lunedì, marzo 09, 2026

I DJ Mod londinesi negli anni Sessanta

Foto: dall'alto in basso, Guy Stevens, Roger Eagle, Sandra Blackstone, due immagini del "Flamingo", il Tiles, Jeff Dexter, l'esterno del Tiles, l'articolo del Manifesto.

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per l'inserto de "Il Manifesto", "Alias".
Frutto di un lavoro di ricerca sui DJ MOD dei primi anni Sessanta in Inghilterra.


A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta uno sparuto gruppo di ragazzi (pochissime le rappresentanti femminili), inglesi o meglio londinesi, abbracciò un’estetica particolare, mutuata dalla passione sfrenata per quella italiana e francese dei tempi e dalle copertine dei gruppi e artisti jazz e blues americani.
Abiti eleganti, capelli corti, aspetto raffinato e distintivo.
Nel 1959 lo scrittore Colin Mc Innes nel romanzo “Absolute Beginners” rappresenta al meglio la situazione in poche righe, vivendola in diretta: I ragazzi avevano scoperto che, per la prima volta da che mondo è mondo, disponevano di quattrini, cosa sempre negata loro proprio nell'età migliore per spenderli, vale a dire quando si è giovani e forti.
Come sottolineò lo stilista Lloyd Johnson (tra i suoi clienti Bob Dylan, Rod Stewart, Keith Richards, David Bowie, Move, Jam, Specials, Madness, Oasis, George Michael, Joe Strummer): Era il 1959. Avevo 14 anni e vidi tre ragazzi, con giacche a tre bottoni, camicie senza colletto, cravatte sottili, pantaloni a tubo. Mi avvicinai e gli chiesi: Perché siete vestiti così? Siamo Modernisti. Non capii cosa significasse ma diventai un modernista.

I Modernisti (in breve tempo più sinteticamente definiti Mods) guardano avanti, ricercano il nuovo, in un’Inghilterra ancora piena di macerie della seconda guerra mondiale e ancorata a valori tradizionali e Vittoriani.
Cambiano le regole sociali, si rompono le convenzioni.
Graham Hughes, uno dei primi mod londinesi puntualizza: Noi apparivamo diversi perché il Modern Jazz che ascoltavamo aveva più stile e noi ci adattavamo esteticamente a questo. Andavamo agli all nighter vestiti di tutto punto per distinguerci dal resto degli appassionati jazz, in jeans, maglioni, abiti trasandati e con la barba.

Il sottobosco del jazz è già da tempo attivo e pulsante, aprono nuovi locali dedicati a questi suoni innovativi: nel 1952 il “Flamingo” a Wardour Street, successivamente (nel 1958) arriveranno il “Marquee” in Oxford Street, nel 1958 e il “Ronnie's Scott” a Gerrard Street nel 1959. Trovare i dischi di riferimento non è facile.

Il jazzista Ronnie Scott si imbarca sulla “Queen Mary” come mozzo per approdare a New York e spendere i soldi a disposizione per vedere i suoi idoli in concerto, fare incetta di dischi rari e portarli a Londra per farli ascoltare nei locali.
E’ una scena che ribolle di passione e vitalità.
Il jazzista Brian Harvey:
Eravamo anti establishment e contro le convenzioni anche se, a conti fatti, la scena jazz degli anni Venti era ben più promiscua della nostra. John Minnion: “Il jazz aveva una credibilità di strada. Era sovversivo per la musica tradizionale, era anti commerciale.”

Il jazzista George Melly: “Per noi il jazz era black music, era la musica dei poveri. La scena Modern Jazz attraeva molti neri, al Ronnie's Scott c'erano sempre neri ai concerti, la stessa cosa non avveniva nel giro del jazz tradizionale. Il Modern Jazz era contemporaneo, più cool ed è per questo che attraeva più giovani.

I locali londinesi avevano una struttura piuttosto simile al bar, tavoli e sedie (dove spesso si poteva anche mangiare) e il palco, su cui gli artisti si esibivano, ascoltati in silenzio, tanto quanto i dischi che venivano suonati su rudimentali giradischi.
Il trombonista Eddie Harvey ricorda: Erano luoghi in cui la gente si sedeva per terra in religioso silenzio per ascoltare le ultime novità jazz, nello stesso modo in cui si assisteva a un concerto di musica classica.

Quando si parla delle famose serate in cui i mod e affini ballavano nei locali iconici della scena londinese, nei primi anni Sessanta, scatenandosi al ritmo di oscuri brani blues e rhythm and blues, si è molto lontani dall’immagine a cui siamo abituati, con un DJ alla consolle, munito di mixer, due piatti e musica che viene mixata al giusto tempo e ritmo.
Siamo, al contrario, in un contesto molto pionieristico e primitivo (le prime serie modalità in tal senso vennero introdotte, presumibilmente, da Francis Grasso e David Mancuso nei primi Settanta a New York).
Per quanto le testimonianze siano scarse, i primi DJ londinesi proponevano un brano alla volta, presentando il successivo, con particolare calma, mentre passavano da un disco all'altro.

Jeff Dexter: Non si pensava nemmeno al mixaggio, i dischi venivano semplicemente messi sul giradischi e suonati. In molti locali c'erano due giradischi Gerrard affiancati e l'impianto voci era quasi sempre di bassa qualità.

I club che proponevano l’ambito musicale preferito dai mod erano pochi ma molto frequentati.
Ricorda Mike Tenner, uno dei primi protagonisti della scena: Ho iniziato a esplorare il West End dopo il lavoro, è stato allora che ho scoperto “La Discotheque” e il “Flamingo”. Credo siano stati i primi due club in cui sono andato, poi ho iniziato a frequentare il “Marquee”. È stato in questi posti che ho visto per la prima volta i soldati americani che si presentavano davvero bene, con quel look Ivy League, camicie abbottonate e cappelli Blue Beat. Hanno portato anche la musica con loro e ho iniziato ad appassionarmi al R&B e al Jazz. Questi posti erano pieni di ragazzi neri, afroamericani e ragazzi delle West Indies.

Ha parlato spesso di quel periodo anche David Bowie, che abbracciò convinto e partecipe la prima scena mod:
Ho vissuto a Brixton e questo mi è bastato per rimanerne molto colpito. Tutti i club ska e bluebeat erano a Brixton. Inoltre era uno dei pochi posti in cui suonavano dischi di James Brown, a parte due club francesi in città, “La Poubelle” e “Le Kilt”. Nel centro di Londra invece c’erano il “Marquee”, “The Scene”, l'”Eel Pie Island” a Twickenham, era una specie di circuito.

Andrew Loog Oldham (manager dei Rolling Stones): Peter Meaden (manager degli Who) mi fece scoprire un’altra forma di vita: Soho. Il primo scalo fu lo “Scene”, vicino a Piccadilly. Lo gestiva Ronan O’Rahilly che poi fondò Radio Caroline. Era rumoroso e fumoso, indirizzato ai proletari emancipati, con il soul bianco cantato su melodie nere, che era la colonna sonora fino alle luci dell’alba. Ci spostavamo di quattro isolati fino a Wardour Street al “Flamingo”, dove la gente amava il blues e il jazz. Di sabato serviva da bere e suonava musica tutta la notte dedicandosi al rhythm and blues nero, all’Atlantic Records e alla Stax Records. Aveva un’atmosfera perfetta con il suo assortimento di malavitosi, sessi vari e tipi underground: decadenza senza possibilità di violenza.

John Paul Jones (bassista dei Led Zeppelin):
Era fantastico lo “Scene”, fumoso, molto punk. Io suonavo al “Flamingo”, che era funky e jazz mentre allo “Scene” mettevano pop bianco, che anticipava quello che sarebbe diventato il punk un po’ di anni dopo. Ai quei tempi era tutto una pasticca, nel giro jazz le chiamavano “blues”, in quello rock le “purple hearts”.
C’erano un sacco di locali ska, come il “Roaring Twenties” ma suonavano gruppi ska anche al “Flamingo” e al “Whiskey A Go Go”.
Il “Flamingo” era scalcagnato, caldo e puzzolente ma la musica era bellissima, rhythm and blues nero e un po’ di jazz, musica dell’Atlantic Records e Stax ma aveva successo anche l’etichetta Blue Note con John Coltrane e Miles Davis. Nessuno considerava i gruppi bianchi tipo Yardbirds o Stones, solo musica nera.


A Wardour Scene a due passi dallo “Scene” c’era “La Discotheque”, il primo club a proporre solo musica da ballare, senza band (Era gestito da francesi snob. Era un posto fantastico. C'erano materassi dappertutto. Così potevi andare a sudare in pista e poi scendere e sprofondare su un materasso puzzolente, ricorda Jeff Dexter) suonando musica fino a quasi l’alba, contrariamente a tutti gli altri locali in cui nomi come Animals, Stones, Georgie Fame, Geno Washington, Spencer Davis Group, i primi Who, riprendevano classici del rhythm and blues e blues da proporre a un pubblico che in buona parte preferiva però ascoltare le versioni originali, dai rari 45 giri che arrivavano dall’America.
I nomi dei protagonisti che lavoravano dietro ai piatti rimasti nella memoria non sono molti ma particolarmente significativi.

Oscuro personaggio, a suo modo particolarmente influente nella prima scena mod londinese, Sandra Blackstone fu assunta, nel 1962, al “The Scene” dal proprietario Lionel Blake, per la sua bellezza, un'attraente bionda che aveva già lavorato in vari club di Soho.
Ben presto si scoprì il suo particolare gusto per blues, rhythm and blues e soul.
Dal libro "King Mod" di Steve Turner:
Suonava dischi prima dei concerti delle band e faceva serate da sola con il nome di "Off the record with Sandra" con la regola di non passare nessun singolo che fosse nella Top 20.
Lionel Blake: Dopo pochi mesi che era con noi mi resi conto che trovava i dischi grazie al fatto che frequentava (anche intimamente) i GI's americani di stanza a Londra, da cui si faceva dare le ultime novità di black music e materiale introvabile, cose tipo “Ain’t Love Good, Ain’t Love Proud” di Tony Clarke. Sapeva perfettamente cosa e quando passare un brano piuttosto che un altro. All'inizio della serata suonava cose divertenti per passare poi verso la fine ai brani più heavy. Aveva dischi che nessun altro in Inghilterra possedeva.

Donna affascinante, elegante e misteriosa di cui nessuno sapeva granché.
Infanzia difficile, genitori divorziati, appena arrivata a Londra, nel 1960, si sposò, ebbe una figlia che abbandonò quando, quasi subito, si separò dal marito.
L'ultima volta che vide sua moglie fu quando, alla chiusura del locale nel 1966, lo andò a trovare nel suo ufficio accompagnata da uno spacciatore caraibico, chiedendogli soldi per ricominciare una vita in America.
Poi scomparve nel nulla.

Jeff Dexter (The coolest mod of all time, dice il DJ Eddie Piller), fu uno dei primi ad abbracciare la scena Mod nei primissimi Sessanta, a fianco di quel tale Mark Feld, diventato poi il ben più noto Marc Bolan.
Frequentatore assiduo dei principali club londinesi incominciò nel 1966 a fare il DJ al “Tiles” in Oxford Street (proprio di fronte al “100 Club”) dove suonava dance records, bluebeat, ska, un po’ della prima psichedelia ma poca perché non era gradita a quell’ultima ondata di mod impasticcati, duri e puri.
Lavorerà al mitico “Ufo Club” per diventare poi manager di America e Hawkwind e a lavorare, in ambito discomusic, anche in Italia.
Si esibiva anche come ballerino, spesso a fianco di Ian Samwell, chitarrista e autore per Cliff Richard, Isley Brothers e di quella “Watcha Gonna Do About It” che fu il singolo d'esordio per la mod band per eccellenza, gli Small Faces, nel 1965.
Fu anche produttore per Georgie Fame e John Mayall (lavorò successivamente con Frank Zappa e Joni Mitchell) e un valente e apprezzato DJ nei primi Sessanta, grazie alla sua profonda conoscenza della black music.
Si esibiva inizialmente al “Lyceum” per poi passare al “Flamingo”, “Marquee” e “Tiles”.
Precedentemente al “Lyceum” aveva lavorato anche Jimmy Savile, diventato poi famoso conduttore televisivo e radiofonico (noto anche per le sue abitudini di molestatore seriale) per poi passare all'”Ilford Palais” come DJ per spettacoli pomeridiani per i più giovani.
E' considerato tra i primissimi ad avere cercato di mixare i brani.

Roger Eagle incominciò invece a lavorare casualmente al neonato “Twisted Wheel” a Manchester nel 1965.
Specializzato nel rhythm and blues originale, per rimanere fedele al suo culto per il sound Stax rifiutò di adattarsi successivamente alle continue richieste di brani con un tempo più veloce che diede origine alla scena Northern Soul.
Organizzò anche concerti di alcuni sconosciuti (in Inghilterra ai tempi) nomi di punta della black music.
Si sposterà verso la scena prog per aprirsi poi alla fine del 1976 alla neo nata ondata new wave/punk che ospiterà nel suo nuovo club, l’”Eric’s”.
Nei primi Ottanta nel suo “International club” sarà invece la volta di altri nuovi nomi emergenti, dai REM agli ancora sconosciuti Stone Roses.
Scompare per cancro nel 1999.

Guy Stevens è abitualmente ricordato per aver prodotto uno dei migliori album della storia del rock, “London calling” dei Clash, nel 1979, poco prima della sua prematura scomparsa nel 1981.
Ma oltre ad aver lavorato anche con Procol Harum, Free, Moot the Hoople fu, nei primi Sessanta, tra i più influenti DJ, in particolare allo “Scene” dove suonava rarità rhythm and blues, ska, blues e surf.
Poco dopo fu incaricato di gestire la sezione inglese della prestigiosa label Sue Records, realizzando numerose compilation e 45.
Fu tra i primi ad introdurre in Inghilterra nomi come Chuck Berry (era il presidente della Chuck Berry Appreciation Society), Bo Diddley, Howlin' Wolf.
Fu arrestato per droga nel 1966 e cadde in depressione quando, al ritorno in libertà, scoprì che la sua preziosa collezione di rarità discografiche era stata rubata.
La sua profonda conoscenza della black music più rara (si riforniva per posta di dischi da piccole e oscure etichette del sud degli States) fu spesso preziosa per band come Who, Stones o Small Faces che si rivolgevano a lui per avere i brani meno conosciuti, più recenti e interessanti del genere.
Il successo dei primi club diede vita a una serie di altre simili esperienze a Londra (il “Sybilla’s” a Swallow Street, il “Bag O’ Nails”, lo “Spekeasy”, l’”Uppercut Club”, il “Roundhouse”) e in altre città, come il “Twisted Wheel” a Manchester, “The Mojo” a Sheffield, “The Gaff” a Banbury.
Locali in cui si manteneva viva la passione per la black music americana, rimanendo il più possibile impermeabili alle nuove tendenze.
Una modalità che si riverserà poco tempo dopo nella scena Northern Soul.
Il momento di passaggio è ben documentato in "The Noonday Underground" un breve racconto del saggista e scrittore Tom Wolfe, pubblicato originariamente come articolo e raccolto poi con altri nel 1968 nel libro "The Pump House Gang".
Racconta delle pause pranzo al "Tiles", locale di Oxford Street (numero 79), in cui a metà Sessanta numerosi gruppi di mod si riunivano per ballare un'oretta con ragazzi di 15 anni, vestiti meglio di chiunque altro nel loro ufficio.
Giovani ragazzi e ragazze che avevano scelto la modalità di vita detta "Total Life": Questi giovani hanno optato a favore di un modo per uscire totalmente dal convenzionale sistema lavorativo classista, scegliendo un mondo sotto il loro diretto controllo. Quasi tutti hanno lasciato la scuola a 15 anni, migliaia di questi giovani mod se ne sono andati da casa, perfino le ragazze, per vivere nei flat a Londra (che dividono in tre o quattro) tra Leicester Square, Charing Cross, Charlotte Street. Spendono i soldi che guadagnano, lavorando più o meno precariamente, in vestiti, dischi, serate in discoteca, affitto e (scarso) cibo. Tutti possono partecipare alla Total Life, il momento in cui possono davvero vivere completamente, tutto il giorno, in un mondo in stile Mod, intriso di musica, capovolto, scorticato, infuocato, vivendo un ruolo piuttosto che un lavoro. L'intera idea di classe operaia o di qualsiasi altra classe di appartenenza é irrilevante.

Un'epoca lontanissima, un momento di esplosione creativa, in cui pochi giovanissimi, con la spontaneità e l'urgenza dell'età, seppero costruire (più o meno inconsapevolmente) una cultura, uno stile di vita, una modalità di appartenenza e identità che, con i dovuti e ovvi cambiamenti, si è protratta fino ai nostri giorni e continua a influenzare e affascinare tantissimi ragazzi e ragazze.

Dichiarazioni tratte da Andrew Loog Oldham “Stoned”, Richard Barnes “Mods”, Steve Turner Kink Mod. The story of Peter Meaden”.

1 commento:

Related Posts with Thumbnails