mercoledì, novembre 14, 2012
Sweet Soul Music: Southern Soul
Un viaggio periodico alla scoperta di tutti i filoni della SOUL MUSIC. Dopo Philly sound, Blue eyed soul, country soul e Soul punk, Psychedelic Soul, Soul Jazz e Smooth Soul, Latin Soul, Northern Soul, è la volta del SOUTHERN SOUL.
PUNTATE PRECEDENTI:
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-il-philly-sound.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-blue-eyed-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-country-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-soul-punk.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-psychedelic-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-soul-jazz.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/sweet-soul-music-smooth-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/10/do-you-like-good-music-that-sweet-soul.html
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/sweet-soul-music-northern-soul.html
Il SOUTHERN SOUL è una caratterizzazione del soul più classico da cui si distingue solo per alcuni aspetti molto particolari: la rudezza ritmica, molto essenziale, antenata del 70’s funk, largo uso delle sezioni fiati (anche in questo caso con arrangiamenti ruvidi, diretti e sanguigni), influenze marcatamente gospel e rhythm and blues e chitarra marcata, in evidenza, scarna e “secca”.
Una specie di soul “duro” e senza troppi fronzoli.
Si sviluppa nei 60’s per poi fondersi nell’ondata funk dei e tornare in auge tra 80’s e 90’s.
Gli album 60’s di Aretha Franklin, Johnny Taylor (quello del classico “Who’s makin love”), alcune cose di Otis Redding, Wilson Pickett, Rufus Thomas, Sam&Dave, Eddie Floyd, Bobby Bland, Arthur Alexander , Arthur Conley ne sono i principali esponenti.
Senza dimenticare i grandi nomi di Ray Charles e James Brown pur se troppo personali per essere inseriti in questo contesto.
La Stax Records ne è l’etichetta simbolo.
Da sottolineare come in buona parte dei dischi 60’s degli artisti citati la backing band fosse Booker T and the Mg’s.
Discografia consigliata
ARETHA FRANKLIN - Aretha arrives (1967)
ARETHA FRANKLIN - Lady soul (1968)
ARETHA FRANKLIN - Aretha now (1968)
ARETHA FRANKLIN - Soul ’69 (1969)
JOHNNY TAYLOR - Who’s makin love (1968)
OTIS REDDING - The soul album (1966)
SAM & DAVE - Soul men (1967)
EDDIE FLOYD - Konck on wood (1967)
RUFUS THOMAS - Walking the dog (1963)
WILSON PICKETT - The exciting Wilson Pickett (1966)
ARTHUR CONLEY - Sweet soul music (1967)
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martedì, novembre 13, 2012
I 60's dietro la Cortina di Ferro: Bulgaria
Credo che in pochi immaginino la presenza di una scena “beat” o vagamente rock nell’Europa dell’est comunista degli anni 60, in cui il controllo sulla società (e la cultura) era particolarmente rigido ed ottuso e le uscite discografiche erano consentite SOLO attraverso le etichette di stato.
Dopo l'UNIONE SOVIETICA
http://tonyface.blogspot.it/2012/11/i-60s-dietro-la-cortina-di-ferro-unione.html
parliamo oggi della BULGARIA.
Nazione strettamente legata alle direttive moscovite, rigidamente controllata, le radio occidentali (ed ogni tipo di influenza culturale e musicale) censurate, riuscì ugualmente a creare una scena nei 60’s.
Pare che il punto di svolta sia stato un concerto di Jane Sward and the Swedish Four a Sofia nel 1964 che fece scoprire ai giovani bulgari il rock n roll elettrico e il beat.
Come è spesso ricorrente nell’est europeo i primi gruppi suonavano brani strumentali di ispirazione Shadows e pare che nel 1965 ci fossero alcuni nomi sparsi che si esibivano nei night clubs della capitale.
Poco dopo i mid 60’s il governo bulgaro decise di aprire improvvisamente le porte anche alla odiata cultura occidentale, liberando l’accesso al paese ad un certo numero di turisti, stampando per l’etichetta di stato, la Balkanton (l’unica label ammessa), dischi “rock”, lasciando maggior libertà di espressione (pur sempre controllata dall’alto).
Il Festival Internazionale della Gioventù di Sofia del 1968 servì a portare ulteriore linfa vitale dall’esterno.
Una delle prime bands bulgare di cui si ha notizia sono i BUNDARACITE (di cui non esistono testimonianze sonore) dapprima sulla sponda Shadows, poi spostatisi verso i Beatles.
Girarono la Bulgaria con il Satyrical Theatre di Sofia, accorpati ad un elemento istituzionale.
Dopo lo scioglimento alcuni membri formarono nel 1967 i SHTURZITE (Crickets).
Incisero parecchi 45 a base di un garage rock tinto di psichedelia e molta melodia, mentre il primo LP vide la luce solo nel 1976, mentre il primo EP è datato 1968, con quattro brani.
Il loro esordio è del 1967 ma l’attività è sempre stata irregolare, non solo a causa di parole in cui, con ampie metafore, criticavano il sistema comunista, ma soprattutto per il semplice fatto che suonavano musica occidentale.
Gruppo popolarissimo all’epoca, veri miti, tanto che il loro brano più famoso “Byala Tishina” è stato eletto nel 2000, canzone bulgara del secolo. Suonarono fino alla fine degli anni 80 riscuotendo sempre un buon successo e dopo un breve scioglimento sono tuttora in circolazione.
I SREBURNITE GRIVNI (The Silver Bracelets) furono in attività dal 1964 al 1977 suonando un mix di folk bulgaro (che impediva alle autorità di accusarli di influenze occidentali) e cover di Ray Charles, gli immancabili Shadows, Tom Jones, Beatles e Kinks.
Pare abbiano inciso una decina di dischi tra 45 e Lp.
Talvolta i brani, suonati nei tipici, complessi, poliritmi del folk bulgaro, mischiati con il beat, assumevano coloriture originalissime.
Più psichedelici i GLASOVETE (Voices), orientati al garage beat gli HORIZONT 70 con un 45 giri e una inconsueta provenienza dei componenti dalle campagne (pare lavorassero per un’azienda vitivinicola e suonassero nelle feste aziendali per gli altri lavoratori).
Ancora da annotare gli OPTIMISTS (che al solito beat rock mischiano influenze jazz) ed EMIL DIMITROV, una leggenda della scena musicale bulgara, più vicino al pop e al cantautorato con influenze folk.
Gli STUDIO 5 suonavano surf beat con influenze folk nostrane mentre i BALKANTON (il nome dell’etichetta nazionale) oltre ad essere la backing band di studio per numerosi cantanti pop pubblicarono anche alcuni 45 a base di surf, rock n roll e beat.
I VEZNI (guidati da Itso Petroff diventata poi una star del pop bulgaro) realizzarono un 45 giri nei tardo 60’s a base di psichedelia e fuzz.
Poco si sa dei VIKINGITE mentre i 6+1 composti da musicisti provenienti da vari gruppi realizzarono nei primi 70’s un 45 fuzz rock concover di “Evil woman” dei Balck Sabbath con un testo che si scagliava contro le mini gonne !
I FACTOR prima di diventare negli anni 80 un gruppo metal con testi cristiani (!) pubblicarono alla fine dei 60’s un 45 di psycho rock.
Nei primi anni 70 le maglie della censura e le restrizioni poliziesche si fecero più serrate, portare i capelli lunghi per i maschi e le mini gonne per le ragazze poteva causare l’arresto e lievi condanne, suonare un certo tipo di musica dalle influenze occidentali divenne quasi impossibile e il rock scomparve per almeno un decennio dalla scena bulgara (se non attraverso pericolosi scambi clandestini).
La BALKANTON nel frattempo distrusse master e copie residue del materiale stampato nei 60’s e ritrovare tracce di buona parte della produzione dei tempi è cosa ardua se non impossibile, soprattutto in occidente.
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I 60's dietro la Cortina di Ferro
lunedì, novembre 12, 2012
Di cosa parliamo quando parliamo di musica 7: quando l'Italia conquistò il mondo discografico con l'ITALO-DISCO
Si parla frequentemente (in particolare in questo blog) delle problematiche della discografia italiana, dello scarso peso della musica nostrana in ambito globale, di quante poche copie di dischi si sono venduti e si vendono, dei nostri gruppi pressochè sconosciuti fuori dai confini tricolori.
Una visione da appassionati di “rock”, per di più underground/indie, la famosa nicchia nella nicchia.
Dimenticando che, oltre al mefitico pop dei vari Bocelli, Pausini, Ramazzotti, l’Italia ha fatto sfracelli (vendite e popolarità) in tutto il mondo con quella che viene ricordata come ITALO DISCO, ovviamente (e giustamente) rigettata con tutta la forza possibile dai “cultori della buona musica”.
Un ambito della disco music, nato alla fine dei 70’s, con un suono e un’identità ben precisi, caratteristiche peculiari e un successo planetario.
L’Italia post impegno politico “rivoluzionario” si riversa nelle discoteche per scacciare brutti ricordi e cattivi pensieri, si fionda negli anni 80 “da bere” / da pere e partorisce nomi come Giorgio Moroder, i Fratelli La Bionda, Easy Going, D.D.Sound coinvolgendo nel turbine del facile successo anche personaggi di precedente ben altro spessore artistico come Alan Sorrenti, Gaznevada, Righeira, Rossana Casale o Raf.
Le discoteche diventano luoghi imprescindibili per il divertimento, in particolare sulla classica riviera romagnola, nomi come Den Harrow, Baltimora, Sabrina Salerno, Gazebo, Kano, Spagna, i brani di Claudio Cecchetto infestano classifiche italiane e mondiali.
Alla fine degli anni 80 l’arrivo della house porterà in breve l’italo disco nel dimenticatoio, lasciandosi alle spalle montagne di guadagni e successi.
Una breve testimonianza tratta dal mio libro “Storie dal rock piacentino” ci viene da Roberto Barocelli, protagonista della scena rock locale negli anni 70 e successivamente entrato nel giro della produzione di dance music negli anni ’80 descrive alla perfezione le modalità usate nell’ambiente:
“Pensa che Severo Lombardoni, patron della Disco Magic, una delle migliori e più importanti etichette dance e discomusic italiane (mondiali direi) degli anni 80, spesso ci consegnava la copertina del disco già stampata, con titolo e nome del “gruppo” o dell’ “artista” e io dovevo comporre e registrare un brano ad hoc. Molto frequentemente in una notte, perchè il giorno dopo il nastro andava consegnato e in una settimana o poco più il disco era in circolazione”
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domenica, novembre 11, 2012
The Groove
I piacentini GROOVE arrivano, dopo due anni di attività, all’esordio con un ep digitale di grande sensibilità black.
I quattro brani variano tra funk, Hammond beat, soul e un approccio melodico debitore allo swinging beat inglese dei mid 60’s.
“Get on” è il migliore del lotto con quelle atmosfere blaxploitation primi 70’s impreziosite dall’uso vocale di Stefania Savi perfettamente a suo agio in questo ambito.
Più 60’s beat invece le movenze della sincopata “Dancing in my kitchen”, dello scanzonato soul “Smockin on my sofa” e dell’hammond groove di “When you call my name” Ideale party band ha il pregio di non assomigliare a nessuno in particolare pur muovendosi in campi sonori dai riferimenti ben definiti e precisi.
I GROOVE sono:
Stefania Savi, voce Gian Marco Mento alla chitarra, Riccardo Grandi al basso, Enrico Lucenti alle tastiere e Andrea Tutino alla batteria.
Per acquisti e ascolti
https://itunes.apple.com/it/album/the-groove-ep/id574361552
http://www.amazon.com/The-Groove/dp/B009Z55O0W/ref=sr_shvl_album_1?ie=UTF8&qid=1352199318&sr=301-1
I quattro brani variano tra funk, Hammond beat, soul e un approccio melodico debitore allo swinging beat inglese dei mid 60’s.
“Get on” è il migliore del lotto con quelle atmosfere blaxploitation primi 70’s impreziosite dall’uso vocale di Stefania Savi perfettamente a suo agio in questo ambito.
Più 60’s beat invece le movenze della sincopata “Dancing in my kitchen”, dello scanzonato soul “Smockin on my sofa” e dell’hammond groove di “When you call my name” Ideale party band ha il pregio di non assomigliare a nessuno in particolare pur muovendosi in campi sonori dai riferimenti ben definiti e precisi.
I GROOVE sono:
Stefania Savi, voce Gian Marco Mento alla chitarra, Riccardo Grandi al basso, Enrico Lucenti alle tastiere e Andrea Tutino alla batteria.
Per acquisti e ascolti
https://itunes.apple.com/it/album/the-groove-ep/id574361552
http://www.amazon.com/The-Groove/dp/B009Z55O0W/ref=sr_shvl_album_1?ie=UTF8&qid=1352199318&sr=301-1
sabato, novembre 10, 2012
Lilith and the Sinnersaints ad Aosta "Espace Populaire"
Stasera ad AOSTA all'"Espace Populaire" si torna sul palco con LILITH and the SINNERSAINTS.
Dici Aosta e immediatamente l'associ ai Kina, alla Blu Bus, gli uni tra i migliori rappresentanti dell'hardcore italiano di sempre, gli "Husker Du italiani", l'altra una delle etichette VERAMENTE indipendenti che per anni hanno lottato per produrre, distribuire, creare qualcosa di nuovo.
Ce l'hanno fatta anche se non è durato per sempre.
Non è un caso che dietro a questa rassegna oltre ai ragazzi dell' Espace ci sia il "solito" Sergio Milani anima di Kina e Blu Bus.
Il suo nome fa rima con passione e purezza, la stesse che ha messo nell'organizzare questa rassegna che ci onoriamo di aprire in serata.
Se siete da quelle parti vi aspettiamo per un po' di punk, blues e altro e magari anche due chiacchiere prima e dopo, che fa sempre piacere.
venerdì, novembre 09, 2012
Mod Heroes: Mondrian (dress)
Difficilmente il pittore olandese Piet Mondrian (1872-1944) avrebbe potuto immaginare il suo coinvolgimento nella scena Mod-ernista, una ventina di anni dopo la sua morte.
La sua pittura, assolutamente moderna, innovativa e rivoluzionaria, solo apparentemente semplice e minimale, in realtà particolarmente complessa e frutto di approfonditi studi e di una lunga evoluzione stilistica, ispirò, nel 1965, Yves Saint Laurent nella creazione del cosiddetto “Mondrian Dress” che si ispirava direttamente ai quadri della serie “Boogie Woogie”.
Il capo divenne uno dei segni distintivi della Swinging London.
Lo stile venne poi riprodotto in altri capi di vestiario, svariati accessori, arredamento etc fino a diventare protagonista nelle confezioni di una linea di creme, shampoo etc della L’Oreal, di una serie di scarpe da ginnastica della Nike perfino di un'auto.
“Every true artist has been inspired more by the beauty of lines and color and the relationships between them than by the concrete subject of the picture.”
Piet Mondrian
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Mod Heroes
giovedì, novembre 08, 2012
L'Italia e il gioco d'azzardo
Ormai è un’alluvione sotto gli occhi di tutti.
Ne sono pieni i bar e i locali, in ogni città, cittadina, piccolo centro o paese aprono a ritmi ormai forsennati SALE DA GIOCO di tutti i tipi.
Viene chiamata la tassa sulla povertà e le vittime sono sempre le fasce più deboli e impoverite da crisi e capitalismo selvaggio.
Quattro italiani su dieci sono catturati dal gioco d'azzardo. Ovvero un’industria (la quinta industria in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim) che arriva a 80 miliardi di euro l’anno con 120 mila addetti.
Lo stato incassa il 10%.
A Pavia, la città con la più alta densità di slot machines d’Italia, ce n’è una ogni 136 abitanti e il denaro speso nel gioco equivale al 7,8% del prodotto locale, pari a 2.800 euro all’anno pro capite.
Molte delle società concessionarie sono costituite da personaggi non sempre limpidi e altrettanto spesso tra i soci ci sono, in maniera più o meno occulta, politici e parlamentari, gli stessi che votano le concessioni.
E’ un mercato redditizio, che pulisce agevolmente grandi somme di danaro, colpisce in modo occulto, legale e silenzioso.
L’ennesimo sintomo della progressiva fine del nostro paese.
mercoledì, novembre 07, 2012
Sweet Soul Music: Northern Soul
Do you like good music ?
That sweet soul music
Un viaggio periodico alla scoperta di tutti i filoni della SOUL MUSIC dal Chicago Soul allo Pychedelic Soul, via Northern, Country Soul, Blue Eyed Soul, Memphis Soul, Smooth, Southern etc.
Dopo Philly sound, Blue eyed soul, country soul e Soul punk, Psychedelic Soul, Soul Jazz e Smooth Soul, Latin SOul è la volta del NORTHERN SOUL.
PUNTATE PRECEDENTI:
http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-il-philly-sound.html
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http://tonyface.blogspot.it/2012/09/sweet-soul-music-country-soul.html
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Probabilmente una delle correnti del SOUL con una delle identità più definite e personali, il Northern Soul può essere vagamente definito come una forma di soul music molto ritmata, relativamente più sostenuta rispetto alle ritmich di quello tradizionale, dai cantati molto melodici, con largo uso di archi e stacchi di fiati, corredo di arrangiamenti soft (ad esempio non è raro l’uso del vibrafono) e un’impronta improntata esclusivamente al ballo.
Il Northern Soul è anche uno dei rari casi in cui attorno alla musica si è creata una scena, una cultura, una dimensione aggregativa dai tratti ben precisi e distinti che vivono e sopravvivono sin dalla sua nascita, agli inizi dei 70’s quando la scena mod era ormai tornata nel profondo underground ma il suo spirito continuava a vivere in locali come il “Twisted Wheel” di Manchester dove DJ’s come Brian Rae, Brian Philipps o Phil Saxe passano la miglior musica black in circolazione o a Wigan al “Wigan Casino” oppure il “Torch” di Stoke on Trent o il “Blackpool Mecca“ a Blackpool, a Bolton al “Va-Va Club”, Wolverhampton al ”Catacombs”, a Dudley Zoo al “Queen Mary Ballroom” .
Si ballavano brani soul di artisti sconosciuti, dischi rari, ricercatissimi, spesso fuori catalogo, selezionati con cura maniacale.
Il collezionista Dave Godin (colui che aveva fatto conoscere ad un giovanissimo Mick Jagger la black music americana) e che lavora in un negozio di dischi, conia nel frattempo il termine Northern Soul scrivendone sulla rivista Blues and Soul nel 1972.
“Incominciai a notare che i tifosi delle squadre del nord quando arrivavano a Londra compravano dischi di black music, ma erano totalmente disinteressati alle novità delle classifiche americane.
Così misi i dischi a cui erano abitualmente interessati in uno spazio preciso che denominai “Northern Soul”
La scena cala a metà dei mid 70’s per riprendere quota con il mod revival una decina di anni dopo ed essere tuttora espansa in tutto il mondo con serate regolari.
Un ambito in cui le stars sono più i DJ’s e la loro capacità di scovare nuovi brani (ma soprattutto di riempire le piste) che gli artisti stessi, nella grande maggioranza dei casi, rimasti spesso (con rare eccezioni) nell’oblìo più totale se non per la breve notorietà di un brano o due.
Discografia consigliata
Esistono centinaia di compilation che si fregiano del titolo (o sottotitolo) di “The best of Northern Soul”.
Il Dj , produttore e animatore della scena northern soul fin dai tempi del Wigan Casino, Kev Roberts , oltre a compilare una lista dei 500 migliori brani di Northern, consiglia questi venti CD per avere una visione totale del meglio del sound in questione (e che contengono la maggior parte dei suddetti 500 brani).
Out on the Floor (Goldmine/Soul Supply)
Wigan Casino Story (Goldmine/Soul Supply)
Golden Torch Story (Goldmine/Soul Supply)
Big in Wigan (Kent)
Jumping at the Go-Go (BMG)
Soul Self Satisfaction (Universal)
Gettin’ to Me (Kent)
This is Northern Soul (Debutante)
Soul Time (Sony)
Wigan Casino 25th (Goldmine/Soul Supply)
Rare, Collectable & Soulful (Kent)
Essential Northern Soul Story (Goldmine/Soul Supply)
Turning My Heartbeat Up (BMG)
Northern Soul Floorshakers (BMG)
Shrine, the Rarest Soul Label (Kent)
It’s Okeh Up North (Xclusive)
Twisted Wheel Story (Goldmine/Soul Supply)
Out on the Floor Again (Goldmine/Soul Supply)
For Millionaires Only (Goldmine/Soul Supply)
Soul Underground (Sequel)
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Sweet Soul Music
martedì, novembre 06, 2012
I 60's dietro la Cortina di Ferro: Unione Sovietica
Nelle foto i Melody Makers, gli Okna, i Kertukai, i Rutmikud, i Mashina Vremeni.
Credo che in pochi immaginino la presenza di una scena “beat” o vagamente rock nell’Europa dell’est comunista degli anni 60, in cui il controllo sulla società (e la cultura) era particolarmente rigido ed ottuso e le uscite discografiche erano consentite SOLO attraverso le etichette di stato (Melodjia in URSS).
Iniziamo una carrellata dai profondi 60’s dietro la Cortina di Ferro partendo dall’UNIONE SOVIETICA.
Dopo la morte di Stalin, nel 1953, si allargarono leggermente le maglie del controllo e della repressione, favorendo la nascita di una scena jazz e successivamente anche di una serie di gruppi rock che si rifacevano esplicitamente alle bands occidentali (nonostante un discorso di Krusciov nel 1964 condannasse ogni forma di modernismo nell’arte).
Se il controllo era più rigido a Mosca e Leningrado maggior libertà era invece ad appannaggio delle Repubbliche Baltiche e di quelle Caucasiche.
Si fa risalire al 1963 e ad un concerto dei TARAKANY di Alexnder Gradsky all’Università di Mosca a base di Elvis, Louis Armstromg e Little Richard, il primo concerto di rock n roll in terra sovietica.
Lo stesso Gradsky che si unì successivamente, nel 1965, agli SLAVIANE (The Slaves) band con un repertorio a base di Beatles e Rolling Stones.
Dopo esperienza anche con i LOS PANCHOS e gli SKIFY, fonda nel 1967 gli SKOMOROKHI svoltando verso canzoni in russo, influenzate dal folk.
Proseguirà successivamente come solista e come autore e compositore.
Sempre nel 1963 si formano (ma durano solo un anno) i BRAT’IA (Brothers) trasformatisi successivamente, dal 1964 al 1969, in SOKOL, con brani di Stones e Monkees.
Spesso soprannominati i Beatles Sovietici i POJUSCHIE GITARY furono quelli di maggior successo anche al di fuori dei patri confini, attivi dal 1966 e con i primi lavori pubblicati nel 1968.
Nei mid 60’s si segnalano a Leningrado anche i WANDERERS (1964) , i LESNYE BRAT’IA e gli ARGONAVTY.
Alla fine dei 60’s nacquero, in Bielorussia i PESNIVARY (precedentemente noti con il nome di LIAVONY) che mischiavano forti elementi folk locali con influenze psichedeliche che arrivarono, tra i rarissimi esempi, anche in tour in USA nel 1976.
Sempre nei 60’s erano attivi, spesso fortemente contrastati dal regime, cantautori folk come Vladimir Vysotsky o Bulat Okudzhava, definiti “BARDS”, corrente nella quale rientrarono altri personaggi minori della scena.
Gli OKNA da Mosca operavano nei primi 70’s ma con un garage sound tra primi Beatles, Yardbirds, sonorità da “Nuggets” e immancabili (tipici nel sound dell’est europeo dell’epoca) riferimenti al guitar sound degli Shadows.
I MIFI si formarono nei mid 60’s a Leningrado come beat band ma trovarono notorietà e riscontri solo nei 70’s passando attraverso hard rock, prog per approdare infine al pop.
Da ricordare anche Yuri Morozow che con una serie di bands mischiò sonorità prog e psichedeliche all’inizio dei 70’s e gli ARTS di Tomsk e da Mosca gli ARIEL, i SAMOTESVETY, i VESELYE RIBATA , i PLAMIA e i GOLUBE GITARY.
I MASHINA VREMENI (Time Machine, già conosciuti come The Kids) emersero a Mosca nel 1968 sull’onda della beatlemania, spostandosi negli anni successivi verso un mix di blues, rock n roll e folk.
Nei paesi baltici, più aperti alle influenze occidentali grazie alla vicinanza con i paesi scandinavi, furono numerosi i nomi vicini al 60’s sound, principalmente dediti a cover di Beatles, Stones, rock n roll e Shadows.
I KERTUKAI si formarono nel 1966 il Lituania, non arrivarono mai all’incisione, ma ebbero ampio successo tra i giovani, grazie alla diffusione sotterranea di cassette registrate ai concerti.
Sempre dalla Lituania gli AITVARAI (già dal 1963 con cover degli Shadows), le EGLUTES (quartetto femminile) mentre KESTUS ANTANELIS portò sui palchi locali , nel 1971, una versione dell’opera rock “Jesus Christ Superstar”.
In Estonia si distinsero gli JUUNIORID (i primissimi, nel 1965), e successivamente i RUTMIKUD (1966), in cui militava Tonis Magi destinato ad essere uno dei principali attori della scena rock locale diventando particolarmente famoso nel 1980 con la canzone “Olimpiada” dedicata alle Olimpiadi moscovite.
Ma è PETE ANDERSEN il nome più importante della scena rock estone dell’epoca.
A partire dalla sua attività, iniziata nel 1963 con i MELODY MAKERS, band di puro rock n roll, che coverizzava (in inglese) Chuck Berry, Elvis, JL Lewis creando frequenti problemi di ordine pubblico e scontri con le autorità, culminati con uno show annullato a Riga nel 1966 dal KGB, che causò proteste pubbliche e relativi disordini con i fans e successivo scioglimento della band (in buona parte richiamata sotto le armi).
Pete fonda nel 1967 gli OPTIMISTID , attivi nella sola Estonia (gli era impedito uscire dallo stato più “occidentale” dell’URSS ) e con un tour in Georgia dove ottennero un grande successo ma furono derubati dei soldi dal manager.
Costretti a rimanere nella repubblica caucasica, suonarono per due mesi di fila in tutti i luoghi possibili per racimolare i soldi per tornare a casa (ospitati nelle case dai fans), diventando popolarissimi.
E’ la volta poi, nel 1968, dei NATURAL PRODUCT, altro gruppo inviso al potere che alla fine decide di intervenire pesantemente minacciando Andersen di “eliminazione fisica”.
L’attività di Pete si fermerà per riprendere successivamente e proseguire fino ai nostri giorni a base di rock n roll originale.
Da ricordare anche i MIKRONID (attivi dal 1967) di Gunnar Graps, già con i SATELLIID nel 1964 e successivamente, nei 70’s, negli Ornament e altre band di hard rock, i KONTRASTID e i VIRMALISED (1965) di Toivo Kurmet (prevalentemente beatlesiani), leader della band, che nel 1969 venne arrestato e interrogato dal KGB mentre alla band fu proibito di registrare e suonare dal vivo.
I POISSMEHED venivano da Tallin ma i componenti erano di origine russa.
Anche per loro cover beat, uniformi da palco in divisa napoleonica e una versione di “Cuore matto” di Little Tony eseguita al Festival Beat di Tallin nel 1968.
In Lettonia si segnalano i LIVI (pare attivi già dal 1966, in realtà ufficialmente in pista solo 10 anni dopo) ma soprattutto i RAVENGERS che nei primi 60’s a Riga suonavano classici del rock n roll, da Elvis a Bill Haley e Little Richard.
Dall’Armenia un solo nome, gli APOSTLES (gli Arakyalner), particolarmente seguiti dai giovani oppositori ma presto banditi dalle scene.
Cercando su internet si trovano alcune testimonianze sonore relative ai gruppi in questione.
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lunedì, novembre 05, 2012
Di cosa parliamo quando parliamo di musica 6 : etichette indipendenti in Italia
Una rubrica (che nel titolo cita un racconto di Raymond Carver) che cerca di definire ciò di cui parliamo quando parliamo di musica. Ovvero una visione personale di quello che è la musica oggi in tutte le sue componenti (dischi/album, concerti, registrazione,video, etichette, distribuzione, promozione etc).
Sono passati parecchi decenni dall’inizio dell’avventura delle etichette indipendenti in Italia.
Già negli anni 70 l’autoproduzione aveva mosso i primi passi e situazioni storiche come la Cramps Records (Area, Finardi, Camerini, Skiantos e il cosiddetto “Rock 80”) e Bla Bla (Battiato in particolare ma anche Aktuala e Arigliano) erano diventate riferimenti importanti all’interno della musica italiana.
Poi ci fu l’epoca pionieristica delle piccole label il più delle volte basate sul lavoro e la passione di un unico personaggio (o del gruppo di amici) come Electric Eye, Vox Pop o le più professionali Italian Records, IRA e Contempo, giusto per fare qualche nome.
Ci si sarebbe aspettato un salto in avanti, di qualità, ma soprattutto di spessore. Dopo un decennio di rodaggio, errori, stabilizzazione, era lecito attendersi un consolidarsi di qualche realtà di riferimento (giusto per citare un paio di esempi, una Rough Trade o una Sub Pop italiana).
Invece non è accaduto.
Gli esempi sono infiniti, le eccezioni anche (vedi recentemente La Tempesta Records, dal Teatro degli Orrori ai Tre Allegri Ragazzi Morti o qualche anno fa la Mescal della Donà, MCR, Afterhours, la sempre verde Irma Records e tantissime altre piccole labels che lavorano bene come buoni artigiani) ma il succitato consolidamento non è avvenuto.
Si continua a viaggiare tra la buona volontà di singoli personaggi o di ristretti gruppi di persone, con una purtroppo necessaria mancanza di pianificazione (leggi zero o poco più soldi da investire e zero o poco più ritorno economico se non disastri finanziari) con la acquisita normalità del gruppo che paga lo studio (e non di rado anche la stampa del disco).
E all’orizzonte non mi sembra di vedere nulla di buono.
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sabato, novembre 03, 2012
Soul Time !
"Soul Time" si occupa oggi del libro "Last holyday", scritto da Gil Scott Heron, nel corso di un lungo periodo e completato (o quasi) poco tempo prima della sua scomparsa, oltre ad un paio di segnalazioni discografiche.
GIL SCOTT HERON - The last holyday - A memoir
E’ nota la mia passione per Gil.
Di conseguenza questo libro (che dubito sarà mai tradotto in italiano) è uno stupendo viaggio nei meandri di una vita che ho cercato di conoscere in ogni suo anfratto. La sua ironia, la capacità di raccontare, di cogliere aspetti inconsueti nella realtà e nella vita degli altri, rendono il racconto divertente, interessante, profondo, ricco, sostanzialmente bello.
Anche se incompleto e assolutamente non esaustivo di mille fatti, sfaccettature, avvenimenti di cui avremmo voluto leggere (i suoi “guai” giudiziari e con la dipendenza non vengono minimamente accennati ad esempio).
In realtà il libro nasceva (oltre dieci anni fa, più volte lasciato nel cassetto, più volte ripreso) con l’intento di documentare la sua esperienza con Steve Wonder (i due erano legati da una grande amicizia e rispetto) con cui divise il tour di “Hotter than july” tra il 1980 e il 1981, l’importanza del suo ruolo artistico (che Gil riteneva non sufficientemente apprezzato) e l’iniziativa per dedicare a Martin Luther King un giorno nel calendario americano (avvenne nel 1983 e viene celebrato ogni terzo lunedì di gennaio).
Ci sono però i ricordi di infanzia, trascorsa in un’America ancora parecchio discriminatoria nei confronti dei neri, piuttosto complessa, l’adolescenza, gli esordi tra poesia e musica, un vivissimo ricordo della scomparsa di John Lennon, commoventi appunti sulla madre e tanto altro.
Avrei voluto leggere di più delle 320 pagine, sapere di più di questo o di quello, soprattutto nella consapevolezza che Gil non potrà dare un seguito a quest’opera. Ma era nel suo stile lasciare le cose un po’ così, come, quando e per quanto gli pareva.
E mi è sempre andato bene così.
MENAHAN STREET BAND - The crossing
Ci avevano regalato momenti notevoli a base di un funk di sapore New Yorkese, contaminato e spettacolare. Il nuovo album invece rallenta i ritmi, si fa più “cinematografico”, perde verve e fuoco.
Non male comunque ma trascurabile.
SEAN HAEFELI - Rise
Pianista, cantante, arrangiatore, Sean Haefeli si destreggia trave maglie di uno smooth soul fortemente influenzato da sapori jazz e con intromissioni discrete e appropriate di inserti hip hop.
Sound gradevole e soft ma ben fatto e ottimamente arrangiato.
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Soul Time
venerdì, novembre 02, 2012
Fugazi
Torna AndBot (in arte Andrea Fornasari) con una bio discografica dei FUGAZI, tra le bands più innovative e sottovalutate del rock "recente".
Scrivere di una band come i Fugazi, per me, grande sostenitore dell' indie-rock 90's, può essere pericoloso: c' è il rischio concreto di perdere la bussola, di tirare in ballo faccende extra-musicali come nostalgia, devozione e rispetto.
E' anche vero che risulta difficile parlare della corazzata di Washington D.C. senza soffermarsi su questioni riguardanti vero e indomito spirito "do it yourself" e coerenza assoluta, senza restare stupefatti dinanzi alla forza di volontà di Ian MacKaye e soci.
C' è questo: in un periodo come quello degli anni novanta, in cui le major rischiavano di fagocitare l' uderground (l' effetto Nirvana) con tutte le conseguenze, buone e cattive, i Fugazi e la Dischord (la label creata da MacKaye ai tempi dei Minor Threat) sono stati un "faro" che ha illuminato il non facile percorso dell' onestà indie, mantenendo al tempo stesso una qualità musicale che ha dell' incredibile.
E allora, come dicevo, atteniamoci ai fatti e diamo per scontate (come sempre) un po' di cose: se non conoscete una band seminale come i Minor Threat forse è il caso di tornare a studiare. Io posso chiudere, a fatica, un occhio per quanto riguarda i Rites Of Spring, la band con la quale Guy Picciotto (la seconda chitarra e l' "altra" voce dei Fugazi) inventa a metà anni ottanta l' emo-core e magari lo chiudo anche per gli Embrace, la formazione pre-Fugazi di Ian.
Scherzi a parte: in sostanza l' hardcore-punk che i Minor Threat avevano contribuito a creare, era ormai arrivato a un punto morto. In più si stava pericolosamente imparentando con il metal e i suoi aspetti macho, le chitarre pesanti, le "pose" e manifestazioni gratuite di violenza. Quello che volevano fare MacKaye e Picciotto è esattamente l' opposto, ovvero estirpare dalla musica tutte le forme machiste, pur mantenendo un approccio sostanzialmente punk: "le botte sull' ego e non sul corpo!" diventa il motto da seguire.
Questo si traduce in testi sempre più introspettivi e maturi (che però non perdono mai di vista il contenuto sociale ma che anzi viene affrontato partendo dall' auto-indagine), in un punk-rock evoluto e contaminato, nella grande intensità emotiva (in questo la voce di Picciotto che si alterna a quella più stradaiola di MacKaye sarà fondamentale) riversata in ogni brano che non è più "canzone" ma "espressione", mentre la forma è "altro", è post-hardcore, sono mini-spartiti noise-rock che si rincorrono, sono lampi jazz e prog, riff hard-rock annichiliti da dissonanze chitarristiche non lontane da quelle dei Sonic Youth e vecchi ruggiti hardcore, direzioni impreviste, stop and go e post-punk cerebrale.
La melodia in sè non esiste, la sezione ritmica non solo detta i tempi ma è anche il navigatore, ciò che sostiene e spinge ogni pezzo: Brendan Canty è batterista che ama il jazz, Joe Lally un bassista che inizia con l' hard-rock e poi si innamora delle linee di basso di Joy Division e P.I.L., del dub, del ritmo in primo piano.
Nasce una nuova visione del rock che non rinnega il passato ma che guarda sempre avanti: i Fugazi (insieme ai Morphine) sono la band dei novanta che più rinnova il rock dal suo interno, la più influente negli anni a venire, la più grande.
Gli Slint, i Codeine, sono formazioni estemporanee che, forse casualmente, inventano nuovi generi (post-rock e slo-core) ma poi si incartano e si sciolgono: la loro "carriera" dura lo spazio di due album a testa, ed è cosa ben diversa da quella dei Fugazi che percorrono tutto il decennio, traghettano l' hardcore verso il suo post e poi ancora più avanti, sempre cambiando e sperimentando con gli strumenti del rock.
Si, sono davvero ALTRO.
"13 Songs", Dischord, 1990 Voto: 9
L' album contiene i primi due EP, "Fugazi" (1988) e "Margin Walker" (1989): due lavori sostanzialmente hardcore, ma decisamente più evoluti rispetto allo standard dei Minor Threat, come dimostrano brani come "Waiting Room" con l' ormai classico call and response fra la voce ironica di MacKaye e il coro, nonchè quello che sarà un marchio di fabbrica Fugaziano: lo staccato di basso fra i colpi singhiozzanti della batteria, oppure l' emo-core di "Bulldog Front" che cita il muro di chitarre degli MC5. Le influenze spaziano dai Sonic Youth (le dissonanze) ai Led Zeppelin (i lamenti blues), passando per il reggae e il power-pop ("Bad Mouth").
Ma si tratta sempre di suggestioni, di momenti che subito cambiano direzione: un sound difficile da definire, troppo evoluto per l' hardcore, poco decifrabile da chiunque.
Su "Margin Walker" si può intravedere il fantasma dei Gang Of Four (una delle influenze più dirette): il chitarrismo è nevrotico e dissonante, ma l' apice di intensità drammatica lo si tocca con "Promises", quasi un gospel urbano e apocalittico.
"Repeater", Dischord, 1990 Voto: 9,5
La versione in cd contiene anche il precedente EP, "Three Songs", nel quale è evidente il miglioramento a livello tecnico di tutta la band, in grado ormai di eseguire strumentali dal fortissimo impatto emotivo ("Break-In").
Questo lavoro preparatorio porta al concepimento di "Repeater", ovvero quello che si può definire come il capolavoro assoluto dei Fugazi, ma anche uno dei migliori dischi rock di sempre.
Qui trova piena maturazione il post-hardcore, la massima espressività dei loro psico-drammi, un concentrato del meglio del rock passato, dagli Stooges a Hendrix, dai Velvet Underground ai Pere Ubu.
Ogni brano è un cambio di scena, drammatico e apocalittico, si va oltre il dramma esistenziale personale, è rock metafisico, energico e atmosferico al tempo stesso. I capolavori non si contano, da "Merchandise" a "Turnover" a "Blueprint" con il suo commuovente arpeggio iniziale. L' istinto del punk, l' urlo primordiale del rock' n' roll e la lucida intelligenza di MacKaye, irrazionalità e senso quasi matematico, tutto convive in una musica che rimane sempre "fisica" ma che è riuscita a interiorizzare trent' anni di rock e crea una nuova grammatica, un nuovo linguaggio espressivo: qui nasce il vero e unico "alternative-rock" e immediatamente muore, perchè non si può più andare oltre, una chitarra, un basso, una batteria, e una voce umana, non possono oggettivamente fare di più: è l' apice del pathos e il suo zenit.
"Steady Diet Of Nothing", Dischord, 1991 Voto: 8
L' album successivo a "Repeater" prosegue su quella direzione di ricostruzione del rock, partendo dai suoi aspetti psicologici di interiorizzazione: le distorsioni chitarristiche, i ritmi tribali, la ricerca costante di espedienti per esasperare il clima di tensione anche nei (rari) momenti più rock' n' roll e "melodici" rimangono il leitmotiv principale.
Le "fratture" , le pause, i cambi repentini, fanno ormai parte dell' arsenale di "trucchi" utilizzati per alzare il livello di paranoia e isterismo in una sorta di teatro punk.
"In On The Kill Taker", Dischord, 1993 Voto: 7,5
I Fugazi capiscono che è il momento di cambiare rotta, che lo stile precedente ha toccato l' apice, così si "concedono" un album più rilassato, farcito di frasi jazz, ma che non manca di episodi assolutamente vigorosi. Il sound oscilla fra momenti punk-rock e sonorità più dimesse: forse il disco più accessibile della band, quello che con una adeguata distribuzione avrebbe forse potuto conquistare un pubblico più ampio.
"Red Medicine", Dischord, 1995 Voto: 8,5
Probabilmente il loro apice compositivo: i Fugazi qui suonano come un (improbabile) quartetto di hardcore cameristico, per un album raffinatissimo che contiene tanto il jazz-core di Zorn quanto l' hardcore intellettuale dei Black Flag, le geometrie spastiche dei Minutemen e la psichedelia ossessiva dei Can, ma è facile ritrovare anche i Rolling Stones, Lou Reed e naturalmente i sonic Youth: la band trova un nuovo modello espressivo che attinge dal rock, dal pop, dal prog/jazz e lo trasfigura.
E' il nuovo corso dei Fugazi.
"End Hits", Dischord, 1998 Voto: 6 (scarso)
Sorprendentemente sotto-tono, sembra un tentativo (non riuscito) di conciliare i "vecchi" Fugazi con il rock moderno e totale di "Red Medicine".
In realtà sono presenti brani di gran classe che nel repertorio di una qualunque band sarebbero classificati come capolavori, ma da MacKaye e soci si pretende di più: sono loro ad averci abituati al meglio.
"Instrument", Dischord, 1999 Voto: 6
In sostanza è la colonna sonora di un documentario sulla band, che però lascia intravedere segnali di rilassatezza, ma è difficile giudicare.
"The Argument", Dischord, 2001 Voto: 7
Per molti un album "minore" della band, a mio avviso un ottimo disco che si concentra più sulla forma-canzone, quasi psichedelico e "controllato".
Poteva essere il punto di partenza per un nuovo corso ma, a oggi, resta l' ultimo disco della band. Band che ufficialmente non si è mai sciolta ma che non si è mai più proposta nemmeno in versione live.
Recentemente sono disponibili su Internet praticamenti tutti i concerti tenuti dai Fugazi, in versione digitalizzata, anche se dubito che sia possibile rendere in questo modo la pazzesca carica di un loro live.
MacKaye ha realizzato un paio di album, il primo niente male, il secondo così-così con i The Evens.
Joe Lally prosegue la sua carriera fra progetti vari.
Picciotto produce dischi (Blonde Redhead, per dire).
Brendan Canty suona un po' qua e un po' là e sembra il più attivo su Facebook.
giovedì, novembre 01, 2012
Lilith and the Sinnersaints a Torino: 2 novembre "United"
Siamo molto legati a Torino. Il primo concerto "lontano" dalla città e dintorni dei Not Moving, nel 1982, fu proprio a Torino, dove operava un piccolo stuolo di fans (capitanati dal "nostro" Ursus No Strange).
Successivamente le strade con Torino si sono reincrociate decine di volte (gli Statuto, il giro mod, indimenticabili concerti ancora con Not Moving e poi Lilith in seguito).
Recentemente eravamo approdati in zona, grazie ad un altro "nostro", Cristiano C, ma a Torino città manchiamo da tempo e siamo anche un po' emozionati nell'affrontare un pubblico (speriamo numeroso...) abitualmente preparato, competente e che mastica concerti a valanga.
Poi il tour proseguirà ad Aosta (il 10 nov), Milano (17 nov), Brescia (18 dic), Piacenza (20 dic) con, il 15 dic, la partecipazione al "Joe Strummer Tribute" a Parma.
www.lilithandthesinnersaints.com
mercoledì, ottobre 31, 2012
Ottobre 2012. Il meglio.
Ormai fine 2012 e una serie di nomi che ritroveremo nella top a fine anno. Secret Affair, Martha High, Slim Moore and the Mar Kays, Patti Smith, Garland Jeffreys, Jack White, Paul Weller, Motorpsycho, JImmy Cliff, Quantic+Alice Russell, Leonard Cohen, Dojo Cuts, Micatone , Mark Lanegan, Fay Hallam, Off! , Neneh Cherry and the Thing, Men of north country, Movement, Jon Spencer Blues Explosion, Jessica Lauen Four, Hiromi, Galileo 7.
Tra gli italiani Julie’s Haircut, Mr.T-Bone & Young Lions, Infernal Quinlan, Giardini di Mirò, Mike Painter/Viola Road, Redska, Lo.Mo, Sir Frankie Crisp, Glincolti, Rookies, Guignol, Liars, B.E.S.T., Umberto Maria Giardini, Xabier Iriondo, Deaf Players, Kaams, An Apple Day.
ASCOLTATO
45 giri
DEEP STREET SOUL - Hold on me / This love ain’t big enough
Super funk soul (sulle orme di Sharon Jones per capirci) dall’Australia con un singolo da paura con la stupenda “Hold on me” sullato A e una cover di Charles Bradley splendidamente riuscita sulla B side. GREAT !
NICOLE WILLIS and the SOUL INVESTIGATORS - Tell me when/It’s alla because of you
Dopo anni di assenza discografica torna la grandissima Nicole Willis con un nuovo singolo che prelude al secondo album della carriera, “Tortured soul” in uscita all’inizio 2013.
Due elegantissimi brani di mid tempo soul la title track, più lenta e nel Marvin Gaye mood di “What’s goin on” o della “Thin line between love and hate” dei Persuaders. Assolutamente affascinante.
AN APPLE DAY - Yes we can
Nuovo progetto di Paolo Apollo Negri condiviso con la sezione ritmica di Fred Leslie's Missing Link ( basso e batteria) e la chitarra di Marco Percudani. 13 brani (con altrettanti ospiti alla voce) dai repertori (oscuri) di hendrix, Led Zep, Cream, Gil Scott Heron (“The revolution..”), Audioslave, Wolfmother.
Siamo i dalle parti dei mid 70’s, zona Bronx e Harlem, sapori blaxploitation, blackness all’ennesima potenza, deep funk ma il tutto suona terribilmente fresco, moderno, attuale, prospettico.
Pure gold.
JESSICA LAUREN FOUR - s/t
Per la Freestyle records un eclettico lavoro, difficile ma affascinante e ipnotico, tra jazz, soul, ritmi latini, atmosfere ambient, prevalentemente strumentale arricchito da due interventi dell’incredibile voce black di Jocelyn Brown.
Notevole.
STRANGLERS - Giants
Nuovo album, molto maltrattato dalla critica, di uno dei più grandi gruppi post 77 della scena inglese. Non un capolavoro ma non mancano idee nè ottimi brani.
Ci sono echi della soft wave di “Feline”, il basso di JJBurnell ruggisce come su “Rattus Norvegicus”, la tastiera di Dave Greenfield gira alla grande con i soliti echi Doorsiani.
Manca Hugh Cronwell, si sente, come sempre, ma l’album è ottimo.
GALILEO 7 - Staring at the sound Allan Crockford è quel signore al basso con Prisoners, James Taylor Quartet, Solarflares tra gli altri. Credo che la presentazione sia sufficiente.
La nuova creatura Galileo 7 ci consegna un ottimo lavoro all’insegna di un fresco e coloratissimo sound tardo 60’s in cui convergono numerose e abbondanti le influenze psichedeliche che furono care a Creation, gli ultimi Action, Tomorrow, Blossom Toes, gli Who pre-Tommy, ballads Barrettiane, freakbeat a go go.
Il tutto eseguito con cura, buone le canzoni, atmosfere fluttuanti, bell’album non distante dalle atmosfere regalateci dai nostri immaginifici The June.
TAME IMPALA - Lonerism
Secondo, ottimo, album degli australiani Tame Impala alle prese con una moderna psichedelia che assimila anche elementi prog e shoegaze, mischia tutto, viaggia impudente tra 60’s, 70’s e suoni attualissimi e si pone in vetta alle bands più “avanti”.
MELODY’S ECHO CHAMBER - s/t
Uno dei Tame Impala prouce questo album della polistrumentista Melody.
Siamo in pieno fervore psichedelico dalle parti di “Tomorrow never knows” a tratti mentre altre volte si svolazza dalle parti degli Stereolab.
Molto personale, particolare e interessante.
THE NEW MASTERSOUNDS - Out on the faultline
Tornano i funkers inglesi con un superbo album super groovy dove ad infuocati deep funk alla Meters si affiancano echi del boogaloo di Jack McDuff (qullo di “Hot barbecue”), azzardi proto disco (ci sono rimandi perfino al primo Jamiroquai), Hammond grooves di prima qualità.
Un bellissimo album, intenso , da ballare, ascoltare, godere fino in fondo.
CODY CHESNUTT - Landing on a hundred
A dieci anni da un esordio solista clamoroso in cui si immergeva nella black music a 360° mescolando di tutto, torna Chesnutt con un lavoro meno funambolico, più omogeneo e “normalizzato”. Anche se stiamo parlando di un colto e riuscito viaggio nei territori più creativi del 70’s soul da dove estrae omaggi a Marvin Gaye, Isaac hayes, Al Green, si immerge in atmosfere care a Sly e ai Funkadelic.
Il tutto con una voce, una verve, arrangiamenti e spessore compositivo da veterano. Un grande album, moderno, interessante, tutto da scoprire.
AA.VV. - The Craig Charles Funk & Soul Club
Craig Charles è un notissimo Dj londinese specializzato in black music e conduttore di un seguitissimo programma sulla BBC.
In questo album accoglie 19 brani che abbracciano tutto lo scibile black tra nuove bands e vecchi classici.
Tra i nuovi act nomi dell’eccellenza new soul come Bamboos, Excitements o la ritrovata Martha High con Sppedometer.
Bellissima la rivisitazione funk struentale di “Killing in the name” dei Rage Against the Machine.
HIROMI - Move
Pianista giapponese mischia jazz, fusion, influenze classiche, virate prog, echi del Miles elettrico di fine carriera. Musica a 360 gradi, potente, intensissima, freschissima.
Una scoperta. Alla batteria Simon Philips già con Who e Townshend.
DIANA KRALL - Glad rag doll
Gradevole excursus in atmosfere jazzy pop alla Chet Baker con puntate rag, dixie, vaudeville e l’occasionale rantolo della chitarra di Marc Ribot che affonda qualche song nella melma raunchy blues di Tom Waits.
Il tutto scorre indolore e anche un po‘ insapore.
DIRTYFAKE - Shallow Dephts
E’ un sound dalle mille sfaccettature quello dei romani Dirty Fake, tra alt rock, malinconico lirismo melodico, chitarre aspre, ritmiche mid tempo e pochi paragoni da poter evidenziare tanto è personale la loro proposta.
Ottimi.
RIPPERS - Better the devil you know
Dalla Sardegna ritorna il classicissimo, ruvidissimo, gracchiante, urticante garage punk dei Rippers. Pochi ingredienti: rhythm ad blues bianco di Them, primi Stones, Pretty things, il punk dei Music Machine e Count Five, quello rimsticato in chiave 80’s di Fuzztones e Gravediger V.
E’ rock n roll e del migliore.
GARE DU NORD - Lifesexy
Un ottimo live del duo belga olandese, in attività dal 2001 con un sound jazz funk arricchito dalla favolosa voce di Dorona Alberti.
Due loro brani sono finiti nel nuovo film di Tarantino “Django unchained”.
Il live infila 13 brani di brillanti groove jazz, freschi ritmi acid jazz, funk e soul a volontà, blues, improvvisazioni, evoluzioni vocali di primissima qualità e una grande versione di “Summertime”. Classe.
GAZ COOMBES - Here come the bombs
L’ex leader dei Supergrass all’esordio solista con un buon album che rieccheggia ancora ovviamente la band madre, sperimenta qua e là nuove soluzioni ma resta incartato in un involucro eccessivamente cupo e spesso dispersivo, senza particolari direzioni e , cosa che i Supergras non sono mai stati, anonimo.
ASCOLTATO ANCHE:
PYRAMID BLUE (dalla Spagna un ineressante e avvolgento album di Ethio fun jazz strumentale. Ben fatto e groovy), WANDA JACKSON (dopo un grande album di rock n roll con Jack White la vecchia Wanda torna alle origini con un po’ di R&B, tanto country e qualche brivido roll. Non male ma trascurabile), TAPE FIVE (allegro e gradevolissimo electro swing. bello), GOD SPEED YOU BLACK EMPEROR ! (monumentale, noise sinfonico, imponente opera che richiama a tratti gli ultimi Motorpsycho. notevole), AND YOU WILL KNOW US BY THE TRAIL OF DEAD (svolta quasi heavy per la band dal nome più assurdo. Durissime sferzate, basi martellanti e claustrofobiche. Pesante ma interessante), JIM JONES REVUE (pare che dal vivo spacchi. Il nuovo album è un ottimo concentrato di aspro rock n roll e raw blues ma non del tutto convincente), MASHELL NDEGEOCELLO (un tributo a Nina Simone con alti e bassi ma dignitoso), BETH ORTON (cantautorato colto, lieve etc..palloso), JIMI TENOR & KABUKABU (afrobeat, jazz, Sun Ra, buon album), RINGO DEATHSTARR (si va di fuzz, noise, Jesus&MaryChain e affini. Dopo due brani spegni), ROCKET JUICE AND THE MOON (Damon Albarn, Flea e Tony Allen insieme ad un sacco di ospiti ma album fiacco, dispersivo e poco interessante. Peccato) SHAOLIN AFRONAUTS (australiani, 18 elementi, tra jazz, soul, afrobeat, Sun Ra, Fela Kuti, ritmi caraibici e latini e ethio jazz.Tutto strumentale), TIM BURGESS (la voce dei Charlatans in veste solista con Lambchop. Soft pop di gradevole sottofondo, nulla più), MAMA ROSIN (prodotti da Jon Spencer scavano tra cajun, zydeco, country, swamp, deep blues con modi caustici e sgraziati. ottimi), CARLO DE WIJS (dall’Olanda un buon album di soul, gospel e Hammond in grande evidenza), IAN SEIGAL (buon album di blues classico), ALLAH LAS (un nome che si fa notare. La musica è però un 60’s sound molto debole e smorto), MENAHAN STREET BAND (buon funk strumentale dal sapore “cinematografico” anche se l’labum non è eccezionale)
LETTO
GIL SCOTT HERON - The last holyday - A memoir
E’ nota la mia passione per Gil.
Di conseguenza questo libro (che dubito sarà mai tradotto in italiano) è uno stupendo viaggio nei meandri di una vita che ho cercato di conoscere in ogni suo anfratto. L’ironia, la capacità di raccontare, di cogliere aspetti inconsueti nella realtà e nella vita degli altri di Gil Scott Heron rendono il racconto divertente, interessante, profondo, ricco, sostanzialmente bello.
Anche se incompleto e assolutamente non esaustivo di mille fatti, sfaccettature, avvenimenti di cui avremmo voluto leggere (i suoi “guai” giudiziari e con la dipendenza non vengono minimamente accennati ad esempio).
Peccato ma ugualmente un tassello importante per la riscoperta di un genio della musica.
Grazie ad Enrico per lo splendido regalo (con timbro "CityLights" di SF).
MICHAEL CHABON - Le fanastiche avventure di Kavalier and Clay
Romanzone epico, divertente, coinvolgente, una saga che abbraccia i decenni pre e post seconda guerra mondiale tra intrecci improbabili ma non impossibili.
E che dopo 800 pagine (che si leggono in un lampo) prefigurano ulteriori possibili sviluppi e nuovi capitoli.
Speriamo.
Bello.
VISTO
“Desperate carachters” di F.Gilroy
Una bellissima e bravissima Shirley Temple in un claustrofobico film dai contorni molto vicini all’epica di Carver, tra dissoluzione famigliare, storie minimali, estreme, scarne. in una livida New York autunnale.
“Dersu Uzala” di A.Kurosawa
Visto un sacco di volte, rimane un capolavoro: contenuti, messaggio, fotografia, storia.
Uno dei miei film preferiti in assoluto.
“La nostra vita” di Daniele Luchetti
Ottimo lavoro, neo realista, spietato a tratti anche se “salvato” da un buonismo finale un po’ eccessivo che riscatta attraverso i valori della famiglia il male del denaro al centro di tutto. Non male.
“American psycho” di Mary Harron
Il film non è male ma non regge assolutamente il confronto con la potenza del libro di Bret Easton Ellis (di cui è la trasposizione cinematografica) perdendo tantissimo per chi ha letto il libro.
“The Invictus - L’invincibile” di Clint Eastwood
Inutile.
Il grande non riesce MAI a rendere sufficientemente bene l’atto sportivo. Eastwood parla di ben altro (il Sudafrica post apartheid in cui si inserisce il mondiale di rugby del 1995) ma, incentrato sulla Nazionale sudafricana alla caccia del titolo (poi ottenuto) perde, come sempre, in approssimazione e ingenuità. E anche il Mandela “buono, simpatico e un po’ rincoglionito” non giova. Tutto molto americano ma film godibile.
“Arbos” di Daniele Signaroldi
Si trova su Youtube.
Una mezzoretta di storia di una fabbrica piacentina di mietitrebbie, un’eccellenza nei 70’s. Una storia di lotta operaia, unità sindacale, difesa del posto di lavoro, utopia, vittorie e sconfitte. Una storia attualissima.
Purtroppo.
COSE & SUONI
Riprende l’attività di Lilith and the Sinnersaints dopo una quindicina di date promozionali del nuovo album “A kind of blues”.
www.tonyface.it
www.lilithandthesinnersaints.com
News sui Beatles su www.pepperland.it by me
IN CANTIERE
A buon punto il libro sugli Statuto.
Partito anche quello di stampo calcistico, “Rock n goal”
Si torna a suonare con Lilith (Aosta, Torino, Brescia, Milano, Parma, Piacenza già confermate).
Libro su Weller per Arcana a fine gennaio: “This is the modern world”.
martedì, ottobre 30, 2012
Get Back: dischi da (ri)scoprire
Si è recentemente parlato del progetto “Welcome back to Eighties Colours” pubblicato da Psych Out (vedi http://tonyface.blogspot.it/2012/10/welcome-back-to-eighties-colours.html).
Naturale , nella rubrica mensile “Get back”, che consiglia la riscoperta di tre album dimenticati, andare a ripescare proprio quei lavori da cui il nuovo progetto ha avuto origine e ispirazione.
A.VV. - EIGHTIES COLOURS (1985)
“Eighties Colours”, pubblicato nel 1985 dalla Electric Eye, è indubbiamente il manifesto più attendibile e meglio riuscito della scena neo garage beat psichedelica dell’epoca.
Ci sono tutti i migliori nomi in circolazione nell’Italia dei mid 80s’ da Sick Rose a No Strange via Birdmen of Alkatraz e Four By Art.
Alcuni brani sono a livelli di assoluta eccellenza e l’album dimostra quanto vitale, varia e prolifica sia la “scena”, spaziando dal garage dei Sick Rose, alla psichedelia dei No Strange, dal mod sound dei Four By Art al Byrds jingle jangle degli Out Of Time, lo psycho beat dei Birdmen of Alkatraz le visioni black psych di Paul Chain
AA.VV. - EIGHTIES COLOURS Vol. 2 (1987)
Due anni dopo il volume due assembla un’altra serie di nomi, alcuni dei quali restati fuori nel primo capitolo, altri da poco arrivati sulla scena.
La qualità cala leggermente anche se si amplia il ventaglio di influenze e riferimenti con l'introduzione dell'anima guitar roots (tipica di bands come Dream Syndicate e del Paisley Underground).
AA.VV - NEOLITIC SOUND FROM SOUTH EUROPE (1987)
Con un più specifico indirizzo, improntato al garage punk ruvido e diretto, “Neolitic” rende il giusto omaggio agli Avvoltoi, tra i gruppi più rappresentativi della scena neo 60’s italiana (e tra i primissimi a percorrere quelle strade soprattutto nella rilettura della tradizione beat nostrana) e porta alla luce una serie di nuovi nomi di una scena che di lì a poco prenderà altre direzioni e in buona parte si spegnerà.
lunedì, ottobre 29, 2012
Di cosa parliamo quando parliamo di musica - 5: dal rock eversivo al rock conservatore
Una rubrica (che nel titolo cita un racconto di Raymond Carver) che cerca di definire ciò di cui parliamo quando parliamo di musica.
Ovvero una visione personale di quello che è la musica oggi in tutte le sue componenti (dischi/album, concerti, registrazione,video, etichette, distribuzione, promozione etc).
Pochi dubbi sulla natura eversiva del rock n roll da un punto di vista sociale, esistenziale, morale, politico, soprattutto musicale.
Elvis, ripulito dal col. Parker, lasciò il testimone a personaggini come Chuck Berry, Little Richard, J.L. Lewis.
Gente che modernmizzava il verbo del BLUES (edulcorato da definizioni che lo riducevano a "musica triste" in realtà voce della ribellione nera).
I pur educati e puliti Beatles furono eversivi e rivoluzionari, tanto più lo diventarono Stones, Who e parecchio beat.
E poi Hendrix, Doors, Zappa, Stooges, Bowie, inutile dire del punk.
E ancora grunge , l'hip hop, RATM e compagnia bella.
Suoni, immagini, etsetiche, parole che colpivano, bruciavano, cambiavano.
Cambiavano le persone, indirizzavano le generazioni, rivoluzionavano la musica, il senso estetico e culturale, morale, il cosiddetto comune senso del pudore.
Da anni , decenni, il rock non produce più nulla di tutto ciò.
Produce musica più o meno interessante, più o meno creativa, più o meno importante.
Ma che non incide più sulla società, giovanile o meno.
Il rock non è morto, semplicemente non ha più quell'identità rivoluzionaria con cui era nato, nè alcuna capaictà di cambiare alcunchè.
Un'entità conservatrice.
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