lunedì, luglio 27, 2020

The Chords



Probabilmente la miglior band espressa dal cosiddetto Mod Revival del 1979.
Già attivi dal 1978, influenzati dal punk e dall'amore per i 60's ( "I wanted us to be The Who-meets-The Clash", dice il chitarrista Chris Pope), trovarono l'appoggio di Jimmy Pursey degli Sham 69 per cui registrarono alcuni demo senza che la collaborazione andasse in porto.

Pursey spinse i Chords verso il nascente nuovo fenomeno mod, preparando l'uscita di "Now it's gone", il primo singolo, con pubblicità con un mod in Vespa, il disco previsto in picture disc con il target mod etc, trovando l'opposizione di buona parte della band, affascinata dai 60's ma riluttante ad essere ingabbiata in uno stile così preciso.
I Chords suonarono alcune date con gli Undertones di cui divennero stretti amici.
Un litigio violento tra band nord irlandese e Pursey indusse i Chords a solidarizzare con gli amici e ad abbandonare i propositi discografici con il leader degli Sham 69.
"Potevamo andare nella Top Ten, con il primo disco mod ma perdemmo l'opportunità".

Alla fine, grazie all'intercessione di Paul Weller, loro grande fan, che li aveva voluti anche ad aprire alcuni concerti dei Jam, approdano alla Polydor, "Now It's gone" esce il 14 settembre 1979 e arriva al 63° posto delle charts inglesi.
Il 16 gennaio del 1980 pubblicano la splendida "Maybe tomorrow" (con sulla B side "hey girl" degli Small Faces) che si attesta al 40° posto nelle charts e permette loro di apparire a Top of the Pops.

L'esordio su album, nel maggio 1980, preceduto da un altro singolo, "Something’s Missing" ci consegna lo stupendo "So far away" dove accanto a due ottime cover di Sam & Dave "Hold on I'm coming" e Beatles "She said She said", inserirono eccellenti brani autografi e gli regalano il 30° posto in classifica.
Risultati ottimi ma che lasciano l'amaro in bocca a una band che probabilmente si aspettava di più, soprattutto in base a recensioni sempre positive, concerti con Stiff Little Fingers, Jam, Vapors, sempre bene accolti e affollati.
C'è il tempo ancora per due singoli, "The British Way Of Life" (luglio 1980) e "In my street" (ottobre 1980) che non li porta oltre le solite posizioni, intorno al 50° posto.

Billy Hassett, disilluso e in aperto contrasto con le abitudini eccessive degli in tour, rompe con la band e se ne va/viene allontanato.
Reclutano Kip Herring" con cui pubblicano, nel marzo 1981, "One more minute" (prodotto da David Batchelor, che anni dopo sarà a fianco degli Oasis in "Defintely maybe") e in autunno "Turn away again", senza successo.
Un previsto secondo album viene accantonato e poco dopo la band si scioglie.

Nel 1986 esce un ottimo live postumo "No One Is Listening Anymore".
La band si rifora negli anni 90 e 2000 per alcuni sporadici concerti ( nel 2010 il buon singolo "Another thing coming") mentre il chitarrista Chris Pope porta avanti una nuova line up chiamata Chords UK. Billy Hassett, in Giappone, ha invece, con musicisti locali, i J-Chords.

“Punks won’t cos we’re mods, mods won’t cos we’re too punky”

Maybe tomorrow
https://www.youtube.com/watch?v=LA2wyIS8xDM

Now it's gone
https://www.youtube.com/watch?v=vrHkLK-7y-g

Something's missing
https://www.youtube.com/watch?v=K7QatglOYCE

So far away
https://www.youtube.com/watch?v=E1As3HBiPmA&list=RDK7QatglOYCE&index=8

domenica, luglio 26, 2020

Psichedelia



E' nelle edicole un'edizione speciale di Classic Rock dedicata alla PSICHEDELIA.

113 pagine fitte di recensioni dei dischi più rappresentativi ma anche i più oscuri e particolari dell'ambito.
Ci sono poi approfondimenti su Syd Barrett, un'intervista a Paul Mc Cartney fatta dalla rivista IT International Times nel 1967, interessantissima, riferimenti psichedelici nei secoli passati, la psichedelia in Italia (dagli anni 60 ad oggi), in Germania, nei paesi oltre la Cortina di ferro, i film psych e tanto altro.
Curatissimo, totalmente esaustivo.

Ne scrivono tra i tanti, Federico Guglielmi, Maurizio Becker, Marco Braggion, Francesco Donadio, Stefano Pogelli, Giandomenico Curi, Mario Giugni, Luigi Abramo, Lodovico Ellena.

Io scrivo un lungo approfondimento sulla scena psichedelica italiana degli anni 80 e poi recensisco "Turn on" dei Music Machine, "The seeds" dei Seeds, "Roger the engineer" degli Yardbirds, "Sell Out" degli Who, "The inner mistyque" della Chocolate Watch Band, "The birthday party" degli Idle Race, "Picturesque Matchstickable Messages" degli Status Quo, "Steppenwolf" degli Steppenwolf, "Stand!" di Sly and the Family Stone, "Maggott brain" dei Funkadelic.

Inoltre mi occupo di tre schede:
PSYCHEDELIC SOUL (con Eric Burdon and the War "Declares war", The Chambers Brothers "The time has come", The 5th Dimensions "The age of the Aquarium", Lenny Kravitz "Let love rule", Parliament "Osmium", Prince "Around the world in a day", Edwyn Starr "War & Peace", The Supremes "Love and child", Temptations "Cloud Nine", The Undisputed Truth.

PSYCHOTIC REACTIONS (con American Blues "Is here", Fever Tree, Josefus "Dead Man", Kenny and the Kasuals "Impact", The Litter "Distortions", The Missing Links, ?and the Mysterians "96 tears", The Shadows of Knight "Gloria", The Sonics "Here are the Sonics", The Standelles "Dirty water".

LA SCUOLA INGLESE (con The Action "Ultimate Action", Artwoods "Art gallery", Clark-Hutchinson "A=MH2", Graham Bond "We put a magick on you", Dave, Dee, Dozy, Beak and Mitch "If music be the food of love", The Eyes "Blink", Fleur De Lys "Les Fleurs de Lys", John's Children "Orgasm", Mighty Baby, Nirvana "The story of Simon Simopath"

venerdì, luglio 24, 2020

David Montgomery



Nato nel 1937 a New York DAVID MONTGOMERY si trasferì nella Swing London dei 60's, restandone affascinato e travolto.

Tra i suoi soggetti gli Stones, Jimi Hendrix (tra cui la famosa foto interna di "Electric Ladyland"), Paul McCartney, gli Who ma anche Sophia Loren, Andy Warhol, la Regina d'Inghilterra e vari ministri britannici.
Vive tutt'ora a Londra, a Chelsea.

giovedì, luglio 23, 2020

Wigan Athletic



ALBERTO GALLETTI ci porta un'altra volta all'interno del cosiddetto MODELLO INGLESE.

Non accenna a fermarsi la crisi dei football clubs in Inghilterra.
Ho già trattato di alcuni, ma sono molti i club a serio rischio estinzione.
Il Covid-19 non centra, anche se potrebbe accelerare il processo.

La realtà più esposta a tale pericolo è il Championship, l’ex-seconda divisione inglese.
Si ritiene con buona approssimazione che i 24 club partecipanti spendano in media il 107% dei loro ricavi in stipendi dei calciatori.

In molti casi parecchio di più.
Questo nonostante il campionato, nella stagione 2019/20 si sia trovato a gestire la bellezza di 400 milioni di sterline extra, in pagamenti paracadute a compensazione per le retrocesse appunto.

Una realtà che rasenta la follia, per un campionato diventato terreno di conquista per avventurieri stranieri dell’investimento, aspiranti Premier League owners wannabe che hanno dopato finanziariamente il campionato nel tentativo di raggiungere la terra promessa della Premier League.
Ultimo, in ordine cronologico, di questa triste lista è il caso del Wigan Athletic, finito nelle mani del curatore fallimentare il 4 luglio e a rischio scomparsa.

Fondato nel 1932, fu eletto tra i professionisti solo nel 1978.
Eletto, e non promosso, in quanto al tempo dalla quarta retrocessione non si retrocedeva.
Un ottimo sistema per evitare l’ingresso tra i professionisti di club senza le adeguate potenzialità per starci.
Fu questo il caso dei ‘Latics’ che nel 1978, al 34° tentativo, riuscirono a vincere l’elezione all’ allora IV Divisione per sostituire il Southport fallito.
Si trattava comunque di casi molto rari.
Il calcio in città ad ogni modo non era mai stato molto popolare, a farla da padrone a Wigan è sempre stato il rugby league.
Il locale Wigan RFC è infatti una specie di Liverpool ovale.

La parabola del Wigan Athletic fra i professionisti è andata in crescendo fino al raggiungimento della promozione alla Premier League, in cui militò per otto stagioni consecutive.
Non fu però un cammino graduale con la scalata alle vette ottenuta da processi di rafforzamento e consolidamento nelle varie serie, bensì una parabola che vide un’impennata decisa a partire dal 1995 quando il club fu acquistato dal miliardario e tifoso locale Dave Wehlan, proprietario della catena JJB Sports, con l’obiettivo dichiarato di arrivare in Premier League. Cosa che riuscì al termine della stagione 2004/05.

Il top fu raggiunto con la vittoria nella FA Cup del 2013, in finale contro lo strafavorito Manchester City degli emiri, grazie al bellissimo gol di testa del carneade Ben Watson a tempo scaduto.
Sfortunatamente il giorno più glorioso nella storia del club coincise anche con l’inizio della fine: il sabato dopo, all’ultima di campionato, il Wigan retrocesse.
Seguirono altre due retrocessioni, in terza serie, seguite da due immediate promozioni.

Il pubblico pagante nel frattempo si dimezzò: in quel 2012/13 le entrate del club ammontavano a 56,4 milioni di sterline, tre anni dopo erano scese a 15,7 e nel 2018/19 piombarono a 11,5, il dato più misero del campionato.
Il monte stipendi è passato dai 43,7 milioni del 2012/13 ai 19,4 del 2018/19, una logica riduzione ma un pericolosissimo 168% dei ricavi ottenuti.

Il club ha fatto registrare perdite in cinque delle prime sei stagioni da quando retrocedette dalla PL, l’ultima, nel 2018/19 da 9,4 milioni di sterline.
Ogni volta Wehlan ha messo mano al portafogli.
Niente di strano, in Italia va così da sempre.
Ma Wigan è in Inghilterra e lo stadio è di proprietà dal giorno in cui, nel ’99, Wehlan ne posò la prima pietra.
Quindi non è proprio come declamano i giornalai nostrani incensatori del modello inglese e dello stadio di proprietà.
Ma queste sono cose che è meglio non evidenziare, potrebbero compromettere la promozione e vendita televisiva del prodotto PL, il campionato per la gente felice, sorridente, senza problemi economici, la gente trendy che non si è mai occupata di calcio prima che inondasse i palinsesti televisivi e il SUV in garage. Puah, sembra la pubblicità dei prodotti per la casa o di automobili per le classi medio-alte americane degli anni ’50-’60.

Nel 2018 la famiglia, esasperata dalle continue perdite da ripianare, decise che era ora di finirla e costrinse Wehlan a vendere il club, lo stadio e il centro di allenamento a International Entertainment Corporation (IEC), sede a Hong Kong.
Ci tirarono fuori 22 milioni di sterline che non pareggiarono i ripianamenti degli anni precedenti.
Nonostante i falsi proclami di traguardi sportivi da raggiungersi “perché questa comunità, di cui abbiamo sempre voluto essere parte, e questo club di cui siamo orgogliosamente proprietari lo meritano” (dichiarazione tipo di qualsiasi avventuriero finanziario, mediamente asiatico, che negli ultimi 10/15 anni ha comprato una squadra inglese), IEC ha ceduto, il 4 giugno scorso , il Wigan Athletic ad un’altra società la Next Leader Fund, sede alle Isole Cayman, poi spostata ad Hong Kpng.

Proprietario di entrambe IEC e NLF, un giocatore di poker professionista, il fantomatico Dr. Choi Chui Fai Stanley.
La vendita è stata approvata dagli azionisti IEC (vabbè, ovvio), della Borsa di Hong Kong (un po' meno ovvio ma comprensibile) e infine dalla EFL, la Lega Professionistica inglese (molto meno comprensibile) i cui controlli risultano quindi ridicoli, un’ inutile pagliacciata.

Una volta ottenuto il controllo del club, il giocatore di poker ha messo in atto il suo piano premeditato.
Non quello di rinforzare società e squadra, ma bensì di strangolarlo per riempirsi le tasche.
Ha prestato quindi 29 milioni di sterline al Wigan all’ 8% di interesse, con tasso di default del 20%.
Il club contava, per andare avanti, oltre al contratto televisivo , sugli incassi delle partite.
Un equilibrio precario venuto a mancare in seguito alle conseguenze dell’esplosione del coronavirus che ha visto azzerarsi gli incassi.

Senza pensarci due volte, il giocatore di poker ha piazzato il club in amministrazione controllata, la nostra procedura fallimentare, tre settimane dopo averlo acquistato, perché non riesce a pagare le rate del prestito da lui stesso concesso.
Un bandito, che sa giocare a poker molto bene, calcio e tifosi manco sa cosa siano.
Nessun esponente delle società di Hong Kong, proprietario o dirigente che sia, ha mai messo piede a Wigan in vita sua.

Modello inglese.
Adesso tutti gridano allo scandalo, dichiarano che le squadre sono patrimonio delle collettività che li esprimono e invocano aiuti per il moribondo Wigan Athletic, inchieste su come tutto ciò possa essere accaduto , individuazione e punizione dei responsabili.
In prima fila manco a dirlo il politico di turno, il deputato laburista per Wigan Lisa Nandy, seguita dal presidente della EFL e dai tifosi, gli unici cui questa storiaccia importi veramente; dov’erano però quando il pokerista comprò la squadra? Tutti a sognare nuovi trionfi?
Patetici.
La squadra nel frattempo si sta disimpegnando benino, dalla ripresa non hanno ancora perso, e si trova a centro classifica.
La EFL, che avrebbe dovuto proteggere il club dal giocatore di poker ha invece già pronta la punizione: dodici punti di penalizzazione se finiranno il campionato fuori dalla zona retrocessione (e che potrebbero farceli ripiombare, al momento hanno dodici punti di vantaggio sulla terzultima e una giornata da giocare), oppure dodici punti di penalizzazione da scontare la prossima stagione in caso retrocedano sul campo.
Il presidente del Dipartimento Studi per la Cultura, Media & Sport, Julian Knight, ha infatti rivelato che ci sono tra i 10 e 15, su un totale di 24, i club di Championship nelle stesse condizioni del Wigan.

Forum di economisti legati al pallone, pensa te a che punto siamo arrivati, dati alla mano, sostengono da tempo che (per l’Inghilterra in questo caso) 92 squadre professionistiche sono troppe.
Lo credo anch’io, ma dissento totalmente sulle vie da prendere per affrontare il futuro.
Qualcuno oltremanica ha cominciato già da tempo ad interrogarsi sul sistema perverso della PL che finirà per distruggere tutto ciò che le sta intorno e ha contribuito a crearla, cioè la piramide delle serie professionistiche inglesi.
La cosa comunque comincia a divertirmi abbastanza e non vedo l’ora che la bolla esploda completamente.
Aspettando il giorno in cui la PL comincerà a mangiare se stessa partendo dalla coda.

mercoledì, luglio 22, 2020

The Jolt



Una delle band più sottovalutate e sfortunate della scena mod/punk/power pop, i JOLT nascono alla fine del 1976 in Scozia.
Suonano cover di band dei 60, mischiandole all'energia del punk che sta esplodendo in quei giorni.
Si creano un ottimo seguito e sono la prima nuova band scozzese a firmare per una major, la Polydor. nel 1977 per cui realizzano i singoli "All I can do" e "Watcha gonna do abouti it" (poderosa cover degli Small Faces).

Nel 1978 confermano la loro statura con un bellissimo album, energico, pop, frizzante, mod-erno.

Diventano beniamini di Paul Weller che li vuole spesso ad aprire per i Jam e scrive per loro "See saw" (incluso nel bellissimo ep "Maybe tonight" del giugno 1979) che i la band di Paul riprenderà come B side di "Eton Rigfles".
Suonano anche con i Saints, Motors e Generation X.

Vengono spesso considerati come cloni dei Jam, ripudiati dalla scena scozzese che li considera "venduti" e poco considerati.
Si sciolgono alla vigilia dell'esplosione del Mod Revival.

Il batterista Iain Shedden si trasferiece in Australia, dove suonerà per un periodo con i Saints, diventando anche un apprezzato giornalista musicale.
E' scomparso nel 2017.


You're Cold / All I Can Do (1977)


What'cha Going Do About It? /Again & Again (1978)


The Jolt (1978).


I Can't Wait/Route 66 (1978)


Maybe Tonight/I'm In Tears/See Saw/ Stop Look (1979)

Maybe Tonight
https://www.youtube.com/watch?v=T1O2Q9s6-8g

See Saw
https://www.youtube.com/watch?v=Gk1AWKm-DhY

Watcha gonna do about it
https://www.youtube.com/watch?v=M5809LtwzT8

martedì, luglio 21, 2020

Simon Luca - Per proteggere l'enorme Maria



Secondo album, del 1972, di un personaggio particolarmente anomale e interessante della scena rock italiana.
Autore negli anni 60 per gli Shocking Blue (per cui scrive la versione italiana di "Venus"), Dalton , Gens, Augusto Righetti, Dik Dik, Orietta Berti, Anna Identici, Ornella Vanoni.

Nei primi 70 incide tre album molto particolari tra cantautorato e un approccio rock blues (anche vocale) che lo avvicina parecchio a Joe Cocker, con inserti country, un pizzico di gospel e qualche cenno prog.

Al suo fianco una band che include una lunga serie di grandi musicisti: Ricky Belloni e Alberto Camerini alle chitarre, Gigi Belloni al basso, Pepé Gagliardi e Franco Orlandini alle tastiere, Ezio Malgrati alla batteria, il violinista Lucio Fabbri, Fabio Treves all’armonica, i coristi Donatella Bardi, Marco Ferradini, Eugenio Finardi e Massimo Villa.

Simon Luca ha poi proseguito come autore (incidendo ancora sporadicamente e lavorando per cinema, televisione e teatro) per Marco Ferradini, Mina, Renato Zero.

lunedì, luglio 20, 2020

Giulio D'Errico - Attitudine riottosa



"Certamente la prima ondata (Pistols, Clash etc) fu poco più di un'estensione del business della musica, ma quello che seguì (guidato, credo, dai Crass) fu un movimento radicale e trasformativo, che cambiò la vita a molte persone e produsse effetti duraturi sulla cultura mainstream"
(Jeremy Allen da "Punk was rubbish and changed nothing")

Uno sguardo molto approfondito e interessante sul periodo Anarcopunk inglese, dall'esplosione dei CRASS e tutto il loro seguito, al progressivo disfacimento di quella scena, musicale ma soprattutto socio politica.

A parlarne, in dodici capitoli, altrettanti protagonisti di quegli anni.
Che ci dicono di quanto vissuto, dalle manifestazioni "Stop the City" (in cui centinaia di anarchici, punk e affini, bloccarono gli affari della City "invadendola", alla deriva tossica di scene pur determinanti come quella di Bristol (Disorder, CHaos UK, Amebix), la situazione, unica, in Irlanda del Nord, l'espressione politica femminista, animalista, pacifista, con tutti i suoi distinguo più profondi e reconditi.

Uno spaccato che aiuta a capire una realtà spesso sfuggita alla comprensione immediata.

Penny Rimbaud (Crass)
"In tutta onestà non sapevo cosa fosse l'anarchismo fino al primo anno dei Crass.
Avevamo uno striscione con il simbolo della pace per dire alla gente che non eravamo interessati a fare a botte e abbiamo disegnato la A cerchiata come un qualcosa da mettere alle nostre spalle, sia a destra che a sinistra.
Fu allora che incominciarono a chiederci cosa significasse.
Realizzai allora che al di fuori della mia personale impostazione libertaria non avevo idea di cosa cazzo significasse.
Cominciai così a informarmi su quale fosse la vera storia.
Non mi interessava molto allora e non mi interessa molto adesso.


Giulio D'Errico
Attitudine riottosa
Agenzia X
16 euro

sabato, luglio 18, 2020

AA.VV. - RecordKicks Chartbusters



"The explosive sound from Today's scene"

La RecordKicks ci regala una nuova compilation con una selezione di alcune gemme dal suo ormai sterminato catalogo di 150 titoli.

21 brani tra soul, funk, afro, beat, rhythm and blues.
Un disco esplosivo.

Con Calibro 35, Hannah Williams, The New Mastersounds feat. Corinne Bailey Rae remixed by Nostalgia 77, Tanika Charles, Link Quartet, Tibbs, Bluebeaters, Devonns e tanti altri.



La versione acquistata su Bandcamp permetterà di devolvere i soldi alla causa dei diritti civili in Usa.

We are donating all proceeds of this new compilation to NAACP Legal Defense and Educational Fund, America's premier civil rights organization fighting for racial justice. You can find more about NAACP fund here: www.naacpldf.org/about-us/

https://recordkicks.bandcamp.com/album/record-kicks-chartbusters

venerdì, luglio 17, 2020

The Beatles - No Pakistanis



Nel gennaio del 1969 i BEATLES realizzarono 59 versioni di "Get Back", il brano che avrebbe dovuto dare il titolo al nuovo album che, nell'idea di Paul, poteva riportare la band alle origini, a un sound grezzo, diretto, live in studio, senza orpelli e sovraincisioni.
Andò tutto male, il progetto si sfaldò e ne vennero recuperati i cocci nell'ultimo album "Let it be".

In una delle prime versioni del brano Paul (l'autore) inserisce alcuni versi "sinistri", in particolare:
"don't dig no Pakistanis taking all the people's jobs"
"Non ci piacciono i pakistani che vengono qui a portare via il lavoro alla gente.

La frase fu ispirata da un'improvvisazione in studio, intitolata su bootleg "Commonwaealth" in cui cantava:
"fareste meglio a tornare alle vostre case nel Commonwealth".

In realtà, OVVIAMENTE, non c'era alcun intento razzista ma era una parodia del famoso discorso del leader di estrema destra Enoch Powell che nel 1968 preconizzava "fiumi di sangue" se non si fosse messo un argine all'immigrazione in Inghilterra.
Discorso appoggiato poco tempo dopo da un Eric Clapton ubriaco, in un concerto. Successivamente si scusò, mortificato.
La reazione a questa affermazione fu incentivo a creare il movimento Rock Against Racism.

La questione fu portata alla luce dal solito "Sun" a metà degli anni 80 quando in un bootleg comparve il brano intitolato "No Pakistanis". Il "giornale" scandalistico inglese mise in evidenza un potenziale razzismo latente nei Beatles, tanto che Paul si sentì in dovere di specificare:

Giornalismo sensazionalistico.
Il Sun non è un giornale con una grande reputazione.
Penso che questa cosa sia che quando stavamo facendo Let It Be, c'erano un paio di versi per "Get Back" che in realtà non erano affatto razzisti - erano, anzi, antirazzisti.
C'erano molte storie sui giornali sui pakistani che affollavano gli appartamenti - sai, vivono in sedici in una stanza.
Quindi in uno dei versi di "Get Back" uno degli outtakes ha qualcosa a proposito di "troppi pakistani che vivono in un appartamento popolare".
Il che, a mio avviso, era in realtà contro il sovraffollamento dei pakistani.
Il Sun desidera vederlo come un'osservazione razzista.
Ma ti dirò, se c'era un gruppo che non era razzista, erano i Beatles.
Voglio dire, tutte le nostre persone preferite erano sempre nere.
Siamo stati i primi a fare conoscere la Motown nel mondo.
Ogni volta che andavamo negli Stati Uniti domandavano:
"Chi sono i tuoi artisti preferiti?"
E rispondevamo:
"Beh, sono principalmente neri e americani - Motown, amico.
Non credo che i Beatles abbiano mai avuto problemi con queste cose.


Il brano è una versione primitiva di "Get Back", molto dura, hard e tirata.

THE BEATLES - No Pakistanis
https://www.youtube.com/watch?v=6UZUpqEZgi8&feature=emb_logo

giovedì, luglio 16, 2020

Henry Clarke



Nato a Los Angeles nel 1918, si trasferì prima a New York e poi a Parigi per lavorare con "Vogue", "Femina", "L’Album de Figaro" e "Harper’s Bazaa", diventando famoso per le sue foto di moda negli anni 50, scattando per Dior, Fath, Balenciaga e Chanel.

Da metà dei 50 lavorerà esclusivamente per "Vogue", fotografando anche personaggi famosi come Coco Chanel, Sophia Loren, Anna Magnani, Maria Callas e lavorando con modelle come Veruschka, Barbara Bach, Editha Dussler, Marisa Berenson, Benedetta Barzini, Marina Schiano, Isa Stoppi, Simone d’Aillencourt. Porta i suoi soggetti in luoghi esotici, caldi, pieni di luce e sole.

E' scomparso nel 1996.
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