domenica, settembre 27, 2020

Classic Rock



Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK parlo, nello speciale dedicato a LOU REED, dell'album d'esordio e di "Live. Take no prisoners".

Poi di "Rocket this town" degli STRAY CATS, "Nostril/Halleluja" di IGORRR, della compilation "Peephole in my brain - The British progressive pop sound of 1971", WRONG NINNA NANNA, GODSPELL TWINS, PAOLO DOESN'T PLAY WITH US, ASPIC BOULEVARD, ORANGE COMBUTTA e dei libri "Face it" di Debbie Harry e "Venerato Maestro oppure" di Eddy Cilia

sabato, settembre 26, 2020

26 settembre 1970. La strage dei Cinque Anarchici della Baracca



Esattamente 50 anni fa Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, morirono a pochi kilometri da Roma in un terribile incidente stradale.

I cinque stavano raggiungendo la capitale per partecipare alla protesta contro il presidente statunitense Nixon in visita in Italia ma soprattutto per consegnare materiale alla redazione del giornale anarchico Umanità Nova (fondato nel 1920 da Enrico Malatesta) e incontrare l'avvocato Di Giovanni, che aveva collaborato alla contro-inchiesta sulla strage di Piazza Fontana.

Si trattava di una ricerca che approfondiva i forti legami tra destra eversiva, 'ndrangheta e servizi ("Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia") sugli eventi calabresi di quel periodo: ovvero le giornate di rivolta di Reggio (caratterizzate dal famoso "Boia chi molla") e il deragliamento del "treno del Sole" avvenuto il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro, che, si accertò successivamente, fu provocato da un attentato e causò sei morti.

L'INCIDENTE venne derubricato a disattenzione dalla polizia ma ulteriori approfondimenti dimostrarono che non fu casuale ma deliberatamente provocato e organizzato. Non proprio casualmente il camion contro cui si schiantarono era di proprietà di Valerio Julio Borghese (che stava organizzando il famoso "Golpe Borghese") .
"È meglio che non faccia partire tuo figlio" disse, la sera prima, un amico poliziotto al padre di Lo Celso.

Non sono state mai accertate responsabilità specifiche per la morte dei cinque ragazzi anarchici.

I documenti che portavano a Roma non furono mai ritrovati.

Un approfondimento a cura di Maria Itri.
http://www.lsdi.it/documenti/anarchici.pdf

Un brano, in uscita oggi, che ricorda l'evento. “Cinque Anarchici” è il titolo del nuovo singolo e video di Kento con la musica di Mad Simon:
https://www.youtube.com/watch?v=Tz9qK5ajYH0

venerdì, settembre 25, 2020

Carlo Babando - Blackness



Mi piacerebbe scrivere come Carlo Babando.
La mia è sincera ammirazione per chi è stato in grado, con questo testo, di approfondire, come è raro trovare, in modo così lucido e innovativo, il difficile rapporto tra BLACKNESS (in particolare il mondo che gravita, artisticamente e culturalmente, intorno al mondo afroamericano) così come la intendiamo noi "bianchi europei" e come invece è in realtà. Ovvero di una complessità che talvolta sfugge a chi si limita alla classica iconografia "Black Panther/pugno nero chiuso/black is the colour" etc.

"Bisogna stare attenti che il binomio musica nera/lotta per l'uguaglianza non inizi ad apparire prevedibile o troppo ben confezionato per fare riflettere come dovrebbe.
Il rischio è di scorgere qualcuno che alza il pugno semplicemente per essere preso sul serio, per dimostrare che la propria voce merita più attenzione perché affronta certi temi."


La prima parte del libro ci insegna a cosa era l'Africa Subsahariana prima delle deportazioni.
Luogo di imperi, ben governati e amministrati, pieni di cultura e radici.
Non sempre rispondenti al nostro immaginario (spesso gli schiavi venduti per essere portati nelle Americhe erano prede e conquiste di guerra di altri neri, appartenenti ad altre etnìe. Guerre progressivamente istigate dai mercanti bisognosi di mano d'opera fresca).
E' un saggio di GRANDE IMPORTANZA, un approfondimento chiaro e spietato che toglie di mezzo tante inesattezze, "ribalta" coraggiosamente una visione della storia eurocentrica e "romanzata".

Uno dei testi più lucidi mai letti sul contesto in oggetto.

Anche perchè:
"L'espressione di un musicista afroamericano deve essere ricondotta necessariamente alla propria identità culturale?"

In mezzo tanta MUSICA, tanti dischi, una guida competentissima alla Black Music, ragionata, mai banale, precisa, piena di piccole sorprese.

Comprate queso libro senza alcuna esitazione.
Un piccolo, anzi no, un vero e proprio CAPOLAVORO per chi vuole capire meglio la BLACK MUSIC.


"Quanto l'esaltazione della coscienza sociale nera abbia realmente a che fare con la comunità afroamericana e quanto, al contrario, venga utilizzata per VENDERLE QUALCOSA (e contemporaneamente attirare una parte della comunità bianca) è quasi sempre difficile capirlo".

"Coniugare identità etnica e marketing discografico non è un male a ogni costo, può anzi servire a veicolare meglio alcuni messaggi, tuttavia non si deve pretendere che le cose possano cambiare semplicemente mettendosi in cuffia un disco senza comprenderlo davvero."

CARLO BABANDO risponde ad alcune domande.

1) La prima parte del libro è un'analisi molto complessa e approfondita sulle origini “secolari” della “blackness”, pre deportazione schiavi. Che permette di comprendere tante cose. E' stato difficile lavorarci e trovare tutte le fonti?
Tutta la parte iniziale del libro è una rielaborazione di alcuni capitoli della mia tesi di laurea in storia medievale, a tratti inevitabilmente semplificata e adattata al contesto socio-musicale all’interno di cui si muove “Blackness”.
Per quanto riguarda le fonti, ho fatto riferimento a studi accademici pubblicati principalmente oltreoceano, provando a mettere insieme storiografia, antropologia, etnologia e storia della musica.
Non sempre è stato facile scovarli e accostarli l’uno all’altro, ma il bello della ricerca in ambito universitario è proprio questo.

2) Molto interessante la sottolineatura di come tutta la vicenda dello schiavismo sia passata sotto una lettura prevalentemente “bianca”. In cui il popolo nero era una sorta di “schiavo per natura”, sottomesso e strappato da un mondo idilliaco dove viveva da “buon selvaggio”.
La lettura bianca – e nella maggior parte dei casi eurocentrica – che si fa comunemente della storia atlantica è finita per influenzare, spesso inconsapevolmente, persino l’universo afroamericano.
È per questo motivo che nel libro ho dedicato molto spazio al rapporto tra i figli della diaspora africana (non solo statunitensi quindi) e il rapporto controverso che hanno con le proprie origini. È quasi come se l’Africa subsahariana, dalle cui coste salparono le maggior parte delle navi cariche di schiavi, non possa vantare un passato complesso e grandioso come quello dell’Egitto, al cui immaginario si sono invece riferiti tantissimi artisti e musicisti neri.
E invece no, le cose non stanno affatto così.

3) Un passaggio che può essere definito “controverso” è quando dici “Quanto l'esaltazione della coscienza sociale nera abbia realmente a che fare con la comunità afroamericana e quanto, al contrario, venga utilizzata per venderle qualcosa (e contemporaneamente attirare una parte della comunità bianca) è quasi sempre difficile capirlo. Tu cosa ne pensi e cosa ne hai capito?
Personalmente credo che il capitalismo giochi per forza di cose un ruolo fondamentale nell’industria della cultura e dell’intrattenimento mainstream, e questo si riflette anche nella musica e nel cinema che si rivolgono alla comunità afroamericana, o che nascono al suo interno.
Il punto, semmai, è non pensare che tutto ciò banalizzi irrimediabilmente la portata del “messaggio”.
Ci troviamo a vivere in un momento storico in cui mettere in luce certe storture sociali appare ancora una volta importantissimo, ma è fondamentale approcciarsi a questi temi con la giusta dose di onestà da parte degli artisti coinvolti e con l’imprescindibile voglia di comprendere – e approfondire – da parte di chi ne ascolta le espressioni su disco, attraverso le playlist a tema di Spotify, scorrendo i contenuti di Netflix e via dicendo.
Altrimenti rischia di apparire solo una questione di acconciature afro, coreografie ipnotiche e bicipiti di ebano.

4) Passando alla musica, la lista di dischi e canzoni che tratti mostra un incredibile quantità di capolavori riferibili al periodo d'oro della black music (e non solo), 70 e 80.
Secondo te, se è possibile fare un raffronto, successivamente c'è stata altrettanta musica importante e decisiva, a livello artistico?

La musica nera è in grado di rinnovarsi e autocitarsi in modo meraviglioso e inarrestabile, mescolando generi e inventandone di nuovi.
Basta pensare al rap. Ragionando in questi termini non esiste un decennio in cui manchino artisti a loro modo decisivi, persino ai tempi dei lustrini e dell’edonismo reaganiano. Mi sarebbe piaciuto trattare in maniera approfondita anche il trentennio che si spinge oltre il 1971 di “What’s Going On” e arriva all’avvento del neo soul, magari allargandomi sia in direzione del funk che dei suoni giamaicani, ma mi sono presto reso conto che sarebbe servito troppo spazio.
Ecco allora che ho preferito costruire un ponte che dal doo wop giungesse, dopo un lungo volo sui capolavori (a volte dimenticati) degli anni Cinquanta e Sessanta, direttamente alla scena contemporanea e al retro soul di Sharon Jones, Lee Fields e colleghi. Sì, di musica nera fondamentale ce ne sarà sempre: ma oggi più che mai si tratta di una galassia molto liquida, in cui Kendrick Lamar e Kamasi Washington nuotano nello stesso acquario di Beyoncé, Durand Jones e Anderson Paak.
Non a caso ho compilato anche una lunga playlist dedicata a “Blackness” ascoltabile su Spotify, pensandola proprio come una guida all’ascolto.

5) Credi che il BlackLivesMatter sia la scintilla per produrre una nuova scena di black music “impegnata” (vedi l'esperienza dei Sault).
Black Lives Matter e i movimenti attivisti offrono spunti e sinergie che possono fungere da base per la crescita di progetti musicali socialmente impegnati e senza dubbio molto interessanti. La speranza, tuttavia, è che a questo si affianchi sempre una coscienza sociale – sia bianca che nera – alimentata dalla voglia di conoscere il passato per comprendere il presente e offrire delle risposte concrete nel futuro. Risposte, per intenderci, che non siano abbattere le statue di Cristoforo Colombo.
E non è finita qui, perché Black Lives Matter ha influenzato positivamente anche il mondo dello sport e quello dell’industria cinematografica, come spiegano bene Giuseppe “u.net” Pipitone e Marco Manetti (Manetti Bros) nelle due conversazioni che chiudono il libro. Insomma: resto convinto che alla rabbia e al talento, in qualsiasi caso, non può mai mancare anche la conoscenza se si vuole sperare di cambiare davvero le cose.

6) Dimmi cinque nuovi artisti e/o dischi che ritieni importante seguire.
Più che dei nomi in particolare, potrebbe essere nuovamente l’ora di provare a seguire una “scena”.
Che, paradossalmente, non è più contraddistinta da un genere musicale ben preciso: in mezzo ci sono rapper, jazzisti, popstar, compositori elettronici e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente non tutto ciò che fuoriesce da queste traiettorie all’incrocio di indie e mainstream è degno di recupero, ma ognuno dei nomi coinvolti sta provando a dire qualcosa all’interno di un grande discorso comune. Quello che volevo fare con le pagine di “Blackness”, in fin dei conti, era soprattutto provare a decifrare alcune geometrie di questo discorso. Forse proprio le più ingarbugliate.

Carlo Babando
Blackness
Odoya
20 euro

giovedì, settembre 24, 2020

Stefano Spazzi - Arcipelago Mod



L'approdo della (sotto)cultura MOD in ITALIA.

Siamo nei primi anni 80 e sull'onda di Jam, "Quadrophenia" e della scena inglese, anche da noi mette le radici un movimento di estrazione britannica ma che trova in breve tempo centinaia, poi migliaia, di affascinati adepti.

STEFANO SPAZZI è andato pazientemente alla ricerca di quegli anni, scavando tra protagonisti, soprattutto rappresentanti della scena musicale.
Parlando direttamente con loro, cogliendone una visione matura, che, ancora, 40 anni dopo, ha tante cose da dire.

Si parla di Statuto, Underground Arrows, Four By Art, F104, Mads, Five Faces e tanti tanti altri.

Parlano Oskar e Naska degli Statuto, Roberto Falsetti e Stefano Bellezza degli Underground Arrows, Francesco Gazzara, Leo Mastropierro, Francesco Ficco dei Lager, Bruno Pisaniello, Flavio Candiani, Valerio Frezza, Roberto Stortoni, Marco Ciari, Claudio Vandini degli F104, Giorgio Lanteri dei Five Faces, Checco Garbari della scena bolognese (inclusa quella dei 60's), Stefano Steve Marzaroli, Tazio Roversi, Cesare Ferioli, Alessandro Forti.
E ancora la Glory Girl italiana per eccellenza, Clelia Lucchitta, Gene Guglielmi, protagonista nei 60's, Andrea Maccarone.

Ho dato a Stefano una serie di dritte, contatti e idee.
Contento di essere parte di questo progetto, ulteriore importante testimonianza di un momento irripetibile
.

Una breve intervista all'autore ci introduce meglio all'opera.

1) Cosa ti ha spinto a intraprendere questa ricerca?
la motivazione che mi ha spinto ad intraprendere questa ricerca è stata la consapevolezza di confrontarmi con una delle culture underground più importanti del '900 tanto per incisività sul tessuto connettivo sociale che per senso di appartenenza.
Tra l'altro comprendendo che il segmento del mod revival in Italia era poco o per nulla indagato quanto a pubblicazioni specifiche e di contro ricco di spunti di riflessione.

2) Che metodologia hai seguito ?
Il lavoro è maturato a seguito dei colloqui con Tony, coautore della pubblicazione, insieme al quale abbiamo elaborato le linee guida del lavoro.
Lui veniva da numerosi testi che indagavano differenti realtà musicali, da parte mia potevo annoverare alcuni libri di indagine musicale, tra cui due sul beat, e da quell'impiantistica abbiamo poi deciso di partire.
Il libro non si propone di essere solo un "elenco" delle realtà del movimento ma di scandagliare il fenomeno da un punto di vista socio-antropologico oltre che ovviamente musicale.

3) Cosa ti ha e più ti affascina della cultura Mod?
Mi affascinano molte cose, naturalmente il dato musicale, e probabilmente sopra questo l'estetica Mod nella sua essenza, la simbologia, l'appartenenza, l'impermeabilità a mode che avrebbero potuto contaminarla e quindi il suo essere né vecchia né nuova, ma solo e sempre Mod al di là di tutto.

4) Cosa ti aspetti da questo libro?
Mi aspetto che questa pubblicazione possa essere riconosciuta dai Mods come un'analisi serena ed obiettiva del fenomeno con l'auspicio di esserne riuscito a coglierne lo spirito generatore, e che da tutti gli altri potenziali lettori possa essere visto come un libro per approfondire un argomento cui magari si sono avvicinati solo marginalmente.

5) Hai avuto difficoltà a reperire tutti i protagonisti? Ci sono state reticenze o dinieghi?
Nessuna difficoltà, anzi una spiccata propensione a raccontare il periodo da molte angolature diverse.

Stefano Spazzi
Arcipelago Mod
Crac Edizioni
18 euro

mercoledì, settembre 23, 2020

Davide Sorrenti



Figura complessa, controversa, disperata, estrema, unica.

Difficile separare la carriera di fotografo (durata solo due anni) e la precaria vita di DAVIDE SORRENTI, spentasi a soli 20 anni per una letale commistione di malattia (la talassemia, che lo costringeva a continue e dolorose trasfusioni) ed eroina (anche se non morì di overdose).

Operò a New York a metà degli anni 90, una famiglia di fotografi (la madre Francesca, la sorella Vanina e, in particolare, il fratello Mario Sorrenti), un grande talento.

Scattò nelle strade, stanze, case, ritraendo gli amici ma lavorando per molte importanti case e riviste di moda, esaltando il ritratto cosiddetto "Heroin Chic", modelle magrissime, sguardi persi ed evidenti connessioni con la tossicodipendenza.
Fu compagno della giovanissima modella e poi attrice Jaime King, con cui condivise l'uso di sostanze fino alla morte prematura.

«Davide era molto giovane, non aveva nemmeno vent’anni, ma aveva capito l’idea di stile; per lui la strada, la fotografia, erano la stessa cosa, prendeva tutto molto sul serio e in maniera incredibilmente prolifica»
(Francesca Sorrenti).

Il concetto di "Heroin chic" fu duramente attaccato dal presidente Bill Clinton in un discorso del 1997:
“The glorification of heroin is not creative, it’s destructive. It’s not beautiful, it’s ugly.
And this is not about art, it’s about life and death. And glorifying death is not good for any society”.


Nel 2019 Charlie Curran gli ha dedicato il doc "See Know Evil" https://www.youtube.com/watch?v=3hErgEth7BA

martedì, settembre 22, 2020

Donna Summer - I feel love



Quando BRIAN ENO ascoltò per la prima volta "I feel love" di DONNA SUMMER corse da David Bowie, con cui stava registrando "Heroes" a Berlino agli Hansa Studios e gli disse:
"Non serve guardare altrove. Questo è il brano che cambierà la storia della musica dance per i prossimi 15 anni.”

Il brano, uscito nel luglio 1977, nasce dal concept che caratterizzava il quinto album di Donna Summer "I remember yesterday" in cui ogni episodio si ispirava a un periodo storico e a uno stile musicale (lo swing dei 40, il pop soul dei 60, la disco e il funk dei 70).
La conclusione era riservata a una proiezione nel futuro.

"I feel love" viene realizzato e prodotto da GIORGIO MORODER e PAUL BELLOTTE con un (innovativo per i tempi) MOOG Modular 3P.
L'unica parte "suonata" è la batteria, a cura del session man Keith Forsey (spesso nelle realizzazioni di Moroder ma anche percussionista con gli Amon Dull II e successivamente produttore di Billy Idol e compositore di hit come "Don't You (Forget About Me)" dei Simple Minds e di "Flashdance").

Il brano rivoluzionò la musica disco dance, fino ad allora eseguita con orchestre, archi e fiati.

"I feel love", cantato direttamente da Donna Summer in una sola prima versione, vendette milioni di copie, arrivò in testa alle classifiche di tutto il mondo e rimane un classico della musica pop.

I FEEL LOVE
https://www.youtube.com/watch?v=Nm-ISatLDG0

Versione remix di otto minuti
https://www.youtube.com/watch?v=B2qI6UDD2uQ

lunedì, settembre 21, 2020

William Burroughs e il rock



Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per LIBERTA'

E' noto il ruolo di William Burroughs come "santo patrono degli artisti fuorilegge" e di come i suoi scritti, le sue visioni, la sua attitudine abbiano influenzato i personaggi più disparati (e disperati).
Le sue esperienze (più dettagliate e approfondite possibile) con le droghe sono state ripetutamente riportate nei suoi scritti. Se aggiungiamo una dichiarata omosessualità (parliamo degli anni dal 1935 in poi nei bigottissmi e repressivi Stati Uniti) e una smodata passione per le armi (uccise involontariamente la moglie, sparandole alla testa durante un insano gioco alla “Gugliemo Tell”), è intuibile quanto lo scrittore americano non fosse particolarmente “in linea” con gli stilemi del buon costume.

Legato in modo indissolubile ai poeti della Beat Generation, come Jack Kerouac e Allen Ginsberg (con cui ebbe anche una, presunta, relazione), nel 1958 scrisse il celeberrimo “Pasto Nudo”, testo diventato iconico nella letteratura “alternativa” (con la sua esaltazione della devianza, tra erotismo e uso della tossicodipendenza, spinti all'eccesso), assurto, nel tempo, a classico, nonostante, ai tempi, avesse subito gli strali della censure tra denunce e sequestri.

Lo stesso Burroughs, già nel 1962, sintetizzava alla perfezione il ruolo della censura nell'arte e nella società: "La censura, ovviamente, è il presunto diritto da parte delle agenzia governative, di decidere quali parole e immagini i cittadini abbiano il permesso di vedere".
Inventa la tecnica di scrittura del “cut up” ovvero l'assemblaggio casuale di parti di testo per ricrearne uno nuovo in modo del tutto imprevedibile. Burroughs ha sempre esercitato una fortissima e diretta influenza su fior di nomi della scena rock mondiale. da Bob Dylan ai Beatles, fino a Husker Du, Sonic Youth, Kurt Cobain, Patti Smith, Lou Reed, David Bowie, Iggy Pop e decine di altri.
Molti di loro fecero carte false per poterlo incontrare nella sua casa di Lawrence, in Kansas, dove lui accoglieva chiunque senza particolari problemi.

E' stato recentemente tradotto e pubblicato in Italia (da Jimenez Edizioni) uno stupendo libro di Casey Rae, “William Burroughs e il culto del rock 'n' roll”, perfetto nel congiungere tutte le linee che hanno legato lo scrittore alla musica, attraverso dettagli, conversazioni, episodi.
Essenziale tassello per approfondire ancora di più uno degli aspetti meno noti e più sottovalutati della storia del rock.

Osserva lo studioso James Adams:
“Senza Burroughs e i suoi esperimenti, Bob Dylan forse non si sarebbe spinto a comporre versi che fanno venire in mente i cut up, pur sembrando scaturire da un luogo più personale, determinato, onesto e umano, come quelli che scrisse nel 1965”.

Anche i Beatles, in particolare Paul McCartney, ne subirono una forte fascinazione. Lo scrittore compare tra i numerosi personaggi ritratti nella copertina del loro capolavoro del 1977, “Sgt Peppers”. Nel 1965 Burrougs incise un album, “Call me Burroughs”, in cui recitava alcune sue poesie e scritti.
I quattro Beatles ne acquistarono una copia a testa (nonostante fosse stato stampato solo in Francia in un numero limitato di 1000 copie). Il gallerista Bob Fraser, tra i protagonisti della Swinging London, ne fece reperire dieci copie che distribuì poi ai suoi amici, tra cui Mick Jagger, Keith Richards e Marianne Faithfull.

McCartney allestì nel 1966 un piccolo studio di registrazione a Londra, a Montagu Place, in un appartamento affittato dal proprietario, Ringo Starr (che utilizzava per ospitare amici in transito. Vi soggiornò per un po' anche il giovane Jimi Hendrix), per poter incidere un disco con Burroughs.
Incaricò Ian Sommerville, compagno dello scrittore e collaboratore nella realizzazione dei succitati cut-up, che successivamente diventerà fonico dei Beatles.
Purtroppo quei nastri non furono mai registrati.
Successivamente Burroughs condividerà una stretta amicizia anche con David Bowie, a cui era unito anche da un profondo interesse per l'occulto e le pratiche esoteriche.
Fino ad arrivare alla seduzione che subirà Patti Smith che di lui disse:
“William sembrava connesso con qualsiasi cosa. Se guardi un film come "Blade runner" scopri che l'espressione 'blade runner' è farina del suo sacco, come 'heavy metal'...Lui è una specie di Bibbia Alternativa”.
Patti Smith ebbe un'intensa vicinanza con lo scrittore e ne venne pesantemente influenzata: “Burroughs mi mostrò una serie di tunnel in cui precipitare. Mi piace chi è più Grande di me, non mi piace incontrare una congrega di scrittori che non penso siano Grandi. Io venero gli eroi. E sognavo persino ad occhi aperti sul fatto che lui si sarebbe innamorato di me e poi ci saremmo sposati. Mi presi una grandissima cotta per William, davvero, grandissima”.

Altrettanto affascinato ne fu Lou Reed:
“Lui è quello che ha abbattuto le porte. Solo lui possedeva l'energia necessaria per esplorare l'interiorità psichica senza alcun filtro. Burroughs ha cambiato le mie idee su ciò di cui era possibile scrivere e sul modo in cui era possibile farlo”.

L'autore del libro, Casey Rae, sottolinea argutamente: “Reed e Burroughs facevano di tutto per apparire intoccabili: Reed a botte di cuoio e freddezza, Burroughs con le armi da fuoco e l'antipatia.
Entrambi si erano fatti un bel po' di giri sul lato selvaggio e avevano cercato di trascendere la sofferenza attraverso l'esporazione creativa, offendendo lungo il percorso le sensibilità più delicate e spianando la strada ad altri rinnegati come loro.”

Inevitabilmente con queste premesse, il punk non fu esente, anzi, dalla fascinazione per un personaggio del genere. "Il punk rock era influenzato da Burroughs perchè il punk rock era di fatto una rivoluzione ampia, internazionale, antiautoritaria, e culturale. Credo che Burroughs fosse in tutto e per tutto punk"(V.Vale della rivista "RE/Search").

In effetti il punk, spesso liquidato come provocazione fine a sé stessa, possedeva invece una forte vena intellettuale, unita ad una grande consapevolezza sociale che ben si sposavano con le idee di Burroughs.
Che collabora, lavora, incontra alcune delle “stelle” del punk e dell'alternative rock, anche quello più oscuro da Joe Strummer a Kurt Cobain dei Nirvana, i Sonic Youth, Husker Du e Genesis P.Orridge ex Throbbing Gristle, fino a Nick Cave e Tom Waits.

Completamente avulso dalla realtà politica e sociale. Famoso l'aneddoto del cantante dei Ministry in visita a casa sua. Mentre Burrough indulgeva, ultra ottantenne, in una iniezione di eroina, scorse tra le lettere accumulate sul tavolo una proveniente dalla Casa Bianca, ancora chiusa. Ottenuto il permesso di aprirla scoprì che si trattava di un invito da parte del Presidente Clinton per un reading di letture. Burroughs rispose “E chi è Clinton? Chi sarebbe il presidente degli Stati Uniti?”.

Preveggente, in tal senso, una sua dichiarazione sulla politica globale:
“I governanti di questo mondo, il meno sicuro di sempre, sono governanti per caso. Inetti, piloti terrorizzati alla guida di una gigantesca macchina per loro incomprensibile, che convocano esperti per farsi dire quali pulsanti schiacciare”.

Tra i numerosi album incisi da Burroughs (il più delle volte parlati e declamati e comunque parecchio ostici all'ascolto) segnalo la devastante collaborazione con Kurt Cobain, il singolo del 1992 “The priest they called him”, in cui recita "The Junky's Christmas".
Il chitarrista dei Nirvana due mesi dopo ci incide sotto una base rumoristica di una decina di minuti. “Dead City Radio” è un insieme di parole, estratti dai suoi libri, conversazioni, registrate a casa sua a cui successivamente nomi tutelari della musica alt come Sonic Youth, John Cale, Chris Stein dei Blondie e Donald Fagen, tra gli altri, aggiunsero musiche tra lo sperimentale e l'orchestrale.
“Spare Ass Annie and Other Tales”, del 1993, sono sette estratti da altrettanti libri di Burroughs con le basi hip hop funk dei Disposable Heroes of Hiphoprisy, perfetta e incredibile unione tra l'"estremo", espresso dallo scrittore e il "nuovo" della band rap.
Connubio straniante, minaccioso, efficace.
Il citato “Call me Burroughs”, del 1965, fu per molti anni l'unico disco disponibile dello scrittore che declama brani dai suoi libri. L'ex Sonic Youth Thurston Moore nel 2013 incise un album i suoi Chelsea Light Moving, definendo la musica del disco Burroughs rock".
Nel 1989 Bill Laswell e i suoi Material realizza “Seven souls”, musicando una serie di letture dello scrittore da “Le terre occidentali”.
Per capire un pezzetto del mondo di Burroughs, indipensabili le letture di “La scimmia sulla schiena”, “Pasto Nudo” , “La macchina morbida” (da cui la band di Robert Wyatt, i Soft Machine, presero il nome).

domenica, settembre 20, 2020

AngelHeaded Hipster - The songs of Marc Bolan and TRex



Tributo molto atteso e avvalorato da un parterre di superstar, con la produzione di un maestro di operazioni simili. come Hal Willner, scomparso in primavera a causa del Covid.
Come prevedibile ci si muove tra alti e bassi, qualche momento superbo, tanti anonimi, alcuni dannosi.

Ben 25 brani tra cui, indiscutibilmente spicca un epico e drammatico Nick cave con una spettacolare "Cosmic dancer".
Ma anche un'insospettabile Kesha fa molto bene nel classico "Children of revolution" con Wayne Kramer degli MC5 alla chitarra e il figlio di Marc e Gloria Jones , Marc Rolan ai cori. Versione solenne, epica, sinfonica. Uno dei vertici.
Come sempre bravo Sean Ono lennon insieme a Charlotte Kemp Muhl, classica Joan Jett, ottima Lucinda Williams e irresistibile David Johansen che riesuma Buster Poindexter e riprende "Get it on" in chiave swing.

Ascolto divertente ma album sicuramente NON indispensabile.

venerdì, settembre 18, 2020

Asha Puthli



Conosciuta per i successi in ambito disco music negli anni 70, soprattutto con il classico "The devil is loose", la carriera di ASHA PUTHLI (nata a Bombay e poi trasferitasi a New York prima, in Europa poi) è molto più ricca e interessante.
Già alla fine dei 60 (1968) la troviamo in patria con un paio di 45 di impostazione BEAT.

Con i Surfers incide un 45 giri (pubblicato a Singapore e Hong Kong) con quattro brani: "Fever", "Sound of silence", "Sunny", "Angel of the morning", molto crudo, grande voce soul e un retrogusto "orientale" negli arrangiamenti:
https://www.youtube.com/watch?v=6MjpWIJtXY0

Mentre in India, nello stesso anno, pubblica con i Savages un 45 giri semi strumentale, tra psichedelia, surf e un insolito incedere ethio jazz "Pain/Next door":
https://www.youtube.com/watch?v=_-OEXEWytho&feature=youtu.be&t=175

A New York approda alla corte di ORNETTE COLEMAN con cui canta due brani "What Reason Could I Give" e "All My Life" nel suo "Science fiction" del 1971 (grazie ai quali viene segnalata da "DownBeat" come miglior vocalist insieme a Ella Fitzgerald e Dee Dee Bridgewater).
What Reason Could I Give
https://www.youtube.com/watch?v=LHv0VWPAIjU&list=PLB500482842172ADF
All my life
https://www.youtube.com/watch?v=9cFU2msIO7M

Approdata in Europa l'esordio omonimo del 1973 (ristampato in questi giorni) è uno splendido album di funk soul con rifacimenti di brani George Harrison, John Lennon, JJ Cale, tra gli altri.
Si sposta verso la disco e ottiene un enorme successo, soprattutto in Europa ma senza dimenticare le origini artistiche.

The Devil is loose del 1976 contiene l'omonimo successo, alcuni brani disco, ballate melliflue e sensuali ma anche un paio di travolgenti disco soul funk come "Our love is making me sing" e "Buddy and me", il torrido funk "Space talk" (campionato successivamente da 50 Cent, Dilated Peoples, The Notorious B.I.G, P Diddy e Redman), l'ottimo funk fusion "Flying fish".

Continua ad alternarsi tra progetti commerciali e sperimentali.
Collabora con Bill Laswell (ascoltare l'ipnotica dub dance indiana di "Shive stone": https://www.youtube.com/watch?v=NiI4KsN8aek.

Ha lavorato anche nel cinema, nella moda e attualmente è produttrice musicale.
Ha recentemente registrato un album jazz, in attesa di essere pubblicato.

giovedì, settembre 17, 2020

Sheffield United – West Bromwich Albion



ALBERTO GALLETTI ci riporta nel mondo delle PARTITACCE, dove volano botte e calcioni.

Marzo 2002, Sheffield United – West Bromwich Albion

Regolamento del Gioco del Calcio: Regola n.3; Art.1:
Una partita di calcio non può iniziare, o proseguire, se una delle due squadre si presenta o rimane con meno di sette giocatori.

Anche l’arbitro più incapace dovrebbe riuscire a contare fino a sette, dovrebbe.
Magari aiutato dal VAR che potrebbe fornirgli il pallottoliere e contare i giocatori dalla sua postazione, si sa mai.
Regola pressochè irrilevante durante lo svolgimento di una gara in uno sport dove si gioca 11 contro undici, semmai potrebbe entrare in ballo prima del fischio di inizio.

Non in quel 16 marzo 2002 quando, all’entrata in campo a Bramall Lane per l’incontro di First Divison (nome della II divisione inglese del tempo) tra il locale Sheffield United e il West Bromwich Albion, che 100 anni prima avrebbe avuto probabilmente molto da dire al massimo livello.

La classifica in se non dava particolari motivi per aspettarsi esagerato agonismo.
Gli ospiti arrivarono a Bramall Lane terzi in classifica, in corsa promozione ma senza vere chances di raggiungere il Wolverhampton secondo e undici punti più avanti.
I padroni di casa erano quindicesimi e virtualmente già salvi.
Ma a dire il vero c’era parecchia acrimonia tra le due squadre.
Negli ultimi cinque incontri c’erano state quattro espulsioni, svariati cartellini gialli e George Santos dello United aveva rimediato una frattura occipitale e quella di uno zigomo per una gomitata volontaria rifilatagli da Andy Johnson nel corso dell’ultimo incontro l’anno prima.
Potenzialmente qualche ingrediente per una polveriera c’era.

Dopo solo nove minuti, Simon Tracey, portiere dello United, nel tentativo di fermare Dobie, che lo aveva scavalcato con un pallonetto, ferma la palla con le mani poco fuori l’area di rigore e viene espulso.
La partita continuò poi per un ora senza troppi sussulti.
Il WBA sfruttò la superiorità numerica andando in vantaggio con Dobie che al 18’ metteva dentro con un bel colpo di testa su bel cross dall’out destro.
Allo scoccare dell’ora di gioco su corner per il WBA da sinistra, bello schema con Baliş che dalla bandierina batte rasoterra, indietro, verso il vertice dell’area di rigore.
Sul perfetto assist si avventa lanciatissimo McInness che in corsa esplode un diagonale fortissimo che si infila all’incrocio dei pali opposto.
Splendido, e 2-0

. Sotto di due gol, con un uomo in meno, e meno di mezz’ora a disposizione, Warnock fa un doppio cambio non trovando tra l’altro di meglio da fare che mandare in campo Santos al posto di Tonge e dando un saggio del suo proverbiale acume.
Alla chiara ricerca di vendetta, pochi secondi dopo essere entrato, Santos entra in tackle assassino a piedi uniti su Johnson, che vola per aria in maniera spettacolarmente preoccupante, si vendica della frattura dell’anno prima e viene immediatamente espulso.

Scoppia una violenta rissa nella quale Patrick Suffo, anch’egli appena entrato, picchia una violenta testata a McInness e viene pure espulso.
A questo punto lo Sheffield United è in otto uomini.
Contro undici, e non ha più sostituzioni disponibili; si continua.
E un applauso a Neil Warnock.

La partita è incattivita a livelli da rissa, Curle prende a pugni McInness, bel provocatore tra l’altro, l’arbitro fa finta di niente, o forse preferisce non usare il cartellino rosso per paura di dover interrompere la partita.
Al 77’ Dobie fa doppietta e porta i suoi sul 3-0 e conti chiusi, ma già lo erano.
I timori dell’arbitro però ricominciano a farsi vivi quando Brown si infortuna al 79’ e deve uscire:
Sheffield United in sette.
Si prosegue.
Fino all’ 82’ quando si fa male anche Ullathorne che è costretto ad abbandonare.
A questo punto con la squadra di casa ridotta in sei, il Sig. Wolstenholme è costretto davvero ad abbandonare la contesa e fischia tre volte: Regola 3 Art. n.1.

La Football League assegnò poi la vittoria a tavolino 3-0 al WBA, multando lo Sheffield United di £ 10.000, Suffo di £3.000, Curle di £ 500 e Warnock di £ 300.
Squalifiche: Santos e Suffo 6 giornate, Curle 2.
Passata alla storia, piuttosto pateticamente secondo lo stile inglese, come la Battaglia di Bramall Lane, la partita finì invece negli annali inglesi del calcio come la prima abbandonata, nella seconda serie professionistica inglese, per insufficienza numerica sopraggiunta di una delle due contendenti.

Santos e Suffo non indossarono più la maglia dello Sheffield United.
Il WBA invece, riuscì a raggiungere e a superare i Wolves, finendo secondo e ad essere promosso in Premier League.

F.L. First Division 2001/02

Sheffield, Bramall Lane 16 marzo 2002

Sheffield United 0-3 West Bromwich Albion (abbandonata all’ 82’)
Sheffield United: Tracey; Uhlenbeek, Page, Curle, Ullathorne; Jagielka, Tonge, Brown; D’Jaffo, Ndlovu, Peschisolido. All. N. Warnock
West Bromwich Albion: Hoult; Baliş, Sigurdsson, Chambers, Clement, Gilchrist, Moore; Johnson, McInness; Dobie, Dichio. All. G. Megson
Arbitro: Eddie Wolstenholme (Lancashire)
Marcatori: 18’ e 77’ Dobie (WBA), 62’ McInness (WBA)
Espulsi: 9’ Tracey, 65’ Santos e Suffo, tutti dello Sheffield United
Spettatori: 17.653

Marzo 2002, Sheffield United – West Bromwich Albion
https://www.youtube.com/watch?v=9ZDsjY3uFdE
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