lunedì, giugno 27, 2022

Badges /Spillette


Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "Il Manifesto" sabato scorso.

La storia delle spillette o badges è lunga e articolata e festeggia il secolo e mezzo di vita.
Simbolo identitario, che può essere sinonimo di appartenenza, ideologica o semplicemente estetica a un movimento oppure di preferenza per un gruppo musicale o un genere o anche latore di un messaggio, talvolta politico, altre volte semplicemente ludico e scherzoso.

Alla fine degli anni Settanta, tra noi giovani mod e punk, ci si riconosceva soprattutto grazie alle spille che ostentavamo su giacche e giubbotti.
Il gruppo o la frase erano il codice idetntificativo di appartenenza filosofico/ideologica a una comunità esclusiva che nessuno, al di fuori di noi, poteva riconoscere.
Essendo difficile reperire gli originali, spesso ce li costruivamo, acquistandone di generici e sostituendo l'immagine con fotocopie (ricolorate con matite o pennarelli) del logo o della foto della band preferita.
La semplice spilla poteva essere di per sé un segno identificativo anche per le parti avverse che ci osteggiavano (fascisti, discotecari, gruppi di vario tipo) e portarle, soprattutto in certi quartieri o luoghi, era talvolta pericoloso.

Un esempio, per certi versi paradossale, dell'importanza “etica” della spilla risale a metà degli anni Settanta, quando in Inghilterra la scena del Northern Soul assurse a popolarità mediatica, portando nelle mitiche nottate a suon di ballo, al Wigan Casino o al Blackpool Mecca, una vasta platea di nuovi adepti che poco avevano a che fare con lo spirito puro originale degli appassionati di soul.
Per farsi accettare nella “scena” indossarono immediatamente, oltre all'estetica che utilizzavano gli abituali e veterani frequentatori delle serate, le spille provenienti dai locali e dai gruppi di appassionati.
Spille che però identificavano la cronologia delle apparizioni alle varie serate.
Nelle quali venivano vendute con tanto di data come ricordo e “timbro” di partecipazione.
I nuovi, giovanissimi, svilirono il significato dell'oggetto, indossandolo per motivazioni solo superficialmente estetiche.
I veterani smisero immediatamente di portarli, depotenziandone totalmente il concetto e trasformando chi li ostentava, in novellini senza radici.

La storia delle spille nasce già alla fine del 1.800, negli Stati Uniti, principalmente come mezzo di supporto politico o per aderire a campagne di beneficienza. Una delle prime testimonianze risale al 1.860 per la campagna elettorale di Abramo Lincoln, in cui vennero utilizzate spille in ferro per invitare a votare il candidato.
Negli anni Quaranta diventa famosa quella con la scritta “Halt Hitler”, nel momento in cui l'America entra in guerra.
Difficile da credere ma già negli anni Ciqnuanta il problema climatico era ben presente nei movimenti antagonisti oltre oceano e spuntano spille in cui si invitano governo e responsabili istituzionali a prendere in considerazione il problema dell'inquinamento e delle conseguenze sullo stato di salute della terra. Ma è negli anni Sessanta che l'oggetto diventa diffuso e funzionale alla lotta politica, alle istanze pacifiste (soprattutto contro la guerra in Vietnam) e a quelle per i diritti civili, al supporto ai gruppi musicali, fino a souvenir di avvenimenti culturali.
Si diffondono soprattutto nei campus universitari (anche come simbolo di appartenza alle scuole o a gruppi all'interno delle stesse), in concomitanza con l'ascesa delle proteste studentesche contro la disuguaglianza sia razziale che sociale, nelle lotte femministe e anti capitaliste.

Un aspetto spesso rimarcato è quanto ai tempi fossero oggetti effimeri e di scarsa considerazione, quanto ora siano invece diventati testimonianze di spessore socio politico e storico, tanto da essere oggetti da museo.

L'Università del Connecticut ha da poco inaugurato un centro di raccolta in cui vengono conservate più di 1000 spille, spesso di contenuto politico, sociale e di protesta (di cui la metà digitalizzate e reperibili sul loro sito) dal 1910 in poi, testimonianza preziosa delle modalità espressive di questo mezzo attraverso gli anni e gli avvenimenti storici contemporanei alla loro stampa.

Lo stesso ha fatto il Busy Beaver Button Museum di Chicago, ospitando però anche spille di vario genere. Ad esempio quella dei Chicago's Roney's Boys gruppo musicale del 1901, probabilmente la primissima band a promuoversi attraverso questo mezzo.
A Chicago ne sono disponibili in mostra circa 5.000 ma ce ne sono almeno 25.000 ancora da catalogare.
Una delle responsabili del museo, Christen Carter, riassume bene l'importanza e la diffusione delle spille:
“Ci sono pochissime cose importanti che accadono senza che vengano accompagnate da una spilla e molte cose minori che invece vengono immortalate con le spille.
E' un vero universo.
È anche un tipo interessante di storia a livello personale. Non è necessariamente solo un grande libro di storia”.


I badges ebbero un'importanza rilevante all'interno della scena punk nata nella seconda metà degli anni 70 tra Usa e Inghilterra, simbolo estetico essenziale nel look di gruppi e fan.

La prima risale al luglio del 1976 e raffigura il chitarrista dei Ramones, sovrastato dal nome della band.
L'autore era però inglese, Joly McFie che fondò la Better Badges che produceva spille punk dedicate a tutti i gruppi della scena.
Giunse a venderne ed esportarne milioni in tutto il mondo.
Andò al concerto di Patti Smith a Londra il 17 maggio 1976 a venderne una serie che aveva fatto appositamente per l'occasione e fu subito un successo.
Ne stampò successivamente anche di Debbie Harry e quando i Blondie arrivarono in tour in Inghilterra si stupirono nel vedere tanta gente nel pubblico indossare le spille con la faccia di Debbie.

Nel 1976 i Motorhead erano ancora praticamente sconosciuti ma avevano la sala prove nella cantina sottostante il luogo in cui Joly lavorava alle sue spille. Così decise di farne anche una dedicata a loro con la scritta “Lemmy the Lurch”, diventata poco dopo un ricercatissimo pezzo da collezione.
Il badge che fece decollare l'attività fu invece quello di Iggy and the Stooges, prodotto alla fine del 1976, quando il punk era ancora in fase embrionale e Iggy un padre putativo riconosciuto e adorato.

Più problematico logisticamente fu il badge dei Sex Pistols con la faccia della regina trattata dal grafico della band, Jamie Reid, con una spilla da balia nelle labbra e la scritta “God Save the Queen”.
Joly McFie ne produsse alcune copie promo che entusiasmarono la Virgin Records che gliene ordinò “una tonnellata”.
Ma le lavoratrici della Universal Buttons a cui venne delegata la produzione si rifiutarono di toccarle e di realizzarle.
Così inizialmente si dovettero arrangiare da soli, lavorando giorno e notte per supplire agli ordini, fino a quando non trovarono una fabbrica con meno scrupoli.

Progressivamente sempre meno utilizzate, le spille (anche se molto presenti durante le campagne elettorali americane, dove rimangono un mezzo di comunicazione ritenuto ancora particolarmente valido) hanno ritrovato vita grazie a un crollo dei costi di produzione grazie alle nuove tecnologie e anche all'utilizzo su internet dei cosiddeti “web buttons”, ovvero dei pulsanti che si possono inserire nelle pagine, digitando i quali si viene rimandati all'oggetto della promozione. Difficile immaginarle indossate dalle giovani generazioni, più abitualmente utilizzate dai veterani delle varie scene tra gli anni Settanta e Novanta, conservano comunque il fascino “antico” di una modalità espressiva tanto diretta quanto naif ma di immediata presa e lontano, candido (un po' nostalgico), sapore adolescenziale.

domenica, giugno 26, 2022

Francesco Paolo Paladino - Messa Beat


Paladino è regista, musicista, scrittore, agitatore culturale da decenni.

Era indubbio che il suo nuovo progetto, un libro distopico che ci riporta alla fine degli anni Sessanta italiani, con la figura reale di don Marco Bisceglia, il "prete comunista" dell'epoca che si innesta in una storia inventata ma terribilmente plausibile, di ribellione alle convenzioni, in un paese della Puglia, fosse molto cinematografico.

Il romanzo è spedito, divertente, fresco, pur trattando tematiche di particolare spessore (i diritti gay in primis) e con una colonna sonora di tutto rispetto, dai Beatles a Jimi Hendrix agli Electric Prunes.

Francesco Paolo Paladino
Messa Beat
Crac Edizioni
134 pagine
12 euro

sabato, giugno 25, 2022

Maneskin live Lignano 23 giugno 2022


L'amico Soulful Jules non è solo un importante reporter/commentatore di vicende dell'est europeo in fiamme per questo blog ma anche raffinato DJ soul e profondo conoscitore musicale.
Di seguito una splendida, disincantata e realistica recensione del concerto dei MANESKIN a Lignano.


MANESKIN 23 GIUGNO LIGNANO

Per il suo nono compleanno, ho regalato a mia figlia un biglietto per il concerto dei Måneskin del 23 giugno allo stadio di Lignano Sabbiadoro, riscaldamento per il live-evento del 9 luglio al Circo Massimo a Roma.
La data è sold-out, circa 27.000 biglietti venduti.

Arrivati nei paraggi dello stadio, incontro qualche difficolta nel parcheggio, mi viene in soccorso una mamma slovena, più sgamata di me, con t-shirt degli Iron Maiden.
Seguiamo a piedi il flusso di gente, l’età media è bassa, tanti ragazzi, appena ventenni, moltissimi teenager accompagnati dai loro genitori, superiamo qualche ragazzina rock, con ciuffi colorati di viola, l’ombretto e il rossetto nero; fino alla fine degli anni ‘90 sarebbero state dark o metallare.

Ci facciamo un panino nel parcheggio dello stadio insieme a centinaia di famiglie, l’atmosfera è rilassata, più da ritrovo in parrocchia che da metallo pesante. A livello di stile, tra maschi e femmine è netta la prevalenza di shorts scuri e maglie nere o bianche.

Qualche ragazzina con top leopardato e Converse All Stars nere alte.
Sulle braccia scoperte pochi tatuaggi, di quelli ordinari, che incontri durante la passeggiata sul bagnasciuga. I padri si concedono una birra e qualche boccata di sigaretta elettronica.

Entriamo agevolmente in pochi minuti, il gel per le mani ci viene sequestrato perché infiammabile.
Dentro allo stadio una birra da 33 cl costa 6 euro, manco te la stappasse Di Maio in persona. Il pubblico è composto almeno per il 60% da donne, l’età media si aggira intorno alla trentina, forse è anche più bassa.
Tra i fan vedo molte t-shirt dei Måneskin, a partire da 35 euro al banco del merchandising, super gremito; qualche 40-50enne indossa la maglietta dei Ramones, quelle di H&M.
Nel corso della serata ne incrocio una dei Beatles, un paio degli Ac/Dc nuove di stecca, e una sbiadita dei Pearl Jam.

Man mano che il prato e gli spalti si riempiono, il brusio di voci sale ma rimane sommesso, educato.

Ogni tanto si alza qualche nuvoletta di CBD, illusoria e innocua, segno di una trasgressione gentile e un po’ barbuta, nettamente dentro i confini.
A pochi minuti dall’inizio del concerto hanno tutti il telefono in mano, soprattutto le ragazzine che barcollano come ubriache delle loro dirette, stordite dall’ebbrezza delle stories.

Alle 21:45 si parte con Zitti e Buoni, esecuzione onesta.
Seguono In Nome del Padre, Mammamia, Coraline e La Paura del Buio dall’ album Teatro d’Ira del 2021. Arrivati all’ultimo singolo, Supermodels, Damiano si è già tolto la giacca doppiopetto del completo bianco, dai volumi morbidi, anni ‘80.
Rimane a petto nudo, al netto dei 10 kili di perle bianche che gli arrivano fino all’ombelico.
Thomas indossa un completo anni ‘70 rosa confetto con pantaloni a zampa e giacca dai revers larghi, Victoria un top nero a strisce sopra una canotta dello stesso colore.
Il batterista Ethan Torchio ha dei pantaloni scampanati a rombi bianchi e neri e una camicia bianca, sono testimonial ideali delle ultime collezioni di Alessandro Michele per Gucci.

Alla quarta canzone Damiano si rivolge al pubblico per la prima volta “Porca troia! Voglio sentire i veri fan”.
Attaccano Chosen, title track del disco d’esordio del 2017. Segue la cover di Amandoti dei CCCP, interpretata molto bene da Damiano e molto cantata dal pubblico.
Hanno un suono potente e gradevole, ben equalizzato, mi piacciono molto i riff di chitarra acidi e penetranti di Thomas, il mio preferito dei quattro.
Il basso rotondo e abrasivo di Victoria è percussivo, offre una base solida alla band e mi ricorda molto il sound dei Grand Funk.
Il batterista introduce regolarmente degli inserti funky, che danno quel tocco un po’ dance a molti loro brani, dinamica molto apprezzata dal pubblico che sculetta felice.

Si divertono molto sul palco, ridono, liberano un sacco di energia, col salvavita certificato.

Su I Wanna Be Your Slave Damiano incita il pubblico “Giù questi cazzo di culi”.
Alla fine della canzone, dal prato si alza il primo vero boato della serata.
Assistiamo al debutto live di If I Can Dream, il brano di Elvis coverizzato per la colonna sonora del film presentato a Cannes. Lo stadio è puntinato da migliaia di schermi illuminati che hanno ormai sostituito la coreografia degli accendini.
Mi piace l’arpeggio di Thomas ma la voce di Damiano, coerente con l’esecuzione, non mi tocca minimamente. In chiusura il light show emula quello dello spettacolo televisivo del ‘68 Comeback.

Ad ogni intervallo Damiano dice un “cazzo” circondato da qualche altra parola, parla in romano e vuol fare il ragazzo di strada ma è più ruvida la ragazzina a fianco a me con la tshirt “Bestemmiare è bello”.
Lo show procede senza intoppi, è uno spettacolo collaudato con una scaletta ben costruita, senza pause tra i brani, si vede che è una band coesa con un live rodato.
In Torna a Casa rimangono sul palco solo chitarra e voce per una versione acustica in stile MTV unplugged, Damiano e Thomas seduti sullo sgabello.

Segue Vent’anni, cantata da molti nel pubblico, anche quelli che quell’età l’hanno più che doppiata, e poi I Wanna Be Your Dog degli Stooges, parte della colonna sonora del blockbuster Cruella della Disney.

L’impatto del suono è potente, un’onda travolgente pervasa dalle smerigliate ipnotiche della Stratocaster di Thomas.
Non è Ron Asheton ma va bene così per il chitarrista romano, classe 2001. Come per altre cover, trovo poco convincente il cantato di Damiano che rimane comunque un grande interprete dei brani della band.

I Måneskin, tranne Victoria, sono ormai tutti senza camicia, si concedono al pubblico e provano a mescolarsi coi ragazzi delle prime file appoggiandosi alle transenne.
Parte Beggin’, nuova esortazione del frontman con la sua parola preferita “Su le cazzo di mani”. Urla, urletti e ululati per la reazione più calda di tutto il live da parte del pubblico.
I ragazzi sono generosi, non si risparmiamo, Victoria torna sotto al palco e suona con la schiena appoggiata sulle mani dei fan.

Durante Morirò da Re, un’ora e un quarto dall’inizio del concerto, la prima vera trasgressione della serata: Damiano fuma sul palco una sigaretta, di quelle col tabacco.
Sul finire del pezzo Victoria si inginocchia davanti a Thomas per accennare una fellatio a 10 corde, distanze di sicurezza ampiamente rispettate.
Parte un brano in inglese un po’ caotico, dopo un paio di versi mi accorgo che è My Generation, destrutturata e declamata su una base apocalittica.
Complimenti per la scelta del brano, un po’ meno per l’interpretazione. Per l’ultima canzone prima del bis la band fa salire un po’ di gente sul palco, Damiano sceglie i fan dalla prima fila e li invita a ballare con loro. Durante la jam strumentale, i ragazzi sono più d’intralcio che altro, Thomas si sposta continuamente per non essere strattonato o avvinghiato.
L’intro sfocia in Lividi Sui Gomiti, i fan sul palco hanno resistito alla magia meno di 2 minuti, hanno tutti gli occhi fissi sui telefoni per un mini contest di dirette e video-chiamate che sennò sullo stage coi Måneskin non ci sei mica stato.

“Voglio sentire un cazzo di casino” incita la folla Damiano, che sembra trarre un piacere sincero da quella parola, quasi fosse il capo di un gruppetto di boy-scout eversivi.
Benedico mia figlia quando mi dice di essere un po’ stanca, usciamo subito prima del bis e lasciamo buona parte degli spettatori dentro lo stadio, cosa che ci permetterà di essere a casa in meno di un’ora. Ascoltiamo le due canzoni finali mentre raggiungiamo l’auto, come brano di chiusura ripropongono I Wanna Be Your Slave. “Giù quei cazzo di culi”.

Metto in moto e faccio partire AM degli Arctic Monkeys, che non si sa mai.
“Ti è piaciuto il concerto?”
“E’ stato super bellissimo.
Puoi abbassare un po’ la musica?” e si addormenta a metà di Do I Wanna Know.

venerdì, giugno 24, 2022

° Underground Set (1970)
° The Psycheground Group – Psychedelic And Underground (1971)


Underground Set - s/t (1970)
Strano e (a lungo) misterioso album strumentale.
Solo dopo un po' di tempo si scoprì che dietro c'era il compositore Gian Piero Reverberi, produttore di molti album delle Orme, autore di gran parte dei brani con lo pseudonimo di Ninety.
Tempo dopo il batterista Paolo Siani rivelò che a suonare il disco erano i Nuova Idea, eredi dei J Plep, gruppo di punta della genova Beat con alla voce Giorgio Usai, futuro New Trolls.
Un album che abbraccia un sound Hammond jazz, con influenze psichedeliche, Brian Auger, proto prog.
Pieno di brani ballabilissimi e da 60's party.

L'album completo:
https://www.youtube.com/watch?v=sexy5Ht0Kps


The Psycheground Group – Psychedelic And Underground (1971)
Altro nome ma stesso autore dei brani e presumibilmente stessi musicisti per questo secondo capitolo dell'anonima esperienza, sempre strumentale ed evidente frutto di jam sessions in studio.
Più Hendrixiano e rock blues, acido, con cinque lunghi brani (ad eccezione del rhythm and blues di gusto Joe Cocker di "Ray") e finale jazzato con "Tube".

L'album completo:
https://www.youtube.com/watch?v=R1ScDhdxW9s

giovedì, giugno 23, 2022

Canners


Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Essenziali, raccolgono lattine e bottiglie di vetro o plastica scartate o dimenticate dai newyorkesi per strada, per tutto il giorno girano la città raccogliendone il piu' possibile per poi depositarle nelle apposite macchinette di riciclo, ricevendo in cambio un buono spendibile al supermercato oppure cambiato direttamente in cassa con denaro contante, in molti lo fanno e non tutti sono Homeless.

Questi raccoglitori vengono chiamati “Canners”, persone che sopravvivono raccogliendo lattine.

Lavoro faticosissimo che pulisce una città sporchissima con pochissimi cestini e piena di gente che getta di tutto per terra.

mercoledì, giugno 22, 2022

Rolling Stones - Milano San Siro 21/05/2022


L'amico Alessandro Zanelli era ieri sera a San Siro, al cospetto dei ROLLING STONES.
Ci delizia con un resoconto (notturno) del concerto.


Potrei dirti che come al solito, é bastata la pennata di Street fighting man e due sgambate di Mick per avere il biglietto pagato oppure potrei dirti che sono partito con delle remore vista la definitiva defezione del povero Charlie.

Eppure ho trovato la band in grana smagliante.
Potenti ed incredibilmente disciplinati.
Forse fin troppo.

Parecchi stacchi e break negli arrangiamenti, ritmicamente complessi eppure egregiamente eseguiti.
Il vecchio Keef non é stato affatto esaurorato da Ronnie, come credevo, ma ha fatto quello che ci si aspettava nell'antica trama della tessitura.

Nella scaletta diverse note di pregio, fra tutte una 19th nervous particolarmente tirata e pesante ed una Midnight rambler con frammenti di una tetra come In my kitchen tra un cambio di tempo e un altro.
Hanno fatto l'ultima Living in a ghost town anche se avrei preferito un Doom & Gloom che é una delle loro ultime meglio riuscite.

Infine un Jagger che presenta in un perfetto italiano e sottolinea che é il primo tour senza Charlie e a loro manca moltissimo, anche a noi, e che sono passati 55 anni dalla prima volta che suonarono a Milano.

Lieti di essere ancora qua e lieto anche io di esserci stato.
Nient'altro.
Sti vecchi sono ancora degni della loro leggenda.
Dimenticavo, il suono cazzo, il suono della chitarra di Keef....

LA SCALETTA

Street Fighting Man
19th Nervous Breakdown
Tumbling Dice
Out of Time
Dead Flowers
Wild Horses
You Can't Always Get What You Want
Living In A Ghost Town
Honky Tonk Woman
You Got the Silver
Connection
Miss You
Midnight Rambler
Start Me Up
Paint It Black
Sympathy For The Devil
Jumpin' Jack Flash

Bis:
Bis: Gimme Shelter
(I Can't Get No) Satisfaction

martedì, giugno 21, 2022

Arthur Alexander


Tra gli autori più influenti nella storia del rock, spesso colpevolmente dimenticato, raramente citato.

Pur se le sue canzoni (unico caso) sono state incise da Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, Elvis Presley.
Ma non solo: anche Humble Pie, Willy De Ville, Pearl Jam, Roger McGuinn, Ike & Tina Turner, Jerry Lee Lewis, Bee Gees, Robert Plant, Otis Redding.

ARTHUR ALEXANDER ha esordito nel 1960, inciso tre album, una ventina di singoli, qualche ep e si è ritirato dalle scene e dalla musica nella seconda metà degli anni 70, dedicandosi al lavoro di autista.
Tornò dopo 21 anni con il terzo album, poco prima di morire nel 1993.

Nato (nel 1940) e cresciuto in Alabama, lavorò come raccoglitore di cotone e fattorino prima di dedicarsi alla musica, dal 1960, e trovare un discreto successo con "You better move on" nel 1961.

Influenzato da blues, rhythm and blues, latin sound e country, con Nat King Cole come principale riferimento, venne scoperto nel 1962 dai Beatles che inserirono in repertorio le sue "Soldier of Love", "A Shot of Rhythm and Blues", "Where Have You Been" (di cui esistono registrazioni live ad Amburgo) e "Anna (go to him)" nel primo album "Please please me".
Il brano è anche nell'album "Thunderbox" degli Humble Pie.

“We wanted to sound like Arthur Alexander". (Paul McCartney).

Nel 1964 furono i Rolling Stones a coverizzare la sua "You better move on" (poi ripresa anche da Hollies e Willy De Ville, tra i tanti).
Rifecero anche "Go home girl" ma non fu mai pubblicata.

"Burning love", uscita agli inizi del 1972 venne ripresa da Elvis Presley qualche mese dopo e portata al secondo posto delle charts americane.

Scrisse "Every day I havve to cry" nel 1962 per Steve Alaimo che venne poi registrata anche da Ike & Tina Turner e Bee Gees e che lui incise solo nel 1975.

Nel 1988, Bob Dylan incide "Sally Sue Brown", suo singolo d'esordio del 1960, nell'album "Down in the groove".

"If It's Really Got To Be This Way", dal suo ultimo album del 1992, "Lonely Just Like Me", è stata coverizzata successivamente da Robert Plant e contiene anche "Johnny's heartbreak" che fu composta con Otis Redding che ne registrò una versione, uscita nel 1970.
I due avevano previsto un tour insieme ma la morte di Otis fece svanire il progetto.

Un infarto lo porta via nel 1993 a 53 anni.

lunedì, giugno 20, 2022

Obou


La tanto bistrattata "televisione" offre sempre, avendo la pazienza di cercare le cose, spunti di riflessione e scoperte altrimenti impossibili da trovare nel "web-dove-c'é-tutto".

Nella trasmissione di Rai5 Y AFRICA ho trovato OBOU, artista ivoriano, che mi ha letteralmente conquistato.

"La mia arte è figlia della cultura del mio popolo e della crisi della regione in cui sono cresciuto...ero giovanissimo e ho visto troppe atrocità e cose brutte. Una grande fonte di ispirazione per me è la cultura del mio popolo".

https://www.facebook.com/Peintre-Obou-247641368935838/

https://www.raiplay.it/video/2021/02/YAfrica---E7-4f1cddfa-e2a5-4ace-ac5a-d0d178828219.html

sabato, giugno 18, 2022

Beatles Days


Rock around the Book-Alta Val Tidone(PC) prosegue nel weekend con i BEATLES DAYS, con concerti, libri, mostre oltre al cibo e il vino dell'Alta Val Tidone ad allietare il tutto.

Sabato e domenica a TREVOZZO (Piacenza).

https://www.facebook.com/groups/647206386524037/

venerdì, giugno 17, 2022

I 10 centesimi di Frank Sinatra


L'8 dicembre 1963 il diciannovenne figlio di FRANK SINATRA, Frank Sinatra Jr, fu rapito da tre malviventi. Frank pagò 240.000 dollari di riscatto (l'equivalente odierno di oltre 2 milioni di dollari) e il ragazzo rilasciato dopo due giorni in buone condizioni.
I rapitori vennero catturati poco dopo e subirono lunghe condanne, pur scontandone solo una parte.

Le trattative vennero condotte attraverso un telefono pubblico.
Frank Sinatra era così preoccupato da ritrovarsi senza moneta necessaria a una telefonata che per tutta la vita portò sempre 10 centesimi nel portafoglio e volle essere seppellito con la moneta.
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