martedì, maggio 02, 2023

Fischia il vento

Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione del 25 aprile.

Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.

Per legge, non per opinione.

Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.

Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.

Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.

“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.

In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.

Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”

Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”


La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.

Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.

Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.

Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.

E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.

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