giovedì, luglio 19, 2018

Osanna dal vivo



OSANNA a Piacenza "Palazzo Farnese" 17 luglio 2018

Torrenziale concerto per la band partenopea.
Un tiro incredibile, tecnica smisurata, potenza sonora che si accompagna senza problemi a raffinatezze di ogni tipo.
Una musica totale che in un contesto palesemente prog abbraccia jazz, rock, hard, canzone d'autore, sonorità mediterranee, tradizione napoletana, perfino reggae.
Spettacolare la riproposizione della colonna sonora del film "Calibro 9", con musiche di Luis Bacalov e commovente omaggio finale a Francesco Di Giacomo del Banco con incluasa citazione di "Luglio, agosto..." degli Area.
Impressionanti !

mercoledì, luglio 18, 2018

Young gifted and black



I cambiamenti nelle (sotto)culture sono lunghi e progressivi.
Ma ci sono momenti topici, attimi in cui un gesto sembra possa mutare il tutto.

Un DJ nero che lavorava nei club frequentati da skinheads e rude boys che ballavano SKA e REGGAE insieme ricorda:

"Quando suonavo "Young, gifted and black" di BOB AND MARCIA, tutti gli skinheads la cantavano come "Young, gifted and white" ed erano soliti tagliare i fili delle casse così facevamo a cazzotti e i bianchi incominciarono ad avvicinarsi sempre di meno a noi".

"Young gifted and black" era un brano composto da Nina Simone nel 1969 e ripresa nel 1970 dal duo giamaicano Mike and Marcia in versione rocksteady (anche da Aretha Franklin, gli Heptones, Donny Hathaway).

I movimenti per i diritti dei neri di fine 60's avevano fatto presa anche su molti giamaicani (che avevano avuto l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1962) che incominciarono ad avvicinarsi al Rastafarianesimo che prevedeva il ritorno dei neri all'Africa degli avi.
Accentuando così l'allontanamento dai coetanei bianchi.

BOB AND MARCIA
https://www.youtube.com/watch?v=vF67IBYVPUU

NINA SIMONE
https://www.youtube.com/watch?v=_hdVFiANBTk

ARETHA FRANKLIN
https://www.youtube.com/watch?v=Thold1jasfs

martedì, luglio 17, 2018

Yoko Ono, Donna e Artista



ARTICOLO PUBBLICATO DAL QUOTIDIANO "LIBERTA'" il 15 luglio 2018

"E' l'artista sconosciuta più famosa del mondo.
Tutti sanno il suo nome ma nessuno sa cosa faccia"

(John Lennon)

E Yoko Ono è stata anche la più odiata. Per decenni derisa, insultata, bastonata (artisticamente e verbalmente), ritenuta la responsabile della fine dei Beatles (tesi sempre ampiamente smentita da ognuno di loro). Un odio gratuito e sguaiato, che anticipa di molto quello all'ordine del giorno sui social attuali.

Un linciaggio insensato per un'Artista totale, d'avanguardia, sperimentale, provocatoria, raramente comprensibile per i canoni abituali dell'appassionato rock.
Ma critici, appassionati, ascoltatori non le hanno mai perdonato nulla. Anche se non aveva niente da farsi perdonare. Non le hanno perdonato di essere una Donna, con la maiuscola, che non si accontentava di stare al fianco della rockstar, all'ombra, senza “disturbare” l'estro del “genio”. Non le hanno perdonato di avere una personalità a 360 gradi in grado di coprire tutto lo scibile dell'arte. Nè di non essere avvenente come ci si sarebbe aspettato di vedere al fianco di uno che poteva avere le donne più belle del mondo (probabilmente tutte le donne del mondo).
E infine, non dimentichiamolo, è orientale e “io non sono razzista ma”.... John Lennon lo sapeva bene e lo aveva preconizzato in uno dei brani più particolari dei Beatles, significativamente intitolato, “The ballad of John and Yoko” e pubblicato come singolo nel 1969 (registrato interamente dai soli Paul e John) nel cui ritornello dice esplicitamente “da come vanno le cose mi crocifiggeranno”.

La storia di Yoko Ono è già di per sé un vero e proprio romanzo. Nasce nel 1933 da una famiglia ricchissima con discendenze imperiali ma trascorre un'infanzia, seppur dorata, caratterizzata da un rapporto anaffettivo da parte dei genitori. L'arrivo della seconda guerra mondiale costringe il padre ad espatriare, viene dato per disperso e per Yoko e la madre incomincia un durissimo periodo di assoluta povertà, in un paese di campagna, dove vengono emarginati e derisi a causa della loro provenienza agiata vivendo a lungo di elemosina. Il padre in realtà si salva dall'orrore della guerra, torna e rimette in sesto famiglia e averi. Di lì a poco Yoko sarà la prima donna giapponese ad essere ammessa alla prestigiosa università Gakushuin di Tokyo, dividendo gli studi con i figli dell'imperatore. Negli anni 50, mentre i coetanei si appassionano al rock 'n' roll, lei si dedica all'ascolto di musica d'avanguardia come quella di Stockhausen, John Cage, Edgar Varese, si avvicina all'arte sperimentale, entra nel collettivo Fluxus, si trasferisce a New York dove si sposa con un gallerista e incomincia a lavorare come artista concettuale.

Ma il matrimonio fallisce e la carriera artistica non decolla e ciò la sprofonda nella depressione più cupa, tenta il suicidio, viene ricoverata in un ospedale psichiatrico.
Da cui viene “salvata” da uno studente d'arte americano Anthony Cox, interessato alle sue opere. I due si sposano nel 1962 e dal legame nasce la figlia Kyoko.
Yoko Ono affida al marito il compito di crescere e accudire la neonata per continuare a dedicarsi alla sua carriera artistica. Che frutta il suo primo e unico libro, “Grapefruit”, e uno dei suoi happening più famosi, il provocatorio e estremo “Cut piece” in cui, seduta immobile su un palco, lascia che il pubblico le tagli, con una forbice, i vestiti che indossa, restando con lo sguardo fisso nel vuoto.

Nel 1966 Yoko è a Londra per un'esibizione, la “Unfinished paintings and objects” (dipinti e oggetti non terminati). Tra le opere “Hammer nail in” (pianta un chiodo). Quando entra John Lennon, Yoko non conosce chi sia questo personaggio (noto invece nel resto del mondo), né John ha la benchè minima idea di chi possa essere questa stramba artista giapponese. L'opera consiste nell'invitare il pubblico a piantare un chiodo in una tela vuota. Quando John chiede di farlo lei gli chiede cinque scellini. Gli straricchi Beatles, ai tempi, avevano sempre qualcuno che pagava loro ogni tipo di spesa e soddisfaceva qualsiasi richiesta, di conseguenza non avevano mai con sé né portafoglio né soldi. John allora replica: “Ti darò cinque scellini immaginari se mi fai piantare un chiodo immaginario”.

Yoko capisce che c'è qualcuno che comprende (più o meno consapevolmente) il suo linguaggio visionario.
Inizia da qui una delle storie più importanti e famose della storia del “pop”. Di lì a poco i due diventeranno inseparabili. Nel frattempo Yoko perde Kyoko.
Il padre Cox sparisce con la figlia, diventa irreperibile.
Yoko, supportata dal potere (non solo economico) di John farà l'impossibile per ritrovarla ma ci riuscirà solo anni e anni dopo (si scoprirà che è cresciuta in una setta in una zona rurale degli Stati Uniti, lontana dal mondo). I contatti saranno sporadici e solo quando Kyoko diventerà madre ricucirà qualche rapporto con Yoko. La Ono diventa l'ombra di John, è sempre presente in ogni apparizione pubblica, in ogni momento della vita del chitarrista, in ogni seduta di registrazione dei Beatles. All'inizio tollerata (Paul la considera “il gusto del mese” di John) poi guardata sempre più con fastidio.
E' l'unica al di fuori dei quattro a cantare una strofa in un brano dei Beatles, “The continuing story of Bungalow Bill” dal “White Album” del 1968, John la vuole con sé in alcune session fotografiche del gruppo, lei lo consiglia, lo coinvolge in tre album totalmente sperimentali come “Two virgins”, “Life with lions”, “The wedding album” e in happening provocatori e particolari (come il famoso “Bed In” in cui si fanno intervistare e riprendere mentre sono a letto o l'invio di una ghianda con lettera d'accompagnamento a tutti i leader del mondo in segno di pace. Gli americani faranno esplodere la busta per paura di un attentato. Più simbolico di così...).

E alla fine i Beatles si sciolgono.

Yoko diventa il capro espiatorio, il motivo per cui la band si è scissa. In realtà, per quanto talvolta non ci fosse una simpatia reciproca, Paul, George e Ringo hanno sempre chiarito che la fine dei Beatles dipendeva solamente da problemi ormai insormontabili che sussistevano già da tempo nella band e che il gruppo era sostanzialmente alla fine (basti pensare che al matrimonio di Paul con Linda Eastman, alla fine del 1968, nessuno degli altri tre Beatles fu invitato).
Il loro legame durerà ancora dieci anni, fino a quel maledetto 8 dicembre 1980 in cui un folle metterà fine alla vita di John.

La ballata di John e Yoko proseguirà attraverso album condivisi, la nascita di Sean Ono Lennon (che è diventato un valente compositore e musicista e che collabora sempre con la madre), nuove opere artistiche e discografiche soliste e una crisi che li allontana, per decisione comune e reciproca, per un certo periodo. Si ritroveranno e ameranno ancora di più. Dopo la morte di John, Yoko Ono continua a lavorare artisticamente e sempre in modo provocatorio (vedi la copertina del suo album “Season of glass” dove compaiono gli occhiali insanguinati che John portava la sera dell'omicidio) ma è interessante sottolineare come, con il trascorrere del tempo, le nuove generazioni si siano appassionate alla sua musica e alla sua arte, incuranti di squallide storie di vecchi tromboni ancora intenti a speculare sul suo ruolo nella fine dei Beatles. Gruppi dell'alternativa rock come i Sonic Youth le rendono omaggio, DJ affermati remixano i suoi brani, lei non ha paura a collaborare, anche ultra ottantenne, a nuove esperienze (quando potrebbe tranquillamente crogiolarsi nell'immensa fortuna lasciatagli dal marito). Yoko Ono, un'Artista, una Donna.

lunedì, luglio 16, 2018

Mondiali di calcio 2018: le pagelle



ORGANIZZAZIONE: 10
Perfetta, direi. Stadi sempre pieni, curati, puliti, nessun incidente (nonostante tifoserie notoriamente agitate).

SPETTACOLO: 7
Niente di eccezionale ma mi sono divertito.
Molte belle partite, tanti gol, agonismo anche quando non c'erano obiettivi da raggiungere.

ARBITRAGGI: 7
Pochi gli errori clamorosi e favoritismi (spesso plateali in certe edizioni).

FORMULA: ?
Agli ottavi 10 europee, 4 sudamericane, 1 centroamericana, 1 asiatica. Africa ancora una volta volonterosa etc etc ma non pervenuta.

FRANCIA: 9
Ha vinto, con abbastanza merito.

CROAZIA: 8
Tanti talenti e un po' di fortuna.

INGHILTERRA e BELGIO: 7
Sono arrivate ad un passo dalla finale, buone squadre, gli inglesi con tanti giovani.

SVEZIA, URUGUAY, MESSICO, COLOMBIA, PORTOGALLO, RUSSIA, IRAN, SERBIA, SENEGAL: 6
Un discreto mondiale, con un pizzico di fortuna in più poteva andare meglio.

BRASILE, SPAGNA, GERMANIA, ARGENTINA: 4
Partite per vincere, volate fuori...

ITALIA: 10
Saremmo andati con la Nazionale di Ventura e tornati a casa dopo tre partite. Meglio così.

GIOCATORI CHE FANNO GESTI POLITICI O PARLANO DI POLITICA: 0
Xakha, Shaquiri, Vida

GIOCATORI CHE FANNO SCENE RIDICOLE: 0
Neymar

sabato, luglio 14, 2018

Libertà, Mods, Gil, Radiocoop



Domani sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti nella rubrica "La Musica Ribelle" parlo di YOKO ONO.
Nella foto il numero precedente.





Lunedì alle 21 all'ex Macello di Fiorenzuola d'Arda (Piacenza):
Presentazione del libro su Gil Scott Heron, con Emiliano Raffo (seguirà concerto di Egle Sommacal dei Massimo Volume), all'interno del Festival Dal Mississippi al Po.

Per novembre sto preparando un tour che da Piacenza arriverà a Palermo.
Chiunque sia interessato a trovare una data (pomeridiana o serale, in libreria o circoli, locali, associazioni) mi scriva
.



Domenica 22 luglio a LA SPEZIA (https://www.facebook.com/events/2120625001514516/) torna lo spettacolo MODS con Alex Loggia !!!!



Sul sito di RadioCoop (www.radiocoop.it) ogni lunedì va in onda il TG musicale "3 minuti con RadioCoop" condotto da me, Carlo Maffini e Paolo Muzio.

venerdì, luglio 13, 2018

Bournemouth 1968: rivoluzione nel tennis



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
I precedenti post qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/50%20anni%20dal%201968

A cura di ALBERTO GALLETTI

Cinquant’anni dal 1968 e cinquant’anni dal cambiamento più epocale che abbia mai riguardato la storia del tennis:
l’inizio dell’era ‘open’ ovvero la legalizzazione del professionismo nei più importanti tornei mondiali.

Lo sport, attività molto importante nella Gran Bretagna degli anni 60, così come in quella di oggi, era impostato secondo canoni assai rigidi e tradizionalisti che ne facevano, nonostante il chiaro scopo di divertimento e svago, una delle attività più conformiste della società britannica.

Il gioco praticato era altresì specchio della classe di appartenenza, secondo la rigida impostazione dell’epoca.
Si andava dal calcio che già da fine ottocento aveva approvato il professionismo sotto la spinta delle squadre del nord-ovest industrializzato dove aveva attecchito rapidamente tra le masse working-class che vedevano in esso, oltre all’ovvio divertimento, una via di fuga dalla vita in miniera o in fabbrica, al rugby dove il ferreo dilettantismo imperava ma che subì, più o meno allo stesso tempo, una scissione che produsse due giochi differenti: il rugby league (o rugby a XII), professionista, sempre nel nord operaio in cui i giocatori, e i sostenitori, erano esclusivamente appartenenti alla working class di Lancashire e Yorkshire e il Rugby Union, quello tradizionale a XV giocatori, che rimase appannaggio delle classi alte i cui rampolli lo praticavano dalle public schools, ai reggimenti militari, da Oxford a Cambridge via via fino agli austeri clubs del sud dell’Inghilterra , feudi incrollabili del dilettantismo.

Situazione anomala invece per l’anomalo cricket, troppo importante per l’identità nazionale e per l’alta società inglese, in cui le due anime, professionistiche e non, convissero per ben più di un secolo in un singolare regime di apartheid in cui i professionisti, chiamati ‘the players’, venivano discriminati dai non professionisti, i ‘gentlemen’, incarnazione giocante delle upper-classes che non avevano bisogno di sporcarsi le mani e infangarsi l’onore lavorando ne tantomeno giocando a cricket.
Persino il modo di scrivere il nome dei giocatori era discriminato: per i gentlemen prima le iniziali dei nomi quindi il cognome, viceversa per i professionisti.
Curioso e divertente, leggendo le formazioni delle squadre si riusciva a capire chi era professionista e chi no.
Tutte queste discriminazioni sociali non impedivano comunque ad entrambe le categorie di giocare insieme per le rispettive Contee o per l’Inghilterra.
La questione veniva poi regolata annualmente fin dal 1806 presso il prestigioso ed onnipotente Marylebone Cricket Club, sul cui campo si giocava almeno una delle due partite annuali Gentlemen v. The Players, tradizione tristemente abolita insieme alla discriminazione nel 1962.

Rimaneva il tennis che, come e più del cricket, era ad uso e consumo esclusivo delle upper-classes, vuoi per l’eleganza intrinseca del gioco, vuoi per l’esclusività dei club che ne custodivano e mantenevano i campi da gioco, vuoi forse perché le classi inferiori non erano più di tanto attirate da un gioco simile, troppo perbenino.
Ad ogni modo i tennisti partecipanti ai principali tornei dovevano essere categoricamente dilettanti, nessuno di loro poteva percepire premi in denaro quale ricompensa per la vittoria o piazzamento dei tornei, essere pagati dalle rispettive federtennis alle quali dovevano essere obbligatoriamente affiliati o percepire ad alcun titolo somme di denaro per le rispettive attività tennistiche, unica eccezione ammessa i rimborsi per le spese di viaggio documentate e certificate da organizzatori e federazioni.
Chiaro che con questi requisiti il tennis, già molto poco popolare tra la classe lavoratrice, divenne per quest’ultima quasi impossibile da praticare.

Il circuito tennistico si sviluppò principalmente nell’Impero Britannico, negli Stati Uniti e, in misura minore, in Francia.
Gestito da esclusivi e signorili club quali The All England Lawn Tennis Club e similari, dotati di curatissimi campi in erba e organizzatori di tornei fin dal principio.
Nacquero così il Torneo di Wimbledon, per gli affezionati semplicemente The Championship, nel 1877, il US National Championship, oggi noto come US Open nel 1881 sull’erba del Casino di Newport nel Rhode Island, dove rimarrà fino al 1915, il Championnat de France nel 1891 e l’Australasian Championship a Melbourne nel 1905, che sostituiva un torneo risalente al 1880 noto come The Championship of the Colony of Victoria, insieme a questi fiorirono altri tornei un po ovunque, tipo il Carlton Club d Cannes o il Queen’s Club di Londra, ma furono i primi quattro, a partire dagli anni 20, a venir raggruppati in un insieme chiamato Grand Slam.
I migliori giocatori cominciarono a parteciparvi assiduamente, lo status di dilettanti assolutamente basilare. Già da quel decennio comunque, il professionismo si stava diffondendo sempre più tra i tennisti, clamoroso il caso di Suzanne Lenglen, che accettò un contratto da 75.000 dollari nel 1926 per giocare una serie di incontri negli Stati Uniti, che le costò l’automatica estromissione dai quattro tornei del Grand Slam , da parecchi altri tornei.
La giocatrice francese fu senz’altro pioniere del professionismo e ben presto fu imitata da parecchi altri tennisti, spesso i migliori che, infischiandosene del Grand Slam e della Coppa Davis, sottoscrissero contratti professionistici assai remunerativi. Continuavano con il dilettantismo i figli delle upper classes.

Questo portò anche al non secondario aspetto che ai tornei del Grand Slam i migliori non partecipassero quasi mai, se non agli esordi, prima di sottoscrivere contratti professionistici.
Nel dopoguerra cominciarono a diffondersi pagamenti sottobanco o camuffati in vario modo da rimborsi spese, assai generosi, accordati ai dilettanti dagli organizzatori.
La cosa ben nota esplose fragorosamente nel 1960 quando la Federazione Internazionale del Tennis fu posta sotto pressione e costretta a votare per la legalizzazione del professionismo, votazione che comunque non ottenne la maggioranza dei voti. L’attività proseguì tra accuse, ripicche, squalifiche, pagamenti illeciti e campioni che abbandonavano la scena principale attratti dal professionismo quali Rod Laver il grande australiano che, dopo aver vinto a Wimbledon nel 1961 e 1962, anno in cui si aggiudicò tutti i quattro titoli del Grand Slam, passò al professionismo.
Laver aveva abbandonato la scuola da ragazzino per inseguire il suo sogno di diventare un grande tennista e si vedeva ora, all’età di 22 anni e miglior giocatore al mondo, impossibilitato a guadagnare esercitando lo sport che amava e nel quale eccelleva.
E’ pur vero che era ben conscio di come funzionavano le cose fin dal principio ma la sua estromissione, insieme a quella di altri grandi quali Rosenwall, Gonzales, Hoad e altri si inserì in uno scenario di turbolenze, malcontento e ribellioni che cominciavano a serpeggiare al di sotto dell’estabilishment in quei primi anni 60, anni che avrebbero visto cambiamenti e stravolgimenti un po ovunque. Per il momento comunque i professionisti venivano buttati fuori e la porta chiusa dall’interno a doppia mandata.

La situazione non era comunque destinata a durare e la causa scatenante non fu da ricercare tra i ‘traditori’ professionisti ma tra i ben più subdoli dilettanti che pur non essendo ‘tecnicamente’ professionisti percepivano stipendi, ma spesso molto di più, in nero o apertamente dagli organizzatori di tornei o dalle loro stesse federazioni, cifre rilevanti, ascritte al capitolo ‘spese’.
La pratica non era però seguita dalla Federazione Britannica che tramite Derek Penman, prese posizione pubblicamente dichiarando: “ Gli inglesi sono stanchi di questa piaga che affligge il tennis di alto livello.
Questi dilettanti nient’altro sono se non ‘shamateurs’ (solito azzeccatissimo gioco di parole all’inglese che combina insieme shame: vergogna, con amateurs: dilettanti, per una sintesi lessicale al solito efficacissima nonchè dall’alto potenziale sarcastico-dispregiativo) . Tutti sappiamo che costoro contrattano, e ottengono, ingaggi esorbitanti fatti passare sotto forma di rimborsi spese dagli importi scandalosi. Dobbiamo agire di nostra iniziativa (Federtennis Britannica) al fine di rendere il nostro gioco onesto e trasparente. Da troppo tempo ormai siamo governati da leggi dilettantesche anacronistiche e inapplicabili.”

Così fu.
La proposta, già respinta di poco nel 1960, fu votata a fine marzo e, con gli organizzatori di Wimbledon e US Championship già decisi all’apertura, Wimbledon addirittura ospitò un torneo solo per professionisti nel 1967 col chiaro intento di ‘spingere’ definitivamente la causa del professionismo, l’ International Lawn Tennis Federation sancì, per quell’anno l’apertura ai professionisti di dodici tornei, inclusi i quattro del Grande Slam, e la Coppa Davis cui potevano di nuovo partecipare.

Sebbene Wimbledon, Parigi e gli altri due tornei del Grande Slam rientrassero nel novero dei tornei ‘aperti’ (ai professionisti) ,da qui infatti si comincerà a parlare di US Open, French Open, Australian Open etc etc, toccò alla ben più modesta Bournemouth, sede del Campionato Britannico su Terra Battuta, l’onore di ospitare il primo torneo di tennis della storia aperto a giocatori professionsti. Il 22 aprile 1968, quasi novantun’anni dopo l’inizio del primo torneo a Wimbledon, si chiudeva l’era pioneristica del tennis e si apriva ufficialmente quella professionistica.
La rivoluzione, discussa, proposta, disprezzata, osteggiata ed infine agognata era durata poco meno di un mese.

Tornando al tennis giocato, il torneo di Bournemouth del 1968 fu un evento storico.
Presso la sede del West Hants Club, le due anime del tennis, separate per quasi un secolo, si fusero insieme, i professionisti e i dilettanti condivisero finalmente gli spogliatoi, i campi, la clubhouse, e ovviamente giocarono tutti lo stesso torneo.
Tra i professionisti iscritti ci furono Ken Rosenwall, Rod Laver, Pancho Gonzales, Roy Emerson, Fred Stolle e Andrés Gimeno.

Il torneo ebbe inizio lunedì 22 aprile 1968, alle ore 13:43 quando il dilettante John Clifton divenne il primo tennista a servire nell’era open e anche il primo ad aggiudicarsi un punto; il primo ad aggiudicarsi un incontro fu il suo avversario, il professionista australiano Owen Davidson, ironicamente suo allenatore/istruttore.
Lo sport, si sa, spesso è un copione non scritto e la prima grossa sorpresa non tardò ad arrivare quando, al secondo turno, l’inglese Mark Cox divenne il primo dilettante a sconfiggere un professionista battendo l’ex n.1 al mondo, l’ormai quasi quarantenne Pancho Gonzales, per 0-6, 6-2, 2-6, 6-3, 6-3 dopo un inizio disastroso. Cox, al tempo neolaureato a Cambridge e buon giocatore per diletto, ricorda come a quel tempo i dilettanti avessero solo da guadagnare e i professionisti tutto da perdere in situazioni del genere, cosa che puntualmente capitò a Gonzales che al culmine di uno dei giorni più neri della sua carriera, al rientro negli spogliatoi non riuscì neppure a far funzionare le docce a gettone e tornò furente a lavarsi in albergo, maledicendo l’Inghilterra e gli inglesi, episodio divertente nonché sintomatico di un epoca lontanissima dai lussi dei tornei attuali.
Cox continuò il suo ottimo torneo battendo Emerson prima di arrendersi in semifinale a Laver: alla lunga i professionisti uscirono fuori.
Per il suo cammino nel torneo, Cox si aggiudicò 50 sterline più un gettone di 4 sterline a vittoria, ufficialmente approvato dalla Federazione, mentre Ken Rosewall che vinse la finale su Laver se ne aggiudicò mille, probabilmente lo stesso Laver ne ebbe di più.
Ma per Cox era tutto normale: “ il bed & breakfast li vicino costava 10 scellini e 6 pence a notte, compresa una colazione completa, non male. Alla fine mi rimasero anche i soldi per tornare a casa”.

Laver e Rosewall riconobbero l’importanza del torneo, specialmente Laver che volle partecipare ad ogni costo anche in ottica Wimbledon, che poi puntualmente si aggiudicò.
Nonostante la sproporzione tra il rimborso spese di Cox e il primo premio per Rosewall, quest’ultimo si è sempre dichiarato sorpreso di quanto siano arrivati a guadagnare i tennisti di oggi in confronto a quelli di cinquant’anni fa, grazie proprio all’apertura del 1968, un anno che rimane rivoluzionario anche per il tennis.

giovedì, luglio 12, 2018

Bert Stern



BERT STERN è stato uno dei più famosi e importanti fotografi di moda (per "Vogue" in particolare) uno degli ultimi ad immortalare Marilyn Monroe, (a cui scatterà 2.571 foto all'hotel Bel-Air di Hollywood, pubblicate poi nel libro "Marilyn Monroe The Complete Last Sitting").

Fu fotografo anche nell'esercito americano in Giappone negli anni 50.
Sposò la ballerina Allegra Kent, da cui divorziò a causa della sua dipendenza dalle amfetamine.
E' stato il regista del film "Jazz in a summer day" sul Festival Jazz di Newport del 1958.
E' scomparso nel 2013 all'età di 84 anni.

http://www.bertsternmadman.com/

mercoledì, luglio 11, 2018

Fare niente



Dalla ricerca di Paul Corrigan del 1979 "The Smash street Kids".

La principale occupazione per i maschi della classe operaia è la ricerca di opzioni per trascorrere il tempo libero, l'arte dialettica del non far nulla.

Per la maggioranza dei kids il territorio di aggregazione è LA STRADA.
Non le romantiche e frenetiche strade del ghetto ma i pavimenti umidi di Wigan, Sheperd's Bush e Sunderland.
La principale occupazione in queste vie, la prima attività della sottocultura britannica è il FARE NIENTE, "DOING NOTHING"

L'elemento più importante del "fare niente" è il conversare, parlare, raccontarsi storie che non devono essere per forza reali o verosimili, ma quanto più interessanti possibili.
Si parla di calcio, dei rapporti sociali, non per divulgare idee ma per comunicare l'esperienza del chiacchierare.

Nel combattere la noia i ragazzi non scelgono la strada come incantevole spazio aggregativo ma come terreno in cui ci sono più possibilità che le cose si verifichino.

Altra componente del "fare niente " sono le risse...
legittimano l'etica del "fare niente" del sabato e non sono motivate da fattori territoriali o di gruppo....
Le risse sono solo qualcosa nel NULLA.

SPECIALS - Do Nothing
https://www.youtube.com/watch?v=hsXD8S0l-BE

Each day I walk along this lonely street
Trying to find, find a future
New pair of shoes are on my feet
Cause fashion is my only culture

Nothing ever change, oh no
Nothing ever change

People say to me just be yourself
It makes no sense to follow fashion
How could I be anybody else
I don't try, I've got no reason

Nothing ever change, oh no
Nothing ever change

I'm just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing
I'm just living in a life without feeling
I talk and talk, say nothing

Nothing ever change, oh no
Nothing ever change

I walk along this same old lonely street
Still trying to find, find a reason
Policeman comes and smacks me in the teeth
I don't complain, it's not my function

Nothing ever change, oh no
Nothing ever change

They're just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing
They're just playing in a life without thinking
They talk and talk, say nothing
I'm just living in a life without feeling
I walk and walk, I'm dreaming
I'm just living in a life without feeling
I talk and talk, say nothing
I'm just living in a life without meaning
I walk and walk, do nothing

martedì, luglio 10, 2018

Cile-Italia 2-0 - 2 giugno 1962



ALBERTO GALLETTI ci porta di nuovo nel magico mondo delle PARTITACCE.

Vista la mia recente propensione alle partitacce e il sempre crescente disinteresse per i mondiali, una parata di conformismo eupallico con rare punteggiature interessanti qua e la, comunque sempre lontano dal vertice, ritorno a quella che, più o meno, è considerata la peggior partita mai disputata ad un mondiale: protagonista, manco a dirlo, l’Italia.

Santiago del Cile 2 giugno 1962, Estadio Nacional, Cile e Italia si affrontano in un incontro valevole per la seconda giornata del gruppo 2.
I cileni, all’esordio, avevano liquidato l’arrendevole Svizzera con un secco 3-1, l’Italia veniva invece da uno 0-0 contro la Germania Ovest, in se non un brutto risultato, che però caricava questa partita di grandissima importanza; chiaro che una sconfitta avrebbe compromesso il cammino di entrambe, il Cile avrebbe dovuto poi affrontare i tedeschi, gli azzurri avrebbero dovuto battere la Svizzera e sperare in non so quale risultato favorevole nell’altra partita.

L’atmosfera intorno agli azzurri si era inoltre parecchio incattivita a causa di un paio di articoli di due giornalisti italiani inviati in Cile, uno Antonio Ghirelli, l’altro non ricordo, che pensarono bene di scrivere un resoconto sul Cile post-terremoto alquanto duro che non risparmiava le condizioni di vita dei cileni, dalla povertà diffusa, al sottosviluppo, all’arretratezza culturale giù giù fino alla prostituzione dilagante per le vie di Santiago, cosa che mandò in bestia i locali che reagirono montando una campagna stampa anti-italiana a tutta forza: due autentici geni in materia di comprensione delle circostanze e tempismo.
Tutto ciò, unitamente alla questione più prettamente calcistica riguardante due oriundi argentini (assi malvisti dai locali), Sivori e Maschio schierati dall’Italia, contribuì a creare un bell’ambientino quel giorno all’ Estadio Nacional, annunciato dal quotidiano nazionale col titolo di ‘Guerra Mundial!’, intriso di astio e acredine, combustibili ad alta infiammabilità pronti ad esplodere alla minima scintilla, valse per l’ambiente e per i giocatori cileni, pronti a tutto pur di regolare i conti con i maledetti italianos.

La partita fu una guerra, risse continue, provocazioni da una parte, prontamente raccolte dall’altra, sotto gli occhi di un arbitro, l’inglese Aston , probabilmente più cagasotto che corrotto e ribattezzata ‘la battaglia di Santiago’, rimane senz’altro la peggior cosa accaduta ad un mondiale.

Si comincia tra i fischi dell’invasato pubblico di casa che risponde così e con un ululare d insulti, al patetico tentativo italiano di riappacificare gli animi gettando omaggi floreali al pubblico, dopo gli exploit dei due novelli ‘Giovanni Verga’ inviati al seguito della squadra.

Fin dall’avvio interventi spaccagambe o mirati alla figura, il pallone è un optional.
Comunque Altafini al 4’ tira in bocca al portiere.
Poco dopo un intervento di Maschio su Rojas, sopraggiunge Ferrini che colpisce il cileno, ne nasce un parapiglia con Sanchez che finisce a terra, Aston a fatica fa riprendere il gioco.
Due minuti dopo Landa scalcia Ferrini da dietro, l’azzurro si gira e vibra un gran calcione che non va a segno, purtroppo per lui l’arbitro è a due passi e lo espelle. Si accende una rissa, Maschio si prende un pugno da Sanchez e rimedia la frattura del setto nasale, non essendoci sostituzioni dovrà continuare fino al termine. Aston questa non la vede perché è impegnato a cacciare dal terreno Ferrini che si rifiuta di uscire, intervengono i carabineros locali che, armati, persuadono il granata a levarsi di torno.
Lacrime di Ferrini carico oltre il livello di guardia, una po da coccodrillo a mio parere, vista la colossale stupidaggine dopo soli 7’ di partita, Brera suggerirà altro.
Aston sente i due guardalinee in merito a Sanchez, ma non prende provvedimenti, anni dopo confesserà che il guardalinee messicano lo aveva avvertito dei pugni di Sanchez (che poi colpì anche David), ma che non se la sentì di intervenire, ne di sospendere la partita, terrorizzato dalla folla invasata.

Così si prosegue, il Cile tiene palla e l’Italia stà in difesa, conclusioni pochissime: un tiro alto di Rojas e un colpo di testa di Altafini. Poi al 41’ Sanchez tiene palla vicino alla bandierina del corner in fase di attacco, lo chiude David, Sanchez nel tentativo di girarsi cade, David tira due o tre calci, credo non colpisca il pallone più di una volta, il cileno si rialza e lo colpisce con una manata in faccia, l’italiano crolla a terra.
Si accende un’altra rissa: gente in campo, dirigenti, riserve, allenatori, carabineros.
Aston non avendo visto bene decide di non intervenire.
Non segue il suo esempio David che tre minuti dopo , mentre Sanchez si appresta a controllare uno spiovente, entra in spaccata alta sul cileno, colpendolo alla testa/clavicola facendolo stramazzare a terra, altro nugolo di giocatori sull’arbitro e David espulso, un tiro di Robotti, facile preda del portiere cileno chiude la prima frazione di gioco.

Nel secondo tempo il Cile, con due uomini in più parte subito a testa bassa e va alla conclusione tre volte nel primo quarto d’ora. Altro rude intervento su Mora, stavolta di Rojas, Aston lascia correre. Solo Cile adesso che forza il ritmo e passa sugli sviluppi di una punizione spiovente che Ramirez infila di testa alle spalle di Mattrel, quindi un gol del Cile annullato per fuorigioco (coraggiosissima la terna) e altre occasioni per i padroni di casa poi, al 85’, Mora salta due avversari in dribbling ma il secondo, Toro, lo placcca modello rugby, i due ruzzolano a terra colpendosi a vicenda, Aston è li, interviene per separarli ed incredibilmente non espelle il cileno.

A tempo scaduto proprio Toro indovina un gran tiro da fuori area che fa secco Mattrel infilandosi all’angolino.
Si chiude con un’intervento di Eyzaguirre su Mora che genera un’altra zuffa ma a questo punto l’esasperato Aston manda tutti negli spogliatoi.

Anni dopo Ken Aston fermo ad un semaforo rosso a Kensington, Londra, all’apparire della luce verde ebbe un’intuizione: ripensando a quella partita a Santiago anni addietro, ebbe l’intuizione di introdurre dei cartellini colorati per sanzionare disciplinarmente i giocatori: giallo per le ammonizioni, che prima si limitavano ad un’annotazione sul taccuino e rosso per l’espulsione, così da evitare il caos se si fossero di nuovo verificate situazioni del genere, ripetute quattro anni dopo quando il capitano argentino Rattin si rifiutò di uscire dal campo, espulso, nella partita contro gli inglesi.

COPPA RIMET VII EDIZIONE
Santiago del Cile, Estadio Nacional de Chile,2 giugno 1962.

2° giornata – Gruppo 2
Cile 2-0 Italia

CILE: Escuti, Eyzaguirre, Navarro, Contreras, R. Sánchez, Rojas, Ramírez, Toro, Landa, Fouilloux, L. Sánchez. ALLENATORE: Riera.
ITALIA: Mattrel, David, Robotti, Tumburus, Janich, Salvadore, Mora, Maschio, Altafini, Ferrini, Menichelli. ALLENATORI: Ferrari e Mazza.
ARBITRO: Aston (Inghilterra).
GOL: 74’ Ramirez, 88′ Toro.
ESPULSI: 8′ Ferrini, 41′ David.

domenica, luglio 08, 2018

Lust for life



https://www.youtube.com/watch?v=jQvUBf5l7Vw

Composta da David Bowie (la musica, su un ukulele...) e da Iggy Pop (le parole), diede il titolo all'omonimo album del 1977 di IGGY POP.

Brano diventato famoso solo successivamente quando fu inserito nella colonna so nora del film "Trainspotting".

Il JOHNNY YEN che arriva con "liquor and drugs and flesh machines" è stato identificato in uno spacciatore omosessuale che portava a Iggy varie sostanze e aveva con sè anche vari vibratori.
Era chiamato Gipsy Johnny.
Lo "yen" deriva da come William Burroughs descriveva la voglia di eroina (testimonianza di Ray Manzarek che sottolinea come il riff sia stato preso da "Touch me" dei Doors https://www.youtube.com/watch?v=U6bRukfcUf0).

Il tempo della batteria è tipicamente Motown (vedi Martha and the Vandellas "I'm ready for love": https://www.youtube.com/watch?v=7HlEt4XJVFA e Diana Ross and the Supremes "You can't hurry love": https://www.youtube.com/watch?v=fQ7uXX9K7Sk

Il brano è stato ripreso live da Johnny Marr (con Noel Gallagher) : https://www.youtube.com/watch?v=DLC0iQgFo7M
da Tom Jones e i Pretenders: https://www.youtube.com/watch?v=I6iuXtFagpQ
Dai Motley Crue: https://www.youtube.com/watch?v=8Q9eLACBZmw
Dagli Smithereens: https://www.youtube.com/watch?v=hBdXFJi8dRw
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