venerdì, ottobre 18, 2019

Cesare Monti Montalbetti



Uno dei più importanti fotografi e creativi italiani dagli anni 70 in poi.

Prima di dedicarsi ad importanti campagne pubblicitarie CESARE MONTI MONTALBETTI è stato il protagonista di alcune delle copertine più belle e importanti della musica italiana da Fabrizio de Andrè a Lucio Battisti, Pino Daniele, Banco, PFM, Bennato, lavorando assiduamente per Numero Uno, la Cramps, la Trident, la Produttori Associati, l'Ascolto, l'Ultima Spiaggia oltre alle varie major.

Nel 1971 iniziò la sua attività nel mondo discografico. Fu Lucio Battisti a consigliargli un nome d’arte: Caesar Monti.
E' stato direttore artistico della rivista “Re nudo”.
Alla fine dei 70 si trasferisce dove collabora con la Rolling Stones Records.

Dedicatosi anche all'arte visiva è stato autore di due opere molto interessanti: “Ario” e “Il Vento” (1987): https://www.youtube.com/watch?v=HAXVmAdtHH0

Nel marzo 1997, gli venne conferita una Laurea Honoris Causa in Scienze Umanistiche presso l’Universitas Internationalis Studium Superiorum “PRO DEO” di New York.
Nel 1998 fu direttore creativo della sezione italiana dell’Expo di Lisbona.
Il 23 febbraio 2015 il fratello Pietruccio Montalbetti, componente dei Dik Dik, annuncia la sua scomparsa all'età di 69 anni.

giovedì, ottobre 17, 2019

Tiimes Square Show



Nel 1980 un gruppo di artisti organizzò un'innovativa mostra nel cuore di una New York ancora violentissima, semi distrutta, in bancarotta, in quella TIMES SQUARE diventata poi il fulcro turistico della città, a quei tempi pericoloso punto di spaccio, prostituzione, degrado.

Il Times Square Show fu organizzato dal Collaborative Projects Inc. (Colab, un collettivo creato nel 1977 e attivo fino ad oggi) in una sala massaggi, riunendo oltre 100 artisti che cercavano di tirare fuori l'arte dalle gallerie e di portarla in strada nell'intento di democratizzarla portandola nelle aree meno desiderabili di New York.

"Stavamo tutti cercando di portare fuori l'arte dalle gallerie e proporla sulla strada. L'importanza del luogo è stato poter camminare per 42nd Street e vedere la cultura pop declinata attraverso film da tre dollari, blaxploitation, negozi di pornografia, prostitute, gang e droghe ... ci ha permesso di parlare del ventre della cultura." (Tom Otterness).

Parteciparono artisti destinati a diventare famosi ma in quel momento ancora in partenza: Jenny Holzer, Nan Goldin, Keith Haring, Kenny Scharf, Jean-Michel Basquiat e Kiki Smith.

Una mostra che mostra rifletteva l'intensa energia della città in quel momento.
Oltre alla pittura e alla scultura sperimentale, presentava musica, moda e un programma di esibizioni e video.
L'evento fu decisivo per portare il mondo dell'arte a una nuova generazione di artisti, molti dei quali non erano mai stati presto miei nelle gallerie dei quartieri alti permettendo loro di iniziare a pensare a collettivi e collaborazioni in chiave DIY.

Nel 2012 è stata riproposta con il nome Times Square Show Revisited, con opere di oltre 40 artisti che hanno preso parte alla mostra originale, tra cui Charlie Ahearn, Josh Baer, ​​Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Jenny Holzer, Kenny Scharf e Diane Torr.
http://www.timessquareshowrevisited.com

"La cosa principale è non essere nostalgici"
"Era uno spettacolo grezzo, con un'organizzazione ancora più grezza ed è stato probabilmente per questo che è stato bello." (Josh Baer)

Un breve doc sull'evento
https://www.youtube.com/watch?v=klRFk6lZT8s

mercoledì, ottobre 16, 2019

Lansky Brothers



"I put Elvis in his first suit, and I put him in his last".

Bernard Lansky è stato il proprietario del negozio Lansky Brothers a Memphis, Tennessee.
Davanti al quale era solito sostare il giovanissimo ELVIS PRESLEY ma senza avere mai i soldi per poter acquistare qualcosa.
Quando diventò una star del rock 'n'' roll si rivolse proprio a Lansky per il suo abbigliamento.

Fu lui a confezionargli il vestito per la sua prima volta al Ed Sullivan Show nel 1956 e sempre lui lo vestì nella bara nel 1977.
Suo clienti anche Roy Orbison, Isaac Hayes, Jonas Brothers, Robert Plant, Eddie Floyd, Stephen Stills, Steven Tyler, Dr. John.
Lansky è scomparso nel 2012.

martedì, ottobre 15, 2019

La regina Maria Sofia e l'inizio delle fake new



Nel 1862 la regina di Napoli, Maria Sofia Wittelsbach, (sorella minore di Sissi), appena deposta dai piemontesi dopo l’assedio di Gaeta e rifugiatasi col marito a Roma sarebbe stata fotografata nuda.
Le foto vennero messe in circolazione da agenti filo-piemontesi per discreditarne l'immagine nel timore che potesse capeggiare una rivolta anti piemontese.

L'aspetto inquietante è che le foto in realtà non esistevano ma erano un fotomontaggio, uno dei primi della storia della fotografia.

La polizia pontificia risolverà il caso grazie alla prostituta che aveva prestato il corpo per le foto che, pentita che accettò di rivelare l'inganno.
Nel frattempo Maria Sofia era in Baviera per poter partorire, lontano dal marito, il figlio avuto da un ufficiale pontificio.

Le foto ritraevano la prostituta in pose oscene e "totalmente ignuda, seduta semisdraiata in una poltrona, con la mano alla natura in atto di far ditali, avente in prospettiva di essa i ritratti di Sua Santità, del signor Generale De Goyon, dell’eminentissimo Antonelli“.

I colpevoli furono condannati ma le foto circolarono in tutta Italia e nel resto d’Europa presso fruitori che non avevano la benchè minima cognizione della possibilità di falsificare un'immagine fotografica.

lunedì, ottobre 14, 2019

Reverendo Lys - Born Losers



Un libro destinato ai BORN LOSERS.
Quei pochi impazziti per quei suoni ruvidi, penetranti, ammalianti, stordenti, travolgenti che, dai Sonics sono passati attraverso Fuzztones, Chesterfield Kings, Creeps e sempre più flebili sono arrivati ai nostri giorni.

Ma come dice Lys: "Il rock 'n' roll non ha bisogno di prove, ma di racconti memorabili".

Il Reverendo raccoglie con il suo personalissimo stile di scrittura, pieno di voluta esagerata enfasi e metafore (spesso, come è giusto che sia, senza limiti) una storia mirabile, quella del garage punk rock e di tutti quei perdenti che ancora gli sono appresso.
Decine di schede dedicate dai nomi apparsi come una meteora a quelli che hanno invece lasciato scritto un pezzo di storia.

A corredo una serie di preziose interviste esclusive a molti dei protagonisti.
Se siete Born Losers un testo imperdibile.
Se non lo siete, diventatelo, vivrete una vita inimitabile.

Il REVERENDO ha risposto ad una serie di domande relative al libro.

- Cosa ti ha spinto a pubblicare questo libro e quanto tempo ha richiesto?
Scrivere per me è un’esigenza quasi fisica, è un modo per “dialogare” con la musica che ascolto.
Una cosa del tutto naturale e indipendente, senza forzature dall’esterno o obblighi di nessun tipo.
La spinta ad organizzare parte del mio lavoro per realizzare un libro sul garage-punk nasce invece dalla frustrante consapevolezza che, nonostante gli scaffali dedicati alla musica nelle librerie siano sempre più ingolfati di volumi sul punk, sul metal, su qualsiasi cantautore più o meno noto, di enciclopedie, di autobiografie su chiunque, anche sull’ultima pugnetta uscita fuori da un talent che non ha nulla da raccontare ma che viene “spremuto” per speculare su quei cinque minuti di celebrità che la vita gli ha concesso senza peraltro averne spesso alcun merito, non ho mai visto (ad esclusione di una guida della Gremese molto lacunosa e dal taglio abbastanza impreciso uscita una decina di anni fa) un solo libro dedicato alla musica garage, argomento su cui invece da dire, leggere e ascoltare c’è davvero tanto.
Così, stanco di aspettare, alla fine ho deciso di diventare la penna che l’avrebbe scritto, anziché la matita che l’avrebbe sottolineato.
Sentivo che dovevo rendergli giustizia, in qualche modo.
In realtà il libro non ha avuto una gestazione lunga. In due mesi il suo “scheletro” era già pronto.
I tempi si sono allungati nell’attesa di ricevere le risposte da parte della gente che ho intervistato. Anche la revisione successiva per limitare i margini di sviste, errori, refusi è stato molto ristretto. Scrivo di petto, di stomaco ma ho un tiro abbastanza preciso.
Pensa che ho fatto la revisione bozza il giorno di Ferragosto, in spiaggia, dallo smartphone, sorseggiando sangria.

- Il rock’n’roll ha "salvato" la vita a tanti di noi. Secondo te ha ancora quel potere salvifico per i giovani?
In realtà non penso che il rock’n’roll abbia mai salvato la vita a nessuno.
L’ha trasformata, questo si.
Profondamente. Ne accenno anche nell’introduzione al libro.
Ci ha reso persone diverse, non necessariamente migliori, ma sicuramente diverse.
Anche per chi l’ha vissuto come musicista, il rock’n’roll non ha mai salvato nessuno.
Non credo neppure al rock’n’roll come comunità, perché in realtà è qualcosa di molto individualista, a tutti i livelli.
Lo vedo piuttosto come rifugio.
E come tale, stai certo che i giovani non sceglieranno di rifugiarsi qui se non per un’esigua minoranza, perché le modalità espressive del rock’n’roll sono in realtà del tutto anacronistiche. E’ una fiamma che non li tocca, anche quando li lambisce.
I codici espressivi sono totalmente cambiati ed è giusto che sia così.
Io non li demonizzo, perché il rock’n’roll ha perso la sua carica eversiva. Non fa più paura a nessuno. E’ diventato nostalgia e la nostalgia non appartiene ai giovani, per loro fortuna.

- In alternativa cosa può salvare (o dannare) la vita nel 2019?
Ci può salvare non lasciarci intrappolare dal pensiero omologato e coltivare la passione per qualcosa.
Ci salva sostituire il vetro di uno smartphone con uno specchio, abbandonare il mondo in vetrina e dare spazio al mondo interiore.
Capire chi siamo.
Non inseguire niente e nessuno se non i nostri sogni. Soprattutto se sono realmente nostri. Se insegui il sogno di qualcun altro c’è sempre un punto della corsa in cui resti fregato.

- Ascolti sempre tanta musica? Cosa ?
Ascolto sempre tantissima musica. Più per curiosità che come necessità, è questa la differenza con venti o trenta anni fa.
Mi piace scoprire sempre cose nuove o approfondire ascolti di dischi ascoltati distrattamente o semplicemente quando non era il loro momento.
Molto spesso il giudizio su un disco cambia in base al momento in cui ti ci sei imbattuto. Molti dischi andrebbero riascoltati in fasi diverse della vita, in momenti diversi della giornata.
Ci vuole una cultura d’ascolto che spesso fa a pugni con la nostra pigrizia. Cosa ascolto?
Roba diversissima, anche se non appartengo a quelli che dicono che “amano tutta la musica”. Chi ama tutta la musica in realtà non ne ama nessuna.
Ascolto garage rock ma anche roba elettronica (da Burial alla trap) per dire.
Molto punk di tutte le epoche, molta musica nera, la new-wave che per me è sempre rimasta “new”, sempre moderna, espressivamente innovativa.
Gente come Bauhaus, Japan, Wall of Voodoo per me rimangono intoccabili al pari di Clash, Redskins, Husker Du o Fugazi.
Amo molto anche certi cantautori, italiani e stranieri.
Potrei farti mille nomi.
Quello che odio profondamente è gente come Ramazzotti e Pausini. Ma credo siano peggio tutte quelle band finto-alternative che vanno per la maggiore adesso, che dicono di scrivere canzoni in cameretta ma sognano di suonare al Circo Massimo. L’It-pop è il male estremo.

- Solita domanda banale 10 titoli essenziali di dischi da Born Losers Non esistono domande banali. Sono le risposte ad essere tali.
Se vogliamo definirlo dentro il perimetro del mio libro e del genere di pertinenza direi che basterebbero i dieci volumi di Back from the Grave.
Quelle band sono i veri “born losers”, destinate all’oblio assoluto nonostante la brama effimera di successo e tuttavia custodi di un approccio viscerale, crudo, impulsivo verso il rock’n’roll.
Basici e basilari.
Perché, vedi, quella del perdente non è una vocazione soggettiva.
Nessuno si siede ad un tavolo per perdere. Sarebbe un fesso, non un perdente.
E’ la storia a decidere poi che ruolo avrai nella partita, il destino a stabilire che ti eri seduto dalla parte sbagliata del tavolo da gioco.
E non sempre perché tu sia un incapace, anzi.
Spesso a decidere il tuo destino è un giornalista compiacente, l’endorsement giusto presso una casa discografica, il denaro che hai in tasca, il tuo grado di resistenza al compromesso.
Una grandissima serie di variabili che con le tue capacità artistiche hanno poco a che fare, in fin dei conti.

sabato, ottobre 12, 2019

New British Jazz:
THE COMET IS COMING - The Afterlife
NEJIRA - Blume
JOE ARMON-JONES - Turn to clear view
KOKOROKO - s/t



THE COMET IS COMING - The Afterlife
Shabaka Hutchings e la sua band tornano con un ep di sei brani come sempre all'insegna dell'avanguardia del new british jazz. Funk, elettronica, jazz, hip hop, spiritual e cosmic jazz.
Interessante e perfetto specchio di come si sta evolvendo il jazz più progressista.
Ascoltare "Lifeforce II" (vedi video) che sviluppa un groove alla Tallking Heads con un'ipnotica matrice spiritual.

https://www.youtube.com/watch?v=H8q8vq13pJc

NEJIRA - Blume
Brillante esordio per il collettivo prevalentemente femminile. Sezione di quattro fiati, batteria, contrabbasso, chitarra. Grande groove jazz funk a anche nu soul, hip hop e altre contaminazioni sparse tra afro e reggae.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=UhKMz0H1NdE .

JOE ARMON-JONES - Turn to clear view
Membro degli Ezra Collective con un album solista pregevolissimo in cui jazz, funk, soul e spiritual soul si amalgamano alla perfezione.
Con l'aiuto di alcuni amici/che (tra cui la favolosa Georgia Ann Muldrow - vedi il video), un lavoro avvolgente, sinuoso, super cool.

https://www.youtube.com/watch?v=R1Li_bri66k

KOKOROKO - ep
Ensemble di otto elementi alle prese con un ep di esplicita ispirazione afro jazz in chiave molto dilatata, lenta, liquida.
Un sound più tradizionale e meno innovativo rispetto alla direzione caratteristica della scena New Brit Jazz.

https://www.youtube.com/watch?v=jo7f059kJ-A

venerdì, ottobre 11, 2019

The Fool



THE FOOL è stato un collettivo artistico olandese le cui opere, nella seconda metà dei 60's, influenzarono notevolmente la scena psichedelica inglese, a partire dai BEATLES.

Il progetto partì nel 1961 da Marijke Koger e Simon Posthuma (che aprirono un negozio di controcultura ad Amsterdam), a cui si unirono successivamente Josje Leeger, Barry Finch e il fotografo Karl Ferris.

Nel 1965 misero in scena un happening intitolato Stoned in the Streets in cui era previsto uno "spogliarello elettronico" di Marijike.
Si spostarono poi ad Ibiza a disegnare e vendere poster e lì vennero scoperti dal fotografo Ferris che ne pubblizzò le opere a Londra dove i due andarono presto ad abitare, diventando gl stilisti per Procol Harum e Cream (di cui abbellirono anche gli strumenti con disegni psichedelici).
Fecero copertine per i Move, l'Incredibile String Band, gli Hollies.


Un giorno si presentarono a casa loro John Lennon e Paul McCartney:
Durante la prima visita di John e Paul nella nostra casa di Bayswater, videro il "Wonderwall", composto da un armadio decorato e un busto, contro un muro ad arco, dipinto nello stile che fino ad allora era nuovo per il mondo.
"Mi piace, voglio viverci", disse John quando ha visto il "Wonderwall", e Paul era altrettanto entusiasta. Poi Marijke fece tarocchi a Paul. Da quell'episodio Paul prese ispirazione per la scrittura di "The Fool on the Hill".


Furono sempre loro a vestire i Beatles per il video di "I am the walrus", nel film "Magical Mistery Tour" oltre a quello di "All you need is love" e successivamente a dipingere la facciata della Apple Boutique, gli interni e a curare la linea dei vestiti.
Ad aiutarli un collettivo di studenti d'arte tra cui il futuro batterista dei T.Rex, Mickey Finn.


Dipinsero anche il piano di John Lennon.


Fecero anche una proposta, non accettata, per l'interno di "Sgt. Peppers".


Ispirato dalle loro opere il regista Joe Massott girò il film "Wonderwall" (la cui colonna sonora fu registrata da George Harrison).
Si dedicano anche all'incisione di un album (uscito nel 1969 e prodotto da Graham Nash) di folk psichedelico, totalmente visionario e dai tratti originalissimi e geniali.



Nel 1970 il collettivo si scioglie, i singoli componenti continuano a lavorare in ambito artistico, prima in Usa, poi di nuovo in Olanda.

Un doc su The Fool
https://www.youtube.com/watch?time_continue=128&v=Svjyg4ovbZM

L'album dei The Fool
https://www.youtube.com/watch?time_continue=1562&v=U4KMsVe_eJU

FONTE: https://dangerousminds.net/comments/the_fool_the_dutch_artists_who_worked_for_the_beatles_and_made_their_own_fr

giovedì, ottobre 10, 2019

Police - Ghost in the machine



Uscito alla fine del 1981 dopo i due gioielli d'esordio e l'incerto "Zenyatta Mondatta", "Ghost in the machine" è probabilmente (a mio giudizio sicuramente) il vertice della produzione discografica dei POLICE.

Un lavoro elaborato che riesce a coniugare alla perfezione l'anima più pop ("Everything she does is magic") con istanze politiche (perfettamente espressa nella cupa e ipnotica "Invisible sun"), la bellezza malinconica dell'introduttiva "Spirits in the material world" (con un lavoro di basso spettacolare).
C'è anche un'anima soul rock nell'incalzante "Hungry for you", il reggae soul di "One world", l'inquietante "Secret journey".

Arrangiamenti complessi e ricercati, livello compositivo altissimo, modernità assoluta (siamo nel 1981...), maturità incredibile.
"Synchronicity" chuderà la loro carriera discografica spingendosi ancora più in là ma senza la forza di "Ghost in the machine".

Invisible sun
https://www.youtube.com/watch?v=1VuDjJ9KIxM

Spirits in the material world
https://www.youtube.com/watch?v=BHOevX4DlGk

Everything she does is magic
https://www.youtube.com/watch?v=aENX1Sf3fgQ

mercoledì, ottobre 09, 2019

Johnny Dorelli



L'articolo scritto per LIBERTA' domenica scorsa dedicato a JOHNNY DORELLI

Uno dei volti più noti della televisione italiana di un po' di anni fa.
Garbato conduttore, talentuoso cantante e pianista, ottimo attore, il classico entertainer all'americana, in grado di districarsi agevolmente tra le varie e disparate espressioni artistiche dello spettacolo.
Da tempo ha lasciato la scena, dedicandosi ad una sorta di romitaggio, lontano da ogni velleità, leggendo, riposando.

Nasce come Giorgio Domenico Guidi, trascorre l'infanzia a New York dove il padre, apprezzato tenore, si esibisce col nome d’arte Nino D’Aurelio che gli americani storpiano in una specie di “D'Orelli” che piace molto al nostro Giorgio e che decide di mantenere quando si esibisce, ancora bambino, alla TV americana in un Talent ante litteram.

“Vinsi per otto puntate di fila nella trasmissione condotta da Robert Alda, l’attore che interpretava George Gershwin nel film Rapsodia in blu.”

Dorelli, ormai divertito, racconta che in quegli anni gli capitò spesso, involontariamente, di venire in stretto contatto con alcuni boss della mafia locale, da Lucky Luciano a Vito Genovese e di aver sfidato in un improvvisato incontro di boxe il grande campione Jack La Motta, venendo atterrato dopo un secondo.

Studia contrabbasso e pianoforte alla High School of Music and Art di New York, costruisce le basi per diventare una star in Italia. Dove torna a metà anni 50 e si fa notare per lo stile da crooner, alla Frank Sinatra per intenderci, e per la ormai innata poliedricità.
Appare in qualche trasmissione (“Il Musichiere”) e pure al cinema (anche come autore delle musiche).
Nel 1958 debutta al Festival di SanRemo in coppia con Domenico Modugno che stravince con “Nel blu dipinto di blu”.
E bissano l'anno dopo con “Piove”.

Johnny Dorelli ha appena compiuto 21 anni ed è già famosissimo.
“A Meda (sua città natale) mi accolsero in piazza 5 mila persone”. Prende il volo verso un successo totale che abbraccia oltre alla musica e la televisione anche il cinema, dove interpreta varie pellicole tra cui la divertentissima “Dorellik” che ispirerà direttamente il Paperinik di “Topolino”.

Con “Aggiungi un posto a tavola” approda anche a teatro, raggiungendo un altro clamoroso successo. Dorelli è una persona timida, gentile, ricca di stile e fascino e, nonostante la sua conclamata timidezza, di enorme presa sulle belle donne.
Dopo Lauretta Masiero, da cui avrà un figlio, arrivano la stupenda Catherine Spaak prima e l'attrice Gloria Guida poi (famosa per una serie di film erotici), di cui è tutt'ora marito.

“Conobbi Catherine Spaak su un set cinematografico.
Donna difficile e bellissima.
Per due mesi quasi non mi salutò poi, due giorni prima della fine, prese l’iniziativa. Mi invitò nella sua camera proprio in un momento in cui stavo malissimo e avevo dei mancamenti. Le risposi: “Ti spiace se facciamo domani?”
.

Con la maturità prosegue l'attività di attore in film meno scanzonati e più ricchi di spessore artistico, mantenendo sempre ruoli comunque ricchi di ironia e gran classe.

Lavora con Steno, Dino Risi, Pupi Avati, Sergio Corbucci, Luigi Zampa, Luigi Comencini. In televisione è a lungo presente con ottime trasmissioni di dignitoso successo e sempre ottima qualità.
Non perde il gusto per la musica e si congeda dal grande pubblico con due eccellenti album, “Swingin” e “Swinging parte seconda”, tra il 2004 e il 2007, in cui rivisita con incredibile raffinatezza, alcuni classici dello swing e di brani italiani più o meno famosi.
Il tutto accompagnato da un'orchestra di 50 elementi.
Un tripudio di musicalità, dischi consigliatissimi per chi ama la musica di alto rango.

“Lo swing per me è un mondo a sé, e penso che vivrà per sempre. Personalmente sono "impregnato" di questa musica, è un ricordo continuo, di vita.
Queste sono le canzoni per le quali ho fatto ore ed ore di coda in America per assistere ai concerti di Frank Sinatra, Fitzgerald, Nat King Cole e tanti altri.
Mi hanno accompagnato negli anni, intrecciandosi in qualche modo con la mia vita con i miei affetti.
Una colonna sonora che non mi ha mai abbandonato.”

martedì, ottobre 08, 2019

Marco Grompi - David Crosby Ultimo eroe dell`Era dell`Acquario



Testimone di un'epoca irripetibile (i 60's in tutta la loro completezza, sociale, artistica, di costume, di cambiamenti), vittima di dipendenze estreme, tra cadute rovinosissime e rinascite insperate.

DAVID CROSBY è un'icona della musica "rock" nell'accezione più ampia.
Dai Byrds a CSN&Y, le avventure soliste e le collaborazioni.
Una storia avvincente e, perlomeno, in Italia poco conosciuta, avendo avuto dalle nostre parti un ruolo e una visibilità non sempre di primo piano.

Il libro di Grompi è una biografia come dovrebbe sempre essere: precisa, competente, approfondita, appassionata.

L'appendice finale con la discografia completa, anche degli episodi più sconosciuti è esemplare.

Incredibile la storia del figlio James Raymond lasciato in adozione alla nascita, che ritrova il padre e lo cerca solo quando lo scopre in pericolo di vita. James è un valente musicista che si unirà a Crosby nell'avventura dei CPR. Altrettanto stupefacente il fatto che sia padre biologico dei due figli di Melissa Etheridge e della sua compagna (fecondata in vitro dal seme di Crosby).

Marco Grompi ce ne parla più in dettaglio:

Un libro coraggioso per un personaggio che purtroppo in Italia non ha mai avuto particolare popolarità se non in una ristretta cerchia. O sbaglio?
In realtà David Crosby è amatissimo anche in Italia in virtù della sue canzoni “anomale”, di quella voce angelica, della sua coerenza con gli ideali e i valori del “peace & love” degli anni ’60 e della sua incrollabile sincerità.
Escludendo Young, è da sempre il più amato di CSNY, vero e proprio primo “supergruppo” del quale ha incarnato, più di tutti, lo spirito più combattivo, audace e visionario.
Ricordo il primo concerto italiano di Crosby, Stills & Nash nel defunto Palasport San Siro di Milano: era il 1983 e, nonostante il sogno hippie fosse già sbiadito da tempo e Crosby si trovasse nel pieno degli anni più bui della sua tossicodipendenza (e si sapeva e vedeva chiaramente), l’affetto e le ovazioni del pubblico erano soprattutto per lui.
L’accoglienza trionfale riservata alle sue recenti performance da ultrasettantenne (quattro album notevoli e innumerevoli tournée da solista negli ultimi cinque anni) sono la testimonianza di un’ennesima resurrezione non solo artistica.
Ha condotto una vita talmente pazzesca che meritava di essere raccontata e, considerando anche la sua incredibile storia medico-clinica e la recente separazione (pare definitiva) di CSNY, la sua ennesima “resurrezione” si configura come una sofferta ma gratificante vittoria.

Quale consideri il periodo più ispirato tra le sue varie incarnazioni?
Indubbiamente il quinquennio 1966-1971, dalla svolta psichedelica con i Byrds di Eight Miles High fino al suo esordio-capolavoro da solista If I Could Only Remember My Name…
È stato questo il periodo in cui la creatività di Crosby è sbocciata arrivando a vette vertiginose.
Penso a dischi come CSN, Déjà Vu e 4 Way Street, ovvero pietre miliari di quella stagione e di quel sognante suono californiano ai quali contribuì in modo determinante attraverso canzoni immortali come Guinnevere, Long Time Gone, Wooden Ships, Almost Cut My Hair, Déjà Vu, Triad, The Lee Shore.
Il Crosby più magico è ancora tutto lì, anche se in seguito (e pure in tempi recentissimi) ha continuato a disseminare la sua produzione di piccole gemme.

Quanto, secondo te, ha contribuito Crosby alla storia della musica rock e in che cosa in specifico?
Direi che il suo contributo è stato fondamentale sotto molti aspetti.
Anzitutto per l’esplorazione di armonie vocali atipiche e l’utilizzo di accordature modali aperte sulla chitarra (mutuate dalla frequentazione con Joni Mitchell).
Con i Byrds (guidati da Roger McGuinn) ha letteralmente inventato il folk-rock elettrificando Mr. Tambourine Man di Dylan (che, a sua volta, intraprese la celebre “svolta elettrica” proprio dopo esser stato folgorato dagli arrangiamenti dei Byrds). Nella seconda metà dei ’60 è stato un agitatore culturale e musicale che ha frequentato e addirittura influenzato i Beatles (da Revolver ad Abbey Road si riconoscono elementi chiaramente “crosbyani” in canzoni come If I Needed Someone o Because).
Alcune sue composizioni (penso a brani come Guinnevere, Déjà Vu, In My Dreams, Delta) sono mirabili esempi di uno spirito musicale avventuroso che, nelle matrici folk e rock, incorpora anche elementi mutuati dal jazz e dai raga indiani.
È stato inoltre tra i primi a cantare di impegno sociale e civile contribuendo a cambiare la percezione del pubblico riguardo temi come la salvaguardia del pianeta, la pericolosità dell’energia nucleare, la corruzione della classe politica, la sudditanza dei governanti allo strapotere delle multinazionali e molti altri temi ancora oggi attualissimi. È stato inoltre testimone e figura di centrale importanza di molti tra gli eventi chiave della storia del rock, dal Monterey Pop Festival a Live Aid, da Woodstock ai concerti per il Tibet. L’abbiamo visto anche (con Nash) a Occupy Wall Street.

Mi puoi indicare qualche “erede” attuale della sua creatività?
È un artista talmente originale che, nel panorama musicale attuale (così lontano e diverso da quello in cui è maturato Crosby), non riconosco “eredi”.
Ritrovo però il suo esempio in artisti come Jonathan Wilson, Fleet Foxes, Ryley Walker, o laddove si ascoltano armonie vocali e strumentali inusuali per il mondo pop-rock.
Tuttavia il disco più “crosbyano” (nello spirito, più che nei contenuti) che ho ascoltato in tempi recenti è italiano: Hippie Dixit di Amerigo Verardi.

E' stato difficoltoso scrivere questo libro?
Direi che è stato un lavoro lungo e laborioso, come del resto può esserlo ripercorrere la carriera e la vita di un artista così complesso la cui produzione musicale attraversa sei decenni.
Raccontare le sue vicende ha richiesto un grande sforzo di sintesi e ho voluto riportare nel libro informazioni discografiche e bibliografiche il più possibile accurate.
In appendice c’è anche un elenco di tutte (o quasi) le sue apparizioni televisive e cinematografiche e il tutto ha richiesto ricerche molto approfondite.

Ovviamente ti chiedo di darmi una breve discografia essenziale per approcciarsi alla carriera di Crosby, dai Byrds ad oggi?
Avendo sempre contribuito con pochi brani a suo nome nelle pubblicazioni di Byrds e CSN(+Y), il triplo box set retrospettivo Voyage del 2006 è un ottimo compendio e offre una panoramica esauriente della sua produzione fino a quel momento. Il suo esordio solista If I Could Remember My Name… (1971) è un disco imprescindibile, un capolavoro assoluto, nonché la summa e l’apice della favolosa e collaborativa scena californiana di quegli anni.
In ogni caso anche questi album non dovrebbero mancare in ogni discografia che si rispetti:
Younger Than Yesterday (The Byrds, 1967)
Crosby, Stills & Nash (1969)
Déjà Vu (CSNY, 1970)
4 Way Street (CSNY, 1971)
Wind On The Water (Crosby-Nash, 1975)
CSN (1977)
CPR (1998) Lighthouse (2016)
Sky Trails (2017)
Here If You Listen (2018)
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