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martedì, marzo 03, 2026

Michelle David & True Tones - Soul Woman e intervista

La RecordKicks si conferma una delle etichette top in fatto di soul e affini.
Il nuovo album di Michelle David and the True Tones si intitola "Soul Woman" ed è un gioiello sia a livello compositivo che di stile.
Una soul musica raffinata quanto grintosa e "cruda", aperta alle mille sfaccettature della cosiddetta "Black Music".

Basti ascoltare il purissimo Northern Soul dell'introduttiva "Running" (diventata, con un altro brano dell'album "Speak To Me", pubblicato su singolo in vinile, un classico tra i DJ e gli appassionati dell'ambito inglesi, in costante e continua ristampa), che lascia subito spazio alla sensuale title track in pieno stile afro funk con echi alla Fela Kuti.
"Golden Sun" è un funk soul dal riff Morriconiano mentre è più tradizionale il soul di "You'll Never Know".
Fluisce il funk groove rilassatissimo di "Flow".
Dopo la già citata "Speak To Me" arrivano le più lente e bluesy "Pick Up The Pieces", "When All Is Said and Done" e "Seasons" per chiudere con l'infuocato country soul di "I Thank You".

La band suona benissimo, compatta, urgente, immediata, Michelle sfoggia tutto il suo background gospel, l'album è una vera e propria delizia.

Michelle spiega in una breve intervista esclusiva un po' di cose sull'album e non solo.

Come è iniziata la collaborazione con Record Kicks?
Il nostro rapporto con RK risale a molto tempo fa.
Suonavamo in una band chiamata 'Lefties Soul Connection'.
Record Kicks ci ha incluso in una delle loro compilation "Let's Boogaloo" (Vol. 3 - uscita nel 2006).
Quando abbiamo iniziato questo progetto siamo rimasti in contatto.
Dopo aver terminato 'Brothers & Sisters', era il momento giusto per una vera e propria collaborazione.

"Soul Woman" è il principale punto di riferimento per il soul, ma ci sono altre influenze come il funk o l'afro funk della title track.
Uno dei pregi di MDTT è che non ci siamo mai limitati.
Ci siamo presi delle libertà con tutti i generi.
È la nostra libertà di esplorare che ha plasmato e plasmato il nostro sound.
Ci sono un tono e un'atmosfera decisamente riconoscibili, ma il sapore con cui vengono espressi non sarà mai scontato.

Come sono nate le canzoni dell'album dal punto di vista compositivo?
La nostra routine di scrittura è piuttosto consolidata: Paul, Michelle e Onno si riuniscono per accendere la scintilla.
Paul e Onno intonano riff, temi o progressioni di accordi per Michelle; se piacciono, ci tuffiamo per costruire la struttura e i testi.
Una volta che abbiamo una manciata di canzoni, le arricchiamo con Bas (il batterista).
Dopodiché, premiamo semplicemente "Record" e "Bob's your uncle"! ("Bob's your uncle" è un modo di dire idiomatico britannico che significa "et voilà""ed ecco fatto" o "è un gioco da ragazzi").

Spesso sembra che le canzoni vengano eseguite dal vivo in studio.
È sempre dal vivo.
Ci sono momenti in cui l'impostazione è quella di una normale/formale sessione di registrazione.
Poi ci sono momenti (come questo per "Soul Woman") in cui siamo nel pittoresco studio di Paul. Gli strumenti dei ragazzi non erano particolarmente amplificati.
Michelle non era separata da una cabina di registrazione o da un'enorme parete divisoria. Abbiamo semplicemente fatto segno di essere pronti a suonare e abbiamo premuto il tasto di registrazione.
Sembrava quasi una jam session, ma ben organizzata.

Cosa avete in programma per la promozione di "Soul Woman"?
Stiamo promuovendo la nostra musica nel modo che conosciamo meglio: SUONANDO!!!
Abbiamo diversi concerti dal vivo, oltre ad alcune apparizioni in TV e radio. Ovviamente ci sono anche alcune campagne sui social media. Ma è dal vivo che prosperiamo...
È il legame con il nostro pubblico che ci spinge a tornare per sempre. Non è solo un concerto, è un'esperienza che è un rapporto interattivo da 10 anni.

martedì, aprile 01, 2025

Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) di Ahmir "Questlove" Thompson

Riprendo l'articolo scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto", dedicato al doc su Sly Stone.
Grazie a Pier Tosi.<
BR>
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=PeKg69eOsAk&t=1s

La figura di Sly Stone, tra i più grandi (e non sempre appieno compreso e adeguatamente valutato) innovatori della musica pop rock moderna, ha ultimamente avuto un progressivo riconoscimento.
Dalla discreta “storia orale” di Joel Selvin “Sly & the Family Stone: An Oral History” in cui raccoglie le testimonianze di una lunga serie di collaboratori più o meno stretti ma senza la voce del protagonista principale, a “Thank you (Falettinme be mice elf agin)” biografia (recentemente tradotta in Italia da Jimenez Edizioni), created in collaboration con Sly, dello scrittore Ben Greeman (e l'ex fidanzata di Sly, Arlene Hirschkowitz) in cui il musicista si descrive con dovizia di particolari.

Giunge ora sugli schermi “Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius)” di Ahmir "Questlove" Thompson, musicista, produttore, regista, autore di quel capolavoro che è stato “Summer of Soul”, affascinante documentario che sintetizza il “The Harlem Cultural Festival, a New York, una serie di concerti che andarono in scena dal 29 giugno al 24 agosto del 1969.

Il documentario ripercorre in maniera dettagliata ed esaustiva la sua ricca (quanto artisticamente breve) carriera, con dovizia di particolari e filmati inediti (spesso rarissimi e favolosi), estratti di interviste e il consueto elenco di testimoni dell'epoca, tra cui vari membri della band oltre a pareri interessanti di Andre 3000, D'Angelo, Chaka Khan, Q-Tip, Nile Rodgers, Jimmy Jam and Terry Lewis, George Clinton, Ruth Copeland e Clive Davis.

Un doc esaustivo, sgargiante come i vestiti di Sly e della band, che rimarca una volta in più, quanto fosse geniale la sua musica e quanto sia ancora attuale e moderna. Sly Stone, già in epoca infantile/adolescenziale, è una sorta di bambino prodigio.
A undici anni suona tastiere, chitarra, basso, batteria e usa la voce in modo perfetto. Poco dopo forma i Viscaynes, che si fanno notare per la scelta, ai tempi inusuale, fino ad essere provocatoria, di essere composti da due uomini, due donne, un uomo di colore, Sly, e un filippino, in un'epoca in cui l'idea di integrazione, razziale e di genere, era ancora un concetto astruso e improbabile, in gran parte degli States.
Si segnala come ottimo e innovativo DJ radiofonico alla KSOL per poi intraprendere l'attività di compositore e produttore, arrivando fino a nomi altisonanti come i Beau Brummels e i Great Society della futura leader dei Jefferson Airplane, Grace Slick.
Nel frattempo compone e sperimenta e quando è giunto il momento nasce la nuova creatura, Sly and the Family Stone.
"Facevamo tutte le cose sempre insieme, eravamo come un "Chiesa".

La selezione dei musicisti non è casuale.
Sono tutti eccellenti strumentisti ma Sly sceglie in base a un concetto socio/politico ben preciso: uomini e donne, bianchi e neri, insieme, suonando una musica il più possibile contaminata e libera da preconcetti. Le radici sono nel blues e rhythm and blues ma c'è spazio anche per rock, latin sound, jazz e tanto altro. I filmati ci mostrano uno Sly puntiglioso, insistente nel trovare il suono o il ritmo giusti, provando e riprovando.
Siamo a cavallo tra il 1966 e il 1967, vedere su un palco bianchi e neri insieme è prerogativa rara anche nel jazz, ancora meno nel rock e più in generale nella black music.
Non a caso l'album d'esordio, nello stesso anno, si intitola “A whole new thing” (“una cosa completamente nuova”).
Il seme è stato piantato, si intuisce che qualcosa di effettivamente nuovo sta arrivando, pur essendo ancora ancorato solidamente ai classici schemi rhythm and blues.
Con il successivo “Dance to the music” si passa a un sound sempre più tribale, con il basso, quasi distorto, di Larry Graham che introduce un ritmo pulsante che diventerà un marchio di fabbrica della band. Il resto è un mix di gospel, rock e psichedelia, spesso suonato a ritmi forsennati, con tastiere acide e intrecci strumentali originali e imprevedibili. Altrettanto innovativo e sorprendente è il gioco delle voci che si alternano, dialogano, sovrappongono, uscendo dai canoni del solista ma diventando uno strumento aggiuntivo.
I testi sono un altro aspetto di importanza primaria, un costante inno al pacifismo, alla convivenza senza barriere di razza o genere, l'invito a stare insieme.

I successivi “Life” e “Stand!” quest'ultimo pubblicato poco prima della mitica apparizione al Festival di Woodstock dell'agosto 1969 e all'Harlem Cultural Festival nello stesso periodo, ne sublimeranno popolarità e personalità.
“I Want To Take You Higher” diventa un inno, vende centinaia di migliaia di copie, “Stand!” è la summa della loro carriera, tra proto funk, soul, rock, psichedelia.
Sly non teme di affrontare temi caldi come il razzismo ma lo fa in modo sempre colloquiale, con costanti inviti alla reciprocità, in funzione della tolleranza e amicizia.

E' in questo periodo che rigetta l'invito delle Black Panthers a un sostegno alla loro causa, liquidata in modo sprezzante.
In questi lavori ci sono le radici sonore che ritroveremo presto nei Funkadelic e Parliament di George Clinton e nella breve carriera di Betty Davis. Sarà lei, moglie di Miles Davis, a spingere il marito verso altre sonorità e cultura musicale. Ne farà tesoro soprattutto in “On The Corner” del 1972. Ma è da qui che, inequivocabilmente (attingendo a piene mani anche dalle modalità di esibizioni live), Prince che assorbirà tantissimo dalla loro esperienza, aspetto evidenziato spesso nel doc di Questlove.

Il successo devasta Sly che sprofonda in un abisso di abusi di ogni tipo, cocaina, alcol, sesso. Le sue finanze si assottigliano, i concerti che saltano sono più di quelli portati a termine, si chiude nella sua casa di Los Angeles in una nebbia di eccessi, circondato da spacciatori, consumatori, gente di malaffare.

Ne riemergerà a stento nel 1971 con un capolavoro assoluto della black music, “There’s a riot goin’ on”, una visione pessimista, cruda e decadente del presente (suo e della società), registrato suonando quasi tutto da solo e utilizzando, tra i primissimi, una batteria elettronica, su cui ne reincide una acustica, mischiando i due suoni, creandone uno unico e all’avanguardia.
I brani sono spesso lunghi e ipnotici, intrisi di funk ma ricoperti da una patina paranoica e malata. Gli anni successivi sono un declino costante con ancora qualche discreto album solista (in cui sono intuibili il genio e lo spessore artistico ma male utilizzati) e il congedo definitivo nel 1982, sopraffatto da scelte di vita inconciliabili con una normale carriera musicale.

Scompare dalla scena, a parte sporadiche apparizioni come nel 1993 quando Sly and the Family Stone entrano nella Rock n Roll Hall of Fame. Rimane sul palco un minuto, saluta e se ne va. Tornerà a farsi vedere nel 2007 con una serie di apparizioni (in stato di salute evidentemente molto precario) con la Family Stone. Si ritira dalla vita pubblica, soggiorna a lungo in una roulotte, sopravvivendo a stento, intenta cause per diritti non pagati, spesso perse o rigettate.

Il documentario ce lo mostra ora in foto, ultra ottantenne, sorridente, apparentemente sereno, abbracciato ai figli. Un talento artistico incredibile, auto distruttosi per l'incapacità di gestire il successo e la notorietà e la conseguente disponibilità economica spropositata.
Un visionario innovatore che avrebbe potuto dare ancora tantissimo alla musica ma, come peraltro accaduto a molti altri artisti dell'epoca, che è riuscito ad esprimere la propria creatività solo per un contesto temporale limitato.
Sufficiente però a consegnarlo alla storia tra i musicisti più influenti di sempre.

mercoledì, luglio 17, 2024

Primo semestre 2024. Il meglio della Soul Music

Un breve elenco di alcuni album ascrivibili al contesto "SOUL" usciti nel primo semestre del 2024, particolarmente interessanti.

JUDITH HILL - Letters From A Black Widow
Una storia tremenda quella a cui fa riferimento il titolo.
Judith Hill è stata a lungo definita "Black widow" a causa delle sue collaborazioni con Michael Jackson e Prince poco prima che morissero, facendo partire una campagna diffamatoria e infamante, rinfocolate dagli hater da social. Il suo curriculum è ricchissimo di backing vocals per varie star della musica, da Rod Stewart a Robbie Williams, John Legend, Dave Stewart.
Il nuovo, quinto, album è un capolavoro in cui troviamo soul, funk, blues, gospel, jazz, sperimentazione, rock, elettronica, hip hop, con la sua voce spettacolare a tenere le fila. A tratti ricorda Macy Gray o Erikah Badu, a volte Prince e altre Sly and the Family Stone o perfino Aretha Franklin ma la personalità e l'ecletticità che sprigionano l'album sono uniche e originalissime.

BELLA BROWN and the JEALOUS LOVERS - Soul Clap
Da Los Angeles un album semplicemente esplosivo. Bella Brown canta come un incrocio tra Tina Turner, Aretha, Sharon Jones. Con lei suona una band da paura.
Tutti insieme escono con questo esordio mozzafiato in cui troviamo Funkadelic, Parliament, Sly and the family Stone, il James Brown degli 80, Prince, Labelle, afrofunk, disco e un groove irresistibile, travolgente, spettacolare.

MICHELLE DAVID & the TRUE-TONES - Brothers and sisters
Michelle David, cresciuta a New York, fin dall'età di quattro anni voce in cori gospel, poi in giro per il mondo con il musical di Broadway “Mama” e con altre opere teatrali, infine in studio a fianco di Diana Ross.
Si trasferisce in Olanda dove incomincia una carriera con i locali True-Tones con cui incide sei album, calca i palchi di mezza Europa, conquista premi e riconoscimenti. Approdano alla nostra Record Kicks con il loro infuocato funk soul, rhythm and blues, blues e una costante tinta gospel su ogni brano e un album nuovo di zecca con dodici brani autografi. Una fusione ammaliante, esplosiva, vincente.

WONDER45 - Wonderland
Per chi ama il cosiddetto "retro soul" o "vintage soul" ecco una nuova band londinese, i WONDER 45 (Wonder 45) con l'album di debutto "Wonderland". Qui c'è la storia della soul music, dal rhythm and blues, a intriganti soul ballads, blues, funk, echi gospel, blaxploitation, Temptations, sezione fiati che spinge, grandi voci, Sly e tanto altro.
Get the groove!

SAIGON SOUL REVIVAL - Moi Lu'ong Duyen
Affascinante band arriva dal Vietnam. Melodie autoctone in lingua locale avvolte da un groove soul funk, suonato con la giusta attitudine e occasionali, gustosissime escursioni in ritmi in levare di estrazione ska. Non è solo una curiosità esotica ma una band con i fiocchi e una grande voce femminile.

THE TIBBS - Keep it yourself
Al terzo album la band olandese si conferma una solida realtà della scena vintage soul con dodici brani frizzanti, allegri, solari, pieni di 60's groove, ballabilissimi. Stampa la nostra Record Kicks e l'album è davvero di grande livello.

mercoledì, agosto 24, 2022

Intervista a JP Bimeni


Riprendo l'articolo e intervista a JP Bimeni che ho scritto per Il Manifesto lo scorso sabato.

Tra i migliori e più freschi esponenti della scena new soul, grazie a un sound che attinge dallo scibile della black music (lui lo definisce “Afro soul conun filo di funk”), in veste cosiddetta “vintage”, ovvero affine ai suoni delle origini, tra anni Sessanta e Settanta, Jp Bimeni vanta due eccellenti album (“Free me” e “Give me hope”) che lo hanno proiettato ai vertici della scena, Italia inclusa, dove ha un seguito fedele e appassionato.
Lo ha confermato con un recente travolgente live a al Porretta Soul Festival dove ha sfoderato classe, freschezza, una somiglianza impressionante alla voce di Otis Redding, accompagnato dagli spagnoli Blackbelts, band di rara efficacia e precisione.
JP Bimeni, oltre a una contagiosa simpatia, emana passione e sincerità, urgenza e maturità artistica. Ha una storia molto particolare che aggiunge ancora più fascino (per quanto drammatico) alla sua biografia.

Hai una storia molto speciale, che ti ha portato dal Burundi in Inghilterra in circostanze drammatiche. Puoi raccontarci il tuo ricordo di quell'esperienza?
È stato un cambiamento molto grande e un'avventura con così tante incognite. Sono fuggito dal Burundi durante la guerra civile del 1990 e sopravvissuto a tre tentativi di omicidio.
Sono stato ferito e finito in ospedale, in fin di vita a Nairobi, Dal Kenya, grazie a una borsa di studio, sono finito in Galles e poi a Londra. Nonostante fossi giovane, solo 18 anni, senza nessuno che conoscessi e dovendo andare in un luogo per me totalmente sconosciuto (con il mio inglese terribile, quasi inesistente), cibo diverso, clima culturale ecc, direi è stato un cambiamento radicale ma ero pieno di speranza che sarebbe stato in meglio per la mia vita. E, alla fine, così è stato.

C'è qualche eredità sonora o culturale della tua esperienza africana nella tua musica?
In questo momento, non ancora, ma immagino che prima o poi incomincerò a incorporare le mie radici africane nella musica che sto facendo. Qualcosa che arrivi dalla mia cultura originale. Questo è sicuro.

Come sei entrato nella soul music? E in generale che tipo di musica ascolti?
Penso che si tratti di una seduzione incrementata e cresciuta nel corso degli anni e che i valori che la musica soul aveva abbiano e spero continueranno ad avere come qualcosa di distintivo. In Burundi, puoi ascoltare tutti i tipi di musica e il Soul ne fa e ne faceva parte.
Quando arrivai nel Regno Unito comprai i miei primi dischi (Otis Redding, Sam Cooke, Marvin Gaye, Ray Charles, Bob Marley ecc.).
Non mi limito a qualche tipo di musica, ascolto buona musica per la mia anima e che può spaziare dall afro, al reggae, funk, jazz, classica, rockabilly e di altre culture.

Quando e come hai iniziato a suonare e cantare? Raccontaci delle tue prime esperienze musicali e di come sei arrivato a registrare il primo album 'Free Me'.
Ho imbracciato la mia prima chitarra a circa dicasette/diciotto anni in Burundi, una chitarra che mi è stata regalata da mia zia Angelique Ntibarufata.
Ai tempi non avevo idea di cosa fosse una chitarra, accordi o note ecc, ma ero solo felice di averne una anche se le mancavano due corde. Alcuni musicisti del Congo che vivono in Burundi, in particolare Emmanuel Kitambala della zona di Bwiza nella capitale Bujumbura, mi ha insegnato alcuni accordi. Poi ho incominciato a scrivere dei testi e a jammare, ma in modo molto amatoriale. Poi in Galles, mentre frequentavo l'Atlantic College, ho avuto le mie prime lezioni di chitarra ma non ci ho capito molto. Così ho continuato a cercare ad imparare da solo a un ritmo lento.
Quando mi sono trasferito a Londra ho provato a prendere qualche lezione più intensamente. Durante l'università, alla University of Central Lancashire Preston, ho avuto la mia prima esperienza dal vivo sul palco, suonando e cantando. Me ne sono completamente innamorato. Ho registrato “Free me” dopo essere stato scoperto dalla Tucxone Records ad Aviles, in Spagna, al La Grapa Festival, mentre cantavo come cantante ospite per una band funk e soul britannica, gli Speedometer.
Sono stato invitato a far partire un progetto che è diventato JpBimeni & The Blackbelts e il resto è storia.

Quali differenze possiamo trovare tra 'Free Me' e il nuovo album 'Give Me Hope'?
Penso che "Free me" sia fortemente puro soul classico mentre "Give me hope" ha sfumature di altri generi musicali ma ancora al servizio della musica soul. Ha alcune influenze rock, psichedeliche, afro e pop.

Sei sempre stato accolto calorosamente in Italia. Cosa ricordi del tuo concerto al Jova Beach Party davanti a 100.000 persone?
Oohhh waaaaooo Devo dire che è stato il concerto più grande che abbia mai fatto ed è stata un'esperienza meravigliosa e tutto ciò grazie al fatto che Jovanotti è l'essere magico che è. Jovanotti mi ha fatto sentire accolto, amato e accudito, ci siamo sentiti di appartenere l'uno all'altro. Per questo sarò per sempre grato a Jovanotti per avermi introdotto a un'esperienza del genere.
Ci ha invitato anche quest'anno, a due dei suoi Jova Beach Party il 2 e 10 settembre, a Viareggio e Milano. Non vediamo l'ora di provare la magia che crea con la sua enorme squadra. È semplicemente surreale hahahaa e amo il suo spirito come essere umano. È semplicemente meraviglioso e un regalo per il mondo.

Hai anche avuto la possibilità di incontrare e cantare con Amy Winehouse. Cosa ne pensi di un'artista così grande, che abbiamo perso troppo presto?
Ho quasi avuto l'opportunità di cantare / jammare con Amy. Era la prima volta che cantavo in questo prestigioso locale musicale a Londra, il Jazz Cafe.
All'epoca cantavo con una band chiamata "Mantilla" e il Jazz Cafè era un buon ritrovo per scoprire nuova musica e incontrare tutti i tipi di persone dell'industria musicale. Tutto quello che ricordo è che ha ballato tutta la sera in prima fila, apprezzando la nostra musica, poi è venuta proprio vicino al palco per chiedermi se poteva salire e suonare con noi, ma era la nostra ultima canzone e il locale ha dovuto chiudere.
Era delusa e ha lasciato il suo numero per una prossima volta, ma sfortunatamente non c'è stata la prossima volta perché è diventata troppo grande e poi c'è stata la sua sfortunata perdita in giovane età. Molto triste quello che è successo ad Amy, ma ha lasciato un segno enorme sulla scena musicale. Possa la sua anima continuare a riposare in pace.

In un'intervista hai dichiarato che se fossi un personaggio storico vorresti essere Nelson Mandela.
Come sai arrivo da un paese africano, il Burundi, con una disastrosa storia di guerre civili.
Mandela fu tra coloro che fece da mediatore tra le parti in guerra e portò la pace. Ma purtroppo la nostra regione è sempre in tumulto.

E in quale gruppo ti piacerebbe aver suonato?
Bob Marley and the Wailers senza dubbio, non mi stanco mai di guardare i loro video. E' qualcosa di così potente e ogni volta immagino di potere essere lì con loro. E' potere, misticismo e la spinta per qualcosa di più grande.
Ci sono almeno cinque o sei suoi album che portrei sempre con me. Poi ovviamente nella band di Otis Redding (Jp Bimeni suonò a lungo cona tribute band di Redding all'inizio carriera).
Invece se c'è una canzone che avrei voluto comporre, anche se pecco un po' di presunzione, è “You do something to me” di Paul Weller.

Naturalmente vogliamo conoscere i vostri progetti futuri.
Hahahaa il mio progetto futuro è il mio progetto attuale, poter viaggiare in l'Europa, America, Asia e Africa.
Sarebbe un risultato incredibile e speriamo davvero che come squadra riusciremo a raggiungerlo. Quindi, imploriamo tutti gli auguri da tutte le anime buone.

lunedì, agosto 22, 2022

Lamont Dozier


Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per Il Manifesto in ricordo della recente scomparsa di Lamont Dozier.

La recente scomparsa di Lamont Dozier (all'età di 81 anni) mette fine (pur se da lunghissimo tempo non collaboravano più) a uno dei più importanti sodalizi compositivi nella storia della musica soul e più genericamente pop.

Il trio Holland-Dozier-Holland, dei fratelli Brian e Eddie Holland e di Dozier, ha firmato decine di brani che hanno impazzato nelle classifiche soul degli anni Sessanta, raggiungendo ripetutamente i primi posti.
Furono tra gli artefici di quella perfetta e organizzatissima macchina produttiva, finalizzata alla creazione di progetti musicali, con cura maniacale per ogni dettaglio, che caratterizzò la soul music dell'epoca (in particolare le principali etichette come Motown, per cui lavoravano, Stax, Atlantic).

Compositori, produttori, sapienti management, etichette dalle altissime capacità, edizioni musicali, talent scout alla costante ricerca di nuovi nomi, appositi studi di registrazione con tanto di band di musicisti di spessore tecnico e creativo di altissimo livello, che suonavano a ciclo continuo per artisti che sfornavano brani a ritmo industriale.
Non di rado costruiti a tavolino per soddisfare le esigenze commerciali di un pubblico che, dalla fine degli anni Cinquanta in poi, si fece sempre più vasto.
Se in certi casi l'industrializzazione creativa e compositiva è evidente, la qualità dei prodotti ascrivibili all'ambito genericamente definito Soul è talmente alta che rende l'operazione sicuramente riuscita.

Come rimarca lo scrittore George Nelson nel libro “Where Did Our Love Go?” del 1985, sulla storia della Motown:
“Questi ragazzi avevano una visione reale del gusto del pubblico acquirente, un dono innato per la melodia, una sensibilità per i testi delle canzoni e la capacità di creare strutture vocali e strumentali che si incastravano alla perfezione. Brian, Eddie e Lamont adoravano quello che stavano facendo e hanno lavorato 24 ore su 24, facendo musica come il vecchio Ford faceva le automobili".

La firma Holland-Dozier-Holland divenne ricorrente e immancabile nei maggiori classici della Motown Records, tra il 1962 e il 1967, soprattutto nelle maggiori hit di Supremes, Martha And The Vandellas e Four Tops non dimenticando Marvin Gaye, Isley Brothers, i Miracles di Smokey Robinson.
I loro brani erano all'insegna di un pop molto melodico, di facile ascolto e dal ritmo ballabile e coinvolgente, con arrangiamenti di archi e orchestrazioni raffinate, che facevano da base a testi di immediata presa, relativi a problemi sentimentali prevalentemente diretti a un pubblico adolescenziale.
Inizialmente già al lavoro singolarmente (Brian Holland firmò Please Mr.Postman delle Marvelettes che trovò grande successo quando fu ripresa dai Beatles nel 1963 nel loro secondo album With The Beatles).
Tra i tanti brani portati al succeso dal trio, Heatwave e Nowhere To Run di Martha and the Vandellas, Baby Love, You Keep Hanging On e Stop! In The Name Of Love delle Supremes, How Sweet Is (To Be Loved By You) e Baby

Don't You Do It di Marvin Gaye.
Successivamente molti di questi brani hanno trovato nuova vita in rifacimenti di gruppi rock (dagli Who agli Small Faces, Hollies, Animals, Stray Cats etc). Lamont ricorda: “La Motown ti lasciava la massima libertà. Berry Gordy (il boss e fondatore dell'etichetta) ti lasciava fare tutto quello che volevi. Non dovevi chiedere nessun permesso che non fosse “voglio andare in studio a registrare questo brano”. Quando lo avevi finito glielo portavi ad ascoltare e se gli piaceva si incideva, se non gli piaceva, finiva nella spazzatura”.

Lamont Dozier curava anche la produzione artistica e le modalità di registrazione dei brani delle Supremes.
Nel libro “Motown” di Gerald Posner rivela che siccome la voce di Diana Ross era molto sottile e dolce mentre quelle delle coriste Flo Ballard e Mary Wilson ben più potenti, era costretto ad allontanarle dai microfoni per non coprire e inibire quella della leader. Da molti analisti, paradossalmente, considerata l'anello debole della band.
Nel 1968 il trio si scioglie lasciandosi alle spalle una lunga causa legale con Berry Gordy, a causa di percentuali sui diritti, che gli impedisce perfino di utilizzare il loro stesso nome per firmare nuovi brani.
I fratelli Holland lavoreranno comunque in coppia per Michael Jackson e le superstiti Supremes (senza Diana Ross, avviata alla carriera solista) mentre Dozier ha proseguito da solo, collaborando anche, nel 1988, con Phil Collins nella canzone “Two hearts” per il film “Buster”, vincendo un Golden Globe e un Grammy Award. Ha affiancato anche musicisti della nuova scena musicale inglese degli anni Ottanta, da Alison Moyet e Mick Hucknall dei Simply Red ed è entrato nel 1980, con i fratelli Holland, nella Rock n Roll Hall of fame.

Si sono riuniti una sola volta nel 2009 per comporre ventidue nuovi brani per il musical The First Wives Club.
L'impronta leggera e raffinata di musica e testi creò un sound, “The sound of Young America” (così lo pubblicizzò la Motown) che permise alla black music di penetrare il mercato bianco, forzando i limiti in cui era ristretta.
Allo stesso modo rimase quasi sempre impermeabile all'impegno sociale più diretto che caratterizzava altre componenti della scena soul, fino a quando, a fine anni Sessanta, la guerra in Vietnam e le richieste dei diritti per gli afro americani, la fecero aprire più frequentemente a canzoni impegnate.
Che però rimasero sempre lontane dalla scrittura di Holland-Dozier-Holland.
Come è spesso accaduto le carriere dei compositori soul si sono mischiate con quelle di cantanti e interpreti.
Tra i casi più eclatanti quelli di Isaac Hayes e Smokey Robinson, assurti al ruolo di pop star dopo una carriera dietro le quinte a scrivere per altri.

Lamont Dozier si era innamorato della musica a un concerto a cui lo aveva portato il padre e in cui si trovò al cospetto di Count Basie, Ella Fitzgerald e Nat King Cole. Ci aveva provato a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta con il nome di Lamont Anthony (dopo alcune esperienze andate male con Romeos e Voice Masters) ma con scarsi risultati, senza che i suoi dischi raggiungessero mai le classifiche.

L'unione con i fratelli Holland cambiò la sua vita.

Dopo lo scioglimento del trio tornò a incidere dischi solisti che, seppur di scarso successo, conservano un ottimo stile in chiave mellow soul, con influenze disco e funk, caratterizzati da una voce a dir poco stupenda, vellutata e allo stesso tempo potente.
Che si sublima nel suo secondo album solista del 1974, dal pretenzioso titolo “Black Bach”, purtroppo dimenticato e sottovalutato, in cui si diverte con una super produzione orchestrale, a cui affianca brani di country soul e intense ballate intrise di malinconia.

Altrettanto trascurato il suo addio discografico del 2018 ma consigliatissimo ai cultori della miglior soul music.
In “Reimagination” Dozier riprende dodici suoi famosi brani e li reimmagina, appunto, in chiave attuale con l'aiuto di qualche prestigioso amico, da Graham Nash a Gregory Porter, Cliff Richard, Todd Rundgren, Lee Ann Womack. Le nuove versioni sono prevalentemente in chiave di ballad pianistica (anche quelli più ritmati di Supremes e Martha and the Vandellas), spesso intrise di gospel, la voce è ancora tremendamente efficace, la qualità compositiva dei brani eccelsa, anche in queste nuove vesti.

Nelle sue memorie Lamont Dozier ha lasciato il segreto del suo incessante lavoro: "Metti sempre la canzone davanti al tuo ego. Il blocco dello scrittore esiste solo nella tua mente e se lo lasci a te stesso, paralizzerà la tua capacità di funzionare come persona creativa. La risposta al cosiddetto blocco dello scrittore è fare il lavoro”.

lunedì, luglio 18, 2022

James Brown in Italia. Aprile 1971


Dal programma RAI "Protagonisti alla ribalta", con il commento dell'attrice Martitia Palmer, la spettacolare esibizione di JAMES BROWN (con una band stratosferica, con il 18enne Bootsy Collins al basso e altre eccellenze) al Palasport di Bologna nell'aprile 1971.

"Ha tutti i requisiti dell'eroe popolare negro americano, infanzia poverissima, cantore di spirituals, i canti spirituali negri..."
...ritmi ancestrali, anzi primordiali, non solo africani, si fondono in una balletto fanatstcio, verniciato da poche frasi melodiche, di pochi accordi..."


https://www.youtube.com/watch?v=HIvrfWGGSwU&t=148s

James Brown: vocals, organ
Bobby Byrd: MC, vocals, organ
Darryl "Hasaan" Jamison: trumpet
Clayton "Chicken" Gunnells: trumpet
Fred Wesley: trombone
St. Clair Pinckney: tenor saxophone
Phelps "Catfish" Collins: lead guitar
Hearlon "Cheese" Martin: rhythm guitar
William "Bootsy" Collins: bass guitar
John "Jabo" Starks: drums
Don Juan "Tiger" Martin: drums

Soul Power
Brother Rapp
Aint It Funky Now?
Sunny
Bobby Byrd - I Need Help (I can't Do It Alone)
There Was A Time
Sex Machine
Papa's Got A Brand New Bag
I Got The Feeling
Give It Up Or Turn It Loose
It's A Man's Man's World
Please Please Please
Super Bad
Get Up, Get Into It, Get Involved

Il 21 aprile James Brown apparve a "Teatro 10" a RAI UNO presentato da Alberto Lupo con un quarto d'ora di fulminante live.

https://www.youtube.com/watch?v=XqInbiWH_vw

Give It Up or Turn It Loose
Sex Machine
It's A Man's Man's Man's World
Soul Power
Get Up, Get Into It, Get Involved
Sunny (outro)

martedì, giugno 21, 2022

Arthur Alexander


Tra gli autori più influenti nella storia del rock, spesso colpevolmente dimenticato, raramente citato.

Pur se le sue canzoni (unico caso) sono state incise da Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, Elvis Presley.
Ma non solo: anche Humble Pie, Willy De Ville, Pearl Jam, Roger McGuinn, Ike & Tina Turner, Jerry Lee Lewis, Bee Gees, Robert Plant, Otis Redding.

ARTHUR ALEXANDER ha esordito nel 1960, inciso tre album, una ventina di singoli, qualche ep e si è ritirato dalle scene e dalla musica nella seconda metà degli anni 70, dedicandosi al lavoro di autista.
Tornò dopo 21 anni con il terzo album, poco prima di morire nel 1993.

Nato (nel 1940) e cresciuto in Alabama, lavorò come raccoglitore di cotone e fattorino prima di dedicarsi alla musica, dal 1960, e trovare un discreto successo con "You better move on" nel 1961.

Influenzato da blues, rhythm and blues, latin sound e country, con Nat King Cole come principale riferimento, venne scoperto nel 1962 dai Beatles che inserirono in repertorio le sue "Soldier of Love", "A Shot of Rhythm and Blues", "Where Have You Been" (di cui esistono registrazioni live ad Amburgo) e "Anna (go to him)" nel primo album "Please please me".
Il brano è anche nell'album "Thunderbox" degli Humble Pie.

“We wanted to sound like Arthur Alexander". (Paul McCartney).

Nel 1964 furono i Rolling Stones a coverizzare la sua "You better move on" (poi ripresa anche da Hollies e Willy De Ville, tra i tanti).
Rifecero anche "Go home girl" ma non fu mai pubblicata.

"Burning love", uscita agli inizi del 1972 venne ripresa da Elvis Presley qualche mese dopo e portata al secondo posto delle charts americane.

Scrisse "Every day I havve to cry" nel 1962 per Steve Alaimo che venne poi registrata anche da Ike & Tina Turner e Bee Gees e che lui incise solo nel 1975.

Nel 1988, Bob Dylan incide "Sally Sue Brown", suo singolo d'esordio del 1960, nell'album "Down in the groove".

"If It's Really Got To Be This Way", dal suo ultimo album del 1992, "Lonely Just Like Me", è stata coverizzata successivamente da Robert Plant e contiene anche "Johnny's heartbreak" che fu composta con Otis Redding che ne registrò una versione, uscita nel 1970.
I due avevano previsto un tour insieme ma la morte di Otis fece svanire il progetto.

Un infarto lo porta via nel 1993 a 53 anni.

domenica, settembre 26, 2021

A Soul Journey di Marco Della Fonte



“A Soul Journey” di Marco Della Fonte, è un gradevolissimo film che racconta il Festival Soul di Porretta Terme (che quest'anno raggiunge la 33° edizione e si svolgerà dal 27 al 29 dicembre: https://www.porrettasoulfestival.it/) attraverso le interviste a molti dei protagonisti.

Un film che trasuda passione e anche commozione.

Graziano Uliani in tutti questi anni ha portato star di prima grandezza (da Solomon Burke a Rufus Thomas) ma anche tanti nomi dimenticati, che hanno avuto successo e popolarità negli anni 60 e 70 e poi sono finiti nell'oblio.
E che ora non si capacitano della calorosa accoglienza ed entusiasmo che trovano in questa piccola cittadina emiliana, quando invece in patria nessuno se ne ricorda più.
Da vedere, un documento importante.

Che ha, tra l'altro, vinto recentemente il premio come miglior documentario al London Independent Film Festival.

On demand su Vimeo:
https://vimeo.com/329106178

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=8yY3fGxtpsU

lunedì, agosto 23, 2021

Peter Guralnick - Sweet Soul Music



Ho riletto per motivi professionali il classico di Guralnick, spesso ritenuto "la Bibbia" del soul.

Effettivamente la prima parte definisce con estrema chiarezza e profondità il concetto di SOUL MUSIC e la sua collocazione socio politica e artistica.

"La soul music rappresentava un'altra possibilità di ascesa sociale, come lo erano stati per più di cinquanta anni lo sport e il mondo dello spettacolo in genere...i cantanti vedevano nella soul music un passo in avanti rispetto al blues, un taglio netto con i canti e gli hollers dei campi di cotone, il raggiungimento di un livello più alto dal punto di vista tematico e armonico."

Il resto del libro NON è enciclopedico, nonostante siano abbondantemente citati e approfonditi i principali (e anche i secondari) nomi della scena, incluse le intricate vicende dell'etichetta Stax ma un insieme di storie, spesso dettagliatissime, ricche di bellissimi aneddoti, che ci portano in quell'incredibile clima degli anni 50 e 60.

Il libro fu pubblicato nel 1986 (in Italia da Arcana nel 2001) e si ferma sostanzialmente agli anni 70 (Guralnick decreta l'inizio della fine con l'assassinio di Martin Luther King).

La soul music ha avuto una breve fioritura: fece capolino verso la metà degli anni Cinquanta ponendosi, come il rock 'n' roll, quale alternativa all'assimilazione, prese coscienza di sé non prima del 1960, varcò le barriere razziali tra il 1965 e il 1966 e, nonostante lasciasse tracce della sua influenza in ogni ramo della cultura, cessò di essere una forza guida all'inizio degli anni Settanta.

Rimane una lettura importantissima per i cultori del genere.

La storia della musica soul è in buona parte la storia dell'ingresso della musicalità gospel nel mondo profano del rhythm and blues...allo stesso tempo è anche tutta un'altra storia, quella dell'associazione tra neri e bianchi.

venerdì, luglio 16, 2021

James Brown vs Joe Tex



Non erano persone che se le mandavano a dire James Brown e Joe Tex, diventati protagonisti di un'insensata rivalità che arrivò perfino a un parossistico scontro a fuoco, in cui solo per caso non ci scappò il morto.

Pare che tutto sia iniziato con un'antipatia reciproca quando a fine anni 50 erano entrambi artisti della King Records e si contendevano tacitamente il ruolo di protagonista principale nell'etichetta.
Una sera si ritrovarono in un locale e James Brown sfidò spavaldamente Joe Tex in una gara di ballo.
Non si conoscono ulteriori dettagli ma a quel punto la rivalità divenne qualcosa di serio e una questione di onore.

Un primo schiaffo morale lo diede James Brown che riprese un brano inciso, senza successo, da Joe Tex, Baby You're Right, ne modificò il testo e il sound e lo portò al secondo posto delle classifiche.
Non contento, poco dopo James registrò You've Got The Power insieme a Bea Ford, ex moglie di Joe Tex, da cui aveva appena divorziato, che, questa volta, si offese non poco.
Brown provò a recuperare scrivendogli una lettera in cui si impegnava a interrompere la collaborazione con la Ford e che sarebbe stato disposto a “dargliela indietro”. Per tutta risposta Joe Tex pubblicò il brano You Keep Her (puoi tenertela) con parole dirette e inequivocabili:
“James ho ricevuto la tua lettera/ mi è arrivata oggi/ Hai detto che posso riavere la mia baby/ Ma io non la voglio in questo modo / Così te la puoi tenere / La tieni perché, amico, lei ti appartiene / non ha deciso lei di tornare a casa da me / Così mi sono trovato qualcun altra e siamo felici / Tu tienila tienila perché amico lei ti appartiene ma puoi dire che ti saluto...”.
You Keep Her
https://www.youtube.com/watch?v=oWLyOSzBWgc

Nel 1963 James riprova a fare pace.
Organizza un concerto nella sua città natale Macon e invita vari musicisti a suonatre, incluso Joe Tex.
Che per l'occasione prepara un'inaspettata e poco elegante presa in giro, presentandosi sul palco con un mantello liso e bucato, parodiando la famosa scena in cui James Brown si fa posare sulle spalle il mantello da “Re del Soul”. Poi si buttò a terra urlando “Please, please, please” (famosa canzone di Brown), “liberatemi da questo mantello”.

A questo punto lo screzio divenne guerra totale. Dopo il concerto mentre Joe Tex si rilassava a un concerto di Otis Redding al “Club 15” fu raggiunto da James Brown che imbracciava un fucile e incominciò a sparare all'impazzata, ferendo alcune incolpevoli clienti.
Joe Tex rispose al fuoco, ferendo altre persone, prima di darsela a gambe. Per evitare ulteriori guai James Brown che era uscito di prigione con la promessa di rigare dritto, fece lasciare qualche centone a ognuno dei danneggiati in cambio del silenzio.
Johnny Jenkins della band di Otis Redding: “Hanno ferito sei o sette persone. Io e Otis ci nascondemmo dietro al pianoforte. Più tardi è arrivato un ragazzo e ha dato 100 dollari a ognuno dei feriti per farli stare zitti”.

Joe Tex fece successivamente scrivere sul fianco del suo furgone The New Soul Brother n°1, riscuotendo però solo insulti e riprovazione.
Nel corso degli anni non mancarono ancora reciproche frecciate come quando James Brown in Funky Side Of Town, nel 1972, elenca una serie di star della musica nera e quando si arriva al nome di Joe Tex, sottolinea con un “who?” (chi?).
Dopo essersi convertito all'Islam Joe Tex scomparve dalle scene per ritornarvi solo sporadicamente, prima di essere stroncato da un infarto nel 1981.

giovedì, luglio 15, 2021

Vickie Jones



Quelle strane storie SOUL.

Vickie Jones è nata in Virginia alla fine degli anni 40, con una gran bella voce, un posto nel coro gospel locale, varie esibizioni nei night club per portare a casa un po' di soldi per sfamare, da madre single, quattro figli avuti in giro.

Il suo idolo è Aretha Franklin a cui assomiglia sia vocalmente che fisicamente.
Il cantante Lavell Hardy, impressionato dalla sua voce, le offre sei concerti per 1000 dollari a Melbourne, Florida, in apertura proprio di Aretha.
L'occasione della vita e una cifra che sistema parecchio i conti.
E' solo quando arriva al locale che scopre che in realtà il manager ha venduto un concerto di Aretha Franklin, che sostanzialmente Vicky avrebbe dovuto impersonare.
Al rifiuto della Jones seguono minacce e alla fine si vede costretta a proseguire nella truffa.

Scoperta dallo staff di Aretha, Vickie viene denunciata e processata.
Ma il giudice, consapevole del suo essere a sua volta vittima di una frode, chiede alla Jones di cantare e constatata la sua abilità e somiglianza con Aretha decreta che il pubblico non poteva reclamare nulla perchè aveva avuto un concerto all'altezza di quello della Franklin!

Notata poco tempo da Duke Ellington, prosegue una carriera in cui si allontana dallo stereotipo Aretha, ottiene seguito e un discreto successo, tanto che una cantante incomincia a esibirsi con il suo nome, sfruttando una somiglianza!!!
Dopo un anno di concerti Vickie Jones abbandona la musica per occuparsi a tempo pieno dei suoi quattro figli.

mercoledì, ottobre 02, 2019

Betty Davis



Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "LIBERTA'" la scorsa domenica.



Betty Mabry nasce in North Carolina nel 1945 in un luogo in cui essere neri non era consigliabile.
Basti pensare che nel 1957 la studentessa Doroty Counts fu costretta ad entrare in una scuola, finalmente non riservata ai soli bianchi, scortata da polizia e soldati, tra il dileggio, insulti e astio degli studenti.
I genitori e la nonna le trasmisero la passione e l'amore per il blues.

Negli anni 60 Betty decide di andarsene da un luogo chiuso, ottuso, discriminante e a 17 anni approda nella cosmopolita New York dove si iscrive, senza dover subire alcuna limitazione, alla Fashion Institute of Technology, sfruttando la sua avvenenza per mantenersi, facendo la modella per riviste come “Ebony” e “Glamour” e lavorando per alcuni locali, in particolare il “Cellar” (che sarà anche il titolo del suo primi 45 giri).
Frequenta il Greenwich Village dove sta fiorendo una scena artistica, culturale e musicale multirazziale, libera, stimolante.
Dove circolano Bob Dylan, Andy Warhol e tanti giovani di belle speranze.

In mezzo a questo vortice di stimoli e influenze mette a frutto il suo talento di compositrice, scrivendo per i Chambers Brothers una piccola hit come “Uptown to Harlem”, nel 1967, registrando nel frattempo una serie di sfortunati 45 giri soul che scompaiono ben presto nell'oblìo. Scrive di amore ma in un'accezione libera, dove è la sessualità l'elemento prevalente e non sono concepiti ostacoli o limiti.
In questo senso l'incontro con personaggi come Eric Clapton, Jimi Hendrix e Sly Stone, futuri rivoluzionari della musica, è un ulteriore tassello che si aggiunge alla sua voglia di guardare lontano.
Caparbia, coraggiosa, con un'attitudine sfacciata nei confronti della vita, abbandona anche il lavoro da modella perchè “non serve il cervello per farlo e dura solo fino a quando avrai un bell'aspetto”, rifiuta di incidere un brano che il suo fidanzato Hugh Masekela, trombettista sudafricano di incredibile bravura e talento, solo perchè lo giudica poco convincente.



Nel 1967 incontra Miles Davis, il maestro supremo del jazz.
Si sposano poco dopo (e da questo momento diventerà per sempre la signora Davis) ma sarà un matrimonio violento, estremo e destinato a concludersi solo un anno dopo con le accuse (reiterate poi da Miles nella sua autobiografia) di tradimento della moglie con Jimi Hendrix (sempre sdegnosamente negato da Betty).

“Ogni giorno vissuto con Miles è stato un giorno in cui mi sono guadagnata il cognome Davis”.

Curiosamente Betty e Miles continueranno a vedersi e frequentarsi, allo stesso modo del grande trombettista con Jimi (con il quale era in cantiere un album che non vide mai la luce a causa della prematura morte del più grande chitarrista rock di tutti i tempi, nel 1970).

Il ruolo di Betty nella carriera di Miles Davis è fondamentale.

Innanzitutto lo introduce alle nuove sonorità rock psichedeliche, stilisticamente lontanissime dal rigore del jazz ma soprattutto gli cambia, sostanzialmente l'estetica. Non più abiti gessati, cravatte e camicie stirate ma, spesso disegnati da lei, giubbotti di pelle, foulard, colori, un aspetto più trasandato, di marchio sempre più “afro”, in linea con i tempi. Miles ricambia volendo la sua faccia sulla copertina dell'immortale “Filles of Kilimanjaro” (nel quale c'è un brano esplicitamente dedicatole, “Mademoiselle Mabry”) ma soprattutto spingendola a mettersi in gioco, a cantare, comporre, salire su un palco. La porta in studio facendola accompagnare dal meglio in circolazione, musicisti come Herbie Hancock, Wayne Shorter, John McLaughlin e la sezione ritmica che accompagnava Jimi Hendrix nella sua ultima fase (Billy Cox e Mitch Mitchell).
I risultati, pur molto interessanti, vedranno la luce solo decenni dopo. Nel 1973 finalmente arriva all'omonimo album d'esordio. Aiutata da Miles e da una serie di eccellenze della scena funk (da membri della band di Santana a Greg Errico degli Sly and the Family Stone, alle Pointer Sisters tra gli altri), sforna otto brani autografi di una potenza inaudita.
Componeva tutto, registrava le idee su una cassetta, cantava la linea melodica e poi la consegnava ai suoi musicisti, incitandoli ad essere il più rozzi possibile. E infatti il suono è crudo, duro, la voce urlata, immediatamente riconoscibile, i testi spesso osano oltre il cosiddetto “comune senso del pudore” o si pongono provocatoriamente con un titolo come “Anti Love Song”. I ritmi sono funk ma le chitarre ruggiscono con asperità hard rock, gli arrangiamenti sono essenziali, minimali, ogni nota trasuda sesso, sfida, aggressività. Non sarà ricordato come un capolavoro ma sicuramente come una prova assolutamente unica.

Seguiranno “They say I'm different” e “Nasty gal” ma nessuno degli album avrà particolare successo, Troppo estrema la proposta, tanto quanto la presenza sul palco, altrettanto aggressiva ed eccessivamente sensuale.
La pettinatura afro, bikini striminziti, posizioni che lasciano poco all'immaginazione. Betty è una salutista, rigorosa, lontana da ogni tipo di eccesso e abuso, in tempi in cui le droghe giravano a valanga.
Il suo obiettivo è chiaro e lucido: proporre una musica nuova, oltre gli schemi, accompagnandola da un live act originale e senza filtri.
Troverà opposizioni e boicottaggi, sia da parte delle istituzioni che della comunità nera che non le perdoneranno un approccio così personale e individuale.

“Volevo che la mia musica fosse presa sul serio, non volevo diventare una Yoko Ono o una Linda McCartney”.

Sempre provocatoria ma estremamente lucida nella sua disamina sul ruolo assunto in epoca di rivendicazioni dei diritti per le donne:
“Come potrei essere definita femminista con le canzoni che scrivo?
Non ho mai pensato che ai tempi le donne potessero avere il potere.
L'unico lo avevamo in camera da letto ma non avevamo alcun potere politico”.

Pur nella complessità della rivendicazione dei propri sacrosanti diritti, la comunità nera rimaneva ancorata ad una visione della donna non diversa da quella della società bianca dei tempi. Una donna remissiva, pura, sottomessa, dedita alla casa e alla famiglia. L'esatto contrario dell'immagine della Davis.



“Nasty gal” del 1975 esce per una grande etichetta, la Island, contiene un brano, “You and I”, scritto in coppia con Miles Davis (che vi suona la tromba), arrangiato dal genio Gil Evans in cui constata malinconicamente l'impossibilità di riconciliazione con l'ex marito.
E' il congedo definitivo.
Il disco è ancora una volta troppo estremo per sperare in un posto al sole.
L'etichetta rifiuta di pubblicarne il seguito, che verrà ripescato solo anni dopo nell'album “Is it love or desire?”, confermando l'alta qualità artistica e l'attitudine mai cambiata.

E Betty Davis letteralmente scompare dalla circolazione.
“Quando mi è stato detto che era finita, l'ho accettato. E d'altra parte nessuno è più venuto a bussare alla mia porta”.

Torna a Pittsburgh, distrutta da anni troppo intensi, trascorsi sotto ai riflettori, a fianco di alcuni dei più grandi geni della musica e dell'arte, spesso colpita e ferita da un “fuoco amico” di critiche e ostilità.
Nel 1980 la morte del padre le assesta il colpo definitivo.
“Arrivai ad un altro livello. Ero devastata, avevo definitivamente perso una parte di me stessa, che non aveva a che fare con la musica o altro.” Se ne va per un anno in Giappone, dove suona ancora in qualche club con un gruppo locale ma dove scopre anche la spiritualità e abbandona per sempre ogni idea di tornare alla musica.

“Con l'età il tuo aspetto cambia, preferisco lasciare i miei fan con quello che hanno avuto”.

Recentemente il regista Phil Cox le ha dedicato il documentario “They say I'm different”.
Ci ha messo quattro anni per raggiungere Betty Davis, isolata nella sua volontaria reclusione in una casa a Pittsburgh, restìa qualsiasi contatto con l'esterno.

Dopo molta fatica, catturandone lentamente la fiducia, è riuscito a parlarle, telefonicamente, a carpirne alcune dichiarazioni.
Ne ha ricavato un'oretta di documentario in cui le rare (e confuse) parole di Betty (che non compare mai) si intersecano con (poche) immagini d'epoca, testimonianze dei compagni della band che si ritrovano per un'estemporanea reunion, la chiamano al telefono ma oltre a qualche secondo di cordialità, vengono decisamente respinti.

In mezzo amici/che, conoscenti, ammiratori allungano (talvolta un po' forzatamente) il brodo, senza aggiungere granchè.
Un lavoro comunque suggestivo, interessante, che tributa il giusto omaggio ad un'artista eccezionale.

Con Miles al funerale di Jimi Hendrix

venerdì, aprile 13, 2018

Soul to Soul Festival 1971 - Accra (Ghana)



Il 6 marzo del 1971 si tenne ad Accra in Ghana il Festival Soul to Soul per festeggiare l'anniversario (il quattordicesimo) dell'indipendenza dello stato africano dall'Impero Britannico.

Molti gli invitati ma in tanti rifiutarono, come Aretha Franklin, James Brown, Booker T & The MG's, Louis Armstrong e Fela Kuti.
Arrivarono in compenso altre eccellenze della black music come Wilson Pickett, Ike & Tina Turner, The Staple Singers, Santana, Roberta Flack, The Voices of East Harlem, affiancati da numerosi artisti locali.

Al concerto parteciparono circa 100.000 persone che già erano davanti al palco ben prima dell'inizio previsto per le 3 del pomeriggio (poi slittato alle 5.30).
I concerti furono applauditi e apprezzati ma furono in molti a notare la compostezza quasi rigida del pubblico, attento ad ascoltare e che solo con Tina Turner e Wilson Pickett, dopo ripetuti inviti, incominciò a ballare.

Dal concerto venne ricavato un film (poi finito su DVD) e un album.

TRAILER del FILM
https://www.youtube.com/watch?v=GIsOx05g_f0

IKE and TINA TURNER
https://www.youtube.com/watch?v=-jEMV9poKIs

WILSON PICKETT
https://www.youtube.com/watch?v=WvUutGAuG78

ROBERTA FLACK
https://www.youtube.com/watch?v=D2BPV_cp7ts
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