mercoledì, ottobre 12, 2022

Hotel Teresa

Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

L'Hotel Theresa si trova nel quartiere Harlem (Manhattan) tra West 124th e la 125th Street.

L'edificio, ora un edificio per uffici noto come Theresa Towers, nel 1973 è stato l'edificio più alto di Harlem. Era principalmente un residence, ma accettava anche ospiti temporanei.

Nei suoi primi anni, l'hotel accettava solo ospiti bianchi, ma fu acquistato nel 1937 da Love B. Woods, un uomo d'affari afroamericano che, nel 1940, pose fine alla sua politica di segregazione razziale.

Negli anni Quaranta e Cinquanta divenne importante nella vita sociale della comunità nera di Harlem; fu allora che fu conosciuto come "il Waldorf di Harlem".

Una sorta di Chelsea Hotel per la comunita' Afro-Americana che ha ospitato: Louis Armstrong, Ray Charles, Sam Cooke, Duke Ellington, Jimi Hendrix, Little Richard, Otis Redding, Malcolm X, Little Willie John, Muhammad Ali.

L'hotel ha avuto un grosso successo anche per via del rifiuto di prestigiosi hotel in altre parti della città di accettare ospiti afro-americani.
L'edificio è stato anche la sede dell'organizzazione per l'unità afroamericana creata da Malcolm X dopo aver lasciato la Nation of Islam.

Nel 1960, Fidel Castro si recò a New York per la sessione di apertura delle Nazioni Unite e, dopo essere fuggito dall'Hotel Shelburne in Lexington Avenue a Midtown Manhattan a causa della richiesta di pagamento in contanti da parte della direzione, lui e il suo entourage rimasero al Theresa dove hanno affittato 80 stanze per $800 al giorno.

Mentre Castro era lì, ricevette la visita del premier sovietico Nikita Khrushchev, dell'attivista Malcolm X e Allen Ginsberg.

Una scena del film Topaz di Alfred Hitchcock's è stata girata di fronte all'Hotel Theresa.

martedì, ottobre 11, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #3


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent #1
https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Tashkent #2
https://tonyface.blogspot.com/2022/10/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-2.html

Tashkent – Giugno 2022

TERZA PARTE

L’indomani non ho appuntamenti fino a ora di pranzo e ne approfitto per visitare il museo di arte contemporanea.
Alle nove di mattina ci sono già trentasei gradi ma le ragazze intabarrate alla fermata dell’autobus sembra non se ne siano accorte.
All’ingresso, aspetto una decina di minuti prima che venga qualcuno a farmi il biglietto.
Il silenzio del piano terra è interrotto ogni tanto dall’eco di scatarrate poderose che riverberano in fondo al corridoio. Finalmente arriva un adolescente con la fronte brufolosa e il capo coperto.

“Salam aleikum” mi saluta con la mano sul cuore.
Sul foglietto appeso al vetro del gabbiotto sono indicate diverse tariffe, a seconda dell’età del visitatore e del tipo di biglietto.
Se vuoi fare delle foto c’è una maggiorazione di prezzo, supera il costo dell’ingresso ma è una cifra trascurabile, meno di quattro euro in tutto. Allungo la carta di credito al ragazzino che non riesce a passarmi il terminal con il tastierino perché ha il filo corto. Con un candore che fa tenerezza, mi chiede il pin della carta. Nonostante l’innocenza dei baffetti vergini di lama, preferisco raggiungerlo dentro alla biglietteria.

Al piano terra sono esposti abiti tipici e oggetti di artigianato locale.
Caftani in velluto viola e arancione, capi semplici che colpiscono per le tonalità accese e per i ricami eleganti e dettagliati lungo il collo e le maniche.
In una teca accanto, arazzi in seta e tappeti porpora, azzurro, amaranto, ambra e blu.
Tinte diffuse nei vestiti e nei copricapi delle donne per strada, una vivacità che mi ha incuriosito.
Come mai in una società a maggioranza musulmana la paletta cromatica è così accesa, audace?
La risposta è al piano superiore, dove sono appese, senza un ordine particolare, tele di pittori sovietici della prima metà del novecento.
Raffigurano paesaggi rurali e soggetti dell’Uzbekistan di cinquanta o cinquecento anni fa.
Un vialetto di sassi e terra che costeggia un pendio assolato, un ponticello di tronchi che attraversa un corso d’acqua accanto a una casetta di pietre e tronchi.
Una donna col capo coperto e una tunica bianca lava i panni in acqua, un bambino scalzo la osserva e si porta una mano in bocca, forse si scaccola. Pennellate di colore puro, i raggi solari trafiggono le fronde degli alberi sotto cui si riparano dei ragazzini, l’ombra al suolo chiazzata di luce.

Non è solo un esercizio di stile.
L’impressionismo socialista svolge una funzione didattica e celebrativa, l’ideologia che plasma la realtà con la rappresentazione di un’armonia idilliaca tra nuovo e vecchio: soviet e islam.

Uno degli esempi più eloquenti è il quadro Podrugi, Amiche.
Al centro della tela una ragazzina bionda con i capelli a caschetto, il vestitino con le maniche a sbuffo e un paio di ballerine ai piedi.
Accanto a lei una coetanea con l’incarnato e i capelli scuri, gli occhi a mandorla e il capo coperto. Un gilet a righe sopra una tunica bianca a fiori e pantaloni ampi di un rosso sgargiante.
Partecipano alla vendemmia, la russa stringe in grembo un grappolo d’uva, l’uzbeka ne stacca uno dalla pianta. Alle loro spalle tre donne e un vecchio col turbante osservano la scena meravigliati e incuriositi.
È da questi scorci, dai prati e dai vigneti che sbucano i fiori, gli ortaggi e i frutti accesi di quei colori intensi che ritornano nell’abbigliamento, negli elementi di decoro edilizio e nelle tende degli accampamenti nomadi, composte da pannelli di tessuti sgargianti.

In un’altra sala ci sono selle e briglie in cuoio, schioppi col calcio in avorio intarsiato, sciabole dalla lama ricurva.
La data sulla targhetta accanto alla teca indica la metà del ventesimo secolo ma sono oggetti di un tempo sospeso, indefinito. Nella forma e nei materiali, il vasellame in rame ossidato del 1970 è più vicino alla lampada di Aladino che ai complementi o alle sedute in stile Space Age di Verner Panton.

Prima di pranzo ho appuntamento in fiera con Ravšan e Vladimir, il ragazzo di Mosca.
Prendo un taxi ma devo cancellare il primo ordine perché l’autista non parla russo e non ci capiamo sul punto di ritrovo. Passiamo accanto a un giardinetto, sull’erba c’è un gruppetto di lavoratori stravaccati all’ombra di un grosso albero, le donne con il capo coperto da un panno colorato. Ridacchiano tra di loro, una ragazza indossa un gilet arancione con la fascia catarifrangente, per il resto non ci sono differenze con i soggetti dei quadri di cento anni fa.

Un collega di Ravšan, Timur, ci porta a visitare un’azienda che produce mobili e infissi.

Ai bordi della periferia di Taškent si aprono prati di arbusti ed erbacce ingiallite. Man mano che ci allontaniamo dalla città le strade perdono l’asfalto e diventano dei tracciati sabbiosi, i camion e le auto alzano nuvole di polvere, ondeggiano da un lato all’altro della carreggiata per evitare buche e dossi.

“Che industrie avete qua in Uzbekistan?” chiedo, tanto per chiacchierare.
“Ai tempi dell’Urss avevamo fabbriche di trattori, c’era produzione di componenti per gli aerei.” conta sulla punta delle dita “Assemblavano macchinari per l’agricoltura, per la lavorazione del cotone, strumenti per l’estrazione del petrolio. C’era un sacco di roba perché durante la grande guerra patriottica han spostato qua diverse fabbriche, era più sicuro.” conclude vantandosi.

“Sì ho capito, ma adesso cosa è rimasto?”
Ci pensa un po’, le labbra socchiuse, sbatte le palpebre.
“Eh… il settore agricolo, adesso andiamo a vedere una fabbrica di mobili.” continua a ragionare “Turismo, sì… il turismo è sviluppato!”
Vladimir risponde alle mail sul telefono, ogni tanto guarda fuori dai finestrini, sbuffa per il caldo.
“Com’è il tuo albergo?” si interessa.
“Non è male, hanno investito più nell’ingresso che nelle stanze e il titolare è un po’ egocentrico ma ho dormito bene.”
“Il titolare è egocentrico?” mi interroga Ravšan.
Racconto del ragazzino alla reception e della compagnia forzata a colazione.
“Perché egocentrico? Voleva essere ospitale.” commenta Vladimir.

In venti anni di peregrinazioni post-sovietiche ho avuto a che fare con decine di persone “ospitali” che mi hanno portato in posti degradati a fare cose assurde e mangiare porcherie.
Comfort, piacere personale, gusto e bellezza non pervenuti.
Spesso è un’ospitalità a senso unico.
La voglia di aprire mondi non sempre coincide con i desideri del visitatore.


Timur, il ragazzo che guida, non apre mai bocca. Annuisce quando parla Ravšan e ride quando qualcuno fa una battuta.
Verso sera, prima di andare a cena, Ravšan ci porta a visitare il Bazaar Čorsu, uno dei mercati più grossi e una delle principali attrazioni turistiche della città.
Sono due giorni che Vladimir insiste perché deve comprare un vestito per sua moglie, li seguo volentieri per curiosità.

L’area centrale è disposta sotto una cupola azzurra già visibile in lontananza, all’interno centinaia di banchetti; fuori ci sono altre bancarelle sparse un po’ a caso.
Alcune completamente aperte, altre strutturate con una tettoia, in certi casi hanno anche le pareti.
Arriviamo che molti venditori stanno chiudendo i baracchini o si preparano a tirare dentro la roba, entriamo subito in un gabbiotto dove sono stipati centinaia di vestiti da donna ultra colorati, tutti dello stesso modello.
Ravšan si pone come intermediario, ne fa tirare giù qualcuno dall’appendiabiti, discute con un ragazzino con il capo coperto mentre Vladimir sfrega il tessuto tra l’indice e il pollice senza molta convinzione. Alla fine decide di lasciar perdere. Il venditore ci osserva mentre passiamo al negozietto adiacente.
Hanno piatti in ceramica di varie misure e pentole in rame intarsiato. La merce è disposta un po’ ovunque, per terra, sopra delle mensole, su uno sgabellino. Come mi abbasso a dare un’occhiata interviene Ravšan
“Compra dei piatti per tua moglie.”
“E dove li metto? In valigia?”

Andiamo oltre, attraversiamo la zona scoperta, passiamo al settore dei casalinghi con detersivi, saponette e spugne, poi quello degli alimentari coi banchetti di frutta e verdura.
Albicocche, meloni gialli, peperoni, pomodori e buona parte di quello che potresti trovare da noi al mercato del sabato solo che qua è tutto disposto in maniera ordinata, geometrica, che se fai il commerciante da mille e passa anni il master in merchandising non serve.
Una donna corpulenta, con una camicia sporca, cuoce del pane sulle braci, fa davvero voglia, alla sua sinistra interi banchi di spezie.
Gli odori sono familiari, per quanto intensi e pungenti mi riportano all’ingresso del negozio africano vicino a casa dei miei o tra i sacchi di riso nel corridoio della bottega cinese dietro la vecchia questura, solo che qua è tutto amplificato per mille.

Cerco di non incrociare sguardi perché ti vengono incontro per vendere qualcosa, qualsiasi cosa, sembra più una questione di principio che altro, parlano nella loro lingua, gli occhi neri, fissi e intensi che cercano i tuoi, manco volessero ipnotizzarti.
Procediamo spediti e raggiungiamo un’altra area alla ricerca del caftano per la moglie di Vladimir.
C’è una bancarella che espone solo vestiti da uomo, i pantaloni e la casacca che scende fino alle caviglie.
“Perché la giacca è così lunga?” chiedo a Ravšan.
“Sono vestiti da religiosi, roba che mettono gli Imam.
Per l’Islam bisogna coprire tutto il corpo, vedi che le donne osservanti hanno il velo in testa. Anche per motivi pratici, per ripararsi dal sole.”

Vladimir sta contrattando con due donne per un caftano uguale a mille altri che abbiamo già visto.
Interviene Timur, il collega di Ravšan, mette tutti d’accordo e fa impacchettare il regalo.
Proseguiamo perché Vladimir vuole comprare gli ingredienti per cucinarsi a casa il plov, il piatto locale a base di riso che abbiamo mangiato quasi ogni giorno.
Ci ritroviamo così nel cuore del bazar, sotto la cupola.
Ravšan vorrebbe che io comprassi qualcosa, qualsiasi cosa basta che mi porti a casa un po’ di Taškent ma io non so veramente che farmene di quella roba.
Zero interesse per vestiti e oggetti etnici, le spezie mi piacciono ma a casa ne ho per cucinare fino alla pensione.
Rispondo con distacco alle sue offerte insistenti, che poi mi viene il dubbio che sia in combutta coi tipi da quanto rompe.
Quasi invidio Vladimir che si entusiasma per qualsiasi stronzata e compra quattro sacchetti di polverine per la gioia di tutti.
Io prendo nota di quello che vedo sul telefonino, i ragazzetti senza denti che si spintonano per scherzo, i banchi con i sacchi di patate e di cipolle, ceste di carote gialle, che le trovi solo qui e sono un ingrediente fondamentale per il plov.
Cristalli di sale e alluminio grossi come pietre, usati come deodoranti.
Bacinelle piene di polverine rosse, arancioni, amaranto disposte a forma di piramide.

“Spezie.” commenta Ravšan “Cinquecento anni fa con un banchetto di questi potevi comprarti un palazzo a Venezia” forse esagera ma non di tanto.
Uscendo passiamo accanto a un ragazzo cieco che suona una chitarra classica sulle scale, un cestino con qualche moneta davanti ai piedi, ha le palpebre incollate sul bordo inferiore e muove le dita in maniera particolare, quasi suonasse una cornamusa, c’è troppo casino intorno per apprezzare qualche nota, sorride con la bocca aperta, i denti marroni in bella vista.
Nel parcheggio incrociamo un gruppetto di adolescenti, ognuno tiene in mano una bottiglietta di Coca Cola.
Duke Ellington, quello di Caravan, non poteva fare a meno della Coca Cola, ne beveva almeno sei bottigliette al giorno.
Quando fece il tour dell’Unione Sovietica nel 1971, l’ambasciata americana spedì a Mosca quindici casse, all’epoca la Coca Cola qui non c’era e adesso è dappertutto che sembra sia diventata la bevanda nazionale.

Per cena Ravšan ci porta in centro, è tutto il giorno che la mena con questo ristornate georgiano di un suo amico.
Il locale è all’interno di un’area pedonale che ingloba una serie di piazzette, stradine con ai lati edifici che richiamano l’architettura di vari paesi: Germania, Italia e Inghilterra nello spicchio che attraversiamo.
È tutto recente, i colori accesi danno più l’idea di un outlet di moda, di quelli che trovi all’uscita dell’autostrada, frequentati da asiatici e russi che si fanno la foto attorno a una gondola ancorata su un fondale di gomma, quando ancora potevano andarci. Attorno a noi passeggiano coppiette con un gelato in mano, famigliole a spasso, il capofamiglia tiene sulle spalle una bambina col vestito rosa e in mano una nuvoletta di zucchero filato che si squaglia in testa al babbo.
Ci sistemiamo in una sala arredata in stile locale, tappeti alle pareti, poltroncine imbottite, tavoli in legno massiccio: tutto nuovo di stecca, lucido, ai limiti del sintetico. Siamo in quattro, Timur non mangia niente, guarda e ascolta.
A un certo punto Ravšan dice che in Europa “propagandiamo l’omosessualità.”
Quasi non ci credo perché è la stessa questione per cui avevo litigato con Vladimir anni fa in Kazakistan.
Rifaccio lo stesso discorso, parola per parola.

“Guarda, io non conosco molti gay, non per scelta, è così. Però non penso sia possibile insegnare a qualcuno chi deve amare. Tu hai una figlia” mi rivolgo a Ravšan “secondo te puoi dirle: ‘Ti deve piacere una donna o ti deve piacere un uomo?’”
Vladimir mi guarda in silenzio. Chissà se si ricorda di quello scambio.
Ravšan prova ad argomentare.
“Dipende dalla famiglia, dall’esempio che dai.” Vladimir e Timur annuiscono con ampi cenni del capo. “Per esempio se io sono debole con mia moglie, poi mia figlia si fa l’idea che gli uomini sono…”
Non lo faccio finire, perché per quanto uno legga libri sull’autocontrollo e sulla gestione dei conflitti, ci sono delle parole chiave o dei concetti che innescano delle reazioni incontenibili.
“Aspetta un attimo. Ci sono un sacco di donne col carattere forte, lo vedi quando vai in giro per le aziende.”
“Si ma a casa è diverso” mi interrompe.
“E comunque” proseguo “non è che se tua moglie è prepotente tua figlia vuole farsi crescere il cazzo.” faccio il gesto per mimare una tega lunga quanto un avambraccio, la mano sinistra appoggiata sull’incavo del gomito.
Chissà che razza di visione evoca un membro peloso di quasi mezzo metro.
Si portano tutti le mani alla bocca, in parte per mascherare delle risatine infantili, in parte per pudore.
Gli occhi sbarrati d’incredulità di fronte a una rivelazione così estrema.
Allargo le braccia, le sopracciglia inarcate “dai ragazzi, non siamo mica alle elementari”. Ridacchiano timidamente.

Vladimir e Ravšan non ribattono, per rispetto più che altro.
Inaspettatamente interviene Timur, che parla per la prima volta nella giornata.
“Dipende tutto dalla famiglia, dall’esempio che danno i genitori.”
Poi continua “Io mi sono sposato con un matrimonio combinato.”
Ravšan increspa la fronte, incredulo.
“Non avevi mai visto tua moglie, prima?”
“No, si sono messi d’accordo i nostri genitori.”
“E adesso va tutto bene?” chiede perplesso Vladimir
“Tutto a posto, nessun problema.” ribatte senza dubbi Timur, che non ha nemmeno trent’anni e la serenità di un vecchio saggio.
Non tocca niente in tavola, guarda noi che mangiamo perché la moglie gli ha preparato la cena a casa e non vuole mancarle di rispetto.
Dopo un po’ ci saluta, Ravšan guarda Valdimir e ghigna “Adesso però vorrei sentire sua moglie cosa dice, quando lui non c’è. Se anche per lei va tutto bene.”

Risate di cattiveria.

Aspettiamo una grigliata di carne, ognuno guarda il proprio telefonino.
Anche se ho argomentato le mie idee in maniera razionale, nessuno a questo tavolo ha cambiato idea.
Perché dei valori occidentali frega solo agli occidentali.

I miei commensali conoscono il nostro modo di vivere, lo annusano nei profumi di marca e nelle bibite gasate, soprattutto qui nella capitale, città grande e cosmopolita.
Un po’ come il milanese che mangia etnico nella rosticceria sotto casa, vede la gente con la barba e il turbante fuori dalla moschea e passa oltre, in sella allo scooterone.
Sa che esiste quel mondo ma ne rimane al di fuori.

A tavola sono due, in quest’area sono centinaia di milioni, e se vai a sud e a est diventano miliardi di persone.

Della democrazia occidentale a loro frega poco o niente. Dei nostri diritti e dei nostri valori, delle nostre uguaglianze e del nostro progresso ne sentono parlare ma sono concetti lontani dal loro modo di vivere.

Alieni. Qua a Taškent hanno uno stipendio medio di cinquecento dollari e hanno tutti l’Iphone, l’ultimo modello, più recente del mio. Più di qualcuno ha anche l’IWatch.
Questo è l’occidente: merci, servizi, comfort e status, al massimo una vacanza di un paio di settimane.
Per il resto menano un’esistenza scandita dagli orari delle preghiere verso la Kaaba, abitudini alimentari secolari, abiti convenzionali, parole chiave e silenzi eloquenti.

Dopo cena vorrei tornare in albergo perché domani mi devo alzare prestissimo, ho il volo alle cinque di mattina e non ho più le energie per fare un dritto, non per lavoro.
Ma Ravšan non ne vuole sapere, deve mostrarci la Madrasa a tutti i costi.
Non è per fare proselitismo.
È una questione di “ospitalità”.
Ravšan è uzbeko, il padre di origine iraniana e la madre di etnia russa.
Compiuti venti anni ha rinunciato alla fede musulmana e si è fatto battezzare con rito ortodosso.
E adesso vuole farci vedere uno dei posti più significativi della città.
Arriviamo che ha appena finito di diluviare, il taxi ci molla davanti all’ingresso, è buio e l’aria è fresca, ripulita da polvere e umidità, camminiamo sul pavimento in blocchi di cotto, o così mi sembra.
Ravšan ci spiega che era una scuola coranica, l’azzurro delle cupole, il colore del cielo, indica la vicinanza ad Allah e nel medioevo era una tinta estremamente difficile da produrre e questo era indice di grande ricchezza.
Nel cortile interno ci mostra gli ingressi che portano alle stanze degli studenti, sovrastate da un arco rientrante, forse per proteggere dal sole.
Sono contento che ci abbia portato qua e lo dico al nostro accompagnatore che sorride soddisfatto.
Vladimir e Ravšan mi accompagnano in albergo che sono le dieci passate e insistono perché gli faccia vedere l’interno.
Solerte come una guardia, all’ingresso ci accoglie Murat, vestito di bianco.
Gli spiego che sono con due amici e che sono curiosi di vedere il giardino e i bassorilievi.

Murat si illumina in un sorriso e mi abbraccia
“Sei davvero una brava persona.”
Davvero.
Un paio di ore di riposo e prendo un taxi per l’aeroporto, una Chevrolet bianca.
All’ingresso un funzionario mi chiede di mostrargli il passaporto e il biglietto.
Guarda la foto sulla seconda pagina, mi fissa, poi abbassa lo sguardo di nuovo sul documento e commenta malizioso
“Sei invecchiato.”
“È una foto di nove anni fa.” e comunque fatti i cazzi tuoi.

Sulle poltroncine nella zona delle partenze, accanto a me è seduta una tipa coi dreadlock che fa yoga con le gambe incrociate, sorride con gli occhi chiusi, si stiracchia e dondola a destra e a sinistra.
Al momento dell’imbarco si avvicina al bancone di accettazione per il volo di Nuova Delhi, si gira e alza un Iphone dai bordi squadrati per fare una foto verso la fiumana di gente in coda. Su le mani per Shiva!

Atterro a Istanbul che sono le sei del mattino, attraverso mezzo aeroporto di corsa e al gate consegno carta di imbarco e documento a un addetto piccolo di statura, di quelli che stanno sempre dritti sull’attenti per sembrare più alti.
Ha i capelli radi, le sopracciglia alte due dita, nere come la carbonella. Sfoglia le pagine del mio passaporto con le manine tozze e piene di peli che pare abbia dei guanti di lana.
Piega la bocca di lato e commenta.
“Sei invecchiato.”
“Sei mai stato in Uzbekistan?”
Mi guarda serio e mi porge il talloncino strappato.
“Buon viaggio.”

lunedì, ottobre 10, 2022

Donne italiane elettroniche


Nelle prime due foto Teresa Rampazzi, poi Hilda Dianda, Franca Sacchi, Doris Norton.

Riprendo l'articolo uscito ieri per "Libertà" sulle pioniere italiane della musica elettronica.

Sappiamo purtroppo che la musica rock italiana è raramente riuscita ad esprimere talenti di particolare rilevanza a livello mondiale o europeo.
Molto meglio, per fare qualche esempio, è andata con la musica d'avanguardia con Luigi Nono o Luciano Berio, con le composizioni orchestrali e per il cinema di Ennio Morricone, per il canto lirico con Luciano Pavarotti, nel pop all'italiana dei vari Pausini, Ferro, Ramazzotti.
Ma scavando nel baule del dimenticatoio, tra quelle realtà rimaste sempre occulte, possiamo trovare grandi e piacevoli sorprese.

Ad esempio in pochi sanno o ricordano che l'Italia è sempre stata all'avanguardia nell'ambito della musica elettronica e sperimentale, a partire dagli esperimenti degli anni Venti dei Futuristi con personaggi come Francesco Balilla Pratella e Luigi Russolo che teorizzarono l'impiego del rumore da sostituire alle note e alle armonie. Russolo creò perfino uno strumento musicale ad hoc, l'Intona Rumori.

Ma fu nel Dopoguerra che nacque una scena elettronica italiana.

Nel 1955, a Milano, in Corso Sempione, viene creato lo Studio di Fonologia Musicale, terzo polo europeo di sperimentazione di musica contemporanea con strumentazioni elettroniche.
Nel 1963 Pietro Grossi fonda quello di Firenze, un anno dopo nasce a Torino lo SMET (Studio di Musica Elettronica di Torino) e a Milano il Gruppo di Elettronica e Cibernetica di Goffredo Haus, poi ribattezzato Laboratorio di Informatica Musicale. E da questo momento diventano protagoniste (come spesso accade) dimenticate, le donne.
Sperimentatrici, all'avanguardia in Italia e nel mondo, femministe, non con vacue parole ma nei fatti, in una società ancora patriarcale e maschilista come l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta.

Teresa Rampazzi è stata la principale rappresentante di questa scena.
Compositrice, pianista e ricercatrice musicale, visionaria, tra prime donne al mondo a occuparsi della produzione e diffusione di musica elettronica.
Nata nel 1914 fece partire il primo corso di musica elettronica al Conservatorio di Padova negli anni Cinquanta e fondò il Centro di Sonologia Computazionale, sperimentando nuove tecnologie, dai nastri magnetici ai sintetizzatori, affacciandosi per prima alla computer music, ricercando ogni aspetto del suono: analizzava l'onda sonora, prima che diventasse musica.
“Prima di fare musica dobbiamo studiare gli effetti fisici, acustici e psicologici di questo mezzo, le leggi matematiche alla base di ogni processo sonoro”.

Fin da giovane attratta da ogni nuova forma culturale diventò amica di personaggi della cultura, come Italo Calvino o Emilio Vedova, con cui intavolava lunghi confronti e discussioni.
Trasferitasi a Padova con il marito, si dedicò con forza alla diffusione della musica sperimentale e d'avanguardia, anche nelle scuole medie, in cui insegnava.
Incontrò il grande compositore John Cage da cui attinse preziosi insegnamenti. Fonda nel 1965 il gruppo N.P.S. (Nuove Proposte Sonore) che diventa uno dei più importanti studi di ricerca musicale privati.
Diventa docente di musica elettronica al Conservatorio di Padova, aprendo corsi in cui gli studenti potevano avere accesso a strumenti d'avanguardia.
Negli anni Settanta si avvicina al computer e alle sue illimitate possibilità, anche artistiche, componendo brani con l'utilizzo dei primi software. Dopo la scomparsa del marito, nel 1983, si trasferì ad Assisi approfondendo la conoscenza di musicoterapia, religioni orientali, astronomia, architettura.
Tornata nella natìa Bassano del Grappa ha costruito un suo studio di registrazione, continuando a comporre e sperimentare. Alla sua scomparsa, nel 2001, lasciò tutta la sua apparecchiatura al Conservatorio di Padova dove i suoi strumenti continuano ad essere usati dagli studenti.
Donna di ampie vedute, sempre al passo con i tempi e l'innovazione, ha creato un network di artisti internazionali, tenuto lezioni in tutto il mondo, sottolineando l’importanza della collaborazione, della diffusione e didattica musicale.

Hilda Dianda nasce in Argentina nel 1925 da genitori italiani.
Nonostante il suo lavoro sia sempre rimasto di nicchia i suoi meriti sono stati riconosciuti anche dal governo italiano nel 1964 quando le fu conferita una Medaglia al Merito per la Cultura e l'Arte.
Nonostante la sua attività si sia orientata principalmente verso le partiture orchestrali e da camera, ha utilizzato mezzi elettronici per registrare almeno quattro delle sue opere. Lavora per un certo periodo in Italia, prima di tornare in Argentina e proseguire i suoi studi e ricerche sulla sperimentazione elettronica.
Fugge nel 1972 dalla dittatura, componendo il brano anti regime “Despues el silencio”, lavora in California all'Electronic Music Lab, gira il Sud America continuando le sue sperimentazioni.

Franca Sacchi è nata nel 1940 a Milano. Pianista eccelsa tenne i primi concerti già a nove anni, stancandosi però presto della musica classica tradizionale e rimanendo affascinata, negli anni Sessanta, da quella elettronica e dalla “musique concréte”, perseguendo progetti interdisciplinari con pittori, scultori e architetti e con altri compositori.
Collabora a Bruxelles con Luciano Berio e Luigi Nono.
Nel 1968 si fa notare contribuendo con alcune musiche realizzate con mezzi elettronici per la XIV Triennale di Milano.
Fonda nello stesso anno con l'artista e designer Davide Mosconi il Centro Ricerche Musica Elettronica a Milano, in cui organizzò corsi di improvvisazione, dove la musica doveva essere creata sulla base di un "significato globale", in cui gli oggetti di tutti i giorni potessero essere fonti sonore.

“Essere artista donna in Italia è incredibilmente difficile”.

Affermazione condivisa da tutte le artiste italiane tagliate fuori dalle grandi scene. Unendosi ad altre donne illuminate del periodo, come La Rocca, Carla Accardi e Francesca Woodman, Franca Sacchi fonda negli anni '70 il gruppo femminista Rivolta 3, volto a promuovere l'autocoscienza femminile e a combattere ogni forma di oppressione artistica per rivendicare il proprio accesso e spazio all'interno di musei e istituzioni culturali, denunciando la mancanza di visibilità e le discriminazioni che stavano subendo. La sua attività prosegue e si espande, sia musicalmente, sia nella danza e nel teatro, che conseguendo il Magistero in musica sacra e canto gregoriano al Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra, pur negando per tutta la vita specifici legami religiosi. Il suo album “En” del 1972 rimane una pietra miliare della musica elettronica italiana.

Significativa la storia oscura di Ingrid Mac Intosh che compare tra i collaboratori a diverse sperimentazioni con i primi computer adibiti a strumento musicale nello Studio di Fonologia Musicale a Firenze, nei primi anni Sessanta ma che non viene mai citata né ha lasciato testimonianze sonore.
Come sottolinea la studiosa Frances Morgan:
“L'assenza di donne nelle storie patrilineari non dovrebbe essere intesa come un effetto del 'dimenticato' di alcuni compositori, come se si trattasse di una svista accidentale , ma come una sintomatica mancanza di riconoscimento durante il periodo in cui molti di coloro che ora sono citati come pionieri erano nel loro momento più attivo”.

L'inglese Doris Norton si trasferisce in Italia nei prim anni Settanta, entra nella band prog Antonius Rex per poi passare a sperimentare con l'elettronica, arrivando ad elaborare teorie compositive i cui si lascia sempre più spazio all'intelligenza del computer, rendendo volutamente minimo l'intervento del musicista.
Verrà presto assunta come consulente informatica all'IBM per passare poi alla musica techno e pubblicare vari dischi nell'ambito.

Nomi dimenticati, esperienze importantissime nell'evoluzione sonora e culturale (in Italia spesso fatichiamo a mettere in stretta correlazione le parole e contesti “musica” e “cultura”, quasi fossero mondi antitetici, in realtà la stessa cosa), soprattutto, opere di valore insindacabile da un punto di vista strettamente artistico, per quanto spesso poco fruibili al grande pubblico. Le donne relegate in costante secondo piano, in quanto tali.
Persone di inestimabile valore, “dimenticate”, solo a causa di un'assurda mentalità patriarcale che sta minacciosamente tornando, tra le righe, anche a causa di una progressiva e prevalente deriva culturale, arrivata, acclamata da folle gaudenti, anche in Italia.

domenica, ottobre 09, 2022

Not Moving LTD in tour


Riparte il tour di "Love Beat" dei NOT MOVING LTD con una serie di date autunnali/invernali.

Venerdì 14 ottobre: Bologna "Frida"
Venerdì 4 novembre: Vicenza "Lucky Brews"
Sabato 5 novembre: Como "Joshua Club"
Sabato 12 novembre: Viareggio "Gob"
Sabato 3 dicembre: Monterotondo (Roma) "Il cantiere" + The Cleopatras

Seguiteci qui:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

Il video di "Love Beat":
https://www.youtube.com/watch?v=j2nN9zpE1sQ

sabato, ottobre 08, 2022

The Brower


White Seed ci segnala direttamente da NYC

I Brower passeranno in Italia in questi giorni per 5 date.
Capitanati da Nat Brower sono una tra le band piu seguite a New York City.
Glam, Power Pop ottimi per amanti dei T. Rex, Slade, Giuda e tutto il mondo Junkshop Glam.

In formazione Max Hiersteiner batterista dei Dirty Fences e Josephine alla chitarra.

Saranno in tour europeo, qui le date italiane.

8 ottobre, Napoli, We're Loud Festival
9 ottobre - Roma, 30 Formiche
10 ottobre - Pesaro, Legno
11 ottobre - Bologna, Freakout
12 ottobre - Mantova, Arci Dallo'

VIDEO:
https://youtu.be/bFkoZUdb6hI

venerdì, ottobre 07, 2022

The snake


THE SNAKE è un brano scritto e pubblicato da Oscar Brown Jr nel 1963, in versione soft & cool jazz.

https://www.youtube.com/watch?v=TxVymZxekEw

Fu poi ripreso nel 1966 da Johnny Rivers nell'album "...And I Know You Wanna Dance" in chiave country soul.

https://www.youtube.com/watch?v=R7QRiKIc9vM

La versione definitiva e di maggior successo fu però quella di AL WILSON del 1968 che arrivò nella top 30 americana per diventare qualche anno dopo un classico della scena Northern Soul inglese, più volte ristampata e inserita in numerose compilation del genere.

https://www.youtube.com/watch?v=fHIcVuqQgVo

Il testo di "The Snake", si ispira alla favola di Esopo "Il contadino e la vipera" narra la storia di una donna di buon cuore che trova un serpente gravemente ferito a terra.
Il serpente morente implora la donna di aiutarlo.
La donna lo porta a casa e se ne prende cura molto bene finché non si riprende.
Tuttavia, invece di essere grato e grato il serprente morde la donna, avvelenandola.

La donna delusa chiede al rettile perché lo ha fatto nonostante gli abbia salvato la vita. Il serpente aggiunge la beffa al danno della donna. La chiama "sciocca" e continua affermando che conosceva i rischi che stava correndo quando si è offerta di aiutarla. Non può fare altro che incolpare se stessa per la sua situazione.

"Oh, shut up, silly woman" said that reptile with a grin
"Now you knew darn well I was a snake before you brought me in"


THE SNAKE

On her way to work one morning
Down the path alongside the lake
A tender-hearted woman saw a poor half-frozen snake
His pretty colored skin had been all frosted with the dew
"Oh well, " she cried, "I'll take you in and I'll take care of you"
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Now she wrapped him up all cozy in a coverture of silk
And laid him by the fireside with some honey and some milk
Now she hurried home from work that night, as soon she arrived
Now she found that pretty snake she'd taken in had been revived
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Now she clutched him to her bosom, "You're so beautiful, " she cried
"But if I hadn't brought you in by now you might have died"
Now she stroked his pretty skin again and then kissed and held him tight
But instead of saying thanks, that snake gave her a vicious bite (ooh)
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
"I saved you, " cried that woman
"And you've bitten me, even why?
And you know your bite is poisonous and now I'm gonna die"
"Oh, shut up, silly woman" said that reptile with a grin
"Now you knew darn well I was a snake before you brought me in"
"Please take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Sighed the snake
Take me in tender woman
(Come on in you pretty snake, come on in)
Snake, snake (yeah, come on in you pretty snake)
Take me in, tender woman (come on in, yeah, yeah, yeah)
Snake (come on in yeah, yeah, yeah)


Il brano, il cui testo fu concepito in chiave anti razzista, fu utilizzato nella campagna elettorale di Donald Trump del 2016 identificando il serrente con gli immigrati in Usa.
Nonostante le reiterate proteste dei figli di Oscar Brown Jr. Trump ha continuato a servirsi del brano.

giovedì, ottobre 06, 2022

Ramones a New York City

Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Continua la rubrica Ramones a New York City.

Nel febbraio del 1976 i Ramones registrarono il loro album di debutto RAMONES al Plaza Sound Studios situato all'ottavo piano del celebre edificio Radio City Music Hall in Midtown Manhattan.

La Sire Records spese $6,400 per una settimana tra registrazione e mixaggio.
Oggi il Plaza Sound Studios non esiste piu'.

mercoledì, ottobre 05, 2022

Il rock italiano all'esame di maturità


Una curiosa coincidenza ha portato alla contemporaneità di quattro uscite discografiche di altrettanti personaggi tra i più significativi della scena rock (alt/rock se preferiamo) italiana.
Piaccia o meno.

Nomi dalla lunga carriera, giunti alla maturità e anche al successo, alle prese con nuovi capitoli discografici, che arrivano dopo lunghi periodi di silenzio (Edda a parte).
Che ne dimostrano la caratura artistica, la scrittura personale, la capacità artistica e compositiva.
Sono il manifesto più evidente e alla ribalta di una scena nostrana che pur continuando a faticare a portare talenti a livello mondiale produce buone cose.
Aspettiamo ora i più giovani.

MANUEL AGNELLI lascia la sua rinomata e glorificata comfort zone degli Afterhours per un esordio solista, "Ama il prossimo tuo come te stesso", in cui si sfida stilisticamente e compositivamente.
E' naturale che la matrice rimanga legata al lavoro con la band ma il taglio dell'album si muove in altre direzioni, più intimiste e liriche, spesso arricchite da sapienti orchestrazioni pur non mancando rimandi a grunge, post punk, momenti quasi noise. Eccellente lavoro sui testi, disco molto curato in fase di arrangiamento, una nuova ottima testimonianza di un artista in salute.

Un ritorno anomalo per i MARLENE KUNTZ con "Karma clima", dopo un lungo periodo di silenzio durato sei anni (intervallato dall'esordio solista di Cristiano Godano). L'abituale sound piuttosto abrasivo lascia spazio ad atmosfere più intimiste e riflessive, tanto quanto il concept che accompagna il disco, incentrato sui problemi climatici che attanagliano il mondo. I brani sono più avvolgenti e dal piglio cantautorale pur non rinunciando alla classica matrice rock.
Nella dolente e drammatica ballata "Laica preghiera" ospitano l'evocativa voce di Elisa a suggello di un lavoro maturo e convincente che segna un ulteriore passo avanti della storica band piemontese.

Al sesto album EDDA con "Illusion" conferma il suo passo artistico atipico, sempre sorprendente, non solo personale ma unico e inimitabile. Una sorta di Syd Barrett nostrano a braccetto con Rino Gaetano, più semplicemente Edda. Nel nuovo lavoro è affiancato da Gianni Maroccolo alla produzione che dona un nuovo carattere e tratto artistico alla sua scrittura.
Canzone d'autore, un'impronta jazzy in molti brani ma anche impennate rock/post wave, a cui si uniscono le consuete criptiche liriche malinconico/romantiche e una voce inconfondibile. Un nuovo album che si pone tra i migliori dell'anno in corso.

Tornano dopo un lungo silenzio discografico i VERDENA una delle migliori band del panorama nostrano, raro esempio di immediata riconoscibilità e personalità, con "Volevo magia".
Dal piccolo capolavoro di "Wow" del 2011, prova di assoluta e totale maturità, a cui seguirono i due ottimi volumi di "Enkadenz", si arriva al nuovo atteso album che conferma le qualità compositive della band, la capacità di spaziare tra diverse influenze (dalla psichedelia, allo stoner in chiave noise, a evoluzioni ritmiche quasi prog, rock, post wave e tanto altro) con grande versatilità e competenza. Non il migliore episodio della lunga carriera ma pur sempre un ottimo lavoro.

martedì, ottobre 04, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #2


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent – Giugno 2022

SECONDA PARTE
La prima parte qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Finisco il tè e mi congedo da Murat, recupero il computer dalla mia stanza e prenoto un taxi da un’applicazione locale per andare in fiera.

Ci impiego qualche istante a riconoscere la targa dell’auto, inutile cercare il modello perché per le strade circolano quasi esclusivamente Chevrolet, le assemblano qua in Uzbekistan e sono più convenienti rispetto ad altri marchi.

L’autista si chiama Aziz, ha una cinquantina d’anni e parla russo.
Chiacchiera volentieri, è nato e cresciuto a Taškent e vive nella parte vecchia, in uno dei pochi palazzi rimasti in piedi dopo il terremoto del 1966.
Il centro è pulito e ordinato, pieno di alberi, parchi e giardini.
Aiuole spartitraffico colorate di fiori gialli, viola e arancioni.
Ci sono anche diversi monumenti eretti in epoca sovietica, quando la capitale uzbeka era la quarta città per abitanti di tutta l’Urss.
C’è una luce che fa strizzare gli occhi, anche in auto. Fa caldissimo ma le anziane alla fermata del bus indossano il chador che le avvolge dalla testa ai piedi.
Stoffe colorate e fantasie floreali su sfondo azzurro, viola e arancio.
Le ragazze hanno il capo coperto da un velo più leggero, l’hijab, che mostra l’ovale del volto.
Qualcuna è vestita all’occidentale, un tubino giallo, una gonna ampia a fiori, i capelli scuri in libertà.
Le insegne dei negozi di mobili, elettrodomestici e computer sono prevalentemente in russo; in inglese i cartelloni pubblicitari di studi dentistici o di avvocati.
Le indicazioni stradali sono in uzbeko.

“Cosa pensa la gente della guerra in Ucraina?”
“Che domanda! Non piace a nessuno, è una tragedia.” ribatte brusco
“Sì certo, ma cosa dicono della Russia?”
“Se chiedi alla gente media non ti sa rispondere.
Primo, perché sono preoccupati dal costo della vita. Il pane, il te, lo zucchero. Tutto più caro. E poi non hanno abbastanza informazioni. Non sappiamo cosa succede.”
“E degli americani?
“Non dovevano allargarsi sotto i confini della Russia.”

Ho qualche problema con la connessione, le tacche sullo schermo del telefono vanno e vengono, non c’è campo, neanche in centro.
Ascolto la radio che trasmette una canzone locale con un campione preso da Time Of My Life, il brano di Dirty Dancing.
Poi il notiziario in russo, il governo ha rafforzato le relazioni diplomatiche con Antigua e Barbuda.

Le vie che attraversano il centro sono larghe, i palazzoni ai lati una sintesi di brutalismo sovietico e motivi decorativi locali, le facciate rivestite da mascheroni in pietra traforata che ornano le finestre e schermano dai raggi solari.
In alcuni condomini, i lati sono coperti da mosaici che riprendono stilemi arabi e anticipano di qualche decina d’anni le soluzioni di street art delle metropoli occidentali.


L’Uzexpocentre è un complesso di edifici che si trova a ridosso di un parco molto curato e attraversato da un fiume verde. All’ingresso bisogna passare un breve controllo, un tizio in divisa chiede gentilmente di aprire il bagagliaio. Prima di scaricarmi davanti all’entrata, il tassista chiede se può farmi una domanda.

“Tu sei uno che viaggia, che gira. Hai detto che sei stato in Ucraina. Ci sono davvero nazisti dappertutto?”
“Guarda non lo so. Dipende da dove vai. Io per lo più ho frequentato la parte centrale e orientale.
In questi anni ho incontrato decine di persone, centinaia forse. Penso di aver conosciuto un solo nazista. Non sono sicuro.”

La fiera del mobile è piccolina.
Accanto all’ingresso principale c’è lo stand del mio cliente. Ci lavora Ravšan, un ragazzo sulla trentina dalla carnagione olivastra e i capelli radi.
Mi aspetta sorridente, i denti bianchissimi e regolari. Segue il nostro assortimento, cura diversi fornitori, studia i prodotti, le caratteristiche tecniche.
Verifica quali sono le possibilità di vendita nel mercato uzbeko presso fabbriche e falegnami e poi si occupa di formare i venditori che devono presentare gli articoli ai clienti. Parla senza sosta, è pervaso da un’energia contagiosa.
“Salam aleikum.”
Mi saluta con la mano sul cuore e mi abbraccia.
Poche parole di convenevoli, poi ritorna dai clienti e mi affida a Dar’ja, la ragazza bionda che cura gli acquisti.
Ha un bel sorriso, con le fossette sulle guance, il capo scoperto. Mi accompagna a visitare l’esposizione, in tutto tre padiglioni di cui due abbastanza curati, gli stand sono ben allestiti.
Peccato per i mobili. Letti, armadi e pensili rivestiti di oro e argento, poltrone e divani foderati di tessuti damascati e luccicanti che vedi al tg quando mostrano le ville dei Casamonica.

“Lo stile classico va sempre forte?”
“Dipende. Qua in città i giovani preferiscono il design moderno, sobrio.
Ma in provincia va ancora il classico. Poi ci sono i matrimoni. La famiglia della sposa per tradizione si prende cura degli arredi. Quando vuole fare bella figura esagera con oro e cristalli e poi i ragazzi si separano per i mobili.”

Divorzierei anch’io se mi regalassero un letto da Scarface.
Il terzo padiglione è un bazar.
Un’accozzaglia di mobili, tappeti, stampe, vasi, libri, vestiti tipici, artigianato locale.
I venditori sono stravaccati sui divani, quelli che non dormono hanno il capo chino sullo schermo del telefono, lo sguardo stanco o annoiato.
Nei corridoi passeggiano visitatori e addetti ai lavori.
È un mix di espressioni, facce e vestiti. Occhi larghi e a mandorla, capelli biondi, castani e neri, carnagioni di tutte le tonalità.
Arabi, asiatici, russi, turchi e tutti gli incroci possibili. Per pranzo ci spostiamo in un ristorante poco distante dalla fiera, ci raggiunge Akron, il titolare dell’azienda con cui lavoro e un gruppo di fornitori russi.
Akron ha i tratti asiatici, una quarantina d’anni e guida un Suv Mercedes, una delle poche auto di tutto il parcheggio che non è una Chevrolet.
Prima di sederci a tavola ci mostrano l’area dove preparano il plov, un piatto tipico uzbeko a base di riso, carne di montone, carote gialle e spezie.
Più che una cucina sembra un’officina organizzata come una catena di montaggio.
Distribuiti in maniera ordinata nel capannone ci sono diversi calderoni in ghisa, ognuno grande come la mia sala da pranzo.
Sono adagiati su una struttura in pietra, all’interno brillano le braci.
A lato, un ragazzo con una calotta nera armeggia con un’asta in acciaio, mescola il riso che cuoce al centro, rispetto al resto del contenitore sembra poca roba e invece sfornano migliaia di porzioni al giorno, riforniscono anche altri locali della zona. Attorno ai calderoni sono sistemate delle postazioni di lavoro con donne che sminuzzano verdure, carne e spezie. Un ometto si affaccia regolarmente sui vari padelloni e lancia una manciata di ingredienti.

Ci sediamo a tavola, il caldo stemperato da un nebulizzatore che spara una nuvoletta di vapore acqueo a rinfrescare. Parlano tutti in russo. I clienti del posto, i fornitori kazaki e, ovviamente, quelli russi. Accanto a me un ragazzo palestrato di Mosca. Baffo curato, polo bianca, pantaloni giallo canarino e mocassini dello stesso colore. Si chiama Vladimir, ci siamo già incontrati una decina d’anni fa in Kazakistan.
Parliamo con gli altri del mercato, sono tutti soddisfatti, il settore del mobile sta vivendo una buona fase. Dopo il boom di ordini a marzo e aprile, mesi in cui la gente aveva paura di trovarsi con i risparmi ridotti a carta straccia a causa della svalutazione del rublo, adesso la situazione si è stabilizzata. Akron fa gli onori di casa, ordina insalata di pomodori e cipolle per tutti, oltre al plov.
Il cameriere porta anche del pane locale, simile a una focaccia con striature geometriche in superficie. Akron lo spezza con le mani e lo distribuisce tra i commensali.
Mi fa impressione.
Se le sarà lavate prima di sedersi a tavola?
Quante ne avrà strette in fiera? Dall’inizio della pandemia faccio attenzione ai contatti, i saluti, le alitate.
Poi con il tempo ti abitui, soprattutto se giri per questi posti. Qualche mese fa sarei rimasto sgomento, ora mangio e cerco di non pensarci.

Nessuno parla della guerra.
Anche qua come in Russia è “la situazione”, “prima”, “dopo”, “febbraio”
.

Vladimir, il mio vicino, dice cha ha dovuto cancellare le vacanze in Spagna.
La moglie teme la russofobia, alla tv russa ne parlano continuamente. La paura della paura. Lui lavora per un’azienda tedesca e ha vissuto diversi anni in Germania, poi quando i figli erano ancora piccoli è ritornato a Mosca. Il conto che aveva presso una banca di Hannover è stato congelato perché intestato a un cittadino russo.

Quando ci siamo conosciuti ad Almaty abbiamo avuto una discussione a tavola.
Vladimir sosteneva che in Europa propagandiamo l’omosessualità, questo uno dei motivi per cui aveva riportato la famiglia in Russia.
Chissà se si ricorda di quel litigio. Alla fine il cliente kazako, un bonaccione di origine russa, aveva stemperato gli animi mostrando un filmato dal cellulare, un nero che penetrava da dietro una biondina.
Tutti a sbaccanare per le proporzioni surreali, incredibile quanta roba riuscisse a far entrare nel bagagliaio la signorina.
A me faceva un po’ tristezza ma avevo riso anch’io.

Terminato il pranzo torniamo in fiera, in strada ci sono quaranta gradi, preferirei andare a letto.
Lo stand di Akron è curato, presenta una cucina e degli armadi grigio antracite, ante con profili in alluminio nero, l’interno scocca illuminato da striscette led fresate sul fianco.
Sono gli espositori che si presentano meglio, hanno preso spunto dalle ultime proposte dai Saloni di Milano. Al tavolo dei meeting ci raggiunge Ravšan che si prende una pausa dai clienti e pesca a piene mani dai vassoi di albicocche essiccate e mandorle. Parla con la bocca piena, è soddisfatto della giornata. Ci raggiunge Marina, una ragazza di etnia coreana che segue i nostri ordini assieme a Darja.
“Cosa dicono della guerra in Italia?” bofonchia Ravšan
“Dipende. Giornali e tv sostengono la versione americana ma c’è sempre qualcuno che presenta il punto di vista di Mosca. Ieri abbiamo festeggiato il compleanno di mia figlia.” continuo “C’erano una decina di adulti. Ognuno con un’opinione diversa ma nessuno pensava che Putin fosse l’unico colpevole. A parte una signora moldava di etnia rumena.”

Ravšan, Marina e Dar’ja muovono il capo in segno di assenso.
“E qua cosa pensate?”
Ravšan continua a masticare noccioline per qualche istante, le sue colleghe lo fissano, in attesa della risposta.
“Gli americani non dovevano provocare la Russia. Chiaro che dispiace per gli ucraini. Ci rimette sempre la gente normale.

Poco prima della chiusura della giornata, ci portano presso la sede centrale del nostro distributore.
Akron e Ravšan fanno gli onori di casa, conducono la piccola delegazione di fornitori in giro per lo show-room, luminoso e spazioso, i mobili e gli accessori presentati con attenzione.
Passiamo per gli uffici: spazi larghi, le scrivanie distanti e illuminate. In questi paesi di solito le stanze sono stipate di tavoli, sedie e impiegati. Una volta un cliente russo aveva visitato il nostro ufficio, dove eravamo in sei, e aveva commentato:
“Io qua ce ne farei stare almeno il doppio.”

Akron e Ravšan si muovono con disinvoltura, stringono le mani a tutti quelli che incontrano, fanno inchini, si portano il palmo sul cuore.
È un bell’ambiente di lavoro e ci tengono a trasmettere questa impressione.
Valorizzano struttura e organizzazione per stimolare i fornitori a concedere migliori condizioni di pagamento e maggiori investimenti nel marketing. Si stanno vendendo bene. Passiamo poi attraverso il magazzino, nello spiazzo di cemento adibito al carico, un gruppo di ragazzi gioca a pallavolo. Sono tutti magri, i volti scavati, gli occhi a mandorla e i capelli corti. Hanno teso una corda che usano come rete.
Si divertono, i sorrisi sbeccati. Prendono in giro uno che ha sbagliato la battuta e ha fatto schizzare la palla contro una finestra.
Indossano ciabatte e sandali di plastica, qualcuno gioca a piedi nudi, come si accorgono di noi un paio si rimette la maglietta, le risate si atrofizzano.
Al termine della presentazione dell’azienda ci accomodiamo in una sala riunioni. Oltre a Ravšan e Akron, ci sono due ragazze di origine slava e un paio di venditori. Akron serve il te, riempie appena il fondo di una manciata di tazze senza manico. Ravšan nota il mio sguardo perplesso.
“In Uzbekistan se c’è un ospite di riguardo, il padrone di casa versa il te un po’ alla volta perché non si raffreddi. Se lo versa tutto subito è un segno di maleducazione.”
“Perché?”
“Ti fa capire che non ha voglia di prendersi cura di te.”
Da noi se non vuoi visite lo dici.
Se hai poco tempo da dedicare a un amico o a un parente, parli chiaro. Più ti sposti verso oriente, più la comunicazione è inquadrata in un contesto elevato, dove gesti e ritualità sostituiscono le parole.
“Altre usanze?” chiedo incuriosito
“Uh…tantissime. Per esempio, a tavola il padrone di casa spezza il pane per tutti. È un gesto di rispetto, mette gli ospiti a proprio agio.”
Collego il mio computer ad uno schermo da sessanta pollici. Prima di incominciare con la presentazione, chiedo se parlano tutti russo. Si guardano stupiti, come fosse la prima volta che ci pensano davvero. Nessuno di loro parla uzbeko. Ravšan dice di averlo imparato un paio di anni fa.

“In provincia è difficile lavorare. I ragazzi tra i venti e i trent’anni non sanno il russo. Ho dovuto studiarlo sennò non c’era modo di capirsi.

Artem, il tecnico mingherlino con gli occhi a mandorla e i capelli neri a spazzola, è di etnia coreana, parla la sua lingua di origine e il russo. Ai tempi dell’Unione Sovietica in Uzbekistan c’era una grossa comunità di coreani.
Dopo l’invasione della Cina da parte del Giappone nel 1937, Stalin fece deportare centinaia di migliaia di russi-coreani che abitavano nelle regioni dell’estremo oriente in Kazakistan e in Asia centrale.
Dopo il crollo dell’Urss molti sono emigrati ma c’è ancora una forte presenza.
Il tassista che mi riporta in albergo non conosce il russo, ha una ventina d’anni e si orienta con difficoltà nel traffico di Taškent. Anche la signorina del navigatore sembra infastidita.

Fine Seconda Parte

lunedì, ottobre 03, 2022

Antonio Bacciocchi - Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul


Esce il 14 ottobre "Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul" un viaggio di stampo storico sociologico nel difficile e non sempre agilmente esplorabile mondo del Northern Soul.

La ricerca si è incentrata sulle radici del fenomeno, partendo dal Dopoguerra inglese per arrivare ai nostri giorni, sulle ragioni che hanno spinto giovani della working class del nord inglese ad abbracciare una musica di nicchia, riuscendo a costruire una sorta di sottocultura nata e costruita dal basso.

Per approfondire al meglio ho fatto affidamento su numerose testimonianze e articoli dell'epoca (primi anni Settanta) a cui sono stati aggiunti contributi di DJ, ballerini, frequentatori, protagonisti italiani della scena dagli anni Ottanta in poi;
Enrico Camanzi, Carlo Campaiola, Fabio Conti, Marco Dall’Asta, Geno De Angelis, Alberto Folpo Zanini, Flavio Frezza, Filippo Frumento, Francesco Fulci Corsagni, Oskar Giammarinaro, Enrico Lazzeri, Clelia Lucchitta, Leo Mastropierro, Andrea Mattioni, Francesco Nucci, Stefano Oggiano, Marco Piaggesi, Niccolò Pozzoli, Soulful Jules, Renato Traffano, Paolo Zironi

Antonio Bacciocchi
Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul
pagine 254
euro 15
AGENZIA X EDIZIONI

Il Northern Soul è un ambito assai complesso, se non impossibile, da definire, uno splendido “mistero” di passione, senso di appartenenza, identità, amore per la musica e la danza e i loro codici più tribali.
La stessa matrice con cui nacque è alquanto generica e volatile, definizione inventata dal giornalista e DJ Dave Godin, per circoscrivere i dischi a cui erano interessati i clienti del suo negozio che provenivano prevalentemente dal nord dell'Inghilterra.
Ma anche lo stesso corpo di persone che ha sempre caratterizzato gli appassionati copre una gamma sociale e antropologica vastissima a cui si aggiunge l'evidenza che non c'é nemmeno un'estetica unificante e identificabile (come è stata sempre prerogativa delle sottoculture) che riporti a un'omologia.
Il concetto di Northern Soul (perfino dal punto di vista strettamente musicale) cambia da persona a persona, si può aprire a mille influenze o chiudere in ristretti canoni ritmici e sonori. Difficile per una persona esterna distinguere la differenza tra un oscuro e dimenticato singolo (genericamente uscito tra il 1965 e il 1970) e una classica hit della Motown.
Talvolta proprio il fatto che il brano non avesse avuto riscontro commerciale era la garanzia di una maggiore purezza artistica.
E' un mondo allo stesso tempo esclusivo (solo chi è sufficientemente competente trova un ruolo e soddisfazioni all'interno della scena), che inclusivo (non ci sono restrizioni estetiche, etiche, filosofiche per appartenervi).
In questo libro non si vogliono fare particolari chiarezze perché se non si fa parte della “scena” è difficile comprenderne il significato al 100%.
In questo senso si è lasciato ampio spazio alle testimonianze di molti protagonisti per poter tessere una trama sufficientemente esaustiva.
Una delle ultime isole di purezza, in un mondo di profitto e all'insegna dello sfruttamento sociale, culturale e morale del prossimo.
Che si riassume alla perfezione nel classico motto che lo ha sempre caratterizzato:
Keep The Faith!

venerdì, settembre 30, 2022

Settembre 2022. Il meglio del mese



A tre mesi dalla fine dell'anno buone cose con gli album di Fantastic Negrito, Ben Harper, Lazy Eyes, Graham Day, Miles Kane, Hoodoo Gurus, Liam Gallagher, Jonathan Jeremiah, Martin Courtney, Viagra Boys, Tambles, Black Midi, Spiritualized, Yard Act, Elvis Costello, JP Bimeni and the Black Belts, Godfathers, Shirley Davis and the Silverbcaks, Dedicated Men of Zion, Electric Stars, St.Paul and the Broken Bones, Abiodun Oyewole, York, PM Warson, Joe Tatton Trio, Jamie T.
Mentre tra gli italiani Bebaloncar, Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, Sacromud, Assalti Frontali, Temporary Lie-Cesare Malfatti e Georgeanne Kalweit, Bastard Sons of Dioniso, Verdena, Organ Squad, The Cleopatras, Dear, White Seed, Tin Woodman, Alternative Station, Massimo Zamboni, Dear, Agape, Almamegretta, Ossi, Kicca e Path.



THE GODFATHERS - Alpha Beat Gamma Delta
Della line up originale della favolosa band che imfiammò gli anni 80, rimane il cantante Peter Coyne ma il sound e la freschezza di questi dodici brani rimangono inalterati, chitarre abrasive, voce lirica, allo stesso tempo sfacciata e profonda. Un lavoro di classe e rara forza sonora, avvalorato da una produzione eccellente e da una band che suona a livelli altissimi.

JONATHAN JEREMIAH - Horsepower for the Streets
Al quinto album il cantautore londinese fa un grande centro con uno stupendo lavoro pop soul che unisce in un solo abbraccio Michael Kiwanuka e Paul Weller, una buona dose di funk, il northern soul groove ("Youngblood"), grandi ballate di gusto 60's alla Bill Withers.

NEW MASTERSOUNDS - The deplar effect
Difficile pensarlo ma la band di Leeds firma il 17° album (in 22 anni d icarriera). Lo sono andati a registrarein Islanda ma il sound rimane un caldissimo, anzi, bollente omaggio alla tradizione Hammond funk cara ai Meters. Alla voce in molti brani Lamar Williams Jr. a rendere il tutto ancora più groovy e rhythm anmd soul.

SCONE CASH PLAYERS - From Brooklyn to Brooklin
Gustosissimo album dell'Hammondista Adam Scone per la Daptone, accompagnato da Jimmy James (True-Loves, Delvon Lamarr Organ Trio) alla chitarra e Neal Sugarman (Sugarman 3, Sharon Jones and the Dap-Kings) al sax, alle prese con un hammond groove di gusto 60's funk dalle influenze brasiliane e un pizzico di gospel. Originale e ultra cool.

MARS VOLTA - s/t
Strano album del duo, tornato dopo un lungo silenzio.
Il loro scorbutico "new prog rock e tanto altro" vira verso sonorità latine, tribalismo, mischia, attinge, sconvolge schemi e suoni.
Tanti i riferimenti, la lista sarebbe lunga e fuorviante.
Un lavoro molto interessante perché "aperto" e senza limiti.
Necessita di numerosi ascolti per essere compreso e assorbito.

EDDA - Illusion
Al sesto album il cantautore milanese conferma il suo passo artistico atipico, sempre sorprendente, non solo personale ma unico e inimitabile. Una sorta di Syd Barrett nostrano a braccetto con Rino Gaetano, più semplicemente Edda. Nel nuovo lavoro è affiancato da Gianni Maroccolo alla produzione che dona un nuovo carattere e tratto artistico alla sua scrittura.
Canzone d'autore, un'impronta jazzy in molti brani ma anche impennate rock/post wave, a cui si uniscono le consuete criptiche liriche malinconico/romantiche e una voce inconfondibile. Un nuovo album che si pone tra i migliori dell'anno in corso.

VERDENA - Volevo magia
Torna dopo un silenzio discografico durato sette anni, una delle migliori band del panorama nostrano, raro esempio di immediata riconoscibilità e personalità. Dal piccolo capolavoro di "Wow" del 2011, prova di assoluta e totale maturità, a cui seguirono i due ottimi volumi di "Enkadenz", si arriva al nuovo atteso album che conferma le qualità compositive della band, la capacità di spaziare tra diverse influenze (dalla psichedelia, allo stoner in chiave noise, a evoluzioni ritmiche quasi prog, rock, post wave e tanto altro) con grande versatilità e competenza.
Non il migliore episodio della lunga carriera ma pur sempre un ottimo lavoro.

JOHN DOE - Fables in a foreign land
Mentre gli X continuano imperterriti a fare su e giù per l'America (California in particolare), John Doe si prende uno dei consueti spazi solisti ((una dozzina di album alle spalle oltre a numerosissime collaborazioni). Come spesso accade a base di un mix semi acustico di country, blues, rockabilly, tex mex. Ottime canzoni, tutto sempre molto gradevole, pur se non indispensabile.

THE BUZZCOCKS - Sonics in the soul
Dopo la morte di Pete Shelley, Steve Diggle decide di portare avanti lo storico nome con un nuovo album.
Non avendo però, in tutta evidenza, le capacità vocali e compositive di quello che era la mente del gruppo.
Il disco raggiunge solo raramente la sufficienza e si lascia dimenticare velocemente.

THE CHATS - Get fucked
La band australiana spacca con un punk rock dalle svariate influenze (dall'hardcore al funk punk al classico 77 sound) attraverso 13 brani tiratissimi, rabbiosi, furiosi. Grande disco!

THE MANGES - Book Of Hate For Good People
Alle soglie del trentennale di carriera la band spezzina firma il sesto album (oltre a vari 45, ep, raccolte e un live), confermandosi una delle migliori punk rock band in circolazione.
Compatti, i Ramones (da sempre) nell'anima, potenti, grandi brani e melodie, totale padronanza della materia. Un nuovo grande lavoro.

HAKAN - Manifesto
Quarto album per la band bergamasca, come sempre a base di un sound che viaggia dritto e spedito, tra punk rock di gusto Ramones e rock 'n' roll ruvido e abrasivo con una vena melodica che caratterizza ogni brano che riporta ai primi Buzzcocks ("Jas is moving to town" su tutti). Il disco funziona dall'inizio alla fine con tredici brani che restano costantemente sul minuto e mezzo di durata. Ottimo.

STINKING POLECATS - s/t
Mancavano su album da 17 anni! Festeggiano il ritorno con un grande lavoro, dieci nuovi brani fiammanti, puro punk rock dalle tinte 90’s con sprazzi 77 in odore di Stiff Little Fingers (“Go get ready”), energia e freschezza intatte. L’album fila via arrembante, preciso, potente, al limite dell’eccellenza.

SUEDE - Autofiction
Il brit pop in salsa Bowie dei Suede giunge al nono album. Più diretto, crudo e urgente, conserva la classica epicità del cantato di Brett Anderson e si compone di ottime canzoni, spesso particolarmente ispirate.

STEVE PILGRIM - Beautiful blue
Già batterista con Stands e Cast e dal 2008 di Paul Weller, Steve Pilgrim giunge al suo sesto album. Paul produce e co firma cinque dei dodici brani, tutti in un mood acustico, intimista e malinconico che inevitabilmente porta alla memoria "True meanings" del Modfather.
Un ottimo lavoro, molto gradevole e pieno di buoni brani.

AFGHAN WIGS - How do you burn?
Torna la creatura di Greg Dulli con un ottimo album, lirico, oscuro, duro, con pennellate soul e dark deep blues. Canzoni ispirate, groove malato, il compianto Mark lanegan e tanti altri tra gli ospiti.

JULIAN LENNON - Jude
Torna dopo 11 anni di silenzio il primogenito di John con un album in cui (fin dal titolo) rimanda a padre e Beatles incentrando il lavoro esclusivamente su malinconiche (e un po' sciape) ballate pianistiche.
Paradossalmente finendo per sembrare più Liam Gallagher che John Lennon...

RINGO STARR - EP3
Nuovo ep con quattro brani di Ringo.
Con tutti i distinguo del caso e l'opportunità di incidere ancora cose sostanzialmente inutili, alla fine una/due volte si lascia ascoltare, per poi tornare nell'oblio.

NERO KANE - Of knowledge and revelation
Il terzo album dell'artista milanese ci porta in un viaggio psichedelico fatto di atmosfere sospese, oscure, solenni, malinconiche, drammatiche, in cui abbraccia folk apocalittico, post wave e una sorta di canzone d'autore goth/dark dall'attitudine ambient, screziata dalle molteplici anime dei Velvet Underground.
Spiccano originalità e personalità, che sublimano una maturità artistica di primo livello.

OSSI - s/t
Simone Tilli e Vittorio Nistri (anime degli sperimentali e avanguardisti Deadburger) alle prese con una nuova creatura artistica e 12 brani autografi, registrati con Andrea Appino, Dome La Muerte e Bruno Dorella. Un album che esplora psichedelia, garage beat ma anche e soprattutto quell'anima dissacrante che porta da Zappa e Captain Beefheart ai nostri Skiantos (erroneamente sempre derubricati a "demenziali"), inserendo riferimenti ben precisi al concetto, troppo dimenticato, di controcultura. Splendida la confezione vinilitica gatefold, con all'interno, posizionato in una speciale tasca fustellata, un booklet fumettistico di 28 pagine a colori, stampato nel formato originale degli albi dei Freak Brothers, e colmo di invenzioni, In copertina un disegno di Andrea Pazienza. Album importante e originalissimo.

KICCA - Call me sugar
Brillante ritorno della cantante veneta/parigina con un album ultra groovy di funk, soul, disco, bluesy, perfino un salto nel reggae e nello ska, con la consueta stupenda voce che spazia tra inglese, francese e italiano. Arrangiamenti sontuosi, brani (tutti autografi) sempre frizzanti e pulsanti, disco delizioso.

SOUL BASEMENT - Do no wrong
Nuovo elegantissimo, raffinato, super groovy ep per la band di Fabio Puglisi, aiutato dalle stupende voci di Alvin Le-Bass e Lana Gordon. Soul funk con un retrogusto disco, quattro brani di altissima qualità compositiva e artistica, splendidi arrangiamenti, sonorità calde e avvolgenti, un piccolo gioiello nu soul.

C'AMMAFUNK - Bouncing
La band salernitana rinnova la tradizione campana dell'amore per il funk e la fusion (da Napoli Centrale e James Senese in poi) con un album di altissimo livello qualitativo, soprattutto nei termini di un'impeccabile esecuzione e un gusto sopraffino per suoni e arrangiamenti. Brani ispiratissimi, groove a pioggia, influenze mediterranee per un album di pura eccellenza.

MARIA MESSINA - Non siamo mai quelli di una volta
Dopo un esordio in inglese la musicista/cantautrice veneto/piemontese si cimenta con un lavoro in lingua italiana, raggiungendo vette liriche e compositive di primissimo livello.
Il mood (pianistico/semi acustico) si muove tra un approccio classico (dalle parti di Tori Amos ma anche Nada, un pizzico di Carmen Consoli e Luigi Tenco ) e una vena più sperimentale che riporta a Debora Petrina e Mimosa Campironi.
Messina compone benissimo, canta ancora meglio, gli arrangiamenti sono personali e il risultato finale è originale e ben riconoscibile.

I MITOMANI BEAT - Ciononostante
Terzo capitolo per il quintetto romano che ribadisce la sua predilezione per le sonorità beat di ispirazione anni Sessanta. La band in realtà approfondisce il suo percorso nell'ambito spaziando anche in atmosfere jazzy (di sapore Buscaglione), blues, soul (la bellissima cover di "Rescue me").
Tanta ironia, ottimi brani, suoni sapientemente pertinenti, vari ospiti, un disco godibilissimo.

BAG OF SNACKS - Love songs for work haters
Il trio piemontese torna con un nuovo sparatissimo album, a base di punk rock e hardcore di ispirazione californiana dei primi anni 80. Il tutto condito da attitudine e spirito garage. Undici brani eseguiti con la giusta attitudine, grande potenza e precisione tecnica.

FABIO MACAGNINO - Sangu
Il cantautore e performer teatrale italo-tedesco stende l'ascoltatore con il potentissimo nuovo album in cui travolge con un folk tribale di matrice calabrese/mediterranea dall'attitudine quasi punk tra Cesare Basile e Il Pan del Diavolo. Ma che ha il garbo di diventare una ruvida ninna nanna nella struggente "Janestra mi fici" (uno dei migliori episodi dell'album) o un malinconico blues ("Fortuna"). Interessantissimo e crudo.

DEAD CAT IN A BAG - We've Been Through
Prosegue il cammino fangoso di Luca Swanz con la sua creatura Dead Cat In A Bag, giunta al quarto album. Le sue canzoni ci portano nel terreno paludoso, fumoso, dai miasmi blues, in cui camminano abitualmente le anime di Nick Cave (anche nei suoi retaggi Birthday Party, vedi il riff di "Wayfiring stranger", Tom Waits (il riferimento più diretto e palese dell'album), il Mark Lanegan più oscuro, fino al punk blues dal timbro balcanico e Pogues di "Fiddler, the ship is sinking". Grande lavoro di arrangiamento e di ricerca del suono, ottime composizioni, giusta attitudine.

BLONDIE - Against the Odds: 1974 - 1982
Mega cofanetto di 124 brani con i primi sei album della band e 36 inediti (di cui alcuni notevoli e molto interessanti come la "Heart of glass" il cui primo demo del 1974 con il titolo "Disco song" è in chiave reggae funk e una bella versione di "Moonlight drive" dei Doors). Essenziale per i fan.

BRIAN AUGER, JULIE DRISCOLL & the TRINITY - Far horizons
Credo che BRIAN AUGER sia il più sottovalutato tastierista, autore, musicista di sempre.
Tecnicamente eccelso, ottimo compositore, collaboratore di Jimi Hendrix, Rod Stewart (gli splendidi Steampacket con Julie Driscoll e Long John Baldry), Eric Burdon e mille altri, ha inciso splendidi album.
Una delle sue molteplici creature fu la BRIAN AUGER & THE TRINITY (con Julie, Vic Briggs - poi con Eric Burdon & the Animals - già con Shel Carson Combo, futuri The Rokes con Shel Shapiro - e Micky Waller poi con Jeff Beck e John Mayall) con cui incise quattro stupendi album.
Il box "Far Horizons" raccoglie i loro quattro album "Open" (1967), "Definitely what" (1968), "Streetnoise" (1969), "Bafour" (1970).
Per avere una conoscenza dei SIXTIES occorre passare da BRIAN AUGER.
Questa è una buona occasione.

ASCOLTATO ANCHE:
STELLA DONNELLY (ottimo cantautorato senza brividi ma dignitoso), SOL SET (jazz, Brazil e un po' di altre spezie. Buono), LINDSEY WEBSTER (pop soul con tracce di funk e hip hop. Godibile)

LETTO

ALBERTO ZANINI - Storia di una pantera
L'esordio letterario di Alberto Zanini è stato un botto!
Un viaggio dei Funk Investigators tra dischi, artisti, funk, soul, blues nel profondo degli States (ne ho parlato qui: https://tonyface.blogspot.com/2021/02/alberto-zanini-funk-investigators.html).
Il proseguio batte sempre strade "black" ma qui la musica è solo un sottofondo (tra citazioni dell'esoirdiente Gil Scott Heron, Nina Simone, i Dramatics al "Bogeyman", gli stessi Funk Investigators) che accompagna le pericolose avventure, alla fine degli anni Sessanta new yorkesi, tra crimine di strada, politica, polizia corrotta, mafiosi di Jalon Perry, ragazzo di strada affiliato alle Black Panthers.
Jalon sfugge a una retata della polizia e ricomincia una vita altrove.
Lo "ritroviamo" nel 2021, nella seconda parte del libro.
Un lavoro intenso che affianca alla finzione del raccontro molti elementi storici e una perfetta visione (molto sapiente e cinematografica) dell'America in fermento di fine Sixties.
La scrittura è frenetica e avvincente, la trama intrigante, i personaggi sempre stimolanti e credibili.
Alberto scrive benissimo, con grande padronanza della materia e dei tempi per permettere al racconto di fluire velocemente e in modo trascinante.

ANTONIO PELLEGRINI - The Who. Long live rock
Agile storia degli WHO, tra fatti salienti e aneddoti poco conosciuti, intervallata da una lunga serie di testimonianze dalla stampa italiana (dagli anni Sessanta ad oggi), con recensioni di concerti, interventi di fan testimoni a vari concerti (incluso il "classico" Carlo Verdone), interviste alla band, una esclusiva a Kenney Jones, foto d'archivio e tante altre interessantissime aggiunte per i fan della band.
Che non si potranno esimere ad aggiungere questo nuovo titolo alla lunga serie.

MATTEO TORCINOVICH - 1977. Don't call it punk
Il 1977 è il momento cruciale per il punk.
Matteo Torcinovich in questo mounmentale libro (di 500 pagine) si addentra con una minuziosa ricerca storica in quell'anno fatidico, stilando un vero e proprio calendario, annotando, giorno per giorno, tutti gli eventi relativi alla scena punk rock.
Un dettagliatissimo ritratto di quello che fu il punk, corredato da un'ampia mole fotografica di materiale d'epoca, liste di concerti, copertine di dischi, fanzines.
A cui si aggiunge il contributo di una lunga serie di protagonisti dell'epoca che rispondono alla domanda:
“Quale è stato il tuo personale momento/evento più significativo del 1977 che ha contribuito alla storia del punk?”.
Dalle risposte di membri di Sham 69, Boys, Adverts, X Ray Spex, Generation X, Vibrators, PIL, Chelsea, tra i tanti ricaviamo un quadro ancora più dettagliato e approfondito di un'epoca irripetibile quanto decisiva e ancora artisticamente attuale.

SIGMUND FREUD - Psicopatologia della vita quotidiana
Leggere Freud può apparire attività complessa e ardua.
Nel caso di questo saggio, del 1901, pubblicato all’interno di una rivista, poi stampato come volume nel 1904, il neurologo, filosofo e psicoanalista austriaco si diverte, in chiave sorprendentemente agile, fresca e leggera a portarci all'interno dell'interpretazione dei lapsus, degli errori, delle parole usate, in un modo piuttosto che in un altro, in cui incorriamo quotidianamente.
Spesso dicendo, inconsciamente, "una verità" nel momento in cui commettiamo un errore lessicale o una maldestra sostituzione di una parola.
Esempio: “È per me una vera noia (anziché gioia) enumerare le qualità del mio collega…”.
Tanti esempi (anche personali), spiegazioni semplici, argute, talvolta naif, se relativizzate al periodo (fine 1.800) a cui fa riferimento, attinte dal suo lavoro e dai suoi pazienti. Consigliato, lettura mai (troppo) impegnativa.

VISTO

Pistol di Danny Boyle
Difficilmente i biopic musicali (e anche quelli calcistici aggiungerei) riescono a restituire un'immagine adeguata dei personaggi rappresentati, diventando, nella maggioranza dei casi, inattendibili se non caricaturali.
Non sfugge alla regola "Pistol", basato sull'autobiografia di Steve Jones, che ripercorre la breve e convulsa vita dei SEX PISTOLS, in sei episodi in onda su Disney+.
L'astiosa e totale opposizione al progetto di John Lydon conferma i timori e la sua, come sempre, lucida e arguta previsione è pienamente centrata:
"La Disney ha rubato il passato e ha creato una fiaba, che ha poca somiglianza con la verità. Sarebbe divertente se non fosse tragico".
Personaggi caricaturizzati, macchiettistici (il Johnny Rotten con la stessa identica espressione in ogni sequenza, occhi sbarrati, mascella tirata, la Chrissie Hynde derubricata a saccente e saggio "grillo parlante", il Sid Vicious tonto, la timida cameriera dell'hotel in cui suonano che dopo due brani corre in bagno e diventa punk, un inverosimile Malcolm McLaren), situazioni improbabili e francamente grottesche (i brani che nascono in dieci secondi, i musicisti incapaci che, dopo un duro, tenace, caparbio sforzo e lavoro, imparano a suonare).
Le cose migliori sono nelle intro, in cui compaiono immagini dell'Inghilterra dell'epoca e nella colonna sonora che inquadra bene il periodo pre Pistols.
E se la partenza è accettabile la serie si dilunga poi in modo quasi irragionevole, inserendo sdolcinature, lunghi dialoghi insostenibili, sceneggiatura traballante.
Perla della serie, tra i sottotitoli in italiano, "ho visto Johnny Rotten al Marquee", tradotto con "ho visto Johnny Rotten, il Marchese"...

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Nel sito www.goodmorninggenova.org curo settimanalmente una rubrica di calcio "minore".
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".

IN CANTIERE

Ultime due date ad ottobre dei "corsi" sulla storia della musica pop/rock.

Otto appuntamenti, con ospiti, proiezioni, ascolti in cui si cercherà di contestualizzare tutto ciò che è accaduto dal blues alla trap, evidenziando i momenti salienti ma anche quelli più oscuri e meno noti.

Il tutto al
Raindogs House, Piazza Rebagliati 1 - Savona.
Ingresso gratuito.
Dalle 19 alle 21.
Info: raindogshouse@gmail.com

Il programma:

- SABATO 1 ottobre: Elettronica, rap, house, trap, hip hop, new jazz. Ospiti: Black Stax ( Live from Seattle )
- MERCOLEDI' 12 ottobre: L'apparato produttivo della musica rock. Ospite: Stefano Senardi

E' uscito il nuovo album dei NOT MOVING LTD "Love Beat" per Area Pirata con otto inediti e una cover
Si trova nei negozi, ai nostri concerti e qui:
http://www.areapirata.com/dettaglio.php?cod=5490

Prossimi concerti NOT MOVING LTD

Venerdì 14 ottobre: Bologna "Frida"
Venerdì 4 novembre: Vicenza "Lucky Brews"
Sabato 5 novembre: Como "Joshua Club"
Sabato 12 novembre: Viareggio "Gob"



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