giovedì, giugno 20, 2019

The Beatles - Love



E' acclarato che ogni cosa che abbia pur lontanamente a che fare con i BEATLES sia oro puro per il commercio.
Non si contano le speculazioni più o meno artisticamente riuscite (puntualmente finite in classifica).

"LOVE" uscì nel novembre 2006 , colonna sonora dell'omonimo spettacolo del CIRQUE DU SOLEIL.
George Martin e il figlio Giles, ebbero l'approvazione di Paul, Ringo, Yoko e Olivia Harrison, di rimixare una trentina di brani della band, spesso sovrapponendo pezzi di un brano con altri, togliendo strumenti, aggiungendo, scomponendo e ricomponendo.

Un azzardo scioccante, soprattutto quando sentiamo "Get back" aprirsi con l'accordo iniziale di "A hard day's night" che introduce il solo di batteria di Ringo in "The end" per entrare poi nel classico tratto da "Let it be".

Ma tutto l'album è un incredibile intreccio di suoni, accordi, strofe, ritornelli estrapolati dalla loro discografia, che si incastrano ALLA PERFEZIONE nei brani proposti.

Un esperimento filologicamente discutibile ma alla fine riuscito, intrigante, stimolante, soprattutto per i fan dei Beatles.

mercoledì, giugno 19, 2019

Terry Hall. Post pop depression



L'espressione marmorea, triste, sguardo nel vuoto, di TERRY HALL, cantante degli SPECIALS è sempre stato un riconoscibile "marchio di fabbrica".

Che nasconde un profondo dramma, retaggio di un abuso subito a 12 anni, quando fu sequestrato da un gruppo di pedofili e da cui non si è mai ripreso.
Anni di Valium, perdita di un anno scolastico, lunghi periodi di alcolismo, per scacciare una forte e opprimente depressione.

*"La cosa bella nel prendere anti psicotici è che il desiderio di uccidere una famiglia di quattro persone scompare.
E questa è una gran cosa."


*"Ho ancora questa malattia e l'avrò anche fra dieci anni ma per me è importante parlarne".

*"Non provo nessun piacere a suonare.
Ho solo un sollievo nell'essere su un palco, guardarmi intorno e vedere Lynval e Horace, che sono persone che conosco da buona parte della mia vita e con cui condivido qualcosa."


Fece scalpore la prima apparizione degli Specials a "Top of the Pops" con "Gangsters" in cui Terry mantiene un assoluto distacco e restava quasi immobile:

*"Non mi importava.
Non mi importa nemmeno adesso.
Non trovo necessario sorridere o muoversi.
Non lo faccio a casa.
Perché dovrei farlo al lavoro?
Inoltre, non mi interessa"

martedì, giugno 18, 2019

Pensatevi liberi - Mambo Bologna
The Clash: white riot, black riot - Ono arte di Bologna



C'è stato un momento in cui BOLOGNA è stata la capitale del nuovo rock, ben prima di Firenze.
Da lì arrivavano Skiantos, Gaznevada, Confusional QUartet e esplodeva un nuovo modo di concepire la musica, mutuata espressamente dall'attitudine punk.
Tutto ciò confluì il 2 aprile del 1979 nel “Bologna Rock 1979“, il festival organizzato da Harpo’s Bazar al Palazzo dello sport (ora PalaDozza).

Di quei giorni, di quell'attimo, che fuggì veloce e si dissolse in mille rivoli, il Museo d'Arte Moderna MAMBO di Bologna ha raccolto testimonianze, oggetti, dischi, strumenti, fotografie, comunicati, rassegne stampa, amplificatori, mixer e sintetizzatori, ma anche opere come un ritratto di Freak Antoni realizzato da Piero Manai, disegni e collage originali di TRAUMFABRIK (Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Giampietro Huber, Giorgio Lavagna), il dipinto Tuxedomoon di Giampietro Huber, tavole originali di Giorgio Carpinteri tratte da Mumble Rumble e di Nicola Corona da Rinascimento Urbano.
INTERESSANTISSIMO.

Pensatevi Liberi. Bologna Rock 1979
Dal 17 maggio al 29 settembre 2019
Bologna, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Minzoni 14




Dal 12 giugno al 15 settembre, la ONO arte di Bologna presenta la mostra The Clash: white riot, black riot che ci propone alcune significative foto dei Clash attraverso le immagini di Adrian Boot, fotografo che con loro ha stretto un duraturo sodalizio artistico.
Per gli appassionati emozionante e imperdibile, pur nella sua brevità ed essenzialità.

The Clash: white riot, black riot
Ono arte di Bologna
dal 12 giugno al 15 settembre
Ingresso libero

lunedì, giugno 17, 2019

Sonics - Boom di Jordan Albertsen



Un documentario intenso, spesso commovente, costato al regista JORDAN ALBERTSEN 10 anni di duro lavoro, sulla storia di una delle band più importanti per il garage punk, i SONICS.

I membri della band ne parlano apertamente, con ironia, talvolta con tristezza e nostalgia.
In mezzo testimonianze preziose di fan, tra gli altri, come Mark Arm dei Mudhoney, Mike McCready dei Pearl Jam, Bruce Brand dei Milkshakes, Nancy Wilson delle Heart, il produttore Jack Endino, i boss della Dirty Water Records.

Si arriva alla reunion che li coglie stupiti e ignari della considerazione che avevano maturato nel corso degli anni e il successivo lento declino con vari membri originari costretti al ritiro per ragioni di salute e Buck Ormsby degli amici/rivali Wailers che li guarda un'ultima volta (morirà poco dopo) suonare nel 2015.

Un documento prezioso, fatto con il cuore e l'anima.

Il trailer https://www.youtube.com/watch?v=LvO1dy7ak-8

domenica, giugno 16, 2019

Nameless 2019



A cura di ENEA BACCIOCCHI

In una valle tranquilla come quella di Barzio, piccolo paese a pochi kilometri dalla città di Lecco, va in scena ogni anno il più grande music festival d’Italia, il “Nameless”.

Dal 2013 ad oggi, si esibiscono in questa suggestiva location tra i più importanti DJ del mondo e da pochi anni a questa parte anche molti cantanti (rap e trap principalmente) della scena musicale italiana.

Il festival di quest’anno è andato in onda il 7,8,9 giugno, regalando molte sorprese ed emozioni.

Dopo il boom della scorsa edizione con 60 mila persone paganti, quest’anno gli organizzatori si sono dati da fare e hanno regalato ai fan una disposizione del festival alquanto interessante: oltre al main stage dove si esibiscono i dj e il palco secondario per i rapper, non manca anche quest’anno il padiglione Molinari, dove gli appassionati possono godersi musica hardcore e techno per tutta la giornata.

Le sorprese e le novità sono state la grande ruota panoramica e l’altalena sospesa che dava la possibilità di vedere Nameless da tutt’altra posizione, rendendo il tutto magico.
I portoni si aprivano alle 14 circa per poi richiudersi verso mezzanotte, per permettere ai poveri vicini di godersi il sonno, in quel di un paesino che per 3 giorni l’anno diventa un inferno, assalito da giovani e non solo.
La fascia d’età va principalmente dai 15 ai 23 anni ma spesso si intravedono “vecchietti” di 30-40 anni vogliosi di ritornare giovani per 3 giorni davvero intensi.

Si sono esibiti quest’anno come principali artisti, DJ del calibro di Don Diablo (Olanda), Alison Wonderland (Australia) e l’ultima sera l’immortale Steve Aoki che ha offerto uno spettacolo a dir poco eccezionale.

Ad accompagnare queste star, ci sono anche alcuni nomi di nostri co nazionali di un certo spessore: Rudeejay e Benny Benassi i più celebri, seguiti subito dopo dall’emergente Edmmaro.
Altri nomi sono Will Sparks e una vecchia conoscenza del festival di San Remo, The Bloody Beetrots, quando partecipò con il cantante Raphael Gualazzi alla canzone “Liberi o no”.

Il secondo palco di Radio 105 ha avuto un gigantesco boom, vista la grande partecipazione di numerosi cantanti.
Da Achille Lauro alla Dark Polo Gang, da Ernia a Nitro, fino ad arrivare ad artisti emergenti come il figlio di Gianni Morandi, Tredici Pietro; il rapper romano Nayt e gli ormai confermati Lazza, Rkomi e Capo Plaza.
Nameless quest’anno ha fatto centro, sapendo equilibrare la “musica pesante” elettronica con un mix di voci che caratterizzano l’odierna scena italiana.
I quasi 60 mila ne sono la conferma e continuando cosi’ può diventare davvero un evento indimenticabile, esteso anche a panorami europei.

ALCUNI DATI SULL'EDIZIONE 2019
L'area del festival è passata dai 40000 mq dell'anno scorso a 80000 mq.
10 artisti in più rispetto ai 66 dell'edizione 2018, e 50 in più rispetto al primo evento del 2013.
In soli 7 anni le presenze sono passate da 6000 a 60000.

sabato, giugno 15, 2019

Stili Ribelli al Biografilm



I primi due episodi di •STILI RIBELLI• saranno presentati in anteprima a Biografilm Festival - International Celebration of Lives.
La proiezione verrà introdotta da Antonio Bacciocchi (aka Tony Face / Autore, Giornalista e Musicista) e Lara Rongoni (Regista di #StiliRibelli)

➤ 15/Giugno
➤ Ore 20:00
➤ Cinema Europa (Via Pietralata, 55 Bologna)
➤ Ospiti: Antonio Bacciocchi, Lara Rongoni
Un viaggio attraverso la musica e le sue connessioni con la moda, il cinema e la società per capire come alcune forme di espressione tipiche delle controculture giovanili siano state in grado di creare nuovi stili e identità.
Nel cast Kenney Jones, Glen Matlock, Suzi Quatro, Antonio Bacciocchi, Carlo Bordone e tanti altri...

Mauro Codeluppi - La pantera di New York



Mauro Codeluppi è il mitico cantante dei Raw Power che in tre brevi racconti ci porta al cospetto di veloci "avventure" new yorkesi, al cospetto di Phil Anselmo dei Pantera, del CBGB's e dintorni.

Stampa Inchiostro Sprecato, nel classico mini formato.

https://www.facebook.com/inchiostrosprecato

venerdì, giugno 14, 2019

Massimo Volume in concerto al NoSilenz - Cigole (BS) 13/06/2019



Dopo oltre 40 anni di ascolto massivo, costante, quotidiano di musica di ogni tipo, quello che personalmente cerco è l'originalità, la distinzione, la riconoscibilità.

Pochi gruppi in Italia sono immediatamente identificabili come i MASSIMO VOLUME.

L'ipnosi dai ritmi spezzati di Vittoria Burattini, i testi sempre devastanti di Emidio Clementi, le chitarre ora soniche, ora abrasive, ora voluttuosamente psichedeliche di Egle Sommacal e Sara Ardizzoni, compongono un affresco alla modernità.

Il sound dei Massimo Volume è quanto di più "moderno" e attuale che ci sia, perfetta rappresentazione di una realtà sociale ed emotiva che stiamo vivendo.
Grande, unica, band.

giovedì, giugno 13, 2019

Pauline Boty



Pauline Boty è stata l'unica esponente inglese della POP ART, morta prematuramente a 28 anni.

Il suo lavoro era intransigente, sfacciato, caotico e spesso esplicitamente sessuale.
Su uno dei suoi quadri "54321", che prende il titolo da un brano di Manfred Mann, sigla del programma televisivo Ready Steady Go! e in cui è raffigurata la presentatrice Cathy McGowan - ha scritto, a caratteri cubitali, "Oh, for a fu ...".
Le sue opere erano spesso politiche, critiche verso il maschilismo imperante, facendone una proto femminista militante.
"Scandal 63" raffigurava provocatoriamente i protagonisti dello "scandalo Profumo".

Soprannominata la Brigitte Bardot di Wimbledon, Boty era la perfetta rappresentazione degli Swingin' 60's.
Ballerina a "Ready Steady Go!", accompagnò Bob Dylan in giro per Londra durante la sua prima visita in nell'inverno del 1962-63, quando l'allora sconosciuto cantante folk ebbe un ruolo in un film televisivo della BBC, Madhouse on Castle Street, diretto dall'allora amante di Boty, Philip Saville.

Ha interpretato una delle amiche di Michael Caine in "Alfie", e fu presentatrice in una delle prime riviste radiofoniche settimanali della BBC, intervistando, tra gli altri, i Beatles.
Nel giugno 1963 sposò l'agente letterario e attivista politico di sinistra Clive Goodwin.
Il loro appartamento, sulla Cromwell Road di Londra ovest, divenne un luogo d'incontro e luogo di festa per gli artisti d'avanguardia di quegli anni.

Nel 1965, Boty rimase incinta e durante un esame prenatale le venne diagnosticato un cancro. Rifiutò la chemioterapia, temendo che potesse danneggiare il suo bambino, e nel luglio del 1966, quattro mesi dopo la nascita della figlia, Katy, morì.

I suoi quadri finirono in un granaio in una fattoria nel Kent di proprietà di uno dei suoi fratelli, la sua attività dimenticata e a lungo ignorata e solo recentemente la sua opera è stata riscoperta.
La maggior parte delle opere di Boty sono in mani private con l'eccezione di alcuni conservati in musei inglesi.

mercoledì, giugno 12, 2019

Rolling Stones - Waiting on a friend



Un brano iniziato nel 1972 a Kingston, in Giamaica, durante le registrazioni di "Goats head soup" ma che vide la luce solo nove anni dopo in "Tattoo you".
Pur non accreditato è probabile che ci sia ancora la chitarra di Mick Taylor.

Sicuramente c'è il sax del grande jazzista Sonny Rollins che accettò di buon grado di suonare il solo alla fine del brano (nello stupore di Charlie Watts che che disse che uno come Rollins non avrebbe mai accettato di suonare in un disco degli Stones).
Nel brano anche il solito Nicky Hopkins al pianoforte.

Fu girato un video (il 2 luglio 1981) appositamente per MTV, diretto da Michael Lindsay-Hogg, che aveva già realizzato il loro "Rock n roll Circus" nel 1968 (e il film "Let it be" dei Beatles).
Le immagini seguono abbastanza semplicemente le parole del testo.

Mick e Keith si incontrano sugli scalini di un palazzo di Manhattan (lo stesso raffigurato nella copertina di "Physical Graffiti" dei Led Zeppelin) dove sostano alcuni ragazzi di colore (tra cui Peter Tosh).

I due si avviano in una bar dove trovano gli altri tre Stones con cui iniziano a suonare nel disinteresse dei frequentatori.

https://www.youtube.com/watch?v=MKLVmBOOqVU

martedì, giugno 11, 2019

Rossella Catanese - Futurist Cinema: Studies on Italian Avant-garde Film



Rossella Catanese ha recentemente curato "Futurist Cinema: Studies on Italian Avant-garde Film", pubblicato da Amsterdam Press, ricerca scientifica (in inglese) che diffonde la conoscenza ad un pubblico internazionale delle relazioni tra avanguardia e Futurismo nell'ambito della cinematografia.

Un testo molto approfondito, tecnico, ricco di dettagli accuratissimi su un periodo di incredibile creatività, in questo caso incentrato sulla allora nascente cinematografia, dapprima vista scetticamente, poi abbracciata dai Futuristi come elemento espressivo di primaria importanza.
"Il cinema è lui stesso Futurista".
Si parla di "Vita futurista" (1916) il film dei futuristi purtroppo andato perduto, di "Velocità", sceneggiatura cinematografica di Marinetti fino a "Thais" di Anton Giulio Bragaglia.

Interessantissimo e unico.

THAIS di Anton Giulio Bragaglia
https://www.youtube.com/watch?v=fZQF4KODGfM&t=1682s

Rossella Catanese è dottore di ricerca in Tecnologie digitali e metodologie per la ricerca sullo spettacolo. Abilitata come professore di seconda fascia nel settore 10/C1, da gennaio 2019 è assegnista di ricerca presso IMT School for Advanced Studies di Lucca nell'ambito del PRIN “Aesthetics in the Brain: an interdisciplinary investigation on the functional and neural mechanisms mediating aesthetic experience”.
È docente a contratto di "Tecniche del restauro digitale delle immagini e del film" alla Sapienza Università di Roma. Inoltre, insegna storia del cinema italiano presso NYU Florence (program provider per NYU in Italia).
I suoi interessi di ricerca prioritari sono il cinema delle avanguardie storiche, il Futurismo italiano tra cinema, pittura e letteratura, il patrimonio cinematografico, gli archivi e le cineteche, il restauro dei film fra pratiche analogiche e tecnologie digitali, l’archeologia dei media, la storia del cinema sperimentale, la storia della tecnologia, il cinema scientifico, la teoria dell’avanguardia, il rapporto tra cinema e neuroscienze, il rapporto tra avanguardie e processi sinestetici, il cinema delle origini e il colore nel cinema muto
.

A seguire un'intervista con Rossella:

Le affinità e la vicinanza del Futurismo con il fascismo hanno, secondo te, compromesso l’approfondimento della conoscenza dell’arte futurista?
La questione è estremamente controversa.
Saranno in tanti ad associare questa prossimità in funzione della carriera di Filippo Tommaso Marinetti dagli anni Venti agli anni Quaranta, senza considerare che il manifesto del Futurismo esce su «Le Figaro» nel 20 febbraio 1909, mentre i Fasci italiani di combattimento vengono fondati da Benito Mussolini il 23 marzo 1919, dieci anni dopo, sebbene alcune delle energie del partito politico futurista, il cui manifesto è scritto da Marinetti nell’11 febbraio 1918, confluiranno poi nel partito fascista.
Infatti, il poeta rivoluzionario diventerà poi Accademico d’Italia integrandosi nel potere dell’obbedienza omologata.
Un punto in comune tra Marinetti e Mussolini nel 1914 è la posizione a proposito dell’intervento bellico in occasione del primo conflitto mondiale: entrambi sono convinti interventisti.
Per Mussolini, che comincia a dissentire dal partito socialista in cui militava, l’entrata in guerra rappresenta un primo passo verso il consolidamento dell’identità nazionale.
Marinetti glorifica la guerra come «sola igiene del mondo», esaltando «il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna».
Per Marinetti, però, si tratta di un’estrema e travolgente provocazione, dichiaratamente contro l’ipocrisia cosmopolita del salotto borghese, in antitesi col principio della tradizione classica del καλός κἀγαθός (“bello e buono” inteso come “virtuoso” e fulcro della civiltà, simbolicamente archetipo dell’umano).
Nell’immaginario marinettiano la fantasia di un corpo metallico, “reificato”, meccanico e moderno si sostituisce al dato umano, prefigurando le teorie del Post-Human del secondo Novecento. Ricordiamo però come la provocazione sia il tratto essenziale del primo Futurismo; Marinetti descrive nel manifesto del 1909 un gruppo che in realtà non esiste ancora, ma è così innovativo e coinvolgente che riesce a costruire una preziosa rete di sinergie con i più brillanti e innovativi artisti italiani del suo tempo.
Nonostante il carisma di Marinetti, noto come “caffeina d’Europa”, alcuni Futuristi, più vicini a idee marxiste o anarchiche, non saranno in accordo con il partito politico futurista, né si sentiranno rappresentati da Mussolini.
Alcuni, infatti, dissentono; mi viene in mente il manifesto Anarchia e Futurismo di Renzo Provinciali, pubblicato su «La Barricata» nel 1912 (rivista a cura di Leda Rafanelli e Carlo Carrà) o alcuni articoli anarco-futuristi usciti su «La Tempra» rivista di Pistoia (1914-1916).
Umberto Boccioni, Bruno Corra, Francesco Cangiullo simpatizzano per idee marxiste.
E lo stesso Antonio Gramsci apprezza le innovazioni rivoluzionarie dei futuristi.

Completare il libro, frutto di coordinamento di diverse firme, è stato un lavoro difficile?
È stato un lavoro che ha richiesto diversi anni, dalla prima idea progettuale all’ultimo controllo di bozze.
Ho cominciato a lavorare alla proposta editoriale nel 2012 e il volume è uscito alla fine del 2017 (sebbene risulti afferente all’anno 2018).
Questo sia perché si è trattato di una curatela internazionale, con autori dislocati in diversi paesi e contattati prevalentemente tramite email, sia perché l’editore accademico ha previsto due fasi di revisione paritaria e una serie di verifiche su tutte le fasi del lavoro editoriale.
Poi naturalmente ho dovuto anche verificare tutte le immagini e le loro condizioni sul piano del diritto d’autore per non incorrere in sanzioni.
Ho avuto la fortuna di incontrare una grande collaborazione da parte di tutti: dai detentori dei diritti delle immagini alle istituzioni con cui ho collaborato, dal team della casa editrice agli autori, bravissimi e incredibilmente pazienti nonostante la lunga attesa.
Ci tengo infatti a ringraziarli e nominarli tutti (in ordine alfabetico):
Paolo Bertetto, Giancarlo Carpi, Carolina Fernández Castrillo, Giovanni Lista, Denis Lotti, Fernando Maramai, Lucia Re, Antonio Saccoccio, Sabine Schrader, Marcello Seregni, Wanda Strauven, Elisa Uffreduzzi, Valentina Valente e Francesca Veneziano.

In quanto avanguardia credo che il cinema futurista fosse pertinenza di un ristretto numero di persone.
Quando è stato riscoperto, se lo è stato?

È vero che i gruppi d’avanguardia per loro stesso statuto sono pertinenza di un numero ristretto di persone, ma vista la popolarità mediatica pare che la prima del film Vita futurista (1916) riscuota successo: 463 spettatori registrati al Teatro Niccolini di Firenze (28 gennaio 1917).
Nel 1935 la rivista cinematografica «Bianco e Nero» dedica un approfondimento alla pionieristica esperienza futurista al cinema pubblicando anche dei fotogrammi del film.
Negli anni Sessanta lo studioso Mario Verdone scriverà estensivamente di cinema e Futurismo e intervisterà Arnaldo Ginna; è a Verdone che si deve prioritariamente il lavoro di recupero e la prima sistematizzazione teorica di questi materiali.
Successivamente, negli anni Settanta, le ricerche e il lavoro analitico di Giovanni Lista costituiranno il corpus storiografico di riferimento principale e imprescindibile per ogni studio sul Futurismo.

Nel corso dell’evolversi culturale (e sottoculturale) del dopoguerra hai trovato qualcosa di paragonabile alla visionarietà del Futurismo?
Ci sono diverse cose che potremmo immaginare come una sorta di continuazione dell’esperienza futurista in direzione della sperimentazione radicale: le istanze innovative portate avanti dalle neoavanguardie, dagli artisti che lavorano sull’idea di cinema espanso (sulla falsariga della definizione di Gene Youngblood), i cosiddetti cameraless film (nel saggio di Francesca Veneziano si fa riferimento proprio al cinema di Paolo Gioli come emblematico percorso evolutivo della sperimentazione di matrice futurista), l’attivismo della videoarte, la sperimentazione laboratoriale fotochimica dei laboratori d’artista e tanto altro ancora…
Tutte traiettorie di ricerca sperimentale che si sono sviluppate anche in Italia e che indagheremo nel prossimo libro!

Il materiale citato nel libro è reperibile?
“Vita futurista” è purtroppo andato perduto.

Come accennavo prima, «Bianco e Nero» la rivista del Centro Sperimentale di Cinematografia dedica un approfondimento a Vita futurista pubblicando anche dei fotogrammi del film, tra i pochi materiali superstiti.
In realtà in un suo libro precedente (Il cinema futurista, Le Mani, Genova 2010, p. 52) Giovanni Lista parla di fotogrammi superstiti, contraddicendo la versione ufficiale.
Nonostante l’incendio e la distruzione della copia di Carlo Belloli (si tratta di pellicola in nitrato di cellulosa e dunque estremamente infiammabile, soggetta ad autocombustione), se esiste del materiale superstite probabilmente è vincolato a complesse vicende editoriali o legali.
Il saggio che ho scritto faceva riferimento soprattutto alle fonti, che possono addirittura permetterci di provare ad interpretare un film perduto.
Dall’Indice alfabetico delle pellicole cinematografiche approvate dal Ministero dell’Interno dal 1 gennaio 1916 al 31 dicembre 1921 ai registri di borderò, dalle recensioni ai carteggi privati e così via.

“Vita futurista” è frutto di un lavoro collettivo ed è stato girato in parte a Firenze con i futuristi loro stessi attori.
Esatto. Le firme sono di Marinetti, Corra, Ungari, Carli, Settimelli, Chiti, Balla, Nannetti, Venna e Spina, fratello di Settimelli.

“Vita Futurista” aveva connotati comici e irriverenti, vero?
A mio avviso sì.
Ho cercato di dimostrare questi elementi comici sulla base di una sistematizzazione teorica.
Fatto sta che a Marinetti del linguaggio cinematografico interessano soprattutto le rapide comiche.

Inizialmente i Futuristi sono però molto scettici nei confronti dello strumento cinema.
Fino a quando nel 1916 Marinetti proclama “Preferiamo esprimerci attraverso il cinema”.

È quasi simbolico il fatto che il più diffidente verso una sperimentazione cinematografica sia Boccioni, che muore nel 1916, e un paio di mesi dopo vedranno la luce il manifesto e del film.

Lo stesso Marinetti che nel 1917 scrive il soggetto di “Velocità” senza però realizzarlo.
Carolina Fernández Castrillo ha scritto un saggio proponendo un’analisi dettagliata della sceneggiatura e un ottimo paradigma interpretativo per il progetto nell’ambito della figura marinettiana e degli studi sul Futurismo.

“Thais” di Anton Giulio Bragagna ha dei connotati grotteschi ma anche riferimenti a occultismo e spiritualismo.
L’analisi del film proposta da Lucia Re evidenzia questi aspetti, rilevando una serie di complessi riferimenti che tra la dimensione spirituale e al limite con l’occulto di matrice cerebrista, procedono fino ad un possibile discorso sulla cultura visuale al tempo della prima guerra mondiale, ampliando le interpretazioni sull’apparato scenografico con una prospettiva che – in pieno conflitto mondiale - rimanda all’estetica della Secessione Viennese e ad una riflessione sulle baionette e sui gas asfossianti.

I Futuristi anticiparono in qualche modo la società a venire attraverso il concetto comunicativo del “many to many”?
Il saggio di Antonio Saccoccio illustra i rapporti tra la diffusione di nuove tecnologie e nuovi media e il Futurismo italiano nei primi decenni del Novecento, anticipando le teorizzazioni elaborate circa mezzo secolo più tardi da Marshall McLuhan.
Il Futurismo intuisce che le innovazioni tecno-scientifiche stanno sconvolgendo e modificando la sensibilità dell’uomo. Con i loro manifesti e creazioni artistiche testimoniano e incoraggiano tali trasformazioni, in direzione di una sensibilità futurista e anti-“passatista”.
Le teorie elaborate da McLuhan possono aiutare anche a comprendere alcune delle contraddizioni del Futurismo italiano, dal patriottismo cosmopolita alla negazione della logica nell’elogio della scienza.

Se dovessi immaginare una playlist di musica attuale dall’impronta “futurista” cosa sceglieresti?
Immaginerei una musica che si possa definire come prosecuzione della composizione di Luigi Russolo, creatore dell’“intona-rumori” (un sintetizzatore ante litteram, inventato nel 1913).
Al contempo, dovrebbe essere giocosa e serena, come il manifesto Il controdolore di Aldo Palazzeschi (1913) o la Ricostruzione futurista dell’universo di Giacomo Balla e Fortunato Depero (1915).
Una playlist italiana contemporanea potrebbe essere:
Black Shape - “Doom Room”
The Hand - “Vodkatronic”
Giuda - “Spacewalk”
Movie Star Junkies - “These Woods Have Ears”
Un archetipo singolo che potrebbe raccoglierle tutte è a mio avviso:
Quintron - “Meet Me At The Club House”
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