mercoledì, dicembre 20, 2017

I migliori dischi italiani del 2017



L’Italia musicale continua ad esprimere eccellenze e dischi interessantissimi che abitualmente seguiamo e segnaliamo il più possibile da queste parti.
L’elenco che segue è, ovviamente, lo specchio delle mie preferenze ma soprattutto tiene conto dei dischi che ho ascoltato di più e con più piacere (cercando di distribuire la lista in funzione dell'ampiezza di generi).

nel 2007 c'erano ai vertici Statuto e Temponauts
nel 2008 Assalti Frontali
nel 2009 Julie's Haircut, Edda e Teatro degli Orrori
nel 2010 June e Statuto
nel 2011 Verdena, Peawees, Enrico Brizzi, Dellera, Paolo Apollo Negri, Statuto
nel 2012 An Apple Day, Barbacans, Julie’s Haircut
nel 2013 Julie's Haircut, Statuto, Raphael Gualazzi, Cesare Basile, Giuda
nel 2014 Edda, Finardi, Bologna Violenta, Bastard Sons of Dioniso, Steeplejack
nel 2015 Cesare Basile, Iacampo, Mimosa
nel 2016 Winstons, Afterhurs, Michele Gazich, Statuto, radio Days


Per ulteriori suggerimenti vi rimando al “Meglio di ogni mese” con abbondanza di altri titoli che ho segnalato.

FUORI CLASSIFICA l'album di ALEX LOGGIA - Blue Star (ci suono, collaboro con lui a MODS e a IL SENATO. Troppo coinvolto....)
Alex Loggia giunge all'esordio solista dopo decenni di attività musicale.
Prevalentemente negli Statuto ma che ha abbracciato tantissime altre esperienze, collaborazioni, gruppi, progetti.
C'è tutto il mondo di Alex in questo disco: beat, blues, funk, soul, rock, ritmi caraibici.
Ma è la qualità compositiva che eccelle.
I brani sono maturi, ricchi di intuizioni, di groove, melodia, classe.

1) ex aequo
EDDA - Graziosa utopia Prerogativa di Edda è di essersi saputo sempre evolvere.
Può non piacere ma è una delle realtà migliori, più interessanti e propositive in giro in Italia.
Il nuovo album è più "pop", più curato, arrangiato, della sua discografia.
Ma rimane (artisticamente) anomalo, atipico, graffiante, borderline.
A me piace tantissimo e rimango sinceramente ammirato.

BASTARD SONS OF DIONISO - Cambogia
Non è certo in questa sede che ci interessa dibattere di un programma come XFactor e di quanto possa essere deleterio o utile per uscire dall'anonimato.
Curioso il caso del trio trentino che grazie a quella apparizione nel 2009 ha trovato la popolarità ma che paradossalmente da allora continua a pagare dazio per quella “colpa” e viene visto con sospetto, distacco snob o superficialità.
Loro proseguono imperterriti, pur se in modo sempre molto schivo e poco appariscente, una carriera più che dignitosa infilando eccellenti album in cui viene risaltata un'attitudine del tutto sincera e pura alla materia rock.
Canzoni che sanno mischiare un approccio aggressivo e potente che richiama Foo Fighters e Queens of the Stone Age, con la capacità, comune a pochi, di tessere melodie di sapore beatlesiano. Ma è soprattutto lo spessore compositivo delle canzoni a stupire per validità, la perizia nel confezionare arrangiamenti mai banali, testi incisivi e mai approssimativi (aspetto sempre più trascurato nell''ambito del “nuovo rock” nostrano), esecuzione tecnica mozzafiato e competente. Siamo di fronte ad un album maturo e di alto livello.
L'invito è di mettere da parte ogni prevenzione, dare un ascolto e lasciarsi trasportare da un sound che se arrivasse da oltremanica o oceano sarebbe incensato in ben altra maniera.

3)
ERA SERENASE – Crystal ball
Esordio a livello di eccellenza per il duo genovese. La peculiarità degli Era Serenase è la capacità di mischiare alla perfezione una matrice rap/hip hop con un gusto (elettro)pop e un approccio quasi teatrale e cinematografico. Una miscela originale e immediatamente riconoscibile che rende questo disco pressochè unico nella scena musicale italiana.

4)
CESARE BASILE - U fujutu su nesci chi fa?

Il lungo cammino di Cesare Basile parte da lontano, dagli anni 80 del punk e della new wave e si sviluppa, cresce, cambia nel tempo, acquisendo sempre più personalità.
Il tutto all'insegna di una costante evoluzione artistica che nel corso degli anni ha assimilato influenze sempre più particolari, osando, ricercando, sperimentando.
Il nuovo lavoro è ancora una volta un passo avanti verso la definizione di un sound sempre più personale.
Si respira area mediterranea, africana, blues, voci e ritmi tribali, una lunga ballata oscura divisa in dieci brani autografi, una preghiera pagana, ossessiva, perfino inquietante nella sua spontaneità sfacciata.
Il nuovo punk, ci crediate o no, incomincia da qui.

5)
MAURO ERMANNO GIOVANARDI - La mia generazione

Già membro dei Carnival of Fools e dei La Crus, interprete di una carriera solista ricca di soddisfazioni, in equilibrio tra canzone d'autore e sonorità blues, Giovanardi riprende tredici brani degli anni 90 italiani (dai CSI agli Afterhours, Ritmo Tribale, Casino Royale, Ustmamo etc) li fa suoi, riarrangiandoli completamente, dando loro i contorni di piccoli classici (talvolta dimenticati).
Il disco è notevole, molto curato, vario e composito ed esalta la bellezza compositiva di molti episodi, l'inconfondibile, profonda, voce di Giovanardi è il valore aggiunto.

6)
CUT - Second skin

Sesto album (oltre ad uno split e un live) per il trio bolognese. Esplosivo, travolgente, devastante, dal vivo allo stesso modo che su disco.
In questo ritorno in studio di registrazione propone un sound, come sempre abrasivo, elettrico ma più curato, che conserva le abituali spigolosità ma le avvolge in arrangiamenti meno ruvidi.
La sezione fiati che colora di soul alcuni brani è un tocco geniale e delizioso, un gusto funk che permea molti brani sposta il groove da un approccio direttamente punk e crea un ibrido esaltante.
"Second skin" attinge dalla black music, dal punk, dalle prime espressioni selvagge del rock n roll, cita i Sonics, puzza di New York e di CBGB's.
Come sempre un grandissimo album che si avvale di una serie di preziosi collaboratori, primo tra tutti Mike Watt ex Minutemen e Stooges.

7)
JULIE'S HAIRCUT - Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin

Il settimo album della band emiliana sancisce un ulteriore passo verso l'iperspazio, luogo che hanno ultimamente frequentato spesso.
Ma in questo caso si addentrano ancora di più con otto brani in cui rinnovano il concetto di psichedelia, intesa come espressione artistica senza confini, in cui confluiscono suoni, sensazioni, umori, vibrazioni.
Troviamo mischiati e sovrapposti avanguardia, (free) jazz, ritmiche pulsanti, kraut rock nelle sue più svariate declinazioni (dai Neu! ai Can) a comporre un sound unico, personale, distintivo.

8)
SENZABENZA - Pop from hell

Mancavano da parecchio i Senzabenza (l'ultimo album era del 2002), uno dei nomi di punta della scena punk rock italiana.
Rieccoli con un lavoro nuovo di zecca, con sedici brani composti da poco ma che non hanno perso un grammo della freschezza che ha sempre caratterizzato la band di Latina (che all'attivo una mezza dozzina di album, uno dei quali prodotto dal compianto Joey Ramone dei Ramones, con cui hanno condiviso due tour).
Punk rock dalle forti influenze 60's, power pop cristallino, produzione impeccabile, brani compositivamente di pura eccellenza, un nutrito numero di ospiti (i bassisti di Punkreas, Rappresaglia, Derozer, Manges, Tough tra gli altri).

9)
DIPLOMATICS - I lost my soul in this town

Secondo album per la band vicentina e nuovo gioiello di rock n roll, asperità punk, Stones, New York Dolls, Radio Birdman, quel tiro che avevano i fantastici australiani Jet e una sezione fiati che colora di black il tutto. Grande album, grande band.

10)
GANG - Calibro 77

L'immarcescibile band marchigiana dei fratelli Severini prosegue la sua lunga e grande marcia con il consueto bagaglio di musica di primissima qualità, sincerità, genuinità.
Il nuovo capitolo è un omaggio alla canzone italiana degli anni '70, pregna di contenuti e protesta. A produrre e registrare Jono Manson, cantautore di Santa Fe’, New Mexico e un lungo elenco di collaboratori ad affiancarli.
I GANG rivisitano con piglio country rock e di sapore roots americano undici storie che arrivano da lontano ma che sono ancora attualissime da "Sulla Strada" di Finardi a "Canzone del maggio" di De André, la sempre stupenda "Venderò" di Bennato e una degna conclusione con "I reduci" di Gaber. Un album prezioso, vitale, fresco, grintoso.

EX AEQUO poi:

NO STRANGE - Il sentiero delle tartarughe
La band torinese aggiunge un ennesimo tassello al loro unico e originale mosaico psichedelico.
Il nuovo album si muove in equilibrio tra momenti di lisergia assoluta, folate folk e una forma di canzone autorale che si apre talvolta ad una visione quasi pop (vedi certi brani delle prime Orme o New Trolls) che riporta agli anni a cavallo tra 60 e 70.
Eccellente il lavoro di arrangiamento e di ricerca sonora molto curata (tanto quanto, come sempre, l'aspetto grafico).

GIOVANNI SUCCI - Con ghiaccio
Esordio solista della voce dei Bachi da Pietra. Convincente, vario, intenso, personalissimo, molto curato.
Il mood abbraccia suggestioni care a Lou Reed ("Il giro"), omaggi al kraut rock dei Neu! ("Con Ghiaccio") fino ai Depeche Mode meet Nine Inch Nails di "Tutto subito".
Ma c'è tanto altro.
Soprattutto originalità. Ingrediente raro di questi tempi. Uno dei migliori lavori italiani del 2017. Tanto groove, acido, ruvido e aspro.

TODO MODO - Prega per me
Nato due anni fa, un album all'attivo, accolto con grande favore ed entusiasmo dalla critica, il progetto Todo Modo prosegue il suo imperioso cammino con un nuovo lavoro di grande forza espressiva.
La band è composta da Xabier Iriondo (chitarra degli Afterhours e tanto, tanto, altro), Giorgio Prette (ex batterista della band di Agnelli) e dal cantautore Paolo Saporiti (da anni tra i migliori rappresentanti della nuova canzone d'autore italiana).
Il sound della band è un felice connubio tra canzone e un approccio noise, alt rock, crudo, “sonico” e percussivo, a cui si uniscono testi agri che restituiscono una quotidianità claustrofobica e angosciante.
Album interessante, incisivo, originale, personale e consigliatissimo.

DON ANTONIO - s/t
Primo disco solista di Antonio Gramentieri, in arte Don Antonio, musicista, produttore, fondatore dei Sacri Cuori e autore di musiche per cinema, teatro, televisione e pubblicità.
Personaggio poliedrico in perenne tour in giro per il mondo o in sala di registrazione a fianco di nomi come David Hidalgo, Jim Keltner, Evan Lurie, Marc Ribot, John Convertino, Giant Sand, Steve Shelley, Richard Buckner, Dan Stuart, Alejandro Escovedo, Hugo Race, Nada, Pan del Diavolo, Bobby Solo e una lista lunga e variegata. Di queste esperienza l’album straborda: tra umori tex mex, twist, sapori di Romagna (terra natìa del Nostro), desert rock, anni 50 e 60, blues, country, rhythm and blues, rock ‘n’ roll, Morricone, Calexico, Los Lobos e tanto tanto altro.
Con tutto questo “Don Antonio” trova un’unitarietà, un amalgama, un suono peculiare, omogeneo, personale.
Le canzoni, prevalentemente strumentali, sono la perfetta colonna sonora di un viaggio meticcio che parte dalla Romagna, attraversa il Mediterraneo, si inerpica sulle Ande e ritorna a casa via Balcani.
Affascinante e convincente.

LA BANDA DEL BRASILIANO - Volume 2
Torna il supergruppo toscano con il secondo album in studio, seguito del “Vol.1” pubblicato nel 2013. Undici brani che scavano nell'immaginario 60's e 70's, tra brani perfetti per diventare sigle tv e colonne sonore di film polizieschi dell'epoca, beat, lounge, soul funk, rhythm and blues.
Ci sono anche alcune deliziose cover come "Ti voglio" dell'accoppiata Ornella Vanoni / New Trolls e "Eclisse twist" di Mina (che nel 1962 fu colonna sonora de "L'eclisse" di M.Antonioni).
Disco fenomenale, divertente, suonato benissimo, potente.

GIANCARLO ONORATO - Quantum
Giancarlo Onorato è uno dei migliori autori italiani, sulla scena da tempo immemorabile, da quando alla fine degli '70 scoprì dapprima il punk e subito con l'esperienza degli Underground Life scrisse una delle pagine più significative della new wave italiana.
La carriera solista è sempre stata centellinata e ponderata. Uscite rare ma ogni volta curatissime, mai speculative, sempre e solo in funzione di un'esigenza artistica precisa e sentita. "Quantum è il quinto album in circa vent'anni e arriva a ben sette dal precedente "Sangue bianco". In mezzo un lungo progetto live a fianco di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Il nuovo album si sviluppa intorno all'idea dell'incontro, espresso nelle 11 can zoni incluse. Come sempre infarcite di un solenne lirismo che a tratti sembra (in)consapevolmente pescare dal primo David Bowie, altre volte è palesemente debitore all'ultimo Nick Cave, quello sempre più spesso seduto al pianoforte.
Ma il tratto distintivo dei lavori di Onorato è che sono talmente personali da diventare immediatamente riconoscibili e attribuibili all'autore, Ci sono intense ballate ma anche brani più rock, sperimentazioni, sapori distintamente new wave (gli utlim iBauhaus più acustici), un pizzico di psichedelia e aperture strumentali che guardano perfino al primo prog italiano.
Album caleidoscopico e completo.

LUCA LEZZIERO - s/t
Luca Lezziero ha una lunga esperienza alle spalle, come musicista, autore, scrittore, regista.
Il suo esordio solista si avvale non a caso della collaborazione e della produzione di Cesare Malfatti, ex membro dei La Crus con cui Lezziero lavorò a stretto contatto come autore di testi.
Gli otto brani (oltre alla ghost track finale che coverizza un brano degli Scisma) sono un elegante e raffinato viaggio nella migliore canzone d’autore italiana. Colori pastello, tonalità romantiche, approccio (apparentemente, vedi i sofisticati e ricchi arrangiamenti) minimale, la lirica di Gino Paoli in sottofondo ma una visione moderna e attuale. Un album destinato ad accarezzare i vertici delle migliori produzioni italiane dell’anno.

STRATO'S - Lo sbirro, la liceale, il maniaco
I giovanissimi parmigiani sono entrati in studio e in una giornata hanno sfornato un delizioso album strumentale perfettamente in linea con il titolo. Tra questi solchi si evoca quel sound di chiara provenienza 70's che marchiava le colonne sonore dei polizieschi italiani o delle commedie sexy dell'epoca.
Ai tempi ad appannaggio di autori come Ennio Morricone, Franco Micalizzi, Piero Piccioni, Riz Ortolani, ripresi recentemente con grande cura dai Calibro 35. Effetto finale godibilissimo e suggestivo, ben suonato e perfettamente in linea con il gusto e il sound dei tempi ricordati. Ottimo.

DOME LA MUERTE EXP - Lazy Sunny Day
Con Dome abbiamo inciso un po' di dischi e devastato qualche palco negli anni 80 tra Italia ed Europa con i Not Moving, suonando anche con Clash, Johnny Thunders, Iggy and the Stooges e tanti altri.
Poi le strade si sono separate e Dome ha proseguito con mille progetti, l'ultimo dei quali è questa nuova incarnazione che raccoglie molte delle sue influenze, dal surf rock strumentale di sapore western/Morricone, alla psichedelia, il country punk alla Gun Club, blues, classic rock tra 60 e 70 con passione, credibilità, freschezza.
Molti i brani strumentali, alcuni brevi bozze, sferzate da chitarre ora acustiche , ora acidamente elettriche, ora con il sitar.
E alla fine c'è sempre il suo "magic touch" ad impreziosire il tutto.

GORILLA PULP - Heavy lips
Secondo album per il poderoso quartetto viterbese.
E ancora una colata metallica di acciaio chitarristico, filtrato attraverso un gusto psych stoner e un substrato rock blues che rende il tutto particolarmente originale.
I Black Sabbath si affiancano ad un approccio molto affine ai Motorhead ma con tocchi di Hawkwind, Kyuss e Queens of the Stone Age. Esecuzione perfetta, attitudine totale, brani originali e compositivamente di grande spessore.

THE SOULTREND ORCHESTRA - 84 King Street
Il progetto “Soultrend Orchestra” nasce dal produttore, autore e arrangiatore Nerio “Papik” Poggi e giunge ora al secondo album dopo l'esordio del 2011. Con la partecipazione di oltre 35 tra musicisti e cantanti l'Orchestra di Papik recupera il tipico sound tardo 70's che imperversò nelle discoteche di tutto il mondo. Punto principale di riferimento gli Chic di Nile Rodgers e tutto il sottobosco soul funk dell'epoca. Produzione eccellete, suoni perfettamente consoni al mood richiesto, brani superlativi.

JOE PERRINO'S GROG - Bomba W W la guerra
Joe Perrino è una pura e semplice leggenda del rock italiano. Dall'esperienza con i Mellowtones, all' Elefante Bianco e a numerose altre incarnazioni soliste arriva ora ai GROG. Il secondo album della band sarda si dipana per oltre mezzora di musica divisa in sei lunghi episodi.
Il sound attinge da un hard rock tinto di prog e psichedelia, da Rob Zombie ai primi Deep Purple, sui giganteggia la voce di Perrino (nome d'arte di Nicola Macciò) ma che non disdegna un insert rap in "La mia piccola Hiroshima" con la partecipazione di Ergobeat.
Potente, originale, personale, notevole.

Una citazione anche per: GIANCARLO FRIGIERI "La prima cosa che ti viene in mente", THE FIVE FACES "Sx 225", FUNKALLISTO "Saturday night dogs", LOVE THIEVES "Soft", VINCE VALLICELLI "La fevra", VALLANZASKA "Orso giallo", ALEX FORNARI "L’interruzione", WORKING VOODOO CLUB "One", GIAMPAOLO CORRADINI & the WEEKEND WARRIORS "s/t", FRANCESCO PAOLO PALADINO - Siren, UMBERTO MARIA GIARDINI "Futuro proximo", BOBBY SOLO e SILVIA "Blues for two", CCM "The furious era 1979-1987", LINK QUARTET "Minimal animal", DEROZER "Passaggio a Nord Est", CAPT CRUNCH AND THE BUNCH "Crimine Beat", RAW POWER "Inferno", ARBOS "Sogno di luce ", CLAUDIO LOLLI "Il grande freddo", ELECTRIC SWAN "Windblown", ACID JACK FLASHED and the PYLLS "The invisible men", FREAK ANTONI "Freak Out", FOUR BY ART "Inner Sounds", ACCORDO DEI CONTRARI "Violato contrario", CESARE CREMONINI "Scenari possibili", BEE BEE SEA "Sonic boomerang", WIDE HIPS 69 "The gang bang theory", MOONSHINE BOOZE "Desert Road", OMZA "Otto Maddox Zen Academy", DADAMATTO "Canneto"

martedì, dicembre 19, 2017

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead



COLSON WHITEHHEAD è uno scrittore New Yorkese che con il suo (sesto) romanzo "The Underground Railroad" / "La ferrovia sotterranea" ha vinto il National Book Award, il Premio Arthur C. Clarke e il Premio Pulitzer per la narrativa.
Nei ringraziamenti cita David Bowie, Prince e Sonic Youth.
La prosa di "La ferrovia sotterranea" è poderosa, tagliente, diretta come un brano dei Sonic Youth, nera come uno di Prince, cosmopolita e universale come la musica di Bowie.

Si narra dello schiavismo in America nella prima metà dell'800 attraverso la tragica vicenda di Cora che fugge da una piantagione della Georgia in cui avvengono orrori inenarrabili a danno degli schiavi neri e che, dopo mille traversie, troverà la libertà. Il tutto con un crudo realismo a cui affianca il coup de theatre della "ferrovia sotterranea" (metafora dei collegamenti che avevano gli abolizionisti per salvare gli schiavi in fuga), che, scavata sottoterra, porta uomini e donne verso la libertà.

Un romanzo epico e potente, molto cinematografico, appassionante, dove nulla ci è risparmiato.
Libro epocale di rara intensità.
Personaggi credibili e azzeccati, riferimenti storici precisi, un inno contro il razzismo e le ingiustizie che ancora attanagliano America e non solo.

lunedì, dicembre 18, 2017

I migliori dischi soul del 2017



1)
MAVIS STAPLES - If all I was was black
Al terzo capitolo della collaborazione con Jeff Tweedy dei Wilco, che per la prima volta firma con lei un album interamente di inediti, la grande voce del gospel soul americano (già indimenticata protagonista con gli Staple Singers), si avvicina alle soglie del capolavoro.
La sua voce, allo stesso tempo ruvida e vellutata, canta di un' America ancora e sempre più divisa.
I brani sono permeati di scarno funk, di Southern soul, blues e gospel, i testi aspri e combattivi, l'album un vero gioiello.

2)
CROWD COMPANY - Stone & sky

L'ottetto inglese al secondo album.
Dinamico mix di funk, soul, pop, Hammond beat e un groove continuo di grande classe e raffinatezza ma a cui non manca un approccio particolarmente energico e potente.
Brani di raro spessore compositivo, arrangiati perfettamente.

3)
SHARON JONES and the DAP KINGS - Soul of a woman

E' purtroppo postumo il nuovo album dell'indimenticabile Sharon, recentemente sconfitta da un brutto male.
Poco prima di andarsene ha voluto lasciare un saluto ai fans e seppur minata dalla malattia ha tenacemente portato a termine questo commovente album, come sempre intriso di gospel, jazz, blues e soul, cantato con la consueta voce potente, forte, ruvida ma allo stesso tempo morbida e avvolgente.

4)
NICOLE WILLIS and UMO JAZZ ORCHESTRA - My name is Nicole Willis

Splendido e atteso ritorno della grande voce soul affiancata dal compagno Jim Tenor e da un'orchestra jazz.
Tra inediti e riarrangiamenti di suoi vecchi brani sfodera un album di fantastico soul jazz, raffinatissimo e allo stesso tempo potente e poderoso.
Disco di altissima classe.

5)
COMO MAMAS - Move Upstairs

La Daptone ci regala un ennesimo gioiello.
Il trio di Como, Mississippi, accompagnato dalla house band della grandissima etichetta new yorkese, propone un gospel crudissimo, molto blues ma con venature rhythm and blues e soul (sono cresciute ascoltando Aretha e Gladys Knight).
Album di rara potenza, intensissimo. Bellissimo.

6)
MARTHA HIGH - Tribute to my soul sisters

Per 30 anni corista di James Brown, recentemente tornata sulle scene con una serie di ottimi nuovi lavori, Martha High tributa un sentito e riuscito omaggio alle voci femminili che negli anni sono state, anch'esse, a fianco del Godfather of Soul.
Tredici brani pieni di funk, blues e soul, voce superba, arrangiamenti di prima qualità.

7)
GEMMA AND THE TRAVELLERS - Too Many Rules & Games<
BR> Splendido esordio per la band inglese che condensa in nove brani lo scibile retro black music dal soul al northern al funk al rhythm and blues.
Eccellenti i brani, grande la voce di Gemma (che compone tutti i brani) e musicisti che girano a mille, perfettamente adatti al sound e al groove.

8)
NAVASHA DAYA - Lom nava love

Voce dei Fertile Ground ha appena inciso il suo primo album solista che abbraccia con grande sapienza sonora lo scibile black.
Un album "politico", colonna sonora di un film e concept sulle famiglie nere e le loro richieste di Libertà e Giustizia in USA.

9)
CHILDHOOD - Universal high

Molto bello il nuovo album della band di Brixton.
"Universal high" parla quel linguaggio easy soul caro agli Style Council, Isley Bothers, addirittura Curtis Mayfield.
Un tocco di funk tanto pop e un groove delizioso.

10)
DON BRYANT - Don't give up on love

Marito di Ann Peebles con cui ha composto, tra gli altri, il classico "I can't stand the rain", torna dopo tempo immemorabile in sala d'incisione all'età di 74 anni con un album favoloso di southern soul in stile Stax e rhythm and blues "come una volta" tra Otis Redding, Wilson Pickett, Arthur Conley, Eddie Floyd.

In ordine sparso

DIAZPORA - Islands
Sono tedeschi e in giro dal 2002.
Il nuovo album "Islands" è un tostissimo mix di afro sound, torrido funk, atmosfere blaxploitation, il James Brown dei 70's.
Suonano benissimo, pulitissimi, pieni di groove.

SLOWLY ROLLING CAMERA - All things
La band gallese firma un eccellente album di grande fusion di stili dal jazz al funk al soul, spiritual jazz, insert free. Molto personali, potenti, interessanti.

SOUL SCRATCH - Pushing fire
Ottimo album d'esordio per la band californiana. Molto Otis oriented ma anche sferzate in puro stile James Brown, favolosi grooves, voce davvero particolare e grande padronanza strumentale.

WILL SESSIONS - Deluxe
La band di Detroit all'esordio con un poderoso album di soul funk all'ennesima potenza dove si mischiano Funkadelic e il James Brown dei 60's, Meters e Sly and the Family Stone.
Lavoro arricchito dalle ospitate di Amp Fiddler (Parliament e Funkadelic) Allan Barnes dei Blackbyrds oltre alla stella funk Rickey Calloway.

TANIKA CHARLES - Soul Run
Esordio per una nuova stella del new soul.
Direttamente dal Canada Tanika fonde benissimo soul tradizionale con un mood moderno che a tratti occhieggia all'hip hop. Una sorta di Macy Gray più vintage e ruvida. Album fresco, tante ottime canzoni, atmosfere cool, grande voce.

SYLEENA JOHNSON - Rebirth of soul
Ottimo album di puro vintage soul per la vocalist di Chicago, figlia di Syl Johnson, ottimo interprete rhythm and blues nei 70's.
Suoni perfettamente groovy, qualche cover un po' banale ("Chains of fool" , "I'd rather go blind" , "These arms of mine") ma ben fatta. Godibilissimo.

HAGGIS HORNS - One of these days
Prosegue il suo percorso a base di funk soul la band scozzese nel quarto album di una carriera sempre ottima.
Non sfugge alla regola anche il nuovo lavoro che si avvale di diversi ospiti vocali a intramezzare la prevalenza di episodi strumentali. Talvolta si arriva a sonorità vicine alla disco ma sempre con raffinatezza e grande coolness.

GEORGIA SOUL COUNCIL - What's For Breakfast
Da Atlanta, bravissimi nel loro caldissimo mix di funk e soul strumentale che parla il linguaggio del Sud di gente come Meters e Booker T. & the Mg's con un pizzico della follia ritmica dei JB's di James Brown.
Hammond e sezione fiati in gran spolvero, ritmica precisa e implacabile.

COOKIN ON 3 BURNERS - Lab Experiments Vol.1: Mixin'
Il trio australiano firma il quinto album come sempre a base di Hammond Funk (strepitosa la cover strumentale di "Enter Sandman" dei Metallica), tocchi Northern Soul e soul (nei tre brani cantati da altrettante ospiti).
Album fresco e gustoso.

SOUL GRENADES - Pullin the pin
Sono in dieci, vengono da Londra (ma in realtà i componenti hanno la carta d'identità dei cinque continenti) e nell'esordio suonano un poderoso FUNK SOUL a cui la voce di Sabina Challenger dona una forza e una potenza di qualità eccelsa.

ALTRI SUONI BLACK

SONGHOY BLUES - Resistance
Poderoso secondo album per la band del Mali. Afro funk, hard prog rock, african soul, reggae, ritmiche travolgenti, brani anfetaminici, chitarre desert, cambi di tempo improvvisi.
In un brano ospitano Iggy Pop !

THUNDERCAT - Drunk
Stephen Bruner, detto Thundercat, ha suonato il basso con Suicidal Tendencies, Kamasi Washington, Kendrick Lamar, Erykah Badu, Childish Gambino, Flying Lotus e una marea di altri.
Nel nuovo album (il terzo) solista porta dentro soul, funk, hip hop, fusion, jazz, latin, RnB, un sacco di ospiti, una dose smisurata di follia, testi politici e "stradaioli", introspettivi e ironici.
La Black Music si rinnova, sperimenta, osa, guarda avanti con le radici solide nel passato.
Ascolto istruttivo e affascinante.
Suonato paurosamente.

KAMASI WASHINGTON - Harmony Of Difference
Ritorna il grande saxfonista californiano con un ep di oltre mezzora con 6 brani uniti da un filo conduttore sonoro che sviluppa un tema principale in varie connotazioni di stile, aprendosi al funk e alle atmosfere latine. I titoli sono indicativi di ciò che necessita un'America (e un mondo) sempre più in difficoltà etica e morale: Desire, Knowledge, Integrity, Perspective, Humility, Truth (quest'ultima stupenda lunga suite di 14 minute che riassume i temi dei brani precedenti).
Manierismo o genialità è il quesito che attanaglia gli appassionati.
Propendo sempre per il secondo.

NICOLE MITCHELL - Liberation Narratives
Poderoso mix di jazz e poesia, condiviso dalla flautista Nicole Mitchell e dal poeta Haki Madhubuti. Jazz, funk, afro beat, militanza politica. Notevole.

NICOLE MITCHELL - Mandorla Awakening II: Emerging Worlds
Capolavoro di afro, spiritual, funk, poetry jazz. Con la forza dei primi album di Gil Scott Heron, di Charlie Mingus, di Kamasi Washington.
Narrazione e musica, un album complesso nelle sue infinite sfaccettature.

IRREVERSIBLE ENTANGLEMENTS - Irreversible Entanglements
Potentissimo album di free jazz tra Ornette Coleman, Archie Shepp, Sun Ra, New York Art Quartet, Last Poets, Watts Prophets.
Testi militanti declamati su basi dure, dissonanti, travolgenti, improvvisazioni che seguono la voce e rafforzano la concretezza delle parole.

KENDRICK LAMAR - Damn
Incensato dalla critica di tutto il mondo ho trovato il nuovo di Lamar poco interessante e molto lontano dalla verve e dall'originalità di "To pimp a butterfly", piccolo gioiello di estro black.

domenica, dicembre 17, 2017

I funerali dell'anarchico Pinelli di Enrico Baj



“Mi si reclamava insomma una rappresentazione, e rappresentazione ho fatto, affinchè testimonianza resti del fatto, di lui, delle violenze subite, del dolore di Licia, di Claudia e di Silvia”.

L'opera di Enrico Baj dedicata alla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli doveva essere esposta il 17 maggio 1972 al Palazzo Reale di Milano alla Sala delle Cariatidi.
In mattinata il commissario Calabresi veniva assassinato. Calabresi era presente quando Pinelli "cadde" dalla finestra del commissariato. La "discutibile" versione ufficiale fu sempre quella del suicidio.
Le responsabilità non sono mai state accertate (come è spesso accaduto in quegli anni).

le autorità, per ragioni di ordine pubblico, censurarono la mostra, vietandone l’inaugurazione e facendo ricoprire tutti manifesti già affissi per strada. Una successiva è tardiva apertura al pubblico, benché promessa ripetutamente, non ebbe mai luogo.
L'opera venne esposta successivamente a Stoccolma, al Moma e a Milano a Palazzo Reale a Milano nell'estate del 2012.

E' di questi giorni la notizia che la Fondazione Giorgio Marconi in possesso dell'opera l'ha donata al Comune di Milano che provvederà a trovarle una collocazione definitiva (pare al Salone dell’anagrafe di via Larga o nel foyer del teatro Lirico.

l’opera è monumentale: 3 metri di altezza e 12 di lunghezza, con 18 figure ritagliate nel legno concepita come una serie di parti smontabili e ricomponibili in una sorta di puzzle, ritagliando i pannelli secondo i contorni delle figure così da rendere praticamente invisibili le connessioni tra i diversi pezzi.
Il tutto eseguito con la sua prediletta tecnica del collage.


Enrico Baj nasce a Milano il 31 ottobre 1924. Dopo aver completato gli studi all’Accademia di Brera a Milano, nel 1951 promuove, assieme a Sergio Dangelo e a Gianni Dova il Movimento Nucleare e tiene nella sua città natale la prima personale presso la Galleria San Fedele.
Nel 1953 conosce Asger Jorn con il quale fonda il Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista, schierandosi contro la forzata razionalizzazione e geometrizzazione dell’arte e organizza, l’anno dopo, gli Incontri Internazionali della Ceramica ad Albisola, in Liguria.

Nella sua ricerca artistica, che si esprime attraverso collages polimaterici e policromatici, si distinguono da un lato un filone ludico, dove prevale il piacere di fare pittura con ogni sorta di materiali e dall’altro un forte impegno civile e una critica della contemporaneità, che si esprime nei Generali e nelle Parate militari degli anni ’60 e ancor più nelle opere degli anni ’70, come I funerali dell’anarchico Pinelli (1972) e l’Apocalisse (1979).
Negli anni ’80, abbandonando temporaneamente il collage, Baj realizza una serie di opere, Metamorfosi e Metafore (1988), nelle quali sviluppa una figurazione dell’immaginario e del fantastico. Nel 1993 inizia il ciclo delle Maschere tribali, assemblaggi che utilizzano gli scarti della civiltà moderna per creare ironiche e coloratissime maschere, cui fanno seguito i Feltri (1993-98) e i Totem (1997).

Numerosi sono i rapporti dell’artista con poeti e letterati italiani e stranieri, che portano a varie collaborazioni e alla realizzazione di diversi libri d’artista corredati di stampe o multipli originali.
Nel 1999 l’artista ribadisce ancora una volta i suoi forti legami con la letteratura realizzando una serie di 164 ritratti ispirati ai Guermantes di Marcel Proust. Molte sono anche le collaborazioni con altri artisti, tra i quali Lucio Fontana e Piero Manzoni.
Nel 2001 inizia un ciclo di opere dedicato alle storie di Gilgamesh, re dei sumeri. Enrico Baj muore a Vergiate (Varese) il 16 giugno 2003.

sabato, dicembre 16, 2017

Libertà e Dizionario



Domani sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti nella rubrica "La Musica Ribelle" si parla degli SKIANTOS, di "Obladì Obladà" dei Beatles, di "Lucifer rising" e la fotografa punk Roberta Bayley.



"Dizionario Toponomastico Fantastico della Provincia di Piacenza. Quello che nessuno ha mai svelato sull'origine dei nostri paesi" a cura di Gabriele Dadati e G.B. Menzani è un libro appena uscito e in cui vari autori (tra cui il sottoscritto che narra la fantastica origine del nome di Gragnano, Gragnanino, Gazzola, Casaliggio e dintorni) immaginano su come siano nati i nomi dei paesi della provincia.

Edizioni Officine Gutenberg

venerdì, dicembre 15, 2017

Concerti 2017



Ottima annata di concerti, molti a livello di assoluta eccellenza.

FANTASTIC NEGRITO - Villa Medicea - Poggio a Caiano (Prato) 17 luglio
Il concerto di FANTASTIC NEGRITO (Fantastic Negrito) nello splendido scenario della Villa Medicea di Poggio A Caiano (Prato) è stato uno dei più travolgenti e intensi degli ultimi anni. Un mix di Gil Scott Heron, James Brown, Gun Club, Violent Femmes, John Lee Hooker, Skip James, Jack White, Led Zeppelin, Curtis Mayfield, Screaming Jay Hawkins.
....people decides....

KAMASI WASHINGTON - Bologna - Botanique 19 luglio
Spettacolare e spaziale esibizione di KAMASI WASHINGTON in un affollato "Botanique" a Bologna.
Nonostante i prezzi non particolarmente modici (25 euro) sono centinaia e centinaia le persone che accorrono a verificare lo spessore, talvolta discusso, del saxofonista californiano.
In molti lo considerano una nuova stella del jazz, c'è chi lo ha liquidato come manierista e derivativo.
Ebbene io, che so poco di jazz e vado a sensazioni, anima e cuore, sono rimasto estasiato, conquistato, stordito da tanta bellezza.
Non solo estetica, non solo tecnica (musicisti incredibili, Brandon Coleman alle tastiere pauroso, i due batteristi pazzeschi, bravo pure il padre di Kamasi al sax tenore) ma soprattutto emotiva.
Kamasi accentua il lato funk jazz, le ritmiche sono serrate, solo raramente si abbandona a immersioni nello spiritual jazz. Un tripudio di incastri sonori di eccellenza totale.
"Change of the guard" e Rhythm changes" da "The epic" i migliori momenti.
Non concede bis ma va bene così.

LYDIA LUNCH live al "Fico" di Cremona 27-11-2017
Lydia Lunch emana magnetismo, carisma, forza.
E' piccola e sembra quasi indifesa, sale sul palco un po' claudicante ma è sufficiente che ti osservi con il suo sguardo e capisci che potrebbe mangiarti.
Ma non lo fa, sembra di buon umore.
Scherza sul fatto che ogni volta che hanno fatto una cover di un brano di una rockstar che odiava da teenager poi è morta (Eagles, Tom Petty, Gregg Alman).
Nel nuovo album "Under the covers" di omaggi a varie rockstar ce ne sono molti...attendiamo con un po' di paura.
Chitarra acustica di Cypress Grove (ex compagno di avventure di Jeffrey Lee Pierce) e un batterista ad accompagnarla.
Concerto di torrido blues punk, voce secca, cartavetrata, "Ode do Billie Joe" di Bobbie Gentry ad aprire, una "Black Betty" di Leadbelly caotica con la sola batteria di supporto a chiudere. In mezzo "Midnight rider" degli Almann Brothers, "Breakdown" di Tom Petty, la sua, drammatica, "Won’t Leave You Alone" e tanto altro.
Suona un'ora e poi dice al pubblico di non rompere le palle con richieste di bis che lei il concerto lo finisce lì.
Alla fine si mette al banchetto a vendere i CD, dispensa sorrisi e autografi, rifiuta di fare foto.
Questo si chiama PUNK.

ROLLING STONES a Lucca 23 settembre
La paventata invasione di 60.000 persone di Lucca (che ha 90.000 abitanti) con disagi inenarrabili è stata gestita con estrema professionalità e non c'è stato alcun particolare intoppo.
Il tanto discusso costo del biglietto (dai 100 euro in su) è proporzionato alla richiesta (250.000 per un sold out di 60.000 paganti) e alla mole organizzativa che richiede un evento del genere (e se Paul Weller costava 35 euro e certi gruppi italiani di dubbio spessore 20/25...).
Pubblico tranquillo, sereno e felice che abbraccia ogni tipologia di età, classe sociale, estetica, bizzarria.
Rimane un mistero il perchè alcuni, dopo aver pagato centinaia di euro per entrare, collassino imbottiti di alcol prima del concerto.
E perchè altri, con i Rolling Stones a pochi metri, non lascino trascorrere cinque minuti senza controllare le notifiche di Facebook (ma chi cazzo ti scrive ????).
Censurabile (da denuncia) l'aver venduto biglietti per posti da cui era impossibile vedere il concerto (se non dai maxi schermi).
E IL CONCERTO ?
Due ore, i previsti classici, due brani da "Blue & Lonesome" (uno dei migliori momenti con "Slipping away" cantata da Keith)), una ruffiana "Con le mie lacrime", qualche luce (fulgida, abbagliante), molte ombre. Jagger in formissima, gli altri molto meno, talvolta molto molto meno.
Ma la LEGGENDA e la STORIA non meritano troppe critiche ma solo rispetto.
Anche se....

PAUL WELLER a Bologna "Estragon" 10 settembre
Setlist lunghissima, almeno due ore un quarto, brani spesso molto dilatati, scelte talvolta "oscure" dal repertorio solista, molto spazio agli ultimi due album, spazio acustico di (ben) cinque brani alla fine del concerto, sinceramente poco efficace, band in ottima forma, tanto quanto la voce e la verve di Paul.
La versatilità del repertorio gli permette di spaziare tra momenti davvero heavy, grooves funk, riarrangiamenti soul, psichedelia sparsa (pur se con eccessiva, talvolta, auto indulgenza).
Rare le concessioni al passato remoto.
Tre degli Style Council e tre dei Jam.
"Estragon" sold out, entusiasmo, ottimo concerto, tante luci, qualche ombra.

PAUL WELLER a Milano 12 settembre
Preceduto dall'ex Jet, Nic Chester, deludente, PAUL WELLER calca il palco di un affollato "Alcatraz" a Milano, di nuovo in gran forma.
Acustica nettamente migliore dell'"Estragon" che permette di apprezzare in pieno le sfumature e le particolarità di una scaletta che cambia ogni sera.
La qualità principale che emerge di Weller è il sapersi calare nelle sue canzoni, al 100%.
E' VERO, SINCERO, le "sente", le vive. Non interpreta una parte.
E' lì per il suo pubblico e con il suo pubblico.
Non dà spettacolo, è lui lo spettacolo.
La band lo segue, precisa e ordinata. E' loquace, diverte, è divertito, si diverte.
Un altro grande concerto, di un artista completo. Gran finale con "Start!" e ritorno sul palco con "Town called malice".

FESTIVAL BEAT 1-2 luglio
GRAHAM DAY and the FOREFATHERS ha cancellato tutti (tra brani dei Prisoners come "Love me lies" e "Melanie", di Solarflares come "You want blood" e un finale con una deragliante "Hush"). Suona rauco, duro, minimale, primitivo. Voce pazzesca, attitudine totale.
ARCHIE & the BUNKERS sono due minorenni che fanno garage punk con tastiera e batteria, coverizzano Dead Boys e Stooges, sembrano gli Screamers o i Suicide in speed e spaccano anche loro.
Gli altri gruppi (dai Mummies ai Rippers): alcuni ottimi altri meno.

INCOGNITO "Teatro Municipale" - Piacenza 19 marzo
Teatro gremito per un nuovo appuntamento del Piacenza Jazz Festival (nonostante i prezzi non proprio popolari).
"Ma come cazzo suonano questi qua???"
Tredici ECCELLENZE sul palco, tecnica spropositata, funk jazz fusion travolgente, assoli incredibili (talvolta un po' prolissi, come spesso capita in queste circostanze ma di tale livello da fare paura!).
Band incredibile, groove pazzesco, concerto (di due ore) da incorniciare.
Gran finale con discorso di "Bluey" che ricorda come i componenti della band arrivino da ogni parte del mondo in una sorta di "United Nations" di razze, culture, provenienze.
La band se ne va mentre parte "one Love" di Bob Marley.

THE WINSTONS + GIOVANNI FERRARIO ALLIANCE + RED LINES - 11 giugno - "No Silenz Festival" - Cigole (Brescia)
Cornice deliziosa quella che ospita il No Silenz Festival.
Cigole è luogo bello e accogliente, il Parco Botanico di Palazzo Martinoni ancora di più.
E poi la serata è musicalmente di livello eccellente.
Apre la new wave/dream pop/ alt rock dei RED LINES per fare poi posto ad una grande esibizione della GIOVANNI FERRARIO ALLIANCE.
Sonorità profondamente Lou Reediane tra i 70' e gli 80's, folate psichedeliche, sperimentazioni "soniche", sapienti arrangiamenti vocali e melodici, un intreccio strumentale raffinato.
Cover di "Pretty vacant" dei Sex Pistols che diventa una sorta di moderna "Walk on the wild side".
Infine i WINSTONS, attualmente la migliore band italiana a mio parere.
Oltre un'ora di concerto, musicisti di eccelso valore, polistrumentisti, attitudine totale.
Divertono e si divertono mentre sugli ascoltatori piovono secchiate di Nice, Colosseum (il batterista è un novello Jon Hiseman), primi King Crimson (e quelli di "Red"), Hawkwind, gli Osanna di "Milano Calibro 9", Osage Tribe e, perchè no?", primi Pink Floyd e un pizzico di Area.
Ma è la personalità della band a spiccare con un sound che, figlio di tante influenze, è tremendamente originale e attuale perchè filtrato attraverso quello che è venuto nei decenni successivi, dal punk, alla new wave, al grunge.
Pura e semplice eccellenza.

SERGIO CAMMARRIERE - Gragnano (PC) 12 luglio
Non ho mai seguito più di tanto la sua carriera (nè la seguirò in futuro) ma il suo concerto con quartetto jazz al seguito è molto piacevole, tra ritmi jazz, samba, latini con una band bravissima che si concede assoli eccellenti.

SENZABENZA + TOUGH - 9 giugno "Danny Says" - Piacenza
Punk rock. Puro e semplice, diretto ed essenziale.
Non c'è molto altro da dire.
Se non che i Tough e i Senzabenza (recenti autori di un album spettacolare come "Pop from hell") ne sono impeccabili interpreti con stile e totale padronanza dell'elemento attitudinale e artistico. Due set potenti e tirati di fronte ad un pubblico numeroso e partecipe.
Soprattutto giovane.
Tanti giovani (e tatuati...), attenti e competenti.
Interessante e di buon auspicio.

Cesare Basile live alla Cooperativa Portalupi 12 ottobre
Mi è ricorrente parlare di CESARE BASILE.
Varie situazioni ci hanno avvicinato e portato a collaborare ed è stato frequente assistere a suoi concerti in varie vesti (band o solista).
Il mio giudizio è difficilmente imparziale, visto che parto dal presupposto che sia il miglior cantautore italiano in circolazione.
Quando poi si esibisce nello splendore che brilla di umanità, socialità, competenza, attenzione e cura per l'artista, qualità tecnica dell'impianto e della sala concerti che è la COOPERATIVA PORTALUPI di Vigevano (Pavia), la serata diventa PERFETTA.
Basile canta il suo BLUES in siciliano, racconta storie e racconta la storia della nostra Italia, fustigata, depredata, annichilita.
Parla di sfruttati e sfruttatori, padroni e ribellioni.
E' NECESSARIO che qualcuno continui a farlo e a urlarlo.
Le canzoni sono ipnotiche, belle, intense, profonde. Supportate Cesare, supportate la Cooperatia Portalupi, supportiamo le voci contrarie.

Cesare Basile a Bologna "TPO" 25 marzo
CESARE BASILE torna sui palchi di mezza Italia a presentare il nuovo album "U Fujutu su nesci chi fa?".
E lo fa anche in un affollatissimo "TPO" di Bologna con un super gruppo che lo vede affiancato da alcune eccellenze della musica italiana, da Simona Norato alle tastiere, voci e percussioni, Sara Ardizzoni alla chitarra, Roberta Gulisano a voce e percussioni (vera "sorpresa" del live act che si arricchisce grazie a lei di una gestualità e teatralità che lo rende ancora più interessante e suggestivo), Luca Recchia al basso, Massimo Ferrarotto alla batteria e percussioni.
Il concerto è potente, "severo", maestoso nel suo proporre un linguaggio profondo, oscuro, sabbatico, pagano, tra ritmi tribali, spezzati, ipnotici, ossessivi e un uso delle voci perfettamente coordinato.
C'è un costante richiamo ad una sensibilità dimenticata, antica, atavica, nel riproporre un dolente ma altrettanto fiero e deciso canto in siciliano.
Noi ci affanniamo da decenni sulle rive del Delta del Mississippi o su quelle del Tamigi alla ricerca di un BLUES che non ci appartiene, che non appartiene al nostro sangue e alla nostra storia quando invece il NOSTRO BLUES ce lo abbiamo sulla porta di casa, nelle nostre strade, negli occhi, nei cuori e nelle parole della nostra gente.
L'insegnamento di Cesare Basile ce lo ricorda e ce lo butta in faccia.
E dobbiamo ringraziarlo.

CUT (+ Kaptain Preemo) "Arci Taun" - Fidenza (Parma) 18 marzo
I CUT sono tra le migliori realtà "rock nroll" italiane.
Da lungo tempo.
E ogni disco, ogni concerto, non fanno che confermarlo.
Energia incredibile, riff micidiali che abbracciano il rock n roll primitivo, il punk, il funk, il blues.
Sound caustico, tirato, abrasivo, tecnica sopraffina.
Aprono i giovani e convincenti Kaptain Preemo, buon mix di garage, psichedelia, rock.

Robyn Hitchcock live a Piacenza 13 ottobre
L'Auditorium del Conservatorio Nicolini di Piacenza, organizzato da Musiche Nuove a Piacenza, grazie a Max Marchini, ha ospitato un concerto del grande ROBYN HITCHCOCK.
Chitarra acustica e voce, rari passaggi al pianoforte e un'ora e mezza di ottimo set.
Voce stupenda, padronanza totale della chitarra, tra momenti psichedelici e palesemente Barrettiani, timbri bluesy, un duetto con la locale hero Annie Barbazza e gran finale con una versione mozzafiato al piano di "Crystal ship" dei Doors e poi "I wanna destroy you" dei suoi Soft Boys.
Pubblico abbastanza folto ed entusiasta.

Mauro Ermanno Giovanardi in concerto- Teatro Bibiena S.Agata Bolognese 11 novembre
Buona la prima.
La prima data, la classica "data zero", del prossimo tour de "La mia generazione" di Mauro Ermanno Giovanardi si svolge nel minuscolo ma incantevole Teatro Bibiena nella pianura (avvolta da un'altrettanto classica fittissima nebbia autunnale) modeno/bolognese.
E tutto riesce al meglio.
L'evidente e dichiarata emozione per l'esordio crea empatia con l'artista, le rare sbavature arricchiscono il clima della serata, quasi una prova pubblica che rende ancora più partecipe e parte integrante dello spettacolo gli spettatori.
I brani sono scarni ed essenziali, più diretti rispetto al disco.
Ci sono anche episodi rimasti fuori come "Corri" dei Tiromancino (bellissima versione) e uno dei Prozac+.
Si chiude con una travolgente "Forma e sostanza" dei CSI mentre nel bis spazio (idea molto gradevole) ad un brano a testa per i musicisti che lo accompagnano, Lele Battista, Alessandro Gaben, Marco 'Cosma' Carusino oltre al batterista Leziero Rescigno e al fonico Marco Posocco.
Serata riuscita, band in gran forma, spettacolo da non mancare.

Alberto Fortis al "Melville" di San Nicolò (PC) 3 novembre
Ci sono artisti che nel corso degli anni trascuri e lasci da parte.
Poi al Melville Caffè Letterario nella rassegna Rock d'Autore incappi in ALBERTO FORTIS e (ri)valuti un personaggio che è sempre stato un outsider nel panorama cantautorale italiano.
Qualche successo ma un ruolo sempre un po' sfumato.
Voce pulita e potente, soul a tratti, riconoscibilissima, virtuoso del pianoforte, ottima verve, impegnato nel sociale, ricorda l'esperienza con George Martin e tante altre cose interessanti, piazza un medley che passa da "Little wing" a "One love" degli U2 e incanta il folto pubblico presente.
Bel concerto.

Gomma live al "Melville" S.Nicolò (Piacenza) 24 novembre
Giovani, aspri, scarni, minimali. romanticamente abrasivi, echi di Fugazi, Ciampi, postcore, Sonic Youth, post punk nel concerto dei GOMMA in un discreatamente affollato Melville Caffè Letterario all'interno della Rassegna Rock d'Autore.

giovedì, dicembre 14, 2017

I migliori dischi mod del 2017



Una carrellata di dischi MOD o comunque correlati.

IL SENATO - Cielo rosa / Un giorno senza amore
L'esordio della super mod band con un 45 giri con un inedito firato da Andy Lewis e cantato da Fay Hallam e una versione in italiano di "A day without love" dei Love Affair cantata da Luca Re.

FOUR BY ART - Inner Sounds
Torna la leggendaria sigla FOUR BY ART, una delle primissime mod bands italiane, due album all'attivo, il mitico singolo d'esordio "My mind in four sights", lo scioglimento, la tragica scomparsa di due membri originari, Demetrio e Elvis (a cui il nuovo album è dedicato).
Di quella formazione rimane il solo bassista Filippo Boniello che si circonda ora di eccellenti collaboratori (tra cui il sempreverde Roberto Stortoni alle chitarre e Franco Caforio - già con Litfiba, Pelù e Violet Eves - alla batteria).
Il risultato è un album di eccellente musica che spazia nell'universo 60's, tra garage, tocchi psichedelici (la conclusiva, beatlesiana, "Say something"), soul, riuscite cover (splendida la ripresa di "Allora mi ricordo" dei New Trolls e altrettanto riuscita "Sorry" degli Easybeats, da sempre nel repertorio live della band milanese).

THE FIVE FACES - Sx 225
La band genovese, tornata in attività recentemente dall'infinito passato dei primi 80's, mette a segno un nuovo colpo firmando un nuovo album per l'inglese Detour Records (che aveva già curato la stampa di un DVD live in Inghilterra e di un album sempre live).
Curato nei minimi particolari presenta una band fresca e che fa dell'immediatezza sonora la sua principale caratteristica.
Sarebbe facile derubricarli a mod revival del 79. Personalmente credo si tratti invece del Sound of 78, quello che attingeva ancora dal pub rock più elettrico (Dr. Feelgood, Eddie and the Hot Rods), si affiancava a primi Jam, Buzzcocks, Undertones e Jolt, anticipava di un soffio l'arrivo di bands come Vapors, Purple Hearts o Chords.
C'è energia ma anche tanta melodia di gusto 60's pop, ottimi brani, chitarre sporche ma ben calibrate, ritmica potente, belle voci.

ALEX LOGGIA - Blue Star
Alex Loggia giunge all'esordio solista dopo decenni di attività musicale.
Prevalentemente negli Statuto ma che ha abbracciato tantissime altre esperienze, collaborazioni, gruppi, progetti.
C'è tutto il mondo di Alex in questo disco: beat, blues, funk, soul, rock, ritmi caraibici.
Ma è la qualità compositiva che eccelle.
I brani sono maturi, ricchi di intuizioni, di groove, melodia, classe.
Album di primissima qualità.

GIAMPAOLO CORRADINI & the WEEKEND WARRIORS - s/t
La band reggiana è all'esordio ma Corradini ha alle spalle una lunga militanza con altre realtà come Substitutes e The Youngs.
Gli otto brani dell'album coniugano la passione per le sonorità 60's (Animals, Who, Kinks) con una visione moderna che dai Jam va al brit pop. Sound chitarristico, asciutto, elettrico, nervoso, brani ottimi, energia a profusione. Un album che soddisferà in pieno chi ama il mod sound e affini.

STONE FOUNDATION - Street rituals
La band inglese si lascia abbracciare da mr. PAUL WELLER (che produce, arrangia, suona il piano, canta e compone in due brani) e rilascia un album con i fiocchi.
Soul, funk, eccellenti ballate mid tempo, tanto groove, sound soft ma crudo, pulito, spesso vicino agli Style Council.
Ottimo disco (dove l'impronta di Weller è evidente e chiara), raffinato, godibile, pieno di anima e passione.

PAUL WELLER - A kind revolution
La carriera solista di Paul Weller ha riservato ovvi e prevedibili alti e bassi ma ha sorpreso molti il precedente SATURNS PATTERN, per qualità, freschezza, spessore compositivo e realizzativo, uno dei suoi migliori album in assoluto.
A KIND REVOLUTION raccoglie quella pesante eredità e prosegue sulla linea sapientemente (ri)tracciata due anni fa.
Troviamo ampiamente coperto lo scibile del Weller autore che si muove, in modo attuale e moderno, senza cadute revivaliste, tra le suggestioni sonore a lui più care (soul, beat, melodie 60's, i Beatles più Mc Cartney, soprattutto nelle ballate), richiami ai migliori Style Council, qualche asperità chitarristica di sapore rock psichedelico, sapori gospel e blues.
Un album di nuovo convincente, compositivamente sempre ad alto livello, vario, intenso, che ci conferma l'eccellente salute di Mr. Weller.

STRYPES - Spitting image
Terzo album e nuovo passo evolutivo verso un sound sempre più personale che conserva il gusto 60’s dei ma si sposta dalle parti di quelle atmosfere che furono care a nomi come Elvis Costello, Joe Jackson, Undertones degli esordi.
Anche Arctic Monkeys, un po’ del sempre amato rhythm and blues e sapori dal mod revival del 1979 (Jam, Merton Parkas, Secret Affair).
Brani di grande spessore compositivo, splendidi i suoni, grande groove.
Album eccellente (dopo il deludente precedente).

STEVE BROOKES - Hoodoo Zoo
STEVE BROOKES è stato il fondatore dei JAM, a fianco di Paul Weller, che lasciò poco prima dell'esplosione della band di Woking per dedicarsi ad altre attività lavorative. Non ha rinunciato alla musica incidendo tre album e collaborando saltuariamente agli album di Weller.
Il nuovo lavoro è un raffinato album con 11 brani chitarra acustica e voce con l'aiuto del percussionista della Weller Band, Ben Gordelier e dello stesso Paul che appare in un paio di brani alla chitarra, armonica e voce. C'è un'evidente impronta blues che pervade tutti i brani, Steve è un eccellente chitarrista, espressivo, cool, completo.
La voce è calda ma sa essere ruvida e incisiva. Alcuni brani riportano al Paul Mc Cartney acustico sia come impostazione compositiva che nell'uso della voce.
Album semplicemente bello.

FRENCH BOUTIK / POPINCOURT - The place I love/Tonight noon
Tratte dall'album "Gifted" (4 cd dedicati a cover dei Jam realizzate da band di tutto il mondo e i cui fondi sono devoluti a famiglie in difficoltà, "living in difficult circumstances"), due canzoni riprese da due nomi francesi.
I ben conosciuti FRENCH BOUTIK rivedono "The place I love" (da "All mod cons") in francese in una stravolta versione che spazia tra Kinks, jimgle jangle e psichedelia tardo 60's.
Tinta di psichedelia anche "Tonight at noon", uno dei migliori brani del primo Weller, ripresa in versione dream pop da POPINCOURT (con l'aiuto di Gabriela Giacoman dei French Boutik).

ASSIST + MAL - Bionda attitudine
Torna la band torinese con un 45 giri di puro pop (northern) soul con tanto di delizioso featuring di Mal !

mercoledì, dicembre 13, 2017

Budapest



Un racconto di vita vissuta di ALBERTO GALLETTI, sulle tracce del CALCIO MAGIARO

Sabato mattina di dicembre, freddo.
Sveglia mattutina ore 6, devo partire per Padova per le otto, ma prima c’è il Test Match.
Secondo Test degli Ashes, la famosa sfida a cricket tra Australia e Inghilterra.
Scendo in cucina , fa freschino, preparò un caffè e mi sintonizzo sul mio ‘streaming’ di fiducia ma, delusione, dopo 10 over ha cominciato a piovere e il Test match è stato interrotto.
Dopo il caffè posso quindi concentrarmi sulla partenza.
Devo comunque star fuori a dormire e preparare la borsa, radermi , farmi una doccia rigenerante , stirarmi jeans e camicia e vestirmi.
Con la dovuta calma sono pronto per le 7,45.
Mi risiedo in poltrona, nuovo tentativo col cricket ma niente, piove ancora.
Sono un po in ansia per questo test, detesto gli australiani a cricket e a quasi tutti gli altri giochi.
La settimana scorsa la Scozia li ha puniti senza pietà a rugby, un 53-24 pesantissimo e senza discussioni, una goduria enorme!
Qui invece il primo test è andato male, sconfitta inglese per 10 wickets (tradotto in punteggio calcistico, anche se non proprio alla lettera, una roba tra i 6 e il 9-0).
Gli esperti dicono però che giocando anche di sera, l’Inghilterra potrebbe trarre vantaggio e secondo loro questo è l’unico test con chance vere di vittoria.
Necessario vincere, altrimenti le ‘Ceneri’ passeranno in mano australiana.

S. mi chiama: ‘stò arrivando.’

Esco di casa jeans, camicia, maglione, sciarpa rosso-blu, cappello e scarpe belle, in pelle anche se un po rigide.
Però si va ad una conferenza, ci tengo ad essere un minimo ‘smart’.
Salgo in macchina, ci salutiamo calorosamente, che nonostante la buona frequentazione dell’ultimo anno, grazie a Sport Box, ultima sua trovata, non ci vedevamo da un po.
A Belgioioso raccogliamo M. il terzo protagonista del nostro piccolo periodico sportivo.
Invitato a questa conferenza a Padova.
S. ci ha precettato da settembre: ‘Mi raccomando, non prendete altri impegni per il 2 dicembre! Ho promesso a questo professore universitario, che ho agganciato ,che saremo presenti e dovrete essere con me. Ci sarà spazio per i nostri argomenti, inoltre ci ospitano, nessun problema.’
Nessun problema, figuriamoci.
Tanto più che nelle ultime settimane, nonostante una certa segretezza qualcosa è trapelato.
Interverranno alla conferenza ,oltre al Professore, anche un famoso filosofo (del quale ho già dimenticato il nome non essendo stato protagonista di memorabili imprese calcistiche), qualche giornalista, uno dei quali dobbiamo raccogliere a Orio in arrivo da Roma, e ‘Nanu’ Galderisi (che invece ricordo benissimo).
Tra l’altro ero a Cremona in quel memorabile 15 giugno 1994, in piedi nei distinti in mezzo ad una torma di tifosi bianco scudati scatenati.
Dapprima bastonati, quando Hubner portò avanti il Cesena, e poi definitivamente usciti di senno collettivamente, erano oltre diecimila, quando Coppola sparò un gran tiro che infilò la porta cesenate per il gol del 2-1. E storica promozione in Serie A dopo 32 anni o giù di li.

Dunque mi sono preparato un po ,ho controllato, Galderisi c’era ma non giocò era in panca. Così avrò qualcosa per cominciare una conversazione.
Sosta all’autogrill per un caffè. Tornati in macchina S. ci consegna una busta a testa : ‘Primo quiz per la giornata’, dice.
Apro la busta, dentro un foglio con la pianta di uno stadio, istruzioni sul comportamento da tenere, sul fatto che si possa essere ripresi da telecamere a circuito chiuso e non, e altro. In inglese ungherese e tedesco. L’unica parola che afferro, scritta abbastanza in grande, è Videoton. Ma non mi basta, non riesco a capire, a collegarla con questa conferenza.
S. sogghigna, mette in moto e ripartiamo.
Dopo dieci minuti di mutismo interrogativo ecco due nuove buste, secondo quiz per la giornata.
Apro, questa volta riconosco il contenuto: stupore.
Due fogli.
Guardo di nuovo.
Riconosco due carte di imbarco per un volo da Orio a Budapest e ritorno. Guardo M., stupore.
Quindi vediamo un po: ‘il foglio della prima busta cos’è??’
M. un po più veloce di me a fare due più due fa : ‘Dunque è il biglietto di una partita, e questi sono biglietti aerei.’
S. ci guarda divertito.
Penso di esserci arrivato ma non ci credo.
‘Quindi non c’è nessun giornalista da prender su a Orio?...e neanche nessuna conferenza?....’ dico tra me e me.
‘Si amici. Stiamo andando a Budapest.

La scusa è la partita Ferencvaros – Videoton.

Il motivo vero è andare sulle tracce del calcio ungherese, del quale voi avete cantato le lodi da non so quanto, con voi. Un regalo. Un regalo a voi, ma anche a me che ci tengo a fare un’esperienza simile con voi due in questo contesto.’, rivela S. divertito.
E ti credo! Il raggiro è riuscito completamente!
Io casco dal pero: ‘Quindi è stata tutta una messinscena. La conferenza, il giornalista da raccogliere all’aeroporto etc ?’

‘Si – fa S. con una certa soddisfazione – e non volevo per nessun motivo che voi sospettaste qualcosa.
Biglietto aereo, albergo e biglietto partita, tutto pagato.
Non sta gran cifra eh, altrimenti non sarei riuscito. Avevo valutato anche qualche altra opzione, ma alla fine ho scelto questa.’

Altro sguardo stupito tra me e M. e poi insieme: ‘Grandissimo!’, e giù a ridere.
Commenti increduli, ma pian piano entriamo in argomento.

Ore 11,30 atterriamo a Budapest, a me sembra ancora strano, e lo è: non ero mai stato più a est di Banne, ai tempi della naja, in cinquant’anni.
Taxi desitnazione albergo, in pieno centro.
Un unico vialone dritto dall’aeroporto fino al limitare del centro storico.
Si parla: ‘Potrebbe essere, secondo me.., forse è stato spostato…..mi sbaglierò ma… lo stadio secondo me è su sto vialone’.
Ed infatti eccolo, dopo un cavalcavia, sulla sinistra il nuovo Groupama Arena, nuova casa del Ferencvaros, la più grande squadra d’Ungheria. Costruito sul sito del vecchio fascinoso Ulloi Ut, lungo la via omonima, il nuovo terreno di gioco ruotato di novanta gradi rispetto all’originale. Struttura prefabbricata in c.a. con involucro esterno in struttura di ferro e ‘vele’ metalliche a nascondere lo scheletro interno delle gradinate. Grandi insegne in bianco verde campeggiano con i loro caratteri cubitali recanti il nome dello sponsor.

Penso che doveva essere ben diverso questo posto ai tempi del grande Ferencvaros.
Guardo a sinistra giù dal cavalcavia un lungo vialone con le tramvie centrali e una fermata con lunghe pensiline, importante. Doveva essere uno dei centri di arrivo e partenza degli spettatori in quei decenni in cui la squadra rappresentava il quartiere operaio dal nome omonimo.
Chiedo a M., che è già stato qui due volte, ma non c’era venuto.
Il taxi ci scarica all’albergo, depositiamo i bagagli, veloce riassetto e fuori.
Visita al centro cittadino. S. ci dice che aveva considerato anche la partita dell’ Ujpest, che lui preferiva, ma giocano a porte chiuse (fino a fine campionato’, regalo dei tifosi, una accozzaglia di veri gentlemen e del primo ministro Orban e del suo piano decenalle di rinascita del calcio ungherese).

Torniamo qui?- chiedo
- No – mi risponde S.
Ok allora. La sciarpa la lascio qua. –
Vero, ho il mito del calcio ungherese, pur se tramontato ormai da quarant’anni, ma so che i tifosi non sono affatto pacifici.
Il Videoton ha le maglie rossoblu, la mia sciarpa è rossoblu.
La lascio in albergo.
Il cappotto non è esattamente adatto ad una giornata del genere, tantomeno ad una sera di dicembre da passare in uno stadio a Budapest dopo essere stati a zonzo per la città tutto il giorno.
Le scarpe pure, non sono il massimo per scarpinare chilometri.
Ma tant’è, ero uscito di casa stamattina per andare a Padova ad una conferenza.
Non sono mai stato qui, la città è davvero bellissima.
Nonostante una folla indescrivibile, banchetti di roba da mangiare ovunque e negozi che si possono trovare in una qualsiasi Milano, Londra o altro, alzando un’attimo la testa, o cambiando angolo di visuale si possono scorgere edifici bellissimi.
Una volta arrivati davanti al fiume il mio stupore è totale.
Davvero bellissima, due ponti, uno in ferro, l’altro in muratura davvero imponenti e la collina di Buda con la sua fortezza sull’altro lato.
C’è tempo, attraversiamo il ponte e saliamo fino alla piazza di Buda. Dai Bastioni ci si apre una fantastica vista sulla città dall’altra parte.

Magnifico non c’è che dire.

Intanto si è fatto buio.
Conveniamo che è tempo di entrare in clima partita.
Scendiamo giù per le scalinate e riattraversiamo il ponte che adesso è illuminato, come tutto il resto: davvero notevole.
Rientriamo in centro, folla strabocchevole.
Attraversiamo una piazza a fatica e riguadagniamo una via meno affollata. Direzione est, verso l’Ulloi Ut, la grande arteria che conduce all’aeoroporto e che originariamente dava il nome all’impianto del Fernecvaros, la nostra prossima meta.
La folla per strada si fa via via più rada, al contrario del freddo che comincia a farsi pungente.
Un portone aperto da su un cortile interno, sul muro un insegna ‘Sala da te all’interno’,.
Entriamo.
Cortile da ‘Ragazzi della via Pal’, e ingresso sulla destra.
Entriamo e ci accomodiamo su sgabelli scomodi.
Tre te caldi e tre fette di torta. Corroborante, e la sacher ungherese davvero buona.
Poi di nuovo fuori, attraversiamo il viale della Dogana e poi imbocchiamo la Ulloi Ut dal principio.
Oltre tre chilometri, decidiamo di farceli a piedi.
Una camminata interessante, le luci abbaglianti del centro sono lontane, negozi e bar si fanno più radi.
Le insegne inglese sparite, solo ungherese.
Guardiamo dentro le vetrine di bar e negozi, niente più turisti, poca gente: Ungheria vera.
In prossimità dello stadio un grande incrocio, imbocchiamo il sottopassaggio. Senzatetto accoccolati nei loro improvvisati e miseri giacigli già dormono, bottiglie vuote. Sbagliamo uscita e ci ritroviamo dall’altro lato dello stradone, attraverseremo in prossimità dello stadio che ormai dista 200 metri.

Ed eccoci qua: Groupama Arena.

Un nuovo stadio, aperto nel 2014, parte del piano decennale del Primo Ministro Orban per la rinascita del calcio ungherese. L’intero discorso merita una considerazione a parte. L’orientamento del campo è stato ruotato di novanta gradi rispetto all’originale per cui adesso lungo la Ulloi Ut (che era anche il nome dello stadio fino a tre anni fa) non c’è più la tribuna ma la curva dei tifosi di casa. Manca poco meno di un’ora al calcio d’inizio, parentesi: il Videoton,ospite, guida la classifica con 38 punti, il Ferencvaros insegue a tre lunghezze, scontro al vertice si direbbe. ‘Strano però – penso - non mi pare ci sia sto granchè casino intorno.’.
Sull’angolo del piazzale c’è l’enorme statua dell’aquila,simbolo della squadra, con gli artigli piantati su un pallone vecchio stile con inciso sopra l’acronimo FTC (Ferencvarosi Torna Club, ovvero Circolo Ginnastica di Ferencvaros).
Davanti alla tribuna la bella statua di Floriàn Albert, gloria locale e unico pallone ungherese della storia, (ironicamente nel 1967 mio anno di nascita). Ferencvaròs è un quartiere di Budapest che coincide con il IX Distretto, Keruleti in ungherese. Si snoda dal limitare del centro in direzione sud-est, è delimitato dal vialone Ulloi Ut a Nord e dal Danubio sul lato opposto. Si sviluppò ad inizio ottocento e mantiene, nella parte più vicina al centro i bei edifici dell’epoca.
Per tutto il sec. XIX si svilupparono molte attività che fecero di Ferencvàros un quartiere operaio molto vivace.
La squadra, fondata nel 1899, trovò terreno fertile per quanto riguarda il seguito, tra la locale working-class.
A metà anni trenta era già la squadra più seguita di Budapest, insidiata solo dall’Ujpest, situato all’estremità opposta della città.
Negli ultimi quindici anni, dopo un periodo di crisi dovuto alla caduta del precedente regime, il quartiere ha subito un graduale processo di gentrificazione che ha portato all’apertura di numerosi locali e attività, specialmente nell’area contigua al viale Calvino,a ridosso del centro, con l’insediamento nell’area di studenti, giovani professionisti ed un aumento graduale nel prezzo degli immobili, che ha fatto di Ferencvaros un area assai vivace e direi anche piuttosto piacevole della città. Cosa assai importante, essendo al di fuori dagli itinerari strettamente turistici, il quartiere mantiene un anima ungherese poco contaminata dal ‘capitalismo da high street’ che ha invaso le strade del centro di quasi tutte le capitali con negozi tutti uguali. Con le dovute proporzioni mi sembra un po quello che successe ad Islington a partire da una trentina di anni fa.
Entriamo quindi al Groupama Arena dopo aver individuato l’entrata giusta. Saliamo al primo piano per le scale, dal pianerottolo si accede al locale sotto la tribuna riservata allo sponsor principale (Telecom Ungheria) nel quale si trova il bar.
Ah, quale gioia dopo la nostra (anche interessante, per carità) scarpinata.
Diamo un’occhiata agli spalti, ancora vuoti.
Mi ribadisco lo ‘strano’ pensato fuori sul piazzale, specialmente vedendo la curva deserta.
Dunque, qui non siamo a Londra per cui tutta la faccenda è ad esclusivo uso e consumo dei locali quindi niente scritte o conversazioni che non siano in ungherese, inglese zero, magari italiano, ma in tutta onestà non mi viene in mente.
Poco male, ci mettiamo poco a capire che cibo e bevande sono gratis, o comprese nel prezzo del biglietto, quindi basta mettersi in fila.
E ancora una volta, giunti davanti al bancone, questa non è roba per turisti: zuppa di pomodoro con paprika, stufato ungherese con patate (brasov) in grosse pentole e hot-dogs con cipolle dal nome impronunciabile e incomprensibile.
Vado a gesti e mi faccio servire un bel piattone di brasov.
Ah, nessuno si è preoccupato di sapere come si dice birra in ungherese (sör), poco male, la ragazza dietro alla spina me ne serve una quasi senza dire niente.
Ottimo.
Peccato che non si riesca ad intavolare una conversazione con i tifosi presenti, davvero mi sarebbe piaciuto parlare di calcio ungherese, con tifosi ungheresi nello stadio del Ferencvaros, un’opportunità alla quale in vita mia mai avevo pensato potesse capitare, ma che spesso nel passato mi ero immaginato.
Altro giro di birra e prendiamo posto in tribuna.
Fa freddo, mancano cinque minuti, lo stadio è andato riempiendosi.
Buon pubblico, settore ospiti gremito, colorato e rumoroso.
Gli altri settori quasi pieni.
Ma la curva dei supporters di casa vuota!
S. chiede alla signora di fianco, ‘si è chiusa, conseguenza dei violenti scontri contro quelli del Debrecen’ ci informa gentilmente.
Giusto, ricordavo di aver letto che il piano decennale di Orban per la rinascita prevedeva anche la tolleranza zero per i violenti.
Infatti l’Ujpest ha giocato nel pomeriggio a porte chiuse.
Però cazzo, mi (ci) girano i coglioni!
Saranno anche teppa, saranno anche di destra (ma a nessuno di noi interessa) e tutto il resto, però arrivare fino a qui e trovare la curva vuota….
Peccato, l’ambiente è assai rumoroso e immagino che lo stadio al completo debba essere davvero una bella bolgia.

Inizia la partita, parte meglio il Videoton, spinto dai tifosi che incitano sfruttando anche la mancanza dei tifosi di casa.
Difesa attenta e ficcanti ripartenze manovrate.
Il Ferencvaros contiene a fatica.
Il centrale difensivo Otigba è impacciato sia in chiusura che, soprattutto sul rilancio,un pericolo. Parecchi svarioni, ma gli ospiti non riescono ad approfittarne.
Si alzano incitamenti per la squadra di casa dalla curva opposta e dal settore distinti più vicino alla curva chiusa, il Fradi (soprannome del Ferencvaros), si rinfranca un po.
Ma il livello della partita è basso, la tecnica approssimativa, così come l’occupazione degli spazi,Spirovski, che ci sembra il migliore a metacampo per i bianco verdi sale sempre con colpevole ritardo.
In compenso però non mancano i colpi proibiti, il tono della partita è piuttosto becero e ci sono tre fallacci, in particolare uno di Fiola a centrocampo, veramente pessimi.
Persino io dopo quest’ultima scarpata scatto in piedi , urlando ‘fuori!’.
Altrove ci sarebbero stati almeno due cartellini rossi, qui tre gialli, ci guardiamo perplessi, a mio avviso lasciano correre abbastanza vista l’animosità di base di questi contendenti ungheresi del giorno d’oggi.
Dopo questi primi venti minuti di calci e zero calcio, la situazione si tranquillizza un po.
Ne approfittano i padroni di casa che cominciano a spingere. C’è prima un bel colpo di testa fuori di poco e poi, al 34’, una respinta di testa della difesa ospite finisce sui piedi di Spirovski, appostato al limite dell’area, che tira subito indovinando l’angolo basso alla destra del portiere. 1-0.
Il Videoton fino ad allora piuttosto compatto si disunisce e al 44’ il bomber tascabile Paintsil (1,65m) raddoppia con una bellissima azione personale.
Lanciato in contropiede fulminante, brucia l’avversario sullo scatto, entra in area, evita un primo avversario, poi un secondo, che finisce col culo per terra, con dribbling a rientrare e tiro a giro all’incrocio, bello.
2-0 e si va al riposo, il pubblico, sembra gradire.
Altre birre, un panino, e un te caldo per S.

Chiacchiere: dura intravedere le vestigia della grandezza calcistica di un tempo.
Le glorie passate distano decenni, nomi noti non ce ne sono, lo stadio non è più quello, il Ferencvaros gioca con maglia a strisce orizzontali invece che verticali, il Videoton in completo color oro invece che rossoblu, rimane il pubblico. Ma non c’è contatto, la lingua è un ostacolo insormontabile, la curva resta desolatamente vuota.
La partita riprende, ed è molto meglio. Le azioni si susseguono e i padroni di casa mantengono l’iniziativa, fino a metà tempo quando il Videoton si scuote e comincia a pressare.
Al 75’ azione sull’out sinistro cross al centro, il portiere del Ferencvaros sbaglia il tempo dell’uscita e Lazovic lo anticipa con un bel colpo di testa che finisce in fondo al sacco per il 2-1. Ci provano adesso gli ospiti, il pareggio manterrebbe invariato il vantaggio di tre punti in testa alla classifica.Cambiano schieramento e, per la prima volta in quarant’anni, vedo una squadra schierata con un 2-3-5, ‘piramide di Cambridge’ lo schema fisso usato dagli inglesi dal 1880 e mandato in pensione a fine anni ’20 dal sistema di Chapman. Questo si è un collegamento col passato degno di nota! Gli sforzi non producono effetti e la retroguardia biancoverde fa buona guardia.
Poi all’82’ il patatrac. Su passaggio orizzontale sulla propria tre quarti (sempre ampiamente sconsigliato), il difensore centrale del Videoton riceve e sbaglia il controllo, sopraggiunge Piatsil che gli ruba il pallone, serve l’accorrente Moutari, appena entrato, che insacca con un lob dal limite. 3-1 e conto chiuso.
Finisce la partita. Il Ferencvaros aggancia i rivali in vetta alla classifica, la folla inneggia al grande Fradi.
Usciamo nel gelo di Budapest, la folla sciama, poliziotti in assetto antisommossa presidiano il perimetro della curva chiusa. Saliamo in taxi e torniamo in centro.

S. ha prenotato in una tipica birreria con musica dal vivo.
Bel locale, sotterraneo,mattoni a vista, bel bancone lungo.
Pieno di gente che si gode la serata, bella atmosfera.
Sfortunatamente ci deve esser stata qualche incomprensione e il tavolo riservato non c’è, i locale è tutto esaurito.
Poco male ci accomodiamo al banco.
La birra è ottima.

Rientro l’indomani mattina, poco più di un’ora di volo e rieccoci di nuovo a Orio.
Recuperiamo la macchina e rientriamo. Ultima parentesi ungherese, se così vogliamo dire, l’inno russo sparato a palla in macchina, ci stà.
Ventiquattr’ore insolite, inaspettate e bellissime.
Mi è piaciuto tutto, ma certo la compagnia dei miei due compagni di viaggio, la condivisione di un certo modo di intendere il calcio e rapportarsi con esso è stato l’aspetto migliore.
Grazie S. davvero una gran bella sorpresa.
Alla prossima, magari con preavviso, così mi abbiglierò in maniera opportuna.
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