lunedì, maggio 22, 2023
L' altro 1977
Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per il quotidiano "Libertà" dedicato a quei dischi che uscirono nel 1977, l'anno in cui "il punk spazzò via il rock".
Il fatidico e mitico 1977, anno in cui la musica rock (pare) cambiò completamente, i gruppi punk spazzarono via il vecchio (se guardiamo l’età, ai tempi, di quelli che venivano chiamati i “senatori” o ancora peggio “i dinosauri”, avevano da poco superato i trent’anni, nella maggior parte dei casi), conquistarono le classifiche e cancellarono tutto quanto c’era stato prima.
Per anni la storiografia musicale ufficiale ha riportato gli eventi più o meno in questo modo.
E in tanti ci hanno creduto e divulgato il concetto acriticamente.
E’ altrettanto vero che il rock è diventata una musica “classica” e “tradizionale” solo nel tempo, uscendo dal concetto adolescenziale con cui era nato e si pensava, in quel fatidico anno, che sarebbe morto a breve.
Eh si, è da cinquanta anni che si dice che il rock sia morto.
Certo, è da tempo che si ripete senza rinnovarsi granché ma proprio morto non sembra esserlo.
Anche in quell’anno, il cosiddetto rock tradizionale mise in fila una serie di album di grande levatura, destinati a diventare classici e a scalare le classifiche di mezzo mondo.
Questo non toglie valore all’apporto che le nuove band inglesi e americane (dai Sex Pistols, Clash, Ramones, a Patti Smith, Talking Heads, per citare i più noti) diedero alla musica rock, soprattutto al costume e alla società.
Ma se andiamo a dare un’occhiata alle uscite discografiche del 1977 troviamo alcune sorprese.
Ad esempio “Rumours” dei Fleetwood Mac, gruppo nato nell’ambito della scena rock blues inglese degli anni Sessanta, guidati inizialmente dal geniale chitarrista Peter Green, che nel corso degli anni cambiò più volte formazione e soprattutto si allontanò dalla rigorosa devozione alla musica nera, abbracciando progressivamente un suono più pop, fruibile e facile.
La critica e i vecchi fan gridarono al tradimento ma quando esce “Rumours” (album di difficile gestazione, nato e cresciuto tra frizioni e pesanti litigi tra i componenti del gruppo) entra in classifica al primo posto, vi rimane per un lunghissimo numero di settimane, vince il Grammy Award per il miglior album dell’album, vende venti milioni di copie in America e altri venti in tutto il mondo, diventando uno dei best seller di sempre.
Infila anche una serie di singoli ai primi posti, tra cui quello più noto è sicuramente “Don’t stop”, un sempreverde della musica pop.
Uno dei personaggi che ha sempre anticipato le tendenze artistiche, le ha plasmate a sua immagine e somiglianza, attingendo da ciò che succedeva intorno ma dipingendole poi in maniera del tutto originale, è stato David Bowie.
Dopo anni di dipendenze pesanti, di glam e travestimenti, di abbracci al soul americano, cambia ancora una volta drasticamente rotta e concepisce (tra il 1976 e il 1979) la cosiddetta “Trilogia Berlinese”, tra le espressioni musicali più interessanti e intriganti della storia del rock.
Bowie rimette in gioco la propria carriera sperimentando, cercando nuovi suoni, anticipando buona parte di quella che sarà la new wave.
Nel frattempo, per non lasciarsi mancare niente, incide e compone anche due album con Iggy Pop, a cui ridarrà vita artistica (ma non solo), afferrandolo per i capelli appena in tempo e trascinandolo fuori dagli abissi dell’eroina.
Nel gennaio del 1977 esce “Low”, registrato in realtà in Francia e mixato a Berlino Ovest, che segna l’inizio della collaborazione con un altro genio come l’ex Roxy Music, Brian Eno. L’album è algido, duro, con toni apocalittici, fortemente sperimentali.
Accolto con diffidenza e non molto favorevolmente dalla critica ma troverà il successo del pubblico e dei fan.
Dieci mesi dopo, nell’ottobre del 1977, è la volta di “Heroes”, uno dei capolavori di Bowie e dell’intera storia del rock, più accessibile, meglio definito, meno sperimentale, con Eno ancora più determinante ed equilibrato e il lavoro chitarristico di Robert Fripp dei King Crimson a dare ancora più personalità e creatività al tutto.
Lo stesso Brian Eno pubblica un gioiello di grandissimo pregio (e probabilmente la sua vetta artistica) come “Before and after science”, con la collaborazione di personaggi come Phil Collins, Robert Fripp, Robert Wyatt, Fred Frith, membri dei Roxy Music e dei Can.
E’ anche l’anno in cui torna sulle scene Peter Gabriel, dopo il clamoroso abbandono dei Genesis.
Un disco (come i successivi tre) che non ha titolo e che si differenzia notevolmente dalla produzione prog della band, cercando invece nuove sonorità, moderne, più sperimentali.
Anche in questo caso compare il “signor Prezzemolo” Robert Fripp ad arricchire con il suo tocco un lavoro che rimane ai vertici della produzione del cantante e compositore inglese.
Passando ad ambiti meno sperimentali, vogliamo ricordare che proprio nell’anno dello stravolgimento punk i Queen realizzano “News of the world” con le due canzoni simbolo del rock più classico, “We are the champions” e “We will rock you”?
Peraltro il chitarrista Brian May ricorda che, proprio su ispirazione del punk che faceva tornare la musica alle radici più urgenti e dirette, la band decise di abbandonare la pomposità barocca delle recenti composizioni a favore di un sound più crudo.
Anche in America c’è chi rimane ancorato al “buon vecchio rock” e uno sconosciuto esordiente, dal nome singolare, Meat Loaf, piazza in suo primo album “Bat out of hell” in cima alle classifiche con un rock che fa riferimento alla musica classica, Wagner in particolare, mischiandola all’hard rock, in un profluvio epico e di rara pomposità.
Vende 43 milioni di copie e si piazza tra i dischi più venduti di sempre.
Anche i Pink Floyd realizzano uno dei loro classici con un ambizioso concept a sfondo sociale, “Animals”, uno dei migliori della loro storia.
Eric Clapton dopo anni particolarmente difficili, caratterizzati da pesanti dipendenze, trova uno dei suoi maggiori successi con “Slowhand” con la cover di “Cocaine” di JJ Cale, destinata a diventare il suo cavallo di battaglia.
I Kiss sono già famosi ma con “Love Gun” aumentano la loro popolarità grazie a uno delle loro migliori prestazioni discografiche in assoluto.
Billy Joel dà alle stampe il suo quinto lavoro, “The stranger” ed entra nel novero dei migliori compositori della decade in corso. Paul McCartney non incide album con i suoi Wings ma si dedica invece a un 45 giri, “Mull of Kintyre”, ballata folk con tanto di cornamuse e, tanto per cambiare, ne vende oltre due milioni di copie, diventando il singolo più acquistato in Gran Bretagna.
Il cantautore americano Jackson Browne si segnala con “Running on empty” mentre Bob Marley scrive quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro, “Exodus” con due dei brani più significativi della carriera, “One love” e “Jammin”.
Il nostro Giorgio Moroder realizza un disco epocale, “From here to eternity”, molto influenzato dalla musica dei Kraftwerk che quasi contemporaneamente escono con “Trans Europe Express”, manifesto della musica pop elettronica.
E alla faccia del punk e della new wave, i Bee Gees trionfano con l’album per eccellenza della stagione disco music, con la colonna sonora di “Saturday Night Fever” mentre gli Steely Dan portano al successo il loro raffinato groove funk jazz con “Aja” e i Weather Report mettono in scena il gioiello fusion di “Heavy Waether”.
Dalle nostre parti siamo ancora abbondantemente in periodo autarchico e cantautorale, all’interno del quale si distinguono lo splendido concept di Edoardo Bennato, “Burattino senza fili” e il rock di Eugenio Finardi di “Diesel” con Alberto Camerini alla chitarra che nel frattempo pubblica il suo bellissimo “Gelato metropolitano”.
Angelo Branduardi con “La pulce d’acqua”, Pino Daniele con “Terra mia”, Lucio Dalla con “Come è profondo il mare”, Rino Gaetano con “Aida” , Claudio Lolli con “Disoccupate le strade dei sogni”, Alberto Radius con “Carta straccia” e Renato Zero con “Zerofobia” (con il primo grande successo “Mi vendo”) completano il quadro.
Personalmente a buona parte degli album sopraelencati continuo a preferire i miei amati Clash, Jam, Ramones, Pistols, Stranglers e compagnia bella ma rimane perlomeno singolare il permanente “dato acquisito” che il 1977 cancellò il rock classico, non dimenticando come strutturalmente il punk, spogliato dalle sovrastrutture estetiche, politiche, sociali, ne fosse una semplice continuazione, una evoluzione (o involuzione a seconda dell’osservazione) sonora e musicale, che attingeva abbondantemente dalle radici.
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domenica, maggio 21, 2023
Sabato 27 maggio 2023 all’Open Space Theater, Agrigento
𝗘𝗟𝗟𝗘𝗡𝗜𝗖 𝗕𝗢𝗢𝗞𝗦 ✦ "NORTHERN SOUL"
𝗘𝗟𝗟𝗘𝗡𝗜𝗖 𝗕𝗢𝗢𝗞𝗦 ✦ "NORTHERN SOUL" con l'autore Antonio Bacciocchi
Sabato 27 maggio 2023
ore 21.00 all’OpenSpace Theater (Via Empedocle 159, Agrigento).
Terzo e ultimo appuntamento stagionale con ELLENIC BOOKS, la rassegna di editoria musicale del Festival che ci ha accompagnato durante tutto l’inverno per inoltrarci gradualmente nella straordinaria due giorni di agosto ormai sempre più vicina.
https://www.facebook.com/events/624781579558126
Sabato 27 maggio 2023
ore 21.00 all’OpenSpace Theater (Via Empedocle 159, Agrigento).
Terzo e ultimo appuntamento stagionale con ELLENIC BOOKS, la rassegna di editoria musicale del Festival che ci ha accompagnato durante tutto l’inverno per inoltrarci gradualmente nella straordinaria due giorni di agosto ormai sempre più vicina.
https://www.facebook.com/events/624781579558126
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sabato, maggio 20, 2023
Tex Perkins & the Fat Rubber Band live ad Alessandria 19/05/2023
Fenomenale Tex Perkins & the Fat Rubber Band ad Alessandria nella suggestiva location della Casa di Quartiere, capannone industriale perfettamente recuperato.
Un concerto che parte lentamente, in acustico, tra brani country folk in duo, cresce con un blues profondissimo, cupo, che strappa l'anima a graffi, con la band perfettamente rodata (chitarra, basso, batteria e percussioni che si uniscono alla voce e alla chitarra elettrica di Tex) e si chiude a suon di funk blues, con gli stupendi "The devil ain't buying" e "(I wanna) be close to you" dall'ultimo album, grandissimo, "Other world" (da cui ascoltiamo altri eccellenti brani, tra cui una riuscita e intensissima "Brand new man").
In mezzo scorrono alcuni brani dei Cruel Sea, una torrida cover di "Fire and brimstone" di Link Wray, nel bis un omaggio a Willie Nelson con il country spedito di "I never cared for you".
Si chiude con "Psycho" dei Beasts of Bourbon travolgente nella sua teatralità.
Concerto intensissimo, un centinaio di persone, partecipi e felici di essere al cospetto di un artista tanto grande quanto poco acclamato.
Grazie a Salvatore Coluccio per l'organizzazione e l'accoglienza.
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Concerti
venerdì, maggio 19, 2023
Lorenzo Gatta - Living on a thin line
Lorenzo Gatta ha da tempo abbracciato la filosofia ed etica Mod che traspone in un divertente e appassionato romanzo di palese e voluto sapore "Quadrophenico", ambientato nella Londra a cavallo tra i Cinquanta e Sessanta nella prima scena Modernista.
Gli ingredienti ci sono tutti: la Soho dei tempi, gli scontri con i Rockers, un fugace e fortuito incontro con i Quarrymen in procinto di diventare Beatles, il travestito Lola (cit. i Kinks) e tanto altro.
Il racconto è spedito e vivace, urgente e (virtuosamente) naif.
Gli amanti della cultura mod non mancheranno di apprezzare e goderne.
Lorenzo Gatta
Living on a thin line
Altromondo Editore
127 pagine
14 euro
https://www.altromondoeditore.it/libri/living-on-a-thin-line/
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Libri
giovedì, maggio 18, 2023
New York. Il quartiere ebraico
Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
A Brooklyn nella zona sud del quartiere Williamsburg si trova la comunità ebraica ortodossa più grande degli Stati Uniti.
I suoi abitanti sono ebrei Chassidici giunti nel paese dall'Ungheria in fuga dalla seconda guerra mondiale e si caratterizzano per la loro ferma adesione all'Halacha.
Un contrasto netto con il resto della cittá.
Botteghe e negozi hanno insegne in ebraico così come i tipici scuolabus gialli.
Una delle prime cosa che si nota sono le sbarre alle finestre.
È come una città nella città, un collettivo molto legato alle sue usanze, i ruoli ricoperti da ogni membro della famiglia sono molto ben definiti.
In genere i matrimoni sono quasi sempre combinati tra il rabbino e la famiglia di ciascun coniuge, che di solito è piuttosto giovane.
Il loro abbigliamento è molto semplice: abiti scuri, gonne lunghe, calze, scarpe basse per le donne.
Gli uomini, devono indossare una camicia bianca con giacca nera e pantaloni neri.
Come accessorio indossano un cappello (oltre alla Kippah).
Questo tipo di abbigliamento vale per tutte le stagioni.
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Tales from New York
mercoledì, maggio 17, 2023
Simone La Rocca - Volevo essere un punk
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le testimonianze su un'epoca fino a poco tempo fa trascurata e quasi dimenticata: il primo punk italiano.
Articoli, libri, video hanno progressivamente arricchito la conoscenza su un fenomeno embrionale, spesso approssimativo, mai sufficientemente documentato.
"Volevo essere un punk", un documentario (in DVD) di Simone La Rocca, condotto da Aldo Santarelli, riassume alla perfezione il concetto di quegli anni, in cui avremmo voluto essere parte di queste sottoculture (punk, mod, skin etc) ma sulle quali arrivavano notizie nebulose dalla (allora) lontanissima Inghilterra.
Ci si provava, con quello che si aveva e poteva.
E' quello che raccontano alcuni dei protagonisti della scena romana, membri di Bloody Riot, Klaxon, Luxfero, Ulster 77, mettendo insieme ricordi, impressioni, mostrando foto e documenti dell'epoca.
Con un appunto interessante di Maurizio Gamba degli Ulster 77 che sottolinea come la scena romana sia probabilmente stata la prima e unica ad abbracciare il punk stradaiolo e fedele alle origini più ruvide e dirette, contrariamente ad altri luoghi in cui si espresse con altre contaminazioni più "art" e new wave.
Per reperirlo:
https://www.facebook.com/HomeMoviesCH
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Film
martedì, maggio 16, 2023
Reg King
Registrato nell'arco di tre anni esce nel 1971 l'album solista di REG KING, una delle migliori voci dei Sessanta.
Ex leader della mod band degli Action epoi dei Mighty Baby, Reg si circonda di una serie di prestigiosi amici e pubblica un album di grande pregio, tipico figlio dell'epoca, tra rock blues, soul rock, tardi Small Faces, Humble Pie, Traffic.
Gli amici si chiamano Steve Winwood, Brian Auger (che fa faville in "Savannah"), Mick Taylor, gli ex Blossom Toes e vari membri dei disciolti Action.
Su tutto la grandissima e sottovalutata voce soul e "nera" di REGinald KING tra Steve Marriott e Rod Stewart.
La Cherry Red ristampa ora l'album in un triplo CD con varie rarità e inediti.
Per ascoltare l'album:
https://www.youtube.com/watch?v=7v0B4vjlulM
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Get Back
lunedì, maggio 15, 2023
1959
Nella storia della musica rock (ma non solo) ci sono anni iconici e di riferimento che vengono abitualmente citati come inizio o fine di un’epoca.
Basti pensare al 1962, esordio dei Beatles o al 1969 del Festival di Woodstock, celebrazione dell’epoca hippie e rock per eccellenza o ancora il 1977 in cui esplode il punk e la musica e il costume cambiarono radicalmente.
Ci sono invece periodi dimenticati e raramente considerati come momenti di svolta.
Andando a scavare nella storia, un po’ per gioco, un po’ per curiosità, invece saltano fuori date che non avremmo mai pensato essere in qualche modo cruciali e così dense di avvenimenti epocali o quasi.
Chi indicherebbe il 1959 come anno importante per la musica?
Sbagliando, perché, andando a dare un’occhiata alla cronologia di quei dodici mesi scopriamo un’incredibile serie di eventi.
Il rock’n’ roll, emerso da poco e che aveva fatto brillare la stella di Elvis Presley sembrava in caduta libera, una moda passeggera, una bizzarria destinata ad essere archiviata. Lo stesso Elvis era in Germania per il servizio militare, impossibilitato a suonare e registrare.
Tornerà nel 1960 ma ripartendo con una nuova immagine edulcorata e “normalizzata”, musicalmente indirizzato verso sonorità molto meno ribelli e più inclini al pop commerciale. Uno dei personaggi più estrosi e trasgressivi come Little Richard, apertamente omosessuale, nero e con brani crudi, duri e travolgenti, aveva abbandonato la musica per diventare un predicatore evangelico.
Chuck Berry, uno dei grandi “inventori” del rock ‘n’ roll con la sua “Johnny B. Good” era finito sotto inchiesta, processato e arrestato per avere avuto rapporti sessuali con una minorenne.
Stessa sorte per un altro grande come Jerry Lee Lewis che aveva sposato una cugina tredicenne. Matrimonio tenuto nascosto ma che una volta scoperto produsse uno scandalo enorme che gli distrusse la carriera.
Ma l’evento più tragico fu quello che venne definito “Il giorno in cui morì la musica.”
Il 3 febbraio Buddy Holly, Ritchie Valens e il dj Big Bopper si schiantarono con un aereo guidato dal giovane e inesperto pilota Roger Peterson che decise di partire nonostante le condizioni meteorologiche fossero decisamente avverse a causa di una forte nevicata.
Gli artisti erano protagonisti di un lungo tour in diverse città americane.
L’organizzazione non tenne conto delle lunghe distanze tra una città e l’altra, soprattutto nel periodo invernale, tra maltempo e forti nevicate.
Buddy Holly e gli altri decisero così quella sera di affittare un aereo invece di affidarsi al solito scomodo bus.
Buddy era all’apice della fama, sia come artista che come compositore mentre Ritchie Valens aveva raggiunto le vette delle classifiche con un brano destinato a diventare un classico come “La Bamba” e salì sull’aereo dopo aver tirato una moneta con un musicista di Buddy Holly.
Vinse e partì.
Big Bopper, apprezzato DJ e cantante, chiese a un altro musicista di Holly di lasciargli il posto, in quanto influenzato.
Quando Buddy lo seppe augurò al suo compagno che aveva concesso il privilegio a Bopper di “congelare sull’autobus”, di rimando gli fu risposto di “schiantarsi con l’aereo.”
Waylon Jennings (poi diventato apprezzato musicista in ambito country) non si perdonò per tutta la vita la battuta scherzosa.
La morte di Buddy Holly fu un gravissimo colpo alla nuova scena musicale rock ‘n’ roll ma anche un enorme dispiacere per tre giovani ragazzini che lo avevano eletto a loro idolo, tali John Lennon, Paul McCartney e George Harrison, che suonavano in una band chiamata Quarrymen e proprio in quell’anno incominciarono a comporre le loro prime canzoni. Tanta era la devozione a Buddy Holly che decisero, il 16 agosto 1960, di chiamare il loro gruppo The Beatles ispirandosi al nome del gruppo che accompagnava lo sfortunato cantante americano, the Crickets, i grilli. Pensarono quindi a un altro insetto, lo scarafaggio, ma scambiando, genialmente, una vocale.
Da una parte la pronuncia del nome richiamava alla mente un animale non proprio gradevole mentre la lettura, oltre a un nome originale, faceva pensare subito al ritmo (beat).
Come possiamo constatare dunque, lo sfortunato e tragico incidente non decretò la morte della musica.
Anzi, al contrario, proprio nel 1959 nacque un nuovo universo sonoro: il soul.
Il primo ambito in cui gli afroamericani poterono gestire le loro canzoni senza dipendere da strutture esterne, pressochè totalmente gestite da bianchi che, nell’America ancora segregazionista dell’epoca, riservavano ai loro artisti, soprattutto se di colore, le briciole e pochissimi diritti sulle loro creazioni.
Nel giugno del 1959 Ray Charles pubblica il 45 giri “What I’d say” reputato il primo brano ascrivibile al concetto di soul music, ovvero l’unione di una serie di influenze “antiche” in qualcosa di completamente nuovo.
Il soul prende abbondanti dosi del blues, “la musica del diavolo” e le mischia con il gospel, “la musica del Signore” (non a caso un giornalista descrisse il brano in questione con una frase diventata famosa: “Ray Charles porta il gospel in camera da letto”), aggiunge una generosa spruzzata di jazz e una serie di spezie a insaporire il tutto: doo wop, ritmi latini e vocalità molto lirica, probabile retaggio della tradizione melodrammatica italiana. Ovvero i suoni che si ascoltavano nei quartieri americani più poveri e periferici, dove neri, ispanici e immigrati in arrivo da varie parti d’Europa, Italia in particolare, si mischiavano e crescevano insieme.
A proposito di soul: il 12 gennaio Berry Gordy Jr fonda l’etichetta Tamla Motown (e poco tempo dopo le Primettes incominciano la loro attività concertistica.
Cambieranno nome in The Supremes e, guidate da Diana Ross, saranno, anni dopo, il gruppo di punta dell’etichetta). La Motown metterà sotto contratto e porterà al successo planetario, oltre alla citata Diana Ross, nomi come Stevie Wonder, Marvin Gaye, Temptations, Smokey Robinson, grazie a una musica sempre allegra, leggera, ballabile, con i testi che affrontano tematiche adolescenziali.
In un’epoca in cui, per motivi socio/politici, la segregazione razziale era presente anche nella musica e nell’arte (ai concerti le platee erano rigidamente separate), inconsapevolmente la Motown fece una rivoluzione nei costumi, arrivando, grazie alla fruibilità e al successo dei suoi brani, nelle case dei giovani bianchi, superando le barriere ideologiche e confermando che lo slogan adottato, “The sound of Young America” (il suono di un’America giovane) era azzeccato: un luogo senza più vecchi e odiosi pregiudizi. Anche in ambito jazz succedono cose straordinarie.
Miles Davis incide quello che è probabilmente il disco più iconico del genere, “Kind of blue”, accompagnato da alcuni dei migliori musicisti di sempre, come John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley. Un disco che ha influenzato generazioni di artisti e che non di rado è indicato come il miglior album di sempre, a prescindere dal genere.
Nello stesso anno un altro genio della musica, destinato a collaborare con lo stesso Miles Davis poco più di una decina di anni dopo ma morto purtroppo prematuramente, poco prima di poterlo fare, acquista quello che sarà il suo strumento con cui cambierà la storia della musica rock.
Il giovane Jimi Hendrix dopo un anno passato a suonare blues su una chitarra acustica ne compra una elettrica e a metà dell’anno suona il suo primo concerto in pubblico, in un bar di Seattle.
E in Italia? Intanto alla prima edizione dei Grammy Awards, a Los Angeles, Domenico Modugno con “Nel blu dipinto di blu (volare)” porta a casa ben due premi come Disco dell’anno e Canzone dell’anno.
Invece una ragazzina diciannovenne di Cremona, abbandona il nome d’arte di Baby Gate e torna a quello di battesimo, Mina, debutta in Rai nel seguitissimo “Lascia o raddoppia?”, condotto da Mike Bongiorno, con il brano “Nessuno”, partecipa a “Canzonissima”, lancia uno dei brani che più la caratterizzerà nel primo periodo artistico, “Tintarella di luna” e vince il “Juke Box d’oro” e “Il microfono d’oro”.
Le replica l’amico Adriano Celentano che dopo una serie di 45 giri in inglese trova il primo successo con una canzone destinata diventare un classico, “Il tuo bacio è come un rock”.
La lista di eventi sarebbe ancora lunga ma sono sufficienti quelli sopra elencati per dimostrare l’importanza di un anno tanto lontano, quanto determinante nella storia della musica moderna.
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sabato, maggio 13, 2023
Northern Soul a Radio Popolare
Giovedì 18 maggio alle 21 all'Auditorium Demetrio Stratos di RADIO POPOLARE in via Ollearo 5 a Milano, presentazione di "Northern Soul" con concerto dei MADS nella trasmissione "Live Pop!".
Ascolto in diretta streaming qui: https://www.radiopopolare.it/
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venerdì, maggio 12, 2023
Antonín Dvořák - Sinfonia n. 9 (“dal Nuovo Mondo”)
Riprendendo il discorso sulla musica dei Nativi Americani (vedi il post dello scorso lunedì) è significativo citare la "Sinfonia n. 9 (dal Nuovo Mondo)" del compositore ceco Antonín Dvořák, scritta tra il 19 dicembre del 1892 e il 24 maggio del 1893 a New York durante il suo soggiorno americano su commissione della New York Philharmonic Orchestra che la eseguì con grande successo, il 16 dicembre 1893 alla Carnegie Hall.
La sinfonia incorpora elementi ma soprattutto prende ispirazione da Spiritual (il primo movimento prende spunto dallo spiritual "Swing Lo’Swett Chariot") e musica tradizionale dei Nativi (il secondo movimento è ispirato dal poema epico indiano Hiawatha del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, dedicato al fondatore della confederazione irochese).
“Io non ho usato attualmente nessuna delle natie melodie americane. Io ho semplicemente scritto temi originali, incorporando le peculiarità della musica indiana, e, usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con tutte le risorse dei ritmi moderni, del contrappunto e del colore orchestrale”.
“Io sono convinto che la musica futura di questa nazione debba basarsi su quelle che sono chiamate melodie Negre.
Queste possono essere la base di una scuola di composizione seria e originale, da svilupparsi negli Stati Uniti.
Questi graziosi e variati temi sono il prodotto del terreno.
Sono le canzoni popolari dell’America e i vostri compositori devono rivolgersi ad esse”.
Antonín Dvořák – Symphony No.9 in E minor – Herbert von Karajan, Berlin Philharmonic, 1966
https://www.youtube.com/watch?v=bw5Vsg9vRNs
Fonte: https://www.gbopera.it/2021/03/antonin-dvorak-1841-1904-sinfonia-n-9-dal-nuovo-mondo-in-mi-minore-op-95-b-178/
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giovedì, maggio 11, 2023
Cross Section
Nel film "Quadrophenia" (e relativa colonna sonora) compare un gruppo sconosciuto (e che tale rimase nonostante l'ampia popolarità della pellicola): i CROSS SECTION.
Il 12 agosto del 1979 nelle pagine del “New Musical Express” Pete Townshend pubblicò un annuncio per cercare una band da inserire nel film:
“Vinci una parte in “Quadrophenia”! Fama! Groupies! Contratto con la Polydor! Successo istantaneo! Droga! Soldi! Inclusa una membership dello Speakeasy!”.
Mandarono il demo una settantina di gruppi (tra cui mod band come Chords e Purple Hearts) ma alla fine vinsero gli sconosciutissimi e giovanissimi Cross Section che, secondo Daltrey, incarnavano alla perfezione l’ingenuità e l’innocenza del periodo.
Nel film appaiono in una breve sequenza in cui suonano “Hi Heel Sneakers” e attaccano con “Dimples”.
La band si scioglierà subito dopo l’uscita del film per riunirsi nel 2014 per qualche data in giro.
Ai tempi suonavano qualche concerto nei pub del Kent e dell'est dell'Inghilterra.
Con loro grande stupore furono convocati per un'audizione nell'estate del 1978. Dopo aver suonato dal vivo di fronte a un paio di membri degli Who all'Electric Ballroom, i Cross Section furono scelti.
Roger Daltrey si avvicinò a loro dopo l'audizione a Camden High Street e gli disse che gli piaceva quello che aveva sentito e domandò "Vi tagliereste i capelli?" "Sì, me li tingerei anche di verde", rispose il batterista.
Ottennero la parte, andarono a Londra ai Ramport Studios degli Who, per registrare le canzoni "High Heel Sneakers" e "Dimples" e sul set del film per diventare la nuova famigerata Mod Band che è ancora oggi sulla colonna sonora originale.
I Cross Section si sciolsero subito dopo.
Alcuni hanno proseguito una carriera musicale, altri hanno intrapreso attività commericali in agricolutura o marina, il tastierista JOSH PHILLIPS è diventato membro dei Procol Harum e ha suonato con Diamond Head e collaborato (anche come compositore) con Big Country, Leo Sayer, Pete Townshend, The Crazy World of Arthur Brown, Kenney Jones, Midge Ure, Eric Clapton e Paul McCartney.
La band si è riunita per qualche concerto nel 2014.
Hi Heel Sneakers da "Quadrophenia" soundtrack:
https://www.youtube.com/watch?v=v9Ii2OcP3rc
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Mod Heroes
mercoledì, maggio 10, 2023
L'album Motown di Jeff Beck
Nel 1970 JEFF BECK approdò agli studi della MOTOWN RECORDS per registrare un album di soul.
Le cose non andarono per il giusto verso, furono incisi parecchi brani che purtroppo non hanno mai visto la luce.
Da un intervista a Rolling Stone del 2010 con Davide Fricke lo stesso Jeff Beck spiegò in dettaglio gli eventi.
"Il mio produttore, Mickie Most, mi disse che dovevo fare un album. Ho convinto Mickie ad andare alla Motown. Era un tale privilegio. Sembravamo più turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi".
Jeff Beck portò con sé il batterista Cozy Powell con cui collaborava ai tempi.
"Ci hanno odiato fin da subito. Non ne volevano sapere di noi. Quando Cozy si è seduto dietro la batteria della Motown e ha iniziato a suonare come i Meters, tutti hanno detto "Oh!". Quel giorno c'era James Jamerson al basso - niente chitarra ritmica - e Earl Van Dyke alle tastiere. Una cosa essenziale. Continuavano a dire: "Dove sono gli spartiti?. Ho detto: "Non ci sono".
Cozy Powell sostituì la "sacra" batteria dell ostudio con la sua Ludwig a due casse e incominciò a pestare alla John Bonham, stupendo e facendo impazzire i presenti.
"Alla fine ci siamo ritrovati con nove o dieci tracce, finite ma non mixate. Avevamo esaurito il tempo a disposizione.
C'era una base musicale per una canzone scritta da uno dei principali autori, forse Holland-Dozier-Holland. Ogni volta che ti giravi, era "Ehi, Jeff, abbiamo una canzone".
Era come una fabbrica.
Poi abbiamo incontrato Berry Gordy. Siamo dovuti passare attraverso tre serie di porte chiuse. Ha detto: “Benvenuto alla Motown. Ho una grande fiducia in te. So cosa fai. Forse i ragazzi della session non lo sanno, ma io lo so. Hai avuto una grande idea".
L'idea di Jeff Beck era udi creare una contaminazione tra il rock blues che aveva caratterizzato i suoi esordi solisti "Truth" e "Beck Ola" con il groove Motown.
"Volevo creare una band che capisse l'atmosfera Motown ma darle più grinta. che desse una sensazione da disco Motown ma più spigolosa e quasi al limite del metal.
Che è quello che cercavo nell'album Truth: una linea di basso con ritmica Motown ma con enormi tamburi tipo Zeppelin."
Ma alla Motown ci siamo allontanati sempre di più dalla parte rock, perché loro non lo capivano.
Ascoltavano i Meters.
Ma difficilmente uscivano da quel dannato studio (per ascoltare altre cose)."
L'album si è definitivamente perso.
"Ho ancora il nastro multitraccia, anche se scommetto che se lo metti sulla registratore ora finirebbe in mille pezzi. Ne ho fatto una copia su cassetta. Questo è tutto quello che c'è.
Ma ho scoperto qual era il vero segreto della Motown.
Erano fantastici musicisti di livello mondiale: la migliore esecuzione e il miglior suono di batteria. Ma se togli quel riverbero Motown, non ottieni niente. È molto bello, ma non è Motown. Il tutto era sintonizzato sull'atmosfera di quel riverbero."
Beck approderà alla Motown poco tempo doipo, partecipando (in un brano) a "Talking Book" di Stevie Wonder, con cui farà nascere anche il groove (Beck alla batteria) di "Superstition" che Stevie aveva composto per Jeff ma che alla fine tenne per sé, facendola diventare una delle sue più grandi hit.
Le cose non andarono per il giusto verso, furono incisi parecchi brani che purtroppo non hanno mai visto la luce.
Da un intervista a Rolling Stone del 2010 con Davide Fricke lo stesso Jeff Beck spiegò in dettaglio gli eventi.
"Il mio produttore, Mickie Most, mi disse che dovevo fare un album. Ho convinto Mickie ad andare alla Motown. Era un tale privilegio. Sembravamo più turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi".
Jeff Beck portò con sé il batterista Cozy Powell con cui collaborava ai tempi.
"Ci hanno odiato fin da subito. Non ne volevano sapere di noi. Quando Cozy si è seduto dietro la batteria della Motown e ha iniziato a suonare come i Meters, tutti hanno detto "Oh!". Quel giorno c'era James Jamerson al basso - niente chitarra ritmica - e Earl Van Dyke alle tastiere. Una cosa essenziale. Continuavano a dire: "Dove sono gli spartiti?. Ho detto: "Non ci sono".
Cozy Powell sostituì la "sacra" batteria dell ostudio con la sua Ludwig a due casse e incominciò a pestare alla John Bonham, stupendo e facendo impazzire i presenti.
"Alla fine ci siamo ritrovati con nove o dieci tracce, finite ma non mixate. Avevamo esaurito il tempo a disposizione.
C'era una base musicale per una canzone scritta da uno dei principali autori, forse Holland-Dozier-Holland. Ogni volta che ti giravi, era "Ehi, Jeff, abbiamo una canzone".
Era come una fabbrica.
Poi abbiamo incontrato Berry Gordy. Siamo dovuti passare attraverso tre serie di porte chiuse. Ha detto: “Benvenuto alla Motown. Ho una grande fiducia in te. So cosa fai. Forse i ragazzi della session non lo sanno, ma io lo so. Hai avuto una grande idea".
L'idea di Jeff Beck era udi creare una contaminazione tra il rock blues che aveva caratterizzato i suoi esordi solisti "Truth" e "Beck Ola" con il groove Motown.
"Volevo creare una band che capisse l'atmosfera Motown ma darle più grinta. che desse una sensazione da disco Motown ma più spigolosa e quasi al limite del metal.
Che è quello che cercavo nell'album Truth: una linea di basso con ritmica Motown ma con enormi tamburi tipo Zeppelin."
Ma alla Motown ci siamo allontanati sempre di più dalla parte rock, perché loro non lo capivano.
Ascoltavano i Meters.
Ma difficilmente uscivano da quel dannato studio (per ascoltare altre cose)."
L'album si è definitivamente perso.
"Ho ancora il nastro multitraccia, anche se scommetto che se lo metti sulla registratore ora finirebbe in mille pezzi. Ne ho fatto una copia su cassetta. Questo è tutto quello che c'è.
Ma ho scoperto qual era il vero segreto della Motown.
Erano fantastici musicisti di livello mondiale: la migliore esecuzione e il miglior suono di batteria. Ma se togli quel riverbero Motown, non ottieni niente. È molto bello, ma non è Motown. Il tutto era sintonizzato sull'atmosfera di quel riverbero."
Beck approderà alla Motown poco tempo doipo, partecipando (in un brano) a "Talking Book" di Stevie Wonder, con cui farà nascere anche il groove (Beck alla batteria) di "Superstition" che Stevie aveva composto per Jeff ma che alla fine tenne per sé, facendola diventare una delle sue più grandi hit.
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Rock Tales
lunedì, maggio 08, 2023
Rock e Nativi Americani
Riprendo l'articolo che ho scritto domenica per "Libertà" dedicato ai musicisti rock di origine Nativa Americana.
Quando si parla di “musica tradizionale americana” si fa diretto riferimento al country o alla sua forma più antica, la cosiddetta “old time music”, retaggio di quella portata dai coloni britannici e francesi dalle prime immigrazioni in poi.
Oppure al blues, la musica che si “inventarono” gli schiavi africani deportati con le navi negriere dal 1.619, quando a Point Confort, in Virginia, nella prima colonia inglese, arrivò la fregata White Lion con venti uomini di origine africana, rapiti dalla loro terra.
Privati della loro identità, lingua, cultura, storia, gli afroamericani dovettero ricostruire anche la loro musica, soprattutto a causa della proibizioni di usare strumenti percussivi, caratteristica peculiare della composizione africana, per impedire di comunicare in quel modo tra piantagioni diverse.
Gli schiavi neri sostituirono i tamburi con il battito di mani e piedi (che non riusciva però ad arrivare particolarmente lontano, a livello di volume) e imbracciarono le chitarre, mantenendo vive le radici che si diluirono progressivamente, fondendosi con quelle dei coloni europei, con i quali, seppure a diversissimo livello sociale e di condizione, forzatamente convivevano.
In tutto questo i veri americani, gli originali possessori del suolo, della terra, fiumi, montagne, boschi, i cosiddetti “indiani” ma in realtà più correttamente definiti Nativi Americani, svolsero un ruolo assolutamente marginale.
Vessati, sterminati, costantemente ingannati, massacrati, schiavizzati, rinchiusi in gabbia (le riserve).
La musica e cultura ridotte ad accessorio secondario, sorta di curioso esempio di folk, raramente approfondite e studiate, se non da cultori e amanti delle radici sonore di un continente dalle mille sfaccettature, diventato in pochi anni un inquietante esempio di omologazione, in cui ogni luogo è simile all’altro.
La cultura degli abitanti originari del Nord America non compare quasi mai nelle storie popolari della musica americana, partendo dal presupposto che la terra, poi abitata dagli europei e dai loro schiavi fosse stata principalmente priva di persone precedenti, arte e cultura.
L'Africa e le isole britanniche erano viste come le uniche fonti possibili della musica che si è evoluta da quel luogo e da quel tempo.
La possibilità che le tradizioni musicali dei popoli indigeni possano essere centrali per l'armonia americana non è mai stata considerata.
Se si ascolta un brano del 1928, “Indian Tom Tom” della Indian String Band troviamo, ad esempio, un perfetto connubio di blues, country e musica tradizionale Nativa. Dimenticando anche le differenze spesso profonde, sia a livello estetico, sociale e culturale, che c’erano tra le centinaia di tribù e popolazioni indigene.
In questa sede si vuole rendere omaggio a quegli artisti più affini al rock che hanno origine nei Nativi Americani.
In molti casi hanno reso questo loro retaggio esplicito, in molti altri è stato meno evidente.
Chi ne è sempre stato orgoglioso è l’attore Johnny Depp, peraltro buon chitarrista e molto vicino all’ambiente rock con i suoi Hollywood Vampires e varie collaborazioni, tra cui quella con l’amico, recentemente scomparso, Jeff Beck.
Nel 2012 è stato adottato dalla nazione Comanche, dopo avere interpretato la parte di un Nativo in un film della Disney.
Non a caso i Comanche sono sempre stati tra i più inclusivi, accettando senza problemi tra le loro fila anche membri di altre etnie. Johnny Depp ha dichiarato:
"La mia bisnonna era un po' nativa americana, è cresciuta Cherokee o forse Creek Indian.
Ha senso visto che veniva dal Kentucky, che è pieno di Cherokee e Creek".
Tra i personaggi più famosi Jimi Hendrix, oltre a una chiara discendenza afroamericana e a una meno evidente irlandese, aveva una nonna con sangue Cherokee.
Per il suo secondo album “Axis. Bold as love” dichiarò di essersi ispirato a uno stile “americano e indiano”.
Il grafico Roger Law inserì nel disegno di copertina un disegno religioso indiano tra le divinità Vishnu e Krishna.
Hendrix non ne fu del tutto soddisfatto “Vidi l’immagine e pensai: È grande!, ma dovevano mettere un indiano americano. Nessuno di noi tre ha nulla a che fare con quella copertina”.
Il personaggio più significativo della nostra storia è probabilmente John Trudell.
Cresciuto in estrema povertà in una riserva Sioux, figlio di padre Santee e madre indio messicana, divenne portavoce ufficiale dell’American Indian Movement dal 1973 al 1979.
Quando, per protesta contro le discriminazioni subite dai Nativi, brucia una bandiera americana a Washington, dodici ore dopo la sua casa nella riserva di Paiute Shoshone, in Nevada, viene data alle fiamme e la moglie e due figli trovano un’atroce morte, senza che la polizia indaghi mai su cause e colpevoli.
Nel 1985 incontra Jesse Ed Davis, un chitarrista Kiowa che suona con Clapton, Dylan, John Lennon, Jackson Browne e incomincia una proficua carriera discografica con album di grande spessore politico e sociale (“Aka Graffiti Man” in particolare) e collaborazioni con Neil Young e Willie Nelson, tra le tante.
Muore nel 2015 per un brutto male, dopo avere lasciato significative testimonianze di una vita votata alla giustizia sciale e per i suoi consanguinei.
Robbie Robertson è stato il geniale chitarrista e compositore della Band, grande gruppo canadese, a lungo a fianco di Bob Dylan.
Figlio di una Cayuga e Mohawk, ha svolto un accurato lavoro di ricerca sulla musica dei nativi americani, culminato con l’affascinante “Music for the Native Americans” del 1994 e colonna sonora dell’omonimo documentario.
Buffy Saint Marie è una cantautrice canadese Creek, prima nativa a vincere un premio Oscar (nel 1983 con la canzone “Up where we belong” per il film “Ufficiale e gentiluomo”).
Nata nel 1941, venne strappata ai genitori e affidata dal governo canadese a una famiglia americana per essere “educata” al di fuori della sua cultura originaria.
Si laureò con il massimo dei voti e incominciò una proficua carriera musicale che le ha dato grandi soddisfazioni, vantando una serie di eccellenti canzoni oltre a una lunghissima lista di onorificenze.
Ha fondato varie scuole e finanziato organizzazioni filantropiche e no profit per il supporto dei Nativi nord americani.
Link Wray è stato uno dei grandi innovatori della chitarra rock ‘n’ roll, uno dei primissimi a usarla con la distorsione nel brano “Rumble”, inciso nel 1958, unico strumentale a essere censurato dalle radio statunitensi proprio per un suono non conforme.
Di origine Shawnee, crebbe nel Nord Carolina in condizioni di estrema povertà e spesso vittima, con la famiglia, dei soprusi del Ku Klux Klan.
“Dallo sceriffo a tutti i poliziotti erano membri del KKK e se non tenevi la testa bassa ti avrebbero appeso a un albero e ucciso”.
Tra i suoi brani più famosi “Comanche”, “Apache” e “Shawnee”.
Chaka Khan è stata una grandissima esponente della black music, portando anche la nomea di Regina del Funk, collaborando con grandi nomi come Ray Charles, Quincy Jones, Ry Cooder e vincendo dieci Grammy Awards.
Nella sua genealogia c’è un’origine Blackfoot che ha spesso esibito sul palco con costumi mozzafiato.
La lista di nomi è ancora lunga e complessa, spesso poco conosciuta.
A partire dai Redbone, autori di alcuni ottimi successi negli anni Settanta, con componenti provenienti da Messico, Yaqui e Shoshone. Redbone è un termine cajun che significa mescolanza di razze.
Dalla Florida arrivano i Blackfoot, band di rock duro i cui componenti sono di provenienza Cherokee, Sioux e Cree e che ha sempre utilizzato costumi di scena con chiari riferimenti alle loro origini.
Il batterista Randy Castillo, a fianco di Ozzy Osbourne, Motley Crue, Lita Ford aveva sangue Apache.
Gli XIT operarono negli anni Settanta in New Mexico, incidendo un album dedicato alla vita dei Nativi americani, alle difficoltà e ai cambiamenti incontrati durante la conquista delle Americhe.
Antiche discendenze anche per il grande cantautore Willy DeVille (nei Pequot) che si esibì anche in costumi dedicati alle sue origini.
E infine il ricordo personale dell’attività dei “miei” Not Moving con i quali, negli insospettabili anni Ottanta, supportammo numerose iniziative per fare conoscere la pessima situazione dei nativi americani, per aiutare la precaria condizione dell’attivista Leonard Peltier, ingiustamente improgionato, collaborando in maniera stretta con il poeta Cheyenne Lance Henson che partecipò anche a un nostro disco.
Quella dei Nativi americani è una lotta continua per la sopravvivenza e il riconoscimento di diritti, ancora oggi negati e continuamente ostracizzati. Come urlava prima di ogni battaglia Cavallo Pazzo, della tribù Ogalala: “Hoka Hey!” ovvero “Avanti uomini, è un buon giorno per morire” (da cui deriva la parola più usata al mondo insieme al nostro “Ciao”: OK).
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Di cosa parliamo quando parliamo di musica
venerdì, maggio 05, 2023
Viv Albertine - Vestiti Musica Ragazzi
Arriva la traduzione in italiano del libro pubblicato nel 2014 da VIV ALBERTINE, ex chitarrista delle SLITS e tra le prime protagoniste della scena punk londinese.
"La musica che ascoltavo da adolescente era rivoluzionaria, Essendo cresciuta con canzoni che volevano cambiare il mondo, è quello che ancora mi aspetto che facciano".
Un'autobiografia spiazzante, che passa da un'adolescenza povera ma ricca di speranze ed esperienze (si ritrova ad Hyde Park a vedere gli Stones nel 1969, poi al cospetto di Bowie, Marc Bolan, Robert Fripp) per arrivare poco più che ventenne nel pieno della nascita del punk, coltivando strette amicizie con Sid Vicious e Johnny Rotten ma soprattutto una relazione burrascosa con Mick Jones dei Clash a cui resterà per sempre legata da un affettuoso rapporto (lui le dedicherà "Train in vain" su "London calling").
"Avevo sempre pensato che le circostanze della mia vita - povera, di Londra Nord, scuola pubblica, casa popolare, femmina - non mi avessero equipaggiata per il successo.
Mentre guardo i Sex Pistols, capisco che per la prima volta non ci sono barriere tra me e il gruppo...
E' fatta. Finalmente vedo non solo l'universo di cui ho sempre voluto far parte, ma anche il ponte da attraversare per arrivarci".
Con le Slits, gruppo di sole donne (un'eccezione anche ai tempi), coglie scampoli di successo e notorietà con una new wave/punk fortemente influenzata dal reggae.
Dopo lo scioglimento abbraccia la regia cinematografica e di video musicali, trovando una nuova dimensione artistica, ma poi la vita diventa aspra, dura, tragica, drammatica e le storie sempre più acide, a tratti insopportabili, tra una complicatissima maternità, malattie, problemi fisici estremi, cadute, dolore, disperazione.
Ritroverà la voglia di ripartire con la sua chitarra e voce, pubblicando l'ottimo e ruvido album solista "The vermillion border" nel 2012 (con la partecipazione di Jack Bruce, Tina Weymouth, Jah Wobble, Glen Matlock, Norman Watt Roy e tanti altri bassiti, uno diverso per brano.
Con la morte della madre nel 2014 abbandona definitivamente la carriera musicale.
Ottimo libro, ricco di spunti, considerazioni profonde, con uno sguardo disincantato sulla scena punk (con aneddoti divertenti e impietosi) e quella più genericamente musicale.
Viv Albertine
Vestiti Musica Ragazzi
Blackie Edizioni
480 pagine
euro 23.90
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Libri
giovedì, maggio 04, 2023
James McClean
L'amico MICHELE SAVINI, che vive da tempo a DUBLINO ci introduce a una serie di particolarità interessanti made in Irlanda, nella nuova rubrica The Auld Triangle: narrazioni dalla Repubblica d'Irlanda.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Tringle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Dio salvi JAMES McCLEAN
Oggi, per la serie di racconti che abbracciano l’isola di smeraldo, ci spostiamo nella citta di Derry (e non Londonderry come qualcuno insiste chiamarla) per parlare di calcio e in particolare della storia di James McClean.
James McClean è un calciatore Irlandese recentemente venuto alle cronache (incluso un articolo sulla nostrana Gazzetta dello Sport) per una notizia relativa alla figlia ,affetta da autismo, che lo ha portato a scoprire una leggera forma dello stesso disordine neuropsichico su se stesso, come recentemente raccontato in un post sui suoi social media. Ma James Joseph McClean, nato a Derry il 22 Aprile del 1989, era già noto alle cronache per altri motivi.
Cresciuto nel quartiere di Creggan, una delle aree di maggioranza cattolica della città e situata letteralmente ad un passo dal confine con la Repubblica, inizia la sua carriera nel Derry City, squadra con la quale debutta nella massima serie Irlandese, la League of Ireland nel 2008, prima di trasferirsi al Sunderland, in Premier League, dove veste anche le maglie di Wigan, West Bromwich, Stoke City e ancora Wigan, dove gioca tutt’ora.
Sul Derry City Football Club bisognerebbe fare una parentesi a parte, visto che è l’unica squadra Nordirlandese che partecipa al Campionato della Repubblica D’Irlanda, quindi riprendo questo dettagliatissimo articolo del 2020 di Alberto Galletti su questo stesso blog :
http://tonyface.blogspot.com/2020/07/derry-city.html
James rappresenta la nazionale giovanile nordirlandese in diverse occasioni, incluse 7 apparizioni con l’U21, fino a quando nel 2011, anche grazie alle sue notevoli prestazioni con la maglia del Sunderland, riceve la chiamata della nazionale maggiore.
McClean rifiuta la convocazione dicendo di preferire quella della Repubblica d'Irlanda. Convocazione che arriva l’anno seguente, a mano dell’ allora Commissario Tecnico dell’ Eire Giovanni Trapattoni ,che ha l’intenzione di portarselo agli Europei del 2012.
Quindi, il 9 febbraio 2012 riceve l'approvazione per rappresentare a livello di nazionale maggiore la Repubblica d’ Irlanda, scatenando l'ira dei protestanti nord-irlandesi che lo minacciarono di morte. Ma del resto, come dice lo stesso McClean, "Ogni buon cattolico starebbe mentendo se afferma di sentirsi a casa, vedendo tutte quelle Union Jack e ascoltando le canzoni ed i cori quando gioca la nazionale del Nord Irlanda".
E’ comprensibile come quando raccontato sopra sia già abbastanza per creare scontento tra i tuoi connazionali, ma come se non bastasse, il vero motivo per cui James McClean è conosciuto un po’ da tutti è il suo rifiuto al “Poppy”.
(Il murales dedicato a James Mc Clean, indossando la maglia della Repubblica D’ Irlanda, a Derry nel quartiere di Creggan dove è cresciuto).
Ogni anno, l’ 11 Novembre, durante le celebrazioni per il Remembrance Day ( Il giorno della Memoria), la Premier League chiede ai club di indossare una maglia speciale, con un Papavero Rosso al centro. Il famoso “Poppy” è un fiore artificiale, indossato per l’occasione, con l’intento di commemorare i soldati britannici morti in guerra. E qui nasce il problema per James …
Ogni anno, James McClean chiede al suo Club di vestire la classica casacca senza Poppy, per rispetto nei confronti del proprio paese.
Ogni anno, qualsiasi sia il Club per cui gioca o lo Stadio in cui scenda in campo, James McClean viene costantemente fischiato, insultato e minacciato per tutti i 90 minuti dal pubblico, inclusi i tifosi della propria squadra, che non capiscono ne condividono il suo gesto.
Nell’ultimo decennio ha ricevuto numerose minacce di morte rivolte a lui e alla sua famiglia e l’invito ad andarsene dal Regno Unito perché ” se vuoi vivere in questo paese, faresti meglio a fare quello che ti diciamo …”.
E’ stato addirittura costretto a lasciare il Sunderland nel 2013, allora allenato da Paolo Di Canio, per le innumerevoli minacce ricevute e la tensione creatasi tra lui e i proprio tifosi. E’ inoltre stato nominato dalla BBC nel 2015 come l'esempio principale di uno dei "Cinque motivi per cui le persone non indossano il Poppy." (James Mc Clean in azione in un Sunderland – Everton, in cui si nota chiaramente la mancanza del Poppy sulla sua maglia, nel giorno delle Memoria).
Ma se come James, vieni da Derry , uno dei principali teatri del conflitto Irlandese, tutto questo è il niente mischiato con il nulla e non serve certo a farti cambiare idea … Nel 2013, per “calmare la acque”, dichiara su Twitter che la sua canzone preferita dei The Wolfe Tones, una folk band irlandese con un ricco repertorio di “Rebel songs”, è The Broad Black Brimmer, brano associato all'utilizzo della forza da parte del Repubblicanesimo irlandese e nel 2015, prima di un'amichevole estiva negli Stati Uniti, che il suo West Bromwich gioca e vince (tra l’altro con un suo gol) contro il Charleston Battery, volta le spalle alla Union Jack durante l'inno nazionale, quel "God Save The Queen" che odia e non sente suo e da cui ha deciso di dissociarsi pubblicamente.
Viene ovviamente massacrato da tifosi, tabloid e addirittura dal suo allenatore Tony Pulis, che aveva caldeggiato il suo arrivo in estate, ed invitato a rinunciare al suo stipendio e ritornarsene in Irlanda del Nord, un piccolo progresso in ogni caso, se pensiamo alle buste con i proiettili ricevute a casa pochi anni prima …
(Spalle alla bandiera e bocca cucita sulle note di “God Save The Queen” per James McClean, durante l’amichevole tra Wigan e Charleston Battery ).
Qui di seguito la canzone “The Broad Black Brimmer” dei The Wolfe Tones :
https://www.youtube.com/watch?v=DT2qehgOnJE
Scena che si ripete lo scorso Settembre, quando per commemorare la scomparsa della Regina Elisabetta, in tutti i campi da calcio inglesi si osserva un minuto di silenzio. E anche qui non è difficile immaginare come sia andata …
(Minuto di commemorazione per la scomparse della Regina Elisabetta, durante Huddersfield - Wigan del 13 Settembre 2022)
Curioso è il fatto che , in Inghilterra e nei paesi del Commonwealth che commemorano il Giorno della Memoria, indossare il Poppy non è obbligatorio sotto nessun aspetto.
Secondo la Royal British Legion, l’organizzazione britannica di beneficenza che fornisce supporto finanziario e sociale ai veterani delle Forze Armate, infatti indossare il Poppy dovrebbe essere una questione di scelta personale e insistere sul fatto di indossarlo forzatamente sarebbe contrario a tutto ciò che esso rappresenta.
La stessa Royal British Legion ha offerto sostegno pubblico a James nella sua decisione di “aver esercitato il suo diritto di scegliere di non indossare un papavero”.
McClean afferma che la sua obiezione deriva dalla sua affinità con Derry e dal ruolo dell'esercito britannico durante i Troubles.
Sei degli uomini uccisi nel Bloody Sunday infatti, provenivano proprio dal suo quartiere nativo Creggan, una delle aree a maggioranza Cattolica della citta di Derry.
E se la “tua” Regina, mesi dopo l’incidente, ha decorato con la medaglia al valore dell’ Impero Britannico (OBE) il colonnello Wilford, a capo delle truppe britanniche in quel nefasto 30 Gennaio del 1972, è forse anche normale che questo sia interpretato dalle persone di Derry come una sorta di “ricompensa” e solidarietà nei suoi confronti da parte dell'establishment britannico.
Nel 2014, dopo un derby del Lancashire tra il Bolton e il suo Wigan, decide di scrivere una lettera aperta al suo attuale presidente Dave Whelan, per motivare il suo gesto. Ho deciso di riportare una traduzione accurata della lettera, perché penso che usare le sue parole sia il modo migliore per capire il suo gesto, indipendente dal fatto che uno lo condivida o meno.
“Caro Signor Whelan,
Volevo scriverle prima di parlare faccia a faccia dell’ argomento e spiegarle le ragioni per cui non ho indossato il “Poppy” sulla maglia per la partita contro il Bolton.
Ho totale rispetto per coloro che hanno combattuto e sono morti in entrambe le guerre mondiali, molti dei quali erano di origine irlandese. Mi è stato anche detto che suo nonno, Paddy Whelan, di Tipperary, era uno di loro.
Piango la loro morte come ogni altra persona decente e se il papavero fosse un simbolo solo per le anime perdute della prima e della seconda guerra mondiale ne indosserei uno.
Voglio chiarirlo al 100% e voglio che lei capisca questo.
Ma il papavero è usato per ricordare le vittime di altri conflitti dal 1945 ed è qui che inizia il problema per me.
Per le persone del nord dell'Irlanda come me, e in particolare quelle di Derry, teatro del massacro della Bloody Sunday del 1972, il papavero ha assunto un significato molto diverso. La prego di comprendere, signor Whelan, che quando lei viene da Creggan come me o da Bogside, Brandywell o dalla maggior parte dei posti a Derry, ogni persona vive ancora all'ombra di uno dei giorni più bui della storia d'Irlanda, anche se lei, proprio come me, è nato quasi 20 anni dopo l'evento.
È solo una parte di ciò che siamo, radicata in noi dalla nascita.
Signor Whelan, per me indossare un papavero sarebbe tanto un gesto di mancanza di rispetto per le persone innocenti che hanno perso la vita nei Troubles - e nel Bloody Sunday in particolare – nello stesso modo in cui in passato sono stato accusato di mancare di rispetto alle vittime della prima e della seconda guerra mondiale .Sarebbe visto come un atto di mancanza di rispetto verso quelle persone, verso la mia gente.
Non sono un guerrafondaio, o anti-britannico, o un terrorista o nessuna delle accuse che mi sono state rivolte in passato.
Sono un ragazzo pacifico, credo che tutti dovrebbero vivere fianco a fianco, qualunque siano le loro convinzioni religiose o politiche che rispetto e chiedo alle persone di rispettare le mie in cambio.
Dallo scorso anno sono padre e voglio che mia figlia cresca in un mondo sereno, come ogni genitore.
Sono molto orgoglioso delle mie origini e non riesco proprio a fare qualcosa che credo sia sbagliato.
Nella vita, se sei un uomo dovresti difendere ciò in cui credi.
So che potrebbe non essere d'accordo con i miei sentimenti, ma spero vivamente che lei capisca le mie ragioni.
Come proprietario del club per cui sono orgoglioso di giocare, credo di doverle questa spiegazione sia a lei che ai tifosi del club.
Cordiali saluti,
James McClean
E la Repubblica d’ Irlanda?
Che ne pensa di James McClean?
Inutile dire che lo amano perché rappresenta quello che molti pensano riguardo all’ insensata divisone dell’ isola in due parti, avvenuta ormai più di un secolo fa. Perché, per la maggior parte degli Irlandesi, non esiste né nord né sud, ma semplicemente l’ Irlanda.
Storica e con quel tocco di volgarità che contraddistingue i cori da stadio, l’ accoglienza che i tifosi dell‘ Eire gli dedicano ogni volta che veste la maglia dei “Boys in Green”, di cui tralascio la superflua traduzione :
“He turned his back against the flag McClean, McClean!
He called the Queen a dirty slag McClean, McClean!
He hates the Poppy, He hates the Brits!
He hates the North their fucking shit!
James McClean hates the fucking Queen!
He wouldn't sing God save the Queen McClean, McClean!
He told the North go fuck yourself McClean, McClean!
And now he plays for the boys in Green!
And now he sings Amhrán na bhFiann!
James McClean hates the fucking Queen! “
Perché, ad un riverente “God Save the Queen” preferiamo sempre e comunque un onesto ed orgoglioso “God Save James McClean “.
mercoledì, maggio 03, 2023
Il primo concerto dei Ramones
Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
Il 30 Marzo del 1974 i Ramones tennero il loro primo concerto al Performance Studio (23 East 20th Street) in Manhattan.
La formazione era composta da Joey Ramone alla batteria, Johnny Ramone alla chitarra e Dee Dee Ramone al basso e voce.
L'evento era un party per Philippe Marcade dei Senders.
Tommy Ramone si uní alla band subito dopo quell'evento e dopo quattro mesi debuttarono al CBGB's il 16 Agosto 1974.
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Tales from New York
martedì, maggio 02, 2023
Fischia il vento
Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione del 25 aprile.
Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Per legge, non per opinione.
Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.
Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.
Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.
“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.
In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.
Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”
Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”
La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.
Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.
Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.
Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.
E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.
Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Per legge, non per opinione.
Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.
Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.
Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.
“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.
In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.
Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”
Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”
La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.
Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.
Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.
Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.
E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.
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