lunedì, agosto 11, 2014

Free Fabrizio Corona ?



Complice la mancanza di notizie particolarmente piccanti (va bè c'è qualche guerra alle porte, una crisi che è sempre più tragica e profonda, disastri climatici e ambientali) i riflettori si sono ultimamente improvvisamente accesi sulla vicenda di FABRIZIO CORONA, il noto fotografo/faccendiere/ricattatore, finito in galera con una dozzina di anni sulle spalle.
Il giornalista Marco Travaglio ha ripetutamente perorato la causa per una revisione della pena (anche se i suoi articoli sembrano più permeati dalla volontà di attaccare altri, Berlusconi e Napolitano, prendendo Corona come pretesto).

Sostanzialmente, si dice, Corona si è preso quasi 14 anni (ridotti a 9) di galera senza avere di fatto del male (fisico) a nessuno, se non ad una serie di calciatori e vip colti in fallo, a cui i soldi non mancano di certo.
Spesso gente che ha ucciso, stuprato, picchiato, fatto insomma ben di peggio, se la cava con la metà.
Travaglio chiede che almeno sia tolta la condanna ostativa che impedisce a chi tiene una buona condotta di avere ridotti 75 giorni di carcere ogni sei mesi e che costringe Corona ad almeno cinque anni in cella di sicurezza a fianco di mafiosi e assassini.

Per quanto Corona sia un personaggio odioso e ributtanti, proveniente da un mondo ancora peggiore, Travaglio potrebbe avere ragione: sconti ancora un po 'di carcere ma non così a lungo e così duramente.
Rimane il dubbio: perché il "personaggio famoso" Corona si e il disgraziato che non ha appoggi e una bella faccia no ?

sabato, agosto 09, 2014

The #1s - The number ones



Sono di Dublino e suonano come lo facevano i primi Buzzcocks e gli Undertones di "Teenage kicks", i Boys, gli Adverts, e perché no?, i Jam di "In the city".
E' beat di tre accordi, sporcato di punk, 10 brani che a malapena passano i 2 minuti di durata, power pop purissimo, semplice, immediato, urgente.

http://thenumberones.tumblr.com

https://soundcloud.com/thenumberones

venerdì, agosto 08, 2014

Intervista al WU MING CONTINGENT



Il WU MING CONTINGENT ha realizzato "Bioscop", uno dei migliori album italiani del 2014 caratterizzato da un duro sound, ipnotico e ossessivo che unisce post punk, la new wave più abrasiva (dalle parti dei PIL e Massimo Volume), su cui si parla di alcuni personaggi “minori” ma altamente iconici (dal calciatore Socrates allo scrittore Peter Kolosimo) fino alla rilettura moderna di “Revolution will not be televised” di Gil Scott Heron. Lavoro interessantissimo che ci porta all'intervista di oggi (grazie a CESARE FERIOLI).

1) Che rapporto e/o interazione c’è tra l’attività letteraria di Wu Ming e quella musicale ?

Il gruppo scrittorio Wu Ming nascendo da un humus culturale molto contiguo all'underground musicale bolognese ha sempre interagito al proprio interno su modalità e dinamiche tipicamente proprie delle band.
Da qui a concepire il Wu Ming Contingent come vera e propria “sezione musicale” del collettivo il passo è stato breve.
Fin dalla sua nascita, tra gli intenti della Wu Ming Foundation c'è stato il “raccontare storie con ogni mezzo necessario”. Il media musicale è parso a tutti un’estensione naturale del progetto complessivo.

2) La strada sonora scelta è abbastanza ostica. I brani sono lineari e scorrono diretti e veloci ma i riferimenti non sono dei più facili, da PIL a Massimo Volume all’esperienza di Enrico Brizzi con Yu Guerra.

Le nostre influenze musicali aderiscono per scelta e per cuore alle nostre esperienze formative più remote.
Nello specifico ci puoi sentire il post-punk dei Public Image Ltd, dei primi Joy Division di Warsaw ma anche il garage punk dei Sonics, il proto-punk dei Television oppure il punk-rock dei Clash dei primi album…a dire il vero c’è anche un’influenza kraut-rock, quella più propriamente legata ai Neu! e per quanto mi riguarda del drumbeat rhythm and blues di New Orleans, insomma, un collage sonoro a cui ognuno di noi da il proprio apporto e che ha radici comuni molto forti.
Quello che ci siamo detti tra noi quando abbiamo deciso di formare la band è stato, facciamo musica che sentiamo realmente e senza mediazioni, che ci rappresenti anche generazionalmente, suoniamo spontaneamente quello che ci viene, deve piacere a noi per primi, e così è stato.

3) Quella musicale è un’esperienza estemporanea o è destinata a proseguire ?

Abbiamo già in cantiere l’idea del secondo album i cui testi saranno tutti improntati verso il mondo femminile visto che l’album Bioscop è composto di dieci brani tutti ispirati a figure maschili.

4) Da adoratore di Gil Scott Heron ho trovato geniale e riuscitissima la cover di The revolution will be not televised, intitolata “La rivoluzione non sarà trasmessa su Youtube”, aggiornata ai nostri giorni e riattualizzata.

Ci sembrava un doveroso omaggio verso la mitica figura di Gil Scott Heron, artista che ammiriamo profondamente.
Inizialmente è nata come cover in versione italiana, poi ci siamo resi conto che il testo originale era troppo legato al suo tempo e alle situazioni storico sociali americane.
Abbiamo deciso di adattare il testo a cose legate alla contemporaneità che viviamo noi, anche la musica di conseguenza è cambiata radicalmente trasformandosi in qualcosa di originale. Abbiamo voluto mantenere intenzionalmente un flow disco funk, in questo caso direi più propriamente no-disco come si diceva negli anni ottanta.
Questo è stato il processo di trasformazione che ha portato da “The revolution will be not televised” a “La Rivoluzione (non sarà trasmessa su YouTube)”.

5) Vivere di musica e “arte” in Italia è possibile ?

Parlando della mia esperienza personale ti posso dire che in passato e per anni ho vissuto solo suonando, questo ho fatto a tempo pieno dall’87 al 1999 circa. Dal 1990 al 1996 con la blues band Dirty Hands, fondata da me e dal chitarrista Andy Carrieri, con cui già collaboravo nei Jack Daniel’s Lovers, un anno arrivammo a fare 190 concerti.
Una bella faticaccia, te lo assicuro, ma era l’unico modo per far stare in piedi i conti.
Il nostro mercato di riferimento sia per gli album che per i concerti erano oltre all’Italia, la Svizzera, il Belgio e l’Olanda, la Francia e non da ultimi gli Stati Uniti.
C’era un forte “rinascimento” del blues in quegli anni e noi cavalcavamo la tigre spontaneamente. Avevamo promoters locali che ci organizzavano concerti e partecipazioni ai festivals, vendevamo dischi, anche se poche migliaia di copie ad album.
Insomma, come si dice in gergo, ci stavamo dentro. Ora la situazione è più complessa, c’è lo spettro della crisi economica, i budget ora sono praticamente quelli che incassavamo in lire allora ma la benzina per fare un esempio costa quasi tre volte tanto, così anche per autostrade ed alberghi, insomma, ora è molto ma molto più dura.
Il liberismo non è più solo una macabra favola uscita dai testi di gruppi come Dead Kennedys o Angelic Upstarts, è ovunque ed è intenzionato ad abbattere il potere d’acquisto e i diritti sociali di tutti, ovunque, anche in Italia.
Per dirla molto sinteticamente, girano meno soldi e la gente pensa a spendere per mangiare e sopravvivere, sempre meno per Musica e Arte.
E poi non da ultimo, trovo che la cultura generale si è parecchio massificata.

6) Una lista di dischi da portare sulla solita isola deserta

Uno su tutti il pensiero va a Sandinista dei Clash, album geniale e fondamentale sia per l’approccio musicale che per quello concettuale. Sandinista rappresenta contemporaneamente sia libertà artistica che integrità stilistica, sintesi geniale e perfetta. Prima di allora le band tendevano ad avere un suono unitario, univoco, compatto…i Clash ruppero questo schema per sempre.
In valigia metterei anche First Issue e Metal Box dei P.I.L., i due album dei Joy Division ma anche A Love Supreme di John Coltrane assieme ad un paio di cofanetti VVAA sia della Sun Records di Memphis che di R’N’B di New Orleans con brani di Robert Parker, Larry Williams, Earl King, Professor Longhair, Meters ecc., un bel best di King Tubby per non farmi mancare del buon dub giamaicano.
Sicuramente non potrei rinunciare a delle registrazioni di Muddy Waters del periodo Chess, Trouble No More/Singles 1955-1959 per esempio.
Stesso discorso per John Lee Hooker, il leone di Detroit. Mi servirebbero anche un po’ di Chicago House e di Detroit Techno, l’album di Delano Smith “An Odyssey” sarebbe perfetto, lui è nato a Chicago ma vissuto a Detroit e questo album rappresenterebbe una sintesi perfetta del potente sound in 4/4 di queste due città….mi sa che se continuo di questo passo però mi serve una nave container per traslocare, che dici Tony?

giovedì, agosto 07, 2014

Boezio - "La consolazione della filosofia"



ANDREA FORNASARI ci parla di BOEZIO e il suo "La consolazione della filosofia"

Durante il regno di Teodorico visse un notevole pensatore, la cui vita e la cui opera si pongono in netto contrasto con la decadenza generale della civiltà di quell'epoca.
Boezio nacque a Roma intorno al 480; era figlio di un nobile e godeva di molte amicizie presso la classe senatoriale. Con lo stesso Teodorico strinse un legame di amicizia, e il re goto, quando assunse il governo di Roma (500 circa), lo chiamò presso di sè una decina di anni dopo nominandolo console.
Boezio servì Teodorico con grande competenza e lealtà.
Negli anni successivi le sue fortune subirono un rovescio: nel 524, dopo essere stato accusato di tradimento (grazie ad una congiura), venne gettato in prigione (pare in una torre di Pavia, ma non sapremmo dire quale) e condannato alla pena capitale.

In carcere, mentre attendeva di essere messo a morte, scrisse il libro che lo rese famoso: "La consolazione della filosofia".
Perfino ai suoi tempi - tempi barbari - Boezio godette la reputazione di essere un uomo saggio e colto; sono sue le prime traduzioni latine delle opere logiche di Aristotele che arricchì inoltre di commenti e annotazioni originali.
I suoi trattati sulla musica, sull'aritmetica e sulla geometria sono stati a lungo considerati opere esemplari nelle scuole medioevali delle arti liberali.
Il suo progetto di tradurre tutte le opere di Platone e di Aristotele non fu mai, purtroppo, portato a termine.
Stranamente, il medioevo finì per riverirlo non soltanto come grande studioso ma anche come cristiano; aveva pubblicato, è vero, alcuni trattati su questioni teologiche che erano stati attribuiti a lui stesso, per quanto appaia improbabile che fossero autentici.

Naturalmente è molto probabile che Boezio fosse cristiano - come del resto la maggior parte della gente a quell'epoca - ma se lo era, il suo cristianesimo non poteva che essere nominale, tenendo conto del suo modo di pensare.
Infatti era la filosofia di Platone ad esercitare su di lui la maggior influenza, e non certo le speculazioni teologiche dei padri della Chiesa: la sua posizione, così come è esposta nella "Consolazione" è assolutamente platonica.
Tuttavia è stato forse un bene che Boezio venisse considerato un ortodosso e non un eretico: dobbiamo a questa circostanza se molto del suo platonismo è stato tranquillamente assorbito dagli ecclesiastici dei secoli seguenti; un sospetto di eresia avrebbe facilmente condannato all'oblìo le sue opere.

Ad ogni modo, la "Consolazione" prescinde dalla teologia cristiana: il libro è costituito da brani in prosa e in versi; Boezio parla e domanda in prosa, e la filosofia, in forma di donna, risponde in versi.
Sia dal punto di vista della dottrina, sia dal punto di vista della concezione generale, l'opera è lontanissima dagli interessi che agitavano gli ecclesiastici del tempo; nella ricerca di una buona condotta di vita, Boezio segue la tradizione dei pitagorici ed esalta la supremazia dei tre grandi filosofi ateniesi.
Le sue dottrine etiche sono in parte stoiche e la sua metafisica si riallaccia a Platone; qualche passo possiede un tono panteistico, e di conseguenza viene sviluppata una teoria per la quale il male è considerato irreale. Tutto ciò è in serio contrasto con gran parte della teologia e dell'etica cristiane, ma sembra che la cosa non abbia turbato nessuno nel campo ortodosso.

L'opera, nel suo spirito, ricorda Platone, ma evita il misticismo di autori neoplatonici quali Plotino, ed è libera dalle superstizioni dominanti dell'epoca.
Del tutto assente il bruciante senso del peccato che incombe sui pensatori cristiani del tempo (Agostino in primis), ed il tratto forse più rimarchevole dell'opera è che sia stata scritta da un uomo imprigionato e condannato a morte. Sarebbe un errore vedere Boezio come un filosofo chiuso in un mondo immaginario, lontano dagli interessi pratici: al contrario, in maniera analoga agli antichi filosofi greci, Boezio era un abile amministratore politico, il quale servì utilmente la causa di Teodorico.
Più tardi finì con l'essere considerato un martire della persecuzione ariana, errore questo che può aver favorito la sua popolarità fra i cristiani.
L'opera di Boezio, vista nel suo contesto storico, pone l'eterno problema di quanto un uomo sia vincolato alla propria epoca: egli viveva in un mondo ostile e si sforzava di perseguire la ricerca razionale in un'epoca infestata dalle superstizioni e dominata da un frenetico fervore.
Tuttavia nessuna pressione esterna si riflette nella "Consolazione": forse i circoli aristocratici di Roma erano meno disposti a cedere alle mode occasionali, forse in questi ambienti era sopravvissuto qualcosa delle antiche virtù, molto dopo che l'impero romano aveva cessato di esistere in quanto tale.
E' abbastanza vero che gli uomini sono il prodotto delle tradizioni.
Sono modellati dall'ambiente nel quale crescono e il loro modo di vivere è guidato da queste tradizioni alle quali aderiscono, consapevolmente o meno; d'altra parte, le tradizoni stesse non sono così strettamente legate a un'epoca, esse acquistano un'esistenza propria e possono sopravvivere per lunghi periodi, sviluppandosi sotto la superficie, per venire di nuovo alla luce quando trovano qualche punto di appoggio.
In un certo senso e in una certa misura, le tradizioni dei tempi classici si conservarono anche nelle precarie circostanze delle invasioni barbariche, così da poter produrre uomini come Boezio.
Va infine ricordato che non venne mai canonizzato - sorte che invece toccò a quell'anima abietta di Cirillo.

mercoledì, agosto 06, 2014

Umbria Rock Festival 2014: tre giorni nell'Umbriashire



Grande reportage del Nostro CHARLIE dall'Umbria Rock Festival 2014 con PAUL WELLER, CHARLATANS, PETER HOOK, KAISER CHIEFS, JAMES etc.
Foto di Armando Allegretti (prese dal web)
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Un prato sconfinato della profonda campagna umbra, delimitato da una chiesa del 700 da un lato e da una catena montuosa dall’altro è stato il degno palcoscenico di Umbria Rock Festival, creatura fortemente voluta da un imprenditore inglese di origine indiana, Yash Bajaj, che da tempo passa le sue estati in questa oasi verde.
Partito sottotraccia e tra lo scetticismo generale di molti addetti ai lavori, il festival umbro si è rivelato per attitudine ed organizzazione il parente tricolore più prossimo dei festival anglosassoni e la forte risposta della comunità britannica, che sceglie l’Umbria come meta turistica estiva, unita a diversi stranieri giunti per l’occasione, ha dato alle tre serate rock un respiro internazionale.

Un po’ tiepida invece la risposta degli appassionati indie-rockers italiani ma trattandosi di un debutto c’è poco da lagnarsi, pure il celebrato e famoso Umbria Jazz 40 anni fa partì in sordina per poi rivelarsi un appuntamento irrinunciabile dell’estate italiana.
C’è quindi solo da augurarsi che nelle prossime edizioni il festival rock segua l’ascesa del suo fratello maggiore Umbria Jazz.
Ma veniamo alla musica.
Ovviamente l’offerta era ampia, come in ogni festival che si rispetti, e di altissimo livello e alla fine le defezioni di Basement Jaxx e The Courtneers sono state solo un effetto collaterale rispetto a quanto si è potuto vedere nel mastodontico palco “martano”.

PETER HOOK, a cui spetta il compito di chiudere la prima serata data l’assenza dei Jaxx, è un vecchio principe oscuro che con i suoi giri di basso ha fatto compagnia a molte inquiete adolescenze, sentire di nuovo dal vivo pezzi del calibro di Atmosphere, Ceremony o Love will tear us Apart da ancora quel brivido cupo dal sapore mancuniano anni ’80.
Chiaro, la sua voce non è quella di Ian Curtis, il cui spirito aleggiava nello sterminato prato umbro, ma come giustamente diceva una ragazza accanto a me “Hook in fin dei conti alla voce se la cava, e poi mica è colpa sua se Ian Curtis si è suicidato”.
Realismo umbro.
Il concerto di Hook fila via che è un piacere, tra reminiscenze dark e suoni della Manchester che viveva 24 ore su 24 (24 hour party people) e se i pezzi dei Joy Division fanno bene al cuore quelli dei New Order riattivano la circolazione.
Impossibile rimaner fermi per Blue Monday e Temptation.

Al venerdì a tinte dark fa seguito un sabato di forte impronta MODernista. PAUL WELLER ha dalla sua oltre 30 anni di onorata carriera, senza nessuna caduta di stile (in fin dei conti è il Modfather) ed un pubblico adorante che lo segue ovunque tanto che pure in questo lembo di campagna il suo concerto ha avuto un ottimo seguito.
Prima di Weller si sono fatti apprezzare gli emiliani Doormen, dal tiro brit adatto all’uopo, mentre un po’ fuori luogo son sembrati i cinesi Re-Tros una sorta di band post-punk a tinte scure che forse avrebbe trovato più estimatori nella serata del venerdì.
Detto del forfait dei The Courtneers spetta quindi ai CHARLATANS, della premiata ditta Burgess-Blunt, scaldare il pubblico che attende il divino Paul.
I Charlatans sono una leggenda di quel rock baggy britannico che vede nei Stone Roses il suo apice indiscusso, i pezzi del live set trasportano l’ascoltatore in un viaggio nel tempo che parte nel 1990 e che arriva fino ai giorni nostri.
E se durante The Only One I Know pare quasi di scorgere Jimmy Grimble che palleggia sul prato di Massa Martana, è con pezzi del calibro di Can’t get Out the Bed, Here come the Soul Saver e la torrida Sprostron Green finale che si viene travolti dalla carica dei Charlatans e del loro buffo cantante, Tim Burgess, acconciato come una Raffaella Carrà qualunque.
La band delle West Midlands regala al pubblico un’ora di ottima musica e scalda ottimamente la platea che attende Mr Weller con una certa impazienza. Il set del Modfather non delude affatto.
Si parte a pieni giri, con un robusto rock’n’roll sulle note di Sunflower e via a seguire con Wake up the Nation, From the floorboards Up, Fast Car-Slow Traffic, insomma un inizio molto movimentato a cui segue una chicca pescata dal repertorio degli Style Council.
Sulle note di My Ever Changing Moods il pubblico più datato (gli over 40 per capirsi) fa scattare quel sano entusiasmo che sa tanto di “io a quei tempi c’ero, con la mia vespa, la mia Fred Perry ed il mio pantalone perfettamente stirato” e poco conta se la Vespa invece che per Camden girava per Ponte San Giovanni.
Il pubblico di Weller è trans-generazionale quindi non fa specie vedere padri che si godono lo show con figli adolescenti salvati dall’incubo di un Vasco Rossi qualsiasi.
Lo show prosegue con momenti catchy al suono di Come on/Let’s go e Friday Street mentre è con Above the Clouds che si rischia di nuovo di concepire bambini.
Insomma un grande Weller, in ottima forma, che ha regalato tanti momenti memorabili tra i quali bisogna segnalare Start, dei leggendari The Jam, e poi il gran finale dove prima ci si culla al suono di The Changingman per finire a saltare come ossessi sulle note di Town Called Malice come fossimo tanti Billy Elliott fuori forma.
Memorabile duetto finale tra Weller e Burgess, il “ciarlatano” mal pettinato che ha cantato Town Called Malice con tanto di bignamino in mano, e dire che la platea sottostante le parole della canzone le conosceva a memoria!

Chiusura finale la domenica che comincia (almeno per me che ho bucato gli scozzesi Elara Caluna) con il rock tirato dei Cribs di cui va ricordata la notevole Be Safe e prosegue con una istituzione inglese poco conosciuta oversea come i JAMES.
Mancuniani, e veri ispiratori di tante più celebrate band che da Manchester partiranno alla conquista del mondo, i James hanno proposto un set colorato da un violino e da un tromba che ha spaziato da un flower-pop di stampo british fino ad arrivare a proporre in un gran finale due cavalli di battaglia molto apprezzati come Hymn of a Village e Come Home in una versione estesa e super-tirata.
Stranamente i James non hanno proposto il loro pezzo forte Sit Down atteso da molti, incluso il sottoscritto; in definitiva un bel set pur senza la ciliegina sulla torta che alla fine somiglia un po’ ad una vittoria della tua squadra del cuore ottenuta senza che abbia giocato il tuo calciatore preferito (tipo un Aston Villa – Stoke City 1-0 ma senza Benteke in campo…….d’altronde sognare non costa nulla).
Cambio di palco e alla rosa rossa dei Lancaster, degnamente rappresentata dai mancuniani James, fa subito seguito la rosa bianca dei York incarnata dai KAISER CHIEFS di Leeds.
Ad essere onesto non mi aspettavo molto dalla loro esibizione, diciamo che fino al terzo album mi piacevano molto poi decisamente meno, ed invece questa banda di uligani, che sembravano appena usciti da una terrace di Elland Road, ha dato vita ad una esibizione pirotecnica.
Tante le hit proposte dai Chiefs con un Ricky Wilson iperattivo che ha regalato ai fans uno show acrobatico fatto di gag, capriole, tuffi in mezzo al pubblico e arrampicate libere sulla torre delle luci.
Poi ovviamente c’era pure la musica e i Kaiser Chiefs al loro arco hanno frecce interessanti che hanno scagliato in serie a partire da Every day I Love You Less and Less, passando per Ruby, Never miss a Beat, Oh My God e per finire con I Predict a Riot.
E mentre Wilson predicava la rivolta ciondolando dalla torre delle luci un pubblico entusiasta salutava questa prima edizione dell’Umbria Rock Festival, un festival che è partito piano ma che con il tempo non farà fatica ad imporsi come appuntamento fondamentale dell’estate musicale italiana.
D’altronde chi va piano va sano e va lontano.
Saggezza popolare.

martedì, agosto 05, 2014

Il calcio a Gibilterra



Ritorna il prezioso contributo di ALBERTO GALLETTI con questo divertente e interessante sguardo ad una neonata realtà del calcio europeo.

Mentre il mondo impazziva calcisticamente per le vicende del mondiale brasileiro, nella Vecchia europa, anzi in un vecchissimo avamposto della vecchia Europa, qualcosa di ‘ben più serio ed importante’ accadeva lontano dal clamore delle masse ma vicino agli occhi di parecchi appassionati e di qualche addetto ai lavori, nonché degli inglesi sempre attenti a tali vicende e alla data dell’accaduto con la nazionale già eliminata e rimpatriata dalla kermesse globale.
Succede che Joseph Chipolina ha segnato il primo gol nella storia delle competizioni europee per squadre provenienti da Gibilterra per i Lincoln Red Imps nel 1° turno preliminare di Champions League 2014/15.
I campioni del campionato della Rocca, vincitori degli ultimi 12 titoli consecutivi, hanno pareggiato 1-1 in casa contro l’ HB Torshavn, campioni delle Faer Oer, compagine ormai avvezza ai preliminari europei estivi.
Chipolina ha realizzato il rigore del vantaggio nel corso del primo tempo, pareggio di Levi-Hanssen nella ripresa.
Gibilterra è l’ultimo e più piccolo membro dell’ UEFA, essendo stati riconosciuti solo a fine maggio 2014.
La piccola colonia inglese aveva battuto proprio a maggio Malta per 1-0 in un amichevole disputata in Portogallo, la loro prima vittoria come membri ufficiali UEFA, dopo due pareggi e due sconfitte.
 Nella partita di ritorno l’ HB Thorsavn si è imposto per 5-2 superando così il turno e qualificandosi ad incontrare l’ex-grande Partizan Beograd che si è imposto a sua volta 3-0 e 3-1.

Gibilterra sosterrà il girone di qualificazione per i prossimi campionati Europei del 2016 nel girone con Polonia (contro cui esordirà i settembre in casa), Irlanda, Scozia, Germania, Georgia.

lunedì, agosto 04, 2014

Governo finanzia la musica



Un'intervista ai Motorpsycho dall'ultimo numero di Classic Rock ci reintroduce ad un argomento già dibattuto da queste parti: ovvero se la musica, i musicisti vanno o meno finanziati, in quanto soggetti "culturali" oppure lasciare che sia pertinenza dello spirito imprenditoriale degli stessi.

Kenneth Kapstand:
Amo la scena musicale norvegese.
Il governo supporta i musicisti, finanziando i loro viaggi all'estero e aiutandoli a coprire le spese, è una cosa importante per lo sviluppo culturale.


Snah:
La scena norvegese è unica al mondo. Nei conservatori gli insegnanti e gli studenti ricercano nuove forme espressive.
Naturalmente i programmi educativi si basano sulla studio del passato ma i norvegesi non sono dei nostalgici."

sabato, agosto 02, 2014

Ian McLagan - United States



Di solito a IAN MC LAGAN si pensa, giustamente, come al tastierista degli SMALL FACES, dimenticando che poi è stato con FACES, ROLLING STONES ma anche session man con Bob Dylan, Chuck Berry, Bruce Springsteen e tanti altri oltre ad aver intrapreso una dignitosa carriera solista di una decina di album a base di rock mid tempo, senza lode nè infamia.
Il nuovo "United States" non è un capolavoro ma un pregevole, divertente e godibile condensato delle influenze raccolte nel corso dei decenni, dal blues, al soul, funk, al rock più classico, un pizzico di reggae, una bella voce, rauca e malinconica e le tastiere ovviamente in bella, seppur discreta, evidenza.
Rock sincero, suonato con il cuore e l'anima e una passione che non vuol morire, per fortuna.
Da ascoltare.

Di seguito una parte di intervista che ha rilasciato a: http://ultimateclassicrock.com/ian-mclagan-2014-interview/

Il nuovo album è registrato in analogico?

No, no, ho usato Pro Tools, ma Glyn (Johns) lo ha mixato con una console Neve.
Glyn è un un genio!

Ed è stato registrato a Austin?

Oh sì, a casa mia! Gli ultimi sei o sette album sono stati tutti registrati qui.

L'ultimo album è stato il 2008, perché così tanto tempo?

Beh, l'album è stato completato nel mese di ottobre del 2012, e mixato in Londra, ma non lo volevo fare uscire là.
L'ultimo album ('Never Say Never'), e ne sono orgoglioso, ed è stato pubblicato sulla mia etichetta. Ma per questo volevo aspettare fino a quando ho trovato l'accordo giusto.
Quelli della Yep Roc sono stati amici per lungo tempo, e alla fine abbiamo fatto un buon accordo e io sono così felice di essere con loro.

Qual’è la prima cosa che ti ha spinto a voler fare musica?

Mi è subito piaciuto molto il rock and roll quando è arrivato, Bill Haley, Little Richard, Fats Domino, Buddy Holly, Elvis Presley, tutti quei grandi dischi. Così ho pregato mia mamma e papà di comprarmi una chitarra, che alla fine mi hanno fatto arrivare per Natale, ma si è scordata molto velocemente e mi faceva male alle dita.
Quindi ho perso l'interesse per un po'. Anni dopo ho sentito Muddy Waters una sera, e ha cambiato la mia vita. Volevo solo essere Otis Spann, il suo pianista. Li ho visti quando erano in tour insieme. Ho incominciato ad ascoltare solo blues. Qualcuno mi disse che c'era una band che suonava blues non lontano da casa, non lontano da dove vivevo e così sono andato a vederli, ed erano ottimi.
Erano i Rolling Stones. Non avevano fatto nessun disco ai tempi. Entrai così in una band suonando la chitarra.

I Muleskinners, giusto ?

Giusto! Poi, dopo un po' ho pensato che, se avessi potuto suonare il piano, avrei potuto cambiare il suono della band, perche' tutti suonavano la chitarra. Poi ho sentito 'Green onions' (di Booker T) e fu tutto chiaro! Dovevo avere un Hammond!

E sei finito per sostituire Jimmy Winston negli Small Faces, come hanno fatto a trovarti?

Con i Muleskinners sono andato avanti un po ', poi ho preso un concerto con i Boz People con Boz Burrell alla voce, in seguito al basso con i Bad Company. Ho ricevuto una telefonata dal manager degli Small Faces Don Arden. Ha detto che aveva un lavoro per me. Non sapevo chi fosse (ma avevo visto loro alla TV).
Mi disse: "Quanto guadagni?" E ho mentito. Prendevo 5 sterline alla settimana e ho detto 20 alla settimana, che era quello che prendeva mio padre e lui ha detto, "20? Si inizia alle 30! Sarai in prova per un mese, e se piacerai ai ragazzi ne prenderai di più "Allora ho detto:" Ok, che gruppo è?”
"Ha detto," Small Faces ", ho pensato," Oh, fuckin hell! "Poi disse:« Torna tra un’ora” "perché la ragazza che lavorava alla reception stava dicendo a Jimmy Winston che stavo per sostituirlo. Così sono tornato, e Steve , Ronnie e Kenney mi aspettavano.
Non avevano capito che questo nuovo ragazzo era piccolo come loro e quindi erano doppiamente soddisfatti. Mi vennero incontro e mi abbracciarono.

Come erano i primi giorni della band ?

Ho incontrato i miei fratelli il giorno in cui si affacciarono da quella porta. Siamo andati dritti in albergo, siamo stati svegli tutta la notte, ascoltato musica e chiacchierato e ho scoperto che sia Steve che io amavamo Muddy Waters. Booker T. & the MG piaceva a tutti e non vedevano l’ora di avere il mio Hammond nel loro sound. Il giorno successivo abbiamo fatto un programma radio e il giorno seguente il nostro primo concerto.
Era un non-stop. Letteralmente, ci alzavamo la mattina, facevamo un servizio fotografico, poi in macchina per andare in studio, registrare un paio di brani e poi un concerto. Il giorno dopo, la stessa cosa.

Non è stata una transizione indolore passare dal R&B e soul originari a un sound più pop
Non era 'Sha La La La Lee' la prima cosa che hai registrato con loro?


Sì, sì ... non mi piaceva quello. Pensavo che diavolo ho fatto, sono entrato in una band R & B, e siamo finiti come gruppo pop. Ma una volta che uscì e funzionò Don Arden lasciò Ronnie e Steve a comporre il brano successivo e la porta si è aperta.

Ci sono brani particolari dove avete pensato pensava, "Questo si che è qualcosa di grande !”

Devo dire 'Tin Soldier', soprattutto perché arrivato dopo 'Lazy sunday che non avevamo veramente voluto come singolo, ma fu un’idea di Andrew Loog Oldham. Che grande canzone, grandi suoni, just a winner ! . La posso ascoltare in qualsiasi momento ...
C’è una parte che Booker T & the MG hanno rubato per una canzone chiamata 'Carnaby Street.' Steve e Ronnie non lo hanno mai saputo, sono morti prima che lo scoprissi e anche, stavo parlando con David Crosby, e mi ha detto, "Eravate voi ragazzi!" Dissi, "Che cosa stai parlando?" Ha detto, "in 'Eight Miles High' ... la frase “..in places, Small Faces, unbound...”.
Ogni volta che sentivamo quel disco a quel punto ci guardavamo sempre in faccia.
Mi ha scioccato sto pensando 'Ronnie e Steve non l ohanno mai saputo, ma è stato bello scoprire che è di cosa si trattasse.

È stata una sorpresa quando Marriott vi lasciò?

E 'stato molto triste per tutti noi. Si è rotta la bolla.
Siamo stati felici per quei quattro anni. Voleva cambiare la band e suonare la chitarra meno, e far entrae Pete Frampton alla chitarra. Ci piaceva molto Pete, ma non lo volevamo nella band.

C'è ancora una possibilità per una riunione Faces?

C'è! Sono convinto che Rod ci sta davvero pensando. Mi sono convinto che questa volta lo farà e Ronnie, Kenney e io siamo in trepidante attesa.
E il prossimo anno, è anche il 50° anniversario degli Small Faces, così io e Kenney faremo qualcosa. Forse Ronnie Wood potrebbe essere coinvolto, anche Paul Weller potrebbe esserci. Non siamo ancora sicuri di quello che sarà, forse solo uno spettacolo.

Tu e Ron Wood sembrate avere un legame profondo.

Sì, lui è solo un ragazzo così incantevole, intelligente e un brillante chitarrista. Solo un ragazzo brillante, è in salute e troppo felice! Io lo chiamo il giovane Ron adesso, perché lui sembra più giovane ogni volta che lo vedo!

Hai fatto due tour con gli Stones?

Gia ', '78 e '81.

E anche con i New Barbarians

Dovremmo riesumare i New Barbarians! E’ un sacco di divertimento. Amo Keith, e ovviamente amo Woody! Zigaboo è fantastico, un ragazzo eccezionale. Ho appena visto Stanley Clarke, la scorsa settimana. Non lo avevo visto in come 30 anni! Bobby Keys lo vedo tutte le volte quando vado a Nashville. Penso chedovremmo farlo! Dobbiamo assolutamente farlo! È stato fantastico.

venerdì, agosto 01, 2014

Intervista a CARMELO LA BIONDA



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, RAPHAEL GUALAZZI, NADA, PAOLO APOLLO NEGRI, DOME LA MUERTE, STEVE WHITE, batterista eccelso già con Style Council, Paul Weller, Oasis, Who, Jon Lord, Trio Valore, il bassista DAMON MINCHELLA, già con Paul Weller e Ocean Colour Scene, di nuovo alla corte di Paul Weller con STEVE CRADOCK, fedele chitarrista di Paul, STEFANO GIACCONE, i VALLANZASKA, MAURIZIO CURADI degli STEEPLEJACK e la traduzione di quella a GRAHAM DAY, un'opportunità unica (grazie ad Enrico Mutti) di parlare con uno dei GRANDI NOMI della scena musicale italiana, CARMELO LA BIONDA. La sua verve e l'immensa disponibilità fanno si che l'intervista sarà lunghissima e spezzata in varie puntate. INTERESSANTISSIMA (per chi ama la MUSICA).

Le precedenti interviste sono qua:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

1)
In pochi conoscono gli esordi dei Fratelli la Bionda con due album "Srl" e "Tutto va bene" che guardavano a Crosby Stills Nash & Young, al prog, Simon & Garfunkel e che nel caso di "Tutto va bene" fu registrato ad Abbey Road con il mitico Nicky Hopkins (pianista con Rolling Stones, John Lennon, gli stessi Beatles, Jefferson Airpleane etc etc) e con il fonico (dei Beatles e tanti altri) Phil McDonald. Ci puoi raccontare qualcosa di questo periodo ?

2)
Sempre a metà degli anni 70, oltre a muovervi autonomamente come gruppo , componevate per tanti altri artisti (Mia Martini, Bruno Lauzi) ma eravate anche ricercati turnisti. In particolare mi piacerebbe sapere qualcosa sul rapporto con Fabrizio De Andrè (con cui ci fu la collaborazione in "Volume 8"). Avete avuto ancora modo di lavorare con lui, in seguito ?


Io e mio  fratello Michelangelo abbiamo iniziato a scrivere canzoni nel 1970. La nostra carriera, come spesso succede, cominciò per caso.
A quell'epoca era ancora molto importante la figura dell'autore che scriveva per i cantanti.
C'era il Festival di Sanremo che era la regina delle manifestazioni e delle promozioni discografiche. In grado di realmente lanciare nuovi cantanti.
C'erano anche altri festival importanti come quello di Venezia, il Disco per L'Estate, Il Festivalbar e così via.
E c'erano tanti cantanti, che non scrivevano, e  quindi avevano bisogno di una "buona" canzone per partecipare a questi fondamentali eventi canori.
Il fenomeno dei cantautori come l'abbiamo visto svilupparsi negli anni 70  non si era ancora affermato in maniera decisiva.

Così esistevano delle vere e proprie fucine di canzoni (gli uffici degli editori musicali) dove gli autori,  chiusi in una stanza con un pianoforte o una chitarra, da soli o in gruppo, passavano la giornata a tentare di scrivere un successo, più o meno come un impiegato passa le sue otto ore a smaltire scartoffie e pratiche d'ufficio.
A volte si rimaneva rinchiusi fino a tardi, a che non si era scritto qualcosa di significativo.
E così andava in tutti i paesi del mondo.
A quell'epoca, a Milano, c'era un giovane editore di nome Michele Del Vecchio che stava cercando di mettere su una squadra di autori per la sua giovane società di edizioni musicali  dal suggestivo nome "Come Il Vento".
Il primo acquisto e anche scoperta erano stati i fratelli Maurizio e Fabrizio, nostri grandi amici e compagni di scorribande musicali ai tempi dei Beatles, negli  anni 60 e con cui avevamo  messo su una band (o complesso, come si diceva allora).
Ci invitarono ad andarli a trovare per fare quattro chiacchiere , in quell'occasione, l'editore ci chiese di fargli ascoltare delle canzoni scritte da noi.
Poiché ne avevamo solo una e assolutamente poco, anzi, per niente commerciale pensammo che non ci avrebbe certamente presi sul serio. Ci chiese infatti di proporre qualcosa di più "vendibile".
Non c'era fretta ma la stessa sera ci mettemmo a tentare di scrivere una canzone "adatta" all'occasione. Avevamo deciso che lì noi ci volevamo restare.
Ricordo che la notte dormimmo poco e nostra madre si preoccupò seriamente  vedendoci  alle chitarre fino alle tre del mattino, cantando e suonando piano piano, per non svegliare nessuno in casa né i nostri vicini che, alle sei del mattino si svegliavano per andare in fabbrica.
Al mattino qualcosa era nato, forse così tornammo alla Come Il Vento con la speranza, davvero pochina,  di non vederci rimbalzare.

Non fummo rimbalzati. La canzone non aveva ancora un testo definitivo e fu Luigi Abertelli a scriverne uno appropriato e "vendibile" per … I Ricchi e Poveri, che reduci da una vittoria al Festival di Sanremo cercavano una canzone per il Festival di Venezia.
In seguito iniziò la importantissima e fondamentale collaborazione con Mia Martini.
Si era trasferita a Milano avendo già inciso un album, A Roma, per la RCA e con la collaborazione di un giovanissimo Baglioni.
L'atmosfera di Milano si rivelò congeniale al cambiamento che cercava : canzoni più nuove e più pop seppur con testi intensi.
Alla "Come il Vento" il team si era allargato con l'arrivo  di Dario Baldan Bembo. Eravamo tre entità che macinavano ore e ore nel tentativo di scrivere successi.
C'era una sostanziale differenza di modo di scrivere tra i Fabrizio, noi e Baldan Bembo, tuttavia in qualche epodo ben assortiti.
Diventammo la fonte primaria di canzoni per Mia Martini, appoggiati dai testi di Bruno Lauzi e Luigi Albertelli.
Noi vedevamo  in lei una Jony Mitchell italiana e tentammo di scrivere canzoni in quella direzione. Il successo arrivo con Piccolo Uomo, firmato  Lauzi. La Bionda. Baldan Bembo.
Ci accorgemmo che la Ricordi, sua casa discografica e anche nostra, cercava però di tornare alla canzone più italiana e fu qui che decidemmo che le canzoni che ci piaceva scrivere, più americane e più West Coast avremmo dovuto cantarcele da soli.

All'inizio della nostra carriera di autori di canzoni (per altri artisti) avevamo anche intrapreso una nostra strada di chitarristi acustici- turnisti,  venivamo cioè  ingaggiati per le sessione (sedute) di registrazione  grazie alla nostra "abilità" nel suonare le chitarre acustiche all'americana con sonorità west-coast : Crossby Stills Nash & Young, ma anche Simon & Garfunkel, James Taylor ecc, anche perché possessori di due magnifiche chitarre  "made in USA".
Premesso che la nostra "Bibbia" erano e sono tuttora i Beatles, eravamo comunque stati catturati da queste sonorità acustiche,  dall'all'arpeggio o finger.picking che di fatto introducemmo nelle sessions.
Era difficile  registrare bene le chitarre acustiche.  Tendevano a straboccare con i loro bassi accentuati e la dinamica molto ampia che certamente aveva bisogno di particolari accorgimenti nella registrazione (compressori ed equalizzatori principalmente). In Italia non si era ancora pronti a modellare e controllare queste sonorità.
Poi sarebbe arrivato a Milano negli studi della Ricordi Gaetano Ria, un tecnico del suono (oggi sound engineer)  con cui istituimmo un sodalizio .
Diventò il nostro tecnico preferito di Mia Martini, PFM e tanti altri.
Più tardi scoprimmo che la bravura dei tecnici americani nel registrare le chitarre acustiche stava nel tagliare determinate frequenze, senza pietà, mentre noi cercavamo di non perdere tutta l'ampiezza di gamma delle frequenze.
A volta bisogna essere capaci di buttare via.nE' quello che tutti quelli che lavorano nel campo artistico dovrebbero tenere presente.

Decidemmo che era il momento di cantarci le nostre canzoni e preparammo un album molto acustico.
In questo ci venne incontro l'aiuto una persona molto speciale a cui dobbiamo moltissimo per la nostra crescita e affermazione artistica : Bruno Lauzi, autore di musiche e  testi indimenticabili. Lo seguivamo nel live, formando con lui un  trio di chitarre acustiche.
La gente accettava, un po' sorpresa, questa inusuale formazione.
L'album venne registrato in tempi record ma con tutte le componenti necessarie a dargli completezza. C'erano anche archi e fiati arrangiati dal leggendario Natale Massara.
E c'era un giovane Finardi che, anche lui pazzo per la  nuova musica di CSN&Y, aggiunse la sua voce per i cori e un'armonica.
Fu anche la nostra prima esperienza di produttori dato che la Ricordi ci aveva lasciato ampia possibilità operatività, soprattutto nei mix finali.

L'album ebbe un grande successo tra tutti i ragazzi e anche tra i giovani musicisti che finalmente vedevano qualcuno pubblicare un album in chiave acustica e con testi nuovi (in questo caso scritti appunto da Bruno Lauzi).
La copertina stessa faceva da ambasciatrice a questa novità: si apriva doppia e con una foto in cartone estraibile sul fronte. Costosissima.
C'erano anche  i testi delle canzoni (allora, in italia non si usava farlo).
Tutto questo era per la Ricordi un fiore all'occhiello ma che non rappresentava di certo lo stile italiano che teneva su le sue vendite e il fatturato.
Così, pur partecipando a festival e manifestazioni sulle nuove tendenze, non eravamo di certo negli Stati Uniti, dove questo tipo di musica invece rappresentava il potenziale commerciale per il fatturato delle case discografiche.

Il secondo album "Tutto Va Bene", ancora per la Ricordi e in seguito pubblicato dalla Baby Records, con due versioni in inglese, nacque grazie a un accordo, allora molto insolito, di nostra compartecipazione nelle spese di registrazione. Buttammo tutti i nostri risparmi nell'impresa con la decisiva finalità di potere finalmente potere registrare, almeno parte dell'album, a Londra, negli studi costruiti dai Beatles nei tardi anni 60, gli Apple Studios, in Savile Row.
Il palazzo del leggendario concerto sul tetto. Da non confondere con gli studi della EMI, poi rinominati Abbey Road Studios, proprio dopo il successo dell'omonimo Album.

Tramite un amico britannico, che ci aiutò notevolmente nell'impresa, riuscimmo a contattare anche  il loro tecnico Phil McDonald e il pianista di John Lennon e George Harrison e dei Rolling Stones, Nicky Hopkins. Non ci sembrava vero !!!
 Volammo a Londra con parte delle registrazioni già fatte in Italia, con alcuni pezzi cantati sia in italiano che in inglese, per entrare in questo tempio, con la dovuta religiosità e rispetto. Avendo fatto buona parte dell'album con il più che ottimo Gaetano Ria pensammo che sarebbe stato straordinario vedere la differenza nel modo di lavorare di un bravo tecnico italiano e uno inglese. Va notato che il fatto di cantare in inglese non era per nulla accettato dalle case discografiche italiane. Oggi il vento non è cambiato.
Noi però vedevamo altri paesi europei offrire dei prodotti in lingua inglese, e con tanto successo internazionale. Ci domandavamo : "Perché noi no ?".

Comunque saremmo andati a lavorare a Londra. E questo era fondamentale per la nostra evoluzione. Pensavamo che non ci sarebbe stato futuro senza una nuova radicale esperienza.
Avremmo cercato di capire  quali strani segreti si celassero nello scrigno del tempio dei Beatles. Ma non c'erano segreti. Scoprimmo  solo semplicità e professionalità. Molta bravura e passione.
C'era sicuramente la grande scuola inglese, cresciuta negli anni 60 a livelli di eccellenza impensabili.
I testi del secondo album li scrivemmo noi. Era un'esigenza dettata anche dall'insistente richiesta da parte di tutti quelli che ci stavano intorno, di una maggiore sincerità e introspezione, vicina alle nostre percezioni di noi stessi e del mondo che ci circondava.
"Ogni volta che tu te ne vai" è senza dubbio la regina dell'album. L'introduzione, creata al piano da Nick, era in perfetto stile Stones.
La ascoltiamo ancora adesso con le lacrime agli occhi.
Piacque molto a Fabrizio De Andrè con cui stavamo collaborando come chitarristi per la registrazione dell'album 8, quello della "Cattiva Strada".
Diventammo amici e questo ci fece crescere umanamente e artisticamente. Sicuramente influì sui testi che stavamo scrivendo. L'eccellente piano di Nicky Hopkins la  fece subito entrare in un mondo molto BRIT, Il mondo che ci piaceva di più  e ci seduceva. Ieri come oggi.

Phil Mc Donald era molto rilassato, quasi un compagno di pub con cui fare quattro chiacchiere con un bicchiere di birra in mano. Ma era lui che aveva registrato Abbey Road dei Beatles. Per noi non era un uomo era un Dio.
Ma lui, come si dice da noi, non se la tirava per niente. Era sicuramente un po' incuriosito dal fatto di lavorare con degli italiani. Nicky Hopkins invece venne a registrare a Milano. Un giorno per ascoltare tutte le canzoni, memorizzarle nella sua mente e poi suonarle come se la cosa l'avessi fatta da sempre.
Non avevamo mai visto e sentito nulla di simile. Ma lui era anche uno dei più grandi pianisti rock del mondo. La sua preparazione era comunque classica ed ra stato un autentico bambino prodigio ….Una leggenda già allora. E noi stavamo registrando con lui. Ci fu una conferenza stampa a Milano, organizzata dalla Ricordi. Lui si presentò vestito in perfetto stile britannico-rock. Elegante come pronto per un palco di uno show importante. Era un segno di rispetto anche nei nostri confronti, Non lo dimenticheremo mai. Credo che la permanenza a Londra ci abbia dato l'input per sognare di fare successo in tutto il mondo. Non era la prima volta che ci andavamo.
avevamo visto lavorare in studio Tony Visconti.
Produttore dei T REX e BOWIE. Esisteva un'eccellenza e noi volevamo esserci.

giovedì, luglio 31, 2014

Luglio 2014. Il meglio



Passata la metà del 2014 sono già tanti i nomi che saranno nella top 10 di fine anno, tra cui: Damon Albarn, Jack White, Sharon Jones and the Dap Kings, The ghost of a saber tooth tiger, Sleaford Mods, Bob Mould, Lisa and the Lips, Lake Street Dive, St.Paul & the Broken Bones, Naomi Shelton & Queens of Gospel, Hypnotic Eye, Quilt, Nick Pride and the Pimptones, Temples, Real Estate, Kelis, Stiff Little Fingers. Tra gli italiani Eugenio Finardi, Bologna Violenta, Steeplejack, Gi Illuminati, Bastard Sons of Dioniso, No Strange, Jane J’s Clan, Link Quartet, Nada, Monkey Weather, Plastic man, Guignol.

ASCOLTATO

IAN MC LAGAN - United States
Torna l'ex tastiera di Small Faces, Faces, Stones e tanto altro con il primo album dal 2008.
Rock godibile che profuma di Rolling Stones tardo 70's, soul, blues, qualche tocco reggae e funk.
Bello.

WHITE FENCE - For the recently found innocent
Tim Presley ha suonato con My darker hour, Strange Boys e anche Fall. White Fence è un progetto in chiave ultra 60’s tra Donovan, gli Who 66/67, il Paisley Underground, un tocco di Velvet. Ottimo album.

MIRIAM - Nobody’s baby
La batterista dei new yorkesi ABones (e anche con i Cramps) , Miriam Linna, con un delizioso album solista in cui percorre i sentieri di Dusty Springfield, Nancy Sinatra, Sonny and Cher a base di 60’s beat, pizzichi soul e rhythm and blues. Gradevolissimo.

REIGNING SOUND - Shattered
Greg Catwright degli Oblivians in un lavoro in cui convergono grandi cavalcate di stampo 60’s (dalle parti di Them e Zombies), marcate influenze soul e rhythm and blues, rock n roll, brani che starebbero alla perfezione su “Nuggets” (“You did wrong”). Ottimo.

DEXTERS - Shimmer gold
Band londinese che ammicca ad Arctic Monkeys, Kaiser Chiefs, Oasis, Rifles e Strokes con ottime canzoni brit rock, spedite ed energiche. Niente male anche se un po’ anonimi.

THE BUGZ - Confusion
La band pisana firma il terzo album con tredici brani al fulmicotone, nervosi, distorti, feroci, anfetaminici, dove convergono il miglior garage punk tra Sonics, Monks e Fuzztones, sferzate della prima new wave punk (vedi Devo), pennellate rock n roll e surf. “Confusion” ruggisce elettricità e strafottenza. Maneggiare con cura.

FROZEN FARMER - Stay
Ex membri degli apprezzati Midwest, i varesini Frozen Farmer proseguono sulle strade tracciate dal gruppo madre, viaggiando sui sentieri polverosi dell’alt country tra Fleet Foxes, Jayhawks e Calexico. I ltutto suonato e arrangiato con estrema cura e competenza.

ASCOLTATO ANCHE
PETER MURPHY (l’ex Bauhaus con un disco prevedibilmente tenebroso e 100% Bowie ma dignitoso), SLOW CLUB (duo inglese non lontano dai Portished con un pizzico di soul. Non male), LANA DEL REY (non so se sia costruita o spontanea ma l’album è un monumento alla narcolessia), COLD BEAT (punk wave tra B52’s e XRay Spex, strani), MUSICANTI di GREMA (pop frizzante da Parma con tocchi di Franz Ferdinand e Cremonini) DAVIDE TOSCHES (Il nuovo album del cantautore piemontese, è uno sguardo dolente, contemplativo e severo ad un mondo in chiaro scuro tra Lanegan e De Andrè)

LETTO

MARCELO FIGUERAS - Kamchatka
Libro POTENTISSIMO ambientato nella tragedia dell'Argentina dittatoriale dei desaparecidos, vissuta con gli occhi disincantati di un bambino dalla fervida immaginazione e dall'innocenza ancora intatta, in una sorta di "La vita è bella".
La scrittura è leggera, veloce, facile, solare, contrapponendosi all'angoscia dei genitori del protagonista in fuga dalla polizia militare.Forte e commovente, grande libro.

RICHARD BACH - Il gabbiano Jonathan Livingston
Il classico degl ianni '70, sinceramente risente degli anni trascorsi e mi è apparso un po' banalotto e prevedibile, pur se gradevole.

ERRI DE LUCA - Storia di Irene
Amo davvero tanto De Luca e alcuni suoi titoli sono per me classici ai vertici delle mie letture preferite.
In questo caso invece siamo al cospetto di un racconto sconclusionato, pieno di frase fatte, concetti triti e ritriti. Noioso.

MARGUERITE YOURCENAR - Le memorie di Adriano
Lavoro complesso, profondo, spesso ma che rasenta il capolavoro.
Uno splendido romanzo a sfondo storico, dove filosofia e grandi temi della vita si intrecciano in continuazione. Difficile ma che rimane incollato all'anima.

VISTO
Eccellenti gli EXCITEMENTS al Festival Beat, puro soul n blues, grandissima carica, bella voce e ottimi brani.
Spaziale MICHEL CAMILO, pianista jazz tra Petrucciani e Oscar Peterson, accompagnato da uno dei migliori batteristi che mi sia mai capitato di vedere all'opera, CLIFF ALMOND.
Deludenti i NINE BELOW ZERO, rhythm and blues molto asettico.
Grande LISA and he LIPS, funk hard soul all'ennesima potenza.

COSE & SUONI
Lilith and the Sinnersaints a breve in studio.
Nuove date in giro per la penisola qui:
Sabato 13 settembre: Piacenza “Tendenze”

www.lilithandthesinnersaints.com
https://www.facebook.com/LilithandtheSinnersaints

Mie recensioni su www.radiocoop.it

IN CANTIERE

Finalmente vedrà la luce anche quello su Paul Weller, in autunno o inizio 2015 per VoloLibero scritto dal sottoscritto.
In preparazione un libro sul Festival Tendenze che giunge quest’anno alla 20° edizione.
In autunno inizia la mia collaborazione alla rivista CLASSIC ROCK LIFESTYLE.

mercoledì, luglio 30, 2014

Lisa and the Lips + Lilith and the Sinnersaints a La Spezia



Foto di ROBERTO TESSIER

Grande serata allo SPAZIO BOSS a La Spezia.
Dove viene giù tutta l'acqua del mondo e solo grazie all'incredibile lavoro notturno e diurno degli splendidi ragazzi e ragazze dell'organizzazione, si riesce a salvare la serata spostando impianto e quant'altro all'interno del Centro Allende.
Apriamo noi, Lilith and the Sinnersaints, con una quarantina di minuti di cose nuove e piccoli nostri classici e degna, applaudita, conclusione con "Sound of sinners" dei Clash.
Bel concerto, ne siamo più che contenti.

LISA AND THE LIPS poi inondano la platea con un set di furioso funk soul, dalle forti tinte rock. Due chitarre, due fiati, tastiere, ritmica pulsante e su tutto la sua voce devastante (in particolare in una grande versione di "Rocksteady" di Aretha).
Si passa da avvolgenti funk soul alla James Brown a ipnotici e lunghissimi rimandi a Sly and the Family Stone del periodo d'oro.
Forse esagerano un po' con assoli e un'impronta troppo marcatamente rock (ma sono discorsi da puristi della black music) e, (altro discorso giusto per rompere le palle) capelli lunghi, barbe incolte e look trasandato, stonano davvero tanto al cospetto di tale sound, ma sono particolari, da anziano noioso che borbotta sempre.
Il set è eccellente e la band superlativa.
Grande gig !!

Get Back - Dischi da (ri)scoprire



Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.

Le altre riscoperte sono qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

TOPPER HEADON - Waking up
L’unico sforzo solista dell’ex Clash, datato 1986 e sorprendentemente di stampo palesemente soul/rhythm and blues (a dispetto delle sue origini musicali jazz oriented).
Pur se caratterizzato da un sound datato i 10 brani suonano ancora freschi e gradevoli com la voce di Jimmy Helms e le tastiere dell’ex collaboratore dei Clash Mickey Gallagher.
Ottimi uso dei fiati, suono della batteria di “Sandinista” memoria, soul funk diffuso, il buo nreggae soul di “dancing” , la riproposta di “Time is tight” di Booker T (già coverizzata dai Clash in “Black market Clash”) e un buon groove in generale.
Avrà un discreto successo ma nulla più.
Topper sprofonderà nel suo tunnel di eroina ed abusi nonostante le parole de.ll oswing finale “Monkey on my back” lasciassero pensare tutt’altro:
“I had a monkeyy on my back /i’t don’t come back no more/ The day I killed my monkey / I done myself a treat”.

BABY HUEY - The living legend
Grande voce soul, f uattivo alla fine dei 60’s con i suoi The babysitters.
Messo sotto contratto grazie a Curtis Mayfield morì nel 1970 di overdose durante la registrazione del primo album che fu completato successivamente con l’aggiunta di alcuni strumentali. Gli otto brani sono comunque uno splendido esempio di soul contaminato dal proto funk alla Impressions, da influenze blaxploitation e da qualche tocco psichedelico.
Curtis Mayfield firma tra brani, “Mighty mighty” (degli Impressions) eseguita alla grande e le bellissime “Hard times” e “Running”. Ci sono due brani autografi di Huey (vero nome James Ramey), gli ottimi strumentali “One dragon two dragon” e “Mama get yourself together”. Notevole il funk soul che si respira in “Listen to me” e “Running”.

LES SAUTERELLES - s/t
I Beatles svizzeri, che aprirono per gli Stones nel 1967 a Zurigo, suonarono in Italia in tour con Antoine per poi fermarsi 15 giorni consecutivi al Piper di Milano, nel 1966 pubblicano il loro album d’esordio, un pregevole lavoro in cui coverizzano con grande capacità alcuni brani molto particolari e “oscuri” come “Every little thing” dei Beatles, “I feel a whole better “ dei Byrds, “Much too much” degli Who e due di Dylan, “Desolation row” e “She belongs to me” , rivisti in maniera personale tanto quanto “Cheryl’s goin home” di Bob Lind (la famosa, per noi italiani, “Ma che colpa abbiamo noi” dei Rokes).
Ottimi anche i due brani di loro composizione. E’ un garage beat spesso piuttosto ruvido, suonato benissimo e cantato in perfetto inglese. Ottimi davvero. Sono tuttora in circolazione e attivi in Svizzera e Germania.

martedì, luglio 29, 2014

Paul Weller e Irvine Welsh



Il parere dello scrittore IRVINE WELSH ("Trainspotting", "Il lercio, "Porno" etc) su PAUL WELLER, tratto dal suo album "Wake up the nation".

"Come chiunque scrive romanzi per vivere, io impiego molto tempo per costruire personaggi, osservando la vanità, le virtù, le manie che tutti possediamo, cercando di ricavarne qualcosa o qualcuno. Mi sembra impossibile trovare qualcuno a cui non piaccia Paul Weller, mi è impossibile concepire una persona del genere.
Quindi non c'è nessuna ragione di fingere di essere imparziale su questo punto, io sono decisamente un fan, non un critico. Per quanto mi riguarda o tu ami Paul Weller o, in tutta sincerità, sei un triste coglione con cui non ho alcun interesse a parlare. Per fortuna, se stai leggendo questo, è davvero difficile che tu sia uno dell'ultimo caso che ho citato.
E allora perché sono così partigiano?
In primo luogo, è un clichè abusato, ma ciò nonostante, quello che fa un vero artista è l'abilità di mantenere una vera e forte creatività nel corso degli anni e attraverso i continui cambiamenti della vita a cui (spero) andiamo incontro. Sono così tanti i talenti emersi durante il periodo mostruosamente creativo che è stata l'esplosione del punk in Inghilterra, alla fine dei 70's, caduti subito, quando si sono trovati di fronte a questi ostacoli.
Paul Weller è probabilmente l'unico artista di questa era che, senza dubbio, è entrato nel Pantheon dei grandi del rock 'n' roll inglese, a fianco dei suoi predecessori dei 60's Jagger, Richards, Lennon, McCartney, Townshend, Davies e Bowie che emerse nei primi 70's.
Dove i suoi contemporanei si considerarono iconoclasti, commentatori sociali, celebrità o anti-celebrità, distruttori del sistema o salvatori del mondo, Paul Weller era quello che palesemente amava la musica, e che, prima o poi, ha sempre voluto produrla. Paul non ha mai lasciato il soul e la cultura mod che lo hanno ispirato in gioventù e questo senso tribale gli è servito stilisticamente tanto quanto musicalmente.
Ci sono pochissime sue vecchie foto in cui sembra ridicolo come quasi tutti quelli a cui sto pensando. Mentre il termine Keep it real (sii te stesso) è diventato così abusato negli anni al punto di suonare sempre più come “pronto a vendersi”, è ancora più difficile pensare a qualunque altro artista che ha così risolutamente tracciato il suo cammino.
La sola idea di Paul Weller che vende burro (riferito ad un famoso spot TV che vide protagonista John Lydon n.d.a.) o un'assicurazione auto sui vostri schermi televisivi o che ciondola in un reality, rimane così ridicolmente improbabile tanto ora quanto lo poteva essere nei tardi 70's, quando sparava fuori i tre accordi di In the city.
In un mondo in cui la creatività spesso va a braccetto di un bagaglio egoista e noiose pretese, che butteranno prima giù e poi rovesceranno l'artista in questione, è rinfrescante trovare un uomo che insiste a continuare con il suo lavoro. Impegno, determinazione, classe pura e un inarrivabile rilevatore di stronzate (bullshit detector, riferimento ad un brano dei Clash, Garageland n.d.a.) in un'industria dell'artificio. Non c'è da stupirsi del ruolo di Paul Weller per ogni aspirante giovane musicista della working class. Questo ci porta a Wake up the nation. Questo è un album sorprendentemente buono.
E' una dichiarazione da scrivere in grassetto, avendo tutta la sua discografia, ma non solo comparandolo ai suoi migliori lavori, questa fusione senza soluzione di continuità, che comprende tutti gli stili di Paul, dai primi, abrasivi, Jam, attraverso il roccioso bluesman inglese, potrebbe anche essere il suo momento migliore fino ad oggi. Essendo un album di Paul Weller, Wake up the nation non potrebbe mai essere accusato di essere frivolo, ma un senso tangibile di divertimento, anche di gioia, riluce in tutto il disco.
E soprattutto ci racconta che Paul Weller continua a vibrare e ci mostra il passo sicuro dell'artista maturo ma con la freschezza e la verve di una superstar emergente. C'è qualcosa dell'esordiente affamato in Wake up the nation.
Infine, Paul è uno di quel piccolo gruppo di artisti che non solo hanno provveduto alla colonna sonora di una generazione ma la hanno totalmente e assolutamente definita.
Per me è impossibile ascoltare la  musica di ogni suo periodo senza che mi tocchi ad un livello personale.
Non è solo ogni ricordo di un desiderio romantico, ridicola aspirazione, saporito trionfo o qualche umiliazione, ma l'anticipazione di queste cose, che ,inevitabilmente, materializza una canzone di Weller nella mia mente.
Ed ora ha realizzato il primo disco che è necessario avere in questo decennio. La cultura giovanile inglese sembra, dopo quello che ha creato la globalizzazione e il mercato nelle ultime generazioni, in uno stato davvero squallido accostato al vibrante mood che Paul Weller fece esplodere  nei 70's.
La nazione ha seriamente bisogno di essere svegliata, e come sempre, lui è l'uomo ideale per questo lavoro."

lunedì, luglio 28, 2014

Le bufale su internet



La diffusione di internet ed un uso spesso improprio ha creato un incontrollato diffondersi (soprattutto attraverso i social) di notizie assolutamente false, spesso palesemente ridicole (dalle scie chimiche agli “stipendi” per i rom, alla polizia brasiliana che sterminava i bambini di strada in occasione dei Mondiali etc etc) che vengono riprese in continuazione e che reiterate assumono per molti i contorni di “verità”.

Un gruppo di ricercatori delle Università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston ha cercato di inquadrare il ruolo e le dinamiche delle bufale diffuse su Facebook.
Su un campione di 2,3 milioni di individui distribuiti in 50 pagine Facebook divise in tre categorie, si è giunti ad una conclusione interessante: chi è più propenso a scambiare più spesso satira e bufale per fatti veri sono i lettori delle pagine di (pseudo) «controinformazione», quelli che reputano i media tradizionali manipolabili e inaffidabili.

Ultimamente si sono aggiunti anche gli "scherzi" che si possono costruire attraverso l'applicazione Pinibook, attraverso la quale si può generare una falsa notizia su FB e farla apparire come vera (per quanto grottesca e surreale: "Tizio (con nome e cognome di un "amico" di FB), stuprato da un cinghiale per tutta la notte"). Non basta accorgersi che la notizia è falsa: il problema è farlo sapere a quelle migliaia di persone che l'hanno presa per vera e che provocano l'effetto valanga: il rischio della bufala infatti è che una volta lanciata non se ne ha più il controllo.

sabato, luglio 26, 2014

For sale



Ve lo ricordo ancora, così nessuno si lamenta che non glielo avevo detto.
Cosa c'è di meglio che mettersi in una comoda MAGLIETTA e leggersi due LIBRI, con in sottofondo un ottimo CD in tiratura limitata e speciale ?
E con due lire o quasi !


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Per la T-SHIRT di LILITH AND THE SINNERSAINTS (che peraltro sta andando a ruba) e il CD "Stereo Blues volume 1: Punk Collection" basta una mail a info(at)lilithandthesinnersaints.com o un msg al mio profilo FB (https://www.facebook.com/tonyface.bacciocchi)

Disponibili anche Rock n Goal e Statuto/30 di cui sotto.

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GLI AUTORI di "ROCK N GOAL" ANTONIO BACCIOCCHI & ALBERTO GALLETTI
hanno scritto un nuovo capitolo del libro dedicato al mondiale Brasile 2014 ed a tutte le relazioni storiche tra la kermesse calcistica e la musica (non sempre e solo rock).

L’aggiornamento è stato direttamente incorporato negli ebook e si scarica in automatico acquistando il libro sullo store on line di Vololibero Edizioni. E' inoltre scaricabile gratuitamente qui:
https://dl.dropboxusercontent.com/u/3181952/Appendice%20a%20Rock%27n%27Goal.pdf

Scaricalo e buona lettura.
http://www.vololiberoedizioni.it

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E’ USCITO IL LIBRO SUI 30 ANNI DEGLI STATUTO !!
STATUTO 30 "LA RIBELLIONE ELEGANTE" di Tony Bacciocchi
Libro sulla storia dei 30 anni degli Statuto.
128 pagine

Gli Statuto sono una grande realtà della musica italiana.
Una band che raggiunge il traguardo dei 30 anni di carriera, con 17 album e migliaia di concerti all’attivo non è esattamente una cosa normale.
Un gruppo che può permettersi di suonare al Festival di Sanremo, a Cuba, nello stadio Granata o a un raduno di Mods con la stessa disinvoltura.

- LO TROVATE IN TUTTE LE FELTRINELLI D’ITALIA in vendita a 13 €

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venerdì, luglio 25, 2014

Rettore - Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che... Dopo Masini, Ringo Starr, il secondo dei Jam, "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, Arcana e Power Station, "Mc Vicar" di Roger Daltrey, "Parsifal" dei Pooh, "Solo" di Claudio Baglioni, "Bella e strega" di Drupi, l'esordio dei Matia Bazar e quello di Renato Zero del 1973, i due album swing di Johnny Dorelli, l'unico dei Luna Pop," I mali del secolo" di Celentano, "Incognito" di Amanda Lear, "Masters" di Rita Pavone, Julian Lennon, Mimmo Cavallo con "Siamo meridionali"e i primi due album dei La Bionda di inizio 70's, il nuovo album dei Bastard Son of Dioniso, "Black and blue" dei Rolling Stones, Maurizio Arcieri e al suo album "prog" del 1973 "Trasparenze", Gianni Morandi e "Il mondo di frutta candita", il terzo album degli Abba, "666"degli Aphrodite's Child, la riscoperta di Gianni Leone in arte Leonero, il secondo album di Gianluca Grignani, oggi si torna al 1982 e al sesto album di DONATELLA RETTORE.

Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili

Dopo un esordio cantautorale nel 1975, bissato nel 1977 e il successo conseguito con la trilogia “Brivido divino” del 79, “Magnifico delirio” del 1980 e “Estasi clamorosa” del 1981, grazie ad indovinati singoli come “Splendido splendente” e la “scandalosa” “Kobra”, con il sesto album del 1982 DONATELLA RETTORE allarga il discorso artistico, affidandosi ad un concept ispirato alla cultura giapponese in cui affronta il tema del suicidio (inusuale nel pop italiano e non solo e comunque decisamente ostico) per quanto spesso in chiave ironica.
I suoni sono sintetici e attingono dal Bowie berlinese, Ultravox, Devo, la Blondie con Robert Fripp (vedi “Sayonara”).
La stessa famosissima “Lamette” dal testo demenziale è un perfetto synth pop in linea con certe atmosfera care agli Orchestral Manouvres in the dark.
Più pop ma sempre con l’elettronica a farla da padrone la bella “Canta sempre”, prima del malinconico gioiello finale, “Giulietta”, intensa ballata piano e voce.
Nessun capolavoro nascosto o gemma irrimediabilmente perduta ma un discreto album (quasi) al passo con i tempi.

giovedì, luglio 24, 2014

River songs



Non si era mai parlato da queste parti di canzoni dedicate ai fiumi.

Ecco fatto.

“Dam that River” Alice in Chains
“River of Sorrow” Antony and the Johnsons
“Ol’ Man River” Beach  Boys
“Pissing in a River” Patti Smith
“Big River,” “Run Softly Blue River” Johnny Cash
“Watching the River Flow” Bob Dylan
“Whiskey River” Willie Nelson
“River” Joni Mitchell
“Down By the Water” PJ Harvey
“Take Me to the River” Talking Heads/Al Green
“Down by the River” Neil Young
“The River” Bruce Springsteen
“Mississippi River” Muddy Waters
Blue River." Elvis Presley
"By This River." Brian Eno
"I'm Goin' down to the River" Ray Charles
"Red River." Leadbelly
"The River" Tim Buckley
"River Deep, Mountain High" Tina Turner "River of Orchids" XTC
"River of Sighs" The Knack
"River of Time" Van Morrison
"River People" Weather Report
"The Sea Refuses No River" Pete Townshend

martedì, luglio 22, 2014

Classic Rock



E' con piacere che condivido con Voi/Noi l'inizio di una mia collaborazione alla rivista CLASSIC ROCK, finora uscita come edizione italiana dell'omonima pubblicazione inglese, ma che da settembre avrà vita indipendente.
Recita il comunicato"…a quasi due anni dal suo debutto Classic Rock Lifestyle si conferma la rivista di musica più diffusa in Italia con 13.000 copie vendute e una tiratura di 30.000 copie.
Alla forza di un grande gruppi editoriale come Sprea Edizioni e di un marchio storico come CLASSIC ROCK si aggiungono dal numero 22 di settembre, una nuova direzione editoriale e una nuova redazione di giornalisti e storici della musica di primo piano.
Felice di esserci.
Grazie a Maurizio Becker.

lunedì, luglio 21, 2014

Cosa succede in città



E’ abitudine diffusa che ognuno della propria città dica che “non c’è mai un cazzo” (trad: non succede nulla di interessante a livello culturale o che stimoli la volontà di uscire la sera per usufruire di spettacoli culturali o meno).
Avendo raggiunto una ceta età che da qualche anno ha superato il mezzo secolo, ricordo con disappunto quando, da giovane, VERAMENTE, nelle città non succedeva nulla.
Pochissimi locali, rarissimi concerti, rari spettacoli, rassegne, iniziative.
Unici baluardi certi circoli di sinistra più o meno estrema che propinavano polpettoni a base di mattonate ideologiche ma sul cui spessore culturale c’era e c’ sarebbe tuttora da discutere.
Una città come Piacenza (non il centro del mondo, New York o Londra) propone un’infinità di proposte cinematografiche di ogni tipo, rassegne teatrali, concerti a iosa in ogni ambito e molto spesso di prima qualità, mostre, eventi.
L’offerta ora c’è, quello che sembra mancare è (molto spesso) il pubblico.

domenica, luglio 20, 2014

Marcelo Figueras - Kamchatka



Libro POTENTISSIMO ambientato nella tragedia dell'Argentina dittatoriale dei desaparecidos, vissuta con gli occhi disincantati di un bambino dalla fervida immaginazione e dall'innocenza ancora intatta, in una sorta di "La vita è bella" (il libro ha avuto una trasposizione cinematografica nel 2002 di grande successo in patria).
La scrittura è leggera, veloce, facile, solare, contrapponendosi all'angoscia dei genitori del protagonista in fuga dalla polizia militare.
E la Kamchatka del titolo è il rifugio (mutuato dal Risiko) e (alla fine si scopre) l'insegnamento che il padre lascia al piccolo protagonista.
Forte e commovente, grande libro.
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