martedì, novembre 16, 2021
Lorenzo Briotti - Viva i pirati!
Fenomeno ormai dimenticato e a molti oscuro, quello delle radio "pirata" fu invece di fondamentale importanza per lo sviluppo della Pop Culture degli anni Sessanta, in Inghilterra in particolare, ma che divenne basilare anche per lo sviluppo della nuova musica in tutta Europa.
"Le radio pirata offshore accompagnano lo sviluppo di questa pop culture che mette in discussione i valori della generazione dei genitori che hanno combattuto e sofferto le conseguenza della guerra.
Le radio pirata con il loro desiderio di libertà diventeranno uno dei simboli che accompagneranno questa rottura generazionale."
Radio Lussemburgo (in particolare per i giovani italiani), Radio London, Radio Caroline e decine di altre dalla vita breve, pericolosa e tribolata, che trasmettevano da navi e da piattaforme, ruppero il monopolio della paludata BBC, refrattaria all'introduzione di nuovi suoni e tendenze.
E formarono oltre che una generazione di musicisti, un ampio numero di DJ radiofonici (John Peel su tutti).
"La radio pirata è la prima format radio intesa come sistema concettuale e operativo che procede a individuare un segmento di pubblico e a formulare una programmazione adatta. Il segmento di pubblico è quello giovane".
Il libro analizza le origini del fenomeno la sua esplosione e decadenza fino ad analizzare il sorgere delle radio libere/private italiane (anticipate da Radio Montecarlo), con abbondanza di dettagli antropologici, tecnici, culturali.
"Non capisco l'attitudine governativa contro le radio pirata.
Perché non rendono illegale la BBC stessa che non dà al pubblico il servizio che vuole? I pirati non ci sarebbero a rimediare a questa mancanza se la BBC avesse trasmesso quello che la gente vuole sentire. Questo sta diventando uno stato di polizia.
Dovrebbero lasciare trasmettere i pirati. Hanno dato il via a un nuovo modo di fare radio."
(George Harrison - 1967)
Lorenzo Briotti
Viva i pirati! La storia delle radio pirata offshore
Arcana
231 pagine
euro 16.50
Etichette:
Libri
lunedì, novembre 15, 2021
Peter Culshaw - Clandestino. Alla ricerca di Manu Chao
Riprendo l'articolo/recensione che ho scritto ieri per "Libertà", dedicato alla biografia di Manu Chao.
Personaggio spesso dimenticato, soprattutto a causa della sua ritrosia a seguire i metodi tradizionali della discografia, che vuole album pubblicati a cadenza regolare, tour di supporto, video, concerti, promozione televisiva, radiofonica, via web.
Manu Chao rimane però vivo e pulsante nei cuori di chi lo ha sempre apprezzato, si è entusiasmato ai concerti dei Mano Negra, sua prima band, tra i migliori live act di sempre (un loro concerto cancella, nella memoria, il 99% delle migliaia a cui ho assistito nella mia ormai lunga vita) ma anche alle sue esibizioni soliste, sempre generose, empatiche, gioiose, spettacolari.
Dice bene Peter Culshaw nel libro appena uscito, “Clandestino. Alla ricerca di Manu Chao” prima biografia autorizzata pubblicata da Castello Editore nella collana Chinaski:
“Per una schiera di disadaddati che non accetta il mondo così come è e per gli emarginati per i quali lotta, Manu Chao rappresenta un raggio di speranza.
Una star internazionale che combatte contro la globalizzazione, un uomo che vive con lo zaino in spalla ma ha guadagnato milioni di euro, un propagandista che rifiuta le interviste.
La reputazione di Manu Chao è stata basata sulla sua grade onestà e integrità morale”.
Nasce nel 1961 a Parigi da una famiglia colta, antagonista, attivista, schierata a sinistra e con principi ben saldi. Manu si muove tra banlieues e situazioni alternative, non sempre in condizioni facili. Nei primi anni Ottanta Parigi era un luogo diviso, fatiscente e spesso pericoloso. Gli antichi quartieri della classe lavoratrice erano disseminati di edifici abbandonati, fabbriche deserte e officine dismesse. Una tragedia per le famiglie di operai che abitavano lì da generazioni.
Si appassiona al rock 'n' roll e al pub rock dei Dr. Feelgood ma viene fulminato, nel 1981, da un concerto dei Clash, in cui, a fianco di punk e rock suonano anche reggae, soul, funk e tanto altro. La sua band, Joint de Culasse, le esibizioni per strada come busker, le occupazioni, i centri sociali gli diventano stretti, cerca altre strade con nuovi gruppi e influenze, per esaudire il desiderio di un' aria artistica più fresca. Ci prova con gli Hot Pants e con i Los Carayos.
Alle nuove suggestioni punk e ibridazioni varie aggiunge anche la tradizione ispanica e latina, tra flamenco e rumba ma anche ska, swing, country, folk francese e tanto altro. Le basi per il suo timbro stilistico crescono e si arricchiscono.
“Chuck Berry, Lou Reed, i Clash erano i miei professori. Poi si aggiunse anche Edith Piaf e Jacques Brel, i miei professori di francese.”
Ci vorrà ancora un po' di pazienza, tentativi, frustrazioni, limature, ricerche di compagni di viaggio ma alla fine La Mano Negra diventà realtà.
Un nome suggestivo, accattivante e da fuorilegge (mutuato da un'organizzazione anarchica operante in Andalusia e da un gruppo di ispanici che nel New Mexico lottavano per i diritti per acqua e terra).
Recluta alcuni membri dei Casse Pieds (che fecero tappa negli anni Ottanta anche a Piacenza, al “Caprice”, con un concerto travolgente) e incomincia la consueta trafila di concerti, registrazioni, piccoli tour, salti nel vuoto, notti insonni o trascorse su un sedile del furgone, neanche un centesimo in tasca, locali sudici e dimenticati, pranzi e cene saltati o, eufimisticamente, poco abbondanti e saporiti.
Ma riescono a trovare un contratto discografico e approdare al primo album, nel 1988, intitolato come il “genere” che sarà il loro marchio di fabbrica e di tanti altri gruppi che si rifanno alle stesse matrici.
Ovvero un miscuglio di mille influenze che attingono da generi classici come rock, blues, country, altri, ai tempi, innovativi come il punk e ancora jazz, suoni latini, rockabilly, ska, reggae:
Patchanka.
“Patchanka è un suono selvaggio per cuori solitari e cani randagi. Il nome deriva da Pachanga, una danza cubana degli anni Cinquanta ma anche dall'inglese “patchwork”, letteralmente “manufatto che consiste nell'unione, tramite cucitura, di diverse parti di tessuto.”
E' un manifesto di quello che sarà la carriera di Manu Chao.
Brani inferiori ai tre minuti, immediati, diretti, tanto quanto i testi, che parlano di periferie, vita di strada e reale.
Fu molto doloroso firmare per il colosso discografico Virgin e lasciare in qualche modo la “naiveté” del circuito indipendente ma necessario, nonostante in molti videro, come sempre, in questo gesto, un tradimento degli ideali. Manu Chao ricorda con molta chiarezza quegli anni:
“Eravamo combattenti che il più delle volte racimolavano un panino e un calcio nel culo dopo tre ore di concerto su un palco. Abbiamo semplicemente dovuto tirarcene fuori.”
“Patchanka” li impone all'attenzione di tutto il mondo.
Vanno in tour in America con Iggy Pop ma ne escono delusi e sconcertati dai rigidi meccanismi di un certo ambiente e decidono di preferire la parte più a sud del continente americano.
Il secondo album “Puta's Fever” è un vero e proprio successo di classifica con singoli come King Kong Five che scala le classifiche e i loro concerti che diventano sempre più travolgenti (e non di rado proseguono sulla strada davanti ai locali o teatri, insieme ai fan improvvisando per ore).
Intraprendono un lungo tour in Sud America, nei barrios più poveri ma anche nei quartieri più disastrati e pericolosi di Parigi, incidono altri due album ma la frenesia di un'attività così veloce e urgente fa esplodere la band.
Nel 1994 i Mano Negra si sciolgono, dopo un rocambolesco giro in treno nei villaggi più dimenticati della Colombia, aprendo la carriera solista di Manu Chao, successiva a un lungo periodo di disperazione e perdizione per la fine di quello che era stata al 100% la sua vita, trascorso in giro per il mondo tra luoghi sperduti, pericolosi quartieri sudamericani, droghe, ricerca di sé stesso.
Il manager dei Mano Negra (probabilmente con le mani nei capelli) affermò che se la band si fosse promossa adeguatamente, invece di impegnarsi in imprese alla Don Chisciotte, come un viaggio in barca lungo l'America Latina (Ramon Chao, padre di Manu, documentò in un fantastico libro, “La Mano Negra in Colombia”, il viaggio del figlio nel paese, tra narcotraffico, guerriglia e un travolgente entusiasmo per la band) e non si fossero sciolti, nel momento più inopportuno, alla vigilia dell'uscita di “Casa Babylon”, il loro album più venduto, sarebbero potuti diventare grandi come gli U2 o i Coldplay.
Nell'aprile 1998 esce l'esordio solista, “Clandestino”.
Accolto tiepidamente diventerà nel giro di un anno il disco francese più venduto di sempre con oltre 5 milioni di copie e proietterà Manu allo status di rockstar planetaria.
La commistione di suoni latini, africani, tzigani, blues, pop, creò un marchio di fabbrica distintivo e immediatamente riconoscibile.
Sarà protagonista in prima persona al G8 di Genova, suonando e partecipando alle proteste, dovrà subire critiche da destra e da sinistra (tra chi lo considerava un “venduto”, a causa del successo ottenuto). Manu continua a suonare, a incidere nuovi dischi, a girare l'Africa e le Americhe, eternamente nomade, appoggiare cause a sfondo sociale, fare beneficenza, dovendo anche combattere contro chi lo sfrutta in tal senso per ottenere concerti gratuiti “camuffando” l'evento come destinato ad aiutare questa o quella causa.
Sono ormai quindici anni che non appare più nel mercato discografico e una decina che non rilascia interviste.
Vive sparso in varie parti del mondo, due mesi in Brasile, un mese a Parigi, un altro a Barcellona.
Periodicamente riappare dal vivo oppure a improvvisare un concerto in qualche bar sperduto, suona a Buenos Aires o tra le dune del deserto algerino per la causa del popolo tuareg Saharawi.
Inafferrabile, “perdido nel corazon della Grande Babylon”, sempre diverso, sempre Manu Chao.
“Non posso cambiare il mondo e neanche il mio paese ma posso cambiare il mio quartiere.
Ci provo.
E' una responsabilità nelle mani di tutti. Non credo a una rivoluzione mondiale che cambi il mondo ma credo in mgliaia di rivoluzioni di quartiere. Questa è la mia speranza.”
Nell'agosto del 2003 fui parte dell'organizzazione del concerto piacentino di Manu Chao a cui ebbi anche l'onore di aprire il concerto con il Link Quartet.
Fu un'esperienza in cui finirono le consuete polemiche politiche, problemi di ogni tipo, alta tensione ma anche un grande successo di pubblico, pacifico e partecipe e l'incontro con una persona tranquilla e disponibile che diede vita a un concerto esplosivo, proseguito poi oltre l'orario di chiusura per organizzatori e alcuni fortunati rimasti nello stadio Daturi.
Peter Culshaw
Clandestino. Alla ricerca di Manu Chao
Il castello Editore
311 pagine 19 euro
Etichette:
Libri
sabato, novembre 13, 2021
°° Not Moving LTD live a Savona
°° Guaitamacchi/Bacciocchi - Crocodile Rock
°° The Great Rock'N'Roll Sinners • L'ira • The Who
Not Moving LTD live a Savona "Raindogs"
Sabato 13 novembre 2021
Apertura porte ore 20:30
Possibilità di cenare con le nos
tre specialità
Inizio concerto ore 22:00
ingresso 10e con tessera arci
under 25 ingresso 7e
Biglietti On Line: https://www.musicglue.com/circolo-raindogs-house/
https://www.facebook.com/events/2617425841736611
Dopo oltre due anni di lavoro, ricerche, pagine e pagine scritte, rilette e corrette, esce in tutte le librerie “CROCODILE ROCK – STORIE, ANEDDOTI, CURIOSITÀ E TUTTO CIÒ CHE UNISCE MUSICA E ANIMALI” (Hoepli), la nuova opera editoriale dello scrittore e giornalista musicale EZIO GUAITAMACCHI e del musicista e scrittore ANTONIO BACCIOCCHI, che per la prima volta raccoglie in un libro tutti i legami esistenti tra il mondo della musica e quello degli animali.
Il libro è disponibile in pre-order al seguente link:
https://www.hoepli.it/libro/crocodile-rock/9788820399115.html
Prossimamente a CREMONA.
https://www.facebook.com/events/210582827814730
Su GoodMorning Genova scrivo di un po' di calcio "minore".
https://www.goodmorninggenova.org/2021/11/12/storie-di-calcio-lincredibile-odissea-del-tornado-dallas-di-antonio-bacciocchi
Etichette:
I me mine
venerdì, novembre 12, 2021
Il patrimonio dei Beatles e Apple Corps
Riprendo (sintetizzandolo) un articolo del Corriere della Sera on line di Mario Gerevini.
Qui: https://www.corriere.it/economia/finanza/21_novembre_11/beatles-cassaforte-conti-d-oro-patrimonio-segreti-apple-corps-c1d02288-41a2-11ec-a1e6-e21970a0d145.shtml
Un interessante articolo ci porta al cospetto delle proporzioni patrimoniali dei Beatles viventi e loro eredi dopo la recente approvazione del bilancio della APPLE CORPS che gestisce le entrate della band.
Ognuno dei quattro azionisti nel 2021 ha ricevuto oltre 5 milioni che sommati ai 6 ciascuno del 2020 fanno 50 milioni totali in due anni.
Il capitale della holding londinese è equamente diviso:
25% Yoko Ono Lennon
25% Ringo Starr
25% agli eredi di George Harrison
25% James McCartney figlio di Paul.
Tre settimane fa è stato approvato il bilancio al 31 gennaio 2021 di questa società nata nel 1963 (con il nome di The Beatles Limited, cambiato nel ‘67 in Apple Music e infine nel ‘68 in Apple Corps) e che ora gestisce la parte comune dei proventi per lo sfruttamento dei diritti e per le produzioni audio-video dei Beatles, compresi i due siti web beatles.com e thebeatles.com.
Poi singolarmente i quattro hanno ulteriori entrate, attraverso complessi sistemi societari autonomi.
La liquidità in cassa di 28 milioni con 16 milioni teoricamente distribuibili ai soci.
I cinque “directors” sono Yoko Ono e il figlio Sean Ono Lennon (Julian Lennon, il primogenito avuto con Cynthia Powell, è stato invece escluso dal testamento) con una fortuna ulteriore di almeno 700 milioni di dollari.
Altri consiglieri sono la vedova di Harrison, Olivia Trinidad, e Bruce Grakal, avvocato di Los Angeles che cura gli interessi di Ringo Starr.
Il quinto è l’avvocato inglese John Eastman che rappresenta gli interessi di McCartney e tra l’altro è il fratello della sua prima moglie Linda.
Apple Corps controlla o ha partecipazioni in 13 società negli Usa e in Gran Bretagna.
Ringo Starr solo di recente ha acquisito direttamente la partecipazione in Apple Corps: fino allo scorso maggio il 25% era in capo a una società delle Bahamas, la Devon Holdings Limited, di cui ci sono poche tracce se non che è gestita dall’avvocato Grakal. A Nassau Ringo Starr aveva domiciliata una sorta di holding-cassaforte che nel tempo ha gestito partecipazioni in alcune società inglesi e una, poi liquidata, con sede alle British Virgin Island (Bvi), la Belfry Investments con un patrimonio di circa 17 milioni di euro.
La famiglia Harrison controlla il suo 25% della Apple Corps con una società dell’isola di Jersey, la G.H Estate limited. Altre loro attività, come l’etichetta Darkhorse Records, fanno capo invece a una sigla delle Bvi, la Unlaut Corporation La G.H. Estate, secondo il registro di Jersey, ha due soggetti chiave, titolari delle due uniche azioni emesse: Leslie Josef Boss e Deborah Ann Owen, consulenti residenti in Liechtenstein.
Sono presumibilmente i fiduciari del “The G. Harrison Will Trust” che sta in cima a tutto l’arcipelago di attività ed è con ogni probabilità lo strumento creato per la pianificazione patrimoniale delle volontà testamentarie del chitarrista.
Etichette:
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
giovedì, novembre 11, 2021
The Locomotive - We Are Everything You See
Band dalla storia molto particolare, nata a Birmingham nel 1965 con il nome di Kansas City Seven.
Divennero piuttosto seguiti dopo il cambio di nome in THE LOCOMOTIVE con cui girarono i club locali suonando rhythm and blues, jazz e, particolarità piuttosto inusuale, ska.
Nella formazione, dalla line up instabile, transitarono Chris Wood, poi con i Traffic, il batterista Mike Kellie che si unirà agli Spooky Tooth mentre il trombettista Jim Simpson diventerà manager dei Black Sabbath.
Il tastierista Norman Haynes lavorava in un negozio di dischi a Smethwick, una parte di Birmingham dove era prevalente la presenza di immigrati dalle West Indies che acquistavano soprattutto musica ska.
Che decise di introdurre nel repertorio della band.
Il primo 45 esce nel 1967 e accoppia un buon brano soul/blues come "Broken heart" con un'eccellente versione di "A message to you Rudy" (intitolato "Rudy, a message to you" di Dandy Livingstone, pubblicata da poco, e destinata a diventare un classico ska.
Nel 1968 il nuovo singolo contiene uno stupendo brano ska, "Rudi's in love" firmato da Haynes con un testo altrettanto bello (arriverà al 25° posto delle classifiche):
No gun shooting for rudi tonight / No retributing, everything is alright /Rudi the message is very clear / I can see by the stars above / Rudi, Rudi's in love / You can stay at home while the other rude boys go to shanty town / You'll be havin fun while the other rude boys are still messin round / With that lovley girl that has made you turn from your retributing way / When the other rude boys see how happy you are / There be no messin 'round / And when the other rude boys see how happy you are /There'll be no body left in shanty town.
Never set me free è invece un brano pop soul vagamente beatlesiano con ottimi arrangiamenti di fiati.
I successivi tre singoli spostano il focus della band verso sonorità più psichedeliche e proto prog con l'Hammond in evidenza e sguardi a band come Nice o i Trinity di Brian Auger, nonostante un fallimentare tentativo pop con una cover di Question Mark & the Mysterians "Never let you go".
E' il sound che caratterizza il loro unico album, We Are Everything You See, registrato nel 1968 ma pubblicato solo nel 1969.
Suonato ad Abbey Road e prodotto da Gus Dudgeon che ritroveremo poi con Elton John con la band composta da Norman Haines (voce e tastiere), Mick Hincks (basso) e Bob Lamb (batteria) e una ricca sezione fiati che include anche Dick Heckstall-Smith dei Colosseum e Graham Bond Organization.
Prog rock, proto hard ma anche sprazzi di sonorità barocche e una discreta dose di influenze jazz.
Da riscoprire.
La band si scioglie e si divide in varie esperienze, dai The Dog That Bit People ai Tea and Symphony, con Lamb che approda alla Steve Gibbons Band per poi produrre gli UB40.
"Broken Heart" / "Rudy - A Message To You" (Direction, 1967)
"Rudi's In Love" / "Never Set Me Free" (Parlophone, 1968)
"I'm Never Gonna Let You Go" / "You Must Be Joking" (Parlophone, 1969)
"Mr. Armageddan" / "There's Got To Be A Way" (Parlophone, 1969)
"Roll Over Mary" / "Movin' Down The Line" (Parlophone, 1970)
Album
We Are Everything You See (Parlophone, 1970)
The Locomotive - Rudi's in love
https://www.youtube.com/watch?v=zB9wL4m77iM
The Locomotive - Never set me free
https://www.youtube.com/watch?v=8GbzwbMHNe0
The Locomotive - We are everything you see (album)
https://www.youtube.com/watch?v=5hFyx1lztSc
Etichette:
Cultura 60's
mercoledì, novembre 10, 2021
A Message to You Rudy
Incisa per la prima volta da Dandy Livingstone, nel 1967, con il titolo originario "Rudy a Message to You", ritrovò luce e successo nel 1979 grazie alla versione degli Specials.
La versione di Livingstone vendette circa 30.000 copie e arrivò al nono posto delle classifiche inglesi del Record Mirror ma con il titolo "Rudie Take a Message".
Al trombone Rico Rodriguez che appare anche nella versione degli Specials.
Livingstone seppe della loro cover vedendoli a Top Of The Pops.
Decise così di riprendere il brano, ripubblicandolo nello stesso anno per la Trojan.
Ma gli Specials non furono i primi a rifare il brano.
Già nel 1967 ci avevano pensato i Locomotive, band inglese che aveva tra i membri Chris Wood, poi con i Traffic e il batterista Mike Kellie che finirà negli Spooky Tooth mentre il trombettista Jim Simpson diventerà manager dei Black Sabbath.
Mischiavano rhythm and blues, jazz e ska e torneranno ai ritmi giamaicani in levare l'anno dopo con "Rudi's in love" prima di passare successivamente a suoni vicini al prog.
La versione degli Specials, prodotta da Elvis Costello, arriverà al 10° posto delle charts inglesi e diventerà un classico del loro live e della nuova ondata ska.
Successivamente è stato ripreso live da Amy Winehouse, Joe Strummer, Pogues con Llynval Golding, Joe Strummer e Kristy McCoil.
Il testo è un invito a giovane Rude Boy giamaicano a mettere la testa a posto e smetterla di perdere tempo:
Stop your messing around
Better think of your future
Time you straighten right out
Creating problems in town
Dandy Livingstone - 1967
https://www.youtube.com/watch?v=7BwNgQ51hSI
The Locomotive - 1967
https://www.youtube.com/watch?v=IrLl4urp_jQ
The Specials - 1979
https://www.youtube.com/watch?v=cntvEDbagAw
The Specials - live 1979
https://www.youtube.com/watch?v=-OzRRbQs0HI
Joe Strummer
https://www.youtube.com/watch?v=h4iqbarrZEw
Amy Winehouse
https://www.youtube.com/watch?v=gHjoN0ukZTE
Amy Winehouse - Glastonbury Festival 2008
https://www.youtube.com/watch?v=8Vh5SSIUWqI
Pogues con Llynval Golding, Joe Strummer e Kristy McCoil - 1988
https://www.youtube.com/watch?v=y7QL_PDC5XM
Etichette:
Songs
martedì, novembre 09, 2021
Walter Smith
Un ricordo di Walter Smith a cura di ALBERTO GALLETTI.
Con Walter Smith, morto dopo lunga malattia la scorsa settimana, se ne va un pezzo di storia del calcio scozzese, forse non solo scozzese.
Guidò i Rangers al periodo di maggior successo della loro storia.
Per me tra gli allenatori scozzesi allo stesso livello di Jock Stein e Alex Ferguson, gli altri parecchi piani sotto.
Se ne va anche una di quelle rare figure di allenatore il cui ricordo rimane legato all’ aver avuto successo alla guida del club che ne rappresentava le convinzioni più profonde, dentro e fuori dal campo.
Walter Smith era nato in una famiglia operaia.
Il padre era un gruista e tifoso dei Rangers, la mamma era organista alla chiesa locale.
Protestanti, gente semplice, onesta; poche certezze ma solide.
Fu il nonno a portarlo ad Ibrox per la prima volta quando aveva cinque anni e a far sbocciare una passione che si porterà fin nella tomba segnando per sempre la sua esistenza.
Trascorse l’infanzia giocando a pallone dalla mattina alla sera, dopo le scuole dell’obbligo si iscrisse al Coatbridge Technical College.
Continuò col calcio entrando nelle giovanili dell’Ashfield squadra di periferia.
Terminati gli studi iniziò a lavorare come apprendista elettricista presso l’azienda elettrica della Scozia meridionale ma non mollò il calcio, la sua vera grande passione.
Nel 1966 finalmente ci riuscì e fu preso dal Dundee United.
Difensore di modesta caratura, nelle prime quattro stagioni mise insieme una manciata di presenze in prima squadra giocando regolarmente con le riserve.
Dal ’71 passò in pianta stabile in prima squadra, in tutto 134 presenze per gli arancioni, non molte in tredici stagioni.
Ma sempre con una passione ed un entusiasmo travolgenti.
Indelebile, ed esemplificativo di cosa rappresentasse il calcio per Walter Smith, l’esultanza dopo un gol segnato al Dundee in un derby di campionato quando si baciò il piede con il quale aveva calciato in porta.
Un infortunio lo costrinse al ritiro nel ’76 a neanche 29 anni.
Poco male perché il manager, il geniale sergente di ferro Jim McLean, gli stava dicendo già da un po'
che sarebbe stato un allenatore migliore di quanto non fosse mai stato un giocatore.
Al fianco di Mc Lean vinse clamorosamente il campionato scozzese 1982/83 e l’anno dopo furono fermati dalla Roma in semifinale di Coppa dei Campioni nel controverso rovescio (0-3) del ritorno all’ Olimpico.
Fu quindi allenatore della Scozia U18, U21 e nel 1986 andò al mondiale in Messico come secondo di Alex Ferguson.
Qualche mese prima, aprile mi pare, i Rangers, a corto di vittorie da anni, avevano ingaggiato Graeme Souness come player-manager.
Questi, a digiuno di esperienza manageriale e di campionato scozzese scelse quale vice Walter Smith che aveva conosciuto in nazionale e in virtù del suo ottimo lavoro al Dundee United.
La gestione Souness rivoluzionò non solo i Rangers ma l’intero calcio scozzese. Scardinò la politica del monte ingaggi ai calciatori che resisteva da decenni e si mise a comprare giocatori dall’Inghilterra, invertendo così un flusso che durava da sempre.
Infine prese Mo Johnston, il primo calciatore apertamente cattolico a giocare per i Rangers, facendo cadere la regola non scritta che il club non assumeva cattolici (in qualsiasi posizione, non solo calciatori) che risaliva agli anni ’20.
Ci furono rimostranze anche violente, forse di più sulla sponda opposta, ma Souness tirò dritto dichiarando che quello che importava veramente era il bene della squadra e che il settarianesimo con lui non avrebbe condizionato le scelte.
Souness fu inoltre d’aiuto a David Murray nell’acquisizione del club.
Walter Smith fu importantissimo in tutto il percorso.
Per stessa ammissione di Souness:
“Sono stato fortunato ad essere circondato dalle persone giuste in quel momento. Walter mi aiutò enormemente sia guidandomi tra le questioni extra-campo che con la squadra.”
Nel ’91, dopo cinque stagioni e quattro titoli nazionali, Souness lasciò i Rangers per Liverpool chiedendo a Smith di seguirlo.
David Murray, nel frattempo diventato proprietario del club, dopo attenta riflessione e sentiti capitano e giocatori più influenti gli offrì il posto resosi vacante.
Smith ringraziò Souness e accettò la proposta del presidente coronando infine il suo sogno. Più d’uno tra i tifosi storse il naso, non lo consideravano abbastanza bravo per vincere “Ha fatto solo il vice fin qui” il ritornello.
Con Walter Smith alla guida i Rangers vinsero i successivi sei campionati consecutivi che, aggiunti ai precedenti tre vinti da Souness con Smith al suo fianco, eguagliarono il record del Celtic di Jock Stein di nove campionati consecutivi vinti.
In aggiunta mise in bacheca anche tre Coppe di Scozia, che valsero tre double, e tre Coppe di Lega una delle quali andò a completare il treble del 1992/93.
In quell’anno sfiorò anche la finale della neonata Champions League finendo secondo, un punto dietro al Marsiglia nel girone di semifinale, ma avendo eliminato i campioni inglesi del Leeds United con doppia vittoria al secondo turno.
Lasciò i Rangers per l’Everton nel giugno ’98 al termine della prima stagione per il club (e sua) finita a mani vuote.
Qui dovette fare i conti con una cronica mancanza di soldi e la lotta per non retrocedere. Quando se ne andò, quattro anni dopo, il club aveva raggiunto stabilità finanziaria e la squadra si era allontanata definitivamente dalle zone basse della classifica.
Rimediò però l’unico esonero della sua carriera.
Momentaneamente a spasso, il vecchio amico Alex Ferguson si ricordò di lui chiamandolo come suo vice ad Old Trafford.
Insieme vinsero la FA Cup del 2003.
Venne quindi la chiamata della SFA che gli offrì la guida della nazionale, abbastanza malridotta dalla gestione Vogts.
Riuscì a raddrizzare un po la baracca, ottenne un paio di buoni risultati battendo la Francia e pareggiando contro l’Italia in partite di qualificazione.
Il rank FIFA migliorò sensibilmente ma le qualificazioni a mondiali ed europei continuarono a sfuggire. Più importante, quando arrivò sulla panchina della Scozia, trovò Tommy Burns come vice-allenatore.
Burns era stato una leggenda del Celtic prima come giocatore, poi anche come allenatore, i due già si conoscevano.
Smith, che stimava Burns, lo mantenne al suo posto, dimostrando, da uomo di calcio e solo di calcio, che le divisioni potevano essere superate e rimanere circoscritte allo stadio e ai novanta minuti.
Quando al funerale di Burns, ucciso da un tumore a soli 56 anni, Walter Smith si presentò e portò a spalla la bara dell’amico, l’ambiente del calcio scozzese ricevette un’ inaspettata quanto utile lezione di come si stà al mondo.
Il cammino alla guida della nazionale finì a gennaio 2007 quando da Ibrox chiamarono per soccorso urgente e rimediare all’infelice operato di Paul Le Guen, appena licenziato.
Walter Smith corse al capezzale dei Rangers e vi rimase per altre quattro stagioni vincendo ancora tre campionati consecutivi, due coppe di Scozia e tre coppe di lega che portarono il suo totale personale a 21 trofei vinti (in undici stagioni) e ne fecero l’allenatore più vincente nella storia del club del dopoguerra.
Prodotto di suoi tempi, forgiato da McLean, Smith è stato un manager autoritario.
Una passione per il calcio enorme, quando giocava con le riserve al venerdì, al sabato andava a studiarsi una partita della massima serie annotandosi tutto.
Una formazione che gli permise di emergere come allenatore sempre sostenuta da una forte competitività e da un’autoritarismo spietato che non ammetteva repliche.
Walter Smith era un duro, educato, gentile, sorridente ma un duro.
Difficilmente perdeva le staffe in pubblico, era più concentrato a vincere e ad esultare, ma gli capitò qualche volta con la stampa.
Maltrattò un giornalista esordiente ad una conferenza stampa sbattendolo fuori dalla sala salvo poi chiamare il suo boss prima che questi rientrasse in redazione per dirgli di non preoccuparsi ma che la lezione era dovuta, specialmente davanti ai colleghi più anziani.
Come faceva negli spogliatoi. Psicologia spiccia ma efficace, durante il suo secondo periodo ad Ibrox consegnò le medaglie della vittoria in campionato dell’anno prima nel momento cruciale della volata scudetto della stagione successiva per spronare la truppa.
I suoi giocatori lo adoravano.
Fenomenale poi la demolizione del reporter della BBC Chick Young la mattina dopo l’eliminazione dalla Champions League per mano dell’ AEK Atene che gli diceva come Brian Laudrup e Basile Boli fossero inadeguati per una campagna europea.
Senza perdere la calma, quasi sussurrando in tono confidenziale, ma porco cane non avrei voluto essere il giornalista.
Portò ad Ibrox gente come Brian Laudrup e Paul Gascoigne e che riuscì ad amalgamarli con i vari McCoist, Gough, Hateley e Goram per non dire Durrant riuscendo a tirare fuori il meglio da tutti loro.
E’ vero che nel momento in cui fu nominato allenatore la prima volta i Rangers erano la squadra con più soldi di tutto il Regno Unito ma, è anche vero che le sue capacità di creare squadre vincenti sono sempre state fuori discussione.
Quando tornò la seconda volta la cosa fu persino più evidente. Significativa l’esplosione di McCoist da lui promosso titolare non appena Souness se ne andò a Liverpool. Significativo il rapporto instauratosi tra i due da allora.
Ancorato ad un 4-4-2 britannico classico, le sue squadre sono sempre state poco tattiche, molto atletiche e parecchio spettacolari, basate sul collettivo e impreziosite da tre-quattro elementi di classe.
Difesa forte ancorata intorno al roccioso Gough, sempre con un terzino d’attacco.
Centrocampo di corsa e fosforo ben impersonificato da McCall e due davanti con spiccate doti realizzative.
Coppie come Hateley-McCoist e McCoist-Laudrup avrebbero fatto faville anche fuori dalla Scozia.
Si vinceva sbaragliando, più raramente in trincea come nella finale di Coppa di Lega del 2010, mai tenendo palla stucchevolmente.
Quando tornò in panchina a metà del 2007/08 la squadra arrancava alle spalle di un Celtic che sembrava irraggiungibile.
Si rimise al comando e ancora una volta azzeccò gli acquisti, riuscì a creare un collettivo robusto e compatto e dalla stagione successiva infilò tre vittorie consecutive in campionato.
Sfiorò anche il colpo in Europa nel 2008 perdendo la finale di Coppa UEFA, ma qui forse anche la scarsa competitività del campionato scozzese non ha mai aiutato.
“Mio nonno era un grande tifoso dei Rangers, appassionatissimo alla squadra.
Uno che andava ad ogni partita, senza mai indossare una sciarpa, senza mai cantare una canzone, sempre presente.
Un uomo che seguiva i Rangers religiosamente.”
Così Walter Smith imparò a seguire i Rangers, così li ha vissuti, così li ha gestiti quando è toccato a lui.
Accettò di rientrare nella dirigenza con incarico non esecutivo all’indomani del fallimento, si penti subito realizzando di aver commesso un’errore di valutazione, uno dei pochi.
Il nuovo proprietario voleva infatti usarlo come parafulmine con i tifosi per mascherare i propri maneggi societari.
Si presentò quindi al consiglio di amministrazione decisivo con in mano la vecchia foto di lui e suo nonno ritratti fuori da Ibrox il giorno in cui ci andò per la prima volta.
Disse: “Signori, questo è quanto il Rangers Football Club significa per me. Per la memoria di mio nonno e il suo insegnamento rifiuto di starmene qui a far niente (mentre altri decidono) e di assumere la carica che mi offrite."
Meno di una settimana dopo il presidente si dimise. Nominato presidente a sua volta restò in carica tre mesi e si adoperò per l’entrata in società di Paul Murray e Dave King a loro volta fondamentali nella rinascita del club.
Goodbye Walter e grazie, mi sono divertito un sacco.
Per una risata e capire chi fosse davvero:
https://www.youtube.com/watch?v=iG3rOhYktz0
Etichette:
Storie di calcio
lunedì, novembre 08, 2021
Maneskin e il futuro del rock in Italia
Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà", quotidiano di Piacenza.
I tanto spernacchiati e vituperati Maneskin stanno conquistando il mondo alla velocità della luce, bruciando le tappe, arrivando sempre più in alto (vedi le apparizioni in trasmissioni americane, esibizioni affollatissime a New York e in varie importanti piazze europee, il prossimo concerto di apertura ai Rolling Stones a Las Vegas e tanto altro).
In tanti lo spiegano con un buon manager, i giusti contatti e mille altre scuse. Ovviamente dietro a un successo del genere è necessaria la presenza di uno staff preparato e abilissimo. Ma il prodotto che proponi deve avere un minimo di sostanza e spessore, altrimenti l'inganno dura poco.
E i quattro ragazzini dimostrano di avere la stoffa giusta.
Hanno trovato il perfetto equilibrio tra un'immagine finto provocatoria che non fa male a nessuno ma si distingue e un suono rock che però ha una matrice pop di immediata fruibilità e presa.
Da dietro le quinte arriva poi la conferma che i Maneskin non sono esattamente un prodotto costruito a tavolino ma ragazzi che da anni trascorrono ore e ore in sala prove a migliorare tecnicamente e ad affinare il loro stile.
Ho voluto chiedere a una serie di amici e addetti ai lavori “informati sui fatti” un parere sulla vicenda ovvero se secondo loro il successo del quartetto romano sarà il germe per un ritorno del rock in Italia e se, nel loro ambito, pur essendo probabilmente prematuro, hanno avvertito un incremento dell'interesse per il genere, negli ultimi tempi.
Drigo è chitarrista e fondatore della storica rock band nostrana dei Negrita, gruppo a cui i Maneskin devono molto a livello di ispirazione (come loro stessi ammettono). Durante una lunga intervista per il mensile “Classic Rock” ci siamo ritrovati a fare alcune considerazioni sul successo della band romana.
“Il rock ha corsi e ricorsi, alti e bassi ma quello e ha un riferimento ancestrale, attraverso il ritmo che attinge da origini primitive, alla storia dell'uomo, una cosa che non potrà mai mancare. Le mode arrivano e poi passano.
Il rock è anche sempre stata questione di estetica e immagine e la popolarità dei Maneskin è un segnale sociologico. Il rock tornerà perché include tantissime cose. La pietra tornerà a rotolare. Loro sono ragazzi appassionati e sinceri e credo che influenzeranno i loro coetanei”.
La pensa in modo simile un altro musicista navigato ed esperto come Oscar Giammarinaro, voce e compositore degli Statuto ma anche insegnante di musica:
“Strano ma vero, credo che il loro esempio sarà utile per riportare in auge un certo tipo di musica. La voglia di suonare strumenti veri, di avere un’immagine personale abbinata alla musica che si suona e’, in parte, ripartita nei ragazzi, anche dell'età dei miei alunni, grazie anche al successo avuto dai Maneskin a Xfactor, prima ancora di Sanremo.”
Anche Alex Loggia arriva dagli Statuto, ora è insegnante e produttore, molto vicino al tema in questione, visto che i suoi giovanissimi due figli sono membri del gruppo Omini, già The Minis, che dalla più tenera età suonano rock 'n' roll.
“Sono un insegnante di musica che tendenzialmente cerca di far scoprire ai giovani il blues.
Quindi quando gli allievi mi chiedono di imparare i riff dei Metallica o le canzoni di Sferaebbasta, io gli insegno i riff di John Lee Hooker. Ultimamente la tendenza è quella di voler conoscere ciò che arriva dal passato e quindi le richieste sono più verso le canzoni dei Nirvana e dei Doors. Se questo sia dovuto al successo dei Maneskin non lo so ma sicuramente mi fa ben sperare e credo che determinerà un nuovo interesse nei confronti della musica rock.
Come ho fatto per la band dei miei figli, mi metterò a loro disposizione per fargli conoscere riff, accordi, ma anche storie e aneddoti curiosi e affascinanti, a loro fino ad oggi sconosciuti.”
In quanto a esperienza in ambito rock e affini il giornalista Federico Guglielmi ha pochi rivali:
“Non ho avuto riscontri diretti anche perché di tempo, in fondo, ne è trascorso pochino, ma sono propenso a credere che lo spirito di emulazione e di appartenenza a un "branco" tipico dei giovani porterà parecchi ragazzi e ragazze a interessarsi a chitarre, bassi e batterie, anche se imparare a usarli è un po' più difficile di mettersi a biascicare su basi trap fatte dal computer. In questo sono tutto sommato fiducioso.
Poi, certo, bisognerà vedere come sarà questo ipotetico nuovo rock...”
Alberto Callegari, gestore dello storico studio di registrazione Elfo di Tavernago, non ha notato incrementi di giovani rocker nelle sue sale ma la sua opinione non è lontana da quella precedente:
“E' comunque troppo presto per avere un riscontro in tal senso. Ammiro i Maneskin per quello che stanno facendo, soprattutto chi li sta gestendo che è riuscito a creare una macchina da guerra che li sta portando in tutto il mondo. Non è improbabile che il loro esempio faccia rinascere la passione per il rock da parte dei più giovani che fino ad ora lo vedevano come pertinenza dei genitori o ancora peggio dei nonni. Ora c'è qualcuno della loro età a cui fare riferimento e questo potrebbe essere la molla per fare scattare qualcosa”.
Oliviero Marchesi non ha bisogno di presentazioni su queste pagine, considerata la lunghissima militanza come giornalista di “Libertà”:
“Tutte le volte che ho provato a prevedere il futuro ho sbagliato e anche stavolta, temo, non farò eccezione. Però sono convinto che un “effetto Måneskin”, nel prossimo futuro, ci sarà: in Italia e probabilmente non solo in Italia, data la grande visibilità internazionale e la formidabile macchina promozionale che li sostiene.
Non credo proprio che resteranno un “fiore nel deserto” e non lo credo perché faccio una banalissima considerazione: tutto quello che ha successo fa scuola, genera emuli e imitatori. E i Måneskin di successo ne hanno a pacchi, più di qualsiasi altro gruppo rock italiano nella storia. Sono la band italiana più “calda” del momento, ci sarebbe da meravigliarsi se non facessero scuola.
Non sto dicendo che lo faranno direttamente, riportando in auge quel suono e quel look da anni Settanta rivisitati, tra hard rock e glam, che sono diventati la loro cifra stilistica.
La popolarità dei Måneskin potrebbe riaccendere l'interesse dei giovanissimi nei confronti del rock, che ha smesso da tempo di essere la “musica dei giovani” per antonomasia.
Sono convinto che spingeranno molti ragazzi ad ascoltare e a suonare e la musica dei loro genitori e dei loro fratelli maggiori, che all'improvviso sta diventando “cool” anche ai loro occhi. Sono davvero «la band più sexy del pianeta».
Andrea Bisoli che gestisce da anni l'agenzia di concerti CornerSoul specializzata in gruppi rock 'n' roll e garage punk è invece tranchant.
“Non credo che la loro presenza cambierà qualcosa, abbiamo avuto Vasco Rossi per decenni e non mi sembra ci sia stato un affollamento di gruppi rock a seguirne l'esempio. Sia chiaro, non ho nulla contro i Maneskin, proprio manco li considero”.
Gli fa eco il suo sodale nell'organizzazione dello storico Festival Beat, Gianni Fuso Nerini:
“In Italia mancano cultura e approfondimento in ambito musicale, le case discografiche si muovono solo per profitto e così mi sembra faccia il carrozzone Maneskin.
Che hanno 20 anni, sono giovani e gli auguro il meglio ma da qui a vederli i paladini del rock, che ricordiamoci, è sempre stato portatore di una certa cultura, mi lascia perplesso. Se sapranno raccontare quello che è stato il rock, le sue radici, le sue matrici, allora andrà bene, altrimenti si trattrà di un ennesimo prodotto.
Le sottoculture negli ultimi 50 anni sono partite da un film o da una band. Ma dietro c'è sempre stato un movimento, tante persone, gruppi, una scena. Se sono solo loro, cosa vuoi che succeda? Un fiore e neppure originale che cresce nel deserto”.
Pareri comuni, altre volte discordi. Non cambieranno la storia del rock (che ha già dato abbondantemente tutto, nato con il riff di “Johnny B.Good” di Chuck Berry, morto con quello di “Smells like a teen spirit” dei Nirvana, non per nulla plagiato da “More than a feeling” dei Boston, perfetta chiusura del cerchio e inizio definitivo della ripetizione) né, presumo, saranno gli artefici di un ritorno dello stesso nei gusti dei ragazzini.
Per il momento quel che rimane è che i Maneskin se la stanno godendo e pure tanto, alla faccia di detrattori imbolsiti a cui è stato tolto il giocattolo con cui si dilettano fin da piccoli.
Etichette:
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
domenica, novembre 07, 2021
°° The Daptone Super Soul Revue – Live at The Apollo
°° The Grease Traps - Solid ground
°° Jazz Jamaica - Motorcity Roots
°° VV.A. - Golden Rules
The Daptone Super Soul Revue – Live at The Apollo
Registrato nel corso di tre serate al mitico Apollo Theatre di Harlem, New York nel dicembre 2014, arriva un triplo album in vinile che celebra una delle migliori etichette di new soul in circolazione, la Daptone.
Che schiera il suo meglio, dai compianti Sharon Jones e Charles Bradley ai Sugarmen Three, Menahan Street Band fino al gospel ruvidissimo delle Como Mamas, con gran finale tutti insieme a cantare una versione super funk di "Family affair" di Sly and the Family Stone.
Esibizioni di un'intensità rara, semplicemente un album INDISPENSABILE.
The Grease Traps - Solid ground
Esordio con i fiocchi per la nostra miniera di gemme preziose, la RecordKicks Records, della band americana, registrato al Transistor Sound di Kelly Finnigan e mixato da Sergio Rios degli Orgone.
Deep funk che viaggia tranquillamente tra Curtis Mayfield e il primo Gil Scott Heron, arrangiamenti di fiati superbi, ricerca sonora certosina, groove a non finire. Notevole.
Jazz Jamaica - Motorcity Roots
Divertentissima e riuscita rivisitazione del meglio del reprtorio Motown in versione reggae/ska jazz da parte della band inglese.
Dalle Supremes a Marvin Gaye da "Heard It Through The Grapevine" a "Tears Of A Clown", "What's Going On", "You keep hangin on" è pura delizia.
AA.VV. - Golden Rules
Prima compilation dell'etichetta tedesca che mette insieme band funk, soul, rhythm and blues, vari grooves, con band provenienti da Mosca, Amburgo, Parigi, New York, Londra, Barcellona, Nashville.
Un perfetto assaggio del loro catalogo che valorizza la nuova scena soul funk mondiale. Spettacolare Gizelle Smith, grandi i Soul Surfers, notevole Laura Llorens ma suona tutto più che bene.
https://goldenrulessoul.bandcamp.com/album/the-originals-1
https://goldenrulessoul.bandcamp.com/
Etichette:
Dischi,
Soul Power
sabato, novembre 06, 2021
°° GoodMorning Genova
°° "Se il cielo è tradito" di Gregory Fusaro al "Bloom" di Mezzago
Oltre a contribuire con brevi video settimanali realtivi a musica e letteratura, la mia collaborazione con GOODMORNING GENOVA si sposta ora anche nell'omonimo sito, parlando di calcio minore e poco conosciuto.
Si parte con la COREA DEL NORD:
https://www.goodmorninggenova.org/2021/11/04/storie-del-calcio-che-non-conta-nulla-la-corea-del-nord-di-antonio-baciocchi/
Domenica 7 novembre 2021 ore 18:00
BLOOM
via Curiel, 39 a Mezzago (MB)
Proiezione di Se il cielo è tradito. La storia di Claudio Galuzzi di Gregory Fusaro.
https://www.youtube.com/watch?v=WlhDcfco_n8
Etichette:
I me mine
venerdì, novembre 05, 2021
Ezio Guaitamacchi / Antonio Bacciocchi - Crocodile Rock
Dopo oltre due anni di lavoro, ricerche, pagine e pagine scritte, rilette e corrette, esce in tutte le librerie “CROCODILE ROCK – STORIE, ANEDDOTI, CURIOSITÀ E TUTTO CIÒ CHE UNISCE MUSICA E ANIMALI” (Hoepli), la nuova opera editoriale dello scrittore e giornalista musicale EZIO GUAITAMACCHI e del musicista e scrittore ANTONIO BACCIOCCHI, che per la prima volta raccoglie in un libro tutti i legami esistenti tra il mondo della musica e quello degli animali.
Il libro è disponibile in pre-order al seguente link:
https://www.hoepli.it/libro/crocodile-rock/9788820399115.html
Ricco di immagini e illustrazioni, “CROCODILE ROCK” è impreziosito dall'INTRODUZIONE di LAURIE ANDERSON, musicista e regista statunitense autrice del film “Heart of a dog” (2015), dedicato alla sua cagnolina Lolabelle.
All’interno del volume Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi analizzano come all’origine del suono ci sia il mondo animale e soprattutto come, attraverso storie, aneddoti e curiosità su canzoni, album e band che hanno fatto la storia, il mondo del pop-rock sia stato catturato dal fascino “bestiale” di cuccioli, belve feroci, insetti, serpenti o volatili.
Nella prima sezione del libro, con la supervisione del musicista e ricercatore Walter Maioli, si analizza il rapporto tra musica e natura e si spiega come l'uomo abbia imparato a parlare, cantare e suonare imitando voci e ritmi del mondo animale, per poi proseguire analizzando band e artisti, italiani e internazionali, che hanno scelto di utilizzare come nome d’arte quello di un animale e quindi giungere al racconto di album e canzoni ispirati al mondo animale.
“CROCODILE ROCK” racconta inoltre i rapporti tra le rockstar e i loro cuccioli, descrive le varie organizzazioni animaliste supportate dalle star della musica e il loro schierarsi contro il consumo di carne e svela un mix di curiosità e stranezze riguardante il connubio animali e musica che lascerà il lettore impaziente di saperne di più.
Dalla curiosa vicenda dei "Ragni di Marte" al cagnolino che salvò la vita di Dolly Parton, dalla genesi "rock" di Greenpeace al vegetarianismo di Paul McCartney, dai gruppi metal che hanno un pappagallo come cantante ai latrati di Seamus in un brano dei Pink Floyd, “CROCODILE ROCK”, si rivela anche una preziosa e divertente fonte di aneddotica e di curiosità.
“I wanna be your dog” é qualcosa del tipo voglio unirmi al tuo corpo. Non voglio parlare di letteratura con te. Non voglio giudicarti come persona. Voglio solo fare sesso come un cane con te-
Iggy Pop
Stavo prendendo così tante droghe da essere un relitto. Il gran finale venne quando sparai ai gatti. Ne avevamo circa diciassette, io divenni pazzo e li uccisi tutti.
Ozzy Osbourne
Mi era difficile immaginare qualcuno andare in un negozio di dischi a chiedere il nuovo album di Steven Demetre Georgiou. E poi in Inghilterra, e sono sicuro, anche in America, amavano sicuramente i gatti
Cat Stevens
CROCODILE ROCK - STORIE, ANEDDOTI, CURIOSITÀ E TUTTO CIÒ CHE UNISCE MUSICA E ANIMALI
Ezio Guaitamacchi e Antonio Bacciocchi
Hoepli
264 pagine
24,90 euro
Etichette:
Libri
giovedì, novembre 04, 2021
Massimo Zamboni - La trionferà
Un suggestivo, a tratti (solo apparentemente) nostalgico, viaggio nel comunismo emiliano, con la natìa Cavriago protagonista, il cui nome arrivò perfino a Lenin (il cui busto campeggia ancora orgogliosamente nell'omonima piazza), da pionieristici sostenitori della Rivoluzione Sovietica.
Zamboni, che scrive non bene ma benissimo, come un consumato cronista storico, cita nomi, fatti, dati e date e ci immerge in un "amarcord" a tratti veramente felliniano, che rende alla perfezione il concetto del comunismo da certe parti.
"Essere comunisti era prima di tutto un sentimento: sapere di essere dalla parte giusta del mondo".
"Facevamo colazione poi passavamo in sezione a vedere cosa c'era da fare"
A metà libro lui stesso diventa protagonista, dall'infanzia, all'adolescenza, all'iscrizione alla FGCI, le Feste dell'Unità (quelle Feste dell'Unità emiliane!!!) e poi il rumore delle armi, la crisi ("...il PCI si è ribaltato in conservazione, partito d'ordine, potere, apparato, regime"), il distacco ("Affamato come ero di alterità il Prtito mi appariva allora ibernato nel suo ruolo di conservazione di un ordine non più condivisibile"), la progressiva triste decadenza e caduta mentre impazza il successo artistico e mediatico dei suoi CCCP-Fedeli alla Linea.
"Arriva il momento di smobilitare e prende forme pratiche che fanno ancora più male di quelle politiche...pezzo dopo pezzo se ne vanno i gioielli di famiglia, acquistati grazie alla dedizione e ai sacrifici di migliaia di militanti.
Non si tratta solo di una compravendita immobiliare.
E' un mondo che si sgretola all'incanto."
Rimane l'ideale che si perde nel vento e nel tempo ma che, prima o poi, trionferà:
"La trionferà, certo che trionferà.
E se non saremo noi a vederla trionfare e se non sarà nei tempi a venire o non sarà da noi e avrà altri nomi forse, altri modi, chissà dove, decento, trecento, mille anni, vedrete: la trionferà".
Il libro è stupendo, (ri)apre ferite nel cuore di chi ci ha creduto e rimane tutt'ora affascinato e ancorato a quell'idea, traballante, mal applicata ma potenzialmente perfetta.
"Quella parola, COMUNISTA, che altrove evoca scenari di grigiore e vessazione (in Emilia) si è andata a coniugare a una capacità pratica di sogno e fantasia che altrettanto ha avuto pochi eguali.
Nessuna dittatura del proletariato, nessuna minaccia alle proprietà, nessuna incompatibilità con le classi medie.
Tentata egemonia di pensiero, non totalitarismo. Condiscendenza verso l'iniziativa privata, non statalismo. Transito e apertura culturale, non reticolati.
Questa attitudine ha formato il carattere umano di un'estesa area geografica, distinguendola dalle altre, dandole un volto e un noime proprio riconosciuti e riconocibili.
Siamo stati comunisti nel non avere attuato il comunismo".
Massimo Zamboni
La trionferà
Einaudi
Pagine 227
euro 19.50
Etichette:
Libri
mercoledì, novembre 03, 2021
Serge Latouche - Limite
Gli uomini hanno già abbandonato il sentiero di una civiltà durevole.
In tempi in cui la cosiddetta "emergenza climatica" è una realtà oltre che drammatica ormai ampiamente conclamata e in cui i principali governi mondiali non fanno sostanzialmente nulla per metterle un freno, anteponendo la crescita economica, può essere utile (ri)leggere questo breve saggio di Latouche (professore di scienze economiche all'Università di Parigi) scritto nell'ormai lontano 2012.
In cui si palesa che "la catastrofe è già tra noi. Viviamo quella che gli specialisti chiamano la sesta estinzione della specie" e che "ormai è chiaro che il nostro modo di vita attuale è senza futuro, che il nostro mondo finirà, che i mari e i fiumi saranno sterili, le terre senza fertilità naturale, l'aria delle città soffocante e la vita un privilegio al quale avranno diritto soltanto gli esemplari selezionati di una nuova razza umana" (André Gorz - Sette tesi per cambiare la vita - 1977).
"Viviamo in una società della crescita.
La società della crescita può essere definita come una società dominata da un'economia della crescita e che tende a esserne interamente permetata.
In questo modo la crescita per la crescita diventa l'obiettivo primordiale, se non il solo dell'economia e della vita.
Produrre di più implica necessariamente consumare di più e per questo è necessario creare all'infinito nuovi bisogni".
Noi non distruggiamo il pianeta ma soltanto il nostro ecosistema cioé le nostre possibilità di sopravvivervi.
Indifferente ai nostri eccessi, la Terra continuerà a seguire il suo destino dopo la nostra scomparsa.
A fronte di questa catastrofica situazione Latouche propone un concetto di DECRESCITA, di abbandono del superfluo e di ciò che non è indispensabile.
Per scongiurare l'implosione del sistema è indispensabile un'autolimitazione della dismisura dei modi di produzione e di consumo dominanti, che sono soprattutto quelli delle classi dominanti.
L'autolimitazione si sposta così dal livello della scelta individuale al livello del progetto sociale.
C'è anche un'interessante analisi che riporta al progressivo insorgere dei cosiddetti sovranismi:
Ogni cultura è per natura etnocentrica. Gli appartenenti a una determinata cultura sono persuasi che i loro valori sono i migliori e che sono quelli dei loro vicini sono meno buoni dei loro, se non cattivi.
Serge Latouche
Limite
Bollati Borlingheri
105 pagine
Etichette:
Libri
martedì, novembre 02, 2021
Lydia Lunch - The war is never over di Beth B.
Riprendo l'articolo che ho scritto per "Il Manifesto" sabato scorso relativo al film su LYDIA LUNCH "The war is never over" di Beth B.
Il film sarà proiettato in Italia a breve con Lydia Lunch a presenziare.
Il 3 novembre a Fiesole, Firenze al Cinema Arci, il 4 a Bologna al Kinodromo al TPO con la partecipazione di Bifo Berardi, il 5 a Milano al Cinema Beltrade, il 6 a Torino al Cinema Massimo.
Nel migliore dei mondi possibili Lydia Lunch non avrebbe bisogno di presentazioni.
Siamo in un mondo imperfetto, di conseguenza due parole vanno dette.
Artista a 360 gradi, performer, cantante, musicista, compositrice, personaggio di prima grandezza nella scena “alternativa”, icona, disturbatrice, terrorista sonora e verbale. Potremmo aggiungere una lunga serie di accrescitivi e definizioni.
Possiamo riassumere il tutto in un concetto basilare ed elementare: personaggio unico.
La regista Beth B, da tempo immemorabile sodale di Lydia, ha realizzato un documentario sulla sua attivià artistica intitolato “The war is never over” (La guerra non è mai finita), un grido di battaglia inequivocabile.
Che ribadisce in un'intervista esclusiva in cui di certo non si risparmia:
“Andiamo amico mio... citerò Kafka "C'è speranza... ma non per noi". Il mondo come lo conosciamo raramente è stato senza conflitti, espropri di terre per le risorse naturali, schiavitù, un complesso di Dio, profughi creati da guerre inutili (molti dei quali negli ultimi settantacinque anni esportati dall'incredibile Complesso Militare Industriale degli Stati Uniti...ottocento installazioni militari in tutto il mondo, per non parlare del sistema di ingiustizia criminale americano, più prigionieri di qualsiasi altro paese del pianeta), la disuguaglianza dei sessi, il razzismo e, in generale, il disprezzo per la vita di questo pianeta e tutto ciò che contiene.
Possiamo fingere che questi problemi non esistano mentre conduciamo una vita comoda da classe media, ma questi problemi non vengono risolti ed è incredibilmente frustrante che come civiltà che ha tali incredibili progressi tecnologici, non abbiamo ancora progredito abbastanza per imparare come trattare il pianeta e le persone che ci vivono con più rispetto.
NO.
La guerra non è mai finita.”
Il documentario di Beth B non ci risparmia nulla. Crudo, essenziale, diretto, senza filtri, ci mostra lo spirito e l'anima iconoclasta di Lydia Lunch, approdata a New York agli albori del punk, a fine anni Settanta, da cui ha attinto il gusto per la provocazione, mai fine a sé stessa ma indirizzata a un concetto di abrasione delle certezze morali, dell'omologazione, la classica spina nel fianco alla cosiddetta “moralità” o comune senso del pudore.
Non solo da un punto di vista civico ma anche musicale. Peraltro, a quanto mi dice Lydia, è solo l'inizio.
“Che ne dici della parte due, ti chiedo? C'è solo una parte della mia carriera di quarantre anni che puoi spremere in settanta minuti. Ho portato a termine molti progetti da quando il documentario è stato terminato. Due album, una commedia, una sceneggiatura, più tour sia musicali che parlati.
Il mio podcast “The Lydian Spin” ora ha 117 episodi e continua a pubblicare un nuovo episodio ogni settimana.
Ho completato un documentario che ho prodotto con Jasmine Hirst chiamato “Artists- Depression/Anxiety & Rage” dove ho intervistato trentacinque persone di diverse discipline creative che uscirà il prossimo anno.
Il film è un'istantanea di ciò che ho fatto e continuerò a fare.”
Una vita, artistica e non, vissuta radicalmente, resistente a ogni contaminazione con il mainstream, posizione rara da trovare nel mondo accondiscente di oggi.
“Perché avrei dovuto cercare strade più facili? Non credo che nulla di ciò che faccio sia così "radicale". Documento le mie esperienze personali sullo sfondo degli eventi mondiali e parlo, scrivo, recito monologhi che descrivono sia la storia presente che la mia isteria riguardo a questi eventi.
Ho pubblicato troppi diversi tipi di musica, testi e persino fotografie per dipingere tutto come radicale, a meno che per radicale non intendi seguire il mio percorso e non essere dettato dalle tendenze, dai social media, dalla popolarità o dalle stronzate.”
La sua carriera è complessa, ricchissima e difficilmente riassumibile in poche parole.
Inizia con i Teenage Jesus and the Jerks, una delle band protagoniste della cosiddetta scena “No New York”, in cui nomi come quelli di Lydia, dei Contortions di James Chance, dei DNA di Arto Lindsay, riscrivevano la musica alternativa contemporanea, irridendo il clangore del punk rock (che a quel punto e al loro confronto diventava semplice epigone del pub rock e rock 'n' roll) inserendo nella loro proposta noise, jazz, sperimentazione, violenza, abrasione, il punk e l'avanguardia più estrema.
A produrre un signore che di suoni sperimentali se ne ne intende da sempre, Brian Eno.
E' il 1978 e da quel momento Lydia incomincia un lungo percorso che la porta tra musica e arte, sempre ai limiti.
Queen Of Siam del 1980 è il suo primo album solista e già preconizza alla perfezione il percorso futuro che la porterà a fianco di icone della musica più estrema, dai Sonic Youth (il piccolo monumento all'abrasione che è Death Valley 69) a Exene degli X (con cui condivide un conturbante libro di poesie), Nick Cave, Einsturzende Neubaten fino alla recente e devastante collabotrazione con Marco Bertoni dei Confusional Quartet, Franco Bifo Berardi e Bobby Gillesie dei Primal Scream nell'apocalittico progetto Wrong Ninna Nanna.
Inoltre libri, film, video, collaborazioni di ogni tipo e concerti dal vivo di un'intensità rara, in cui riesce sempre a esprimere quel senso di “pericolo” e incertezza che ormai non troviamo più in nessun palco.
Lydia Lunch rimane ancorata al suo guscio che non significa auto ghettizzazione ma semplicemente consapevolezza di un ruolo che intende continuare ad affermare anche in un contesto culturale che concede sempre meno spazio alle diversità antagoniste e scomode.
Quando le chiedo chi vorrebbe che vedesse il film a lei dedicato risponde sicura e spavalda:
“Chiunque sia stufo del pop pulp, chiunque non sia soddisfatto dello status quo. E che crede nel potere dell'individuo di superare il trauma e risorgere dalle ceneri per poter parlare. Qualsiasi individuo che sia stato trascurato, chiunque non abbia potuto ascoltare la voce di queste persone,o che non sia stato in grado di lanciare il grido di giustizia che è stato così spesso soffocato. Questa è la mia gente. Chiunque altro potrebbe farlo meglio o evitarlo del tutto. Comunque grazie.”
Lydia Lunch è un personaggio e un'artista unica, preziosa, da preservare, sostenere e seguire, perchè parla un linguaggio che sta scomparendo.
Quello che non conosce compromessi, che percorre cocciutamente strade sconnesse, ne apre di nuove, ritorna su quelle meno frequentate, incurante di successo, notorietà, guadagni facili, sempre in bilico, sempre in discussione, senza un futuro scritto, alla faccia di certi sloganistici “no future”.
Continua a chiedersi come le donne possano essere passate “da Medusa a Madonna”.
“The war is never over” non usa mezzi termini e ci mostra Lydia affrontare le tematiche femministe in modalità totalmente diverse dalla retorica “buonista” e a favore di telecamera del MeToo o mediaticamente spendibile. Anche in questo caso il linguaggio è scabroso, crudo, efficace e diretto come un pugno in faccia.
Il tutto declinato con ironia, umorismo, onestà, approccio esplicito e dissacrante.
domenica, ottobre 31, 2021
60
BACK TO THE SIXTIES!!!
PS: Il 31 ottobre 1961 i Beatles suonarono al "Litherland Town Hall" di Liverpool
venerdì, ottobre 29, 2021
Il meglio del mese. Ottobre 2021
Manca ormai poco alla fine dell'anno.
Tante buone cose da segnalare:: Jon Batiste, Sleaford Mods, Bobby Gillespie & Jenny Beth, Paul Weller, Dewolff, Sault, Specials, The Lathums, Damon Locks Monument Ensemble, The Coral, Howlin Rain, Sons Of Kemet, Mdou Moctar, Little Simz, Specials, Kojo Jean & the Tonics, Teenage Fanclub,Tom Jones, Chrissie Hynde, Adrian Younge, Flyte, Jay Nemor Electrified, Myles Sanko, Billy Nomates, Alan Vega, Django Django, Aaron Frazer, Bamboos, Arlo Parks, Shame , Vaudou Game, Les Filles De Illighadad, Steve Gunn, Billy Bragg.
In Italia: Radio Days, Nicola Conte/Gianluca Petrella, A/lpaca, Casino Royale, Gang, SLWJM, Homesick Suni, Bachi da Pietra, Joe Perrino, Amerigo Verardi, Les Flaneurs, The Smoke Orchestra, Homesick Suni, Wendy?!, Gli Ultimi, Gianluca Secco, Heat Fandango, Marianna D'Ama.
THE SPECIALS - Protest Songs 1924-2012
Un lavoro anomalo, lontanissimo dall'abituale sound della band di Coventry, impegnata a recuperare una dozzina di canzoni di protesta (da Bob Marley ai Talking Heads, Frank Zappa, Big Bill Bronzy, Staple Singers) riproponendole in chiave prevalentemente folk blues acustica. Le concessioni al Jamaica Sound sono rarissime e a tratti si fatica a credere che si tratti proprio degli Specials. Ma rimane un ottimo lavoro, coraggioso e di spessore.
THE LATHUMS - How Beautiful Life Can Be
Sono arrivati subito al primo posto delle charts UK con un album che più "brit" non si può.
Ampie dosi di Smiths (i riff alla Johnny Marr non si contano e pure il cantato alla Morrissey spesso non scherza), Arctic Monkeys, brit pop, Housemartins, Ordinary Boys (con tanto di brano di modern ska, "I see your ghost"), melodie Sixties e mille altri riferimenti "giusti" (il finale "The redemption of sonic beauty" sta a metà tra il John Lennon di "Across the universe", Elton John e Freddie Mercury).
Bravi, bravissimi.
BILLY BRAGG - Ten millions things that never happened
Il grande Billy aveva da tempo diradato le uscite discografiche, a parte salutuarie apparizioni e collaborazioni. I dodici nuovi brani sono scarni, dall'incedere dolente di chi ha visto tante speranze svanite, con una frequente impronta country e un clima prevalentemente acustico. Rimane il piglio combattivo nei testi e un tratto inconfindibile.
KOKO-JEAN & THE TONICS - Shaken and stirred
L'ex voce degli Excitements torna con un nuovo travolgente progetto: soul, funk, primitivo rhythm and blues (dalle parti di Ike&Tina e Arthur Alexander), blues, jazz soul. Energia a go go, voce super!
MATT MALTESE - Good morning it's now tomorrow
Terzo album per il cantautore anglo/canadese. Tredici ballate che potremmo tranquillamente inserire negli ultimi album di John Lennon, con qualche atmosfera Brian Wilson/Beach Boys e, perché no?, del McCartney più melodico.
HOWLIN RAIN - The Dharma Wheel
Circolano da parecchio in California e States e giungono ora al settimo album in cui continuano a masticare un sound 70's tra Black Crowes, Who, West Coast, Allman Borothers band. Niente male.
RINGO STARR - Let's change the world
Finalmente il grande Ringo ci concede qualche soddisfazione. Quattro brani gioiosi, suonati cn energia, divertenti e molto carini, dalla title track dal tratto soul a una cover di "Rock around the clock" frizzante e gradevole e due brani di buon gusto.
THE VAPORS - Waiting For The Weekend
Scoperti e prodotti da Bruce Foxton dei Jam, fecero il botto nel 1979 con la pulsante e frenetica Turning Japanese che caratterizzava bene il loro pop punk chitarristico, misto a echi beat e power pop. Due buoni album e una veloce scomparsa. Esce ora un quadruplo box corredato da inediti, rarità e un ruvido live del 1979 che ci ripropone l'energia e l'urgenza di quei tempi.
Si sono riuniti da poco e nel 2020 è uscito il nuovo album "Together", carino ma anonimo.
DURAN DURAN - Future past
Il nuovo album si avvale di ospiti di riguardo (Giorgio Moroder, Mark Ronson, Mike Garson, pianista di David Bowie), soprattutto GRAHAM COXON dei Blur alla chitarra e che co-firma buona parte dei brani. "Future past" è classicamente Duran Duran ma è capace di essere attuale, fatto (ovviamente) benissimo, super arrangiamenti, "maturità" ostentata.
Bravi, hanno buone carte da giocare per il successo.
PAPRIKA SOUL - Soul on jazz
La band londinese torna con un raffinatissimo album di soul jazz, in cui finiscono anche fusion, funk e brani alla Working Week o Incognito.
NUBYA GARCIA - Source ⧺ We Move
Remix del suo ottimo album dello scorso anno da parte di tanti rptagonisti della nuova scena nu jazz brit. Sperimentazioni, funk, elettronica, new grooves.
GLI ULTIMI – Sine metu
Quinto album per la band romana e centro perfetto. Dodici canzoni scritte con il cuore, l’anima, il sudore di una vita di strada. Punk rock che attinge dal sacro verbo dei primi Clash (“Pane e rose” potevamo tranquillamente trovarlo sul loro secondo album), dai loro epigoni Rancid, dai Social Distortion e dalla prima scena Oi! inglese (dai 4Skins agli Infa Riot), oltre che dai consanguinei Banda Bassotti.
Semplicemente eccellente.
MARIANNA D'AMA - Where Will You Go, Nina?
Nuovo approdo per la cantautrice abruzzese con un ep denso e intenso, in cui si accoppiano sensualmente influenze blues, folk, decadenti, abrasive, suadenti, sorta di connubio tra Portishead, Pj Harvey, Nick Cave, Billie Holiday, Anna Calvi.
L'incedere è dolente e solenne ma nasconde una rabbia di fondo che emerge dalle chitarre crude e scabre e una voce immediatamente riconoscibile.
BARMUDAS - Everyday is saturday night
La band fiorentina, attiva da quattro anni, approda al primo album, un grande concept di otto brani che si riallaccia alla tradizione glam rock dei Settanta, tra Sweet Slade, pub rock, puro e semplice rock 'n' roll.
Il tutto eseguito con grande energia, competenza e capacità compositiva di primo livello. Imperdibile per gli amanti di un sound riportato in auge dalle nostre arti dai Giuda.
HEAT FANDANGO - Reboot System
Intrigante la miscela sonora della band marchigiana. Troviamo un tiro garage punk (tra Sonics e Music Machine e le loro più recenti incarnazioni), venature del blues impazzito che propone la Jon Spencer Blues Explosion, rock acido, un pulsare ritmico violento e diretto. Ottimi davvero.
EL XICANO - La montagna rossa
Prosegue felicemente il percorso del one man band di Silvio Pasqualini, talentuoso compositore e musicista romagnolo, dai lunghi trascorsi in varie esperienze sonore.
Il nuovo album viaggia su coordinate psichedeliche con un forte connotato pop che, non di rado, si avvicina ai Verdena di "Wow". Originale, personale, grandi canzoni e arrangiamenti perfetti. Un gioiello.
POLVERE DI PINGUINO - Stand by the dream
Storica band toscana della scena garage punk neo psych degli anni 80 con una breve ma fulminante carriera. Questo album raccoglie una serie di rare testimonianze d'epoca, tra demo, inediti, brani live che restituiscono al meglio l'irruenza sonora, diretta, potente, abrasiva che caratterizzava il loro sound.
GIANLUCA SECCO – DanzaFerma
Secondo album e grande prova di maturità, capacità di coprire un’ampia gamma di suoni, influenze, riferimenti. Che possono fare convivere nello stesso disco canzone d’autore, rock, blues, Piero Ciampi, Nick Cave, blues, rock, attitudine punk e tanto altro. La versatilità di Secco è sintomo di grande personalità, lo spessore compositivo e la sempre azzeccata scelta dei suoni e degli arrangiamenti lo pone sui gradini più alti del nuovo cantautorato itaiano.
TUPAMAROS - Senza paura
Torna dopo 19 anni di silenzio la mitica band carpigiana con un nuovo album che trasuda, come sempre, passione, freschezza, audacia verbale. Tra combat folk, folk rock, incursioni nel reggae ("Da qui"), canzone d'autore, un'anima pop, ritroviamo il consueto piglio, sincero e urgente, che li ha sempre caratterizzati.
BODY BAG REDEMPTION - The exclusive fun of fishing in the pond of your clownish tears
Lavoro sapientemente anomalo, sperimentale, abrasivo e dissacrante, che unisce un approccio alla Bologna Violenta con reminiscenze garage e sguardi ai Dinosaur Jr.
L’aspetto che prevale è l’originalità della proposta e che, viste le premesse, sarebbe bene sviluppare nell’arco di un album. Restiamo in attesa. “The Exclusive Fun Of Fishing In The Pond Of Your Clownish Tears” è il terzo demo EP di Body Bag Redemption, progetto one man band nato prima del 2010 e mai sopito nonostante anni di letargo.
Rispetto alla prima incarnazione, che verteva su sonorità punk blues acustiche per sola chitarra e voce (un EP split all’attivo su CD-r, esauritissimo e dimenticato da ogni creatura vivente), BBR ora ha un’impronta più rock ovvero con tutti gli strumenti – chitarra, basso e batteria.
Questo terzo lavoro è nato all’insegna del desiderio di cambiare e di sperimentare con pezzi non strettamente legati al punk e derivati.
A.S.E. (Anno Senza Estate) – Racconti & Canzoni
Torna la creatura di Paolo Merenda che sorprendentemente svolta musicalmente da sonorità punk/hc verso un percorso semi acustico tra country e cantautorato (particolarità che accomunò varie band della scena hardcore californiana degli anni 80, primi tra tutti i Rank And File).
All’album di otto ottimi brani è allegato un libretto con trenta brevi racconti che narrano di vita della profonda provincia tra storie veramente accadute e altre distopiche e immaginarie.
BRUCE SUDANO - Ode to a nightingale
Conosciuto per i brani scritti per Michael Jackson, Dolly Parton e Donna Summer, Bruce Sudano non rinuncia a una dignitosa carriera solista che lo ha portato, per il nuovo lavoro, a registrare in Italia, diventata ormai una seconda patria. Sette brani di buon rock “americano” con una forte influenza country, uno sguardo a Tom Petty, uno a Neil Young un altro ancora ai Traveling Wilsbury e alla scrittura di Jeff Lynne e del primo paul McCartney con i Wings. Sette brani ben scritti, arrangiamenti scarni ma efficaci, ottimo album.
ASCOLTATO ANCHE:
SALMO (incerto. Cose buone, altre trascurabili), ROGER TAYLOR (il batterista dei Queen. Ebbene si l'ho ascoltato...), KOOL AND THE GANG (easy disco soul funk sempre di qualità), CORNELL CC CARTER (pop soul molto leccato).
LETTO
MARCO TEATRO / GIACOMO SPAZIO - Virus - il punk è rumore 1982-1989
Raccolta di tutto (o quasi) il materiale relativo all'esperienza del VIRUS di Milano, attivo dal 1982 al 1989. Volantini, locandine, fogli, fanzine, ritagli di giornale.
L'aspetto più interessante e affine allo spirito originario è che non c'è analisi sociologica, approfondimenti o pareri personali.
C'è solo il materiale prodotto, nudo e crudo, una foto in bianco ma soprattutto nero di ciò che è stato in quegli anni con tutte le ingenuità, l'approssimazione, la freschezza, l'urgenza, l'irruenza, la cattiveria, la disperazione l'ironia, la rabbia di quei tempi.
E' sufficiente e anche troppo.
Sicuramente TANTO.
NANDO MAINARDI - Il figlio della foca. Celentano e Fantastico 1987
Nando Mainardi è profondo e raffinato cultore di quella canzone d'autore italiana poco allineata e con una personalità ben definita. Non a caso ha già scritto di Gaber e Jannacci.
Affronta questa volta un personaggio ancora meno definibile, un anarchico nei fatti, perso tra bigottismo, provocazione, conservatorismo, genio, banalità, ego ipertrofico: Adriano Celentano.
Come lo descrisse malignamente Giorgio Bocca, "un cretino di talento".
Il libro narra l'incredibile, quanto poco ricordata, avventura del Molleggiato quando gli venne affidata, dopo il clamoroso passaggio alla Finivest di Baudo, Carrà e Bonaccorti, a suon di miliardi, la conduzione del programma di punta della RAI, Fantastico, nel 1987.
Fu un mezzo (o completo) delirio di onnipotenza ma di totale rottura dei canoni tradizionali, tra polemiche a non finire (per le quali si scomodarono il suddetto Bocca ma anche Umberto Eco, vescovi e tutti i quotidiani), che arrivarono anche in Parlamento e al Vaticano.
Spazi concessi ai reietti della RAI come Franca Rame che mise in scena da "Tutto casa, letto e chiesa" l'agghiacciante monologo autobiografico "Lo stupro" e Dario Fo che nella puntata di Natale, da "Mister buffo" parlò a suo modo di Gesù Bambino, causando scandalo e proteste.
E poi appelli contro la caccia, gaffe a ripetizione, i lunghi imbarazzanti silenzi, litigi furiosi e fratture inenarrabili con dirigenti e collaboratori (Massimo Boldi ne esce come un miserabile).
Ma anche dieci milioni di spettatori e oltre di media, ospiti favolosi (da Chuck Berry ai Bee Gees a Liza Minelli) e un programma che non si ripeterà mai più e dall'anno successivo verrà di nuovo normalizzato.
Un libro interessantissimo, circostanziato all'epoca sociopolitica in cui si svolge la vicenda, una fotografia di un periodo che si chiude per lasciare spazio a una nuova era, quella del Berlusconismo, con tutti gli annessi e connessi.
CLARICE TROMBELLA - Sister Resist
Le venti storie che ci sottopone l'autrice nel suo nuovo libro sono legate, pur nella varietà geografica, sociale, culturale delle protagoniste, da un filo conduttore che ne testimonia il coraggio, la caparbietà, lo spirito di rivalsa e auto affermazione, in circostanze costantemente difficili.
E così troviamo affiancate star come Lady GaGa, Billie Eilish, Beyoncè, Bjork a rappresentanti della scena più alt come Ani Di Franco, Kae Tempest, Tracey Thorn o la fantastica rapper franco/cilena Ana Tijoux, fino alle "nostre" Madame e Elodie o a esponenti di quello splendido e ancora inesplorato universo della musica africana, da Fatoumata Diawara a Les Amazones d'Afrique, fino a Helin Bolek del Grup Yourum.
La scrittura è minimale, diretta, efficace, le storie brevi e asciutte, ricche di particolari poco conosciuti (spesso drammatici).
Il tutto corredato da splendide illustrazioni e mini colonne sonore, ideali per accompagnare la lettura dei vari profili.
ANTHONY DAVIE - Joe Strummer and the Mescaleros
Anthony Davie è stato tra i più grandi fan di JOE STRUMMER, 40 volte ai concerti dei Clash, decine a quelli di Joe.
In questo libro(ne) racconta (con traduzione italiana di Silva Fasulo) la vicneda con i MESCALEROS, la sua ultima incarnazione artistica prima della tragica scomparsa nel 2002.
Ci sono tante storie, i ricordi di tutti i componenti della band, le vicende di Davie, costantemente e fedelmente ai concerti dei Mescaleros, dalla Gran Bretagna a ogni angolo d'Europa, fino agli States e al Giappone (rischiando divorzio e licenziamento), la sua amicizia con Joe e i musicisti, avventure e disavventure di un grande fan.
In mezzo la spontaneità (che talvolta rasentava l'improvvisazione) di Joe e soci.
Ma anche i litigi, le tensioni e i contrasti.
E il paradosso di Joe che lasciava sempre più spazio ai brani dei Clash, per dare al suo pubblico ciò che desiderava e meno ai brani solisti.
Per i fan dei Clash un libro da avere (con tanto di lunghissima appendice con foto, poster, biglietti e memorabilia di ogni tipo).
MAURIZIO GALLI - I solchi della storia
Una bellissima idea, altrettanto bene realizzata, il ricercare l'origine di canzoni che prendono spunto da fatti storici più o meno conosciuti.
Dallo sbarco sulla Luna (con il grande "Whitey on the moon" di Gil Scott Heron) alla Strage di Piazza Fontana, i morti di Derry che ispirarono "Sunday bloody Sunday" degli U2, l'"Ohio" di CSN&Y che arrivava dalla strage della Kent State University del 1970. Ma anche la guerra in Vietnam, Auschwitz, il Sand Creek ed episodi semi sconosciuti come l'origine della musica cajun o la battaglia di Gettysburg che ispirò Robbie Robertson e la Band a scrivere l'immortale "The night they drove Old Dixie Down".
I cenni storici sono molto precisi e circostanziati, le canzoni trattate esposte nel modo più competente e appassionato possibile.
Istruttivo e molto piacevole.
EMMANUEL CARRERE - Yoga
Il nuovo libro di Carrère si riassume in una frase, dove, citando Montaigne ci dice:
"Gli scrittori che scrivono ciò che gli passa per la testa sono quelli che preferisco, infischianosene altamente dell'opinione di chi dice che di quello che passa per la testa a lui non importa a nessuno e che bisogna essere davvero presuntuosi, davvero egocentrici, per prendersi la briga di registrarlo. Perchè lui, Montaigne, è convinto che non ci sia niente di più interessante di questo, in quanto lui è un uomo comune e non uno di quelli di cui si leggono le memorie, uno la cui unica peculiarità è essere un uomo e potere, a quest'unico titolo, senza l'impiccio di prerogative di sorta, testimoniare cosa significa essere un uomo".
E così Carrère ci parla della sua esperienza con lo yoga (tema originario di questo libro, poi sviluppatosi in altre direzioni), di un periodo in un'isola greca tra i rifugiati afghani e siriani, di relazioni (presunte o reali) con altre donne, della terribile depressione e conseguente esperienza in clinica psichiatrica.
Ovviamente scrive molto bene, il tratto è avvincente ma alla fine sfugge il significato di un libro di questo tipo, costante parlarsi addosso, incurante del lettore.
VISTO
Todd Haynes - Velvet Underground
E' prassi ormai consolidata, una sorta di inevitabile necessità, indicare i Velvet Underground tra i gruppi più influenti e il loro primo album, uscito nel marzo 1967, come uno dei migliori dischi rock di sempre.
C'è ovviamente molto di vero, il gruppo di Lou Reed e John Cale, supportati dalla spinta visiva e artistica di Andy Warhol, creò uno stile unico, che mischiava gli scampoli del beat, con folk, sperimentazione, influenze di musica classica contemporanea, proto punk.
A cui si univano la spettrale voce di Nico, la chitarra di Sterling Morrison e la batteria primitiva di Maureen Tucker che in un momento in cui incominciava a emergere una generazione di musicisti sempre più raffinati e tecnici, percuoteva i suoi tamburi in maniera ossessiva, minimale, senza nessuna concessione alla tecnica.
Che peraltro, John Cale a parte, che veniva da studi classici, non era prerogativa nemmeno degli altri componenti della band.
In un'epoca in cui l'estetica si faceva sempre più colorata ed estrosa i Velvet si presentavano in nero e con giubbotti di pelle.
E mentre i testi delle canzoni in classifica svoltavano verso paradisi artificiali e sognanti, con afflati di pacifismo, anelanti amore ed escapismo dalla realtà, Lou Reed scriveva e cantava di eroina, sadomasochismo, prostituzione, devianze sessuali.
Il primo disco, ora assurto all'olimpo della storia del rock, famoso soprattutto per l'iconica banana in copertina disegnata da Warhol, passò praticamente inosservato.
Vendette poche copie, non più di 30.000 (per l'epoca briciole) ma come ipotizzò Brian Eno “ognuna di quelle 30.000 persone dopo averlo ascoltato formò una band”.
I Velvet Underground sono votati alla distruzione ma soprattutto all'autodistruzione, sia artistica che fisica. E perdono pezzi, prima Warhol e Nico, poi John Cale.
Nel secondo album “White light/White Heat” ricorda Cale che “facevamo a gara a chi teneva il volume più alto, nessuno parlava più agli altri. Peggio dei bambini”.
v Infine lo stesso Lou Reed si stanca e lascia, dopo “Loaded” (che contiene due suoi capolavori, “Sweet Jane” e “Rock 'n' Roll”, che si porterà appresso nella carriera solista), il tutto in mano al solo Doug Yule, entrato a sostituire John Cale che porterà avanti, impropriamente, il nome del gruppo ancora per un po'.
Disintegrato il gruppo, Lou Reed troverà il successo grazie a una carriera solista tra le più fulgide dell'intera storia del rock, macinando momenti di eccellenza a provocazioni e sperimentazioni, qualche caduta di stile ma rimanendo sempre a livelli di assoluta eccellenza.
John Cale prosegue un'oscura strada solista pur distinguendosi come produttore (gli Stooges di Iggy Pop, Nico, i Modern Lovers, Brian Eno, Happy Mondays, Siouxsie, Patti Smith) e come compositore di colonne sonore.
Nico diventa un'icona dark, con dischi oscurissimi e ostici, persa negli abissi più bui dell'eroina, Sterling Morrison e Moe Tucker rientrano nell'ombra.
Il punk e la new wave tributeranno immediato omaggio ai Velvet Underground, riconoscendone l'importanza primaria come influenza sonora ma soprattutto attitudinale.
E il progressivo successo di Lou Reed li sublimerà come band seminale ed essenziale nella storia della musica rock.
John Cale e Lou Reed si ritroveranno in concerto a Parigi con Nico, nel 1972 e poi nel favoloso album tributo a Andy Warhol, morto da poco, nel 1990, “Songs fo Drella”, quindici canzoni composte insieme per ricordare il loro scopritore. Nel 1993 la formazione originale si riunì per un tour che, purtroppo, risultò parecchio deludente, come mi confermò amaramente la data milanese.
Come ogni gruppo di culto che si rispetti, dei Velvet Underground sono rimaste poche testimonianze video e anche quelle fotografiche non sono così frequenti. Non deve essere stato facile per il regista Todd Haynes riuscire a costruire un documentario di due ore dedicato alla band.
“The Velvet Underground” risente infatti della scarsità di materiale, affidandosi, come è spesso frequente nei contesti visivi, a una lunga serie di testimonianze di protagonisti più o meno diretti della vicenda.
Ma è proprio in questa limitata possibilità di scelta che riesce a destreggiarsi, centellinando filmati e foto rare o inedite, riuscendo a tenere in magico e sapiente equilibrio la visione di un lavoro destinato a diventare un classico.
La partenza è un po' lenta ma necessaria ed efficace, con la contestualizzazione del periodo in cui la band nasce, il John Cale che arriva a New York dal remoto Galles, il Lou Reed che frequenta i locali gay della città, in una situazione in cui l'omosessualità è ancora vista come un male da estirpare anche con la forza e passibile di arresto.
Spettacolari poi le immagini in bianco e nero alla Factory di Warhol, il laboratorio in cui l'artista creava e raccoglieva idee, persone, immagini e dove “la gente andava perché c'erano sempre le telecamere accese e questo faceva pensare loro che avrebbero potuto diventare delle star del cinema”.
La band é seduta in circolo con altri ragazzi e ragazze, a farsi leggere i tarocchi.
Sguardi febbrili, un'estetica che andava già oltre il concetto del beat o della psichedelia, non si curava delle mode e delle tendenze.
L'arrivo di Nico, voluta nel gruppo da Warhol che, come spiega Cale, immaginava questo “iceberg biondo in mezzo a una band invece tutta vestita di nero” non fu bene accetto dal resto dei componenti che lo subirono come un'imposizione.
Ma nella testa del loro mentore il gruppo era una sua opera d'arte e ci voleva una ragazza bella, attraente, misteriosa (e pure relativamente nota, avendo fatto una piccola parte nella Dolce Vita” di Fellini ed essendo stata una modella discretamente famosa).
Fu lo stesso Cale a doversi occupare su come impiegarla vocalmente (nonostante avesse già inciso un 45 giri in Inghilterra prodotto dal giro Rolling Stones e suonato dal futuro Led Zeppelin, Jimmy Page) e a confezionarle un ruolo all'interno della band.
I Velvet Underground erano una specie di “quadro” di Warhol che lui portava nei musei o in situazioni artistiche.
La gente, i collezionisti, i radical chic, gli intenditori d'arte andavano per Warhol, la band si esibiva come compendio alla sua presenza ma come ricorda Moe Tucker, non erano interessati alla loro musica:
“Scherzavamo spesso su questo. Quanta gente se ne è andata stasera quando suonavamo? La metà? Ah allora è andata bene”.
“Sono stanco di dipingere e ho pensato ai Velvet Underground come a una combinazione di musica, arte e cinema, tutto insieme” (Andy Warhol).
Nel documentario si sentono le voci di Lou Reed, Sterling Morrison mentre John Cale e Maureen Tucker appaiono in immagini recenti, commentando con tranquillità e profondità le vicende.
Ci sono anche David Bowie, vari esponenti della Factory, artisti, registi e un emozionato Jonathan Richman (leader dei Modern Lovers) che li vide in concerto una quarantina di volte e descrive alla perfezione cosa significava assistere a un loro concerto.
“Andy è stato fantastico e non sarebbe accaduto niente senza di lui.
Non credo avremmo mai ottenuto un contratto senza la sua copertina o se Nico non fosse stata così bella. Abbiamo potuto fare quell'album così come ci piaceva solo perché Andy ci ha dato la massima libertà e nessuno avrebbe mai osato contraddirlo”(Lou Reed).
Il documentario ci mostra anche le convulse fasi finali, il tentativo di uscire dal giro New Yorkese ma invano.
“Nella West Coast erano hippies e non odiavamo gli hippies e il loro “pace e amore”, quella merda “pace e amore” la odiavamo.
Sii realistico.
Aiuta qualche homeless, fai qualcosa, invece di andartene in giro con i fiori nei capelli” (Moe Tucker).
Nel frattempo Lou Reed licenzia prima Warhol e poi John Cale, Nico preferisce una strada tutta sua, la band perde verve e viene superata dalle nuove tendenze musicali, fino al definitivo epilogo.
Il film è un lavoro interessante, esaustivo, necessario, che scrive l'epitaffio definitivo su una band determinante e assolutamente unica e inimitabile.
Lou Reed ci lascia un'indicazione essenziale per ogni musicista:
“Noi concepivamo le canzoni come uno spazio aperto in cui non mettere cose in più ma toglierle che è l'esatto opposto di come lavorano gli altri. Non abbiamo mai aggiunto strumenti o chiamato session men a suonare. Non abbiamo mai inciso niente che non fosse possibile riprodurre dal vivo”.
Disponibile su Apple TV+
Respect di Liesl Tommy
Quando guardiamo un film su qualche famoso artista dobbiamo, prima di iniziare, scrivere cento volte sulla lavagna "non è un documentario, è un film".
Di conseguenza, noi saccenti conoscitori di ogni virgola della storia del protagonista, dobbiamo metterci un cerotto sulla bocca ed evitare di puntare il ditino inquisitore sulla mancanza di questo o di quello.
E' UN FILM.
Teatrale, superficiale, "cinematografico", melodrammatico, enfatico, appunto.
Americano, soprattutto.
Detto questo, Jennifer Hudson è una credibile e superba Aretha (anche vocalmente, esteticamente e fisicamente regge il confronto), interpreta bene le sue instabilità e up and downs, le contestualizzazioni storico/scenografiche sono fedeli e (quasi) perfette, i particolari curati.
Il film si ferma al ritorno al gospel di Aretha nel 1972 con "Amazing Grace".
"Respect" si colloca bene a fianco di "Ray" di Taylor Hackford su ray Charles e "Get on up" di Tate Taylor su James Brown.
Un dignitoso (per quanto eccessivamente lungo, quasi due ore e mezzo) omaggio.
Non entrerà nella storia ma gli appassionati apprezzeranno.
Bande giovanili - Nuovi sentieri nella giungla metropolitana
https://www.youtube.com/watch?v=CjzpuxYs8_A
Un documentario del 1983 sulle "bande giovanili" a Milano.
Si vedono i mod milanesi prima e durante un concerto dei Four By Art del gennaio 1983 all'Odissea di Milano e anche immagini di un concerto di Chelsea Hotel, Raw Power, Indigesti, Crash Box, Anti, Tiratura Limitata al "Pluto/Osteria di Sacc" a Piacenza il 27 novembre 1982.
COSE VARIE
Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà", ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
Imminenti altre due uscite letterarie: il 5 novembre e il 23 novembre
Il terzo titolo di COMETA ROSSA EDIZIONI è la prima BIOGRAFIA di GRAHAM DAY.
Esce il 16 settembre, 58° compleanno del cantante, chitarrista, compositore di Prisoners, Gift Horses, Prime Movers, Planet, Solarflares, Graham Day and the Gaolers, Graham Day and the Forefathers, The Senior Service.
Il libro ripercorre in dettaglio la storia di Graham Day, dagli esordi ad oggi attraverso un'INTERVISTA di OTTANTA DOMANDE a cui ha pazientemente e dettagliatamente risposto.
Inoltre:
° la discografia completa di ogni sua uscita discografica, le collaborazioni, le produzioni.
° tutte le date italiane.
° decine di recensioni italiane di dischi e concerti.
Il libro si trova in CENTO COPIE NUMERATE e AUTOGRAFATE dagli autori, ESCLUSIVAMENTE presso la distribuzione di HellNation.
hellnation64@gmail.com
https://www.facebook.com/roberto.gagliardi.9828
Etichette:
Il meglio del mese
Iscriviti a:
Post (Atom)













































