martedì, novembre 15, 2022

Janette Beckman


Fotografa inglese, attualmente residente a New York, ha lavorato per riviste come Esquire, Rolling Stone, Glamour, Italian Vogue, The Times, Newsweek, Jalouse, Mojo, immortalando alcune tra le figure più famose iconiche di punk e new wave oltre a buona parte della prima scena hip hop/rap.

https://janettebeckman.com/

lunedì, novembre 14, 2022

Gli amori rock


Riprendo l'articolo leggero e "frivolo" scritto ieri per "Libertà" su qualche famosa coppia "rock".

Il mito e l'epica del rock 'n' roll ci consegnano (ormai noiosissime, trite e ritrite) storie di rockstars alle prese con sesso e droga, nottate infinite attorniate da compiacenti signorine, spesso poi descritte (nottate e signorine) con dovizia di particolari nelle sempre più numerose (noioisissime, trite e ritrite pure loro) autobiografie.
Tralasciamo ogni considerazione su quanto sia e sia stata sessista e soprattutto maschilista la storia del rock e apriamo invece la finestra su quei miti della musica che hanno intrattenuto relazioni, lunghe storie d'amore con compagne e compagni.
Non sempre all'insegna dell'assoluta fedeltà o prive di problematiche (puntualmente finite sulle testate di gossip) ma rimaste solide, vere e sincere, fino alla fine.
Anche quando le cose sono terminate malamente o tragicamente.

La relazione più celebre e iconica rimane quella tra John Lennon e Yoko Ono.
Rimasta anche la più svilita, sbeffeggiata e stupidamente contestata.
John e Yoko si amavano, rispettavano, due artisti che si sono condizionati a vicenda, hanno influenzato, in virtù della celebrità di John, musica, cultura, arte e società, hanno contribuito a portare l'arte contemporanea nella musica pop, sorta di influencer anti litteram, impegnati politicamente su tematiche scottanti, dal pacifismo al femminismo, mettendoci la faccia e subendone le conseguenze.
La tragica fine di John ha consegnato la sua eredità artistica a Yoko che, nonostante scelte a volte discutibili, ha sempre portato fedelmente avanti con rispetto e senza becere speculazioni.
Restando in tema Beatles non possiamo invece non ricordare la bizzarra vicenda di Pattie Boyd, innamoratissima prima moglie di George Harrison che poi lasciò per sposare il grande amico di George, Eric Clapton (che, completamente infatuato di lei, le dedicò la canzone “Layla” prima e “Wonderful tonight” dopo).

Molto più tragica quella tra il bassista dei Sex Pistols, Sid Vicious, e Nancy Spungen.
Lui, immaturo, con gravi problemi relazionali e da una vita dissipata e molto difficile fin da giovanssimo, travolto dal successo e dalla popolarità, fu introdotto alla tossicodipendenza da lei, ex prostituta senza scrupoli. La coppia visse una tumultuosissima relazione, finita con l'assassimio di Nancy al Chelsea Hotel di New York, di cui fu imputato Sid (ma il vero colpevole non è mai stato accertato) che poco tempo morì di overdose, devastato da uno stile di vita che non era più in grado di controllare.

Una storia che ricalca per certi versi quella altrettanto rovinosa di Kurt Cobain e Courtney Love.
Il cantante, chitarrista e compositore dei Nirvana, condivise con la moglie le consuete brutte abitudini, un amore disperato e disastrato, finendo per togliersi la vita con un colpo di fucile all'apice del successo del gruppo.
Anche in questo caso la vicenda è proseguita negli anni con sospetti rivolti all'avida Courtney che non ha lesinato una lunga serie di scandali, finendo per essere accusata, anche dalla figlia Francis, di comportamenti che di materno avevano davvero poco.

Più divertente e glam la storia tra Serge Gainsbourg e Jane Birkin, culminata con la celebre canzone “Je t'aime moi non plus”, che vendette milioni di copie alla fine degli anni Sessanta, nonostante la stolta censura (non che esistano censure illuminate e intelligenti...) che ne limitò la diffusione in radio, a causa dei sussurri e gemiti di Jane, ritenuti scandalosi.
Si conobbero sul set di un film nel 1968, lui famoso cantante francese, quarantenne, dissoluto, lei ventiduenne aspirante attrice (con una breve apparizione in “Blow Up” di Michelangelo Antonioni). Non fu amore a prima vista, anzi, Jane lo battezzò come “orribile, arrogante e snob”.
Ma poi il colpo di fulmine scoccò. E fu una passione folle e totale oltre che chiacchieratissima. Gainsbourg lasciò la moglie incinta, Jane si trasferì a Parigi con lui, senza sapere una sola parola di francese. “Ha un aspetto molto bizzarro ma lo amo. È diverso da tutto ciò che conosco, un po’ degenerato ma al contempo puro” dichiarò. La coppia ebbe una figlia, Charlotte, e diventò protagonista della scena parigina, tra follie ed epici litigi.
Sempre Jane ha ricordato:
“Una sera da Castel's lui si prese gioco di me, io gli tirai una torta in faccia, come in un film di Stanlio e Ollio. Serge rimase impassibile, una volta fuori mi resi conto che dovevo fare qualcosa di eclatante per farmi perdonare. E così, all'altezza di Rue des Saints-Pères mi gettai nella Senna con il mio prezioso vestito di Yves Saint Laurent. Tornammo a casa mano nella mano”.
L'amore si interruppe nel 1980. “Lo amavo ancora ma non sopportavo più le sue scorribande alcoliche, specialmente quando diventava sempre più aggressivo”.
Rimasero comunque amici e collaborarono ancora artisticamente fino alla morte di Serge, nel 1991.

Ancora più particolare la relazione tra Patti Smith e Robert Mapplethorpe, anime perse nella New York violentissima degli anni Settanta, a cui lei approda, fuggendo da una provincia che le sta troppo stretta. Incontra casualmente Robert, che sta cercando di respirare una nuova aria, lui, che fatica ad accettare la sua ormai palese omosessualità, oppresso da pesanti retaggi cattolici.
Si trovano e riconoscono, dal misterioso e infinito passato, condividono speranze, progetti, casa e stanze al Chelsea Hotel, sono amanti speciali. Li unisce l'arte, l'amore, l'affetto, l'amicizia.
Lui la introduce alle droghe e alla cultura new yorkese, lei legge a lui le sue poesie, ispirate aldall'adorato Rimbaud. Insieme ascoltano rock, sopravvivono in situazioni sempre più precarie.
Robert trova nella fotografia la sua migliore espressione artistica, ritrae spesso Patti e loro due in coppia. Nel 1971 trova a Patti una serata in cui recitare le sue poesie. A sentirla ci sono Andy Warhol, Gregory Corso, Lou Reed, Sam Shepard, “le migliori menti di una generazione” (anzi, di tantissime generazioni). E' un successo, ad accompagnarla alla chitarra Lenny Kaye, che diventerà l'asse portante del Patti Smith Group. L'anno dopo Robert andrà a vivere con il nuovo amante, il gallerista Sam Wagstaff ma l'amicizia e l'affetto con Patti rimarranno intatti, tanto che sarà lui a ritrarla nell'iconica immagine androgina del suo album d'esordio “Horses”, nel 1975. Robert ci lascerà nel 1989, ucciso dall'Aids.
Le vicende di questo amore (in)compiuto sono raccontate da Patti Smith in uno dei libri “musicali” più belli di sempre, “Just kids”.

In Italia fece scalpore l'unione tra Fabrizio De André e Dori Ghezzi.
Il primo è un cantautore anarchico con fama di nottambulo, dal carattere poco trattabile, lei una cantante di musica leggera di successo. Nel 1974 si incontrano e scoppia la scintilla. Fabrizio lascia la moglie e il figlio Cristiano e va a convivere con Dori, suscitando il solito scandalo tra i borghesi timorati di Dio, soprattutto anche per la successiva nascita della figlia Luisa Vittoria.
Vivranno insieme il dramma del sequestro di quattro mesi in Sardegna, si sposeranno nel 1989. Poco dopo Dori Ghezzi abbandona la musica per un problema alle corde vocali, restando sempre a fianco del marito e supportandolo nel suo lavoro fino alla sua scomparsa nel 1999.

La conclusione è riservata a una coppia inossidabile, granitica, sinceramente piuttosto antipatica e impenetrabile.
Grazia Letiza Veronese, dopo essere stata segretaria del Clan di Celentano, conobbe Lucio Battisti al Festival di Sanremo del 1968.
Si fidanzarono l'anno dopo, si sposarono nel 1976 dopo avere avuto un figlio, Luca, tre anni prima. In molti l'hanno soprannominata la “Yoko Ono italiana” e fautrice della rottura del sodalizio del cantautore con il paroliere Mogol oltre che del totale silenzio con la stampa e ritiro dalle scene del cantautore nel 1979:
“Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro.
L’artista non esiste. Esiste la sua arte”.

Dalla sua morte, nel 1998, la Veronese è stata integerrima guardiana dell'eredità di Battisti, intentando cause, proibendo di tutto o di più, impedendo qualsiasi “sfruttamento” dell'immagine del marito, talvolta al limite del parossismo.
Amore?
Ossessione?
In tempi di commercializzazione e volontà di profitto su qualunque cosa, la signora Veronese in Battisti mi fa simpatia.
La lista di altri “amori impossibili” o molto più concreti è infinita.
La scelta è caduta su queste figure iconiche che a modo loro sono riuscite a insegnarci qualcosa anche in questi termini.

sabato, novembre 12, 2022

Presentazioni libro Northern Soul


Ripartono le presentazioni del libro "Northern Soul" (che sta avendo un inatteso successo).

Giovedì 17 novembre: Mezzago (MI) “Bloom” ore 21
https://www.facebook.com/events/1226024898129579

Domenica 20 novembre: Pedersano (TN) “Bar Sport 1960” ore 14
https://www.facebook.com/events/1069085500454578

Venerdì 25 novembre: Milano "Milano Music Week" - "Hard Rock Cafè" ore 19
Sabato 26 novembre: Genova “La Claque” ore 19
Mercoledì 7 dicembre: Piacenza "Circolo Belleri"
Sabato 10 dicembre: Ales (Oristano) “Centro Gramsci”
Sabato 17 dicembre: Reggio Emilia “Centro sociale Gatto Azzurro”
Domenica 18 dicembre: Lodi “BarZaghi”

venerdì, novembre 11, 2022

Greg Prevost - On The Street I Met A Dog. An autobiography


Una carriera lunga e variegata quella di GREG PREVOST, soprattutto con la brillante esperienza con i CHESTERFIELD KINGS, tra i primissimi a riprendere il 60's sound (nel loro caso nel modo più fedele possibile, transitando poi in varie incarnazioni, dal glam al surf), mille avventure, incontri epici (da Bo Diddley di cui fecero la backing band al fan Dee Dee Ramone che scrisse e produsse per loro il singolo "Baby doll"), illusioni, delusioni, tour faticosi (spesso, come ci racconta, flagellati da problemi meteorologici) incluso uno disastroso in Italia nel 1990, abbandonati da nostro promoter a Pisa.

Il libro, curato da Massimo Dal Pozzo della Misty Lane, procede cronologicamente, anno per anno, dall'infanzia al 2017, dettagliatissimo, maniacale nel riportare luoghi, eventi, nomi, gruppi, dischi, episodi (con corredo finale di inserto fotografico).

Essenziale per ogni appassionato del mondo garage beat e affini, è uno spaccato di diverse epoche (dagli anni 70 ad oggi) di come vive una rock 'n' roll band.

Reperibile qui: https://www.mistylaneshop.com/pagina-prodotto/greg-prevost-the-chesterfield-kings-bio-book-on-the-street-i-met-a-dog

Greg Prevost
On The Street I Met A Dog. An autobiography
Misty Lane Books
420 pagine
30 euro

giovedì, novembre 10, 2022

Chuck Wood - Seven days too long


Chuck Wood - Seven days too long
https://www.youtube.com/watch?v=gZ-wDADFmG0

Singolo pubblicato originariamente su US Roulette nel luglio 1967, era stato un piccolo successo regionale, soprattutto a Filadelfia (Nella WIBG Top 99 il luglio 1967 fino al 27° posto l'11 settembre)
Stampato nello stesso anno anche in Inghilterra trovò lì nuova popolarità grazie alla scena Northern Soul venendo ristampato nel 1971 su Mojo e poi nel 1975 su Pye.

L'identità di Chuck Wood è sempre stata misteriosa anche a causa di un'omonimia con un cantante country con il quale è spesso confuso.

Nacque in Texas, a Tyler, (data non nota) e si spostò poi a Los Angeles dove pare accertato intraprese una carriera parallela di attore, comparendo in alcuni episodi di "Tarzan" e nei film "Beau Geste" e "The Sins of Rachel Cade", oltre a varie altre comparsate.

Pare sicuro che si sia esibito anche come Big Chuck Wood and the Woodchuckers e con la Calimbo Steel Band suonando nel 1966 a Palm Strings per il Presidente Eisenhower.
Al suo attivo un paio di 45, "Seven days too long" / "Soul Shing a Ling" e "I've Got My Lovelight Shining" / "Baby You Win" del febbraio 1968.

"Seven days too long" fu scritto da JR Bailey con Vernon Harrell.
Bailey è anche l'autore e produttore del successivo "I've Got My Lovelight".
JR Bailey è anche autore di altri piccoli classici sou 'Love Won't Wear Off (As The Years Wear On)', 'Love, Love, Love' e 'Just You Me 'n' You'.

Il sito: http://estivator.blogspot.com/2010/01/seven-days-too-long-chuck-wood-1967.html, da cui sono ricavate buona parte delle informazioni, indica l'avvenuto decesso di un Chuck Wood di Tyler, Texas, ma non avendo la data di nascita non è chiaro si tratti di lui.

Il sito https://www.soulfulkindamusic.net/cwood.htm riporta una discografia molto più nutrita (dal 1958 al 1968) ma è difficile capire se si tratti sempre del "nostro" Chuck Wood o di omonimi.

Il brano venne ripreso dai DEXY'S MIDNIGHT RUNNERS nel primo album "Searchin for the young soul rebels" nel 1980.
https://www.youtube.com/watch?v=QhFm5tUoKlE

Versione live (1982):
https://www.youtube.com/watch?v=YKO8jSWO1SQ

Da ricordare anxche la versione garage punk della band olandese Comedown del 1987.
https://www.youtube.com/watch?v=vnOOublANAw

mercoledì, novembre 09, 2022

Alan Sorrenti


Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" domenica scorsa.

Uno degli artisti italiani con maggiore successo negli anni settanta con la travolgente popolarità di un brano come “Figli delle stelle” che lo lanciò nel firmamento del pop e della disco music, diventando un classico della musica nostrana, Alan Sorrenti, nonostante il suo nome rimanga ancorato a quell'episodio, ha una vita artistica (e non solo) variegata e particolarmente interessante.

ALAN SORRENTI nasce nel 1950 a Napoli da padre partenopeo e madre gallese, trascorre buona parte della sua infanzia e adolescenza nel paese britannico per poi stabilirisi nel capoluogo campano e incominciare a frequentare, fin da giovanissimo, la scena musicale locale. Gli inizi della carriera artistica lo colgono alle prese con un'originale e personale via al prog e al cantautorato più psichedelico.

I primi due album “Aria” e “Come un vecchio incensiere all'alba in un villaggio deserto” (era frequente, in quegli anni, utilizzare lunghi titoli per i dischi e per i gruppi), rimangono dei piccoli classici nel loro genere, pur se necessariamente da contestualizzare al periodo (vedi la suite di venti minuti che dà il titolo al primo album, molto sperimentale, onirica, coraggiosa, sospesa tra progressive e free jazz).
I dischi avranno molto riscontro critico ma non particolarmente nelle vendite, lasciandolo confinato al circuito più colto e lontano dal commerciale.

“Era un periodo di movimenti e di sogni di rivoluzione, in qualche modo mi sono trovato a parteciparvi e a trasmettere le mie osservazioni ed emozioni. Ma sempre filtrando attraverso le mie emozioni”.

Prova una strada meno complessa e più cantautorale con l'omonimo “Alan Sorrenti” del 1974, cogliendo un primo successo con la versione del classico napoletano “Dicitencello vuje” che entra nelle parti alte della classifica italiana.

Ma Alan è uno spirito inquieto.
L'esperienza in Galles e Inghilterra (in cui aveva assaporato la rivoluzione estetica e culturale degli anni Sessanta e lo aveva portato ad approfondirne l'aspetto artistico, potendo vedere gruppi storici e girare locali in cui si suonava la migliore musica in circolazione) lo portano a ricercare cose nuove, a scapito della voglia di successo.
“Non volevo per nulla diventare popstar: volevo solo sfuggire alla politicizzazione della musica italiana e capii come provarci dopo aver scoperto il fascino del ritmo durante un viaggio in Africa. Ci ero andato a registrare musica tribale per un professore di etnomusicologia dell’Università di Bologna”.

Vola in California, si circonda di “signori musicisti” del luogo e incide, nel 1976, un album ancora oggi affascinante, “Sienteme, it's time to land” in cui convergono le sue principali influenze, musica mediterranea, funk, discomusic, soul.
Cantando un po' in napoletano, italiano e inglese.
“Sono un outsider. Spesso ho fatto scelte che parevano incomprensibili ai miei stessi fan, che mi accusavano di tradimento.
Nel 1977, dopo la rivelazione delle potenzialità del ritmo, andai in California a lavorare col gotha della musica di allora, da Graydon, produttore di Diana Ross, a David Foster che lavorava coi Bee Gees: lì la bozza del brano originariamente concepito come Heaven diventò Figli delle stelle lanciando il messaggio ancora valido che siamo tutti fatti della stessa materia prima e che non dobbiamo mai rinunciare alla gioia di vivere. Ma anche dopo Figli delle stelle ho fatto scelte di segno opposto, non volendo sottostare a un modo di far musica che non era il mio: e penso che proprio questo indichi che sono ancora quello degli inizi. Un artista che entra ed esce dalle situazioni, approfondendole ma superandole tutte"
.

Ed ecco arrivare il grande successo. “Figli delle stelle” esce nel momento in cui il suono discomusic sta esplodendo ovunque. In Italia supera agevolmente il milione di copie.
Come ha recentemente spiegato in un'intervista al “Corriere”:
“Non è nata all’improvviso, l’ispirazione arrivò in America. Ero nelle stelle non soltanto in senso fisico, prendevo parecchi aerei, ma anche per l’energia e la magia che trasmetteva Los Angeles.
Quell’anno uscì Star Wars di George Lucas, feci la fila a un cinema, il Sunset Boulevard era un luccichio continuo. In Italia la presentai per la prima volta al Divina di Milano, un club gay.
Quella sera c’era anche Grace Jones che cantava la Vie en Rose. Per me quella canzone rimane una rivelazione, sono ancora un figlio delle stelle”.


La svolta commerciale viene accolta come un tradimento da parte dei fan e con ostilità dagli amanti del rock (sta esplodendo il punk proprio in quei giorni).
La musica è leggera e facile ma la produzione è a livelli di assoluta eccellenza, si respira il classico groove funky americano dell'epoca, la composizione è raffinata, elegante e curatissima.
Non è finita.
Due anni dopo torna con “L.A.&N.Y” (in cui compaiono musicisti di pura maestria come Steve Lukather e Mike Porcaro dei Toto, tra i tanti) e non solo riesce a bissare il recente successo ma lo incrementa con “Tu sei l'unica donna per me”, con cui vince il Festivalbar e rimane primo nella classifica italiana per quattordici settimane consecutive, risultando il singolo più venduto dell'anno.
L'album è di sorprendente levatura artistica, suonato benissimo, arrangiato alla perfezione, disco soul funk di eccelsa qualità. Il successo è bello, regala soddisfazioni e privilegi ma può portare anche molti guai:
“Volevo gestire la mia vita e non ci riuscivo più. All’inizio la fama è un gioco divertente, un bel film di cui sei il protagonista. Dopo viene fuori una follia autodistruttiva, cominci a essere così incasinato e fatto che non puoi più creare quello che vuoi”.

Incide ancora un paio di album poco interessanti e non particolarmente ispirati e nel 1983 finisce, pur brevemente, in carcere dopo una spiacevole vicenda in cui viene accusato di possesso e spaccio di stupefacenti.
Le conseguenze sono le consuete e drammatiche per un artista: snobbato dagli “amici”, epurato da radio e televisioni, ignorato dalle etichette discografiche.

La strada salvifica sarà l'adesione al Buddismo di Nichiren Daishonin che lo allontanerà dalle “cattive compagnie”, lo riporterà alla spiritualità che lo aveva sempre contraddistinto e gli farà ritrovare il giusto equilibrio e la voglia di ripartire. Non sarà facile, le mode e le tendenze arrivano, passano e ti lasciano indietro.

Nel 1992 si ripresenta con “Radici”, una rivisitazione dei brani più famosi in una nuova versione ma pur se i nuovi arrangiamenti sono pregevoli, gli ospiti prestigiosi, da Tony Esposito all'ex Roxy Music Phil Manzanera, l'album lascia scarse tracce. Un lungo silenzio interrotto da sporadici ritorni (tra cui l'ovvio inserimento del suo brano più famoso nel film “Figli delle stelle” con Pierfrancesco Favino e Fabio Volo del 2010), alcuni remix dello stesso brano, qualche premio, varie compilation con i soliti successi.

Giunge ora un' inaspettata ricomparsa con un album nuovo di zecca, “Oltre la zona sicura” che ce lo consegna ancora all’insegna della freschezza e della creatività, con nove inediti che si muovono in perfetto equilibrio tra un pop moderno e attuale e chiari quanto voluti agganci con il sound che lo portò al successo negli anni 70, tra funk e disco. Scrittura elegante e raffinata, produzione curata impeccabilmente da Stefano Ceri, un ritorno di grande qualità.
E' un piacere e sollievo ascoltarlo ancora in forma eccellente e in grado di esprimersi al meglio. L'auspicio è di ritrovarlo presto ancora protagonista nelle classifiche e non solo con “Figli delle stelle” a cui rimane indissolubilmente legato:
“C’è proprio bisogno di ricordarla, è una canzone che parla di persone sole, che si incontrano ma poi si perderanno. Parla della gioiosa solitudine che tutti abbiamo dentro di noi. I giovani la amano: una sera camminavo per la strada vicino casa mia dove ho incrociato un gruppo di ragazzi che cantava Figli delle stelle senza avere la minima idea di chi io fossi”.

martedì, novembre 08, 2022

Ramones a New York City


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Continua la rubrica Ramones a New York City, questa volta ci spostiamo nel New Jersey.

Una visita a Joey Ramone (Jeffrey Ross Hyman) all'Hillside Cemetery (742 Rutherford Ave, Lyndhurst NJ).

Da New York City dista circa un'ora di treno, oppure 40 minuti in auto.

Utile anche per capire quanto sia orrendo il New Jersey.

lunedì, novembre 07, 2022

Bruce W. Talamon


Riprendo l'articolo che ho pubblicato sabato per "Il Manifesto".

Nella percezione di un periodo musicale, di un genere, di una scena, il sound, i musicisti, i dischi, i cantanti, sono stati ovviamente l'aspetto prevalente ma altrettanta grande importanza è stata costituita dall'immagine.
Soprattutto in ambito “black”, il vestito, la capigliatura, la foto iconica, sono stati un elemento basilare, soprattutto in un periodo, tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui il ritorno dei neri americani, impegnati in una durissima battaglia per i propri diritti, verso la cultura africana veniva esaltato anche dall'aspetto estetico che tornava a guardare alle radici.
L'importanza di quelle immagini ha avuto un'enorme influenza sulla percezione della portata storica di quanto stava avvenendo.
Dove gli anni Sessanta avevano costruito le fondamenta per un'esplosione della black music, non solo più come musica di intrattenimento (vedi le facili canzoni pop soul della Motown Records), gli anni Settanta rappresentarono la consacrazione artistica e creativa di quella che era diventata una vera e propria scena indipendente, con artisti che incidevano album epocali, con parole e messaggi sempre più netti e chiari, gestivano la propria musica e i patrimoni economici ad essa connessi, non più esclusivamente in mano all'industria discografica tradizionalmente bianca.

Bruce W. Talamon fu uno dei protagonisti di quegli anni, immortalando con fotografie di grandissima potenza ed efficacia quei momenti.
Si laureò al Whittier College nel 1971, ma voleva solo diventare un fotografo professionista.
Soprattutto da quando portò la sua macchina fotografica Pentax a un concerto di Miles Davis a Copenaghen.
Autodidatta, senza nessun retaggio alle spalle nell'ambito, trovò lavoro in California e nel 1972 fece una delle sue prime esperienze al mitico festival WattStax di Los Angeles (con protagonisti come Isaac Hayes, Staple Singers, Rufus Thomas, Albert King, tra i tanti). Fu lì che incontrò Howard L. Bingham, fotografo e biografo di Muhammad Alì, che divenne il suo mentore. Proprio dal pugilato Talamon ha assorbito parte del suo stile:
“Ti appoggi al bordo del palco e vieni inzuppato dall'artista sudato sopra di te.
Era come essere a un incontro professionistico dei pesi massimi, ma invece del sangue e delle viscere che volavano era solo un buon vecchio sudore”.


Bingham lo presentò a Regina Jones, editrice del giornale “Soul”, rivista che presentava i migliori artisti afroamericani in circolazione.
Da qui incominciò una carriera che lo portò al cospetto di nomi tutelari della black music come Stevie Wonder, Marvin Gaye, Parliament/Funkadelic, James Brown, Al Green, i Jackson 5, Earth, Wind & Fire, Donna Summer, Chaka Khan, Gil Scott-Heron, Diana Ross e al lavoro per riviste come, oltre a “Soul”, “Ebony” e “Jet”, collaborando anche con molte etichette discografiche.

“I musicisti neri adoravano “Soul” e amavano molto anche la rivista “Jet”.
Questo è successo prima che Rolling Stone si degnasse di pensare di dare davvero spazio ai musicisti neri. Questi artisti neri stavano dicendo tante cose, stavano parlando. Hanno capito il potere della loro posizione. Mi piacerebbe sperare che alcuni dei nostri musicisti e celebrità più giovani possano pensarci e rivalutare quei tempi. Non avevano paura di chiedere a fotografi neri o scrittori neri di intervistarli. In effetti, sono stati determinanti per ottenere spazi per la musica nera nelle case discografiche. All'improvviso c'erano dei dirigenti neri lassù, nei posti che contano. Gli O'Jays, Barry White e Donna Summer dicevano: "Dove sono i neri?" Era tutto molto problematico. Il giornale “Soul” mi ha messo in una posizione in cui questi dirigenti di queste case discografiche mi vedevano e dicevano: "Beh, chi è quello?" Poi all'improvviso ricevo una chiamata dal loro direttore della pubblicità che dice: "Vogliamo che tu faccia una session con Bill Withers".


I suoi ritratti sono sempre semplici, diretti, intensi, minimali, ma restituiscono il climax dell'epoca, vibrante e costantemente rivolto verso un futuro e prosepttive migliori. Oltre a una recente mostra a Los Angeles l'opera di Bruce W. Talamon è raccolta nel libro “R&B. Funk. Photographs 1972-1982”.

“Ricordo molto bene la maggior parte di quello che stavo facendo, di quello che stava succedendo. Ho sempre detto ad altri fotografi, soprattutto giovani, “Fai attenzione. È tutto intorno a te. Tutte le cose che pensi possano funzionare, anche quella che a volte credi debbano finire nel cesso. Allora devi pensare restando fermo sui tuoi piedi. E poi vai sicuro, la foto c'è!”. Prosegue Talamon, in una delle tante interviste con cui ha approfondito il contenuto del suo lavoro e del libro: “Ho deciso di creare un documento visivo, non solo qualcosa da fare restare nel tempo ma che avrebbe potuto educare. Qualcosa che mettesse le facce ai nomi. Questo ho cercato di fare. E questo viene ovviamente direttamente dai cantastorie, direttamente dalla tradizione africana dei griot, non è niente di nuovo. A un certo punto della mia vita stavo cercando di diventare avvocato. Ma mi è piaciuta l'immediatezza dell'immagine visiva e l'immediatezza che riesce a rendere. In seguito ho sentito questa citazione da Eric Dolphy, il sassofonista jazz, che ha detto: "Quando senti la musica, è nell'aria. E un attimo dopo non c'è più. Non puoi mai più catturarla". E mi piacerebbe pensare che forse a volte sono stato in grado di catturare momenti, momenti luminosi “.

Il suo lavoro è proseguito successivamente alla fine degli anni Settanta a fianco di Bob Marley e Earth, Wind and Fire, che ha seguito in tour. Ma ha collaborato anche con la prestigiosa rivista “Time”, per la fortunata trasmissione “Soul Train” che proponeva tutte le novità relative alla black music, per serie televisive di successo come “Charlie's Angles”, “American bandstand” e film, “Staying alive”, “Beverly Hills Cops”, “Space Jam”.

Ha seguito il Reverendo Jessie Jackson nelle elezioni del 1984 e Barack Obama, poi immortalato nel libro “Barack Obama: The Official Inaugural Book”. Talamon sottolinea un aspetto di importanza rilevante nel suo approccio alla fotografia:
“Come mai sono l'unico che ha fatto queste foto? Tutti i fotografi di musica sapevano chi c'era in città a suonare, ma quello che sto dicendo è che i fotografi bianchi sarebbero usciti solo per i Jackson 5, per Diana Ross, ma non sarebbero mai andati a vedere i Whispers o Harold Melvin and the Blue Notes. Non erano al Crenshaw Palace per Billy Paul. Onestamente, non sarebbero mai andati a vedere Barry White fino a quando non ha inciso "Ally McBeal". Era quasi come se qualcuno stesse dicendo che questi musicisti non fossero importnati. E non lo erano, per loro e per le loro riviste. Va bene, ma invece noi eravamo là tutte le sere. È così che mi sono guadagnato da vivere per almeno dieci anni, ed è stato un ottimo vivere. Sì, sono venuti a vedere Stevie Wonder, ma non hanno avuto Stevie Wonder come ho avuto io Stevie Wonder”.

Talamon sottolinea un ulteriore importante aspetto del suo lavoro e del suo approccio alla fotografia:
"Sono stato accusato molte volte di non sorridere molto sul lavoro. Devi trattare queste persone non come un amico, ma far loro sapere che sei qui per fare un lavoro.
Ci sono un sacco di persone che se ne vanno in giro con le macchine fotografiche ma ci sono solo pochi fotografi al mondo".

sabato, novembre 05, 2022

Gimme Danger


Ho il piacere di contribuire a questa nuova pubblicazione, "GIMME DANGER" (i cui contenuti sono riportati nel flyer e che si può avere contattando le mail in basso a destra, non si trova in edicola).

Nel primo numero ho ricostruito la storia dei Coventry Automatics (la band pre Specials) e recensito un po' di cose (Godfathers, Tambles,Sharp Class, Biff Bang Pow, Brian Auger, Jayne County & the Electric Chairs, Secret Affair, The Times).

SUPPORT!

venerdì, novembre 04, 2022

Violetta da Dublino


L'amico MICHELE SAVINI, che vive da tempo a DUBLINO ci introduce a una serie di particolarità interessanti made in Irlanda, nella nuova rubrica The Auld Triangle: narrazioni dalla Repubblica d'Irlanda.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Tringle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda

Nella scorsa puntata, parlavamo di Bono, dello strano rapporto che ha con i suoi connazionali e della mancanza di encomi e celebrazioni che glorifichino la storia della band.
Oggi, al contrario parliamo brevemente di una commemorazione avvenuta pochi giorni fa nella capitale Irlandese, viaggiando al “Southside” della città e precisamente al numero 12 Merrion Square, dove lo scorso 20 di Ottobre, il comune di Dublino ha eretto una targa dedicata alla figura di Violet Gibson.

(La targa commemorativa eretta al numero 12 di Merrion Square, casa natale di Violet Gibson)

Violet Gibson era una donna irlandese nota a molti per aver tentato di assassinare Benito Mussolini, quasi un secolo fa. Il 7 aprile 1926 infatti Il dittatore fascista , appena uscito dal palazzo del Campidoglio dopo aver inaugurato un congresso di chirurgia, finisce nell’ agguato della Gibson ( allora 50enne) che, uscita dalla folla con una pistola, gli spara a bruciapelo.
Il proiettile, sfortunatamente per Violet e noi tutti, lo colpisce solamente di striscio al naso.
Spara ancora “Violetta”, ma la pistola si inceppa ed è ormai troppo tardi.
La polizia, nell’atto di arrestarla, deve faticosamente sottrarla ad un tentativo di linciaggio da parte della folla presente. La conducono in Questura dove viene interrogata, senza mai rivelare le ragioni dell’ attentato.

(Foto di Mussolini con la vistosa benda al naso a seguito dell’ attentato da parte di Violet Gibson)

Venne processata e assolta in istruttoria dal Tribunale Speciale per totale infermità mentale e fu deportata in Inghilterra dove fu rinchiusa nell’ ospedale psichiatrico di St Andrew's a Northampton per il resto dei sui giorni nonostante le ripetute richieste di rilascio.
La Gibson infatti era già stata precedentemente internata per due anni in un istituto mentale e aveva addirittura tentato il suicidio un anno prima, nel 1925, cause per le quali le vere motivazioni del suo gesto sono state deliberatamente oscurate.
Mori nel 1956, all’ età di 80 anni.
La targa, affissa nella sua casa d’infanzia, è stata proposta dal consigliere indipendente Mannix Flynn, che l'ha descritta come una rivoluzionaria antifascista, commemorandola a dovere:
“ Oggi è il momento di portare Violet Gibson alla ribalta e darle un posto legittimo nella storia delle donne irlandesi e nella storia della nazione irlandese e del suo popolo".
Tra i tanti atti di coraggio individuale contro il fascismo in Europa nel 20° secolo infatti, sembrerebbe che quello di Violet Gibson sia stato appositamente andato perso nella storia.

La scrittrice e produttrice Siobhan Lynam, presente all’ inaugurazione della targa e autrice del documentario radiofonico del 2014 dal titolo “The Irishwoman Who Shot Mussolini” ha messo in evidenza la storia di Violet Gibson affermando che per quasi un secolo la Gibson è stata "una semplice nota a piè di pagina nella storia del fascismo italiano".

Ha descritto la signora Gibson come "una donna molto intelligente, artisticamente dotata, viaggiatrice e audace", che aveva un "forte impegno per la giustizia sociale ed era un'appassionata pacifista" aggiungendo inoltre, come Violet sia stata giudicata come "una pazza zitella irlandese" da un mondo che pensava che Mussolini fosse "perfettamente sano di mente" e come le principali testate giornalistiche e i leader mondiali dell’ epoca condannarono l'attacco, incluso William Thomas Cosgrave , il presidente dell'allora Stato Libero d'Irlanda , che definì l’attacco come un "odioso tentativo " e scrisse personalmente a Mussolini per rassicurarsi sulle sue condizioni di salute.

Per alcuni strani motivi, infatti, Violet Gibson era diventata una sorta di imbarazzo per il paese e conveniva sia alle autorità irlandesi che a quelle britanniche, considerarla "folle" piuttosto che “politica”. Sembrerebbe inoltre che la sua assoluzione da parte del Tribunale Speciale Italiano fosse avvenuta a condizione che fosse rinchiusa per il resto dei suoi giorni.

Le lettere che Violet scrisse, tra i tanti anche alla già allora Regina Elisabetta e Winston Churchill, appellandosi per il suo rilascio, non vennero mai inviate e furono ritrovate nell’ ospedale psichiatrico di Northampton dove era rinchiusa.

Nel 2021, la stessa Siobhan Lynam, in collaborazione con TG4 ( il canale televisivo nazionale che trasmette in lingua Gaelica) ha inoltre partecipato alla realizzazione del film documentario del regista Irlandese Barrie Dowdall, dal titolo “An tÉireannach Mná a Lámhach Mussolini | The Irish Woman who Shot Mussolini “.
Qui di seguito il trailer :
https://www.youtube.com/watch?v=MZMaZRkCWiU


(L’attrice Olwen Fouéré nei panni di Violet Gibson, in una scena del film)

La cantautrice irlandese Lisa O'Neill, nel suo disco “Heard a Long Gone Song” del 2018 dedica una delle tracce dell’ album alla figura di Violet, narrando appunto la storia di quel 7 aprile 1926.
https://www.youtube.com/watch?v=vrUkTzdTtKM

“I simple saw a bad egg and I thought, I'd take the bad egg out”
(Ho semplicemente visto un uovo marcio e ho pensato di toglierlo di mezzo)

Di tutti gli aspiranti assassini di Mussolini, Violet è quella che si è avvicinata di più a cambiare il corso della storia, nel giorno in cui, la nota “Luck Of The Irish” ( la presunta credenza per cui gli Irlandesi sono naturalmente fortunati) non fu dalla sua parte.


TESTO CANZONE LISA O’NEILL

There are many ways to go mad
I go out to Rome
With a rock in my fist and a gun in my bag
And I shoot Mussolini in the nose
I didn't shoot to skim the skin of his snout
Or his teeth or the lips on his mouth
I simple saw a bad egg and I thought
I'd take the bad egg out

I fired twice, I didn't fire right
And they dragged me through the town
And the fascist dictator carried on and on
And I went down
Down and down and then down more
They hurt me in and out
Half tapped, half mad, an ignorant tourist
An old irish hag, they called me all sorts
But I moved in silence, for the love of truth not violence
And I’m mad and I know
And people don't really change i suppose
They just got a little bad when they go

They locked me up in the Northampton house
Where I feed the Northampton birds
And I nurse the reasons why i think I’m a violet
I was never a rose
I've been twenty-nine years here
I'm not ready be here anymore
See me back on Merrion square
Where in spring the violets still grow

I moved in silence, for the love of truth not violence
And I’m mad and I know
And people don't really change i suppose
They just go a little bad when they go

There are many ways to go mad
I go out to Rome
With a rock in my fist and a gun in my bag
And i shoot Mussolini in the nose
I didn't shoot to skim the skin of his snout
Or his teeth or the lips on his mouth
I simple saw a bad egg and i thought
I'd take the bad egg out!

giovedì, novembre 03, 2022

Il soul britannico degli anni 80


Riprendo l'articolo che ho scritto per "Il Manifesto" sabato scorso.

Quaranta anni fa, 31 ottobre del 1982 una notizia imprevedibile e insospettabile devastò il cuore e l'anima di migliaia di giovani mod, ormai sparsi in tutto il mondo e colse di sorpresa anche milioni di fan. Con una lettera al fan club e alla stampa Paul Weller annunciava lo scioglimento dei Jam.
“Ci ho pensato abbastanza (da almeno un anno) ma nella mia testa ho deciso di lasciare definitivamente. Ci sono molti motivi che potrei spiegarvi ma il principale è che abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare insieme come gruppo e così ritengo sia meglio smettere quando siamo al top piuttosto che continuare per inerzia. I Jam significano tantissimo per un sacco di persone, c’è una fede in noi così forte che non sopporterei vederla sfumare lentamente... Voglio che quello che abbiamo fatto insieme rimanga intatto e questa è un’altra ragione dello scioglimento. Ma è principalmente perché sento che non possiamo più andare avanti come gruppo.
La pressione è tremenda, soprattutto essendo io il compositore e una specie di ‘leader’, c’è una costante pressione per scrivere il prossimo LP, il prossimo singolo etc. Da un certo punto di vista va bene, perché aggiunge stimoli al mio lavoro ma allo stesso tempo non sono mai stato capace di sedermi e apprezzare quello che abbiamo fatto. Sono stati sei anni ma non penso che potrei prendermene altri sei così. Credo che alla fine mi farebbe impazzire. Non fraintendetemi, non sto piagnucolando, sto solo cercando di dirvi come mi sento.
In ogni caso volevo che lo sapeste direttamente da me piuttosto che da un’intervista o altro”.


Nel 2010 tornerà con più distacco sull'argomento: “Mi avevano fatto diventare il portavoce di una generazione e cose del genere e avevo solo ventidue anni. Non avevo ancora veramente vissuto e, a essere onesti, non avevo nessuna risposta per tutte queste cose che mi venivano chieste. Non fu l’unica causa che portò allo scioglimento dei Jam ma contribuì sicuramente”.

Perfino gli altri due componenti della band, il bassista Bruce Foxton e il batterista Rick Buckler, rimangono spiazzati e scioccati. Nulla lasciava presegire una fine così drastica e improvvisa.
Il singolo “Town called malice”, tratto dall'eccellente album “The gift”, uscito nel marzo dello stesso anno, aveva sbancato le classifiche inglesi vendendo più di un milione di copie e restando a lungo al primo posto, posizione raggiunta anche dal LP. Quella band che solo cinque anni prima raccoglieva al massimo qualche centinaio di persone nei piccoli club londinesi, ora riempiva teatri, palasport, stadi.
Alle spalle album che avevano progressivamente alzato l'asticella qualitativa, dall'esordio a base di un poderoso rhythm and blues/punk rock sporcato di punk e dall'irruenza degli Who a lavori sempre più ricercati e raffinati tra sguardi ai Beatles, ai Kinks, Small Faces e successivamente a soul, funk con sempre maggiore attemzione a varie sfumature della black music. Ma ora Paul Weller aveva in mente altri progetti, una visione più ampia della creatività musicale, che riteneva impossibile raggiungere con l'attuale band.
Le cose finirono male e poco tempo dopo precipitarono in cause legali e la definitiva rottura dei rapporti.
Foxton e Buckler collaborarono insieme per un po', Weller riprese i rapporti con il bassista solo trent'anni dopo, invitandolo a suonare nel suo album “Wake up the nation”, con il batterista non si sono mai più parlati.
Il leader dei Jam aveva in mente una nuova forma di soul music, moderna, contaminata, che guardasse avanti e non fosse solo una stanca riproposizione dei classici degli anni Sessanta. Era stato, non a caso, tra i primi a riportare in auge quei suoni e quei brani.
I Jam avevano più volte inserito nei loro album e nei loro live classici più o meno noti della Motown o della Stax, reinterpretandoli con rinnovata energia e nuovi arrangiamenti, da “In the midnight hour” di Wilson Pickett a “War” di Edwyn Starr , “Heatwave” di Martha Reeves and the Vandellas fino al riff di basso e l'incedere ritmico dell'autografa già nominata “Town called malice”, citazione al limite del plagio del classico groove della Motown.

Paul forma gli Style Council con il tastierista Mick Talbot (proveniente da esperienze mod con i Merton Parkas e soul con Bureau e Dexy's Midnight Runners) e il batterista Steve White. Il progetto parte da un intensivo e prolungato ascolto di dischi northern soul, soul jazz, tra classici e brani oscuri. L'intento è di creare un nuovo sound.
E con il collettivo che ruota intorno al nucleo principale costruisce in effetti, seppur spesso in modo confuso, una nuova attitudine sonora che accoglie anche elettronica, folk, blues, jazz, funk, hip hop. Alcune di queste idee confluiscono nella sua etichetta personale, la Respond Records, con cui, ambiziosamente, intende realizzare una nuova Motown.
Non ci riuscirà, le produzioni sono incerte e non sempre a fuoco ma sarà decisivo a riportare l'anima soul in Inghilterra.
Anche perché intorno a lui stanno crescendo tanti nuovi nomi intenti a ripercorrere le stesse orme.

I citati Dexy's Midnight Runners di Kevin Rowland, grande appassionato di black music, nel 1980 avevano inciso un manifesto del genere (fin dal titolo), “Searching for the young soul rebels” in cui suonavano un'energica versione di nuovo soul, con tanto di cover di un oscuro brano Northern Soul come “Seven days too long” di Chuck Wood e che dal vivo non esitavano a cimentarsi con classici più o meno noti della musica nera americana.
Si sposteranno presto verso altri lidi sonori con il fortunatissimo “Too Rye Ay”, molto vicino a sonorità folk irlandesi che con il singolo “Come on Eileen” sbancherà le classifiche di tutto il mondo. Il proseguio di carriera (anche quella solista di Rowland) oscillerà tra alti e bassi ma continuerà a conservare una forte impronta delle prime radici della band.

Alcuni fuoriusciti dalla prima formazione formeranno i Bureau, che proseguiranno fedelmente nel loro primo e unico album del 1981 “The Bureau” la linea dei primi Dexy's, con ottimi brani di soul moderno. Lo scarso successo e riscontro li indusse a un precoce scioglimento.

Jam e Dexy's, ma soprattutto Clash, saranno tra le primcipali influenze della breve e travagliata carriera dei Redskins, band dichiaratamente comunista, che inventò il motto “Walk like the Clash, sing like the Supremes”.
I tre skinheads di York suonavano un micidiale e perfetto mix di soul e punk, testi militanti, costante partecipazione a manifestazioni (e scontri) anti Tatcher. La loro storia durò poco, un solo album e una manciata di singoli all'attivo preludio a uno scioglimento repentino (pare dovuto all'impossibilità di proseguire, oberati da un contratto capestro), oltre alla scomparsa dalla scena del loro carismatico Chris Dean che da allora ha fatto perdere le sue tracce, rifiutandosi sempre di ricominciare a suonare o riparlare di quell'esperienza.

Tra i principali responsabili del ritorno della soul music in Inghilterra le numerose mod band, protagoniste del “revival” di fine anni Settanta, che infarcivano spesso il loro repertorio di classici apprezzati e ballati dai loro “padri” nei primi Sessanta.
Dai Merton Parkas ai Lambrettas (che portarono in classifica “Poison Ivy” dei Coasters in versione ska), ai Chords e soprattutto Secret Affair (da cui uscirà il batterista Seb Shelton per unirsi ai Dexy's) l'omaggio al soul è esplicito e reiterato. Ancora meglio fanno alcuni nomi della seconda ondata mod nella prima metà degli anni Ottanta, come Makin Time (il cui bassista Martin Blunt finirà nei brit poppers Charlatans) e, in particolare i Truth di Dennis Greaves, che già con i Nine Below Zero praticava da tempo queste strade.
La nuova avventura con i Truth lo catapulta in quello che sarebbero potuti essere i Jam se avessero proseguito.
Una poderosa macchina da guerra soul rock, con melodie Sessanta e un'energia comune a pochi.
Anche nel loro caso fu una vita breve con tre album e una manciata di singoli prima dello scioglimento nel 1989.
“Playground” del 1985 rimane un gioiello nascosto ancora molto attuale e moderno. Significativo annotare anche l'influenza sull'estetica di molti dei protagonisti e dei fan, che da un look stilisticamente affine a quello mod passano a mescolanze che ne conservano alcuni tratti ma si intrecciano con elementi vicini a quelli skinhead (vedi la scena degli Scooter Boys, Rude Boys e dei Soul Boys) e con meno vincoli rispetto all'integralismo che caratterizzava le sottoculture, in una nuova visione che prescinde dalla rigida appartenenza.
Musicalmente queste basi che nascono dall'underground ampliano l'interesse per i suoni soul che approdano progressivamente nel mainstream.
Inizialmente sono nuovi nomi sulla soglia del successo che hanno non poche affinità con la black music che si riproporrà spesso, in varie forme, nel loro repertorio.

Si chiamano Duran Duran, Spandau Ballet, Eurythmics (che nel 1985 duettano nel brano super femminista “Sisters are doin' it for themeselves” con Aretha Franklin in un travolgente funk pop soul), Culture Club (“Church of the poison mind”, del 1983, è puro soul groove), Paul Young (che arriva al successo con “Love of the common people” nel 1983 tratto dall'esordio “No parlez” in cui le influenze pop soul sono frequenti.
Per curiosità si segnalano nella sua band al basso Pino Palladino, futuro sostituto di John Entwistle negli Who e Rico Rodriguez mitico trombonista già con gli Specials e negli anni Sessanta con uno dei maestri del primo soul/rhythm and blues bianco inglese, George Fame and the Blue Flames).

Sempre nei primi anni Ottanta un ragazzo di Manchester, Mick Hucknall, fulminato nel 1976 (a fianco dei futuri Joy Division, del fondatore della Factory Records e del locale Hacienda e dei prossimi Smiths, Morrissey incluso) da un concerto dei Sex Pistols, entrato nel mito, nella sua città, decide di buttarsi nella musica.
Dopo anni di tentativi nel punk, trova successo e popolarità con il nome di Simply Red.
La sua voce potente e piena di tonalità “black” si adatta alla perfezione al pop funk soul della band che conquista in breve tempo le classifiche e una fama mondiale.

Le influenze si espandono sempre di più e arrivano nelle parti alte delle classifiche, vedi ad esempio gli Wham! con il classico groove Motown di “Wake me up before you go go” o il cultore dei suoni black Phil Collins che riporta in classica “You can't hurry love” delle Supremes.
Parallelemante si evolve anche la scena ska, che dopo l'iniziale adesione ai suoni tradizionali del genere si contamina sempre di più guardando soprattutto alla soul music.
Madness e Specials (e la loro successiva filiazione, dopo lo scioglimento, nei Fun Boy Three) in particolare.

Sono le fondamenta per una nuova piccola rivoluzione nella scena inglese, quella che conosceremo come Acid Jazz che si sviluppa alla fine degli anni Ottanta, grazie alle visioni futuriste di ex componenti del giro mod, vedi Eddie Piller, uno dei primi a rivestire il parka alla fine degli anni Settanta (un affare di famiglia, visto che il padre fu tra gli original mod degli anni Cinquanta e la madre gestiva il fan club ufficiale degli Small Faces) o James Taylor (ex Prisoners) che con il suo Quartet è tra i primi protagonisti della nuova tendenza che mischia disco, funk, jazz, soul e che avrà in nomi come Brand New Heavies, Us3, Incognito e i primi Jamiroquai alcuni dei principali esponenti e riporterà in auge nomi dimenticati o trascurati della black music (Gil Scott Heron in primis).

Influenti per questa nuova corrente anche nomi come i Working Week che nello spettacolare album d'esordio “Working nights” del 1985 oltre a jazz, soul e funk (inclusa una splendida versione di “Inner city blues” di Marvin Gaye), assimilano politica, letteratura, arte, ospitando nomi storici del rock inglese come Julie Driscoll e Robert Wyatt e addirittura due membri degli “inventori del rap”, i Last Poets.
Altri nomi si muovono nel magma inglese di questi anni.

I purtroppo dimenticatissimi ma pregevolissimi Carmel (che prendono il nome dalla cantante Carmel McCourt) infilano una serie di ottimi album negli anni Ottanta con particolare successo per “Drum is everything” del 1984 in cui mettono insieme gospel, ritmiche tribali e crude, blues, soul.
Arriveranno riconoscimenti e soddisfazioni (tra cui anche una collaborazione con Brian Eno) ma la band si disperderà in progetti saltuari non sempre riusciti. Un aspetto molto interessante di questi anni è la capacità del soul di rinnovarsi, contaminandosi in continuazione ma restando fedele al groove primigenio, alle fondamenta da cui è partito dai primi artisti afroamericani negli anni Cinquanta.

Sono semi che ritroviamo nella voce e negli arrangiamenti degli elettronici Bronski Beat di Jimmi Sommerville, nella suadente, raffinata, elegante e vellutata musica di Sade o in espressioni più commerciali come Haircut 101, Nick Heyward, Level 42 nell'amore per il northern soul dei Soft Cell (che rifanno “Tainted Love” di Gloria Jones in chiave elettronica, loro già frequentatori degli allnighter negli anni Settanta).

E come dimenticare i Fine Young Cannibals con i loro deliziosi ma allo stesso tempo spigolosi brani così tinti di “nero” o i ttravolgenti JoBoxers con la loro “Just got lucky” del 1983? Un progetto purtroppo finito male e nel disinteresse della casa discografica e dei suoi stessi fan (che fischiarono la band e strapparono i programmi della serata quando furono presentati i primi brani) fu il canto del cigno degli Style Council.
Nel 1989 presentarono alla loro etichetta “Modernism: A new decade” un album ardito e incompreso in cui Paul Weller abbracciava la nuova musica deep house di Detroit. “Mi piaceva tutta la musica nera che arrivava da Chicago e dal New Jersey che reputavo piena di influenze soul”. La sua idea di portare avanti e modernizzare il soul aveva trovato un appiglio in queste nuove sonorità, troppo all'avanguardia per i tempi e sdegnosamente rifiutate e affossate.
La band si sciolse poco dopo.
Tanto i Jam erano stati rimpianti alla fine repentina della carriera, tanto gli Style Council furono “cacciati” a furor di popolo. Weller impiegò tre anni per ripartire con la carriera solista e molti di più per ritrovare successo e interesse da critica e pubblico.
“Modernism: A new decade” vide la luce solo nel 1998, quando ormai non aveva più alcun impatto innovativo.

La soul music è sempre stata in grado di rinnovarsi e rigenerarsi, senza paura di snaturarsi, pienamente consapevole che ogni incrocio l'avrebbe rivitalizzata.

Lo ha sempre fatto, rimanendo una delle rare espressioni musicali sempre al passo con i tempi, spesso un passo avanti.
Proprio in questo momento è ancora la Gran Bretagna a lanciare nuovi segnali di innovazione con la nuova scena Nu British Jazz guidata da The Comet Is Coming, Ezra Collective, Shabaka Hutchings, tra i tanti, e che nel calderone di influenze che la caratterizza mantiene ben saldo il legame con gli elementi portanti della soul music: il groove ritmico e lo sguardo costantemente rivolto in avanti.
Ne ascolteremo delle belle!

mercoledì, novembre 02, 2022

The Jam


Riprendo l'articolo che ho pubblicato domenica su "Libertà".

Il 30 ottobre del 1982 una ferale notizia tagliò l'anima a fettine di noi malcapitati adoratori di un certo tipo di musica.
Paul Weller annunciava con una lettera scritta a mano a noi iscritti al fan club che i Jam si erano sciolti.
Ferita ancora più profonda in quanto del tutto inaspettata, perfino dagli stessi componenti del gruppo e dal suo manager personale, che altri non era che suo padre. La band aveva sbancato, come ormai faceva da anni, le classifiche inglesi con il nuovo album “The gift” e il 45 giri “Town called malice”, che diventerà poi un classico della musica pop rock inglese.

Weller si convince che in questa veste i Jam non potranno più progredire, che la musica che ha in mente necessita di altri musicisti, con un’altra mentalità: lo stile del bassista Bruce Foxton e del batterista Rick Buckler non possono stare al passo con le sue nuove idee. Weller patisce, inoltre, anche la cieca devozione dei fan, sempre meno interessati ai contenuti delle canzoni, ai messaggi, ai cambiamenti stilistici che ha introdotto recentemente e che vorrebbe radicalizzare ancora di più.

C'erano state alcune tensioni negli ultimi tempi tra i membri del gruppo, culminate in alcune frasi poco felici nei confronti del batterista (“non ci sono batteristi in questo nuovo album”) e nel video del recente singolo “The bitterest pill” in cui il protagonista è il solo Weller con gli altri due relegati a ruolo di comparsa. Ma si poteva pensare a un periodo di tensione e insoddisfazione da risolversi con un po' di riposo.
Ma come ha ricordato successivamente, Paul subiva una pressione troppo alta:
“All’inizio il tuo ego ti dice che tutto questo è fantastico. Ma verso la fine stava assumendo proporzioni pazzesche. Mi avevano fatto diventare il portavoce di una generazione e cose del genere e avevo solo ventidue anni. Non avevo ancora veramente vissuto e, a essere onesti, non avevo nessuna risposta per tutte queste cose che mi venivano chieste. Non fu l’unica causa che portò allo scioglimento dei Jam ma contribuì sicuramente.”

Faranno ancora una serie di concerti di saluto, uno splendido nuovo 45 giri, “Beat surrender” e ci saluteranno per sempre. Le cose prenderanno una brutta piega quando finiranno in dispute di carattere legale su presunti diritti non equamente divisi che porterà a una drastica rottura dei rapporti. Con il bassista si ritroveranno solo tantissimo tempo dopo, collaborando anche artisticamente, con il batterista non si sono mai più parlati.
Weller inizierà l'avventura con gli Style Council che gli darà di nuovo successo, in virtù di una scelta sonora decisamente lontana da quella dei Jam ed evidentemente inconciliabile con il precedente gruppo, per poi dedicarsi a un'altrettanto fortunata carriera solista. Gli altri due proseguiranno sempre nell'ombra, soprattutto Rick Buckler che finirà anche in disgrazie economiche.

Una storia iniziata a metà degli anni Settanta nella cittadina anonima di Woking, come gruppo che suona rock 'n' roll per divertimento.
Poi l'illuminazione del punk che lancia il messaggio che chiunque può farcela, salire su un palco, non importa il grado di preparazione tecnica. L'importante è suonare, sfidarsi, sfidare il pubblico.
Weller chiarì bene la questione:
“So che sembra banale ma prima del punk non c’era nulla a cui fare riferimento. Le discoteche erano l’unica forma di alternativa giovanile, ma non mi sono mai interessate.
Allo stesso modo, quando ascoltai per la prima volta My Generation degli Who, se per qualcuno poteva sembrare nostalgia, per me era qualcosa di completamente nuovo. In quei suoni, in quelle chitarre, in quell’immagine c’era odore di gioventù. Mi considero un modernista e credo che lo sarò sempre. È ciò su cui fondo la mia identità.”


Ma l'asso nella manica del gruppo è il padre di Paul, John Weller, classico esponente della working class inglese, ex pugile, determinato, con la massima fiducia nel gruppo del figlio.
Li incoraggia, li porta in giro a suonare, ne gestisce gli iniziali magri affari, fa da servizio d'ordine, li convince a registrare un demo che poi porta personalmente a tutte le case discografiche.
“Decca, Pye… dammi un nome e io ci andavo. Rubavo qualche soldo alla cassa per le spese di casa di Ann, saltavo sulla mia vecchia Austin e filavo direttamente a Londra. Avevo provato a fare qualche telefonata ma senza risultato, così, fanculo, andavo direttamente da loro.”

La perseveranza li premia.
Il gruppo suona sempre più spesso a Londra, incomincia a crearsi un piccolo nucleo di fan.
I Jam suonano un mix di rhythm and blues, rock classico degli anni Sessanta ma con l'energia e la sfrontatezza del punk.
All'interno del quale faticano ad essere accettati, sia per la lontananza voluta dall'estetica più sguaiata di quella scena, sia per l'amore di Weller, per quella a lui cara, di Who e Small Faces e di tutta la scena degli anni Sessanta. Sin dall'inizio cerca di inserire nei testi tematiche sociali, in maniera talvolta maldestra (saranno addirittura accusati di essere di destra), affidandosi per la sua idea politica soprattutto a un autore come George Orwell, il quale, a una visione critica nei confronti dell’autoritarismo, affiancava l’amore per il proprio Paese, l’Inghilterra, per il quale auspicava il meglio, ma non certo in funzione delle idee conservatrici o destrorse.
Consapevole del crescente aumento della disoccupazione, di una ricchezza in mano a pochi privilegiati, dell’emarginazione delle classi meno abbienti, Weller tentava di esprimere politicamente tale disagio, seppure in maniera ancora rozza e primitiva.
“Cercavo di dire quello che pensavo, perché ci credevo, giusto o sbagliato che fosse. Probabilmente il più delle volte era sbagliato".
È lo sguardo di un adolescente su un mondo che non comprende, non apprezza e di cui rigetta regole e imposizioni. A prescindere.
Inseguendo una nuova “young idea”, qualunque essa sia, al di fuori dalle posizioni politiche e partitiche preconfezionate e omologate. Approdano finalmente all'agognato esordio con l'album “In the city”, nel 1977, disco pieno di rabbia e violenza sonora ma già avanti rispetto al punk più scontato.
Che la scrittura di Weller e soci sia diversa e con riferimenti più profondi rispetto alla media della scena inglese, si evince dal secondo disco “This is modern world”, sorprendentemente pubblicato solo sei mesi dopo il primo.
Erano tempi in cui non si facevano troppi calcoli commerciali e “industriali” ma si badava solo all'urgenza espressiva. Il nuovo disco è più debole ma egualmente ottimo e fa da preludio al primo piccolo capolavoro della band,
“All Mod Cons” in cui i Jam si lasciano alle spalle ogni retaggio punk, abbracciano un raffinato ed energico pop beat che guarda al passato ma è fresco, attuale e diretto. Tentano la carta dell'opera rock con “Setting Sons” ma sarà un lavoro confuso e riuscito a metà, che testimonia un periodo di crisi artistica.
Dubbi che saranno fugati dal clamoroso successo del singolo “Going underground” del dicembre del 1980 che li consegna all'Olimpo del rock britannico e ai primi posti delle classifiche.

I testi diventano sempre più accurati e profondi, rappresentano al meglio la società inglese, in crisi e oppressa dalle politiche neo liberiste, le musiche si fanno raffinate, i brani compositivamente complessi e ricercati, i successivi "Sound affects" e "The gift" sono i loro capolavori, entrano soul e funk a piene mani, dai soliti locali il gruppo passa a palasport e poi stadi, i dischi vendono milioni di copie.
Ma Paul Weller ha in serbo l'amara sorpresa.
Un po' come fecero i suoi tanto amati Beatles preferisce fermarsi all'apice del successo, invece di conoscere il declino. La lettera di commiato, che conservo ancora gelosamente è una lucida confessione e sincero addio:
“Ci sono molti motivi che potrei spiegarvi ma il principale è che abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare insieme come gruppo e così ritengo sia meglio smettere quando siamo al top piuttosto che continuare per inerzia. Voglio che quello che abbiamo fatto insieme rimanga intatto e questa è un’altra ragione dello scioglimento. Ma è principalmente perché sento che non possiamo più andare avanti come gruppo. Ci sono anche altri motivi, più personali. La pressione è tremenda, soprattutto essendo io il compositore e una specie di ‘leader’ c’è una costante pressione per scrivere il prossimo LP, il prossimo singolo etc. Da un certo punto di vista va bene, perché aggiunge stimoli al mio lavoro ma allo stesso tempo non sono mai stato capace di sedermi e apprezzare quello che abbiamo fatto. Sono stati sei anni ma non penso che potrei prendermene altri sei così. Credo che alla fine mi farebbe impazzire. Dio vi benedica.”

martedì, novembre 01, 2022

Infinito. L'universo di Luigi Ghirri di Matteo Parisini


Non è mai troppo tardi per scoprire o approfondire l'opera di LUIGI GHIRRI, fotografo ma soprattutto poeta dell'immagine.

Il doc di Parisini affronta l'arduo compito di penetrare la sua storia e attività in modo semplice e e diretto, attraverso immagini di repertorio, le sue foto, preziose testimonianze.

Interessante per gli amanti della musica le modalità con cui colse le immagini dell'album dei CCCP "Epica Etica Etnica Pathos" del 1990 (lavorò anche a copertine di album di Lucio Dalla, Gianni Morandi, Luca Carboni, Stadio.

Il racconto è pacato, contemplativo, esaustivo, con colori tenui e avvolgenti.

"Guardando le cose che guardava lui non riusciamo a vedere ciò che lui vedeva" (Massimo Zamboni)

La fotografia di Luigi era qualcosa che andava al di là della fotografia. Luigi Ghirri è stato un grande pensatore" (Gianni Leone - fotografo)

https://www.youtube.com/watch?v=YG_Rou8xiRY
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