sabato, maggio 18, 2019

Libertà



Domani su LIBERTA' nella rubrica PORTFOLIO diretta da Maurizio Pilotti parlo della storia (triste) di TOPPER HEADON dei Clash.
Nella foto i numeri precedenti.

venerdì, maggio 17, 2019

2Tone e ska



Articolo che ho scritto per IL MANIFESTO nell'inserto "Alias" del 4 maggio 2019.
Per gentile concessione.
Grazie a Francesco Adinolfi.


Quanta strada ha fatto lo ska, dalle oscure origini caraibiche alla testa delle classifiche “bianche” in Europa, Usa e non solo, fino a diventare uno stile, un'attitudine, condivisa da migliaia di giovani (e soprattutto “meno” giovani).

E dire che nel documentario “One Man's Madness” (http://tonyface.blogspot.com/2019/04/one-mans-madness-di-jeff-baynes.html) del regista Jeff Baynes, sulla vita del saxofonista dei Madness, Lee Thompson, membri della band di “One step beyond” ricordano come alla fine degli anni 70 fosse aperto il dibattito tra i musicisti inglesi se i bianchi potessero suonare o meno reggae e ska. Band come Clash, Police, Ruts, Slits e vari esponenti del punk e new wave lo avevano già dimostrato ma rimaneva una sorta di dubbio etico/artistico.

Ci pensarono gli Specials a dissiparlo, portando sui palchi, fin dal 1977, una miscela di ska e soul con l'energia e l'attitudine del punk, vestiti come perfetti mod, soprattutto affiancando musicisti bianchi e neri. Particolarità ormai scontata ai nostri giorni, molto meno ai tempi.
Se in Usa, dove le differenze razziali erano ben più marcate, gruppi come Booker T and the Mg's, Sly and the Family Stone, la band di Santana o l'orchestra di Ray Charles avevano membri di diverse razze, paradossalmente in Gran Bretagna era molto più raro.
Solo gli Equals e gli Hot Chocolate avevano sfidato certe regole non scritte mentre lo stesso punk era un fenomeno in larga prevalenza “bianco”.

L'immigrazione dalle West Indies dopo la seconda guerra mondiale, aveva portato parecchi ragazzi di colore in Inghilterra, affiancandosi alla comunità indiana e pakistana.
Ma dove questi ultimi erano rimasti impermeabili all'integrazione, spesso auto ghettizzandosi, sia culturalmente che socialmente, i centro americani, giamaicani in particolare (nazione indipendente dal Regno unito solo nel 1962), erano progressivamente entrati nel cuore della società britannica, grazie soprattutto alle nuove sottoculture giovanili.

I mod in particolare non avevano preclusioni razziali e anzi ammiravano (assimilandone spesso alcuni aspetti) l'estetica dei rude boy giamaicani, impeccabile e allo stesso tempo stradaiola.
E nemmeno disdegnavano, anzi, la loro musica, lo ska, che incominciò ad entrare nelle serate dei club frequentati dai giovani in parka, Vespa e Lambretta.
Basti ricordare che Georgie Fame and the Bue Flames, l'artista più seguito dai primi mod, in quanto interprete eccelso di rhythm and blues, inseriva brani ska nel suo repertorio (vedi “Humpty Dumpty” di Eric Monty Morris, cantante degli Skatalites, che appare nel suo mitico esordio del 1964 “Rhythm and blues at the Flamingo” insieme a “Madness” di Prince Buster), assumendo nella band anche musicisti giamaicani come Rico Rodriguez e Ernie Ranglin. Lo stesso Prince Buster ricordava che durante il suo primo tour in Inghilterra venne letteralmente scortato, città dopo città, da gruppi di mod in scooter, onde evitargli problemi di carattere razziale.

Il progressivo interesse per i ritmi in levare portò vari musicisti giamaicani in tour e indusse, nel 1968, la fondazione della mitica Trojan Records, etichetta fondamentale per la diffusione e produzione di musica reggae e ska in Inghilterra, colonna sonora alla fine dei 60 per il neo nato movimento skinhead.

La presenza di giovani di colore nelle sottoculture manteneva tra l'altro un certo equilibrio sociale nella working class inglese che non sempre vedeva di buon occhio la diversità della pelle e la presenza in loco di chi fino a qualche anno prima era stato membro di una colonia.
E che rivaleggiava con gli autoctoni in ambito lavorativo.
Una storia vecchia che ha continuato a ripetersi.

L’origine della musica ska viene fatta risalire agli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando in Giamaica i giovani incominciarono a sintonizzarsi sulle radio che trasmettevano da New Orleans, da dove le truppe americane di stanza nell’isola ascoltavano blues, il jive di Louis Jordan e Louis Prima, jazz e swing.
Personaggi come Prince Buster o Duke Reid formarono i primi sound system per fare ascoltare e ballare i rari dischi che arrivavano comunque in Giamaica. Successivamente i primi musicisti incominciarono a proporre delle cover di brani rhythm and blues filtrati attraverso ritmiche caraibiche, sostituendo così il Mento, la musica tradizionale più popolare allora nell’isola, molto simile al calypso.
I DJ’s (tra i più noti vengono ricordati nomi come Tom the Great Sebastian, V Rocket o Sir Coxsone Downbeat) viaggiavano da una città all’altra con le loro “Jamaican Mobile Disco”, suonando dischi di Ray Charles, Fats Domino, Duke Ellington, in feste che duravano spesso tutto il weekend.

Un suono e un genere che precedono l’evoluzione nei ritmi più lenti del rocksteady, che tra il 67 e il 68, a sua volta, diventa quello che conosciamo oggi come reggae.
Musicisti come Don Drummond, Ronald Alphonso, Bunny and Skitter, Rico Rodriguez, Skatalites, Derrick Morgan, Laurel Aitken, Desmond Dekker sono i primi protagonisti della musica ska all’inizio dei 60 (nel 1959 il singolo “Little Sheila” di Laurel Aitken aveva dato ufficialmente il via al nuovo sound), registrando nel mitico Studio One di Kingston, mentre nel 1964 “My boy lollipop” di Millie Small è il primo hit ska che arriva nelle classifiche di mezzo mondo.
Prince Buster piazzò nel 1964 il brano “Al Capone” nelle classifiche inglesi.
Il tutto grazie soprattutto alla BlueBeat Records (lo ska in Inghilterra era meglio conosciuto come BlueBeat), fondata nel 1960 per l’importazione di calypso e mento, che contribuì in maniera determinante alla diffusione del nuovo sound.
Prince Buster, Desmond Dekker, Laurel Aitken divennero icone mod e furono tra i pochi che suonarono nei club ai tempi.

Dopo i fasti degli anni 60 lo ska tornò a vivere in un ambito sotterraneo e fruito in un circuito di nicchia fino al 1979 quando lo ritroviamo in auge grazie alla sopracitata etichetta Two Tone, fondata dal tastierista degli Specials, Jerry Dammers, dedita di nuovo alla produzione di dischi ska e reggae. Il tutto in contemporanea alla rinascita della scena mod, sull'onda dell'uscita del film “Quadrophenia”.
Lo stesso logo dell'etichetta è programmatico, con un personaggio, Walt Jabsco, vestito in bianco e nero, ispirato da una vecchia foto di Peter Tosh ai tempi dei Wailers. Nella Two Tone transitarono i principali nomi dello ska, dagli Specials ai Madness, ai Selecter, ai Beat, le Bodysnatchers (band tutta al femminile), fino a Elvis Costello (anche se il singolo previsto non venne mai pubblicato).
Ricorda Suggs, voce dei Madness, che, dopo poco tempo che avevano scoperto e conosciuto gli Specials, un giorno Jerry Dammers gli chiese semplicemente: “Volete fare un disco? Uscirà per la mia etichetta, la Two Tone”.

La TwoTone rappresentò una visione identitaria, un senso di appartenenza ad una dimensione non del tutto definita e “regolata” (come potevano essere punk, mod o skinhead) ma, al contrario, il più possibile aperta, dove le tre sottoculture di cui sopra si fondevano, si arricchivano l'una con l'altra, acquisivano una connotazione politica ben precisa (dall'anti razzismo, al femminismo, ad una coscienza socialista e socializzante dove i testi, che raccontavano a cruda realtà inglese dei tempi, venivano cantati su brani da ballare nei club).

Da quell'esperienza partì un nuovo filone che guardava alla TwoTone, per svilupparsi poi in direzioni attigue, dagli scanzonati Bad Manners, agli Akrylikz (del futuro leader dei Fine Young Cannibals, Roland Gift), non dimenticando i Graduate di Roland Orzabal e Curt Smith con la loro “Elvis should play ska”, che diventarono poco tempo dopo l'anima creativa dei Tears for Fears o gli Equators che si accasarono nella Stiff Records con un classico Jamaica sound.
Ma anche nel giro mod non mancavano gli omaggi espliciti allo ska, dai Merton Parkas del futuro Style Council Mick Talbot, ai Lambrettas che trovarono il successo con una versione in levare del classico rhythm and blues dei Coasters “Poison Ivy”.
Perfino i Jam cedettero alle suggestioni ska nel demo del singolo “Strange town”, perse poi nella versione definitiva.

Da allora lo ska è rimasto costantemente nel substrato della cultura musicale, rispuntando regolarmente, il più delle volte fuso con mille altre influenze (vedi la scena ska-core o ska-punk in cui alle tipiche ritmiche in levare si sono mischiate sonorità dure, veloci e aggressive), ma producendo anche nuove generazioni di devoti a questo sound e gruppi che continuano a riproporne fedelmente lo spirito originario.

La scena generata dalla Two Tone Records rivive in questi giorni con una nuova visibilità.
Purtroppo con una nota tragica.
E’ recente la triste dipartita di Ranking Roger, leader di una delle due filiazioni dei Beat in attività (l’altra fa a capo al chitarrista Dave Wakeling, che opera con un repertorio simile negli Stati Uniti).
Incisero un solo singolo per l'etichetta di Jerry Dammers, una cover in levare di “Tears of a clown” di Smokey Robinson, prima di fondare a loro volta un'etichetta, la Go Feet e sfondare con il primo album e il celebre singolo “Mirror in the bathroom”.
Il suo testamento sonoro lo troviamo nel bellissimo nuovo album “Public confidential”, aiutato anche dal figlio e da Oscar Harrison degli Ocean Colour Scene, tra gli altri, in cui ritroviamo il classico groove originale degli 80, tra dub, ska, reggae, skank e varie contaminazioni.
Brani riuscitissimi, produzione eccellente, grande album.

Gli Specials hanno fatto ancora meglio con il nuovo “Encore” che sancisce il ritorno in formazione dello storico cantante Terry Hall (e l'inserimento di Steve Cradock, direttamente dalla band di Paul Weller).
Non manca qualche esplicito omaggio alle origini ma “Encore” è un viaggio più dettagliato e ampio nella black music, con vari brani in chiave reggae, dub, funk e soul.
Valga ad esempio la riuscita cover di un funk pulsante come l'introduttiva "Black skin blue eyed boys" degli Equals.
Testi profondi, a sfondo sociale e politico, combattivi e riflessivi, un eccellente album.
Nella versione deluxe anche un bellissimo live con una decina di classici del periodo ska.

Non possiamo dimenticare “Rude Boy. The story of Trojan Records” (http://tonyface.blogspot.com/2019/02/rude-boy-story-of-trojan-records.html ) di Nicolas Jack Davis che ripercorre la storia della madre della Two Tone, la mitica Trojan Records, con decine di testimonianze dei protagonisti e rare immagini d’epoca in una forma cinematografica con ricostruzioni azzeccatissime.

E infine, come accennato in apertura, i Madness invece li possiamo vedere in video, nel film “One man’s madness” (recentemente presentato da Luigi Bertaccini anche in Italia, a Roma e Cesena, con ampia affluenza di pubblico), dedicato alla vita del loro folle saxofonista Lee Thompson.
Che ci accompagna, con la solita ironia e il suo tipico sarcasmo, negli esordi della band e nel proseguio di carriera, tra aneddoti vari che ne testimoniano la spontaneità e l'amore per la musica.

Un film divertente e coinvolgente, con immagini d'epoca e ricostruzioni dettagliate del periodo TwoTone.

La fiamma in bianco e nero brucia ancora.

A questo proposito Lee Thompson ci ha gentilmente rilasciato una veloce intervista.

1) Come è nata l'idea del film?

Jeff Baynes mi ha contattato all'inizio del 2016. Appena ha spiegato il concetto di intervistare amici, parenti, industria musicale, membri della band, e poi mi ha chiesto di travestirmi, di imitarli, ho subito pensato ... 'Perché io?'.
Capiva che avevo delle capacità recitative, che avevo avuto un po più di una vita colorata! Sono stato d'accordo quasi subito.
Eravamo solo io e Jeff alla regia e, cosa più importante, nessuno ci spingeva con delle scadenze, nessun contratto, il che rendeva la cosa ancora più attraente.

2) Come sei entrato in contatto con la musica ska?

Il mio primo incontro con la musica giamaicana è stato con la mia minuscola radio a transistor. La portavo religiosamente sempre con me.
Potevi sintonizzarti su alcune stazioni radio lontane come "Luxemburg 208". che ti ha dava le classifiche la domenica invece che, come Radio 1, il martedì dopo.
Ah la tecnologia allora era così semplice.
Ascoltai il meglio del reggae come “Israelites” di Desmond Decker, “Return of Django” degli Upstetters di Lee Perry o “Young, Gifted & Black” di Bob & Marcia.
Ho iniziato subito a collezionare singoli (gli album sono arrivati??qualche anno dopo, troppo cari a 2 euro !!).
Il mio interesse per la musica ska è venuto ancora un po' dopo, insieme al rocksteady, mentre approfondivo la storia del reggae.
In particolare, c'era Prince Buster e il suo approccio umoristico (a volte sciovinistico), tipo “10 Commandments”.
Coxtone Dodd .... la musica ska era molto difficile da trovare.
Avevo l'abitudine di viaggiare nelle zone di Londra con grandi comunità nere come Acton Willesden e Brixton per soddisfare la mia dipendenza da questa musica. Mi sono imbattuto in un negozio a Upper Street a Islington, a nord di Londra, che aveva una cantina piena di 45 che erano stati buttati via.
Quando avevo un po' di denaro era un paradiso.
Si dice che ci sia un cimitero di molti dischi della Trojan, migliaia, che sono stati seppelliti, ma non prima di essere sfasciati a colpi di martello, vicino a St Alban's nell'Hertfordshire.
Era per evitare di pagarci le tasse.
Vergognoso.

3) Come era la reazione del pubblico ai primi concerti ska di gruppi come Madness e della TwoTone?

Ska e reggae venivano suonati spesso nei club di Londra dai Dj, prima che le punk band salissero sul palco.
Oltre ad alcuni brani glam non c'era molto altro compatibile con il movimento punk per riscaldare il pubblico.
Dopo il punk molti gruppi svanirono o saltarono nella nuova tendenza New Romantic, i Madness optarono per le influenze rock punk / pub di Kilburn & the High Road di Ian Dury, Elvis Costello, Dr. Feelgood e The Sensational Alex Harvey Band. Ma aggiunsero reggae e pop e fu un successo.
Gli Specials stavano suonando e vestendosi un po' come noi, facendo quello che io e Chrissy Boy stavamo cercando di fare, perché in realtà non sapevamo ancora suonare molto bene.
Sono venuti a Londra e Jerry Damners si stabilì a casa di Suggs, parlandogli del desiderio di creare un'etichetta discografica con la quale i ragazzi “Black&White” potessero godersi una musica per tutti.
Il resto è storia.

4) Secondo me " "(The liberty of) Norton Folgate"" è il miglior album dei Madness e uno dei miei preferiti del nuovo millennio.

E' stata un'esperienza gioiosa e indimenticabile dall'inizio alla fine.
Tutti nella band avevano una direzione precisa su come doveva essere.
E abbiamo raggiunto l' obiettivo. In particolare con la title track.
L'album è stato prodotto brillantemente da Clive Langer.
Grande periodo.

5) In "One man's madness" mi hai ricordato tanto Keith Moon.

Sono un grande fan di 'Moon the Loon'. Se non fossi stato un sassofonista, sarei stato uno spericolato batterista ispirato da personaggi del suo calibro anche se non credo che sarei qui ora per raccontarne la storia.
Condividiamo le caratteristiche l'uno dell'altro.
Ho letto la sua autobiografia: “My Dear Boy” e ho incontrato l'autore Anthony Fletcher in un night club newyorkese.
Ha detto che è rimasto sorpreso dal fatto che Keith Moon sia durato così tanto!

giovedì, maggio 16, 2019

Paul McCartney - II



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che...
Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili

Nel 1980 PAUL MCCARTNEY stava programmando un nuovo tour e album per i Wings, dopo "Back to the egg" ma quando atterrò in Giappone per la sua prima data in estremo oriente (dal 1966 con i Beatles), fu trovato in possesso di 250 grammi di marijuana, passò nove giorni in galera e se ne tornò a casa in Scozia a lavorare su una serie di brani che aveva in cantiere per un nuovo album con la band.

Il risultato fu una serie di registrazioni solitarie in cui Paul suona tutto e si avvale solo di qualche coro di Linda.
PAUL MCCARTNEY II è un album sottovalutatissimo, il più delle volte stroncato o relegato a bizzarria transitoria.

In realtà, pur con qualche caduta qualitativa ed episodi sicuramente trascurabili, è un ennesimo esempio dell'incredibile versatilità di Paul che, pur restando legato alla sua scrittura tradizionale ("Waterfalls" è un gioiello di inestimabile valore, tra i migliori della carriera solista), azzarda escursioni nell'elettronica, nella new wave, nella sperimentazione pura, dando largo spazio ai sintetizzatori.

Come detto alcuni brani sono assolutamente superflui (il rockabilly sintetico di "Bogey music", il funk synth di "Darkroom", il bizzarro strumentale "Front parlour" non sono certo momenti memorabili.
Al contrario la già citata "Waterfalls", la ballata acustica finale "One othese days", il funk wave del famoso singolo "Coming up" (ispirato dal lavoro dei Talking Heads), la super sintetica "Temporary secretary", "Frozen jap" che potremmo trovare su un album dei Depeche Mode (che si formeranno un anno dopo...), sono prova di una creatività e una casse immensi.

Paul aveva concepito l'album come doppio.
Fortunatamente ha scelto il formato singolo.
I brani rimasti fuori (tra cui il fortunato singolo "Wonderful Christmas time", spesso ingiustamente bistrattato) non sono sicuramente imperdibili.

COMING UP
https://www.youtube.com/watch?v=0d_Wv-gkHts

WATERFALLS
https://www.youtube.com/watch?v=yT81mYcAAcI

PAUL MCCARTNEY II (trailer per ristampa 2011)
https://www.youtube.com/watch?v=pVkviNvmJgA

WONDERFUL CHRISTMAS TIME
https://www.youtube.com/watch?v=V9BZDpni56Y

mercoledì, maggio 15, 2019

La prima copertina di un disco



Fino al 1939 i dischi venivano pubblicati e venduti in una busta di cartone marrone con il logo dell'etichetta.
Titolo e nome dell'artista e gruppo erano riportati nell'etichetta interna, visibile attraverso un foro centrale della busta.

Il grafico 23enne Alex Steinweiss riuscì a convincere la Columbia Records della necessità di corredare il disco con una copertina, nonostante i costi aggiuntivi di una simile appendice.

“Smash Song Hits by Rodgers & Hart” del pianista Richard Rodgers e dal paroliere Lorenz Hart fu il primo disco con una copertina così come la conosciamo oggi.

I risultati furono eclatanti (basi pensare che una versione dell' Eroica di Beethoven aumentò le vendite del 900%).

Steinweiss realizzò nella sua carriera oltre 2500 copertine di album di classica, jazz e pop per le case diverse case discografiche.

martedì, maggio 14, 2019

Federico Guglielmi - Roma brucia. Quarant'anni di musica capitale



Federico Guglielmi è tra i più autorevoli e longevi conoscitori di musica "rock" in Italia.
Da 40 anni ne parla e la vive in prima persona, dal "Mucchio", alla RAI, a mille altre esperienze.

Chi meglio di lui per dedicarsi al primo libro riservato agli ultimi 40 anni di rock nella sua città natale, Roma?

E così eccoci al cospetto di un monolitico tomo con oltre duecento artisti trattati, centinaia di recensioni di dischi e concerti, interviste e fotografie esclusive.

Scorrono i nomi di Kim Squad, Bloody Riot, Giuda, Bud Spencer Blues Explosion, Mannarino, Tiromancino, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Others, Assalti Frontali, Fasten Belt, Banda Bassotti, The Niro, fino a quelli più oscuri ormai dimenticati ma non di meno importanti.

Il tutto dettagliato e approfondito.
Un lavorone, completo, definitivo.


FEDERICO GUGLIELMI ci racconta un po' di cose sul libro.

Quarant’anni di storia, seicento pagine, un chilo di libro. Cosa ti ha spinto a questa (ennesima) follia?

È stata una curiosa concomitanza di pensieri: che in quarant’anni avessi scritto di tantissimi artisti romani ma che tutto fosse disperso tra centinaia e centinaia di riviste, che quanto accaduto a Roma sia stato di rado considerato al di fuori della città, che le testimonianze in tempo reale piacciono più di quelle col senno di poi, che nessuno avesse mai realizzato un libro sul rock (e dintorni) dell’Urbe.
A trattenermi era la constatazione che di alcuni gruppi/solisti/generi avevo scritto poco o nulla, e che questo avrebbe potuto dare un’idea solo parziale, o distorta, di cosa sia successo e cosa abbia contato di più, ma alla fine ho deciso di non curarmene.
“Roma brucia” non è un’enciclopedia del rock romano, bensì una storia in tempo reale del rock romano che ho vissuto io in quarant’anni.
Mancano cose? Lo so bene, ma il progetto è questo e aveva senso solo così. Magari qualcun altro volesse prenderlo come base per approfondire ulteriormente.

Come mai la storia parte dalla fine dei ’70 (punk, new wave) e non contempla i decenni precedenti? Hai in mente di esplorarli in futuro?

La storia parte dal momento in cui, tra i diciassette e i diciott'anni, ho iniziato a vivere la musica alternativa romana da addetto ai lavori, periodo che coincideva con uno spartiacque naturale qual è l’avvento del punk.
Il primo disco di “nuovo rock” romano, l’album degli Elektroshock, uscì a cavallo tra il 1978 e il 1979, quarant’anni fa… tutto tornava. Del “prima” non avevo testimonianze perché non avevo iniziato a lavorare nel settore… ho giusto dedicato un’appendice a quello che ho scritto - in tempi più recenti - di artisti progressive dei ‘70 ancora attivi oggi. Se mai deciderò di scavare nel passato, sarà con un altro genere di libro.

Hai anche tu la percezione che nonostante (e questo libro lo dimostra) la vivacità e la qualità della scena romana, Roma sia sempre percepita in Italia come “secondaria”, privilegiando, per antonomasia, Milano, Torino, Bologna, Firenze?

Sì, Roma è stata quasi sempre sottovalutata e a volte addirittura schifata, anche per colpa "nostra": troppo lassismo, troppa dispersività, troppo "ma che ce frega".
Aggiungerei anche che mentre al nord un qualsiasi artista può crearsi un pubblico in un’area piuttosto vasta, perché nel raggio di duecento chilometri ha venti città abbastanza importanti dove suonare, un romano può arrivare facilmente, senza dover pernottare, giusto a Firenze e a Napoli.
E poi anche i pregiudizi più o meno fondati hanno avuto il loro peso. In pratica, la prima “scena” romana davvero emersa su scala nazionale è stata quella della nuova canzone d’autore di metà ‘90: Gazzè, Silvestri, Fabi, Tiromancino…

Come è attualmente Roma dal punto di vista musicale? Gruppi, locali, situazioni…

Il quadro mi sembra estremamente vivace.
Abbiamo almeno due band che ottengono riscontri planetari, cioè Zu e Giuda, e molti gruppi e solisti perfettamente inseriti nel circuito nazionale, oltre a un fittissimo sottobosco di realtà che si muovono in prevalenza a livello locale.
Ovviamente in mezzo c’è di tutto, dal rock alla canzone d’autore fino all’itpop e alla trap, ma se si prescinde dal gusto personale e ci si limita a guardare i numeri, tutto dice che forse Roma non è mai stata così tanto ricca.
In più, siamo pieni di locali, localini, localoni, centri sociali, rassegne e incontri, abbiamo l’Auditorium che porta avanti una programmazione varia e di qualità… il solo, autentico problema, per quanto riguarda i club, è la precarietà, perché lavorare osservando tutte le regole e i cavilli burocratici è complicatissimo e dunque c’è sempre il rischio che un controllo - casuale o pilotato - porti all’interruzione dell’attività. Sul piano musicale, insomma, siamo in netta controtendenza rispetto al degrado dal quale siamo purtroppo attanagliati in ogni altro ambito.

È interessante notare quanta passione e quante difficoltà abbiano dovuto superare tanti nomi (alcuni approdati al successo, gli altri sopraffatti e dimenticati). Forse più che in altri luoghi?

È un po’ quello che dicevo prima… Molti guardano i romani con sospetto, i locali del nord sono poco propensi a far suonare gli emergenti di qui per ragioni di costi superiori a quelli di artisti locali dello stesso “peso” che magari portano un sacco di amici paganti, storicamente abbiamo avuto poche realtà discografiche alternative ben funzionanti… E poi c’è la mentalità: il romano-tipo ama Roma perché al di là di tutti i suoi difetti è un posto incredibile, se ne lamenta ma non la abbandonerebbe mai per cercare fortuna altrove… sai quanti, in questi decenni, di fronte alla prospettiva di sbattersi sul serio, mi hanno tirato fuori il classico “vabbè, ma in fondo che ce frega…”?
Per fortuna negli ultimi tempi, in questo senso, ci sono stati netti miglioramenti.

Un aspetto peculiare è il rock in romanesco, decisamente unico.

Certo, come uniche sono le musiche in dialetto di qualsiasi altra parte d’Italia.
Il romanesco, però, ha un grandissimo vantaggio: lo capiscono tutti, sia perché non è difficile come altri idiomi, sia perché film e televisione l’hanno reso molto familiare.
Di artisti che cantavano in romanesco più o meno accentuato almeno qualche pezzo del repertorio ce ne sono sempre stati, dal punk fino al rap.
In quest’ultimo decennio, però, è emerso l’interessante fenomeno del folk-rock “in lingua”, con recuperi in chiave nuova di canzoni storiche della nostra tradizione, nonché di temi e atmosfere indissolubilmente legati alla città.
È un patrimonio di formidabile spessore che va ben oltre lo sfruttatissimo “È mejo er vino de li Castelli” e qualche anno fa c’ero andato talmente “in fissa” che avevo persino iniziato a lavorare a un libro. Poi, un po’ per altri impegni sopraggiunti e un po’ il timore - legittimo: più scavavo nel passato e più saltavano fuori ulteriori cose che avrei dovuto affrontare - di non essere all’altezza, ho lasciato perdere.
Molto del materiale che avevo preparato, però, è finito nel dodicesimo capitolo di “Roma brucia”.

lunedì, maggio 13, 2019

Lola Falana



LOLA FALANA, uno dei volti (e corpi) più conosciuti negli anni 60 e 70 italiani.

Americana, padre cubano, inizia a cantre e ballare prestissimo. Notata da Sammy Davis Jr. la fa debuttare a Broadway nel musical "Golden Boy".
Approda in Italia nel 1966 dove trova un enorme successo, spesso in coppia con Don Lurio, poi star in "Sabato sera", nel 1967, con Mina e Lelio Luttazzi.
Approda al cinema e partecipa ad una serie di musicarelli (tra cui "Stasera mi butto" con Rocky Roberts) e fa girare la testa a numerose star dello spettacolo nostrane.

Incide alcuni 45 giri tra cui il piccolo classico "Tutta donna" (ripreso recentemente dai Calibro 35), "Working in a coal mine" di Lee Dorsey ", "Coconut Grove" dei Lovin' Spoonful, il sexy "Scrivimi il tuo nome" con i Roll's 33.

Torna in USA nei primi 70, posa nuda per "Playboy", lavora con Bill Cosby, di nuovo in Italia con Gino Bramieri nella conduzione di "Hai visto mai?".
Partecipa anche ad alcuni programmi e serie televisive, dal "Muppet Show" a "Love Boat" e "Le strade di San Francisco" con gli Sha Na Na in una versione di "Rescue Me", con Mohammad Alì.

Nel 1987 la scoperta di essere affetta dalla sclerosi multipla, il ritiro dalle scene, un viaggio a Medjugorie dove scopre la fede.
Oggi Lola Falana vive in un monastero di clausura non lontano da Las Vegas.

Grande presenza, eccellente voce, fisico perfetto, la Venere Nera merita un ricordo eterno.

domenica, maggio 12, 2019

Giorgio Canali e Rossofuoco live al Link Festival



Magari GIORGIO CANALI si offende se lo si paragona a un Francesco De Gregori/Ivano Fossati/Pierangelo Bertoli punk noise.

Per me è invece un complimento.
Per lo spessore artistico e qualitativo delle sue liriche, estreme ed estremiste, come pochi sanno scrivere.

Accompagnato dai due Rossofuoco, un basso e batteria potentissimi e precisissimi, ha sfoderato al Link Festival di San Rocco (Lodi) un concerto duro, senza sconti, allo stesso tempo disperato e commovente, perfettamente coronato da un tempo uggioso, freddo, umido, come si conviene in questi tempi di tempesta.

Un grande concerto, pieno di parole chiare, politiche, veramente politiche come nella finale, spietata "Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio", quanto mai attuale al giorno d'oggi.

https://www.youtube.com/watch?v=x6GeUVyh1-w

sabato, maggio 11, 2019

SENZ' ETA'



SENZ'ETA'

Un progetto video di Francesco Paolo Paladino e il sottoscritto.

Seconda puntata

https://www.youtube.com/watch?v=K3PJFqArx68&fbclid=IwAR0NLhP6tw0DxAuHRGSm0gAVsDoh_D20yNVNFi7Fdq7SpyqvICs_ChILigo

Libertà e Not Moving LTD



Domani su LIBERTA' nella rubrica PORTFOLIO diretta da Maurizio Pilotti parlo di Suzi Quatro, Alberto Grifi e del meglio del mese.
Nella foto i numeri precedenti.



Con i NOT MOVING LTD siamo di nuovo in tour.

domenica 12 maggio: San Rocco al Porto (Lodi) "Festival"
https://www.facebook.com/events/987248208152510/

venerdì, maggio 10, 2019

Oscar - Sentimenti travolgenti



Il legame di OSCAR con gli STATUTO è talmente stretto e longevo che sorprende non poco vederlo in chiave solista.

Una nuova veste che non recide artisticamente i legami con il marchio storico ma che viaggia in una direzione comunque diversa.
Negli otto brani ci sono echi di Style Council, Oasis, tanto pop soul, tre riprese di brani degli Statuto ("Ti amo", "Invisibile", "Neanche lei") ed un'eleganza cantautorale.

Risaltano l'eccellenza dei suoni, la potenza e la ricercatezza degli arrangiamenti (con una scintillante sezione fiati) e un'esecuzione impeccabile.


1) Come mai la scelta di un esordio solista?
Avevo voglia e necessità di comporre e cantare brani che esprimono concetti e sonorità di carattere emotivo personale, decisamente più adatte ad un progetto da solista di tipo cantautoriale

2) In che modo si relaziona con l'attività degli Statuto ?
Sono due cose diverse completamente diverse, quindi del tutto compatibili nella mia attività di musicista.

3) Come mai la ripresa di tre brani "minori" degli Statuto?
La risposta è’ nella domanda in quanto i tre brani non hanno ricevuto la giusta attenzione da parte nostra e, conseguentemente,non l’hanno ricevuta dal pubblico, invece sono tre brani molto belli e intensi.

4) Quali sono le azioni promozionali per "Sentimenti travolgenti" ?
Una serie di presentazioni in acustico in varie città italiane, ci sarà anche un video e tutto il resto con un’attività quotidiana anche attraverso i social.

5) Quali sono le influenze più dirette che hanno ispirato questo album ?
La tantissima musica afroamericana e inglese da me ascoltata e ballata in tutta la mia vita, associata alla tradizione melodica italiana.

https://www.facebook.com/oscarilmod/

giovedì, maggio 09, 2019

Cesare Basile - Germi - Milano 8 maggio 2019



Cesare Basile è un bluesman.

Quel BLUES che uscì involontariamente dall'Africa in catene, si stabilì in America e poi, tanto era forte il suo grido di dolore, si distribuì in tutto il mondo.
Tornando anche in Africa, da dove di nuovo ha ripreso, anche questa volta spesso involontariamente, ad andarsene.
Ha fatto tappa anche a Catania, dove Basile lo ha preso, mischiato al suo passato (e presente) punk, ai canti dei pastori siciliani, ai rumori e umori della sua terra, alle spesso tragiche storie che vengono da lì.

E le canta.
Come a "Germi", Milano, davanti ad un pubblico attento e competente.
E alla fine contento.
Una mano, ad un certo punto, gliela danno anche Manuel Agnelli e Rodrigo D'Erasmo che, con Francesca Risi e Gianluca Segale, hanno progettato questo nuovo luogo di "contaminazione" (musica, letteratura, fumetto, workshop, incontri con autori e musicisti, corsi di scrittura).

Un bel posto, raccolto, vivace, cool.
Ideale per ospitare un concerto del genere.
Come sempre intenso e speciale.

mercoledì, maggio 08, 2019

Franco Battafarano - Quando Taranto era la Firenze del sud



Storie di provincia, quella che negli anni 80 fremeva guardando alle città guida del "nuovo rock", Bologna, Milano, Torino, soprattutto Firenze.
E che poi è cresciuta, ha reso il sogno reale, grazie a poche persone che hanno imbracciato strumenti, stampato fanzine, inventato trasmissioni radio militanti, organizzato concerti e rassegne, "con ogni mezzo necessario".

Incappando in fallimenti, problemi a non finire ma creando un movimento, formando menti, stimolando nuove idee, tendenze, cambiando la vita se stessi e a tante altre persone.

Franco Battafarano (con parecchi contributi esterni) ci racconta Taranto di quegli anni tra concerti di Litfiba, Diaframma, CCCP, Died Pretty, Thin White Rope, Gang, Timria, Sick Rose, Not Moving, Soundgarden e decine di altri.

Testimonianze, aneddoti, ricordi.
Un pezzetto di storia rock nostrana.

martedì, maggio 07, 2019

Donato Zoppo - il nostro caro Lucio



Un libro perfetto, nella sua essenzialità, per conoscere al meglio l'aspetto artistico e umano di LUCIO BATTISTI che, piaccia o meno, rimane una delle migliori espressioni di sempre della musica italiana del '900.

Qui si rifuggono i pettegolezzi pruriginosi, le dicerie, la superficialità.
Si approfondisce al contrario il Battisti artista che, a fianco di tanti brani "facili", ha messo in fila una serie di album, di progetti, coraggiose proposte, talvolta ermetiche o poco comprese, sempre seguendo un spirito libero, di sperimentatore ("IO SONO OLTRE"), incurante di pubblico o critica ("Lucio Battisti non si vendeva per soldi. Non lo ha mai fatto" - Mogol).

Decine di testimonianze, spezzoni di interviste, di recensioni completano il racconto.
Dagli anni nelle balere con i Campioni, al successo, i (pochi) concerti, fino all'auto esilio e agli album elettronici finali.
Qui c'è tutto, senza retorica o agiografia.

"Io la musica la concepisco come un modo per potersi rinnovare, per potere trovare nuovi stimoli, da non dover diventare noioso, pesante da portare avanti".

"GIUDICATEMI PER LE CANZONI E SOLO PER QUELLE"

lunedì, maggio 06, 2019

The Beatles - Because



THE BEATLES - BECAUSE
https://www.youtube.com/watch?v=hL0tnrl2L_U

"Anthology version"
https://www.youtube.com/watch?v=TmZw8BuqU10

Uno dei brani meno considerati e più oscuri dei Beatles.

Figlio delle armonie vocali dei Beach Boys (vedi "Warmth of the sun") è una tipologia di canzone raramente o mai più riproposta successivamente in altri contesti.

Incluso in "Abbey Road", composto da John Lennon (ispirato da Yoko Ono che stava suonando l'adagio del Chiaro di Luna di Beethoven e a cui chiese di rifarla con gli accordi al contrario.
Il brano in realtà procede con accordi leggermente diversi ma l'influenza è indubbia.

Venne incisa in quattro session nella prima settimana di agosto 1969 con le voci di John, Paul e George (registrate tre volte ognuno, per creare un'armonizzazione a nove voci), la chitarra di John, il basso di Paul, il Moog di George, il clavicembalo di George Martin. Una traccia di Ringo al charleston per dare il tempo in cuffia.

Fu un lavoro molto accurato e intenso e sia George che Paul la ritengono la loro preferita dell'album.
Registrarono le voci una ventina di volte.
A un certo punto John esclamò "Gesù! Facciamo una pausa, non avrei mai voluto scrivere questa canzone!"

Il testo è stato talvolta riferito all'esperienza con l'eroina che stava facendo John in quel periodo.
Ma come disse John:
"The lyrics speak for themselves; they're clear. No bullshit. No imagery, no obscure references."

Geoff Emerick:
John aveva scritto la canzone alla chitarra, scegliendo le note individuali piuttosto che suonare gli accordi, ma sentiva che c'era bisogno di qualcosa di più."
Lennon e acconsentì: "Sì, bello, questo aiuterà a renderlo un po 'più classico"
.

Ancora Emerick
Il lavoro di Ringo era quello di fare come un cronometrista, una traccia di click umano; doveva semplicemente registrare un tempo costante sul charleston, solo a scopo di riferimento.
Curvati sui loro strumenti, profondamente concentrati, hanno lavorato a lungo su quella base.
Paul, che stava facendo da produttore sostitutivo, li stava spingendo troppo duramente quella notte, spingendoli ad andare oltre, superando i loro limiti.
Quando finalmente il trio esausto si avvicinò alla sala di controllo per ascoltare, si accorsero che avevano fatto il meglio un paio di ore prima. John non ha detto nulla, ma ha sparato a un Paul imbarazzato per uno sguardo incazzato.
Fortunatamente, sembravano troppo stanchi per farne un problema.


"Non ci fu nessuno scherzo, nessun sorriso durante la registrazione, capivano di star facendo qualcosa di molto importante. Perfino Yoko restò da una parte senza dire nulla per tutto il giorno.
Ringo restò con loro tutto il tempo, in silenzio, ascoltando ad occhi chiusi".


Il brano è stato ripreso in buone versioni da Gerry Rafferty e Elliott Smith e in chiave totalmente stravolta da Devo e Al Di Meola.
Non dimenticando gli Shampoo e la loro riedizione in napoletano con "Si fossi o re"

domenica, maggio 05, 2019

Agbogbloshie



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Agbogbloshie è un agglomerato urbano abitato da circa 40.000 persone alla periferia di Accra, capitale del Ghana.
E' soprannominata soprannominata Sodom and Gomorrah.

Il sito è tristemente noto per ospitare una grande discarica rifiuti elettronici e tecnologici, che arrivano da paesi dell'occidente, frutto di importazione legale o illegale.

Il materiale viene riciclato dalla popolazione locale, che ne estrae metalli e componenti varie.

L'impatto ambientale è devastante: per estrarre il materiale ed eliminare la plastica i pezzi vengono incendiati provocando roghi venefici, incidenti di varia natura, intossicazioni, ustioni.

Molti dei lavoratori che soffrono di anoressia, nausea cronica, debilitazione e problemi respiratori muoiono di cancro prima dei 30 anni.
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