Una recensione approfondita a cura del nostro collaboratore Michele Savini di uno degli album più importanti dell'anno, "Fenian" dei Kneecapp.
Dopo un anno difficile, segnato da battaglie legali oltremanica e da un pesante impatto sia economico che d’immagine, i Kneecap tornano con il loro terzo lavoro, Fenian, senza perdere il mordente che li ha sempre contraddistinti.
E se qualcuno si aspettava un cambio di rotta più prudente, lontano da temi sensibili e polemiche internazionali, si sbagliava di grosso.
Nessun passo indietro: i rapper rientrano in scena a gamba tesa, con un album combattivo, che non fa sconti e non risparmia critiche né frecciate a nessuno.
Il titolo dell’album è tutt’altro che casuale.
Fenian è un termine carico di storia: dalle radici mitologiche dei Fianna, guerrieri leggendari della tradizione gaelica guidati da Fionn mac Cumhaill, fino alla sua riappropriazione politica nel XIX secolo da parte della Fenian Brotherhood, simbolo della lotta per l’indipendenza irlandese.
Nel tempo, soprattutto in Irlanda del Nord, il termine è stato anche utilizzato in senso dispregiativo da ambienti unionisti per indicare i cattolici o i nazionalisti irlandesi (spesso accompagnato dal “rafforzativo” bastard). I Kneecap lo ribaltano ancora una volta.
Come afferma Mógláí Bap “Speriamo che questo album rifletta il fatto che non riguarda solo noi. Si intitola Fenian , e non Kneecap , perché un fenian è qualcuno che si fa avanti, che resiste e che non rinuncia a ciò in cui crede.”
Il nazionalismo irlandese attraversa l’album come un filo conduttore, non in senso tradizionale o nostalgico, ma come una rivendicazione culturale contemporanea che i Kneecap reinterpretano e rilanciano con la loro consueta irriverenza.
Prodotto da Dan Carey (già al lavoro con Fontaines D.C. e Wet Leg), Fenian costruisce un impianto sonoro denso e stratificato, ampliando il ventaglio sonoro della band per spingersi con più decisione verso una dimensione dance-rave, già anticipata dai singoli pubblicati lo scorso anno.
Dubstep notturno, rave anni ’90 in stile The Prodigy, acid house, trip-hop di matrice Bristol e gangsta hip-hop convivono in un equilibrio sorprendente.
Numerosi i momenti più riusciti del disco, che dopo l’introduzione ambient dalle atmosfere celtiche di Éire go Deo (Ireland forever) esplode senza preavviso in un lato A, a dir poco travolgente.
Smugglers & Scholars, porta in primo piano un pesante beat hip-hop industriale e vede Mo Chara e Mógláí Bap scambiarsi versi e microfono per tutta la durata del brano, evocando il termine irlandese per “terrorista” (sceimhleitheoir) e restituendo il retrogusto amaro di una parola che i repubblicani irlandesi hanno a lungo respinto.
Carnival, avvolto in un beat trip-hop in stile Massive Attack, allude in modo ironico alle recenti controversie legali di Mo Chara e include registrazioni reali dei fan che gridano “Free Mo Chara” fuori dall’aula di Westminster.
Il titolo fa riferimento al “carnevale” mediatico orchestrato per distogliere l’attenzione e mettere a tacere la band dopo i fatti di Coachella dello scorso anno.
Con la partecipazione del rapper palestinese Fawz, Palestine amplia ulteriormente il registro linguistico del disco, intrecciando gaelico, inglese e arabo in un’unica tessitura sonora e politica, e mettendo in evidenza il parallelo tra West Belfast e West Bank, in una potente espressione di solidarietà tra Irlanda e Palestina, che trova il suo epilogo nel verso finale “non ci fermeremo finché tutti non saranno liberi”.
E qui l’album esplode definitivamente grazie ai due singoli già pubblicati. Liars Tale è costruita su una cavalcante base acid dance che ti travolge come un’orda di guerrieri feniani, con un ritornello rabbioso e immediato «Non va accettato, non c’è nulla di buono nella loro politica per te e per me» e l'inevitabile menzione al primo ministro inglese e la sua complicità nel conflitto palestinese «Fanculo a Keir Starmer, il lacche' di Netanyahu e armatore di genocidi. Dovrebbe diventare concime per gli agricoltori ».
E se a questo punto dell’ascolto non state già ballando con un passamontagna tricolore in testa, ci pensa la title track a convincervi definitivamente.
Fenian è probabilmente uno dei brani più riusciti dell’album, in cui la band si riappropria del termine rivendicandone il significato: uno di quelli che, grazie a un beat altamente contagioso e a un ritornello irresistibilmente orecchiabile, ti entra in testa e non se ne va più.
Sarà divertentissimo vedere i festival di mezza Europa quest’estate scandire “FENIAN” durante le loro performance, come se fosse una qualsiasi “Y.M.C.A.” dei Village People.
Ma ancora più divertente sarà la faccia che faranno i loro detrattori quando succederà.
Si prosegue con Big Bad Mo, un brano teso ed energico, costruito su un riff nervoso che ironizza ancora una volta sui guai giudiziari di Mo Chara, seguito dalla dinamica Headcase, l’ennesimo attacco satirico al colonialismo anglosassone in An Ra, l’hip hop vecchia scuola di Cold At The Top e Occupied 6, in cui il trio offre un ritratto opprimente della vita durante i Troubles, concedendosi anche un riferimento diretto agli Undertones: «Nelle sei contee occupate non era tutto solo Teenage Kicks».
Gael Phonics, strutturato come una lezione di gaelico, è una sorta di inno e di rivendicazione a favore della lingua irlandese, di cui i rapper si ergono a promotori e difensori, con la consueta ironia e provocazione:
«Fanculo l’uccello di Duolingo, sta dicendo un sacco di sciocchezze. Metti questo in ripetizione e diventerai fluente divertendoti».
La chiusura è cupa e riflessiva, ma di un’intensità emotiva quasi viscerale.
Cocaine Hill, il cui ritornello è ispirato alla versione di Cocain di John Martyn, brano della tradizione blues, è un avvolgente tuffo nelle cupe atmosfere dei Portishead.
Un riff di chitarra polveroso e un beat ipnotico ci trascinano nel lato oscuro di un viaggio da cocaina, mentre l’ammaliante voce di Radie Peat dei Lankum attraversa la traccia come una presenza quasi spettrale, amplificandone l’atmosfera psichedelica.
A chiudere le danze è la toccante Irish Goodbye, un lamento intriso di dolore scritto da Móglaí Bap e dedicato alla madre, deceduta per suicidio, con la brillante partecipazione di Kae Tempest, che affronta ancora una volta una delle problematiche più gravi e dolorose dell’Irlanda.
Nel verso «Volevo dirti addio, non un addio all’irlandese» c’è tutto il desiderio del rapper di poter salutare la madre in modo adeguato, e non con un “Irish goodbye”, espressione colloquiale usata per indicare quando si lascia una festa senza salutare nessuno.
Un finale che aggiunge un’ulteriore sfumatura al lavoro, confermandone la sorprendente imprevedibilità.
Fenian è un disco divertentissimo e mai noioso.
Sì, certo: magari non immediatamente accessibile, tra linguaggio da strada e gaelico non sempre decifrabile, ma proprio per questo ancora più identitario, mai piatto o scontato, segno di una maturità compositiva in continua evoluzione per uno dei gruppi più ribelli e indomabili della scena contemporanea.
Visualizzazione post con etichetta The Auld Triangle: narrazioni dalla Repubblica d'Irlanda. Mostra tutti i post
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lunedì, maggio 11, 2026
venerdì, marzo 20, 2026
Freedom 35's - Groove Your Illusions Vol.1 + intervista
L'amico Michele Savini ci riporta in terra d'Irlanda con il nuovo singolo di una brillante band, i Freedom 35's, alle prese con il tipico sound Hammond Beat debitore a James Taylor Quartet (e gli strumentali dei Prisoners), Jimmy Smith, Jimmy McGriff. Un'ottima occasione per una breve intervista conoscitiva.
Dopo una pausa di sei anni, la band torna con “Groove Your Illusions Vol.1”, un nuovo doppio singolo A-side: cosa rappresenta per voi questo ritorno e cosa vi ha spinto a ripartire?
Direi che è un modo per affermare che in realtà non ce ne siamo mai andati e che siamo tornati alla grande, con due brani nuovi ed esplosivi!
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce, quindi quando si è presentata l’occasione di entrare in studio per registrare nuovo materiale, l’abbiamo colta al volo. Un ringraziamento speciale a Steve Fearnley dei Narrow Water Studios!
Questo nuovo singolo sembra puntare molto sul vostro groove: come descrivereste il vostro suono a chi non vi ha mai ascoltato? Ci sono elementi nuovi che lo hanno influenzato rispetto ai vostri lavori precedenti?
Offriamo un esplosivo Deep soul sound che quando lo ascolti non puoi fare a meno di lasciarti andare al groove! Non so se ci siano influenze dirette, ma alcune delle cose che stiamo ascoltando in questo periodo sono: Bo Diddley – Elephant Man, Parlor Greens – Eat Your Greens, Betty Davis – They Say I’m Different, The Karminsky Experience Inc. – Exploration e i primi sei album dei Black Sabbath. Magari qualcosa di tutto questo finirà per influenzare i prossimi brani che scriveremo.
Avendovi visti dal vivo, è evidente che le vostre performance portano la band a un livello diverso rispetto alle registrazioni. In studio cercate di ricreare quella stessa energia o lo vivete come uno spazio completamente diverso, più orientato alla sperimentazione?
In studio registriamo tutti gli strumenti insieme, per cercare di catturare quel suono e quell’energia tipici del live, usando il meno possibile gli overdub. Se avessimo più tempo e budget, sicuramente sperimenteremmo di più anche in studio... ( ride).
Il singolo è co-prodotto insieme a due etichette indipendenti, Fuzzed Up e Soundglasses: come è nata questa collaborazione?
Conosciamo Andy Marke di Fuzzed Up già da diversi anni e, dopo aver partecipato ad alcune delle serate che ha organizzato, ci è sembrato naturale contattarlo per chiedergli se fosse interessato a pubblicare un nostro singolo. Negli ultimi anni Andy è stato molto impegnato con le uscite su Fuzzed Up/Astromoon, ma ha pensato che questo progetto fosse più adatto a una collaborazione con Michele Savini, sotto l’etichetta Fuzzed Up/Soundglasses.
Siamo davvero felici di lavorare con entrambi.
Il vostro suono ha un forte immaginario cinematografico, che richiama i polizieschi italiani degli anni ’70 e atmosfere noir. Se il vostro ultimo singolo fosse la colonna sonora di un film, a quale regista, stile o universo cinematografico lo assocereste?
Forse un film di kung fu diretto da Alex Garland o Sergio Leone! (anche se per lui servirebbe una macchina del tempo!). Per la colonna sonora mi piacerebbe fare qualcosa nello stile di David Axelrod: sarebbe incredibile lavorare con un’orchestra.
State già pensando a nuove uscite? Cosa possono aspettarsi i fan dalla band nei prossimi mesi?
Sì, abbiamo già altri quattro brani pronti. Speriamo di riuscire a pubblicare Groove Your Illusions Vol.2 e Vol.3 entro la fine dell’anno…
Per acquisti e ascolti: https://soundglasses.bandcamp.com/album/groove-your-illusions-vol-1
Dopo una pausa di sei anni, la band torna con “Groove Your Illusions Vol.1”, un nuovo doppio singolo A-side: cosa rappresenta per voi questo ritorno e cosa vi ha spinto a ripartire?
Direi che è un modo per affermare che in realtà non ce ne siamo mai andati e che siamo tornati alla grande, con due brani nuovi ed esplosivi!
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce, quindi quando si è presentata l’occasione di entrare in studio per registrare nuovo materiale, l’abbiamo colta al volo. Un ringraziamento speciale a Steve Fearnley dei Narrow Water Studios!
Questo nuovo singolo sembra puntare molto sul vostro groove: come descrivereste il vostro suono a chi non vi ha mai ascoltato? Ci sono elementi nuovi che lo hanno influenzato rispetto ai vostri lavori precedenti?
Offriamo un esplosivo Deep soul sound che quando lo ascolti non puoi fare a meno di lasciarti andare al groove! Non so se ci siano influenze dirette, ma alcune delle cose che stiamo ascoltando in questo periodo sono: Bo Diddley – Elephant Man, Parlor Greens – Eat Your Greens, Betty Davis – They Say I’m Different, The Karminsky Experience Inc. – Exploration e i primi sei album dei Black Sabbath. Magari qualcosa di tutto questo finirà per influenzare i prossimi brani che scriveremo.
Avendovi visti dal vivo, è evidente che le vostre performance portano la band a un livello diverso rispetto alle registrazioni. In studio cercate di ricreare quella stessa energia o lo vivete come uno spazio completamente diverso, più orientato alla sperimentazione?
In studio registriamo tutti gli strumenti insieme, per cercare di catturare quel suono e quell’energia tipici del live, usando il meno possibile gli overdub. Se avessimo più tempo e budget, sicuramente sperimenteremmo di più anche in studio... ( ride).
Il singolo è co-prodotto insieme a due etichette indipendenti, Fuzzed Up e Soundglasses: come è nata questa collaborazione?
Conosciamo Andy Marke di Fuzzed Up già da diversi anni e, dopo aver partecipato ad alcune delle serate che ha organizzato, ci è sembrato naturale contattarlo per chiedergli se fosse interessato a pubblicare un nostro singolo. Negli ultimi anni Andy è stato molto impegnato con le uscite su Fuzzed Up/Astromoon, ma ha pensato che questo progetto fosse più adatto a una collaborazione con Michele Savini, sotto l’etichetta Fuzzed Up/Soundglasses.
Siamo davvero felici di lavorare con entrambi.
Il vostro suono ha un forte immaginario cinematografico, che richiama i polizieschi italiani degli anni ’70 e atmosfere noir. Se il vostro ultimo singolo fosse la colonna sonora di un film, a quale regista, stile o universo cinematografico lo assocereste?
Forse un film di kung fu diretto da Alex Garland o Sergio Leone! (anche se per lui servirebbe una macchina del tempo!). Per la colonna sonora mi piacerebbe fare qualcosa nello stile di David Axelrod: sarebbe incredibile lavorare con un’orchestra.
State già pensando a nuove uscite? Cosa possono aspettarsi i fan dalla band nei prossimi mesi?
Sì, abbiamo già altri quattro brani pronti. Speriamo di riuscire a pubblicare Groove Your Illusions Vol.2 e Vol.3 entro la fine dell’anno…
Per acquisti e ascolti: https://soundglasses.bandcamp.com/album/groove-your-illusions-vol-1
martedì, dicembre 16, 2025
Il Meglio del Rock Irlandese 2025
Il nostro inviato a Dublino MICHELE SAVINI rinnova il suo impegno annuale con Meglio del Rock Irlandese 2025.
Eccoci finalmente arrivati all’attesissimo appuntamento con “Il Meglio del Rock Irlandese”, la mia personale selezione delle migliori uscite discografiche dell’anno che sta per concludersi.
Un compito che si rivela ogni volta più impegnativo del previsto, data la quantità e la qualità impressionanti della musica che l’Isola di Smeraldo continua a produrre anno dopo anno: un mosaico variegato in cui nomi consolidati si affiancano a nuove voci emergenti, dando vita a un fermento creativo che sembra non conoscere sosta.
Tra i graditi ritorni di Adore e Savage Hearts, entrambi con i loro primi EP, passando per il veterano del punk irlandese Pete Holidai, fino alle conferme di Fizzy Orange e degli straordinari Number Ones, senza dimenticare le nuove scoperte come l’art-rock di Skinner o il caos sonoro dei Peer Pleasure. Nessuna classifica o ordine di importanza: la seguente lista rappresenta uno spaccato sincero di ciò che la Repubblica d’Irlanda ha saputo offrire musicalmente negli ultimi dodici mesi.
Dopo ogni recensione trovate un link al video della mia traccia preferita e alla pagina Bandcamp dell’artista per acquistare la versione fisica del disco, oltre alla consueta playlist Spotify qui di seguito: https://open.spotify.com/playlist/6ebZdJJvQkSrQsegzvLK7u
Come ogni anno, ricordate che: “Se il vostro album preferito non è incluso nella seguente selezione, probabilmente è perché non capisco un cazzo di musica” (cit.).
Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!
Adore – BITER
Il trio garage-punk irlandese degli Adore pubblica finalmente il suo primo EP, prodotto da Daniel Fox (Gilla Band), tramite l’etichetta inglese Big Scary Monsters (la stessa delle Lambrini Girls). BITER è un lavoro composto da sette tracce che ringhiano, sputano e si abbattono sul nostro bisogno di conformarci e sul tumulto interiore che ne deriva. Una furia che corre senza sosta, accompagnata da chitarre graffianti e da una batteria incalzante che trascinano ogni brano.
Con riff taglienti e ritmi serrati, gli Adore richiamano l’immediatezza di band come Elastica, The Breeders e Amyl and The Sniffers, fondendo il punk-pop anni ’90 e garage contemporaneo in un EP irresistibile.
“Fragile”, il pezzo d’apertura, smentisce il titolo con una batteria frenetica e una chitarra garage ruvida che, intrecciandosi, creano un impatto abrasivo e febbrile. La voce, leggermente distorta, aggiunge intensità a un brano che evoca il bisogno di cambiamento e la voglia di liberarsi da ogni costrizione. “Show Me Your Teeth” corre con impeto vertiginoso, con la voce di Lara Minchin che danza sul brano, accompagnata da un’energia contagiosa e irresistibile, proprio come in “Hello Darling”, uno degli altri momenti più riusciti dell’intero lavoro.
Una piccola brusca inversione arriva con “Papercutnight”, breve e riflessiva, dal ritmo misurato, prima di lanciarci nel caos selvaggio della traccia finale, “Sweet Keith”, in cui la voce stratificata crea una sensazione di unità deliziosa prima di esplodere a tutta potenza nel finale, con un feedback stridente perfetto per la chiusura del disco.
BITER regala un’esperienza d’ascolto esaltante, carica di irriverenza, che lo rende una delle uscite discografiche più interessanti dell’anno.
La versione in vinile include anche il singolo “Supermum”, pubblicato lo scorso anno, e lo potete trovare al seguente link:
Bandcamp : https://adore4.bandcamp.com/album/biter
Adore – Fragile : https://www.youtube.com/watch?v=Dx6Hv5Dpu3Y&list=RDDx6Hv5Dpu3Y&start_radio=1
The Savage Hearts – Radio Silence
Nome già noto ai lettori di questo blog, i Savage Hearts, provenienti dalla piccola cittadina di Cavan, sono il nuovo progetto dell’ex batterista dei The Strypes, Evan Walsh, e senza dubbio la mia band preferita del momento. Evan, tornato dietro la batteria, è accompagnato da Darragh Muldoon (voce e chitarra), Stef Byrne (basso) e Eugenio Continasi, polistrumentista friulano trapiantato a Cavan, che aggiunge sax, trombone, tastiere ed effetti speciali vari.
Fresco di pubblicazione, il loro primo EP “Radio Silence” è una miscela esplosiva di garage, blues e rock’n’roll, animata da lampi di soul dal chiaro stampo Stax e da liriche introspettive che aggiungono un tocco di enigmatica psichedelia.
La traccia d’apertura, che dà il titolo all’EP, è il miglior biglietto da visita: “Radio Silence” fonde l’energia cruda del garage e del proto-punk anni ’60, sulle orme di Sonics, Captain Beefheart e i Deviants, con ritmi e atmosfere ispirati al cow-punk degli anni ’80/’90, impreziosita dai fiati che le conferiscono un groove irresistibile.
“This Time Tomorrow” si muove su trame sonore che mescolano l’energia grezza dei primi Dexys Midnight Runners, il groove R&B dei The Spencer Davis Group e vibranti influenze rock’n’roll, il tutto arricchito da un sottile strato di Memphis soul: un pezzo che cattura subito grazie alla ritmica e al sax pulsante.
Ruvido ed esplosivo anche il lato B, con la travolgente “Dead Man's Lottery”, un vorticoso brano garage rock guidato da una chitarra febbrile, perfetto per sfrecciare attraverso il deserto di Joshua Tree in sella a un chopper, con i capelli al vento (per chi conserva ancora il privilegio di averne qualcuno), e “20 Million Miles to Earth”, una scarica di pura potenza in cui è impossibile capire cosa travolga di più: il basso che ribolle, la chitarra che incendia l’aria o la batteria di Evan, che fa da collante a 4 minuti e 34 secondi di brutale adrenalina. I The Savage Hearts sono la band di cui non sapevate di avere bisogno, ma dopo l’ascolto di questo EP non potrete più farne a meno.
La versione fisica del disco pubblicata dall’etichetta indipendente Blowtorch Record lo trovate al seguente link: https://blowtorchrecords.bandcamp.com/album/radio-silence
The Savage Hearts – Radio Silence VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=FbeLckcL5Po Kneecap – The Recap / Sayōnara / No Comment
Se qualcuno pensava che le vicende giudiziarie potessero tenere lontani i Kneecap dallo studio di registrazione e impedirgli di fare ciò che sanno fare meglio, ovvero macinare beat e provocazioni, si sbagliava di grosso. L’irriverente trio rap di Belfast, vero e proprio manifesto di resistenza culturale e sulla bocca di tutti negli ultimi mesi per via dei vari processi giudiziari, pubblica tre singoli, un 33 e un 45 giri, in cui si immergono musicalmente in sonorità Dance e Rave, mantenendo però intatto il loro marchio di fabbrica, fatto di hip hop tagliente e provocatorio.
Frutto della produzione con il produttore britannico Mozey, “THE RECAP” è una furiosa esplosione sonora, con un drum & bass pesante e frenetico unito a elementi di post punk, dove il trio di Belfast “dissa” neanche troppo velatamente Kemi Badenoch, la politica conservatrice che lo scorso anno aveva tentato di bloccare i fondi destinati alla band (smentita poi in tribunale). Si passa da un “Non sei la Iron Lady … Maggie dorme ancora nella sua tomba” ad un più diretto “Belfast e Derry gridano: FUCK BADENOCH”, il tutto accompagnato e reso potentissimo dalla furia beat che sostiene ogni sillaba. Sul lato B del disco troviamo un altro assalto sonoro devastante: “Sayōnara”, in cui i tre rapper si avvalgono della collaborazione di Paul Hartnoll, del leggendario duo degli Orbital, pionieri della musica elettronica anni ’90, che regalano ai rapper un beat ipnotico accompagnato da synth avvolgenti, capace di trascinare l’ascoltatore nel cuore pulsante di un rave.
Bellissimo anche il video, diretto da Finn Keenan e interpretato dall’attrice nordirlandese Jamie-Lee O'Donnell, che molti di voi ricorderanno nei panni di Michelle Mallon nella serie Derry Girls.
Ultimo dei brani ad essere pubblicato quest’anno, il singolo “No Comment” affronta le recenti accuse di terrorismo mosse dal governo britannico contro Mo Chara (caso successivamente archiviato lo scorso settembre) e presenta una copertina firmata da Banksy.
La cover riprende l’opera “Royal Courts Of Justice”, un murale realizzato sulla facciata esterna del tribunale di Londra e successivamente coperto, che raffigura un giudice mentre aggredisce violentemente un manifestante. Banksy non è solito concedere l’utilizzo delle sue opere tanto facilmente, e l’autorizzazione per la copertina dei Kneecap è quindi un caso più unico che raro.
I più informati sapranno che il writer di Bristol si avvale di un team legale chiamato Pest Control (composto non solo da avvocati, ma anche da galleristi, curatori e dealer d’arte), che funge da servizio ufficiale di autenticazione delle sue opere e si assicura che esse non siano utilizzate senza il suo consenso.
La frenetica canzone di due minuti è prodotta dal britannico Sub Focus, alias Nicolaas Douwma, che in passato ha lavorato con Prodigy, Dizzee Rascal e Deadmau5 ed è noto per il suo suono dominato dai bassi pesanti, elemento che si conferma anche in questa traccia.BR> “No Comment parla essenzialmente dell’essere perseguitati dallo Stato britannico. Semplice”, ha spiegato il trio hip-hop di Belfast. “Noi irlandesi ci siamo abituati, succede da secoli.”
Il ritornello della canzone, in cui Mo Chara viene definito un “air bubble bandit” (il bandito della bolla d’aria), racchiude perfettamente questo concetto, con l’ironia e la provocazione che contraddistingue i Kneecap.
Dimenticate la nostalgica estate Britpop che ha travolto mezzo mondo: a Belfast il suono che pulsa nella testa dei giovani è sì quello degli anni ’90, ma proviene dalla scena rave di Prodigy, Orbital e Faithless, di cui i Kneecap sembrano essere i naturali successori.
Lunga vita ai banditi della bolla d’aria.
Kneecap and Paul Hartnoll – Sayōnara VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=fLt03BAQG0M&list=RDfLt03BAQG0M&start_radio=1 Skinner – New Wave Vaudeville
Skinner è il progetto del polistrumentista, cantante e produttore di Dublino Aaron Corcoran, ispirato dalla scena no-wave di New York tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Nel suo album di debutto, “New Wave Vaudeville”, Corcoran attinge a influenze di artisti come The B-52s, The Rapture e persino i Pixies, rivisitandole in una personale e originalissima chiave art-rock tutta irlandese.
Il titolo dell’album fa riferimento alla serata “New Wave Vaudeville”, uno degli eventi simbolo del Club 57, storico spazio artistico situato nel cuore del Lower East Side di New York, attivo nel decennio a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Il club era noto per la sua atmosfera sperimentale e alternativa, un luogo dove artisti e performer creavano spettacoli eccentrici che univano new wave, teatro d’avanguardia e cabaret. Era una reazione alla commercializzazione della new wave e tra i frequentatori abituali c’erano il pittore Jean-Michel Basquiat e il graffitista Keith Haring, al quale la copertina dell’album rende un esplicito omaggio.
Così come il Club 57 mescolava performance, musica e arte in maniera tanto imprevedibile quanto ironica, anche l’album di Skinner incarna questo spirito: liriche argute e surreali si intrecciano a sonorità abrasive e sperimentali, creando un’esperienza musicale vivace, originale e sorprendente.
La title track “New Wave Vaudeville” è un mix graffiante di punk, funk e free jazz che rimanda ai A Certain Ratio e ai The Contortions di James Chance, sassofonista e principale protagonista della scena no wave newyorkese. Il testo, attraverso comparazioni volutamente iperboliche, mette in scena un’identità in perenne trasformazione: “It’s newer than new / And it’s your-er than you / It’s now-er than now / And it’s wower than wow” («È più nuovo del nuovo / E più tuo di te / È più adesso dell’adesso / E più stupendo dello stupendo.»). Ottime anche “Caling In Sick”, che combina un basso grintoso e una batteria serrata che conferiscono al brano un’energia cruda, il travolgente Funk/Disco di “Geek Love” e il bellissimo Sax che accompangna “Jesus Wore Drag”. Un disco sorprendente per energia e creatività, divertentissimo da inizio a fine che merita un ascolto.
Lo trovate qui:
https://irishmusicmarket.com/products/skinner-new-wave-vaudeville-limited-edition-ecomix-vinyl-pre-order
Skinner – New Wave Vaudeville VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=36FcngHrrNw&list=RD36FcngHrrNw&start_radio=1
The Number Ones – Sorry
Dopo circa 7 anni di assenza, torna la formidabile band di Dublino dei Number Ones, con due tracce che dimostrano esattamente come dovrebbe essere fatto il power pop. Il nuovo singolo "Sorry", il primo con il nuovo bassista Pete O'Hanlon (The Strypes), si colloca a metà strada tra The Undertones e i Buzzcocks, e credetemi, va benissimo così: è proprio quello che ti aspetti da una band come loro.
Brano di due minuti, veloce e nervoso, ricco di ritornelli accattivanti che evocano l’iconico sound della Good Vibrations Records di Terry Hooley.
Anche il lato B non è da meno, con “Blind Spot” che combina melodie beatlesiane a un organo che richiama il sound dei ’60s, il tutto mescolato a un power pop energico e frizzante. Due brani immediati e vivaci che confermano il talento dei Number Ones nel fondere nostalgia e modernità, scrivendo canzoni semplici eppure dannatamente perfette. Un 45 giri che merita un posto nella vostra collezione.
Pubblicato dall’etichetta londinese Static Shock Records, lo trovate al seguente link:
The Number Ones Bandcamp:
https://thenumberones.bandcamp.com/album/sorry
The Number Ones – Sorry VIDEO :
https://www.youtube.com/watch?v=ZhpsxacuZTs&list=RDZhpsxacuZTs&start_radio=1
Pete Holidai - Electric Jukebox Volume One
È davvero strano come i Radiators From Space vengano raramente menzionati quando si parla di punk. Prima band punk irlandese di sempre, nata a Dublino nella seconda metà degli anni ’70 e autentica precursora del genere.
Due album con la Chiswick Records (TV Tube Heart del 1977 e Ghostown del 1979, il secondo prodotto da Tony Visconti) prima di un prematuro scioglimento.
Quasi mezzo secolo dopo, Pete Holidai, chitarrista e membro fondatore della Radiators, è ancora qui, in prima linea, con la stessa attitudine che aveva da vent’enne. Ha mantenuto vivo lo spirito del punk con i Trouble Pillgriim, formazione che nasce dall’eredità dei Radiators e ora presenta finalmente il suo album solista, Electric Jukebox Volume One, una raccolta di 10 brani dove la grinta irriverente del punk incontra la spavalderia del glam. Holidai propone composizioni originali accompagnato da un cast di musicisti straordinari: Raymond Meade (OCS), John Perry (The Only Ones), Paul McLoone (The Undertones), Tony St Ledger (Trouble Pilgrims), Jason Douglas (The Rebel Souls), Ger Eaton e The Queen Bees. Registrato nel suo studio “Pilgrim Sound”, Electric Jukebox non è solo un omaggio nostalgico alla sua carriera, ma un audace passo avanti, a testimonianza del suo genio creativo.
Tracce come “On The Juke Box In The Corner” e “A New Revolution” brillano di un’energia contagiosa, con ritmi pulsanti e scintillanti tocchi di glam-rock che fanno l’occhiolino ai T. Rex di Marc Bolan e ai New York Dolls. A questo si aggiungono le dinamiche doo-wop di “Midnight Angel”, lo straordinario sax e l’atmosfera sospesa tra glam, dub e psichedelia di “Daydream Girl” e pezzi come “Sick & Tired of the Internet” e “Glam Rocker Punk Shocker”, esplosioni di punk puro e senza fronzoli: veloci, essenziali e travolgenti.
Per gli appassionati di punk irlandese, questo album è un must.
Fatevi un favore: prendete una copia, alzate il volume e supportate uno dei tesori musicali dell’Irlanda.
La versione in vinile la trovate qui:
https://peteholidai.bandcamp.com/album/electric-jukebox-volume-one
Pete Holidai – On The Jukebox In The Corner VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=QXqmYZCMJ3Y&list=OLAK5uy_me9wIGlqNxnbvdn39-rIL8CwrfcxsFQt4
Peer Pleasure – Work Allergic
Caotico esordio per i Peer Pleasure, il settetto garage di Dublino che pubblica il suo primo EP per l’etichetta irlandese Fuzzed Up & Astromoon Records.
Le 5 tracce che compongono “Work Allergic” fondono elementi di garage rock, punk e influenze psichedeliche, creando un suono potente e stratificato grazie a una sezione ritmica trascinante e dinamici assoli di chitarra.
Il sound trae ispirazione da una varietà di generi, con influenze che spaziano dal proto-punk di Stooges e MC5 fino alla neo-psichedelia contemporanea di Thee Oh Sees e i King Gizzard & the Lizard Wizard di I’m In Your Mind Fuzz. Tracce come Weed Addict, Rest in Bits o Take it offrono un concentrato puro dell'identità dei Peer Pleasure, una sorta di manifesto sonoro della band che, esattamente come le loro esibizioni dal vivo, trascina l’ascoltatore in un’esperienza intensa e distorta, creando un caos primordiale che si spegne solo quando le luci si alzano e la sala è satura di sudore e completamente intontita.
Irruente e selvaggio, Work Allergic è un concentrato di energia e attitudine da ascoltare senza sosta.
La versione fisica la potete acquistare al seguente link: https://fuzzedupastromoonrecords.bandcamp.com/album/work-allergic
Peer Pleasure – Weed Addict VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=o2dKnz0HQ7A&list=RDo2dKnz0HQ7A&start_radio=1
Fizzy Orange – Old Ones
Primo album per la frizzante soul band di Dublino, dopo lo straordinario EP di debutto “Fizzy Orange in Mono” dello scorso anno.
“Old Ones” rappresenta un passo in avanti rispetto al precedente lavoro: la band ha avuto tempo per consolidare il proprio stile, sperimentare melodie più complesse e raffinare la produzione dando vita ad un lavoro che suona in realtà come qualcosa di completamente nuovo rispetto a quanto già pubblicato in passato. Si certo, ci sono le stesse vibrazioni che i 6 ragazzi di Dublino sono soliti creare nelle loro registrazione tanto come nei loro live, un amalgama analogica di rock & roll e rocksteady con esuberanti folate di soul, ma risulta intriso di una particolare originalità.
L’album si apre con “Do You Still Love Me?”, un brano costruito su una solida base blues che richiama il groove energico di Hi Heel Sneaker, arricchito da un organo saltellante e tocchi di soul jazz. “Good Morning Farmer”, con il suo cantato a cappella, suona come un vero e proprio inno alla campagna irlandese e alla vita dei suoi instancabili lavoratori, risultando uno dei momenti più alti dell’intero disco, insieme a “Old Dog” e “Bus to Jersey”, due tracce gioiose in cui la band conferma quello che sa fare meglio: creare melodie pop accattivanti unite da un equilibrio impeccabile tra passato e presente. Nel mezzo, le squillanti chitarre di “Fourstep” e la sperimentale “Seabed”, che fonde suoni e rumori con un organo capace di evocare le atmosfere psichedeliche anni ’60 della East Coast californiana. “Smoke Only Rises (Not Without Fire)” chiude l’album con un funk d’impronta ’70s, accompagnato da un cantato che richiama lo stile di Kevin Parker dei Tame Impala.
Old Ones è un album vivace e sorprendente, che conferma la crescente maturità creativa di una delle realtà più interessanti della scena musicale irlandese.
Fizzy Orange – Old Dog VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=VcEVE6eU8Vk&list=RDVcEVE6eU8Vk&start_radio=1
The Incredible Al Richardson – Man Made / Crossing
Il cantautore di Dublino Al Richardson, conosciuto sul palco come “The Incredible Al Richardson”, attinge a influenze musicali che spaziano dai classici mod al rock britannico dei ‘60s, fino ai timbri di chitarra tipici delle band degli anni ’90 come Oasis, The Verve e Cast.
Richardson propone due bellissime ballate dal gusto retrò, che fondono in un unico abbraccio il meglio del cantautorato anglosassone con raffinate tessiture sonore folk.
Il singolo “Man Made”, impreziosito dalla straordinaria partecipazione di Steve Cradock degli Ocean Colour Scene alla chitarra, trae ispirazione dai drammatici eventi in Siria e Palestina.
È una splendida ballata, dai toni nostalgici, che unisce in un unico respiro l’eleganza di Paul Weller e l’intensità di Bob Dylan e Neil Young. “Crossing” mantiene le stesse vibrazioni, arricchite da un organo che accompagna il cantato avvolgente di Richardson, conferendo al brano una tonalità soul morbida e invitante.
Con una rinnovata scintilla creativa e una serie di brani già registrati, che speriamo possano vedere la luce al più presto, Richardson torna sulla scena musicale, confermandosi senza dubbio uno dei profili più notevoli della scena irlandese contemporanea.
The Incredible Al Richardson – Man Made VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=ZCkTlqxvac0&list=RDZCkTlqxvac0&start_radio=1
Guernica – Auditorium
Inserire un disco registrato più di 40 anni fa nella lista delle migliori uscite del 2025 è inevitabilmente paradossale e quasi contraddittorio. Ma la storia dietro Auditorium, il “lost album” dei Guernica, gruppo indie di Dublino attivo nella prima metà degli anni ’80, nasconde retroscena suggestivi e un fascino che attraversa decenni, riportando alla luce una delle band irlandesi più promettenti del periodo.
Scioltisi nel 1989 dopo aver pubblicato solo qualche singolo, i Guernica avevano lasciato nel cassetto il resto delle loro registrazioni, dove sembrava dovessero rimanere per sempre.
Poi, qualche anno fa, un incontro inaspettato tra l’ex cantante Joe Rooney e il figlio di uno degli altri membri della band, ha riacceso la scintilla: da quel momento è nato Auditorium, il lost album che finalmente vede la luce, quarant’anni dopo la sua registrazione. Joe Rooney, dopo aver abbandonato la carriera musicale, ha trovato successo come comico e attore, interpretando una piccola ma memorabile parte (quella di Father Damo, il sacerdote “ribelle”) nella nota sitcom irlandese Father Ted, popolarissima negli anni ’90. Decenni dopo, nel backstage di un festival in cui si esibiva, incontra Dave, il figlio dell’ex batterista dei Guernica scomparso qualche anno prima, al quale chiede il via libera per motivi di copyright, così da poter finalmente riportare alla luce le canzoni della band. Dave, che come il padre suona la batteria, rimane entusiasta dell’idea e insieme iniziano a collaborare per riesumare le tracce perdute del gruppo.
Il risultato è un doppio disco di 22 canzoni che ricalca il sound di band come New Order o Echo and The Bunnymen, un amalgama di synth-pop, new wave e post-punk a cui si aggiungono sfumature di Rockabilly e Jangle pop e dove melodie dolcemente malinconiche e una sezione ritmica potente guidata dal basso e dalla batteria rievoca quelle sonorità indie pop tipiche degli anni 80. Ne sono esempio “Orange And Red", "Deep Sea Diving", "Humming Of The Engine" o “Americano”, brani in cui lo stile della band emerge in tutta la sua essenza.
Auditorium, oltre che la storia di una palese omissione nel catalogo della scena musicale indie irlandese degli anni ’80, è soprattutto un lavoro straordinariamente vitale e coerente, un album che unisce eleganza elettronica, melodie pop luminose e un sottile senso di nostalgia, un gioiello sonoro che resiste al tempo, sorprendentemente fresco nonostante i decenni di attesa.
Guernica – Americano VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=mhgRIvYiByY&list=OLAK5uy_lDk7M79szbm0nQBbfbTlaCPiHGjt9PG_s&index=9
Guernica – Auditorium Bandcamp:
https://rotatorvinyl.bandcamp.com/album/guernica-auditorium Lankum – Ghost Town
Tornano i Lankum, maestri della drone music e del folk sperimentale e questa volta presentano una sorprendente e sbalorditiva cover di Ghost Town, classico degli Special. La loro interpretazione stravolge completamente il brano, convertendo le sonorità ska in una tempesta di atmosfere cupe e spettrali, trasformando la canzone in qualcosa di insolito e incredibilmente affascinante.
Così come gli Specials fotografavano la Gran Bretagna in crisi dei primi anni ’80, un paese segnato da degrado urbano, locali chiusi, disoccupazione giovanile e tensioni raziali, l’interpretazione dei Lankum richiama l’Irlanda di oggi, con le sue difficoltà economiche, la frustrazione della classe operaia, la crisi abitativa e un diffuso smarrimento sociale, rendendo il parallelo pienamente attuale.
L’inizio è lento e cupo, cosparso di rumori ovattati e archi dissonanti, che ne alimentano la crescente tensione, e trascinano l’ascoltatore verso il lato più oscuro del suono dei Lankum.
Strisciante e sinistra, come un rituale funebre dai contorni apocalittici, la traccia risulta al tempo stesso inquietante e ipnotica, per poi aprirsi in un finale sorprendente, dominato da sintetizzatori e drum machine che ampliano l’orizzonte sonoro verso una dimensione più luminosa e liberatoria.
Suggestivo anche il video, un filmato di otto minuti girato nella contea di Wicklow dalla regista irlandese Leonn Ward, che accompagna la reinterpretazione dronale e atmosferica del brano.
Lankum – Ghost Town VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=aLLnF4vxaeY&list=RDaLLnF4vxaeY&start_radio=1
Il vinile in edizione limitata lo trovate al seguente link:
https://lankum.bandcamp.com/album/ghost-town Madra Salach – Blue & Gold
I Madra Salach (che in gaelico significa Dirty Dog) sono una delle più interessanti nuove proposte dell’anno, una band capace di combinare il folk irlandese tradizionale con influenze punk, offrendo un approccio contemporaneo e conquistando i fan grazie alle loro energiche performance dal vivo. Il loro stile ricorda Lankum e The Pogues, ma con un’intensità unica.
“Blue & Gold”, una delle tracce pubblicate quest’anno che anticipa il loro attesissimo primo EP, previsto per gennaio 2026, è un brano che fonde radici folk irlandesi con influenze sperimentali, aprendosi con drone di harmonium e mandolini che si intrecciano fino a esplodere in una combinazione di percussioni energiche e melodie ipnotiche.
La band, che incorpora membri dei Fizzy Orange, è senza dubbio un nome da tenere d’occhio nel panorama musicale irlandese.
Madra Salach – Blue & Gold VIDEO : https://www.youtube.com/watch?v=3nGJxPMwg_Y&list=RD3nGJxPMwg_Y&start_radio=1
L’EP autoprodotto, lo potete preordinare qui:
https://madrasalach.store/collections/music
Organ Freeman – Busywork
In un paese come l’Irlanda, dove le radici sonore affondano nel folk e nella musica tradizionale, trovare un album jazz di questa qualità è come imbattersi nella leggendaria pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. E questa pentola d’oro ce la dona il trio degli Organ Freeman con il suo disco d’esordio, Busywork.
Con un nome super cool e formati dal chitarrista e cantante Charlie Moon, dall’organista Darragh Hennessy e dal batterista Dominic Mullan, gli Organ Freeman animano regolarmente le sessioni di jazz al The Big Romance, un locale nel cuore di Dublino.
Per il loro album di debutto, il trio accoglie il leggendario sassofonista tenore Michael Buckley, considerato da molti il musicista più importante e influente della scena jazz irlandese. Buckley che ha collaborato e suonato con tantissimi nomi di rilievo del jazz internazionale, tra cui George Coleman, in questo album porta anche la sua esperienza dietro le quinte, curando registrazione, mixaggio e mastering dell’album.
Equamente diviso tra brani originali e cover, “Busywork” si ispira all’era d’oro dei trii di organ-jazz degli anni ’50 e ’60, quel soul-jazz irresistibile e contagioso, e vi intreccia l’eleganza creativa di Buckley che, spaziando con naturalezza tra blues, swing e funk, dona al risultato un incredibile tocco di “coolness”.
L’organo di Hennessy, chiaramente ispirato a Jimmy Smith, è presente dall’inizio alla fine dell’album e dà il meglio di sé in tracce come “Christo Redentor” di Duke Pearson o nell’assolo di “Hipsippy Blues” di Hank Mobley. Il cantato di Moon in “Guess I’ll Hang My Tears Out to Dry” e “Make Someone Happy”, classici scritti da Jule Styne e interpretati da molti dei più grandi cantanti jazz dell’epoca, richiama da vicino le celebri versioni di Chet Baker, calde, delicate e malinconiche.
Il sax di Buckley si distingue nelle atmosfere funk di “Moonlight Dames”, nel blues di “Skirts and Kidneys” e nella splendida ballata scritta da Moon, “Here’s To The Rest”.
Con un jazz raffinato e avvolgente, Busywork dimostra ancora una volta perché “l’Organ-sound” non perde mai il suo fascino.
Organ Freeman - Hipsippy Blues VIDEO :
https://www.youtube.com/watch?v=xaIFxqFxZus&list=RDxaIFxqFxZus&start_radio=1
Organ Freeman Bandcamp:
https://charliemooneymusic.bandcamp.com/album/busywork Music City - Only Home for Christmas
Music City è il progetto solista di Conor Lumsden, musicista irlandese (originario di Dublino e basato a Londra), noto anche per il suo ruolo nei The Number Ones.
Con un primo album solista in arrivo il prossimo anno, Conor ci delizia con “Only Home For Christmas”, un gustoso singolo natalizio dal sapore jangle-pop, che richiama tutta la nostalgia degli immigrati irlandesi lontani da casa. Il brano, pubblicato in una simpatica versione flexi disc rossa che potete anche appendere al vostro albero, è un raffinato mix tra Paul McCartney, i Beach Boys, il jangle-pop d’autore, un riff di chitarra dal sapore George Harrison e un tocco di Phil Spector a legare il tutto, rendendolo una traccia immancabile per la vostra playlist natalizia.
Music City - Only Home for Christmas VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=2oO9cOuGTPA&list=RD2oO9cOuGTPA&start_radio=1
Music City bandcamp:
https://welcometomusiccity.bandcamp.com/album/only-home-for-christmas
Eccoci finalmente arrivati all’attesissimo appuntamento con “Il Meglio del Rock Irlandese”, la mia personale selezione delle migliori uscite discografiche dell’anno che sta per concludersi.
Un compito che si rivela ogni volta più impegnativo del previsto, data la quantità e la qualità impressionanti della musica che l’Isola di Smeraldo continua a produrre anno dopo anno: un mosaico variegato in cui nomi consolidati si affiancano a nuove voci emergenti, dando vita a un fermento creativo che sembra non conoscere sosta.
Tra i graditi ritorni di Adore e Savage Hearts, entrambi con i loro primi EP, passando per il veterano del punk irlandese Pete Holidai, fino alle conferme di Fizzy Orange e degli straordinari Number Ones, senza dimenticare le nuove scoperte come l’art-rock di Skinner o il caos sonoro dei Peer Pleasure. Nessuna classifica o ordine di importanza: la seguente lista rappresenta uno spaccato sincero di ciò che la Repubblica d’Irlanda ha saputo offrire musicalmente negli ultimi dodici mesi.
Dopo ogni recensione trovate un link al video della mia traccia preferita e alla pagina Bandcamp dell’artista per acquistare la versione fisica del disco, oltre alla consueta playlist Spotify qui di seguito: https://open.spotify.com/playlist/6ebZdJJvQkSrQsegzvLK7u
Come ogni anno, ricordate che: “Se il vostro album preferito non è incluso nella seguente selezione, probabilmente è perché non capisco un cazzo di musica” (cit.).
Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!
Adore – BITER
Il trio garage-punk irlandese degli Adore pubblica finalmente il suo primo EP, prodotto da Daniel Fox (Gilla Band), tramite l’etichetta inglese Big Scary Monsters (la stessa delle Lambrini Girls). BITER è un lavoro composto da sette tracce che ringhiano, sputano e si abbattono sul nostro bisogno di conformarci e sul tumulto interiore che ne deriva. Una furia che corre senza sosta, accompagnata da chitarre graffianti e da una batteria incalzante che trascinano ogni brano.
Con riff taglienti e ritmi serrati, gli Adore richiamano l’immediatezza di band come Elastica, The Breeders e Amyl and The Sniffers, fondendo il punk-pop anni ’90 e garage contemporaneo in un EP irresistibile.
“Fragile”, il pezzo d’apertura, smentisce il titolo con una batteria frenetica e una chitarra garage ruvida che, intrecciandosi, creano un impatto abrasivo e febbrile. La voce, leggermente distorta, aggiunge intensità a un brano che evoca il bisogno di cambiamento e la voglia di liberarsi da ogni costrizione. “Show Me Your Teeth” corre con impeto vertiginoso, con la voce di Lara Minchin che danza sul brano, accompagnata da un’energia contagiosa e irresistibile, proprio come in “Hello Darling”, uno degli altri momenti più riusciti dell’intero lavoro.
Una piccola brusca inversione arriva con “Papercutnight”, breve e riflessiva, dal ritmo misurato, prima di lanciarci nel caos selvaggio della traccia finale, “Sweet Keith”, in cui la voce stratificata crea una sensazione di unità deliziosa prima di esplodere a tutta potenza nel finale, con un feedback stridente perfetto per la chiusura del disco.
BITER regala un’esperienza d’ascolto esaltante, carica di irriverenza, che lo rende una delle uscite discografiche più interessanti dell’anno.
La versione in vinile include anche il singolo “Supermum”, pubblicato lo scorso anno, e lo potete trovare al seguente link:
Bandcamp : https://adore4.bandcamp.com/album/biter
Adore – Fragile : https://www.youtube.com/watch?v=Dx6Hv5Dpu3Y&list=RDDx6Hv5Dpu3Y&start_radio=1
The Savage Hearts – Radio Silence
Nome già noto ai lettori di questo blog, i Savage Hearts, provenienti dalla piccola cittadina di Cavan, sono il nuovo progetto dell’ex batterista dei The Strypes, Evan Walsh, e senza dubbio la mia band preferita del momento. Evan, tornato dietro la batteria, è accompagnato da Darragh Muldoon (voce e chitarra), Stef Byrne (basso) e Eugenio Continasi, polistrumentista friulano trapiantato a Cavan, che aggiunge sax, trombone, tastiere ed effetti speciali vari.
Fresco di pubblicazione, il loro primo EP “Radio Silence” è una miscela esplosiva di garage, blues e rock’n’roll, animata da lampi di soul dal chiaro stampo Stax e da liriche introspettive che aggiungono un tocco di enigmatica psichedelia.
La traccia d’apertura, che dà il titolo all’EP, è il miglior biglietto da visita: “Radio Silence” fonde l’energia cruda del garage e del proto-punk anni ’60, sulle orme di Sonics, Captain Beefheart e i Deviants, con ritmi e atmosfere ispirati al cow-punk degli anni ’80/’90, impreziosita dai fiati che le conferiscono un groove irresistibile.
“This Time Tomorrow” si muove su trame sonore che mescolano l’energia grezza dei primi Dexys Midnight Runners, il groove R&B dei The Spencer Davis Group e vibranti influenze rock’n’roll, il tutto arricchito da un sottile strato di Memphis soul: un pezzo che cattura subito grazie alla ritmica e al sax pulsante.
Ruvido ed esplosivo anche il lato B, con la travolgente “Dead Man's Lottery”, un vorticoso brano garage rock guidato da una chitarra febbrile, perfetto per sfrecciare attraverso il deserto di Joshua Tree in sella a un chopper, con i capelli al vento (per chi conserva ancora il privilegio di averne qualcuno), e “20 Million Miles to Earth”, una scarica di pura potenza in cui è impossibile capire cosa travolga di più: il basso che ribolle, la chitarra che incendia l’aria o la batteria di Evan, che fa da collante a 4 minuti e 34 secondi di brutale adrenalina. I The Savage Hearts sono la band di cui non sapevate di avere bisogno, ma dopo l’ascolto di questo EP non potrete più farne a meno.
La versione fisica del disco pubblicata dall’etichetta indipendente Blowtorch Record lo trovate al seguente link: https://blowtorchrecords.bandcamp.com/album/radio-silence
The Savage Hearts – Radio Silence VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=FbeLckcL5Po Kneecap – The Recap / Sayōnara / No Comment
Se qualcuno pensava che le vicende giudiziarie potessero tenere lontani i Kneecap dallo studio di registrazione e impedirgli di fare ciò che sanno fare meglio, ovvero macinare beat e provocazioni, si sbagliava di grosso. L’irriverente trio rap di Belfast, vero e proprio manifesto di resistenza culturale e sulla bocca di tutti negli ultimi mesi per via dei vari processi giudiziari, pubblica tre singoli, un 33 e un 45 giri, in cui si immergono musicalmente in sonorità Dance e Rave, mantenendo però intatto il loro marchio di fabbrica, fatto di hip hop tagliente e provocatorio.
Frutto della produzione con il produttore britannico Mozey, “THE RECAP” è una furiosa esplosione sonora, con un drum & bass pesante e frenetico unito a elementi di post punk, dove il trio di Belfast “dissa” neanche troppo velatamente Kemi Badenoch, la politica conservatrice che lo scorso anno aveva tentato di bloccare i fondi destinati alla band (smentita poi in tribunale). Si passa da un “Non sei la Iron Lady … Maggie dorme ancora nella sua tomba” ad un più diretto “Belfast e Derry gridano: FUCK BADENOCH”, il tutto accompagnato e reso potentissimo dalla furia beat che sostiene ogni sillaba. Sul lato B del disco troviamo un altro assalto sonoro devastante: “Sayōnara”, in cui i tre rapper si avvalgono della collaborazione di Paul Hartnoll, del leggendario duo degli Orbital, pionieri della musica elettronica anni ’90, che regalano ai rapper un beat ipnotico accompagnato da synth avvolgenti, capace di trascinare l’ascoltatore nel cuore pulsante di un rave.
Bellissimo anche il video, diretto da Finn Keenan e interpretato dall’attrice nordirlandese Jamie-Lee O'Donnell, che molti di voi ricorderanno nei panni di Michelle Mallon nella serie Derry Girls.
Ultimo dei brani ad essere pubblicato quest’anno, il singolo “No Comment” affronta le recenti accuse di terrorismo mosse dal governo britannico contro Mo Chara (caso successivamente archiviato lo scorso settembre) e presenta una copertina firmata da Banksy.
La cover riprende l’opera “Royal Courts Of Justice”, un murale realizzato sulla facciata esterna del tribunale di Londra e successivamente coperto, che raffigura un giudice mentre aggredisce violentemente un manifestante. Banksy non è solito concedere l’utilizzo delle sue opere tanto facilmente, e l’autorizzazione per la copertina dei Kneecap è quindi un caso più unico che raro.
I più informati sapranno che il writer di Bristol si avvale di un team legale chiamato Pest Control (composto non solo da avvocati, ma anche da galleristi, curatori e dealer d’arte), che funge da servizio ufficiale di autenticazione delle sue opere e si assicura che esse non siano utilizzate senza il suo consenso.
La frenetica canzone di due minuti è prodotta dal britannico Sub Focus, alias Nicolaas Douwma, che in passato ha lavorato con Prodigy, Dizzee Rascal e Deadmau5 ed è noto per il suo suono dominato dai bassi pesanti, elemento che si conferma anche in questa traccia.BR> “No Comment parla essenzialmente dell’essere perseguitati dallo Stato britannico. Semplice”, ha spiegato il trio hip-hop di Belfast. “Noi irlandesi ci siamo abituati, succede da secoli.”
Il ritornello della canzone, in cui Mo Chara viene definito un “air bubble bandit” (il bandito della bolla d’aria), racchiude perfettamente questo concetto, con l’ironia e la provocazione che contraddistingue i Kneecap.
Dimenticate la nostalgica estate Britpop che ha travolto mezzo mondo: a Belfast il suono che pulsa nella testa dei giovani è sì quello degli anni ’90, ma proviene dalla scena rave di Prodigy, Orbital e Faithless, di cui i Kneecap sembrano essere i naturali successori.
Lunga vita ai banditi della bolla d’aria.
Kneecap and Paul Hartnoll – Sayōnara VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=fLt03BAQG0M&list=RDfLt03BAQG0M&start_radio=1 Skinner – New Wave Vaudeville
Skinner è il progetto del polistrumentista, cantante e produttore di Dublino Aaron Corcoran, ispirato dalla scena no-wave di New York tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Nel suo album di debutto, “New Wave Vaudeville”, Corcoran attinge a influenze di artisti come The B-52s, The Rapture e persino i Pixies, rivisitandole in una personale e originalissima chiave art-rock tutta irlandese.
Il titolo dell’album fa riferimento alla serata “New Wave Vaudeville”, uno degli eventi simbolo del Club 57, storico spazio artistico situato nel cuore del Lower East Side di New York, attivo nel decennio a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Il club era noto per la sua atmosfera sperimentale e alternativa, un luogo dove artisti e performer creavano spettacoli eccentrici che univano new wave, teatro d’avanguardia e cabaret. Era una reazione alla commercializzazione della new wave e tra i frequentatori abituali c’erano il pittore Jean-Michel Basquiat e il graffitista Keith Haring, al quale la copertina dell’album rende un esplicito omaggio.
Così come il Club 57 mescolava performance, musica e arte in maniera tanto imprevedibile quanto ironica, anche l’album di Skinner incarna questo spirito: liriche argute e surreali si intrecciano a sonorità abrasive e sperimentali, creando un’esperienza musicale vivace, originale e sorprendente.
La title track “New Wave Vaudeville” è un mix graffiante di punk, funk e free jazz che rimanda ai A Certain Ratio e ai The Contortions di James Chance, sassofonista e principale protagonista della scena no wave newyorkese. Il testo, attraverso comparazioni volutamente iperboliche, mette in scena un’identità in perenne trasformazione: “It’s newer than new / And it’s your-er than you / It’s now-er than now / And it’s wower than wow” («È più nuovo del nuovo / E più tuo di te / È più adesso dell’adesso / E più stupendo dello stupendo.»). Ottime anche “Caling In Sick”, che combina un basso grintoso e una batteria serrata che conferiscono al brano un’energia cruda, il travolgente Funk/Disco di “Geek Love” e il bellissimo Sax che accompangna “Jesus Wore Drag”. Un disco sorprendente per energia e creatività, divertentissimo da inizio a fine che merita un ascolto.
Lo trovate qui:
https://irishmusicmarket.com/products/skinner-new-wave-vaudeville-limited-edition-ecomix-vinyl-pre-order
Skinner – New Wave Vaudeville VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=36FcngHrrNw&list=RD36FcngHrrNw&start_radio=1
The Number Ones – Sorry
Dopo circa 7 anni di assenza, torna la formidabile band di Dublino dei Number Ones, con due tracce che dimostrano esattamente come dovrebbe essere fatto il power pop. Il nuovo singolo "Sorry", il primo con il nuovo bassista Pete O'Hanlon (The Strypes), si colloca a metà strada tra The Undertones e i Buzzcocks, e credetemi, va benissimo così: è proprio quello che ti aspetti da una band come loro.
Brano di due minuti, veloce e nervoso, ricco di ritornelli accattivanti che evocano l’iconico sound della Good Vibrations Records di Terry Hooley.
Anche il lato B non è da meno, con “Blind Spot” che combina melodie beatlesiane a un organo che richiama il sound dei ’60s, il tutto mescolato a un power pop energico e frizzante. Due brani immediati e vivaci che confermano il talento dei Number Ones nel fondere nostalgia e modernità, scrivendo canzoni semplici eppure dannatamente perfette. Un 45 giri che merita un posto nella vostra collezione.
Pubblicato dall’etichetta londinese Static Shock Records, lo trovate al seguente link:
The Number Ones Bandcamp:
https://thenumberones.bandcamp.com/album/sorry
The Number Ones – Sorry VIDEO :
https://www.youtube.com/watch?v=ZhpsxacuZTs&list=RDZhpsxacuZTs&start_radio=1
Pete Holidai - Electric Jukebox Volume One
È davvero strano come i Radiators From Space vengano raramente menzionati quando si parla di punk. Prima band punk irlandese di sempre, nata a Dublino nella seconda metà degli anni ’70 e autentica precursora del genere.
Due album con la Chiswick Records (TV Tube Heart del 1977 e Ghostown del 1979, il secondo prodotto da Tony Visconti) prima di un prematuro scioglimento.
Quasi mezzo secolo dopo, Pete Holidai, chitarrista e membro fondatore della Radiators, è ancora qui, in prima linea, con la stessa attitudine che aveva da vent’enne. Ha mantenuto vivo lo spirito del punk con i Trouble Pillgriim, formazione che nasce dall’eredità dei Radiators e ora presenta finalmente il suo album solista, Electric Jukebox Volume One, una raccolta di 10 brani dove la grinta irriverente del punk incontra la spavalderia del glam. Holidai propone composizioni originali accompagnato da un cast di musicisti straordinari: Raymond Meade (OCS), John Perry (The Only Ones), Paul McLoone (The Undertones), Tony St Ledger (Trouble Pilgrims), Jason Douglas (The Rebel Souls), Ger Eaton e The Queen Bees. Registrato nel suo studio “Pilgrim Sound”, Electric Jukebox non è solo un omaggio nostalgico alla sua carriera, ma un audace passo avanti, a testimonianza del suo genio creativo.
Tracce come “On The Juke Box In The Corner” e “A New Revolution” brillano di un’energia contagiosa, con ritmi pulsanti e scintillanti tocchi di glam-rock che fanno l’occhiolino ai T. Rex di Marc Bolan e ai New York Dolls. A questo si aggiungono le dinamiche doo-wop di “Midnight Angel”, lo straordinario sax e l’atmosfera sospesa tra glam, dub e psichedelia di “Daydream Girl” e pezzi come “Sick & Tired of the Internet” e “Glam Rocker Punk Shocker”, esplosioni di punk puro e senza fronzoli: veloci, essenziali e travolgenti.
Per gli appassionati di punk irlandese, questo album è un must.
Fatevi un favore: prendete una copia, alzate il volume e supportate uno dei tesori musicali dell’Irlanda.
La versione in vinile la trovate qui:
https://peteholidai.bandcamp.com/album/electric-jukebox-volume-one
Pete Holidai – On The Jukebox In The Corner VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=QXqmYZCMJ3Y&list=OLAK5uy_me9wIGlqNxnbvdn39-rIL8CwrfcxsFQt4
Peer Pleasure – Work Allergic
Caotico esordio per i Peer Pleasure, il settetto garage di Dublino che pubblica il suo primo EP per l’etichetta irlandese Fuzzed Up & Astromoon Records.
Le 5 tracce che compongono “Work Allergic” fondono elementi di garage rock, punk e influenze psichedeliche, creando un suono potente e stratificato grazie a una sezione ritmica trascinante e dinamici assoli di chitarra.
Il sound trae ispirazione da una varietà di generi, con influenze che spaziano dal proto-punk di Stooges e MC5 fino alla neo-psichedelia contemporanea di Thee Oh Sees e i King Gizzard & the Lizard Wizard di I’m In Your Mind Fuzz. Tracce come Weed Addict, Rest in Bits o Take it offrono un concentrato puro dell'identità dei Peer Pleasure, una sorta di manifesto sonoro della band che, esattamente come le loro esibizioni dal vivo, trascina l’ascoltatore in un’esperienza intensa e distorta, creando un caos primordiale che si spegne solo quando le luci si alzano e la sala è satura di sudore e completamente intontita.
Irruente e selvaggio, Work Allergic è un concentrato di energia e attitudine da ascoltare senza sosta.
La versione fisica la potete acquistare al seguente link: https://fuzzedupastromoonrecords.bandcamp.com/album/work-allergic
Peer Pleasure – Weed Addict VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=o2dKnz0HQ7A&list=RDo2dKnz0HQ7A&start_radio=1
Fizzy Orange – Old Ones
Primo album per la frizzante soul band di Dublino, dopo lo straordinario EP di debutto “Fizzy Orange in Mono” dello scorso anno.
“Old Ones” rappresenta un passo in avanti rispetto al precedente lavoro: la band ha avuto tempo per consolidare il proprio stile, sperimentare melodie più complesse e raffinare la produzione dando vita ad un lavoro che suona in realtà come qualcosa di completamente nuovo rispetto a quanto già pubblicato in passato. Si certo, ci sono le stesse vibrazioni che i 6 ragazzi di Dublino sono soliti creare nelle loro registrazione tanto come nei loro live, un amalgama analogica di rock & roll e rocksteady con esuberanti folate di soul, ma risulta intriso di una particolare originalità.
L’album si apre con “Do You Still Love Me?”, un brano costruito su una solida base blues che richiama il groove energico di Hi Heel Sneaker, arricchito da un organo saltellante e tocchi di soul jazz. “Good Morning Farmer”, con il suo cantato a cappella, suona come un vero e proprio inno alla campagna irlandese e alla vita dei suoi instancabili lavoratori, risultando uno dei momenti più alti dell’intero disco, insieme a “Old Dog” e “Bus to Jersey”, due tracce gioiose in cui la band conferma quello che sa fare meglio: creare melodie pop accattivanti unite da un equilibrio impeccabile tra passato e presente. Nel mezzo, le squillanti chitarre di “Fourstep” e la sperimentale “Seabed”, che fonde suoni e rumori con un organo capace di evocare le atmosfere psichedeliche anni ’60 della East Coast californiana. “Smoke Only Rises (Not Without Fire)” chiude l’album con un funk d’impronta ’70s, accompagnato da un cantato che richiama lo stile di Kevin Parker dei Tame Impala.
Old Ones è un album vivace e sorprendente, che conferma la crescente maturità creativa di una delle realtà più interessanti della scena musicale irlandese.
Fizzy Orange – Old Dog VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=VcEVE6eU8Vk&list=RDVcEVE6eU8Vk&start_radio=1
The Incredible Al Richardson – Man Made / Crossing
Il cantautore di Dublino Al Richardson, conosciuto sul palco come “The Incredible Al Richardson”, attinge a influenze musicali che spaziano dai classici mod al rock britannico dei ‘60s, fino ai timbri di chitarra tipici delle band degli anni ’90 come Oasis, The Verve e Cast.
Richardson propone due bellissime ballate dal gusto retrò, che fondono in un unico abbraccio il meglio del cantautorato anglosassone con raffinate tessiture sonore folk.
Il singolo “Man Made”, impreziosito dalla straordinaria partecipazione di Steve Cradock degli Ocean Colour Scene alla chitarra, trae ispirazione dai drammatici eventi in Siria e Palestina.
È una splendida ballata, dai toni nostalgici, che unisce in un unico respiro l’eleganza di Paul Weller e l’intensità di Bob Dylan e Neil Young. “Crossing” mantiene le stesse vibrazioni, arricchite da un organo che accompagna il cantato avvolgente di Richardson, conferendo al brano una tonalità soul morbida e invitante.
Con una rinnovata scintilla creativa e una serie di brani già registrati, che speriamo possano vedere la luce al più presto, Richardson torna sulla scena musicale, confermandosi senza dubbio uno dei profili più notevoli della scena irlandese contemporanea.
The Incredible Al Richardson – Man Made VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=ZCkTlqxvac0&list=RDZCkTlqxvac0&start_radio=1
Guernica – Auditorium
Inserire un disco registrato più di 40 anni fa nella lista delle migliori uscite del 2025 è inevitabilmente paradossale e quasi contraddittorio. Ma la storia dietro Auditorium, il “lost album” dei Guernica, gruppo indie di Dublino attivo nella prima metà degli anni ’80, nasconde retroscena suggestivi e un fascino che attraversa decenni, riportando alla luce una delle band irlandesi più promettenti del periodo.
Scioltisi nel 1989 dopo aver pubblicato solo qualche singolo, i Guernica avevano lasciato nel cassetto il resto delle loro registrazioni, dove sembrava dovessero rimanere per sempre.
Poi, qualche anno fa, un incontro inaspettato tra l’ex cantante Joe Rooney e il figlio di uno degli altri membri della band, ha riacceso la scintilla: da quel momento è nato Auditorium, il lost album che finalmente vede la luce, quarant’anni dopo la sua registrazione. Joe Rooney, dopo aver abbandonato la carriera musicale, ha trovato successo come comico e attore, interpretando una piccola ma memorabile parte (quella di Father Damo, il sacerdote “ribelle”) nella nota sitcom irlandese Father Ted, popolarissima negli anni ’90. Decenni dopo, nel backstage di un festival in cui si esibiva, incontra Dave, il figlio dell’ex batterista dei Guernica scomparso qualche anno prima, al quale chiede il via libera per motivi di copyright, così da poter finalmente riportare alla luce le canzoni della band. Dave, che come il padre suona la batteria, rimane entusiasta dell’idea e insieme iniziano a collaborare per riesumare le tracce perdute del gruppo.
Il risultato è un doppio disco di 22 canzoni che ricalca il sound di band come New Order o Echo and The Bunnymen, un amalgama di synth-pop, new wave e post-punk a cui si aggiungono sfumature di Rockabilly e Jangle pop e dove melodie dolcemente malinconiche e una sezione ritmica potente guidata dal basso e dalla batteria rievoca quelle sonorità indie pop tipiche degli anni 80. Ne sono esempio “Orange And Red", "Deep Sea Diving", "Humming Of The Engine" o “Americano”, brani in cui lo stile della band emerge in tutta la sua essenza.
Auditorium, oltre che la storia di una palese omissione nel catalogo della scena musicale indie irlandese degli anni ’80, è soprattutto un lavoro straordinariamente vitale e coerente, un album che unisce eleganza elettronica, melodie pop luminose e un sottile senso di nostalgia, un gioiello sonoro che resiste al tempo, sorprendentemente fresco nonostante i decenni di attesa.
Guernica – Americano VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=mhgRIvYiByY&list=OLAK5uy_lDk7M79szbm0nQBbfbTlaCPiHGjt9PG_s&index=9
Guernica – Auditorium Bandcamp:
https://rotatorvinyl.bandcamp.com/album/guernica-auditorium Lankum – Ghost Town
Tornano i Lankum, maestri della drone music e del folk sperimentale e questa volta presentano una sorprendente e sbalorditiva cover di Ghost Town, classico degli Special. La loro interpretazione stravolge completamente il brano, convertendo le sonorità ska in una tempesta di atmosfere cupe e spettrali, trasformando la canzone in qualcosa di insolito e incredibilmente affascinante.
Così come gli Specials fotografavano la Gran Bretagna in crisi dei primi anni ’80, un paese segnato da degrado urbano, locali chiusi, disoccupazione giovanile e tensioni raziali, l’interpretazione dei Lankum richiama l’Irlanda di oggi, con le sue difficoltà economiche, la frustrazione della classe operaia, la crisi abitativa e un diffuso smarrimento sociale, rendendo il parallelo pienamente attuale.
L’inizio è lento e cupo, cosparso di rumori ovattati e archi dissonanti, che ne alimentano la crescente tensione, e trascinano l’ascoltatore verso il lato più oscuro del suono dei Lankum.
Strisciante e sinistra, come un rituale funebre dai contorni apocalittici, la traccia risulta al tempo stesso inquietante e ipnotica, per poi aprirsi in un finale sorprendente, dominato da sintetizzatori e drum machine che ampliano l’orizzonte sonoro verso una dimensione più luminosa e liberatoria.
Suggestivo anche il video, un filmato di otto minuti girato nella contea di Wicklow dalla regista irlandese Leonn Ward, che accompagna la reinterpretazione dronale e atmosferica del brano.
Lankum – Ghost Town VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=aLLnF4vxaeY&list=RDaLLnF4vxaeY&start_radio=1
Il vinile in edizione limitata lo trovate al seguente link:
https://lankum.bandcamp.com/album/ghost-town Madra Salach – Blue & Gold
I Madra Salach (che in gaelico significa Dirty Dog) sono una delle più interessanti nuove proposte dell’anno, una band capace di combinare il folk irlandese tradizionale con influenze punk, offrendo un approccio contemporaneo e conquistando i fan grazie alle loro energiche performance dal vivo. Il loro stile ricorda Lankum e The Pogues, ma con un’intensità unica.
“Blue & Gold”, una delle tracce pubblicate quest’anno che anticipa il loro attesissimo primo EP, previsto per gennaio 2026, è un brano che fonde radici folk irlandesi con influenze sperimentali, aprendosi con drone di harmonium e mandolini che si intrecciano fino a esplodere in una combinazione di percussioni energiche e melodie ipnotiche.
La band, che incorpora membri dei Fizzy Orange, è senza dubbio un nome da tenere d’occhio nel panorama musicale irlandese.
Madra Salach – Blue & Gold VIDEO : https://www.youtube.com/watch?v=3nGJxPMwg_Y&list=RD3nGJxPMwg_Y&start_radio=1
L’EP autoprodotto, lo potete preordinare qui:
https://madrasalach.store/collections/music
Organ Freeman – Busywork
In un paese come l’Irlanda, dove le radici sonore affondano nel folk e nella musica tradizionale, trovare un album jazz di questa qualità è come imbattersi nella leggendaria pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. E questa pentola d’oro ce la dona il trio degli Organ Freeman con il suo disco d’esordio, Busywork.
Con un nome super cool e formati dal chitarrista e cantante Charlie Moon, dall’organista Darragh Hennessy e dal batterista Dominic Mullan, gli Organ Freeman animano regolarmente le sessioni di jazz al The Big Romance, un locale nel cuore di Dublino.
Per il loro album di debutto, il trio accoglie il leggendario sassofonista tenore Michael Buckley, considerato da molti il musicista più importante e influente della scena jazz irlandese. Buckley che ha collaborato e suonato con tantissimi nomi di rilievo del jazz internazionale, tra cui George Coleman, in questo album porta anche la sua esperienza dietro le quinte, curando registrazione, mixaggio e mastering dell’album.
Equamente diviso tra brani originali e cover, “Busywork” si ispira all’era d’oro dei trii di organ-jazz degli anni ’50 e ’60, quel soul-jazz irresistibile e contagioso, e vi intreccia l’eleganza creativa di Buckley che, spaziando con naturalezza tra blues, swing e funk, dona al risultato un incredibile tocco di “coolness”.
L’organo di Hennessy, chiaramente ispirato a Jimmy Smith, è presente dall’inizio alla fine dell’album e dà il meglio di sé in tracce come “Christo Redentor” di Duke Pearson o nell’assolo di “Hipsippy Blues” di Hank Mobley. Il cantato di Moon in “Guess I’ll Hang My Tears Out to Dry” e “Make Someone Happy”, classici scritti da Jule Styne e interpretati da molti dei più grandi cantanti jazz dell’epoca, richiama da vicino le celebri versioni di Chet Baker, calde, delicate e malinconiche.
Il sax di Buckley si distingue nelle atmosfere funk di “Moonlight Dames”, nel blues di “Skirts and Kidneys” e nella splendida ballata scritta da Moon, “Here’s To The Rest”.
Con un jazz raffinato e avvolgente, Busywork dimostra ancora una volta perché “l’Organ-sound” non perde mai il suo fascino.
Organ Freeman - Hipsippy Blues VIDEO :
https://www.youtube.com/watch?v=xaIFxqFxZus&list=RDxaIFxqFxZus&start_radio=1
Organ Freeman Bandcamp:
https://charliemooneymusic.bandcamp.com/album/busywork Music City - Only Home for Christmas
Music City è il progetto solista di Conor Lumsden, musicista irlandese (originario di Dublino e basato a Londra), noto anche per il suo ruolo nei The Number Ones.
Con un primo album solista in arrivo il prossimo anno, Conor ci delizia con “Only Home For Christmas”, un gustoso singolo natalizio dal sapore jangle-pop, che richiama tutta la nostalgia degli immigrati irlandesi lontani da casa. Il brano, pubblicato in una simpatica versione flexi disc rossa che potete anche appendere al vostro albero, è un raffinato mix tra Paul McCartney, i Beach Boys, il jangle-pop d’autore, un riff di chitarra dal sapore George Harrison e un tocco di Phil Spector a legare il tutto, rendendolo una traccia immancabile per la vostra playlist natalizia.
Music City - Only Home for Christmas VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=2oO9cOuGTPA&list=RD2oO9cOuGTPA&start_radio=1
Music City bandcamp:
https://welcometomusiccity.bandcamp.com/album/only-home-for-christmas
martedì, ottobre 14, 2025
Kneecap: breve cronaca di una risata
Continua la saga dei KNEECAPP, una della relatà più interesaanti, attive(iste), sia musicalmente che a livello sociale e culturale in circolazione.
Quando la musica torna a contare non solo sulle piattaforme o nelle recensioni.
Ce ne rendiconta, come sempre, l'amico MICHELE SAVINI.
Le precedenti puntate di "The Auld Triangle: narrazioni dalla repubblica d'Irlanda" qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Oggi torniamo a parlare dei Kneecap, con l’auspicio di mettere finalmente la parola fine ad un capitolo giudiziario che ha poco a che fare con la musica. Una band che ha fatto parlare così tanto di sé negli ultimi mesi, che ormai perfino il silenzio su di loro suona come una dichiarazione, perché fingere di ignorarli è praticamente impossibile.
Stavolta sarò celere, tutti i dettagli dell’intera vicenda li trovate qui nelle precedenti puntate:
Kneecap: il peso delle parole: https://tonyface.blogspot.com/2025/05/kneecapp-il-peso-delle-parole.html
Kneecap : More Blacks, More Dogs, More Irish, Mo Chara: https://tonyface.blogspot.com/2025/07/kneecapp-more-blacks-more-dogs-more.html
Qualche settimana fa si è tenuto l’atto conclusivo del processo a Liam Óg Ó Annaidh, in arte Mo Chara, membro del trio nordirlandese dei Kneecap, accusato di terrorismo per aver esposto, durante un concerto londinese nel novembre 2024, una bandiera di Hezbollah, organizzazione considerata illegale nel Regno Unito.
Da parte sua, la band sostiene che le accuse siano motivate politicamente e non giuridicamente, mirate a silenziare chi, come loro, denuncia le ingiustizie, in particolare la situazione che da mesi colpisce Gaza.
Già nella precedente udienza la difesa aveva contestato la legittimità dell’accusa, rilevando che il procedimento non era stato avviato entro i sei mesi stabiliti dalla legge. La controversia legale su cui verteva il processo riguardava soprattutto interpretazioni giuridiche e questioni procedurali, piuttosto che sulla natura politica dell’accusa.
L’appuntamento perciò era per venerdì 26 settembre alla Woolwich Crown Court di Londra, per l’ultimo round di una partita a scacchi tra il governo britannico e il controverso trio hip hop di Belfast. Già il giorno precedente all’udienza, la Metropolitan Police di Londra, aveva invocato la sezione 14 della legge sull’ordine pubblico, che vietava l’assembramento fuori dalla Woolwich Crown Court per ragioni di sicurezza. I fan dei Kneecap, accompagnati da moltissimi attivisti pro Palestina, avevano infatti organizzato un vero e proprio show di solidarietà nei confronti della band nella precedente udienza, giocando un ruolo importante nel mostrare da che parte stava l’opinione pubblica.
Perciò la mossa di vietare i sostenitori pacifici della band rappresentava l’ennesimo tentativo da parte dell’establishment di ridurre al minimo il clamore e di far apparire come “problematici” i sostenitori del trio di Belfast.
Ma più di ogni altra cosa, nascondeva una verità innegabile: tra le file dell’accusa serpeggiava paura.
Paura di non essere in grado di vincere la partita né sui punti né sul piano morale, mentre i Kneecap, come un branco di squali che percepisce il sangue della preda, avanzavano decisi, mostrando tutta la loro forza e determinazione.
Arrivo davanti alla Woolwich Crown Court con il solito inconfondibile stile, quello che, se accompagnato dal groove implacabile di “Little Green Bag” dei George Baker Selection, trasformerebbe il piazzale in un set tarantiniano.
Tutta la crew dei Kneecap si presenta infatti incappucciata, con l’ormai iconico passamontagna tricolore, come a dire: “Ecco che arrivano i terroristi…” e sfoggiando un silenzioso ma palpabile ottimismo.
All’interno del tribunale, mentre il magistrato Paul Goldspring si prepara a leggere la sentenza, l’aria è densa di tensione. Il giudice conferma quanto già sostenuto dalla difesa: l’accusa è proceduralmente errata, poiché i permessi necessari non sono stati ottenuti entro il termine legale previsto dalla legge sul terrorismo del Regno Unito.
Secondo il Terrorism Act 2000 infatti, il Crown Prosecution Service (CPS) aveva sei mesi di tempo per ottenere i consensi necessari dal Procuratore Generale, con scadenza fissata per il 21 maggio 2025. Peccato che i consensi siano arrivati solamente il giorno dopo, il 22 maggio.
Traduzione: per sole 24 ore di ritardo, l’intero procedimento è crollato come un castello di carte e l’accusa completamente archiviata. Decisione accolta dagli applausi dell’aula e uscita trionfale dalla porta principale, dove qualche sostenitore e numerosi giornalisti attendevano le prime parole di Mo Chara, che arrivano intrise della solita sobrietà che contraddistingue il clan Kneecap.
«Un enorme grazie al mio team legale.
Darragh, Jude, Blinne, Brenda, Gareth e a tutto lo staff della Phoenix Law.
Un ringraziamento speciale anche alla mia interprete Susan.
Tutto questo procedimento non ha mai riguardato me, né la minaccia alla sicurezza pubblica, né il “terrorismo”, una parola usata dal vostro governo per screditare le persone che opprimete. Ha sempre riguardato Gaza.
Su cosa succede se osi parlare.
Noi, essendo irlandesi, conosciamo l’oppressione, il colonialismo, la carestia e il genocidio.
L’abbiamo sofferto e ancora lo soffriamo sotto “il vostro impero”.
I vostri tentativi di metterci a tacere sono falliti, perché noi abbiamo ragione e voi avete torto.
Non staremo zitti.
Abbiamo detto che vi avremmo combattuti nei vostri tribunali e che avremmo vinto.
E così è stato.
Se qualcuno su questo pianeta è colpevole di terrorismo, è lo Stato britannico.
Free Palestine!
Tiocfaidh ár lá»
Il capitolo conclusivo di questa vicenda lascia dietro di sé pesanti strascichi da entrambe le parti della barricata.
La parziale “vittoria” per la band di Belfast non cancella il peso del circo mediatico orchestrato dal governo inglese che ha inciso pesantemente sulle attività del gruppo, tra spese giudiziarie e ingenti perdite economiche derivanti dalla cancellazione di molte date del tour, con il Canada ultimo dei paesi a rendere noto che là non sono i benvenuti. Ma, a conti fatti, è pur sempre preferibile a una condanna per terrorismo firmata Londra …
Per il governo britannico, l’ennesima figuraccia istituzionale, aggravata dall’imbarazzo di aver invocato l’arsenale antiterrorismo per poi inciampare su sé stesso, cadendo rovinosamente sul dettaglio più banale: un termine scaduto e autorizzazioni mancanti.
Un passo falso che non solo evidenzia la goffaggine burocratica del Regno Unito, ma finisce per alimentare la narrativa voluta dai Kneecap: quella di artisti perseguitati per le loro posizioni politiche.
“Non ci prenderete mai …” sembrano gridare.
Nell’aula ormai vuota della Woolwich Crown Court resta solo l’eco delle loro risate.
«La nostra vendetta sarà la risata dei nostri figli», diceva Bobby Sands, il militante repubblicano nordirlandese morto durante lo sciopero della fame del 1981.
Oggi il suono di quelle risate rimbalza tagliente, beffardo e liberatorio.
Proprio come Bobby e i suoi compagni sognavano 40 anni fa.
Quando la musica torna a contare non solo sulle piattaforme o nelle recensioni.
Ce ne rendiconta, come sempre, l'amico MICHELE SAVINI.
Le precedenti puntate di "The Auld Triangle: narrazioni dalla repubblica d'Irlanda" qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Oggi torniamo a parlare dei Kneecap, con l’auspicio di mettere finalmente la parola fine ad un capitolo giudiziario che ha poco a che fare con la musica. Una band che ha fatto parlare così tanto di sé negli ultimi mesi, che ormai perfino il silenzio su di loro suona come una dichiarazione, perché fingere di ignorarli è praticamente impossibile.
Stavolta sarò celere, tutti i dettagli dell’intera vicenda li trovate qui nelle precedenti puntate:
Kneecap: il peso delle parole: https://tonyface.blogspot.com/2025/05/kneecapp-il-peso-delle-parole.html
Kneecap : More Blacks, More Dogs, More Irish, Mo Chara: https://tonyface.blogspot.com/2025/07/kneecapp-more-blacks-more-dogs-more.html
Qualche settimana fa si è tenuto l’atto conclusivo del processo a Liam Óg Ó Annaidh, in arte Mo Chara, membro del trio nordirlandese dei Kneecap, accusato di terrorismo per aver esposto, durante un concerto londinese nel novembre 2024, una bandiera di Hezbollah, organizzazione considerata illegale nel Regno Unito.
Da parte sua, la band sostiene che le accuse siano motivate politicamente e non giuridicamente, mirate a silenziare chi, come loro, denuncia le ingiustizie, in particolare la situazione che da mesi colpisce Gaza.
Già nella precedente udienza la difesa aveva contestato la legittimità dell’accusa, rilevando che il procedimento non era stato avviato entro i sei mesi stabiliti dalla legge. La controversia legale su cui verteva il processo riguardava soprattutto interpretazioni giuridiche e questioni procedurali, piuttosto che sulla natura politica dell’accusa.
L’appuntamento perciò era per venerdì 26 settembre alla Woolwich Crown Court di Londra, per l’ultimo round di una partita a scacchi tra il governo britannico e il controverso trio hip hop di Belfast. Già il giorno precedente all’udienza, la Metropolitan Police di Londra, aveva invocato la sezione 14 della legge sull’ordine pubblico, che vietava l’assembramento fuori dalla Woolwich Crown Court per ragioni di sicurezza. I fan dei Kneecap, accompagnati da moltissimi attivisti pro Palestina, avevano infatti organizzato un vero e proprio show di solidarietà nei confronti della band nella precedente udienza, giocando un ruolo importante nel mostrare da che parte stava l’opinione pubblica.
Perciò la mossa di vietare i sostenitori pacifici della band rappresentava l’ennesimo tentativo da parte dell’establishment di ridurre al minimo il clamore e di far apparire come “problematici” i sostenitori del trio di Belfast.
Ma più di ogni altra cosa, nascondeva una verità innegabile: tra le file dell’accusa serpeggiava paura.
Paura di non essere in grado di vincere la partita né sui punti né sul piano morale, mentre i Kneecap, come un branco di squali che percepisce il sangue della preda, avanzavano decisi, mostrando tutta la loro forza e determinazione.
Arrivo davanti alla Woolwich Crown Court con il solito inconfondibile stile, quello che, se accompagnato dal groove implacabile di “Little Green Bag” dei George Baker Selection, trasformerebbe il piazzale in un set tarantiniano.
Tutta la crew dei Kneecap si presenta infatti incappucciata, con l’ormai iconico passamontagna tricolore, come a dire: “Ecco che arrivano i terroristi…” e sfoggiando un silenzioso ma palpabile ottimismo.
All’interno del tribunale, mentre il magistrato Paul Goldspring si prepara a leggere la sentenza, l’aria è densa di tensione. Il giudice conferma quanto già sostenuto dalla difesa: l’accusa è proceduralmente errata, poiché i permessi necessari non sono stati ottenuti entro il termine legale previsto dalla legge sul terrorismo del Regno Unito.
Secondo il Terrorism Act 2000 infatti, il Crown Prosecution Service (CPS) aveva sei mesi di tempo per ottenere i consensi necessari dal Procuratore Generale, con scadenza fissata per il 21 maggio 2025. Peccato che i consensi siano arrivati solamente il giorno dopo, il 22 maggio.
Traduzione: per sole 24 ore di ritardo, l’intero procedimento è crollato come un castello di carte e l’accusa completamente archiviata. Decisione accolta dagli applausi dell’aula e uscita trionfale dalla porta principale, dove qualche sostenitore e numerosi giornalisti attendevano le prime parole di Mo Chara, che arrivano intrise della solita sobrietà che contraddistingue il clan Kneecap.
«Un enorme grazie al mio team legale.
Darragh, Jude, Blinne, Brenda, Gareth e a tutto lo staff della Phoenix Law.
Un ringraziamento speciale anche alla mia interprete Susan.
Tutto questo procedimento non ha mai riguardato me, né la minaccia alla sicurezza pubblica, né il “terrorismo”, una parola usata dal vostro governo per screditare le persone che opprimete. Ha sempre riguardato Gaza.
Su cosa succede se osi parlare.
Noi, essendo irlandesi, conosciamo l’oppressione, il colonialismo, la carestia e il genocidio.
L’abbiamo sofferto e ancora lo soffriamo sotto “il vostro impero”.
I vostri tentativi di metterci a tacere sono falliti, perché noi abbiamo ragione e voi avete torto.
Non staremo zitti.
Abbiamo detto che vi avremmo combattuti nei vostri tribunali e che avremmo vinto.
E così è stato.
Se qualcuno su questo pianeta è colpevole di terrorismo, è lo Stato britannico.
Free Palestine!
Tiocfaidh ár lá»
Il capitolo conclusivo di questa vicenda lascia dietro di sé pesanti strascichi da entrambe le parti della barricata.
La parziale “vittoria” per la band di Belfast non cancella il peso del circo mediatico orchestrato dal governo inglese che ha inciso pesantemente sulle attività del gruppo, tra spese giudiziarie e ingenti perdite economiche derivanti dalla cancellazione di molte date del tour, con il Canada ultimo dei paesi a rendere noto che là non sono i benvenuti. Ma, a conti fatti, è pur sempre preferibile a una condanna per terrorismo firmata Londra …
Per il governo britannico, l’ennesima figuraccia istituzionale, aggravata dall’imbarazzo di aver invocato l’arsenale antiterrorismo per poi inciampare su sé stesso, cadendo rovinosamente sul dettaglio più banale: un termine scaduto e autorizzazioni mancanti.
Un passo falso che non solo evidenzia la goffaggine burocratica del Regno Unito, ma finisce per alimentare la narrativa voluta dai Kneecap: quella di artisti perseguitati per le loro posizioni politiche.
“Non ci prenderete mai …” sembrano gridare.
Nell’aula ormai vuota della Woolwich Crown Court resta solo l’eco delle loro risate.
«La nostra vendetta sarà la risata dei nostri figli», diceva Bobby Sands, il militante repubblicano nordirlandese morto durante lo sciopero della fame del 1981.
Oggi il suono di quelle risate rimbalza tagliente, beffardo e liberatorio.
Proprio come Bobby e i suoi compagni sognavano 40 anni fa.
giovedì, agosto 21, 2025
Oasis : Erin Go Bragh
L'amico MICHELE SAVINI prosegue la ricerca di elementi interessanti e particolari dell'Irlanda meno conosciuta.
Gli altri racconti sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
ERIN GO BRAGH
Se qualcuno di voi non lo avesse notato (e non serve essere fanatici di musica o social per saperlo), gli Oasis hanno dato il via al loro tour mondiale, uno degli eventi più chiacchierati degli ultimi mesi, che ha riportato i fratelli Gallagher insieme su un palco per la prima volta dopo 16 anni. Cardiff, Manchester, Londra, Edimburgo e Dublino sono le prime tappe di una tournée internazionale che, si dice, potrebbe durare anche per tutto il 2026.
(Oasis sul palco a Dublino con la bandiera Erin Go Bragh)
Durante le prime date del tour Oasis Live '25, i fan più attenti avranno sicuramente notato un dettaglio particolare sul palco.
Oltre allo stemma del Manchester City e alla sagoma in cartone di Pep Guardiola, su uno degli amplificatori della band compariva un altro “vessillo” portafortuna: la bandiera verde con l’arpa dorata, conosciuta come Erin Go Bragh.
“Erin Go Bragh” è un motto irlandese, spesso associato al nazionalismo repubblicano, che significa letteralmente “Irlanda per sempre”. Nato durante la ribellione del 1798, riapparve nei secoli successivi, soprattutto nei periodi di lotta per l’indipendenza dall’occupazione britannica, diventando un simbolo di resistenza e orgoglio nazionale.
Per gli Oasis, rappresenta un modo chiaro di ribadire il proprio legame con quelle radici, un tratto fondamentale per comprendere l’identità del gruppo.
Tutti e cinque i membri originali della band, infatti, hanno origini irlandesi. Perciò, i concerti di Dublino allo stadio di Croke Park, previsti per il 16 e 17 agosto scorsi, assumevano un significato speciale sia per i fan locali sia per la band stessa. Se Manchester è la loro città natale, Dublino e l’Irlanda non sono da meno: le loro esibizioni qui racchiudono sempre un significato particolare, legato alle radici irlandesi dei fratelli Gallagher e al forte legame culturale che li unisce a questa terra.
“Croker”, come viene affettuosamente chiamato Croke Park, è considerato il tempio dei giochi gaelici per antonomasia.
Nel 1920, fu anche teatro di uno dei massacri più tragici della storia irlandese, quando le truppe britanniche irruppero durante una partita di calcio gaelico tra Dublino e Tipperary e spararono sulla folla di circa 15.000 spettatori, uccidendo 14 civili.
Per Noel questa è la quarta performance qui.
L’ultima volta aprì per gli U2 con i suoi High Flying Birds nel 2017.
La prima, invece, risale ai primi anni ’80, quando da adolescente, giocò una partita amichevole con il CLG Oisín, un club di calcio gaelico di Manchester per cui i fratelli Gallagher giocavano da bambini. (Una foto del giovane Noel Gallagher durante una partita amichevole di calcio gaelico a Croke Park)
Noel e Liam Gallagher, infatti, sono cresciuti in un ambiente profondamente legato alla cultura irlandese.
Fin da giovani hanno frequentato gli Irish Social Club a Manchester, hanno giocato a football gaelico e visitato regolarmente la loro terra d’origine durante l’estate. Questa forte eredità culturale è stata trasmessa loro direttamente dai genitori, Thomas e Peggy, entrambi nati in Irlanda.
Il padre, Thomas Gallagher, proveniva da Duleek, un piccolo paese nella contea di Meath, mentre la madre, Peggy Sweeney, era originaria di Charlestown, nella contea di Mayo. Entrambi emigrarono a Manchester alla fine degli anni ’60, in cerca di migliori opportunità di lavoro e una vita più stabile.
E sebbene il turbolento rapporto con il padre, segnato anche da episodi di violenza fisica, avrebbe potuto allontanarli dalle loro radici irlandesi, è stato invece il forte legame con la madre a mantenerli profondamente legati alle proprie origini gaeliche.
Peggy, che si dice possa essere proprio qui stasera a Croke Park per assistere a uno degli show del Live 25, rappresenta il cuore pulsante della famiglia. Se tutta la combriccola dei Gallagher infatti, composta da figli, parenti e amici, ha seguito praticamente tutti i concerti di questo tour, sembra che Peggy abbia deciso di muoversi soltanto per la data di Dublino, dove potrà godersi lo spettacolo insieme a tutta la sua famiglia, in arrivo direttamente dalla contea di Mayo.
A lei, tutti i fan degli Oasis devono molto, non solo perché ha dato alla luce i due fratelli che hanno reso grande la band, ma anche perché si dice sia tra le principali artefici di questa attesissima reunion.
È lei che continuava a ricordargli di non pronunciare la seconda G in Gallagher (cognome di origine irlandese che va pronunciato “Gallaher”, con la G muta) e a ripetergli all’infinito, fin da bambini: «Siete inglesi “solo” perché siete nati qui», ricorda Noel.
Il principale compositore degli Oasis ha anche rivelato in diverse interviste che il verso di Don’t Look Back in Anger, “stand up beside the fireplace, take that look from off your face”, si riferisce proprio a quando sua madre li costringeva a posare accanto al caminetto, in uniforme scolastica, per scattare foto da inviare ai parenti rimasti a Charlestown e Duleek.
Ed è proprio il paesino di Charlestown della contea di Mayo dove risiede la famiglia di Peggy, che ha giocato, se vogliamo, un piccolo ma decisivo ruolo in questo trionfale ritorno degli Oasis.
Nel documentario su Liam Gallagher As It Was, pubblicato nel 2019, come raccontato dal fratello Paul, si scopre che proprio lì, al pub locale JJ Finan, scoccò la scintilla che spinse Liam a rilanciarsi con una carriera solista dopo lo scioglimento dei Beady Eye.
Durante una sessione di bevute al pub, una maratona di 8 ore e 30 pinte di Guinness (sì, TRENTA!!!), qualcuno gli mette in mano una chitarra:
Liam si anima ed esegue per la prima volta Bold, una delle canzoni che finirà poi nel suo primo album solista.
Uno dei presenti tira fuori un telefono, riprende tutto ed il gioco è fatto: il video fa il giro del mondo, scatenando l’isteria dei fan. Liam prende coraggio e intraprende la carriera solista, quella stessa carriera che negli ultimi dieci anni ha avvicinato milioni di nuovi giovanissimi fan alla musica degli Oasis.
Insomma, senza quel video e senza quelle trenta pinte in quel pub di Charlestown, chissà se oggi saremmo qui a parlare di reunion e di concerti a Croke Park.
(Noel, Paul, Liam con la madre Peggy)
Il forte rapporto con la madre e i frammenti di ricordi familiari che emergono dai racconti dei fratelli Gallagher richiamano la massiccia ondata migratoria irlandese tra gli anni ’50 e ’70, quando molte famiglie, spinte dalla crisi economica e dalla scarsità di lavoro, si trasferirono nelle città industriali britanniche come Manchester, Leeds e Liverpool, portando con sé la loro lingua, la loro musica e una forte identità culturale.
Queste tradizioni si preservavano e si tramandavano nonostante le difficoltà di adattamento ad un nuovo contesto sociale, spesso segnato da condizioni di lavoro dure e da un ambiente urbano complesso.
L’Inghilterra degli anni ’70-‘80 era ancora un paese profondamente segnato dal razzismo verso i “Paddies” (termine dispregiativo usato per indicare gli irlandesi) che venivano guardati con sospetto e ostilità, soprattutto durante i periodi più intensi delle durissime campagne dell’IRA. Quegli anni, segnati dall’eco delle bombe che risuonavano in tutta la Gran Bretagna, hanno inevitabilmente influenzato l’ambiente in cui i fratelli Gallagher sono cresciuti.
Noel ricorda un episodio avvenuto durante il viaggio di ritorno a Manchester, dopo una delle tante vacanze estive passate a trovare sua nonna nella contea di Mayo, quando l’auto di famiglia fu perquisita dai soldati britannici.
«Quando sei con i tuoi genitori, ti senti al sicuro, ma quando tirano fuori tuo zio Paddy dall’auto, vieni mandato in una stanza da solo e i militari arrivano con i cani e controllano la macchina con gli specchi sotto il telaio …??? All’epoca non capivo davvero cosa stessero cercando…Ero abbastanza grande da sentirne parlare al telegiornale, ma ancora troppo piccolo per comprenderlo fino in fondo».
(Da sinistra a destra: Noel, Liam e Paul durante una delle vacanze estive nella contea di Mayo).
Il paese era un crocevia di culture e spesso teatro di conflitti legati a identità etniche e sociali; in questo contesto, la comunità irlandese trovava rifugio e sostegno negli Irish Social Clubs, luoghi di aggregazione fondamentali per preservare le proprie tradizioni. Nati per iniziativa di emigrati irlandesi e spesso legati ad associazioni parrocchiali o comitati locali, gli Irish Social Club erano molto più di semplici pub: rappresentavano veri e propri centri comunitari per la diaspora irlandese, soprattutto per chi era emigrato in cerca di lavoro durante i grandi flussi migratori dagli anni ’50 in poi. All’interno si esibivano gruppi e DJ di musica country e folk irlandese, creando un vero e proprio microcosmo d’Irlanda, un angolo di patria lontano da casa.
Nonostante i rapporti difficili con il padre, l’esperienza negli Irish Social Club di Manchester, dove Thomas Gallagher faceva il DJ, ha influenzato profondamente Noel.
Lui e suo fratello Paul accompagnavano spesso il padre, aiutandolo a portare i dischi e a preparare le serate.
In quei lunghissimi pomeriggi ascoltavano brani di The Chieftains, The Dubliners e Daniel O'Donnell, ma anche le coinvolgenti Irish rebel songs che animavano quei luoghi, contribuendo a creare quell’energia esplosiva e quel senso di ribellione che caratterizzeranno la musica degli Oasis.
Quelle canzoni, cantate in coro come epici inni, racchiudevano lo stesso spirito corale e trascinante dei brani più famosi della band: un’energia collettiva che si alimenta proprio nel momento in cui le si canta insieme.
La musica degli Oasis, infatti, è permeata da un atteggiamento di sfida e autoaffermazione che richiama da vicino le lotte per l’indipendenza irlandese, dove la ribellione contro l’autorità e l’oppressione ha sempre avuto una forte carica emotiva e di protesta.
Lo stesso Noel ha definito Definitely Maybe come «il suono di cinque cattolici irlandesi di seconda generazione che escono da un complesso popolare. C’è una natura ribelle in Definitely Maybe, un atteggiamento di sfida, ed è la stessa ribellione e sfida che caratterizzano l’animo irlandese».
Ma se da un lato esiste questo forte senso di appartenenza alla propria identità irlandese, è forse proprio il desiderio di fuggire dall’ambiente legato al rapporto tormentato con il padre che ha spinto Noel a cercare una via di fuga nella musica. Non voleva restare intrappolato in quell’ambiente, in qualche modo imposto dalla figura paterna, né farsi soffocare dalla nostalgia irlandese che caratterizzava la comunità degli immigrati a Manchester.
C’era il punk là fuori, un’esplosione di energia e ribellione che stava scuotendo il paese, e Noel non aveva alcuna intenzione di passare tutta la vita a cantare vecchie canzoni tradizionali, strafatto di Guinness (e non certo per la Guinness).
Voleva essere libero di fare e cantare quello che voleva, come avrebbe scritto anni dopo nei versi di Whatever: "I'm free to be whatever I, Whatever I choose, and I'll sing the blues if I want."
Non si tratta di un rifiuto delle proprie origini, ma semplicemente di una realtà complessa e sfaccettata. Noel Gallagher non può definirsi né completamente irlandese né del tutto inglese: è il prodotto d’immigrati irlandesi di seconda generazione, sospeso a cavallo tra due mondi.
Nato a Manchester da genitori originari dell’Irlanda, la sua eredità è un mosaico di culture e identità. Le radici dei suoi genitori affondano nel duro suolo irlandese, ma l’anima di Noel è stata plasmata dal ronzio industriale dell’Inghilterra settentrionale e dall’atmosfera vibrante della sua scena musicale.
(una foto del recente show degli Oasis a Croke Park, sabato 16.08.25)
Questo “melting pot” culturale, nato dalla crescente presenza delle comunità irlandesi nelle città del nord d’Inghilterra, ha profondamente influenzato e rimodellato il panorama del rock britannico dagli anni ’50 in poi. Se diamo un’occhiata nel dettaglio alle origini di alcuni dei più grandi gruppi pop della storia del Regno Unito, scopriremo una fortissima influenza irlandese, proveniente da migranti di seconda, terza e quarta generazione.
Molti di questi artisti divennero inevitabilmente i modelli musicali del giovane Noel.
John Lennon e tutti e quattro i Beatles avevano radici irlandese.
I loro avi, erano tutti fuggiti dalla verde Irlanda durante gli anni della Grande Carestia che colpi l’isola tra il 1845 al 1852.
Così come i genitori di John Lydon dei Sex Pistols, immigrati irlandesi a Londra, con la madre originaria di Cork e il padre di Tuam, nella contea di Galway.
I principali compositori degli Smiths, altra band amatissima dal giovane Noel, hanno anch’essi fortissime ascendenze irlandesi, di cui si può trovare traccia anche in alcune delle loro canzoni. Morrissey, autore di “Irish Blood, English Heart” e “This is not your country” ha entrambi i genitori provenienti dal quartiere di Crumlin, a Dublino (lo stesso che ha dato i natali a Phil Linotts dei Thin Lizzy) e ha vissuto parecchi anni nella capitale irlandese.
Stesso discorso per Johnny Marr, le cui radici affondano ad Athy, nella contea di Kildare: i suoi genitori emigrarono negli anni ’60 e continuarono a cantargli canzoni tradizionali irlandesi per tutta la sua infanzia. Come molti dei fan più attenti degli Smiths sapranno, uno dei pezzi più celebrati della band, Please, Please, Please, Let Me Get What I Want, si chiamava originariamente “The Irish Waltz”, perché fu proprio il senso di nostalgia e malinconia tipico delle ballate dei migranti irlandesi lontani da casa a ispirarne la melodia.
George Byrne, noto giornalista e critico musicale della rivista Hot Press, una volta, durante un’intervista a metà degli anni ’90, con il sorriso sulle labbra, definì gli Oasis “la migliore band irlandese dai tempi degli Smiths” e, chissà, forse non si sbagliava di molto.”
Ed è proprio Noel a spiegare meglio di chiunque altro come il legame profondo con l’Irlanda sia il segreto dietro il successo degli Oasis:
“C’è della rabbia nella musica degli Oasis, lascia che te lo spieghi.
Se dico alla gente che c’è rabbia nella musica, potrebbe pensare a urla e grida, ma esiste anche un tipo di rabbia “gioiosa”.
Quando gli irlandesi sono tristi, sono le persone più tristi al mondo; quando sono felici, sono le persone più felici al mondo. Quando bevono, sono le persone più ubriache al mondo. C’è una regola per gli irlandesi e una regola diversa per tutti gli altri.
Siamo irlandesi, io e Liam.
Non c’è sangue inglese in noi, e chi lo sa capisce che c’è il bere normale e poi c’è il bere irlandese.
Il bere irlandese può essere infinito.
Gli Oasis non avrebbero mai potuto esistere, essere così grandi, così importanti, così imperfetti, così amati e odiati, se non fossimo stati tutti prevalentemente irlandesi.»
Noel Gallagher
Gli altri racconti sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
ERIN GO BRAGH
Se qualcuno di voi non lo avesse notato (e non serve essere fanatici di musica o social per saperlo), gli Oasis hanno dato il via al loro tour mondiale, uno degli eventi più chiacchierati degli ultimi mesi, che ha riportato i fratelli Gallagher insieme su un palco per la prima volta dopo 16 anni. Cardiff, Manchester, Londra, Edimburgo e Dublino sono le prime tappe di una tournée internazionale che, si dice, potrebbe durare anche per tutto il 2026.
(Oasis sul palco a Dublino con la bandiera Erin Go Bragh)
Durante le prime date del tour Oasis Live '25, i fan più attenti avranno sicuramente notato un dettaglio particolare sul palco.
Oltre allo stemma del Manchester City e alla sagoma in cartone di Pep Guardiola, su uno degli amplificatori della band compariva un altro “vessillo” portafortuna: la bandiera verde con l’arpa dorata, conosciuta come Erin Go Bragh.
“Erin Go Bragh” è un motto irlandese, spesso associato al nazionalismo repubblicano, che significa letteralmente “Irlanda per sempre”. Nato durante la ribellione del 1798, riapparve nei secoli successivi, soprattutto nei periodi di lotta per l’indipendenza dall’occupazione britannica, diventando un simbolo di resistenza e orgoglio nazionale.
Per gli Oasis, rappresenta un modo chiaro di ribadire il proprio legame con quelle radici, un tratto fondamentale per comprendere l’identità del gruppo.
Tutti e cinque i membri originali della band, infatti, hanno origini irlandesi. Perciò, i concerti di Dublino allo stadio di Croke Park, previsti per il 16 e 17 agosto scorsi, assumevano un significato speciale sia per i fan locali sia per la band stessa. Se Manchester è la loro città natale, Dublino e l’Irlanda non sono da meno: le loro esibizioni qui racchiudono sempre un significato particolare, legato alle radici irlandesi dei fratelli Gallagher e al forte legame culturale che li unisce a questa terra.
“Croker”, come viene affettuosamente chiamato Croke Park, è considerato il tempio dei giochi gaelici per antonomasia.
Nel 1920, fu anche teatro di uno dei massacri più tragici della storia irlandese, quando le truppe britanniche irruppero durante una partita di calcio gaelico tra Dublino e Tipperary e spararono sulla folla di circa 15.000 spettatori, uccidendo 14 civili.
Per Noel questa è la quarta performance qui.
L’ultima volta aprì per gli U2 con i suoi High Flying Birds nel 2017.
La prima, invece, risale ai primi anni ’80, quando da adolescente, giocò una partita amichevole con il CLG Oisín, un club di calcio gaelico di Manchester per cui i fratelli Gallagher giocavano da bambini. (Una foto del giovane Noel Gallagher durante una partita amichevole di calcio gaelico a Croke Park)
Noel e Liam Gallagher, infatti, sono cresciuti in un ambiente profondamente legato alla cultura irlandese.
Fin da giovani hanno frequentato gli Irish Social Club a Manchester, hanno giocato a football gaelico e visitato regolarmente la loro terra d’origine durante l’estate. Questa forte eredità culturale è stata trasmessa loro direttamente dai genitori, Thomas e Peggy, entrambi nati in Irlanda.
Il padre, Thomas Gallagher, proveniva da Duleek, un piccolo paese nella contea di Meath, mentre la madre, Peggy Sweeney, era originaria di Charlestown, nella contea di Mayo. Entrambi emigrarono a Manchester alla fine degli anni ’60, in cerca di migliori opportunità di lavoro e una vita più stabile.
E sebbene il turbolento rapporto con il padre, segnato anche da episodi di violenza fisica, avrebbe potuto allontanarli dalle loro radici irlandesi, è stato invece il forte legame con la madre a mantenerli profondamente legati alle proprie origini gaeliche.
Peggy, che si dice possa essere proprio qui stasera a Croke Park per assistere a uno degli show del Live 25, rappresenta il cuore pulsante della famiglia. Se tutta la combriccola dei Gallagher infatti, composta da figli, parenti e amici, ha seguito praticamente tutti i concerti di questo tour, sembra che Peggy abbia deciso di muoversi soltanto per la data di Dublino, dove potrà godersi lo spettacolo insieme a tutta la sua famiglia, in arrivo direttamente dalla contea di Mayo.
A lei, tutti i fan degli Oasis devono molto, non solo perché ha dato alla luce i due fratelli che hanno reso grande la band, ma anche perché si dice sia tra le principali artefici di questa attesissima reunion.
È lei che continuava a ricordargli di non pronunciare la seconda G in Gallagher (cognome di origine irlandese che va pronunciato “Gallaher”, con la G muta) e a ripetergli all’infinito, fin da bambini: «Siete inglesi “solo” perché siete nati qui», ricorda Noel.
Il principale compositore degli Oasis ha anche rivelato in diverse interviste che il verso di Don’t Look Back in Anger, “stand up beside the fireplace, take that look from off your face”, si riferisce proprio a quando sua madre li costringeva a posare accanto al caminetto, in uniforme scolastica, per scattare foto da inviare ai parenti rimasti a Charlestown e Duleek.
Ed è proprio il paesino di Charlestown della contea di Mayo dove risiede la famiglia di Peggy, che ha giocato, se vogliamo, un piccolo ma decisivo ruolo in questo trionfale ritorno degli Oasis.
Nel documentario su Liam Gallagher As It Was, pubblicato nel 2019, come raccontato dal fratello Paul, si scopre che proprio lì, al pub locale JJ Finan, scoccò la scintilla che spinse Liam a rilanciarsi con una carriera solista dopo lo scioglimento dei Beady Eye.
Durante una sessione di bevute al pub, una maratona di 8 ore e 30 pinte di Guinness (sì, TRENTA!!!), qualcuno gli mette in mano una chitarra:
Liam si anima ed esegue per la prima volta Bold, una delle canzoni che finirà poi nel suo primo album solista.
Uno dei presenti tira fuori un telefono, riprende tutto ed il gioco è fatto: il video fa il giro del mondo, scatenando l’isteria dei fan. Liam prende coraggio e intraprende la carriera solista, quella stessa carriera che negli ultimi dieci anni ha avvicinato milioni di nuovi giovanissimi fan alla musica degli Oasis.
Insomma, senza quel video e senza quelle trenta pinte in quel pub di Charlestown, chissà se oggi saremmo qui a parlare di reunion e di concerti a Croke Park.
(Noel, Paul, Liam con la madre Peggy)
Il forte rapporto con la madre e i frammenti di ricordi familiari che emergono dai racconti dei fratelli Gallagher richiamano la massiccia ondata migratoria irlandese tra gli anni ’50 e ’70, quando molte famiglie, spinte dalla crisi economica e dalla scarsità di lavoro, si trasferirono nelle città industriali britanniche come Manchester, Leeds e Liverpool, portando con sé la loro lingua, la loro musica e una forte identità culturale.
Queste tradizioni si preservavano e si tramandavano nonostante le difficoltà di adattamento ad un nuovo contesto sociale, spesso segnato da condizioni di lavoro dure e da un ambiente urbano complesso.
L’Inghilterra degli anni ’70-‘80 era ancora un paese profondamente segnato dal razzismo verso i “Paddies” (termine dispregiativo usato per indicare gli irlandesi) che venivano guardati con sospetto e ostilità, soprattutto durante i periodi più intensi delle durissime campagne dell’IRA. Quegli anni, segnati dall’eco delle bombe che risuonavano in tutta la Gran Bretagna, hanno inevitabilmente influenzato l’ambiente in cui i fratelli Gallagher sono cresciuti.
Noel ricorda un episodio avvenuto durante il viaggio di ritorno a Manchester, dopo una delle tante vacanze estive passate a trovare sua nonna nella contea di Mayo, quando l’auto di famiglia fu perquisita dai soldati britannici.
«Quando sei con i tuoi genitori, ti senti al sicuro, ma quando tirano fuori tuo zio Paddy dall’auto, vieni mandato in una stanza da solo e i militari arrivano con i cani e controllano la macchina con gli specchi sotto il telaio …??? All’epoca non capivo davvero cosa stessero cercando…Ero abbastanza grande da sentirne parlare al telegiornale, ma ancora troppo piccolo per comprenderlo fino in fondo».
(Da sinistra a destra: Noel, Liam e Paul durante una delle vacanze estive nella contea di Mayo).
Il paese era un crocevia di culture e spesso teatro di conflitti legati a identità etniche e sociali; in questo contesto, la comunità irlandese trovava rifugio e sostegno negli Irish Social Clubs, luoghi di aggregazione fondamentali per preservare le proprie tradizioni. Nati per iniziativa di emigrati irlandesi e spesso legati ad associazioni parrocchiali o comitati locali, gli Irish Social Club erano molto più di semplici pub: rappresentavano veri e propri centri comunitari per la diaspora irlandese, soprattutto per chi era emigrato in cerca di lavoro durante i grandi flussi migratori dagli anni ’50 in poi. All’interno si esibivano gruppi e DJ di musica country e folk irlandese, creando un vero e proprio microcosmo d’Irlanda, un angolo di patria lontano da casa.
Nonostante i rapporti difficili con il padre, l’esperienza negli Irish Social Club di Manchester, dove Thomas Gallagher faceva il DJ, ha influenzato profondamente Noel.
Lui e suo fratello Paul accompagnavano spesso il padre, aiutandolo a portare i dischi e a preparare le serate.
In quei lunghissimi pomeriggi ascoltavano brani di The Chieftains, The Dubliners e Daniel O'Donnell, ma anche le coinvolgenti Irish rebel songs che animavano quei luoghi, contribuendo a creare quell’energia esplosiva e quel senso di ribellione che caratterizzeranno la musica degli Oasis.
Quelle canzoni, cantate in coro come epici inni, racchiudevano lo stesso spirito corale e trascinante dei brani più famosi della band: un’energia collettiva che si alimenta proprio nel momento in cui le si canta insieme.
La musica degli Oasis, infatti, è permeata da un atteggiamento di sfida e autoaffermazione che richiama da vicino le lotte per l’indipendenza irlandese, dove la ribellione contro l’autorità e l’oppressione ha sempre avuto una forte carica emotiva e di protesta.
Lo stesso Noel ha definito Definitely Maybe come «il suono di cinque cattolici irlandesi di seconda generazione che escono da un complesso popolare. C’è una natura ribelle in Definitely Maybe, un atteggiamento di sfida, ed è la stessa ribellione e sfida che caratterizzano l’animo irlandese».
Ma se da un lato esiste questo forte senso di appartenenza alla propria identità irlandese, è forse proprio il desiderio di fuggire dall’ambiente legato al rapporto tormentato con il padre che ha spinto Noel a cercare una via di fuga nella musica. Non voleva restare intrappolato in quell’ambiente, in qualche modo imposto dalla figura paterna, né farsi soffocare dalla nostalgia irlandese che caratterizzava la comunità degli immigrati a Manchester.
C’era il punk là fuori, un’esplosione di energia e ribellione che stava scuotendo il paese, e Noel non aveva alcuna intenzione di passare tutta la vita a cantare vecchie canzoni tradizionali, strafatto di Guinness (e non certo per la Guinness).
Voleva essere libero di fare e cantare quello che voleva, come avrebbe scritto anni dopo nei versi di Whatever: "I'm free to be whatever I, Whatever I choose, and I'll sing the blues if I want."
Non si tratta di un rifiuto delle proprie origini, ma semplicemente di una realtà complessa e sfaccettata. Noel Gallagher non può definirsi né completamente irlandese né del tutto inglese: è il prodotto d’immigrati irlandesi di seconda generazione, sospeso a cavallo tra due mondi.
Nato a Manchester da genitori originari dell’Irlanda, la sua eredità è un mosaico di culture e identità. Le radici dei suoi genitori affondano nel duro suolo irlandese, ma l’anima di Noel è stata plasmata dal ronzio industriale dell’Inghilterra settentrionale e dall’atmosfera vibrante della sua scena musicale.
(una foto del recente show degli Oasis a Croke Park, sabato 16.08.25)
Questo “melting pot” culturale, nato dalla crescente presenza delle comunità irlandesi nelle città del nord d’Inghilterra, ha profondamente influenzato e rimodellato il panorama del rock britannico dagli anni ’50 in poi. Se diamo un’occhiata nel dettaglio alle origini di alcuni dei più grandi gruppi pop della storia del Regno Unito, scopriremo una fortissima influenza irlandese, proveniente da migranti di seconda, terza e quarta generazione.
Molti di questi artisti divennero inevitabilmente i modelli musicali del giovane Noel.
John Lennon e tutti e quattro i Beatles avevano radici irlandese.
I loro avi, erano tutti fuggiti dalla verde Irlanda durante gli anni della Grande Carestia che colpi l’isola tra il 1845 al 1852.
Così come i genitori di John Lydon dei Sex Pistols, immigrati irlandesi a Londra, con la madre originaria di Cork e il padre di Tuam, nella contea di Galway.
I principali compositori degli Smiths, altra band amatissima dal giovane Noel, hanno anch’essi fortissime ascendenze irlandesi, di cui si può trovare traccia anche in alcune delle loro canzoni. Morrissey, autore di “Irish Blood, English Heart” e “This is not your country” ha entrambi i genitori provenienti dal quartiere di Crumlin, a Dublino (lo stesso che ha dato i natali a Phil Linotts dei Thin Lizzy) e ha vissuto parecchi anni nella capitale irlandese.
Stesso discorso per Johnny Marr, le cui radici affondano ad Athy, nella contea di Kildare: i suoi genitori emigrarono negli anni ’60 e continuarono a cantargli canzoni tradizionali irlandesi per tutta la sua infanzia. Come molti dei fan più attenti degli Smiths sapranno, uno dei pezzi più celebrati della band, Please, Please, Please, Let Me Get What I Want, si chiamava originariamente “The Irish Waltz”, perché fu proprio il senso di nostalgia e malinconia tipico delle ballate dei migranti irlandesi lontani da casa a ispirarne la melodia.
George Byrne, noto giornalista e critico musicale della rivista Hot Press, una volta, durante un’intervista a metà degli anni ’90, con il sorriso sulle labbra, definì gli Oasis “la migliore band irlandese dai tempi degli Smiths” e, chissà, forse non si sbagliava di molto.”
Ed è proprio Noel a spiegare meglio di chiunque altro come il legame profondo con l’Irlanda sia il segreto dietro il successo degli Oasis:
“C’è della rabbia nella musica degli Oasis, lascia che te lo spieghi.
Se dico alla gente che c’è rabbia nella musica, potrebbe pensare a urla e grida, ma esiste anche un tipo di rabbia “gioiosa”.
Quando gli irlandesi sono tristi, sono le persone più tristi al mondo; quando sono felici, sono le persone più felici al mondo. Quando bevono, sono le persone più ubriache al mondo. C’è una regola per gli irlandesi e una regola diversa per tutti gli altri.
Siamo irlandesi, io e Liam.
Non c’è sangue inglese in noi, e chi lo sa capisce che c’è il bere normale e poi c’è il bere irlandese.
Il bere irlandese può essere infinito.
Gli Oasis non avrebbero mai potuto esistere, essere così grandi, così importanti, così imperfetti, così amati e odiati, se non fossimo stati tutti prevalentemente irlandesi.»
Noel Gallagher
martedì, agosto 12, 2025
Slane Castle
L'amico MICHELE SAVINI prosegue la ricerca di elementi interessanti e particolari dell'Irlanda meno conosciuta.
Gli altri racconti sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Oggi viaggiamo fino alla suggestiva County Meath, cuore pulsante della campagna irlandese, per scoprire uno dei luoghi più iconici e leggendari della musica dal vivo in Irlanda: Slane Castle. Situato nel villaggio di Slane, a poco più di un’ora da Dublino, ed elegantemente arroccato sulla cima di una collina sopra il fiume Boyne, questo castello (in gaelico Caisleán Bhaile Shláine) fu costruito alla fine del XVIII secolo dalla famiglia anglo-irlandese dei Conyngham, insediatasi in Irlanda poco più di un secolo prima.
La recente scomparsa di Lord Henry Conyngham, l’uomo che ha trasformato questa storica tenuta in un vero santuario della musica, offre l’occasione per celebrare la sua straordinaria visione e riflettere sull’eredità che ha lasciato.
Dopo una lunga battaglia contro un tumore polmonare, Lord Henry si è spento all’età di 74 anni, lasciando un’impronta indelebile nel panorama culturale e musicale irlandese. Principalmente conosciuto con il nome di Lord Mount Charles, assunse la gestione della tenuta di Slane nel 1976, a soli 25 anni, dopo essere tornato da Londra, dove lavorava per la casa editrice Faber & Faber.
In quel periodo ricevette una telefonata dal padre, Frederick, che gli comunicò che, a causa delle pesanti imposte fiscali, sarebbe stato costretto a lasciare Slane e vendere tutto, a meno che non fosse tornato per occuparsene. Decise così di rientrare in patria per salvare il patrimonio di famiglia, cercando nuovi modi per rendere la tenuta sostenibile.
Henry trasformò le stalle e gli annessi della tenuta in un ristorante e in un nightclub, prima di rivolgere la sua attenzione al grande campo adiacente al castello.
Notò infatti il dolce declivio del pendio verso il fiume Boyne e si rese conto che formava un vero e proprio anfiteatro naturale ideale per spettacoli all’aperto.
L’inclinazione del terreno permetteva non solo di creare posti a sedere senza bisogno di opere di sterro, ma anche di offrire una bellezza paesaggistica unica e un’acustica sorprendentemente efficace.
L’erba e la pendenza dolce assorbono e riflettono il suono in modo simile agli antichi anfiteatri di pietra, riducendo l’eco e garantendo una proiezione chiara fino alle ultime file
. Quando si rese conto che il luogo poteva ospitare circa 80.000 persone, il resto venne da sé.
(Philip Lynott dei Thin Lizzy sul palco di Slane nel 1981)
Il debutto fu il 16 agosto 1981, con la band dei Thin Lizzy come headliner e dei giovanissimi U2 come band di supporto.
L’esordio di Slane Castle come sede di concerti avvenne in un periodo turbolento, durante gli scioperi della fame nel pieno dei Troubles, quando le tenute anglo-irlandesi erano spesso nel mirino, e organizzare concerti rock in Irlanda implicava rischi non indifferenti.
Nel pieno dello sciopero della fame del 1981, Lord Henry ricevette minacce personali affinché annullasse l’evento, ma non fece marcia indietro, dichiarando con determinazione: «Costi quel che costi, lo spettacolo si farà».
Nonostante tutto, il concerto fu un successo.
Circa 18.000 persone parteciparono all’evento, contribuendo in modo decisivo al successo dell’iniziativa e alla salvaguardia del castello grazie ai proventi raccolti.
La definitiva consacrazione arrivò l’anno seguente, il 24 luglio 1982, quando i Rolling Stones trascinarono 70.000 persone nella Boyne Valley per la loro esibizione, trasformando Slane Castle in una tappa imprescindibile dei grandi tour internazionali.
Sul palco salirono infatti Bob Dylan (1984), Bruce Springsteen (che si dice abbia portato circa 100.000 spettatori nel 1985), Queen (1986) e David Bowie (1987), prima di fermarsi per qualche anno a causa di un incendio scoppiato nel 1991 che danneggiò gran parte della tenuta.
(Una folla di 70.000 persone al concerto dei Rolling Stones a Slane, luglio 1982)
Dopo un’assenza di cinque anni, la più lunga dall’inizio dell’evento nel 1981, Slane tornò nel 1992.
I cinque concerti degli anni ’90 ebbero come headliner Guns N’ Roses, Neil Young, R.E.M. (con gli Oasis come band di supporto), The Verve e Robbie Williams.
Negli anni 2000 Slane Castle consolidò la sua fama internazionale grazie a performance memorabili di grandi artisti, come i Red Hot Chili Peppers, che nel 2003 registrarono il celebre concerto poi pubblicato nell’edizione video Live at Slane Castle, e gli U2, tornati nel 2001 con un’esibizione iconica immortalata nel live U2 Go Home – Live from Slane Castle.
Proprio la band di Bono e The Edge è tra le più legate a Slane Castle: oltre alle esibizioni dal vivo, nel maggio del 1984 gli U2 vi si stabilirono per alcune settimane per registrare l’album The Unforgettable Fire. Per l’occasione, il salotto del castello fu trasformato in studio di registrazione e la sala da ballo venne utilizzata per girare alcune scene del videoclip di Pride. (Bono durante l’esibizione degli U2 a Slane nel 2001)
Numerosi sono gli aneddoti leggendari che si raccontano sulle iconiche performance nella valle del Boyne.
Nel 1992, si dice che Axl Rose fosse ubriaco in un pub di Dublino e irrintracciabile, a pochi minuti dall’inizio del concerto, tanto che Lord Henry dovette organizzare un elicottero speciale per portarlo a Slane Castle, mentre Slash e gli altri membri della band si rilassavano pescando nel fiume dietro il palco.
David Bowie, nella sua unica esibizione a Slane nel 1987, arrivò sul palco con la disarmante tranquillità che lo caratterizzava.
Lo stesso Lord Henry raccontò in un’intervista a Hot Press
“Quando Bowie è salito sul palco a Slane, è stato come se tutto si fosse fermato per un attimo. Aveva quella presenza magnetica che ti cattura subito. Ricordo che eravamo nel backstage, seduti vicino al fiume Boyne chiacchierando, quando lui ha guardato l’orologio e mi ha detto: “Oh Henry, penso sia ora che io salga sul palco.” Si è alzato, ha attraversato con calma il ponticello sul fiume e con nonchalance è salito sul palco. Ho pensato solo: “È incredibile riuscire a essere così tranquilli e sicuri di sé.” Ma, d’altra parte, lui era un personaggio straordinario.»
(David Bowie, Slane Castle 1987)
Per chi fosse interessato, tutte le line-up complete dei concerti tenutisi a Slane Castle dal 1981 al 2019, inclusi gli eventuali gruppi di supporto, sono disponibili sul sito ufficiale del castello:
https://www.slanecastle.ie/concerts/1981-2019/
Oltre alla musica, Slane Castle ha ampliato la sua offerta culturale e imprenditoriale: nel 2015 la famiglia Conyngham ha aperto all’interno della tenuta la distilleria di whisky irlandese “Slane Irish Whiskey”, contribuendo a valorizzare la storia e il patrimonio della tenuta.
Con la scomparsa di Lord Henry, il futuro di Slane Castle, uno dei luoghi più emblematici della musica dal vivo irlandese, passa nelle mani del figlio Alex Conyngham, deciso a proseguire l’eredità del padre. Il nuovo padrone di casa ha confermato di essere al lavoro su un evento di grande portata per il 2026 e in contatto con diversi promoter e artisti, con l’obiettivo di far tornare la storica location all’aperto della contea di Meath al centro della scena rock internazionale.
La mia esperienza personale a Slane risale al 20 giugno 2009, quando sul leggendario palco della County Meath si esibirono gli Oasis, con l’album Dig Out Your Soul ancora fresco di stampa. Ad accompagnarli c’erano Prodigy e Kasabian.
(Il sottoscritto e il mio amico Emanuele a Slane 2009)
Quel giorno eravamo 90.000, come riportarono i giornali nei giorni successivi.
Ho ricordi frammentati dell’evento, momenti unici e irripetibili che custodisco gelosamente.
Ricordo il viaggio d’andata su autobus gremiti di fan (ognuno dei quali sembrava una copia di Liam Gallagher), la dolce camminata all’interno della tenuta, una buona mezz’ora di saliscendi tra le colline della Boyne Valley, prima che si aprisse davanti a noi lo spettacolo dell’anfiteatro naturale affacciato sul fiume.
La potenza travolgente dei Kasabian.
Gli occhi fuori dalle orbite di Keith Flint davanti a una folla ruggente.
Una giornata di sole fantastica e tutt’altro che scontata.
Le note di Fucking in the Bushes che annunciano l’ingresso degli Oasis, l’esplosione del pubblico, un concerto che diventa una maratona.
Le distorsioni ipnotiche di I Am The Walrus a chiudere il tutto con la folla completamente in estasi e la lunga attesa durata fino alle 6 del mattino in cerca del primo autobus per tornare a Dublino.
Quello che ignoravamo era che quella sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto gli Oasis dal vivo.
Solo 69 giorni dopo infatti, il 28 agosto 2009, Noel avrebbe ufficialmente annunciato la fine della band.
(La folla di Slane Castle durante il concerto degli Oasis, 20 Giugno 2009)
Lo stesso Noel Gallagher, in un’intervista alla rivista Hot Press, ha descritto così l’esperienza di suonare a Slane:
«L’adrenalina che ti dà quando esci su quel palco è incredibile. Hai davanti un anfiteatro di persone che impazziscono, un fiume alle tue spalle e una residenza signorile in stile Downton Abbey sulla cima della collina. Come fai a non dare il massimo quando ti trovi davanti a tutto questo?»
Gli altri racconti sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Oggi viaggiamo fino alla suggestiva County Meath, cuore pulsante della campagna irlandese, per scoprire uno dei luoghi più iconici e leggendari della musica dal vivo in Irlanda: Slane Castle. Situato nel villaggio di Slane, a poco più di un’ora da Dublino, ed elegantemente arroccato sulla cima di una collina sopra il fiume Boyne, questo castello (in gaelico Caisleán Bhaile Shláine) fu costruito alla fine del XVIII secolo dalla famiglia anglo-irlandese dei Conyngham, insediatasi in Irlanda poco più di un secolo prima.
La recente scomparsa di Lord Henry Conyngham, l’uomo che ha trasformato questa storica tenuta in un vero santuario della musica, offre l’occasione per celebrare la sua straordinaria visione e riflettere sull’eredità che ha lasciato.
Dopo una lunga battaglia contro un tumore polmonare, Lord Henry si è spento all’età di 74 anni, lasciando un’impronta indelebile nel panorama culturale e musicale irlandese. Principalmente conosciuto con il nome di Lord Mount Charles, assunse la gestione della tenuta di Slane nel 1976, a soli 25 anni, dopo essere tornato da Londra, dove lavorava per la casa editrice Faber & Faber.
In quel periodo ricevette una telefonata dal padre, Frederick, che gli comunicò che, a causa delle pesanti imposte fiscali, sarebbe stato costretto a lasciare Slane e vendere tutto, a meno che non fosse tornato per occuparsene. Decise così di rientrare in patria per salvare il patrimonio di famiglia, cercando nuovi modi per rendere la tenuta sostenibile.
Henry trasformò le stalle e gli annessi della tenuta in un ristorante e in un nightclub, prima di rivolgere la sua attenzione al grande campo adiacente al castello.
Notò infatti il dolce declivio del pendio verso il fiume Boyne e si rese conto che formava un vero e proprio anfiteatro naturale ideale per spettacoli all’aperto.
L’inclinazione del terreno permetteva non solo di creare posti a sedere senza bisogno di opere di sterro, ma anche di offrire una bellezza paesaggistica unica e un’acustica sorprendentemente efficace.
L’erba e la pendenza dolce assorbono e riflettono il suono in modo simile agli antichi anfiteatri di pietra, riducendo l’eco e garantendo una proiezione chiara fino alle ultime file
. Quando si rese conto che il luogo poteva ospitare circa 80.000 persone, il resto venne da sé.
(Philip Lynott dei Thin Lizzy sul palco di Slane nel 1981)
Il debutto fu il 16 agosto 1981, con la band dei Thin Lizzy come headliner e dei giovanissimi U2 come band di supporto.
L’esordio di Slane Castle come sede di concerti avvenne in un periodo turbolento, durante gli scioperi della fame nel pieno dei Troubles, quando le tenute anglo-irlandesi erano spesso nel mirino, e organizzare concerti rock in Irlanda implicava rischi non indifferenti.
Nel pieno dello sciopero della fame del 1981, Lord Henry ricevette minacce personali affinché annullasse l’evento, ma non fece marcia indietro, dichiarando con determinazione: «Costi quel che costi, lo spettacolo si farà».
Nonostante tutto, il concerto fu un successo.
Circa 18.000 persone parteciparono all’evento, contribuendo in modo decisivo al successo dell’iniziativa e alla salvaguardia del castello grazie ai proventi raccolti.
La definitiva consacrazione arrivò l’anno seguente, il 24 luglio 1982, quando i Rolling Stones trascinarono 70.000 persone nella Boyne Valley per la loro esibizione, trasformando Slane Castle in una tappa imprescindibile dei grandi tour internazionali.
Sul palco salirono infatti Bob Dylan (1984), Bruce Springsteen (che si dice abbia portato circa 100.000 spettatori nel 1985), Queen (1986) e David Bowie (1987), prima di fermarsi per qualche anno a causa di un incendio scoppiato nel 1991 che danneggiò gran parte della tenuta.
(Una folla di 70.000 persone al concerto dei Rolling Stones a Slane, luglio 1982)
Dopo un’assenza di cinque anni, la più lunga dall’inizio dell’evento nel 1981, Slane tornò nel 1992.
I cinque concerti degli anni ’90 ebbero come headliner Guns N’ Roses, Neil Young, R.E.M. (con gli Oasis come band di supporto), The Verve e Robbie Williams.
Negli anni 2000 Slane Castle consolidò la sua fama internazionale grazie a performance memorabili di grandi artisti, come i Red Hot Chili Peppers, che nel 2003 registrarono il celebre concerto poi pubblicato nell’edizione video Live at Slane Castle, e gli U2, tornati nel 2001 con un’esibizione iconica immortalata nel live U2 Go Home – Live from Slane Castle.
Proprio la band di Bono e The Edge è tra le più legate a Slane Castle: oltre alle esibizioni dal vivo, nel maggio del 1984 gli U2 vi si stabilirono per alcune settimane per registrare l’album The Unforgettable Fire. Per l’occasione, il salotto del castello fu trasformato in studio di registrazione e la sala da ballo venne utilizzata per girare alcune scene del videoclip di Pride. (Bono durante l’esibizione degli U2 a Slane nel 2001)
Numerosi sono gli aneddoti leggendari che si raccontano sulle iconiche performance nella valle del Boyne.
Nel 1992, si dice che Axl Rose fosse ubriaco in un pub di Dublino e irrintracciabile, a pochi minuti dall’inizio del concerto, tanto che Lord Henry dovette organizzare un elicottero speciale per portarlo a Slane Castle, mentre Slash e gli altri membri della band si rilassavano pescando nel fiume dietro il palco.
David Bowie, nella sua unica esibizione a Slane nel 1987, arrivò sul palco con la disarmante tranquillità che lo caratterizzava.
Lo stesso Lord Henry raccontò in un’intervista a Hot Press
“Quando Bowie è salito sul palco a Slane, è stato come se tutto si fosse fermato per un attimo. Aveva quella presenza magnetica che ti cattura subito. Ricordo che eravamo nel backstage, seduti vicino al fiume Boyne chiacchierando, quando lui ha guardato l’orologio e mi ha detto: “Oh Henry, penso sia ora che io salga sul palco.” Si è alzato, ha attraversato con calma il ponticello sul fiume e con nonchalance è salito sul palco. Ho pensato solo: “È incredibile riuscire a essere così tranquilli e sicuri di sé.” Ma, d’altra parte, lui era un personaggio straordinario.»
(David Bowie, Slane Castle 1987)
Per chi fosse interessato, tutte le line-up complete dei concerti tenutisi a Slane Castle dal 1981 al 2019, inclusi gli eventuali gruppi di supporto, sono disponibili sul sito ufficiale del castello:
https://www.slanecastle.ie/concerts/1981-2019/
Oltre alla musica, Slane Castle ha ampliato la sua offerta culturale e imprenditoriale: nel 2015 la famiglia Conyngham ha aperto all’interno della tenuta la distilleria di whisky irlandese “Slane Irish Whiskey”, contribuendo a valorizzare la storia e il patrimonio della tenuta.
Con la scomparsa di Lord Henry, il futuro di Slane Castle, uno dei luoghi più emblematici della musica dal vivo irlandese, passa nelle mani del figlio Alex Conyngham, deciso a proseguire l’eredità del padre. Il nuovo padrone di casa ha confermato di essere al lavoro su un evento di grande portata per il 2026 e in contatto con diversi promoter e artisti, con l’obiettivo di far tornare la storica location all’aperto della contea di Meath al centro della scena rock internazionale.
La mia esperienza personale a Slane risale al 20 giugno 2009, quando sul leggendario palco della County Meath si esibirono gli Oasis, con l’album Dig Out Your Soul ancora fresco di stampa. Ad accompagnarli c’erano Prodigy e Kasabian.
(Il sottoscritto e il mio amico Emanuele a Slane 2009)
Quel giorno eravamo 90.000, come riportarono i giornali nei giorni successivi.
Ho ricordi frammentati dell’evento, momenti unici e irripetibili che custodisco gelosamente.
Ricordo il viaggio d’andata su autobus gremiti di fan (ognuno dei quali sembrava una copia di Liam Gallagher), la dolce camminata all’interno della tenuta, una buona mezz’ora di saliscendi tra le colline della Boyne Valley, prima che si aprisse davanti a noi lo spettacolo dell’anfiteatro naturale affacciato sul fiume.
La potenza travolgente dei Kasabian.
Gli occhi fuori dalle orbite di Keith Flint davanti a una folla ruggente.
Una giornata di sole fantastica e tutt’altro che scontata.
Le note di Fucking in the Bushes che annunciano l’ingresso degli Oasis, l’esplosione del pubblico, un concerto che diventa una maratona.
Le distorsioni ipnotiche di I Am The Walrus a chiudere il tutto con la folla completamente in estasi e la lunga attesa durata fino alle 6 del mattino in cerca del primo autobus per tornare a Dublino.
Quello che ignoravamo era che quella sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto gli Oasis dal vivo.
Solo 69 giorni dopo infatti, il 28 agosto 2009, Noel avrebbe ufficialmente annunciato la fine della band.
(La folla di Slane Castle durante il concerto degli Oasis, 20 Giugno 2009)
Lo stesso Noel Gallagher, in un’intervista alla rivista Hot Press, ha descritto così l’esperienza di suonare a Slane:
«L’adrenalina che ti dà quando esci su quel palco è incredibile. Hai davanti un anfiteatro di persone che impazziscono, un fiume alle tue spalle e una residenza signorile in stile Downton Abbey sulla cima della collina. Come fai a non dare il massimo quando ti trovi davanti a tutto questo?»
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