venerdì, aprile 24, 2015

Shirts !



Stanno finendo le magliette di LILITH AND THE SINNERSAINTS.
Costano poco e l'estate si avvicina...why not?

In questo link una ricca galleria di chi ha già usufruito del prezioso manufatto:

https://www.facebook.com/lilithrita.oberti/media_set?set=a.667361229984852.1073741826.100001329423492&type=1&pnref=story

E per averla ?
Scrivi a info AT lilithandthesinnersaints.com

giovedì, aprile 23, 2015

Stasera a Roma



Stasera alle ore 22.00
IBS.it bookshop Roma
via Nazionale 252/255, 00187 Roma


In occasione della
"NOTTE BIANCA DELLE LIBRERIE"
VOLOLIBERO EDIZIONI
PRESENTA

L'UOMO CANGIANTE. PAUL WELLER: The ModFather
di
ANTONIO TONY FACE BACCIOCCHI
intervengono:
ANTONIO BACCIOCCHI
Autore del libro
e
MAURIZIO BECKER
Giornalista

https://www.facebook.com/events/1568255793452803/

Pete Townshend - Empty glass



35 anni fa (più esattamente il 21 aprile 1980) PETE TOWNSHEND dava alla luce il suo primo album solista, il favoloso "EMPTY GLASS".
Aveva in realtà già pubblicato "Who came first" nel 1972 ma che era una raccolta di demo acustici (con brani non utilizzati per il progetto "Lifehouse", poi confluito in "Who's next") e episodi dedicati al Meher Baba a cui era devoto e, nel 1977, "Rough mix" in coppia con Ronnie Lane ma "Empty glass" si configura come il primo lavoro concepito in funzione solista.

Album che nasce in un periodo difficilissimo per Townshend, distrutto dalla morte di Keith Moon, minato dall'abuso di alcool (e non solo), in preda ad una crisi esistenziale (nonostante sia, con i canoni odierni, ancora giovane, 35 anni, è considerato dalla critica e dalle nuove punk bands come un "dinosauro" di un'epoca finita), coinvolto in tristi problemi in famiglia e dalla consapevolezza che gli Who siano ormai artisticamente finiti.

"Ho realizzato che praticamente tutti i problemi personali che avevo - quali che fossero, ubriacarsi o difficoltà a casa con la mia famiglia - erano a causa degli Who sempre in tour. Quando ci siamo fermati ho trascorso due anni e mezzo lontano dal palco, rsistendo alle pressioni del gruppo per tornare in tour - "No, io voglio provare a stare fermo e vedere cosa succede'. Alla fine di questo periodo tutti i miei problemi erano ancora lì. Alcuni anche peggio. Ma quel periodo mi ha aperto, sono stato in grado di dare un taglio leggermente diverso alle qualità che cerco o che altre persone cercano, nella vita ".

I 10 brani di "Empty glass" sono un'incredibile prova di energia e forza, in cui recupera la freschezza e l'urgenza degli esordi, lancia arroganti ventate di robustissimo rock, conserva la raffinatezza della scrittura e degli arrangiamenti (bellissimi quelli vocali, originali e curatissimi).
La chitarra torna a ruggire, la base ritmica (alla batteria è prevalentemente presente il "mostro" Simon Philipps ma troviamo anche Kenney Jones, Mark Brzezicki e James Asher) con Bill Butler dei Big Country al basso fa faville, Rabbitt Brundick (storico tatsierista degli Who) è impeccabile, la voce di Townshend sa essere rabbiosa, vellutata, avvolgente, cattiva, sempre convincente.

"Empty Glass non era un album particolarmente all'avanguardia ma è stato interessante per me perché mi sono trovato a fare il tipo di materiale vario che erano soliti usare gli Who".
Nei nostri primi due album abbiamo fatto cose che spaziavano dalle canzoni comiche alle ballate romantiche fino alle cose più folli. E non è che voglio tornare a quei momenti abbastanza estremi, ma è bello non essere vincolati da limitazioni".

L'apertura riserva subito uno dei migliori brani composti dagli anni 80 in poi da Townshend, il tiratissimo rock di "Rough boys" (dedicato, oltre che alle figlie, ai Sex Pistols), con Kenney Jones alla batteria. Il brano era stato composto per gli Who ma lasciato in stand by a causa del testo dai riferimenti all'omosessualità che Roger Daltrey pare avesse problemi a cantare:
"Avevo fatto un'intervista al proposito dicendo che "Rough Boys" è sulla mia gay life, ma in realtà era sugli amici gay che ho avuto. L'intervistatore deve aver cambiato un po' la punteggiatura rendendo la dichiarazione come un Coming out, cosa non affatto vera".

Il brano uscì anche come singolo arrivando al 39° posto delle charts inglesi e con un video in cui due mods e due rockers si disputano una partita a biliardo, con Townshend in mezzo che suona e canta.
https://www.youtube.com/watch?v=dkT8W6u81Ks

Segue la delicata rock ballad "I am an animal" con un elegante arrangiamento di tastiere che si incastra alla perfezione con l'arpeggio della chitarra acustica e un superbo lavoro del basso. ( I am a human being / And I don't believe all the things I'm seeing /I got nowhere to hide anymore/ I'm losing my way / I am a nothing king / Been right around on a golden ring)
"And I'm moved" si colora di disco funk (!) con le tastiere in loop ben sperimentate ai tempi di "Hos next" ("Baba O Riley" e "Won't get fooled again") e una stupenda melodia avvolgente.

Uscito anche come singolo (e con video minimale : https://www.youtube.com/watch?v=vUaRnGKfkBE ) "Let my love open the door" è il brano più convenzionale e facile dell'album (che lo stesso Townshend no nconsiderva particolarmente riuscito), molto vicino alle sonorità pop dell'epoca.
Chiude la facciata la durissima "Jools and Jim" dedicata a due giornalisti che dileggiarono la morte di Keith Moon.
"Keep on working" fu composta per "Who are you" ma esclusa dall'album.
Pete l'ha definita un tentativo di imitare il songwriting di Ray Davies : "Ray ha sempre avuto una grande influenza su di me. Non sono mai riuscito a scrivere nel suo modo come lui ma ci ho provato spesso. "Keep on working" cerca di essere una canzone dei Kinks ma alla fine non ci riesce".
In effetti non è un brano memorabile...
https://www.youtube.com/watch?v=v_-mrL5Tov4

Molto meglio la violenta, successiva, "Cat's in the cupboard" con il grande lavoro all'armonica blues di Peter Hope-Evans e "A little is enough" con tastiere synth forse eccessive (sound tipico di "Who are you") ma con un buon tiro.
"Mia moglie non mi ama più..che fare? Mi disse che mi amava UN PO'. Un po'...questa è buona. Ma l'amore è universale, senz alimiti. Così perfino un po' è abbastanza. Anche se credo che le mie canzoni d'amore siano sempre state terribili, credo che questa sia in assoluto una delle migliori canzoni che io abbia mai scritto"
La title track è un brano già pronto per gli Who, registrato in versione demo con John Entwistle e Keith Moon (inserita poi nella ristampa in CD) ma poi esclusa anche a causa di un testo inizialmente con frasi molto indirizzate verso il suicidio (e corrette successivamente).
Un poderoso brano rock con un ottimo e aggressivo assolo di Pete e una ritmica potentissima.
Chiude la lunghissima "Gonna get ya", tipicamente Who con parecchie similitudini con "5.15", un riuscitissimo botta e risposta vocale e un intermezzo strumentale di grandissimo livello.

Splendido album, il migliore scritto da Pete Townshend dal 1973 in poi, fu oggetto di polemica all'interno della band, privata di grandissimi brani e che invece per il pur buono "Face dances" e il mediocre "It's hard" si dovette accontentare di materiale molto meno interessante.
"Empty glass" ebbe un buon successo sia di pubblico che di critica.

mercoledì, aprile 22, 2015

Gary Lammin, un grande misconosciuto



ANTONIO ROMANO ci porta alla scoperta di un personaggio misconosciuto della scena inglese, GARY LAMMIN, anima dei COCK SPARRER.

I precedenti articoli di Antonio Romano sono qui: http://tonyface.blogspot.it/search/label/Antonio%20Romano

Prima di diventare il deus ex machina dei Sex Pistols, Malcolm McLaren, in fase di progettazione della sua “grande truffa” al rock’n’roll business, aveva tentato l’approccio con un’altra band londinese, capeggiata da un certo chitarrista di nome Gary Lammin.
Ma le due parti non raggiunsero l’accordo: Malcolm McLaren capì subito che il gruppo, pur valido musicalmente, sarebbe stato irriducibile al suo progetto di sconvolgere la musica e la morale della Gran Bretagna di fine anni ‘70 attraverso la provocazione ed il disgusto; la band, invece, non condivideva il suo approccio “arty” e, in fin dei conti, decadente e poi non avrebbe mai accettato di indossare abiti strappati o accessori sadomaso, di tagliarsi i capelli in modo indecente ed infilarsi spille da balia nelle guance.

Se quel contratto fosse stato firmato, col senno di poi, verosimilmente, quella band avrebbe fatto l’affare della vita, almeno economicamente. Ma in quel momento i suoi membri, figli orgogliosi della classe operaia dell’East End londinese, non erano interessati alle storie che andava raccontando quel tizio proprietario di un negozio di abbigliamento nel ricco quartiere di Chelsea, erano lontani anni luce dalle sue velleità artistiche e soprattutto stavano già vivendo un momento di relativo successo con concerti in tutti i pub e locali di Londra, con il loro mix incandescente di glam rock, Rolling Stones sound, boogie durissimi, storie working class ed una certa attitudine tipica delle “terraces” britanniche.

Quella band si chiamava ancora Cock Sparrow (solo successivamente avrebbe assunto il nome definitivo di Cock Sparrer), ed era formata da veri boot boys, non da studenti di liceo d’arte recettivi alle sottigliezze delle teorie situazioniste. Siamo nel 1974-75, il punk non era ancora ufficialmente nato e ben che meno lo street punk, di cui pure sono considerati i capostipiti.
Allora erano solo una rock’n’roll band che, citando una recensione dell’epoca di “Sounds”, “mentre canta di quanto la vita nell’East End sia dura ma anche divertente, ha creato un sound molto simile allo spirito originario degli Slade”.

Quel gruppo, nato nelle strade dell’East End dopo le noiose giornate di scuola dei due cugini Gary Lammin e Steve Burgess, col tempo, si era guadagnato un fedele seguito di fan in tutta Londra ed era riuscito ad incidere una manciata di singoli per la Decca, tra cui “Running Riot”, “Chip On My Shoulder”, “Sister Suzie”, “Sunday Stripper”, “Platinum Blonde”, “Again and Again” ed una versione esasperatamente cockney e dura di “We Love You” degli Stones
. Addirittura nel 1976-77, la band, forte del successo del potente boogie rock di “I Get A Witness”, accompagnò in tour i riformatisi Small Faces.

Tutto sembrava andare nel verso giusto per Gary Lammin, leader della band e co-autore di tutti i pezzi fino ad allora, e soci. Ma la loro strada si incrociò ancora una volta con quella di Malcolm McLaren, o meglio con quella della sua creatura: il punk.
Da subito, i Cock Sparrer, associati dalla stampa a questa nuova isteria collettiva, si sentirono stretti in quell’etichetta, e d’altronde il loro sound era molto più evoluto e tradizionalmente e fieramente british di quello delle tante altre band che nascevano nel 1977. Come loro stessi dichiararono: “Noi suonavamo già da prima, il punk è venuto dopo, e tutto ad un tratto sembrò che centinaia di ragazzi avessero assunto tutti gli stessi atteggiamenti, tutti uguali. Non ci siamo mai sentiti a nostro agio con questo, noi abbiamo sempre fatto le cose nel modo in cui volevamo farle, ed infatti il punk alla fine è finito a ridursi ad una sua serie di regole. Ciò che noi non avremmo mai accettato.”

Persino nelle locandine pubblicitarie del 1977 presero a scrivere “We are not punks. We are football hooligans.”

Gary Lammin, i Cock Sparrer ed i loro testi che parlavano di vita di strada, di donne, di risse, di sbronze e di divertimento sui gradoni dello stadio iniziarono ad essere malvisti dall’ala intellettuale del punk e dal loro seguito di studenti delle art school.
Ma loro stessi lo avevano detto, non erano dei punk, ma dei fottuti, sporchi teppisti calcistici innamorati dei Rolling Stones e degli Slade.
Così, nel 1978, mentre il punk implodeva tra band che evolvevano verso nuovi lidi musicali ed altre che si autodistruggevano, gli Sparrer si sciolsero, per decisione del loro leader.
Ma Lammin non voleva certo fermarsi. Si mise subito al lavoro in sala prove e qualche mese dopo debuttò con la sua nuova band, i Little Roosters, con la quale fondeva l’urgenza che già caratterizzava gli Sparrer con un sound chitarristico ancora più ancorato al mod sound dei 60s, Small Faces e Yardbirds in particolare. Ed infatti, le loro esibizioni presero ad essere seguitissime con entusiasmo dai tanti teenager devoti del rhythm’n’blues britannico, che di lì a poco avrebbero dato vita ad un vero e proprio revival dello stile musicale ed estetico modernista.

Il singolo di debutto dei Little Roosters del 1979, “She Cat Sister Floozie”, un duro r’n’b che sembrava davvero uscito dal 1965, attirò l’attenzione oltre che dei nuovi mod, della BBC che lo nominò disco della settimana, del New Musical Express, di John Peel, ma soprattutto di Joe Strummer, che produsse loro i successivi singoli e l’omonimo album di debutto, nel quale suonava anche il piano in diversi pezzi. Curiosità: si dice che in cambio del lavoro di produzione, Joe si fece pagare l’operazione per l’installazione della protesi dentaria di cui aveva bisogno.
I successivi singoli dei Roosters, ai quali ben presto si aggregarono anche gli ex Cock Sparrer Steve Burgess e Steve Bruce, tutti caratterizzati da quel sound elettrizzante che univa glam, pub rock e blues, li consacrarono come una delle migliori e più seguite, anche se oggi dimenticata, live band della Londra di fine anni ’70 e li portò ad essere invitati al celebrato tour della “March of the Mods”, che includeva anche i Secret Affair ed i Purple Hearts.
Ma pochi giorni prima dell’inizio del tour, Ian Page in persona decise di scaricarli, perché esteticamente lontani dal modernismo “60s inspired”, poco raffinati nei modi e decisamente troppo attaccabrighe e stradaioli.
Furono sostituiti dai Back To Zero, dotati di maggiore raffinatezza e “mod-credibility”.
A seguito di quest’episodio, i Roosters, che pure avevano fortemente contribuito a ridestare nell’underground londinese il rispetto per il sound chitarristico dei 60s, si sentirono traditi e dichiararono con rabbia: Ian Page vorrebbe diventare la Margaret Thatcher del rock. Si comporta come un Tory. L’unità dei mod dovrebbe significare unirsi come dei lavoratori, non gettare merda alle spalle delle persone come se fossi tu il proprietario di tutto quanto.”
Nel giro di qualche mese anche il mod revival iniziò ad esaurire la spinta e la freschezza originaria, con le band che o progredivano musicalmente rispetto al tipico sound del 1979 (poche a dir la verità) o a sciogliersi, ma Gary ed i suoi Roosters resistevano e continuavano con il loro vigoroso rhythm’n’blues a suonare in giro, ad incidere dischi e a divertirsi tra pub, birre e stadi. Nel 1985, con il nome di Garrie and The Roosters incisero un bellissimo album dal titolo “Shake It Down”.
Le coordinate musicali sono sempre le stesse: pub rock, rock’n’roll e Rolling Stones sound, ma sfortunatamente il clima musicale generale del tempo non era più favorevole a quei suoni e il lavoro passò totalmente ignorato dal pubblico, nonostante i grandi brani contenuti.
Così Gary decise di sciogliere la band e cercare di esprimere la sua vena artistica nella recitazione: divenne attore per il teatro, per il cinema (“The Informant” con Timothy Dalton, “Calcium Kid” con Orlando Bloom, “The Ice House” con Daniel Craig) e per popolari serie televisive britanniche (“Eastenders”, “The Bill”, “Doctors” ed altre).

Ma il sacro fuoco del rock’n’roll non lo abbandonò mai: dapprima, all’inizio del nuovo millennio, con la sua nuova band Zen Buddah’ Boot Boys e, successivamente, con i Bermondsey Joyriders.
I Joyriders, con i quali, dopo un lunghissimo tour americano, ha inciso tre album, tra cui nel 2012 il bellissimo “Noise and Revolution” nominato album dell’anno dalla rivista “Vive le Rock”, rappresentano forse la quintessenza della storia e delle passioni di Gary Lammin: a partire dal lato estetico con bombette e coppole, basettoni, boots e pantaloni tartan, a quello musicale con una miscela esplosiva di New York Dolls, Slade, riff alla Stooges, blues pestoni e ritmi “clap your hands and stomp your feet” da stadio, fino a quello delle tematiche, con storie di vita quotidiana, commenti sociali, ironia tutta stradaiola, britishness e brani dedicati agli idoli di una vita, Johnny Thunders e “Brian Jones (The Real True Leader of The Rolling Stones)”.
Per me Gary Lammin è stato ed è un grande della cultura underground, purtroppo sottovalutato, quando non proprio dimenticato ed ignorato, persino dai fan dei Cock Sparrer.
Perciò, amici telespettatori, non fate come Ian Page e non vi fate fuorviare dai suoi basettoni, dai glitter e dai boots (tutte cose che io amo), give Gary a chance ed approfondite la conoscenza dei lavori di questo ragazzone sorridente e avanti con gli anni, ormai anche un po’ sovrappeso, ma tanto, tanto rock’n’roll.

martedì, aprile 21, 2015

Almanacco del calcio Panini



Uno scritto che ci regala GIANCARLO FRIGIERI (http://www.miomarito.it/)

La prima volta che ho visto un almanacco del calcio Panini era il 1979.
Mio fratello lo portò a casa e in copertina c’era Paolo Rossi, il calciatore del Lanerossi Vicenza, fresco reduce dall’essere stato la rivelazione del mondiale in Argentina.
Dentro all’almanacco c’era tutto quello che era successo l’anno prima e anche prima ancora, fino all’inizio del calcio in Italia.
C’erano i risultati di tutte le partite di calcio di serie A a girone unico del dopoguerra.
Di quelli prima c’erano le classifiche.
Di quelli prima del girone unico, c’erano un sacco di dati. Del campionato1977-78, che era l’ultimo, c’erano anche i tabellini di ogni partita. C’erano tutte le partite della nazionale, ognuna con il suo tabellino, dalla prima del 1910 contro la Francia vinta per 6-2 fino all’ultima di quella stagione. C’erano anche tutti i tabellini delle partite del mondiale.
Non solo quelle dell’Italia, ma tutte, proprio tutte. Brasile-Austria 1-0 gol di Roberto Dinamite al quarantesimo minuto.
Germania Ovest – Tunisia 0-0, e via così. E tutti i risultati delle coppe europee, con i tabellini delle partite delle squadre italiane e delle finali.

Ma il colpo di fulmine da bambini erano le “disegnate” di Carmelo Silva, che facevano rivivere le azioni salienti e i gol dell’ultima stagione della nazionale italiana. Le avrei amate alla follia, una specie di imprinting.
Oggi, se nelle bancarelle del riuso trovo un almanacco, sfoglio subito andando a vedermi un paio di “disegnate”, come un tossico.
Io ci ho passato l’infanzia sugli almanacchi Panini, leggevo tutto, anche il torneo anglo-italiano, anche il premio “seminatore d’oro”, tutto, anche le statistiche.
Spesso arrivavo a fantasticare immaginando cosa fosse successo, cercando indizi che potessero spiegarmi meglio gli avvenimenti che leggevo consultando freddi tabellini e statistiche delle partite.
Arrivai persino a guardarmi gli elenchi dei giocatori che avevano giocato in nazionale e le loro statistiche personali e ricordo che una volta mi misi in testa di cercare un giocatore che avesse giocato una sola partita in nazionale, segnando, e poi non avesse giocato più.
Arrivai a scoprire che, a parte quelli delle Olimpiadi, dove fino a diversi anni orsono si mandava una compagine universitaria ma le partite erano indicate come partite della nazionale maggiore, ce n’era uno che aveva segnato una doppietta all’Austria al suo esordio e poi non era mai più stato convocato, chissà perché.
Si chiamava ANGELO LONGONI e il nome me lo ricordo ancora.
Oggi che c’è Youtube, per dirvi il livello di malattia, ogni tanto vado a vedermi delle partite del passato che si trovano integralmente per vedere con i miei occhi l’autogol di Perfumo durante Italia-Argentina nel 1974 oppure il 6-1 contro la Finlandia a Torino del 1977, dove oltre ai quattro gol segnati da Bettega io sono andato anche a posizionare il cursore sul tiro di Toivola al quarantottesimo parato da Zoff con il piede e sul gol della bandiera dei nordici, segnato da un certo Haskivii che io non so chi sia e cosa faccia adesso, ma vorrei tanto conoscerlo e berci una birra insieme.

Quando l’Italia vinse il mondiale del 1982 io avevo quasi 10 anni ed ero in piena overdose calcistica.
Uscì un numero speciale del Guerin Sportivo dove Carmelo Silva, l’autore delle disegnate degli almanacchi, disegnava uno per uno tutti i gol del mondiale. Non tutti i gol delle partite dell’Italia, ma tutti i gol di tutte le partite, tutte tutte tutte.
Lo comprai subito. Guardai quelle disegnate per circa tre o quattro mesi in maniera compulsiva, così come guardavo le disegnate presenti sugli almanacchi fantasticando sulle partite.
Tenevo il giornale davanti al cesso, che è il posto dove un uomo impara le cose a memoria.
Tra me e me cominciavo a chiedermi chissà cosa dovesse essere l’almanacco del calcio seguente, visto che avrebbe riportato tutti i dati del mondiale spagnolo appena trascorso. Mi creai un’aspettativa enorme. Dovevo averlo.
Ricordo che nelle confezioni di figurine, le bustine delle figurine, ogni tanto in mezzo alle figurine saltava fuori un buono per l’almanacco.
C’erano dei ragazzini che quando vedevano il buono per l’almanacco pensavano di aver preso una fregatura, perché invece di un figurino avevano il buono per l’almanacco. Con 10 buoni ti davano l’almanacco.
Io ricordo che a me di finire l’album non me ne fregava niente e quell’anno decisi che dovevo assolutamente trovare dieci buoni. Lo pianificai dall’estate. Ne trovai qualcuno, ma non era facile.
Quindi gli altri buoni li scambiavo con quelli che avevano trovato i miei amici. Loro mi davano il buono, io gli davo le figurine. Al primo compagno di classe che finì l’album quell’anno ricordo che mancava solo Ugolotti del Pisa.
Ebbene, io lo trovai in una bustina e glielo cedetti subito a patto che lui mi avesse aiutato nella caccia ai buoni per il resto dell’anno.

Alle donne questa cosa non dirà probabilmente niente, ma i maschi hanno capito il livello della pensata.

Comunque, l’accordo era che visto che ogni anno ti trovi un sacco di figurine doppie sul groppone, lui le avrebbe usate per cercare dei buoni dell’almanacco.
In due facemmo relativamente presto e io collezionai i miei dieci buoni, spedendo in busta chiusa il tutto a Modena, che anche se io stavo a 17 km di distanza, mi sembrava di spedire il tutto a Vladivostok, che ero un bambino di dieci anni ed era il 1982.
Non c’era mica l’e-mail. Manco il fax, c’era nel 1982. Manco la tangenziale. A Modena ci arrivavi dallo stradello di Cognento, con i fossi ai lati a dirti di stare attento.
Ricordo che il giorno che arrivò l’almanacco a casa, presi l’album delle figurine, ancora incompleto, e lo buttai via.
Non mi interessava, ora avevo IL SACRO TESTO.

Iniziai a consultarlo, il sacro testo.
Dentro c’era tutta la stagione calcistica 1981-82, quella dello scudetto della seconda stella della Juventus che iniziava con un 6-1 al Cesena e finiva con un 1-0 contro il Catanzaro, Brady su rigore al 76’. Quella della retrocessione sul campo del Milan in serie B in compagnia del Bologna e Como per via del gol di Faccenda all’ottantacinquesimo minuto contro il Napoli all’ultima giornata, quello della coppa dei campioni dell’Aston Villa contro il Bayern Monaco con gol di White al sessantasettesimo minuto, della coppa Intercontinentale al Flamengo di Rio de Janeiro che vinse 3-0 contro il Liverpool con doppietta di Nunes e gol di Adilio. Questo per dirvi il livello.

Comunque, l’inverno passò più o meno così e arrivò l’estate del 1983.
Era l’estate dello scudetto della Roma e del Calippo.
Come tutti gli anni io me ne andai in vacanza a Viserbella, Bagno Stefano, insieme ai miei nonni e ai miei cugini. A Viserbella c’era un ragazzo che aveva qualche anno di più di noi, ma con il quale andavamo d’accordo.

Si chiamava Nino, come quello della canzone di De Gregori che non deve aver paura di tirare un calcio di rigore e, per scendere più nei particolari (dai quali peraltro non si giudica un giocatore), Nino era un tipo dalla carnagione olivastra ed era alto alto e con una specie di caschettino moro moro. Aveva uno sguardo con gli occhi un poco chiusi, come chi sa che sta per ricevere una piccola sberla e si prepara psicologicamente.
Diceva spesso la parola “invornito”, che io non sapevo cosa volesse dire, che quando poi anni dopo c’è stato il comico di Zelig che diceva “invornito” mi veniva in mente che Nino lo diceva sempre, pensa te.
Nino parlava con un’inflessione romagnola molto marcata e di più non saprei dire. A dire il vero ricordo anche che parlava sempre di uno che giocava nel Rimini, una giovane promessa che si chiamava Nando De Napoli.
Diceva che dovevo ricordarmi il nome e io me lo ricordai, diceva che tra qualche anno lo avremmo visto in nazionale perché era bravissimo e infatti, quando poi De Napoli fu titolare della nazionale ad Italia 90, ricordo che durante quelle partite io spesso pensavo a Nino, che chissà dov’era finito, magari in qualche bar a dire agli altri “Avete visto? Io l’avevo detto” con qualcuno che magari gli dava una piccola sberla affettuosa sul caschetto moro moro, che tanto lui aveva la faccia come se si aspettasse di prenderla da un momento all’altro.
Comunque, un giorno, mentre ero al bar a prendere un Calippo, Nino stava parlando di calcio con un altro tipo e disse:
“Dai, Graziani al mondiale a parte aver fatto gol contro il Perù non é che abbia fatto tanto”.

Mi corsero i brividi lungo la schiena come quando uno tira la puntina del vinile e la fa scricchiolare mentre va. Non potevo esimermi dal correggerlo, all’epoca per me era una specie di dovere sociale.
Quindi replicai che Graziani non aveva segnato il suo peraltro unico gol del mondiale 1982 contro il Perù, ma lo aveva segnato al Camerun. Contro il Perù aveva segnato Bruno Conti.
Ne nacque una discussione; io ero sicurissimo e lui si diceva sicuro a sua volta, con un paio di avventori del bar che non sapevano bene a chi dare ragione, anche se iniziavano a pensarla come me, che descrivevo il gol e aggiungevo particolari sulla partita.
Vi ricordo che nel 1983 a Viserbella non c’era mica internet, non c’era l’e-mail, non c’era neanche il fax. Con un dubbio del genere ti eri risolto la mattina.
Comunque, Nino, insisteva. Diceva che aveva ragione lui, con toni piuttosto accesi.
Ad un certo punto io cercai quasi di metterlo in guardia, come se lo stessi avvertendo di non mettersi contro una forza che poi non avrebbe saputo controllare.
Dissi “Guarda Nino, io i gol del mondiale me li ricordo. Me li ricordo tutti. Sono sicuro”.
Nino replicò che era estremamente improbabile che un ragazzino di 10 anni, quasi 11, si ricordasse chi avesse segnato tutti i gol dell’Italia al mondiale e mi prese anche un poco in giro.
Come mi fa incazzare la gente quando non vuol capire…
“Nino, guarda che io non dico tutti i gol dell’Italia. Io voglio proprio dire TUTTI I GOL DEL MONDIALE. Dalla prima all’ultima partita. Di tutte le squadre. Dico che se tu mi chiedi quanto è finita, ALGERIA-GERMANIA OVEST io ti dico subito il risultato e i marcatori (2-1 per l’Algeria, gol di Madjer, pareggio di Rummenigge, gol della vittoria di Belloumi, per la cronaca). E questo, Nino, per tutte le partite. TUTTE. Da Italia-Polonia 0-0, prima partita del girone A allo stadio Balaidos di Vigo, poi tutti i gironi, i gironcini del secondo turno, le semifinali, la finale terzo e quarto posto e fino a Italia-Germania Ovest 3-1”
Così dissi, preciso. Nino si mise a ridere. Di quelle risate un poco isteriche, a dirla tutta. Ma rise. E oltre a ridere, probabilmente per fare il grosso davanti agli altri del bar, continuò a canzonarmi.
Io rincarai la dose. “Guarda Nino, non sto scherzando. Tutte le partite, tutti i marcatori. Tutte. Anche Ungheria –El Salvador, che è finita 10-1. Dimmene una e io ti dico risultato e marcatori. TUTTE”.
Nino continuava a ridere e disse che l’avevo sparata proprio grossa, stavolta. Disse che qui non eravamo nel campo dell’improbabile, ma dell’impossibile. Io arrivai a ribattere convinto, fino a fargli dire la parola magica, che in questi casi è:

“Scommettiamo?”

Io dissi che scommettevo tranquillamente tutto quello che voleva e lui, per scoraggiarmi e abbassarmi la cresta, mi disse qualcosa del tipo “50 MILA LIRE.
Io oggi pomeriggio vengo qui con l’almanacco e se le sai tutte te le metto in mano. Ma se ne sbagli uno, anche solo uno, allora me li dai”
.
Non lo feci quasi nemmeno finire di parlare. Senza nemmeno battere ciglio io dissi che per me andava bene, che vai a casa adesso a prenderlo l’almanacco e lo facciamo anche subito.
Io avevo 10 anni, non le avevo cinquantamila lire.
Non le avevo mai viste cinquantamila lire, se non ogni tanto quando i miei genitori compravano qualcosa di grosso o pagavano delle sberle di tasse o di bollette, cose che un bambino di dieci anni non capisce.
Se avessi perso la scommessa, avrei dovuto chiederle a mia nonna, visto che ero al mare con i nonni.
I quali avrebbero poi dovuto telefonare ai miei genitori, che d’estate lavoravano in cava a volte anche 14/15 ore al giorno sulla ruspa, per dire loro “Vostro figlio è un deficiente”. Credo che mio padre avrebbe preso l’A14 con la ruspa, senza nemmeno scendere, brandendo una chiave inglese del 24 da darmi in testa.
Il fatto è che ero sicuro. Sicuro che non ne avrei sbagliato nemmeno uno. Sicuro. Garantito. Anche oggi, quando ci ripenso, mi sembrava l’unica decisione possibile.
Penso che sia stata la volta che sono stato più sicuro di non sbagliare qualcosa in tutta la mia vita.
Il pomeriggio Nino arrivò con l’almanacco Panini del 1983, l’ultimo pubblicato, dove c’erano tutti i tabellini delle partite del mondiale.
In copertina di quell’almanacco c’è l’immagine di Bearzot che alza la coppa e tanti piccoli quadratini con i ventidue convocati campioni del mondo. Lo sfondo è, manco a dirlo, azzurro.
Nino pensava di risolvere la pratica in una decina di minuti, poi magari saremmo andati a giocare a pallone o a fare il bagno.
Al primo errore del ragazzino sbruffone di Sassuolo, magari dopo la quarta o quinta partita, avrebbe probabilmente mostrato la sua magnanimità lasciando cadere la scommessa.

E invece fu una roba lunga, ma lunga.
Talmente lunga che mentre il tempo passava e il ragazzino elencava dati come un computer, il bar cominciò a riempirsi di adulti e ragazzi che osservavano con sempre crescente incredulità quella specie di puntata di telequiz in versione balneare.
C’erano uomini ai quali si scioglieva il Calippo in mano, con le mogli che li venivano a pescare al bar gridandogli “Dove cavolo eri finito? Beatrice vuole il gelato” e loro le zittivano secchi con un “Shhhh, senti questo qui”, oppure dicevano “Arrivo, arrivo”, che tradotto in marito/moglie significa che mi devi lasciar stare.

E fu così, che in un afoso pomeriggio di Luglio al Bagno Stefano di Viserbella, un ragazzino di Sassuolo, evidentemente non così sbruffone, si mise a snocciolare in fila, con la stessa naturalezza con la quale un cane mangia una polpetta, tutti i marcatori del mondiale spagnolo del 1982, partita per partita.
Accadeva che spesso il ragazzino aggiungesse anche il minuto esatto della marcatura oppure dettagli sulla dinamica del gol, come un violinista aggiunge un trillo o una fioritura, giusto per una questione puramente estetica.
Fu un lungo pomeriggio, alla fine del quale qualcuno degli adulti lo guardò anche con una certa preoccupazione.
La cosa allucinante di tutto questo è che in mezzo a questo mare di ricordi, alla fine il ragazzino probabilmente si accontentò di un Calippo al posto delle cinquantamila lire.
Dice probabilmente, perché quel ragazzino oggi, paradosso dei paradossi, non si ricorda se riscosse la vincita o no.
Perché nella vita i soldi contano il giusto.
Quello che conta davvero è sapere le cose.

lunedì, aprile 20, 2015

La musica e il silenzio



La tecnologia ha cambiato il modo in cui la musica suona, viene composta e fruita.
Ha anche inondato il mondo di musica che è infatti immerso in suoni per lo più registrati.
Un tempo dovevamo pagare per la musica o farla da noi.
suonarla, ascoltarla e fruirla erano una cosa eccezionale, un’esperienza rara e speciale.
Oggi l’ascolto è ovunque mentre è il silenzio a essere la rarità che paghiamo e gustiamo.

(David Byrne)

domenica, aprile 19, 2015

Paul Weller a Roma



Giovedì 23 aprile alle ore 22.00

IBS.it bookshop Roma
via Nazionale 252/255, 00187 Roma


In occasione della
"NOTTE BIANCA DELLE LIBRERIE"
VOLOLIBERO EDIZIONI
PRESENTA

L'UOMO CANGIANTE. PAUL WELLER: The ModFather
di
ANTONIO TONY FACE BACCIOCCHI
v intervengono:
ANTONIO BACCIOCCHI
Autore del libro
e
MAURIZIO BECKER
Giornalista

sabato, aprile 18, 2015

The Mighty Typhoons + Working Voodoo Club



WORKING VOODOO CLUB - Do it all night/It’s your voodo working
THE MIGHTY TYPHOONS - Take five/Get the money/The snake


Due 45 giri dall’ Olanda ma con un anima e un cuore che pulsano molto più a sud e precisamente a Taranto da dove proviene Fabrizio Carrieri, prime mover della scena mod italiana, ex leader di Steady Beat e The Act.
Due progetti piuttosto diversi ma con le radici ben piantate nei gloriosi 60’s.

Hammond mod jazz beat strumentale quello dei MIGHTY TYPHOONS, dalle parti di Brian Auger, Herbie Mann, Jimmy Smith, JTQ, con una bellissima cover di “Take five” di Dave Brubeck.
I WORKING VOODO CLUB bazzicano invece i meandri fangosi di un rock n roll malato che scava negli anni tra i 50’s e i 60’s con tanto blues e rhythm and blues, tra Dr.John, swamp, John Lee Hooker, con un’ottima sezione fiati a tessere le fila.
Vinile fragrante che si può trovare presso www.tardam.com

venerdì, aprile 17, 2015

DIK DIK - Suite per una donna assolutamente relativa



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che... Dopo Masini, Ringo Starr, il secondo dei Jam, "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, Arcana e Power Station, "Mc Vicar" di Roger Daltrey, "Parsifal" dei Pooh, "Solo" di Claudio Baglioni, "Bella e strega" di Drupi, l'esordio dei Matia Bazar e quello di Renato Zero del 1973, i due album swing di Johnny Dorelli, l'unico dei Luna Pop," I mali del secolo" di Celentano, "Incognito" di Amanda Lear, "Masters" di Rita Pavone, Julian Lennon, Mimmo Cavallo con "Siamo meridionali"e i primi due album dei La Bionda di inizio 70's, il nuovo album dei Bastard Son of Dioniso, "Black and blue" dei Rolling Stones, Maurizio Arcieri e al suo album "prog" del 1973 "Trasparenze", Gianni Morandi e "Il mondo di frutta candita", il terzo album degli Abba, "666"degli Aphrodite's Child, la riscoperta di Gianni Leone in arte Leonero, il secondo album di Gianluca Grignani, Donatella Rettore e il suo "Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide", Alex Britti e "It.Pop", le colonne sonore di Nico Fidenco , il primo album solista dell'e Monkees, Davy Jones, Mike McGear (fratello di Paul McCartney), Joe Perrino, il ritorno di Gino Santercole, l'album del 1969 di Johnny Hallyday con gli Small Faces, la svolta pop della PFM, gli esordi degli Earth Wind and Fire e quelli degli UFO, e l'ultimo di Jovanotti, uno dei primi album di Bruno Lauzi, giungiamo al 1972 con l'album PROG dei DIK DIK

Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili

Reduci dai grandi successi degli anni 60 a base di un pop/canzonettaro piuttosto commerciale e di poche pretese ("Sognando California" e "L'isola di Wight" su tutte) , con all'attivo tre album che altro non erano che raccolte di 45 giri con l'aggiunta di qualche inedito, i DIK DIK, nel 1972 compongono il primo lavoro finalizzato ad un'opera completa, cimentandosi addirittura con un concept e abbracciando, coraggiosamente e inaspettatamente, il filone PROG, ai tempi con un solidi seguito in Italia.
Con i testi di Herbert Pagani, una copertina perlomeno discutibile, tanto quanto l'incomprensibile titolo (che sembra voler essere forzatamente "prog") la band si addentra in un contesto piuttosto anomale per gli standard abituali, tra pop sinfonico alla Procol Harum (band molto gettonata all'epoca dalle nostre parti) e discreti momenti in cui l'impronta prog è più evidente anche se palesemente "appiccicata" e spesso poco credibile.
Nonostante ciò il disco è ben suonato, ha in brani come "Monti e valli" e "I sogni" picchi qualitativi di ottimo spessore, risuona ancora di echi tardo beat e in generale merita, per gli appassionati del genere, di essere riscoperto.
Sarà il disco della band che venderà di MENO, snobbato dalla critica e dal pubblico specializzato in quanto non conforme ai migliori standard e gravato dall'aura di scelta opportunistica per sfruttare il momento, rifiutato dai fans, abituati a sonorità e brani più leggeri.
Dopo l'insuccesso il tastierista Mario Totaro, autore di tutte le musiche dell'album lascerà la band.

giovedì, aprile 16, 2015

Jimmy Hill



Uno dei personaggi più incredibili della storia del calcio (inglese e non solo), JIMMY HILL ha giocato praticamente in ogni ruolo, ha fatto l'allenatore, il direttore sportivo, il manager, il presidente, il commentatore televisivo e, una volta, perfino il guardalinee !
Cresciuto nel Brentford (dal 1949 al 1952) ha poi giocato l'intera carriera (quasi 300 partite con 52 gol, di cui 5 in trasferta in una volta contro il Doncaster Rovers nel 1958) nel Fulham (dal 1952 al 1961).

Lasciati i campi da calcio diventa il presidente della Professional Football Association aprendo le porte di fatto al professionismo nel calcio, alzando il tetto massimo di 20 sterline previste per il pagamento dei calciatori a 100 (riservate a Johnny Haynes).

Diventa manager del Coventry City di cui cambiò i colori societari da bianco e blu a celeste (coniando all'uopo il nome di The Sky Blues), fece comporre un nuovo inno e riammodernare parte dello stadio di Highfield Road.
La squadra vince il campionato di terza divisione del 1963/64 e arriva per la prima volta in Premier (allora First Division) nel 66/67.
Nel 2011 fuori dallo stadio di Coventry è stata eretta una statua in suo onore che lui stesso ha inaugurato.
A questo punto lascia la dirigenza e diventa capo redattore delle trasmissioni sportive alla ITV, oltre a collaborare con la BBC.
Nel 1987 torna all'amato Fulham di cui diventa presidente, evitando il fallimento della società.
E' l'attuale presidente dei mitici dilettanti del Corinthian Casuals.

Personaggio vulcanico è l'inventore, nel 1970, durante i Mondiali del Messico, delle moderne trasmissioni Tv in cui diversi ospiti (giocatori o ex giocatori) si confrontano sulle principali tematiche calcistiche.
La sua carriera di commentatore è poi proseguita tra BBC e Sky Sport.

JIMMY HILL perorò a lungo la causa dei tre punti da assegnare per la vittoria, ottenendo in mezzo allo scetticismo e ostracismo generale che si incominciasse a sperimentarlo già nel 1981.



Nel 1972 durante il big match Arsenal-Liverpool un guardalinee si infortunò. Non esistendo ancora un sostituto fu chiesto dallo speaker se tra il pubblico ci fosse un potenziale sostituto.
Essendo Jimmy Hill in possesso anche del tesserino da arbitro, vestì una tuta negli spogliatoi e scese in campo permettendo di portare regolarmente a termine la partita.
Nel 2004 è stato al centro di una fastidiosa controversia avendo giustificato eventuali insulti a sfondo razzista in campo, bollandoli come semplici scherzi senza alcuna volontà discriminatoria.
Nei Mondiali del 1982 commentò con sufficienza uno splendido gol di Nearey che diede il vantaggio alla Scozia contro il Brasile (partita poi persa dai britannici per 4-1) e gli scozzesi si inventarono un canto, diventato famoso "We hate Jimmy Hill, he's a poof, he's a poof".

Fonte: Shots and kicks di Gianluca Ottone

mercoledì, aprile 15, 2015

Intervista a Radio Rai 1



Questa sera alle 23 John Vignola intervista il sottoscritto nella trasmissione MUSIC CLUB su RADIO RAI 1, relativamente alla biografia di PAUL WELLER

Intervista a NICO



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, RAPHAEL GUALAZZI, NADA, PAOLO APOLLO NEGRI, DOME LA MUERTE, STEVE WHITE, batterista eccelso già con Style Council, Paul Weller, Oasis, Who, Jon Lord, Trio Valore, il bassista DAMON MINCHELLA, già con Paul Weller e Ocean Colour Scene, di nuovo alla corte di Paul Weller con STEVE CRADOCK, fedele chitarrista di Paul, STEFANO GIACCONE, i VALLANZASKA, MAURIZIO CURADI degli STEEPLEJACK e la traduzione di quella a GRAHAM DAY, CARMELO LA BIONDA ai MADS, CRISTINA DONA', TIM BURGESS dei Charlatans, JOYELLO TRIOLO, SIMONA NORATO e la traduzione di un'intervista a RICK BUCKLER torniamo in Italia con NICO, autore di un interessantissimo esordio discografico con "Ciao ciao bell'amore mio".

Le precedenti interviste sono qua:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

Hai avuto una lunga esperienza con i Flyindolly in cui le sonorità erano molto più alt rock e indie.
Cosa è rimasto di quell’esperienza nel nuovo percorso di Nico ?


Sono rimaste tante belle canzoni e la voglia di giocare con la musica.
Diciamo che grazie ai Flyindolly ho potuto sperimentare tanto ma sempre cercando di restare vicino alla "forma canzone", in questo nuovo progetto il lato sperimentale è stato registrare un disco in cui suono tutti gli strumenti, è stato veramente divertente.

"Ciao ciao bell’amore mio" è un titolo che evoca Luigi Tenco, tra l'altro “presente” tra le ispirazioni dell’album.
Quali sono gli altri nomi che hanno più influenzato la stesura di queste canzoni ?


Praticamente tutta la musica che ho ascoltato negli ultimi 10 anni, tra cui tanti interpreti e cantautori del passato per citarne qualcuno Dalla, Venditti, Vanoni, Bindi, Celentano ma anche tanti Beatles e Beach Boys.

Le canzoni dell’album sono di nuova composizione o risalgono a periodi meno recenti ?

Ci sono molti brani risalenti al 2009 qualcuno addirittura del 2006 e alcuni più recenti…diciamo datati 2012…in sostanza si, sono abbastanza vecchi, c'è voluto un bel po' di tempo per decidermi a registrare un disco e tantissimo tempo per scegliere le 10 canzoni del disco tra i 68 brani che ho scritto dal 2009 al 2012.

Sei anche il bassista di Dente. Hai qualche aneddoto relativamente alle numerose esperienze a fianco del cantautore di Fidenza ?

In tutti questi anni con Dente è successo veramente di tutto, al teatro dal Verme di Milano siamo riusciti a portare sul palco Manuel Agnelli in completo doppio petto a cantare una "Male di miele" rivisitata in chiave swing, e poi tutti gli scherzi su e giù dal palco, ricordo che qualcuno (senza fare nomi) una mattina si è dovuto lavare i denti nel bidè perché tutti i rubinetti della sua camera erano bloccati con delle fascette da elettricista.

Pensi che come ormai da tempo continuamente pronosticato il supporto fisico (CD, vinile etc) per l'ascolto sia destinato ad essere sostituito dalla musica "liquida" (file, mp3 etc) ?

Ricordo perfettamente che quando uscì per la prima volta il compact disc ce lo spacciarono come un oggetto che sarebbe durato in eterno, ebbene si, l'oggetto in se è di un materiale multistrato che lo rende eterno ma la scrittura dei suoi dati è troppo delicata, basta niente perché inizi a "saltare".
Il vinile è imbattibile, molto più
resistente e poi, in generale, la dimensione dell'oggetto fa si che la cura con cui lo si maneggia sia maggiore rispetto a quella di un CD .
Sulle automobili ormai il lettore CD ha lasciato il posto a USB e Bluetooth per leggere i formati digitali, mentre sempre più artisti hanno ripreso a stampare vinili, io credo che solamente il Compact Disc rischi l'estinzione.

E’ possibile secondo te vivere della propria musica in un panorama come quello italiano ? Tutto è possibile, sono in tanti a farlo, basta volerlo!
Io ho sempre cercato di tenermi ben stretto il mio lavoro, è molto faticoso incastrare le due cose ma lo ritengo necessario per la mia tranquillità economica.

La band ideale con cui ti piacerebbe suonare (valgono anche i defunti…)

Partendo dal presupposto che sarebbe più semplice fare il nome delle band con cui non mi piacerebbe suonare, ti dico come sarebbe composta la mia band ideale:
Cindy Blackman alla batteria , Paul McCartney al basso, Lelio Luttazzi al pianoforte, Thurston Moore alla chitarra…il tutto sotto la supervisione di Pharrell Williams.

La solita lista di dischi da portare sull'isola deserta

Credo che 5 dischi possano bastare:
"Lucio Dalla" di Lucio Dalla per cantare a squarciagola quando mi viene nostalgia di casa.
"Rimmel" di De Gregori per andare a pesca su una zattera.
"Kid A" dei Radiohead per le giornate di pioggia.
"Revolver" dei Beatles per oziare.
e per non farmi mancare nulla "A Christmas Gift for You" di Phil Spector per il periodo Natalizio.
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