Una recensione approfondita a cura del nostro collaboratore Michele Savini di uno degli album più importanti dell'anno, "Fenian" dei Kneecapp.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
lunedì, maggio 11, 2026
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Ieri mi sono rivisto, finalmente in italiano, il docufilm "Kneecap". Sono veramente una piacevole novità e conferma di questi anni.
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