sabato, luglio 11, 2020

VV.AA. - Eddie Piller presents The Mod Revival
VV.AA. - Martin Freeman and Eddie Piller present Jazz on the Corner two



VV.AA. - Eddie Piller presents The Mod Revival

Solo Eddie Piller poteva compilare una lista esaustiva e autorevole per descrivere al meglio il MOD REVIVAL 79 e post.

Lo fa con 92 brani in quattro CD (ridotti a 28 nel doppio LP in vinile) inserendo uno spettro più ampio possibile tra classici (Jam, Chords, Lambrettas, Secret Affair, Purple Hearts, Merton Parkas, Dexys', Madness, Prisoners, Makin Time, Truth, Ocean Colour Scene etc) e rarità da collezionisti (Jolt, Speedball, Reflections, Small Hours, Small World, Les Elite, Unlookers etc).

Qualche scelta sorprendente (Long Ryders, Doctor & the Medics, Untamed Youth) ma un quadro che più completo non si poteva pretendere.
Italia perfettamente rappresentata con Statuto e Mads.

La tracklist:
https://www.modculture.co.uk/eddie-piller-mod-revival-cd-vinyl-set/?fbclid=IwAR2Z2ce0nNDYluEqJaAkh9eKDtOyu-9KGFevcznrxMTAY3dCC8-b6GiNcMU



VV.AA. - Martin Freeman and Eddie Piller present Jazz on the Corner two

Martin Freeman e Eddie Piller tornano a spulciare tra le loro preziose collezioni ed estraggono 24 brani di jazz antico e moderno, tra classici e oscure gemme.

Da Nina Simone a Chet Baker, Stanley Tuttentine e Geroge Benson si arriva al nostro Nicola Conte e Brian Auger, Roberta Flack e The Lyman Woodard Organisation.
Semplicemente COOL !

venerdì, luglio 10, 2020

Marilyn Monroe e Ella Fitzgerald



Narra la leggenda (le versioni sono spesso discordanti in questi casi) che la riluttanza (che mal gradiva la presenza dei neri) di un locale prestigioso come il "Mocambo" di Los Angeles a fare esibire la grande ELLA FITZGERALD negli anni 50 fu persuasa da una, ai tempi, famosissima MARILYN MONROE, fan dell'immensa cantante, che garantì la sua presenza in un tavolo in prima fila ogni volta che avesse suonato.

C'è chi dice che non fosse il "Mocambo" ma il "Tiffany's" e che non fosse una questione razziale ma una faccenda meramente estetica (la mole della Fitzgerald pare non fosse sufficientemente cool).
Fatto sta che Marilyn mantenne la promessa e andò ogni sera in cui Ella si esibì, riempiendo la sala di curiosi e giornalisti e la Fitzgerald spiccò il volo grazie a quell'aiuto.

"Era una persona speciale, avanti rispetto al suo tempo. Anche se non se ne rendeva conto" disse Ella.

Nel marzo del 1955 la Fitzgerald ebbe una scrittura per una settimana, costantemente sold out con personaggi come Frank SInatra e Judy Garland tra il pubblico, tanto che fu riconfermata per ancora una settimana.
"Da allora non ho più dovuto suonare in piccoli jazz club".

Nonostante il successo la Fitzgerald non sempre veniva trattata con il dovuto rispetto.
In una serie di concerti in Colorado doveva entrare dalla porta di servizio.
Venutolo a sapere Marilyn partì, si presentò alla porta principale con l'amica e pretese di entrare insieme a lei.
Cosa ovviamente subito concessa.

Ella ha sempre ammesso, successivamente alla morte di Marilyn:
"Ho un grande debito con lei"

giovedì, luglio 09, 2020

Gli album più venduti nel primo semestre 2020



Venti italiani nei primi 20 posti della classifica degli album più venduti in Italia nel primo semestre 2020 (con la logica atipicità del momento).
E tutto pop/rap/trap e affini con l'eccezione del buon piazzamento di Brunori Sas.

1 Marracash – Persona
2 Tha Supreme – 23 6451
3 Me contro Te – Il fantadisco dei Me contro Te
4 Ghali – DNA
5 Pinguini Tattici Nucleari – Fuori dall’hype
6 J-Ax – ReAle
7 Brunori Sas – Cip!
8 Ultimo – Colpa delle favole
9 Tiziano Ferro – Accetto miracoli
10 Salmo – Playlist

Unico gruppo rock, a parte i soliti immarcescibili Pink Floyd con i classici e i Queen, i Pearl Jam al 70° posto con "Gigaton"

Tra i VINILI qualche sorpresa in più (probabilmente a causa delle vendite irrisorie).
Pink Floyd in testa con "Dark side of the moon", subito davanti a Brunori Sas, PFM e De Andrè live, al quarto posto Ernia.
A parte i Pinguini Tattici Nucleari al 16° posto il resto sono ancora Pink Floyd, Queen, Beatles, Nirvana, Led Zeppelin, AMy Winehouse.

Gli album più venduti in Inghilterra nel primo semestre 2020 vedono in testa Lewis Capaldi, seguito da STormzy, Billie Eilish, Harry Styles e Ed Sheeran.

Negli Stati Uniti si contendono la testa dell'album più venduto dall'inizio dell'anno la band coreana dei BTS, il rapper Roddy Rich e i The Weeknd

mercoledì, luglio 08, 2020

Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza



Riprendo, in omaggio al Maestro ENNIO MORRICONE, un post del 2016 che descrive una sua esperienza anomala, rispetto al consueto lavoro di compositore di colonne sonore e direttore d'orchestra.

Il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza nacque nel 1964 da un'idea del compositore Franco Evangelisti per sviluppare le sue precedenti sperimentazioni sulla improvvisazione libera che lo portarono a definire il gruppo come "il primo ed unico gruppo formato da compositori-esecutori".

Il gruppo fu caratterizzato da numerosi cambi di formazione e incorporò nomi di primo piano della scena musicale, tra cui ENNIO MORRICONE che definì il progetto con queste parole "la musica che facevamo era improvvisata a partire da esercizi mirati: facevamo mesi e mesi di improvvisazione su parametri molto precisi, ci registravamo, la sera ci riascoltavamo e ci criticavamo. Era una cosa molto attenta".

L'esordio, dal titolo omonimo, del 1966 era pura improvvisazione libera tra Cage e musica elettronica.
Anche le opere successive viaggiarono in contesti simili, fino a "The feedback" del 1970 con cui Evangelisti cercò un contatto più diretto con il pubblico giovane, aprendosi a sonorità più attuali e cambiando perfino nome con il più fruibile THE GROUP.

"The feedback" e il successivo (1971) "Eroina" sono album sorprendenti, che anticipano il kraut rock di band come Neu! o Can, sperimentano con il jazz funk, ritmi sincopati, con un'impronta (evidentemente mutuata da Morricone) palesemente da colonna sonora (non a caso parteciparono a quella del film "Gli occhi freddi della paura", musicato da Morricone).

La band tornerà alla musica sperimentale prima di sciogliersi.
Evangelisti nel 1974 è nominato docente di Musica elettronica presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, ruolo che ricoprì fino alla morte.
Intensificò l'attività di conferenze e seminari sulla 'nuova musica' dedicandosi alla ricerca e agli approfondimenti teorici.
Si spense a Roma il 28 gennaio 1980.

martedì, luglio 07, 2020

Ringo Starr



Ringo compie 80 anni.
Difficile solo pensarlo.

Il batterista PIU' FAMOSO di sempre.
Non il più bravo ovviamente ma tecnicamente completo, in grado di districarsi abilmente nelle estrose variabili proposte dai tre Beatles, tra tempi dispari e generi il più disparati possibile, sempre con gusto, eleganza, raffinatezza.
Era notoriamente un metronomo e nelle infinite takes dei brani registrati dai Fab Four non sbagliava mai un colpo o il tempo.

Dopo lo scioglimento dei Beatles ha semplicemente smesso di suonare, sia in studio dove pur se accreditato è sempre stato sostituito da un altro batterista che dal vivo (sempre affiancato).
A seguire uno sguardo (affettuoso) alla sua discografia:

Sentimental Journey (1970) 6
Beaucoups Of Blues (1970) 6

Due esercizi di "stile", l'uno di brani da crooner anni 50 ("dedicato alla mamma"...), l'altro all'insegna del country Nashvilliano.
Simpatici.

Ringo (1973) 7
Primo vero album e sorprendente maturità stilistica.
Aiutato dai vecchi compagni sia a livello compositivo che direttamente in studio e da una serie di altri ospiti illustri (Marc Bolan, la Band, Steve Cropper, Nicky Hopkins), sforna un disco leggero e scanzonato ma fondamentalmente puro, sincero e bello.

Goodnight Vienna (1974) 6
Ringo's Rotogravure (1976) 6
Ancora amici a dare una mano (John e Elton John nel primo, di nuovo i tre altri Beatles, Eric Clapton, Peter Frampton e altri nel secondo) ma il risultato è fiacco, le canzoni deboli, anche se il tutto ancora una volta si salva grazie alla simpatia del personaggio e alla leggerezza dell'approccio.

Ringo The 4th (1977) 4
Bad Boy (1978) 4

Pessimi, senza stile, accenni disco, brani noiosi, cantati senza passione e svogliatamente.

Stop And Smell The Roses (1981) 6
Un buon album, non ispiratissimo, ma grazie all'apporto di Ron Wood, Stephen Stills e Paul riesce a strappare la sufficienza.

Old Wave (1983) 4.5
Altro album inutile e svogliato.

Time Takes Time (1992) 7
Vertical Man (1998) 6

Ringo lascia da parte l'attività discografica, risolve seri problemi con alcool, droga e depressione, suona in giro con la All Starr Band e ritorna in studio solo occasionalmente, di nuovo affiancato da una lista paurosa di amici (tra cui Paul e George) e confeziona due album curati, gradevoli a tratti grintosi e ben fatti.

Ringo Rama (2003) 5
Choose Love (2005) 5

Niente da segnalare se non brani mediocri e stanchi.

Liverpool 6.5 (2008) 6
Y Not (2010) 5
Ringo 2012 (2012) 4
Pur se impregnato di nostalgia in ogni parte, il primo è un lavoro dignitoso, piacevole, curato e con momenti riusciti.
Meno brillante il secondo con Paul in un paio di brani, Joss Stone, Joe Walsh, Ben Harper-
Ringo 2012 è invece difficilmente salvabile tra brani riciclati, la solita ode sulla vecchia Liverpool di quando era giovane e brani inconsistenti.

Postcards from paradise (2015) 5
Give me more love (2017) 5
What's my name (2019) 5

Ancora una totale mancanza del benché minimo gusto creativo.
C'è sempre Paul qua e là, una cover di un brano di John, costanti rimandi ai "bei tempi" e tanta tristezza.

ALL STARR BAND
Sono usciti 10 (DIECI !) album live accreditati alla All Starr Band che nel corso degli anni ha annoverato artisti come Greg Lake, la Band, Billy Preston, Joe Walsh, Dave Edmunds, John Entwistle, Ian Hunter, Sheila E., Edgar Winter, il figli Zak e decine di altri.
I contenuti sono abbastanza apprezzabili e passano dai migliori suoi brani solisti a classici dei Beatles ("Whit a little help.." , "Yellow submarine" , "I wanna be your man", "Act naturally", "What goes on" etc a brani degli ospiti della All Starr Band-
Ovviamente solo per folli completisti.

lunedì, luglio 06, 2020

Derry City



DERRY CITY – CIRCOSTANZE DIFFICILI a cura di ALBERTO GALLETTI

Terza parte della rassegna ‘il piede in due scarpe’: lrlanda, calcisticamente non il massimo.

‘Tecnicamente’ però a differenza dei due precedenti, l’unico caso vero di squadra che gioca un campionato diverso da quello della nazione in cui si trova e lo vince.
Situazione comunque ancora in essere.

Dopo la fondazione del Cliftonville FC nel 1879, da parte di un gruppo di appartenenti al ceto impiegatizio membri dell’omonimo Cricket Club, il calcio proliferò a Belfast trovando praticanti e ampio seguito in modo particolare tra la classe operaia degli imponenti cantieri navali.

Nel 1890 fu fondato il campionato irlandese che rimase per anni un’affare interno a Belfast, cui si aggiunsero dopo una decina d’anni sporadiche apparizioni da Londonderry e Dublino; partecipazioni da fuori quindi rarissime e vincitori neanche a parlarne.
Fu un campionato caratterizzato fin da subito dalla rivalità tra le comunità protestante e unionista e quella cattolica e repubblicana, le cui rivendicazioni, tensioni e lotte finirono per investirlo completamente.
Così fino al 1915.
Il calcio, che non si era fermato durante il primo conflitto mondiale, si erano disputati quattro campionati di guerra non ufficiali, riprese ufficialmente con la stagione 1919/20.

Nel 1919 tuttavia, scoppiò la guerra d’indipendenza irlandese.
Due anni di scontri violenti, rappresaglie altrettanto violente che devastarono e avvelenarono la vita dell’isola da li e per i successivi ottant’anni.
In quella prima stagione, con la guerra civile, perché in fondo di quello si trattava, ancora in corso si verificarono gravissimi incidenti durante la semifinale di coppa Celtic-Glentoran che portarono all’assegnazione della Coppa a tavolino allo Shelbourne Dublino.
Ma a Dublino del calcio importava poco, le attenzioni erano tutte per i giochi gealici.
Football e rugby erano relegati in un angolo, i loro praticanti soggetti ad aperto biasimo, in una sorta di contro-apartheid anti inglese.
La fine del conflitto portò alla formazione dello Stato Libero d’Irlanda (EIRE), mentre sei delle nove contee dell’Ulster, a maggioranza protestante, rimasero con il Regno Unito.

In ambito calcistico la Irish League continuò da Belfast e divenne la federazione dell’Irlanda del Nord; mentre a Dublino fondarono la Football Association of Ireland (FAI) che organizzò il primo campionato irlandese nel 1921/22, primo vincitore il St. James’ Gate.
Nessuno dei club di Londonderry durò oltre il primo conflitto mondiale.
Nel 1928 fu fondato il Derry City che si iscrisse alla seconda divisione e fu subito promosso, dal 1929/30 in poi giocò sempre in prima divisione. Non andò mai oltre il secondo posto, tre volte di fila a fine anni ’30.

Il tutto mentre le due federazioni erano in costante diatriba su chi dovesse chiamarsi Irlanda, chi no, chi dovesse giocare per una squadra, chi per l’altra.
Si andò avanti con calciatori che giocavano per entrambe le rappresentative fino agli anni ’50.
Nel secondo dopoguerra le cose andavano maluccio per il Derry City costantemente inchiodato nelle posizioni di retrovia e salvato più di una volta dal blocco delle retrocessioni.
Riuscì ad ogni modo ad aggiudicarsi la Coppa d’Irlanda per ben tre volte nel 1949, 1954 e poi, più importante, nel ’64 quando si comporto bene anche in campionato che chiuse al terzo posto.
Dopo anni di stenti, la squadra pareva ora essere competitiva. Altri, non la squadra di calcio, erano i problemi veri a Londonderry; a cominciare dal nome.
Situata in Irlanda del Nord, al confine con la Repubblica d’Irlanda, ha sempre contato su una popolazione a maggioranza cattolica, oltre il 60%.
Il che ne faceva una delle città più a rischio tensioni dell’isola.

Mentre la squadra cominciava a dare segni di risveglio, la situazione in città cominciò a farsi difficile.
La storia è nota gli unionisti, in minoranza, volevano che la città rimanesse nel Regno Unito mentre la maggioranza cattolica premeva per un’annessione all’ EIRE.

Questo diede luogo a manifestazioni, contromanifestazioni; ripicche, contro ripicche; e poi scontri, contro scontri; e tensione, ed odio su ambo i fronti.
Alcune di queste generarono fatti e ritorsioni gravi rendendo il clima sempre più difficile.
La squadra continuava la sua attività, rimanendo ad ogni modo una delle più seguite del paese.
Nell’estate 1964 furono ingaggiati Jimmy McGeough, che sarà poi un idolo della tifoseria, dallo Stockport County, Matt Doherty Jr di ritorno dal Glentoran efaceva il suo debutto in prima squadra Willie Curran.
Dopo due sconfitte ad inizio campionato, la squadra ingranò un passo straordinario e finì poi la stagione senza altre sconfitte.
La serie positiva si protrasse anche in quella successiva, quarantasette partite in tutto, ma soprattutto valse il primo posto nel campionato irlandese 1964/65 e il primo titolo nazionale nella storia del club, arrivato dopo la vittoria di aprile per 5-1 sull’ Ards innanzi ad uno stadio stracolmo.

La stagione successiva finirono secondi e furono anche la prima squadra irlandese, nordirlandese adesso, a passare il turo in una coppa europea, al termine di uno spettacolare primo turno contro il Lyn Oslo (3-5 e 5-1).
La situazione politica in Irlanda del Nord intanto, andava via via deteriorandosi., la squadra ne ebbe un amarissimo assaggio subito.
Dopo l’effettuazione del sorteggio del secondo turno che li mise di fronte all’Anderlecht, il club si vide recapitare una lettera dalla federazione in cui si dichiarava che lo stadio, il campo in particolare, non poteva essere omologato per una partita del genere.
Il presidente federale non voleva in alcun modo che una città ed una squadra a seguito quasi totalmente cattolico avessero il riconoscimento di giocare un secondo turno europeo e voleva a tutti i costi spostare la partita a Belfast.
Ne nacque una velenosa lite, come tutte le liti settarie, in cui il club ribadì categoricamente che non avrebbe accettato di giocare la partita in nessun altro posto che non fosse il proprio stadio: Brandywell.

In mezzo a tutto questo la squadra andò a Bruxelles a giocare l’andata e venne disintegrata 9-0.
Alcuni dirigenti belgi si recarono poi a Derry ad ispezionare lo stadio e dichiararono che per loro non ci sarebbe stato nessun problema a giocarci.
Ma non ci fu niente da fare, la federazione bandì lo stadio di Derry dalle competizioni internazionali e la squadra, per tener fede ai propri principi, non si presentò a Belfast per giocare il ritorno.

Le relazioni tra il club e la federazione si deteriorarono qui in maniera definitiva per non ricucirsi mai più.
Nel 1969 la situazione precipitò nel caos.
Lo scoppio dei violenti disordini in città complicò le cose per il club, il cui stadio si trova in un’area cattolica della città.
Il seguito della squadra subì un duro colpo e una drastica ridimensionata.
Essendo stato, fino a quel momento, composto più o meno in parti uguali da cattolici e protestanti, quest’ ultima componente di dissolse piuttosto rapidamente, abbandonando lo stadio che non era più, per loro, un posto molto sicuro da frequentare.

Le partite contro alcune squadre di Belfast a seguito protestante divennero il pretesto per altri incidenti, quelli verificatosi durante la partita contro il Linfield del 1970 furono gravissimi.

Per un certo periodo esercito e polizia non riuscirono ad accedere all’area per garantire l’ordine.
La squadra continuò a giocare, ma nel 1971 i disordini si aggravarono drammaticamente e intere parti della città vennero interdette all’accesso di estranei; lo stadio fra queste.
Nel settembre ’71 durante una partita di campionato contro il Ballymena ,un gruppo di dimostranti assaltò lo stadio, rubò il bus della squadra ospite e lo incendiò.
Fu l’inizio della fine, il RUC dichiarò lo stadio non sicuro per manifestazioni pubbliche e ne impose la chiusura, la squadra dovette emigrare a Coleraine, 50km da Londonderry.

Dopo due stagioni in esilio il club presentò domanda alla federazione per poter tornare a giocare in città sul proprio campo.
Le autorità dichiararono il campo sicuro, o in parole loro, non meno pericoloso di qualsiasi altro stadio del campionato, ma la federazione, per volere del presidente, mise la mozione ai voti. La mozione fu bocciata per un voto: 6 contro 5.

Il Derry City si ritirò dal campionato e dalla lega professionisti il giorno dopo.

Per i successivi tredici anni giocarono a livello dilettantistico nei campionati locali il sabato mattina.
Ogni anno richiedevano l’affiliazione proponendo sempre Brandywell come stadio, ed ogni anno puntualmente la federazione respingeva la domanda.
Il club comunque rimase in essere e i (pochi ormai) sostenitori non gettarono mai la spugna.
Sostegno che sottotraccia rimase sempre.

Nel 1980 ad esempio, con il club nel pieno del suo periodo più buio, gli Undertones, band locale all’apice del proprio successo uscì con il 45 giri ‘My Perfect Cousin’ che in copertina aveva raffigurato una miniatura del Subbuteo con il completo del Derry City.

Piccole ma significative cose…
Nel 1983 qualcuno cominciò a guardare altrove e a pensare di iscrivere la squadra al campionato dell’EIRE.
Dopo due anni di preparativi finalmente fu presentata richiesta ufficiale.
A fronte della titubanza della federazione dell’EIRE fu la FIFA, nella persona del vice-presidente Harry Cavan, a respingere la richiesta sulla base che i regolamenti FIFA vietavano ad una squadra di oltrepassare la frontiera per giocare nel campionato di un ‘altro stato.
Duro da accettare, ma ci poteva stare, se non fosse che Cavan era lo stesso che aveva boicottato il club bandendo lo stadio per impedirgli di giocare la partita di Coppa dei Campioni contro l’Anderlecht vent’anni prima e messo al voto la mozione di rientro da Coleraine nel ‘71.
Settarianemsimo once again.

Infine, dopo varie trattative e dietro notevoli pressioni internazionali in seno alla FIFA stessa, Cavan cedette e il Derry City fu iscritto alla neonata League of Ireland First Division, la nuova serie cadetta irlandese che prendeva da subito lo status semi-professionistico.
Campo designato : Brandywell, alla buon’ora!

Nella prima stagione fu quarto, le promozioni alla massima serie due.
L’anno dopo, vinse il campionato davanti alla storica formazione dublinese dello Shelbourne e fu promossa.
Che ritorno dopo quindici anni di anonimato!

Nel 1986 all’indomani del suo terzo titolo vinto con lo Shamrock Rovers, l’allenatore Jim McLaughlin fu ingaggiato dal Derry con l’ intento dichiarato di portare la nuova entrata nel campionato irlandese ai vertici.
Nel 1987/88 riuscì a condurre la squadra alla finale di FAI Cup dove si arrese al Dundalk, che avendo però vinto anche il campionato liberò il posto in Coppa delle Coppe per il Derry.
Il campionato si chiuse con un onorevole ottavo posto e con Jonathan Speak capocannoniere con 24 centri. Il meglio doveva ancora arrivare.

Il 1988/89 rimarrà una stagione storica per il Derry City e per gli annali del calcio irlandese.

Migliorando l’impresa del Dundalk l’anno prima, il Derry vinse un clamoroso treble aggiudicandosi la Coppa di Lega, la FAI Cup e il campionato; diventando inoltre il primo e unico club nella storia del tormentato calcio irlandese ad avere vinto il campionato in entrambi gli stati.

Il Benfica, futuro finalista, fece visita a Derry nel primo turno di Coppa dei Campioni, e vinse 2-1 in uno stadio stracolmo da oltre diecimila tifosi entusiasti.
E con nessuno stavolta a mettersi di traverso per far saltare la partita.

Nel 1997 il Derry City rivinse il campionato irlandese per la seconda volta.

Nel 2000 evitò la bancarotta e l’estinzione per tasse non pagate grazie ad una raccolta fondi organizzata dalla cittadinanza. La squadra si riprese e ci furono altri successi, in Coppa d’Irlanda nel 2002 e nel 2006.

La gestione del club, dopo quella prima ingiunzione di fallimento non fu però ideale e nel 2009, in seguito alla scoperta di contratti in nero per i giocatori (oltre a quelli ufficiali e ben più alti di questi), la federazione espulse il club dal campionato provocandone l’immediata dissoluzione.
End of story.

La gente di Derry giocò ancora una volta un ruolo fondamentale nella vita calcistica della città. Nel 2010 fu formato un nuovo club cui fu concesso di portare il nome Derry City, grazie all’azionariato popolare e iscritto alla seconda divisione. Fu immediatamente promosso e da allora partecipa alla prima divisione irlandese.

Presidente è oggi l’ex Premio Nobel John Hume che rappresenta al meglio il legame tra la cittadinanza e il proprio club.
Cittadinanza senza la quale – dice Hume – il Derry City non sarebbe niente.
La proprietà rimane infatti in mano ai tifosi di cui Hume rappresenta il garante al fine di evitare cattive amministrazioni o passaggi di proprietà ad avventurieri o speculatori.

sabato, luglio 04, 2020

Cagliari - L'album del Centenario



Grazie all'amico Fabrizio Rizzu ho tra le mani lo splendido ALBUM DEL CENTENARIO del CAGLIARI.

144 pagine in carta patinata, con la storia illustrata di cent'anni del Cagliari Calcio e le pagine degli album dei Calciatori Panini dalla stagione 1963-1964 a quella attualmente in corso.

Una folla di nomi spesso dimenticati che hanno reso grande la storia della squadra e che ai tifosi come me fanno venire un tuffo al cuore (Copparoni, Ielpo, Piras, Uribe, Selvaggi, Roccotelli etc etc).

venerdì, luglio 03, 2020

Gabriele Micalizzi - In guerra



Io e quelli come me siamo fotogiornalisti, viviamo per raccontare il nostro tempo, lo documentiamo, cerchiamo di divulgare le cose di cui parlano o si interessano pochi.
Non mi aspetto che tutti comprendano questa scelta ma è la mia scelta.


La scelta di chi gira in mezzo alle peggiori guerre (non che ce ne siano di "migliori") dalla Libia alla Siria all'Iraq con pezzi di uomo che ti atterrano davanti dopo un'esplosione, morti, feriti, mutilati, violenza efferata e, alla fine, un razzo dell'Isis che ti ferisce quasi a morte.

Ma di nuovo la voglia di ripartire e andare a vedere cosa succede, in prima linea, a capire e a documentare.
Sfidando ogni volta la morte, spesso per portare a casa solo delusioni e frustrazione.
Gabriele Micalizzi, reporter di guerra, racconta una vita pazzesca in mezzo a tutto questo.

Libro avvincente e a tratti durissimo.

"In fondo la mia paura più grande è l'indifferenza.
Non c'è cosa peggiore che quello che fai non venga considerato o non provochi nessuna reazione".


Gabriele Micalizzi
In guerra
Cairo
15 euro

giovedì, luglio 02, 2020

Tav Falco


Foto: Giuseppe Sangirardi

Foto: Maria Freitas

Riporto l'articolo scritto per "Libertà" la scorsa domenica.

Cosa proietta un musicista nell'Olimpo della storia del rock?
La creatività che porta nelle classifiche o nella sempre più ampia lista degli album imperdibili, il virtuosismo strumentale o vocale, una vita di eccessi con morte prematura, spettacoli oltraggiosi o pirotecnici?
C'è chi invece l'Olimpo lo ha visto solo con il binocolo ma nella storia del rock non deve mancare. Tav Falco ad esempio.
Perché?

Perché Tav ha stile.

Uno stile inimitabile, unico, improntato al più ampio eclettismo ma allo stesso tempo a rigidi riferimenti musicali e culturali. Fedele alle icone note e allo stesso tempo più oscure del rock 'n' roll, amante di musiche per cultori ed esperti ma sempre incredibilmente attuale e moderno.
Un incrocio tra una star del rock n roll degli anni 50, un ballerino di tango, un personaggio cinematografico (piacerebbe tanto a Quentin Tarantino e Jim Jarmusch), un cantante rhythm and blues, con un'attitudine punk ribelle, da cui emerge una personalità unica. Che ha (evidenti) origini italiane come conferma in una lunga intervista a cui si é sottoposto molto volentieri con disponibilità e loquacità:
“Per me l'Italia è la Patria, e lo sarà sempre. I miei genitori sono immigrati dalla Puglia e dalla Sicilia oltre 100 anni fa.
L'Italia è la culla della civiltà occidentale e l'epicentro culturale di tutta l'Europa.
Parigi era un villaggio quando Venezia era una fiorente metropoli. Arte, architettura, musica, letteratura, teatro e cinema italiani hanno ispirato il mondo.
Se si dovesse togliere ciò con cui l'Italia ha contribuito, il 90% della cultura occidentale scomparirebbe. La lingua italiana è la più bella e poetica di qualsiasi lingua parlata o scritta.
Sentendo i suoi toni melodici e dorati si capisce perché l'italiano è la lingua dell'amore.


L'inizio della sua carriera artistica risale ai primi anni 70, quando, giovanissimo, si sposta da Filadelfia a Memphis e incomincia a lavorare in ambito video e in performance varie. Nel 1978 un suo concerto, che finisce con lui che taglia una chitarra con una sega elettrica, entusiasma Alex Chilton, musicista di culto, che decide di produrlo e suonare con lui.

Le prime esibizioni sono a base di un rock 'n' roll misto a rhythm and blues, suonati in modo primitivo e sgangherato.
Alla fine di uno di questi concerti la prestigiosa etichetta londinese Rough Trade mette sotto contratto i Tav Falco's Panther Burns.

Il primo album, “Behind magnolia curtain”, diventa un classico con un sound nuovo che attinge dal tradizionale ma si propone in chiave punk. Tav spiega al meglio il suo approccio:
“Ho suonato in quasi tutti i locali punk, da una costa all'altra, in tre continenti. Ho sempre avuto un problema con il termine punk.
Oltre a quello che conosciamo, potrebbe significare fai-da-te. Fallo da solo ... e io sono certamente quello.
Anche se non sai cosa stai facendo, saltaci dentro e poi cerca di uscirne.
Prima o poi scoprirai cosa stai facendo, anche se sei cieco come me. La cosa importante non è la risposta, forse nemmeno il risultato.
E' la domanda che è importante.
L'idea. Io sfido le categorie predefinite.
Punk é un termine utile per le altre persone, principalmente per i giornalisti che aiutano a esprimere le loro percezioni ai loro lettori.
Poiché i nostri concerti evocano la danza, direi che suoniamo musica che incrocia vari generi, musica da ballo psichedelica.”


La sua carriera musicale é proseguita attraverso album che hanno esplorato una larga gamma di generi, sempre riconducibili al suo amore per gli anni 50 ma che hanno saputo essere ogni volta originali e sorprendenti.
Ad esempio nello stupendo “Shadow dancer” del 1995 eccolo riprendere due piccoli classici della canzone pop italiana come “Guarda che luna” di Fred Buscaglione e “Quando vedrai la mia ragazza” di Little Tony (peraltro in perfetto italiano).
La sua discografia é colma di 45 giri, album dal vivo e altre incisioni, stampate sia in Europa che in Usa. E i suoi tour, che attraversano l'America e spesso toccano il nostro continente, non si contano. Ma Tav é un artista a 360 gradi che ha spesso partecipato a film, cortometraggi, varie situazioni artistiche, ha scritto libri e che ha visto cambiare tendenze e modalità di fruizione della musica nel corso dei decenni.

“La musica, intesa come suono e vibrazione, non é cambiata, ma le tendenze vanno e vengono secondo i gusti e la psicologia di massa. I generi si contraggono e si espandono. Non c'è nulla di sacro nella musica. Un genere prende in prestito da un altro. Il musicista, qualsiasi musicista, è un ladro.
Niente esiste nel vuoto.
Indipendentemente dalle tendenze, dalle nuove tecnologie, dalle armonie, la musica che proviene dall'anima e dai ritmi e melodie dell'anima, attirerà sempre un pubblico. Coloro che non sono attratti hanno perso parte della loro anima.
Ci sono fattori determinanti per la musica o qualsiasi forma d'arte che si trasformano da uno stadio o periodo al successivo.
Il fattore principale è il linguaggio formale, sotterraneo, gergale, in continua evoluzione, così come i contorni politici e la mente inconscia collettiva delle masse che si sono evolute fino al punto post-esistenziale dove siamo oggi.
Ovviamente, l'intera gamma di emozioni gioca in questa evoluzione / rivoluzione a seconda dei tempi.
Gruppi come il nostro sono semplicemente dei viaggiatori che riflettono i pensieri e le vite dei tempi, proprio come sempre dall'inizio, quando ad esibirsi erano i menestrelli.”


La sua é stata una scelta artistica e di vita radicale. Quella che porta a percorrere un cammino che fin dall'inizio si sa che sarà difficile, pieno di rinunce, delusioni commerciali e che ti lascia perennemente ai margini del mainstream.
Però comunque felice e soddisfatto.
Solo così può essere adamantino nella risposta quando gli chiedo quanto è dura vivere facendo il musicista.
-”Quanto è difficile? O quanto è facile? Imparare a suonare uno strumento è impegnativo e richiede un certo grado di disciplina, ma non più di altre forme d'arte.
Le prestazioni dovrebbero apparire senza sforzo. Tuttavia non sono riuscito a imparare la tablatura per suonare la chitarra, ma continuo a provarci. C'è una leggera consolazione nel fatto che Frank Sinatra non "leggesse" la musica, ma conosceva gli intervalli delle scale jazz. Ciò che è impegnativo e ciò che può diventare un disagio è la vita in tour, specialmente quelli lunghi. Uno deve essere pieno di risorse di mente e corpo per resistere.”


E allora perché uno incomincia e continua a fare il musicista?
“Non è facile rispondere.
Nel mio caso, sono stato e sono naturalmente attratto dalla sua astrazione emotiva, dalla sua armonia e anche dalla sua dissonanza, specialmente quando la musica viene eseguita dal vivo.
Mi sono ispirato a come si colora lo spirito; a come può evocare subito demoni e angeli; come può essere epico o intimo; da come la musica può suscitare la mente inconscia, che è dove dimora la nostra creatività.
Sono affascinato dalla visione di Orfeo, che è sceso negli inferi con la sua lira per incantare Euridice al fine di riportarla alla luce.
I miei inizi come musicista sono stati motivati da una sorta di disprezzo.
Frustrato come aspirante fotografo e regista che lavora a Memphis, è diventato evidente che le mie idee e i miei interessi non erano praticabili in quella città fluviale - troppo marginale, troppo all'avanguardia, troppo di sinistra e troppo incendiaria. Così come molti che sono venuti prima di me - alcuni con le loro frustrazioni - ho preso una chitarra elettrica che avevo comprato da un vicino per 5 dollari e ho iniziato ad accordare il diavolo a sei corde. Prima ho imparato a suonare un rudimentale blues che ho imparato da RL Burnside. Da lì ho raggiunto altri generi nel mio modo primitivo.”




Avevo già suonato nei primi anni 90 prima di Tav Falco con la band di Lilith.
Così quando aprii un mio locale, il “Beethoven” di via Sopramuro, non esitai ad organizzare una data per lui. Preferì dormire a casa mia invece che in albergo, fu affabile e amichevole e alla fine del concerto improvvisammo una breve session con altri musicisti locali.
Successivamente ha composto per Lilith and the Sinnersaints un brano per l'album "The Black Lady And The Sinner Saints" il brano "Secret Rendez Vous".

“Sono stato vostro ospite, non lontano da dove nacque Giuseppe Verdi. Suonai in questo piccolo locale e fu uno show rumoroso, disordinato e stridulo.
Suonai da solo ed é sempre molto difficile gestire una cosa del genere. Ricordo di aver parlato un po' con un americano che viveva a Piacenza”.

Tav Falco, personaggio unico, da scoprire, seguire, amare.

mercoledì, luglio 01, 2020

Paul Weller - On sunset



Il quindicesimo album di PAUL WELLER ne conferma la grande classe compositiva, la voglia costante di non volersi riproporre uguale a sé stesso, il gusto di sperimentare.

"On sunset" é un BUON ALBUM, con ottimi brani ma che suona eccessivamente di maniera, raramente ha un guizzo, un graffio, una fiammata.

Rimane qualitativamente sopra una spanna di buona parte della produzione attuale, non é lecito aspettarci ogni volta un capolavoro da chi é in giro da ormai 45 anni ma sicuramente non sarà ricordato sul podio delle sue migliori prestazioni.
Ancora una volta stupisce la pochezza grafica della copertina.

I 7 minuti e mezzo di "Mirror ball" aprono il disco con un brano dal ritmo funk disco ricco di tratti sperimentali, assoli, sonorità ardite.

"Baptiste" (con Mick Talbot all'Hammond, presente anche in "Village" e "Walkin" e Lee Thompson dei Madness al sax) ha un tempo saltellante e un gusto soul.

Ancora un groove disco funk in "Old father tyme" che a volte sembra una riedizione soft di "Woo see mama" da "Kind of revolution".

Rilassato e innocuo pop soul in "Village" molto in odore di Style Council che spuntano decisi nella successiva "More" con anche l'apporto vocale di Julie Gros dei francesi Le SuperHomard e la chitarra di Josh McClorey degli Strypes.
Umori bossa e uno sguardo a Bobby Womack e Bill Withers.

"Sunset" ruba gli accordi iniziali a "My sweet Lord" di George ma poi diventa una ballata piena di effetti, fiati, archi, cambi armonici e uno dei migliori episodi dell'album.

"Equanimity" ci porta in clima vaudeville caro a Kinks e al Paul McCartney tardi Beatles, con tanto di solo di violino di Jim Lea degli Slade.

Curiosamente anche la successiva "Walkin" si muove su coordinate simili anche se risulta un riempitivo un po' anonimo.

Con "Earthbeat" siamo di nuovo in piena era Style Council: pop soul "sintetico" solare, "autostradale" e gradevole ma poco più (Paul dice sia stato ispirato da Pharell Williams. Alla voce Col3trane, giovane artista della scena nu soul inglese - pare fidanzato di una delle sue figlie...).

Chiude "Rockets" una ballata orchestrale tipicamente Paul McCartney, suggestiva, ben fatta e ricca di classe.
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