lunedì, maggio 25, 2015

La scritta The Clash di via Trebbiola a Piacenza



Questa scritta è in un androne di un palazzo di via Trebbiola, storica strada in centro a Piacenza.
E' lì dal 1980 ed ancora resiste con il suo antico messaggio.
E' l'ultima di quelle con cui tappezzavamo la città, per lasciare il segno di una "presenza", un attestato di esistenza.
Nel 2015 una scritta simile non ha più alcun significato, è vuota, ma alla fine degli anni '70, inizi anni 80, era importante, distintivo, un richiamo per chi condivideva anche vagamente i nostri gusti e, di conseguenza, la nostra identità.
Se nel 1980 ti piacevano i Clash voleva dire che stavi da una parte ben precisa e il fatto di scriverlo su un muro era come squarciare la montagna dell'omologazione.
Voleva dire: NOI CI SIAMO.
In tempi di nuova omologazione e di ribellione sopita, in cui tutto deve essere lindo, pulito, ordinato, la scritta The Clash di via Trebbiola resiste ancora, dopo 35 anni.
E ogni volta che la vedo mi rincuora.

domenica, maggio 24, 2015

Pyramiden



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia o comunque estremi.
I precedenti post
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Pyramiden, ex avanposto minerario sovietico si trova sull’isola norvegese di Spitsbergen nell’arcipelago delle Svalbard in pieno oceano Artico, appena 1300 km a sud del Polo Nord.
A causa della forma piramidale della montagna che sorge alle sue spalle, la città venne chiamata Piramide dal gruppo di minatori svedesi che la fondò nel 1910.
La città fu venduta nel 1927 all’Unione Sovietica che ne sfruttò le miniere di carbone fino al 1991. Venne abbandonata definitivamente nel 1998 a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’interruzione dei sussidi alle popolazioni residenti.
Gli edifici sono ancora perfettamente conservati, grazie alle temperature gelide. C'è chi sostiene che potrebbe essere l’ultima città a deteriorarsi sulla faccia della terra.
Pyramiden è attualmente in fase di nuovo sviluppo per accogliere i turisti. Dal 2013 sono circa 30 le persone che vivono qui a turno per mantenere attivo l'insediamento, sono stati aperti un hotel, un piccolo museo, una caffetteria.
L’unico abitante permanente si chiama Vladimir Prokofiev, 33 anni, guida turistica.
Unico modo per raggiungere la città: barca o motoslitta. A Pyramiden sorge il monumento di Lenin più a nord del mondo.

venerdì, maggio 22, 2015

Riccardo Fogli - Matteo



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che... Dopo Masini, Ringo Starr, il secondo dei Jam, "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, Arcana e Power Station, "Mc Vicar" di Roger Daltrey, "Parsifal" dei Pooh, "Solo" di Claudio Baglioni, "Bella e strega" di Drupi, l'esordio dei Matia Bazar e quello di Renato Zero del 1973, i due album swing di Johnny Dorelli, l'unico dei Luna Pop," I mali del secolo" di Celentano, "Incognito" di Amanda Lear, "Masters" di Rita Pavone, Julian Lennon, Mimmo Cavallo con "Siamo meridionali"e i primi due album dei La Bionda di inizio 70's, il nuovo album dei Bastard Son of Dioniso, "Black and blue" dei Rolling Stones, Maurizio Arcieri e al suo album "prog" del 1973 "Trasparenze", Gianni Morandi e "Il mondo di frutta candita", il terzo album degli Abba, "666"degli Aphrodite's Child, la riscoperta di Gianni Leone in arte Leonero, il secondo album di Gianluca Grignani, Donatella Rettore e il suo "Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide", Alex Britti e "It.Pop", le colonne sonore di Nico Fidenco , il primo album solista dell'e Monkees, Davy Jones, Mike McGear (fratello di Paul McCartney), Joe Perrino, il ritorno di Gino Santercole, l'album del 1969 di Johnny Hallyday con gli Small Faces, la svolta pop della PFM, gli esordi degli Earth Wind and Fire e quelli degli UFO, e l'ultimo di Jovanotti, uno dei primi lavori di Bruno Lauzi, l'album prog del 1972 dei DIK DIK, oggi un insospettabile per eccellenza, quel RICCARDO FOGLI che nel 1979 compose un'opera rock progressive pop piuttosto interessante.

Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili

Lasciati i Pooh nel 1973, la carriera solista di RICCARDO FOGLI non è stata costellata da episodi artisticamente memorabili anche se il successo non gli è mai mancato e quando la popolarità è scesa dalle nostre parti ne ha trovato in abbondanza nei paesi dell’Est dove è tutt'ora un'icona (è stato ospite speciale nella festa per l'"indipendenza" della Crimea).

In mezzo a dischi super commerciali e ultra melodici, nel 1979 si buttò in un progetto assolutamente anomalo e fuori tempo massimo: un’opera rock di stampo prog, interamente composta da Fogli e prodotta con Marcello Aitiani, prontamente rifiutata dall’etichetta che intuì il prevedibile fiasco di vendite...

Il concept album narra la vita di un uomo ripresa al contrario, dalla morte alla nascita, adattando  in musica "Il Curioso Caso Di Benjamin Button" di Fitzgerald.
Per ascoltare “Matteo” bisognerà attendere il 1999 quando la rivista specializzata "Raro!" pubblica in tiratura limitata (1000 copie) la versione rimasterizzata in CD.
L’album, pur indulgendo spesso in melodie palesemente “facili”, è una sopresa continua, passando da brani proto ambient (alla Vangelis) a momenti di rock melodico, tra Procol Harum e Aphrodite’s Child, a episodi che sembrano avvicinarsi ai primi Yes, alle Orme, con arrangiamenti vocali Beatlesiani.
C’è perfino un potentissimo riff hard psych all’inizio di “No mio Dio” che poi prosegue come una versione nostrana dei Genesis.
Un album particolarissimo, originale nell’assemblare una serie di influenze inusuali, molto ben realizzato, a cui vale la pena dare un ascolto.

giovedì, maggio 21, 2015

Siamo dei Johnny Ramone o dei Joe Strummer ?



ANTONIO ROMANO ci regala un altro grande pezzo.
I precedenti articoli di Antonio Romano sono qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Antonio%20Romano

Parto un po’ decentrato rispetto al cuore di questa mia riflessione. Ricordo che, quando lessi per la prima volta, sette anni fa, “Uscito vivo dagli anni 80”, uno degli aneddoti raccontati da Tony che più mi sono rimasti impressi, e che ancora oggi mi rimbalza in testa nei momenti di riflessione, è il suo incontro a Londra con Joe Strummer. Quello che mi ha colpito non è stato tanto il fatto, di per sé straordinario, che Joe avesse invitato a bere con lui un ragazzetto italiano che lo aveva incrociato casualmente di notte per strada, quanto il fatto che quel ragazzetto italiano, fieramente mod, avesse provato quasi imbarazzo, al cospetto di Joe, per le toppe northern soul che aveva cucite sul parka (ora non ho il libro sotto mano, però ricordo distintamente che Tony usa l’espressione “amenità northern soul”).

La mia riflessione verte, dunque, proprio su questo:
quanto, noi che viviamo la musica in maniera così passionale e come stile di vita, riusciamo a bilanciare la nostra anima –permettetemi- conservatrice con l’aspetto –forse questa parola piacerà di più- rivoluzionario del rock’n’roll. Mi spiego: ascoltiamo ed amiamo tutti, per fare degli esempi generalissimi ma che potrebbero accomunarci, Muddy Waters, Elvis, gli Who, i Beatles, James Brown e tutti questi artisti metà morti e metà moribondi; ma, al contempo, ci riteniamo culturalmente “moderni” e progressisti. E quando ascoltiamo artisti a noi “contemporanei” prediligiamo quelli il cui sound e la cui estetica è ancorata o cita quegli altri: sempre mantenendomi vago, i Jam, i Buzzcocks, gli Specials, gli Smiths, gli Oasis e tutti quelli che vogliamo nominare.

Chi siamo quindi? Dei Johnny Ramone, musicalmente reazionari (ok, lui lo era anche politicamente) secondo cui con la fine degli anni ’70 ci sarebbe stata “the end of the Century”, o degli Joe Strummer, che affrontano la vita -e la musica, perché di questo stiamo parlando- all’assalto, con tanto di fazzoletto rosso-nero da guerrigliero Sandinista?
Johnny o Joe? Johnny Ramone è l’emblema del pop, di quello che Andy Warhol intendeva con quel concetto, americano fino all’osso, zero profondità perché non c’è tempo per sedersi a riflettere: è la lattina di Coca Cola che, la compri un barbone o il Presidente degli Stati Uniti, costa uguale ed è buona e fresca allo stesso modo. Joe Strummer incarna, invece, l’artista carismatico ma sensibile, è, senza svilire il senso del termine, il profeta, per dirla con i suoi Mescaleros, “global a go-go”, che da Londra parla a tutte le città del mondo: Joe è quello che si mise a piangere vedendo in tv il servizio sui bombardamenti in Iraq col sottofondo di “Rock the Casbah”.
E a me piace pensare di essere un po’ l’uno e un po’ l’altro. Tutti noi che stiamo leggendo il blog di Tony lo siamo, metà Johnny e metà Joe. Ma, badiamoci, non è una divisione netta, un aspetto non è alternativo all’altro od esclusivo dell’altro, non è una convivenza pacifica o pacificata tra le due tendenze dentro di noi, ma incorporiamo contraddittoriamente l’una e l’altra, contemporaneamente.
Siamo, cioè, esattamente come quelle foto dei primi anni 2000 in cui sono ritratti Johnny Ramone e Joe Strummer insieme: si, ci sono entrambi, uno accanto all’altro che sorridono cortesemente e si prestano all’obiettivo, ma quasi non si toccano, ognuno posa per i fatti suoi, Johnny con la sua tipica aria scazzata, Joe con la sua spavalderia un po’ goffa e quasi rassicurante. Siamo così, con questi due aspetti che non si concilieranno mai, e se a volte emerge l’uno sull’altro è solo perché, facendo a cazzotti, ha momentaneamente prevalso: nella scazzottata di domani potrebbe prevalere l’altro.

Musicalmente siamo, ammettiamolo, più conservatori che progressisti. Abbiamo queste due anime incompatibili una con l’altra, eppure noi le facciamo coesistere, talvolta disinvoltamente, talvolta senza neppure rendercene conto o porci il problema.
Pensiamoci. Ogni volta che, rispondendo alla domanda su quale siano le nostre band preferite, rispondiamo con nomi di quaranta o cinquant’anni fa siamo il Johnny Ramone conservatore e reaganiano con la maglietta dei Marines; ma ogni volta che, ascoltando un brano, ci esaltiamo o commuoviamo per la sua profondità siamo il Joe Strummer che, con i Clash, univa i suoni ribelli del mondo a lui contemporanei (punk, reggae, funky, rap) esibendosi con la maglietta “Brigade Rosse – RAF”.
E ogni volta che rimaniamo ammaliati da una vecchia foto dei Rolling Stones o degli Small Faces siamo sicuramente il Johnny Ramone chitarrista e leader dei Ramones che nel 1974 imponeva a tutti di vestirsi con jeans, maglietta e giacchetta di pelle, less is more, e diventare dei fumetti viventi; ma ogni volta che ci incazziamo di fronte alle ingiustizie siamo il Joe Strummer hippie che nel 1974 suonava in metro sempre la stessa canzone, il Joe Strummer punk del primo album dei Clash o il Joe Strummer di nuovo quasi-hippie del periodo post-Clash.
E ogni volta che, eterni teenager, aspettiamo il weekend per uscire a bere, ballare e, magari, rubare il cuore a una ragazza non siamo altro che il Johnny Ramone con la maglietta di Mickey Mouse che a quarant’anni ancora collezionava figurine di baseball; ma la nostra fede nell’”emancipate yourselves from mental slavery” ci sprona a difenderci, a non fermarci mai per non essere schiacciati, informandoci e restando sempre all’erta nella nostra quotidiana “White Riot”.

E -potremmo continuare all’infinito con gli esempi- non crediamo, con Joe Strummer, che tramite il rock’n’roll, e la musica tutta, possiamo essere liberi, ognuno con la sua identità e la sua diversità, proprio come un “White Man in Hammersmith Palace” che balla il reggae accanto ai rasta? Ma, allo stesso tempo, non facciamo forse parte del “Commando” di Johnny Ramone, ogni qual volta rabbrividiamo ascoltando un brano moderno non suonato da strumenti musicali “veri”?
A queste cose, che magari a tanti potranno sembrare masturbazioni celebrali, io ci penso spesso, ma non sono mai stato in grado di darmi una risposta soddisfacente alla domanda da cui sono partito. L’unica certezza è che so di cullare in me queste contraddizioni: ché amare, per esempio, i Kinks, sperando nel ritorno di una band uguale ai Kinks, non è poi così diverso dall’avere il mito del Sacro Romano Impero, sperando nella sua restaurazione. Ma, allo stesso tempo, proprio come un individuo contemporaneo che aneli al Sacro Romano Impero è chiaro che non vorrebbe mai vivere in condizione di servo della gleba, sono certo che, se la musica non fosse andata avanti e avanti e ancora avanti rispetto agli anni ’60 e ’70, non amerei così tanto i Kinks.
Per questo motivo, ho sempre provato empatia con Tony per la storia del suo imbarazzo di fronte a Joe Strummer: amiamo la musica del passato (a volte remoto), ma ci consideriamo moderni che più moderni non si può e, in tutto questo, spesso non ci sentiamo in contraddizione.
O, almeno, è raro che incontriamo Joe Strummer per farci provare imbarazzo.

mercoledì, maggio 20, 2015

La musica di destra in Italia



Sono note le mie posizioni ideologiche e politiche, sempre e comunque palesemente antitetiche e agli antipodi, a tutto ciò che si connota “di destra”. Questo viaggio nella musica di destra (o come si è sempre autodefinita "musica alternativa") nasce dalla curiosità di ascoltare, conoscere e riassumere una realtà che esiste ed è esistita, per quanto agli opposti, come contenuti, da ciò che personalmente abitualmente seguo.

Puntate precedenti qui:

http://tonyface.blogspot.it/2015/05/la-musica-di-destra-in-italia.html

Dagli anni 80 ad oggi

Con l’ondata neo skin (successiva al punk) di fine anni 70 di estrema destra, capeggiata dagli inglesi Skrewdriver si sviluppa ovunque una scena che si rifà ad un sound duro e roccioso di derivazione punk oi! con frequenti concessioni al metal.
Gli anni 80 e 90 vedono anche in Italia la nascita di numerosissime formazioni affini, gran parte delle quali destinata a vita breve ed oscura. I testi sono sempre più espliciti e meno mediati da istanze generiche, si entra a piedi uniti su tematiche come razzismo/potere bianco, invettive violente contro gli avversari politici e non, spesso in modo sguaiato e senza alcun filtro dialettico, ben lontani da quanto avvenuto nei decenni precedenti.
Successivamente con l’avvento del Veneto Fronte Skinhead e di Casa Pound l’organizzazione di concerti, circuiti, etichette (la Rupe Tarpea in particolare) si fa sempre più articolata e accurata e le iniziative sempre meno “clandestine”.
I nomi sono ormai decine e decine, i concerti (anche all’estero, negli appositi circuiti) sempre più numerosi, la “scena” ha un seguito costante.

Tra i nomi di spicco da segnalare i vicentini PEGGIOR AMICO con due album e un CD e una decina di anni di carriera dal 1986 in poi con un oi punk sound venato di metal.
Uno dei componenti era membro dei PLASTIC SURGERY band veronese vissuta tra il 1981 e il 1986.
Sempre dal Veneto arrivano i GESTA BELLICA, nati nel 1990 e tutt’ora attivi con un nutrito numero di pubblicazioni (prevalentemente per la vicentina Tuono Records e un largo seguito.
Anche i romani 270 BIS, con sonorità melodiche, nati nei primi 1990 sono tutt’ora in attività con alcuni album all’attivo.
E’ del 2000 la nascita dei triestini ULTIMA FRONTIERA con 4 album all’attivo tra ballate e rock duro.
Tra i nomi di spicco gli ZETAZEROALFA, nati nel 1997, apertamente schierati, una mezza dozzina di album, concerti inEuropa, Canada, Thailandia, “inventori” della “cinghiamattanza” (prendersi a cinghiate sotto il palco).
Da Milano il punk metal dei MALNATT, nati nel 1998, varie produzioni e la partecipazione al film “ACAB” e da Roma i tiratissimi BRONSON.
Da annotare anche l’intensa attività discografica (una decina di lavori dal 2001 ad oggi) del cantautore milanese SKOLL.

martedì, maggio 19, 2015

La non necessità del potere



Torna ancora, come sempre benvenuto, ANDREA FORNASARI e il suo spazio a sfondo filosofico.
Gli altri interventi qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Filosofia

Può servire allo scopo, ad esempio, la ricostruzione delle prime ideologie del potere. Joseph Campbell fornisce tracce molto utili per vedere i passaggi dalle primissime immaginazioni umane di un Creatore increato alle figure mitologiche; dalle figure mitologiche fondatrici alle figure umane degli Eroi; da queste allo sfruttamento del mito in funzione di poteri arbitrari e violenti dei Grandi Sacerdoti e dei Re. Ma da tanti altri dati offerti dagli studi classici si possono dedurre le manipolazioni dei miti primari nei momenti della formazione dei primi poteri dominanti. Sembra, ad esempio, che il mito di Ercole fosse, all'origine, un mito di civiltà agricole antichissime dove l'eroe uccideva le belve che insidiavano i raccolti e inventava sistemi per ripulire le stalle. Furono con ogni probabilità i Micenei a fare di Ercole l'eroe delle dodici fatiche impostegli dal re Euristeo (simbolo del potere miceneo) a cui Ercole obbedì fedelmente, anziché sostenere una fatica sola e, cioé, quella di eliminare l'oppressore.

Ma più in generale si hanno vere e proprie circolazioni di élites sul Monte Ida (Creta) o sull'Olimpo (Grecia) in funzione del potere. Le antiche dee madri, come è noto, devono accettare la subordinazione a déi maschili o essere espulse. Addirittura alcune divinità importanti un tempo come Teti, Proteo, Pan eccetera, e lo stesso Dioniso diventano figure secondarie o negate. Gli déi autocratici, come Zeus, si erigono come sovrani assoluti ed arrivano a partorire, in stravolgimenti incestuosi, le loro stesse dee madri.
La mente astratta maschile ormai dominante si dimostra, così, capace di espropriare l'utero terrestre femminile, assumendo in sé tutti i poteri, anche quello di generare figli.
Intanto Dioniso, dio delle feste, della libertà e dell'uguaglianza fra i sessi, viene sistematicamente calunniato fino a renderlo responsabile, attraverso le Baccanti, dell'assassinio del figlio da parte della madre (in Euripide).

Il mito, da contenitore emblematico e aperto di civiltà umane, si fa rigido contenuto di sacralizzazione del potere, mass media antico, manipolato per creare l'accettazione del dominio dell'uomo sull'uomo. Ma a questa macro-operazione reazionaria c'è anche chi si oppone. Ad esempio Ulisse, che sfugge proprio all'ira degli déi, e ridiventa re-pastore su un'isola rocciosa, re che tratta come amici i suoi 2schiavi" che lo ricambiano con l'amicizia, uomo fra gli altri, ricco di sogni e povero di ricchezze, lui stesso giustiziere di poteri arroganti e parassitari come i Proci.
José Gil mostra come le società senza Stato avevano un loro ordine dove quello che noi impropriamente chiamiamo "capo" era, in effetti, senza altri poteri che quelli di pacificatore e di distributore di ricchezze, fino a non possederne alcuna. Si tratta delle società in cui il capo "è più se ha meno". L'antico capo o quello di molti gruppi tecnologicamente semplici (non primitivi) non accumula violenza, ma opera con giustizia e disinteressatamente. Non c'è ancora lo Stato come monopolio della violenza dove la giustizia è ingiusta per definizione.

Al deficit delle facoltà di scelta e di intervento dei cittadini corrisponde il "pluspotere" dello Stato e delle forze "professioniste" in potere che partecipano al dominio: quanto più si fa minuscola e desautorata la società, tanto più si fa maiuscolo e arrogante lo Stato.
Da Hobbes a Hegel, e oltre, molta filosofia del diritto ha postulato che senza lo Stato non sarebbero mai potute esistere società stabili ed evolutive.
L'antropologia moderna li ha completamente smentiti. Ugualmente le idee cartesiane "chiare e distinte" hanno dissolto le teorie di Bodin, noto e autorevole cacciatore di streghe. Bodin aveva scritto. "Per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è lo stato". Ma oltre a Bodin, a partire dalla rivoluzione protestante, lo Stato moderno sorge: come forza terrestre, anche se sopra gli uomini; come luogo dei vari interessi che si riuniscono negli "stati generali"; come centro legittimato non più dal diritto divino, ma dalla "rappresentanza dal basso". Anche il re diventa un delegato. Tuttavia anche queste, sia pur parzialmente laiche, sono maschere di nuovi poteri, emersi con la rivoluzione inglese del '600 e con quella francese del '700.

Oggi sappiamo che la rappresentanza è una finzione, una cerimonia o addirittura un festival, come nelle elezioni presidenziali americane. Ho preferito effettuare questo feedback anziché azzardarmi in prospettive (che potrebbero troppo facilmente esser fatte passare per utopie), per ricordare che gli Stati in cui viviamo non sono per nulla né naturali, né necessari, né il male minore, e per chiarire, alla luce delle moderne ricerche, che questo tipo di Stato è nato solo recentemente - con radici che volendo possiamo far risalire a circa cinquemila anni fa, senza essere stato affatto condiviso o praticato da tutte le civiltà rispetto ad una vicenda umana di milioni di anni e di cinquantamila anni di homo sapiens sapiens.

Ormai, il possibile superamento della divisione in dominanti e dominati, dirigenti e diretti, governanti e governati sta nel passare oltre le due grandi stupidità moderne: in alto, per chi comanda sempre più fittiziamente ed illusoriamente, e in basso per chi tesse continuamente rapporti orizzontali che formano l'essenza dei nuovi modi di collaborazione organizzativa, anche produttiva, del mondo telematico, ma non ha ancora trovato l'intelligenza o la volontà per accorgersene.

lunedì, maggio 18, 2015

Necrofilia musicale



Una pratica, per fortuna ultimamente sembra sempre più limitata, che ha caratterizzato spesso la storia del rock è quella di far “rivivere” i musicisti defunti utilizzando registrazioni effettuate prima della prematura scomparsa, sovraincidendo nuovi strumenti, rimixando, completando, tirandone fuori nuovi brani pronti a soddisfare la sete dei fans.

Incominciò addirittura alla fine degli anni 50 il manager di BUDDY HOLLY che pubblicò sei brani lasciati incompleti dal giovane rocker nell’album dell’aprile 1960 “The Buddy Holly Story vol. 2” tra cui “Crying, waiting, hoping” poi assurta a maggiore celebrità con la cover che ne fecero i Beatles nel 1962 nell’audizione, fallita, per la Decca.
Il produttore Alan Douglas invece prese alcune incisioni demo di JIMI HENDRIX, le fece reincidere da vari session men (che Jimi non aveva mai nemmeno conosciuto), togliendo spesso le basi originali suonate dalla Experience o da Buddy Miles e Billy Cox. Nacquero così “Midnght lighning” e “Crash landing”, pubblicati nel 1975. La cosa si ripetè anche in brani successivi sparsi nella miriade di uscite postume.
Nel 2007 “If I can dream” di ELVIS PRESLEY venne ripresa in duetto da CELINE DION durante “American Idol” sovrapponendo le immagini in diretta con quelle di un oshow del Re del 1968 (con la stessa tecnica usata per il film “Forrest Gump”).
Allo stesso modo aveva già fatto NATALIE COLE con il brano “Unforgettable” del padre NAT KING COLE nel 1992, riprendendo la versione originale del 1951.

Nel 1978 i DOORS superstiti musicarono alcune poesie recitare da JIM MORRISON portando l’album derivato “An American prayer” molto in alto nelle classifiche.
Nel 1999 il jazzista KENNY G, duettò con i lsuo sax con il povero LOUIS ARMSTRONG su “Wonderful world” restando sommerso da una (giustificatissima) marea di critiche.
Dopo la morte di MICHAEL JACKSON sono usciti (solo) due album con brani ripescati da vari scarti. In “Milk and honey” di JOHN LENNON e YOKO ONO, del 1984, i brani di John sono lasciati come nelle versioni originali (provini o poco più) mentre quell idi Yoko furono rifatti completamente. Diverso il discorso del postumo di GEORGE HARRISON “Brainwashed” completato da Jeff Lynne e dal figlio Dhani dopo la sua morte ma su sua precisa indicazione su come e dove intervenire.
Allo stesso modo FREDDY MERCURY incise alcune tracce vocali lasciando al esto dei QUEEN il compito di registrare le basi musicali dopo la sua morte. Il tutto finì in "Made in heaven" nel 1995.

TUPAC SHAKUR ha visto una lunga serie di album pubblicati dopo la sua morte, tra cui “Pac’s life” del 2006 con la solita sequela di duetti. Addirittura un suo ologramma si esibì sul palco del Coachella Festival nel 2012 !!
Il caso più eclatante e famoso è però relativo alla “reunion” dei BEATLES in occasione della pubblicazione dei tre volumi di “Anthology” che tra il 1995 e il 1996 raccolsero decine di rarità dei Fab Four con tanto di splendido documentario con la storia dettagliatissima della band.
A corredo Paul, George e Ringo aggiunsero i loro strumenti e voci a due demo suonati e cantati da John (concessi da Yoko), “Free as a bird” e “Real love” (un terzo “Now and then” o altrimenti conosciuto come “I dont want to lose you” fu iniziato e lasciato incompiuto).

domenica, maggio 17, 2015

Cidade de Kilamba



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia o comunque estremi.

I precedenti post:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Cidade do Kilamba - Kilamba Kiaxi è una città dell'Angola, nella provincia di Luanda a circa 20 km dalla capitale, inaugurata l'11 luglio del 2011.
Il progetto fu concepito per ospitare 82.000 abitazioni su una superficie totale di 54 chilometri quadrati, destinate a mezzo milione di persone.
750 palazzine, una dozzina di scuole, campi sportivi modernissimi, il tutto realizzato dalla società cinese statale Citic (che ha tra l'altro impiegato quasi esclusivamente operai cinesi e non la popolazione locale che non ha tratto alcun vantaggio dall'operazione) in cambio delle concessioni petrolifere nel paese africano, ma completamente disabitato.

Il problema è che gli appartamenti a Kilamba costano tra 120 mila e 200 mila dollari, un prezzo fuori dalla portata dei circa due terzi di angolani che vivono con meno di 2 dollari al giorno.
Dei primi 2.800 appartamenti, solo 220 sono stati davvero venduti ma sembra che pochissimi si siano in realtà trasferiti in città.
E non sono stati sufficienti le numerose campagne del governo per invogliare all'acquisto.

sabato, maggio 16, 2015

Bravi e Camboni - Paolo Piras



Per un tifoso del CAGLIARI come il sottoscritto un libro come questo (gentilissimo regalo di Mauri degli Emotionz) è un tuffo in un oceano di ricordi, spesso divertenti, talvolta desolanti, altre volte commoventi fino alle lacrime.
Si parla dei campioni ma soprattutto dei bidoni che hanno attraversato la storia della squadra isolana.
Scoppia il cuore a leggere di GIGI RIVA (Piras scrive troppo bene e coglie alla perfezione la storia di vita del campione varesino) o di TOMASINI, di SCOPIGNO, si piange quando si legge della tristissima parabola di NENE', si resta sconcertati dal talento buttato da campioni come FABIAN O'NEILL che alle grandi capacità ha sempre preferito la bottiglia, si sorride amaramente per la storia sempre da comprimario della talentuosa riserva di Albertosi, REGINATO, non si può che ridere delle "imprese" di VICTORINO o del portiere MINGUZZI. Ma ci sono anche CELLINO, FRANCESCOLI, URIBE, ZOLA e tanti altri.
NOn importa essere tifosi rossoblu, questo è un libro divertentissimo, pieni di passione e da leggere al volo.
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