Secondo capitolo di una trilogia, iniziata con "Leo e Zoe" (https://tonyface.blogspot.com/2025/05/alex-loggia-leo-e-zoe-storia-di-un.html) che esplora, sapientemente, le pieghe delle modifiche caratteriali adolescenziali, alla costante ricerca di un senso di identità e di appartenenza, che Tina trova nella scena mod, in cui si saprà ritagliare un profilo sempre più saliente e di primo piano.
Lo farà attraverso un viaggio interiore e uno fisico, in Lambretta, verso Londra.
In mezzo mille riferimenti reali alla scena mod italiana e torinese, in particolare, degli anni Novanta.
La cosa che cercava quando aveva dieci anni non era una musica, né un vestito, né uno scooter.
Era quella precisa sensazione di stare dentro le cose insieme ad altri.
E quella sensazione non aveva passaporto.
Parlava tutte le lingue.
Il libro è un notevole passo avanti, rispetto all'esordio, di Alex Loggia (compositore, musicista, produttore, ex chitarrista degli Statuto) in qualità di scrittore.
La narrazione è più pulita, diretta, poetica, con tratti filosofici che colgono al meglio la personalità della protagonista.
Il finale a sorpresa rende il libro ancora più interessante e piacevole.
Alex Loggia
Tina
230 pagine
21 euro
INTERVISTA A ALEX LOGGIA
Quando hai pensato di scrivere un romanzo (“Leo e Zoe”, a cui è seguito questo)? Da cosa è partita quell’esigenza?
In realtà, inizialmente avevo pensato di scrivere la mia autobiografia, ma poi mi sono detto che probabilmente a nessuno sarebbe interessato leggere la storia della mia vita.
Così ho pensato di raccontarla in un altro modo, mettendo un po’ di me dentro un romanzo.
È nato così Leo e Zoe, una storia di fantasia nella quale però ci sono molte delle amicizie, delle esperienze, dei luoghi e delle situazioni che ho vissuto in quegli anni. Non volevo semplicemente raccontare quello che mi era successo, ma soprattutto ricreare le atmosfere della Torino degli anni Ottanta, quando la musica, le amicizie e il senso di appartenenza a un determinato mondo erano una parte fondamentale delle nostre vite.
In fondo credo che scrivere questo romanzo sia stato anche un modo per tornare a quegli anni, ritrovare persone e sensazioni che, nonostante il tempo passato, non mi hanno mai abbandonato.
Naturalmente, mescolando ricordi e fantasia, perché alla fine quello che volevo scrivere era un romanzo, non un libro di memorie.
Quando hai scritto “Leo e Zoe” avevi già pensato a una trilogia o l’idea è arrivata dopo?
Assolutamente no.
Quando ho cominciato a scrivere Leo e Zoe non avevo affatto pensato a una trilogia.
L’idea era semplicemente quella di raccontare una storia che avesse un inizio e una fine.
Dopo la pubblicazione, però, molti lettori hanno cominciato a chiedermi se ci sarebbe stato un seguito e questo mi ha fatto riflettere sulla possibilità di scrivere un altro romanzo. Pensandoci, mi sono reso conto che c’erano ancora tante cose che avrei potuto e voluto raccontare, tante storie e situazioni che non avevano trovato spazio nel primo libro.
Da lì è nata l’idea di Tina, ma non volevo scrivere semplicemente il seguito di Leo e Zoe. Mi interessava raccontare quegli stessi anni attraverso gli occhi di un altro personaggio, con una vita e un percorso completamente differenti, ma che in qualche modo finisse per incrociare quel mondo.
È stato proprio mentre prendeva forma questa seconda storia che ho cominciato a pensare a una trilogia, tre romanzi che potessero essere letti indipendentemente, ma che fossero legati tra loro da personaggi, luoghi e situazioni.
Sottolinei spesso nel romanzo il concetto di “appartenenza”.
Quando hai abbracciato l’etica e l’estetica Mod, avresti mai pensato di ritrovarti decine di anni dopo, adulto, con figli, ancora così dentro a questo mondo?
Sinceramente no, ma credo che quando hai sedici o diciassette anni sia difficile immaginare come sarà la tua vita quarant’anni dopo. A quell’età è normale sperimentare, avvicinarsi a diverse culture giovanili, cercare qualcosa in cui riconoscersi.
Io, ad esempio, prima di diventare Mod ho frequentato per un periodo quelli che allora chiamavamo freak, sballoni, bajosi, insomma, i ragazzi che ascoltavano musica afro.
Poi ho scoperto il mondo Mod e ho capito che era quello giusto per me. La musica, l’abbigliamento, gli scooter, ma soprattutto uno stile di vita nel quale mi riconoscevo completamente.
In realtà non credo ci siano troppe spiegazioni da dare.
Sei Mod e basta.
Senti che quello è il tuo mondo, che quello stile di vita ti appartiene, e continui a viverlo senza nemmeno starci a pensare troppo. Non è qualcosa che devi sforzarti di mantenere vivo, fa semplicemente parte di te.
Naturalmente anche aver fatto parte degli Statuto, ha contribuito a rafforzare ulteriormente questo legame. Attraverso la musica ho avuto la possibilità di vivere ancora più intensamente quella cultura, di conoscere persone, condividere esperienze e sentirmi parte di una realtà che andava ben oltre la mia città.
E poi c’è il fatto di avere accanto una moglie che appartiene allo stesso mondo, cosa che rende tutto ancora più naturale.
Non ho mai dovuto scegliere tra la mia vita da adulto, la famiglia e l’essere Mod, perché sono tutte cose che convivono perfettamente.
Come dice Paul Weller, «You can bury me a Mod».
Credo che questa frase riassuma abbastanza bene il concetto.
“Una cosa bella quando finisce deve già respirare dentro quella successiva”, scrivi nelle ultime righe. Oltre al terzo romanzo, quale sarà la successiva?
Credo che quella frase rappresenti abbastanza bene il mio modo di essere.
Ho sempre bisogno di avere qualcosa a cui pensare, un progetto da realizzare, un’idea da sviluppare. Non sono mai stato particolarmente bravo a stare fermo e spesso, mentre sto ancora lavorando a qualcosa, comincio già a pensare a quello che potrei fare dopo.
Chi mi conosce e mi segue sa che negli anni ho dato vita a numerosi progetti musicali, anche molto diversi tra loro, non ultimo MODS, lo spettacolo musical-teatrale che abbiamo realizzato insieme.
Oltre al terzo romanzo, che andrà a chiudere la trilogia iniziata con Leo e Zoe, in questo momento sto lavorando a un nuovo progetto musicale che prevede la pubblicazione di alcuni brani Northern Soul.
Per ora, però, preferisco non svelare troppo, anche perché è ancora tutto in fase di sviluppo.
Diciamo soltanto che la voglia di fare musica e di sperimentare nuove cose non mi è mai passata.
Infine: da musicista professionista, come vedi il futuro per chi ha scelto questo cammino, in Italia?
Non è una domanda facile, soprattutto per chi, come me, fa questo mestiere da tanti anni e ha visto cambiare profondamente il mondo della musica.
Oggi, grazie alla tecnologia, è molto più semplice produrre e distribuire la propria musica, ma paradossalmente è diventato molto più difficile riuscire a viverci.
In Italia, poi, il musicista spesso non viene nemmeno considerato un vero lavoratore, dimenticando che dietro a quello che fa ci sono anni di studio, sacrifici e professionalità.
Il talento certamente non manca, ma ho l’impressione che ci sia sempre meno spazio per chi ce l’ha e sempre più per chi ha le conoscenze giuste o i soldi per comprarsi la visibilità, a volte persino le visualizzazioni.
Riprendendo un concetto espresso da Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, chi oggi decide di intraprendere questa carriera deve mettere in conto anche la possibilità di non farcela.
È brutto da dire, ma credo sia giusto essere realisti.
Questo non significa che non si debba provarci, anzi.
La musica deve nascere prima di tutto da una passione autentica, dalla voglia di esprimersi e di avere qualcosa da raccontare, indipendentemente dal successo che si riuscirà a ottenere.
mercoledì, ottobre 21, 2026
Alex Loggia - Tina / Intervista ad Alex Loggia
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