mercoledì, giugno 17, 2020

Vincent Ivanhoe Martin detto Rhyging



Vincent Ivanhoe Martin detto Rhyging é stato un criminale giamaicano, responsabile di rapine e omicidi, diventato un piccolo eroe in patria soprattutto tra le popolazione più povera e disperata.

Soprannominato anche The Original Rude Boy.

Dotato di grande parlantina, audace, irriverente, anti autoritario, venne arrestato ma riuscì a evadere e a tenere in scacco a lungo la polizia, prima di essere ucciso alla fine di una lunga caccia all'uomo nel 1948 all'età di 24 anni.

E' stato immortalato da Prince Buster nel brano "Rhygin" nel 1965 ma é stato soprattutto l'ispirazione per il soggetto del film "They harder they come" interpretato da Jimmy Cliff nel 1972. "Ivan" é citato anche da Paul Simonon in "Guns of Brixton" dei Clash

martedì, giugno 16, 2020

Hajduk - Amburgo 3.2 1980



ALBERTO GALLETTI ci porta in un'altra GRANDE PARTITA DIMENTICATA

HAJDUK SPALATO 3-2 AMBURGO - 1980

Due squadre in cerca di un identità europea di alto livello si trovarono di fronte sulla costa dalmata, in una fredda e ventosa sera di fine inverno, a disputarsi l’accesso alla semifinale di Coppa dei Campioni 1979/80.

L’Amburgo, gigante tedesco addormentato, si era appena risvegliato.
Si trattava dell’unica squadra nella storia del calcio tedesco a non aver mai giocato al di sotto della massima categoria nazionale.
Membro fondatore della Bundesliga nel 1963, non vinceva il campionato dal 1960 quando ancora era frammentato in una miriade di gironi e fasi; ci riuscì di nuovo nel 1979.
L’elezione presidenziale del ’73 fu il punto di svolta nella storia del HSV con la vittoria, a sorpresa, del vulcanico uomo d’affari Peter Krohn che si riproponeva di riportare il glorioso club anseatico ai vertici del calcio tedesco.
Ebbe in proposito tutta una serie di trovate, inclusa una divisa rosa per attirare il pubblico femminile, ma, soprattutto, l’ingaggio del miglior giocatore inglese del momento, Kevin Keegan, nel 1977.

Grazie ai soldi arrivati dal Giappone per il contratto di sponsorizzazione con i giganti dell’industria elettronica Hitachi, Krohn riuscì a strappare Keegan alla concorrenza dei due grandi club spagnoli, che in verità titubarono troppo, offrendogli uno stipendio dieci volte superiore a quello che percepiva a Liverpool.
Quando KKK arrivò ad Amburgo trovò una squadra che veniva da un biennio vincente, il titolo di Dutschemeister continuava a sfuggire ma la squadra, già rinforzata da Krohn fin dal giorno del suo insediamento, si era aggiudicata la Coppa di Germania nel 1976 e la Coppa delle Coppe nel 1977.

La sua prima stagione fu però deludente, si adattò poco e abbastanza male alla nuova realtà.
Titolare fisso, finì spesso per essere un freno per la squadra; l’allenatore non riusciva a metterlo nelle condizioni di esprimersi al meglio e l’ Amburgo, nella Bundesliga ‘77/’78, non andrà oltre un deludente decimo posto.
Krohn, che non era tipo da riflettere troppo sugli eventi, agì d’impulso e licenziò il tecnico.
Al suo posto ingaggiò il santone croato Branko Zebec, allenatore vincente dalle grandi certezze, dai metodi spicci talvolta brutali, e una grande passione per la bottiglia e i contratti molto ben remunerati.
Zebec fece centro al primo tentativo, resuscitando tra l’atro Keegan protagonista di quella prima stagione in Germania tutt’altro che convincente.
Il club, dopo la Coppa Coppe di tre anni prima, cercava ora l’affermazione europea più grande: la Coppa dei Campioni.

Davanti a loro, ben decisi a sbarrargli la strada i campioni jugoslavi dell’Hajduk.

Le cose a Spalato andavano in maniera molto diversa rispetto ad Amburgo, e non poteva essere altrimenti.
La repubblica socialista federativa jugoslava non ammetteva certo pratiche economiche di tipo occidentale, nonostante l’ultima costituzione concessa nel ’74.
Settore giovanile più qualche buon acquisto dalla vicina Bosnia era la ricetta tipica al tempo.
A capo delle operazioni vi era Tomislav Ivic che dal ’73, quando era stato chiamato a sostituire proprio Zebec, aveva cominciato a plasmare la sua squadra. Veniva anch'egli dalle giovanili dove aveva personalmente cresciuto parecchi di quelli che saranno poi i  protagonisti di quel ciclo vincente, gente come Oblak (passato al Bayern), Muzinic, Djordjevic, Buljan (passato proprio all’Amburgo), Surjak, i gemelli Vujovic, Gudelj.
Ora, dopo due anni all’Ajax, dove aveva sostituito Michels e vinto un campionato, era tornato nella sua Spalato per completare l’opera.
Ivic era nato, vissuto e pascolato a Spalato.
Aveva lavorato in fabbrica e giocato per il RNK Spalato, la squadra degli operai e dei portuali, di gran lunga inferiore ai dirimpettai dell’ Hajduk sia per successi ottenuti che per il valore numerico del seguito, ma dalla forte connotazione identitaria locale.
Il RNK era infatti un simbolo per la comunità dei lavoratori di Spalato il cui attaccamento.
Chi vi giocava era un operaio o un portuale così come chi andava a vederli era un’operaio o un portuale. 
Abitavano gli stessi quartieri, le stesse strade, facevano la stessa vita.
I giocatori quando smettevano la tuta alla fine delle otto ore indossavano scarpe, pantaloncini e maglietta per allenarsi.
Chiaro che il legame e il grado di immedesimazione tra squadra e sostenitori fosse fortissimo.

Ivic visse questa vita negli anni ’50, fu uno di quelli che finito il turno in fabbrica andava ad allenarsi. Quando smise e cominciò ad allenare, sempre al RNK, fece sua quell’immedesimazione tra fabbrica e squadra che aveva vissuto cercando di trasfigurarla in campo.

La fabbrica era un’ unità possente. Vi erano macchinari potenti e precisi e uomini che faticavano duro e incessantemente, ripetitivamente e con responsabilità sulla propria individuale mansione per riuscire ad ottenere quello che la fabbrica chiedeva, il prodotto finale.

La trasposizione della fabbrica sul campo da calcio si traduceva  in preparazione atletica durissima per poter sopportare ritmi di gara alti o altissimi, posizioni e ruoli ben definiti con responsabilità ben definite, schemi eseguiti all’infinito per far si che poi in partita tali meccanismi funzionassero al meglio.
Il prodotto finale della fabbrica Hajduk era un calcio aggressivo, d’attacco, impostato su ritmi altissimi.
E vincente, almeno in patria.

Aggressione dell’avversario il più in alto possibile e ribaltamento del fronte d’attacco immediato, il più verticale possibile in modo da liberare il tiro quando gli avversari ancora rincorrevano.
I ruoli ben definiti e sopportati, al pari della disciplina. I compensi ai calciatori buoni ma non esorbitanti rispetto alla realtà circostante. Lo si potrebbe definire senz'altro un calcio di marcata impronta socialista.

L’Hajduk Spalato era in quegli anni un autentico squadrone, sicuramente la miglior squadra jugoslava degli anni ’70/'80, forse la migliore di sempre. Caratterizzato da uno stile di gioco molto tecnico, stile brasiliano, (jugobrasileri li definì un caro amico) anche nella struttura tattica, più 4-2-4 che 4-3-3, abbinato ad una velocità, tenuta atletica e ad una furia agonistica al tempo con pochi eguali in Europa.
Non dimenticando un 5-3-2 che si trasformava in 3-5-2 di assoluta avanguardia.

I successi in patria non erano mancati, quattro titoli nazionali nel ’71, ’74, ’75 e ’79 e cinque coppe di Jugoslavia nel ’72, ’73, ’74, ’76 e ’77 segnarono indelebilmente il calcio jugoslavo di quella decade, non solo in termini di risultati, ma anche in forza delle prestazioni offerte.

In Coppa Campioni però l’Hajudk era fermo ai supplementari di Eindhoven, nei quarti di finale del 1975/76.
In Europa comunque non era comunque mai andato oltre una semifinale, in Coppa Coppe nel ’73, eliminato dal Leeds.
Ivic era convinto che la
sua squadra fosse una delle migliori in Europa, e credeva fermamente di poter vincere la Coppa dei Campioni. Ora, davanti a lui stavano una delle squadre favorite in assoluto e la possibilità di eliminarli. L’impresa richiesta: rimontare l’ 1-0 subito nella partita di andata in Germania.
Anche per i campioni tedeschi i nomi non mancavano: Kaltz, Memering, Magath, Keegan, Hrubesch, Buljan; l’allenatore, Zebec, un ex. Ne uscì fuori un’autentico partitone.

Lo stadio Poljud è pieno imballato, 52.000 gli spettatori che trascinano la squadra con il loro caratteristico tifo infernale.

L’ Hajduk batte e si riversa in avanti grande aggressività.
C’è grande ritmo, pressing, ma anche frenesia e raddoppi sul portatore avversario a metacampo con contrasti ottimamente eseguiti. La frenesia però gioca un brutto scherzo a Primorac che sbaglia a controllare un lungo rinvio di Kaltz nel tentativo di servire Zoran Vujovic di fianco a lui.
Si inserisce Hrubesch che era scattato in avanti, ruba palla, supera Primorac che cerca di tirarlo giù e finisce a terra e poi batte un gran destro che si infila contro il palo a mezz’altezza alla destra del portiere. 1-0 per gli ospiti, sono passati solo due minuti.

L’Hajduk riprende , è una squadra compatta, pressa in modo asfissiante e gioca corto.
Riconquista palla con una certa facilità e si catapulta immediatamente in attacco: pochi tocchi, rapidi e liberare il tiro con quanti meno tocchi possibile; la possibilità di commettere errori diminuisce, condizione fisica eccellente.
Il pressing da frutti, i tedeschi faticano a contenere la spinta e commettono falli; c’è una punizione da trenta metri: tira Surjak, mezzo collo esterno, rasoterra: Kargus si butta e mette in angolo.
Sul corner Magath libera, riprende Muzinic che tira subito, Kargus stavolta vola all’incrocio e sventa; l’entusiasmo e l’incitamento dei tifosi aumentano d’intensità.
Poi Muzinic batte una punizione dal limite lato corto, triangolo di testa in velocità Cop-Surjak-Cop che di nuovo di testa serve Zlatko Vujovic fiondatosi in profondità e appena dentro l’area fa partire un gran diagonale che batte Kargus e fa 1-1.
Boato tellurico ed entusiasmo alle stelle
.

E’ tutto Hajduk adesso, lo stadio è una bolgia. L’arbitro concede un fallo agli slavi in fase difensiva, i quali, invasati, neanche si accorgono o si fermano dandosi un auto-vantaggio e spingono avanti. La palla giunge a Surjak che parte al galoppo, il pubblico, esaltato, esalta. Surjak serve Djordjevic sull’out sinistro e poi scatta all’interno. Djordjevic gli chiude il triangolone in area, Surjak entra palla al piede e punta Kaltz che lo stende: rigore!
E’ passato un minuto dal gol.

Kaltz con calma si porta al centro dell’area dove l’arbitro, fermo come un setter in ‘punta’ indica il dischetto, protesta, e probabilmente ha ragione.
Una decina di fotografi entra in campo per immortalare l’accaduto.
Dal dischetto va Primorac che si fa parare il rigore, un inizio gara disastroso per il valente terzino.
E puntuale arriva uno degli assiomi proverbiali del calcio: gol sbagliato, gol subito.
C’è subito una punizione per l’Amburgo, sul conseguente batti e ribatti di testa la palla finisce sui piedi di Hieronymus al limite dell’area; Hieronymus controlla di destro, fa un gran sombrero a Rozic e poi con la palla che scende calcia al volo di sinistro nell’angolo basso alla destra di Pudar per il 2-1.

Qualificazione molto difficile adesso, serve sempre una vittoria con due gol di scarto, ma metà primo tempo se n’è andato.
L’Hajduk non si arrende, Zlatko Vujovic crossa dall’out di sinistra la palla spiove in area, Kargus smanaccia, accorre Surjak che sulla respinta del portiere tedesco spara una splendida bordata di collo che finisce sull’esterno della rete.

Poi, Amburgo in avanti: cross di Magath, libera la difesa. La palla finisce a Surjak che lancia sulla sinistra Zlatko Vujovic, contropiede travolgente; esce Kargus che lo affronta, bene, appena dentro l’area, e lo ferma. E’ l’ultimo sussulto di un gran primo tempo.

Ripresa: Hrubesch perde palla, Djordjevic fila via e crossa, Zlatko Vujovic ci arriva appena allungando la gamba, blocca Kargus.

Incitamento del pubblico e forcing dell’Hajduk, un cross di Gudelj è deviato in corner. Lo va a battere Surjak: spiovente sul secondo palo dove salta Djordjevic che di testa infila in rete, vana la rovesciata sulla linea di Hidien, è 2-2; boato fenomenale.

E’ solo il 4’ del secondo tempo: si può fare.
L’ Hajduk va in forcing, la difesa dell’Amburgo spazza lontano senza tanti complimenti. Su un’altra azione insistita dei padroni di casa, oltre l’ora di gioco, Kaltz fatica a liberare, tre giocatori jugoslavi sono appostati appena fuori area pronti ad aggredire, recupera palla Muzinic che crossa, respinta di testa, raccoglie Surjak in posizione centrale, questi serve a destra per Krisitevic che tira in corsa, palla sulla schiena di Hidien e in calcio d’angolo. Bell’assalto non c’è che dire, tedeschi sulla difensiva.

Quindi Surjak si invola palla al piede, supera la linea mediana e si allunga troppo la palla, entra Memering in scivolata. E anche Surjak, che riconquista il possesso, si rialza e serve Djordjevic che sprinta largo a sinistra, Kaltz lo chiude in recupero.
Sull’angolo che ne consegue i difensori tedeschi chiedono a quelli davanti di tornare a dar man forte; angolo battuto sul secondo palo, saltano in tre dell’Hajduk ostacolandosi forse un po a vicenda, colpisce Primorac che mette di poco fuori.
Surjak che era infatti messo meglio dietro di lui si dispera col compagno, la folla incita instancabile.
Imposta adesso Kristievic, bel lancio in profondità per Surjak, appostato al limite dell’area, che appoggia al centro , nn c’è nessuno dei suoi.
La prende Hartwig che appoggia per Kaltz, ma sopraggiunge Djordjevic che intercetta il passaggio e tira in corsa, alto.
C’è una strepitosa fucilata di Kristicevic da trentacinque metri che va dritta all’incrocio: Kargus si butta e devia spettacolarmente sopra la traversa.

Ancora Hajduk che conquista palla a centrocampo, Salov evita un paio di avversari e serve in profondità Surjak che controlla in corsa dribblandosi un avversario, scatta verso il fondo e crossa, Kargus blocca in presa alta. Il portiere tedesco serve Keegan con le mani fuori area, l’inglese, che non ha ancora visto palla, dorme; sopraggiunge Zoran Vujovic che gli soffia la sfera e serve il fratello in area sul quale esce Kargus alla disperata.
Che Hajduk!

Altro angolo per i padroni di casa, batte Djordjevic, Kargus non la prende, il pallone lo supera ma nessuno dei due giocatori jugoslavi dietro di lui riesce a toccarla quel tanto che basta per spingerla dentro. Poi un altro tiro di Surjak esce di un paio di metri alla destra di Kargus.
Quindi Nogly batte lungo una punizione per alleggerire la pressione ma la palla torna subito nella sua metacampo. Recupera Kaltz che però la perde, gliela soffia Surjak al limite che da dentro.
Il tiro in corsa supera Kargus in uscita ma un difensore tedesco spazza a due metri dalla linea.
Incontenibili i giocatori di casa: Salov controlla sfugge a un paio di trattenute , poi alla terza l’arbitro fischia una punizione. Sullo spiovente Primorac a centro area salta splendidamente e con un gran colpo di testa batte Kargus, 3-2.
Cinque minuti e un gol per andare in semifinale.

Ultime fasi concitate, i giocatori di casa, stanchi, perdono lucidità; l’Amburgo compie un paio di sortite di alleggerimento.
Ivic in panchina si dispera.
Ultimo assalto: punizione di Maricic per Salov che dal limite tira in porta ma centra Surjak sulla schiena, sul rimpallo ne esce un altro angolo. Probabilmente l’ultimo.

Dalla bandierina va Maricic, Ivic arriva fino a lì per dargli indicazioni sul come battere e incitare quelli in mezzo; ma come spesso accade in questi frangenti Maricic sbaglia il corner, che è corto, un difensore tedesco spazza lontano e l‘arbitro fischia la fine.
Peccato, meritavano.
Il rigore sbagliato da Primorac pesa come un macigno.
E, forse, quel 4-2-4 si prestava troppo facilmente a scoprire il fianco quando si va a tutta birra. Ma un grande Hajduk.

Il pubblico, compattissimo saluta i propri beniamini con cori entusiasti e gran sventolare di bandiere, uno spettacolo.

Grande partita, il tipo di partite che si giocavano al tempo, quando gli incontri di questo livello erano degli avvenimenti, confronti tra diverse scuole calcistiche; ricchi di contenuti tecnici, atletici, persino ideologici, e anche squadre come l’Hajduk Spalato arrivavano a giocarle.

Calcio europeo al suo meglio.


L’Amburgo andrà in finale, dopo aver superato il Real Madrid in semifinale grazie ad una strepitosa rimonta, dove sarà sconfitto dall’ ultra-pragmatico Nottingham Forest.

Spalato, Stadio Poljud - 19 marzo 1980
COPPA DEI CAMPIONI – Quarti di Finale – Ritorno
Hajduk Spalato 3-2 Hamburger SV

NK Hajduk (4-2-4): Pudar; Rozic, Zoran Vujovic, Primorac, Krstievic; Muzinic, Gudelj (62’ Salov); Šurjak, Djordjevic, Zlatko Vujovic, Čop (62’ Maricic).
All. Tomislav Ivic

Hamburger SV (4-3-3): Kargus; Buljan, Kaltz, Hidien, Hieronymus (62’ Nogly); Hartwig, Memering, Magath; Keegan, Hrubesch, Milewski.
All. Branko Zebec

NOTE
Marcatori: 2’ Hrubesch (HSV), 21’ Zl. Vujovic (Haj), 24’ Hieronymus (HSV), 49’ Djordjevic (Haj), 85’ Primorac (Haj)
Arbitro: E. Dörflinger (Svizzera)
Spettatori: 52.000

lunedì, giugno 15, 2020

KIss



Riprendo l'articolo di ieri su "Libertà" dedicato ad alcune considerazione sui KISS (di cui parlai già anni fa nel blog).

Nella storia del rock, così spesso ispirato da letteratura, esistenzialismo, concetti alti e profondi e che a sua volta ha cambiato milioni di vite in tutto il mondo attraverso testi, sensazioni, immagini poetiche, c’è un gruppo che è sempre stato considerato poco più di uno “scherzo”.
Uno scherzo che in 40 anni ha venduto milioni di copie (almeno 130!), sbancato classifiche, riempito stadi.

Eppure i KISS sono ricordati esclusivamente per il leggendario look, spettacoli pacchiani, estremi, talvolta di pessimo gusto con sangue finto, costumi a dir poco teatrali, fuochi d’artificio, le inquietanti due s del nome virate al simbolismo nazista delle SS.

Paradossale essendo il leader e bassista Gene Simmons ebreo, nome reale Chaim Weitz, nato in Israele, la madre ungherese scampata a un campo di concentramento.

Questo particolare non ha risparmiato loro frequenti accuse di filo nazismo.
In ogni caso Simmons é sempre stato un solido sostenitore del partito repubblicano americano e posizionato a destra.

In mezzo le tristi storie di droga del batterista Peter Criss, vari scioglimenti, reunion frequenti, alternate a litigi, spesso pubblici, dichiarazioni sopra le righe e tanto altro.
Soprattutto la trovata, decisiva per il successo della loro carriera, di dipingersi la faccia con maschere fantastiche che per molto tempo divennero impenetrabili, tanto da fare diventare le vere forme del loro viso un mistero gelosamente conservato a lungo (solo in tarda età incominciarono a suonare a viso nudo).
Famoso il tentativo di entrare in una discoteca romana, dopo un concerto, ovviamente senza trucco.
Allontanati tra frizzi e lazzi da buttafuori e proprietari mentre tentavano disperatamente di convincerli che loro erano i famosi Kiss.

Una trovata di grande successo ma che li rese invisi alla critica seria del rock (siamo negli “impegnati” anni 70) che non gli perdonò quella che era considerata una pagliacciata.
E dire che l'ispirazione avviene dalla nobile arte teatrale giapponese Kabuki.
Ma soprattutto il travestimento esasperato non era, ai loro esordi, così inconsueto: da David Bowie ai New York Dolls, Elton John e i Genesis di Peter Gabriel, la teatralità, anche esagerata, era elemento abbastanza ricorrente nel rock.
Gene Simmons é un grandissimo fan dei Beatles e costruisce, insieme al sempre odiato, ma insostituibile compare, il chitarrista Paul Stanley un gruppo che, come il quartetto di Liverpool abbia una pari visibilità ovvero dove tutti compongano e cantino.

In qualche modo, nonostante i molti cambiamenti di formazione il progetto andrà in porto. Ogni componente dei Kiss rimane una piccola rockstar anche dopo l'abbandono della band.

La carriera discografica inizia nel 1974 e non concede per un po' particolari soddisfazioni.
I dischi non vanno male ma non sono certo un successo.

Il loro é un sound molto semplice, basato su un hard rock diretto, spedito, dalle forti influenze glam, spesso arricchito da contagiose melodie ma fondamentalmente abbastanza anonimo, con testi che parlano di sesso, amore, divertimento e poco più.
E' dal vivo che danno il meglio.

I loro spettacoli con fuoco e fiamme, effetti speciali, costumi particolari, le facce colorate, fanno crescere sempre di più uno stuolo di affezionati fan, la Kiss Army.

Decidono così di portare su disco l'atmosfera del concerto.

“Alive”, entrato tra i migliori dischi dal vivo di tutti i tempi, regala loro, nel 1975, un successo planetario, rendendoli ricchi e famosi.
Gli album successivi li portano ancora più in alto e consentono di far partire un'altra inaspettata forma di guadagno, raramente sfruttata precedentemente (se non dai Beatles).
Producono bambole, giocattoli, fumetti, kit per truccarsi come loro e ogni altro tipo di oggettistica fino ad arrivare a mutande, bare e preservativi con il loro logo e le facce.

La loro carriera diventa lastricata di successi, cadute clamorose, esperienze soliste, cambiamenti di formazione, di stile musicale, esperimenti, litigi, eccessi di ogni tipo, retiterati annunci di addio definitivo, subito dopo smentiti da un nuovo “ultimo tour mondiale”.

Piacciano o meno, rimangono uno dei gruppi più conosciuti e significativi della storia del rock americano, tutt'ora seguiti e omaggiati da milioni di fan e sostanzialmente inimitabili.

domenica, giugno 14, 2020

AA.VV. - Soul Voices – 60s Big Ballads
AA.VV. - Early Works
AA.VV. - All Night Long – Northern Soul Floorfillers
AA.VV. - Extra added soul


AA. VV.- Soul Voices – 60s Big Ballads
Dolci ballate ma suonate con ruvidezza, intense, fiati rhythm and blues, groove blues e voci (solo maschili) incredibili.
Scorrono Kenny Carter, Freddy Butler, Garnet Mimms, Jimmy Radcliff e tanti altri.


AA.VV. - Early Works – Funk, Soul, & Afro Rarities From The Archives
Artisti poco noti e sconosciuti brani affollano una compilation di estrazione 70 tra grande funk di gusto psichedelico, afro, ethio jazz, stupendi grooves. Una delizia.


AA.VV. All Night Long – Northern Soul Floorfillers
Bellissima compilation che raccoglie Northern, boogaloo, soul jazz, grandi e oscuri brani soul.
I Royal Esquires incantano con le armonie vocali della jazzata "Ain't gonna run", Jerry Townes spara un potentissimo rhythm and soul in "You are my sunshine", "Look around " dei Two Plus Two è puro northern soul. C'è di che divertirsi.


AA.VV- Extra added soul
Nei 70 il soul funk prese la via di ritmiche e melodie molto facili, pulite, dolci e totalmente dedicate alla danza.
In questo album una serie di brani minori, perfetto sottofondo per un'ora di relax.

sabato, giugno 13, 2020

Ragazzi di strada



Ragazzi di Strada è un progetto nato per documentare come i giovani italiani hanno saputo interpretare e fare loro, con risultati spesso unici e sorprendenti, le sottoculture e scene musicali straniere, in modi particolare quelle anglosassoni.

Siamo costantemente alla ricerca di materiale fotografico e grafico, meglio ancora se amatoriale, dagli anni '50 ai primi '00 includendo scene giovanili quali beat, psych, garage revival, skinhead, mod revival, paninaro, punk, shoegaze, new wave, hip hop, club culture. Insomma, dalla Roma del Piper Club alla Milano dei Casino Royale, passando per la Torino degli Statuto e l' Emilia dei CCCP.

Anzi, più c'è amalgama di stili, ingenua incoerenza adolescenziale, o libera interpretazione di fenomeni stranieri meglio è.

Dalle foto in cameretta con i poster delle vostre band preferite, a quelle nei club, con la fidanzata/o o con gli amici, passando per flyers, fanzines o foto di concerti di band italiane o straniere. La ricerca di Ragazzi di Strada vuole offrire un compendio sociologico sull'evoluzione dei movimenti giovanili nel Belpaese andando oltre le barriere stilistiche ed ideologiche.

Il materiale inviato verrà utilizzato sui canali social del progetto ed eventualmente su pubblicazioni in stile fanzine di prossima edizione.

https://www.facebook.com/Ragazzidistradasocial/

venerdì, giugno 12, 2020

Woody Allen - A proposito di niente



Un'autobiografia godibilissima, ovviamente ricca delle sue battute spiazzanti, ciniche, spietate, nichiliste e della sua consueta autoironia.

Indulge eccessivamente sul devastante rapporto con Mia Farrow, in una, a volte stucchevole (seppur comprensibile), autodifesa, si auto compiace di farci sapere quante (belle) donne si é portato a letto, divertenti i siparietti sui rapporti con personaggi famosi, ribadisce ogni due pagine il suo sconfinato amore e devozione a Soon Yi e ci si perde spesso in una sfilza di nomi non del tutto (o per niente) noti in Italia.

La lettura è comunque piacevolissima, spesso strappa risate da lacrime, e interessantissima.
Un dei più importanti registi contemporanei, piacciano o meno i suoi film.

La cosa divertente, quando si realizza un film, é il fatto di realizzarlo, l'atto creativo.
Gli applausi non significano nulla.
Anche gli elogi più sperticati non ti evitano l'artrite o il fuoco di Sant'Antonio
.

Non conservo souvenir, fotografie dei miei film, manifesti, ordini del giorno. Nulla. Per me quando é finita, é finita. Non camparci sopra vai avanti.

I flop fanno parte del gioco.
Se hai paura degli insuccessi o non sai come affrontarli quando capita - e se come artista corri dei rischi, sta pur certo che ogni tanto ti capiteranno - é meglio che ti trovi un altro mestiere.


Alla fine di una telefonata con Fellini gli promisi di andare a trovarlo la volta che sarei passato a Roma.
Quando successe era già morto: forse temeva che dicessi sul serio.


Nella mia vita ho fatto di tutto. Se morissi adesso non potrei lamentarrmi.
Né lo farebbe un mucchio di altra gente.

giovedì, giugno 11, 2020

Igor Mukhin



IGOR MUKHIN è un fotografo russo che ha documentato, tra tanti altri lavori, i primi semi dell'arrivo del punk e dell'estetica new wave e "rock" in Unione Sovietica negli anni 80.

Ai tempi, prima della Perestrojika chi aveva abbigliamento o attitudine "deviata" veniva portato in carcere, talvolta, nel caso di capelli troppo lunghi rasato pubblicamente dalla polizia, altre ancora arruolato a forza nell'esercito.
I pionieri di un certo stile furono coraggiosi e rivoluzionari.

"A quel tempo ho dovuto fotografare senza avere alcun punto di riferimento o alcun maestro; solo un anno dopo c'è stata a Mosca una mostra di Cartier-Bresson. Ho visto per la prima volta un libro di Diane Arbus nel 1988, stessa cosa per Koudelka.
Scattavo l'URSS esclusivamente per me stesso."


Varie foto sono state pubblicate nei libri "Rock in Russland" (1989) e "Tusovka: Who’s Who in the New Soviet Rock Culture" (1990) da Artemy Troitsky.
Ha pubblicato i libri “Avoir 20 ans a Moscou”. (Alternatives, Paris. 1998), “Given rise in the USSR” (Treemedia. 2005, 2016), “my Moscow” (Treemedia. 2012) “I saw a rock’n’roll” (Treemedia. 2016), “Weekend” (Treemedia. 2017) e le sue foto state esposte in varie parti del mondo.

Igor Mukhin vive a Mosca e insegna alla Scuola di fotografia e multimedia Rodchenko.

http://igormukhin.ru.com/

mercoledì, giugno 10, 2020

Sleaford Mods



Da "Libertà" della scorsa domenica.

Sono in due.
L'uno prepara le basi elettroniche, minimali, ipnotiche, ossessive, pulsanti, nessuna concessione musicale.
L'altro ci parla sopra, urla, declama,, nessuna concessione alla melodia, al canto, al ritornello.

I testi sono crudi, spietati, senza rime, sguaiati, volgari, quando occorre l'invettiva, senza alcun tentativo di giocare con le parole. Spesso in slang, intellegibili solo a chi ne comprende i significati nascosti, i doppi sensi, i riferimenti oscuri (o esplicitamente diretti).

Gli Sleaford Mods sono la voce del sottoproletariato, della working class inglese, del pub, della strada, di chi non si ammanta di afflati poetici o citazioni colte.

E' quello che ascolti in un bar, spesso cose sgradevoli, offensive e ripugnanti che non vorresti sentire, che reputi sia appannaggio di una minoranza rozza e incolta, becera e ignorante che ti fa sentire superiore. Perché hai potuto (e anche voluto) studiare, leggere, informarti, vivere e comportarti civilmente, condividere e provare empatia per il prossimo.

Ma esiste anche un'altra realtà che gira intorno al tuo fortino dorato e sicuro.

E' quella della gente sfruttata, delusa, incattivita, impoverita, violenta, dentro e fuori.
Stanca.
Perchè vorrebbe “solo” vivere dignitosamente.

Vengono da Nottingham.
Alle spalle una lunga carriera nel sottobosco della musica indipendente, con tanti tentativi e scarso successo.
E' solo con il settimo album, nel 2014, “Divide and exit” che il loro difficile e ostico sound esplode nelle classifiche ma soprattutto nel sempre più nutrito gruppo di fan.
Le canzoni parlano di disoccupazione, periferie, violenza, dei mali del capitalismo, del disagio sociale della provincia inglese.
La musica pulsa, altrettanto aspra, attingendo da elettronica, rap, post punk (uno dei principali riferimenti sono i Public Image dell'ex Sex Pistols John Lydon).

Il loro é un mondo spietato, claustrofobico, senza speranza, cattivo e truce.

Una perfetta descrizione di una certa realtà.
Puro neo realismo, senza alcun rispetto per il tanto coccolato politically correct.
Provare per credere.

martedì, giugno 09, 2020

Calcio e coronavirus



Alcune considerazioni su CALCIO e CORONAVIRUS a cura di ALBERTO GALLETTI.

Qualche impressione al volo su questo infausto periodo prima che sfuggano.

Pur rendendomi conto della tragicità degli eventi che questa pandemia è riuscita a causare, vi sono risvolti sui quali mi sono brevemente soffermato.
Brevemente in quanto, ammetto, la peste del duemila non ha colpito nessuno della mia ristretta cerchia, ma neanche allargata, e quindi il tutto sè rimasto circoscritto al dover accettare le limitazioni imposte.
Non ho neppure voglia di mettermi a disquisire in merito alle limitazioni, mi limito ad osservare che si è trattato e si tratta tutt’ora di una grandissima rottura di coglioni.

Tra le cose secondarie, per me ma non per mio figlio ad esempio, intaccate pesantemente c’è senz’altro il calcio.

La prima osservazione è quella relativa ad un ragazzo di diciassette anni che dopo anni di sacrifici, gli ultimi due enormi, approdato finalmente ad un grande club in grado di soddisfarne la fame di sogni e la voglia di emergere si trova impossibilitato a svolgere qualsiasi voglia forma di allenamento e privato della possibilità di dimostrare il proprio valore.
Ha sopportato tutto con grande compostezza eseguendo tutti gli allenamenti inviati a casa dal club e senza mai un cenno di lamento.
Encomiabile e straziante allo stesso tempo.

Per quanto riguarda il calcio professionistico di alto livello, il coronavirus ha aperto gli occhi, se ancora ce ne fosse stato bisogno, a chi ancora non si era accorto che si tratta ormai di showbiz, nulla più.

Non fosse stato per i diritti televisivi, versati in anticipo o promessi tramite contratti da centinaia di milioni di euro, i campionati di Serie A, Bundesliga, Liga e Premier League non sarebbero mai ripresi.

Ora pare che persino il campionato francese, già dichiarato concluso, possa riprendere.
La possibilità di incassare altri diritti tv limitando le ingenti perdite fa gola. Neanche mi sento di condannarli a sto punto, ma non mi si chieda di farmelo piacere.

C’è da farsene una ragione, il motore che manda avanti tutto sono i diritti tv.

Ho guardato sabato, quasi per intero e non senza una certa fatica, Bayer Leverkusen – Bayern.
La Bundesliga è già ripresa da due settimane, si sono disputati tre turni di campionato.
Tre osservazioni, la prima:
i tedeschi si confermano la gente più disciplinata, pratica e determinata d’Europa, sono in questo modo riusciti a darsi e a rispettare regole per il contenimento pandemico e a riprendere una parvenza di normalità, ivi incluso il proseguio delle prime due serie dei campionati professionistici.
Gente che raramente cede al panico.

La seconda:
il Bayern è al momento la squadra più forte d’Europa.
L’impressione che ho avuto sabato è stata quella di un rullo compressore.
Per nulla turbati dallo svantaggio iniziale, hanno continuato a macinare dominando la partita con un impressionate dimostrazione di proprietà tecniche, condizione atletica e impostazione di gioco.
Al 5’ della ripresa avevano già ribaltato tutto e vincevano 4-1.
Partita poi terminata 4-2.
Ho ripreso degli appunti con impressioni che avevo annotato tempo addietro dopo le demolizioni di Tottenham e Chelsea in Champions League e dell’ Hoffenheim e un’altra squadra in campionato, ricordavo bene, erano le stesse.
Credo che se la Champions League riprenderà sarà dura togiergliela dalle mani.
Anche qui, tedeschi, gente che raramente cede al panico.

Terza osservazione, molto preoccupante in chiave futuro.
La Bundesliga, come tutti sappiamo è ripresa a porte chiuse.
Come tutti sappiamo inoltre, gli stadi delle squadre che partecipano a questo genere di campionati sono dotati di impianti tecnologici di avanguardia, incluso quello di diffusione audio.
Ho notato che i club si sono dati da fare, chiaro da dove venga ‘input, al fine di rendere accattivante lo spettacolo televisivo di una partita di campionato giocata senza pubblico; i presenti ad ogni incontro non sono mai più di trecento, di cui almeno la metà tra addetti ai lavori e stampa-tv, quindi non in grado di creare un’atmosfera da stadio.
Ebbene le prime file delle gradinate sono state più o meno riempite con spettatori finti sul lato di fronte alla telecamera e sciarpe ed altri vessilli dietro le porte.
In questo modo le inquadrature danno l’impressione che i seggiolini non siano vuoti, non lo sono anche se non c’è seduto sopra nessuno.
Inoltre l’impianto di diffusione dello stadio ha mandato per tutta la durata dell’incontro (credo, io ho smesso di guardare all’ 80’) cori e incitamenti; ad un certo punto mi è sembrato addirittura che il rumore della folla fosse sincronizzato con l’andamento della partita.
E vista la precisione dei tedeschi ci sarebbe anche da aspettarselo.
Quindi , nei momenti in cui ero assorbito dal gioco, non avevo nessuna percezione che lo stadio fosse vuoto.

Questo getta un’ombra minacciosa su quello che potrebbe essere in futuro il calcio di questo livello, spero non succeda mai.
Vista cioè la tutto sommata buona riuscita del set-up televisivo a porte chiuse (chiamiamolo così), nonché la sua miglior abilità, temo che, visto che i mega-direttori delle tv a pagamento stiano sicuramente guardando, preoccupati per i loro idioti investimenti, questo non diventi uno spunto per il futuro.

E visto che sono costoro che poi influenzano i calendari e il come e il quando si gioca sarebbero perfettamente in grado di chiedere che si giochi sempre a questo modo.
Non so, è un flash che mi è balenato davanti agli occhi mentre guardavo la partita, procurandomi un rimbalzo sul ricordo del film Rollerball, che avrà almeno quarant’anni, e che destò in me un sinistro presentimento sulla fine che avrebbero fatto gli sport di questo tipo nel futuro; futuro nel quale, rispetto ad allora adesso ci troviamo.

Considerando che eccezion fatta per gli inglesi e gli stessi tedeschi, in posti come l’Italia i ricavi da stadio sono incredibilmente inferiori ai diritti tv, non mi stupirei se, data la tendenza all’opportunismo sfrenato dei capitalisti italiani, i dirigenti delle squadre si mettessero all’avanguardia in questa direzione.
Si toglierebbero di dosso così in un sol colpo ultras, problemi di ordine pubblico con relativi costi, che pure qualsiasi governo probabilmente appoggerebbe, contestazioni e costi per il mantenimento di impianti
.
Già lo vedo uno come Lotito in prima fila.

Perché, se ancora ce ne fosse bisogno, il pubblico dello stadio nel calcio è ormai decaduto al ruolo di semplice riempi seggiolini perché gli stadi pieni, o almeno le prime file, quelle che si vedono in tv, stanno bene pieni.
Di loro nulla frega ai presidenti quando protestano perché le squadre fan schifo, sono solo una rottura di palle che intralcia la loro attività di commercio di giocatori e diritti tv.

Infine ultima considerazione:
al di sotto della due massime categorie si rischia lo sfacelo totale, dalla Serie C inclusa in giù.
Qui i diritti televisivi irrisori lasciano le squadre a dover contare esclusivamente sugli incassi delle partite e/o sull’intervento del benefattore/presidente di turno quando c’è.

Sarebbe stata questa l’occasione per guardarsi in faccia e dirsi che soldi per pagare i calciatori non ce ne sono quando hai 500 spettatori di media a partita e che la categoria andrebbe ridimensionata in termini numerici e di status.
Stesso discorso per la Serie D. Per le categorie dall’eccellenza in giù si torni allo sport e basta compensi, quasi sempre sottobanco, ai calciatori dilettanti.

lunedì, giugno 08, 2020

La musica ai tempi del Coronavirus



Un estratto dall'articolo che ho scritto ieri per LIBERTA' sulla musica ai tempi del Coronavirus.

Nel momento in cui scrivo sembra che l'emergenza Coronavirus si sia fortemente attenuata e che ci sia motivo di speranza per poterla considerare una tragedia lasciata alle spalle. Incrociamo le dita e stringiamo i denti (confidando nel senso di responsabilità dei cittadini). La n

ostra città ha pagato un prezzo altissimo alla ferocia della pandemia e tanti di noi piangono congiunti, amici, conoscenti, che ci hanno lasciato in questi mesi.

L'economia ha subito, di pari passo, un impatto tremendo e con essa anche il mondo della musica, arte e spettacolo, tra i meno tutelati nel nostro paese.

Dove chi opera nell'ambito non sempre assurge allo status di “lavoratore” visto che agisce in un generico contesto definito di “intrattenimento” e pertanto derubricato a futile e superfluo.

Il mondo dello spettacolo é spesso convulso, con regole traballanti, dove la necessità comporta, non di rado, per un certo numero di lavoratori, il dovere agire fuori da confini fiscali.

Ovvero, in parole povere, lavorare, spesso, in nero.

Non si sta parlando di grandi nomi e degli spettacoli di artisti famosi, né, ovviamente, di chi é inquadrato legalmente, ma di quell'ampio sottobosco di musicisti, DJ, attori, compagnie teatrali, (non dimenticando gli insegnanti di musica che prestano opera privatamente) che hanno un'utenza limitata e possono esibirsi solo in piccoli locali e teatri.
Che, a loro volta, possono permettersi, per non rimetterci, solo basse retribuzioni agli artisti, in quanto già gravati da costi di gestione e pesanti tributi alla SIAE.

Il tutto senza potere fornire giustificazioni fiscali ufficiali che, aggiungendosi a quanto già detto, renderebbero impossibile sostenere il costo di una serata.
Allo stesso modo di gruppi e artisti che lavorano sia in veste dilettantesca (quella da cui necessariamente partire per poter aspirare ad un'eventuale carriera) che semi professionistica (ovvero un modo per arrotondare con un'attività parallela un lavoro poco remunerativo).

C'é però un ulteriore mondo invisibile di chi vive esclusivamente suonando o agendo nello spettacolo (fonico, maestranza per allestire palchi e spettacoli, ad esempio) quasi prevalentemente in nero. Non tutelato da nulla e nessuno.

Rimasto in questo caso per mesi senza alcuna entrata, senza la possibilità di poter chiedere un sussidio e con scarse prospettive di poter riprendere presto l'attività.

Qualcosa si é mosso a livello istituzionale ma non certo in maniera adeguata e risolutiva.

Sarebbe un'opportunità per affrontare con serietà il problema e il corretto approfondimento della situazione ma, fatte salve le buone intenzioni e tante dichiarazioni di facciata, all'orizzonte non sembra profilarsi nulla di particolarmente positivo.

Gli appelli lanciati dai big della canzone italiana a favore dei 500.000 lavoratori dello spettacolo (esclusi gli “invisibili” di cui sopra) sono stati più che opportuni ma, mi permetto di aggiungere, che da personaggi nelle cui casse, solo di diritti d'autore, arrivano valanghe di soldi (indipendentemente da concerti e vendita di dischi) mi sarei atteso qualcosa di più di un accorato appello.
Magari mettendo mano al portafoglio (non escludo che qualcuno lo abbia fatto), creare un fondo e sostenere chi é meno fortunato di loro.
Ma forse se ne sono dimenticati.

Il periodo di pausa forzata non ha comunque fermato molti artisti.

Si sono fatti sentire i Rolling Stones con un nuovo brano, “Living in a ghost town” (vivendo in una città fantasma) con tanto di video di città deserte in tutto il mondo, Nick Cave, al contrario, ha chiarito di voler restare in totale silenzio, non essendo il momento per fare musica.

Abbiamo visto vari festival virtuali con artisti più o meno famosi esibirsi da casa in video con risultati sinceramente spesso da dimenticare.

Si sono purtroppo scatenati gruppi e musicisti di ogni tipo propinandoci evitabili mini concerti casalinghi, registrati male sia in video che in audio o una lunga serie di canzoni a tema Covid 19 di cui non si avvertiva la necessità.

Un ulteriore effetto collaterale di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Un quadro poco edificante a rappresentare un mondo latore di divertimento e svago ma anche e soprattutto di cultura.
E che meriterebbe molto di più ma che in Italia é sempre più spesso dimenticato.

sabato, giugno 06, 2020

A modo mio - Bob Rock - Il Manifesto



BOB ROCK RADIO PODCAST

Bob Rock partì nel 1996 come trasmissione radio condotta da un gruppo di amici in una piccola emittente parrocchiale locale.
L'esperienza durò poco.
A causa alle scelte musicali operate (r'n'r/R&B/lo-fi/garage/soul/punk/psichedelia/exotica e generi generalmente lontani dal target medio) fummo ben presto messi alla porta.
È ancora da capire come facemmo ad entrarci da quella porta... ma questa è un'altra storia.
Ebbene, fuori dalla radio decidemmo di continuare a parlare di musica con la fanzine Bob Rock, incollata e fotocopiata dal 96 al 98.
Poi un lunghissimo silenzio in cui ciascuno di noi ha coltivato la sua vita, portando comunque avanti la passione.
Pochi e buoni i contatti tra noi, ma troppo diluiti nel tempo e nello spazio.
Poi in questi mesi, una serie di circostanze relative al lockdown ci ha fatti ritrovare 24 anni dopo... abbiamo pensato di fare ancora qualcosa insieme e sono nate per le 4 settimane di quarantena 4 "radio shows" nello spirito originario della fanzine, pubblicati su mixcloud.
Ad oggi siamo arrivati al nono episodio. Sembra che tra noi il tempo non sia passato. Ciascun episodio è frutto delle scelte settimanali dei quattro redattori storici della zine.
Col tempo abbiamo anche introdotto un contributo alla settimana presentato da un ospite. L'intenzione è quella di continuare a proporre podcast di genere e di qualità, nello spirito che ci ha sempre accomunati.


A questo partecipo pure io parlando di Fantastic Negrito.

https://www.mixcloud.com/fabiopasquarelli/bob-rock-radio-vol-09/?fbclid=IwAR1l9dwwQuwFW3FFE_qNYBWpqa48ZRQqIXG8J4LZV3uidSryZeA5QGVQHKM



A MODO MIO è uno show su webTv condotto da Marco Reverberi e che in ogni puntata include vari ospiti Nella prima ho parlato di Gil Scott Heron, nella seconda eccomi a presentare "Cocksucker Blues", il brano proibito dei Rolling Stones.

https://www.youtube.com/watch?v=W-Km7MIXRVo&fbclid=IwAR3Kh8Rj0kwqG990GvoBBNrrvpnQLljsD-Zn73NY6gEuzRW-rSoyTdZEc0c



Nelle pagine del MANIFESTO, nella rubrica "Ultrasuoni" dedico oggi due pagine agli anni in cui molti artisti "rock" abbracciarono suoni ed estetiche punk/new wave.
Da Iggy, Bowie, Eno a Robert Fripp, Peter Gabriel, Peter Hammill, Maurizio Arcieri, Nico, Marianne Faithfull.
Ma anche Paul Mc Cartney con gli Wings, Shel Shapiro che produce i Decibel, Gianni Leone che dal Balletto di Bronzo passa alla new wave, Edoardo Bennato che duetta con i Gaznevada e tanto altro.

venerdì, giugno 05, 2020

Small Faces - Oden's Nut Gone Flake



Il 1967 aveva traghettato il pop/beat inglese al di fuori dalle canzoni da classifica, i Beatles con "Sgt Peppers's" e "Revolver" avevano aperto la strada al concetto di album come elemento organico a sé stante e non solo come contenitore di brani già usciti su singolo, con qualche riempitivo.

Gli SMALL FACES, che fino ad allora erano usciti solo in quella veste, vittime di contratti capestro che li lasceranno economicamente sempre in situazioni problematiche, affrontano per la prima volta un lavoro in cui il contenuto é pensato in funzione di un album, addirittura un concept (seppure limitato alla sola facciata B).

E che musicalmente non sia retaggio di quello che Steve Marriott definiva in maniera sprezzante "The Chocolate Vanilla Underground" ma un connubio tra le loro radici "black", le nuove istanze psichedeliche e un gusto rock blues.

"Suoniamo ciò che vogliamo suonare. Nessuno ci può dire cosa fare o non fare.
Se alla gente non piacciono i nostri dischi non li comprino.
E' roba nostra ciò che vogliamo registrare o no".
(Steve Mariott)

ODGEN'S NUT GONE FLAKE esce a fine maggio 1968, con un'innovativa confezione circolare a forma di antica tabacchiera.

Il lato A si apre con la strumentale title track (che in realtà è una versione riarrangiata e senza voce del loro brano del 1965 "I've got mine"), seguita dal soul rock "Afterglow" (che sarà il loro ultimo singolo, l'anno successivo, a gruppo già sciolto, pubblicato senza il loro permesso dalla casa discografica).
Poco significativa "Long Agos and Worlds Apart" mentre "Renè" ci porta nel classico cabaret cockney rock (con finale psichedelico) tipico della band che si manifesta dopo in "Lazy sunday".
Preceduta da una durissima proto hard (e Humblie Pie) "Song of a baker" che ruba il riff a "Wild thing" dei Troggs e al mood di Jimi Hendrix.

"Quando Steve mi fece ascoltare "Lazy sunday" l'ho odiata, era solo una ballata.
Quando abbiamo incominciato a registrarla e a inserire tutte quelle sciocchezze, tipo "Inky Pinky Poos" e "Rooty Doody Di", ha incominciato a farci ridere e a diventare una canzone che ci piaceva. Ma non pensavamo di pubblicarla"
(Ian Mac Lagan).

Con "Lazy Sunday" arrivarono al secondo posto delle classifiche inglesi nel 1968.
JOHN LYDON ha dichiarato che il cantato di questa canzone é stato una fonte di ispirazione per il suo.

Il lato B apre il concept che narra di Happiness Stan che va alla ricerca del pezzo nascosto della luna...tra un brano e l'altro introduce e collega i brani l'attore Stanley Unwinn con una sorta di cockney personalizzato. "Happiness Stan" è un classico brano psichedelico figlio di quegli anni con effetti vari, molto suggestivo e acido dai toni, a tratti, quasi prog.
La durissima "Rollin over" (con i fiati della band di Georgie Fame) é uno dei loro brani più distintivi in assoluto e indica la via che vuole perseguire Marriott, più hard ma sempre dalle forti tinte soul.
"The hungry intruder" é un altro brano psichedelico/freakbeat/folksy con una grande orchestrazione mentre "The journey", sempre molto "colorata" guarda a sonorità più rhythm and blues.
Tra i capolavori dell'album il brit folk della stupenda "Mad John" mentre la conclusione é affidata a un brano composto dai tutti e quattro, "HappyDaysToyTown" sempre nel classico mood cabarettistico.

L'album andrà dritto al primo posto delle classifiche, ci resterà sei settimane e segnerà, paradossalmente, la fine della band, impossibilitata a riprodurre il disco dal vivo e costretta a riprendere il solito repertorio delle classiche hit.
Quando Marriott proverà a portare nella band Peter Frampton il gioco si rompe e il leader se ne va.
Formerà gli Humble Pie, gli altri i Faces.

Lasciano "Odgen's Nut Gone flake" uno dei grandi capolavori dei 60's.

giovedì, giugno 04, 2020

Lilian Bassman



Una delle più famose fotografe di moda, una carriera lunghissima, iniziata, poco più che ventenne fin dagli anni Quaranta e terminata negli anni Settanta, quando, prima di dedicarsi alla pittura distrugge tutti i negativi del suo lavoro.

Vennero in realtà ritrovati ritrovati negli anni Novanta e conservati a testimonianza di una capacità e classe unici.

Rientra proprio in quegli anni sulla scena, ritornando protagonista e ricercatissima.
Si spegne nel 2012.

mercoledì, giugno 03, 2020

Il peggiore album di tutti i tempi



Il peggiore album di tutti i tempi.

Affermazione opinabile ma é facile che siano in molti a convergere su Elvis Presley "Having fun with Elvis".

Pubblicato nel 1974 dal famigerato manager, il Colonnello Parker, per aggirare i diritti dell'etichetta di The King sulla sua musica (ma non sulla sua voce), consiste di 34 minuti (!) di spezzoni parlati di Elvis durante i suoi concerti.
Pochi secondi di dialogo, presentazioni, battute e altro, senza alcuna sequenza logica, bruscamente interrotte.

Venduto ai concerti di Elvis arrivò al 130° posto delle classifiche di "Billboard", al nono di quelle Country (??!) sempre di "Billboard".

La RCA non si fece fregare e riprese immediatamente le redini del gioco, stampandolo ufficialmente con l'aggiunta della scritta "A Talking Album Only".

martedì, giugno 02, 2020

Athletic Bilbao - Barcellona 1-0 1984



Riparte un campionato che non interessa a nessuno.
Consoliamoci cone le PARTITACCE di ALBERTO GALLETTI, storie uniche e preziose.


Il 5 maggio 1984 doveva essere una giornata importante per la storia dell’Athletic Bilbao che si era laureato campione di Spagna una settimana prima battendo al fotofinish il Real Madrid per differenza reti (stessi punti: 49) e Barcellona (48).

In programma quel giorno era la finale di Copa del Rey, importantissima in Spagna, importantissima per il club che al tempo deteneva il record di vittorie, 22. Tra loro e la possibilità di aumentare il record e ottenere uno storico double, che non arrivava dal 1957, il Barcellona di Maradona guidato in panchina da Cesar Menotti.

Fu il culmine di una stagione intensa, la rivalità tra le tre pretendenti fortissima, gli incidenti numerosi e il duello in campionato serratissimo.
Cominciò subito mailssimo il 24 settembre, durante l’incontro di campionato al Camp Nou, quando Goikoetxea con un intervento da dietro mandò in frantumi il malleolo di Maradona rompendogli pure caviglia in tre punti e legamenti.

Rimediò solo un cartellino giallo per quello che fu definito poi uno dei falli più volenti mai visti su un campo da calcio.
Menotti, scandalizzato, ne chiese la squalifica a vita definendolo l’anti-calcio e il giudice sportivo, davanti al quale Goikoetxea scoppiò in lacrime, gli comminò una squalifica di 18 mesi.
Scontò poi solo dieci giornate.

Maradona invece dovette affrontare un complicato intervento chirurgico, che riuscì, e una difficile rieducazione.
A differenza però degli intoccabili assi d’oggidì, era, in fondo, uguale al suo killer, duro, determinato, cattivo all’occorrenza; esser cresciuto nei campi dei sobborghi di Buenos Aires era pur servito a qualcosa. E sapeva giocare, parecchio bene anche.
Cominciò quel giorno a serpeggiare un astio violento tra i due club, sottotraccia, trattenuto a stento e anche di malavoglia, che riaffiorava di tanto in tanto con dichiarazioni o interviste a distanza, nelle quali il mutuo disprezzo era tangibile.
Andò avanti tutta la stagione e prese fuoco , abbastanza prevedibilmente, la sera della finale di Coppa.

Era una storia lunga, il Barcellona allora come oggi si vantava del bel gioco offerto e degli assi stranieri ingaggiati e disprezzava apertamente l’Athletic, squadra fatta in casa, squadra di duri non certo di fuoriclasse raffinati, che però a differenza loro vinceva.
E questo bruciava.
Inoltre aveva un conto aperto con Goicoetxea ,che già nel 1981 aveva rotto il ginocchio a Schuster, l’asso tedesco in forza ai blaugrana; ci aveva messo un anno a recuperare e mai del tutto.

Inoltre, come ebbe a dire proprio Goikoetxea parecchio dopo:
“Erano anni in cui ci si era appena liberati dal franchismo e il nazionalismo soffocato per decenni, sempre presente nell’orgoglio identitario dei club calcistici delle minoranze, come noi, ma anche loro, riaffiorava.
Ci si picchiava in campo anche per quello”.


Ora per Maradona si prospettava una lunga ed incerta convalescenza, l’infortunio è gravissimo, i medici ipotizzano anche un prematuro stop all’attività agonistica.
Invece Diego, animato da quello spirito indomito che sempre lo ha contraddistinto recupera.
Recupera e recupera e miracolosamente si rimette in piedi a metà aprile.
Scenderà in campo per le ultime di campionato senza fare in tempo a recuperare il punto di distacco che lo separava dagli acerrimi rivali.
La vigilia del match è incandescente.
Dirigenti e giocatori non le mandano a dire, l’astio riaffiora.
Da Barcellona si accusa il macellaio di Bilbao, si parla di vendetta, siamo pronti eccetera eccetera….
.Anche Maradona, ormai ristabilito, butta benzina sul fuoco “Avrei preferito se il campionato lo avesse vinto il Real” dichiara.
Il massimo dirigente basco risponde che se Maradona continuerà a fare dichiarazioni di questo genere non garantirà cosa gli potrà succedere sabato in campo.

Ad ogni modo l’attesa della partita tra gli sportivi è tanta, i tifosi baschi sono accorsi in massa, oltre 60.000; i catalani, vista la sede e l’avversario han preferito rimanere a casa e guardare la tv; lo stadio è pieno imballato: 100.000 spettatori.

Dopo i primi minuti di studio c’è un malinteso tra i difensori blaugrana, Urruti si trova fuori posto al limite dell’area ma il pallonetto di Endika è debole e MIgueli sventa a un metro dalla porta.
Quindi al 13’ su angolo per l’Athletic da sinistra Schuster respinge corto, la palla finisce tra i piedi di Dani che crossa di nuovo, al limite è appostato Endika che stavolta non sbaglia: controlla bene di petto, e poi mette un bel tiro angolato alla sinistra di Urrurti. 1-0 per l’Athletic.

Il primo tempo vede il Barcellona compassato cercare di manovrare, Maradona tocca parecchi palloni.
In difesa si avvalgono della trappola del fuori gioco; in due 7tre occasioni l’Athletic la buca presentandosi a tu per tu con Urruti.

Maradona ha avuto un po troppo la tendenza a voler fare tutto da solo, ma ha preso colpi ogni volta che ha toccato palla.
Ad ogni tocco un calcio, ad ogni stop una spinta, sempre.
Liceranzu rimedia un cartellino giallo per un entrata da dietro piuttosto robusta e si arrabbia.
Schuster ha trottato per il campo, ha fatto da cane da guardia a Maradona, cercando di colpire quanti più avversari potesse; avversari che non si son tirati indietro, ne sono scaturite un po di scintille.
Il pubblico, quasi tutto di parte biancorossa lo ha spesso beccato.
Lui si è anche innervosito.
Menotti ha osservato tutto con la consueta pacatezza e una sigaretta via l’altra.
Non sono sicuro cosa possa aver detto ai suoi giocatori all’intervallo, il secondo tempo è stato quasi uguale al primo, la scossa non c’è stata, evidentemente confidava in qualche invenzione del Pibe.

C’è infatti subito un errore nella trappola del fuorigioco e Urruti deve sventare di piede fuori area.
Poi un corner per l’Athletic, che non si riesce a battere, c’è un fitto lancio di oggetti in campo proveniente dalla curva dei tifosi blaugrana; è dall’inizio comunque che la tensione è palpabile, i giocatori non hanno risparmiato interventi duri da ambo le parti. Partita interrotta, il ‘Flaco’ Menotti in panchina fuma e osserva. La partita riprende.

Il Barcellona ora è più manovriero, ma l’Athletic contrattacca ad ogni occasione: Sarabia, subentrato al marcatore, Endika, parte dalla sua metacampo, si beve la difesa azulgrana in linea e fila verso la porta: Urruti esce, ma Alesanco lo recupera e lo stende limite; e si prende il giallo. La punizione di Dani è larga.

Schuster , bersagliato da lancio di oggetti, risponde rispedendone uno al mittente, selva paurosa di fischi e buuu da parte dei tifosi baschi li assepiati che stanno anche tirando giù la recinzione.

I giocatori dell’Athletic protestano, vogliono l’espulsione del tedesco, circondano l’arbitro che non ne vuol sapere e fa ampi cenni di finirla; in campo piove di tutto, Schuster se ne sta , da solo, a distanza. Quando il gioco riprende ennesimo contropiede dell’Athletic che ancora una volta elude la trappola del fuori gioco; Urruti deve uscire ancora dall’area per sventare su Salinas.
Occasione per il Barça: un bel colpo di testa di Schuster, Zubizzarreta si distende e blocca.
Poi un violento destro di Sánchez colpisce in testa un difensore dell’ Athletic che crolla, ma sventa il pericolo.
Siamo a metà tempo, all’interno dello stadio ogni tifoso dell’Athletic ha sicuramente una bandiera in mano che da questo momento comincia a far sventolare, lo spettacolo è imponente.
Il Barcellona continua a buttare palloni in area, Julio Alberto ne fa spiovere uno pericolosissimo sul secondo palo, ci si fionda Alesanco, Zubizzareta esce e la prende, il difensore blaugrana finisce in scivolata contro al portiere, ci arriva anche Urtubi che cerca di proteggere il proprio portiere.

La partita stà per finire, la tensione sale.
L’ultimo tentativo è di Maradona che fa secchi tre difensori in area avversaria ma Nunez con un tackle scivolato millimetrico allontana. Maradona vola a terra , reclama il rigore.
Nunez gli si fa sotto e i due si affrontano faccia a faccia, lancio di oggetti in campo, interviene l’arbitro che li separa; manca un minuto.
Ultimo assalto sul corner conseguente:
Carrasco mette in mezzo, Zubizzareta esce male su MIgueli che colpisce di testa, qualcuno salva sulla linea con un calcione che rimanda la palla a quaranta metri; altre proteste.
Incomprensibilmente l‘arbitro da una punizione all’Athletic probabilmente per carica al portiere : mi chiedo se avrebbe convalidato il gol se il colpo di testa fosse entrato.

Parte della recinzione dietro la porta è divelta, i tifosi si preparano all’invasione di campo per festeggiare la vittoria.
Sul rilancio e tentativo di contropiede l’arbitro fischia la fine.
E’ stata una partita durissima, nervosa, cattiva: ha vinto la squadra più dotata di questi attributi.

Poi , succede il finimondo, devono aver avuto da dire, poi qualcuno comincia a picchiare.
Volano calci tremendi, quello di Maradona al massaggiatore del Bilbao è terrificante.
Quello di Migueli alla schiena di un avversario altrettanto, ce n’è anche uno di Schuster niente male.
Dura poco, un minuto credo, ma la furia è devastante, odio e cattiveria puri.
Erano mesi che andavano avanti a distanza e alla fine han sistemato i conti.

https://www.youtube.com/watch?v=cnbEr-X8j9Y

Alcuni tifosi dell’ Athletic, quasi non curandosi della rissa, invadono il campo e festeggiano cercando di abbracciare i propri beniamini.

Negli spogliatoi Menotti dichiarò di non aver mai visto niente di simile in vita sua.

E dire che nel corso della sua carriera di campi in giro per il Sudamerica ne aveva girati parecchi.
In tribuna, Sua Maestà il Re, presente con consorte e figli ha visto tutto; non ha gradito per niente. Dopo aver premiato Dani, pretende le scusa da Federazione, club e giocatori.
Dani riceve la Coppa del Rey dalle mani del sovrano e la alza con un orgoglio stampato in faccia che raramente ho visto in situazioni simili e che contiene tutto il modo di intendere il calcio per i baschi.
Poi scende dal palco reale, torna in campo e viene attorniato e acclamato dai suoi compagni di squadra che tendono le braccia per toccare il trofeo. Poi si issano il capitano sulle spalle portandolo in trionfo, è proprio il caso di dirlo, uno dei trionfi più trionfi che abbia mai visto, per il campo.

I tifosi acclamano i loro idoli.
Hanno vinto, sono i migliori di Spagna, hanno vinto tutto, non c’è Maradona che tenga. Rimane questo l’ultimo trofeo conquistato dall’ Athletic Bilbao.

Maradona, considerato il responsabile della furibonda rissa venne convocato a palazzo per scusarsi di persona col sovrano (nel video sopra, scena comica)
Quindi verrà squalificato, insieme a Clos e Migueli , Goikoetxea, Sarabia e De Andrés, per tre mesi; che non sconterà in quanto Nunez, che non lo aveva mai amato, lo cede al primo offerente: l’Ing. Corrado Ferlaino presidente del Napoli.

Madrid 5 maggio 1984, Estadio Santiago Bernabéu
Copa del Rey - Finale
Athletic Club 1-0 Barcelona

Athletic Club: Zubizzarreta; Urquiaga, Liceranzu, Goikoetxea, Núñez; Patxi Salinas, De Andres, Urtubi, Dani ; Endika (61’ Sarabia), Argote (87’ Gallego) . All. J. Clemente

Barcelona:
Urruti ; Sánchez, Julio Alberto, Migueli, Alexanko; Víctor, Carrasco, Schuster, Rojo (63’ Clos); Maradona, Marcos Alonso . All. C.L. Menotti

Arbitro: Franco Martinez
Marcatori: 13’ Endika (AB)
Spettatori: 100.000
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