tornano, anche discograficamente.

Diverso il discorso dei Casino Royale che dopo i primi due album hanno virato, con “Dainamaita”, album del 1993, verso un sound che ha incominciato ad assorbire mille influenze, dall'hip hop al funk, all'elettronica, pur se, occasionalmente, il gusto del tempo in levare è rimasto inevitabile.

Grazie all'esempio della 2Tone lo ska si sparse in tutto il mondo, rivitalizzandolo e portandolo a ibridarsi con una musica e un ambito solo apparentemente sorprendente, il punk. In realtà era già entrato in qualche brano del genere ma trova la inaspettata sublimazione con l'arrivo della cosiddetta “Third Wave Ska”, sviluppatasi soprattutto in America negli anni Novanta. Band che introducono elementi della musica giamaicana in repertori prevalentemente punk rock e hardcore.
Non alternandoli, come fecero Clash e Ruts, ad esempio, ma mischiandoli con una percentuale di punk maggioritaria rispetto allo ska, di cui si mantiene soprattutto il ritmo in levare, velocizzandolo ancora di più rispetto ai gruppi inglesi a cavallo dei Settanta e Ottanta.
A partire dai Rancid (vedi “Time Bomb” da “And Out Come The Wolves” del 1995), passando ai Sublime, che fecero largo uso di ritmi in levare. Ma probabilmente i re del “genere” furono i Bostoniani Mighty Mighty Bosstones con ritmi velocissimi, chitarre distorte e sezione fiati a macinare riff soul. Anche i No Doubt di Gwen Stefani hanno flirtato, in chiave più pop, con lo ska, in varie canzoni.
E ancora Operation Ivy sorta di prime movers del genere, Goldfinger, Voodoo Glow Skulls, gli spagnoli Ska-P, fino ai più recenti californiani The Interrupters, piombati nelle classifiche americane nel 2018 con “She's Kerosene” e i Bad Operation da New Orleans, con testi politicizzati.

Anche in Italia questa contaminazione trova estimatori e seguaci, in particolare nei Punkreas, Shandon, Matrioska e nella prima incarnazione dei liguri Meganoidi che con il brano che porta il loro nome fanno esplodere l'album d'esordio “Into the darkness, into the moda” del 2000.
Anche i romani Banda Bassotti non esitano a lavorare di ska nel loro repertorio aspro e rude.
Meno compromessi con il punk i torinesi Fratelli Di Soledad, indirizzati verso contaminazioni che li avvicinano di più alla patchanka alla Mano Negra, a cui guardano anche i romani Radici nel Cemento, più reggae oriented.

Un'ulteriore contaminazione, non frequentissima, è quella del cosiddetto ska jazz in cui la mistura dei due ambiti dà vita a un sound prevalentemente basato sull'uso dei fiati e che contempla anche l'improvvisazione dei solisti.
Il nome più conosciuto è quello degli americani New York Ska-Jazz Ensemble, nati nel 1994 e tutt'ora in attività con una decina di album nel carniere. In Italia i bergamaschi Orobians, in pista dal 1997, con una mezza dozzina di album ne hanno raccolto la gustosa eredità.
Il mischiare suoni, generi, tendenze, è sinonimo di evoluzione, sperimentazione, volontà di non rimanere attaccati forzatamente alle radici in una costante ripetizione di sonorità del passato.
Allo stesso modo i puristi di un suono, di una cultura e filosofia, cercano spesso di riappropriarsi ciò che ritengono gli appartenga, anche a salvaguardia di fondamenta che rischiano di perdersi e, attraverso le progressive contaminazioni, allontanarsi inesorabilmente dal seme originario.
Ed è così che, spontaneamente, in reazione allo ska punk, tornano band che suonano lo ska originale, ritornando anche a vestire un abbigliamento più consono e affine al contesto, con completi e pork pie hat.

E' quello che fanno Giuliano Palma (ex Casino Royale) & the Bluebeaters, supergruppo con componenti di varie band, dal 1993 in poi, con la particolarità di coverizzare in levare brani più o meno famosi della canzone d'autore italiana.
La formula ha grande successo, soprattutto dal vivo.
Tanto che all'indomani dell'abbandono del cantante la band prosegue con il nome di The Bluebeaters. Lo scorso anno i campani The Officinalis hanno realizzato un ottimo album di ska jazz strumentale, “Back To Sorrento” mentre dalla Svizzera hanno risposto i Cosmic Shuffling con “Cosmic Quest” con anche numerose influenze reggae e rocksteady.

I nomi storici come Specials, Madness, Bad Manners, Selecter proseguono le carriere, sia discograficamente che a livello concertistico, pur avendo spesso svoltato musicalmente verso altre forme sonore ma conservando sempre un forte legame con il Jamaica Sound.

In tutto il mondo nascono e proliferano nuove band ska o che si rifanno comunque a questo suono e ritmo, nato ormai da quasi settanta anni e che continua a trovare adepti, consensi e fan, in virtù di un ritmo irresistibile, che può essere tanto energico e travolgente, quanto rilassante e che culla i sensi.
Che ha sempre portato con sé un significato intrinsecamente politico e sociale, di unità e sorpasso delle differenze.

Proprio come uno dei principali scopi della citata 2Tone Records: educare il pubblico e fargli capire che si trattava di musica inventata dai neri: dovete accettare il fatto che il mondo non è bianco, ma a due colori.

La 2 Tone tentava di infondere nella testa della gente l’idea di uguaglianza e di dare un freno al razzismo.
In qualche modo, pur in un mondo così cupo e oscuro, ce l'ha parzialmente fatta.

venerdì, gennaio 24, 2025

Mo-Dettes - The story so far

Una veloce meteora nell'affollato parterre del post punk a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.

Un album all'attivo, una manciata di singoli, una serie di date con Specials e Madness, tre Peel Sessions, il primo singolo "White Mice" di discreto successo indie e il particolare profilo di due protagoniste della band: la batterista June Miles-Kingston collaborò con Julien Temple per il film dei Sex Pistols"The great rock 'n' roll swindle" suonando poi con Everything but the Girl, Fun Boy Three, Communards, l'ex Undertones Feargal Sharkey, Jimmy Somerville mentre la bassista Jane Crockford è stata per 15 anni moglie di Dan Woodgate, batterista dei Madness.

La chitarrista Kate Korris, arrivava da Slits e Raincoats, da cui portò un sound non lontano dal loro (e dalla primissima Siouxsie), con influenze reggae, stile scarno, spigoloso e minimale ma con un'anima più pop.

L'unico album "The story so far" è un lavoro che ha più fascino ora rispetto ai tempi, molto godibile, naif, immediato, quasi live in studio.
Carine le cover di "Paint it black" degli Stones" e Milord" di Edith Piaf.

White Mice
https://www.youtube.com/watch?v=dEeaS1hXhgs

Paint it black
https://www.youtube.com/watch?v=7qGv7rcWa18

White Mouse Disco
https://www.youtube.com/watch?v=cd23mTpG9-U

lunedì, novembre 04, 2024

Dapper Dan

Riprendo un mio articolo apparso nelle pagine di "Alis" de "Il Manifesto" sabato 26 ottobre, dedicato allo stilista Dapper Dan.

Non è stato mai sufficientemente sottolineato quanto le sottoculture (e relativa espressione artistico/musicale) siano andate di pari passo con l’estetica dei loro esponenti e riferimenti sonori, influenzandosi a vicenda. Valgano per tutti l’esempio dell’eleganza (sotto cui covava l’aggressività adolescenziale) dei mod (il “rabbia e stile”, slogan dei nostrani Statuto, ne è una perfetta sintesi) o dei punk (difficile scindere l’estetica estrema di Sex Pistols o Clash dalla loro musica arrembante).

Dapper Dan è in qualche modo un corrispettivo nell’ambito hip hop (contesto molto ampio, variegato e difficile da inquadrare) che dimostra come talvolta il fenomeno sottoculturale sia inspiegabilmente e inconsapevolmente, pur con mille diversità, collegato, da una parte all’altra del mondo.

Nato ad Harlem, New York, nel 1944, con il nome di Daniel R. Ray (il soprannome “dapper” è un mix di elegante, azzimato e raffinato).
Una vita, come spesso accadeva da quelle parti in quegli anni, complessa. A tredici anni diventa giocatore d'azzardo nella "Mecca della moda e della musica nera" come ha spesso definito il suo quartiere. Una vita di strada che presto gli diventa stretta. Malcolm X è la giusta guida con il suo motto: "Se vuoi capire il fiore, studia il seme".

Dan frequenta la Countee Cullen Library, lavora come giornalista, cerca uno spiraglio come scrittore, cambia stile di vita, diventa vegetariano, compie un lungo giro in Africa, alla ricerca del “seme” indicato da Malcolm X.

Torna a New York nel 1974, si dedica alla moda e alla sartoria (inizialmente rivendendo dal cofano della sua auto, per finanziarsi, oggetti rubati in strada), raccogliendo fondi per la sua Dapper Dan's Boutique, sulla 125th Street, tra Madison e Fifth Avenue, nel 1982, talvolta aperta 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana.
Non è una scelta bizzarra ma la semplice necessità di servire chi vive soprattutto di notte e senza orari: boss della droga e spacciatori, gangster, pugili e rapper.

La vita di strada ne fa un attento osservatore di ciò che succede e si muove intorno a lui, ne coglie gli aspetti più urgenti, immediati e amati dai potenziali fruitori.
Il passato da giocatore d’azzardo lo fa osare senza paura, affinandone l’esplosiva miscela di creativo e uomo d'affari.
Le difficoltà, soprattutto a causa di questioni razziali (difficile trovare chi si fidasse di un nero di Harlem, a quei tempi, per fare affari) per procurarsi stoffe e materiale per il lavoro, vengono in qualche modo superate grazie alle sue abilità di faccendiere.
“Avevo cominciato comprando i capi dei marchi più desiderati di allora, ma a me non volevano vendere, perché all'epoca non volevano fare affari con i neri”.

Dapper Dan mette a frutto le sue radici nella “malavita” e le coniuga con l’innata creatività, incominciando a produrre vestiti dal taglio personale, “arricchiti” dai marchi più famosi, da Gucci ad Armani, aggiunti ad hoc.
Un modo per essere cool e alla moda, anzi, ancora più avanti del trend ufficiale, con pochi soldi. Sostanzialmente quello che facevano, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i giovani mod in Inghilterra.
In questo caso l’operazione è ancora più rivoluzionaria. Dove abitualmente il “sistema” attinge dal suo laboratorio gratuito, ovvero la strada, e dalla creatività che arriva dai giovani antagonisti, per poi industrializzare le loro nuove idee e guadagnarci, Dapper Dan, “ruba” dalla moda ufficiale per metterle a disposizione dei giovani meno abbienti.

"Ho decostruito i marchi fino all'essenza del loro potere, che era lo stemma del logo, e ho ricostruito quel potere in un nuovo contesto. I nomi e gli stemmi significavano ricchezza, rispetto e prestigio. I miei clienti volevano acquisire quel potere, ed era quello che offrivo. Quella era l'era dei pantaloni a zampa d'elefante e delle scarpe con la zeppa, e quando li mescolavo con i vestiti esotici che avevo portato con me dall'Africa, era uno spettacolo da vedere. I miei outfit entusiasmavano le persone dei campus più rinomati tanto quanto chi viveva nelle strade di Harlem”.

Dapper Dan acquista stock di borse Gucci, Fendi e Vuitton, ne ritaglia i loghi trasferendoli su giacche, pantaloni, cappelli e scarpe (è diventata famosa la New Balance con le G di Gucci). Il suo stile unico, attraverso la modalità di inventare nuovi capi, “appropriandosi” dei marchi famosi, lo rende popolare tra i rapper ma anche nel mondo malavitoso.
Tra i suoi primi clienti ci sono Alpo Martinez e Aize Faison, grandi boss della droga che volevano un’estetica la più ricca, appariscente e chiassosa possibile, in perfetta linea con lo stile gangster.
Ma sono soprattutto i nuovi riferimenti musicali della neo nata scena hip hop a catalizzare l’attenzione verso il lavoro di Dapper Dan.

Da lui si servono LL Cool J, Public Enemy, Run DMC, Bobby Brown, Big Daddy Kane, Salt'n'Pepa.
Eric B. & Rakim per l’album “Follow the leader” si fanno confezionare dallo stilista due giubbotti di pelle con i rispettivi nomi in lettere dorate sulle spalle e il logo di Gucci.
Da un punto di vista strettamente legale, l’operazione rimane in bilico tra il lecito e l’illegalità.

Non vende infatti un capo spacciandolo per il marchio riportato, che usa solo in funzione estetica ma che è “firmato” da lui. E’ una ardita, fresca, “piratesca” forma di creatività, non lontana dal “Do It Yourself” dei primi punk che personalizzavano i propri vestiti (su originale indicazione di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren) con scritte, cerniere, strappi, spille da balìa o i mod che facevano lo stesso con i propri scooter trasformandoli in nuovi mezzi con l’aggiunta di specchietti e altri accessori. La creatività dal basso, dalla strada, che spiazza e disorienta l’apparato rigido delle estetiche prefabbricate.

Probabilmente il cliente più famoso è Mike Tyson che si fa confezionare un giubbotto con il titolo della canzone dei Public Enemy “Don’t Believe The Hype” sul retro.
A questo punto Dapper Dan diventa una piccola celebrità, il suo nome non è più solo pertinenza della strada e del quartiere. E incominciano i guai. Le grandi case di moda si accorgono dei “furti” e partono lettere degli avvocati e minacce penali.

Nel 1992 è costretto a chiudere per evitare serie conseguenze. Continua a lavorare in maniera più discreta senza più “disturbare” i grandi nomi.
Quando nel 2017 Gucci “ruba” a Dapper Dan l’idea di una giacca, originariamente da lui creata per la campionessa olimpionica Diane Dixon, senza dargliene credito, scoppia una diatriba che riporta il nome dello stilista in primo piano. Il designer di Gucci, Alessandro Michele, si difende dicendo che era un voluto omaggio.
In segno di pace chiama Dapper Dan a collaborare con la casa e nel 2018 aprono insieme, ad Harlem, il negozio Dapper Dan Of Harlem.

Da allora è un susseguirsi di riconoscimenti ufficiali, di suoi capi esposti al MOMA, facendo entrare la sua arte antagonista in un contesto più mainstream ma senza diluirne lo spessore artistico originario.
La sua figura ricorre in decine di brani hip hop da LL Cool J in “Hip Hop” a Tyler The Creator in “Odd Toddlers”, Lil Wayne in “Ain’t Got Time”, Ol’Dirty Bastard in “Back in the air”.

L’incipit del suo libro di memorie, recentemente uscito, riassume al meglio, in poche righe, la sua incredibile vita:
“Ho avuto difficoltà a cucire insieme la mia vita, quindi Dio mi ha reso un sarto. Poi è nato il sogno di diventare designer. Non ho permesso a niente e nessuno di strapparmi via quel sogno.
Ora, dagli angoli di Harlem alle passerelle d’Europa, passando per l’Africa, sto vivendo quel sogno.”

lunedì, ottobre 14, 2024

Jesus Loves The Fools -The Carnival Of Fools Story di Filippo D’Angelo, Mauro Ermanno Giovanardi, Ezio Riboni, Dimitris Statiris

I Carnival Of Fools vissero dalla fine degli anni Ottanta fino al 1994.

Furono tra i primi e tra i pochi a mischiare punk e blues, sull'onda di band come Beasts of Bourbon e Nick Cave & the Bad Seeds.
Incisero due ep, Blues Get off My Shoulders, Love Will Tear Us Apart/Shadowplay (7" split con gli Afterhours), due album, Religious Folk, Towards the Lighted Town, e una raccolta, Blues Get off My Shoulder - The Anthology.

La fine della band coincide con la nuova veste di Mauro Ermanno Giovanardi e la conseguente nascita dei La Crus.

Il documentario Jesus loves the fools di Filippo D’Angelo, Mauro Ermanno Giovanardi, Ezio Riboni, Dimitris Statiris ne narra la storia, affiancandola agli anni in cui Milano produceva alcune delle migliori realtà musicali e artistiche in assoluto in Italia.
Le testimonianze dei protagonisti dell'epoca, dello stesso "Gio", dei musicisti che sono transitati della band, dipingono un attendibile quadro del periodo.
I filmati live e in studio sono un perfetto compendio a contestualizzare quegli anni (esteticamente soprattutto).

Documenti, filmati live, locandine, interviste a Manuel Agnelli, Violante Placido, Hugo Race, Paolo Mauri, Max Massimo Pirotta, Ermanno-Gomma Guarneri, Mox Cristadoro, Davide Sapienza, Cristina Donà, Max Donna, Giovanni Versari, Luca Talamazzi, Andrea Viotti, Antonio Bacciocchi, Rita Lilith Oberti, Daniela Giombini, Claudio Klaus Bonoldi, Giacomo Spazio, Carlo Albertoli.

lunedì, settembre 02, 2024

No Wave / Intervista a Lydia Lunch

Riprendo l'articolo scritto sabato per Il manifesto e dedicato alla NO WAVE, con intervista a LYDIA LUNCH.

La recente triste scomparsa di James Chance, saxofonista, leader e autore dei Contortions, tra le band più innovative della scena New Yorkese di fine anni Settanta, ha riportato all'onore delle cronache (più sotterranee) la vicenda stupefacente della scena “No Wave”, che visse il tempo di una fiammata nella Grande Mela di quegli anni per poi deflagrare in mille altri progetti, lasciando influenze, semi (malefici), retaggi sonori, artistici e culturali.
Singolare perché, alla fine, il circuito di artisti e band riconducibili alla “scena” era molto limitato e circoscritto e si perdeva facilmente nel marasma di quegli anni Settanta in cui New York era una città pericolosissima, violenta, in bancarotta, in totale disfacimento logistico e umano.

La polizia, accoglieva i passeggeri in arrivo all'aeroporto JFK, con un volantino con la scritta “Benvenuti nella città della paura”, e un vademecum in cui si consigliava di evitare luoghi come Manhattan (per non parlare di Bronx o Harlem, zone in cui spesso nemmeno le forze dell'ordine avevano l'ardire di entrare), l'eroina scorreva a fiumi, tanto quanto la prostituzione era diffusa per procurarsela (maschile e femminile), con condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Ci vollero anni per risistemare il tutto non di rado utilizzando metodi altrettanto violenti e discutibili.
John Lurie, che alla scena era tangente, aggiunge un ulteriore inquietante tassello: “Le cose iniziarono a diventare cupe. La gente incominciò a morire.
Molti per quello che veniva chiamato il “cancro dei gay”. L'urgenza e l'impunità scomparvero. Le cose incominciarono improvvisamente a essere pericolose”.
Il giornalista Edmund White del New York Times aggiunge un'ulteriore pennellata: “Il mondo culturale – almeno quello che contava - era molto più piccolo allora. I pittori conoscevano i musicisti che conoscevano gli scrittori ed erano tutti facilmente accessibili”.


In questo ribollente calderone nasce un fiore ancora più malato di quanto fosse possibile prevedere.
Il punk ha già messo abbondantemente le radici, dipanandosi tra le più svariate influenze, quello power pop rock adrenalinico dei Ramones, quello iconoclasta dei Dead Boys, la parte “intellettuale” di Television e Talking Heads, la declinazione mainstream dei Blondie, le contaminazioni latin soul blues dei Mink De Ville. Ma i nuovi ragazzi e (tante) ragazze che andranno a rappresentare l'ossatura della No Wave sono già avanti, disprezzano quello che è per loro già una sorta di tradizionalismo, lontano da innovazione e reale sovversione.

A fare da maestri, i Suicide possono andare bene, arrivano da un'altra dimensione, da anni impegnati a terrorizzare pubblico e avventori di locali con uno show e una musica che vanno oltre ogni immaginazione, perfetta colonna sonora dell'apocalisse sociale della città ai tempi.

Ma ci sono anche il Lou Reed provocatoriamente rumorista di “Metal Music Machine”, le varie forme di sperimentazione, tra anni Sessanta e Settanta, prima tra tutte l'esperienza di Captain Beefheart, l'esasperazione elettrica confluita in forme di free jazz degli Stooges di “Fun House”, ampie dosi del jazz più avanguardista dell'epoca, da Ornette Coleman a Sun Ra, la sempre sottovalutata avventura sonora di Yoko Ono. Il tutto frullato nell'iconoclastìa adolescenziale di giovani incazzati neri, disperati, sperduti nell'inferno quotidiano di una città spietata da cui urlare la disperazione.
Anche Patti Smith si muoveva nelle stesse strade, ma pur se ben altre coordinate sonore e artistiche, fotografò bene quei momenti: “Per me, essere affamata e senza un soldo ma essere libera di vivere in un casino e non dovermi preoccupare se non facevo il bagno per una settimana, era sufficiente”.

A fianco e insieme a tutto ciò si sviluppa un'avanguardia artistica che si sublima nel Colab (Collective Projetcs Inc) che organizza mostre (in particolare il Times Square Show, ai tempi luogo pericoloso, di spaccio e delinquenza) con giovani artisti, destinati a diventare celebrità, come Jenny Holzer, Nan Goldin, Keith Haring, Kenny Scharf, Jean-Michel Basquiat e Kiki Smith.
Anni in cui gli affitti erano bassi, aspiranti scrittori, cantanti, ballerini potevano permettersi di vivere a Manhattan, prima che tutti i marginali venissero ulteriormente emarginati e sostanzialmente espulsi verso altre zone, mentre incominciava la selvaggia gentrificazione. Uno degli aspetti più particolari è che questa “scena”, diventata così influente e iconica era in realtà composta da una manciata di musicisti (o pseudo tali) animati da uno spirito “terrorista”, spietato, violento e antagonista a qualunque manifestazione fosse pur se lontanamente “omologata”.

Non è improbabile che se Brian Eno non fosse arrivato in città per produrre il secondo album dei Talking Heads, “More Songs About Building And Foods” e non fosse stato, come sempre, così curioso e attento a quello che lo circondava, questa esplosione di rabbia, ritmi e intuizioni, si sarebbe persa nel marasma di tendenze, dischi, droghe, concerti oscuri. Il movimento No Wave rigettava il legame che il punk aveva con il rock 'n' roll tradizionale, cercava ispirazione nel rumorismo e nella sperimentazione.

Come dichiarò Lydia Lunch: "Odiavo quasi tutto il punk rock. La No Wave non aveva niente a che fare con il punk.
Chi aveva bisogno degli accordi, di tutte queste progressioni che erano state usate fino alla morte nel rock? Per suonare la chitarra slide usavo un coltello, una bottiglia di birra... il bicchiere dava il suono migliore. Ancora oggi non conosco un solo accordo sulla chitarra."


Agli inizi del 1978 l'Artists Space di Michael Zwack e Roberto Longo, con sede a Soho, Manhattan, organizzò un festival di cinque giorni con alcuni esponenti di questa magmatica e feroce nuova scena musicale.
Suonarono i Gynecologists, i Communists, i Theorotical Girls di Glenn Branca, Terminal, Tone Death, Daily Life.

Jim Sclavunos militò alla batteria nei Gynecologists, prima di passare ai Teenage Jesus and the Jerks e poi agli 8 Eyed Spye con Lydia Lunch e infine ai Bad Seeds di Nick Cave:
"Penso che gli obiettivi e i metodi di ogni band fossero piuttosto unici. Tuttavia, un aspetto comune a tutti era la loro asprezza uditiva: strumentazione aspra e stridente, dissonanza e atonalità. Tutte le band hanno avuto una presenza sul palco un po' straniante. Il pubblico era soggetto a esplosioni casuali di violenza, fredda indifferenza o sdegnosa ostilità, a volte tutto quanto insieme”.
Fu negli ultimi giorni di questa spontanea esplosione creativa, durante le esibizioni di Teenage Jesus and The Jerks, DNA, James Chance and the Contortions e Mars che Brian Eno approdò nel locale, rimanendone impressionato e affascinato, tanto da approntare, con urgenza, una session di registrazioni per salvare l'attimo e documentare in tempo reale quanto stava accadendo.
Ne beneficiarono i quattro nomi che aveva visto in azione, portati velocemente in studio, registrando praticamente in diretta, più in funzione di una testimonianza che del contenuto artistico in sé. Fu una mossa azzeccata perché la compilation “No New York”, pubblicata pochi mesi dopo, restituisce in pieno la violenza e l'asprezza di quei suoni e di quell'attitudine.
James Chance, accompagnato dai Contortions, è probabilmente il nome più maturo e compiuto del lotto, con un'idea artistica già più o meno precisa, quella di partire, rispettosamente, dal funk (James è un fan acceso di James Brown) per decostruirlo in chiave disarmonica, provocatoria, dissonante, punk.
Ma il groove di base rispetta i canoni del genere.

James Chance aveva un recente passato con i Death, suonando cover di Velvet Underground e Stooges, poi con i Flaming Youth e con la prima formazione dei Teenage Jesus and the Jerks a fianco della giovanissima Lydia Lunch.
James Chance proseguì una lunga carriera tra alti e bassi, continuando a mantenere un solido legame con il sound delle origini. I componenti originali della band fonderanno esperienze di particolare rilievo nella scena più underground, dai RayBeats ai Bush Tetras mentre la tastierista Adele Bertei entrerà nel giro importante della musica pop, collaborando con Blondie, Tears For Fears, Culture Club, Pointer Sisters.

Amica fraterna di James Chance è stata Lydia Lunch che condivise con lui il primo appartamento, appena arrivata a New York da Rochester. Cambiò il cognome da Koch a Lunch a causa del soprannome datole da un altro grande protagonista della vita underground dei tempi, Willy DeVille. Lydia lavorava in un ristorante e passava segretamente a Willy e ad altri esponenti del suo giro un po' di cibo per il loro povero “lunch”.
Con i Teenage Jesus and The Jerks fa il suo esordio nella musica, all'insegna di un sound minimale, durissimo, cacofonico, a cui aggiunge una vocalità estrema, con urla strazianti.
La sua carriera è compulsiva, tra mille progetti artistici, dal cinema off, alla poesia, alla sceneggiatura, a numerosissime incarnazioni sonore, soliste, spoken word, collaborazioni di ogni tipo. Sempre all'insegna di musiche dure, oscure, malate, estreme. Il suo “Queen of Siam” del 1979 e il singolo con i Sonic Youth, “Death Valley 69” del 1986 sono tra i vertici della sua produzione.
E' tuttora in fervida e bulimica attività, sempre all'insegna di livelli qualitativi altissimi.

Una vita brevissima quella dei Mars, già attivi nel 1975, che totalizzeranno una manciata di concerti e non più di mezzora di registrazioni, finite in un paio di 45 giri e varie raccolte.
Rumoristi, figli diretti dei Velvet Underground, minimali ma con strutture definite e meno improvvisate di quanto non possano sembrare. Dopo lo scioglimento il bassista Mark Cunnigham fu protagonista, insieme ad Arto Lindsay e Ikue Mori dei DNA e ad altri due membri della band, della singolare “no wave opera”, “John Gavanti” basata sul "Don Giovanni" di Mozart e definita come l'album più "inascoltabile di tutti i tempi" tra dissonanze acide e il più aspre possibile.

E infine i DNA di Arto Lindsay, un solo singolo e un Ep all'attivo ma una visione artistica e un'influenza notevole su tantissimi progetti futuri. Anche in questo caso siamo nel consueto campo abrasivo, sperimentale, crudo e avanguardistico, con un retrogusto blues stravolto alla Captain Beefheart. Arto Lindsay sarà partecipe di tantissimi progetti, dai Lounge Lizards di John Lurie e i Golden Palominos, a lavori con John Zorn, Laurie Anderson, Bill Frisell, David Byrne, Marc Ribot, Ryuchi Sakamoto, alla produzione (inaspettata) di prestigiosi artisti brasiliani, da Gal Costa a Caetano Veloso.
La batterista Ikue Mori proseguirà l'attività nel mondo più sperimentale, arrivando a notevoli riconoscimenti e a collaborazioni prestigiose (da John Zorn a Kim Gordon e Thurston Moore dei Sonic Youth, Mike Patton e tanti altri).

Carriere brevi e fulminanti, poi continuate sempre su coordinate simili, sfidando ogni modalità commerciale, restando orgogliosamente “dall'altra parte”, sempre e comunque antagonisti.
Il loro esempio ha influenzato una lunga serie di nomi, a loro volta diventati riferimenti per le generazioni successive, a partire dai Sonic Youth con cui molti esponenti della No Wave hanno ripetutamente collaborato.
I Pussy Galore del grande Jon Spencer (che troverà il successo successivo con Boss Hog e la sua Blues Explosion) attingeranno a piene mani dalla rabbia e dal funk impazzito dei Contortions mentre anche gli spietati Butthole Surfers guarderanno con molta attenzione alle band New Yorkesi.
Lo Steve Albini dei furiosi esordi con Big Black e Rapeman è un altro nome che ha sicuramente apprezzato quell'esperienza, a cui non è estraneo l'approccio iconoclasta, aggressivo e disperato dei Birthday Party di Nick Cave.
Poco conosciuti i Circus Mort, se non perché daranno vita alla ben più nota carriera degli Swans con sempre Michael Gira alla guida. Entrambi i nomi non sono alieni alla lezione della No Wave.
Non dimenticando quanti gruppi hardcore punk abbiamo più o meno direttamente introitato quel gusto, sfacciato e incurante delle regole per l'estremo, da alcune band dell'inglese Crass Records agli Husker Du, fino ai , perché no?, Nirvana di “Bleach”.

“Quando nel 1980 arrivai a New York, andavo a downtown a vedere le band di No Wave. Era qualcosa di espressionista e anche nichilista. Il punk rock era parodistico dicendo: "Distruggeremo il rock". La No Wave era più del tipo "No, stiamo davvero distruggendo il rock". Era molto dissonante. Ho pensato semplicemente: "Wow, è davvero libera". Potrei farlo pure io.'"
(Kim Gordon – Sonic Youth).
INTERVISTA a LYDIA LUNCH

Credo che tu sia tra le rare artiste che hanno sempre suonato ciò che amavano, senza cercare altre strade più comode. Quanto ti ha dato e quanto ti ha tolto questa scelta?
Non c'era e non c'è altro modo. Che scelta dovrei avere? Sono ostinatamente indipendente, troppo prolifica ed essendo una schizofrenica musicale non posso pensare di fare diversamente.

Quando hai iniziato a cantare e suonare, avresti mai immaginato di continuare sul palco fino ad oggi?
Ho proclamato a 22 anni che sarei stata la più anziana rabbiosa donna vivente. Profezia ? Chiedimelo tra 100 anni.

Hai mai avuto rimpianti nella tua carriera? Ci sono opportunità che ritieni di aver perso e di cui ti dispiace?
ASSOLUTAMENTE NO!

Tra i tuoi numerosi progetti artistici, a quale sei più affezionata?
Sono tutti serviti proprio allo scopo che mi ero prefissata.

Quali sono i personaggi che più ti hanno segnato nei numerosi incontri della tua vita, artistica e non?
Lo scrittore americano Hubert Selby JR. Uno scrittore di romanzi brillanti, ancora non abbastanza considerati nemmeno ora che è morto. (“Ultima fermata a Brooklyn”, “La stanza”, “Requiem per un sogno”, ecc.) Ero entusiasta quando ha accettato di scrivere l'introduzione al mio libro “Paradoxia, A Predator's Diary”.

C’è molta apprensione in giro per ciò che accade oggi nel mondo. In tanti anni poco è cambiato e forse in peggio. Come ti collochi umanamente e come artista di fronte alle continue ingiustizie sociali, sempre presenti ovunque?
Continuo a inveire contro i cleptocrati genocidi, omicidi e succhiacazzi e non smetterò mai di lamentarmi della schiavitù, delle guerre infinite, del cambiamento climatico, dell'inquinamento o delle stronzate politiche. Mai.

Nella tua vita e nella tua vita artistica hai sempre amato superare i limiti. Hai altro da oltrepassare davanti a te?
Continuando a esistere mentre il mondo si dissolve.

Sono stato davvero colpito dalla tua dichiarazione "abbiamo dieci dita, loro hanno due occhi" riguardo alla violenza maschile.
Le donne una volta erano guerriere. Dobbiamo ricordarci come difenderci fisicamente, psichicamente e spiritualmente.

Il tuo/tua cantante preferito/a.
Dipende dal mio umore. Billie Holiday, Tom Waits, Townes Van Zandt

Compositore preferito.
Stockhausen

Il tuo eroe nella musica e non solo.
Madalyn Murray O’Hair, leader del movimento ateo americano “La religione ha causato più miseria a tutta l’umanità in ogni fase della storia umana di qualsiasi altra singola idea”.

Il miglior album di tutti i tempi.
Il primo degli Stooges.

Il miglior live.
I Birthday Party con Rowland S Howard, prima che Nick Cave diventasse un predicatore cristiano di ballate morbose.

La tua canzone per un party. Non vado ai party.

Una canzone che vorresti suonasse per il tuo funerale.
Cosa ti fa pensare che ne avrò uno?

martedì, giugno 04, 2024

The Executive (pre Wham!)

Poco prima del successo mondiale con gli WHAM!, George Michael e Andrew Ridgely furono protagonisti di una breve avventura con i THE EXECUTIVE a base di ska e rocksteady.

La band si formò nel 1979.
Oltre ai due sedicenni George e Andrew ne facevano parte anche il fratello di Andrew, Paul Ridgely e David Austin.
Registrarono un introvabile demo con i brani "Rude Boy", una cover di Andy Williams "Can't Get Used To Losing You" di Andy Williams e una versione ska del brano di Beethoven "Für Elise" !!!
Pare ne sia stata prodotta una decina di copie (lasciate poi alle etichette) e, nonostante lunghe ricerche, non sia stata possibile reperirne nemmeno una copia.
Provarono ripetutamente a proporsi a varie etichette a Londra ricevendo sempre rifiuti o nessuna attenzione.

John Mostyn, manager dei The Beat e della loro etichetta Go-Feet ricorda un episodio curioso:
Pochi anni fa, leggendo la biografia degli "Wham", ho scoperto che George e Andrew erano grandi fan dei The Beat e avevano inviato una demo di brani ska che avevano realizzato mentre erano ancora al college alla nostra etichetta.
La biografia continuava dicendo che era stato dopo aver ricevuto una lettera di rifiuto dalla Go-Feet, cioè da me! che George e Andrew decisero che avrebbero dovuto scrivere in uno stile più "pop" e iniziarono a scrivere "Young Guns" e "Club Tropicana". George ha ammesso che non scrivevano grandi brani ska, quindi non potevo sentirmi troppo male quando l'ho scoperto, ma ho sempre desiderato che avessero mandato anche "Young Guns" e "Club Tropicana".
Potrebbe essere stata una storia diversa."


Fecero qualche concerto (sicuramente il 5 novembre 1979 a Bushey, città natale di George e Andrew) ma la grande occasione parve arrivare quando il loro compare David Austin, che studiava all'Harrow College, quasi a Londra, trovò un concerto di supporto ai Vibrators, all'interno del college.
Ma a una settimana dall'evento George chiamò la segreteria che negò di averne mai sentito parlare.
Fu la fine della band.
E iniziò un'altra storia.

George Michael:
Io e mio padre stavamo litigando. Eravamo in auto e gli stavo facendo sentire questo demo tape. A parte "Rude Boy", avevo fatto qualcosa con David e stavo portando queste cose in tutte le case discografiche. Ricordo che l'ho fatto ascoltare in macchina a mio padre e lui continuava a dire che dovevo rendermi conto che non c'era futuro per me. Mi raccontava tutto questo da anni e io avevo smesso da tempo di discutere con lui.
Ma ora ci volevo provare davvero. Gli ho detto, "mi hai sbattuto questa merda in faccia negli ultimi cinque anni" ma che avrei assolutamente continuato a farlo, quindi "il minimo che potresti fare è darmi un po' di supporto morale."
"Tutti i diciassettenni vogliono essere pop star", ha detto.
«No, papà. Tutti i dodicenni vogliono essere pop star."
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