martedì, marzo 14, 2023

Antonio Bacciocchi - Sex Pistols. Dio salvi la Regina (e il punk rock)


Ci sono voluti un paio di anni di lavoro per questo libro.
Scrivere dei SEX PISTOLS trovando una chiave che non ricalchi le mille pubblicazioni in merito non è cosa facile.

In questo nuovo lavoro ho privilegiato la voce dei protagonisti, tratta da decine di interviste, e quella dei giornalisti che vivevano in tempo reale quanto stava avvenendo, tra il 1976 e il 1978, riportando recensioni di concerti e dischi.
In modo da tessere la storia del gruppo nel modo più possibile corale.

Ulderico Wilko Zanni e Maurizio Iorio mi hanno gratificato con le loro introduzioni e testimonianze.
God save the Sex Pistols.

Quale altra band in ventisei mesi di attività (novembre 1975-gennaio 1978), e un solo album ufficiale all’attivo, è stata capace di influenzare maggiormente musica, cultura, società e moda? La sfida a trovarla è ancora aperta.
Dalla prefazione di Ulderico “Wilko” Zanni

Dopo il concerto sono insieme a alcuni amici dentro l’ affollatissimo spogliatoio.
Mentre stiamo parlando con Glen, estraggo il pacchetto di sigarette dalla tasca per fumare una Marlboro. John mi vede e mi viene incontro. “Posso avere una sigaretta, mate?”. Gli passo il pacchetto e Johnny prende una sigaretta. Alle sue spalle, a qualche metro di distanza, c’è Steve Jones insieme a alcune ragazze americane. Jonesy fa un verso riuscendo a richiamare istantaneamente l’ attenzione di Johnny Rotten nonostante il brusio frastornante del locale.
Con una veloce torsione del busto, John si volta e con un movimento rapidissimo gli lancia la sigaretta, che Jones, prontissimo, afferra al volo. John si gira nuovamente verso me e mi chiede con un filo di ironia “potrebbe gentilmente offrirmene un’ altra, Sir?”

Testimonianza di Maurizio Iorio

A conti fatti, forse il rock’n’roll è stato veramente una grande truffa.
Chi lo ha sempre sostenuto sono i Sex Pistols, iconoclasta band del “famigerato” Settantasette inglese.
Nonostante la vita (musicale) brevissima, i Pistols sono riusciti a stravolgere e riscrivere l’intera storia del rock.
L’immagine e la narrazione hanno sempre prevalso sui contenuti musicali dei quattro ribelli inglesi, ma non per pochezza artistica: la loro musica è invece onesta, diretta, urgente, insieme al dichiarato intento di mostrarsi mediocri e improvvisati, ma con paradossale competenza e gusto per la ricerca.
John “Rotten” Lydon, cantante e leader del gruppo, ha saputo perfino fare di meglio, grazie alla successiva e sofisticata incarnazione nei Public Image Ltd.
Sid Vicious, bassista, non ne ha avuto il tempo, morendo a ventitré anni nella personificazione tristemente perfetta del “bruciare in fretta è meglio che spegnersi lentamente”.
Amati o odiati, i Sex Pistols rimangono un pilastro essenziale nella storia del rock, artefici del punk inteso come moda e movimento culturale.

Antonio Bacciocchi
Sex Pistols. Dio salvi la Regina (e il punk rock)
Diarkos
268 pagine
18 euro

lunedì, marzo 13, 2023

Stefano Gilardino - The Stranglers. Uomini in nero


La travagliata carriera degli Stranglers, uno dei gruppi più innovativi e personali nella storia del rock inglese, raccontata e sviscerata in mille particolari e gustosi aneddoti, con discografia commentata, spezzoni di interviste, fotografie, nella dettagliata biografia di Stefano Gilardino.

Libro assolutamente completo, scorrevole e documentato che ci ricorda la grandezza di una band troppo spesso non sufficientemente celebrata come meriterebbe.

Stefano Gilardino
The Stranglers. Uomini in nero
Tsunami Edizioni
336 pagine
25 euro


*** Traendo spunto dal libro ho riperso la storia della band ieri nelle pagine di "Libertà", quotidiano di Piacenza. ***

Qualcuno li soprannominò, con una buona dose d’ironia e sarcasmo, Punk Floyd.

In effetti gli Stranglers sono stati (sono tuttora in attività con solo uno dei membri originali, il fumantino bassista Jean Jacques Burnell) uno dei gruppi più anomali e indefinibili della scena rock e punk inglese di sempre.
Il giornalista e scrittore Stefano Gilardino ne riassume la storia, con dovizia di particolari, aneddoti, grande passione e competenza, nel libro “Stranglers. Uomini in nero”, appena uscito per Tsunami Edizioni.

Già un gruppo che in tempi non sospetti, in cui la provocazione punk ha ancora qualche anno prima di comparire sulla scena, decide di chiamarsi Stranglers, gli strangolatori, non ha prospettive che si indirizzino a orizzonti commerciali e compiacenti per il grande pubblico. Quando arriva l’ondata punk ci finiscono in mezzo e, paradossalmente, nonostante il nichilismo e l’estremismo della nuova ondata, riescono ad essere anomali e fuori luogo anche in quel contesto.

Innanzitutto il batterista ha quarant’anni, già più vecchio di Ringo Starr e Charlie Watts, una bestemmia all’interno di un mondo improntato al giovanilismo che vuole cancellare e ribaltare il “vecchiume” rock (che ai tempi era inteso per gruppi come Beatles, Stones, Who, Pink Floyd, i cui membri, nota bene, avevano da poco superato i trent’anni.
Le cose sono cambiate parecchio visto che corriamo a vedere ottantenni non più in conclamata forma, spendendo almeno metà di uno stipendio, accalcati in un pertugio da cui al massimo si vede il maxischermo).
In più sia lui, Jet Black, che il virtuoso tastierista Dave Greenfield hanno un look che è tutto fuorché punk. Barba e baffi, capelli lunghi, un’estetica che più approssimativa non si può.
Anche il chitarrista e cantante Hugh Cornwell non si distingue per gusto. L’unico è il bassista JJ Burnell, giubbotto di pelle, vestito di nero, sguardo duro, personaggio violento e poco raccomandabile, perfettamente consono all’immaginario punk. Anche la musica è lontana da quello che in quel momento, 1977, viene definito punk o new wave.
L’impeto ritmico e sonoro appartiene alla nuova ondata musicale ma le tastiere che inseguono suoni e parti melodiche care ai Doors e perfino al prog, ritmiche che talvolta si avventurano in tempi spezzati, sono l’antitesi di quanto viene strillato come “nuovo”.
E infine i testi.
Gli Stranglers non urlano slogan politici, né fanno gli arrabbiati o gli iconoclasti.

Al contrario seguono uno strano e inquietante percorso personale in cui si muovono sul filo del rasoio di misoginia (le donne dei loro testi sono trattate sempre, per usare un eufemismo, piuttosto male, anche se si difenderanno sempre sottolineando che ciò che cantano non corrisponde necessariamente a ciò che pensano ma semplicemente descrive un mondo circostante che comunque non apprezzano), violenza, complottismo, esoterismo, sesso.
Ovviamente tutto ciò non contribuisce a farne un gruppo particolarmente simpatico.
In particolare con la stampa inglese l’antipatia è subito reciproca e ingaggeranno una lotta permanente a suon di colpi bassi.

Ad aggiungere benzina al fuoco l’attitudine violenta di Burnell a cui Cornwell è ben felice di dare una mano, numerosi incidenti di percorso, arresti, concerti annullati, risse (famosi la notte in carcere e il processo alla band a Nizza per avere istigato il pubblico a distruggere un teatro, cosa puntualmente avvenuta, con l’avvertenza, rispettata, di non toccare i loro strumenti, a causa dell’impossibilità di esibirsi in condizioni adeguate, dovuta a una pessima organizzazione).

E, ciliegina sulla torta, una pericolosa predisposizione per le droghe pesanti che porterà Hugh Cornwell in carcere per parecchie settimane. Non è solo la stampa a non sopportarli ma anche buona parte dei gruppi coevi che se ne resteranno sempre a dovuta distanza.

A supportarli c’è invece un solido gruppo di fan, riuniti sotto il nome di Finchley Boys, che li seguono in ogni concerto, diventano amici e compagni di nottate interminabili e non esitano ad alzare le mani, spesso e volentieri, quando si tratta di difendere i loro paladini o semplicemente per rendere più interessanti le serate. Come talvolta accade, per lungo tempo, sono più le vicende extra artistiche a catalizzare l’attenzione sul gruppo rispetto a quelle musicali. Sbagliando, purtroppo, perché la loro produzione discografica è interessantissima e quanto di più originale si possa trovare in ambito pop rock alternativo dalla fine dei Settanta in poi, almeno per una decina di anni. In seguito la band si adagerà su schemi risaputi e non saprà più ripetere la magìa e lo stupore delle prime esaltanti prove.
I primi due album escono nel 1977, uno la continuazione dell’altro.

“Rattus Norvegicus” e “No more heroes” sono due capolavori in cui si mischiano punk, rock, psichedelia, dark, new wave e una personalità decisamente unica.
I testi sono aggressivi, disincantati, misogini, violenti. Le copertine inquietanti, il basso roboante, le tastiere acide, la capacità di conferire a ogni brano una nota minacciosa, rendono l’ascolto quasi allarmante. Anche dal vivo (visti alcune volte in Italia ai tempi) non sono certo rassicuranti e tutto il concerto rimane costantemente su un filo di tensione che lascia pensare che improvvisamente possa succedere di tutto. La band è però ambiziosa, iper produttiva, piena di (buone) idee e in breve tempo confeziona altri tre eccellenti lavori come “Black and white”, “The raven” (più sperimentale e che affronta, a modo loro, temi più “politici” e sociali) e il concept “The meninblack” (che va a rovistare tra alieni e forze occulte), spostando la musica verso orizzonti sempre più larghi e meno legati al loro classico suono ormai consolidato.

La band trova anche un look che li caratterizzerà fino ai nostri giorni ovvero il nero totale (che ovviamente porta con sé il sospetto di idee fasciste, quando invece, al contrario, la band si è sempre espressa in tutt’altra direzione).
Agli inizi degli anni Ottanta prendono una brusca direzione verso suoni più felpati, soft, elettronici, avvolgenti.

“La folie”, “Feline”, “Aural sculpture” sono tre album genericamente piuttosto simili che traghettano la band verso un mondo musicalmente meno aggressivo e più raffinato. Che porta anche il loro più grande successo commerciale con il singolo “Golden brown”che raggiunge il secondo posto delle classifiche inglesi e le vette in altri paesi. La particolarità è che il ritmo ha una cadenza di valzer ma declinato in tempi stranissimi per una canzone di successo.
A cui si aggiunge il tema del testo, evidentemente non compreso dalla maggior parte degli ascoltatori e delle radio che gli diedero ampio spazio. Come disse l’autore del testo, il cantante Hugh Cornwell:
“Il testo parla di una ragazza e di eroina. Entrambe le cose mi hanno sempre dato molto piacere”. In effetti sia Hugh che JJ sono da tempo dipendenti dalla droga più pesante, mentre gli altri del gruppo e dello staff non disdegnano altre sostanze solo apparentemente meno pericolose. Al tutto si aggiunge una situazione finanziaria piuttosto precaria che li tiene in costante bilico sull’orlo della bancarotta. Anche perché i dischi non vendono più particolarmente bene, i concerti latitano, il tentativo di approdare al pubblico statunitense viene frustrato da mancanza di interesse.

Nel 1990 Hugh Cornwell lascia la band con la quale non si ricongiungerà mai più.
Incide una quindicina di buoni album solisti senza mai riuscire a riemergere alle porte della notorietà. Gli Stranglers proseguono con una nuova formazione e vari sostituti che si alternano nel tempo ma incapaci di ripetere i fasti di un tempo, pubblicando una serie di album talvolta mediocri, altre volte più dignitosi, spesso a distanza di anni l’uno dall’altro, il più recente dei quali, “Dark matters”, del 2021 segna anche il triste addio del tastierista Dave Greenfield, stroncato dal Covid.
Il batterista Jet Black aveva appeso le bacchette al chiodo già nel 2018 e ci ha lasciati lo scorso anno all’età di 84 anni.

Il gruppo prosegue imperterrito con il solo bassista Burnel come membro originario, con concerti in cui ad attirare pubblico e fan è soprattutto la riproposizione delle vecchie hit.
Rimane intatta la stella splendente del loro talento iniziale che ne ha fatto uno dei gruppi più significativi del rock inglese.

venerdì, marzo 10, 2023

Soul'd Out. The complete Wattstax Collection


In occasione del 50° anniversario del concerto WattStax (in realtà tenutosi il 20 agosto del 1972 al Los Angeles Memorial Coliseum davanti a più di 100.000 persone) esce un monumentale cofanetto con DODICI CD (a circa 200 dollari), che riproduce tutto il concerto, ccon l'esatta cronologia delle esibizioni, con tanto di presentazioni, rumori, introduzioni.

Sono incluse anche le registrazioni di alcuni concerti tenutisi al Summit Club in settembre e ottobre e varie rarità, con ben 31 inediti.

Parte del materiale era già apparso in precedenza, ovviamente nell'omonimo film del 1973 e nei doppi album dello stesso anno.

Spettacolari i concerti di Isaac Hayes (con una "Never say goodbye" da brividi e il tema di "Shaft" mai apparso prima) e degli incredibili Staple Singers.
Grandi anche Rufus Thomas e i super funk Bar-Kays, ottimi i poco conosciuti Mel & Tim.

Consueto booklet interno a completare il tutto per un documento di enorme importanza storica e musicale.

Il cast: Dale Warren, Kim Weston, Melvin Van Peebles, The Staple Singers, Tommy Jacquette & Richard Roundtree, Jimmy Jones, Louise McCord, Debra Manning, Eric Mercury, Freddie Robinson, Lee Sain, Ernie Hines, Little Sonny, William Bell, The Newcomers, Eddie Floyd, Frederick Knight, The Golden 13, The Rance Allen Group, David Porter, The Bar-Kays, Tommy Tate, Carla Thomas, Albert King, John Kasandra, Rufus Thomas, The Soul Children. Billy Eckstine, Isaac Hayes, Jimmy Jones, Johnnie Taylor, The Emotions, Sons of Slum, Little Milton, Mel & Tim, The Dramatics, Richard Pryor…

RUFUS THOMAS
https://www.youtube.com/watch?v=KCFyKRtlLOI

ISAAC HAYES
https://www.youtube.com/watch?v=6Gghsy_YKk8

https://www.youtube.com/watch?v=sl2_qn_slGA

THE BAR-KAYS
https://www.youtube.com/watch?v=L73-0RjaYiU

Northern Soul a Torino


Domani alle 18 al Jazz Club di Torino nuova presentazione di "Northern Soul".
Modera e domanda Oscar Giammarinaro.
Ingresso libero.
v https://www.facebook.com/events/1691176904729644

giovedì, marzo 09, 2023

Mosca e San Pietroburgo. Settembre 2022 - Parte #4



L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Mosca e San Pietroburgo. Settembre 2022 - Quarta parte.

La prima parte qui:
https://tonyface.blogspot.com/2023/02/mosca-e-san-pietroburgo-settembre-2022.html

La seconda parte qui:
https://tonyface.blogspot.com/2023/02/mosca-e-san-pietroburgo-settembre-2022-2.html

la terza parte qui:
https://tonyface.blogspot.com/2023/03/mosca-e-san-pietroburgo-settembre-2022.html

Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Il giorno dopo atterro a San Pietroburgo prima di pranzo, il cielo è grigio e basso, sembra un altro posto rispetto a un paio di mesi fa.
In periferia ci sono decine di gru, nuove costruzioni, grattacieli di trenta piani, l’estetica moderna, pulita e i colori sgargianti, arancio, verde pisello, lime.
Le forme asimmetriche e i tetti spioventi comunicano audacia da parte dei progettisti contemporanei, la volontà di cambiare il panorama, trasmettono energia e freschezza rispetto ai casermoni sovietici, quelli che ancora resistono sono sminuiti anche nelle dimensioni.

Il taxi attraversa il quartiere Šušari, dal finlandese Suosaari, isola in mezzo alla palude, duecento anni fa era un territorio circondato dagli acquitrini e ospitava trecento persone, oggi ci sono milioni di metri cubi di cemento, la zona è piena di fabbriche. Toyota, General Motors, Procter & Gamble, Scania, Coca Cola, Phillips.

Allargando l’orizzonte, il paesaggio è rivoluzionato rispetto a venti anni fa, oggi è moderno e geometrico ma se restringi il campo, il ciglio della strada è rimasto pieno di erbacce, lamiere, fango e detriti dei cantieri.
Percorriamo il Ligovskij Prospekt e ci avviciniamo al centro, resiste qualche vecchio muro di recinzione, in attesa di un nuovo complesso residenziale. Il cielo si confonde con il grigio dei palazzi e delle vie, sembra un film di Wim Wenders, e gli unici dettagli colorati sono bigliettini rosa e verde fluo appicciati sui muri e sui gabbiotti alle fermate dei bus, sopra c’è stampato il nome di una ragazza, un numero di telefono e la promessa di relax.


A pochi passi dal mio albergo c’è la casa di Anna Achmatova, la poetessa che voleva essere chiamata poeta.
Mai letto neanche un verso ma il suo profilo spigoloso mi ha sempre incuriosito, la combinazione dei tratti del viso spezzettati, severi e la malinconia evocativa del suo sguardo, una bellezza che ha incantato legioni di intellettuali, artisti e amanti della poesia.
L’appartamento-museo è in centro, all’ultimo piano di un palazzo che si trova all’interno di un parco, per raggiungerlo si attraversa un vicoletto, le pareti ricoperte di scritte fatte coi pennarelli. L’esposizione parte dalle mura del giardino che incorporano, letteralmente, installazioni cementificate.
Stoviglie di porcellana, posate, pezzi di mobilio, un paltò nero che esce per metà dall’intonaco, piastrelle di maiolica, tante dediche e citazioni che danno vita al museo, lo rendono interattivo; i visitatori partecipano e lasciano una parte di sé, un tributo che cambia lo spazio e lo rinnova regolarmente, un gesto d’amore pulsante.

All’ultimo piano di una palazzina nobiliare, con i soffitti stuccati, c’è l’abitazione dove Anna Achmatova ha trascorso buona parte della sua vita.
L’ingresso è spazioso, sulla parete pitturata di verdino è appeso il cappotto doppiopetto di uno dei suoi compagni, Nikolaj Punin, le spalle deformate dalla gruccia, il tessuto grigio opacizzato dal tempo.
È lì dall’agosto del 1949, quando Punin venne arrestato con l’accusa di terrorismo e attività controrivoluzionaria.
Morì in prigione nel 1953 e venne riabilitato quattro anni dopo.
Questo il primo oggetto descritto dall’audioguida, poi fai fatica a dimenticartelo, anche quando guardi i quadri appesi, i mobili in legno massiccio, le foto sfocate e le cose di Anna.
Si trasferì in questo appartamento nel 1924 che era una celebrità, in quel periodo le fabbriche sovietiche producevano una statuetta di porcellana che la raffigurava con lo sguardo malinconico, il busto fasciato da una tunica bianca, un mantello sulle spalle e la testa china di lato. Un oggetto pop venduto in milioni di pezzi, un esemplare è conservato in una vetrinetta art deco, in quella che era la stanza di suo figlio Lev.

Poi anche per lei, come per Bulgakov e tanti altri, il vento cambiò direzione e dal 1926 al 1940 non poté pubblicare.
La casa dove abitava era una kommunal’ka, in ogni stanza viveva una famiglia e per un periodo si ritrovò come inquiline l’ex moglie e la figlia del compagno.
Per trent’anni visse nello stesso appartamento, spostandosi da un vano all’altro.
Con l’avvento del comunismo fu costretta a trovarsi un impiego come bibliotecaria e traduttrice di autori francesi e italiani, Hugo e Leopardi tra gli altri. In corridoio troviamo un biglietto in cui chiede in prestito qualche copeco a una vicina.
Anna, di famiglia nobile e ricca, che in gioventù aveva viaggiato per mezza Europa e che per un periodo era stata la più grande poetessa del paese, viveva ora in ristrettezze economiche, guadagnava pochissimo.
In questo palazzo, dove adesso è celebrata la sua vita e la sua arte, attraversò periodi di guerra e di pace, fasi di repressione e sporadici barlumi di apertura sociale e culturale.
Nel 1921 venne fucilato il suo primo marito, il poeta Nikolaj Gumilëv, con l’accusa di attività controrivoluzionaria; negli anni trenta furono ripetutamente arrestati il figlio Lev e il compagno e anche lei si ritrovò ai domiciliari, confinata nella sua stanza con l’obbligo di affacciarsi regolarmente alla finestra così che l’ufficiale di polizia, che era seduto su una panchina del parco, potesse tenerla d’occhio. Per molto tempo scrisse poco o niente, poi nel 1938 venne nuovamente incarcerato Lev e per più di un anno, quasi ogni giorno Anna si ritrovò a fare la fila fuori dalla prigione insieme ad altre madri, a “sciogliere il ghiaccio con le lacrime” mentre aspettavano il loro turno di visita. Un giorno, una donna che l’aveva riconosciuta, le domandò “Lei può descrivere tutto questo?” e Anna rispose “Posso”.

Questa la genesi del poema Requiem
, la spinta a donarsi ancora alla poesia, a scrivere e ricordare tutto a memoria; per paura di essere perquisita ricopiava i suoi versi su strisce di carta e obbligava le amiche ad impararli, prima di bruciarli.
I bigliettini ardevano in un piccolo posacenere a forma di calderone, in metallo ossidato. Oggi è sopra il mobile-scrittoio, nella penultima stanza, sulla destra è appoggiata la valigia in cui mise tutti i suoi averi quando le truppe tedesche assediarono Leningrado nel ’41 e lei venne evacuata a Taškent, in Uzbekistan.
Una vita in una borsa, bruciare per preservare, il ricordo nel silenzio.
Frasi, immagini e idee inghiottite per vergogna o per paura, il terrore che ammutolisce, il potere che strangola la parola.
Uscendo, nel giardino c’è una specie di lapide, in marmo, con dei versi di ottanta anni fa.

“Attraverso il bombardamento
Si sente una vocina infantile”


Sul muro, coperto di scritte, un’esortazione: Mečtaj sil’nee!
Sogna più forte!

È metà pomeriggio, il cielo violaceo, almeno non piove. Prima di rientrare in albergo voglio vedere la casa museo di Sergej Dovlatov, uno dei miei scrittori preferiti, brillante e cazzone, alcolizzato e sregolato, come tutti i russi geniali.

Costeggio un corso d’acqua che si immette nella Neva, una coppia di pensionati con il gilet di panno verde sistemano lenza e galleggiante sulla canna da pesca, chissà che buono il pesce del canale. Fuori dalla via principale, la prospettiva Nevskij, il ritmo è morbido, la gente rilassata come i turisti a Venezia, che camminano con la testa rivolta all’insù. Incrocio una coppia di ragazzi, faccia da russa con le labbra carnose lei, lui occhi a mandorla, indossa una mascherina e le stringe la mano forte forte, per non perderla. Passa un tizio con una bici elettrica nera, la forcella alta e rinforzata che sembra quella di un chopper, anche la tuta aderente è nera, come il caschetto, Diabolik al Tour di Mosca.
Dopo qualche minuto raggiungo Ulica Rubinšteina, una via trendy, le insegne di localini caratteristici su entrambi i lati, cafè, ristoranti, trentenni eleganti che fumano e ridono sul marciapiede, c’è una bella atmosfera.
Solo il piano terra è curato, più in su le facciate dei palazzi sono sgarrupate, scrostate, decine di cavi elettrici neri e spessi che si districano da gomitoli appesi al muro e raggiungono il lato opposto.
Alzo lo sguardo e il cielo pare imbrigliato in un reticolo. Cerco di fare una foto, di quelle un po’ studiate, con la prospettiva e la regola dei tre terzi ma i suv neri, parcheggiati lungo la strada, coprono metà della visuale.
Davanti a un palazzo, sul marciapiede, c’è una statua di bronzo di Sergej Dovlatov, la figura a grandezza naturale appoggiata alla cornice di una porta, anche quella in bronzo.
Sul volto la solita aria scazzata che ha nelle foto, i capelli spettinati, la barba incolta e il naso pronunciato, la camicia aperta sul petto e una mano sulla coscia. Una targa alla parete dice che in questo edificio Sergetto c’ha vissuto dal 1944 al 1975, 31 anni in una kommunal’ka, anche lui come Anna Achmatova, a pochi passi di distanza.


In Russia, nei libri di Dovlatov, sulla quarta di copertina è riportato, non senza ironia, che “è nato da evacuato ed è morto da emigrato”.
Venne alla luce a Ufa nel 1941, vicino agli Urali, lontano dalla Leningrado assediata da cui la sua famiglia era scappata, poco prima che Anna Achmatova raggiungesse Taškent. Morì a New York nel 1990, quando i suoi libri, inediti nell’Urss, iniziavano a vendere tra i russi espatriati.
Ne sentii parlare per la prima volta all’università, al terzo anno la docente di letteratura russa ci fece tradurre Čemodan, La Valigia, una raccolta di racconti.
Quell’estate ero a San Pietroburgo dal prof Saša, dopo pranzo mi mettevo con il testo fotocopiato e il dizionario Kovalëv sul tavolino in cucina, sopra la tovaglia in plastica cerata.
Già alle prime pagine rimasi conquistato dalla sua ironia asciutta e arguta, dalla capacità di rendere il senso di cose universali e complesse in poche parole, una frase al massimo, senza mai prendersi sul serio.
Nel racconto sui calzini finlandesi, quando parla dei suoi studi, dice che se esistono le scienze esatte, di contro, ci sono anche quelle inesatte, e il primo posto tra queste ultime spetta senza dubbio alla filologia.
Per questo si era iscritto alla facoltà di lingue, la stessa che frequentavo io a Venezia, città di acqua e pietra, come San Pietroburgo.
Ripresi in mano Dovlatov quando cominciai a viaggiare in Russia per lavoro, cercavo un modo coinvolgente per fare pratica con la lingua e lessi buona parte dei suoi libri in originale.
A parte la sua lucida cazzoneria, mi piace la mancanza di piagnisteo, di quella pesantezza esistenziale che invece rimane in molti scrittori russi, anche nei contemporanei, tipo Limonov - quello del romanzo di Carrère - e ci ho provato con il suo primo libro, Eto ja – beby Edička che in italiano hanno intitolato “Il poeta russo preferisce i grandi negri”, ma anche lì ho dovuto mollare, non sopportavo le lamentele, le difficoltà ad ambientarsi a New York, la malinconia e la nostalgia del suo paese. Limonov a casa c’è tornato dopo il crollo dell’Urss, una casa diversa da quella che aveva lasciato e che nel 1991 si chiamava Federazione Russa. Probabilmente anche Dovlatov sarebbe rientrato in patria dopo aver vissuto per undici anni in un paese che non capiva e che non lo capiva, nella condizione di tanti sovietici emigrati.
Raccontava le loro storie, di come avevano perso status e privilegi dopo il trasferimento a Brighton Beach, erano diventati cittadini americani ma rimanevano russi, e lui vedeva tutto, viveva in quella realtà ma era ben lontano dalla società e dalla cultura a stelle e strisce degli eighties.

Sul sito del museo-Dovlatov c’è scritto che l’ingresso è gratuito e che è aperto ventiquattro ore su ventiquattro.
Il problema è che non si capisce dove sia l’entrata. Allo stesso numero corrispondono una decina di portoncini, alcuni vecchi e scrostati, altri più recenti; guardo dappertutto ma non riesco a capire quale sia quello giusto.
Chiedo a due che stanno chiacchierando in strada, ne indicano uno alle mie spalle e mi spiegano che l’appartamento è al terzo o al quarto piano ma ci si può accedere soltanto su prenotazione, con le visite guidate.
Rispondo che sul sito è scritto diversamente, uno dei due allarga le braccia per dire “Fai come credi.”

Continuo a girare, poco convinto, faccio per imboccare l’ingresso che mi hanno mostrato ma esce uno con una bici da uomo sotto l’ascella, mi guarda e sputa per terra.
Scoraggiato, attraverso un vicolo che dà su un vialetto sporco e bagnato, le pareti delle case macchiate di muffa, per terra cumuli di immondizia, e sì che sembrava una via trendy.
Non ci vado in albergo senza un altro tentativo, torno indietro e afferro il pomolo del portone, si apre senza resistenza.
Salgo le scale, sento movimenti sopra di me, alzo la testa e vedo che sulla rampa ci sono una decina di persone in fila. Tombola! Mi aggrego e finalmente entro nell’appartamento di Sergej Dovlatov.
Quelli del gruppo mi guardano sorridendo, un po’ confusi.
Una ragazzina bionda con un impermeabile beige da uomo, tipo ispettore Colombo, spiega che ci troviamo all’interno di un palazzo nobiliare, indica le stuccature sul soffitto, una di quelle dimore requisite dai bolscevichi e redistribuite al popolo, in un appartamento come questo ci abitavano sette o otto famiglie, una per camera, con un bagno e una cucina in comune.
Non era uno spasso vivere in quelle condizioni, tra coinquilini era tutto un bisticcio o un’infamata; alle volte erano paranoici, altre soltanto meschini, potevano denunciarti perché era sparito il coperchio di una pentola. E poco importava se quel coperchio non era mai esistito, magari finivi in prigione lo stesso così liberavi la stanza. Dovlatov abitò lì con la prima e poi con la seconda moglie, e dopo il divorzio la prima moglie e la figlia si trasferirono nella sala accanto, nello stesso piano vivevano anche i genitori di Dovlatov, che erano i custodi di un teatro importante e godevano di qualche privilegio.
E anche per questo, per invidia, gli altri inquilini si lamentavano con le autorità e ogni tanto lo segnalavano, per attività antisovietica, per parassitismo, perché era sempre sbronzo, sai mai che si liberasse la sua stanza.

A metà del racconto la guida mi osserva, aggrotta le ciglia come se mi vedesse per la prima volta, si blocca e mi interroga:
“Scusi lei chi e?”
“Sono un fan italiano di Dovlatov.” borbotto imbarazzato “Ho cercato l’ingresso, poi vi ho visti salire e mi sono accodato.” mi giustifico con un sorriso ebete mentre tutti mi guardano. “Benissimo, ma come vede, io devo fare pagare ogni visitatore, il proprietario di questo appartamento me ne chiede conto” indica una telecamera appesa al muro, mi pare quasi di sentire un mormorio di approvazione da parte degli altri visitatori.
“Mi dica quanto le devo.”
“Facciamo dopo.” mi rassicura lei abbassando la mano.

“Sergej Donatovič visse in questa stanza fino al 1975, poi ci hanno abitato altre famiglie, guardate le foto alle pareti.”
Immagini in bianco e nero con donne, vecchi e bambini, una famiglia che sorride e si stringe attorno a una capra, sorride anche lei, in sei in una stanza con la capretta che fa le fusa.
“Poi qualche anno fa i coinquilini se ne sono andati e il proprietario ha trasformato questo spazio nel museo-Dovlatov.”
Sulle mensole, sopra la tavola e sul coperchio di un baule in legno sono disposti oggetti tipici del byt, della quotidianità degli anni cinquanta e sessanta, una macchina da scrivere Underud, un mobile radio, un frigo con la porta bombata, tutta rossa, una tv con lo schermo piccolo, chissà cosa riuscivano a guardarci.
La ragazza mostra un flexi appeso a un chiodo sul muro. È un bootleg, un disco pirata, che girava clandestinamente nell’Unione Sovietica.
Erano registrazioni proibite, generalmente di rock ‘n’ roll, che venivano incise sulle lastre delle radiografie, mette il flexi in controluce e ci mostra la zampa di un gatto.

“Il commercio e la diffusione erano assolutamente proibiti, si rischiavano tre anni di galera.”
La guida ci invita poi a guardare dalla finestra, il cortiletto interno è chiuso dalle mura di palazzi adiacenti, tra i due si apre una fessura di un paio di metri, coperta dai rami di un albero. Questo era quello che vedeva dalla sua stanza Dovlatov, due pareti sporche e umide e uno spicchio di cielo. Poi uno si domanda perché passava il tempo a ubriacarsi.
Per l’ultima parte della visita ci spostiamo in cucina, la ragazza controlla che non ci sia nessuno perché ancora oggi è utilizzata dalle altre famiglie che abitano in questo appartamento.

“Quante sono in tutto?” domanda un ragazzo.
“Sette o otto.”

Nel 2022, a pochi passi dal Prospekt Nevskij c’è ancora gente che vive negli spazi di cinquanta anni fa, secondo le stesse dinamiche; persone che abitano stipate in una stanza e si scaldano la cena, si preparano il pranzo o la colazione in quella cucina, a turno, sperando di non incrociare la signora dell’ultima camera in fondo perché chiede sempre l’olio, mai che se lo compri, poi non pulisce e lascia tutto uno schifo.

Ci mostra le pareti, che sono pitturate di blu scuro e verde
“Qualche anno fa è venuta qua la vedova di Dovlatov e ha detto che, a parte il colore, questa cucina è rimasta esattamente come era a metà degli anni settanta. Apre la finestra, che dà su un muro giallo
La vista dalla camera era meno deprimente. Poi indica un portone in legno appoggiato alle sue spalle. “Questo era giù in ingresso, lo han sostituito qualche mese fa. È originale, degli anni venti del secolo scorso, se a qualcuno interessa…”

La visita è finita, mi sa che ero l’unico fan di Dovlatov, l’ekskursija continua, il gruppo si sposta a vedere altre kommunal’lki lungo la via, io mi apparto un attimo per saldare il debito con la biondina, che mi ricorda un po’ Pippi Calzelunghe, solo più adulta e con il trench oversize.
“Non si offenda ma quando l’ho vista lì seduto, sbucato dal nulla, con gli occhiali e la sciarpetta, ho pensato che fosse un tipo un po’ sospetto.”
“Eh sì, proprio una storia da Dovlatov.” commento. Lei mi guarda e libera una risata sincera, piena dell’allegria dei vent’anni e si meriterebbe un bacio in bocca se non avesse un herpes sotto il labbro inferiore.

Il giorno dopo, prima di andare dal cliente, telefono a Mosca per prenotare una stanza nei paraggi dell’aeroporto, così venerdì parto tranquillo. Cerco di fare lo spelling del mio nome, in russo.
“G come Georgia, I come Italia, U di Ucraina, L di Lituania.”
La tipa sospira e mi blocca allarmata, non capita tutti i giorni di sentire quattro stati ostili in quattro lettere “Va bene. Senta, segno che è italiano.”

In tv, alle 7:30, danno dei consigli su come gestire l’hangover del fine settimana. Mostrano un filmato in cui l’attore, che ha l’anda di uno che si è spaccato di vodka senza ritegno, si alza dal divano con una mano alla testa e si mette ai fornelli per prepararsi una omelette. Stacco di immagine e si versa dell’acqua, beve diligentemente, ogni sorsata un sollievo, l’espressione del viso meno accigliata, più serena.

Fuori è tutto grigio, le nuvole dense e basse scorrono veloci come una colonna di fumo che si alza da un falò, l’orizzonte è diviso in due: la parte superiore è color cenere, anche quella inferiore, ma se fai attenzione ogni tanto spunta un cartellone pubblicitario che rompe la monocromia con il rosso acceso di una pizza fumante, in distanza luccica il lampeggiante blu di un’auto della polizia, ancora si distingue il verde di un’aiuola curata.
E non è un caso che i palazzi del diciottesimo secolo fossero gialli e che i grattacieli oggi siano tutti di colori sgargianti, se non ci pensa qualche architetto-designer con la montatura color miele, qua il panorama per buona parte dell’anno si confonde in una pennellata uniforme di nebbia e smog che copre cose e persone.

Lungo la riva della Neva c’è una scritta incastonata su un’aiuola, Saint Petersburg 2018, i mondiali di calcio, l’ultima volta che la Russia si è aperta al mondo in maniera deliberata e organizzata.

Decine di migliaia di stranieri a fare festa ovunque, i russi felici di quel clima di esultanza, orgogliosi di mostrare quanto era bello il loro paese, pronto ad accogliere tutti, si divertivano nelle piazze fino a notte fonda, non c’era bisogno di prendere un volo per andare all’estero, bastava scendere in strada. Sono passati quattro anni e sembra un tempo remoto, l’arcadia pre-guerra e pre-covid.

Per Saša, il mio amico di Mosca, il periodo migliore è stato dal 2008 al 2012, “allora veramente sembrava che il paese si aprisse come non era mai successo, e anche gli stranieri che vivevano qua avevano un’altra energia.”

Credo fosse il 2010 o giù di lì che ero andato a visitare un cliente a Saratov e il responsabile degli acquisti, Vadim, lo aveva detto chiaramente.
“In tutta la sua storia, la Russia non ha mai goduto di un periodo di pace e di stabilità come negli ultimi dieci anni”, mi pare di vederlo Vadim, seduto al tavolo della mensa, il volto sereno e fiducioso, le cuoche alle sue spalle che rassettavano, i capelli raccolti nella retina bianca.

mercoledì, marzo 08, 2023

The Crystals - He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)


The Crystals - He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)
https://www.youtube.com/watch?v=ebDCRFSJzzU

In occasione dell' 8 MARZO il ricordo di un brano (che il giornalista David Thompson definì BRUTALE) che ha come tema la violenza sulle donne ma declinata in quella modalità, che per fortuna raramente, che contempla l'accettazione della stessa, scambiandola come atto d'amore del compagno.

He Hit Me (And It Felt Like a Kiss) fu composto da una delle coppie di autori più geniali e prolifiche di sempre, Carole King e Gerry Goffin (tra i tanti loro successi, ("You make me feel) like a natural woman" di Aretha Franklin e canzoni per Animals, Monkees, Dusty Springfield, Byrds, Ronettes, Shirelles).

Firmarono anche "The Loco-motion" per Little Eva che prima di raggiungere il successo era la loro baby sitter.
Confessò loro di avere un compagno che la picchiava regolarmente, giustificandolo però perché simboleggiava quanto l'amasse veramente.

Da qui l'ispirazione per He Hit Me (And It Felt Like a Kiss)

Il brano ebbe poco successo, soprattutto per l'argomento che venne ritenuto giustificatorio della violenza domestica.
Le stesse Crystals erano molto perplesse durante l'incisione e si stupirono che il produttore PHIL SPECTOR avesse deciso di pubblicarlo.

La canzone ha un incedere molto grave, quasi "dark", con un giro di basso in primo piano e un'orchestrazione dal taglio malinconico e drammatico.

La La Brooks delle Crystals ha ricordato in un'intervista del 2011 a "Mojo":
"È una canzone trascurata e interpretata male. È stato strano per noi. Siamo rimaste sconcertate dalla canzone. All'epoca ero un'adolescente. Barbara (Alston altro membro delle Crystals) era un po' a disagio nel farlo. E cercavo di capire la canzone e perché Phil Spector ci facesse registrare qualcosa del genere. La voce di Barbara era così spenta perché cantando quelle parole non provava nulla".

Carole King dichiarò in un'intervista che le dispiaceva di aver avuto a che fare con quella canzone.
Lei stessa aveva subìto ripetuti abusi domestici (ma non da parte di Goffin, che era stato suo marito dal 1959 al 1969).

Il brano era stato inteso come una documentazione di una particolarità non così rara nei rapporti di coppia violenti, certo non come una giustificazione.

Mi ha picchiata
E sembrava un bacio
Mi ha colpita
Ma non mi ha fatto male

Non sopportava di sentirmi dire
Che ero stato con qualcuno di nuovo,
E quando gli ho detto che ero stata bugiarda

Mi ha colpito
E sembrava un bacio
Mi ha colpito
E sapevo che mi amava

Se non gli fosse importato di me
Non avrei mai potuto farlo arrabbiare
Ma lui mi ha colpito
E sono stato contenta

Sì, mi ha colpito
E sembrava un bacio
Mi ha colpito
E sapevo di amarlo
E poi mi ha preso tra le sue braccia
Con tutta la tenerezza che c'è,
E quando mi ha baciato,
Mi ha fatto sua.


martedì, marzo 07, 2023

Sister Rosetta Tharpe



Gayle Wald
Shout, Sister, Shout!: The Untold Story of Rock-and-Roll Trailblazer Sister Rosetta Tharpe
Beacon Press
264 pagine
20 euro


Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" domenica che prende spunto dal libro suddetto dedicato a SISTER ROSETTA THARPE

Sister Rosetta Tharpe- "Didn't It Rain?" Live 1964
https://www.youtube.com/watch?v=Y9a49oFalZE&t=5s

Sister Rosetta Tharpe - Up Above My Head on Gospel Time TV show
https://www.youtube.com/watch?v=JeaBNAXfHfQ

Gli assoli chitarristici di Rosetta
https://www.youtube.com/watch?v=gELe5Rj_tXU

The Godmother of rock 'n' roll
https://www.youtube.com/watch?v=FKK_EQ4pj9A

Nell’imminenza dell’otto marzo è usanza ricordare e sottolineare quanto le distanze tra l’uguaglianza tra uomini e donne siano ancora ampiamente da colmare da un punto di vista sociale, economico, strutturale. E stiamo parlando del mondo occidentale, cosiddetto “evoluto”, in una scala di valori relativa ai più elementari diritti umani, che in altre culture e realtà sono diffusamente lontani e disattesi.

Dalle “nostre parti” il processo evolutivo, in tal senso, ha avuto un’accelerazione impressionante in pochissimo tempo (si ricordi che il medievale e barbaro “delitto d’onore” venne ufficialmente abrogato dalla legislazione italiana solamente nel 1981) ma nella maggioranza dei paesi del globo le differenze permangono sensibili e, il più delle volte, drammatiche.
Per certi luoghi, dove magari si svolgono abitualmente manifestazione sportive, economicamente molto redditizie, si chiudono uno, due, mille occhi, per altri ci si indigna e “ci si gonfia in un coro di vibrante protesta”, citando il De André de “La domenica delle salme”.
La patria della democrazia, costantemente esportata a suon di milioni di morti in ogni parte della Terra, “per conquistare quello che ancora c’è da conquistare, costi quel che costi, anche guerra dopo guerra, siamo o non siamo i padroni della Terra?” (questa volta mi piace citare Edoardo Bennato in “La torre di Babele”) ovvero gli Stati Uniti, abolì invece la segregazione razziale solo nel 1964.
Formalmente, perché per lungo tempo, in particolare negli stati del Sud, rimase prassi consolidata.
A giudicare dallo stillicidio di morti afroamericani per mano della polizia, non sembra che le cose siano cambiate del tutto, nonostante presidenti e cariche istituzionali di primo livello di colore.

Ebbene, ci fu un tempo in cui essere donna, afroamericana, cantante e musicista, bisessuale e indipendente, pluri sposata, non era cosa particolarmente facile né tanto meno consigliata. Sister Rosetta Tharpe fu tutto questo.
Ma anche tanto altro.

Ad esempio una che inventò, più o meno, il rock ‘n’ roll.
Cantava gospel ma si accompagnava con la chitarra elettrica, che suonava come se fosse un’estensione del suo corpo.

E’ da poco uscito un libro (solo in inglese) “Shout sister shout” di Gayle F. Wald che ne ripercorre dettagliatamente la storia e le gesta dalla nascita, nel 1915, alla scomparsa, nel 1973 con l’acme della popolarità raggiunto dagli anni Quaranta ai Sessanta.

“Non significa che il fatto che pur battendo i migliori chitarristi uomini nelle gare di tecnica, fosse ascrivibile a una dimensione mascolina, era invece proprio la sua femminilità che emergeva nella sua totalità e oscurava i rivali. Era l’unica donna che quando impugnava una chitarra metteva in ombra qualsiasi uomo”. Come diceva la grande cantante Carla Thomas “In quegli anni le donne cantavano e basta. Lei portò una cosa assolutamente nuova che diceva alle altre donne: guardate, potete farlo anche voi!”.

Effettivamente per anni e anni la figura femminile veniva accostata a qualche strumento solo in funzione ornamentale ed estetica.

Rosetta Tharpe invece la chitarra la suonava, eccome.

La sua carriera nasce prestissimo.
Bambina prodigio, si esibisce nelle chiese evangeliche del natìo Arkansas, accompagnando la madre cantante (e con il padre, raccoglitrice di cotone), si sposa a soli diciassette anni, consumando un matrimonio breve e sfortunato e cresce velocemente la sua fama, continuando a cantare le lodi al Signore ma in modo del tutto personale e antitetico alle rigide regole del contesto.
Negli anni Venti e Trenta migliaia di persone di colore tentarono la fortuna spostandosi verso il nord degli Stati Uniti industriale, dove il lavoro era più facile ma lo sfruttamento non era così diverso dagli stati ancora segregazionisti del sud.
Rosetta Tharpe invece ebbe il coraggio di portare il gospel, musica ancora strettamente confinata al mondo delle chiese, nei club e teatri del nord. Usando la chitarra come nessuno aveva mai fatto, soprattutto una donna.

Alfred Miller direttore della Church of God in Christ di Brooklyn sottolinea: “Sapeva fare gli accordi, gli assoli, gli arpeggi, poteva suonare qualsiasi cosa con la chitarra. La poteva suonare da seduta, in piedi, mettendosela dietro le spalle (Jimi Hendrix ci arrivò una trentina di anni dopo…). "Era un’artista che mandava il suo pubblico in visibilio!”.
Faceva letteralmente parlare la sua chitarra, mantenendo un (inconsapevole o sapientemente voluto?) equilibrio tra la religiosità che esprimeva e una sensualità non detta, mai esibita ma che buona parte del pubblico (maschile ma non solo) percepiva e apprezzava. Rosetta aveva carisma, emanava sicurezza, spontaneità, classe, sapeva come intrattenere le folle ed era una sfida alle convenzioni dei tempi, pur mantenendosi nei limiti del “comune senso del pudore”.

Non era tutto così facile, anzi…era una nera del sud che diventò progressivamente ricca, potendo vestire abiti eleganti e costosi, attirando negli stati meridionali l’attenzione dei razzisti e della polizia che non lesinavano molestie gratuite.
Trovare hotel che accogliessero i neri era spesso impossibile, lo stesso per i ristoranti.
Rosetta trovò una soluzione geniale.
Adibì nel furgone appena acquistato per andare in tour, una parte in cui potersi cambiare e truccare prima dei concerti ma soprattutto assunse un guidatore e tuttofare bianco che poteva così andare a comprare il cibo per la band in qualsiasi momento della giornata senza incorrere in umilianti dinieghi. Se ci fossero stati problemi a reperire un letto per la notte, il bus poteva fungere anche da camera da letto per la band. La sua popolarità cresce esponenzialmente, diventa una vera e propria diva, introita cifre da capogiro.

Anche se non sarà mai particolarmente parsimoniosa e i suoi compagni e mariti ne approfitteranno ripetutamente.

L’infanzia e l’adolescenza in totale povertà la inducono a non avere la benché minima percezione della quantità di danaro che gira nelle sue tasche (soprattutto intorno alla sua figura di artista famosa) e non esita a dispensarne per lei e per chi le capita a tiro, in abbondanza.
Per lungo tempo condividerà la scena con Marie Knight con cui si è sempre mormorata, ovviamente mai confermata dalle parti ma abbastanza palese, una relazione sentimentale, peraltro accompagnata da una lunga convivenza. Nel 1944 incide “Strange things happening every day” che da alcune parti viene definito come il primo brano rock ‘n’ roll.

Nel 1951 sposa il suo manager e terzo marito Russell Morrison in un sontuoso matrimonio in cui sono invitate 25.000 persone e suonano alcuni tra i nomi più in vista della scena gospel e blues.
E’ all’apice della fama anche se quando, ad esempio, entra in un negozio di lusso per acquistare una serie di vestiti di grande pregio, volendo pagare in contanti, i proprietari chiamano la polizia credendola una rapinatrice.
Finisce in prigione per alcune ore e, racconta la leggenda, viene liberata con tutte le scuse, quando canta al commissario un paio di canzoni con la sua stupenda voce immediatamente riconoscibile.
Per scusarsi dell’increscioso incidente il negozio le regala tutti i vestiti che aveva scelto.

Verso la fine degli anni Cinquanta la sua popolarità scema progressivamente, Mahalia Jackson prende il suo posto nel cuore degli appassionati di gospel, ma Rosetta avrà un clamoroso colpo di coda andando in tour in Europa dove trova folle plaudenti e critici entusiasti ma soprattutto lo stupore di essere accolta ovunque senza preclusioni razziali, trovare posto in hotel e ristoranti, rispettata e riverita.
Prosegue la sua attività anche quando nel 1970 deve subire l’amputazione delle gambe per problemi con il diabete.
Se ne andrà tre anni dopo alla vigilia di una seduta di registrazione.

Sister Rosetta Tharpe ha incarnato la dolcezza e la necessaria dura modalità di affrontare una realtà ostile e difficile.
Ha attraversato e sfidato anni bui e drammatici, con il canto alla vita e alla speranza sulle labbra, ha rivoluzionato la musica gospel e ha messo le radici per il rock ‘n’ roll.

“Blues è solo il nome teatrale per il gospel.
Il gospel deve essere lento.
Poi batti un po’ le mani e diventa “giubileo” e “rinascita”.
Poi diventi un po’ più felice e contento e quello si chiama jazz.
Così poi lo fai diventare rock ‘n’ roll”

(Sister Rosetta Tharpe. 1960).

lunedì, marzo 06, 2023

The Persuaders - Thin Line Between Love And Hate


Spettacolare singolo dell'agosto 1971 della band vocale New Yorkese dei Persuaders (breve carriera dal 1971 ai primi anni 80, quattro album e svariati cambi di formazione) dalla tematica piuttosto inusuale:
la violenza domestica perpetrata però da una donna sul compagno.
Il brano vendette un milione di copie.

The Persuaders
https://www.youtube.com/watch?v=ULuHJgCos7A

Nel testo l'uomo torna alle 5 di mattina da una notte spesa in giro a divertirsi, accolto con garbo e sussiego dalla compagna.
Le parole sottolineano però che "La donna più dolce del mondo può diventare la più cattiva se continui a farle del male".

The sweetest woman in the world
Could be the meanest woman in the world
If you make her that way
You keep on hurtin' her, she keeps being quiet
She might be holding something inside
That really really hurts you one day


La scena successiva trova l'uomo in ospedale "bendato da capo a piedi, in stato di shock, in fin di vita...non avrei mai pensato che la mia donna mi potesse fare una cosa del genere".

Il testo sembrerebbe avere una vena ironica ma è invece cantato con estrema serietà e partecipazione e alla fine con una vena di rimorso che giustifica la pesante lezione avuta.

Nella versione dei Pretenders (molto affine all'originale) del 1984 da "Learning to crawl", il testo cambia leggermente con Chrissie Hynde che guarda la vicenda con più distacco, in terza persona.
https://www.youtube.com/watch?v=4pCCdclkdLY

Stessa cosa in quella di Annie Lennox (versione più elettronica ma piena di sensualità e groove) da "Medusa" del 1995 in cui gira il testo in prima persona facendo la parte della compagna castigatrice (e al posto della frase "Action speaks louder than words" sostituisce ad "action", "incidents")

Annie Lennox
https://www.youtube.com/watch?v=N3_-QoK2F0A

Da segnalare la versione reggae di BB Selton
https://www.youtube.com/watch?v=z2s7jwMt_0c

venerdì, marzo 03, 2023

Irish Jack Lyons e Pete Towsnhend, Ufo Club 1968



IRISH JACK LYONS è un personaggio di primo piano della scena mod originale, attivo fino ai tempi del Goldhawk Club di Londra dove si esibivano i futuri Who, ancora con il nome di Detours.
Stretto amico di Pete Townshend, la sua figura ispirò il protagonista di "Quadrophenia".

Con l'amico Michele Savini lo abbiamo intervistato a lungo per il prossimo numero della rivista "Garageland", in uscita a breve.
Nel frattempo Irish Jack mi ha gentilmente inviato una puntualizzazione, raccontandone la storia nei dettagli, sull'incontro (che ho riportato nel libro "Northern Soul") con Pete Townshend all'Ufo Club nel 1968.


Ti racconto il background di questa storia...
Nel 1976, quando io e mia moglie (Maura) stavamo avendo problemi coniugali, scrivevo parecchio a Pete.
In una delle sue lettere allegò una macchina da scrivere portatile dicendo che sperava che avrebbe potuto fare due cose: salvare il mio matrimonio e farmi scrivere.
Grazie a Dio ha fatto entrambe le cose.
Non appena ho ricevuto in dono la macchina da scrivere ho iniziato a battere un lungo libro di memorie di circa 38 pagine della mia vita da Mod a Londra.
Quando l'ho finito ho messo tutto in una cartellina color marrone e ho scritto sul davanti 'The World's Forgotten Mod'.
L'estratto che leggerete di seguito si riferisce al mio incontro con Pete Townshend all'UFO club di Tottenham Court Road.

"Vuoi dell'acido?"
Improvvisamente eravamo finiti.
Mi sono guardato intorno e non si vedeva più un Mod.
Pillole, un sacco.
Dopo non fu più lo stesso.
Fiori e perline?
Non avrei mai potuto accontentarmi di questo. In fondo ero ancora un leaper, un ballerino, oltre che un esuberante Mod.
C'erano ancora piccoli gruppi di Mod in giro per il paese in posti di cui nessuno si preoccupava, ma a Londra, l'unico posto dove contava davvero: il Mod era morto!
Quindi, eccomi lì, ancora aggrappato al mio impermeabile di plastica (Plastic mac, citato anche in "Subsitute" degli Who) e alle scarpe Raoul.
Voglio dire, era il 1966 e indossavo ancora Fred Perrys.
Mi piacevano ancora gli Who, ma Lenke, la mia vecchia ragazza, e io avevamo preso strade separate e non ci vedevamo più.
Ho perso la direzione dopo tutto ciò..

Quindi, sono in un club chiamato UFO's che era una sala da ballo irlandese a Tottenham Court Road ogni due sere della settimana.
Ma il venerdì sera questo posto era una cosa veramente eccitante in ogni senso della parola.
Joss si attacca a quel vapore mistico davvero pesante sospeso nell'aria e il disco più richiesto e il tema musicale per l'esperienza UFO è il brano"Granny Takes A Trip" di The Purple Gang.
Non sto scherzando, non c'era un tablet French Blue in vista né un Mod con uno scooter parcheggiato fuori.
A parte me che è ma senza scooter come sempre, tipico di me.
Un Mod solitario circondato da tre o quattrocento dannati mostri.

Ero in piedi al bar della coca con la gola davvero secca.
Coco-Cola, dovrei aggiungere.
Non la roba vera.
Beh, sarei stato al bar ma non sono riuscito ad arrivare al bordo del bancone perché un tizio alto mi stava bloccando.
Nonostante lo spingessi da dietro, non si sarebbe mosso.
Fissai la parte bassa della sua schiena e dovetti ammettere che sembrava un po' troppo grosso per mettermi a discutere.
Qualcun altro si è allontanato e sono riuscito a infilarmi nello spazio e che era metà del suo spazio.
E' stata la voce inconfondibile la prima cosa che ho riconosciuto.
In realtà non stava parlando affatto, stava sussurrando con un piagnucolio molto familiare a qualcuno riguardo alla musica.
L'ho guardato di sottecchi e non riuscivo assolutamente a credere al modo in cui era vestito.

"Ciao, Pete.."
Townshend si voltò e sembrò sinceramente sorpreso.. "Jack...Irish Jack...sei ancora un Mod!"

Non ci vedevamo da mesi.
L'ho guardato dall'alto a metà tra l'orrore eil disgusto.
Il Mod perfetto se ne era andato.
The Face.
I suoi capelli erano cresciuti sulle orecchie e aveva l'inizio di un paio di basette.
Ma era quello che indossava: il cappotto afghano era di circa quattro taglie più grande, i suoi pantaloni sembravano appartenere al Circo di Stato di Mosca, indossava una camicia abbottonata fino al collo che ricordava un arcobaleno con un filo di perline intorno al colletto.

"Non sapevo che fossi venuto qui," mi guardò con un mezzo sorriso.
Quasi indicando sorpresa nella sua voce per il modo in cui ero vestito.
Pensavo ancora di avere un aspetto cento volte migliore di lui.
Stava consapevolmente guardando i suoi vestiti e poi di nuovo i miei in una strana forma di divertimento.

L'ho guardato e sinceramente mi sono sentito tradito.

Questo era il mio idolo, l'uomo che probabilmente ha scritto l'inno Mod, 'My Generation'.
Abbiamo passato un po' di tempo a parlare degli Who e cose del genere.
Penso che quando ho smesso di parlare e lui ha smesso di interrompermi, l'avevo quasi convinto a tornare a vestirsi da mod.

Era d'accordo con tutto ciò che ho detto, ma in realtà ascoltava solo a metà.
La sua mente era su altre cose.
Il coke bar era diventato deserto perché la band della serata, i Soft Machine aveva incominciato a suonare al piano superiore.
Ma abbiamo comunque parlato a prescindere.
Sembrava un vero peccato perdere così tanto tempo così "Ti va di bere qualcosa?" Ho chiesto.

Sorrise e fece capire che stava già bevendo una coca da un bicchiere di cartone.
"Intendevo un vero drink Pete, mezzo o una pinta, dietro l'angolo?"
Ha strascicato i piedi per circa la cinquantesima volta quella notte, "Non posso", ha detto, "sono in compagnia..."
Ho guardato dietro al bar deserto e non ho visto nessuno.
"Laggiù", Townshend indicò una ragazza dietro il bar della coca.
Un vero storditore. "Si chiama Karen."
L'ho guardata lungo il bancone e ho capito che era la ragazza il cui volto adornava il poster di Night Tripper.
Quando tornai a guardare Pete, sembrava molto orgoglioso di sé.
Abbiamo finito le nostre Coca Cola.
Ho tenuto a dirgli che sarei andato al prossimo concerto degli Who.
Sorrise e lanciò il suo solito "abbraccio da orso".
Ero triste mentre andavo verso i bagni tra la folla impazzita che ballava e ondeggiava al ritmo deiSoft Machine.
C'era un drogato nel gabinetto che mi ha offerto una pastiglia di acido.
Sembrava già morto......

giovedì, marzo 02, 2023

Mosca e San Pietroburgo. Settembre 2022



L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Mosca e San Pietroburgo. Settembre 2022 - Terza parte.

La prima parte qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/02/mosca-e-san-pietroburgo-settembre-2022.html

La seconda parte qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/02/mosca-e-san-pietroburgo-settembre-2022-2.html

Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Il tassista che mi riporta in albergo ha gli occhi a mandorla, il faccione largo e i capelli neri a spazzola. È originario del Kirgizistan, vive a Mosca da una ventina d’anni.
Prima lavorava come aiuto cuoco in un ristorante italiano.
“Da Maurizio. Lo conosci?”
“Mai sentito.”
“Anche tu hai un ristorante?”
“No, ferramenta per mobili.”
Parliamo della guerra tra il suo paese e il Tadjikistan. Nel Kirgizistan c’è un’enclave di tadjiki e adesso il governo di Dušanbe vorrebbe annettere quei territori.

Sono stato a Biškek, la capitale kirgiza, a visitare un cliente di nome Andrej Li; pare un condizionale e invece è un tizio di origine coreana.
La prima volta, cinque o sei anni fa, in pieno inverno, andavamo in giro sul Suv di Andrej, lungo le strade c’erano insegne e cartelloni con le scritte dai tratti più geometrici e regolari rispetto al cinese.
Pranzavamo in ristornati coreani e ogni volta ripeteva “Occhio che è piccante.” e questo lo sapevo perché stavo leggendo “Il vagabondo delle stelle” di Jack London.

Nei negozi e nei locali c’era un sacco di gente con gli occhi a mandorla e la pelle chiara, belle fisionomie, lineamenti dolci e così una sera, come in preda a una rivelazione fantozziana, gli domandai:
“Come mai ci sono tanti coreani qua?”
“Sono stati deportati da Stalin, nel ‘37.
Il Giappone aveva invaso la Cina. La Corea faceva parte dell’impero giapponese e in Russia vivevano centinaia di migliaia di coreani.”
“Tipo a Vladivostok?”
“Sì, principalmente nelle regioni orientali ma non solo. Stalin non è stato lì a guardare chi era giapponese, chi era cinese o coreano. Ha fatto un decreto e dall’oggi al domani ha deportato centinaia di migliaia di russi di etnia coreana.”
“Tutti qua in Kirgizistan?”

“No, in Kazakistan e in Uzbekistan, li ha spediti nel deserto. Che poi, pensa alle condizioni di allora, tutti ammassati sui treni. Sono morti a migliaia durante il viaggio.” “E tu come sei finito a Biškek?”
“Mio padre era ufficiale dell’esercito, lo hanno trasferito qua negli anni ottanta. Dopo il crollo dell’Urss molti se ne sono andati, per lo più in Russia.”
Dopo cena Andrej insisteva per portarmi al Karaoke, faceva l’occhiolino “Dai che ci rilassiamo” e la prima volta lo avevo guardato un po’ sorpreso “Ma come rilassarci? In piedi a cantare davanti a tutti…” e lui di nuovo ammiccante “Vedrai che ti piace” e mi è sempre rimasta la curiosità se fossero coreane, le cantanti.

Il giorno dopo è sabato e i mobilieri non lavorano, chiamo un taxi e vado in centro.
Attraverso ulica Tverskaja per raggiungere il museo Puškin, passo davanti al monumento di Maksim Gor’kij, lo scrittore sovietico.
Con le dita della mano destra stringe un cappello a falde larghe, il palmo appoggiato a un bastone da passeggio; il volto contratto in un’espressione altera, i baffoni spioventi, lo sguardo profondo e accigliato, la fronte alta e un piccione appollaiato sulla chioma folta.

All’ingresso della galleria c’è una discreta fila, quasi tutte donne, molto curate; non è neanche ora di pranzo e davanti a me ci sono già un cappottino lilla, un trench nero che si apre su un abito da cocktail giallo, tronchetti di pelle lucida, un chiodo rosa con le borchie, stivaletti con tacco squadrato, messe in piega voluminose e profumi intensi che restano sospesi nell’aria.

Il primo piano ospita una mostra intitolata “Sguardo tattile e percezione cieca”, dove viene affrontato il rapporto tra arte e vista, quest’ultima intesa come percezione, strumento di conoscenza e allegoria.
Un padre riassume ai figli biondissimi la funzione del vetro colorato nel corso dei secoli, due ventenni allungano le mani su una scultura sonora e ridacchiano rumorosamente, con le gengive scoperte.
Al museo come a casa, davanti alla tv o allo schermo del cellulare, milioni, miliardi di immagini scivolano lungo il nervo ottico in un flusso indistinto e si perdono per strada.
Guardare e non vedere, sapere e non capire.

Al secondo piano un po’ di impressionisti, Picasso, Monet e la cattedrale di Rouen.
Leger, il puntinismo di Paul Signac, Degas e le ballerine in blu.
C’è poca gente, sono l’unico straniero in giro per il museo, le vecchiette che controllano le sale mi seguono sospettose, la mascherina sotto il mento, lo sguardo offuscato di chi si è appena svegliato; qualcuna non se ne accorge e continua a dormire sulla sedia, le mani giunte sul ventre come se recitasse una preghiera sottovoce.

Esco a metà pomeriggio che il cielo è grigio e tira vento, zero voglia di passeggiare.
Prima di tornare in albergo prendo un’auto per la casa-museo di Vysockij (pronunciato Vysotskij), uno dei più famosi cantautori sovietici, una specie di Tom Waits con la voce ruvida, sfacciata e arrugginita da decenni di eccessi e dipendenze.

In Russia è famosissimo, la prima volta ne sentii parlare a San Pietroburgo che ero ancora studente, condividevo l’appartamento con una ragazza di Padova che stava scrivendo la tesi su Vladimir Semjonovič Vysockij; c’erano libri, cd e dvd dappertutto, il suo faccione squadrato in copertina, lo sguardo furbo, i capelli lunghetti e l’aria sfrontata da ribelle. La sua musica non mi ha mai preso, troppo rabbiosa e primitiva, però mi è sempre rimasta la voglia di conoscere meglio il personaggio e la sua storia.

La mostra è all’interno di un palazzo in mattoni, due piani di teche, memorabilia e schermi interattivi, è organizzata bene e c’è un sacco di roba, uno potrebbe passarci una giornata.
Vladimir Semjonovič era un artista completo, iniziò come attore di teatro, dove seguì dei corsi di canto e fu dietro le quinte che si mise a scrivere e a strimpellare canzoni sugli emarginati, una categoria che nell’Urss era considerata illegale, c’era un reato apposito per chi non aveva un’occupazione tradizionale, il reato di parassitismo.

Tutto si può dire di Vysockij tranne che fosse un fannullone, nel corso della sua breve vita (morì a quarantadue anni nel 1980) compose centinaia di canzoni, fu anche attore sul grande schermo con ruoli apprezzati da critica e pubblico, Pugačev il più celebre.
Tenne un’infinità di concerti in tutta l’Urss e, per quanto percepito dalle autorità come un elemento anti-sovietico, godette di un amore pressoché incondizionato da parte della gente.

L’esposizione è una capsula di oggetti di un tempo che si affaccia alla modernità: lettere scritte a mano con il pennino e l’inchiostro, i quaderni delle elementari e le correzioni con la matita rossa, libretti, tessere di qualche associazione, filmati e tante foto in bianco e nero. Diplomi e attestati compilati con l’eleganza del cirillico corsivo nella sua uniformità, nei tratti svolazzanti, senza errori o sbavature e chissà quanto ci mettevano a scrivere tutta quella roba. Falce e martello sullo sfondo in ogni pagina. Poi costumi di scena, vestiti, una bellissima giacca in tessuto bottonato grigio, indossata il giorno del secondo matrimonio, nel 1965.

C’è una parete intera piena di magnetofoni appesi, registratori a bobina che contengono buona parte delle composizioni musicali di Vysockij. Adesso ti sta tutto in tasca, qualche giga nella memoria del telefonino.
Fa un certo effetto vedere il suo soggiorno, ricostruito sulla base di alcune foto degli anni settanta. Due vetrinette, la tv in bianco e nero, un divano ad angolo e un tappeto caucasico appeso alla parete.
Qualche samovar e poco altro.

Viveva così uno degli artisti più amati dell’Urss, uno che aveva avuto la possibilità di viaggiare all’estero e di fare concerti anche a Parigi e New York, per un pubblico di emigrati, immagino. E in quel salottino così scarno e modesto riceveva attori, scrittori, cantanti, registi; passava le serate a discutere di arte e di politica e poi si metteva a cantare, a gridare con la sua voce aspra e graffiante, fradicia di vodka e annerita dal tabacco.

Esco e mi incammino verso una strada trafficata perché i taxi non arrivano in Ulitsa Vysockogo.
Gli hanno intitolato la via dove hanno istituito il museo statale nel 1992, dopo il crollo dell’Urss; finché era in vita non ha avuto nessun tipo di copertura da parte dei media sovietici, mai un’intervista sulla stampa né un concerto trasmesso in tv. A pochi passi c’è un hangar, la sezione semicircolare è alta sei metri e ospita un murale con il viso di Vysockij, la mascella decisa, il naso pronunciato, il testo di una sua canzone in dissolvenza, impercettibile in lontananza.

Fuori da un bar con le vetrate a specchio sono raccolti in cerchio dei biker con i capelli lunghi, i giubbotti con le pezze del club e gli stivali di pelle; parcheggiate sul marciapiede Guzzi, Ducati, Triumph e un paio di Harley, moto che costano come un appartamento.
Dall’altra parte della strada, a ridosso di un giardinetto, sono stravaccati su una panchina tre barboni con l’espressione confusa, vengono molestati da due quindicenni che gli ronzano attorno su un monopattino elettrico. A un paio di metri una ragazza intervista i passanti, sorride alla telecamera mentre i ragazzini scorrazzano alle sue spalle.

Altro taxi per tornare in hotel, l’autista è cordiale ma un po’ impacciato, dice che è il titolare di una palestra e fa il tassista per motivi economici, una cosa temporanea, giusto il tempo di sistemare due cose.
“Le peggiori sono le donne ubriache. Si sentono regine e ti trattano da servo. Fanno scenate, sbattono la porta e ti minacciano con le recensioni, stronze!”.

Ci sono pochissime auto con la Z, a maggio ne avevo notate di più, passiamo accanto alla statua del generale Kutuzov, quello che sconfisse Napoleone facendolo avanzare fino a Mosca per poi costringerlo durante l’inverno alla ritirata che portò alla disfatta dell’esercito francese, all’epoca il più grande al mondo.
Il militare è rappresentato in sella a un cavallo eretto sulle zampe posteriori, punta la sciabola di fronte a sé, come per comandare un attacco.

Alla sera devo beccarmi con Saša, il mio amico appassionato di musica, ci eravamo già incontrati a luglio.
Abbiamo appuntamento in un pub non distante dal mio hotel, c’è una festa mod.

Non so cosa aspettarmi ma non mi faccio grosse illusioni.
Ho fatto in tempo a godermi le sottoculture giovanili in un periodo ancora ricco di fermenti musicali e sociali, nella seconda metà degli anni ’90.
L’era del britpop, dell’acid jazz, quando in ogni città c’era almeno una discoteca che passava musica alternativa, nessuno aveva una connessione internet e per sentire un gruppo dovevi andare al concerto, poi magari ti compravi il disco, il cd o la cassetta.
Anche se non era un granché ci andavi lo stesso, ti facevi cento chilometri per una band sconosciuta, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno del tuo giro. A Pordenone c’era una buona scena di mods e scooter boys, con i parka e i bomber pieni di toppe, le Lambrette e le Vespe senza bandine laterali, gli accessori e gli specchietti cromati. Solo nella mia provincia, che non aveva neanche sessantamila abitanti, c’erano un sacco di band, i punk e i dark si trovavano al Molo, noi alla Perseo, i Rockabilly sulle scale del Verdi e i bar erano frequentati in base alla musica suonata e al modo di vestire della clientela.
Sono passati quasi trent’anni da quando mi sono cucito la prima pezza sul giaccone verde, nel frattempo è cambiato il modo di stare assieme e di vivere la musica ma quel tipo di energia, di socialità e di attitudine un po’ snob nei confronti degli “altri”, di chi è fuori e non ha alba di cosa voglia dire farne parte, per me questa cosa non è mai cambiata, definisce in buona parte chi sono e chi frequento, ancora oggi.

Ho sempre evitato certe feste qua in Russia, perché non sapevo cosa aspettarmi, o meglio, lo sapevo e non ci tenevo ad averne conferma, e poi non più tardi di sei mesi fa un volo andata e ritorno costava tre o quattrocento euro, al venerdì ero già a casa, a riposarmi o prepararmi per andare a un party figo a Berlino, Londra, Barcellona o Rimini, a ballare la musica più bella e i dischi più rari al mondo.
Questa notte non farò l’alba e non sentirò i sette pollici più esclusivi ma va bene così, fuori inizia a fare freddo, domani devo partire per San Pietroburgo e non lo so quando mi ricapita di andare ad una festicciola da queste parti.
Sul marciapiede ci sono un paio di Vespa 50 special e un’altra più grossa, sembra un Gs dei primi anni sessanta.
La gente, più che in stile sixties, è vestita come a un matrimonio gipsy, c’è uno che ha l’anda da capoclan: cappotto di pelle nera e lucida come la crapa pelata, camicia rossa e cravatta gialla a pois, pantaloni bianchi e scarponi neri.

Se il diavolo è nei dettagli, questo è l’impero del male, il nostro esteta vuole imitare Sting in Quadrophenia ed è in buona compagnia: c’è la tipa coi capelli sfibrati e le ricrescite da Crudelia Demon, la gonna a quadrettoni bianchi e neri e la maglia con vestibilità ampia, la fantasia colorata tipo Emilio Pucci; quell’altra, che si definisce esperta di design, ha il caschetto asimmetrico, la punta di destra che le copre l’occhio, come i ragazzini emo quindici anni fa.
Faccio appena in tempo a massacrare mentalmente una minima parte dei presenti che un paio di ragazzi vengono a presentarsi. Uno si chiama Anton, l’altro Artjom, mi hanno riconosciuto, sono miei follower su Instagram.

Spiego a Artiom e Anton perché sono due anni che non posto più sul mio profilo, non ho mai smesso di vestirmi con cura, solo ho superato quel rigurgito di vanità adolescenziale.
Si aggrega al nostro gruppetto il presidente del Vespa Club di Mosca, un biondino sulla quarantina, un avvocato benestante che parla un po’ di italiano.

È venuto in Italia diverse volte in scooter da Mosca e ha girato tutto il paese sulle due ruote, da Milano a Palermo. Mai stato in Sicilia in vita mia e questo c’è arrivato dalla Russia in motoretta.
Mi mostra il modello simile al GS, parcheggiato sul marciapiede, con il fanale tondo e le bandine bombate.
È uno scooter sovietico che si chiama Vjatka, come il fiume che attraversa la regione di Kirov, negli Urali, dove era assemblata. È sostanzialmente la copia di una Vespa, più grande, ha la carrozzeria più spessa per via delle condizioni climatiche e delle strade, veniva prodotta in una fabbrica di carri armati all’inizio degli anni sessanta senza autorizzazione da parte di Piaggio.

Si inserisce un tipo vestito a caso, i pantaloni con la piega in tessuto lucido e le scarpe da ginnastica. Si chiama Pavel, è alticcio e biascica, vuole parlare con me, dice che ama l’Italia.
Sputacchia un campionario di banalità e luoghi comuni: pizza romana, pasta, espresso, Milano la più bella città del mondo. Interviene Saša: “Qua a Mosca ho mangiato la prima vera pizza, dopo le olimpiadi dell’80. Fatta da italiani, gente che era venuta con gli atleti e poi erano rimasti.”
Nessuno parla mai di guerra, Artjom prova a giustificarsi:

“All’inizio siamo rimasti sotto shock, per mesi non siamo usciti, non ci siamo trovati a ballare o a mettere i dischi.
Poi abbiamo capito che bisogna vivere, non potevamo continuare così.”


Allarga le palpebre in cerca di comprensione e continua.
“Già a marzo alcuni brand occidentali se ne sono andati, pensavano di prendersi una pausa e invece le cose sono andate per le lunghe. Adesso ci sono aziende che stanno già tornando.”
“Tipo chi?” domando incuriosito.
“Reebok, non direttamente ma col distributore turco. Una volta usciti è difficile rientrare. Avete fatto bene voi a restare.”
Ha ragione, quest’anno le vendite sono aumentate, nonostante la guerra, l’incertezza e tutte le difficoltà coi trasporti e i pagamenti siamo cresciuti di fatturato, anche grazie a quelli che hanno lasciato il paese lasciando scoperto il mercato.

Saša dice che questa situazione gli ricorda di quando faceva contrabbando di abbigliamento, verso la fine degli anni ottanta, vestiti che venivano dall’Europa e dagli Usa.
“Tutti volevano i jeans, soprattutto i Levi’s, potevi chiedere qualsiasi cifra. Per un periodo abbiamo venduto i Rica Lewis, roba vostra.
Facevano schifo ma si trovavano facilmente e noi dicevamo che erano meglio dei Levi’s, perché erano fatti in Italia.” e scoppia a ridere “Ci ho comprato una macchina con quei jeans” sottolinea soddisfatto.
“E adesso se continua così tornerai a fare contrabbando”, conclude Artjom.
Ridiamo tutti insieme, mi piacerebbe ascoltare altre storie sul mercato nero, c’è anche un bel racconto di Dovlatov ne “La Valigia”, quello in apertura, sui calzini finlandesi, ma ritorna di nuovo Pavel alla carica, sempre più ubriaco, continua a ripetere “Limancella” con tono solenne, da invasato, come se stesse celebrando un rito dionisiaco.

Entriamo nel pub a guardare il concerto di una band locale, erano abbastanza famosi all’inizio dei 2000, hanno avuto anche qualche passaggio su Mtv Russia.
Fanno cover di brani sixties, british r&b e garage, suonano bene, la gente è letteralmente in visibilio, mani alzate in aria, decine di telefonini a filmare, urletti di incoraggiamento, capelli appiccicati sulle tempie sudate. Il bassista con il caschetto da beatnick tiene il manico alto, tipo Paul McCartney, manda in frantumi una lampadina con la paletta del basso e interrompe il concerto.
“Scusate ho fatto un danno. Pago io.”
Torniamo di nuovo in strada, per fortuna mi sono vestito pesante perché fa freddo.
“Ma com’è ‘sta storia degli oligarchi che cadono dai palazzi?”, sono curioso di capire cosa ne pensano, che idea si sono fatti.
“Ci sono cose che non sappiamo.” Taglia corto Saša.
“Ho capito ma che senso ha?” insisto
“Tante cose non hanno senso e ormai nessuno si domanda il perché, capitano e basta.” chiude la questione Artjom.

mercoledì, marzo 01, 2023

Gene Krupa & Cozy Cole Drum School



Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Gene Krupa & Cozy Cole Drum School

Nel 1954 Gene Krupa e Cozy Cole aprirono una scuola di musica per batteristi al 261 West 54 St Manhattan.

Dopo due anni la scuola aveva una media di circa 150 studenti a settimana.
"Più studi" ha detto Cozy Cole, "più scopri di non sapere ..."

La scuola offriva corsi avanti e per principianti di batteria, vibrafono e percussioni.
I principianti non usavano la batteria, solo i pad.
Tra gli studenti che hanno frequentato la scuola troviamo Peter Criss dei KISS e Jerry Nolan dei New York Dolls.

La scuola chiude dopo la morte di Gene Krupa, avvenuta nel 1973.
Oggi purtroppo l'edificio non esiste piu'.
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