giovedì, giugno 13, 2024

Sly Stone - Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin)

Mi preme segnalare l'opera meritoria di JIMENEZ EDIZIONI che ha pensato di tradurre (grazie a Alessandro Besselva Averame) la recente autobiografia di SLY STONE "Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin)".
Spesso chi non è parente stretto dell'inglese si rammarica dell'impossibilità di leggere ottimi libri pubblicati solo in lingua originale.
L'invito è di approfittarne, il libro è davvero molto bello e importante.

Avevo recensito la versione americana lo scorso dicembre qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/12/sly-stone-thank-you-falettinme-be-mice.html

La riporto sotto:

E' stimolante e affascinante scoprire cose nuove attraverso la lettura.
E' invece rassicurante, quanto gradevole, leggere di argomenti abbondantemente conosciuti, a cui si aggiungono particolari inediti ad arricchire la passione per il soggetto.
In questo senso l'autobiografia (al momento solo in inglese) di SLY STONE non aggiunge rivelazioni sorprendenti a quanto già gli appassionati del personaggio conoscono ma l'ironia e il disincanto con cui Sly narra la sua straordinaria storia umana e artistica, rende il libro (pubblicato, primo titolo in assoluto, dalla casa editrice di Questlove) divertente, irresistibile, pulsante.
Sly and the Family Stone sono un pezzo preziosissimo ed essenziale in tutta la storia della musica pop/rock/black, con all'attivo alcuni album di grandissimo pregio e un discreto numero di capolavori.

"Sly and the Family Stone avevano un concept. Bianchi e neri insieme, donne e uomini e le donne non erano solo cantanti ma suonavano gli strumenti".

Il libro è stato “created in collaboration” con Sly dallo scrittore Ben Greeman (e l'ex fidanzata di Sly, Arlene Hirschkowitz) che ha presumibilmente messo insieme una serie di dati già conosciuti e le parole (probabilmente un po' confuse e concise - vedi la pagina finale del libro con mini intervista con risposte a monosillabi -) estrapolate da qualche chiacchierata con il protagonista.

Sly non si tira indietro nel descrivere il lungo periodo nell'abisso di cocaina, crack e altre sostanze anche se, ovviamente, si trattiene parecchio, confutando spesso quanto invece spiattellato da ex collaboratori e amici nel libro di Joel Selvin, "Sly & the Family Stone: An Oral History" (https://tonyface.blogspot.com/2023/01/joel-selvin-sly-family-stone-oral.html).

Anche il declino artistico (con sporadici ritorni, spesso confusi e non di rado poco dignitosi) è affrontato con parole malinconiche e remissive, mentre si accavallano racconti relativi alla dipendenza e alle problematiche "familiari".

"Drugs were still around but they didn't dominate"
v I fan più hardcore di Sly troveranno solo piccole aggiunte a una storia già conosciuta, i neofiti invece un ottimo mezzo per approfondire una vicenda artistica inimitabile.

"La cosa divertente era che alcuni bianchi pensavano che fossimo troppo militanti. Dove ci schieravamo veramente? Da qualche parte nel mezzo, che era il posto migliore dove stare se volevi continuare a trovare soluzioni.
Se eri lontano, da una parte o dall’altra, eri una minaccia e le minacce venivano eliminate.
Quel pensiero mi ha portato a trascorrere più tempo a casa di quanto avrei altrimenti potuto.
E per quanto riguarda cambiare la direzione band, anche se me lo avessero chiesto, non lo avrei fatto. Il punto era proprio questo, elevarsi al di sopra di tutto ciò. Le divisioni erano sottrazioni."<
BR>
"Mi sentivo incompleto senza uno strumento o sarebbe meglio dire che mi sentivo completo solo con uno strumento".

"Quando facevo il DJ alla KSOL alcuni ascoltatori pensavano che in una radio Rhythm and blues non si doveva sentire musica bianca. Ma era una cosa senza senso per me. La musica non ha colore".

Sly Stone
Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin)
Jimenez Edizioni
290 pagine
22 euro

mercoledì, giugno 12, 2024

David Bowie - I'm waiting for my man

Non solo ho fatto una cover della canzone dei Velvet Underground prima di chiunque altro al mondo, ma l'ho fatto ancora prima che l'album uscisse.
Questa è l'essenza del Mod.

(David Bowie).

Nel novembre del 1966 il manager di David Bowie, Kenneth Pitt, fece un viaggio d'affari a New York. Mentre era lì fece visita alla Factory di Andy Warhol, dove incontrò l'artista e venne presentato ai Velvet Underground.
Pitt era intenzionato a portare la band in Inghilterra per alcuni spettacoli dal vivo, e gli fu così data una copia in acetato del loro prossimo album di debutto, The Velvet Underground and Nico (pubblicato nel marzo 1967).

"Tutto quello che sentivo e che non sapevo sulla musica rock mi è stato rivelato in un disco inedito. Erano i Velvet Underground e Nico.
La prima traccia scivolò via in modo abbastanza innocuo e non mi rimase.
Tuttavia, da quel momento in poi, con il basso e la chitarra di apertura, pulsanti di “I’m Waiting For The Man”, il fulcro, la chiave di volta della mia ambizione fu portata a casa.
Questa musica era così selvaggiamente indifferente ai miei sentimenti. Non mi importava se mi piaceva o no. Non gliene importava un cazzo. Era un mondo invisibile ai miei occhi di periferia."

(David Bowie)

"Warhol gli aveva dato questa stampa di prova senza copertina (ce l'ho ancora, senza etichetta, solo un piccolo adesivo con il nome di Warhol sopra) e gli aveva detto: "Ti piacciono le cose strane, guarda cosa ne pensi". Quello che "pensavo" era che qui c'era la migliore band del mondo.
Nel dicembre di quell’anno la mia band, i Buzz, si sciolse, ma non senza che io chiedessi di suonare “I’m Waiting For The Man” come bis del nostro ultimo concerto."


Il brano venne registrato nel 1967 con la nuova band di Bowie, i Riot Squad.

https://www.youtube.com/watch?v=gK3H2JJhxqw

martedì, giugno 11, 2024

Marco De Paolis con Annalisa Strada - L’uomo che dava la caccia ai nazisti

Marco De Paolis è Procuratore Generale Militare presso la Corte d'Appello di Roma.
Ha dedicato la vita a indagare sugli eccidi nazifascisti, istruendo 17 processi e portando alla condanna di decine di criminali di guerra.

Partendo dalla scoperta dell'Armadio della Vergogna, nel 1994 (tenuto in un luogo chiuso con un lucchetto e le ante rivolte verso il muro), contenente 695 dossier e un Registro Generale riportante 2.274 notizie di reato, raccolte dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante la campagna d'Italia (1943-1945) dalle truppe nazifasciste.

De Paolis si circonda di fidati collaboratori e nel 2002 costituisce il Gruppo Investigativo Speciale per i Crimini di Guerra.

Un lavoro certosino per rintracciare i responsabili delle stragi in Emilia e Toscana (oltre a Cefalonia), in cui morirono migliaia di civili, trucidati dalle truppe naziste (spesso con efferatezza indescrivibile), non di rado aiutati dai fascisti repubblichini italiani (non perseguibili a seguito dell'"Amnistia Togliatti" del 1946, al fine di archiviare il passato e aprire una nuova epoca).

De Paolis si trova così di fronte a vecchi nazisti.
"Non erano vecchi criminali, ma solo criminali invecchiati, fossilizzati nella loro ideologia di morte.
Alcuni erano rimasti convintamente nazisti e non lo nascondevano"
.

Gerhard Sommer che comandò l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema "era la personificazione del male e tutta la sua pericolosità era ancora intatta".

I processi e relative condanne resero (parziale e tardiva) giustizia.
Buona parte dei responsabili morirono di morte naturale prima delle condanne.

"Nessuno doveva fare quella fine".

Marco De Paolis con Annalisa Strada
L’uomo che dava la caccia ai nazisti
Il Battello a Vapore
Pagine 160
14 euro

lunedì, giugno 10, 2024

San Tropez - Pink Floyd & Rita Pavone

La storia del rock ci ha abituati a leggende, dicerie, vicende epiche o incredibili che si sono tramandate nel tempo, spesso arricchite da ulteriori (finti) particolari dagli stessi interessati o da chi riportava la notizia.
Il famoso pipistrello addentato sul palco da Ozzy Osbourne, le ceneri del padre aspirate con il naso da Keith Richards, la consueta “morte” di Paul McCartney nel 1966, prontamente sostituito da un sosia mancino, polistrumentista, raffinato ed eccezionale compositore e altre infinite storie di sesso, droga e rock'n'roll. In questa sede parliamo di una delle più grottesche e gustose.
Partendo da un'annotazione importante.

Negli anni Settanta, quando il rock non aveva ancora compiuto vent'anni, l'editoria relativa era ancora un fenomeno pionieristico.
Libri sui gruppi (che speso avevano avuto un'attività ancora limitata) erano molto rari, le stesse riviste specializzate talvolta molto imprecise e poco approfondite.
Soprattutto l'Italia era ancora un luogo molto lontano dal fulcro degli eventi, Inghilterra e Stati Uniti.
Una periferia musicale in cui l'interesse e la conoscenza per il mondo del rock era comunque molto alto e anche la produzione nostrana incominciava ad essere a livelli più che dignitosi.
Per supplire alla mancanza di informazioni ci si arrangiava con quello che si poteva.

I Pink Floyd erano già parecchio seguiti dalle nostre parti, un gruppo di culto per i fan più accaniti ma anche un nome che arrivava agevolmente in alto nelle classifiche (non a caso dopo cinquant'anni “The dark side of the moon” continua a stazionare imperterrito ogni fine anno tra i primi cento o anche cinquanta posti tra i più venduti).
Dopo gli inizi caratterizzati dalla follìa geniale di Syd Barrett, avevano intrapreso strade più cerebrali, mantenendo uno stretto legame con la sperimentazione ma aprendosi anche a sonorità più dilatate e a momenti fruibili e meno ostici.
Avevano suonato nel 1968 al “Piper” di Roma, ancora semi sconosciuti e nel 1971 nell'insolita Brescia.
Sempre lo stesso anno si erano esibiti, senza pubblico, per una registrazione nell'Anfiteatro romano di Pompei, concerto da cui venne tratto il film musicale “Live at Pompei”, uscito nelle sale nel 1974.
Ricordo personalmente che alla proiezione della pellicola, qualche anno dopo, molti spettatori evitavano di guardare le immagini, chiudendo gli occhi, per assaporare meglio il fluire della musica e immergersi nelle atmosfere avvolgenti del suono, ascoltato con l'impianto di un cinema dai volumi ben più alti di quello di uno stereo casalingo.

A metà degli anni Settanta uscirono, su fogli ciclostilati realizzati da appassionati, le traduzioni (come vedremo, abbastanza approssimative) di alcuni testi del gruppo.

Nel settembre del 1978 la prestigiosa casa editrice Arcana pubblica “la prima raccolta italiana ufficiale di tutti i testi dei Pink Floyd, con traduzione a fronte”.
Si va dall'esordio del 1967, “The piper at the gates of dawn” al recente “Animals” del gennaio 1977 (il successivo “The wall” sarà pubblicato nel 1979).

A questo punto incomincia la nostra storia.

Nel 1971 era uscito il sesto album in studio dei Pink Floyd, “Meddle”, accolto bene dalla critica ma che poi nel corso della storia della band, ricca di capolavori e grandi exploit artistici, è retrocesso nell'ipotetica classifica dei loro migliori episodi.
Anche perché contiene ben due tra i brani che anche i fan più fedeli al gruppo ritengono tra i peggiori della loro storia. Il primo è “Seamus”, un breve blues acustico “cantato” da un cane! E' Seamus, il cane di Steve Marriott degli Small Faces (che, ironicamente, lo affidava spesso al loro ex chitarrista Syd Barrett, quando era impegnato in concerto) che ulula sulle note della chitarra.
Lo strazio dura per fortuna solo un paio di minuti.

Subito dopo parte “San Tropez” (pure il titolo è sbagliato), ispirato alla (quasi) omonima località balneare francese.
Il brano è uno swing scanzonato e gradevole senza alcuna pretesa, composto e cantato da Roger Waters, della cui presenza si poteva facilmente fare a meno.

E' proprio da questo brano che si muove la vicenda. La traduzione, evidentemente “a orecchio”, del testo, finita nel suddetto libro, viene estrapolata dai famosi fogli ciclostilati, e riportato il (presunto) verso “I hear your soft voice calling to me / making a date for Rita Pavone” ovvero “Odo la tua voce morbida che mi chiama per fissare un appuntamento con Rita Pavone”.
Effettivamente con questo testo sotto gli occhi, all'ascolto del brano sembra veramente che il brano si chiuda con la parola Rita Pavone, pronunciato “Rita Pavfòn” (peraltro difficilmente un anglosassone lo pronuncerebbe in quel modo, più probabilmente direbbe “Rita Pavoni”).
In mancanza di altre fonti e con l'autorevolezza di un libro (la traduzione è firmata Valter Binaghi, redattore della rivista “Re Nudo”, allora ventenne) la notizia passò per veritiera. In realtà il testo, si scoprì poco tempo dopo, dice “I hear your soft voice calling to me / Making a date later by phone” ovvero “Odo la tua voce morbida che mi chiama per fissare un appuntamento più tardi al telefono”. Niente omaggio alla nostra artista, da parte della grande band inglese.

Ma Rita Pavone non sembra sentirci.
Forse per vanagloria o per attirare l'attenzione su di sé dichiara pubblicamente:
“Sì, sono io quella Rita Pavone che i Pink Floyd cantano nel loro brano 'San Tropez' e ne sono modestamente molto orgogliosa.
Ho conosciuto il gruppo nel 1976 durante un mio spettacolo in Francia. Loro si trovavano in sala e ricordo che applaudirono con molto calore durante la mia esibizione”
.

Particolare un po' improbabile considerando che trascorsero otto mesi in studio di registrazione quell'anno per la realizzazione di “Animals” (uscito nel gennaio 1977) e che, come un po' tutti i gruppi, non è che andassero in vacanza o a vedere i concerti insieme in giro per l'Europa.
Nella sua autobiografia del 1997, “Nel mio 'piccolo” rimarca: “Sulla Costa Azzurra durante la tournée estiva del '73, mi dissero che tra il pubblico in sala c'erano i Pink Floyd, a cui non devo essere affatto dispiaciuta come artista se anni dopo, nel brano 'Saint Tropez' del loro 33 giri 'Meddle', arrivarono a cantarmi in una loro canzone."

Il problema è che Rita fa un po' di confusione.
Probabilmente ricorda male (ma il tempo per una verifica c'era e poteva evitare una magra figura) o forse ha reputato che l'occasione fosse buona per fare parlare del libro, in un periodo in cui il successo era un ricordo lontano.
L'album “Meddle” in cui è inclusa “San Tropez” fu pubblicato il 5 novembre del 1971. Il che fa apparire abbastanza improbabile la ricostruzione della Pavone che parla una prima volta del 1976 e la successiva del 1973. I Pink Floyd fecero un mini tour in Francia ma nel 1974. Probabilmente per fugare ogni dubbio Rita Pavone aggiunse pure, in interviste successive: "Non nego che in seguito la canzone sia stata reincisa e proposta con un’altra versione in cui non compariva più il mio nome".

Nel 2005 il giornalista Claudio Zambini intervista il batterista Nick Mason: "Una curiosità: a chi è venuta l'idea di citare Rita Pavone nel testo di "San Tropez"?". “Oh, suppongo a Roger: la canzone era stata composta mentre eravamo in tour, a Saint Tropez. Devo ammettere che dovrei dare un'occhiata al testo perché non ricordavo proprio questo particolare: non saprei dirti per quale motivo ha inserito il suo nome nel pezzo, dovresti chiederlo a lui."

A suggellare la vicenda ci pensò però proprio una risposta di Roger Waters, a precisa domanda di un temerario giornalista italiano (il bassista non è mai stato particolarmente tenero con la stampa):
Who the hell is Rita Pavone? (chi diavolo è Rita Pavone?).

La verità sembra piuttosto evidente e palese ma le leggende e i misteri non sono fatti per essere risolti o svelati.
Esisterà sempre qualcuno che proverà a portare avanti la storia.

venerdì, giugno 07, 2024

Steve Turner - King Mod: The story of Peter Meaden, The Who and the birth of a British sub-culture

Peter Meaden è stato lo scopritore e manager dei primi WHO (e High Numbers, per i quali scrisse i testi del primo - e unico con quel nome - singlo "I'm the face" / "Zoot Suit") e tra i protagonisti della scena MOD degli anni Sessanta.

Il libro ne narra la storia, ricchissima di dettagli inediti o poco conosciuti (oltre a tante foto rare) e include un'intervista del 1975 sulla sua vita, gli Who, i mods etc.

Durante la quale formulò la famosa e definitiva frase sul MOD:
"Modism, Mod living, is an aphorism for clean living under difficult circumstances."

Purtroppo le sue condizioni psico fisiche erano piuttosto compromesse (l'incontro tra l'autore e Meaden avviene in una clinica psichiatrica) e non tutte le sue considerazioni sono affidabili e condivisibili (soprattutto le contestualizzazioni temporali) ma per chi ama l'ambito subculturale è un documento preziosissimo.

Ci sono appunti importanti, come l'articolo del settembre 1962 sulla filosofia di Mark Feld (futuro Marc Bolan) considerato il primo documento ufficiale sulla scena modernista, in cui non parla mai di mod, né di musica, nè di droghe, scooter o altro ma fa esclusivo riferimento alla sola ossessione per l'estetica.
Anche se già nel 1958 il "Daily Mirror" pubblicava l'articolo dal titolo "Are you a Trad or a Mod?", ripreso poi nel marzo 1963 dal "Mirror": "Trad or Mod?".
Le descrizioni dell'epoca sono accuratissime, a partire dal luogo in cui partì la scena Mod, il club londinese "The Scene" in cui Sandra Blackstone (compagna di un soldato americano di stanza a Londra) suonava 45 giri rarissimi con la regola del club "nessun disco della Top 20".

Quando incontra gli Who, dediti a blues e rythm and blues, per soddisfare il loro pubblico trova un gruppo di ragazzi "malleabili e da plasmare".
"Li portai allo "Scene", videro i mods e incominciarono a identificarsi con loro e a entrare nel mio mondo speciale".

Grazie a Guy Stevens, Dj e prime mover della scena mod londinese (poi produttore di "London calling" dei Clash) porta a Townshend e soci una lunga serie di rari brani "black" da cui prendere ispirazione.

La fine mediatica e numerica della scena mod avviene per un fattore particolare:
"LSD. Le pillole Drynamil incoraggiavano il movimento e la parlata veloce, LSD, mescalina e peyote portavano alla riflessione e introversione. La vita interiore diventò più importante delle altre attività."

Peter Meaden venne lasciato presto dagli Who, si dedicò alla Steve Gibbons Band ma finì malamente la sua vita tra depressione, esaurimenti nervosi, problemi psichiatrici e dipendenze pesanti.
Morì nel 1978, a 37 anni, poco prima di Keith Moon.
Gli Who si premurarono di coprire le spese funerarie.

Il libro è INDISPENSABILE per chi vuole approfondire certe tematiche e periodi (affiancherei l'eccellente "Stoned" dell'amico Andrew Loog Oldham, manager dei primi Stones).

"Al raduno di Hastings nel 1966 c'erano solo mods. 15.000 mods e TRE rockers in un bar!"

"Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Anddy Summers, Bryan Ferry".

"Essere un mod non era solo essere al massimo della moda ed estetica ma anche conoscere le migliori canzoni, i club, i bar, le boutique, i trend e le feste. Perdere le attività di un weekend significava essere tagliato fuori, il peggiore peccato che potesse commettere un mod. Non c'era nostalgia, i mod vivevano esclusivamente nel presente con uno sguardo attento al futuro."

Steve Turner
King Mod: The story of Peter Meaden, The Who and the birth of a British sub-culture
Red Planet Publishing Ltd
272 pagine
25 sterline

giovedì, giugno 06, 2024

Saudi League

Si è parlato a lungo della Saudi League, come nuova frontiera dello spettacolo calcistico, grazie all'arrivo di titolati campioni (da Cristiano Ronaldo a Neymar, Benzema, Brozovic, mané, Firmino) e nomi magari di secondo piano ma comunque reduci da esperienze nei migliori campionati europei.
Tutti sommersi da valanghe di soldi.

Le aspettative sono state ampiamente deluse.
A partire dalla Nazionale guidata da Mancini che dall'auspiacato innalzamento qualitativo del campionato avrebbe dovuto trarre vantaggio ma che è stata eliminata agli ottavi della Coppa d'Asia 2023.

Il campionato si è rivelato invece privo di alcun interesse sportivo.

Disertato dal pubblico televisivo: uno share sempre sotto il 2%, dato bassissimo mentre la media di presenze negli stadi passata dai 10.197 spettatori del 2022/23 agli 8.399 del 2023/24.

La serie A ha 30.911 spettatori, la serie B 22.247, la Lega Pro 3.200 (con un'impennata di spettatori televisivi del 40%).

I 18 club che prendono parte alla Saudi Pro League hanno speso quasi 939 milioni di euro in cartellini (di cui oltre 800 milioni solo dai quattro principali club sauditi, Al-Hilal, Al-Ahli, Al-Ittihad e Al-Nassr), e circa 1,2 miliardi in ingaggi stagionali, con un incasso di 50 milioni (la Premier ha incassato 1,5 miliardi).
In Italia si è speso circa 850 milioni ma con un attivo di oltre 170 milioni, la Bundesliga +300 milioni, la Liga a +150 milioni.

Non dimentichiamo però che il calcio è solo una componente del progetto, partito nel 2017, SAUDI VISION 2030, più ampio e complesso, di espansione economica, politica e sociale dell'Arabia Saudita nel mondo.

Lo sport (oltre al calcio - con candidatura per i Mondiali 2020 - ci sono anche Formula Uno, golf e boxe, tra gli altri) è la cortina fumogena virtuosa per fare dimenticare i diritti umani costantemente violati, la condizione dei lavoratori stranieri e le discriminazioni pesantissime nei confronti delle donne (non parliamo dei diritti LGBT+), il ricorso frequente alla pena di morte per reati spesso risibili, la vendita di armi e l'espansionismo politico a suon di cannonate (vedi lo Yemen).

I prossimi anni ci diranno se è stato solo il primo passo verso una nuova dimensione del calcio mondiale o un tentativo mal riuscito e al momento molto triste e inutile.

mercoledì, giugno 05, 2024

Emiliano Raffo - Abbiamo sempre avuto una canzone nelle orecchie

Benedetta/maledetta PROVINCIA, matrigna, cella di consuetudini ma anche guscio protettivo a cui tornare da avventure stimolanti e/o devastanti in qualche "altrove" (nello specifico la patria della "nostra" musica, Londra, quella ancora non gentrificata, turisticizzata, psot Brexit).

Un libro che attraversa anni, epoche, eventi tragici e questioni personali (ampiamente autobiografiche), con una colonna sonora da urlo che scandisce le vicende.

Un'evoluzione artistica che parte da Judas Priest, Metallica e Dokken, per passare a Beastie Boys ed Eminem arrivare a Britpop e Aphex Twin, The Streets e Burial.

Raffo scrive molto bene, evocativo, ironico ma anche glaciale e spietato quando serve.
Come ogni storia di provincia si rimane sul filo del rasoio, tra abbandono, tragedia, disperazione e una visione genuina e sincera, disincantata, sempre permeata da una sorta di innocenza adolescenziale che permette di andare avanti con un'attitudine positiva.

Emiliano Raffo
Abbiamo sempre avuto una canzone nelle orecchie
Officine Gutenberg
307 pagine
16 euro

martedì, giugno 04, 2024

The Executive (pre Wham!)

Poco prima del successo mondiale con gli WHAM!, George Michael e Andrew Ridgely furono protagonisti di una breve avventura con i THE EXECUTIVE a base di ska e rocksteady.

La band si formò nel 1979.
Oltre ai due sedicenni George e Andrew ne facevano parte anche il fratello di Andrew, Paul Ridgely e David Austin.
Registrarono un introvabile demo con i brani "Rude Boy", una cover di Andy Williams "Can't Get Used To Losing You" di Andy Williams e una versione ska del brano di Beethoven "Für Elise" !!!
Pare ne sia stata prodotta una decina di copie (lasciate poi alle etichette) e, nonostante lunghe ricerche, non sia stata possibile reperirne nemmeno una copia.
Provarono ripetutamente a proporsi a varie etichette a Londra ricevendo sempre rifiuti o nessuna attenzione.

John Mostyn, manager dei The Beat e della loro etichetta Go-Feet ricorda un episodio curioso:
Pochi anni fa, leggendo la biografia degli "Wham", ho scoperto che George e Andrew erano grandi fan dei The Beat e avevano inviato una demo di brani ska che avevano realizzato mentre erano ancora al college alla nostra etichetta.
La biografia continuava dicendo che era stato dopo aver ricevuto una lettera di rifiuto dalla Go-Feet, cioè da me! che George e Andrew decisero che avrebbero dovuto scrivere in uno stile più "pop" e iniziarono a scrivere "Young Guns" e "Club Tropicana". George ha ammesso che non scrivevano grandi brani ska, quindi non potevo sentirmi troppo male quando l'ho scoperto, ma ho sempre desiderato che avessero mandato anche "Young Guns" e "Club Tropicana".
Potrebbe essere stata una storia diversa."


Fecero qualche concerto (sicuramente il 5 novembre 1979 a Bushey, città natale di George e Andrew) ma la grande occasione parve arrivare quando il loro compare David Austin, che studiava all'Harrow College, quasi a Londra, trovò un concerto di supporto ai Vibrators, all'interno del college.
Ma a una settimana dall'evento George chiamò la segreteria che negò di averne mai sentito parlare.
Fu la fine della band.
E iniziò un'altra storia.

George Michael:
Io e mio padre stavamo litigando. Eravamo in auto e gli stavo facendo sentire questo demo tape. A parte "Rude Boy", avevo fatto qualcosa con David e stavo portando queste cose in tutte le case discografiche. Ricordo che l'ho fatto ascoltare in macchina a mio padre e lui continuava a dire che dovevo rendermi conto che non c'era futuro per me. Mi raccontava tutto questo da anni e io avevo smesso da tempo di discutere con lui.
Ma ora ci volevo provare davvero. Gli ho detto, "mi hai sbattuto questa merda in faccia negli ultimi cinque anni" ma che avrei assolutamente continuato a farlo, quindi "il minimo che potresti fare è darmi un po' di supporto morale."
"Tutti i diciassettenni vogliono essere pop star", ha detto.
«No, papà. Tutti i dodicenni vogliono essere pop star."

lunedì, giugno 03, 2024

Kid Creole and the Coconuts

Riprendo qui l'articolo dedicato a KID CREOLE and the COCONUTS che ho scritto ieri per "Libertà".

Tra gli anni Trenta e Quaranta si sviluppò negli Stati Uniti un “movimento” giovanile chiamato Zoot Suit, interessando in particolare gli americani di origine messicana o latina dell’area di Los Angeles.
L'estetica, impeccabile, si caratterizzava per i pantaloni e le giacche larghe e lunghe, cappelli a larghe falde, scarpe a punta e puntualizzava un bisogno di auto determinazione e anti autoritarismo.
Lo stile iniziò nel giro jazz di Harlem degli anni Trenta ma venne adottato dai pachucos ovvero i ragazzi di origine latino americana, qualche anno più tardi. Nel 1943 Los Angeles fu teatro di furiosi scontri tra i Pachucos in Zoot Suit (latino americani e neri) e gang di bianchi (prevalentemente Marines reduci di guerra) che vedevano nell’estetica chiassosa degli “avversari” un messaggio anti patriottico.
La musica ascoltata univa lo swing dell’epoca con il “pachuco sound” di stile messicano, da Louis Jordan a Cab Calloway e Lionel Hampton.

Da queste coordinate artistiche ed estetiche partì August Darnell, nato e vissuto nel Bronx, con genitori italo/caraibici e americani. Cresce, siamo negli anni Cinquanta, in un ambiente multiculturale con mille influenze sonore, estetiche, sociali e cerca subito una modalità espressiva nelle arti dello spettacolo.

“Il Bronx ha una cattiva reputazione perché la gente lo associa alla droga, alla criminalità e alla prostituzione. Ma da bambino non vedi nulla di tutto ciò. Da bambino quello è il tuo unico mondo, tutto quello che conosci è quel quartiere.
È stato un posto fantastico in cui crescere perché era pieno di tutti i gruppi etnici conosciuti dall'umanità e di conseguenza potevi ascoltare ogni tipo di musica. Si sentiva sicuramente la salsa, perché c'era un grande contingente portoricano, si sentiva musica europea: c'erano famiglie italiane, irlandesi, comunità ebraiche. Ma sentivi anche tanto rhythm and blues e funk – ascoltavi James Brown o Wilson Pickett.
Ma c'erano anche le famiglie caraibiche, quindi ascoltavi calypso e reggae. Senza mai viaggiare ero un viaggiatore. Ho imparato in tenera età che un gruppo etnico non è migliore di un altro, il che è una cosa straordinaria da sapere quando sei giovane. È stato solo quando sono diventato adolescente che ho iniziato a vedere le cose e ho imparato che il Bronx è un posto pericoloso.
Sentivi parlare di accoltellamenti, di qualcuno che è stato investito o che qualcuno è stato coinvolto in una storia di spaccio di droga. Ma questo lo trovi in​ qualunque quartiere.
Penso che il Bronx sia stato una base solida e solida che mi ha fatto iniziare, come direbbe James Brown, con il piede giusto. Quando fui abbastanza grande mi trasferii a Manhattan: una volta che avevi il marchio Bronx niente poteva spaventarti in alcun modo. C'era così tanta ambizione a Manhattan. Il Bronx era incentrato sulla tecnica di sopravvivenza: sopravvivi al Bronx e passi al livello successivo nel gioco da tavolo. Manhattan era tutta una questione di creatività. Era una comunità di spirito, piena di cameratismo. Quei primi giorni furono fantastici.
Per fortuna avevo un fratello musicista che mi ha insegnato tutto quello che c'era da sapere sulla musica.”


E' proprio con il fratello che forma il primo gruppo, i Dr. Buzzard's Original Savannah Band, con buoni risultati. “Cherchez la femme”, un 45 giri che mischia sound latino, disco music e funk, lancia il primo album che arriva in classifica in America tra i primi 40.

“Il primo disco della Savannah Band era pura magia. Avevamo vent’anni quando l’abbiamo realizzato, nel 1976, avevamo accumulato dieci anni di scrittura, abbiamo iniziato giovani e abbiamo scelto le canzoni migliori. Quell'album ci ha aperto le porte per il resto della nostra vita. Era nuovo. È stato innovativo grazie a mio fratello, che ha detto: "Prenderò qualcosa dal passato, perché amo Duke Ellington e i fratelli Dorsey, Tommy e Jimmy, e adoro il crooning di Frank Sinatra e Ella Fitzgerald".

Sono elementi che ritroveremo spesso nella futura carriera del Nostro.
August abbandona la band e decide di perseguire una nuova carriera. Lo fa con un approccio teatrale, ambito che lo ha sempre affascinato (“mi sono dedicato alla musica perché ero un attore frustrato”): decide di interpretare un personaggio, Kid Creole (nome mutuato storpiando un classico di Elvis Presely “King Creole”) dal look raffinato, dalle movenze care ai musicisti jazz del Cotton Club e all'estetica degli Zoot Suiters, con il portamento di Humphrey Bogart in “Casablanca”.
“In realtà usavo quel personaggio con mia moglie o le mie ragazze "Oh, va bene, tesoro. Non incolpare me, è Kid Creole che lo fa...”.

La musica risente del periodo, inizi anni Ottanta, tanto ritmo, discomusic, melodie facili e ballabili, ma mischiate a elementi inusuali come suoni caraibici, jazz, swing, salsa, pop, funk.
Una miscela irresistibile che non può che scatenare il ballo.
“Ho sempre detto che non troverai mai musica pura in Kid Creole. Io la chiamo musica bastarda. Questo è ciò che la rende emozionante per me. La nostra forza sta nel prendere in prestito un po' dal mondo del calypso, qualcosa dai Four Tops e dai Temptations e pesantemente da James Brown e mettere tutto insieme in questa miscela. L’uso dei fiati è tutto basato su Tito Puente e sul mio amore per l’arte della salsa ma si basa anche su quelle armonie degli anni Quaranta, sugli arrangiamenti di Duke Ellington e su tutta quella roba fantastica che senti in quei vecchi dischi.”

E poi un'altra scelta inusuale per i tempi in cui gli artisti bianchi avevano abitualmente un gruppo di coriste di pelle nera. Kid Creole ribalta volutamente l'immagine.
Si circonda di musicisti di ogni razza e colore e contrappone la sua pelle mulatta con tre coriste bionde e con gli occhi azzurri (una delle quali era Adriana Kaegi, sua moglie, svizzera, diventata poi fondatrice di una compagnia video, tra le prime a concepire serie tv sul web, con concerti ma anche contenuti per riviste di moda come “Vogue” e “Elle”).
Gli inizi non sono incoraggianti, i dischi non vanno bene e il gruppo stenta parecchio a decollare: “Il talento che ho avuto è stato la perseveranza. Il primo album di Kid Creole ha venduto circa cinque copie, e quella sarebbe potuta essere proprio la fine. “Fresh Fruit in Foreign Places” ha venduto sette copie: anche quella avrebbe potuto essere la fine. Ma avevo quella testardaggine. Sono il tipo di persona che se mi dici che qualcosa non succederà continuerò a provarci finché non cado morto. Ma c'è stata anche fortuna. Eravamo figli di puttana fortunati, essendo venuti dal Bronx senza niente.”

E' “Tropical gangsters” del 1982 che li fa esplodere nelle classifiche, soprattutto in Europa, grazie anche all'irresistibile singolo “Stool pigeon".
Si stabilisce in Europa che diventa la seconda patria (tra Inghilterra, Svezia e Danimarca, dove lascia mogli e figli sparsi) e in cui suona ripetutamente da una nazione all'altra.
Nel 1990 arriva anche al Festival di Sanremo come ospite e transita spesso nella Penisola
. Vanno meno bene le vicende discografiche con album sempre più trascurati da pubblico e critica ma non mancano i concerti, ai quali dedicano costantemente cura e attenzione, in giro per il mondo.
La formazione originale della band si scioglie nel 1992 ma Kid Creole prosegue a suonare con altri musicisti con occasionali ritorni alla pubblicazione di album (discreti), partecipa, dal 2008, al musical “Oh what a night” imperniato su vicende interne all'ambiente discomusic con cui si esibisce in mille serate in Inghilterra ed Europa.
In un'intervista del 1981 disse: “La bellezza della musica sta nelle sue possibilità di cambiamento, e quel cambiamento rappresenta un ideale più ampio: la coesistenza globale”. Una dichiarazione di intenti che ha sempre applicato attraverso l'unione di vari stili, razze, provenienze, producendo un' incontenibile esplosione di divertimento.
Il migliore dei mondi possibili.

Il 19 settembre del 1985 Kid Creole and the Coconuts approdarono anche a Piacenza in un Teatro Tenda allestito dallo staff del locale “My Way” di Fiorenzuola, in via Martiri della Resistenza, in un campo dove ora sorge un complesso con supermercato e varie altre attività (era ancora uno dei tanti spazi verdi piacentini poi cementificati nel tempo). Doveva essere la prima tappa di una serie di concerti (in programma anche Eric Clapton e altri prestigiosi nomi del rock)
. Purtroppo le rimostranze di cittadini insonni per il troppo rumore fece naufragare un'ennesima iniziativa culturale locale.
Il concerto fu impeccabile, divertente, travolgente e richiamò tremila persone entusiaste.

venerdì, maggio 31, 2024

Maggio 2024. Il meglio del mese

A quasi metà dell'anno l'elenco di ottime uscite da segnalare si allunga ancora di più.
Dall'estero Libertines, Prisoners, Bella Brown and the Jealous Lovers, Judith Hill, Les Amazones d'Afrique, Mdou Moctar, Paul Weller, Liam Gallagher & John Squire, Mooon, Black Crowes,, Dandy Warhols, Michelle David & True Tones, Big Boss Man, The Wreckery, Yard Act, Kula Shaker, Kim Gordon, Kamasi Washington, Real Estate, Lemon Twigs, Bad Nerves, Tibbs, Idles, New Mastersounds, Mo Troper, Galileo 7 e Popincourt.
Tra gli italiani A Toys orchestra, Tre Allegri Ragazzi Morti, Rudy Bolo, Cesare Basile, La Crus, The Devils, Enri Zavalloni, Any Other, Smalltown Tigers, Paolo Zangara, Pier Adduce e Paolo Benvegnù, Zolle.


PAUL WELLER - 66
Paul Weller festeggia il 66° compleanno con il titolo omonimo per il 17° album solista.
La consueta, doverosa, premessa è che non ha nulla da dimostrare, la sua carriera quasi cinquantennale, solista inclusa, parla chiaramente.
Può dare sfogo alle sue esigenze creative senza dover compiacere critici, fan o chiunque altro.
L'album parte fortissimo con l'intensa ballata quasi jazzata "Ship of fools" in coppia con Suggs, molto "british" e Kinks e prosegue con il brano forse più complesso (e tra i migliori), "Flying fish", che mischia ritmiche quasi disco con una progressione che ci tuffa in un groove più rock, il tutto corredato da ampio uso di effetti elettronici.
"Jumble Queen", già proposto dal vivo, è composto con Noel Gallagher (presente anche nel brano), un poderoso soul rock con tanto di fiati e potente riff chitarristico.
Ballata nel consueto stile Welleriano, "Nothing" è abbastanza anonima.
Più definito il bluesaggiante e malinconico "My best friend's coat".
"Rise up singing" è puro Style Council, con un'orchestrazione sontuosa e toni gospel, non male.
Archi a profusione e impostazione acustica anche nelle successive "I woke up" e "Gimpse of you", sontuosa e quasi da colonna sonora cinematografica di un film anni Cinquanta.
Un po' jazzy e sbarazzina "Sleepy Hollow" con solo di vibrafono ad addolcire il tutto. Carina.
"In full flight" è un'altra ballata, molto lenta, che ci lascia in un clima molto rilassato e un tantino sonnolento.
"Soul wandering" torna, per fortuna, ad alzare i ritmi con l'apporto di Bobbie Gillespie, un buon soul funk dalla chitarra energica e atmosfere gospel con sezione fiati.
Uno degli episodi più interessanti.
La conclusione dall'incedere epico e solenne di "Burn out" ci consegna quasi ai Pink Floyd anni 70.
In definitiva Weller confeziona un altro buon album ma, a parere personale, senza lode né infamia, a tratti particolarmente anonimo e poco ispirato, soprattutto al confronto con i momenti più riusciti.
La qualità compositiva del Nostro è conosciuta e non è certo in discussione ma, a malincuore, "66" non rientrerà nelle sue migliori opere soliste.

THE PRISONERS - Morning star
A trent'anni dall'ultimo album torna una band seminale, per quanto oscura e immeritatamente trascurata, autrice di quattro fenomenali album e di una carriera fulminea quanto lucente ed esplosiva. Furono precursori del Britpop con un sound che mischiava Small Faces, garage, beat, psichedelia, con l'energia del pub rock e del punk. La carriera successiva allo scioglimento ci ha dato grandi soddisfazioni con James Taylor Quartet, Solarflares, Prime Movers, Gaolers, Galileo 7. L'inaspettata reunion ci riconferma, con gli stessi favolosi ingredienti, una band ancora fresca, pulsante, creativa, con quattordici brani nuovi, semplicemente eccezionali.

JUDITH HILL - Letters From A Black Widow
Una storia tremenda quella a cui fa riferimento il titolo. Judith Hill è stata a lungo definita "Black widow" a causa delle sue collaborazioni con Michael Jackson e Prince poco prima che morissero, facendo partire una campagna diffamatoria e infamante, rinfocolate dagli hater da social. Il suo curriculum è ricchissimo di backing vocals per varie star della musica, da Rod Stewart a Robbie Williams, John Legend, Dave Stewart. Il nuovo, quinto, album è un capolavoro in cui troviamo soul, funk, blues, gospel, jazz, sperimentazione, rock, elettronica, hip hop, con la sua voce spettacolare a tenere le fila. A tratti ricorda Macy Gray o Erikah Badu, a volte Prince e altre Sly and the Family Stone o perfino Aretha Franklin ma la personalità e l'ecletticità che sprigionano l'album sono uniche e originalissime.

THE LEMON TWIGS - A dream is all we know
Nei precedenti quattro album i fratelli new yorkesi D'Addario ci hanno abituati (più che bene) alla loro personale rilettura degli anni Sessanta e Settanta (questi ultimi intesi come glam, power pop, bubblegum music ma anche XTC, Elvis Costello e Squeeze) meno scontati e prevedibili, attraverso canzoni semplicemente deliziose. Nel nuovo lavoro in In the eyes of the girl (romantica ballata tra Beach Boys e Paul McCartney, entrambi riferimenti spesso ricorrenti nell'album) hanno anche un briciolo di Beatles con Sean Ono Lennon al basso e alla produzione. A questo proposito ci sono momenti in cui, vedi la title track, è difficile non pensare a un'outtake di un album degli Wings mentre nella conclusiva Rock on (over and over) ci ritroviamo in mezzo a un'impossibile jam session tra Marc Bolan, Brian Wilson e i primi Beatles. Ancora una volta un lavoro di pregevole fattura, divertente, per un progetto sempre più personale e convincente.

BAD NERVES - Still Nervous
Chitarre distorte, ritmi infuocati, Ramones, punk rock, powerpop, beat, rock 'n' roll. La band inglese, al secondo album, ha un approccio urgente, spontaneo, teen. Ricordano spesso i Supergrass e gli Strokes, brani sui due minuti, anche meno. Freschi, giovani, travolgenti. Un gran bel disco.

THE WRECKERY - Fake is forever
Eccellente band della scena australiana degli anni 80, dal talento purtroppo inespresso, sciolti troppo presto. Guidati da Hugo Race (ex Bad Seeds e tanto altro) tornano dopo 35 anni con un bellissimo album di blues dalle tinte oscure, con una buona miscela di soul, rock 'n' roll e funk, tanto groove e canzoni di grande spessore. Album con i fiocchi, moderno e godibilissimo.

MDOU MOCTAR - Funeral for justice
La musica di Mdou Moctar, contaminata da tradizione Nigerina e da un rock psichedelico di gusto Hendrixiano, ha da tempo fatto il giro del mondo. Il nuovo album è un inno alla giustizia per il suo martoriato paese, vittima di un recente colpo di stato, e per il suo popolo, i Tuareg. Anche per questo l'approccio è più aggressivo, urgente (il disco è stato registrato in soli cinque giorni a New York) duro, quasi violento. Il sound, sempre potentissimo, è a tratti quasi isterico e abrasivo. Come sempre a livelli di eccellenza.

KAMASI WASHINGTON - Fearless Movement
Dopo alcune prove incerte e alternanti torna con un album all'altezza della sua fama.
"Fearless Movement" è magniloquente e prolisso (un'ora e mezza di musica) ma godibilissimo nell'esplorazione di mille anime della musica, sapientemente mischiate al jazz più tradizionale.
Ci sono blues, funk, spiritual jazz, hip hop, latin, gospel e tanto altro.
Al suo fianco George Clinton, Thundercat (che fa faville al basso nel funk fusion jazz "Asha the first"), André 3000 e altri collaboratori di livello eccelso. L'ascolto richiede predisposizione, attenzione e pazienza ma il risultato lascerà sicuramente soddisfatti.

SHELLAC - To the trains
E' un ascolto amaro, dopo la recente scomparsa di Steve Albini. Gli Shellac confermano, in questo triste commiato, la loro caratura, come sempre all'insegna di uno scarno, aggressivo, scheletrico, minimale, postrock punk dalle trame ancora sorprendenti, rabbiose, sfacciate. L'ultimo capitolo di una storia importante.

THE SHENANYGANS - On Monte Verita
Arrivano da Soletta nel nord della Svizzera e suonano un delizioso ed elegante folk beat di chiara derivazione 60's, con un po' di Lovin Spoonful, primi Jefferson Airplane, Buffalo Springfield, un tocco garage qua e là, melodie Beatles/Beach Boys, un osguardo a cose più receneti come Real Estate e GospelBeach. Bravisismi.

THE BASEMENTS - Sounds of yesterday
L'album è uscito a dicembre scorso ma me ne sono accorto ora del loro splendido nuovo album.
Arrivano da Salonicco, firmano il terzo disco e ci riportano dritti nel 1966, tra jingle jangle sound e folk rock, con un piglio garage punk e tanta energia.
Suoni e riferimenti oscuri, scovati (e scavati) con estrema competenza.
Ammalianti.

SAIGON SOUL REVIVAL - Moi Lu'ong Duyen
Affascinante band arriva dal Vietnam. Melodie autoctone in lingua locale avvolte da un groove soul funk, suonato con la giusta attitudine e occasionali, gustosissime escursioni in ritmi in levare di estrazione ska. Non è solo una curiosità esotica ma una band con i fiocchi e una grande voce femminile.

TY SEGALL - Three bells
Quindicesimo album e la consueta inafferrabile creatività e l'indefinito spostarsi da un mood all'altro, tra Captain Beefheart, ruvida psichedelia, folk "storto", Jack White, tentazioni prog, rock beat, blues e tanto altro. Non sempre il tutto è a fuoco, con tanti alti e bassi ma la qualità è più dignitosa.

SLASH - Orgy of the damned
Difficilmente avrei pensato di accostarmi a un album di Slash. La sorpresa è stata invece molto piacevole. Il nostro si diverte con blues, funk (molto bella la versione di "Papa was a rolling stone" con Demi Lovato), soul, rhythm and blues, tirandone fuori momenti di assoluta eccellenza e godibilità. Anche i temuti soli non indulgono mai troppo nei cliché hard rock e il disco si ascolta con molto piacere. In particolare anche con "The pusher" (con Chris Robinson dei Black Crowes magistrale alla voce), "Living in the city" di Stevie Wonder, una super funk "Killing floor" con Brian Johnston a voce e Steve Tyler all'armonica. Provare per credere.

CESARE BASILE – Saracena
Non scopriamo ora che Cesare Basile è senza alcun dubbio tra i migliori interpreti di una canzone d’autore personale e originale, in cui è ricorrente la miscela tra tradizione e sperimentazione. Il nuovo album, come da tempo cantato in siciliano, attinge dalle sue radici e da umori “africani” ma mischia il tutto con elettronica e avanguardia, osando, senza porsi limiti, spesso immerso in raga ipnotici, dai suoni ancestrali, in cui subentrano “disturbi” elettronici, parole, suoni, rumori. I testi nascono dall’urgenza di una contingenza, non più emergenza, ormai acclarata, come l’esodo in corso in buona parte del mondo, verso la speranza di una vita migliore (o se non altro non peggiore). Come sempre uno dei rari casi in cui ci troviamo di fronte a un disco punk senza che di quel suono ci sia nulla. Un pregio unico.

DINING ROOMS – Songs To Make Love To
Decimo album per il duo composto da Stefano Ghittoni e Cesare Malfatti che prosegue la sua esplorazione sonora e nell’animo umano. Qui si parla dell’amore, dalla sua costruzione, alle dinamiche delle relazioni, senza vincoli e fuori dal concetto di possesso. Lo stile è ormai acclarato e da lungo tempo riconoscibile, con groove ritmici mid tempo, ondeggianti, insinuanti, un uso sapiente di elettronica e suoni ambientali (in questo caso con registrazioni dai Carruggi genovesi, della Darsena milanese, dei quartieri spagnoli di Napoli e di città come Istanbul e San Paolo). Ospiti vocali valorizzano una serie di brani (in particolare Chiara Castello in “Stone (My heart)” rende la canzone una sorta di versione modernizzata dei Velvet Underground feat. Nico), mentre la perfetta padronanza della materia e una creatività sempre di alto livello, portano anche questo album ai consueti livelli di eccellenza.

BLACK SNAKE MOAN - Lost in time
Marco Contestabile torna con il suo affascinante progetto dal nome intrigante e misterioso, Black Snake Moan. Nove brani in cui abbraccia folk psichedelico di sapore anni Sessanta, trame care alla California musicale più oscura di quel periodo (con rimandi espliciti ai Doors ma con un approccio "malato" non distante dai primi Velvet Underground), blues, umori "desertici", raga-rock. Un viaggio personale, raro da ascoltare ai giorni nostri, arrangiato, prodotto e composto con totale competenza della materia trattata. Un vero e proprio gioiello.

THREE SECOND KISS - From fire I save the flame
Torna dopo dodici anni di silenzio discografico una delle band più interessanti e influenti dell'alternative rock italiano. Il trio (dapprima) bolognese, ora di stanza a Catania, firma il settimo album della carriera, affidando la produzione a Don Zientara (già alle spalle di Fugazi, Minor Threat, Shudder To Think e altre ruvide delizie targate Dischord Records). Gli undici brani guardano a Fugazi e Shellac del compianto Steve Albini che di loro curò due album, con trame complesse, scarne, acide e ostiche che incrociano costantemente un'attitudine punk e uno sguardo compositivo progressivo, aperto, senza confini o reticolati artistici. Come sempre materiale di alta qualità.

CLAUDIO CORONA - Imagination Unlimited
Si viaggia di Hammond a tutt ospiano nel debutto del tastierista di casa a Londra. Funk, jazz, soul, rock, atmosfere cinematografiche di isprazione 70's. Il tutto suonato in maniera eccellente, con grande classe e stile. Ottimo!!

ZOLLE - Rosa
Stefano (batteria) e Marcello (chitarra e voce) provengono da MoRkObOt, Viscera/// e Klown e suonano insieme da ormai trent'anni. La nuova esperienza è semplicemente geniale nel mettere insieme un sound granitico, rigorosamente strumentale (a parte occasionali cori con melodie paradossalmente spesso "celestiali" che infondono ironia e sarcasmo al tutto) che guarda ai riff e ai suoni di Metallica, Van Halen e Ac/Dc, flirta con i Motorspycho, travolge per potenza ed efficacia. Originali e irresistibili.

SHARP CLASS - Ordinary people / Catch my breath
Torna la mod band inglese con un singolo che ne conferma le grandi qualità stilistiche e compositive. Beat rock chitarristico che riporta ai The Moment e ai Jam 1978/79. Giovanissimi, talento, urgenza, attitudine. Da seguire!!!

ASCOLTATO ANCHE
LENNY KRAVITZ (ormai navigata superstar sfodera un ottimo album con soul, funk, pop, lasciando da parte i lrock tamarro), BETH GIBBONS (un lkavoro molto oscuro, riflessivo, introverso. Troppo), ALEX HARRIS (soul e R&B ballads di buona qualità cover di Otis e Solomon, buono), RICK ESTRIN & the NIGHTCATS (buon rhythma and blues, rock 'n' roll e blues), SUN ATLAS (funk psichedelico, jazz, ethiojazz strumentale. Ascolto interessante), JAZZ DEFENDERS (funk e jazz, un'incursione nell'hip hop, buono), OLUMA (la band tedesca ci delizia con un ottimo mix di atmosfere brasiliane e afrobeat), CRUMB (dream pop di gusto psichedelico, accattivante), JESSICA PRATT (atmosfere semi acustiche ammalianti, soffici, di sapore 60's, bossa nova. Relax).

LETTO

Stefano Scrima - Filosofia del walkman
Un breve (quanto colto, approfondito e illuminante) saggio su come l'introduzione (rivoluzionaria) del walkman negli anni Ottanta sia stato il simbolo del passaggio da un concetto di fruizione musicale (culturale e sociale) condivisa e collettiva a una modalità individualistica e consumistica.
"La "non disponibilità verso l'altro testimonia una mancanza di interesse per la collettività, per le sorti della società, per la politica, per la musica come qualcosa che no nsia solo moda-piacere-divertimento-consumo a favore di quella che abbiamo chiamato "fuga nel privato" in cui a contare di più è la nostra libertà, tuttavia non libera di scegliere, di competere e consumare nel mercato globale in cui la responsabilità delle nostre esiste è interamente demandata a noi, nonostante tutto."
Scrima fa un'analisi socio politica più che efficace di un momento epocale di cui viviamo le nefaste conseguenze e di cui il walkman diventa inconsapevole e incolpevole simbolo e simulacro.
"La società neoliberista che Regno Unito e Usa stavano preparando era la società degli individui e della libertà come ideologia, quella in cui è necessario primeggiare, distinguersi, vincere e farlo attraverso la propria unicità."
Il walkman arriva nel momento in cui il Rock viene musealizzato, depotenziato, normalizzato e perde tutta la sua capacità "eversiva" (ultimi scampoli arrivati, in tal senso, dal punk).
"Il rock istituzionalizzato degli anni Ottanta, consapevole di non avere più nessuna possibilità di cambiare il mondo e avendo dalla sua parte il solo potere dell'intrattenimento, si unì per vendere la sua performance in cambio di atti di beneficenza, cosa che funzionò molto bene.
Il controllo che mettiamo in atto estraniandoci dal mondo uditivo "naturale" non permette solo di reinterprtare a nostro piacere l'ambiente, ma anche e soprattutto di avere più potere su di noi, sui nostri pensieri e sul nostro umore."
Testo più che consigliato, incisivo, minimale, tanto quanto preciso, informato e informativo.

Donato Zoppo - CSI. E' stato un tempo il mondo
Donato Zoppo racconta una delle vicende più intriganti della musica rock italiana, in una modalità , come sottolinea Federico Guglielmi nella prefazione, di "romanzo quasi epico".
L'esordio del Consorzio Suonatori Indipendenti - CSI, l'album "Ko de Mondo" del 1994, sviscerato in tutte le sue particolarità, dalla formazione del gruppo alla realizzazione durate un mese e mezzo in Bretagna.
Il tutto corroborato da interviste esclusive e inedite ai protagonisti Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Giorgio Canali, Ginevra Di Marco, Alessandro Gerbi, Pino Gulli ma anche il discografico Stefano Senardi, Finaz della Bandabardò, Enrico De Angelis, Guido Harari e tanti altri.
Sono gli anni Novanta in cui il "nuovo rock italiano" da carbonaro diventa adulto e maturo, si prende le classifiche (Litfiba e CSI conquisteranno i primi posti), nel momento in cui menti illuminate, Stefano Senardi su tutti, tra i principali protagonisti della vicenda raccontata, ne intuiscono la potenzialità, lasciando libertà artistica, senza intrusioni, a nomi come CSI, Ritmo Tribale, Casino Royale, Mau Mau, Subsonica, Statuto, Negrita, tra i tanti.
Sarà una stagione breve, densa di perle e piccoli capolavori.
In questo libro si respira tutta l'atmosfera di quei momenti e di quegli anni, con abbondanza di dettagli, aneddoti, particolari inediti.

Jason Quinn / Lalit Kumar Sharma - The Beatles: All Our Yesterdays
Uscita nel 2017, in India, è una gradevolissima graphic novel dalla nascita dei BEATLES fino all'esordio discografico di "Love me do".
Date precise, particolari curati e circostanziati, storia ben sviluppata, un libro molto carino che non dovrebbe mancare nella biblioteca dei Beatles fan più accaniti.

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".

IN CANTIERE

Venerdì 28 giugno.
"Quadrophenia" al Festival Beat, Salsomaggiore (Parma). Ore 18.30.

Domenica 30 giugno. "Quadrophenia" a PASSAGGI FESTIVAL alle ore 18.30, nella rassegna Fuori Passaggi a Bagni Elsa, lungomare di Fano (Pesaro e Urbino) , a Fosso Sejore.

giovedì, maggio 30, 2024

Jimmy James and the Vagabonds

Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

Speciale JIMMY JAMES & THE VAGABONDS

La recente scomparsa del grande JIMMY JAMES necessita di un ricordo approfondito.

"Ho prodotto un album di JIMMY JAMES AND THE VAGABONDS che era la vera MOD BAND purista, che suonava rhythm and blues con sezione fiati, batteria e organo.
Ho fatto da loro manager per tre anni e mezzo e Jimmy James aveva la migliore voce che c'era in giro e che io abbia mai sentito.
Era la musica più pura per quanto riguardava il giro Mod.
Prima degli Who non c'era nessuno che suonasse musica mod."

(Peter Meaden, primo manger degli Who / High Numbers)

Michael "Jimmy" James è nato il 13 settembre 1940 in Giamaica, leader di Jimmy James and the Vagabonds dalla metà degli anni '60
Dopo aver registrato a Kingston con Coxsone Dodd, Clancy Eccles e Lyndon Pottinger forma i Vagabonds nel 1960 e nell'aprile 1964 si trasferisce nel Regno Unito dove registra "Ska-Time" (versione ska di "Watermelon Man") come Jamaica's Own Vagabonds uno dei primi esempi di musica ska giamaicana ad essere registrato nel Regno Unito.

Incontra il manager Peter Meaden nel 1965 e come Jimmy James and the Vagabonds supporta gli Who e Rod Stewart con gli Steampacket, al Marquee Club di Londra, diventando una delle band più seguite dai mod londinesi (con George Fame and the Blue Flames).
Suona anche insieme alla Jimi Hendrix Experience e si crea un forte seguito in Inghilterra.

Pubblicano il loro album in studio più noto, "The New Religion" nel 1966.
Successivamente ha proseguito con altri ottimi lavori di rhythm and blues (molto bello il live al Marquee condiviso con l'Alan Bown Set del 1966) e negli anni 70 con una formazione completamente diversa si è rivolto ad atmosfere più funk.

"The Other Side of the Street" è entrato nel repertorio Northern Soul.

Ha continuato a suonare in Inghilterra con l'ex frontman dei Foundations, Clem Curtis a cui successivamente si unì il cantante dei Flirtations Earnestine Pearce.

The New Religion (1966)
Il perfetto album rhythm and blues, pieno di ritmo, groove, sudore, blackness, sapori Motown.

Open up your soul (1968)
Poderoso album di soul e rhythm and blues, con arrangiamnenti accurati e raffinati. bella la versione souleggiante di "Red wine" di Neil Diamond (poi ripresa dagli UB40 in chiave reggae) e la versione soul blues di "Good day sunshine" dei Beatles.

You Don't Stand a Chance If You Can't Dance (1975)
Now (1976)
Life (1977)
Un eccellente album funk in pieno stile James Brown, il primo mentre con "Now" si devia decisamente verso un' apprezzabile soul disco ben suonata e mai troppo spudoratamente commerciale. "Life" è invece più marcatamente disco oriented.

mercoledì, maggio 29, 2024

Campionati di calcio 2023 / 2024

Uno sguardo a cosa è successo nei vari campionati di calcio in giro per l'Europa e non solo.

In Italia ha stravinto l'Inter, facendo il vuoto, contro squadre di livello davvero mediocre.
Il Napoli campione sparisce nelle retrovie, bellissima la prestazione del Bologna (che approfitta del livello del campionato), sempre solida l'Atalanta (che si porta a casa un trofeo di quelli che contano), contro ogni aspettativa si salva il "mio" Cagliari (grazie soprattutto a Mister Ranieri).
Come ogni anno è sempre più evidente che 20 squadre sono troppe.

In Spagna domina il Real Madrid, staccando per bene il Barcellona e la sorpresa Girona poi l'Atletico Madrid.
Solito PSG in Francia (e sempre al solito a bocca asciutta in Europa) con l'inaspettato Brest al terzo posto.
L'imbattibile Leverkusen stacca tutti in Germania, Bayern dietro anche allo Stoccarda.
Risale in Bundesliga il St.Pauli, olè!
In Premier il City di un soffio sull'Arsenal. Torna grande l'Aston Villa. Risalgono in massima serie il Leicester e un nome "classico" come l'Ispwich Town.
Il Celtic porta a casa il 54° titolo scozzese davanti ai Rangers. Quinto titolo consecutivo per gli Shamrock Rovers in Irlanda, in Irlanda del Nord il Larne bissa il successo dello scorso anno e mette in bacheca il secondo titolo della sua storia.
Al Vikingur lo scudetto delle Far Oer.
La Cimru League gallese ancora una volta ai New Saints.

Lo Sporting Lisbona si prende il campionato portoghese lasciando lontani Benfica e Porto.
Young Boys campioni di Svizzera davanti al Lugano, Sturm Graz in Austria, al Vaduz la Coppa del Lichtenstein.
Secondo titolo consecutivo per l' Ħamrun Spartans a Malta, allenato dall'ex Lazio, Atalanta, Samp, Fiorentina e 5 presenze in Nazionale, Luciano Zauri. A Malta allena anche Mauro Camoranesi, nel Floriana. L'Apoel vince a Cipro.

Il Tre Penne batte 3-2 ai supplementari il Murata e vince il Campionato di San Marino mentre l'UE Santa Colonna è per la prima volta Campione d'Andorra.
Al Differdange03 il titolo in Lussemburgo. La squadra è nata dalla fusione dei Red Boys (storica squadra locale) con il Differdange.
I Red Boys nella Coppa UEFA 1984-1985 fermarono all'andata sullo 0-0 l'Ajax (ma furono poi sconfitti per 14-0 in trasferta).

Al Bruges lo scudetto belga, al PSV quello olandese davanti a Feyenoord e Twente, solo quinto l'Ajax.
Salendo in Scandinavia, torna a vincere il Midtjylland davanti al Brondby in Danimarca, quarto titolo in cinque anni per il Bodo/Glimt in Norvegia, ventiquattresimo per il Malmoe in Svezia (record assoluto), trentaquattresimo, quarto consecutivo per l'HJK in Finlandia.

All'Olimpia Lubiana il campionato sloveno, alla Dinamo Zagabria davanti al Rjieka quello croato, al Borac Banja Luka quello bosniaco, 18 punti della Stella Rossa al Partizan in quello serbo.
Per la prima volta campione il Decic in Montenegro, secondo titolo (consecutivo) in assoluto per lo Struga in Macedonia.
L'Egnatia vince in Albania, il Ballkani in Kosovo.
Il PAOK vince di un punto sull'AEK in Grecia, 24° titolo per il Galatasaray sul Fenerbache in Turchia.

Il Ludogorec stacca di parecchio il CSKA Sofia in Bulgaria, vola lo Steaua Bucarest in Romania mentre in Moldavia il Petrocub Hîncești ha vinto il suo primo titolo, interrompendo la striscia di otto consecutivi dello Sheriff Tiraspol.

Dominano il Fecrencvaros in Ungheria e lo Slovan Bratislava in Slovacchia, lo Sparta Praga precede di poco lo Slavia Praga in Repubblica Ceca.
Lo Jagiellonia di Białystok vince per la prima volta lo scudetto polacco, alla sua 98° edizione.

In Lituania titolo al Panevėžys, RFS Riga in Lettonia, Levadia Tallin in Estonia, Vikingur in Islanda.

Nonostante tutto si gioca anche il campionato Ucraino e lo scudetto è andato allo Shaktar.
Anche in Bielorussia (Dinamo Minsk) e Russia dove ha vinto lo Zenit San Pietroburgo davanti al Krasnodar.

Al P'yownik Fowtbolayin Akowmb il campionato armeno, dominio assoluto del Qarabag in Azerbaigian.

L'Al Halil di Neymar ha vinto il ridicolo campionato dell'Arabia Saudita ma per fortuna non interessa a nessuno.

L'Estudiantes La plata vince in Argentina, il Palmeiras in Brasile, ai Mariners quello australiano, ai Sundowns il sudafricano, al Machida Zelvia il giapponese.

martedì, maggio 28, 2024

The Unclaimed

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per "Il manifesto", dedicato agli UNCLAIMED.

Purtroppo piangiamo la prematura scomparsa di un grande quanto oscuro protagonista della scena garage punk degli anni Ottanta, un “absolute beginner” e pioniere di quel sound.
Proprio alla vigilia di un insperato ritorno in scena, dopo anni di silenzio, con un nuovo album della sua storica band, gli Unclaimed, intitolato “Creature of the Maui Loon”, prodotto dalla nostra Misty Lane Records.

Shelley Ganz, nato verso la fine degli anni Cinquanta in California, è stato un purista all'ennesima potenza, che considerava la musica finita più o meno tra il 1965 e il 1966, immerso nei dischi di Music Machine, Sonics, Seeds, Count Five, protagonisti minori del rock più ruvido degli States, che dopo aver scoperto i Beatles all'Ed Sullivan Show nel 1964, imbracciarono chitarre e batterie, si fecero crescere i capelli e dopo aver imparato i brani dei Fab Four inasprirono la loro lezione, distorcendo i suoni, accelerando i brani, urlando i testi delle canzoni, invece di armonizzarli in accettabili melodie.
“Per lui la musica si era cristallizzata attorno alla metà degli anni Sessanta. Da allora, poco era successo di particolarmente rilevante: dalla cultura pop fatta di B Movie e fumetti, al look, insomma a tutto l’immaginario underground con il quale era cresciuto.” (Massimo Del Pozzo – Misty Lane Records).

Alla fine degli anni Settanta Shelley è in collegio, periodo che ricorda con molto sconforto:
“Il collegio era un posto in cui di certo non volevo essere, e tutto ciò che avevo era una stazione radio di New York. E' così che ho imparato a conoscere gli anni Sessanta e la musica garage, in particolare. Quella radiolina l'avevo incollata incessantemente all'orecchio, altrimenti mi sarei buttato dalla finestra! Quando ti trovi in questo ambiente terribile e non c’è niente da fare, a parte evitare il bullismo del personale o dei compagni di classe più grandi, tutto quello che avevo era questa radio. E suonavano incessantemente il rock and roll più primitivo! Sono diventato come Linus e questa era la mia coperta di sicurezza! Era un conforto perfetto”

Shelley impara a suonare la chitarra, forma qualche band agli inizi degli anni Settanta ma senza riuscire a combinare granché.
Fino a quando agli inizi degli anni Ottanta, affiancato da Sid Griffin, futuro leader dei Long Ryders, non dà vita agli Unclaimed, una delle primissime band dedite al 100% al recupero delle sonorità garage di metà anni Sessanta.
E' del 1980 l'esordio discografico in un momento in cui nessuno suona quelle cose, con un EP omonimo di quattro brani.
Puro e semplice garage rock, proposto in maniera diretta, con qualche approssimazione ma così genuino e sincero da essere irresistibile.
Dopo una serie di cambiamenti della formazione torna nel 1983 con un altro ep di sei brani “The Primordial Ooze Flavored Unclaimed”, molto più a fuoco, suonato in modo impeccabile, con canzoni di eccellente livello, come sempre rigorosi omaggi al sound prediletto.

L'estetica ricalca alla perfezione quella di gruppi come i Music Machine, con capelli lunghi a caschetto e look totalmente in nero e stivaletti a punta.
Purtroppo Shelley Ganz si perde tra suoi fantasmi e si ritira sostanzialmente dal mondo della musica, dopo litigi, l'abbandono della band in mezzo a un tour europeo, un album inciso alla fine degli anni Ottanta e uscito solo nel 1991 con il nome di Attila & the Huns (poi ristampato come Unclaimed dalla romana Misty Lane nel 2022 con l'approvazione dello stesso Ganz).
“Era anche un'anima sensibile e schiva rintanatasi nella propria caverna per parecchio tempo.” (Massimo Del Pozzo).

Ci vorranno anni per farlo tornare in scena, con una reunion nel 2013, una serie di concerti nella sua Los Angeles e la decisione di ripartire con una nuova formazione dello storico marchio con il chitarrista Patrick Cleary a dare un'importante mano artistica e umana.
“Creature of the Maui Loon” è il nuovo disco a cui ancora una volta provvede la Misty Lane ma che arriva purtroppo postumo.
Un disco che rimane fedele al più classico dei suoni Sixties, pur svoltando verso una dimensione folk psichedelica, con echi Byrds e accenni surf, più rilassato e meno selvaggio ma altrettanto valido e di altissima qualità. Un personaggio che rimarrà per sempre nei cuori degli appassionati di un ambito così ristretto, fatto unicamente di passione e amore per la musica e un immaginario tanto lontano quanto così sincero e urgente.

Shelley Ganz è stato il precursore, nei primi anni Ottanta, di quella imprevista ondata di band inglesi e americane, nate sull'onda energetica del punk, che abbracciarono, con ardore e totale devozione, quei suoni tipicamente anni Sessanta che nell'ottica di quei giorni sembravano desueti e retaggio di un passato lontano.
I concetti di vintage e revival erano ancora lungi dall'arrivare, anche perché la scena “rock” era ancora parecchio giovane e guardare al passato significava voltarsi indietro di pochi anni.
In realtà la narrazione che il punk avesse cancellato con un colpo di spugna i “vecchi” gruppi (spesso i componenti avevano superato di poco i 30 anni) era una sorta di formula giornalistica che non aveva del tutto corrispondenza con la realtà.
Le band di rock classico, fusion e prog passarono mediaticamente in secondo piano (per un certo periodo) ma non smisero di fare dischi, venderli, continuare a portare migliaia di persone ai loro concerti.
La stessa scena punk aveva attinto in abbondanza alla tradizione Sixties, recando con sé suoni, estetica, attitudine dell'epoca, con qualche trasformazione e rinfrescata ma poco più.
Nei repertori di band come Sex Pistols, Clash, Jam, Patti Smith, Ramones, per citarne alcuni, non mancavano cover di classici o oscuri brani degli anni Sessanta e soprattutto riferimenti espliciti a livello compositivo e melodico, evidenziando un filo conduttore molto stretto con quanto accaduto poco più di dieci anni prima.
E fu così che la lezione di band come Jam, Buzzcocks, Squeeze, XTC e quelle uscite dal mod revival aprirono le strade a una nuova generazione di innamorati e fanatici degli anni Sessanta che si abbeverò nelle acque cristalline (o paludose che dir si voglia) della compilation “Nuggets”, curata da Lenny Kaye del Patti Smith Group, che nel 1972 raccolse una serie di testimonianze della scena garage punk americana tra il 1965 e il 1968.

In Inghilterra una band come i Prisoners suonava il più possibile uguale agli Small Faces mentre i Barracudas mischiavano power pop e garage.
Ma fu negli States che lo sguardo maniacale al garage punk delle origini prese piede nei primi anni Ottanta. A New York esplodono band come i Fuzztones di Rudi Protrudi, costantemente sulle tracce dei Sonics, i Vipers, i super revivalisti Chesterfield Kings, impegnati ad assomigliare nella maniera più minuziosa possibile ai Rolling Stones del 1965, i ruvidi Outta Place.
Anche se ad iniziare le danze erano stati i Fleshtones già nel 1977, irresistibile party band con un esplosivo mix di beat, rhythm and blues, power pop che convince sia su disco che soprattutto dal vivo, con concerti travolgenti e infiniti.
Da altre parti dell'America arrivano i duri e veloci Miracle Workers, i Graveddiger Five e i Tell Tall Hearts, fedeli al rhythm and blues bianco inglese di band come Yardbirds e Pretty Things, le Pandoras più pop oriented e una serie di altri nomi che guardano con più convinzione a sonorità psichedeliche e folk rock.
Saranno più o meno inconsapevoli ispiratori del Paisley Underground di Dream Syndicate, Rain Parade, True West, Green on Red che sceglieranno strade più complesse e contaminate, meno revivaliste ma altrettanto vicine allo spirito dei Sessanta.

Un mondo ancora oggi fresco e pulsante, di cui Shelley Ganz stava tornando ad essere protagonista.
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