venerdì, novembre 06, 2020

Luca D'Ambrosio - Musica per cani



Luca D'Ambrosio ha una storia molto intensa con i compagni Harry e Pallino, ai quali ha affidato la selezione di sedici brani rock (e affini) dedicati espressamente ai CANI.

Si va dalle conosciute "Martha my dear" di Paul/Beatles, "Bron Y Aur stomp" dei Led Zeppelin e "Seamus" dei Pink Floyd alle meno note "The day that Lassie went to the moon" dei Camper Van Beethoven o "The Marvin boogaloo" di Giuliano Palma & the Bluebeaters.

Schede veloci, lettura leggera, molto gradevole.

Luca D'Ambrosio
Musica per cani
Arcana
Euro 12.50

giovedì, novembre 05, 2020

Time For Action Records
DIRT ROYAL - Great expectations


La label tedesca TIME FOR ACTION è una delle rare realtà che continua a fare bruciare il fuoco del mod sound originale.
Come dimostrano quattro nuove stupende uscite.

https://www.timeforaction.de/

SUPPORT!


DIRT ROYAL - Great expectations
Nostalgia di quel sound power pop/mod '79/punk rock di Purple Hearts, Chords, primi Jam, Buzzcocks, Jolt, Small World?
La band di Brighton è in grado di proporci un perfetto sunto di quelle atmosfere in dodici nuovi brani originali, caratterizzati da una freschezza, un'urgenza, una "youth explosion" rara da trovare in circolazione.
Un album di incredibile potenza ed efficacia.

Dirt Royal - Lose Our Way
https://www.youtube.com/watch?v=EkWMmvBAieo&feature=emb_logo


LONG TALL SHORTY - Take it easy
La leggendaria mod band prosegue una carriera infinita con un nuovo ep di quattro brani.
"I'm with stupid" è un potente mod rock (tratto dall'ottimo albumn del 2018 "Lottsappopaz") seguito da una scarna versione del classico blues di Robert Johnson "Love in vain", la durissima mod punk song "Turn it up" (da "The sound of Giffer city" del 2009) e la splendida e travolgente "I wish you had bled" (una "Jumpin Jack Flash" punk rock).
Tony Perfect ora Feedback e Derwent Jaconelli sono rimasti gli stessi, per fortuna.


THE RIOTS - The night before / The morning after
La band moscovita prima di sciogliersi aveva pianificato un nuovo album, rimasto inedito.
Da cui sono estratti due grandissimi brani, tra Jam e i Secret Affair "Behind closed doors", con parti orchestrali.
Un piccolo gioiello di classe ed energia.


THE GIFT - Beat the straim / Emily
Ottimo nuovo 45 per la band francese.
Classico sound 79, chitarra, basso, batteria, vena melodica malinconica ma grande tiro elettrico.
Immediati e diretti.

mercoledì, novembre 04, 2020

Arsenal - Swindon Town 1-3 League Final Cup 1969



Piogge incessanti si abbatterono sull’ Inghilterra durante i primi tre mesi del 1969.
Piogge tra le quali qualcuno riuscì ad infilarci un concerto sul tetto della propria palazzina uffici, ma si era solo ai primi di gennaio, consegnando ai comuni mortali e alla storia l’ultima autentica esibizione dal vivo del più grande gruppo musicale di sempre e segnando la fine definitiva del sogno 60s.

Nonostante la rivoluzione nei costumi (e usi) giovanili, la sostanza rimaneva saldamente in mano al vecchio estabilishment, le case discografiche ad esempio e relative strutture, così come alcuni simboli nazionali dell’intrattenimento quali lo stadio di Wembley, o Empire Stadium, come ancora si chiamava allora.

Ancorato ad un’idea di passata grandezza, veniva usato solamente per le partite della Nazionale e le Finali di FA Cup punto.

Un’eventuale replay si doveva svolgere in altra sede, probabilmente non considerato all’altezza di tanto prestigio.
Prestigio che rimaneva intatto o veniva addirittura aumentato dall’uso parsimonioso che se ne faceva, o che forse veniva riconosciuto alle corse dei cani, da sempre ivi residenti.
Ma forse aveva più a che fare con il mantenimento spiccio dell’impianto, ma non si poteva dire e comunque è un altro discorso.
Prestigio riconosciuto discrezionalmente dall’estabilishment nella forma e sembianze dei parrucconi della FA che ‘concessero magnanimamente’ un paio d’anni prima alla Football League di poter disputare la finale di Coppa a Wembley, quasi una grazia ricevuta per una volgare competizione ideata per far cassetta dalla lega professionisti e da quell’anno anche al concorso ippico ‘Horse of the Year’, ideato e patrocinato da un ufficiale dell’esercito, pluridecorato, egli si meritevole di riconoscimenti ufficiali.
Mica quei quattro cappelloni strimpellanti che disturbarono la quiete nella quale il direttore della Royal Bank of Scotland svolgeva augusto i propri doveri e fu costretto ad interrompersi perché costoro suonavano a tutto volume sul tetto del palazzo di fronte.
Riuscì a farli smettere, così come l’ufficiale riuscì ad ottenere il tempio del calcio per i suoi cavalli.
Quello che i parrucconi di Lancaster Gate non potevano prevedere fu il meteo.
Quindi la somma di tre mesi di piogge incessanti e di un fine settimana di evoluzioni equestri sul prato di Wembley, consegnarono alle due finaliste un palcoscenico indegno alla disputa di una qualsivoglia partita.

A dire il vero una delle due contendenti, ammetterà poi uno dei protagonisti, non si lamentò affatto: ‘Era comunque meglio del nostro campo a Swindon, quindi ci eravamo abituati; senz’altro più di loro’.
Loro erano l’ Arsenal, l’altra finalista.

Lo Swindon Town nel marzo ’69 era secondo in classifica in terza divisione, in piena corsa per la promozione in seconda. Era una squadra tosta, sottoposta ad un regime di allenamenti parecchio duro per l’epoca che culminava al giovedì con, oltre al resto, 16 giri di campo a ritmi alti per aumentare la resistenza ed avere qualcosa in più da spendere nel momento della gara in cui gli avversari cominciavano a cedere.
Andò così anche quel giorno.
Non erano tutta corsa, come si potrebbe pensare o dedurre dal loro leggendario schema da trincea 7-2-1.

Sapevano anche giocare, in contropiede principalmente, sfruttando tecnica e corsa del talento locale, Don Rogers, che rientrava profondo e ripartiva con discese rapide e ubriacanti.
Dietro il capitano Stan Harland comandava un’unità difensiva ad assetto variabile e a tenuta stagna con le buone o le cattive.
Il tutto agli ordini di Danny Williams schietto e infaticabile ex-minatore del South Yorkshire, ‘a proper football man’ che installò nei suoi giocatori una mentalità votata al sacrificio avendo lui continuato a fare il minatore mentre giocava per il Rotherham United.
Il cammino verso Wembley dei Robins fu una vera e propria epopea.

Eliminato il Torquay United, non senza fatica, al primo turno, il secondo li vide accoppiati al Bradford City, allora in quarta divisione per un confronto non privo di insidie e imbarazzi nel caso fosse andata male, ci mancò poco.
L’ 1-1 del primo incontro rimandò il passaggio del turno alla ripetizione tra le mura amiche. Ne uscì un classico: in vantaggio 2-0 furono rimontati, seguì un altro doppio vantaggio prima che Ham accorciasse a 10’ dal termine, 4-3 e imbarazzo evitato.

Al terzo turno fu la volta del Blackburn Rovers , al tempo in seconda divisione, una prodezza di Rogers al 20’ fu sufficiente per passare avanti.
Per il quarto turno ecco il Coventry City, First Division, fuori casa.
Ormai consci del loro valore, i ragazzi di Williams inscenarono una prestazione coi fiocchi,trascinati ancora da Rogers, a segno insieme a Smart.
Con quattro minuti rimasti la qualificazione sembrava cosa fatta, ma un uno-due da ko nel giro di un paio di minuti ristabilì la parità e rimandò il discorso qualificazione ad un nuovo replay.
La febbre da coppa travolse la città e un pienone da 23.828 spettatori, di cui 900 provenienti da Coventry, fece da cornice ad una superba prestazione e ad una vittoria per 3-0.

Per i quarti di finale in programma una gita, non proprio turistica, a Derby dove li attendeva la locale compagine lanciatissima verso la promozione in first division sotto la guida della rivelazione del momento, ‘Big Head’ Brian Clough.
Al termine di una battaglia durissima,dominata dai padroni di casa, il risultato non si schiodò dallo 0-0, grazie alle imprese difensive dei baluardi Harland e Trollope.
Ripetizione a campi invertiti la settimana dopo febbre da coppa a livelli altissimi in città e nuovo pienone, questa volta da 26.973 presenti .
Il gol vittoria, un tiro di Rogers deviato dalla schiena di Mackay, li manda in visibilio totale.

Semifinale ora, andata e ritorno stavolta, avversario il Burnley squadra di First Division, andata in trasferta. A sorpresa lo Swindon passa allo scadere del primo tempo con Harland ma viene raggiunto poco dopo l’ora di gioco. Nemmeno un minuto e Noble fa centro e fissa il punteggio sul 2-1 per un’insperata vittoria in trasferta che sa tanto di mezza qualificazione. Nel ritorno in un County Ground gremito da 28.000 spettatori è il Burnley a restituire la scortesia, due gol in un minuto ad inizio ripresa ribaltano il discorso qualificazione.
Smith dopo pochi minuti insacca il 2-1 e manda la sfida ai supplementari, dove il risultato però non cambierà.
Si rende necessaria una terza partita, al The Hawthorns, campo neutro.
E si aggiunge epica: Smith fa centro al 7’ e la retroguardia si issa a difesa del vantaggio, piovono cross e tiri da ogni posizione ma Trollope e Harland sono insuperabili nel gioco aereo e Downsboiriugh tra i pali salva tutto quello che sfugge ai primi due, ma quando manca solo un minuto Dave Thomas riacciuffa un pari rabbioso.
Si va di nuovo ai supplementari.
E qui i sogni di gloria sembrano spegnersi dopo un minuto quando Casper trafigge Downsborough.
La reazione dello Swindon c’è e nel giro di quattro minuti un’autorete e un gol di Noble ribaltano di nuovo il risultato in capo ad uno dei primi tempi supplementari più pazzi che si ricordino.
Il risultato non cambia più e il 3-2 finale scatena il pandemonio tra le migliaia al seguito e manda lo Swindon Town a Wembley per la prima volta nella storia.

L’Arsenal dal canto suo giocava in First Division e si barcamenava in uno stato di mediocrità da centro-classifica da un decennio, sorpassato in quegli anni ‘60 da Manchester United e Liverpool e ultimamente anche dall’emergente Leeds.
Cominciava a dare qualche timido segnale di ripresa, ma non vinceva niente dal ’53, campionato, ed era stato a Wembley l’anno prima, sconfitto in finale dello stesso torneo dal Leeds.
Nonostante questo, i gunners, che avevano comunque eliminato Liverpool negli ottavi e Tottenham in semifinale, erano nettamente favoriti per la vittoria.

Il cerimoniale viene rispettato, le squadre presentate alla principessa Margaret, l’inno nazionale suonato dalla banda militare e cantato all’unisono dai centomila presenti.
Il terreno di gioco è in condizioni pietose dopo lo scempio equestre del weekend precedente.

L’avvio di gara vede una leggera supremazia dei londinesi che esercitano una buona pressione su un terreno infame, la prima conclusione è di Sammels al 4’, Downsborough si tuffa e mette in angolo
Due minuti dopo Rogers prende palla nella sua metà campo, evita due avversari accelera, punta Storey, lo salta e mette al centro.
Il cross è respinto di testa da Ure (strano), riprende Smart che serve Rogers il quale allarga, sul cross seguente Wilson non trattiene, si accende una mischia e la palla viene allontanata da un suo compagno.
Saranno anche due le categorie di differenza, ma non si vedono poi molto, specie su un campo del genere.
I giocatori dello Swindon mostrano padronanza e sicurezza, sono decisi, nessun timore reverenziale.
L’iniziativa rimane però in mano ai gunners ma Harland e Burrows sono insuperabili e le conclusioni dell’Arsenal non sono mai veramente pericolose.
Dieci minuti alla fine del primo tempo, Rogers controlla nella propria metà campo e avanza.
Finta McNab e lo mette a sedere, su un fondo che peggiora col passare dei minuti non perde il controllo della sfera, quindi è affrontato da Storey che pure finisce seduto dopo la classica finta di destro.
Rogers fugge, elude anche McLintock e triangola con Smart che gli restituisce la palla.
Sopraggiunge Simpson che spezza la trama ma il rimpallo favorisce Heath che lancia in area dove Ure anticipa Noble e cerca di servire il proprio portiere.
Ure giustifica la fama regalatagli vent’anni più tardi da Nick Hornby e sbaglia il retropassaggio prendendo in controtempo Wilson che non riesce a fermare la sfera
. Sopraggiunge Noble che gliela soffia e centra in mezzo, la porta è spalancata Wilson stà rientrando a razzo.
Simpson interviene in scivolata per anticipare Smart pronto ad insaccare a porta vuota e colpisce per primo la palla che però rimbalza sullo stinco di Smart e finisce dentro.
Swindon in vantaggio!

Il secondo tempo è caratterizzato da una grande spinta dell’Arsenal alla ricerca del pari.
Lo Swindon si chiude sulle barricate sfoderando un 7-2-1 da far impallidire Helenio Herrera e Karl Rappan messi insieme.
Una pioggerellina fine continua a cadere e il terreno di gioco, già massacrato dai cavalli degli amici dei parrucconi, è ridotto ad un pantano dove ha buon gioco la squadra che difende.
Ma l‘Arsenal non molla e la contesa resta appassionante.

A due minuti dallo scadere Ure riceve da rimessa laterale sbaglia di nuovo il passaggio in profondità, la palla finisce sui piedi di Rogers che contrattacca immediatamente, supera la linea mediana e apre sull’out sinistro ma sbaglia a sua volta, intercetta Graham che batte lungo.
Il lancio è rincorso da Gould affrontato da Downsborough al limite dell’area. Il portiere commette l’unico errore del pomeriggio non riuscendo ad anticipare Gould, la palla si impenna, Gould continua la corsa e di testa insacca a porta vuota.
Swindon Town rimontato a due minuti dalla fine, di nuovo.
Si va ai supplementari, per la terza volta negli ultimi tre incontri.
I giocatori dell’Arsenal sono sfiniti, McLintock ha i crampi.
Rogers e compagni no, questo è il momento in cui i giri di campo del giovedì vengono fuori.
Quasi allo scadere del primo supplementare Thomas ubriaca McNab sul out di destro, fugge sul fondo crossa in mezzo, Smart anticipa il marcatore gettandosi in tuffo e di testa impegna Wilson che respinge sul palo, Ure, ancora lui, regala un corner senza motivo.
Sullo spiovente dalla bandierina c’è un batti e ribatti in area sul quale Rogers fa centro, 2-1!

L’ Arsenal , quasi senza più energie ma con la forza della disperazione si butta in avanti per tutto il secondo supplementare. L’orologio avanza,la pioggerellina insiste e il terreno si allenta sempre più, le gambe si fanno ancora più pesanti e gli attacchi cominciano a smorzarsi sempre più distanti dalla porta di Downsorough.
Ultimo assalto, Ure avanza palla al piede, nel suo tipico sciagurato stile pensa di essere Rogers, ma non lo è.
Si proietta in avanti, tenta un dribbling su Burrows alla tre-quarti, lo sbaglia, of-course.
Burrows rilancia subito e imbecca Rogers che si fa quaranta metri di campo di corsa controllando la palla con passi corti e tocchi rapidi.
Entra in area lanciatissimo, Wilson lo affronta in uscita, Rogers lo finta splendidamente mettendolo col culo per terra e deposita nella porta sguarnita segnando un gol meraviglioso e di gran classe: 3-1!
Manca un minuto.

Gioia irrefrenabile dei compagni che accorrono a congratularsi e ad abbracciare Rogers il quale esulta senza isterismi ma con la consapevolezza di uno che è forte , sa di esserlo ed è appena riuscito a dimostrarlo.
E che compostezza.
Sul calcio d’inizio susseguente l’arbitro dichiara conclusa la partita, e con questa l’epopea stagionale di questo piccolo club che conquista la Coppa di Lega professionisti per il 1969.
Una maratona da 1140 minuti, tre ripetizioni e tre sfide finite ai supplementari in un torneo che si disputava in infrasettimanale.

‘Eravamo una squadra forte – dichiarò poi Wilson – Non ho mai dubitato che i ragazzi sarebbero riusciti a vincere ai supplementari.
Avevamo più birra di loro, ci siamo allenati più di loro, non avrebbero mai perso.’


Rimane questa l’ultima volta che una squadra di terza divisione riuscì ad aggiudicarsi una delle competizioni inglesi principali e, sicuramente il più grande shock mai capitato nella lunga e mirabolante storia delle coppe inglesi.
La stagione continuerà e regalerà allo Swindon anche la promozione alla Second Division.
Benino anche i gunners che finirono quarti e due stagioni dopo centreranno un clamoroso ed inaspettato double.
Don Rogers verrà ceduto al Crystal Palace nel ’72 ed incanterà le folle anche in First Division.

Wembley, Empire Stadium - 15 Marzo 1969
League Cup Final
Arsenal 1-3 Swindon Town a.e.t.

Arsenal: (4-3-3) Wilson, Storey, McNab, McLintock, Ure, Simpson (71’ Graham), Radford, Sammels, Court, Gould, Armstrong
Swindon Town: (7-2-1) Downsborough, Thomas, Trollope, Butler, Burrows, Harland, Heath, Smart, Smith (77’ Penman), Noble, Rogers
Arbitro: B. Handley (Cannock)
Marcatori: 35’ Smart (S); 88’ Gould (A); 104’ e 119’ Rogers (S)
Spettatori: 98.189

martedì, novembre 03, 2020

Antonio Bacciocchi - Punk



Esce oggi in tutte le librerie per Diarkos "PUNK - Born to lose", che narra, attraverso una serie di schede dedicate ai gruppi principali e alle correnti più rilevanti, la storia del Punk.

Ad ogni gruppo è allegata un'esperienza diretta con lo stesso dell'autore.
A compendio una serie di interviste esclusive a vari esponenti della prima ondata di fine anni 70.
Prefazione di Federico Guglielmi.

https://www.diarkos.it/index.php?r=catalog%2Fview&id=106

ESTRATTI:
"L'origine del termine PUNK si perde nella notte dei tempi e viaggia attraverso i secoli.
Un primo assaggio, abbinato alla musica, risale al 1899 quando, in un articolo per un quotidiano, Eugene Levy definì una canzone ascoltata in uno spettacolo “the most punk song ever heard in a hall” (la canzone più punk mai ascoltata in un locale)....
derivato da una delle tante limgue parlate dai Nativi che definivano la cenere “punkw”, “punxe” il dare fuoco alla legna e “punck” la polvere da sparo, venne usato giornalisticamente (testimonianza del 1777) per parlare di soldati che combattevano come “punk” (ovvero in modo infuocato o esplosivo) e che le cose erano “marce come il punk” (residuo di un fuoco, cenere ecc)."


"Il 1 dicembre del 1983 i Gun Club arrivarono anche al “My Way” di Fiorenzuola, regalando al folto pubblico un concerto indimenticabile e travolgente, grazie anche alla chitarra esplosiva di Kid Congo Powers, già nei Cramps e successivamente protagonista di un'ottima carriera solista (che lo ha portato recentemente anche al Festival Beat di Salsomaggiore).
Ma fu ovviamente Jeffrey Lee Pierce a catalizzare l'attenzione, con gli occhi spiritati, avvolto da un impermeabile nero e stivali da cowboy, i capelli stinti quasi bianchi, spettinati, con un cappellino da marinaio calcato sulla testa. L'incontro in camerino con la band fu emozionante ma regalò da parte di tutti i componenti, incluso Jeffrey, simpatia, cordialità, empatia.
Li rividi a Londra al “Dingwalls” in dicembre, preceduti dai selvaggi australiani Scientists, quasi loro allievi, per quanto più vicini agli Stooges, in un concerto efficace, lucido, preciso.
Scoprii i Cramps nella primavera del 1980 quando approdò in Italia il tour dei Police.
Il 2 aprile il Palalido di Milano era stracolmo per la band di Sting e l'arrivo di Lux e soci non fu preso tanto bene.
Dopo pochi brani partirono lattine e altri oggetti, la contestazione salì in continuazione fino a quando il batterista Nick Knox decise di sfasciare la batteria e andarsene.
Impatto scioccante e il giorno dopo alla disperata ricerca dei loro dischi. Li rividi un paio di volte ancora con l'esibizione del 1986 al Rolling Stone di Milano deludente e tristemente caricaturale.
Dove pochi anni prima l'effetto fu devastante ora rimase l'amaro in bocca per una sorta di teatralità prevedibile e innocua."


...mi ritrovai ad un concerto londinese dei Conflict, in un piccolo pub della periferia, dove l'hardcore punk della band inglese esplodeva con furore, tra alte creste di capelli, giubbotti borchiati e scarponi Doc Martens.
All'improvviso mi arrivò una pesante sedia sulla schiena mentre altri pezzi di legno volavano sopra la testa e si scatenava una rissa furibonda con un manipolo di nazi skin appena entrati nel locale.
Fu uno scontro breve ma feroce e qualcuno ci rimise il setto nasale e se ne tornò a casa con qualche taglio. Gli aggressori ebbero la peggio e se ne fuggirono non prima di aver distrutto le vetrate del pub.
Mi allontanai veloce nelle vie circostanti mentre ululavano le prime sirene della polizia.


Antonio Bacciocchi
Punk - Born to lose
Diarkos
304 pagine
18 euro

lunedì, novembre 02, 2020

Tik Tok e la musica



Riprendo l'articolo che ho scritto iweri per "Libertà", dedicato all'insolito connubio tra MUSICA e la App per giovanissimi TIK TOK.

Per i meno esperti del mondo social sappiate che se pensate di essere all'avanguardia perché avete (come il sottoscritto) un profilo Facebook o Instagram (non avendo per scelta lo smartphone, per fortuna mi è inaccessibile) siete semplicemente dei “vecchi”.
Soprattutto il primo è da tempo ad appannaggio dei quarantenni (anche qualche anno in più) in su. I giovani e giovanissimi sono in prevalenza su Tik Tok, una app per smartphone e tablet, quella più scaricata al mondo, in cui si postano brevi video, da un minuto, in cui appaiono episodi simpatici, veloci balletti, canzoni in playback, episodi della propria quotidianità, condivisi da oltre 150 milioni di utenti in tutto il mondo. Un nuovo mezzo per diventare star per un minuto, come preconizzò Andy Warhol cinquanta anni fa.
Ideale per un pubblico di giovanissimi che trova un momento di (presunta) popolarità.

TikTok è nata in Cina con il nome Musical.ly, nel 2015, mescolando video, social e musica. Nel giro di due anni è arrivata a valere 750 milioni di dollari (nel frattempo è salita 100 miliardi di dollari!), si è fusa con la “sorella” TikTok, ottenendo un successo planetario.

Come detto il pubblico è di giovanissimi.
Qualche politico furbone ha provato a entrare nel contesto, pensando di trovare spazio ma è stato bastonato o più semplicemente ignorato (come il conterraneo Salvini) o pesantemente sbeffeggiato come l'(ancora) attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che nel giugno scorso ha millantato un milione di prenotazioni per un suo comizio in Oklahoma per poi trovarsi con una platea semivuota.
Le richieste erano stare fatte da utenti di Tik Tok che si sono ben guardati di andare ad ascoltare un vecchio trombone.
Inutile dire che Trump non l'ha presa bene e che, invece di pensare al massacro che sta avvenendo nel suo paese a causa della sua noncuranza relativa al Covid, ha pensato bene di cercare di bloccare l'uso della app negli Stati Uniti.
Senza peraltro riuscirci e incassando l'ennesima figuraccia.

Il segreto del successo di Tik Tok è molto semplice: a nessuno è richiesto di esibire chissà quale talento ma di potere avere uno spazio di breve visibilità con ciò che si ritiene possa essere simpatico, condivisibile, interessante.
Soprattutto veloce, immediato.
Un minuto, nessun approccio cerebrale, semplicemente il superfluo, l'inutile, in cui esprimere il sentimento del momento.

Ma attenzione.
Accompagnato da un sottofondo musicale.
Che si può trovare direttamente da un database fornito da Tik Tok o a propria scelta.
Ovviamente se il video diventa virale la musica in sottofondo verrà riprodotta milioni di volte, entrerà nelle orecchie di altrettanti fruitori, troverà successo e notorietà.
Così non sono pochi i grandi artisti che invitano i “tiktokers” a usufruire della loro musica per accompagnare i video.
E tanti altri (vedi superstar come Drake o Justin Bieber) hanno scelto proprio questo ambito per lanciare i nuovi album.
Ma esiste anche il percorso inverso. Vengono prodotte musiche di durata limitata, per potere essere fruite sulla piattaforma.
In genere dal ritmo e dal ritornello ipnotico, minimale, basilare, facile da ricordare e da canticchiare, semplice e diretto.
Se funziona i produttori e i musicisti sviluppano il brano per una durata tradizionale (tre/quattro minuti) per potere essere venduto come canzone vera e propria sulle piattafrome musicali usuali.

In sostanza si sta costruendo una corrente parallela alla fruizione musicale così come l'abbiamo sempre conosciuta.
Ovvero le nuove star nascono su Tik Tok, crescono e si sviluppano in quell'ambito, vendono a quel pubblico (vestissimo) incuranti dell'abituale e tradizionale mercato.
In pochi forse conosceranno il nome di Valerio Mazzei, seguito su TikTok da 2.500.000 utenti che ha pubblicato ad esempio il brano “24 ore”, ottenendo oltre 2.400.000 milioni di visualizzazioni e circa 166mila video prodotti utilizzando il brano come colonna sonora e “12 luglio”.
Il primo ha ottenuto 2.200.000 di stream su Spotify, il secondo 3.900.000 milioni. Numeri impressionanti e una constatazione che ci può fare riflettere sul cambiamento in atto nella fruizione della musica e della sua vendita e commercializzazione.
Ovvero che non tutto è finito, anzi, la musica continua a vendere.
Ma in modo differente, a un pubblico diverso e con mezzi che vanno a seppellire quelli che noi Vecchi abbiamo sempre utilizzato.

D'altronde nessuno di noi ha mai ascoltato i Beatles o i Clash sui dischi a 78 giri.

domenica, novembre 01, 2020

Checco Garbari



CHECCO GARBARI espone una serie di foto realizzate negli anni 80 tra Londra e Bologna, al "Gallery 16" di Bologna.
La mostra (dale 19 alle 22 di ogni giorno) rimarrà aperta fino al 19 novembre.

"BOLOGNA A/R - SOTTOCULTURE ANNI '80 IN BLACK & WHITE"

Sembra archeologia eppure, negli anni ’80, esisteva ancora la macchina fotografica a rullino.
Le pose erano al massimo 36 (non come adesso con gli smartphone che si scatta all'infinito).
Questo ti obbligava a ponderare bene soggetto e momento da fissare, per poi attendere con ansia la fine del processo di sviluppo e vedere se avevi visto giusto. Dovevi stare attento a tempi di posa, uso del diaframma, e sapere cosa avresti ottenuto ancora prima di scattare se lavoravi a luce naturale o artificiale, oppure se usavi il flash.

Possedevo una Canon AE-1 reflex con le 3 ottiche classiche (grandangolo/normale/zoom) e mi dilettavo sia a sviluppare il negativo che a stampare in b/n su carta fotografica (che compravo in Slovenia dove costava la metà…).
Avevo una piccola camera oscura con ingranditore (cecoslovacco), acidi e luce rossa e via coi provini e gli ingrandimenti.
Quando dal Friuli sono arrivato a Bologna nel 1980 per iscrivermi al Dams avevo con me la fotocamera. Nel 1982, a un raduno di gruppi bolognesi alle Caserme Rosse organizzato dal comitato studentesco delle scuole Aldini ho usato molto il grandangolo; in questo caso però gli spunti di interesse erano più quelli giù dal palco. Un esempio di convivenza felice e "Good Vibrations" è la foto che ritrae due Teddys/Rockabilly a braccetto con un metallaro.

Sempre del 1982, questa volta al Palazzo dello sport, sono le foto che documentano la serata finale del Concorso "Il Rock italiano mette i denti" con gruppi da tutta Italia tra cui Great Complotto da Pordenone e i primissimi Litfiba da Firenze, che hanno vinto. Nell'Agosto ’84 ho fatto una "vacanza/pellegrinaggio" sui luoghi dei Beatles a Londra e Liverpool assieme ai miei due amici Bobbi e Roberto, compagni di università e co-fondatori di Lino e i Mistoterital, la Nostra band in cui eravamo tutti appassionati dei Fab Four.

A Londra le tappe fondamentali erano Abbey Road e Carnaby Street. Qui si aggiravano ancora gruppi di giovani Mods di "seconda generazione" riaffiorati dopo il fenomeno del Mod Revival e rigenerati dalla pellicola di Roddam "Quadrophenia" del '79 ed ho usato soprattutto lo zoom/tele per non essere troppo invasivo. Aveva appena piovuto e la pavimentazione (ancora quella originale bianca rossa e blu) intensificava i suoi colori e riflessi. Un gruppetto misto di Mods e Modettes si aggirava "in tiro" coi parka istoriati di "patacchi" con le scritte "Vespa, The Who, The Jam, London Mods", dopo aver parcheggiato gli scooters. Ad una ripresa di pioggia alcuni di loro si erano allontanati velocemente mettendo su cappuccio e bavero: ho ripreso il terzetto di schiena e questa immagine è stata scelta per la copertina del libro "Arcipelago Mod" di Stefano Spazzi. Forse la frase che meglio gli si può collegare viene dal testo di "Love Reign O'er Me" degli Who:

"Only love/Can bring the rain/That falls like tears from on high"

(Solo l'amore/Può portare la pioggia/Che cade dall'alto come lacrime...).
Ho voluto inserire anche alcuni scatti fatti a Lino e i Mistoterital fatti da Luciano Nadalini, fotografo professionista e reporter dell’Unità: Due sono del 1986 e ritraggono il gruppo ad una rassegna chiamata "Sound City” mentre le altre due documentano il celeberrimo concerto sulla Torre degli Asinelli del 1988.
Gli ultimi 2 pannelli sono una appendice dei primi anni '90 e si riferiscono all'attività musicale svolta nel locale denominato "Bestial Market" (il nome derivava dal vecchio Foro Boario ed oggi sede di quartiere comunale) in via dello Scalo.
Qui venivano molte band soprattutto nostrane legate al Beat o al Mod Revival. Nelle foto si vedono Statuto, Sciacalli e Avvoltoi oltre ai volti di quelli che facevano "muovere il culo" e cioè i Dj's: Gionni Paludi, Groovy Ricky (Riccardo Pedrini), Steve Marzaroli e Pierone "il Nocchiero" Casanova, assieme al pubblico danzante fra cui spesso gruppi di Mods.

Forse la foto che più si rifà al titolo "Bologna/Londra A/R" è quella (datata 1982) del Bus (allora ATC) n. 45 a due piani come quelli rossi di Londra (da noi verde) con ancora il bigliettaio a bordo che faceva molto "Swinging London" e che ci accomunava agli Inglesi verso quell'ideale di Musica, Arte, Moda e Bellezza che in quel periodo a Bologna “fervèva" alla grande… Spero che queste immagini vi rimandino un po' di quella serenità, passione e divertimento di quegli anni, augurandoci di tornare a dei “sani” assembramenti culturali .
(Checco Garbari)

venerdì, ottobre 30, 2020

Ottobre 2020. Il meglio.



Ultimi fuochi del nefasto 2020 piuttosto proficuo, nonostante tutto: Bob Mould, Bob Dylan, Fuzztones, Paul Weller, Fantastic Negrito, Pretenders, Sault, Igorrr, X, The Ranch, Liam Gallagher, Jayhawks, Suzanne Vega, Fontaines DC, Toots and the Maytals, Lux Hotel, Real Estate, Gerry Cinnamon, Christian McBride, Lightning Orchestra, Gil Scott Heron/Makaya McCraven, Devonns, Soul Motivators, Isobel Campbell, Monophnics, Black casino and the Ghost, Martha High and the Italian Royal Family, Crowd Company, Ben Watt. Moses Boyd, Shabaka and the Ancestors, Jazz Sabbath, Field Music. Per l'Italia Calibro 35, Ritmo Tribale, Wrong Ninna Nanna, Lilac Will, Mother Island, Rosalba Guastella, Dining Rooms, Dalton, Puglia, Paolo Doen's play with us, Era Serenase, Ok Bellezza, Caltiki, Cristiano Godano, Aspic Boulevard e Handshake, Buebeaters, Post Nebbia, Warm Morning Brothers.

FUZZTONES - NYC
Rudi Protrudi torna con un nuovo frizzante album che omaggia la sua amatissima New York, riprendendo alcuni dei brani più amati, dai Ramones ai Dead Boys, Fugs, Willy DeVille, ma anche una conturbante Dancing barefoot di Patti Smith e una fantastica versione del classicissimo New York New York di Frank Sinatra. Nulla di nuovo ma un album divertentissimo ed entusiasmante da ascoltare.

STYLE COUNCIL - Long Hot Summers
37 brani per un'elegante antologia, che pesca da tutta la discografia, con il meglio, due (trascurabili) inediti e la certezza che gli Style Council fossero una grande band.

PUBLIC ENEMY - What You Gonna Do When The Grid Goes Down?
Tornano con un ottimo album, accompagnati da uno stuolo di vecchie glorie del RAP, tra cui Beastie Boys, Cypress Hill, Run-DMC, Ice-T, Nas e il funk god, George Clinton.
E il ritmo old school ben si adatta a questi tempi bui e ingiusti, colonna sonora più che pertinente al groove irruente del BlackLivesMatter. C'è anche un remix aggiornato di "Fight the power" e una band che rimane sinceramente militante e al passo con i tempi.

MAUSIKI SCALES - West West Africa
Dal Common Ground Collective di Atlanta esce il talento di Scales in una specie di concept dedicato alle origini dei primi (forzati) abitanti neri dell'America, gli schiavi in arrivo dall'Africa Occidentale.
Uno stupendo album di jazz, funk, soul, blues, spiritual jazz, afro funk, che rimanda a una lunga lista di eccelsi nomi (da Hugh Masekela a Gil Scott Heron, Eagle Eye Cherry, il soul dei 70, il rhythm and blues dei 60). Una coralità e una spiritualità di rara intensità. Molto bello!

HUGO RACE AND THE TRUE SPIRITS - Starbirth
Il nuovo (quindicesimo) album ci porta in oscuri meandri che riescono ad evocare al meglio il pessimo e apocalittico periodo che stiamo attraversando. Il blues è il filo conduttore di brani cupi, che non disdegnano elettronica e asperità varie. Troviamo l'ispirazione del sempre amato John Lee Hooker, dell'abrasione cara a PJ Harvey, riferimenti inevitabili a Nick Cave e Mark Lanegan. In aggiunta un album in cui rivisita i brani in chiave dub ed elettronica. Più che riuscito.

GORILLAZ - Song machine, season one: strange timez
Partito senza troppe idee e prospettive, inizialmente incentrato su una serie di singoli e video, con ospiti eccellenti e trasformatosi in vero e proprio album. Lo stile è il consueto mix di hip hop, pop elettronico, reggae, dub, brit sound e un'infinità di altre influenze (SANDINISTA dei Clash in primis), gli ospiti (da Elton John a Beck, Robert Smith, Peter Hook), portano tutti un consistente pezzo di sé, rendendo l'album godibilissimo, interessante, riuscitissimo.

THE JADED HEARTS CLUB - You’ve Always Been Here
La super cover band beatlesiana, composta da Matt Bellamy dei Muse, Miles Kane, Graham Coxon, Nic Cester, Sean Payne degli Zutons e Jamie Davis si trastulla con una serie di piccoli classici soul e garage rock da "Reach out I'll be there" a "Fever", "Nobody but me" e "i put a spell on you" fino a "Long and lonesome road" degli Shocking Blue. Niente più che un onesto divertimento, di cui possiamo ampiamente godere, tanto è ben fatto.

FLEET FOXES - Shore
La band di Seattle torna con un ottimo album che, pur tra lagti e bassi, conferma un grande talento nel muoversi tra il loro classico e delizioso folk rock (Dylan, Neil Young, Byrds e affini), qualche pennellata quasi jazz, grandi ballate.
Quasi un'ora di musica appesantisce un po' l'ascolto ma il risultato è decisamente ottimo.

BUDOS BAND - Long in the tooth
Al sesto album la band americana prosegue il suo percorso strumentale tra funk, afro, jazz, la consueta imponente sezione fiati. Alla fine un po' ripetitivo e noioso ma sound immediatamente riconoscibile.

JERSEY STREET - Love rising up
La band di Manchester è in giro da 20 anni ma è solo al terzo album. Un raffinato connubio di soul jazz, funk, un po' di Incognito, un pizzico di Working Week.
Groovy and soulful!

SURPRISE CHEF - Daylight savings
Da Melbourne un buon album di funk soul strumentale, molto essenziale e minimale, con un pizzico di ethio jazz. Godibile.

TRAVIS - 10 songs
Come sempre innocui nella pur loro carina gradevolezza che non punge né di discosta mai da un'aurea mediocrità.

THE BLUEBEATERS - Shock!
Tornano con una significativa novità i grandi Bluebeaters, maestri dello ska e rocksteady italiano. Dodici nuovi brani inediti e totalmente autografi, dopo una lunga carriera all'insegna delle cover. Che funzionano alla perfezione con anche il prezioso aiuto di una serie di nuovi nomi della scena musicale italiana come Bianco, COEZ, Zibba, a Carota de Lo Stato Sociale, Willie Peyote, CIMINI.
Album solare, festoso, accattivante, suonato perfettamente e con splendidi arrangiamenti, moderni e freschi.

PATRIZIO FARISELLI AREA OPEN PROJECT – Live in Tokyo
Favoloso concerto registrato nel maggio 2019 a Tokyo dall’ex tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, accompagnato da Claudia Tellini, Marco Micheli e Walter Paoli. Spazio a composizioni dal nuovo “100 ghosts” ma soprattutto al repertorio degli Area. Un ambito difficile e pericoloso da affrontare, al confronto di tale eredità artistica. Ma capolavori come “Luglio, Agosto, Settembre (Nero)”, “Gioia e Rivoluzione”, “L’Elefante Bianco” o le meno conosciute ma altrettanto efficaci “Il bandito del deserto” o “Gerontocrazia” ne escono alla perfezione, con un nuovo approccio, arrangiamenti modernizzati e attuali. Grande finale con gli Arti e Mestieri in “The wind cries Mary” di Hendrix. Eccellente.

ARTI & MESTIERI ESSENTIA – Live in Japan
Tra le migliori espressioni del jazz rock italiano degli anni 70, autori di capolavori come “Tilt” e “Giro di valzer”, risplendono ancora con un grande concerto dal vivo registrato nel maggio 2019 a Tokyo. I due componenti Furio Chirico e Gigi Venegoni, insieme a Piero Mortara, Lautaro Acosta e Roberto Puggioni, continuano a fare faville. Un album spettacolare, di altissima qualità sonora e immenso spessore artistico.

NANA BANG! – Life of an ant
GURUBANANA – Ear refill

Nello split condiviso con la componente gemella dei Gurubanana, i Nana Bang! duo composto da Andrea Fusari (voce, chitarre) e Beppe Mondini (timpano rullante tastiere percussioni) con la produzione e l’apporto di Giovanni Ferrario, vanno di essenzialità, guardando sempre al minimalismo dei Velvet Underground ma inserendo un’anima più attuale con qualche riferimento a Blur e Strokes. Ottimo e suggestivo.
I Gurubanana dividono uno split con i Nana Bang, un album a testa e la collaborazione diretta tra Andrea Fusari e Giovanni Ferrario. In “Ear refill” il sound é diretto, crudo, di gusto garage, afflati psichedelici, Velvet Underground, Pavement, Strokes, 60’s e tanto altro. Avvolgente e intrigante.

MAD DOGS - We are ready to testify
Spettacolare ritorno per la band marchigiana con un fantastico terzo album che mette insieme suggestioni di ogni tipo in arrivo dal panorama del rock 'n' roll più grezzo e crudo. Si sente il groove australiano di Radio Birdman, Lime Spiders, New Christs, l'impronta del classico Detroit Sound, il garage punk dei Miracle Workers, il beat 'n' roll dei Flamin Groovies e tanto altro. Grande album.

WARM MORNING BROTHERS – Not scared anymore
I fratelli Modicamore (affiancati in questa occasione dal violoncello di Elena Castagnola) aggiungono un altro prezioso tassello alla loro ricca discografia. Rimangono imperterriti e coerenti nel loro classico solco dai colori pastello, talvolta autunnali, altre volte afosamente estivi o avvolti dal tepore invernale di una stufa a legna, in un mix di folk che spazia tra Simon & Garfunkel, Fleet Foxes, il McCartney acustico, sapori 60’s, malinconiche delicatezze di stampo Nick Drake, la lezione dei Kings of Convenience. Una band preziosa, che continua a regalare preziose gemme musicali.

POST NEBBIA - Canale passaggi
Un bellissimo album, solare, fresco, cool, con quel pop psichedelico tinto di lounge a metà tra Tame Impala e Stereolab in cui si inseriscono pulsanti groove di modern funk. Un concept riuscito e stimolante.Disco delizioso.

GIANNUTRI - Al ritorno dalla campagna
Il duo trevigiano firma un secondo album, sempre incentrato intorno a un concept. E di nuovo ci delizia con un pop di grande levatura compositiva, di primissima qualità, che guarda alla scrittura di Samuele Bersani con un innesto di melodie di gusto 60's, un pizzico di rock e una creatività rara da trovare nella canzone d'autore nostrana. Un imperdibile piccolo gioiello.

MARCO PARENTE - Life
Marco Parente è uno dei migliori (cant)autori in Italia. Stile personalissimo, distinto, malinconico, elegante, ironico. Un timbro vocale unico si unisce alla cadenza dinoccolata delle canzoni che ora occhieggiano al blues, altre volte abbracciano la bossa o in cui senti un po' delle infinite anime di Lucio Battisti. Ma la peculiarità (rara e preziosa) è che se ascolti, ad esempio, la splendida "Avventura molecolare" ti accorgi che avrebbe potuta scriverla solo Marco. Con Cesare Basile, Iacampo, Manuel Agnelli, nell'olimpo di si sa scrivere canzoni.

DOME LA MUERTE AND THE DIGGERS - The House Of Lily / Shake Some Action
Dome La Muerte è uno dei personaggi più rappresentativi dell'alternative rock italiano, sulla scena dalla fine degli anni 70, passando dall'hardcore dei CCM al punk 'n' roll dei Not Moving a a un numero imprecisato di altre esperienze musicali.
Con i Diggers esce con un nuovo singolo di consueta efficacia. Puro rock 'n' roll, ruvido, chitarristico, sincero, onesto. Un pregevole inedito e una cover dei Flamin' Groovies, suggellano un bellissimo lavoro.

JOE PERRINO & the MELLOWTONES - Magical Dangerous Journey / Twilight
E' con immenso piacere che salutiamo il ritorno di Joe Perrino & the Mellowtones, storica band degli anni 80. Risuona ancora il cristallino gusto beat che si incrocia con il tiro garage punk e una vena melodica di grande gusto. Un 45 giri imperdibile.

ASCOLTATO ANCHE:
DEATH VALLEY GIRLS (un po' Siouxsie, un po' garage beat psych ma poca sostanza), FUTURE ISLANDS (pop wave anonima), BEABADOOBEE (a 20 anni mastica Juliana Hatfield, Breeders e alt rock anni 90 alla perfezione. Non male nella sua prevedibilità)

LETTO

CLAUDIO BENASSI - Ragazzi di strada...I Corvi
Il tanto bistrattato BEAT ITALIANO ha saputo, ormai è per fortuna cosa nota e un dato acclarato, creare realtà interessanti e di grande pregio.
I CORVI ad esempio abbracciarono il sound più duro e crudo dei 60's suonando brani di Brogues ("Ain't no miracle worker", diventata la famosa "Ragazzo di strada", più di un milione di copie vendute), Electric Prunes ("Sospesa un filo", versione di "I had too much to dream last night"), James Brown "("I don't mind" diventata "Resterai"), oltre a "Bang bang" e brani di Kinks, Animals, Them, Who dal vivo.
Una carriera fulminante poi protrattasi, dopo i 60, nel corso degli anni, con varie nuove incarnazioni e formazioni.
Il batterista Claudio Benassi, purtroppo unico superstite della formazione originaria, racconta al giornalista Pierangelo Pettenati la storia del gruppo, aneddoti e ricordi gustosi.
A corredo numerose foto d'epoca e la discografia.
Per gli appassionati una testimonianza imperdibile.

GEORGE MARSHALL - Skinhead nation
Originariamente pubblicato nel 1997, è un'evoluzione e una rifinitura del precedente lavoro di George Marshall (esponente e studioso della scena skin britannica) "Spirit of 69" (qui recensione e intervista al traduttore Flavio Frezza, in questo nuovo libro affiancato da Letizia Lucangeli: http://tonyface.blogspot.com/2019/05/george-marshall-spirit-of-69.html).
Si parla della scena SKINHEAD britannica con riferimenti specifici a quella americana, tedesca, norvegese ma in generale il focus è sul significato della (sotto)cultura in oggetto.
Ci sono importanti precisazioni e approfondimenti ("Se non fosse stato per gli skin per il movimento del 68/69 non credo che il reggae sarebbe mai finito in classifica. Bob Marley non avrebbe mai avuto tanto successo se non fosse stato per i giovani bianchi della classe operaia" - Toast della fanzine "Tighten Up").
Ad esempio come gli skin fossero in giro già molto prima del fatidico 1969:
"Iniziai a vedere degli skin in giro a metà dei 60, probabilmente nel 1966...le origini degli skinhead risalgono all'epoca mod, si evolse a partire da lì, quando i capelli incominciarono ad essere sempre più corti".
Altrettanto interessante l'osservazione relativa all'uso che i media hanno sempre fatto delle culture giovanili: "Ho visto con i miei occhi giornalisti fare correre gli skin su e giù per la spiaggia - Correte da questa parte, correte da quell'altra - E poi tre giorni dopo sui giornali: "Gli skinhead causano disordini".
E poi la reiterata conferma che lo stile skinhead è una diretta filiazione di quello mod e che come quello ha continuato ad evolversi.
Più controversa e ambigua la posizione nei confronti dell'estrema destra, legata alla scena, che l'autore condanna in quanto posizione politica (che dovrebbe essere aliena dal giro skin) ma che, talvolta arrampicandosi sugli specchi, finisce in qualche modo di tollerare e giustificare:
"I ragazzi della working class sono sempre più alienati. Il sostegno all'estrema destra è decisamente legato a questo senso di alienazione ma inveve di fare i conti con ciò che lo genera - ignoranza, disoccupazione, abitazioni non dignitose,povertà, discriminazione - il potere cerca di aumentare ulteriormente proprio quel senso di alienazione. I ragazzi bianchi sono nelle stesse condizioni dei neri svantaggiati...se sei bianco, vivi con il sussidio in un appartamento pieno di muffa e ti vengono a dire che qualcuno ha ottenuto il lavoro che volevi per nessun'altra ragione se non perché quel qualcuno è nero, la faccenda può essere interpretata come razzismo alla rovescia".
La posizione "apolitica" di George Marshal, a difesa del "culto" skin è più volte ribadita:
"Nessun altro culto giovanile è sottoposto alla stessa quantità di stronzate. L'estrema destra è da biasimare per aver preso di mira il culto skinhead e in questo è stata aiutata e incoraggiata dai mass media che costituiscono il suo strumento di reclutamento numero uno. La sinistra non è da meno, poichè alcuni suo settori preferiscono tenere allegramente il mito dello skin sempre e comunque nazista, piuttosto che affrontare la realtà dei fatti. Infine lo stesso biasimo va ai molti skinhead che hanno incarnato lo stereotipo mediatico e hanno permesso alle proprie convinzioni politiche di violare le tradizioni del culto".
Al di là delle posizioni dell'autore (esplicitate oltre 20 anni fa), il libro è più che interessante ed esaustivo per comprendere l'anima e la sostanza della cultura SKINHEAD, lontani da ogni manipolazione o sensazionalismo.

LAURA PESCATORI - Femita
Laura Pescatori ci offre uno spaccato della scena musicale italiana in un'ottica FEMMINILE, andando a parlare, attraverso una quarantina di interviste, con altrettante protagoniste.
Da nomi altisonanti e celebri come Teresa De Sio, Giovanna Marini, Cristina Donà, Jenny Sorrenti, Jula De Palma a personaggi rappresentativi dell'underground da Helena Velena a Rita Lilith Oberti, Eva Poles etc.
Gli spunti che emergono sono tanti e stimolanti, lo spettro artistico ampio, un lavoro interessante e unico.

DANIELE VECCHI - Federico ovunque
Il 25 settembre del 2005, a Ferrara, FEDERICO ALDROVANDI viene assassinato a manganellate da quattro poliziotti: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto (condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi" e al risarcimento alla famiglia ma reintegrati nella polizia di Stato).
Il delitto viene coperto e insabbiato per lungo tempo, grazie anche a una macchina del fango che gettò per anni discredito su Federico e la famiglia.
Il libro ripercorre la vicenda e soprattutto evidenzia il supporto che diedero fin da subito la Curva Ovest della Spal e i Nuf della squadra del Ferrara Basket, impedendone l'oblìo e l'archiviazione.
Progressivamente il volto di Federico incominciò ad apparire in decine di curve (di calcio, basket perfino dell'Ambri Piotta di hockey su ghiaccio svizzero), tenendo in vita la memoria e soprattutto dando impulso alla scoperta della verità.
Federico e la sua famiglia hanno scoperto un mondo di solidarietà, incondizionata e totalmente trasversale, hanno toccato con mano cosa significa essere sostenuti, essere creduti, essere stretti in un unico abbraccio di amore fraterno e di vicinanza d'animo.
A fianco della vicenda di ALDRO viene elencata una lunga serie di altri morti ammazzati o ragazzi violentemente percossi durante scontri con la polizia (o presunti tali) intorno agli stadi.

MATTEO CESCHI - Note per salvare il pianeta
Per lungo la sensibilità nei confronti dell'ambiente è stata trascurata dalla musica.
Con l'eccezione del pericolo nucleare che, dagli anni 50 in poi, ha stimolato non pochi artisti a comporre canzoni per avvisare del pericolo incombente.
E' solo a cavallo dei 60 e dei 70 che inizia la consapevolezza di quanti abusi si compiano sul Pianeta, in nome del profitto. Nascono Greenpeace, concerti come No Nukes e decine di musicisti abbracciano una nuova visione "verde".
Matteo Ceschi ripercorre il cammino della canzone "green" attraverso un riuscito cammino fatto di domande e risposte.
Decine di titoli, episodi, dischi sconosciuti, musicisti insospettabili per un libro interessante, esaustivo e stimolante.
Interessante il ruolo particolarmente attivo di band del circuito punk, hardcore, metal, dai Dead Kennedys, ai Napalm Death, Conflict, Nuclear Assault, Testament.

DAVIDE ROMAGNONI - Ma quale vacanza d'Egitto?!
Davide Romagnoni è la storica voce dei Vallanzaska, nonchè autore per programmi televisivi, comici e non.
Nell'autunno del 2015, durante una vacanza a Sharm El Sheik, per un'inconsapevole leggerezza finisce nelle maglie della polizia egiziana.
Imprigionato, maltrattato fisicamente e psicologicamente, abbandonato dalla nostra ambasciata, trascorre alcuni giorni da incubo tra disperazione e isolamento.
Alla fine se la cava, grazie anche a uno spirito che riesce a tenerlo (quasi) sempre su di morale.
Il libro è un minuzioso e appassionante racconto di quanto subito, gli incontri e la solidarietà tra prigionieri, dettagli raccapriccianti e pesanti torture psicologiche, in mezzo a cui spuntano l'innata ironia di Davide ad alleggerire un quadro angosciante.
Poco mesi toccherà a Giulio Regeni e a lui andrà molto peggio.

NICK HORNBY - Lo stato dell'unione
NICK HORNBY ha scritto "Febbre a 90" e "Alta fedeltà".
E questo è sufficiente per consegnarlo alla storia della letteratura.
Non si è più ripetuto, per quanto "Un ragazzo" e "Non buttiamoci giù" siano comunque ottimi lavori.
Il problema è che le ultime cose sono davvero trascurabili.
Come ad esempio questo breve, insulso, impalpabile "Lo stato dell'unione", sorta di sceneggiatura teatrale che vede protagonista una coppia in crisi con il prevedibilissimo inserto sulla Brexit (il marito ha votato a favore per motivi risibili, la moglie decisamente contro).
I dialoghi (descritti come "acuti" , "esilaranti", "effervescenti") sono in realtà mosci, risaputi, mai incisivi e quasi mai divertenti.
Peccato, dopo il disastroso "Funny girl", nessun miglioramento.

COSE VARIE
Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it, ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà", ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".

IN CANTIERE
3 novembre: Antonio Bacciocchi "Punk. Born to lose" (Diarkos Edizioni)

Appena uscito:

Antonio Bacciocchi
MOD GENERATIONS Musica, rabbia, stile e altre storie
Interno4 Edizioni
18 euro

Nel 2009 usciva il mio secondo libro, MOD GENERATIONS.
Un viaggio attraverso la MUSICA MOD, quello che i mod ascoltano e ascoltavano, con una lunga serie di consigli sui dischi più importanti (dal soul al blues, dal jazz al rhythm and blues, northern e ska, beat, mod rock e brit pop).
Per lungo tempo esaurito e introvabile, vede ora la ristampa grazie a Interno4 Edizioni.
Nuova veste, con un'altra copertina, aggiornamenti e la copia del mio "Quaderno Mod" sul quale ho raccolto dal 79 e per qualche tempo ogni articolo riguardante la scena mod.
Dalle recensioni sulla stampa italiana, a riferimenti a scontri, articoli di "costume" e altro.
In più volantini di serate e tutte le copertine della fanzine FACES.

giovedì, ottobre 29, 2020

Get Back. Dischi da (ri)scoprire



Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

SPECIALE RICKY GIANCO

RICKY GIANCO - Arcimboldo
Un capolavoro della musica d'autore italiana. Uscito nel 1978 (anno "particolare" della nostra storia), registrato con una PFM favolosa di supporto e con testi di aperta sfida alle istanze del "movimento" che stava perdendo la sua "guerra".
Inoltre i primi segni del "riflusso" di prossima ventura, ambientalismo, droga e, come sempre, tanta ironia: acida, aspra, caustica, consapevole. Dietro al mixer Tony Platt (Bob Marley, AC/DC, Motorhead, Sparks...). Sound che mischia pop rock e post prog.
Splendido.

RICKY GIANCO - Alla mia mamm..
Dopo il magico periodo beat e una breve parentesi con lo pseudonimo "Braccio di ferro", Gianco torna in un contesto socio/politico cambiato e in una veste schierata.
Il nuovo album è un mix di canzone d'autore, rock, vaghe assonanze post prog (vedi l'eccellente "Repubblica" in dialetto milanese), testi lucidamente aspri. La struggente e disperata "Un amore" è una delle più belle canzoni italiane di sempre.

RICKY GIANCO - E' rock 'n' roll
Un album del 1995 in cui Gianco riprende vari momenti della sua "vita rock 'n' roll" (è stato uno dei primi in Italia ad abbracciare la nuova musica nei primi 60) con brani di Celentano, Due Corsari, Tenco, Due Corsari. A suonare per lui Jeff Porcaro e Steve Lukather dei Toto, James Burton (session man americano che ha suonato con chiunque dei grandi) e ospiti come Gaber e Pino Donaggio. Il sound è molto anni 90 ma alla fine più che gradevole e suonato alla perfezione.

RICKY GIANCO - Non si può smettere di fumare
Inciso nel 1982, prodotto da Claudio Fabi, composto con Gianfranco Manfredi, è un album di gusto country (con tanto di cover di Emyllou Harris), con pedal steel in abbondanza, grandi testi, una malinconia struggente in sottofondo e brani strepitosi come "Eclisse a Milano". Tra i musicisti Ellade Bandini alla batteria, Claudio Pascoli e Skip Battin ex Byrds.

mercoledì, ottobre 28, 2020

George Marshall - Skinhead nation



Originariamente pubblicato nel 1997, è un'evoluzione e una rifinitura del precedente lavoro di George Marshall (esponente e studioso della scena skin britannica) "Spirit of 69" (qui recensione e intervista al traduttore Flavio Frezza, in questo nuovo libro affiancato da Letizia Lucangeli: http://tonyface.blogspot.com/2019/05/george-marshall-spirit-of-69.html).
Si parla della scena SKINHEAD britannica con riferimenti specifici a quella americana, tedesca, norvegese ma in generale il focus è sul significato della (sotto)cultura in oggetto.

Ci sono importanti precisazioni e approfondimenti ("Se non fosse stato per gli skin per il movimento del 68/69 non credo che il reggae sarebbe mai finito in classifica. Bob Marley non avrebbe mai avuto tanto successo se non fosse stato per i giovani bianchi della classe operaia" - Toast della fanzine "Tighten Up").

Ad esempio come gli skin fossero in giro già molto prima del fatidico 1969:
"Iniziai a vedere degli skin in giro a metà dei 60, probabilmente nel 1966...le origini degli skinhead risalgono all'epoca mod, si evolse a partire da lì, quando i capelli incominciarono ad essere sempre più corti".

Altrettanto interessante l'osservazione relativa all'uso che i media hanno sempre fatto delle culture giovanili:
"Ho visto con i miei occhi giornalisti fare correre gli skin su e giù per la spiaggia - Correte da questa parte, correte da quell'altra - E poi tre giorni dopo sui giornali: "Gli skinhead causano disordini".

E poi la reiterata conferma che lo stile skinhead è una diretta filiazione di quello mod e che come quello ha continuato ad evolversi.

Più controversa e ambigua la posizione nei confronti dell'estrema destra, legata alla scena, che l'autore condanna in quanto posizione politica (che dovrebbe essere aliena dal giro skin) ma che, talvolta arrampicandosi sugli specchi, finisce in qualche modo di tollerare e giustificare:
"I ragazzi della working class sono sempre più alienati. Il sostegno all'estrema destra è decisamente legato a questo senso di alienazione ma inveve di fare i conti con ciò che lo genera - ignoranza, disoccupazione, abitazioni non dignitose,povertà, discriminazione - il potere cerca di aumentare ulteriormente proprio quel senso di alienazione. I ragazzi bianchi sono nelle stesse condizioni dei neri svantaggiati...se sei bianco, vivi con il sussidio in un appartamento pieno di muffa e ti vengono a dire che qualcuno ha ottenuto il lavoro che volevi per nessun'altra ragione se non perché quel qualcuno è nero, la faccenda può essere interpretata come razzismo alla rovescia".

La posizione "apolitica" di George Marshal, a difesa del "culto" skin è più volte ribadita:
"Nessun altro culto giovanile è sottoposto alla stessa quantità di stronzate. L'estrema destra è da biasimare per aver preso di mira il culto skinhead e in questo è stata aiutata e incoraggiata dai mass media che costituiscono il suo strumento di reclutamento numero uno. La sinistra non è da meno, poichè alcuni suo settori preferiscono tenere allegramente il mito dello skin sempre e comunque nazista, piuttosto che affrontare la realtà dei fatti. Infine lo stesso biasimo va ai molti skinhead che hanno incarnato lo stereotipo mediatico e hanno permesso alle proprie convinzioni politiche di violare le tradizioni del culto".

Al di là delle posizioni dell'autore (esplicitate oltre 20 anni fa), il libro è più che interessante ed esaustivo per comprendere l'anima e la sostanza della cultura SKINHEAD, lontani da ogni manipolazione o sensazionalismo.

George Marshall
Skinhead nation
Hellnation Libri
euro 22

martedì, ottobre 27, 2020

Mod Generations



Nel 2009 usciva il mio secondo libro, MOD GENERATIONS.

Un viaggio attraverso la MUSICA MOD, quello che i mod ascoltano e ascoltavano, con una lunga serie di consigli sui dischi più importanti (dal soul al blues, dal jazz al rhythm and blues, northern e ska, beat, mod rock e brit pop).

Per lungo tempo esaurito e introvabile, vede ora la ristampa grazie a Interno4 Edizioni.
Nuova veste, con un'altra copertina, aggiornamenti e la copia del mio "Quaderno Mod" sul quale ho raccolto dal 79 e per qualche tempo ogni articolo riguardante la scena mod.
Dalle recensioni sulla stampa italiana, a riferimenti a scontri, articoli di "costume" e altro.
In più volantini di serate e tutte le copertine della fanzine FACES.

Antonio Bacciocchi
MOD GENERATIONS Musica, rabbia, stile e altre storie
Interno4 Edizioni
18 euro

lunedì, ottobre 26, 2020

I nomi sbagliati delle band



Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà" nella consueta rubrica domenicale "Musica ribelle".

Può sembrare improbabile, se non impossibile, ma molti gruppi, anche di un certo livello, hanno portato avanti lunghe e prestigiose carriere con il nome sbagliato.

Talvolta è stata una scelta consapevole e felice, che ha reso il marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile e caratteristico.
Altre volte invece frutto di un disguido lessicale.

L'esempio più famoso è ovviamente quello dei Beatles.
Pare sia stato John Lennon a pensare al gioco di parole che univa Beat (ovvero il concetto di ritmo che poi diede il nome a un genere e a un'epoca ma che richiamava anche la generazione ribelle di scrittori e poeti della cosiddeta Beat Generation americana) a Beetles. “Quando lo pronunci ti viene in mente qualcosa di strisciante, quando lo leggi invece pensi alla musica beat”.
I futuri Beatles erano grandi fan della star americana del rock 'n' roll Buddy Holly (prematuramente scomparso alla fine degli anni 50) che si esibiva con i Crickets (i grilli). Cercare un nome di insetto voleva essere una specie di omaggio al loro idolo.
In realtà c'è sempre stato un errore di fondo nell'attribuire ai Beatles il soprannome di “scarafaggi”.
Beetle vuol dire coleottero o scarabeo, scarafaggio è invece “cockroach”.

Nasce da un errore casuale e molto divertente invece quello di Bobby Solo.
All'anagrafe Roberto Satti, era figlio di un pilota dell'aviazione militare che impedì categoricamente al figlio di associare il suo cognome al mondo del rock 'n' roll (parliamo dei primi anni 60 quando il genere non godeva di buona reputazione).
Nell'imminenza dell'esordio discografico, il suo manager, Vincenzo Micocci, decise per un soprannome breve e di ispirazione “americana”: Bobby. Quando lo comunicò telefonicamente alla sua segretaria che doveva inviare le note di copertina per la stampa del suo primo disco, le disse: “Lo chiamiamo all'inglese, Bobby. Bobby, solo Bobby.”
Probabilmente le linee telefoniche erano disturbate o la segretaria capì male e così artista e manager si ritrovarono poco tempo dopo migliaia di dischi con il nome stampato Bobby Solo.
Che non dispiacque e fu lasciato per sempre.

Gli inglesi Scritti Politti si formarono nel 1977, in piena era punk.
Il loro leader Green Gartside, impegnato politicamente nell'estrema sinistra, prese il nome da un libro di Antonio Gramsci, “Scritti politici”. Ostico alla pronuncia inglese, poco affascinante e molto serioso, lo cambiò così in Scritti Politti per farlo assomigliare di più al celebre brano rock 'n' roll di Little Richard “Tutti Frutti”.

Poco avvezzo alle lingue latine, sbagliò invece Vini Reilly, quando decise di chiamare la propria band Durutti Column.
Il riferimento era a una frangia anarchica che operava durante la guerra civile spagnola negli anni 30, guidata dal mitico Buenaventura Durruti.
La trascrizione tolse una Erre e aggiunse una T.
Poco male, la band ha ugualmente avuto un ampio seguito in ambito new wave e post punk.

I famosissimi Duran Duran che hanno impazzato nelle classifiche di mezzo mondo con il loro pop facile e accattivante, tinto di new wave, invece si ispirarono a un personaggio del film “Barbarella” del 1968 di Roger Vadim con una splendida Jane Fonda (semi) vestita da favolosi abiti creati da Paco Rabanne.
In realtà il nome originale era Durand Durand ma per ragioni fonetiche decisero di togliere le D finali.

Il rissoso e ostico chitarrista americano Dave Mustaine, dopo un'adolescenza turbolenta e difficile, sembrò trovare la fortuna entrando nelle future star del metal, i Metallica.
Riuscì a farsi buttare fuori dal gruppo a causa della passione per gli eccessi e il carattere di cui sopra.
Frustrato e furibondo, decise di formare un gruppo che avrebbe cancellato per potenza e furore i Metallica.
E scelse un nome adatto, i Megadeath (parola che significa un milione di morti per un olocausto nucleare).
Ma dopo aver scoperto che era lo stesso utilizzato dai primi Pink Floyd, decise di togliere un A, lasciandone comunque il distruttivo significato in sottofondo.

E infine un avvertimento importante: non vi venga in mente di scrivere Patty Smith. La musicista e poetessa new yorkese Patti, potrebbe reagire malamente.
Come quando entrando in un locale in cui il suo nome era scritto in quel modo sbagliato, si girò, uscì e fece saltare il concerto.

sabato, ottobre 24, 2020

Cagliari 1970 - Tracce Oltre la Leggenda



Nel 2020 cadono i cinquant’anni dal leggendario scudetto della squadra di Gigi Riva.

Ma nel 1970 in Sardegna non tutto girava attorno al calcio.
Alcune vicende incrociavano la grande Storia di quegli anni, tra sequestri, trame dei servizi segreti e agitazioni socio-politiche.
Altre, invece, cambiavano per sempre le piccole storie delle persone, magari sulle note dei brani di Orietta Berti o dei Beatles.

Gli autori dei dodici racconti e delle dodici illustrazioni hanno seguito queste tracce.
E hanno narrato (o ripercorso) la vita che pretendeva i suoi spazi, anche lontano dalle gradinate dell’Amsicora.

“Cagliari 1970 - Tracce Oltre la Leggenda”, edito da Catartica Edizioni!


“Il Cagliari”
Racconto scritto da Antonio Bacciocchi e illustrato da Nicola Wonderland.

🔴🔵 “ […] Mia mamma mi cucì una maglia rossoblu con il numero undici sulle spalle, mio papà mi procurò il poster di Gigi Riva da attaccare in camera, lessi tutto il possibile sulla Sardegna, la mia nuova lontana patria.”

🔴🔵 Avanti, la vostra copia potete preordinarla da questo link, non aspettate!
https://www.catarticaedizioni.com/2020/09/associazione-chine-vaganti-presenta.html

venerdì, ottobre 23, 2020

Nico Van Der Stam



Fotografo che tra gli anni 60 e 80 ritrasse la quotidianità di Amsterdam e della sua terra ma che ebbe occasione di avvicinare una lunga serie di personaggi di primo piano del rock.

Ha aperto uno studio fotografico lavorando per conto di case discografiche e agenzie pubblicitarie per le quali ha realizzato centinaia di copertine di dischi e campagne pubblicitarie.

Oltre a musicisti jazz e artisti pop (tra cui Miles Davis, Jimi Hendrix, Mick Jagger, Rolling Stones, David Bowie, Marlène Dietrich, Charles Aznavour) ha anche realizzato molte foto di compagnie teatrali, scrittori, attori, attrici e altri famosi personaggi olandesi.
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