lunedì, dicembre 17, 2012

Mio figlio erediterà un mondo



Mio figlio erediterà un mondo.

Enea ha quasi 14 anni ed erediterà migliaia di dischi, cd, libri, scatoloni di giornali, riviste,fanzines, tonnellate di foto dei genitori con abbigliamenti particolari e improbabili, lo sguardo stralunato su un palco di chissàdove, storie, una piccola storia oscura.
Nel pacchetto anche quelle decine e decine di pomeriggi in cui il papà e la mamma si fanno febbrili, agitati, caricano l’auto con la batteria, i piatti, le aste, le bacchette, la borsa con il ricambio post concerto, quella con i dischi e i cd da vendere al banchetto, la cartina per arrivare al locale, le scalette, i “dai che fra un’ora dobbiamo essere al cimitero” (ci si trova sempre là).
E anche le telefonate “siete arrivati? / com’è il posto ? / a che ora tornate ?”
E anche i “giorno dopo” assonnati, le borse, la batteria etc da scaricare, le cose da rimettere a posto, qualche racconto da aggiungere all’eredità.

Al concerto di Lilith and the Sinnersaints nel Tributo a Joe Strummer a Parma l’altra sera abbiamo portato anche Enea.
Il “Mu” nei nostri canoni è un bel posto, buoni il palco e l'impianto, adatto ai concerti.
E l’atmosfera era delle migliori per i nostri gusti: punks, skinheads, mods, rude boys riempivano le sale, sul palco si alternavano le bands e la musica dei Clash scorreva a fiumi.
I banchetti rigurgitavano di T shirts, dischi, libri e in ogni momento un abbraccio, un saluto, una foto ricordo, anche qualche autografo, perfino.

Si parla con tanta “gente di Facebook”, con vecchi amici e tanti nuovi, con Mauro e Fulvio che hanno organizzato tutto, con Marino Severini dei Gang si sprecano ricordi, strette di mano e pacche sulle spalle, con Mauro Codeluppi dei Raw Power si parla dei comuni albori nel giro hardcore (roba del 1980/81 intendo…), con Mez dei Ratoblanco complimenti reciproci, con Marco dei Klasse Kriminale calorose strette di mano (“siamo ancora e sempre qui”).

Per noi vale tanto.
E’ la nostra storia e un pezzo (importante) di vita.

Enea si guarda intorno incuriosito.
E’ un po’ smarrito quando dal palco piovono proclami anti fascisti e un po’ di bestemmie.
In parrocchia, che frequenta assiduamente (unico luogo di socializzazione nei piccoli paesi,dove bambini, giovani, anziani si aggregano intorno ad un’idea, una fede e un ideale.
Non è un mio posto ma apprezzo molto), non sarebbero felici di sentire certe cose.
E’ perplesso quando i suoi genitori (quasi 100 anni in due) si lasciano andare nel backstage ad un ballo spontaneo sulle note di una travolgente versione ska di “White riot” dei Redska.
In mente gli gira probabilmente l’interrogazione di storia che lo attende lunedì.
Lo osservo con la coda dell’occhio seguirci a fianco del palco mentre spariamo tra sudore, energia, elettricità la nostra (applaudita, lasciatemelo dire) mezzora con due brani dei Nostri in scaletta.
Ma lui sta pensando che l’Inter le ha prese dalla Lazio e lo scudetto si allontana.
Sorride educato e di circostanza quando qualcuno gli stringe la mano e parla dei suoi genitori, gli chiede qualcosa, lo incoraggia a seguire “le orme dei genitori” (Marino dei Gang lo esorta invece con un "Fai l'ingegnere !!").
Le stesse orme che noi a nostro tempo ci siamo rifiutati di seguire prendendo altre strade poco battute.

Questa è la nostra eredità.

Ma IL FUTURO NON E' SCRITTO, Enea.

domenica, dicembre 16, 2012

Support Peluqueria Hernandez



Un doveroso appello per uno dei “nostri”, Joyello, la cui band Peluqueria Hernandez sta organizzando la realizzazione del nuovo disco per il 2013. Il primo "Peluqueria Hernandez" del 2007 e il secondo "Amaresque" del 2011 sono dei piccoli cult nell'ambiente della musica indipendente italiana.
Sul sito ufficiale del gruppo è possibile leggere le molte recensioni positive riservate alle uscite discografiche oltre che collegarsi alla pagina Bandcamp ufficiale per ascoltare il genere musicale proposto.
Il nuovo album vede allargarsi gli orizzonti musicali con inserti di Exotica e Jazz ancora più marcati che in precedenza.

Per finanziare il progetto si possono acquistare quote del valore di 5 €.
Se partecipate con una quota vi assicurerete il disco in versione mp3 + una citazione nella copertina del disco.
Se partecipate con due quote, oltre al ringraziamento in copertina avrete in omaggio una copia del CD.
Se partecipate con tre quote, la vostra copia del CD sarà AUTOGRAFATA!
Se partecipate con quattro quote, avrete in omaggio una copia AUTOGRAFATA del CD + una copia di "Amaresque"

http://www.produzionidalbasso.com/pdb_1743.html

sabato, dicembre 15, 2012

John Kennedy Toole - Una banda di idioti



A cura di Andrea Fornasari detto pure AndBot.

John Kennedy Toole è uno di quegli sfortunati autori di culto per il quale le parole spese non sono mai sufficienti.
Non farò quindi nessun preambolo biografico: la storia di quest' uomo potete cercarla (facilmente) da voi e trarre le relative conclusioni.
Dirò soltanto questo: se "Opinioni di un clown" di H. Boll è stato uno dei libri di maggior successo negli anni sessanta per la sua feroce critica al conformismo della società dell' epoca, forse qualche domanda dovremmo porcela.
Il clown di Boll è in realtà un piagnucoloso artista che altro non fa se non lamentarsi degli altri e, appunto, del loro (presunto) conformismo, un egocentrico personaggio orgoglioso e, a conti fatti, non meno conformista rispetto a ciò che continuamente attacca con ferocia e, va detto, anche con stile.
A me non sorprende il successo di questo libro in un periodo di sedicenti "rivoluzionari", ma devo ammettere e constatare ancora una volta come il contenuto sia realmente debole.
Detto ciò, fa rabbia comprendere come "Una banda di idioti", ignorato per lunghi anni, salvo poi correre ai ripari con un postumo premio Nobel, sia dotato di una forza dissacrante che il suddetto clown non riesce nemmeno a immaginarsi, chiuso com' è nel suo egocentrico e patetico personaggio.
Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui.
Queste parole, prese a prestito dalla quarta di copertina del libro di Toole, sintetizzano alla perfezione il contenuto del romanzo: se riuscite a pensare ad un John Belushi (più grasso) esperto in teologia e filosofia medievale, che fra rutti e flautolenze si vede costretto a vivere in una società totalmente priva di logica e buon senso, be', ancora non siete vicini all' essenza di Ignatius, il protagonista.
Immerso in una New Orleans che meglio non potrebbe rappresentare l' America di quegli anni, fra zelanti poliziotti e sarcastici negri sfruttati, una madre ansiosa portata al martirio e all' autocommiserazione, improbabili industriali e una pletora di personaggi epici e surreali, Ignatius scrive una sorta di diario dell' assurdo mentre tenta con la forza della logica di trovare un senso all' epoca ottenebrata in cui vive. Ignatius è un borderline totale, la cui unica "amica" è una hippie ninfomane sempre a caccia di nuovi ideali e forme di rivolta.
Ma mentre ci si immerge in questo mondo stralunato diventa sempre più chiaro, pagina dopo pagina, come in realtà le contraddizioni del buon Ignatius siano nulla al confronto della mediocre meschinità che lo circonda.
Si ride, si, fino alle lacrime, ma a quel punto non si capisce bene se il riso si è trasfomato in pianto, in commozione per questo grande, immenso omaccione con il berretto verde da cacciatore e la sciarpa, che vorremmo salvare e farcelo amico.
Perchè è impossibile non amare Ignatius, proprio perchè lui non fa nulla per essere amato se non, semplicemente, essere sè stesso: onanista convinto, sporco, cattivo con la madre, improduttivo.
E l' America non è poi tanto meglio: razzista, drogata di televisione e cibo spazzatura, mediocre e pronta alla venerazione di squallidi personaggi mediatici.
La differenza sostanziale sta tutta nell' approccio: Ignatius non è ipocrita e si mostra candidamente per quello che è, con la sola forza della sua cultura enciclopedica.
E i poveri esseri che si agitano, deboli e miserabili, sul palcoscenico di questa New Orleans trasfigurata, sono quelle figure universali che sempre troviamo in ogni angolo del mondo, lì a combattere per una vita migliore, per un po' di rispetto, per il pane.
Il messaggio di Toole, forte e chiaro, ci colpisce dritto in piena faccia: senza condivisione, senza diritti per tutti, senza giustizia e senza lavoro, non può esserci futuro. E senza prospettive non possono esistere nè la felicità nè la pace.
Di nuovo dalla quarta di copertina: cento pagine per immergersi, pian piano, nel mondo di questo libro, e tutte le seguenti per sperare di non uscirne più.
Immaginatevi un capolavoro, e poi leggetelo.
Questo libro è un capolavoro.

venerdì, dicembre 14, 2012

Joe Strummer Tribute a Parma



Domani con Lilith and the Sinnersaints suoneremo al 10° “Joe’s Strummer Tribute” al Mu di Parma (noi partiamo alle 22.20 e oltre a due/tre brani nostri omaggiamo Joe con “Jimmy Jazz” e “Sound of sinners”).
Per l’occasione vi invito ad dare una rilettura al resoconto psichedelico della nostra scorsa apparizione al tributo, un paio di anni fa, intitolato “Ma a te il punk non ti ha insegnato un cazzo?”
http://tonyface.blogspot.it/2010/12/ma-te-il-punk-non-ti-ha-insegnato-un.html.
E poi allego una parte di un articolo che avevo dedicato ai CLASH, pubblicato da “Bassa Fedeltà” nel giugno del 1999, in cui si descrivono tre incontri con i nostri.


Nelle foto il pass del concerto del 1984 e una (rara) foto dell'esibizione stessa.

Tre episodi nella vita di Tony Face e dei Clash

Di quando con i Not Moving si é suonato prima dei Clash davanti a 12.000 persone.

Non capita spesso di essere svegliati alle 6 di mattina per ricevere una buona notizia...quando sentii la voce di Dome in quella lontana alba del 26 febbraio 1984 dapprima pensai che fosse ubriaco e stavo per scaricargli addosso una cascata di bestemmie e riattaccare.
Forse ubriaco lo era ma mi diceva che la sera stessa avremmo aperto per i Clash al “Palalido” di Milano....Eddie King , roadie di Strummer e compagni , e amico di lunga data di Dome (nonché grafico dei Lords of New Church e leader di una grande band gli Stripkings) era riuscito a convicere management e band che c’era un gruppo italiano della madonna che avrebbe potuto scaldare il pubblico milanese.
Dome stava per partire da Pisa perché una prova la dovevamo per forza fare (credo che in pochi sappiano che i Not Moving dall’83 all’88 ,siccome Dome La Muerte , il chitarrista , era di Pisa , per fare le prove si trovavano una volta ogni quindici giorni e per tre giorni e per tre notti provavano senza sosta con poco cibo , poco sonno e tanto alcool.
Il tutto in situazioni il più delle volte a dir poco improvvisate : il ripostiglio della mamma tra scope e candeggina , la legnaia della sorella tra insetti di varia provenienza e misura , un’ex cella frigorifera e via discorrendo....ma per noi suonare era più di una religione , più di una missione...e per cui non c’erano candeggina o insetto che tenesssero).
Finimmo per provare a mezzogiorno nel mitico “Pluto”, locale di Piacenza in cui passò metà della scena indipendente/punk/hc italiana dopo aver tirato giù dal letto a forza il proprietario....
E poi si partì con i nostri strumenti sfigati caricati sulla Renault 4 di Dome e sulla mia Ford Fiesta.
Parcheggiamo dietro ai non so quanti TIR dei Clash , entrammo nell’enorme Palalido e dopo il loro check per fare il nostro ci impiegammo poco più di un pit-stop ai box della Ferrari.
I fonici dei Clash non erano esattamente entusiasti di dover lavorare gratis per cinque sfigati italiani...e così tra urla di “veloci , fate alla svelta !” più qualche fuck e shit qua e là fummo liquidati in cinque minuti.
Ben più gentili furono invece Joe e Paul (era l’ultima formazione quella senza Topper e Mick)...Paul in un elegante look anni 50 si fermò a parlare, chiese il nome della band, accettò volentieri una copia del nostro singolo , si chiaccherò nel nostro stentato e balbettante inglese (l’emozione.....) , Joe fu più distaccato , più compreso nel suo ruolo di vate , di gran sacerdote del punk, ci dispensò la sua benedizione con tanto di bonaria pacca sulla spalla e ci congedò con un “good luck” . Stessa frase d’ordinanza che ci arrivò da Paul quando salimmo sul palco accolti da un boato di 12.000 persone che, non informate della nostra presenza, credettero che i Clash stessero per iniziare.
Il boato si placò , ci furono alcuni secondi di silenzio , Lilith si presentò mandando tutti affanculo ed iniziò il nostro concerto tra urla , insulti e vari oggetti che arrivavano sul palco e venivano prontamente rispediti al mittente.
Fu una battaglia , ci divertimmo tantissimo , diventammo per lungo tempo quelli che avevano fatto da spalla ai Clash , per anni raccontammo immancabilmente “com’era Joe Strummer”.

Di quanto Tony Face incontra Joe Strummer di notte a Camden Town nell’autunno 84 e il Joe fa finta di ricordarsi

Era una notte buia ma non so quanto tempestosa.
Di sicuro faceva un freddo pazzesco visto che a novembre di notte a Londra non ha mai fatto caldo.
Passeggiavo o meglio vagavo solitario per Camden town a notte inoltrata di ritorno da un Allnighter mod in qualche club da quelle parti Gli altri li avevo lasciati a cuccare qualche modette inglese.
Io , l’intellettuale del gruppo , visto che non me la davano , avevo preferito ritornare mesto mesto all’ostello fetente in qualche vicolo della zona.
La notte era sempre buia ma chi ti vedo spuntare ,anche lui da solo ?
Joe Strummer vestito proprio uguale identico a Joe Strummer : Doc Martens , Levi’s bianchi , camicia rossa , giubbotto di pelle.
Un perfetto look alla Clash.
Io con il mio parka con la pezza The Prisoners e Northern soul ho dapprima qualche dubbio se fermarlo ma poi , carpe diem ! , lo blocco .
Gli spiego chi sono e che ci siamo visti qualche mese prima a Milano...lui mi ha perfino detto “good luck !!”....
Joe con la tipica espressione “ma che cazzo vuole questo alle 3 di notte ?” finge platealmente di ricordarsi e mi fa persino di nuovo i complimenti per il concerto...
Lo lascio velocemente , senza infierire oltre.
Improvvisamente Joe mi dice qualcosa del tipo “Scusami ma é veramente tardi e sono stanco ma se vuoi bere un birra con me e qualche amico puoi venire al tal club domani sera”....principio di svenimento...sono diventato un amico intimo di Joe Strummer!!!
La sera dopo mi presento al club con un paio di amici all’ora stabilita.
Un posto di merda con un gruppo allucinante che suona , un incrocio tra Haircut 101 e Kajagoogoo (spero che nessuno si ricordi chi erano. Basti sapere che al confronto i Duran Duran sembravano gli Slayer...).
Dopo un’ora di profondo supplizio la sentenza definitiva :
“Joe mi ha preso per il culo!” .
Ce ne andiamo a testa bassa quando inciampiamo nel batterista dei Clock DVA , vecchia conoscenza.
Gli spieghiamo del pacco , lui scoppia in una risata e ci dice che Joe e gli altri si trovano sempre in quel club ma nel pub sottostante Basta scendere quella scala là a destra.....
Scendiamo ed ecco Joe che mi saluta e mi presenta i suoi amici :
Little Steven (chitarrista della E Street Band di Bruce Springsteen) , Rat Scabies e Dave Vanian dei Damned , Stiv Bators dei Dead Boys , i due nuovi chitarristi dei Clash , e poi c’é gente dei Vibrators , degli Sham 69 e sicuramente qualche altro nome che non ho osato chiedere.
Eccomi nel paradiso del punk rock !!
E Joe che spiega che suono in un grande gruppo italiano , e loro che chiedono il nome , che s’informano e io che non so più che cosa pensare.
Dopo un po’ ad uno ad uno si congedano , saluto Joe, gli lascio il mio indirizzo e il telefono per quando per caso ripassa in Italia....non mi ha mai scritto né chiamato..forse l’ha perso....

Di quando Tony Face , molti anni dopo ,va a vedere i Fuzztones a Rimini incontra Paul Simonon e anche lui finge di ricordarsi (ma che falsi i Clash!! Avevano ragione i Crass !)

Io c’ero andato per vedere i Fuzztones (per la millesima volta , però erano veramente grandi) . Poi di supporto non si sa con che criterio ci avevano piazzato gli Havana 3 AM di Paul Simonon.
Tanto grande Rudi Protrudi e i suoi, tanto deludenti e sfigati Paul e gli altri Però Paul lo becco nel backstage e con la consueta petulanza gli ricordo con chi ha avuto l’onore di suonare qualche anno prima.
Lui si ricorda..un grande gruppo , mi dice , mi eravate piaciuti tanto...
Però mi ha fatto un misto di tristezza e ammirazione...lui probabilmente con i diritti dei Clash ci campa per tutta la vita ,però ha ancora quella voglia di suonare , di girare il mondo, di impegnarsi in progetti perdenti in partenza...

I dieci brani più belli dei Clash a giudizio insindacabile di Tony Face (amico intimo di Joe e Paul)

1) London Calling
2) White Riot
3) Deny (you’re such a liar)
4) Complete control
5) Garageland
6) Hateful
7) Magnificent seven
8) Broadway
9) Rock the Casbah
10) Stay free

giovedì, dicembre 13, 2012

Sweet Soul Music: Blues and Soul Magazine



Un viaggio periodico alla scoperta di tutti i filoni della SOUL MUSIC.
Dopo Philly sound, Blue eyed soul, Country soul, Soul punk, Psychedelic Soul, Soul Jazz, Smooth Soul, Latin Soul, Northern Soul, Southern Soul, Soul Funk, la trasmissione Soul Train, il Pop Soul, oggi spazio alla rivista "black" per eccellenza, "BLUES AND SOUL"
.

Pubblicata per la prima volta nel marzo del 1966 “Blues and Soul” è sicuramente una delle più importanti riviste specializzate in black music, dal soul al blues, via jazz. hip hop e reggae.
Fondata dall’appassionato John Abbey con il nome “Home of the blues” cambia definitivamente nome con il n° 12.
Tra i collaboratori storici della rivista la leggenda Dave Godin, il primo ad usare il termine (proprio sulla rivista) “Northern Soul”.
Inutile elencare i nomi passati su copertina e all'interno del magazine: TUTTI !
La rivista esiste tuttora in versione online (http://www.bluesandsoul.com/)

mercoledì, dicembre 12, 2012

Addio a Ravi Shankar

Se ne è andato, a 92 anni, RAVI SHANKAR uno dei musicisti più spettacolari arrivati dall’oriente.
E anche uno dei più noiosi.
Ascoltare le registrazioni di Monterey, Woodstock e del Concerto per il Bangladesh di e con George Harrison.
E’ noto che fu proprio George a portarlo in “occidente” ("Ravi Shankar is the Godfather of World Music") dopo che Shankar divenne il suo maestro di sitar (utilizzato dai Beatles per la prima volta in “Norwegian wood” di Lennon in "Rubber soul” nel 1965).

In realtà Shankar aveva più volte suonato in numerosi tour in USA ed Europa fin dalla metà degli anni 50 ma l’interessamento di George e i Beatles lo traghettarono nell’ambito della pop music.
A sua volta George fu introdotto al sitar dai Byrds che avevano “scoperto” lo strumento registrando negli stessi studi che aveva utilizzato Shankar per realizzare alcuni suoi album in Usa.
George Harrison e Ravi Shankar si incontrarono nel 1966 a Londra e successivamente il Beatle trascorse 6 settimane in India per imparare meglio lo strumento.
Shankar ha all’attivo decine di album ed è il padre della cantante pop soul Norah Jones.

martedì, dicembre 11, 2012

I 60's dietro la Cortina di Ferro: Polonia



Credo che in pochi immaginino la presenza di una scena “beat” o vagamente rock nell’Europa dell’est comunista degli anni 60, in cui il controllo sulla società (e la cultura) era particolarmente rigido ed ottuso e le uscite discografiche erano consentite SOLO attraverso le etichette di stato.

Dopo l'UNIONE SOVIETICA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro-unione.html
la BULGARIA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro.html
la GERMANIA EST
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro_20.html
la ROMANIA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro-romania.html
l'UNGHERIA
http://tonyface.blogspot.it/2012/12/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro.html

Tra  le nazioni del blocco comunista la Polonia ha sempre goduto di un minimo di libertà in più e pur sotto un regime altrettanto rigido ha potuto usufruire di maggiori scambi con l’ovest,sia per la vicinanza con la Germania sia grazie all’attività dei porti sul Mar Baltico che consentivano l’arrivo di materiale di tutti i tipi (legalmente o meno) dall’ “altra parte”.
Inclusi dischi di beat e rock n roll contro i quali le autorità non attuarono mai particolari forme di repressione (come accadeva invece altrove).
Basti pensare allo storico concerto dei Rolling Stones a Varsavia il 13 aprile del 1967 che causò duri scontri con la polizia (per i 3.000 posti disponibili si presentarono 8.000 giovani, molti provenienti anche da altri paesi e ben presto gli esclusi , anche a causa di un giro di biglietti falsi, si scontrarono con i 5.000 poliziotti che circondavano la Kongresowa).

La scena beat ( o BIGBIT come veniva definita in Polonia per evitare l’uso della parola rock n roll, ritenuta “sovversiva”))  fu vitale e ricca di talenti a partire dai CZERWONE GITARY , (Le chitarre Rosse, i “Beatles polacchi”…) fondati nel 1965 e con un notevole numero di 45, ep e LP all’attivo.
Il primo album To właśnie my (It's us) del 1966 vendette 160.000 copie mentre I successive Czerwone Gitary 2 del 1967 e Czerwone Gitary 3  del 1968 superarono abbondantemente le 200.000 e nel 1969 ricevettero premi dal Midem di Cannes e da Billboard in Usa oltre che vari e numerosi riconoscimenti in patria.
Con l’album Na fujarce (On the flute) del 1970 la band si sposta verso sonorità folk pop. Sono tuttora in attività dopo vari cambiamenti e scioglimenti.

  I CZERWONO CZARNI (attivi dal 1958 con il nome RHYTHM AND BLUES e che assunsero il nuovo nome nel 1960) aprirono per gli Stones nel concerto suddetto, incisero parecchi dischi e andarono in tour perfino in USA e Canada nel 1966.
Nel gruppo, durante i 16 anni di vita hanno suonato circa 70 elementi !). Furono i primi ad incidere un disco, un EP, per l’etichetta di stato Muza, nel 1961 e dopo 14 singoli arrivarono al LP nel 1966 , “Czerwono-Czarni” a cui seguì l’anno successivo 17.000.000 e Zakochani są sami na świecie nel 1968. Il grupposi  è sciolto nel 1976.
Voce dei Czerwono Carni fu KARIN STANEK dal 65 al 69  quando lasciò la band per intraprendere la carriera solista (aveva già realizzato un album solista nel 1966 Malowana lala – Najpopularniejsze przeboje śpiewa Karin Stanek). Si trasferì successivamente in Germania dove proseguì una dignitosa carriera nel pop.
  I NIEBIESKO CZARNI nacquero nel 1962 (si sciolsero nel 1976) suonarono nel 1963 in Francia e hanno all’attivo otto album tra cui, nei 60’s,  “Niebiesko-Czarni; 1966, Alarm;  1967 Mamy dla Was kwiaty; 1968, Twarze; 1969, 24 singoli e oltre 3.000 concerti.
Annotazione di colore : CZERWONO CZARNI in polacco significa nero azzurri,  NIEBIESKO CZARNI rosso neri…
I POLANIE si formarono a Lodz nel 1965 con membri dei due gruppi testè citati suonando beat e rhythm and blues, diventando tra i gruppi più famosi dell’epoca , andando in tour con gli Animals e riuscendo ad andare in tour in Danimarca e Germania (dove suonarono quasi 200 concerti in sette mesi,incluso lo Star Club di Amburgo).
All’attivo un album omonimo nel 1967 (con brani di propria composizione  e cover di “I’m crying” degli Animals , Ray Charles (''Black Jack''), Kinks (''Sunny Afternoon''), Lovin' Spoonful (''Summer In The City'' e “Cool jerk”) e un Ep “Down in tghe valley” l’anno precedente (con anche “Can you hear me” e “Georgia on my mind”). I BLACKOUT, nascono nel 1968 suonando un mix di rock e blues (i primi ad importare il blues sound in Polonia)  incidendo tre album Blackout (1967), Na drugim brzegu tęczy (1969), 70A (1970) prima di quello che viene considerato il loro capolavoro (e uno degli album più importanti del rock polacco), “Blues” del 1971.
Proseguirono finoal 1982 subendo però nei 70’s un pesante ostracismo da parte di media e autorità che gli rimproveravano un’eccessiva aderenza allo stile occidentale.
A legare molti di questi gruppi il “Padre” del rock polacco Franciszek Walicki che suonò nei Rhythm and Blues  nei Czerwono-Czarni  , nei Niebiesko-Czarni e nei Breakout.

  Personaggio particolarissimo della scena polacca fu Czeslaw Niemen che nei primi 60’s incominciò la carriera cantando rock e soul music in  polacco con lo pseudonimo di NIEMEN.
Nel 1967 fu il primo a portare capelli lunghi , camicie colorate e a introdurre la psichedelia in Polonia con l’album Dziwny jest ten świat a cui seguirono Sukces nel 1968  e Czy mnie jeszcze pamiętasz? nel 69. Con Enigmatic nel 1970 si spostò verso il prog e successivamente il jazz rock e l’elettronica.
Nel 1964 aprì il concerto di Marlene Dietrich a Varsavia. Marlene si innamorò del suo brano "Czy mnie jeszcze pamiętasz" che reincise cambiando le parole e reintitolandolo "Mutter, Hast du Mir Vergeben".
Nei vari album fu accompagnato da diversi gruppi , Akwarele, Enigmatic, Grupa Niemen Aerolit.
Un suo brano “Sen o Warszawie” (“Sogno di Varsavia”) è diventato l’inno non ufficiale del Legia Varsavia e dal marzo 2004, poco dopo la sua prematura scomparsa, è suonato prima di ogni partita in casa al Warsaw Stadium.

    Da ricordare anche, i TRUBADURZY e il loro folk pop ben espresso nell’ep del 1968 Nie Przynoś Mi Kwiatów Dziewczyno, gli SKALDOWIE di Cracovia attivi dal 1965 con un sound molto vicino al folk popolare, i gruppi vocali femminili delle ALIBABKI e delle FILIPINKI.

lunedì, dicembre 10, 2012

L'ultima volta di Francesco Guccini



A metà degli anni 70, nelle giornate di vacanze estive che trascorrevo nella casa di campagna in cui ora vivo da decenni, uno dei giochi preferiti era diventato quello di fare in bici i 3 kilometri che mi separavano dal capoluogo Gragnano Trebbiense dove c’era l’unico telefono pubblico del Comune.
Passavo dalla strada (tuttora sterrata) della “Formica”, mettevo il gettone nella cabina telefonica (gialla) davanti al Comune e telefonavo a Quarta Radio, la radio del PCI di Piacenza (in cui di lì a poco sarei andato a lavorare per dieci anni...) che trasmetteva musica “altra”, richiedendo di volta in volta brani di Beatles, Who, Stones, Led Zeppelin, Deep Purple, King Crimson, Area.
Chiedevo di metterla però “tra un venti minuti”, il tempo di tornare a casa volando in bici e accendere la radio.
Uno dei brani più gettonati (appunto) era “L’avvelenata” di Francesco Guccini, non perché mi piacesse ma perché ad un certo punto il testo diceva ”un cazzo in culo” e in quel momento mi sembrava di raggiungere il massimo della trasgressione.

In realtà Guccini non mi piaceva.

Non era certo cool come Beatles e Stones, né spaccava le chitarre come Townshend, non faceva “musica totale” come King Crimson e Soft Machine e le riviste che leggevo lo prendevano spesso a pesci in faccia.
Dopo un po’ arrivarono sul mio giradischi Pistols, Clash e Jam e per Guccini lo spazio nel mio mondo musicale fu definitivamente bandito.
Con gli anni, l’età e una maggiore quiete dell’animo ho imparato a riascoltarlo, apprezzarne brani ed album, accostarmi alla sua opera in maniera “pacificata” e a capirne testi e approccio artistico.
Non ne ha fatto un mio idolo, né ha scalato di tanto la classifica dei miei preferiti ma il rispetto è aumentato a dismisura.

Guccini è icona immarcescibile della cultura italiana, al di là dell’apprezzamento artistico.
Tanto più che a 72 anni ha deciso di mettere la parola fine alla lunghissima carriera con un album d’addio.
Un congedo coraggioso, dignitoso, spontaneo, intelligente e sincero.
“L'ultima Thule” non è un capolavoro come in tanti hanno immediatamente sbrodolato ovunque.
Guccini ha fatto molto meglio in passato (“L’isola non trovata”, “Radici” , Via Paolo fabbri 43”, “Amerigo”, “Signora Bovary” ad esempio) ma l'addio è solenne e austero, il tono molto stanco e dimesso, antico, malinconico e talvolta eccessivamente cupo.
“Il testamento di un pagliaccio” è il momento che più mi piace, con arrangiamento bandistico, riferimenti agri all’attualità ma anche l’omaggio alla lotta partigiana “Su in collina”, scontato e prevedibile se vogliamo, ma sincero e sempre incisivo, “L’ultima volta” e “Quel giorno di aprile” sono ottimi episodi.
Guccini lascia la musica con un buon ricordo e con queste parole finali nella title track:
“L’ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo“


Grazie di tutto.

domenica, dicembre 09, 2012

AA.VV. Dizionario biografico fantastico dei Piacentini illustri



Improbabile che questo libro possa avere interesse al di fuori dei confini della (ormai ex) provincia di Piacenza.
I riferimenti (del tutto inventati e fantasiosi) sono troppo peculiari e specifici per essere intellegibili a chi non vive da queste parti da decenni.
L’idea è però di per sè geniale: ovvero reinventare la storia locale attraverso biografie (il più delle volte improbabili) di personaggi mai esistiti ma che in qualche modo fanno riferimento alla toponomastica e alla vita locale.
Ne saltano fuori centinaia di pagine divertenti, ironiche, molto spesso arricchite da citazioni colte e precisi riferimenti storici che fantasiosi non sono.
Non posso esimermi dal sottolineare che anche il sottoscritto è ospite dell’iniziativa con due racconti e la cosa mi ha fatto un immenso piacere.
Prodotto da PiacenzaSera.it e curato da Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani

sabato, dicembre 08, 2012

Gli Avvoltoi. Storia di un gruppo ridicolo



Ritengo gli AVVOLTOI uno dei gruppi più importanti della scena italiana.
I primi nell’Italia mid 80’s infarcita di hardcore, garage punk, new wave e post punk a ripescare il beat italiano (il bitt...sic) e a ridargli la dovuta dignità.
Ormai è noto e chiaro che in mezzo a tante ingenuità e parecchi episodi deprecabili c’erano momenti di assoluta eccellenza.
La band di Moreno Spirogi fu la prima ad accorgersene a riportare sui palchi nostrani quei brani, quel sound, quello spirito.

Che rivive, in chiave ironica, divertente e divertita nel libro "Gli Avvoltoi. Storia di un gruppo ridicolo" dello stesso Moreno Spirogi e di Lerry Arabia.
Vi si ripercorre la storia del gruppo, si sprecano aneddoti e ricordi con testimonianze aggiuntive di vari protagonisti e spettatori dell’epoca (sottoscritto incluso).
Il tutto corredato da un CD con il Meglio degli Avvoltoi.
In poche parole un perfetto regalo natalizio, godibilissimo, fresco , divertente, importante.

venerdì, dicembre 07, 2012

Cultura 60's: la Ri-Fi Records


Fondata nel 1959 la RI-FI Records con sede a Milano in corso Buenos Aires, lanciò parecchi artisti di successo nell’ambito della musica leggera italiana, come Iva Zanicchi, Franco Simone e , aimè, Cristiano Malgioglio ma fu anche l’etichetta dei GIGANTI, GIORGIO GABER, MINA, CELENTANO.

Fu anche distributrice per l’Italia della Riviera francese (Nino Ferrer) ma soprattutto della TAMLA MOTOWN e dell’ATLANTIC portando nella Penisola (e in classifica) i successi delle Supremes, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Wilson Pickett che riuscì a partecipare al Festival di Sanremo del 1968 con Fausto Leali (mentre l'anno successivo fu la volta di Steve Wonder con "Se tu ragazzo mio" in coppia con Gabriella Ferri), aprendo le porte a molti artisti black a concerti ed esibizioni nel BelPaese.
La Ri-FI chiuse i battenti negli anni 80 alla morte del fondatore Giovanni Battista Ansoldi.


In tutti gli anni della sua esistenza questo blog ha sempre lasciato la massima libertà di espressione a chiunque volesse dire la sua.
In casi molto rari e sporadici ho deciso di cancellare qualche commento.
E' noto ai frequentatori che spesso si parte da post serissimi per finire a cazzeggiare di calcio e Paul Weller e allo stesso modo da post divertenti e di scarso spessore si finisce in ambiti filosofici ed esistenziali.

NELLA MASSIMA LIBERTA'.

Ultimamente si sono ripetuti episodi sgradevoli in sede di commento.
Qualche volta ho cancellato e proseguirò a farlo.
Non avendo lo spirito dello sbirro non andrò a cercare l'IP dei responsabili per dirottarli nello spam.
E non vorrei attivare la moderazione dei commenti: si perderebbe la freschezza e la genuinità ruspante che mi è sempre piaciuta di questo blog.
MA SE GESTIRE QUESTO BLOG DIVENTA UNA ROTTURA DI COGLIONI SEMPLICEMENTE LO CHIUDO E MI OCCUPO DI ALTRO.
CONTO SULLA GENTILE COLLABORAZIONE DI TUTTI.

giovedì, dicembre 06, 2012

L'Italia ai tempi della crisi: le trasmissioni di cucina e Luigi Veronelli



Non c’è bisogno di sottolineare e rimarcare come gli schermi televisivi siano ormai sempre più invasi da trasmissioni culinarie di ogni tipo, indirizzo, format, dalla semplice proposta di una serie di ricette a gare di vario tipo, al reality, alle “Cucine da incubo” di Gordon Ramsay.
Una forma di bulimìa che forse non troppo casualmente ci infesta in epoca di crisi totale (irreversibile per tanti, troppi) come ennesima “arma di distrazione di massa”.
E che nella maggior parte dei casi pone il cibo in primo piano senza alcuna disciplina alimentare o “istruzione per l’uso”.
Ricordiamo allora come il primo programma televisivo che rese onore e dignità al cibo fu il mitico “Viaggio nella valle del Po. Alla ricerca dei cibi genuini” di Mario Soldati nel preistorico 1957.
Per la prima volta le telecamere entrarono nei salumifici, nelle cantine, nelle industrie dolciarie, tra i campi coltivati e mostrarono a tutta Italia realtà sconosciute in molte zone.

Ma la prima rubrica fu “A tavola alle 7” del 1974 con l’enologo e gastronomo LUIGI VERONELLI e l’attrice e caratterista Ave Ninchi (subentrata a Delia Scala e Umberto Orsini).
Per sette anni si introdusse il concetto (pressochè sconosciuto) di “educazione alimentare”, si insegnò “come mangiare” bene e in maniera corretta.
Lo stesso Veronelli inaugurò la fascia di mezzogiorno dedicata al cibo con le trasmissioni “La meridiana” nel 1982 e “Il bel mangiare” nel 1986 dopo che un suo documentario,nel 1979, “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” aveva suscitato scalpore a causa di una serie di denunce sullo stato della viticoltura italiana.
Veronelli, dalle idee anarchiche e libertarie, venne poi cassato dall Tv di stato "proprio perché anarchico e disobbediente, non ho più spazio reale nei mezzi televisivi, se non per qualche breve intervista...".
Rimane la sua dichiarazione illuminante:
"Giudico le trasmissioni televisive sulla gastronomia, sia ministeriali, sia private, pessime, solo capaci di ripercorrere, in modo pedissequo e avvilente, percorsi già percorsi".

mercoledì, dicembre 05, 2012

Sweet Soul Music: Pop Soul



Un viaggio periodico alla scoperta di tutti i filoni della SOUL MUSIC.
Dopo Philly sound, Blue eyed soul, Country soul, Soul punk, Psychedelic Soul, Soul Jazz, Smooth Soul, Latin Soul, Northern Soul, Southern Soul, Soul Funk e la trasmissione Soul Train, tocca ora al POP SOUL
.

PUNTATE PRECEDENTI:
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-il-philly-sound.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-blue-eyed-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-country-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-soul-punk.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-psychedelic-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-soul-jazz.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-smooth-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/do-you-like-good-music-that-sweet-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/sweet-soul-music-northern-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/sweet-soul-music-southern-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/sweet-soul-music-soul-funk.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/sweet-soul-music-soul-train.html

L’ambito del Pop Soul è così vasto che difficilmente si può stilare un elenco di album e di artisti ad esso connessi.
Si può agilmente definire come tutto ciò che, con connotati soul, si è mischiato con atmosfere molto easy e fruibili da un pubblico (soprattutto nei 60’s dove le categorie musicali erano più rigidamente separate) il più ampio possibile.
Il prototipo del POP SOUL è l’etichetta TAMLA MOTOWN che riuscì a portare la black music nelle classifiche “bianche” americane e in tutto il mondo con nomi come Diana Ross & The Supremes, Jackson Five, Four Tops, Marvelettes, dal sound molto facile, ballabile e pulito.
Da lì in poi la soul music (come già abbiamo visto nelle puntate precedenti) si è mischiata a mille altre sonorità, entrando prepotentemente e stabilmente nelle classifiche fino ai giorni nostri (dai Commodores ai Simply Red, via Style Council, Paul Young, Hall & Oates, Michael Jackson, lo Stevie Wonder dei 60’s , la Diana Ross solista, Dionne Warwick ).

Discografia Consigliata
Supremes - A go go (1966)
Stevie Wonder - Uptight (1966)
Jackson 5 - Greatets Hits (1971)
Diana Ross - Diana Ross (1970)
Hall and Oates - No goodbyes (1977)
Michael Jackson - Off the wall (1979)
SImply Red - Greatest Hits (1996)

martedì, dicembre 04, 2012

I 60's dietro la Cortina di Ferro: Ungheria



Credo che in pochi immaginino la presenza di una scena “beat” o vagamente rock nell’Europa dell’est comunista degli anni 60, in cui il controllo sulla società (e la cultura) era particolarmente rigido ed ottuso e le uscite discografiche erano consentite SOLO attraverso le etichette di stato.

Dopo l'UNIONE SOVIETICA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro-unione.html
la BULGARIA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro.html
la GERMANIA EST
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro_20.html la ROMANIA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro-romania.html
è la volta oggi dell'UNGHERIA Tra i paesi in cui il regime comunista è stato meno oppressivo e castrante, l’Ungheria può vantare una scena 60’s rock leggermente più “libera” (le virgolette sono d’obbligo).
Il punto di svolta viene fatto risalire al 1956 quando attraveros la difesa ideologica dei diritti dei neri americani, oppressi dal governo, viene dato spazio al jazz che contribuisce non poco a portare nuova linfa vitale nel panorama musicale magiaro, facendo passare dalla porta di servizio anche il rock n roll (osteggiato in Occidente per le sue connotazioni “comuniste”, nell’Est come prodotto “decadente” dell’Occidente).
Nei primi 60’s si sviluppa una larga scena di gruppi che attingono da rock n roll e beat, abitualmente talmente undeground da riuscire a sfuggire ai controlli del regime.
In particolare i gruppi principali da ricordare sono gli ILLES, i METRO e gli OMEGA che incisero parecchi album diventando relativamente famosi in patria mentre parecchi altri nomi minori arrivarono a produrre sparuti singoli.
Nel 1968 l’invasione della vicina Cecoslovacchia chiuse molte porte anche al rock e i controlli divennero più restrittivi (costringendo ad esempio gli Illes a non suonare e produrre dischi per almeno un anno).

Il primo EP beat realizzato in Ungheria è degli ATLANTIS, nel 1965.
Band molto conosciuta anche se con un reperorio esclusivamente di covers (“What I’d say” di Ray Charles, “Bits and pieces” del Dave Clark Five, “Inside lookin out” dgli Animals, “Should have know better” dei Beatles). Dopo una lunga serie di EP si sciolgono nel 1971.
Gli ILLES nacquero nel 1960 e acquisirono una grande popolarità in patria, anche perchè non solo non osteggiati ma supportati dal governo, che cercava di lasciare qualche libertà ai giovani controllandoli direttamente.
Arrivarono al primo album nel 1967 con Ezek a fiatalok (una colonna sonora) a cui fecero seguito altri 5 altri lavori, fino al 1973, anno del loro scioglimento.
I METRO, nati dalle ceneri degli ZENITH, attivi nei primissimi 60’s rimasero attivifino alla fine del decennio, anch’essi piuttosto seguiti.
Nel 1968 lasciarono la scena a causa delle pressioni politiche sul rock nazionale.
Al loro attivo 2 album , “Metro” del 1969 e “Egy este a Metro Klubban” ( che spaziano tra pop psichedelico alla Procol Harum e prime influenze jazz rock) del 1970 e una quarantina (!) di singoli tutti per la Qualiton Records.
I più famosi, tutt’ora in attività, milioni di copie vendute in Ungheria, sono senza dubbio però gli OMEGA, nati alla fine del 1962 suonando il solito set di cover di beat bands inglesi e americane, arrivarono ad incidere due album nei 60’s , Trombitás Frédi és a rettenetes emberek (del 1968) attribuito agli Omega Red Star e "10.000 lepes" nel 1969. Successivamente si spostano verso il prog e l’hard continuand oad essere uno dei principali gruppi di riferimento della scena locale, riuscendo anche ad arrivare al mercato tedesco.
I NEOTON nascono invece nel 1965 ma arrivano all’incisione solo nel 1968 con il singolo "Nekem eddig Bach volt a mindenem" e al primo album nel 1971.
Tuttora in attività hanno alle spalle decine di album.
Fondati nel 1967 li HUNGARIA arrivano al primo album “Concert a manson” solo nel 1970, mischiando pop beat e prog melodico spendendo gli anni ’70 in tour in tutto l’est europeo.
Nel 1978 hanno inciso un album di cover di brani dei Beatles in ungherese (prevalentemente del periodo pre 1965), “Beatles Laz”
Gli SCAMPOLO, partiti agli inizi dei 60’s con sonorità rock n roll si spostarono nel 1970, in occassione del primo album “Under the rainbow” verso una commistione di prog melodico e hits soul.
I SYRIUS appartengono già agli anni 70 con un sound vicino a Colosseum e Blood Sweat and Tears.
Il primo album “Devil’s masquerade” esce nel 1971.
Sempre nei 70’s trovarono popolarità i BERGENDY anche se nati alla fine dei 50’s come jazz band e passati nei 60’s con un repertorio beat e rock n roll.
SAROLTA ZALATNAY apparve nel 1963 vincendo parecchi premi a concorsi canori con varie pop beat songs tra cui Nem várok holnapig con gli Omega.
Nel 1968/69 è a Londra molto speso a fianco di membri dei Bee Gees.
I MINI nascono nel 1968 ma arrivano alle prime incisioni solo nei 70’s a base di prog mentre KATI KOVACSZ dal 1962 sulla scena si mosse spesso a cavallo tra beat e pop cantando poi negli anni 70 con il supergruppo Locomotiv GT che raccoglieva membri di varie beat bands dei 60’s.

lunedì, dicembre 03, 2012

Di cosa parliamo quando parliamo di musica: la musica liquida



Intendendo per MUSICA LIQUIDA quella musica fruibile senza alcun supporto fisico fonografico (ovvero l’ascolto via web) il post di oggi si pone la domanda (e si risponde) su quanto questa nuova e vera rivoluzione nell’ambito musicale abbia cambiato in meglio o in peggio la vita dell’ascoltatore (inteso come persona competente e particolarmente propensa a seguire la musica non certo l’ascoltatore occasionale e distratto).

Nato (da 51enne) con vinili e cassette sono cresciuto ascoltando (gioco forza) i dischi seduto davanti ad un giradischi o da una scomoda cassetta da un registratore o da un’autoradio.
Il passaggio al CD cambiò le cose ampliando le possibilità di duplicazione fedele all’originale ma è solo, quasi contestualmente, con l’ “apertura del web” che la possibilità di accedere alla pressochè totalità della musica prodotta attualmente e nel passato (con percentuali risibili di irreperibilità) è diventata assoluta.
In pratica ora si può ascoltare (scaricare) tutto dai demo di Elvis al nuovo album del gruppo garage canadese in uscita a breve.

Che fare ?
Ascoltare il più possibile per scoprire il meglio ?
Cercare quante più cose ci sia consentito dal tempo a disposizione ?
Fregarsene rischiando di perdere gemme di inestimabile valore che aspettano solo noi ?
Era meglio quando si stava peggio ?
Qualche disco al mese da analizzare ripetutamente, qualche cassetta in supporto.
Oppure ora ?
Alla fine meglio adesso.
Meglio poter aver un costante sottofondo di mille cose nuove (o mai ascoltate) tra cui scegliere, tra cui selezionare, da elencare alla fine dell’anno potendo pescare tra 500 titoli.
Evviva la musica liquida !

sabato, dicembre 01, 2012

Pete Townshend - Who I am



PETE TOWNSHEND è uno dei più grandi compositori del 900.

Intendo di musica a 360 gradi senza specifiche “rock” o “pop”.
E’ un’icona della musica pop rock e tra i più intelligenti, acuti, osservatori della società contemporanea con cui ha sempre interagito nel modo più costruttivo attraverso musica, scritti, interviste, eventi di beneficenza, iniziative editoriali, arditi tentativi (spesso riusciti) di cambiare il corso della musica popolare (quale il rock è stato ed è).
La biografia a lungo attesa (iniziata nel 1996 !) “Who I am” (in inglese, pare improbabile la traduzione italiana) parla di tutto questo.
Una lunga (oltre 500 pagine) storia, maniacale nei dettagli, dove scorrono date, nomi, cognomi, amanti, mogli, compagne, sbronze, eccessi, aneddoti, cifre, cachet, nomi, tipologia delle strumentazioni, il triste arresto di qualche anno fa.
Talvolta è fastidioso il frequente ricorrere al Meher Baba (suo guru spirituale di riferimento, importantissimo per lui, un po’ meno per il lettore agnostico), l’insistere sulla storia della sua bisessualità, le infatuazioni per questa o quest’altra con descrizione dettagliata delle notti trascorse insieme, le riunioni contrattuali con declinazione di costi e guadagni, le varie sbronze e fattanze.
Pagine e pagine numericamente alla pari con quelle ben più interessanti sul processo creativo che ha portato alla realizzazione di album basilari per la storia del rock.

Poco spazio, in proporzione, a Roger, John e Keith, che rimangono spesso in sottofondo e comprimari (a cui in realtà riconosce meriti, affetto e amore sconfinati).

Il tono è talvolta “dimesso” quasi se a scrivere non fosse uno dei protagonisti dello star system degli ultimi decenni ma una figura di secondo o terzo piano.
La lettura è in ogni caso molto interessante, soprattutto per chi pone gli Who al top delle proprie preferenze (pur se la quasi totalità della storia e degli episodi sono ben noti e documentati), il tono è veloce e scorrevole ma da Pete Townshend personalmente mi sarei aspettato non di più ma altro.
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