Visualizzazione post con etichetta Storie di calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storie di calcio. Mostra tutti i post

mercoledì, febbraio 16, 2022

Union St. Gilloise - Grande passato e presente


ALBERTO GALLETTI ci porta a conoscenza di una grande realtà calcistica.

(GRANDE) PASSATO E PRESENTE: UNION ST. GILLOISE

Allora, dov'eravamo rimasti?
Ah si, agenda Guerinetto primi anni '80, devono essercene ancora qualcuna in cantina a casa dei miei.
Il primo mezzo di conoscenza enciclopedica sul calcio che mi sia mai capitato in mano.
In realtà un'agendina, conteneva comunque dati preziosi: Albo d'oro di tutti i campionati europei, nome e capienza dello stadio nazionale e dei tre stadi più capienti per ogni nazione.
Indirizzi, vincitore dell'ultimo campionato e dell'ultima coppa. E purtroppo un germe che mi si insinuò nel cervello, evidentemente già bacato, e lo compromise per sempre.

Un nome, nella lista dei vincitori del campionato belga Union St. Gilloise, spiccava fuori per undici volte scritto in mezzo ad altri nomi più corti.
Ma se quasi tutti i nomi erano ancora presenti in classifica quando li si leggeva il martedì sera dopo il pellegrinaggio all'edicola per accaparrarsi il numero settimanale del Guerino, questo nome qui non risultava più da nessuna parte.

I vincitori del campionato belga erano tutti nomi gloriosi, persino i più recenti.
Un solo caso di fusione, flagello che sconquasserà irrimediabilmente e per sempre il panorama belga negli anni a venire, che tolse di mezzo, tra gli altri, due dei nomi più importanti del panorama della capitale, Daring Club e Racing White, confluite nel 1973 nel RWD Molenbeek.
Incredibilmente vinsero il campionato subito, nel 1974/75.
Molto meno incredibilmente, essendo la fusione dettata da motivi economici causa il basso numero di spettatori di entrambi i club pre-esistenti, il frutto di tale fusione non raggiunse i giorni nostri avendo fatto bancarotta all'alba del nuovo millennio nel 2002.
Nel frattempo riuscirono a cancellare il Numero di Matricola 2 di affiliazione alla Federazione Belga portato in dote dal glorioso Daring Club.

Scusate la digressione, ma davvero non riesco a trattenermi quando si va su questo argomento.
Tornando all' Union St. Gilloise, trovai i colori, forse su un catalogo Subbuteo, poster apribile, che ancora conservavo.
Maglia gialla, calzoncini blu, n.47 mi par di ricordare, il Modena, nient'altro.
Ha passato quasi per intero gli ultimi trentacinque anni in terza divisione, campionato difficile da rintracciare nel era pre-internet.
Tre anni fa mi accorsi che giocavano in Serie B.
Wow!
Andai a controllare, nessuna fusione, Numero di Matricola intatto: 10.
Lo stadio, leggendario, sempre quello. Wow!

Il Club fu fondato nel 1897, quarto più vecchio in Belgio, nel quartiere di St. Gilles a sud del centro di Bruxelles.
Ivi giocò in diversi campi, il primo dove ora sorge il municipio, poi un' altro adiacente al vecchio velodromo nel Bois de La Cambre.
A differenza degli altri club dell'epoca fondati e composti in stragrande maggioranza da espatriati britannici altolocati, l'Union St. Gilloise era composta da ragazzi del posto delle classi più basse.

A differenza di quei club la squadra giocava un calcio rude fatto di corsa, lotta e agonismo che varrà loro il soprannome di Apaches e il disprezzo dei suddetti espatriati britannici che li vedevano come cenciosi.
Si presentavano infatti sovente con divise di fortuna, in quei primi anni giocarono anche in bianco-nero avendo comprato una muta di maglie (e alcuni palloni) usati dal Racing Club. Ma in barba ai signorini eleganti e vestiti di tutto punto vinsero sette titoli belgi tra il 1904 e il 1913.

Nel 1920, al termine delle Olimpiadi di Anversa, uno stadio, posto sul limitare del Parc Duden a Forest, e al tempo dotato di una sola modesta tribuna in legno divenne disponibile dopo avervi disputato tre gare della rassegna. Stadio Joseph Marien.
L' Union St. Gilloise attraversò il quartiere e vi si stabilì.
A dir la verità aveva già inaugurato il campo il 14 settembre 1919 con l'amichevole vinta, 3-2, contro il Milan.
Essendo la squadra più titolata del paese, i dirigenti partirono tosto con piani di miglioramento e sviluppo dell'impianto.
Nel 1922 furono inaugurate la clubhouse e la tribuna principale.

Nel 1922/23 giunse l'ottavo titolo, il primo nel nuovo impianto.
Nel 1926, su progetto dell' architetto Albert Callewaert fu completato il restyling della tribuna, un piccolo capolavoro di architettura del genere che pose lo stadio, o perlomeno la tribuna, al livello dei grandi capolavori britannici di Archibald Leitch al Villa Park (Trinity Road Stand), Craven Cottage (Stevenage Road Stand), Ibrox (Edmiston Drive Stand) e della facciata art-deco di Highbury.
La facciata in mattoni a vista fu completata con inserti e bassorilievi marmorei opera di Oscar De Clercq.
Sugli altri tre lati furono realizzate gradinate per i posti in piedi.
Il settore 'distinti' è ancora così, si stà in piedi, ancora oggi, nella serie A belga.
Un piccolo gioiello da 9.400 posti che nell'ultimo anno va quasi regolarmente esaurito.
Questo è un segno di forza.
Un segno che una tradizione formata da un secolo di stretta connessione tra squadra e quartiere, che il legame creatosi tra la gente e il club, lo stadio e il modo di frequentarlo può essere più forte dello showbusinnes a tutti i costi, e di alcune idiotiche leggi sulla sicurezza.

Negli anni trenta l'ultimo periodo di grandezza, tre campionati consecutivi vinti tra il '33 e il'35, come l'Arsenal e la Juventus (che vinse anche nel '31 e '32).
A questo punto i titoli vinti sono undici, la squadra più vincente, seguono Racing Club con sei, Beerschot cinque e gli acerrimi rivali del Daring Club con tre: vera grandezza.
L' Anderlecht ancora non ne aveva vinto uno, oggi sono trentaquattro.

L'Union St. Gilloise è ancora oggi la terza squadra più titolata del Belgio preceduta, oltre che dai bianco-malva, anche dal Club Brugge che ha vinto diciassette titoli.
In bacheca anche due Coppe del Belgio nel 1913 e nel 1914.
Ultimo momento di una certa grandezza tra la fine degli anni '50 e i primi '60 quando una serie di buoni piazzamenti nella massima serie portarono alla disputa di alcune edizioni di Coppa delle Fiere, tra le quali spicca la semifinale dell'edizione 1958/60 conseguita dopo aver messo fuori, tra gli altri, la Roma.
Poi un lento ed inesorabile declino.
Retrocessi dalla massima serie una prima volta nel '48/49, e promosso dopo due stagioni, retrocedette di nuovo al termine della stagione '62/63, poi definitivamente nel '72/73. Nel '76 finirono in terza serie, nella quale rimasero più o meno sempre, ci furono anche due stagione in quarta serie, fino al 2015.

I parallelismi con la Pro Vercelli, protagonista in Italia di una parabola simile sono parecchi: grandi dell'epoca pionieristica, stadio iconico, autodidattismo, rudezza e durezza del gioco, successi, declino e lungo oblio.
E riapparizione.
Qui però comincia un'altra storia perchè Bruxelles non è Vercelli, il nuovo millennio non è il primo dopoguerra e le favole non esistono ma i fatti concreti si.

Nell'ultimo trentennio la squadra, pur rimanendo una reltà ben presente nella vita di St,Gilles/Forest aveva mantenuto un seguito di pochi fedeli appassionati, le presenze allo stadio raramente superavano mille unità negli anni della terza serie.
Il livello certo non aiuta ma questi pochi vanno ringraziati perchè comunque il club è rimasto vivo e identitariamente invariato.
Nel '15 arrivò pure un gradito ritorno in seconda serie e un raddoppio delle presenze allo stadio.

Poi nel 2018 la svolta.
'Re Mida' Tony Bloom, dopo aver trasformato in oro praticamente ogni cosa che abbia toccato dall'età di tredici anni in avanti, inclusa la squadra della sua città e per la quale tifa rileva le quote della gloriosa e malandata Union St. Gilloise, da poco promossa in seconda divisione, con il socio Alex Muzio, ponendo quest'ultimo sulla poltrona di presidente.

Le intenzioni dei due sono semplici, e serie: comprare una squadra e vincere.
Per questo hanno scelto il Belgio, comprare squadre in Italia, Francia, Spagna e cercarle di farle vincere costerebbe troppo.
In Belgio ci si può divertire con meno.

L'approccio dei due è poco convenzionale rispetto a situazioni simili verificatesi in Belgio nell'ultimo quindicennio.
Se da una parte ci sono società satellite vere e proprie di squadre inglesi acquisite con lo scopo, grazie alle regole belghe piuttosto 'larghe', di parcheggiare giocatori extracomunitari, in attesa che arrivino permessi di soggiorno per poi andare in Premier League e nel frattempo vedere se sono buoni o no, la coppia Muzio & Bloom segue una strada diversa.

Brighton e Union hanno la stessa proprietà ma perseguono obiettivi diversi.
Gli scambi di giocatori tra i due club non sono 10/12 a stagione come nei summenzionati casi satellita ma sono stati 4 in tre anni. Vero che a gennaio il Brighton ha preso Undav, ma vero che lo hanno lasciato a Bruxelles per vincere il campionato.
Io gli dico bravi!

C'è altro:
il tipo di club che vogliono realizzare, il tipo di calcio che vogliono praticare, dentro e fuori dal campo.
Grande attenzione è posta sul tipo di coinvolgimento che tutti, dai calciatori, all'impiegato, all'allenatore al magazziniere hanno.
Hanno costruito un nuovo centro sportivo, scelta che pur se dolorosa, 30 km fuori da Bruxelles e separazione dell'entità squadra dal quartiere, ha messo tutti nelle migliori condizioni per lavorare, allenarsi, giocare.

Fanno moneyball, non una garanzia di successo in se ma un metodo per arrivare relativamente in fretta vicino alla vetta, almeno in realtà medie tipo Belgio, o anche Olanda dove è piuttosto diffuso.
In altri posti sarebbe sicuramente più complicato e certo meno immediato: Aston Villa e Fulham tristi casi recenti.
A Lipsia funziona ma son venuti da sotto e comunque la vetta rimane ancora parecchio lontana; a Salisburgo era onestamente anche più facile che non in Belgio.

Io in tutta onestà non ne sono un'estimatore proprio per niente.
Resto convinto che le squadre vadano fatte in un altro modo ma di contro devo riconoscere, che avendo creato una realtà multiculturale e multietnica all' interno dello spogliatoio e avendo dichiarato che ciò costituisce stimolo e motivo di continuo miglioramento attraverso l'integrazione culturale, la reciproca comprensione e il reciproco confronto, di ammirarli.

Sono trendy, lo so, hip, lo so ma sono anche molto civili e civilizzati.
Forse un po troppo, ma osti! Albe...sono quarant'anni che sogni il materializzarsi di una storia del genere, eccheccazzo, ma smettila di rompere e goditela una buona volta....pirla

Tornando a noi, nel 2020 viene chiamato in panchina Felice Mazzù, belga figlio di emigrati calabresi, proveniente dal Charleroi, che aveva guidato a buoni campionati per sei stagioni. Fa giocare la squadra bene con un 3-5-2 di base e buona corsa, magari non il contropressing della nouvelle-vogue tedesca ma ugualmente efficace.
Vince la seconda divisione al primo colpo con cinque giornate di anticipo, diciotto punti di distacco sulla seconda riportando l'Union St.Gilloise nella massima serie belga dopo 48 anni.

Che non scherzassero lo si è capito subito.
Messi davanti ad uno dei due ostacoli più difficili subito alla prima giornata, Anderlecht in trasferta, l' Union St. Gilloise è partita col botto rifilando un perentorio 3-1 ai vicini di casa in quello che è un derby ritrovato.

Oggi dopo 26 giornate sono primi in classifica con 60 punti, seguono Anversa 50, Bruges 48, Charleroi 43 e Anderlecht 42. 59 gol fatti, 21 subiti: miglior attacco e miglior difesa: leggere una classifica del genere è da sogno.
Deniz Undav capocannoniere fin qui con 20 centri .

Club Brugge 0-0 Union St. Gilloise
Union St. Gilloise 1-0 Anderlecht
Anversa 0-2 Union St. Gilloise

Mancano otto giornate al termine della quali si giocherà un poule scudetto tra le prime quattro classificate che partiranno con la metà dei punti conquistati al termine del campionato.
Temo un po' quest'ultima fase, che considero calcisticamente un'incomprensibile ingiustizia e potrebbe portare a timori e tensioni da braccino corto.
Il cammino fin qui però è stato abbastanza autoritario, la vittoria di ieri ad Anversa inequivocabile.

Si tratterebbe di un ritorno al successo con pochi uguali nella storia del calcio europeo.
Da neopromossi poi...

L' Union St. Gilloise è un patrimonio del calcio europeo.

martedì, novembre 09, 2021

Walter Smith


Un ricordo di Walter Smith a cura di ALBERTO GALLETTI.

Con Walter Smith, morto dopo lunga malattia la scorsa settimana, se ne va un pezzo di storia del calcio scozzese, forse non solo scozzese.
Guidò i Rangers al periodo di maggior successo della loro storia.
Per me tra gli allenatori scozzesi allo stesso livello di Jock Stein e Alex Ferguson, gli altri parecchi piani sotto.

Se ne va anche una di quelle rare figure di allenatore il cui ricordo rimane legato all’ aver avuto successo alla guida del club che ne rappresentava le convinzioni più profonde, dentro e fuori dal campo.
Walter Smith era nato in una famiglia operaia.
Il padre era un gruista e tifoso dei Rangers, la mamma era organista alla chiesa locale.
Protestanti, gente semplice, onesta; poche certezze ma solide.
Fu il nonno a portarlo ad Ibrox per la prima volta quando aveva cinque anni e a far sbocciare una passione che si porterà fin nella tomba segnando per sempre la sua esistenza.

Trascorse l’infanzia giocando a pallone dalla mattina alla sera, dopo le scuole dell’obbligo si iscrisse al Coatbridge Technical College.
Continuò col calcio entrando nelle giovanili dell’Ashfield squadra di periferia.
Terminati gli studi iniziò a lavorare come apprendista elettricista presso l’azienda elettrica della Scozia meridionale ma non mollò il calcio, la sua vera grande passione.
Nel 1966 finalmente ci riuscì e fu preso dal Dundee United.

Difensore di modesta caratura, nelle prime quattro stagioni mise insieme una manciata di presenze in prima squadra giocando regolarmente con le riserve.
Dal ’71 passò in pianta stabile in prima squadra, in tutto 134 presenze per gli arancioni, non molte in tredici stagioni.
Ma sempre con una passione ed un entusiasmo travolgenti.
Indelebile, ed esemplificativo di cosa rappresentasse il calcio per Walter Smith, l’esultanza dopo un gol segnato al Dundee in un derby di campionato quando si baciò il piede con il quale aveva calciato in porta.
Un infortunio lo costrinse al ritiro nel ’76 a neanche 29 anni.
Poco male perché il manager, il geniale sergente di ferro Jim McLean, gli stava dicendo già da un po'
che sarebbe stato un allenatore migliore di quanto non fosse mai stato un giocatore.
Al fianco di Mc Lean vinse clamorosamente il campionato scozzese 1982/83 e l’anno dopo furono fermati dalla Roma in semifinale di Coppa dei Campioni nel controverso rovescio (0-3) del ritorno all’ Olimpico.
Fu quindi allenatore della Scozia U18, U21 e nel 1986 andò al mondiale in Messico come secondo di Alex Ferguson.
Qualche mese prima, aprile mi pare, i Rangers, a corto di vittorie da anni, avevano ingaggiato Graeme Souness come player-manager.
Questi, a digiuno di esperienza manageriale e di campionato scozzese scelse quale vice Walter Smith che aveva conosciuto in nazionale e in virtù del suo ottimo lavoro al Dundee United.
La gestione Souness rivoluzionò non solo i Rangers ma l’intero calcio scozzese. Scardinò la politica del monte ingaggi ai calciatori che resisteva da decenni e si mise a comprare giocatori dall’Inghilterra, invertendo così un flusso che durava da sempre.
Infine prese Mo Johnston, il primo calciatore apertamente cattolico a giocare per i Rangers, facendo cadere la regola non scritta che il club non assumeva cattolici (in qualsiasi posizione, non solo calciatori) che risaliva agli anni ’20.
Ci furono rimostranze anche violente, forse di più sulla sponda opposta, ma Souness tirò dritto dichiarando che quello che importava veramente era il bene della squadra e che il settarianesimo con lui non avrebbe condizionato le scelte.
Souness fu inoltre d’aiuto a David Murray nell’acquisizione del club.

Walter Smith fu importantissimo in tutto il percorso.
Per stessa ammissione di Souness:
“Sono stato fortunato ad essere circondato dalle persone giuste in quel momento. Walter mi aiutò enormemente sia guidandomi tra le questioni extra-campo che con la squadra.”
Nel ’91, dopo cinque stagioni e quattro titoli nazionali, Souness lasciò i Rangers per Liverpool chiedendo a Smith di seguirlo.
David Murray, nel frattempo diventato proprietario del club, dopo attenta riflessione e sentiti capitano e giocatori più influenti gli offrì il posto resosi vacante.
Smith ringraziò Souness e accettò la proposta del presidente coronando infine il suo sogno. Più d’uno tra i tifosi storse il naso, non lo consideravano abbastanza bravo per vincere “Ha fatto solo il vice fin qui” il ritornello.

Con Walter Smith alla guida i Rangers vinsero i successivi sei campionati consecutivi che, aggiunti ai precedenti tre vinti da Souness con Smith al suo fianco, eguagliarono il record del Celtic di Jock Stein di nove campionati consecutivi vinti.
In aggiunta mise in bacheca anche tre Coppe di Scozia, che valsero tre double, e tre Coppe di Lega una delle quali andò a completare il treble del 1992/93.
In quell’anno sfiorò anche la finale della neonata Champions League finendo secondo, un punto dietro al Marsiglia nel girone di semifinale, ma avendo eliminato i campioni inglesi del Leeds United con doppia vittoria al secondo turno.
Lasciò i Rangers per l’Everton nel giugno ’98 al termine della prima stagione per il club (e sua) finita a mani vuote.
Qui dovette fare i conti con una cronica mancanza di soldi e la lotta per non retrocedere. Quando se ne andò, quattro anni dopo, il club aveva raggiunto stabilità finanziaria e la squadra si era allontanata definitivamente dalle zone basse della classifica.
Rimediò però l’unico esonero della sua carriera.
Momentaneamente a spasso, il vecchio amico Alex Ferguson si ricordò di lui chiamandolo come suo vice ad Old Trafford.
Insieme vinsero la FA Cup del 2003.

Venne quindi la chiamata della SFA che gli offrì la guida della nazionale, abbastanza malridotta dalla gestione Vogts.
Riuscì a raddrizzare un po la baracca, ottenne un paio di buoni risultati battendo la Francia e pareggiando contro l’Italia in partite di qualificazione.
Il rank FIFA migliorò sensibilmente ma le qualificazioni a mondiali ed europei continuarono a sfuggire. Più importante, quando arrivò sulla panchina della Scozia, trovò Tommy Burns come vice-allenatore.
Burns era stato una leggenda del Celtic prima come giocatore, poi anche come allenatore, i due già si conoscevano.
Smith, che stimava Burns, lo mantenne al suo posto, dimostrando, da uomo di calcio e solo di calcio, che le divisioni potevano essere superate e rimanere circoscritte allo stadio e ai novanta minuti.
Quando al funerale di Burns, ucciso da un tumore a soli 56 anni, Walter Smith si presentò e portò a spalla la bara dell’amico, l’ambiente del calcio scozzese ricevette un’ inaspettata quanto utile lezione di come si stà al mondo.

Il cammino alla guida della nazionale finì a gennaio 2007 quando da Ibrox chiamarono per soccorso urgente e rimediare all’infelice operato di Paul Le Guen, appena licenziato.
Walter Smith corse al capezzale dei Rangers e vi rimase per altre quattro stagioni vincendo ancora tre campionati consecutivi, due coppe di Scozia e tre coppe di lega che portarono il suo totale personale a 21 trofei vinti (in undici stagioni) e ne fecero l’allenatore più vincente nella storia del club del dopoguerra.

Prodotto di suoi tempi, forgiato da McLean, Smith è stato un manager autoritario.
Una passione per il calcio enorme, quando giocava con le riserve al venerdì, al sabato andava a studiarsi una partita della massima serie annotandosi tutto.
Una formazione che gli permise di emergere come allenatore sempre sostenuta da una forte competitività e da un’autoritarismo spietato che non ammetteva repliche.
Walter Smith era un duro, educato, gentile, sorridente ma un duro.

Difficilmente perdeva le staffe in pubblico, era più concentrato a vincere e ad esultare, ma gli capitò qualche volta con la stampa.
Maltrattò un giornalista esordiente ad una conferenza stampa sbattendolo fuori dalla sala salvo poi chiamare il suo boss prima che questi rientrasse in redazione per dirgli di non preoccuparsi ma che la lezione era dovuta, specialmente davanti ai colleghi più anziani.
Come faceva negli spogliatoi. Psicologia spiccia ma efficace, durante il suo secondo periodo ad Ibrox consegnò le medaglie della vittoria in campionato dell’anno prima nel momento cruciale della volata scudetto della stagione successiva per spronare la truppa.
I suoi giocatori lo adoravano.
Fenomenale poi la demolizione del reporter della BBC Chick Young la mattina dopo l’eliminazione dalla Champions League per mano dell’ AEK Atene che gli diceva come Brian Laudrup e Basile Boli fossero inadeguati per una campagna europea.
Senza perdere la calma, quasi sussurrando in tono confidenziale, ma porco cane non avrei voluto essere il giornalista.

Portò ad Ibrox gente come Brian Laudrup e Paul Gascoigne e che riuscì ad amalgamarli con i vari McCoist, Gough, Hateley e Goram per non dire Durrant riuscendo a tirare fuori il meglio da tutti loro.
E’ vero che nel momento in cui fu nominato allenatore la prima volta i Rangers erano la squadra con più soldi di tutto il Regno Unito ma, è anche vero che le sue capacità di creare squadre vincenti sono sempre state fuori discussione.
Quando tornò la seconda volta la cosa fu persino più evidente. Significativa l’esplosione di McCoist da lui promosso titolare non appena Souness se ne andò a Liverpool. Significativo il rapporto instauratosi tra i due da allora.

Ancorato ad un 4-4-2 britannico classico, le sue squadre sono sempre state poco tattiche, molto atletiche e parecchio spettacolari, basate sul collettivo e impreziosite da tre-quattro elementi di classe.
Difesa forte ancorata intorno al roccioso Gough, sempre con un terzino d’attacco.
Centrocampo di corsa e fosforo ben impersonificato da McCall e due davanti con spiccate doti realizzative.
Coppie come Hateley-McCoist e McCoist-Laudrup avrebbero fatto faville anche fuori dalla Scozia.
Si vinceva sbaragliando, più raramente in trincea come nella finale di Coppa di Lega del 2010, mai tenendo palla stucchevolmente.

Quando tornò in panchina a metà del 2007/08 la squadra arrancava alle spalle di un Celtic che sembrava irraggiungibile.
Si rimise al comando e ancora una volta azzeccò gli acquisti, riuscì a creare un collettivo robusto e compatto e dalla stagione successiva infilò tre vittorie consecutive in campionato.
Sfiorò anche il colpo in Europa nel 2008 perdendo la finale di Coppa UEFA, ma qui forse anche la scarsa competitività del campionato scozzese non ha mai aiutato.

“Mio nonno era un grande tifoso dei Rangers, appassionatissimo alla squadra.
Uno che andava ad ogni partita, senza mai indossare una sciarpa, senza mai cantare una canzone, sempre presente.
Un uomo che seguiva i Rangers religiosamente.”

Così Walter Smith imparò a seguire i Rangers, così li ha vissuti, così li ha gestiti quando è toccato a lui.
Accettò di rientrare nella dirigenza con incarico non esecutivo all’indomani del fallimento, si penti subito realizzando di aver commesso un’errore di valutazione, uno dei pochi.
Il nuovo proprietario voleva infatti usarlo come parafulmine con i tifosi per mascherare i propri maneggi societari.
Si presentò quindi al consiglio di amministrazione decisivo con in mano la vecchia foto di lui e suo nonno ritratti fuori da Ibrox il giorno in cui ci andò per la prima volta.
Disse: “Signori, questo è quanto il Rangers Football Club significa per me. Per la memoria di mio nonno e il suo insegnamento rifiuto di starmene qui a far niente (mentre altri decidono) e di assumere la carica che mi offrite."
Meno di una settimana dopo il presidente si dimise. Nominato presidente a sua volta restò in carica tre mesi e si adoperò per l’entrata in società di Paul Murray e Dave King a loro volta fondamentali nella rinascita del club.
Goodbye Walter e grazie, mi sono divertito un sacco.

Per una risata e capire chi fosse davvero:
https://www.youtube.com/watch?v=iG3rOhYktz0

martedì, giugno 22, 2021

Alessandria in Serie B



Alberto Galletti saluta il ritorno dell'Alessandria in serie B

Un titolo che mi ero ormai rassegnato a veder scritto su nessun giornale.
E invece…

Invece bentornati gloriosi grigi, ben ritrovati in serie B.
Lo spareggio di oggi manda la decisione della quarta promossa in Serie B ai calci di rigore e consegna l’ Alessandria alla storia.

Era retrocessa dalla serie cadetta nel giugno ’75 dopo un altro spareggio, perso a S.Siro contro la Reggiana.
In mezzo quasi esclusivamente serie C (C1, C2 e C unica), ma anche il fallimento del 2003 e la radiazione dai quadri professionistici.
Nessun santo in paradiso e la rifondazione senza il nome, senza la maglia grigia , senza il Moccagatta.
E anche senza tifosi, che boicottarono la nuova società (Nuova Alessandria) per il primo anno.
Poi l’acquisto del titolo sportivo della vecchia società ricompose tutto ma intanto ci furono due campionati di Eccellenza, il primo addirittura chiuso all’ottavo posto dietro persino al Castellazzo Bormida in un girone che sapeva di antico, vinto dalla Novese e con anche Derthona e Acqui.
Sono i miei campionati, magari in un paio di categorie sopra.
Ma come diceva lo striscione di S.Siro ‘Da Trino a Milano per dirti ti amo’ la passione per la maglia grigia non è mai venuta meno, ha vacillato, ma poi si è ripresa.
La promozione in Serie D arrivò al secondo tentativo.
Quella in Serie C tre stagioni più tardi nel 2007/08, trascinati dal bomber, amatissimo, Fabio Artico.

E come dimenticare la Coppa Italia 2015/16, l’eliminazione del Palermo, l’incredibile vittoria di Genova ai supplementari, quella di Spezia che valse una semifinale contro il Milan e quel doppio esodo: 18.000 a Torino e 8.000 a S.Siro che sbalordirono l’Italia calcistica dimostrando che ci si può divertire anche con le squadre piccole e l’attaccamento di una città alla sua squadra simbolo, ad una maglia e ad un nome leggendari che affondano le radici nella notte dei tempi del calcio italiano, radici che hanno resistito a tutto. C’ero a S.Siro, ovviamente non credevo al risultato, anche se un minimo ci avevo sperato.
Andai per emozionarmi, per partecipare ad un’altra pagina storica di questa squadra antica e del suo seguito, ancora grande e attaccato a quelle passioni di domeniche in bianco e nero, o meglio in grigio e ai nomi che hanno reso celebre questa maglia, da Rivera a Giovanni Ferrari, da Baloncieri a Carcano, da Bertolini a Rava, da Lojacono a Gregucci ad Artico e a Marescalco e che per un giorno rivissero ancora, stavolta a colori.

E’ una squadra speciale, lo sarà sempre.

Son contento per il presidente Di Masi, ricordo l’entusiasmo dell’insediamento e la delusione di Firenze nel ’17. Poi il ridimensionamento di rosa e obiettivi di due anni fa.
Nonostante le pesanti critiche, frutto a volte della delusione, per me è uno che ci ha sempre creduto in buona fede, uno che la squadra cerca sempre di farla al meglio. Mi ero informato poco in estate e non mi aspettavo molto da questa stagione che fino a dicembre sembrava dovesse riguardare il tenere la zona retrocessione a distanza.

Invece qualcuno era arrivato: Bellodi, Rubin, Mora e Corazza , bei nomi per la Serie C.
ma un rendimento mediocre nella prima parte della stagione porta all’esonero di Gregucci, un monumento da queste parti, gli subentra Longo che era a spasso dopo aver salvato il Torino in Serie A.
A dispetto di chi parla male dei cambi di allenatore, Longo ribalta la squadra da capo a piedi e conduce una bella rimonta che porta i grigi ad un gran secondo posto finale con la promozione diretta ancora in ballo alla penultima giornata nello scontro diretto, perso, di Como.
Nonostante questo non ho mai riposto speranze negli spareggi, non vanno mai bene alle squadre che seguo ma, non potendo andare alle partite ad ogni turno scattava comunque la febbrile ricerca del risultato. E così i grigi hanno eliminato prima la Feralpi che davvero pensavo vincesse e poi l’Albinoleffe contro la quale pensai ‘non si può non passare’.

Infine il Padova, favorito.
Dopo lo 0-0 dell’andata ho pensato per la prima volta ‘taci che forse stavolta ce la fanno’.
E gloria è, oggi, in un pomeriggio di caldo soffocante nella fornace casalinga del Moccagatta.
Un altro 0-0 teso, intenso, forse i veneti han provato un po di più.
Ci sono andati senz’altro più vicini, Jelenic e soprattutto Biasci spaventano i tifosi di casa.
Per l’Alessandria da annotare occasioni per Corazza e un colpo di testa di Mustacchio sventato dal portiere ospite, alla fine però la partita non si è sbloccata e si è andati ai calci di rigore. Decisivo quello di Rubin, appena entrato e altro ex-granata.
C’è un filo che lega squadre di un certo tipo.
Il risultato è storico.

Vi saluto Grigi in serie B e in bocca al lupo per la prossima stagione.
Saluto il pubblico, mi spiace non esserci stato dopo aver assistito a più di un ‘quasi’.
Ma son contento, è come se fossi stato li.

Spero che la prestigiosa categoria possa essere onorata dalla presenza del pubblico che vorrei numeroso e, questo lo è sempre anche quando sono in pochi, appassionato, e da risultati soddisfacenti.
Ben ritrovati.
Un vecchio e fedele ammiratore.
DUMA FANCIOT!!

mercoledì, marzo 17, 2021

Ten Years On. Rangers Glasgow



ALBERTO GALLETTI ci porta al cospetto del ritorno al successo nel campionato scozzese dei suoi amati RANGERS.

Ten Years On. Rangers

Quasi il nome di un gruppo rock.
Dieci anni dall’ultima affermazione dei Rangers nel campionato scozzese.
Era già successo, ma stavolta di mezzo non c’è stata solo l’altra metà dell’ Old Firm, che naturalmente ha vinto tutti i campionati disputati nel frattempo, ma la discesa nel baratro.
Per dirla ancora in musica, un ‘biglietto per l’inferno’ (e ritorno).

Il 15 maggio 2011, ultima giornata della Scottish Premeirship, i Rangers travolsero il Kilmarnock 5-1 aggiudicandosi il 54mo titolo della loro storia.
Oggi, 7 marzo 2021 i Rangers non hanno messo piede in campo, ma il pareggio del Celtic a Dundee consegna loro il 55mo titolo scozzese della serie con sei giornate d’anticipo.

In mezzo, dieci stagioni e nove affermazioni consecutive del Celtic.
Ma soprattutto il fallimento del 2012, la quasi cancellazione dalla faccia della terra, la rifondazione, l’ osteggiata ripartenza dalla quarta serie e una lunga e faticosa risalita iniziata l’ 11 agosto 2012 dalla sperduta Peterhead.
Ci vollero quattro stagioni per ritornare nella massima divisione.
Due promozioni consecutive, record di punti e di pubblico assortiti, e nuovi guai finanziari poi superati.

Con la promozione tornò anche il successo in un Old Firm game, seppure ai rigori, con la clamorosa vittoria in semifinale di Scottish Cup 2016.
Incredibilmente poi riuscirono a perdere la finale contro l’ Hibernian che non ne vinceva una dal 1902!

Poi quattro stagioni nella massima serie sempre nell’ombra degli eterni rivali, troppo forti per essere avvicinati.
La svolta il 4 maggio 2018 dopo tre allenatori licenziati in meno di tre anni: Dave King, il presidente, annuncia l’ingaggio di Steve Gerrard, che allena nelle giovanili del Liverpool.
Se il calciatore Gerrard non aveva certo bisogno di presentazioni , l’allenatore Gerrard era certamente un incognita.
King però parve convinto : “E’ l’uomo giusto per far tornare i Rangers al vertice”.
Ricordo che scrissi a quakcuno “Siamo a posto”.
Mi rimangio tutto.

La sfida che si è ritrovò davanti era enorme.
Un avversario praticamente imbattibile che vinceva il suo settimo campionato consecutivo nei giorni del suo insediamento, distacchi compresi tra i 15 e i 30 punti.
“Sapevo benissimo a cosa andavo incontro e che non saremmo riusciti a farlo in una settimana” ha detto oggi pomeriggio ai giornalisti, rimarcando poi il fatto che la dirigenza ha tenuto fede alla parola data quando alla sua richiesta di sostegno risposero si.
Nel giro di poco più di una stagione la squadra è stata trasformata e, sebbene gli arrivi di Roofe, Hagi e Itten non siano da disprezzare in una realtà come quella scozzese, il vero lavoro Gerrard lo ha fatto sull’impianto di chi al suo arrivo era già ad Ibrox e ci è rimasto.
La determinazione è sembrata essere la miglior caratteristica di questa squadra che oggi a mio avviso è superiore ai rivali anche a livello tecnico; ma in un campionato come quello scozzese, dove si fanno notoriamente pochi calcoli, la determinazione, unita ad un notevole autocontrollo e padronanza del campo, è risultata decisiva.

Ryan Jack e Morelos, per motivi opposti, sono il miglior esempio del lavoro fatto dall’allenatore sui suoi giocatori, enza dimenticare i veterani Arfield, Tavernier e McGregor e il veterano aggiunto Defoe.
Quello che mi è parso, guardando le partite delle ultime due stagioni è che Gerrard abbia trasferito ad Ibrox il patrimonio di contenuti calcistici assimilati in una vita passata a giocare ad Anfield.

C’è molto del vecchio Liverpool in questa squadra.
E’ un po di Scozia che torna alla Scozia.

Quella Scozia che con Shankly, soprattutto, e poi Dalglish ha reso grande il Liverpool.
Liverpool che restituisce oggi alla Scozia quel patrimonio calcistico sotto forma di un figlio di Anfield, formatosi alla scuola degli Shankly e dei Dalglish, che fa il percorso inverso.
Secondi la scorsa stagione, dopo la decisione della SFA di chiudere il campionato a sei giornate dal termine con il Celtic a +13, e la sola matematica a lasciare un flebile interrogativo dalla facile soluzione, l’obiettivo per questo campionato è stato chiaro da subito.

La stagione si è aperta il 1 agosto con una convincente vittoria ad Aberdeen (1-0), il campo più ostile per i Rangers escludendo Parkhead.
Vittoria di misura e dichiarazione d’intenti per tutto ciò che sarebbe poi arrivato: assetto tattico, disciplina, condizione atletica, corsa e cinismo.
La vittoria nel derby in trasferta del 18 ottobre, un 2-0 maturato al termine di una partita a senso unico in cui il Celtic non riuscì a tirare mai in porta, dissipò gli ultimi dubbi di chi, compreso chi scrive, pensava che ancora la distanza da colmare col Celtic fosse troppa.
Inoltre comincia a crearsi anche un po di distacco.
I Rangers vanno a +4.
La visita dell’ Hamilton l’8 novembre coincide con la più larga vittoria stagionale, un 8-0 devastante.
Squadra a briglia sciolta e gol come se piovesse.
La vittoria casalinga, 3-1 sul Motherwell, risultato di routine se vogliamo, assume una certa importanza nell’andamento del campionato in quanto arriva pochi giorni dopo la prima sconfitta stagionale (unica fin qui) un 3-2 a Paisley con eliminazione dalla Coppa di Lega.
La reazione della squadra è convincente così come prestazione e risultato.

Si arriva così, il 2 gennaio, al secondo derby stagionale.
L’onda emozionale è enorme: 50 anni dalla tragedia della Stairway 13.
L’onda emotiva è grande, le celebrazioni solenni e commoventi; lo stadio però è vuoto.
Arriva la vittoria: 1-0 in una partita giocata meglio, per lunghi tratti, dai rivali, decisi al tutto per tutto sull’ultima spiaggia.
Ma la solidità della squadra di Gerrard fa quello che oggi la brillantezza non riesce a fare.
Il vantaggio in classifica si fa cospicuo.

Un altro 1-0, stavolta in casa dell’ Hibernian, terza forza del campionato ma a distanze siderali, dà un’altra volta dimostrazione di autorità.
Fortunati nella scampata espulsione di Morelos, proprio il colombiano insacca il gol vittoria.
Partita condizionata da un campo infame, a tratti solo calci lunghi ma grande adattamento anche qui e doti combattive.
I punti di distacco sui secondi sono nel frattempo saliti a 23.

La vittoria che decreta il trionfo è quelle di ieri pomeriggio, 3-0 al St. Mirren, controllo totale della partita e un 3-0 che non ammette repliche nell’attesa del risultato del Celtic a Tannadyce Park.
Lo 0-0 chiude definitivamente i sogni dei biancoverdi di centrare il decimo successo consecutivo in campionato e probabilmente apre una nuova era nel campionato scozzese.
Una campionato fin qui strepitoso.
Imbattuti in 32 gare: 28 vittorie e quattro pareggi, 16 vittorie su 16 in casa; solo 9 i gol subiti a fronte dei 77 sin qui realizzati e campionato vinto il 7 marzo con sei giornate d’anticipo e i rivali di sempre staccati di 20 punti.

La Coppa di Scozia riprenderà ad aprile, rinviata per le cause di cui sappiamo, potrebbe scapparci un double.
Il cammino in Europa League è stato fin qui un romanzo.
Dall’esordio a Gibilterra fino alll’ 1-1 di Praga. Vinto il girone con due combattuti e spettacolari pareggi contro il Benfica e una rocambolesca quanto voluta vittoria contro lo Standard Liegi.
Qui il dna internazionale di Gerrard si è visto. Han sempre dovuto lottare, ma non hanno mai perso. Un’altra vittoria romanzesca e caparbia in Belgio ha aperto la strada agli ottavi di finale.
Ora, il pareggio di Praga fa ben sperare per il ritorno; un eventuale successo un po' improbabile, ma mi piace pensare che questa squadra sia un po come quelle britanniche 70/80, lo spirito c’è. Infine, dal fallimento del 2012, nessuno è riuscito a colmare il vuoto lasciato dai Rangers e portare una sfida vera al Celtic. Certo il Motherwell secondo nel 2013 col St. Johnstone terzo è un bel leggere, però i punti di distacco dalla seconda sono sempre rimasti più o meno 25.

Le due di Edimburgo, vera delusione costante del calcio scozzese, sono addirittura riuscite nel frattempo anche a retrocedere; gli Hearts addirittura due volte.
L’ Aberdeen, secondo cinque volte di fila non ha mai avuto la minima chance di vittoria.

Alla fine han fatto in tempo ad arrivare ancora i Rangers dopo essere andati in rovina, riformarsi e risalire dalla quarta divisione.
Bisogna fare meglio.

venerdì, gennaio 22, 2021

Scottish League Cup Final 1971



ALBERTO GALLETTI ci porta in una Grande Partita Dimenticata, nel 1971 nella finale di Scottish League Cup.

“Giornata di finale di Coppa in Scozia, ad Hampden Park si affrontano Celtic e Partick Thistle, che non ha nessuna speranza.”

Così Sam Leitch, in realtà non nuovo a 'gaffe' in diretta, aprì Grandstand la trasmissione di presentazione della giornata calcistica all’interno della quale BBC One avrebbe trasmesso la diretta della partita.
Mezzora dopo il suo pronostico, in verità scontato e probabilmente condiviso quasi da chiunque, era stato completamente sovvertito.

Il Celtic, al tempo la potenza dominante del calcio scozzese, era una delle squadre più forti d’Europa.
Si era aggiudicato gli ultimi sei campionati consecutivi insieme a tre vittorie in Coppa di Scozia sulle ultime sei disputate che significavano anche tre ‘doubles’, sempre prestigiosi, e cinque delle ultime sei coppe di lega.
Solo l’ultima era sfuggita, dopo una bruciante sconfitta  1-0 ad opera degli eterni rivali.
Una macchina da gol praticamente inarrestabile, nel ’66, ’67 e ’68 realizzarono più di cento reti in campionato (in 34 partite!).

Il tutto sublimato dalla memorabile vittoria a sorpresa in Coppa dei Campioni, in rimonta sull’ Inter pigliatutto dell’ epoca, nella finale di Lisbona del ’67.
Nel ’70 giunsero ancora all’ultimo atto della massima competizione europea ma stavolta la sorpresa gliela fecero gli olandesi del Feyenoord che impartirono loro una dura lezione di calcio totale nella finale di San Siro. Senza la minima ombra di dubbio il periodo più glorioso e vincente nella storia del club.

Mentre gli eroi di Jock Stein dominavano in patria e fuori, il piccolo Partick Thistle se la sfangava nel basso centroclassifica, stesso campionato ma anni luce dai campioni biancoverdi, e riusciva anche a retrocedere, ultimo, al termine del campionato 1969/70.
Al termine di quella stagione la panchina fu affidata a Davie McParland, ex-giocatore del club dal carattere indomito e dalla ferrea convinzione che qualsiasi partita andasse giocata per essere vinta, nonchè devoto del bel gioco.  
Caratteristiche, queste ultime, tipiche del club, tagliato fuori in termini di risultati dal dominio assoluto dell’ Old Firm, del quale rigettava i contenuti settari ed esasperati.
Un club di amici, mandato avanti da amici in un’atmosfera amichevole. 
Aveva ed ha, seppur meno oggi, i suoi sostenitori sparsi in tutta la Scozia, al pari di Queen’s Park e Hearts, squadre  che furono sempre sinonimo di bel gioco, spettacolo e sportività al di la del risultato.
 Il cambio in panchina giovò ai Jags che vinsero subito la seconda divisione ritrovando in un sol colpo massima serie, bel gioco ed entusiasmo.

Un’ edizione anomala quella della Coppa di Lega scozzese 1971/72, con tutte le partite disputate nel giro di due mesi ad inizio stagione e la finale giocata ad ottobre.
Sempre stato un posto originale la Scozia, quando si mettono distanziano gli inglesi di parecchio.

Il Celtic si presenta all’ appuntamento con questa finale insolitamente secondo in classifica, 7 partite 6 vittorie.
La sconfitta interna in campionato col St. Johnstone del 2 ottobre fece loro perdere il primato a favore dell’emergente Aberdeen, ma il ruolino fino a quel punto comprendeva ben 8 vittorie su 9 partite proprio in Coppa di Lega, inclusa la demolizione dei Rangers (3-0) in casa loro e quella del Clydebank (5-0 e 6-2) nel quarto di finale in andata e ritorno.
Aggiungo anche il 9-0 rifilato al Clyde alla prima di campionato.
Quel che io definirei un’inarrestabile macchina da gol e da vittorie.

Il Partick era appaiato ad altre quattro squadre a quota otto, ottavo, ma al contrario dei portentosi cugini aveva una certa difficoltà nel vincere le partite, solo due le vittorie, quattro i pareggi ma una sola sconfitta.
Non male per una neopromossa, inoltre avevano battuto i Rangers alla prima di campionato.
Se in genere le neopromosse si accontentavano di galleggiare sulla linea della zona retrocessione, il Thistle si avventava su qualsiasi cosa gli capitasse davanti desideroso, desiderosi, di sfidare e battere chiunque a viso aperto.
Più di un osservatore gli riconosceva un ottimo stile di gioco, offensivo, fluente, a tratti spettacolare.
Una squadra che meritava comunque rispetto.
La semifinale vinta 2-0 contro il Falkirk era stata elogiata da molti che riconobbero come il risultato non rispecchiasse appieno la prestazione fornita dai Jags.

Il Celtic deve rinunciare all'ultimo momento al carismatico capitano Billy McNeill infortunato, per il resto confermato l’ XI che ha travolto i maltesi del Sliema il mercoledì in Coppa Campioni. Confermato il giovane attaccante Dalglish, autore il sabato precedente di una  tripletta al Dundee. Jock Stein che non avrebbe sottovalutato nemmeno una squadra di amatori disse: “ Sarà dura”.
Fu un incubo.
Il  Partick che ha recuperato all’ultimo il capitano Alex Rae e Ronnie Galvin in mediana è in formazione tipo; tra i pali il diciannovenne Alan Rough, di lui sentiremo parlare.

Piove da giorni su Glasgow ma il prato di Hampden si presenta in buone condizioni.
Il cattivo tempo tiene lontano il grande pubbilico, non c’è il pienone.
Da Maryhill comunque sono venuti quasi tutti, larghe chiazze giallo-rosse ben visibili sugli spalti fanno da sfondo cromatico al grande entusiasmo  che hanno portato con se.
Nessuno dei giocatori del Partick sentì quel che disse Leitch in tv, ma mentre i rientravano negli spogliatoi dopo aver eseguito il classico sopralluogo al terreno di gioco, Macari si avvicinò a Lawrie dicendogli:
"Beh, se non altro la medaglia per il secondo posto l'avete già vinta".
Rientrato negli spogliatoi raccontò ai compagni aggiungendo che non c'era bisogno di aggiungere altro e vedremo in campo chi prenderà poi la medaglia dei perdenti.

L'inizio è end-to-end, nei primi cinque minuti prima è Coulston a fuggire sulla sinistra ma viene fermato in fallo laterale, quindi un bel diagonale di McQuade da 25 metri finisce fuori di poco e poi Macari è fermato in fuori gioco. 
Sono comunque i giallorossi a prendere l’iniziativa e a creare pericoli.
All’ 8’ Lawrie con un pallonetto scavalca Williams ma la palla è alta di poco. Un minuto dopo bella azione di Galvin che triangola con Bone ed entra in area ma viene anticipato di un soffio.
Sul corner c’è un batti e ribatti di testa, l’ultima respinta finisce sul destro di Rae appostato al limite che calcia al volo un gran pallonetto che finisce sotto l’incrocio: 1-0!
Clamoroso.

Il gol galvanizza il Partick, il Celtic stordito, non si raccapezza. Al 15’ McQuade sull’out destro cambia gioco e pesca Lawrie al vertice sinistro dell’area.
Lawrie stoppa magnificamente di destro, lascia sul posto Hay e calcia di interno sul palo più lontano segnando un gran gol: 2-0!

Il doppio vantaggio, oltre a mandare i tifosi in orbita esalta ancor di più gli uomini di McParland che adesso prendono d’assalto la metà campo avversaria.
Il Celtic incute sempre timore ma non sembra essere giornata, inoltre al 23’ il funambolico Johnstone si infortuna e deve lasciare, sostituito da Craig.
Due corner consecutivi del Celtic vengono neutralizzati da Rough.
Sugli sviluppi di un terzo corner Dalglish colpisce l’esterno della rete.
 Il Partick risponde in contropiede , la difesa biancoverde si salva, ancora con affanno.
Al 28’ una combinazione tra Bone e Coulston semina il panico ed è sventata in angolo.
Sul tiro dalla bandierina Bone colpisce imperiosamente di testa, la conclusione è respinta sulla linea, McQuade è lesto sulla ribattuta e infila in porta il 3-0.
Sensazionale!


Sospinti dall’entusiasmo dei propri tifosi al grido di ‘We want more”, il Thistle continua ad attaccare.
Al 32’ lungo lancio di Forsyth sulla fascia sinistra, ci si avventa Bone che controlla e fugge verso il fondo affrontato da due avversari.
Scarica quindi all’indietro su Lawrie che crossa, McQuade stoppa al limite dell’area piccola, scarta il portiere e tira.
La conclusione è respinta ad un passo dalla linea. 
Un minuto dopo Forsyth va via in contropiede e manda un traversone in area sul quale Bone non arriva per un niente. Il guardalinee segnala comunque una posizione di offside.
Si affaccia in avanti il Celtic, Callaghan triangola con un compagno al limite dell’area avversaria e tira, la conclusione centrale è bloccata a terra da Rough che rinvia immediatamente. Osul rinvio saltano Coulston e Murdoch.
Ha la meglio il primo che poi mette giù, controlla e fila via, Gemmell non riesce a contenerlo e commette fallo all’altezza del limite dell’area in prossimità della linea laterale. Batte Lawrie, un cross. La palla spiove in area dove quattro belle statuine in maglia a strisce orizzontali guardano Bone staccare completamente solo e infilare di testa il 4-0 nella loro porta.
Disastro.
E tripudio, They had more!

Durante le notizie sportive in tv all’intervallo, lo speaker ripetè il risultato due volte: Partick 4-0 Celtic!
Per essere sicuro che tutti gli sportivi avessero capito bene.

Parecchie migliaia di quelli che affollavano le gradinate di Ibrox dove stavano assistendo alla partita casalinga dei Rangers, capirono bene, via radio probabilmente, e uscirono precipitandosi ad Hampden per godere dell’ impareggiabile piacere di vedere il Celtic sotto quattro a zero in una finale contro una squadretta ed assistere ad una disfatta quasi sicura.
Intanto di sotto, nei meandri di Hampden, all'interno dello stanzone del Partick durante l'intervallo i giocatori stavano seduti in un silenzio surreale.
Nessuno credeva a quanto avevano appena fatto, nessuno riusciva a spicciare una parola.
Il Celtic era una squadra che incuteva sempre timore ,come disse Alan Rough:
Ho fatto da spettatore per un tempo ma sapevamo che erano in grado di rimontare, e visto il modo aperto che avevamo di giocare poteva darsi benissimo che alla fine avremmo potuto trovarci sotto 6-4”. Fu McParland a parlare:
"Se riuscirete a tenerli a bada per i primi 15 minuti senza farli segnare riusciremo a vincere".

Andò così.
I campioni tornarono in campo decisi a provarci ma il piccolo Thistle ebbe subito occasioni.
Nei primi dieci minuti McQuade due volte e poi Bone, alto di testa, insidiarono la porta difesa da  Williams.
Dal decimo minuto il Celtic entra finalmente in partita, prima Callaghan non inquadra la porta da buona posizione e quindi Dalglish solo davanti a Rough alza il pallonetto oltre la sbarra.
La pressione dei campioni si fa sempre più forte, ma il fortino però regge, gli attacchi sono sterili e quando finalmente Dalglish riesce a mettere dentro dopo un bel passaggio di Macari siamo già a metà tempo.
Due minuti dopo Macari di testa impegna Rough che para bene.
Il cronometro corre, i minuti restanti diminuiscono velocemente per chi stà cercando di rimontare un triplo svantaggio.
La convinzione comincia a venir meno, gli assalti in massa respinti ai 25 metri lasciano i fianchi scoperti ed è ancora il Partick ad avere un paio di occasioni in contropiede.
La voglia e la rabbia di rimonta si spengono gradatamente, infrante contro lo scorrere dei minuti.

Il triplice fischio finale chiude un incontro incredibile e sancisce un risultato altrettanto incredibile.
Il più grande cup giantkilling del calcio scozzese di sempre.
Le sincere congratulazioni dei campioni sconfitti accrescono il valore di un successo già di per se straordinario, il Partick Thistle ha vinto la Coppa di Lega 1971/72.

A Maryhill è festa grande, migliaia ritornano festanti davanti a Firhill Park in attesa del pullman che riporta i giocatori in sede dall’altro capo della città.
I festeggiamenti saranno degni della vittoria.
Una storia di Glasgow, tutta dentro Glasgow, una delle grandi capitali del calcio mondiale.

  Glasgow, Hampden Park, 23 Ottobre 1971
Coppa di Lega Scozzese, Finale
Partick Thistle 4-1 Celtic
Partick Thistle: Rough; Hansen, Forsyth, Galvin, Campbell, H. Strachan, McQuade, Coulston, Bone, Rae, Lawrie.    All. D. McParland
Celtic: Williams, Hay, Gemmell, Murdoch, Connelly, Brogan, Johnstone, Dalglish, Hood, Callaghan, Macari.    All. J. Stein
Arbitro: W.J. Mullan (Dalkeith)
Reti: 10’ Rae (P), 15’ Lawrie (P), 28’ McQuade (P), 37’ Bone (P), 71’ Dalglish (C)
Spettatori: 62.470

martedì, gennaio 05, 2021

La tragedia di Ibrox - 2 gennaio 1971



ALBERTO GALLETTI rievoca lka tragedia di Ibrox a 50 anni di distanza.

2 gennaio 1971. Sono passati 50 anni esatti dalla tragedia di Ibrox, the second Ibrox disaster oltremanica.

Fu la più grave catastrofe mai verificatasi fino ad allora in uno stadio britannico, la peggiore fino a quella di Hillsborough diciotto anni dopo.
66 persone morirono nella calca della scalinata 13, schiacciate mentre si avviavano verso l'uscita, più di 200 rimasero ferite.
Una tragedia immane.

Capitale industriale del Paese, Glasgow è stata la culla del calcio scozzese; enormi cantieri navali, porto, industria siderurgica impiegavano nel periodo tardo-vittoriano una quantità enorme di massa lavoratrice.
Il calcio costituì da subito il loro principale passatempo. 
Dalla mezza dozzina di squadre che caratterizzarono l'epoca pioneristica, ne emersero due: >Rangers e Celtic che dal primo decennio del '900 in poi domineranno la scena nazionale come in nessun altro posto al mondo.

Sicuramente gonfiata da rivalità extra-calcistiche voglio puntualizzare che l' Old Firm in un primo tempo è stato sinonimo di amicizia e nacque, al di la dell'episodio in cui il termine fu usato la prima volta, come una specie di patto non scritto tra i due club per aiutarsi reciprocamente all'indomani della prima tragedia di Ibrox.
Per tutto il resto non ha bisogno di presentazioni.

Il derby di campionato del due gennaio è un appuntamento fisso del calendario scozzese da più di un secolo.
Credo che sia rimasto l'unico al mondo o uno dei pochissimi, si gioca anche oggi.
Lo giocano in casa i Rangers, rifacendosi a quell'antico legame originario. 

Il record di affluenza di Ibrox Park fu stabilito un 2 gennaio, quello del 1939, quando 118.567 spettatori si riversarono in quell'immenso catino  per il derby di campionato.
E' questo il record di affluenza assoluto, imbattuto e probabilmente imbattibile, per qualsiasi partita di campionato giocata nel Regno Unito.


Ma un'altra striscia di eventi ha contraddistinto nel '900 la vita del glorioso impianto; non grandi partite, che comunque non sono mai mancate, ma tragedie.

Un primo disastro si verificò nel 1902 quando pochi minuti dopo l'avvio di Scozia - Inghilterra la parte superiore della nuova gradinata eretta dietro la porta cedette facendo precipitare centinaia di persone quindici metri sotto: morirono in venticinque, in silenzio, circa cinquecento i feriti, quasi nessuno degli oltre 75.000 presenti se ne accorse, la partita continuò. 

La ristrutturazione che seguì portò ad un ampliamento smisurato dello stadio e, insieme ad altre concause, all' Old Firm.
  Le curve, smisurate e semicircolari, erano dotate di quattro scalinate per l'afflusso/deflusso del pubblico, poste ai quattro angoli, dello stadio. Due corte e due lunghe in quanto le due più lontane alla via sulla quale sboccavano utilizzavano la larghezza dello stadio per recuperare il dislivello con un vialetto in pendenza.
Le due più vicine invece azzeravano completamente il dislivello tra la cima della curva e il suolo retrostante mediante gradini.
Una di queste, quella nella curva riservata ai padroni di casa costituiva anche la via più rapida per raggiungere la stazione della metropolitana di Copland Road, strada sulla quale sbucava; trovandosi in corrispondenza dell' uscita 13, era comunemente conosciuta come Stairway 13. Alta, lunga, ripidissima le alzate troppo alte, le pedate, usurate dal tempo e milioni di piedi sbrecciate e troppo strette.
Diventerà negli anni tristemente famosa.

Il 16 settembre 1961 vi si verificò un primo incidente.
Centinaia di tifosi cominciarono a lasciare l'East Terrace giù per la scalinata 13 già a pochi minuti dal termine con il Celtic avanti 2-1.
Jim Baxter riuscì a pareggiare in extremis.
Il boato di esultanza fece cambiare direzione a parecchi che risalirono per poter tornare a guardare il campo.
La calca risultante fece cedere di schianto uno dei corrimani in legno, due persone morirono schiacciate.

Due anni dopo qualcuno cominciò ad avanzare dubbi sulla sicurezza della scalinata, in particolar modo durante il deflusso di spettatori dalle partite.
Vennero documentati alcuni fatti tra cui quello abbastanza impressionante che in situazioni di eccessivo affollamento, abbastanza frequenti, non vi era libertà di movimento, la gente scendeva senza toccare per terra coi piedi, trasportata dalla ressa, incapace di controllare i propri movimenti e di incanalarsi nelle corsie disegnate dai corrimani che correvano su tutta la lunghezza e che ora erano nuovi e di acciaio.
I gradini inoltre, consumati da milioni e milioni di piedi nel corso dei decenni erano infidi e scivolosi, specialmente in inverno.
Il tutto aggravato dal fatto che la gente, a differenza delle altre tre scalinate, ci si fiondava giù di fretta per arrivare prima alla stazione.

Frequenti a tal punto che nel 1967, otto persone rimasero ferite nella calca all'uscita da una partita e ancora nel 1969 un'altro incidente simile, all'uscita dal derby del 2 gennaio provocò 26 feriti. 
Il club non prese iniziative per migliorare la sicurezza  sulla scalinata ma aveva comunque speso 150.000 sterline, un mucchio di soldi, in miglioramenti all'indomani dell'incidente mortale del 1961.

Il 2 gennaio 1971 era un sabato, come oggi. 
In una Glasgow avvolta da una foschia fredda, umida e tetra c'era il derby, come oggi. 
Otto ragazzini, tredicenni o poco più, tutti compagni di scuola, tutti abitanti nella stessa strada, cinque tifosi dei Rangers, tre del Celtic,  salgono su un pullman nel piccolo paese di Markinch nel Fife diretti alla partita.
Giunti a destinazione si separano: cinque entrano nell' East Terrace, gli altri tre si dirigono verso il West Terrace. 
Sono oltre 80.000 i presenti che assistono ad un'incontro piuttosto scialbo avviato a concludersi senza reti.
Al 90' però Johnstone raccoglie una respinta della traversa sulla quale si era infranta una punizione di Chalmers e mette dentro portando in vantaggio il Celtic.
Dal East Terrace  parecchi tifosi della squadra di casa, cominciano ad uscire, oltre un migliaio scendono per la scalinata 13.
Negli ultimi istanti del recupero però Colin Stein pareggia, il boato provocato dal gol è enorme.
Altri stanno imboccando  la scalinata, forse qualcuno si ferma sentendo il boato e immaginando cosa sia successo, ma dietro le persone arrivano a centinaia.
Alcuni cadono, probabilmente quelli immediatamente dietro di loro cercano di fermarsi per non calpestarli ma la spinta che arriva da sopra è tremenda.
In alto la gente continua ad imboccare la scalinata per scendere, nessuno è conscio di quello che stà succedendo giù a metà.

I tifosi cantano, esultano, festeggiano il pareggio in extremis e imboccano l'uscita, e spingono.
Spingono per imboccare la scalinata, sono troppi tutti insieme, la calca che si forma spaventosa.
 Giù a metà, nonostante qualche colpo in avanti , le persone sono bloccate, la scala non smaltisce allo sbocco e da sopra continuano a riversarvici dentro. La pressione sulla gente bloccata in mezzo continua ad aumentare, le grida di aiuto si moltiplicano, i toraci, compressi nella ressa non riescono ad espandersi, respirare diventa sempre più difficile fino a diventare impossibile.
Il tutto per 10/15 minuti, troppi.

Muoiono così, in 66, cadendo uno sopra l'altro man mano che le spinte da sopra aumentavano

La pila di corpi ammassati raggiunge un'altezza di due metri.
Le barriere corrimano orribilmente divelte danno un idea della forza dello schiacciamento.
Raccappricciante.
I cinque ragazzini di Markinch sono li sotto.
 Uno dei medici che arrivò a prestare soccorso dichiarò scioccato che vide parecchie persone morte dritte in piedi.
Neanche una goccia di sangue, 60 morti asfissiati per schiacciamento e 6 soffocati. 
      Una residente vicino allo stadio vide la scena: 
" Vidi i tifosi scendere sulla scalinata.
All'improvviso quella folla enorme cominciò ad ondeggiare, subito si intuì che era fuori controllo.
Pochi secondi dopo la gente cominciò a cadere e ad ammassarsi orribilmente uno sopra l'altro."


In un primo momento si pensò che i tifosi davanti, attratti dal boato al gol del pareggio cercarono di tornare indietro provocando il blocco della scalinata e la conseguente ressa con la gente che vi si riversava sopra scendendo.
L' indagine concluse che la tragedia fu provocata dalla caduta sulle scale di almeno una persona e poi di quelli che man mano seguirono formando un ammassamento di corpi schiacciati.
Fu escluso che qualcuno cercò di tornare indietro in quanto fu provato che al momento della tragedia tutte le persone coinvolte nella ressa marciavano nella stessa direzione, verso l'uscita.

Lo shock provocato dalla tragedia fu enorme e reso emotivamente ancor più grave dalla giovane età delle vittime, tutte sotto i cinquant'anni.
Oltre ai cinque tredicenni, altri ventisei teenagers più sedici tra i venti e i ventinove anni e un bambino di nove anni.
I giocatori, ignari, all'uscita dagli spogliatoi cominciano a capire che qualcosa è andato storto nel tunnel all'uscita dagli spogliatoi.
Una volta fuori troveranno i primi cadaveri, coperti, allineati a bordo campo.
L'inchiesta dello sceriffo in merito al risarcimento danni delle vittime incolpò i Rangers, proprietari dello stadio, colpevoli di negligenza sulla sicurezza dell'impianto, aggravata dai precedenti tre casi negli ultimi dieci anni.
Il club non ricorse contro la sentenza dello sceriffo.
Seguirono giorni difficili, con la dirigenza sotto accusa, manager e capitano si fecero in quattro per far sentire la loro vicinanza alle famiglie e partecipare ad ogni singolo funerale.
Una successiva inchiesta guidata da  Lord Wheatley nel 1973 concluse che misure di sicurezza negli impianti sportivi risultavano largamente inadeguate.
L'inchiesta però non colpevolizzò nessuno per passate sciagure ma fu volta a raccomandazioni per il futuro degli impianti che sfociò nel Safety at Sports Ground Act del 1975. 

Willie Waddell, manager dei Rangers, non ebbe bisogno di aspettare le deliberazioni del nobiluomo e si imbarcò in un'ambizioso  progetto di ristrutturazione dello stadio.
Nel '74 andò ai mondiali in Germania e visitò parecchi impianti.
Alla fine il Westfalenstadion di Dortmund gli fornì l'ispirazione per il rifacimento di Ibrox.
Via i terraces, via i posti in piedi e le scalinate d'accesso pericolose, rimpiazzati tra tre tribune con posti a sedere,  nel 1981 questa prima parte d' opera fu completa 1990 .
Poi nel 1990 i lavori furono completati , i posti interamente a sedere e la capienza portata a 50.000 posti.

Come ebbe a dire John Greig, la ristrutturazione fu fatta tenendo conto della sciagura, delle vittime e del loro ricordo. I tifosi oggi devono comprendere perchè lo stadio è fatto in questo modo, cosa c'è dietro e onorare il ricordo di coloro che qui, ad una partita, persero la vita.

Kenny Dalglish, al tempo giovane promessa del Celtic e tifoso dei Rangers come tutta la sua famiglia, non convocato, si trovava quel giorno nel East Terrace insieme al padre.
Il 29 maggio 1985 era titolare nel Liverpool che scese in campo all' Heysel contro la Juventus e il 15 aprile 1989 era l'allenatore del Liverpool, seduto in panchina ad Hillsborough. 

Oggi, in una giornata che qui ricordava molto  quel 2 gennaio a Glasgow, si è giocato il derby di capodanno.
Non sarebbe stato possibile il verificarsi di nessuna tragedia in quanto l'incontro si è svolto a porte chiuse.
Ma riflettendo su quella tragedia mentre osservavo il gioco mi sono chiesto quale fosse il significato di una partita del genere giocata in totale assenza di pubblico.

martedì, dicembre 29, 2020

Il calcio in India - Seconda parte



Ho chiesto a ALBERTO GALLETTI una ricerca sul CALCIO in INDIA.
In parole povere: perché una nazione di un miliardo di persone, di estrazione (forzatamente) anglofona non ha mai espresso anche solo a livello continentale un calcio accettabile?


Sabato 12 dicembre IL MANIFESTO ha pubblicato una riduzione di questo articolo.

PARTE SECONDA

Rise & rise
La prima vittoria della nazionale indiana di cricket in un Test Match contro l’Inghilterra nel 1952, aumentò di parecchio la popolarità di questo gioco, fino a li recluso nella torre d’avorio delle cerchie di altolocati veri e propri.
I buoni risultati del decennio successivo, culminati con un doppio successo nelle serie su Inghilterra e West Indies rispettivamente nel ’70 e nel ’71, insieme alla comparsa sulla scena del grande Sunil Gavaskar, consacrarono il cricket nuovo sport nazionale consegnando il calcio alla seconda fila.

L’ inaspettata vittoria dell’India al mondiale di cricket del 1983 poi, capovolse in un sol colpo gli equilibri di preferenze interni al cricket e tra cricket, calcio e hockey.
Da li in avanti l’ascesa del One Day Cricket in India divenne inarrestabile, fino a raggiungere gli assurdi di oggi ben espressi dall’ancor più assurdo ed insensato successo del T20 (non solo in India).

…and fall
Dopo i picchi del ’60 e del ’64 invece, la nazionale di calcio non era più riuscita a ripetersi, anzi le sue fortune declinarono abbastanza rapidamente; trend che è continuato, trascinando con se l’intero movimento, per quattro decenni .
Il calcio rimaneva uno sport gestito come il cricket, dominato da Calcutta, con qualche favoritismo regionale duro a spegnersi che si ripercuoteva sull’attività dei club, tutto sommato campanilistica.
In se sportivamente un bene, ma troppo frammentata e discontinua.
Non esisteva un campionato nazionale ma solo la Durand Cup, affiancata prima dal IFA Shield e poi dalla Santosh Cup.
Questi tre tornei rimanevano gli unici in ambito nazionale ma la loro formula, torneo ad eliminazione diretta, nonché struttura: alla Durand Cup partecipavano club militari o dipendenti da altri enti governativi, lo Shield era disputato dai club mentre la Santosh Cup da rappresentative statali, non era in grado di garantire una crescita costante ne tantomeno uniforme, nè considerevole al movimento.
Se uscivi al primo o al secondo turno , le partite competitive erano finite.
I club continuavano con i loro calendari pieni di tornei locali o amichevoli ma è chiaro che in questo modo le possibilità di migliorare non erano molte. Troppa frammentazione, troppa dispersione.

Bob Houghton, CT inglese dell’ India tra il 2006 e il 2011 definì ad esempio la Santosh Cup un inutile spreco di tempo e talento.
Questo in un’epoca in cui c’era già il campionato, figuriamoci prima.
Infatti nel 1996 la Federazione cercò di invertire la tendenza con la creazione della National Football League, il primo campionato indiano della storia.

Dopo oltre cento anni di attività sparsa e talvolta isolata e discontinua, il calcio in India si dotava di un sistema organizzato in categorie nazionali.
La NFL fu dotata di carattere semiprofessionistico, al posto del dilettantismo di prima, con il chiaro intento di incrementarne il livello.
Otto furono le partecipanti alla prima edizione. Un contratto con Sky fruttò alla federazione un milione di sterline l’anno.
L’anno successivo le squadre salirono a dieci e fu creata una Seconda Divisione con sistema di retrocessioni e promozioni automatiche.
Le cose parvero procedere in maniera positiva e nel 2006 fu aggiunta una terza divisione.
Non era proprio così, crescenti difficoltà economiche e il fallimento di un club già dal 2002, portarono gli organizzatori a dichiarare che il campionato navigava finanziariamente in pessime acque.

Oggi
La Federazione riprese ancora una volta in mano il pallino, questa vota in maniera più decisa.
La NFL fu ristrutturata, rinominata I-League e dotata di nuove risorse grazie al nuovo sponsor Oil & Natural Gas Corporation e ad un contratto di copertura televisiva decennale con la rete Zee Sports.
L’intenzione, stavolta, rendere il calcio indiano completamente professionistico per davvero.
La struttura prevedeva due divisioni da dieci squadre ciascuna, portate a dodici l’ anno dopo.
Rimaneva comunque un contesto ristretto in quanto le dodici formazioni provenivano da sole tre città, da cui seri interrogativi sul carattere nazionale del campionato.
Altre due squadre furono aggiunte nel 2009 provenienti da due nuove città.
Ciononostante la culla del calcio indiano rimane Calcutta, niente di strano comunque, basti pensare a Buenos Aires, Londra o Montevideo.

La nazionale non beneficiò molto della trasformazione del campionato, rientrata dopo un’ assenza di 27 anni in Coppa d’Asia nel 2011, fu eliminata al primo turno dopo tre sconfitte.

Questo non ha impedito alla squadra di essere accolta con grandi trionfalismi al rientro in patria.
Segno che il battage televisivo funziona, e anche che nessuno ancora ci capisce più di tanto.
Anche in termini di spettatori non è che le cose vadano così bene: la media spettatori in campionato nel 2014 è stata di 5.618 spettatori a partita.
La squadra più seguita è risultata il Mohun Bagan con una media di 17.068 spettatori a partita, davanti al Shillong Lajong con 11.308, tutte le altre sono sotto le diecimila unità.
Numeri da Serie A norvegese, un Paese di poco meno di 5 milioni e mezzo di abitanti.
Da segnalare comunque che a Calcutta, il derby di I-League del novembre 2011 fece registrare la bella cifra di 90.000 spettatori.

I club continuarono ad avere problemi finanziari.
I giocatori chiesero, e talvolta ottennero, più soldi, ma gli incassi delle partite rimasero magri, le partite giocate alle tre del pomeriggio non invogliano; il merchandising e altre entrate da partita inesistenti e i diritti tv vanno direttamente in tasca alla federazione che poi ridistribuisce con parsimonia o non ridistribuisce affatto.
Qualche giocatore nel giro della nazionale ha fatto provini in Scozia e Inghilterra e poi è finito a giocare in Danimarca.
Insomma, non tutto sto successo.

Nel 2010 però, la AIFF, in anticipo di quattro anni sulla scadenza, decise di terminare il contratto con Zee Sport in virtù di un’offerta superiore di Reliance-IMG, multinazionale con sede a Mumbay, pari a 105 milioni di dollari per i successivi quindici anni.
I club si ammutinarono rigettando l’offerta di Reliance o forse quello che la AIFF avrebbe riservato loro.
Dopo una vertenza legale senza sbocchi, l’offerta fu ritirata.
La questione non finì li perché ne Reliance ne la AIFF , che annusava il colpo grosso, gettarono la spugna.
Così, sull’onda del successo senza precedenti della cricket IPL, nel 2013 Reliance fonda, con il patrocinio federale, la Indian Super League che prese il via nell’ottobre 2014.

Anche qui l’obiettivo, dichiarato, è quello di far crescere il calcio (professionistico) in India bla bla bla, ma a guardarci dentro bene si vede che fu un’operazione di showbiz più che sportiva.
Fondata e gestita da una controllata di Reliance Industries Ltd che individuò otto città e indisse un’asta per aggiudicarsi la proprietà delle nuove franchising o franchigie.
Si può fare più o meno tutto se dietro hai reti televisive, multinazionali e stelle del jet-set indiano, dalle star di Bollywood ai nazionali di cricket, semidei dell’ India di oggi, che manifestano interesse verso un tipo di investimento del genere.

Compreso aggirare i regolamenti FIFA che vietano la disputa di più di un campionato nazionale in ogni Stato.
FIFA che però, davanti ad una potenziale esplosione del calcio in India, non ha esitato a concedere una speciale dispensa per la formazione e la disputa di questo torneo, che però non riconobbe inizialmente come campionato nazionale.

L’ asta fruttò qualche centinaio di milioni di dollari.
Quando gente come Tendulkar, Ganguli, Dhoni e soprattutto Kohli vi partecipano per aggiudicarsi la proprietà delle franchigie, il delirio massmediatico è assicurato.
E con esso la partecipazione dei colossi televisivi (a pagamento) indiani.

Star, uno dei canali più potenti, una volta terminata l’aggiudicazione delle franchigie comprò il 35% per cento della Indian Super League versando 300 milioni di dollari agli organizzatori e garantendosene i diritti televisivi per dieci anni.
Dopo questo fondamentale colpo di scena arrivò puntuale l’incredibile voltafaccia di FIFA e federazione asiatica che riconobbero la ISL come campionato ufficiale, parallelo e non organicamente inserito nella struttura della I-League che rimane il campionato ufficiale, in modo di permettere alle prime due classificate di partecipare alla Aian Champions League.
Senza vergogna.
La cosa sembra però funzionare, almeno un po'.

Dando una rapida scorsa ad alcune cifre, si scopre che il Pune FC, ad esempio, in cinque stagioni ha avuto medie spettatori comprese tra le 16.738 e le 18.724 presenze a partita, con una percentuale di riempimento dello stadio compresa tra il 91% e il 98.54%.
Tutti numeri maggiori di quelli dell’Atalanta.

Meglio ancora i Kerala Blasters, che nei primi tre campionati ha fatto registrare medie superiori ai cinquantamila spettatori a partita.
In Italia negli ultimi otto anni c’è riuscita, due volte, solo l’Inter.

Le presenze allo stadio nel 2018/19 sono state di buon livello.
Le squadre sono dieci, non ci sono retrocessioni o promozioni, ma un criterio di allargamento del franchising tipo quello della MSL.
Industria dello spettacolo pura e semplice creata per le tv.

La media spettatori più alta è risultata essere 20.016, la più bassa 4.981, quella del campionato 13.155.
La partita di campionato con il record di pubblico è stata ATK- Kerala con 42.102 spettatori, ma poi , inspiegabilmente, la finale del campionato ne ha fatti registrare solamente 7.372.
Ancora l’attenzione del pubblico non si concentra sul calcio in se, ma probabilmente sul contorno.

Diciamo comunque numeri da campionato svizzero, tanto per capirsi.

I biglietti costano l’equivalente di 3/ 4 dollari, non sufficienti a dare incassi in grado di contribuire alla gestione dei club e sono quindi i diritti televisivi, aggiudicati l’anno scorso ai due giganti Star e Hotstar a tenere in piedi la baracca.

Tutte le 100 partite del campionato vengono trasmesse in diretta.

Il pubblico televisivo potenziale nel 2019 è stato valutato in 168 milioni di telespettatori e questo, insieme alla previsione di raggiungere presto i 250 milioni, conta di più del livello mediocre del campionato.

Non così male, ma non si diventa forti con gli spettatori tv e milioni fatti in pubblicità, quelli servono per arricchire chi organizza il campionato e i proprietari delle squadre.
Si diventa forti giocando e, non si scappa, bisogna partire dal basso, dai bambini.

La Durand Cup e il Santosh Trophy hanno continuato a svolgersi, Houghton è stato rimpiazzato da Igor Stimac e la nazionale continua a combinare qualcosa solo nella Coppa dell’Asia Meridionale e neanche sempre.

Domani
Ci sono poi due problemi , escludendo il cricket, con il calcio in India.
Il primo è che, anche a chi il calcio piace importa poco del calcio indiano.
Guardano quasi tutti la Premier League o altri campionati europei e sono tifosi di Manchester United, Real, Barcellona o Liverpool.

Sembra esserci una totale ignoranza sui protagonisti attuali del calcio indiano giocato, tra i calciofili indiani tutti conoscono Messi e Ronaldo, ma nessuno sa dire la formazione della nazionale e a malapena conoscono nome del giocatore più famoso.

Un fatto questo che evidenzia la mancanza di campioni e/o idoli locali o meglio ancora la tendenza a snobbare i calciatori del posto preferendogli le superstar mondiali.
Forse può non sembrare ma credo che lo spirito di emulazione, molto importante tra i giovani sportivi, possa risultare poco determinante quando gli idoli cui ispirarsi non sono del posto.
Risulta inoltre mortificante per i calciatori indiani come puntualizza il capitano della nazionale che afferma di preferire gli insulti all’indifferenza, almeno sarebbe segno che a qualcuno di noi importa qualcosa.
In un panorama del genere, scalzare il cricket dal piedistallo sul quale si trova mi pare come voler scalare il Mortirolo con un triciclo.

Il calcio oggi in India non dà nessun tipo di visibilità, celebrità o tantomeno ricchezza per chi lo pratica, soldi e prestigio sono associati al cricket.

Ed ecco qui ecco il secondo problema che riguarda la società indiana e la mentalità corrente.
Se giochi nella IPL, o per i Mumbai Indians o meglio ancora in nazionale, benissimo.
Se sei un calciatore del Dempo è meglio che lasci stare e finisci di studiare.
Questo è il pensiero dominante, quello che i genitori impongono ai figli.
I genitori vogliono avere motivo di vanto per i loro figli verso altri genitori, questa è la mentalità imperante.
Quindi, a meno che tu non sia un cricketer promettente, i genitori scoraggiano apertamente la pratica sportiva e non accettano altro dai figli che non sia lo studio.

Alcuni incolpano la mancanza di strutture, ma non mi pare essere questo il problema quando posti come il Sud America, soprattutto, ma anche l’Africa, producono giocatori e squadre di grande livello partendo da una mancanza di strutture di base.
Ma i bambini e ragazzini sudamericani e africani giocano a calcio ovunque, così come i bambini indiani giocano a cricket ovunque capiti.
Bisogna invogliarli a giocare.

A Pune, il presidente del Pune FC, un businessman che ha studiato in Inghilterra, fanatico del calcio e tifoso del Liverpool (ma si può?) sta organizzando un settore giovanile partendo dalla realizzazione di un impianto sullo stile dei club europei che ha intenzione di alimentare andando a rastrellare talenti negli slums della città , ce ne sono in abbondanza.
E’ convinto di poterci trovare il prossimo Maradona.

Al di là degli auguri mi sembra comunque questa la strada da seguire.
A Pune il calcio è comunque molto popolare.

La nazionale continua il suo percorso deludente, inserita nel gruppo D di qualificazione al mondiale 2018, si è piazzata ultima in gruppo che comprendeva anche Iran, Oman, Turkmenistan e Guam; non esattamente delle potenze.
In quelle per il prossimo mondiale a fine 2019 è penultima nel gruppo E con 3 punti in cinque partite, staccatissima da Oman (13) e Qatar (12).

Se avranno il coraggio di destinare una grossa fetta degli introiti della ISL per finanziare il calcio alla base, creare settori giovanili con allenatori provenienti da paesi calcisticamente evoluti, invece di strapagare il CT della nazionale o gli allenatori e giocatori stranieri della squadre della ISL, e la pazienza di aspettare, magari fra una ventina d’anni cominceremo a vedere qualcosa. Ma sembra che la strada imboccata si a un’altra.
Le squadre della ISL non hanno settori giovanili, non servono per un campionato che dura tre mesi.
Non rischiano di far giocare un ragazzo indiano senza esperienza in un torneo ad alta spettacolarità (televisiva).
Molto triste.

Si rischia inoltre di mandare in crisi il campionato vero, la I-League, che non è in grado di pagare i giocatori allo stesso livello della ISL.
Parecchi sono i giocatori che già hanno cambiato campionato.
La struttura a franchigia tipo NBA non prevede, almeno nell’immediato futuro, una struttura piramidale che rimane per me requisito fondamentale per l’allargamento della base, del consenso verso il calcio e il conseguente aumento di competitività.
Struttura che la I-League ha, in quanto campionato ufficiale, e che andrebbe sostenuto e potenziato mentre invece stà soccombendo, schiacciato dal peso dei milioni di dollari dell’altro campionato.

Non stanno cercando di far crescere un movimento sportivo che eventualmente potrà avere consenso e un certo successo di pubblico, ma stanno cercando di formare squadre per uno spettacolo televisivo che ha già trovato un pubblico.
Sconsolante.

La sconfitta dello sport e il trionfo dello showbusinness.
Related Posts with Thumbnails