martedì, marzo 16, 2021

Giovanni Gastel



Se ne é da poco andato GIOVANNI GASTEL, fotografo milanese, uno dei più grandi italiani, protagonista di "immagini lontane dalla volgarità, di grande eleganza, la donna non è oggetto ma espressione di estrema femminilità intima, delicata, che non ammicca ma seduce". (Marco Maraviglia)

Nato nel dicembre ’55, di stirpe nobile, nipote di Luchino Visconti, ha lavorato a campagne per Missoni, Trussardi, Versace, Dior.
Scoperta la passione per i ritratti ha immortalato personaggi famosi come Monica Bellucci e Obama e una lunga serie di star della musica italiana, da Vasco a Pino Daniele, fino a Litfiba e Subsonica.

lunedì, marzo 15, 2021

Il vinile nel 2021



Riprendo l'articolo che ho firmato ieri per il quotidiano "Libertà".

Abbiamo assistito nei tempi recenti a una (sostanzialmente fantomatica) rinascita del vinile.
Certo i dati parlano chiaro.
A fine dell'anno trascorso i vinili hanno superato in termini di vendite quelle dei CD.
La stampa e i fruitori più attempati si sono prodigati in elogi al vecchio e tanto amato supporto, sono uscite fior di analisi su quanto il suono ”caldo” del vinile abbia un fascino inimitabile e sia qualitativamente superiore all'algido e digitale CD.

Negli abituali resoconti di vendita della FIMI (la federazione italiana dell'industria discografica), il vinile ha ritrovato una sua apposita classifica.
Fioccano le ristampe e sono molti gli artisti che affiancano alla nuova uscita in digitale un'edizione limitata nel buon vecchio formato.
Tutto bene dunque per noi vecchi appassionati?
O é solo un millantato credito?
Partiamo intanto da un dato abbastanza illuminante:
i supporti fisici (vinile e CD messi insieme) rappresentano solo il 7% delle vendite totali, ormai ad appannaggio esclusivo dello streaming.

Di conseguenza é evidente quanto sia limitato ed effimero l'impatto commerciale.
Ma l'aspetto rilevante riguarda un altro particolare.
Ovvero, chi acquista e fruisce dei tanto agognati vinili?
Ad esempio in Italia (ma anche in altre parti del mondo) possiamo constatare che ai vertici c'é costantemente il celeberrimo “Dark side of the moon” dei Pink Floyd.
Accompagnato da altri album della stessa band, da “Abbey Road” dei Beatles e “Nevermind” dei Nirvana.
Album vendutissimi da sempre e di conseguenza sicuramente non ad appannaggio dei fan che già da tempo hanno in casa la loro copia.
Altrettanto difficile che i più giovani, per i quali l'ascolto della musica passa quasi esclusivamente attraverso lo smartphone o il computer, si prendano la briga di andare ad acquistare un vinile.

Per ascoltarlo dove? vQuanti giovani possiedono un giradischi?
Ma soprattutto, in quanti sono capaci di usarlo?
Stiamo ovviamente generalizzando ma la considerazione non é così campata per aria, vi assicuro (esperienza personale diretta con figlio ultraventenne e sue varie compagnie di amici).
E dunque?
Il vinile é semplicemente diventato un oggetto d'arredamento, una decorazione.
Giusto per fare un nome, all'Ikea sono in vendita cornici appositamente pensate per essere appese con all'interno un vinile.
E cosa c'é di più iconico, conosciuto, raffinato, ammantato di un certo fascino a metà tra il culturale e il “rivoluzionario/vintage” di certe copertine dei Pink Floyd (il triangolo con raggio arcobaleno su sfondo nero di “Dark side of the moon”, il solenne muro bianco di “The wall”, il maiale volante sulla centrale elettrica di Battersea di “Animals”) o quella dei quattro Beatles che passeggiano in fila sulle strisce pedonali di Abbey Road, fino al bambino che, appena nato, rincorre già sotto l'acqua di una piscina azzurra un dollaro appeso a un amo di “Nevermind” dei Nirvana?

In questo senso, sempre rimanendo alle considerazioni sui più giovani di cui sopra, é abbastanza sintomatico notare il primo posto tra i vinili più venduti di nomi come i trapper Sferaebbasta e Capo Plaza.
Davvero un sedicenne ha acquistato i vinili dei suoi idoli per metterli su un piatto del giradischi?
O forse é perché quello di Sferaebbasta era in edizione speciale limitata di colore blu con tanto di mascherina antiCovid allegata con il logo del disco stampato sopra?
Anche quello di Capo Plaza é colorato ma contiene invece una lettera del cantante autografata.

E' sostanzialmente un gadget da appendere in camera o sistemare su uno scaffale come oggetto d'arredamento.

Non a caso alcune ditte specializzate vendono mobiletti (peraltro costosissismi per quanto molto eleganti e cool) porta vinili, in stile vintage anni 60/70, che ne contengono al massimo una ventina.
Davanti puoi mettere quelli iconici già citati, dietro puoi porre quello che vuoi, magari trovato per pochi spiccioli in qualsiasi mercatino dell'usato.

C'é poi il fenomeno dei vinili venduti in edicola, a prezzo morigerato (intorno, di solito, ai 10 euro) ma che hanno almeno un paio di controindicazioni.
Spesso, é la protesta più diffusa, essendo concepito, anche in questo caso, come semplice oggetto e non come reale mezzo di ascolto, la qualità del vinile non é delle migliori.
Gli edicolanti non sono negozianti di dischi e pertanto, talvolta, non hanno la stessa cura nel trattare un articolo comunque delicato.
Non é raro vederli esposti al sole (che, come é noto, scioglie il vinile, creando la classica ondulazione che, come ben sanno i possessori di album, rende l'ascolto impossibile) o alle intemperie.

L'evidenza é che il vinile é diventato semplicemente, come mille altri oggetti che hanno accompagnato l'uomo nella sua evoluzione, un mezzo obsoleto, destinato, nel giro di poco tempo, ad essere dimenticato, parallelemente alla scomparsa biologica dei suoi possessori (in quanti, ad esempio, ascoltano ancora i 78 giri che si usavano negli anni 30 e 40?).

Il patrimonio discografico é stato ormai integralmente trasferito su digitale e in qualche modo preservato per sempre. Resta ancora insoluto il dubbio, puntualmente sollevato dai detrattori del digitale e tema di aspre battaglie, se il suono del vinile sia migliore o meno degli altri supporti.

E' inevitabilmente diverso.
Innanzitutto per tutti quei dischi incisi nell'era pre digitale. La tecnologica di registrazione dei tempi era finalizzata al passaggio e all'ascolto attraverso il supporto del vinile. Quando questo materiale é stato trasferito in digitale ha subito una sorta di snaturamento.
E ovviamente suona in un altro modo.
E' vero di conseguenza anche il processo inverso. Registrare con strumentazioni digitali e poi passare tutto su vinile non avrà mai il suono di quelli incisi con le strumentazioni dei tempi passati. Non trascurando il fatto che l'ascolto del vinile deve per forza avvenire attraverso un impianto ad alta fedeltà mentre il digitale é prevalentemente fruito con apparecchi la cui qualità é lontanissima da qualsivoglia forma di bontà audio.
E che é un ascolto, ma qui entriamo in un aspetto ancora più “romantico” e decisamente in conflitto con le modalità “urgenti” del nostro attuale quotidiano, che necessita di attenzione e pazienza.
Come diceva più o meno Gil Scott Heron, bluesman, attivista, “inventore” del rap:
“Un LP in vinile é un investimento, fallo fruttare. Vai a casa, spegni ogni cosa che faccia rumore (anche se é un lui o una lei). Mettiti comodo e ascolta il tuo disco. E poi ascoltalo di nuovo. Decidi se ti va di condividere il tuo investimento con qualcuno. Divertiti”.

Un'ultima particolarità, certamente non secondaria, anzi. E che meriterebbe un capitolo a parte.
Il vinile é sempre stato un'opera “totale” che accorpa musica e grafica.
Le copertine sono spesso vere e proprie opere d'arte, inscindibili artisticamente dalla musica contenuta. Aspetto che prima il CD ha svilito, nel rimpicciolimento del formato e nella confezione di plastica anonima e fredda, se confrontata con il cartone che avvolgeva (in varie consistenze) il disco.
E che ora il formato digitale ha semplicemente annullato. Lascio la parola a un genio della musica, che (ovviamente!) meglio di me ha saputo riassumere i concetti sopra espressi in poche battute.

Brian Eno, musicista con i Roxy Music, da solo e poi a fianco di David Bowie, Robert Fripp, U2, Talking Heads, tra i tanti:
"Penso che i dischi siano stati solo una specie di bolla nel tempo e quelli che ci hanno vissuto per un certo periodo sono stati fortunati.
Non vi è alcuna ragione per cui qualcuno dovrebbe aver fatto così tanti soldi dalla vendita di dischi, tranne che tutto ciò era giusto per questo periodo di tempo.
Ho sempre saputo che sarebbe finita prima o poi. Non poteva durare, e ora è finita. Non mi interessa particolarmente di come stanno andando le cose.
L'era dei dischi è stato solo un blip. E 'stato un po' come se tu avessi una fonte di grasso di balena nel 1840 da utilizzare come combustibile.
Prima dell'avvento del gas, se eri un negoziante di grasso di balena, eri l'uomo più ricco sulla Terra.
Poi il gas è arrivato e e il grasso di balena non valeva più nulla.
Sorry mate - la storia va avantti. La musica registrata è come il grasso di balena. Alla fine, qualcosa di diverso lo sostituirà. "

sabato, marzo 13, 2021

Raoul Casadei e Ray Charles


In ricordo di Raoul Casadei scomparso oggi a causa del Covid, riprendo un episodio curioso della sua carriera.

Tra i tanti concerti italiani di Ray Charles, nel 1978 incappò addirittura nella Cà Del Liscio di Raoul Casadei che nel suo libro "Bastava un grillo (per farci sognare)" ricorda in modo come sempre simpatico e spontaneo quell'inusuale incontro:
"Ero abituato a stare in mezzo a gente importante.
Ray Charles però...Era un grande, un mito! Anche se non conoscevo l'inglese sapevo che le parole delle sue canzoni erano all'altezza della sua musica. Era colui che aveva portato al successo una canzone come "Georgia on my mind" a cui ero molto legato.
Con le dovute proporzioni mi ricordava la storia di "Romagna Mia".
Se la prima era l'inno ufficiale dello stato americano, l'altra lo era della mia terra, la Romagna.
"In qualche modo - pensai - c'é qualcosa che ci accomuna".

Poi però mi resi conto che mi stavo paragonando a Ray Charles.

Porca miseria, é la volta che ho definitivamente perso il contatto con la realtà e mi sono gonfiato a dismisura?
Che sono diventato un "pataca"?
Quando infine Ray entrò nella stanza il cuore mi saltò in gola.
Ci sedemmo, io, lui e il manager che faceva da interprete.
Chiacchierammo del più e del meno, restando in superficie. Non so per quanto tempo parlammo".

Qui invece un articolo sul LISCIO e il suo significato:
http://tonyface.blogspot.com/2020/11/il-liscio.html

venerdì, marzo 12, 2021

Federico Piva - Prima persona singolare



Divertente e frizzante, godibile e leggero, un libro che corre veloce attraverso dodici episodi singolari nella vita di alcuni musicisti e sportivi, di fronte alle loro personali "sliding doors" che ne hanno cambiato improvvisamente la vita, raccontate in "prima persona singolare".

Dalla breve e nefasta avventura di Jimmy Nicol con i Beatles all'esordio in A di Buffon, alla Danimarca campione d'Eropa nel 1992 a Sixto Rodriguez.
Aria fresca, lettura piacevolissima.

Federico Piva
Prima persona singolare
8 euro
Amazon

giovedì, marzo 11, 2021

Stefano Gilardino - Shock antistatico



Stefano Gilardino, come sempre, compie un certosino lavoro di ricerca, sulle tracce dell'ampio concetto di "post punk" nell'Italia del 1979/1985.

Band, esperienze, testimonianze, dischi, progetti come il celebre "Great Complotto" di Pordenone o le scene centrali bolognese e fiorentina.

Esaustivo, ben fatto, ennesimo tassello a completare il quadro su quegli anni importanti (soprattutto per chi li ha vissuti).
Si parla di Gaznevada, Rats, Diaframma, Detonazione, Pankow, Krisma, Denovo, Dirty Actions, Great Complotto, Underground Life etc.

Dice Fred Ventura degli State of Art:
"C'era un buon fermento in quel periodo, anche se spesso ognuno di noi suonava in due o tre gruppi differenti dando l'impressione che ci fosse molta più gente attiva di quanta ce n'era effettivamente".

Un aspetto, a parer mio, molto importante che si affianca alla visione di un mondo apparentemente molto attivo, intenso e prolifico ma che, personalmente, ricordo molto limitato e circoscritto a un numero esiguo di appassionati.

Stefano Gilardino
Shock antistatico
Goodefellas Edizioni
18 euro

mercoledì, marzo 10, 2021

Jacques Henri Lartigue



Nato in una ricca famiglia parigina incomincia a fotografare da piccolo, nel 1902, grazie a una macchina regalatagli dal padre.
I suoi sono ritratti di ciò che lo circonda in quello che lui ha sempre cercato di immortalare: la gioia e la felicità.
Sperimenta e innova (doppie esposizioni, foto panoramiche, prime autocromie,il movimento come soggetto), per divertimento e passione.

Nel 1963 ha la sua prima mostra personale al MoMa di New York e la rivista Life gli dedica 10 pagine del numero di novembre, lo stesso in cui si parla dell’omicidio del Presidente Kennedy e fruttandogli indirettamente moltissima pubblicità.
Diventa conosciuto e famoso, collabora con Avendon, pubblica libri, vengono organizzate vrie mostre in Europa e America.

Le sue fotografie ritraggono tentativi di volo, salti, corse di auto, volti di amici e parenti, donne eleganti, momenti felici e ludici.

Fin da bambino, sento di avere una specie di malattia: tutte le cose che mi stupiscono si dissolvono senza che io riesca a conservarle abbastanza.
(J.H. Lartigue)

martedì, marzo 09, 2021

Danny Torrance / Danny Edward Lloyd



Nel 1977 Danny Edward Lloyd aveva cinque anni e viveva a Pekin, Illinois.
Suo padre sentì alla radio che cercavano un bambino per un film.
Mandò una foto:
"Cercavo di attirare sempre l’attenzione quando ero a casa e mio padre pensò che avrei potuto fare l’attore.
Ma nessuno credeva davvero mi avrebbero chiamato"
.

Fu invece preso e interpretò DANNY TORRANCE in "Shining" di Stanley Kubrick che fu colpito dalla sua capacità di mantenere la concentrazione e di rimanere serio anche per lunghi periodi.

Per non turbarlo gli dissero che avrebbe interpretato il figlio di una coppia che vive in un hotel, senza svelargli le componenti horror del film.
Nonostante il grande successo di "Shining" non proseguì la carriera di attore, a parte un'apparizione, nel 1982, nel telefilm "Will: G. Gordon Liddy" e un contributo a Making The Shining del 1980 della figlia di Kubrick, Vivian.

Si é dedicato all'insegnamento di biologia in una scuola di Elizabethtown nel Kentucky e successivamente di scienze in una scuola del Missouri.
E' sposato, ha 50 anni e quattro figli.

«Kubrick e Jack Nicholson furono sempre molto gentili sul set e il regista sempre molto attento nel proteggermi e per anni ci mandò anche a casa gli auguri di Natale».

lunedì, marzo 08, 2021

8 marzo



In occasione dell'8 marzo riprendo l'articolo che ho firmato per LIBERTA' ieri.

Sembra quasi una contabilità irrilevante, tanto é sempre monotamente, tragicamente, spaventosamente uguale.
Ogni tre giorni una donna viene uccisa in Italia.
112 vittime nel 2020, già 13 nel nuovo anno, il 90% vittime di violenza domestica, spesso ripetutamente denunciata e ignorata dalle autorità, dai vicini, dalla famiglia.

Violenza socialmente trasversale, non ci sono ricchi o poveri, giovani o vecchi, non c'é una cerchia più o meno colpita.
L'educazione e l'emancipazione hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, il ruolo della donna ha assunto un posto sempre più rilevante ma siamo ancora lontanissimi da una reale equità sociale (vedi il nostro Parlamento dove dal dopoguerra le donne hanno costantemente rappresentato non più di un terzo dei deputati).
Né la piaga della violenza sembra avere una curva al ribasso.

In occasione dell'8 marzo proviamo a dirlo in musica, grazie all'impegno di tante artiste e artisti che hanno saputo attraverso canzoni memorabili raccontare cosa significhi rispettare le donne, eliminare i volgari pregiudizi, quelle amare radici del sessismo che rimangono ben salde nel terreno culturale di ogni popolo.
Non si tratta di canzoni “leggere” ma di note amare, tristi o rabbiose.
La storia della musica pop e rock ne é piena e la scelta difficile e poco esaustiva ma può essere una colona sonora adatta a una maggiore presa di coscienza e consapevolezza che il problema non é risolto, che per quanto ci crediamo moderni, per quanto “proviamo pure a crederci assolti, siamo lo stesso coinvolti” per citare De André.
E non aiuta di certo l'accesso illimitato che i nostri figli più giovani e senza ancora filtri culturali, hanno a internet e a una potenziale visione a forme di sesso estremo che “forma” una sessualità distorta, malsana, non equilibrata e lontana dal concetto di rispetto.
Ma é un discorso ancora più complesso.

Limitiamoci alle canzoni.

Incominciamo da un uomo, quel John Lennon che ha avuto a fianco una delle donne più bistrattate, insultate e disprezzate di sempre, Yoko Ono.
Geniale artista che ha avuto il torto di condividere con il suo compagno un percorso fatto di arte, musica, amore, impegno.
E di non essere sufficientemente avvenente per potere affiancare uno dei geni della musica mondiale.
E' stato perfino coniato un termine, “Yoko Ono complex”, usato per indicare che qualsiasi donna con una relazione con un uomo più famoso di lei, finirà inevitabilmente per distruggerlo.
Yoko ha dovuto (e continua tuttora) subire accuse e insulti di ogni tipo.
John e Yoko firmarono nel 1972 un provocatorio brano intitolato “Woman is the nigger of the world”, inserito nel duro e politico “Somewhere in New York City”, spesso molto criticato, in cui John paragonava la condizione della donna a quella degli schiavi neri, spregiativamente definiti con il termine “nigger”.
Il brano venne censurato ma fu l'occasione per John di confessare, nella sua sempre spiazzante sincerità, di essersi solo recentemente liberato da un suo connaturato maschilismo.

Nel 1967 Aretha Franklin reincise un brano di Otis Redding, “Respect”, portandolo al successo e facendolo diventare colonna sonora sia per i diritti dei neri americani ma anche un urlo al rispetto per le donne: “Tutto quello che ti chiedo é solo di aver un po' di rispetto per me, quando torni a casa”.

La stessa Aretha si é ripetuta, accompagnata da Annie Lennox e Dave Stewart (compositori di musica e testo) degli Eurythmics con “Sisters are didn't for themselves” nel 1985 con un testo esplicitamente femminista:
“C'era un tempo in cui si diceva che dietro ogni grande uomo ci fosse una grande donna / Ma in questi tempi di cambiamenti si sa che non è più così / E quindi stiamo uscendo dalla cucina Perché c'è qualcosa che abbiamo dimenticato di dirti / Le sorelle se la cavano da sole / Camminando sulle proprie gambe / E trovando stimoli in sé stesse/ Questa è una canzone per celebrare la liberazione consapevole della condizione femminile”.

Il punk e il mondo ad esso affine é stato uno dei motori di una nuova visibilità della donna in ambito artistico.
Tantissimi gruppi furono guidati da giovani ragazze, senza inibizioni, felici di mostrarsi per quello che erano, da Blondie e Chrissie Hynde dei Pretenders a Gaye Advert e Siouxsie, Polystirene, Pauline Black.
Soprattutto veicolarono messaggi crudi ed espliciti senza troppi filtri e metafore.
Ad esempio il terribile brano degli Special AKA, filiazione della band ska degli Specials, cantato da Rhoda Dakar, anche lei in arrivo dalla stessa scena (la band tutta femminile delle Bodysnatchers), “The boiler”, che racconta di una ragazza che subisce uno stupro, molto realistico nelle urla finali.

La stessa tematica affrontata dalla cantautrice Tori Amos in “Me and gun”, nel 1992 in cui canta, solo voce, di una violenza subita dopo un concerto quando aveva 21 anni.
Raggelante.
Le Slits, tra le prime band della scena punk inglese, composta da solo ragazze, dal nome programmatico (fessure, metafora abbastanza chiara per indicare l'organo femminile), ritrassero nel primo album “Cut” una tagliente immagine di come si voleva la “tipica ragazza”.
“Typical girls” descrive tutti gli stereotipi di come deve essere una giovane per essere accettabile dalla società.
Concludendo: “Chi ha inventato le ragazze tipiche? Chi tira fuori i nuovi modelli consolidati? /E c’è un nuovo stratagemma pubblicitario: la ragazza tipica ha il ragazzo tipico”.

Mia Martini, favolosa, sfortunata, interprete, che provò sulla sua pelle varie forme di violenza, da quelle fisiche a quelle morali, cantò alla fine degli anni 80 una stupenda canzone scritta da Enzo Gragnaniello il cui incipit é già ben esplicativo: “Donne piccole come stelle c’è qualcuno le vuole belle / donna solo per qualche giorno poi ti trattano come un porno / Donna come l’acqua di mare chi si bagna vuole anche il sole chi la vuole per una notte c’è chi invece la prende a botte.”

Anche Carmen Consoli ha spesso dedicato sue canzoni all'annoso tema della discriminazione ma é in “La signora del quinto piano”, brano dall'impronta quasi grunge, che affronta di petto il tema del femminicidio:
“La signora del quinto piano / Fu ritrovata murata nel bagno / Quella lettera di un anno prima / La prova schiacciante lasciata in questura / Descriveva con precisione il rituale di sepoltura / Ma non vi era alcuna ragione di avere paura.

Facile, per le menti più libere, essere d'accordo con le rivendicazioni di equità, diritti e libertà da parte delle donne, più complesso affrontare tematiche meno chiare e limpide, in particolare per noi occidentali.
La rapper americana di origine araba, Mona Haydar, mussulmana, in “Wrap my hijab”, rivendica la libertà di indossare il velo, lo hijab, considerato nella nostra cultura un'imposizione religiosa, una mancanza di libertà. Paradossalmente la libertà di scegliere di indossarlo assume contorni di impronta femminista, di autodeterminazione e di abbattimento di stereotipi e pregiudizi, in questo caso tutti nostri.

Saltando indietro di cento anni, negli anni 20 ci fu uno stuolo di donne dedite al blues più oscuro e ruvido che infarcirono i loro testi di rivendicazioni, spesso volgari e provocatorie, sulla loro sessualità, in tempi in cui la donna era poco più di un'emanazione del proprio uomo.
In particolare Ma Rainey andò oltre, esplicitando il suo essere bisessuale e non fare differenza tra avere rapporti con uomini e donne.
Argomenti inauditi e per i quali subì persecuzioni giudiziarie, boicottaggi e non solo.
I Clash dedicarono “Janie Jones”, soprannome di Marion Mitchell, a quella ragazza libera, amante del rock, cantante, attrice, coinvolta in uno scandalo sessuale ma che gestiva il suo corpo come meglio credeva e reputava giusto.

Abbiamo incominciato questa breve carrellata con John Lennon, la chiudiamo con Paul McCartney e con uno dei brani più belli nella storia della musica pop rock di sempre, “Let it be”, canto del cigno dei Beatles che inizia con:
“Quando mi trovo in momenti difficili / Madre Maria viene da me, dicendomi con saggezza, lascia che sia.” Il riferimento é a sua madre Mary che perse a 14 anni e che dopo tanti anni gli apparve in sogno, confortandolo in un periodo molto buio e confuso della sua vita.
La donna che ha la facoltà di scegliere se diventare madre o rifiutarlo.
La madre che quando se ne va per sempre, manca.
Ogni giorno, per sempre.
Sia un felice, orgoglioso e dignitoso 8 marzo tutto l'anno per le donne.
E il mondo sarà più bello.

sabato, marzo 06, 2021

Intervista ai Faz Waltz



Faz Waltz e la nuova scena Glam Rock italiana.
(Intervista a cura di FRANCESCO FICCO).

I Faz Waltz sono una band italiana dedita a sonorità glam rock’n’roll e provengono da Cantù.
Ormai sono in giro da 15 anni, ma in Italia ancora poco conosciuti, almeno non come i Giuda, considerati gli alfieri del genere... ma non per questo meno originali, anzi.
Chiediamo proprio a Faz (Fabrizio Larocca) il motivo di ciò, e perché hanno suonato in Germania e USA dove di sicuro sono più apprezzati e famosi che da noi!
Infatti finora hanno pubblicato, attraverso varie etichette (USA, Canada, Italia, Germania), ben 7 album e diversi singli/ep.
Io stesso, che amo questo genere, ho saputo della loro esistenza quasi per caso! Grazie a Rob di Hellnation.
Ma lasciamo la parola a Faz, vero motore portante della band, che scrive tutti i brani, canta e suona la chitarra, cura la grafica dei dischi, insieme a Diego Angelini al basso e Marco Galimberti alla batteria.

   Faz Waltz sono una delle migliori realtà italiane di R&R… com’è possibile che dopo 7 album e concerti in  giro per il mondo… da noi siete ancora poco conosciuti ?
Ah non chiederlo a me, ho smesso di farmi certe domande tempo fa, ma siamo ancora qui. Scrivere, produrre e suonare dal vivo per me è un esigenza. (Giustamente….! ndr)

    Quali sono oltre a Faz Waltz e Giuda le band che oggi ripropongono un sound come il vostro che sembrava relegato esclusivamente al passato?
In realtà non moltissime, fra le altre mi vengono in mente Hammered Satin e Gyasi ad esempio.

Perché il nome Faz Waltz?
 Da Mephisto Waltz, un opera per pianoforte di  Franz Liszt, da cui prese il nome un horror movie del 1971. Ho messo il mio nome al suo posto, mi piaceva come suonava.

 Progetti futuri? (Domanda del cazzo, visto il momento storico, ma obbligatoria…)
Tornare in studio per il nuovo album, di cui ormai ho scritto quasi tutti brani e li abbiamo provati diverse volte, lockdown permettendo.
Poi ovviamente di tornare a suonare dal vivo, che ci manca moltissimo. Se ci pensi Rebel Kicks è uscito a Maggio 2020 durante la pandemia, siamo riusciti a fare solo un concerto ad Ottobre e poi hanno bloccato di nuovo tutto.

Nelle vostre canzoni si sente anche molto altro come Kiss, Cheap Trick, AC/DC…
Durante 14 anni di attività ed 7 album, nella scrittura ho attinto ciclicamente a diverse delle mie influenze musicali, Rock'N'Roll, Pop, Glam, Beat, Punk ... ma difficilmente sentirai mai Rap o Elettronica nei nostri dischi, non sono mai stato affascinato da questi mondi.

 In quale band hai militato prima di Faz Waltz?
Ho suonato per diverso tempo in un paio di Punk Rock bands, che sicuramente mi hanno formato parecchio per la dimensione live.

Come state reagendo alla reclusione da covid19?
   Si cerca di stare attenti, non abbiamo provato per 3 mesi recentemente, abbiamo ricominciato da poco, ma credo che ci sia il rischio di non poterlo fare di nuovo a breve.
Nel frattempo ho scritto nuova musica, dipinto ecc., c'è anche chi come Marco ha dovuto affrontare il virus... ma fortunatamente non in maniera pesante.

  Qual è il futuro del rock’n’roll? 
Chi lo sa? Ma ci sono buone possibilità che una volta che questo incubo sarà finito la musica dal vivo suonata con gli strumenti potrà tornare in primo piano, così il Rock'N'Roll. Di sicuro noi saremo qui a provarci.

Messaggio per i fans.
Messaggio per tutti: State attenti, teniamo duro! Tornare ad uscire, suonare, vedere concerti, dipende soprattutto da noi.
Non vediamo l'ora di riabbracciarvi tutti sudati  alla fine del live!

Faz Waltz (Glam Rock)
http://www.fazwaltz.com

Discografia:
Faz Waltz (EP, 2008, Sliptrick Rds)
Faz Waltz (LP, 2010, Tre Accordi Rds)
Life on the Moon (LP, 2012, Rocketman Rds)
Back on Mondo (LP, 2013, Piovra Rds/White Zoo Rds)
Move over (LP, 2014, White Zoo Rds/Surfin KI Rds/Contra Rds)
Callin’ Loud (LP, 2016, Contra Rds)
Double Decker (LP, 2018, Contra Rds)
Rebel Kicks (LP, 2020, Contra Rds/Spaghetti Town Rds)

venerdì, marzo 05, 2021

Brian Griffin



Dall'alto in basso:
Joe Jackson - Iggy Pop - Echo & the Bunnymen - Specials - Ultravox - Psychedelic Furs - Siouxsie - George Martin - John Peel - Depeche Mode - Elvis Costello - Brian May - Billy Idol.

BRIAN GRIFFIN é un fotografo inglese, tuttora in attività, nominato "photographer of the decade" dal Guardian nel 1989.

Ha lavorato per Esquire, Rolling Stone, Radio Times, Sunday Times, Sunday Telegraph, The Observer ma anche per la Stiff Records e con molti artisti, da Iggy Pop a Joe Jackson (suo lo scatto del primo album "Look sharp" che Joe ha sempre detto di odiare), REM, Depeche Mode, Siouxsie, Elvis Costello, Ultravox, Echo & the Bunnymen, Billy Idol, Psychedelic Furs, Specials.

giovedì, marzo 04, 2021

Mods & Skinheads 1969





L'8 febbraio 1969 il critico musicale Chris Welch scriveva un articolo piuttosto violento su Melody Maker, in cui stigmatizzava i Mod, stupidi e violenti, in confronto ai buoni Hippies.
In realtà descrivendo la nuova scena Skinhead, da poco apparsa mediaticamente.
Welch ha pubblicato una quarantina di libri sul rock e ai tempi aveva 28 anni.


Cos'è un Mod?
Un Mod non ha radici, tradizioni o cultura, a differenza dell' altra principale tribù che vive nella giungla della società adolescenziale britannica: i Rockers.
I mod non sono interessati a preservare idoli adoranti del rock n roll o cavalcare, curare, nutrire e amare motociclette.
I mod sono apatici al punto della totale ignoranza verso il rock n roll.

Non idolatrano nessuno e se vogliono viaggiare ovunque vanno in autobus, scooter o con vecchi modelli di Ford Zephir.
È curioso che ogni volta che un giudice, un poliziotto, uno scrittore, un preside o un altro pilastro della nostra sconcertata sconcertata voglia lanciare allarmi nel tentativo di tenere a bada la gioventù ribollente, spaventosa e misteriosa, cominci intenzionalmente a borbottare in modo inoerente sugli zoticoni dai capelli lunghi/vagabondi/delinquenti/hippies/studenti.

Eppure chiunque debba avventurarsi per le strade al di fuori della cassaforte di una Rolls Royce saprà istintivamente di non avere nulla da temere dal giovane dai capelli lunghi, che vuole semplicemente esaltarsi in pace con la sua band preferita e la sua ragazza.
La vista di teste rasate e il suono di pesanti boots che entrano nel bar Wimpy a mezzanotte o nella sala da ballo è la vera causa di una sensazione di buco alla bocca dello stomaco.
Le risate maniacali e prive di senso dell'umorismo, gli occhi neri e fissi, in cerca di una vittima, dovrebbero preoccupare i nostri Lord Protettori più dell'innocuo hippy o grezzo rocker.
Ma Fleet Street, House Commons e Low Courts sono consapevoli solo delle attività dei membri colti ed eloquenti della società adolescenziale.

Le cupe orde grigie dei Mod sono fuori dalla loro coscienza, nonostante le nubi di guerra che incombono nel sud e nell'est di Londra.
Non tutti i Mod sono necessariamente violenti, ma l'uniforme offre a molti giovani l'opportunità di incanalare la loro aggressività e frustrazione e ottenere quell'identità personale sempre sfuggente.
Devi essere un liceale di scuola di grammatica e avere la capacità di leggere il dorso di carta pesante di un libro per essere un hippy.
Hai solo bisogno di un paio di grandi scarponi per essere un Mod.

In quale altro modo si riconoscono questi Mod, lamentano i giudici seriamente preoccupati e gli scrittori leader.
L'uniforme immediatamente riconoscibile del Mod è jeans sbiancati con bretelle rosse e scarponi rossi pesanti con puntali in acciaio.
Altri Mod-wear includono denim verde giungla o velluto a coste marrone Levi.
Il mod con lo scooter indossa un parka con la scritta Dave Dagenahm sul retro.
I Mod più vecchi preferiscono indossare abiti di mohair blu e in effetti sono spesso indicati come Suits.
Di solito sono la razza più pericolosa.
Particolarmente spaventosi sono colroo che sfoggiano occhiali con montatura di corno, perché danno un'impressione stranamente falsa di intelligenza.
I capelli tagliati corti sono obbligatori.

Questo dà a chi lo indossa una visione più chiara delle persone "nutting" - l'arte di colpire gli altri con il proprio cranio.
Il linguaggi è molto limitato.
Come i beatnik dei cartoni animati pronunciano "uomo" e poco altro, i Mod della vita reale esprimono "fanculo" e poco altro.

Le loro droghe preferite sono le pillole e la birra scura.

I gusti musicali sono il blue beat, il reggae, il rocksteady e lo ska, il tipo di beat con cui è meglio battere il tenpo con i boots.
I Mod fanno "le loro cose" in una sorta di impotente barcollamento verso la ricerca di un'identità, in una società in cui le alternative approvate sono sposare un contratto di acquisto su commissione e stabilirsi in una vita di paralisi davanti ai televisori.

Eppure, stranamente, i Mod hanno maggiori probabilità di stabilirsi rispetto a qualsiasi altra tribù, perché non credono davvero in nulla, incluso essere un Mod.
Forse è per questo che la società li preferisce ai pensatori dai capelli lunghi.
Obladi Oblada la vita continua!

mercoledì, marzo 03, 2021

Federico Guglielmi - Iggy Pop



La prima (forse l'unica) immagine di IGGY POP che ci viene in mente é quella di un sevaggio cantante a torso nudo che si dimena su un palco tra chitarre distorte e ritmi pulsanti e ipnotici.
Vero che dal vivo in effetti non se ne é mai discostato più di tanto.

Ma i suoi dischi ci raccontano una storia molto diversa tra sperimentazioni, sguardi ai più impensabili orizzonti (dal punk all'elettronica, dalla canzone francese a quella d'autore, a divagazioni afro, funk pop, new wave).
Ce lo ricorda questo essenale ed esaustico libro di FEDERICO GUGLIELMI, il più accreditato in Italia a parlarne, in virtù di quattro interviste dirette con il Nostro, una lunga serie di concerti e una conoscenza didascalica di ogni mossa dell'Iguana (valgano le venti pagine finali di discografia).

Scarse le soddisfazioni commerciali per Iggy.
Solo "China girl",grazie alla ripresa che ne fece David Bowie in "Let's dance" e "Lust for life", inserito nel prologo del celeberrimo "Trainspotting" gli diedero notorietà e un cospicuo gruzzolo in diritti d'autore.

C'è tutto, dagli Stooges a Bowie, dal crooner a Josh Homme, senza indulgere in racconti morbosi e da gossip sui numerosi periodi "storti di Iggy.

Il libro, allegato a "Blow Up" di fine 2020 é reperibile qui:
https://www.blowupmagazine.com/prod/iggy-pop.asp

martedì, marzo 02, 2021

Festival di Sanremo



Riprendo l'articolo che ho firmato per "Libertà" domenica scorsa, con alcune considerazioni sul Festival di Sanremo.

“Il festival della polemica”.
Qualsiasi titolista di giornale va sul sicuro. Il connotato saliente di ogni recente Festival di Sanremo é “la polemica”.
Forse perché sono così scarsi i contenuti che é necessario affidarsi a qualcosa di non necessariamente inerente la musica per attirare un po' di interesse.

Il Festival di Sanremo é da lungo tempo una rassegna canora in cui le canzoni sono solo un ingrediente marginale e quasi secondario.
Vengono proposte in mezzo a lunghi momenti di spettacolo e intrattenimento, tra ospiti (più o meno interessanti...veramente interessa a qualcuno vedere per cinque serate consecutive il simpatico calciatore Ibrahimovic?), amici degli amici, talvolta anche personaggi della cultura, in infinite serate che si protraggono fino a notte inoltrata.
In aggiunta massicce dosi di di stacchi pubblicitari, l'essenziale motore per alimentare tutto il baraccone, scusate, il “circo”.

Qualcuno ricorda con precisione chi ha vinto le scorse edizioni?
Ve lo dico io: Diodato, Mahmood, Ermal Meta con Fabrizio Moro, Francesco Gabbani.
Davvero ve li ricordavate?
O forse si ha meglio impressa la lite tra Morgan e Bugo (sulla quale il primo ha campato per mesi, mentre il secondo, ancora inesperto, si é fatto travolgere ed é scomparso dalla scena)?
O le (pseudo) provocazioni estetiche di Achille Lauro? O le finte gaffe dei conduttori?

E' una questione di marketing, incassi, profitto.
Non a caso la manifestazione finisce economicamente sempre in attivo.
Ed é un momento di business all'ennesima potenza per il comparto musica, asfittico e sempre più in crisi, in Italia.

Partiamo ad esempio dai lavoratori, quelli che, come in ogni società, sono le fondamenta e l'impalcatura, anche se sul palco, sotto le luci sfavillanti, non si vedono mai.
Tecnici, attrezzisti, operai, che costruiscono scenografie e palchi, creativi che le disegnano e progettano.
Lavori ingrati che incominciano settimane prima e finiscono tanto tempo dopo. E non si creda che piovano soldi a palate.
Nemmeno nelle tasche dei musicisti che affollano l'orchestra che accompagna le canzoni in gara.
Fior di professionisti con curriculum infiniti.
Se scorriamo le loro biografie li troviamo costanti protagonisti nei migliori album e tour delle eccellenze nostrane.
Anche per loro é un lavoro in secondo piano, qualche fugace inquadratura e tanto, tanto impegno, avvalorato da ore e giorni di prove. Si suona davanti a milioni di persone, in una situazione non sempre ottimale e il risultato deve essere ovviamente impeccabile.
Anche in questo caso, le leggende fantasticano di assegni con infiniti zeri e valigette di banconote fruscianti.
Peccato che, come spesso accade, la verità sia più “amara” e concreta.
Ne ho interpellati alcuni, tra i veterani del festival, e le risposte sono concordi.
Si lavora un mese, contrattualizzati economicamente come le abituali produzioni discografiche.
Ovvero retribuzioni dignitose e interessanti ma nessuno ci si arricchisce o si compra la villa con piscina.
C'è infatti un'orchestra fissa con dipendenti assunti e normalmente stipendiati a cui si aggiungono i turnisti per l'occasione.
Essere su un palco, pare sia stato dimenticato in questo infame periodo, é un lavoro, come andare in fabbrica o in un ufficio.
Non é niente altro che un lavoro, con uguale dignità, anche si “suonano le canzonette”.

Passiamo agli autori dei brani.
Forse qualcuno si é chiesto come mai abitualmente le canzoni siano scritte da uno o due compositori mentre, guarda il caso, a Sanremo le presentazioni durano il doppio per avere il tempo di elencare tutti i partecipanti alla composizione.
Nell'ultima edizione i brani variavano dai tre ai cinque autori con quelli di Achille Lauro e di Junior Cally che ne contemplavano almeno sei.
Come mai?
Perché il passaggio, ripetuto, della canzone in una trasmissione RAI a cui assistono milioni di persone comporta una retribuzione piuttosto alta.
A cui si aggiungono quelle derivanti dai passaggi in trasmissioni televisive successive o contemporanee sulle varie reti.
Senza dimenticare che in Italia ci sono un centinaio tra radio e TV che a loro volta pagano i diritti di trasmissione delle canzoni.
Infine l'inserimento nelle varie compilation relative al Festival.
Se i brani hanno un particolare successo, diventano un piccolo o grande “classico” della canzone italiana e per anni continuano ad essere trasmessi o inseriti nei repertori di orchestre, gruppi, piano bar etc.
Conseguentemente avere una firma su un brano che passa al Festival é indispensabile particolarmente redditizio.
Se poi diventa famoso, finisce per essere una pensione per l'autore!

C'era poi (prima del Covid) un indotto enorme per la città e dintorni, tra ristoranti e alberghi, sia per l'ospitalità agli artisti che per il numerosissimo contorno di pubblico, curiosi, fan, cacciatori di autografi e contatti.
Non dimentichiamo tutto l'apparato comunicativo, dai giornali, alle radio, al web, alle televisioni, che sulla settimana dell'evento (oltre al prima e al dopo) possono costruire ore e ore di trasmissioni e correlato interesse del pubblico, tra articoli, interviste, servizi.

E infine i cantanti, i gruppi.

Il Festival può essere il lancio definitivo verso la notorietà o, nel caso di nomi già collaudati, un rilancio di popolarità.
Il che significa immancabilmente un nuovo disco o, per chi ha già un nome navigato, la classica compilation di vecchi successi, il brano di Sanremo e un paio di nuovi inediti.
Con la garanzia di, almeno, un'estate (in tempi pre Covid) di concerti, serate, ospitate.
E se tutto funziona un posto per l'edizione successiva del Festival é assicurato. Nell'asfittico panorama nostrano un passaggio a Sanremo può fare miracoli.
I pur ostici Afterhours fecero fare a Manuel Agnelli il primo passo all'interno del contesto “popolare”. E ben gliene colse, visto a dove é poi arrivato.

Il Festival di Sanremo é lo storico Recovery Fund (per usare una parola alla moda) della musica italiana, in cui in un solo colpo arrivano (o meglio possono arrivare) “ristori” inimmaginabili per autori, musicisti, cantanti.
E possono cambiare radicalmente una carriera. Ogni anno una delle “polemiche” é relativa al contenuto qualitativo.
Si invoca la partecipazione di nomi qualificati, cantautori celebri, spazi per la musica “alternativa”, di spessore culturale.
Che sarebbe del tutto fuori contesto e inutile, incompresa e alla fine ignorata.
Perché il carattere del Festival é quello che Pippo Baudo definì, giustamente, nazional popolare.
E il tratto distintivo del pubblico medio italiano, relazionato alla musica, é quello di una canzone facile, fruibile, melodica, melodrammatica, classica.
L'inserimento dell'eccezione serve solo ad avvalorare lo status quo.
Davvero qualcuno seguirebbe un Festival con gruppi “alternativi”, rap militante, di rock estremo?
Perché portarli in quel contesto?
Non avrebbe alcun senso, né alcun riscontro per gli stessi gruppi.

Si lasci il Festival per quello che é sempre stato da settanta edizioni a questa parte.
Ci si goda la “polemica” che immancabilmente renderà più appetibile e curioso l'evento: dalla già citata presenza di un calciatore bizzoso e sinceramente poco apprezzabile umanamente, alla trovata di una ventilata esclusione del brano di Fedez perché tramsesso per pochi secondi su un social, per ricordarne un paio. Ma a breve ne pioveranno copiose altre.

Da amante della cultura Pop, ovvero popolare, come ogni anno, un'occhiata al festival la darò.
Per conoscere e capire, per ascoltare e farmi un'idea di ciò che propone questo ambito di spettacolo.
Attenzione: non la musica italiana, quella, per passione e lavoro, la conosco più che bene, in ogni dettaglio, dall'hardcore punk alla trap, fino ai neo melodici!
Ma la “musica di Sanremo”, che é cosa diversa e ben specifica e raramente rappresenta il reale gusto dei fruitori.
Certo, appartarsi sdegnosamente in una rilettura di “Delitto e castigo” di Dostoevskij o in un saggio di Umberto Eco fa più intellettuale e rende più interessanti e alternativi.
Ovviamente dichiarandolo ai quattro venti sui social, altrimenti é una noia e non serve a niente. Ma viviamo in questa società di cui anche il Festival di Sanremo fa parte, volenti o nolenti.
E se ne vogliamo poi parlare, esprimendo giudizi e opinioni, é meglio farlo a ragion veduta.

lunedì, marzo 01, 2021

La musica dopo il Covid



Riprendo l'articolo firmato per IL MANIFESTO sabato scorso.

Tra gli aspetti più sconcertanti delle conseguenze della pandemia c'é, in Italia in particolare, l'assoluta e pressoché totale noncuranza nei confronti del mondo dello spettacolo, derubricato, nel migliore dei casi, ad aspetto ludico, appannaggio di persone ben lontane dalla concretezza di una fabbrica, un'industria, una qualsivoglia attività produttiva. Un anno non é stato sufficiente a dare risposte, programmi, progettualità, concretezza a un mondo che non é assolutamente marginale o ininfluente economicamente (la parola magica!).

Assomusica, associazione di produttori e organizzatori di spettacoli di musica dal vivo, stima siano circa 250 mila gli addetti al settore live (570 mila il totale del settore).
Con l'aggravante che una parte consistente degli operatori ha sempre lavorato prevalentemente e forzatamente “in nero”, precependo emolumenti senza alcun supporto fiscale.
Con la conseguenza che i soggetti in questione non possono certamente richiedere “ristori” di alcun tipo, non esistendo, se non in veste economicamente irrilevante, da un punto di vista fiscale.
E' un sistema che vige da sempre e che, in questo momento drammatico, mostra tutta la sua precarietà.

La veloce e, sicuramente superficiale, “inchiesta” che segue, é un tentativo di capire cosa potrà succedere, interpellando fonti diverse, presenti in prima linea, autorevoli e referenziate.
Uno spaccato di quanto accade, ora, in Italia.

Ovunque si alzano auspici di speranza affinché si riapra al più presto e si possa sciamare al cospetto dei nostri gruppi preferiti o tornare su un palco ad esibirsi di fronte a folle impazienti.
La domanda, rivolta ad alcuni operatori del settore e persone “informate sui fatti” é molto semplice e aspramente minimale.
Si, ma dove?
Quanti saranno i locali che riusciranno a riaprire?
In che modo?
Quanto le cose saranno come prima?

Al di là dell'aspetto meramente logistico ed economico ci si dimentica spesso di un particolare non trascurabile: la passione, l'entusiasmo, l'attitudine che hanno sempre animato le persone che gestivano locali, gruppi, festival.
Quanto é rimasta di questa voglia di fare, rischiare, esporsi, tuffarsi di nuovo in un'incognita ancora più oscura, rischiosa e quanto mai precaria?

Non si tratta ovviamente di una ricerca esaustiva ma semplicemente di un tentativo di capirne un po' di più.
Sul campo, nella strada, tra la gente che ci ha lavorato da sempre e che ora ha il compito difficilissimo di ricostruire sulle macerie.
I pareri sono talvolta contrastanti, a volte fiduciosi, altre più scettici.
La passione é però rimasta, pulsa e conforta.

Massimo Pirotta, giornalista e tra i fondatori del mitico “Bloom” di Mezzago, dove sono passati migliaia di gruppi, puntualizza da subito un aspetto molto importante:
“La situazione dei live era già da tempo in crisi prima della pandemia.
I concerti erano frequentati in prevalenza da persone avanti con l'età, abituate a questo tipo di fruizione ma i giovani latitavano sempre di più. La pandemia ha dato un forte colpo.
Il “Bloom” ha continuato ad operare grazie al fatto che si avvale di un vasto supporto di volontari che lo fanno per passione. In questo senso le associazioni, i collettivi, sono quelli che hanno più possibilità di ripartire e sopravvivere. Dovranno cambiare comunque i cachet e le richieste”.


Gli fa eco Enrico Croci, storico organizzatore di eventi, soprattutto nel bolognese.
“Constato che in molti, nonostante tutto, non abbiano capito la gravità di quanto successo e coninuino a fare richieste economiche addirittura superiori a prima! Nel mondo anglosassone si stanno organizzando da tempo molto meglio e preparando a lavorare con continuità attraverso lo streaming. E' un cambiamento drastico ma, almeno per il momento, inevitabile. In Italia é prevedibile una lunga serie di chiusure di locali e spazi.”

Ferruccio Quercetti é una delle tre anime dei CUT, esplosiva band bolognese, all'attivo una ricca carriera discografica e tour in tutta Europa.
“A Bologna come nel resto d’Italia, la sopravvivenza del circuito live in cui si è sempre mosso un gruppo come il nostro, basato essenzialmente sulla passione per la musica e sulla curiosità per la cultura ‘alternativa’, è a rischio da ben prima dell’inizio questa emergenza sanitaria.
Chiunque si muova in questo ambiente non lo fa certo per ottenere facili profitti.
In città ci sono locali attivi da quarant’anni e poi ci sono i Centri Sociali, anch’essi un pilastro imprescindibile per l’underground locale.”


Rimanendo vicini al mondo dei musicisti, Umberto Palazzo, fondatore dei Massimo Volume, apprezzato solista e mente pensante dei Santo Niente ma anche organizzatore, DJ:
“L’ultimo quindicennio è stato caratterizzato dalla progressiva trasformazione della scena indie da insieme di realtà artigianali basate sulla passione per la musica di una cerchia legata alla stampa di settore, a circuito per artisti supportati da una struttura aziendale se non industriale, con l’allargamento ai metodi del pop e con il pubblico del pop che di fatto è andato a sostituire il pubblico di appassionati vecchia scuola nei suoi stessi locali di riferimento.
Questo fenomeno ha portato, già da ben più di un decennio, alla progressiva estinzione della scena dei locali indipendenti. Si è estinto anche il pubblico di appassionati, anche per un ricambio generazionale tutto a favore del pop.
Il Covid si innesta su questa già disastrosa situazione. Prevedo che a livello industriale sarà impossibile ripartire dagli obiettivi economici pre-Covid, dato che in due anni i gusti del pubblico pop cambiano totalmente. Invece a livello di circuito indipendente si ripartirà da una tabula rasa assoluta, da cui riemergeranno gli appassionati, anche se a un livello micro.
A questo livello si possono aprire opportunità interessanti, se si accetta il fatto che anche il rock alternativo è entrato nel suo periodo “jazz” e che quindi si rivolge a una nicchia non piccola di appassionati ultra quarantenni.
Il piccolo concerto rock di nicchia va trattato come il suo equivalente discografico, cioè il vinile.
Qualità della visione, dell’ascolto, comodità della struttura e coolness della situazione possono giustificare un alto prezzo per una fascia di pubblico che può spendere e che avrebbe sicuramente piacere e voglia di ascoltare gli artisti che ama in una cornice decente.”


Lorenzo Moretti é una delle colonne portanti dei Giuda, band romana assurta da tempo a popolarità internazionale:
“Organizzare un concerto presuppone una serie di costi fissi, come la Siae, le attrezzature tecniche, i tecnici di sala, le spese per gli artisti e tante altre cose che con pochi paganti è impensabile coprire. Credo che questo porterà alla chiusura di molti locali che molto spesso si trovano a dover fare i conti anche con affitti gravosi.
Anche per quanto riguarda le band la situazione non è certo rosea, per molti gruppi medio/piccoli che guadagnano soprattutto dai live è dura andare avanti; chi come noi vive di sola musica è costretto a trovarsi un nuovo impiego.
In una situazione del genere, con cachet ridotti, non si riuscirà a sopravvivere a lungo e la musica diventerà l'hobby del fine settimana. Proveremo a ripartire da zero ma c'è davvero bisogno, da parte di tutti, di sostenere la musica, il cinema, il teatro, l' arte come non mai.”


Massimiliano La Rocca, apprezzato cantautore nonché organizzatore e co gestore dello spazio Progresso di Firenze, mette il dito in una piaga evidente:
“Sul piano sociologico siamo ad un punto di non ritorno, rafforzato e legittimato da un processo involutivo di ogni forma di socializzazione e di aggregazione "sana" che era già in atto, rallentando e sterilizzando totalmente la partecipazione e quelle forme di socialità delle quali la musica dal vivo necessita.
Nel nostro vocabolario la parola "Aggregazione" è stata sostituita da "Assembramento", e anche questo è un fatto che per invertirlo occorreranno forse anni.
L'associazionismo forse si salverà, quantomeno quello condotto su base forfettaria e volontaristica. Ma a quale costo o in quali condizioni sarà in grado di ripartire?
Dove sono i "ristori" (altro nuovo termine davvero indegno da parte della Politica) per il terzo settore?”.


Pier Adduce é il leader dei Guignol e ha sempre avuto un ruolo attivo nell'organizzazione di concerti nell'ambito lombardo:
“Si tratta di far riemergere anche una diversità di linguaggi in musica, se fosse possibile, in modo più affine a quello che accade in altri paesi. Vediamo cosa resta e cosa e se si potrà ripartire a far qualcosa con presupposti diversi.“

Giuseppe Miceli da anni gestisce la Solid Bond, agenzia di management che ha spesso privilegiato la scena affine all'acid jazz:
“La situazione è in evoluzione.
Rispetto a qualche mese fa ora riusciamo a riprendere una certa progettazione, rimanendo sotto una determinata capienza e rispettando tutte le precauzioni del caso.
Sulla sopravvivenza delle realtà più piccole ho qualche remora. Sebbene vivessero già situazioni difficili, e quindi abituate a convivere coi problemi del fare quadrare i conti, penso che il Covid abbia rappresentato il colpo di grazia. Qualcuno dovrà gettare la spugna definitivamente. Una volta che l'emergenza rientrerà nella "normalità" tutto ricomincerà negli ambienti lavorativi come prima.


Anche la Corner Soul é un'agenzia che opera da anni, specializzata soprattutto in ambito rock 'n' roll/punk/beat, coorganizzatrice dell'immarcescibile Festival Beat.
Andrea Biso Bisoli ha sempre parole precise e taglienti:
“I danni veri si vedranno dallo sblocco dei licenziamenti. Quindi c’è il rischio che anche i locali che fino ad ora sono sopravvissuti dovranno licenziare i dipendenti, con le prevedibili conseguenze.
Per i cachet delle band è una semplice questione di mercato.
Domanda – offerta. In concreto: che norme igieniche e di accesso ci saranno?
E come verranno vissute queste problematiche? Prevedo che ci saranno anche tracciamenti e cose simili, sempre mal digeriti dagli italiani.
In sintesi: i biglietti dovranno per forza essere più alti. Chi paga igienizzanti, personale extra anti assembramenti, capienze limitate? Oltre alla necessità di messa a norma dei locali.
Se pensi ai bagni di certi club…”


Carmine Caletti é un agitatore culturale di Cremona, dove gestisce, con un nucleo agguerrito di giovani ragazzi, iniziative di ogni tipo, in particolare intorno al Circolo Arcipelago:
“ Mi mantengo fiducioso, a maggior ragione perché in questo momento abbiamo a disposizione armi importanti rispetto a sei mesi fa. Però il timore è che, più si va in là, le piccole realtà a base volontaristica disperdano o azzerino le risorse, non solo economiche, ma proprio in termini di energie umane.
Tenersi in contatto sul web, in tal senso, risulta fondamentale.
La speranza di poter tornare a vivere situazioni live grandi e piccole come le abbiamo conosciute c’è e resta incrollabile. Chi può e deve, però, intervenga.“
.

Riccardo Bernini é invece tra i gestori di un mitico locale milanese, il “Ligera” sorta di “Cavern” nostrano in via Padova dove si svolge da anni una frenetica attività musicale e culturale:
“Purtroppo si salveranno davvero in pochi, siamo praticamente a un anno di chiusura e, se guardo ad un locale come il Ligera, che ha attività esclusivamente notturna, lascio immaginare cosa possa significare. Al di fuori da ogni polemica di matrice politica aggiungo che, per il mio locale, ad oggi non è arrivato neppure uno dei ristori promessi. Ripartire sarà certamente possibile. Di certo serviranno idee e formule nuove.
Credo che anche la SIAE dovrebbe provare a snellire la macchina burocratica.
La musica ripartirà dai club, dagli spazi più contenuti, dallo scambio fra pubblico e artista perché non c’è streaming che tenga: la musica la devi sentire sulla pelle.“


Davide Patania del “Retronuveau” di Messina é ironicamente pragmatico:
“Molto dipenderà da quanti soldi arriveranno ai club dal Recovery. Ci potrebbe essere un boom economico che interesserà anche il nostro settore.
Se invece rimarrà tutto precario, bisognerà rimboccarsi le maniche e ripartire dandoci una mano.
Artisti, booking, management e venue faranno un pic nic a ground zero e ognuno porta qualcosa.”


Anche Mass Guidone, storico organizzatore nella zona di Napoli, vede positivo:
“Sono un ottimista quindi dico che secondo me ci sarà un'esplosione di eventi e una partecipazione da parte del pubblico senza eguali. Non voglio immaginarmi di vivere in un mondo apatico completamente disinteressato alla musica e alle arti.”

Sasà Costantino lavora presso la Cooperativa Folias che gestisce il centro di Monterotondo, in provincia di Roma “Il cantiere”:
“Tutte le norme al momento non lasciano spazio a sogni o interpretazioni.
Dal nostro punto di vista appena si potrà dobbiamo organizzare più live possibili sostenendo la scena dei più precari tra i musicisti ma anche tra i tecnici del suono. Sviluppare inziative che riattivino l'economia culturale partendo anche da piccoli eventi.
Qui oltre alla paga giornaliera la gente senza nulla da fare sta impazzendo. Individuo questa fase come un grande serbatoio di rabbia ma anche come benzina messa in cascina. Ci sarà una esplosione di energia appena sarà possibile, l'indole dell'essere umano è fatta di sogni da esprimere.”


Franca Milia lavora per l'Associazione Casa Natale Antonio Gramsci di Ales (Oristano) ed é protagonista nell'organizzazione di molti eventi in Sardegna:
“Non essendoci ancora alcuna certezza, la programmazione degli eventi procede a rilento.
L’impossibilità di programmare ora, tra l’altro, si ripercuoterà inevitabilmente sui costi delle manifestazioni, visto che i trasporti sono una voce che per noi sardi incide in maniera importante e che può essere abbattuta solamente prenotando i voli con largo anticipo.
Per chiedere alla Regione di farsi carico del problema si è recentemente costituito il Coordinamento Unitario Spettacolo Sardegna che raccoglie circa 90 tra associazioni e imprese che si occupano di spettacolo dal vivo (teatro, musica e danza).
La realtà sarda dei locali pre-epidemia era già molto carente per cui crediamo che saranno pochi quelli che potranno riprendere le attività ma non siamo in grado di quantificare.
La situazione della nostra associazione è composta da volontari/e (anche se per me preferisco usare il termine “militante") che non operano a scopo di lucro.
Siamo comunque pronti a riprendere le attività ordinarie e lo faremo non appena la normativa lo consentirà, per citare Gramsci, con l’ottimismo della volontà.“


Le considerazioni degli interpellati erano più articolate e approfondite ma il succo del discorso é stato sintetizzato e sostanzialmente lascia percepire un'ovvia e realistica incertezza che pervade l'intera società ma che in questo ambito ha il rancido sapore del totale abbandono da parte delle istituzioni che nemmeno si sono premurate di promettere qualcosa o prospettare soluzioni.
Semplicemente non si sono espresse, ignorando il problema.
La tabula rasa incombente (e ormai effettiva) potrà essere un trampolino di lancio ma allo stesso tempo una pietra tombale di un'epoca.
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