martedì, ottobre 20, 2020
John Entwistle
Riprendo l'articolo che ho scritto per IL MANIFESTO, pubblicato sabato scorso nell'inserto "Ultrasioni / Alias"
Lo aveva dovuto chiarire, ad un certo punto, nell'album degli Who “Face dances” (1982) nel brano autografo “The quiet one”:
“Tutti mi chiamano quello tranquillo.
Non sono tranquillo, sono gli altri troppo eccessivi”.
Ma è sempre stato difficile crederlo. John Entwistle aveva un portamento distaccato, da vecchio gentleman inglese, modi raffinati, poche parole e un'attitudine che sembrava la più lontana possibile dalla classica vita dissipata ed eccessiva della rockstar.
Una recente biografia, “The Ox” (il bue, suo soprannome fin dagli esordi), del giornalista Paul Rees, a cui hanno contributo la prima moglie Alison, la seconda Maxine e il figlio Christopher, oltre agli amici e colleghi più intimi, svela invece un personaggio che si è consumato lentamente tra abusi di ogni tipo, fino all'imprevista (per chi non lo conosceva, più consapevoli e da tempo allarmati i suoi più intimi amici e collaboratori), fine, nel giugno del 2002, in un hotel di Los Angeles, dopo una notte di sesso e cocaina con una spogliarellista locale.
Le dichiarazioni contenute nel libro concordano unanimemente che avesse diverse personalità, due in particolare.
L'una, che lo accompagnava nel suo ruolo da rockstar, soprattutto in tour, in cui si abbandonava a un consumo smodato di liquori di ogni tipo, droghe, costantemente circondato da donne disponibili e da notti senza fine, spesso spese a raccontare le sue storie ad amici e fan fino all'alba e oltre.
L'altra è quella del tranquillo signore di campagna che attendeva con impazienza di tornare a suonare.
Si apriva in quei momenti nella sua anima un buco nero che lo assorbiva e lo faceva sprofondare nella depressione.
A cui cercava di sfuggire con acquisti compulsivi, qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.
Bassi e chitarre, spesso costosissimi e rarissimi, erano le spese che preferiva.v Ne aveva accumulati qualche centinaio, di tutte le forme e marche. E poi auto di lusso a profusione (anche se non aveva, volutamente. la patente. Preferiva un autista che lo scarrozzasse ovunque mentre lui beveva sul sedile posteriore).
E, ancora, vestiti che comprava in maniera bulimica.
Durante un tour in America, si fermò in un negozio di abbigliamento country e comprò 100 paia di camicie da cowboy, di ogni foggia e colore, oltre a una dozzina di paia di stivali tutti uguali.
La sua casa (un vecchio maniero nella campagna inglese) era stracolma di supellettili e mobilio di ogni tipo, oltre che di un paio di studi di registrazione personali.
v Un bar, costruito ad hoc, serviva ad ogni ora del giorno e della notte ai suoi numerosi (talvolta semi sconosciuti) ospiti, ogni ben di dio alcolico, dal gin allo champagne (ovviamente marche di prima qualità).
Ricorda un amico che lo andò a trovare in hotel alla fine di un tour e, negli anni 80, quando la cifra in questione era una piccola fortuna, aveva sul tavolo 20.000 dollari in banconote nuovissime. “Sto uscendo per spenderli tutti”.
Era totalmente ignaro del concetto di risparmio e di gestione del danaro.
Durante una lunga sosta nll'attività degli Who, organizzò e intraprese un tour a sue spese, pur di non rimanere fermo, con la John Entwistle Band, rimettendoci cifre importanti, tra affitto di impianti faranoici e teatri, che finirono per essere sovradimensionati rispetto al pubblico intervenuto.
Tutto questo lo portò più volte alla bancarotta, a cui rimediarono i vecchi amici Who con tour americani che ridavano ossigeno (per avere un'idea delle proporzioni, si parla di guadagni da tre milioni di dollari a testa alla volta) alle sue casse. Serviva a poco e per poco.
Riprendeva immediatamente a devastare conto corrente e il fisico.
Ma il musicista John Entwistle era inarrivabile.
Difficile discutere su chi sia stato il miglior bassista rock di tutti i tempi e non trovarlo ai vertici.
Una potenza inaudita, una tecnica unica e personale, un suono, elaborato nel tempo, mai eguagliato. Aveva la capacità di suonare i brani in studio una sola volta (vedi le evoluzioni di “The real me”, che apre “Quadrophenia”, suonata una volta sola, senza aver praticamente mai ascoltato bene il brano, giusto per provare il suono. Talmente sublime che venne mantenuto su disco in quella primissima e unica versione!).
Talvolta, in studio di registrazione, quando gli altri del gruppo erano troppo impegnati a litigare o a riprendersi da qualche sbronza, era solito, per non annoiarsi, rifare le parti già incise per riproporle sostanzialmente uguali a prima, semplicemente perfette.
Dal vivo era quello che teneva insieme la follia ritmica di Keith Moon e le improvvisazioni di Pete Townshend. Impassibile e immobile sul palco mentre intorno a lui gli altri tre scatenavano l'inferno.
Provò anche una carriera solista da affiancare all'attività saltellante degli Who ma mancarono le soddisfazioni. Se il primo album “Smash your head against the wall”, intriso del suo consueto humor nero è un ottimo lavoro, ispirato e ben fatto molto meno riusciti sono i sei successivi, sparsi nel corso degli anni, spesso registrati più per fuggire dalla depressione, causata dall'inattività, che per reali esigenze artistiche.
Fu anche parte anche della All Star Band di Ringo Starr, negli anni 90, nascondendosi dal batterista dei Beatles quando voleva bere. Ringo, dopo un passato di pesante alcolista, si era ripulito da tempo ed esigeva che nessuno facesse uso di alcolici e droghe durante il tour. Gli ultimi anni con gli Who sono all'insegna di un enorme successo, stadi pieni, la celebrazione del mito, gli ultimi sopravvisuti con Rolling Stones e Paul McCartney della grande leggenda del rock, ormai musealizzata e consegnata alla storia e al passato, icone di un'epoca irripetibile. Pagati cifre astronomiche, tra hotel di lusso, aerei, Limousine, i migliori ristoranti.
Ma vivono il tutto separatamente, Dormono in luoghi diversi, ognuno ha un proprio camerino, suonano, spesso senza nemmeno guardarsi in faccia, intascano il cachet e se ne vanno. John subisce più degli altri una situazione artificiosa e il suo “buco nero” diventa sempre più profondo.
Nel frattempo i volumi spaventosi con cui ha suonato per anni lo hanno reso ormai quasi completamente sordo.
Il suo amplificatore sul palco è sempre al massimo, non riesce più a sentire gli altri, osserva costantemente le mani di Pete Townshend, per capire che accordi stia facendo per seguire correttamente il brano in esecuzione.
Talvolta Townshend, infastidito, gli voltava volutamente le spalle per dispetto.
Nel suo vortice autodistruttivo John ha sempre trascurato cocciutamente ogni tipo di tutela della propria salute. Incurante della progressiva perdita di udito, ha anche sempre accuratamente ignorato il consiglio da parte di amici e famigliari di curare la dieta alimentare, assolutamente devastante, fatta quasi esclusivamente di cibi fritti e bistecche alla griglia, senza alcun tipo di frutta e verdura.
Negli ultimi tempi molti amici notavano con orrore che aveva la pelle sempre più grigiastra e un aspetto pessimo.
La vicinanza con la nuova compagna Lisa, cocainomane, alcolista, estrema in ogni sua manifestazione, lo trascinò ancora più a fondo, fino alla notte fatale del 2002.
Per apprezzare il genio e il talento di John Entwistle i dischi solisti sono davvero poco significativi, se non per i fan più accaniti e completisti.
Nella discografia degli Who l'album che ne esalta al meglio la capacità tecnica e creativa è senz'altro “Quadrophenia”, del 1973, e in cui John arrangia e suona tutta la sezione fiati (era un abilissimo con il corno ma se la cavava anche con tuba, tromba e sax).
John ha sparso la discografia degli Who di brani di sua composizione, spesso di eccellente qualità. In particolare l'inquietante “Boris the spider”, le altrettanto sinistre “Fiddel about” e “Cousin Kevin” dall'opera “Tommy” e la perfida “My wife”, dedicata alla prima moglie Alison.
Meno conosciute ma altrettanto belle “Silas Stingy” e l'elettronica futuristica “905” da “Who are you”.
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lunedì, ottobre 19, 2020
Amanda Lear
Riprendo l'articolo che ho dedicato ieri su "Libertà" ad AMANDA LEAR.
Tra i personaggi più conosciuti e riconoscibili dello spettacolo italiano, Amanda Lear svolge un ruolo di primaria importanza.v Grazie ad un'accurata gestione della sua immagine seppe, nella pruriginosa e ancora ampiamente bigotta Italia degli anni 70 (ancora più di ora, sembra impossibile!), sfruttare un aspetto fisico vagamente androgino e una voce profonda per tenere sulle spine un'opinione pubblica impazzita nel dubbio se fosse donna o uomo.
Se ne parlò a lungo e nemmeno quando posò nuda per “Playmen” e “Playboy” bastò a convincere che fosse una donna.
“Chi ha visto le mie foto su Playboy e continua a dire che sono uomo è sicuramente un idiota“.
Le notizie più “accreditate” la davano come nata uomo in Vietnam e poi passata al sesso femminile nel 1963, con la classica operazione a Casablanca, dopo aver lavorato come trans nei locali parigini con il nome d'arte Peki D'Oslo.
In realtà l'intelligente e arguta Amanda è sempre stata consapevole di quanto il mistero le fosse utile per alimentare la sua notorietà e non ha mai rivelato nulla su infanzia e adolescenza.
Pare trascorsa tra Asia (sarebbe nata, in data mai del tutto precisata, ad Hong Kong) ed Europa (Parigi e Londra), frequentando scuole di un certo livello (conosce cinque lingue ed è persona di grande cultura).
Nella vita ha fatto di tutto, eccellendo in vari ambiti: dallo spettacolo, alla musica, televisione, moda, fotografia, pittura, attività teatrale.
E non solo in Italia, dove ha avuto probabilmente il maggiore successo, ma anche in Francia, Germania, SudAmerica. Inizia a metà degli anni 60 a sfilare come modella (grazie a un fisico molto particolare) per Paco Rabanne, Coco Chanel, Yves Saint Laurent, Mary Quant e Karl Lagerfeld, conosce Salvador Dalì con cui trova quello che lei definisce un “matrimonio spirituale”, accompagnandosi per moltissimi anni a lui e alla moglie, venendo immortalata in alcuni suoi quadri, partecipando a suoi progetti cinematografici e alla vita mondana che lo caratterizzava.
Un incontro che aiuta tantissimo Amanda ad inserirsi nel giro che conta, anche se i suoi ricordi non sono del tutto positivi e pure un po' perfidi: v “In verità era molto tirchio, mai un regalo, non mi ha mai dato niente, neanche un quadretto, solo dei fiori. A Dalì piaceva molto il mio osso del bacino.
Quando lo incontrai mi recitò una poesia di Garcia Lorca e io ero cotta e innamorata persa. Fu un amore platonico, lui era impotente, non aveva figli e gli serviva una musa.
Mi ha insegnato l'arte e la filosofia della vita. Io all'epoca facevo la modella e stavo a Londra, nel mio giro si fumavano le canne e lui mi disse ‘basta, d'ora in poi devi bere solo acqua naturale non gasata'.
Mi ha ripulita completamente, mi ha cambiato, io ero molto rock ai tempi”.
Abbraccia la vita e i piaceri della Swinging London, ha una breve relazione con Brian Jones dei Rolling Stones (Mick Jagger e Keith Richards le dedicarono il brano “Miss Amanda Jones” da “Between the buttons” del 1967, ironizzando sull'ascendente che aveva sul compagno di allora, dominato dalla sua già prorompente personalità).
Nel 1973 viene immortalata sulla copertina dell'album dei Roxy Music “For your pleasure”, richiamando l'attenzione di David Bowie con cui avrà, anche in questo caso, una fugace storia d'amore e di letto.
Sarà David a incoraggiarla ad intraprendere la carriera musicale, consigliandole di sfruttare il suo aspetto (il signore se ne intendeva di ambiguità...) per attirare l'attenzione.
“David Bowie è l'unico uomo con cui sono andata a letto che si truccava più di me.
La mia ambiguità mi ha aiutato tantissimo e nasce da me, per farmi pubblicità, perché una che non ha voce e non sa cantare, qualcosa deve fare. Mi serviva per provocare, altrimenti sarei stata dimenticata completamente”.
Registrano insieme anche una canzone, “Star” che non vedrà mai la luce.
Ma la carriera musicale è ormai imminente e nel 1977 arriva all'esordio con l'album “I am a photograph” che contiene il suo più grande successo, “Tomorrow” (brano in chiave discomusic, rimasto tra i più rappresentativi dell'epoca) che sfonda in Italia, la porta al primo posto delle classifiche e la impone come personaggio, seguitissimo da stampa e pubblico, in virtù della succitata ambiguità, sfruttata con grande abilità e soprattutto con stile ed eleganza.
“L’ambiguità? È quando la gente normale non riesce a capire bene cosa sei, chi sei. Io ho sempre dato l’immagine di una donna aggressiva, un po’ maschile nell’atteggiamento.
E la gente pensava: “una donna non si comporta così. Non è una donna vera”.
Nel 1988 ne eseguirà una versione addirittura con i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, dimostrando di non porsi particolari limiti, in nessun ambito.
Diventa una delle tante regine della discomusic, partecipa costantemente a trasmissioni televisive, assurge al ruolo di una vera star.
Nel 1981, per il suo quinto album, decide di lasciare il facile consumo e sonorità comunque in declino e superate, per abbracciare invece (per poco) un ambito che ben si adatta alla sua vocalità e all’immagine.
Con “Incognito” si affida a una new wave elettronica algida, dai toni rockeggianti che la avvicina ai primi Ultravox, ai Roxy Music, a Marianne Faithfull, e dove assimila influenze teutoniche (inclusa la cabarettistica “Berlin Lady” che sembra tratta dal repertorio di Brecht e Weill) e varie sonorità new wave/dark, fino al Bowie del periodo berlinese, in particolare nella suite che copre il primo lato.
L’album è un concept in cui ogni canzone fa riferimento ad un “peccato” (paura, indifferenza, burocrazia, pigrizia, orgoglio, nostalgia, rabbia, avidità, invidia) e che conserva un fascino decadente e un’ottima qualità artistica, soprattutto a livello di sound, ricercato e particolare.
Successivamente continuerà a dedicarsi, seppure saltuariamente, alla musica ma con sempre meno successo e con un repertorio meno personale e distintivo.
Diventa invece un noto volto televisivo, partecipando e conducendo diverse trasmissioni, in particolare quella andata in onda su Rai3 e diventata un cult , “Ars Amanda”, in cui, sdraiata su un letto, si faceva affiancare per lunghe, piccanti e intriganti interviste, da personaggi della politica e dello spettacolo, nostrani e internazionali.
Per lunghi anni sarà personaggio di primo piano in televisione, sia come comparsa in film e fiction (memorabile quella in “Un posto al sole” nel ruolo della Morte) che come conduttrice o giurata (in “Ballando con le stelle”, tra i tanti programmi).
Dipinge ed espone con successo le sue opere nella mostra “Never mind the bollocks, here's Amanda Lear” (parafrasando l'album dei Sex Pistols e, per chi conosce le sfumature dell'inglese, sfruttando di nuovo, con la consueta ironia, il tema dell'ambiguità sessuale). Diventa anche attrice teatrale, sempre con ampi riscontri.
Nel 2016, per pubblicizzare il tour francese dello spettacolo “La candidata”, attraverso una serie di spot televisivi si presenta come aspirante alla presidenza della repubblica, suscitando il consueto clamore, in quanto creduta da pubblico e giornalisti.
Oltre che umanamente molto disponibile, disinibita, aperta, incurante di legacci ideologici o moralisti, sempre in prima fila per buone cause (vedi il supporto alle raccolte di fondi per combattere l'Aids), incurante di eventuali critiche sul disinibito passaggio da ruoli artistici impegnati a quelli estremamente leggeri, ha dimostrato in una lunghissima carriera (ha da poco compiuto 80 anni), di sapere gestire lo scibile dell'arte e dello spettacolo con estrema capacità e competenza.
Le si può probabilmente rimproverare di non avere mai eccelso in un ambito particolare ma nessuno può negare che sia una donna, un personaggio, un'artista che abbia saputo sempre lasciare un segno. E in un'epoca superficiale, fatua, sciocca e melensa come quella che ci perseguita da qualche decennio, è un aspetto che la distingue e la eleva di gran lunga sopra una buona fetta di aspiranti “artisti”.
"Per carità, mai avuta ’sta gran voce, mai stata Mina né la Vanoni. Però ho venduto 28 milioni di dischi.”
Ora che sta affrontando il declino con il consueto saggio distacco e disincanto ci tiene a ribadire un messaggio come sempre forte e diretto:
“Io vivo da sola e non ho bisogno di nessuno, non sono una diva con camerieri, maggiordomo, autista.
Sono libera.”
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venerdì, ottobre 16, 2020
Chris Killip
Ci ha lasciati CHRIS KILIP, grande fotografo che ha saputo documentare al meglio l'Inghilterra degli anni 80, quella tanto agognata da chi pensava di trovarvi un paradiso underground ma che al di fuori di Londra e dei grandi centri era spesso un condensato di povertà, rabbia, problemi incalzanti durante il feroce neo liberismo del governo Tatcher.
Dedicò spesso attenzione alle sottoculture giovanili ritraendo punk e skin, ripresi a Gateshead (cittadina del nord Inghilterra che "fronteggia" Newcastle) allo "Station".
"Venivano vestiti ogni settimana sempre allo stesso modo perché non avevano soldi per permettersi di cambiare abbigliamento".
"I ragazzi sentivano che quel posto gli apparteneva, era il loro spazio, la celebrazione della loro identità di punk. Aveva una grandissima importanza per loro, una cosa che al tempo non riuscivo a capire come posso farlo adesso".
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giovedì, ottobre 15, 2020
Manchester United - Manchester City 0-1 - 17 aprile 1974
APRILE ’74: DECLINE & FALL
Nella primavera del ’74, mentre altrove si scaldavano i motori e salivano le aspettative per il mondiale tedesco in programma a giugno di quell’anno, gli inglesi se ne stavano a leccarsi le ferite, delusi e feriti dalla cocente eliminazione della nazionale nei gruppi di qualificazione a Monaco ’74 e a riflettere sull’effettiva intelligenza del CT Ramsey dopo la sua infelice, a posteriori, uscita sul portiere polacco Toazsewski e un sistema di gioco ormai sorpassato.
Sulle orme della nazionale si stava dipanando un’altra caduta dal piedistallo, quella del Manchester United che, a meno di sei anni di distanza dal trionfo in Coppa dei Campioni, unica squadra inglese a riuscirci fino a quel momento, si trovava in quell’aprile ’74 con un piede in II Divisione.
La difficile successione di Busby, passato alla compagine dirigenziale, si rivelò fallimentare e i primi due incaricati, McGuinness e O’ Farrell, non durarono più di una stagione ciascuna certamente non aiutati dall’ abbandono, uno dopo l’altro, degli artefici dei trionfi late ‘60s e dalla loro sostituzione con giocatori chiaramente non all’altezza.
Tra il ’70 e il ’71 quasi tutti i grandi avevano lasciato, chi ritirato, chi ceduto a squadre meno competitive.
Neppure il ritorno di Busby in panchina era riuscito ad arrestare la pericolosa discesa in classifica della squadra.
Nel dicembre ’72 con il baratro retrocessione spalancato davanti il club ingaggiò, su suggerimento di Denis Law, il carismatico CT della Scozia Tommy Docherty che riuscì a salvarli per il rotto della cuffia.
Confermato, Docherty si trovò poco più di un’anno più tardi a fissare il medesimo baratro, complice l’aumento delle retrocessioni , passate in estate da due a tre.
A fine ’73 Docherty concesse a Law, infortunatosi al ginocchio, la lista gratuita, l’ultima cosa che probabilmente immaginava è che quest’ultimo si sarebbe accordato proprio con i dirimpettai del City, nelle cui file aveva militato ad inizio carriera prima della parentesi granata.
Ma undici anni di militanza con i red devils avevano lasciato un segno indelebile nel cuore del grande scozzese, Pallone d’Oro nel ‘64 ricordiamolo, sentimento ricambiato dai sostenitori che lo avevano ribattezzato senza possibilità di equivoco ‘The King of Old Trafford’.
E lo fu davvero.
A due giornate dalla fine la situazione per i Red Devils appariva ormai compromessa.
20 sconfitte su quaranta partite e il peggior attacco del campionato non lasciavano spazio ad alcuna previsione ottimistica, ma una miniserie di sei risultati utili consecutivi avevano ridato un briciolo di speranza.
Lo United non aveva alternativa se non quella di vincere entrambe le partite e sperare contemporaneamente in due doppie sconfitte di Birmingham e West Ham per evitare di sprofondare in 2 Divisione.
Il primo dei due incontri salvezza, guarda un po', era proprio la stracittadina, in programma sul proprio terreno il 27 aprile, per lo United partita da vincere ad ogni costo e sperare poi in risultati favorevoli altrove.
Old Trafford è gremito la tifoseria, come sempre passionale, risponde in massa all’ appuntamento.
Stretford End piena all’inverosimile, una bolgia ribollente passione.
Passione trattenuta a stento, alcuni tifosi invadono il campo mentre i beniamini di casa si riscaldano nei pressi dell’area sotto la gradinata.
All’altra estremità del rettangolo verde, il grande ex saltella infreddolito, i polsini delle maniche come sempre trattenuti nei pugni; qualche tocco alla palla, una risata.
Lo United è in formazione tipo, la linea d’attacco è composta da Morgan,McIlroy, Macari, Mc Calliog e Daly, che fino a lì non erano riusciti a combinare granchè.
City pure in formazione tipo con una linea d’attacco questa si di qualche valore, pur se un tantino attempata: Summerbee, Bell, Lee, Law e Tueart, una posizione di classifica più tranquilla, sei punti in più dei rivali, e salvezza già acquisita.
Nient’altro per cui giocare se non la supremazia cittadina e la ghiotta occasione di spingere definitivamente i rivali nel burrone.
Lo United comincia col piede giusto ed esercita pressione.
Su angolo calciato da Morgan, Corrigan esce male, la palla è svarionata e finisce tra i piedi di Macari il cui lob viene respinto sulla linea dalla difesa ospite.
Quindi bello spunto sulla destra di Daly che mette un bel cross sul primo palo, ci si avventa dritto McIlroy, colpisce di testa , fuori di un soffio.
La pressione esercitata nel primo tempo si rivela comunque, come era successo per tutto il campionato, priva di efficacia e la difesa ospite se la cava.
Su un tiro di Oakes dal limite si chiude la prima frazione.
Birmingham City, West Ham e Southampton sono tutte andate al riposo in vantaggio, non è detto quindi che un eventuale miracolo qui, nella poco probabile forma di un golletto-vittoria, possa bastare.
La prima azione del secondo tempo è di McIlroy in area, va sul fondo, cerca di girarsi ma l’attento Booth lo ferma in angolo.
Sul tiro dalla bandierina c’è la migliore occasione della partita per lo United: palla spiovente in area, Holton controlla e serve McIlroy che si gira fulmineamente staffilando in porta, Corrigan è battuto, ma Barrett respinge sulla linea.
End to end now, Corrigan serve Summerbee che riparte al galoppo, porta palla, quindi apre sul lato sinistro per Tueart che stoppa di petto in corsa, entra in area e batte sull’uscita d Stepney, la palla colpita toppo d’interno finisce molto lontano dal palo alla sinistra del portiere.
Il City prende il controllo, una fuga di Barrett verso il fondo viene sventata in angolo.
Sul tiro dalla bandierina la palla sorvola l’area e giunge sui piedi di Tueart appostato al limite.
Il suo pallonetto si stampa sulla traversa.
Quindi un gran tiro in corsa dal limite, ancora di Tueart, è sventato bene da Stepney.
Poi, ciò che nessuno dei presenti, sebbene probabilmente ormai rassegnato alla retrocessione, osava immaginare si materializza.
All’ 80’ Booth ferma un’incursione di Morgan nella propria metà campo e serve Summerbee.
Da questi a Bell che riceve a cavallo della linea mediana e avanza trenta metri palla al piede e giunto ai venti metri evita un avversario e serve Lee.
Law si sposta verso il dischetto portandosi dietro un avversario e aprendo la via a Lee che scatta in diagonale inseguito da Buchan, quindi mette in mezzo dove proprio Law, al limite dell’area piccola spalle alla porta, trafigge Stepney di tacco.
Non c’è esultanza, Law rimane fermo, le braccia abbandonate lungo i fianchi, un espressione di incredulità stampata in faccia.
Non crede che il pallone possa essere entrato.
Sopraggiunge Bell che si congratula con lui abbracciandolo, lui non se ne da per inteso.
Bell gli molla un paio di schiaffetti sotto il mento come a dire ‘coraggio dai, esulta’, Law non lo guarda nemmeno con l’espressione di chi sta pensando ‘ Lasciami perdere coglione’.
Ne arrivano altri tre, lo abbracciano, forse il solo Lee capisce e non insiste.
Centinaia di tifosi si riversano in campo dalle due gradinate.
L’arbitro non fa riprendere il gioco, chiama a se i giocatori invitandoli ad uscire e si avvia a bordo campo, parlotta con Docherty e qualche altro.
Matt Busby dagli altoparlanti invita il pubblico a sgombrare il terreno di gioco, la folla si disperde e riprende posto in gradinata.
Si riprende.
Law è scosso, sconsolato, rientra con gli altri, ma resta fermo, impalato, uno zombie.
Dopo pochi secondi, incurante della partita ripresa, si avvia a testa bassa verso gli spogliatoi, lo sostituisce Henson.
Dirà più tardi Rodney Marsh quel giorno in panchina infortunato:
‘ Riuscii a vedere Denis da stare in panchina, sbiancato in faccia, sembrava avesse visto un fantasma. Vagava per il campo, incosciente di dove fosse e cosa stesse facendo. Dissi a Tony Book che mi sedeva accanto: toglilo, è completamente andato. Negli spogliatoi era infelice come non lo avevo mai visto. Era sconsolato, mi disse che solo un’altra partita prima di quella lo aveva fatto sentire così male ed era quella in cui l’Inghilterra vinse il mondiale.’
La partita riprese, una bomba fumogena esplose nella Stretford End, all’ 85’ un’altra più massiccia invasione costrinse l’arbitro a fermare di nuovo l’incontro.
Una volta rientrato negli spogliatoi, il Sig. Smith, dopo aver appreso i risultati dagli altri campi che condannano lo United alla retrocessione qualsiasi sia il risultato della partita in corso, dichiara chiuso l’incontro.
Il 3 maggio la FA omologò il risultato.
Il gol di Law risultò ininfluente per la retrocessione dello United.
La vittoria contemporanea del Birmingham City sul Norwich avrebbe reso inutile anche un’eventuale vittoria.
Ovviamente al momento del gol nessuno in campo ne era consapevole.
Per Law fu l’ultima partita in campionato.
Il gol di tacco fu l’ultimo tocco che diede ad un pallone dopo diciannove anni di carriera, 602 partite e 303 gol.
Un gol che non avrebbe mai voluto segnare come dichiarò poi: ‘Dopo diciannove anni passati a tentare di tutto pur di segnare, quella fu l’unica volta in cui sperai davvero che la palla non entrasse.’
Al giornalista che gli chiese quanto durò la tristezza per quel gol rispose:
‘Quanto tempo fa fu quella partita? Quella è la tua risposta.’
Una chiusura triste e beffarda per una carriera contraddistinta, tra le altre cose, da un sincero gusto per la beffa sportiva, un buonumore contagioso e la risata sempre pronta e stampata in faccia.
Manchester, Old Trafford – 17 aprile 1974
1st Division – 41ma Giornata
Manchester United 0-1 Manchester City
Manchester United: Stepney, Forsyth, Houston, Greenhoff, Holton, Buchan, Morgan, Macari, McIlroy, McCalliog, Daly - All. Tommy Docherty
Manchester City: Corrigan, Barrett, Donachie, Doyle, Booth, Oakes, Summerbee, Bell, Lee, Law (83’ Henson), Tueart - All. Tony Book
Arbitro: D. Smith (Gloucestershire)
Reti: 82’ Law (MC)
Spettatori: 56.966
Playlist:
I wanna be adored – Stone Roses
True faith – New Order
What difference does it make? – The Smiths
Don’t look back in anger – Oasis
Two words collide – Inspiral Carpets
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mercoledì, ottobre 14, 2020
Matteo Ceschi - Note per salvare il pianeta
Per lungo la sensibilità nei confronti dell'ambiente è stata trascurata dalla musica.
Con l'eccezione del pericolo nucleare che, dagli anni 50 in poi, ha stimolato non pochi artisti a comporre canzoni per avvisare del pericolo incombente.
E' solo a cavallo dei 60 e dei 70 che inizia la consapevolezza di quanti abusi si compiano sul Pianeta, in nome del profitto.
Nascono Greenpeace, concerti come No Nukes e decine di musicisti abbracciano una nuova visione "verde".
Matteo Ceschi ripercorre il cammino della canzone "green" attraverso un riuscito cammino fatto di domande e risposte.
Decine di titoli, episodi, dischi sconosciuti, musicisti insospettabili per un libro interessante, esaustivo e stimolante.
Interessante il ruolo particolarmente attivo di band del circuito punk, hardcore, metal, dai Dead Kennedys, ai Napalm Death, Conflict, Nuclear Assault, Testament.
Matteo Ceschi
Note per salvare il pianeta
Vololibero Edizioni
16 euro
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martedì, ottobre 13, 2020
Virgilio Savona, Corrado Pani, Odis Levy - Pianeta pericoloso
VIRGILIO SAVONA è stato uno dei più brillanti compositori italiani del '900, conosciuto più per la sua attività (e successo) con il Quartetto Cetra, ma che negli anni ’70 intraprese un percorso impegnato, con testi duri ed estremi e una poetica militante, dal linguaggio diretto e senza freni inibitori.
Già con i Cetra compose e incise una canzone dedicata ad Angela Davis, "Angela" per poi fondare l'etichetta, sussidiaria della Vedette, I Dischi dello Zodiaco, simile a I Dischi del Sole, per dedicare spazio a opere politicamente impegnate.
"Pianeta pericoloso" esce nel 1969, si avvale di dodici brani di Virgilio Savona ("composti in cinque anni ispirati di volta in volta ad avvenimenti politici e sociali strettamente collegati a problemi internazionali quali l'incubo atomico"), recitati dall'attore Corrado Pani (da qualche anno padre di Massimiliano, avuto con Mina), ai tempi indirizzato verso un'attività di impegno, tra Visconti e Strehler, e cantato da uno sconosciuto studente universitario, Odis Levy, militante nel movimento studentesco.
Un concept militante (vedi il brano "Sotiris Petrulas" dedicato all'antifascista ucciso nel 1965 dalla polizia greca), anche antesignano dell'impegno ecologista, che emerge in molti brani, prevalentemente suonato con pianoforte e voce, con arrangiamenti scarni e un approccio molto teatrale.
La storia di un alieno che arriva sulla terra alla ricerca di un contatto ma, di fronte a ciò che trova, preferisce andarsene velocemente.
Molto intenso, coraggioso e interessante.
Il blog ha già parlato di Virgilio Savona qua:
http://tonyface.blogspot.com/2014/09/virgilio-savona.html
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Dischi
lunedì, ottobre 12, 2020
La musica ai tempi del Covid
Si è parlato a lungo dei danni, spesso irreparabili, all'economia dello spettacolo causati dalla pandemia, purtroppo ancora in corso e con segnali poco incoraggianti riguardo a una fine imminente.
Il governo e una serie di artisti si sono vagamente mossi con promesse, sussidi, buone intenzioni, eventi (spesso finalizzati all'autopromozione più che all'aiuto effettivo delle maestranze e degli addetti allo spettacolo).
I nodi stanno venendo drammaticamente al pettine.
La recondita e ottimistica speranza che fosse tutto finito e che la normalità stesse per tornare, si sta letteralmente schiantando contro una realtà che lascia poco spazio a felici aspettative.
Si preannunciano un inverno e una primavera senza concerti, per i quali, se “andrà tutto bene” sembra più probabile dovere attendere la prossima estate. Le conseguenze sono devastanti per un settore già da tempo in bilico e in crisi. Le cifre sono impressionanti.
In Italia, 250.000 famiglie hanno perso il lavoro, cali del fatturato del 100%, danni per 650 milioni che lievitano a 2 miliardi e mezzo, calcolando anche l'indotto (dati a cura di AssoMusica).
Un terzo dei musicisti britannici professionisti sta valutando la possibilità di rinunciare alla propria carriera a causa del coronavirus.
Un sondaggio condotto su 2.000 membri dell'Unione dei musicisti ha rilevato che il 34% "sta considerando di abbandonare completamente il settore", a causa delle difficoltà finanziarie che devono affrontare durante la pandemia, poiché le opportunità di esibizione sono fortemente ridotte.
Quasi la metà ha già trovato lavoro al di fuori del proprio settore e il 70% non è in grado di svolgere più di un quarto del proprio lavoro abituale. L'87% dei musicisti coperti da programmi di sussidio per il licenziamento e per il lavoro autonomo afferma che dovranno affrontare difficoltà finanziarie quando i programmi dovrebbero terminare in ottobre.
In tutto il mondo la situazione è identica.
I locali chiudono, non potendo sopportare ulteriori periodi di sosta, i pochi concerti vengono pagati sempre meno, non potendo gli organizzatori accogliere più di un certo numero di persone, né alzare troppo il costo dei biglietti.
Chi svolge o svolgeva un'attività professionistica o comunque continuativa, si trova costretto, per vivere, ad abbandonare la carriera musicale.
Parallelamente gli ultimi anni, che hanno di fatto decretato la fine o comunque la decadenza della vendita dei supporti fisici (CD o vinili), hanno comportato la necessità per tutti quegli artisti che non possono contare su case discografiche potenti e ricchi budget promozionali, di vendere i propri prodotti tramite i concerti.
Non potendolo più fare, è venuta meno anche la potenziale (ed essenziale) entrata economica della vendita diretta, basilare per arrotondare i cachet non propriamente ricchi.
Una buona fetta dei gruppi e musicisti meno conosciuti ha sempre lavorato “in nero”, perlomeno parzialmente, non diventando pertanto un soggetto fiscalmente riconosciuto. Di conseguenza impossibilitato ad accedere ad eventuali aiuti statali.
Infine: i gruppi medio/alti hanno spostato i tour di un anno, dal 2020 all'inizio estate 2021, intasando di fatto il calendario del prossimo anno, impedendo la possibilità di avere spazio per tutte le nuove realtà.
Una situazione che sta creando una tabula rasa epocale, già iniziata da qualche mese.
Alla quale difficilmente in molti riusciranno a sopravvivere: artisti, gruppi, manager, proprietari di impianti voci e luci, uffici stampa, locali, festival.
Altrettanto difficilmente sarà sufficiente un aiuto istituzionale.
A quali soggetti destinare eventuali fondi?
A chi veramente andranno?
E con quale criterio?
Nel frattempo, in un' isterica e scomposta reazione, nell'ultima settimana, in Italia, sono stati pubblicati (fisicamente o solo digitalmente) un centinaio di nuovi album di gruppi “indipendenti”. Materiale destinato a un immediato oblìo o a marcire in casa degli autori.
La nave affonda, l'acqua ha invaso le stive e i locali motori.
L'ultimo bagliore di un sole che muore.
Vedremo se dopo tre giorni qualcosa poi risorge.
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Di cosa parliamo quando parliamo di musica
sabato, ottobre 10, 2020
White Riot di Rubika Shah
Ottimo doc sulla nascita del movimento ROCK AGAINST RACISM che culminò mediaticamente con il famoso concerto a Victoria Park con Clash (con Jimmy Pursey degli Sham 69 a cantare "White riot"), X Ray Spex, Steel Pulse (di cui vediamo però poche immagini, presumibilmente per questione di diritti).
Il risorgere dei fascisti del National Front, la superficialità di certe dichiarazioni di famose rockstar (Eric Clapton in primis con il suo appoggio a Enoch Powell), crearono un movimento dal basso, sempre più numeroso, attivo e seguito.
In "White Riot" ci sono la storia, i protagonisti (anche un Topper Headon in ottima forma), bellissime immagini d'epoca.
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=E2weyH9QcII
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Film
venerdì, ottobre 09, 2020
Daniele Vecchi - Federico ovunque
Il 25 settembre del 2005, a Ferrara, FEDERICO ALDROVANDI viene assassinato a manganellate da quattro poliziotti: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto (condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi" e al risarcimento alla famiglia ma reintegrati nella polizia di Stato).
Il delitto viene coperto e insabbiato per lungo tempo, grazie anche a una macchina del fango che gettò per anni discredito su Federico e la famiglia.
Il libro ripercorre la vicenda e soprattutto evidenzia il supporto che diedero fin da subito la Curva Ovest della Spal e i Nuf della squadra del Ferrara Basket, impedendone l'oblìo e l'archiviazione.
Progressivamente il volto di Federico incominciò ad apparire in decine di curve (di calcio, basket perfino dell'Ambri Piotta di hockey su ghiaccio svizzero), tenendo in vita la memoria e soprattutto dando impulso alla scoperta della verità.
Federico e la sua famiglia hanno scoperto un mondo di solidarietà, incondizionata e totalmente trasversale, hanno toccato con mano cosa significa essere sostenuti, essere creduti, essere stretti in un unico abbraccio di amore fraterno e di vicinanza d'animo.
A fianco della vicenda di ALDRO viene elencata una lunga serie di altri morti ammazzati o ragazzi violentemente percossi durante scontri con la polizia (o presunti tali) intorno agli stadi.
Gli ultras sono il laboratorio dove sperimentare tecniche di repressione e dove portare il livello dello scontro e dell'impunità ad un livello sempre più alto.
Daniele Vecchi
Federico ovunque
HellNation Libri
15 euro
Il mio blog si occupò del caso Aldrovandi ricordandolo esattamente un anno dopo, nel 2006 (insieme a quello di Paolo Scaroni che, per fortuna, si è salvato):
http://tonyface.blogspot.com/2006/09/verit-per-aldro-verit-per-paolo.html?m=0
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Libri
giovedì, ottobre 08, 2020
Statuto - Balla/Io Dio/Tu continuerai
RIPORTANDO TUTTO A CASA ricorda alcuni episodi artistici della mia modesta carriera musicale e affini, rimasti nascosti e dimenticati nel tempo.
Nel 1985, all'indomani della chiusura, dopo 17 numeri, della fanzine "Faces", fondai con Davide Olla, Francesco Nucci e l'appoggio di Filippo D'Andria la Delta Tau Kay (DTK), "associazione Mod", nata con l'intento di organizzare eventi, raduni, serate, per sostenere in modo più professionale la scena mod italiana.
Il primo passo fu la stampa di un bollettino mensile, "Sweetest feeling", che fungesse da organo informativo su tutto quanto accadeva nella scena italiana (e non solo), in considerazione di un aumento esponenziale degli eventi in tutta la penisola, tra concerti, serate, raduni etc.
Per sostenerci economicamente incominciammo a stampare cassette compilation in cui, grazie, soprattutto, alla collezione di dischi di Francesco Nucci, riuscimmo a fare conoscere a moltissimi ragazzi e ragazze una lunga serie di rarità Northern Soul e Soul.
Gli utili (come accadeva nella stragrande maggioranza dei casi nell'ambito delle sottoculture) venivano immediatamente dirottati su nuove iniziative, visto che il concetto di profitto ci era totalmente alieno.
Con due Lire messe da parte decidemmo così di investire in ambito discografico, producendo un DISCO MOD.
La scelta cadde sugli STATUTO, reduci da una feroce, ingiustificata ed esagerata stroncatura su "Faces" da parte di uno dei redattori.
La band era ancora acerba ma ci affascinarono la loro urgenza, passione, onestà e combattività stradaiola.
Per risparmiare, le copertine furono stampate da Francesco nella tipografia in cui lavorava e poi incollate a mano a una ad una (talvolta con risultati discutibili).
I dischi furono venduti praticamente a mano agli eventi o spediti ai richiedenti.
Non abbiamo mai tenuto una precisa contabilità (figuriamoci...) ma le 500 copie alla fine sono andate praticamente tutte esaurite.
Iniziava la carriera degli STATUTO.
OSCAR
Per chi si era messo a creare un gruppo e a suonare per far conoscere il Modernismo,come noi Statuto, essere pubblicati come prima produzione dell'unica etichetta mod italiana fu un successo totale, un riconoscimento, una legittimazione, direi un'investitura che mi e ci diede la forza,oltre che la voglia, già di per sé enorme, di andare avanti a dispetto di ostacoli, avversità esterne e carenze tecniche.
Senza la pubblicazione di "Io dio" da parte della DTK, non avremmo avuto la storia che ne è seguita.
Contestualizzando il periodo, garantisco che fui ancora più gratificato di quando vidi il nostro nome in hit-parade.
Il gruppo mod che viene pubblicato dall'etichetta mod, fu una gioia infinita!
Tra l'altro, seguiti in modo quasi professionale dall'etichetta stessa.
Ricordo le foto sul cavalcavia di Porta Susa una domenica mattina e tutto il lavoro grafico di Francesco Nucci.
Musicalmente,la registrazione è piuttosto acerba ma molto caratterizzata, con fiati,cori e un gran dispiego di tastiere,perché suonate da Arrigo Tomasi, ottimo musicista e proprietario dello studio dove registrammo (tra l'altro fu colui che ci diresse sei anni dopo al Festival di Sanremo).
Il modo di cantare di Francesco era aggressivo ma limpido, Naska già denotava notevole talento, Skeggia aveva l'attitudine giusta per il nostro suono e io col basso (tra l’altro,per la registrazione mi venne prestato il Fender da Gigi Restagno) mi arrangiavo, non avendolo mai studiato, ma importando la mia tecnica appresa dallo studio del contrabbasso, del quale mi ero appena diplomato in Conservatorio.
A livello compositivo, "Io dio" ( già apparsa nel demo tale "Torno Beat" del 1984), era scontata musicalmente (classico giro R&B con riff suggerito da Arrigo, ma in realtà copiato dalla canzone "Let's spend the night together" dei Rolling Stones che, giuro solennemente, non conoscevo), ma con un testo efficace, ben sintetizzato e immediato.
Senso di vita mod, senza esasperazioni ma estremamente credibile.
"Balla" era più pop, scritta su tre accordi e particolarmente adatta al coro da stadio nel finale, col testo ispirato dal servizio militare obbligatorio che colpiva tutti noi in quel periodo, nello specifico il nostro amico Andrea Napoli.
Credo che il brano più bello fosse "Tu Continuerai" ispirata e dedicata da me a Lele, il mod che mi invitò a frequentare Piazza Statuto e mi spiegò, raccontò e illuminò ai miei esordi.
Un testo di questo tipo, scritto a 21 anni mi rende particolarmente orgoglioso.
Specchiandomi nell'amico che mi illuminò sul Modernismo, rivendicavo la nostra totale estraneità alla massa, la nostra fiera appartenenza a un mondo tutto nostro e libero con la capacità di non farsi mai mettere all'angolo e senza mai farci ghettizzare.
Tutt'attorno invece un mondo che predica il contrario della direzione mod e quindi ci gridano "Che è finita" ma di sicuro non muteranno la nostra e noi continueremo.
Infatti abbiamo continuato....
NASKA
Ammetto di avere davvero pochi ricordi e anche confusi in merito alla pubblicazione di "Io Dio".
Era un periodo un po’ critico per me tanto che per un paio di mesi della prima metà mesi del 1986 addirittura pensai che il modernismo non fosse la mia dimensione tanto da temporaneamente abbandonare Piazza Statuto e la band.
Per fortuna fu una crisi passeggera, che però oggi mi impedisce di avere aneddoti personali da raccontare su questo progetto.
L'unica cosa che ricordo precisamente sono le foto di copertina scattate una domenica mattina invernale sul ponte (ormai abbattuto) vicino alla stazione di Porta Susa.
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Riportando tutto a casa
mercoledì, ottobre 07, 2020
Davide Romagnoni - Ma quale vacanza d'Egitto?!
Davide Romagnoni è la storica voce dei Vallanzaska, nonchè autore per programmi televisivi, comici e non.
Nell'autunno del 2015, durante una vacanza a Sharm El Sheik, per un'inconsapevole leggerezza finisce nelle maglie della polizia egiziana.
Imprigionato, maltrattato fisicamente e psicologicamente, abbandonato dalla nostra ambasciata, trascorre alcuni giorni da incubo tra disperazione e isolamento.
Alla fine se la cava, grazie anche a uno spirito che riesce a tenerlo (quasi) sempre su di morale.
Il libro è un minuzioso e appassionante racconto di quanto subito, gli incontri e la solidarietà tra prigionieri, dettagli raccapriccianti e pesanti torture psicologiche, in mezzo a cui spuntano l'innata ironia di Davide ad alleggerire un quadro angosciante.
Poco mesi toccherà a Giulio Regeni e a lui andrà molto peggio.
Davide Romagnoni
Ma quale vacanza d'Egitto?
Prospero Editore
14 euro
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Libri
martedì, ottobre 06, 2020
Il Mortara in serie C
ALBERTO GALLETTI scava nel calcio Pavese e ci porta ai "fasti" del MORTARA di un po' di anni fa.
Che la provincia di Pavia sia, in ambito nazionale, calcisticamente terzo mondo è sempre stato uno dei miei crucci.
Se consideriamo le squadre, quella del capoluogo non è mai stata in Serie A e può vantare cinque misere stagioni in Serie B, l’ultima nel ’55, solo Sondrio tra i capoluoghi di provincia ha fatto peggio non essendo mai stato in B.
Neppure con le novità geografiche e le ultime tre province lombarde, Lodi e Monza, le cose non cambiano: vero che Fanfulla e Monza non sono mai state in A, ma hanno fatto molta più B del Pavia, specialmente i brianzoli che in B ci hanno abitato quasi sempre. vIl Lecco ha fatto tre campionati di Serie A.
C’è qualcosa tra i calciatori, Garlaschelli che vinse lo scudetto con la Lazio nel ’74.
Virginio de Paoli da Certosa centravanti titolare nella Juve scudettata del ’76 e qualche bella stagione a Brescia.
Moschino, grande carriera tra Novara e, soprattutto, Toro.
Negli anni trenta Valentino Sala che giocò con Genoa e Inter.
Suo figlio Beppe, mia cara e vecchia conoscenza fece una bella carriera in B con qualche puntata in A e in C e giocò in tutte e tre le squadre di cui mi importa veramente qualcosa in Italia e nelle quali avrei sempre voluto giocare anche io: Genoa, Alessandria e Pro Vercelli; devo ammettere che gliel’ ho sempre invidiata.
Il suo amico Maestri: Sampdoria e, mi pare, Palermo.
Poi altri: Pozzi, Mascheroni, Lanzi, Carrera, Regali e poi i pionieri lomellini Rampini, Binaschi, Ticozzelli questi si di grandezza assoluta ai tempi loro.
Ci sarebbe poi Piola, nato a Robbio vero, ma erano gente di Vercelli e rientrarono in città quando Silvio aveva un anno.
Poi c’è stato Brera si, l’ho sempre amato e ammirato.
Sempre stato orgoglioso delle sue origini bassaiole, cinque chilometri da qui, dieci minuti in bici.
Ma, uno: non ha mai giocato e, due: alla fine tutto quello che era, fece e diventò lo fece a Milano e grazie a Milano, Pavia e provincia c’entran niente o quasi.
Niente di male, l’ affinità da principi della zolla rimane.
Per quel poco che abbiamo avuto, tornando al calcio giocato, in provincia la capitale è sempre stata Vigevano: undici campionati di Serie B tra il 1931 e il 1959 ne formarono al tempo il pedigree, più altri diciannove di C.
Vigevano, Lomellina.
Della quale, benchè ne sia il centro più grande, noto e in passato più industrializzato, non è mai stato capoluogo.
Onore toccato per quei quarant’anni scarsi in cui fu Provincia a Mortara, più centrale, più profondamente agricola, più tipicamente lomellina.
Sono questi, posti che visitavo quando, in età scolastica, accompagnavo mio padre nei suoi itinerari di lavoro nei miei periodi di vacanza e, ragazzino delirante per il calcio, mi emozionavo leggendo il nome delle città più o meno circostanti sui cartelli stradali.
A Mortara si leggevano, e si leggono ancora, cartelli per Alessandria, Casale, Vercelli, Novara.
Anche altri, ma soprattutto questi: il Quadrilatero Piemontese!
Ora, se disegniamo il quadrilatero, Mortara ne resta appena fuori, in realtà essendo un quadrilatero immaginario e come se vi si trovasse al centro.
Calcisticamente, però, niente.
Forse la posizione a ridosso di questi ex-giganti del calcio italiano ha sempre tarpato le ambizioni calcistiche mortaresi, forse.
Certo con squadre del genere a un tiro di schioppo, è facile immaginare come i talenti, a Mortara e dintorni, se mai ce ne sian stati, prendessero velocemente altre strade.
E così sia!
Ho sempre amato la grandezza del Quadrilatero.
Fondata nel 1920, l’ AC Mortara ha vissuto i suoi momenti migliori tra la fondazione e il 1954, anno in cui fu retrocessa dalla Promozione Lombarda, non esisteva la Serie D, alla Prima Categoria.
Seppe ritagliarsi lembi di fama e di gloria nell’immediato secondo dopoguerra, grazie anche all’organizzazione approssimativa e fortunosa dei campionati, necessariamente allargati ad un’infinità di gironi predisposti per poter agevolare le difficoltà di spostamento dell’epoca.
Iscritta alla Serie C nella precaria stagione 1945/46 finì 5° nel girone F e sorprese tutti nel 1946/47 vincendo il Girone D e qualificandosi agli spareggi per la promozione alla Serie B.
Inserita nel mini girone con Monza e Vita Nova Ponte S.Pietro, perse l’incontro d’esordio con questi ultimi all’Arena di Milano, 4-2 il finale.
Bella ed inutile la vittoria sul Monza (2-0) in virtù del pareggio 0-0 tra questi ultimi e la Vita Nova che fu così promossa.
Ma era comunque una Serie C frammentatissima in una miriade di gironi, 266 squadre tra nord, centro e sud, troppe per poter dare un qualche valore.
Troppe anche in B, 54: tre gironi, come la C odierna.
Di tutt’altro valore fu invece il secondo posto del 1947/48 che dava accesso alla nuova Serie C che a partire dal 1948/49 avrebbe avuto 82 squadre suddivise in soli quattro gironi nazionali.
Non ci furono quindi promozioni in B nel 1947/48, solo le prime due di ogni girone si sarebbero qualificate alla serie C nazionale della stagione successiva.
Il Mortara allestì una squadra interessante, ovviamente con restrizioni e peculiarità dell’epoca.
Attorno al veterano professionista Piero Colli, un vigevanese che aveva un sacco di esperienza di Serie B con i ducali, ma anche di A con Lucchese e Inter, erano arrivati l’attaccante Collimedaglia, ragazzo del posto che aveva girovagato un po e alla fine del conflitto si era ritrovato ad Arezzo; Giovanni Cuzzoni , vun dal Bùrg, che diventerà una leggenda del calcio pavese; oltre a Di Cuonzo e Mascherpa lasciati liberi dal Vigevano.
A loro si aggiungevano elementi locali e un certo Annibale Frossi in panchina. L’interessante ensamble fece un campionatone e finì secondo dietro al Casale, qualificandosi alla Serie C nazionale del 1949/50.
Frossi, oro a Berlino con gli azzurri ed ex-colonna dell’Ambrosiana in Serie A, in cerca di una via verso la sua affermazione come tecnico, lasciò a fine stagione per Monza.
Al suo posto il presidente Colli ingaggiò Oreste Barale che fece il percorso inverso di Frossi da Monza.
Barale era stato un grande mediano della Juventus, con la quale aveva vinto gli scudetti del ’26 e del ’31, prima di essere ceduto all’Alessandria; e aveva giocato solo in Serie A.
Ad Alessandria divenne un idolo della tifoseria che ne apprezzava le doti di infaticabile ed onesto gregario, ruvido ma corretto, fu capitano dei grigi.
Dunque una grande personalità per la panchina di questo Mortara 1949/’50 e una stagione da incorniciare, terzo posto nel girone A (22 squadre) a soli tre punti dal Fanfulla promosso.
Per la stagione successiva furono ingaggiati gli attaccanti Biraghi, che aveva giocato nel Milan dieci anni prima e poi nel Padova ma era fermo da qualche anno, e Bonelli, un novarese che veniva dalla Pro Patria in Serie A.
Fu una grandissima stagione che il Mortara condusse al vertice e terminò al primo posto, 55 punti, a pari merito con il Seregno.
Ma il finale di stagione fu drammatico, le ristrettezze economiche non consentirono alla squadra di affrontare le spese per andare a giocare lo spareggio a Milano!
E in Serie B, stavolta a girone unico e di tutt’altro valore rispetto a due anni prima, ci andò il Seregno a tavolino.
Io non riesco a crederci.
Gli strascichi della rinuncia del giugno precedente si protrassero nella nuova stagione, che si annunciava difficile, viste le ristrettezze economiche, ma i giocatori, inizialmente,erano rimasti e anche l’allenatore.
A nobilitare quel campionato di Serie C, un prestigioso imprevisto nella forma e sembianze dell’ US Alessandria, inopinatamente caduta dalla Serie B nella stagione precedente.
Ed ex-squadra di Barale.
Dunque eccoli qui i Grigi, una delle formazioni più prestigiose del calcio italiano, una società che mai prima di allora aveva calcato i campi della terza serie, decisamente poco consoni a cotanto blasone, ma tant’è, così è lo sport.
Domenica 15 ottobre 1950 è davvero una giornata particolare per Mortara.
Al Campo Sportivo Comunale l’ Alessandria è ospite in campionato, è prima in classifica, favorita sia in campionato che per la partita e annunciata con numerosissimo pubblico al seguito.
L’attesa creata per l’avvenimento fu grande, gli sportivi alessandrini seguirono in massa la squadra, quelli di casa risposero ottimamente ma vennero sovrastati numericamente 1 a 3.
Il Mortara giocò una partita gagliarda e mise alla frusta per tutto l’incontro, ma specialmente nel primo tempo, i più quotati ed illustri avversari che faticarono a contenere l’urto degli avversari su un terreno difficile al quale non erano abituati.
I padroni di casa battono il calcio d’inizio e sull’avanzata Ravasi tira una tremenda legnata che colpisce la traversa.
La palla rimbalza in campo, ci si fionda Biraghi che di testa infila il gol dell’ 1-0, è passato poco più di mezzo minuto.
Lo stupore dei supporters alessandrini è grande almeno quanto l’esultanza dei tifosi di casa.
Quindi al quarto d’ora Biraghi serve un pallone perfetto a Bonelli che staffila imparabilmente da appena dentro l’area per il 2-0.
Per l’Alessandria è notte fonda, la corsa gagliarda degli avversari li mette n crisi, la palla sta poco per terra, un rush ‘n push inglese ante litteram in salsa lomellina. La difesa grigia è frastornata, ancorchè incompleta.
Le assenze del centromediano Vitto e della sua riserva Bagliani hanno costretto Cargnelli a schierare Scarrone in quella posizione, ma il reparto fa acqua. Fortunatamente per loro Giorcelli è abbastanza in palla e sventa altre tre clamorose occasioni gol che Vay, non in grande giornata, sciupa malamente.
Cargnelli corre ai ripari e porta Guaschino in posizione di centromediano scambiandolo di posto con Scarrone, l’equilibrio di squadra migliora e i grigi riescono a proporre qualche controffensiva senza lasciare sempre il fianco scoperto. Già al 27’ combinazione Albertelli-Savoini, quest’ultimo centra bene in area dove Giraudo di testa insacca il pallone del 2-1.
Nel secondo tempo l’Alessandria, rinfrancata dal nuovo assetto tattico e accostumata al terreno scende in campo con tutt’altro piglio.
In un crescendo costante, aumenta l’intensità delle proprie offensive, e trova il gol del pareggio con Savoini su azione e assist dell’ala Daina.
Poco dopo viene espulso Mascherpa e il Mortara che comunque godeva di una condizione fisica inferiore a quella dei più quotati avversari comincia a cedere.
L’Alessandria spinge a fondo e costruisce altre occasioni.
Poi con un bel serrate finale assedia la porta di Rossi ma la difesa lomellina resiste con grande caparbietà e riesce a condurre in porto un pareggio meritato.
Un partitone!
Il pareggio naturalmente non accontenta nessuno, così come la stagione che si rivelerà deludente per entrambe le squadre.
L’Alessandria finirà quarta, mai in lotta veramente col trio di testa e il Mortara, dopo questa prova di orgoglio, smarrirà la strada schiacciato da una condizione economica drammatica e finirà ultimo in classifica retrocedendo in Promozione.
Non si risolleverà mai più.
Campionato di Serie C 1950/51, 4° Giornata – Girone A
Mortara - Stadio Comunale, 15 Ottobre 1950
AC Mortara: Rossi; Re, Galletti, Mascherpa, Crippa, Tacchino; Zorzolo, Ravasi, Vay, Bonelli, Biraghi.
All. Oreste Barale
US Alessandria: Giorcelli; Scarrone, Gabbiani, Arezzi, Guaschino, Pietruzzi; Dania, Albertelli, Giraudo, Soffrido, Savoini. All. Tony Cargnelli
Reti: 1’ Biraghi (M), 16’ Bonelli (M), 26’ Giraudo (A), 67’ Savoini (A)
Note: Espulso Mascherpa (M) al 70’.
Spettatori: Oltre 4.000, di cui 3.000 provenienti da Alessandria
Arbitro: Mazzoni (Parma)
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Grandi partite dimenticate
lunedì, ottobre 05, 2020
Charles Manson
Riporto l'articolo scritto ieri per il quotidinao "Libertà".
Premessa:
Charles Manson è stato solo un volgare assassino, sadico criminale, in preda a deliri psicotici, mutuati da un abuso smodato di sostanze stupefacenti.
Fu il mandante e responsabile indiretto, alla fine degli anni 60, di omicidi e stragi efferate, la più famosa delle quali vide vittima l'attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky.
Eppure, nonostante l'evidenza, il suo nome e il suo personaggio, hanno sempre avuto una notevole fascinazione nel contesto “rock” e cinematografico (lo troviamo, pur se, caricaturizzato e irriso, anche nel recente gioiello di Quentin Tarantino “C’era una volta…a Hollywood”)
. L'attrazione per l'estremo e il malefico, l'ignoto e il proibito, lo hanno elevato a un'icona, negativa e repulsiva, spesso utilizzata da musicisti e artisti per pura provocazione e per attirare l'attenzione. Anche se non mancano gli esempi di malcelata ammirazione.
Un'adolescenza devastata e devastante, abbandonato dal padre e con la madre impegnata a sopravvivere tra furti e prostituzione, Charles si arrabbattò tra piccoli atti criminali che lo portarono spesso in carcere. Quando a poco più di trent’anni, nel 1967, fu rilasciato per l’ultima volta, aveva passato più tempo in carcere (o in riformatorio) che in libertà.
In galera subì ogni tipo di violenza e angheria ma imparò anche a destreggiarsi tra inganno e “istinto animale”. Persona intelligente, acuta e abile, di nuovo libero incominciò a circuire persone in difficoltà psico fisica, creando una sorta di “setta”, approffitando di un'epoca che si adattava alla perfezione a certe teorie e direzioni.
Siamo nella San Francisco di fine anni 60, tra LSD, amore libero, ipotetica rivoluzione e tanto altro. Soprattutto, con centinaia di giovani ragazzi e ragazze alla ricerca di una nuova vita, scappati da casa, in fuga dall'incubo dell'arruolamento in Vietnam, incantati da una nuova prospettiva di libertà e ammaliati da utopie di ogni tipo. Non fu difficile persuadere e soggiogare mentalmente una serie di adolescenti, spacciandosi per guru di una delle tante “religioni” e “filosofie” che impestavano l'ambiente ai tempi.
In concreto iniziò a crearsi innanzituto un harem di giovani ragazze delle quali potere abusare sessualmente a suo piacimento ma che comprendeva anche ragazzi a cui affidare compiti più rudi e pragmatici. Tutti incantati dalla sua personalità maligna e dominante.
Qualche decina di persone, non di più, ma totalmente devote al “verbo” della loro guida. Si trasferisce con la sua combriccola nello “Spahn Movie Ranch” dalle parti di Los Angeles (già teatro di riprese di film western di serie B), il cui anziano proprietario accetta gratuitamente il gruppo di sbandati in cambio di qualche favore sessuale dalle ragazze.
Si forma così “La Famiglia".
Alle donne è riservato il compito di procurarsi, con ogni mezzo, cibo e denaro, agli uomini di provvedere alla (scarsa) manutenzione del luogo, a Charles Manson quello di santone che dispensa ordini, organizza orge a base di droghe e alcol.
Una delle passioni/ossessioni di Manson è la musica.
Sogna di diventare una rockstar, compone canzoni e cerca in tutti i modi farsele produrre un disco.
Trova un valida sponda nientemeno che da Dennis Wilson, batterista dei celebri Beach Boys, che oltre a finanziare con soldi e regali la ”Famiglia”, induce la sua band a incidere un brano di Manson, “Cease to exist”, reintitolata “Never learn not to love” che viene però accreditata allo stesso Wilson. Il quale dichiara di averla comprata da Manson per 100.000 dollari.
Ma quando il brano viene pubblicato Manson non prende bene il cambio di titolo e di certe parti del brano e minaccia pesantemente Wilson che, spaventato, tronca rapporti e amicizia.
Manson, nel frattempo, con altri membri dei Beach Boys, incide una serie di brani che vedranno parzialmente la luce nell'album semi clandestino (tutte le case discografiche si rifiuteranno di pubblicarlo dopo l'arresto per gli omicidi a lui imputati) “Lie; The love and terror cult”, stampato in un migliaio di copie (ma che ne vende, pare, non più di trecento). Pur non essendo un capolavoro denota una certa capacità compositiva ed espressiva. La passione per la musica sarà il sinistro e malefico filo conduttore delle stragi che pianificò.
Definì i Beatles “i quattro Angeli inviati da Dio ad annunciare l’Apocalisse” che gli inviavano messaggi subliminali attraverso i loro testi, in particolare con il brano “Helter Skelter”, uscito nel 1968 nell'”Album Bianco”.
Tragicamente la scritta, incisa con il sangue delle vittime, venne ritrovata sulle pareti di una delle mattanze.
Che incominciarono per cause meno “filosofiche”, eliminando un paio di spacciatori con cui la “Famiglia” si era indebitata.
Quando uno dei suoi fu arrestato, per sviare le indagini e scagionarlo (e temendo una soffiata), decise di organizzare altri omicidi con le stesse modalità.
Il 9 agosto del 1969 una squadra della “Famiglia”, su ordine di Manson, massacrò con estrema efferatezza, la modella e attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi, moglie del regista Roman Polansky, in quel momento in Europa per lavoro, e altri tre suoi amici. Il giorno dopo toccò a una coppia di anziani sposi e successivamente ad altri due.
La “famiglia” tentò la fuga nel deserto dell'Arizona ma furono notati e alla fine arrestati (anche grazie alle testimonianze di alcuni pentiti della setta, ormai fuori controllo).
Iniziò un lunghissimo processo (che rivelò l'intenzione di uccidere anche altri personaggi famosi, da Liz Taylor a Frank Sinatra) che portò a diverse condanne all'ergastolo (la prevista pena di morte fu scampata grazie allo stato della California che la abolì in quegli anni), incluso lo stesso Manson che, di fatto, non commise mai nessun omicidio, pur essendone il dichiarato mandante e ispiratore. Charles Manson ha trascorso il resto della sua vita in carcere dove è morto all'età di 84 anni nel 2017.
La fascinazione nei suoi confronti da parte dei musicisti rock ha continuato però a essere costantemente presente nel corso degli anni.
Basti pensare al nome scelto da Brian Hugh Warner, musicista che ha conquistato le classifiche di mezzo mondo, con il nome d'arte Marylin Manson (associando due personaggi iconici della cultura americana) che in un suo brano utilizza parte di un testo di Charles.
Anche gli inglesi Kasabian derivano il loro nome da una delle protagoniste delle stragi.
Il “culto” di Manson ha avuto seguaci soprattutto in Europa dove almeno una settantina di gruppi ha ripreso canzoni firmate da lui.
Il cantante dei Black Flag, attore e performer Henry Rollins iniziò una corrispondenza con Manson, durata tre anni, durante la quale ricevette alcune cassette con canzoni registrate in prigione (e tutte le lettere firmate con una svastica).
Decise, d'accordo con la sua etichetta, la SST, di pubblicare le migliori su un album.
Ma, una volta annunciato il lavoro, a seguito di una lunga serie di minacce di morte, preferì evitare. Manson se la prese e interruppe la corrispondenza.
I Guns 'n' Roses, tra i gruppi hard rock più famosi di sempre, rifecero il brano di Manson “Look at your game girl” nel loro album di cover “The spaghetti incident”.
Il gruppo di new wave elettronica dei Cabaret Voltaire ha utilizzato in “I want you” nel 1985 alcuni spezzoni di parlato di Manson. “Your home is where you're happy” dei Lemonheads è una versione di un suo brano inedito, in viene anche accreditato come autore (e di conseguenza ne ha incassato i diritti!).
Il leader dei Nine Inch Nails, Trent Reznor, affittò, per un periodo la casa di Los Angeles a Cielo Drive, in cui fu uccisa Sharon Tate e vi registrò il video promozionale di un brano, scelta di stampo “maledetto” ma sicuramente di pessimo gusto.
Il rapper Salmo nel 2019, in collaborazione con altri personaggi della scena italiana, ha pubblicato il singolo “Charles Manson. Buon Natale” con tanto di copertina che raffigura il malefico personaggio vestito da Babbo Natale.
La sua tragica figura è stata immortalata, anche recentemente, in decine di libri e documentari (più o meno attendibili e bene realizzati) oltre che ad essere spesso raffigurata in film e telefilm, a conferma dell'incredibile e continuo fascino che continua a esercitare.
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domenica, ottobre 04, 2020
Not Moving LTD in tour
Con i Not Moving L T D torniamo sul palco (SACROSANTE, quando necessarie, restrizioni permettendo...è noto come la pensiamo al proposito):
24 ottobre: VERONA
25 ottobre : PRATO "Officina Giovani"
Il 13 e 14 novembre: doppia data: SAVONA "Raindogs"
https://www.facebook.com/events/798980200852359
Posti limitati, prenotatevi.
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https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832
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sabato, ottobre 03, 2020
Roberto Roversi su "Stracci" di Lilith
RIPORTANDO TUTTO A CASA ricorda alcuni episodi artistici della mia modesta carriera musicale e affini, rimasti nascosti e dimenticati nel tempo.
ROBERTO ROVERSI (scrittore, poeta, paroliere, giornalista, collaborò con Pasolini e Lucio Dalla, fu direttore di "Lotta Continua"), nel 1996 scrisse (grazie all'intercessione dell'amico CLAUDIO GALUZZI) una presentazione (che compare all'interno della copertina) per "Stracci", album conclusivo della carriera di LILITH.
"Ho ascoltato e letto, ho letto e ascoltato.
Dunque: canzoni forti. Anche belle? Anche belle, da leggere e ascoltare.
Ma soprattutto canzoni forti: una voce protesa che tenta di lacerare il cielo. E non è male, in questi tempi grigi.
Ogni canzone si fa ascoltare perché vuole comunicare, in quel momento, tutto: ogni testo si fa leggere, perché vuole comunicare, in diretta, emozioni concluse.
E io credo che niente sia più indispensabile, urgente, in questo enorme mondo di suoni, che vede ogni giorno le pareti della casa vibrare e incrinarsi per l'arruffarsi delle mille voci, per lo scompagniarsi arlecchinesco dei mille suoni: mentre i guerrieri del recente passato di buone battaglie, ormai esausti, girano da un paese all'altro solo alla ricerca degli ultimi oboli.
Ho anche apprezzato fino in fondo l'ordine nella successione delle canzoni, ciascuna conclusa in sé dopo avere bene operato e scavato, ma nessuna slegata dalle altre, tanto da costituire la struttura di un racconto delle passioni e delle idee che non ha fine.
E il passaggio nell'ombra di un dialetto duro non lacera l'attenzione ma semmai la sorprende e la induce a percepire e inseguire significati che risaltano dentro l'inquietudine di una comunicazione certamente drammatica.
Questo è un gruppo omogeneo di canzoni, definite dopo un lungo duro lavoro di verifiche e riscontri interni a LILITH, che non dovranno andare perdute e invece muoversi e durare."
L'album non ebbe purtroppo particolare riscontro, fu composto e registrato senza la necessaria passione e coesione e divenne il canto del cigno di quell'esperienza.
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venerdì, ottobre 02, 2020
The Impressions - Young Mods' forgotten story
Un titolo che ha sempre parecchio intrigato gli appartenenti alla scena MOD.
Non è mai stato appurato se il riferimento fosse esplicito ma, essendo il contenuto una sorta di concept su un giovane che si interroga su società e realtà circostante, in cui si interseca la sua vita sentimentale, non è escluso che ci sia un rimando a chi, dall'altra parte dell'oceano, incarnava, fino a poco tempo prima un ideale di gioventù, speranza, "pulizia", sguardo al nuovo e al futuro.
La storia del YOUNG MOD non deve essere dimenticata.
CURTIS MAYFIELD alla fine dei 60 abbraccia sempre più le tematiche sociopolitiche che stavano infiammando l'America (nera ma non solo) e le mette in musica.
Affiancato da Donny Hathaway e Johnny Pate, sforna con gli IMPRESSIONS un album di strepitoso funk soul che palesa la volontà di un progressivo racconto già dal brano introduttivo, la title track, un soul epico e corale che parte con l'incipit: "Let me sing a song/ I won't make it too long/ About the Young Mods' forgotten story."
Dove si nasconde il GIOVANE MOD?
Forse è quella figura che appare sullo sfondo sia sulla copertina che nel retro, un'ombra nascosta e lontana di cui raccontare la storia.
"Choices of colors", grande soul ballad orchestrale, pone il ragazzo di fronte ad alcune domande di portata epocale e decisamente innovative e provocatorie per i tempi:
"Se puoi scegliere un colore, quale preferiresti, fratello? Per quanto odierai ancora il tuo maestro bianco? Chi dice che tu debba amare il tuo predicatore nero?"
"The girl I find", dolce ballata in pieno stile Curtis, introduce la figura della (nuova? o della ex?) compagna del protagonista.
Un groove Northern Soul accompagna "Wherever you leadeth me" mentre si tinge di gospel e blues "My deceiving heart", due dichiarazioni d'amore per la ragazza.
Il secondo brano è una sorta di invocazione al perdono:
"Ma non è rimasto altro che amarezza, frustrazioni, una relazione persa a causa del mio cuore ingannatore".
La quasi gioiosa e saltellante "Seven years" ricorda i sette anni di relazione, ormai finiti.
Il lento soul "Love's miracle" esalta il potere dell'amore mentre "Jealous man" (che ricalca armonicamente in un continuum il precdente brano) ribadisce che, nonostante tutto, il YOUNG MOD rimane, inevitabilmente, un uomo geloso, con le conseguenze del caso.
"Soulful love" sembra una dichiarazione d'amore alla vecchia fiamma:
"Sei stata l'unica ragazza. In questo mondo Chi significa così tanto per me. L'ho scoperto molto tempo fa".
L'album si chiude con l'irresistibile funk di "Mighty Mighty" con affondo sociopolitico:
"E noi che siamo divisi / Alcuni sono indecisi / Pensaci un po '/ Siano stati tutti colti dalla stupidità".
Il YOUNG MOD riflette ad alta voce su quello che gli accade, l'amore, la vita, la politica, l'attualità.
Una storia dimenticata.
THE IMPRESSIONS - Choice of colors
https://www.youtube.com/watch?v=hpf0XckJKQc
Dal titolo dell'album prese ispirazione il quartetto vocale di Detroit, gli YOUNG MODS che incise nel 1970 il 45 giri "Gloria"/ “You Brought The Sunshine.”
Young Mods - Gloria
https://www.youtube.com/watch?v=QdqfpCT3Aeg
Young Mods - You brought the sunshine
https://www.youtube.com/watch?v=d_FBI4bfYrk
Ispirato da:
https://www.chicagomaroon.com/2005/4/3/mayfield-ensured-his-young-mod-would-not-be-forgotten/
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