venerdì, novembre 21, 2014

Emory Douglas



EMORY DOUGLAS era il Ministro della Cultura dei BLACK PANTHER ma diventò famoso soprattutto per le sue illustrazioni pubblicate sull’organo ufficiale dell’organizzazione “The black panther”, diventate ben presto icone della lotta più radicale per i diritti dei neri nei 60’s.
La sua opera esaltava l’immagine dei poveri e degli sfruttati, non come vittime ma come uomini e donne pronti alla lotta.

Incominciò ad interessarsi di grafica giovanissimo quando scontava una pena in un carcere californiano.
Dopo la fine del Black Panther Party ha continuato a lavorare a San Francisco nel “San Francisco Sun Reporter”.
Il suo scopo rimane quello di “continuare ad informare ed educare attraverso il mio lavoro. E’ un’avventura tutt’ora in corso”.

http://www.emorydouglasart.com/

giovedì, novembre 20, 2014

Intervista a Joyello Triolo



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, RAPHAEL GUALAZZI, NADA, PAOLO APOLLO NEGRI, DOME LA MUERTE, STEVE WHITE, batterista eccelso già con Style Council, Paul Weller, Oasis, Who, Jon Lord, Trio Valore, il bassista DAMON MINCHELLA, già con Paul Weller e Ocean Colour Scene, di nuovo alla corte di Paul Weller con STEVE CRADOCK, fedele chitarrista di Paul, STEFANO GIACCONE, i VALLANZASKA, MAURIZIO CURADI degli STEEPLEJACK e la traduzione di quella a GRAHAM DAY, CARMELO LA BIONDA ai MADS, CRISTINA DONA', TIM BURGESS dei Charlatans, oggi spazio ad uno storico frequentatore del blog, anch'esso blogger (https://fardrock.wordpress.com), amico di lunga data, alle prese con nuove uscite musicali, letterarie, cinematografiche, JOYELLO TRIOLO.

Le precedenti interviste sono qua
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

Non ti voglio dare dell'anziano ma la tua carriera musicale è lunga e piena di esperienze, fin dagli albori della scena "new rock" italiana"

Puoi darmi tranquillamente dell’anziano, ho superato i cinquanta, lo sono a pieno titolo!
Se mi guardo indietro, io stesso faccio fatica a crederci.
Pensare che sono passati 35 anni da quando son salito su un palco per la prima volta fa impressione anche a me.
E dire che quando ho compiuto trent’anni ho avuto una piccola crisi! Pensavo: “ecco, faccio 30 anni e non ho combinato nulla.
Avevo tante velleità e non sono riuscito a concretizzare nulla”…
Fu davvero incredibile. Avrei dovuto avere una sfera di cristallo perché dopo i trenta… ho fatto TUTTO!
Ho inciso dischi, ho cominciato ad uscire dalla provincia andando in giro per l’Italia con una band, ho imparato a suonare, ho iniziato a scrivere di musica.
Ho perfino scritto libri… hahaha!

Dopo il libro sui Krisma, tocca ora a quello su Faust'o (Rossi), VoloLibero ha appena pubblicato una bio di Donatella Rettore.
Come consideri questa riscoperta di certi personaggi degli 80's che sono sempre stati considerati, dopo brevi periodi di successo, abbastanza "marginali" ?


Non so risponderti con lucidità.
Suppongo che chi si appassiona alla musica leggera, prima o poi senta il bisogno di fare qualche rampa di scale verso il passato, per scoprire “cosa c’era prima”. Per uno della mia età, i Krisma e Faust’o non sono delle riscoperte, sono cresciuto con la loro musica ed è stato estremamente facile scrivere qualcosa su di loro, proprio perché sono musicisti e personaggi che ho sempre seguito.
Però molti mi hanno scritto dopo aver comprato i libri e mi ha fatto piacere sapere che tra loro ci sono anche molte persone di 20/25 anni.
Mi sono molto immedesimato. Lo dico perché a me è successo ed è stato fondamentale.
La “religione” del Punk ‘77 ci impediva di interessarci alla musica dei decenni precedenti.
Era una specie di regola che aveva un’origine più provocatoria che altro. Infatti ci rendemmo tutti conto molto presto che la ruvidezza del Punk Rock, che a noi sembrava nuova, era figlia di molte altre ribellioni venute negli anni precedenti…
Così finimmo ad ascoltare dischi di oscure band garage, a cercare i dischi della Motown così come i 45 giri dei nostri Delfini, Kings, Corvi fino a rivalutare perfino Riki Maiocchi.

Nel caso di Faust'O sei andato alla riscoperta di un personaggio ostico e "scomodo" però vero simbolo del primissimo underground italiano.

Io ho parlato dell’opera di Fausto Rossi cercando di non scendere mai nella biografia.
Lui, fin dai tempi in cui si firmava Faust’o, è sempre stato un personaggio estremo; da sempre è stato estraneo ai meccanismi del mercato e questo, evidentemente, per una sua precisa scelta che è poi la stessa che lo ha fatto diventare un personaggio di culto.
Anche negli anni ’80, quando l’edonismo era il veicolo principale per entrare nella scena musicale, lui puntava unicamente sulla sua musica. A me sembra un motivo sufficiente per disinteressarmi all’uomo analizzando unicamente la sua opera.
Ho impostato il libro come una analisi della sua discografia cercando di incasellarla nella storia (musicale) italiana.
Fausto è uno dei pochi musicisti del nostro Paese ad aver attraversato cinque decenni, facendo sempre un percorso personale, lavorando con le major, con le etichette satellite e anche con le indipendenti e per me era importante puntare su quell’aspetto cercando di rimanere neutro il più possibile, sebbene la mia ammirazione mi abbia impedito in qualche circostanza di essere completamente lucido.

Il tuo album solista "beat." è un excursus nell'elettronica più minimale e nella sperimentazione, ben lontano da esperienze più "rock" e "vintage" come Le Madri della Psicanalisi e Peluqueria Hernandez.

È vero.
Ma in realtà è solo questione di linguaggi. Le Madri della Psicanalisi e Peluqueria Hernandez sono due band e nelle band è normale creare un lavoro di equipe. Ognuno porta la sua sensibilità in favore di un lavoro corale. Almeno, per me è sempre stato così.
“beat.” invece è un lavoro “mio” che nasce dal mio percorso sulla musica elettronica che porto avanti da molti anni e che con le band ho espresso con minore evidenza.
Volendo metterci il naso dentro, si finirebbe per scoprire che l’origine di “beat.” non è molto distante da quella che ha generato la musica de le Madri o di Peluqueria.
In fondo ha solo un clima più letteralmente sperimentale ma c’è addirittura un assolo di organo Hammond in stile soul-jazz, c’è un brano con un coro polifonico e perfino un esercizio ritimico in cui un batterista cerca di stare a tempo sulla base di un vecchio treno a vapore evocando il jazz più tradizionale.
Ho voluto coinvolgere un po’ di amici musicisti proprio perché volevo che l’album avesse un sapore multicolore. L’idea era quella di fare un lavoro in modo telematico, scambiando file e sovraincisioni via mail tra musicisti. Pensavo di fare un album basato sul sound-stretching, i presupposti erano quelli di un lavoro (diciamo) ambient, ben lontano dalla musica pop e invece, alla fine, ci sono alcune tracce molto easy costruite su sequenze di accordi tipicamente tonali. A sorprendermi sono stati soprattutto i collaboratori. Ho chiamato musicisti che si muovono in ambiti diversissimi dal mio ed ho scoperto che non vedevano l’ora di fare qualcosa di diverso. Marcello Bono generalmente suona la ghironda e si esibisce in un repertorio di musica barocca.
Per me ha fatto un pezzo di “concrete musique” senza mai toccare la ghironda. Federico Mosconi è uno dei migliori chitarristi classici che abbiamo in Italia. Sapevo che aveva fatto anche molte cose nell’ambito del pop, del jazz e dell’elettronica e gli ho chiesto una collaborazione.
Mi ha mandato un pezzo in cui non c’è un solo accordo di chitarra!
Federico ha elaborato elettronicamente un suono, alla maniera di Alvin Lucier. Anche Mauro Marchesi, mio “socio” sia ne Le Madri che in Peluqueria Hernandez, che è un chitarrista piuttosto peculiare, alla fine mi ha mandato un pezzo dalle tinte noise. È stato divertentissimo perché quando aprivo i file che mi arrivavano via mail non avevo idea di cosa ci avrei trovato dentro.
Ero nell’impossibilità di programmare lo sviluppo del brano.
Il lavoro degli altri finiva con l’influenzarmi e confesso che qualche volta mi sono anche sentito sconfortato, non sapendo che pesci pigliare.
Alla fine ho avuto un atteggiamento Punk (vedi? Si torna sempre lì) ed ho lasciato che tutto scorresse, provando e riprovando le varie soluzioni, così come succede quando lavoro con la band.

A proposito di Peluqueria Hernandez, credo sia un caso unico o comunque molto raro quello di essere protagonisti di un vero e proprio film !

Non lo so.
Per quello che ne so mi pare di sì. La cosa bella è che il film non è stata un’idea nostra.
Una sera ci siamo visti arrivare in sala prove un amico che si diletta con la cinepresa che ci ha consegnato dei fogli A4. All’interno c’era la sceneggiatura del film. Ci ha chiesto se avessimo avuto voglia di assecondarlo in questa folle idea in cambio di… un film col nostro nome.
Abbiamo letto quel foglio e… era assurdo! Ci piacque subito. La vicenda era quella di una band di sfigati un po’ avanti con l’età, che diventa di colpo bravissima grazie a un orecchio!
C’erano i fratelli Marx, i Leningrad Cowboys, i Beatles di Richard Lester! Non vedevamo l’ora di cominciare. Ci abbiamo messo più di un anno, siamo stati nelle province di Piacenza, Rovigo, Mantova, la nostra Verona…
Abbiamo lottato contro le zanzare più grosse dell’universo, distrutto un camper, sciupato gli abiti da concerto, portato gli strumenti in situazioni al limite del tollerabile, navigato sul Po, sull’Adige e coinvolto un bel po’ del nostro pubblico che durante un concerto ha dovuto sopportare una serie di interruzioni finalizzate alle riprese. Il tutto divertendoci come dei bambini!
Il film è stato proiettato il 31 ottobre per la prima volta a Verona e c’era la sala strapiena di gente! Naturalmente è la nostra città, quindi non fa proprio testo, ma è stato emozionante lo stesso.
Stiamo cercando di capire se sarà possibile organizzare qualche altra proiezione in giro per l’Italia. In fondo i costi sono bassissimi e i piccoli club dotati di proiettore sono parecchi. Stiamo lavorando assieme alla produzione del film per capire se sia possibile (e sensato) produrre un DVD.
Ci piacerebbe… Vedremo.

Tu che sei esperto di musica di ogni tipo saprai dirmi con competenza quanto la musica sia ancora in grado di vendere attraverso i canali tradizionali "fisici" (vinile, CD etc) o se sia irrimediabilmente destinata a diventare solo un supporto "liquido" (mp 3, download, streaming etc)

A questo punto mi sembra evidente che il mercato discografico dovrà prima o poi cambiare nome, a meno che non vogliamo continuare a chiamare “dischi” anche quei folder che scarichiamo dalla Rete.
La direzione è quella sebbene, a noi che abbiamo vissuto una stagione fatta di negozietti e di gite a Londra alla ricerca dell’ultima novità, sembri impossibile.
Il supporto fisico sopravvivrà fino a quando resisteranno queste generazioni, poi il mercato dovrà adattarsi a un metodo nuovo, in cui la Rete sostituisce i negozi. Può sembrare uno scenario desolante a noi che abbiamo fatto della collezione di dischi un trofeo ma non credo si riesca a tornare indietro.
Il problema sarà riuscire a fare in modo che quello della musica possa tornare ad essere un mercato.
Con piattaforme come Spotify e Deezer si stanno creando le reali alternative che consentono, a fronte di una spesa piccolissima, di godere di un catalogo enorme di canzoni e di musica.
Il “senso del possesso che fu prealessandrino” che cantava Battiato sta via via diventando un retaggio del passato. D’altronde, parliamoci chiaro: il download illegale è molto diffuso e non è uno specchietto per le allodole come qualcuno crede.
Scaricare dischi gratis è una figata. Se di punto in bianco diventasse obbligatorio pagare, i download avrebbero un colossale crollo.
Le operazioni dei Radiohead e U2, da alcuni viste come rivoluzionarie, stanno dimostrando che le band famose possono permettersi di regalare i download perché hanno introiti che arrivano da altre parti grazie al fatto di essere “nati” nel periodo delle vacche grasse.
Una band esordiente che regala un disco, generalmente, deve accontentarsi di qualche centinaio di download, quando va bene. Gli ascoltatori non sono curiosi per natura, la curiosità va alimentata e se mancano le strutture (etichette, stampa, promozione) è impossibile accendere la miccia.
Questo era il lato “positivo” della “vecchia” gestione. Si producevano dischi e bisognava venderli e ciò scatenava la filiera che riusciva a “mantenere” addirittura due (o più) livelli diversi di mercato.
Oggi, è vero, è facilissimo produrre musica di qualità decente anche restando nel tinello di casa, altrettanto è facile renderla disponibile in Rete. La cosa difficile è convincere la gente a fermarsi ad ascoltare. E in Italia, non so spiegarmi bene il motivo, la situazione è davvero sconfortante.
Io lo vedo direttamente: le statistiche della pagina Bandcamp di Peluqueria Hernandez non sbagliano: ci sono una media di 5/10 ascolti la settimana e uno o due download (quasi tutti gratuiti) al mese. Se tralasciamo che con cifre del genere non si campa, bisogna aggiungere che sono tutti (e dico TUTTI) contatti provenienti dall’estero: Stati Uniti, Canada, Belgio, Olanda, Tibet (!), Norvegia, Scandinavia, Giappone… solo una piccola percentuale è italiana.
A noi dispiace molto più che altro perché è compromessa la nostra attività dal vivo. Ma da quando abbiamo notato questa cosa abbiamo anche cominciato a scrivere (anche) in inglese i nostri post di Facebook e i “Like” hanno cominciato ad aumentare visibilmente.
Grazie a questo siamo stati scelti da un giovane regista americano che si chiama Brian Williams, che ci ha chiesto la musica per il suo ultimo film (è già uscito, si intitola “Time to Kill”).
Sono dieci anni che tutti, in Italia, ci dicono che la nostra musica sarebbe adatta al cinema ma il primo che è passato ai fatti è americano.

Una bella lista di musicisti da mettere nella tua band ideale con cui girare l'Italia e il mondo (defunti inclusi)

Paul McCartney al basso, John Lennon e George Harrison alle chitarre, Ringo Starr alla batteria. Io alla voce. Come ti sembra?

I dischi per l'isola deserta dotata di uno splendido stereo

Oddio… temo sempre queste domande perché cambio idea in continuazione.
Ci sono giorni in cui mi va di sentire Rock duro altre in cui preferisco il Reggae, giorni perfetti per il Soul altri per Caterina Caselli. Se non dovessi scegliere porterei tutti i miei dischi. Dovendo sceglierne una decina direi (in ordine sparso):

CAKE: Fashion Nuggets
KRAFTWERK: Minimum Maximum
THE BEATLES: A Hard Day’s Night
Una raccolta Tamla Motown
DAVID SYLVIAN: Secrets of the Beehive
BURT BACHARACH: Reach Out!
STEVIE WONDER: Songs in The Key of Life
THE LAST SHADOW PUPPETS: The Age of The Understatement
BLONDE REDHEAD: Misery is a Butterfly

Come decimo titolo ne dico uno che terrei valido nel caso sciagurato in cui mi venisse concesso di portare un solo disco: THE CLASH: London Calling. Contiene tutto, dal Reggae al Funk al Soul, Rock, Punk, Jazz, un album che non mi annoia mai!

mercoledì, novembre 19, 2014

Simon Townshend



La rubrica DARK SIDE OF THE SUN esplorare quei personaggi rimasti sempre nell'ombra di grandi artisti (talvolta parenti stretti) ma essenziali nella loro carriera e comunque grandi musicisti che non hanno mai goduto delle luci della ribalta.
Dopo Enrico Ciacci (fratello e chitarrista di Little Tony) e Ian Stewart pianista fondatore dei Rolling Stones, si parla oggi di SIMON TOWNSHEND, fratello di Pete.


Fratello minore del BEN PIU' NOTO Pete, SIMON TOWNSHEND, appare per la prima volta su disco niente meno che nell'opera rock "TOMMY" degli WHO nel 1968, all'età di otto anni, facendo i cori in "Smash the mirror" e nel 1974, a 14 anni, incide il suo primo singolo "When I'm a man".
Seguiranno, negli anni, 7 album e numerosi singoli di modesta rilevanza e successo.
Nel 1994 è in tour con Roger Daltrey e dal 1996 entra a far parte come turnista negli WHO, durante il tour di "Quadrophenia" (dove si ritaglia anche un momento di ribalta cantando "Dirty jobs"), per continuare poi fino ai giorni nostri.
Dal 2004 al 2007 è stato anche membro dei CASBAH CLUB (che supportarono in tour anche gli Who) a fianco di Bruce Foxton (Jam), Mark Brzezicki e Bruce Watson dei Big Country.
Ha occasionalmente suonato anche con Pearl Jam, Dave Grohl e Jeff Beck.
Dell'aprile di quest'anno il nuovo album "Denial", concentrato di solido rock, palesemente influenzato dalla scrittura del fratello (a cui si avvicina molto anche il timbro vocale).

martedì, novembre 18, 2014

Come i Beatles - 5



Grazie ad una competentissima lista inviata da LUCA RE, storica voce dei SICK ROSE (la prima foto è della sua personale collezione di vinili) ci addentriamo con questa nuova rubrica in una serie di album, usciti DOPO lo scioglimento dei BEATLES, fortemente influenzati dal sound dei Fab Four. Spesso veri e propri gioielli dimenticati e che vale la pena di riscoprire.

Le altre puntate qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Come%20i%20Beatles


THE MINUS 5 - s/t
Attivi dal 1993 i Minus 5 sono una solida power pop band che si è più volte avvalsa della collaborazione di Michael Stipe.
All’attivo una quindicina di dischi tra cui l’omonimo del 2006 riluce di tantissime influenze esplicitamente beatlesiane in particolare nell’introduuttiva “The rifle called goodbye” che suona come una perfetta outtake di qualsiasi album di John Lennon ma che sarebbe stata tranquillamente anche su “Abbey Road” o “Let it be”. Atmosfere che ritroviamo di nuovo in “My life as a creep” e meno marcatamente in altri brani.
Il power pop più elettrico prende talvolta il sopravvento ma si torna frequentemente ai Beatles (quelli più jingle jamgle di “Rubber soul” e “Help!”) in altri frangenti.

KLAATU - s/t
L’esordio dei canadesi Klaatu del 1976 mandò in fibrillazione i fans dei Beatles, ipotizzando addirittura una reunion sotto mentite spoglie (anche a causa di una copertina senza alcuna indicazione).
Le assonanze musicali sono infatti facilmente riconducibili ai Beatles tardo 60’s, post “Sgt Peppers”, psichedelici, con il basso pulsante “alla Paul McCartney” e il drumming spezzato “alla Ringo Starr” nell’introduttiva “Calling Ocupants Of Interplanetary Craftcon” (dove appare e scompare spesso l’incedere di “I’m the walrus”), un brano come “California Jam” che incrocia il riff di “Get back” con melodie tipicamente beatlesiane (anche se più Beach Boys o Bee Gees), accenni vaudeville alla “When I’m 64 four”, vere e proprie citazioni beatlesiane (i più accorti si possono divertire a scoprire evidenti plagi e furti da questo o quel brano), arrangiamenti di fiati ed archi che ritroviamo in abbondanza sul “White album” o in “Abbey Road”.
Il tutto attualizzato in chiave pop glam (Electric Light Orchestra, Queen, Wings) in voga all’epoca.
Non mancarono subito altre prove “inconfutabili” come un’università di Miami che confrontò le voci di Paul con quelle dei Klaatu e le dichiarò uguali o un DJ australiano che invece dichiarò che si trattava di un “lost album” dei Beatles intitolato “Sun” (guarda caso la copertina riportava un sole), suonando al contrario (ti pareva...) il brano “Sub Rosa subway” e filtrandolo con un oscillatore a bassa frequenza (......) era evidente il messaggio 'Its us, its the Beeeeetles!'.
Ma la prova regina veniva dal nome della band ovvero il protagonista del Bmovie degli anni 50 “The day the earth stood still” (“Ultimatum alla terra” in italiano) che Ringo Starr aveva impersonato nella copertina del suo album “Goodnight Vienna” del 1974.
Non appena fu ventilata l’ipotesi che fossero i Beatles l’album impennò il numero delle vendite e prontamente sia il manager che i dirigenti discografici alimentarono il mistero rifugiandosi dietro ad un furbesco “no comment”.
Il gruppo proseguì la carriera per altri quattro album sempre seguiti, nonostante successive ed espliciti smentite con tanto di nomi e cognomi, foto dei componenti, da un alone di mistero da parte dei beatlesiani più irriducibili.
Il secondo album “Hope” del 1977 venne addirittura registrato a Londra con la London Symphony Orchestra (evidenziando quindi qualsiasi estraneità con i Fab Four).

PLEASERS - Thamesbeat
Formatisi nel 1977 a Londra furono tra i primi a portare avanti la rinascita del beat, in epoca in cui punk e new wave la facevano da padroni. Cinque singoli all’attivo (ristampati nel 1996 su CD) e un sound fortemente debitore ai primi Beatles (anche se tra gli episodi più riusciti c’è la cover di “Kids are alright” degli Who, uscita nel 1978), in particolare nell’esordio del ’77 “You know what I’m thinking for”/”Hello little girl” che avremmo potuto trovare su “With the Beatles” (con voce palesemente ispirata al primo Lennon).
Sono spesso indicati tra i precursori del mod revival del ’79 in quanto molto seguiti tra i primissimi mods.

lunedì, novembre 17, 2014

Le recensioni negative e il diritto all'oblìo



Come segnalato dal sito Rockit.it il pianista classico DEJAN LAZIC ha minacciato di rivolgersi a Google per esercitare il suo diritto all'oblìo (ovvero la cancellazione dal motore di ricerca) in relazione ad una RECENSIONE NEGATIVA ricevuta sul Washington Post (questa: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/12/05/AR2010120503272.html ) ritenuta diffamatoria (in realtà non è sicuramente positiva ma nemmeno si avvertono gli estremi di una diffamazione).

Lazic spiega, in maniera pacata, le motivazioni della sua richiesta sul proprio sito (http://www.dejanlazic.com/).
Alla fine, in pratica, non è successo nulla e la recensione è facilmente recuperabile on line.

Al di là del caso specifico, è dunque possibile far cancellare una recensione negativa dal web ?
Si può far apparire la propria "arte" (o il proprio profilo) solo positivamente distorcendo così la realtà ?
E' una pratica ipotizzabile per il prossimo futuro ?
L'artista ha il DIRITTO di DIFENDERSI da recensioni che reputa scritte da incompetenti o faziosi ?

domenica, novembre 16, 2014

Ryugyong Hotel



Il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani in costruzione a Pyongyang, in Corea del Nord, è l’ hotel più alto del mondo, il settimo edificio più alto del globo con la sua altezza di 330 metri e con una superficie calpestabile di 360.000 mq
La costruzione, iniziata nel lontano 1987, deve essere tuttora aperta al pubblico.
Il suo progetto fu ordinato da Kim Jong-il, padre dell’ attuale leader nord-coreano Kim Jong-un, in risposta all’inaugurazione del Westin Stamford Hotel a Singapore, costruito nel 1986 da parte della azienda sud-coreana SsangYong Group e diventato da quell’anno il più grande hotel del mondo.

La fine prevista per il 1992 è ancora ben lungi dalla realizzazione.
Il progetto venne fermato per carenza di fondi e per 16 anni l’hotel rimase privo di finestre e interni, impianti elettrici e idraulici.
Nel 2008 i lavori ricominciarono grazie a una compagnia telefonica egiziana, che ha investito in Corea del Nord, permettendo così l’ inizio della ristrutturazione degli ultimi piani dell’ edificio in modo di ottenere la concessione per l’ istallazione di antenne telefoniche sulla cima dell’Hotel.

Il grattacielo è costituito da 3 ali inclinate, 8 piani rotanti e altri 6 piani in cima fissi e dovrebbe contenere ristoranti, casinò, discoteche, uffici e 3.000 camere con un costo stimato di 750 milioni di dollari per la sua costruzione.

Il fallimento dell’opera ha indotto per lungo tempo il governo nord-coreano a negare l’ esistenza dell’edificio, escludendolo dalle mappe ufficiali e inserendo immagini manipolate che negano la presenza di oltre 300 metri di cemento armato.

sabato, novembre 15, 2014

The Art of McCartney



In una povertà creativa sempre più accentuata un album tributo è sempre qualcosa che funziona ed incuriosisce. Se poi si parla di un personaggio come Paul McCartney possiamo pure aggiungere che vende.
Soprattutto se nella lista dei 34 brani sfilano nomi eccellenti come Bob Dylan, Roger Daltrey, Billy Joel, Chrissie Hynde, Brain Wilson, BB King etc. Anche questo lavoro non sfugge alla ovvia consuetudine di una serie di brani riusciti a fianco di cadute di tono e soprattutto ad una lunga (troppo in questo caso) serie di riletture assolutamente (inutilmente) fedeli alle versioni originali.
L’album è comunque abbastanza interessante con qualche momento di assoluto godimento nonostante le due ore di durata siano davvero prolisse e che si noti la mancanza di nuovi nomi della scena musicale a favore di una serie di personaggi che definire bolliti è un eufemismo.

Billy Joel strapazza una delle migliori canzoni in assoluto di Paul, “Maybe I’m amazed” dal suo primo solista, con piglio rock pesante e obsoleto. Dylan fa invece brillare la sbarazzina “Thing we said today” di lampi country blues con voce roca e pigli fiero. Trascurabile, anzi irritante, la banalizzazione che viene fatta dalle Heart a quel gioiello compositivo che è “Band on the run”. Trascurabili le versioni di “Junior’s farm” di Steve Miller e di “The long and winding road” di Cat Stevens, ancora più zuccherosa dell’originale la “My love” di Harry Connick Jr.
Il livello si alza in maniera incommensurabile con l’orchestrazione di prevedibile enorme classe di Brian Wilson in “Wanderlust” e nella versione soft soul di “Bluebird” di Corinne Bailey Rae, uno dei momenti migliori dell’album.
Impresa ardua azzardare una versione di “Yesterday” senza cadere nel risaputo.
E invece Willie Nelson riesce a darne una versione cruda e convincente.
Ottima la scelta e riuscita la versione di “Junk” di Jeff Lynne mentre Barry Gibb invece rifà uguale all’originale “When I’m 64” ma corredata dalla sua insopportabile voce.... Innocua la “Every night” di Jamie Cullum, prevedibilmente pacchiane la versioni di “Venus and mars/Rock show” dei Kiss e di “Let me roll it” di Paul Rodgers.
Didascalico Roger Daltrey su “Helter skelter” anche se la sua voce ruggisce ancora alla grande e l’arrangiamento assume connotati quasi soul pur conservando il tiro hard dell’originale. Hard boogie per i Def Leppard su “Helen wheels”. Calligrafico anche Robert Smith dei Cure (con James Mc Cartney, il figlio di Paul) ma versione divertente e divertita di “Hello goodbye”, molto godibile.

Torna Billy Joel con una brutta “Live and let die”, se la cava invece bene Chrissye Hinde con una dignitosa quanto impegnativa “Let it be”. Robin Zander e Rick Nielsen sono voce e chitarra dei Cheap Trick e insieme presentano una discreta “Jet”. Al contrario il chitarrista dei Def Leppard (ancora!) rende inutile l’ascolto di “Hi hi hi”.
Gran bel pezzo “Letting go” ma terribilmente banalizzato dalle ancora presenti Heart mentre invece Steve Miller riesce a valorizzare “Hey Jude”. Si può saltare a piè pari “Listen to what the man said” degli Owl City e ascoltare la gradevole ma accademica “Got to get you into my life” di Perry Farrell, identica all’originale.
Si entra poi in atmosfere black con la souleggiante “Drive my car” di Dion, il rhythm and blues jazzato del grande Allen Toussaint alla prese con “Lady Madonna” e un altro grande maestro come Dr.John che porta “Let me in” nei vicoli di New Orleans con un riuscitissimo arrangiamento con cui si appropria della canzone al 100%.
Incolori invece “So bad” di Smokey Robinson e “No more lonely nights” di tali Airborne Toxic Event. Evitabile la “Eleanor Rigby” di Alice Cooper (uguale all’originale..mah), divertentissimi Toots Hibbert con Sly & Robbie alle prese con una versione rockseady ska di “Come and get it”, buono BB King con “On the way” ed è un vero peccato chiudere con Sammy Hagar che maltratta “Birthday”.

Rock n Goal in tour



ROCK n GOAL torna in tour.

Giovedì 20 novembre dalle 21.30 alla Libreria Universitaria di PAVIA per poi spostarsi sabato 22 novembre alle 17.30 a POGGIBONSI (Siena) alla Libreria Mondadori Discoshop in Largo Campidoglio e alle 20 a LIVORNO al C.P.1921 , via dei Mulini 29.

https://www.facebook.com/pages/RocknGoal-Calcio-e-musica-Passioni-Pop/420244591397182

venerdì, novembre 14, 2014

JOE PERRINO - Canzoni di malavita



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che...
Dopo Masini, Ringo Starr, il secondo dei Jam, "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, Arcana e Power Station, "Mc Vicar" di Roger Daltrey, "Parsifal" dei Pooh, "Solo" di Claudio Baglioni, "Bella e strega" di Drupi, l'esordio dei Matia Bazar e quello di Renato Zero del 1973, i due album swing di Johnny Dorelli, l'unico dei Luna Pop," I mali del secolo" di Celentano, "Incognito" di Amanda Lear, "Masters" di Rita Pavone, Julian Lennon, Mimmo Cavallo con "Siamo meridionali"e i primi due album dei La Bionda di inizio 70's, il nuovo album dei Bastard Son of Dioniso, "Black and blue" dei Rolling Stones, Maurizio Arcieri e al suo album "prog" del 1973 "Trasparenze", Gianni Morandi e "Il mondo di frutta candita", il terzo album degli Abba, "666"degli Aphrodite's Child, la riscoperta di Gianni Leone in arte Leonero, il secondo album di Gianluca Grignani, Donatella Rettore e il suo "Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide", Alex Britti e "It.Pop", le colonne sonore di Nico Fidenco , il primo album solista dell'e Monkees, Davy Jones, Mike McGear (fratello di Paul McCartney) oggi tocca ad un personaggio non esattamente insospettabile se non rapportato alla sua vecchia storia artistica, JOE PERRINO, ex leader di Joe Perrino and the Mellowtones.

Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili


La collocazione di questo album in questa rubrica sarebbe impropria.
Ma chi ricorda Joe Perrino con i suoi Mellowtones che infiammava la scena garage psych degli 80’s e teneva il palco da vero animale rock n roll per poi, dopo l’esordio “Ran n roll” del 1988 per la IRA aprire un lungo tour con i Litfiba per l’album “3” in tutta Italia e Francia, resterà a bocca aperta al cospetto di questo suo nuovo progetto discografico.
Sciolta la band originaria, trasferitosi a Londra, Joe tornò nella natìa Sardegna per proseguire con gli Elefante Bianco, altra band piuttosto dura e pura e poi dedicarsi a teatro e cinema ma senza dimenticare l’attività musicale che lo porta ora al secondo volume di una raccolta dedicata alle “Canzoni di malavita” (in attesa di uscire con il primo lavoro solista).

Un affascinante e avvolgente viaggio tra storie di carcerati e carceri, delitti e pene, rimpianti, perdenti e sconfitti, suonato con spirito cantautorale, interpretato con un approccio da consumato attore, con un sapore antico ma allo stesso tempo attualissimo, fresco e coinvolgente. Un album bellissimo, che si candida tra i migliori lavori dell'anno, bene arrangiato, Joe assolutamente convincente con una voce potente e inconfondibile.

https://www.youtube.com/watch?v=5fnGNFIUKWE

https://www.youtube.com/watch?v=uMEbkurtcwk

giovedì, novembre 13, 2014

Intervista a Tim Burgess



Per gentile concessione di www.radiocoop.it e dell'autore dell'intervista Carlo Maffini (a cui ho consegnato le domande) una breve intervista a TIM BURGESS, voce dei Charlatans.

Testo di Carlo Maffini.

Le altre 35 interviste del blog qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste


Al Club Vibra di Modena, venerdì 7 novembre, unica data italiana per il dj set del cantante dei Charlatans: Tim Burgess.
Un dj set improntato soprattutto sulla musica indie inglese, in particolare quella che, tra la fine degli anni '80 e la metà degli anni '90, riscosse grande successo nell'area urbana di Manchester nel nord Inghilterra, la cosiddetta Madchester!
Ma Tim propone anche Northern Soul, post Punk e classici Rock inglesi.
Fra gruppi più o meno conosciuti passano oltre ai Charlatans (The Only One I Know), New Order, Chemical Brothers, Donna Summer, Nolan Porter, Blur, Happy Mondays, Orange Juyce, Oasis, Cure, Joy Division (Love Will Tear Us Apart), T-Rex, Rolling Stones e gran finale con "Tomorrow Never Knows" dei Beatles.
Bella serata, organizzata dal gruppo Emilia SoulLovers con Tim Burgess in ottima forma e l'aspetto di un ragazzino…chissà che non abbia venduto l'anima a Lucifero (fra i brani proposti anche "Sympathy for the devil")…
Scherzi a parte, Timothy è un artista semplice, si è presentato con moglie e il figlio Morgan in braccio, è stato davvero gentile e disponibile con tutti e si è concesso ad alcune domande…

Nella tua carriera hai suonato con alcune delle più grandi rock band della storia, dai Rolling Stones agli Who e agli Oasis, Qualcosa da ricordare?

Ovviamente ero molto emozionato di poter suonare con nomi di questo genere, in particolare con un gruppo come i Rolling Stones, anche se può sembrare ridicolo dirlo, tanto è ovvio.
Ma anche gli Oasis erano grandi dal vivo, dei concerti davvero fantastici.

Il vostro sound è sempre stato piuttosto vicino ai 60’s...

Certo, naturalmente.
Ascoltare certi singoli dei Rolling Stones, degli Small Faces che non trovavi certo a Top of the Pops o in altri programmi + televisivi...
E poi quando incominciai a poter vedere i video di Stones, Beatles o degli Who suonare “My generation” con tutta la violenza sonora che aveva, fu illuminante.

Avete inciso con i Charlatans una dozzina di album.
Quale consiglieresti in particolare?


Il primo, assolutamente il primo (Some friendly del 1990), perché c’era così tanta innocenza e spontaneità... Continuo a ritenerlo il migliore tra tutti quelli che abbiamo fatto, anche se ci sono tanti altri nostri album di ottimo livello, come “Telling stories” e “Across my path”.

Pensi che l’epoca della musica che si può ascoltare sui supporti fisici (CD, vinile etc) sia finita per sempre a favore della “musica liquida”?

Penso che le cose si siano evolute e i tempi cambiati, ma veramente non so come può procedere il tutto e se non ci sarà più spazio per i supporti fisici.
Di sicuro c'è che vivendo a Los Angeles, per continuare a restare con i Charlatans la tecnologia è stata essenziale: grazie all'invio reciproco via email di mp3 e idee musicali (in effetti rientra a Manchester, dopo aver vissuto per diverso tempo a Los Angeles, perché sta preparando l'uscita di un nuovo disco).

Qualche disco da portare sulla classica isola deserta?

Sicuramente “Street hassle” di Lou Reed poi “Power corruption and lies” dei New Order, quello è un grande disco e qualcosa degli Small Faces.

Con quali gruppi hai incominciato ad avvicinarti alla musica?
E quali personaggi ti hanno ispirato di più?


Oh, con una serie di nomi abbastanza diversi, dai Jam ai Blondie, i Crass ma soprattutto Joy Division e New Order.
I personaggi direi Ian Curtis, Iggy Pop e Mick Jagger.

mercoledì, novembre 12, 2014

Alì Dia



Nato in Senegal, Ali Dia è spesso considerato in Inghilterra, come il peggior calciatore che abbia calcato i campi della Premier League negli ultimi anni, puntualmente inserito nelle classifiche che elencano i giocatori meno meritevoli in assoluto (e al costante primo posto in quelle degli acquisti più fallimentari).
Gioca a lungo in Francia nelle serie minori, poi passa in Finlandia prima e alla tedesca Lubecca dopo, collezionando rare presenze, allo stesso modo di quando arriva in Inghilterra nei Blyth Spartans (una sola partita).

Nel 1996 convince un amico a telefonare agli allenatori delle squadre di Premier League fingendosi George Weah.
Rifiutato dal West Ham di Redknapp che intuisce la fregatura riesce invece con Souness (ex Liverpool e Samp), ai tempi allenatore del Southampton, a cui il finto Weah rifila la storiella che Dia è suo cugino, con un passato al PSG e 13 presenze con la Nazionale senegalese.
Souness e la società abboccano e gli fanno firmare un contratto (per fortuna) mensile arrivando a convocarlo (nonostante lo stupore dei compagni di squadra che avevano verificato la sua inconsistenza in allenamento) per la partita di campionato contro il Leeds United del 23 novembre 1996.
Dia parte dalla panchina ma al 32' Matthew Le Tissier s'infortuna e Souness lo manda in campo per cinquantatré minuti (in cui “sfiora” anche un gol).

Dopo l'incontro il Southampton rescinde il contratto di Dia.
In seguito gioca per i dilettanti del Gateshead, squadra per la quale sigla una rete all'esordio, concludendo la sua ultima esperienza calcistica con due reti in otto presenze.
Si ritira dal dal calcio nel 1997 dopo essersi laureato.
Le Tissier disse: "Correva qua e là per il campo come Bambi sul ghiaccio; fu davvero imbarazzante da vedere"

https://www.youtube.com/watch?v=PyI-OfT7zYM
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